la misura dell’amore

Ma come facciamo a misurarlo questo bene ? Non si può. Oppure è come quando ce lo chiedevano da piccoli? Quando allargavamo le braccia…

Quanto più si include l’altro e lo si rispetta gli si vuole bene, una misura non è possibile darla, come spesso non è possibile spiegare razionalmente perché vuoi bene o ami una persona. Se tu vuoi un’unità di misura depositata e che va bene per tutti non credo esista perché non c’è una misura dell’anima, ma se ti senti pieno dell’altro e insieme te stesso, tu sei la misura.

Ci sono delle cose, troppe cose che prendono, che affascinano, che attirano, che stimolano, che arrivano da questa persona, allora devo dimagrire o crescere in altezza per avere più spazio per contenere più quantità di bene.

Dovremmo dire che in amore il pieno e il vuoto coincidono quando si dice che si sente un vuoto allo stomaco e al tempo stesso si è pieni di qualcosa di indefinibile.

È il vuoto per una mancanza che magari è solo lontananza o malinconia o nostalgia.

Credo che quel vuoto corrisponda alla parte di noi che è stata messa nell’altro.

Può essere, però nel contempo ti ritrovi e ti senti più pieno.

Ecco questa è la misura dell’amore: una pienezza che cresce e non tollera l’assenza.

 

 

quanto ci si impiega a raccontare una storia? ovvero il treno delle 5.50

Per chi è sul treno le rotaie sembrano sempre andare, si va al lavoro, a studiare, si va a casa. A qualsiasi ora. Ma quelle che portavano quel treno alle 5.50, sembravano ferme. Cinque, sei, carrozze, stradipinte da graffitari senza fantasia, con i vetri perennemente opachi di polvere e colore, ti accoglievano con uno sbuffo di caldo umido e di luce sporca di giallo. Poi quando eri dentro, nell’odore di tendine mai lavate, di vinpelle impregnata di umano, di avvallamenti ancora caldi nei posti appena scesi, si sollevavano sguardi verso di te e i nuovi che avevi attorno. Sguardi distratti, scivolosi, unti sulle ragazze, ma sempre poco interessati, tendenti a ricascare verso il basso, verso le ginocchia o il volto che stava davanti per riprendere un filo di una conversazione fatta di sospensioni. Più spesso gli occhi si chiudevano, il vagone era pieno di sonni interrotti, di bocche semiaperte, di lucide scie di bava e di teste ciondolanti. Surriscaldato o gelido, il treno, nei suoi vagoni mai uguali, invariabilmente sporchi, portava in una serie di stazioni fatte da un marciapiede e un orologio. Tra l’una stazione e l’altra, luoghi vuoti, fatti di scarpate, caselli, passaggi a livello e campagna fino a un momento prima dell’arrivo Poi tre o quattro persone apparivano dal nulla e salivano, mentre altri pochi scendevano, ancora attoniti per il sonno ferroviario interrotto, indecisi sul dove dirigersi. Finché capivano davvero dov’erano e andavano verso una bicicletta o un caffè.

Quelle stazioni avevano nomi inusuali e binari, certificazione di esistenza in vita di paesi e comunità che di certo facevano e vivevano, ma non c’erano nei pensieri comuni, vuoti notturni d’inverno, scie di luce sfolgorante nell’estate. Luoghi che si guadagnavano una notorietà preclusa alla stazione di partenza con l’altoparlante muto che non annunciava ritardi, arrivi e partenze.

