il voyeur non incontra mai nessuno

Si sprecano troppe parole utili ad altro sentire. Accade ovunque e così non ci si accorge più della differenza, anzi diventa linguaggio e poi modo d’essere comune. I superlativi, le parole che descrivono emozioni stabili e profonde vengono usate per rappresentare un moto d’animo, una pulsione. Il virtuale ha semplicemente portato alla luce ciò che siamo o vorremmo essere, impedendo a chi comunica con noi di discernere se raccontiamo la verità su noi stessi. Manca il linguaggio del corpo che parla assieme a noi. Puntare tutto sulle parole non basta, serve l’ incontro per capire se c’è qualcosa che resta oppure se si deve relativizzare tutto, crederci per un attimo e poi basta. E cosi nel virtuale, si può essere entomologhi che osservano da distante oppure partecipare profondamente, in fondo è praticare un voyerismo che ha alternative e scruta prima di palpitare.

C’è però il rischio di non varcare mai davvero la soglia del tangibile, di immaginare qualcosa che non c’è e allora ci si ritrova soli a dialogare con un fantasma. Certo c’è sempre quella fragilità del dire e dell’essere letti che ci riporta ad unità, e comunque sia, non si può che essere se stessi, ma è un sentire amputato, parziale.

Eppure non poco viene messo in mostra oltre le parole. E anche il bisogno di parlare del nostro disagio ci rivela: il trattare le ferite è il modo con cui si vive. Siamo sempre reduci da qualcosa che ci ha coinvolto, che ha lasciato tracce e solo la cattiva letteratura racconta che esse siano il nostro passato. Sono i nostri fallimenti ma non ci sono stati solo quelli, per fortuna, altrimenti non ci sarebbe nessuna voglia di raccontare. Le ferite che si raccontano col sorriso sulle labbra sono quelle che quasi non fanno più male. Per le altre serve il rapporto diretto, essere abbracciati prima che compresi e la verità del condividere è in quel l’abbraccio.  

Può fare tutto questo il virtuale? Non credo perché è di per sé immoto, cristallizza la realtà nel frame. Mostra un’ immagine del presente, mentre quando si vuole condividere profondamente si ha bisogno di mettere in comune il senso del tempo. Il virtuale fa altro, chiude qualche lacerazione, aiuta a parlare a sé, a riconoscersi per chi cerca di farlo. Non è poco, anzi, ma se si vuole di più, dopo un po’ la meraviglia del riconoscersi nelle parole dell’altro, per procedere, ci sarebbe bisogno di un passaggio di verità che solo la realtà ci può dare.

primo ottobre

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Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.

Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco). 

Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite e di storie passate. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me. L’odore d’inchiostro è il primo ricordo. Una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde. E per le macchie qualche volta piangevo, altre volte mi fermavo ad ammirarle, con quelle curve perfette, quei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.

Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava pure Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi.  In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava un po’ ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca: cosa stavo dicendo … ? E ci attaccava il mio cognome, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Va sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba l’accento fonico? Mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca.  Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene. 

Finiva sempre male e si confermava che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva. Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e neppure comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.

Buon primo ottobre.

elogio della perfezione imperfetta

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A tutti, l’insegnamento della perfezione, e del perfettibile, viene inoculato con la crescita. Ci si misura tra ignoranza e fare, tra modelli e realtà, così l’ansia da perfezione si trasforma in ansia da prestazione. Con un ottimo curriculum di pressapochista, di fancazzista di talento, di inesperto nelle arti maggiori e minori si può aspirare a scalare i più alti gradi della scala sociale, di collocarsi in quella sfera prevista dal principio di Peter, dove il dubbio sulla capacità e l’incompetenza si fondono, ma sono già collocati così in alto da essere poco scalfibili. Credo dipenda tutto dallo scarso uso del riso e della serietà della satira sostituiti dal dileggio e dal gossip, entrambi non solo inefficaci nel far vedere i veri limiti del soggetto, ma soprattutto laudativi del potere di esso e quindi rafforzativi di un potere che se si merita l’attenzione e il sussurro dovrà pur essere importante. Conoscendo bene le qualità dell’incompetente per personale esperienza, posso affermare che solo l’ego può mettere argine alla patacca reiterata e che solo la brutta figura diventa un deterrente credibile a chi ha una fiducia illimitata nel farla franca. Allora raccontiamola bene: esistono due tipi di umanità, gli inadatti consapevoli e quelli inconsci, ma la differenza vera è che entrambi si distinguono in realtà nella speranza di farla franca. Per questo le università si riempiono di esperti, di sapienti, di competenze che producono inesperti, tuttologi, incompetenti rispetto allo studio effettuato e in piccola misura, invece, nascono inventori, professionisti capaci, specialisti che saranno coordinati spesso dalla prima categoria di incompetenti. Da ciò, se le premesse sono giuste, se l’esperienza non ci inganna, se ne dovrebbe dedurre che una società sostanzialmente pressapochista e un po’ cialtrona, ha al proprio interno un oscuro collante che la tiene assieme e la fa evolvere. Solo che raramente il collante viene riconosciuto e osannato mentre l’onesta mediocrità ha il potere, guida, governa, legifera, promuove, giudica, affonda e innalza secondo suoi criteri e convenienze. Quindi sembra che il mondo abbia una serie di falsi obbiettivi: un’ansia da prestazione su cose che produrranno ben poco, un focalizzarsi sul gesto, sul particolare e non sulla somma delle cose fatte. Mentre se si parla di prestazione si dovrebbe considerare lo specifico e l’insieme, la riproducibilità e l’inventiva, l’errore che genera il nuovo ma questo esige che chi governa queste cose sia fattore di unione, abbia visione ampia, veda l’errore e lo sani, governi essendo un capo, cioè colui che anche l’ultimo dei suoi riconosce come tale. Così la prestazione non bara, ha un valore economico, è competenza e non è patacca.