Eh sì, quello era un treno che partiva dalla grande stazione senz’annuncio, dopo la vittoriosa protesta dei residenti per ottenere un po’ di sonno fino alle sei. Così l’altoparlante era muto sino a quell’ora, per questo, qualche volta l’avevo perso, complice lo scambio dei binari che restava nei sussurri dei capistazione e dei quadri luminosi, mentre le gambe e gli occhi ancora pesanti portavano allo stesso luogo. Quanto si è stanchi di prendere un treno così? Tantissimo, solo che quel treno era il lavoro e la sua liberazione, era la presenza di un’abitudine che si voleva cambiare e trattenere. Era anche la compagnia di persone che si ritrovavano e a volte condividevano pezzetti di vita. Era nato pure qualche amore su quel treno. Di certo inviti per un sabato sera, per una festa, per una domenica al mare. Trovavo i soliti compagni di viaggio, alla fine ti tenevano il posto al ritorno, tra essi, due ragazze che studiavano nella grande città, da sempre in competizione con la mia, quello era il treno che le portava dalla cittadina in cui erano nate. Guardando i libri che non riuscivano a studiare, c’erano state domande, sorrisi scambiati, un interesse che cercava di capire e di non essere invadente. Psicologia spicciola, e dopo le domande serie, lo scherzo era diventato prevalente. Un gioco si era costruito da sé ovvero l’immaginare le vite, oltre la fisiognomica di chi saliva e scendeva. Lo dicevamo a bassa voce per non irritare suscettibilità. Si associavano le stazioni con gli abiti, con il lavoro presunto, si fantasticava e si rideva,  

La sera era diverso, c’erano discorsi più seri, spesso politica, un gruppetto che giocava a carte, alcuni che leggevano, altri silenziosi. Stipati più che al mattino, molti in piedi col sudore fresco della corsa per non perdere il treno, d’estate persino i finestrini aperti. Poi il panorama con i suoi riferimenti. Le persone si alzavano riconoscendo un albero, un casello, un luogo vicino a casa che non avevano mai visto se non dal treno e scendevano con passo elastico, salutavano, avviandosi verso una vita, una cena, una carezza, un sonno. 

Ogni giorno feriale così, ogni mattina dal lunedì al venerdì, il treno partiva e arrivava, poi il sabato non si sapeva, forse cambiava l’orario.  Con le abitudini che si consolidavano, le domande sulle persone che sparivano, le confidenze e i silenzi. Una vita sospesa tra due punti in attesa di un segmento. Piccole attese, racconti, vita vera e immaginata, felicità e noia combinate nella sospensione che collocava le persone in un mondo altro. Venivano raccontate vicende e fatti, si sovrapponevano le voci, si sorrideva o si restava in silenzio, entrando in altre vite. Per un’ora o poco più, il tempo di un viaggio, questo dovrebbe essere il tempo delle storie che sono, come i treni e le rotaie, sempre in andare e nascono ogni giorno e continuano.

Oh sì che continuano.

gli amori del limite 1

Nei confini, che a nessuno davvero appartengono,  
c’è un luogo dove tutto accade e resta immobile in attesa del farsi,
lì vivono gli amori del limite,
E sembra ci sia una sfida
a cercare ciò che è oltre il sapere di noi,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia
che appena prima era erba,
un verde senza pensiero,
e ora prefigura una stella in cui s’annodano energie convergenti,
dove c’era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
sente il sospiro dell’attesa per la stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge in cima ai muri
mentre il sole lo rende diamante.

hanno ragione

Mi coglie spesso il senso del limite. Leggo scritti di grande bellezza, vedo immagini inarrivabili per poesia e tecnica, colgo il senso del ritmo, la densità di significato, nelle poesie di chi davvero è poeta.

Questo induce la bellezza, il capire che la propria originalità può sfrondarsi degli aggettivi importanti e diventare domestica.

Parlare e mostrarsi, è concepibile con questo limite breve da superare, sapendo che l’infinito è altra cosa, ma che anche la fine della strada è altra cosa.

Per chi, scrivere o fotografare, o anche solo parlare, allora, se non per l’esiguo gruppo che legge, guarda e ascolta. E perché non continuare la ricerca del proprio, piccolo assoluto che sarà condiviso o criticato, ma avrà comunque un colloquio, un’attenzione. Scrivere, fotografare, mettere assieme impressioni in limitati versi diviene colloquio profondo con sé e con qualcuno. Basta saperlo, avere la giusta (quale sarà davvero il limite di giusto) autoironia, sapere che resterà poco più di nulla, ma resterà qualcosa. Per poco, per il tempo che dura un discorso che ci lascia soddisfatti di aver parlato e ascoltato: impercettibilmente diversi.