Ma che conta tutto questo se invece di inoculare l’idea della prestazione si passa all’idea della perfezione, cosa ben più dinamica e misericordiosa della prima? L’idea della perfezione si può misurare con qualsiasi cosa, è un rapporto con sé prima d’ogni altro, accantona gli insuccessi, non li mostra e soprattutto tratta bene chi ha gli stessi problemi. La perfezione, sapendo di non poterla raggiungere, porta con sé la pazienza, spesso l’ironia che porta a ritentare. Si sa sin dall’inizio che è un processo asintotico, che quanto più bravi ed esperti si diventa, tanto più si vorrebbe trasmettere la piccola competenza raggiunta perché l’opera venga continuata da altri. In questa continuità c’è la dimensione della ricerca della perfezione, ma questo non ha grandi riflessi sulla società perché la perfezione non è di serie e quindi non ha un valore economico di massa. È un procedere per cultori, per iniziati e se lo sono davvero, non hanno l’ansia da prestazione ma l’ironia del far bene, dello stare assieme, del condividere ciò che si può. In fondo chi cerca la perfezione sa di essere ignorante, poco intelligente, scarsamente preparato, chi invece ha la sensazione del ruolo, del potere, della mansione riconosciuta pensa di essere adeguato e di poter aspirare a più di quello che ha. Il fatto è  che la perfezione è un dialogo con se stessi, mentre la prestazione è un dire ad altri cosa devono fare non sapendolo fare.

aria d’autunno

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La città si riempie di giovani attese:

riaprono le scuole

e son finiti i giorni delle strade vuote

nell’ indifferente calura.

C’è un tempo in cui si smarriscono le fragili virtù:

che s’allontanano da noi,

lasciando il suono delle foglie

nell’aria d’autunno.

Così tra folate di traffico improvvise,

il ricordo diviene passatempo,

e il futuro, un’attesa, senz’ ansia di risposte,

allora penso, incauto e allegro,

a mettere il tempo al posto suo giusto.

quisquilie

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Mettere a posto un particolare, una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale seguendo un pensiero. Accanirsi nel riparare un oggetto che non vale nulla, eppure vale. Cose importanti a noi, in quel momento, urgenze che celano la mania. Qual era la mania che ci avrebbe fatto grandi, quella che se portata a compimento avrebbe colmato quella crepa con il noi  irrealizzato? Ed essa che relazione ha con la felicità? La stessa felicità  che s’affaccia quando tutto va a posto e ritrova un ordine solo nostro, una tranquillità e un deporre le armi.

Quisquilie

tre minuti

Chiamato a raccontare in tre minuti cos’è per me la vita, per uno e mezzo stetti in silenzio: bisognava dar tempo alla vita di nascere.

Poi aggiunsi un sospiro, che non era indecisione e neppure stanchezza, ma soffio. Come fa la vita bambina che scherza col sonno del bimbo che dorme ed è comunicazione, aggregazione, dolcezza dell’amor vicino.

Così mezzo minuto lo usai per dire che per costruire qualcosa, vita compresa, bisognava mettere assieme, stabilire una relazione tra diversità apparenti, usare la tenerezza del congiungere con legami forti e deboli.

Lasciai mezzo minuto di silenzio per pensare. Sono lunghi trenta secondi, ma servivano a capire.

Mi restava mezzo minuto, sorrisi prima di concludere, perché era difficile mostrare che viver bene è più che vivere.

E allora dssi che per farlo serviva tentare di realizzare la vita aggregandola con armonia.

E che quando accadeva era un ordine o un disordine comune che faceva scorrere mentre rasserenava.

Forse avevo usato più parole del necessario e il tempo s’era concluso.

La vita perdonerà, perché in realtà non c’era molto da dire, bastava vivere.

auto recensione

Leggo abbastanza addietro e trovo una scrittura puntuta, asciutta. A tratti nervosa. Ricca di insoluti. Un pensiero che borbotta tra sé e poi esce per incontinenza. Più sotto, sento il raffrenarsi perché dire troppo non conviene mai. Spesso le chiusure si sospendono, lasciano i compiti per casa, le soluzioni aperte. E cosa c’è di meglio di una chiusura che apre?