Quando si dice a qualcuno che si è felici del suo esistere, credo dipenda (anche) dal fatto che c’è un filo tenue che unisce ed è il comunicare reciproco. Un mettere a disposizione, assieme, con leggerezza, il senso che l’assoluto è altra cosa, ma che ciascuno ha un modo di porgere il proprio limite e che questo limite è fatica gioiosa. È il bimbo che ci accompagna che si meraviglia e mostra la sua scoperta. Non si cura se ciò che per lui è nuovo, sia o meno conosciuto, ma ne vede la bellezza per la prima volta e di questa novità vuole dire la sua gioia. Il bimbo non sente il limite, non ha timore di essere libero, si stupisce della parola nuova, sente il suono e il significato che la mette in un dire mai sentito prima e la porge. La ripete ad alta voce, l’aggiunge ad altre che la mutano e fanno un discorso, parla di ciò che sente. E sorride 

Hanno ragione, lascia perdere l’universale, accontentati di leggerlo altrove. Guarda il bello e fa in modo che ti pervada, poi quello che ne verrà fuori sarà un’approssimazione. Di te, un po’ profonda anche nella banalità, perché si è ciò che si si scopre di se stessi, non la maschera, l’apparenza, il compiacere. È il senso di un cercarsi e di un dare misura senza pudore. La nudità ingenua che mette assieme senza troppo timore, trattenendo l’eccesso, la sguaiata esibizione.

Hanno ragione, c’è troppo clamore attorno, il cielo viene ripetutamente sfondato e tutto si spegne in fretta. Approssimarsi con pazienza è un fatto personale, da condividere con pochi, con l’urgenza felice che ha ogni scoperta che facciamo su di noi, su quello che ci sta attorno, su come leggiamo la realtà.

C’è un genio minuscolo che ci accompagna e stupisce, basta ricordarsi che è un dono che portiamo dentro. È il nostro modo di crescere, e assomiglia a noi anzitutto, se poi qualcun altro lo condivide questo ci fa sentire meno soli, non meno unici.

 

 

 

 

non in mio nome

noi siamo quello che scegliamo di ricordare

primo levi

E siamo anche quello che scegliamo di vedere e di sentire, perché nessuno potrà dire di non aver saputo ciò che accade in Italia e nel mondo.

Se dico non in mio nome disconosco chi persegue ciò che aborro, non ho più la stessa cultura, lo stesso sentire. Mi allontano da lui come vicino, rompo il vincolo di solidarietà che accumuna chi nasce in un luogo e ne sente l’identità .

Questo il danno tra noi resterà nel tempo, ma è poca cosa di fronte a chi muore affogato. Chi poteva salvare non l’ha fatto, si è girato dall’altra parte, o di più, ha dato consenso all’inumano dicendo di dolersi per queste morti mentre non fa nulla per evitarle. In queste torri di egoismo soffochiamo ogni principio che riguarda la vita.

Non in mio nome state facendo quello che fate. E se non ci sarà una Norimberga che vi giudicherà, il baratro che state scavando è tra le persone; non sarete mai perdonati.

 

 

 

 

il fu mattia

Desiderio d’ordine e d’una tregua d’innocenza:

disporre, allineare, tracciare la mappa del muoversi, per ritrovare,

ritrovarsi.

Guardare l’anima nel ricordo per poi andar via.

E sparire, portare sé altrove.

Come fosse un castigo generare un’assenza immemore, la sospensione d’una scia.

E la vita, che non si azzera ogni mattina, col caffè nuovo apre il giorno. Altrove.

Come ora, come allora.

Se mi guardo faccio un passo indietro: dovrei trafiggere qualcuno con una colpa.

Non lasciar scampo, essere ingiusto sino al parossismo,

considerare i miei pochi capelli e poi sciogliermi in un tramonto.

Ma sarebbe perdonarmi, ed io non ho misericordia.

Come Nessuno, come Ulisse, come chi non sarà mai solo marinaio.

 

 

 

chi resta e chi parte

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Ci sono i riti della politica che si ripetono, l’eterno congresso del PD, l’ostentazione del tutto va bene dei due gemelli di governo, la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro, mentre altri, i fortunati, giocano a fare i giovani a 70 anni.

C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia sposata anche da chi doveva difendere chi poteva dare di meno e non ha attaccato il familismo, vecchia malattia italiana di chi ha potere e denaro. Pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porta anche la colpa e quando si sente la colpa di qualcosa la tentazione è di scaricarla a qualcun altro.  Come in quei giochi da bambini dove ci si ricorreva per attaccarsi una parola. Come fosse una peste che poi si sarebbe passata ad altri. Ma era un gioco. Ora si è fatto serio e che il nemico sia quello che ha ancora meno e che accetta di tutto per non morire di fame non era scontato. Ci hanno messo poco a creare un feticcio, un capro espiatorio che nascondesse le responsabilità vere e la colpa di tutti di non essersi interessati per davvero che le cose mutassero.

Avete notato che di dignità si parla sempre meno, nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà la dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero, casomai vi verrà detto chi odiare e sarà la persona sbagliata ma non importa. Quindi non resta che competere, i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica, la sinistra in primis, il fantasma di quello che fu il più grande partito di sinistra dell’occidente, ma se questo non accadrà, resteranno i cani sciolti dal dogma, chiunque pensi davvero che gli uomini valgono qualcosa.

Chi resta e chi parte. Chi si rifugia nell’attesa, di aver torto, di non sentire gli scricchiolii della rovina, chi si affanna e intanto fa quello che può. Ma quello che si può serve o non serve se non è incanalato in un fiume in cui ci siano tante vite personali, tante normalità, l’eccezione  di ciascuno, una marea di privato e il politico a contenere il tutto. Avremmo bisogno di una tessera di consapevolezza: so cosa accade, non mi piace, voglio altro, discuto su quest’altro da persona libera che lascia liberi i bisogni, li fa esprimere, dà loro una risposta non un contentino.

Invece bisogna tener calme le masse: è l’imperativo del potere, cari anarchici regimentati, messi nell’illusione di realtà che vi raccontano che saranno vere mentre intanto dovete accontentarvi del racconto.  Non di ciò che vedete e sentite ma del simulacro della realtà. Non si parla di futuro ma di presente, la realtà è adesso e ora, per questo c’è chi parte e chi resta, ma è già partito, è andato. Non gioca più.

Patria sì bella e perduta, smarrita, dispersa in una cosa che non esiste e che viene chiamata popolo, ma sono istinti, ignavia, infingardaggine, baciamo le mani, genuflessioni e furia. Senza nome, né luogo, che appartiene a chi indica una strada e mostra un trofeo. Guardatelo bene, è il feticcio, la vittima sacrificale che non muta la vostra condizione, è lui la soluzione dei vostri guai? È lui che vi cambierà la vita, lacero, indifeso, reso inutile per calcolo, è lui che vi darà ciò che non avete difeso, la dignità. È togliendola a qualcuno la dignità che si passa la peste che ci si porta addosso?

C’è chi resta e chi parte, ma sono i cervelli che non mettono assieme, che non aggregano le forze, così ogni sforzo diventa inutile e il popolo da sovrano diventa cosa, servo del primo duce che lo saprà incantare raccontandogli la favola che tutto è semplice e basta prenderlo, che i migliori vincono sempre, che l’onestà è dietro l’angolo. E invece sono i furbi che sopravvivono e prosperano, gli altri cercano chi odiare per soffocare la propria inanità e tendono la mano.