Gli aggettivi non ridondano, c’è una ricerca delle parole nella memoria, non nel vocabolario, si sente che esse portano ad altro e affascinano. Mancano, o sono rare, le similitudini e quindi è attenuata la voglia di trarre un insegnamento generale dal particolare. L’aforisma però è presente, la sua asciuttezza ammalia lo scrivere. È pur sempre un po’ moralistico, ma ha la funzione di mettere in ordine le idee e aiuta chi si contrappone: a nettezza si risponde con nettezza.

Complessivamente è il giorno a fare da padrone: ciò che accade urge e trabocca. C’è un piacere nell’urgenza, ovvero quello del consumare perché il tempo lineare non concede ripetizioni. Emerge la necessità di avere più tempi a disposizione, e lasciare che ognuno possa dare ciò che può. Sono scritti notturni o diurni, formazione che è salita, con gioie e fatiche inattese. Insoddisfazione, che implica necessità di soddisfare. Perfezione e innocenza per andare oltre alla realtà, così imperfetta e complicata di colpe non sue. Autoironia e consapevolezza dei limiti messi in una tensione febbrile, vissuta molto più dentro che nelle parole che anzitutto parlano al sé. Priorità, per fortuna, alterate rispetto a ciò che conviene ed è utile. La ricerca di un equilibrio non è pace, ma oltre. E in questo oltre c’è il futuro.

saper voler bene

Il prete ha detto: sapeva voler bene. La chiesa era piena. L’ha notato anche lui, il prete, sapendo che non capita in questa stagione.

Saper voler bene non è da tutti, non l’insegnano. Neppure in famiglia, e così bisogna imparare da soli. Tutti, o quasi, chiedono qualcosa, hanno un bisogno, una ferita, un buco da colmare. Chi sa voler bene, ascolta e fa quello che può. Tiene il cane, il bambino, la spesa, sposta un mobile, guarda negli occhi. Restituisce affetto alla paura di non essere ascoltati, capiti, amati. Voluti bene, insomma. E non serve sapere molto, anche se lui sapeva molto, è la semplicità dell’ascoltare, dell’avere principi e del vivere in conseguenza, che dimostra il voler bene. In chiesa c’erano molte persone diverse che non si conoscevano, il voler bene è egualitario, guarda negli occhi, si mette allo stesso livello. E’ uno stare tra gli altri che rende la presenza, parola.

Non so cosa credesse davvero. Penso alla religione. Di sicuro credeva all’amore. Lo perseguiva vivendo. Questo partiva dal suo cane e finiva nella persona incontrata per caso in quel suo angolo di strada dove lavorava. Lo faceva con naturalezza, con tutti gli errori che fanno di un uomo, un uomo.

Faceva caldo nella grande chiesa. Pensavo che la differenza tra noi è proprio nella capacità di saper voler bene. Che magari voler bene significa dare ad altri per restituirci qualcosa. Qualcosa che ci manca oppure che è la necessità di protenderci per toccare una mano; che è poi come toccare un cuore. Magari è un bisogno che abbiamo tutti ed esprimiamo in linguaggi differenti, troppo rigidi. Pensavo. Oppure è un bisogno troppo grande che devia e non dà nulla e chiede solo, e così genera tristezze infinite, perché non verrà mai colmato.

E pensavo anche che dipende da noi imparare a voler bene.  Che nessuno lo insegna perché è eversivo e cambia le cose oltre alle persone. E’ rivoluzionario saper voler bene. Lui lo sapeva fare. Così, io che non amo le cose fuori ambito, guardavo e sentivo quella strana cerimonia che facevano per lui, prete compreso, come bella e adeguata. 

pulviscolo

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Dopo aver arieggiato la casa di primo mattino, venivano accostati gli scuri delle camere fino a lasciare una lama di luce e d’aria. Attraverso quella fessura, le cose all’esterno,  diventavano puro colore. Anche quelle usuali e sciatte, pur viste mille volte con distrazione, diventavano nuove e misteriose. E attraverso quella lama di luce diventava chiaro un universo danzante di pulviscolo: nell’aria apparentemente immota, s’ agitavano cose sconosciute.

Ero incantato. Saggiavo  la luce per sentirne il calore. Agitavo l’agitato cercando di scompigliarlo. Muovevo le mani piccole e poi mi fermavo: erano quei minuscoli riflessi che rimettevano in riga me, catturandomi per incantamento. Vivevano, loro, dell’ aria che non sentivo.

Poco lontano, oltre la penombra, le voci care, parlavano piano, perché d’estate anche la voce sembra fare caldo.

A volte bastava un filo d’aria per gonfiare le tende e sentire un fresco che non sarebbe durato, ma sembrava l’eterno cambiare in bene la fatica.

unter den linden

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Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.

Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.

O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.

C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.

E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.

C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.

Un anno in più. Uno dei tanti.