la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.

qualcuno dentro di me narra qualcosa

La notte faccio sogni strani, avversi o concordi, spesso interessanti. Finiscono con naturalezza come avessero detto tutto quello che c’era da dire. E se li interrompo riprendono. Qualcuno dentro di me narra qualcosa, mescola le carte, fa giochi di prestigio, sembra un professionista di un’altra realtà. Ha delle regole che non riesco ad intuire bene, ma qualcosa ormai ho compreso.

Il giorno è anarchico di volontà, oblomoviano e ripetitivo, la stessa parola anarchico è troppo seria per definirlo, ha  consuetudini che si mescolano e che danno origine ad impegni. Tutti labili e faticosi, nessuno o quasi che davvero sia importante, c’è la consapevolezza d’un naufragio avvenuto e di un salvamento che non è salvazione, ma una vita è stata regalata. Che faremo di noi, viene da dirlo per diluire la responsabilità, ma ciascuno davvero farà di sé ciò che gli viene. Per scelta o ignavia, come sempre, l’importante è capire che tutto ciò che assomiglia al prima non è autentico, sono cattive imitazioni di ricordi.

Prima non era così e non era neppure bello, possiamo salvare la giovinezza perché ha generato ciò che ne è venuto: amori, passioni, delusioni ed errori senza pensarci troppo. Tutto maturato in un’età che procedeva per suo conto, con grandi decisioni ( così pareva) e la percezione che qualcosa se ne andava mentre altro arrivava. Il difetto stava nell’essere tutto in questa realtà, mentre trascuravamo l’altra, quella dei sogni.  Per questo ora si ripresentano a chiederci se abbiamo ancora voglia di vedere le cose impossibili, di praticare inutilità e di tenerci stretta la capacità di sognare un mondo differente. Dentro di me qualcuno mi narra di un mondo con regole che non fanno male e ammaestramenti lievi, mi parla di un compagno di strada che cammina con me, con noi noi, e ha voglia di ridere facendo cose serie.

retrobottega

Ci sono attese senza oggetto preciso, incontri che conservano la piacevolezza del vedersi, nell’ascoltare la voce. C’è un persistente affetto, ricordi comuni, qualche passione condivisa e passata. Le parole possono entrare nell’intimità eppure ad una lettura più attenta si rivelerebbero scambi usuali di notizie. Solo che hanno un significato, un calore piacevole e una persistenza nel futuro. Generano, fanno intuire l’attesa di qualcosa che potrebbe accadere e non accade. Credo che questo motivi ancor più la voglia di vedersi. In fondo trattiamo cose al limite della libertà e del piacere, ciò che si ripete ci costringe all’insofferenza, abbiamo un costante bisogno di certezza perché tutto è insieme sicuro e precario. La tranquillità è la condizione che non fa temere, che aggiunge tempo alla riflessione, motiva il gesto, colloca le priorità. E invece ben oltre a chi ci regala fiducia, si sceglie costantemente l’equilibrio instabile del correre, del provare con paura, non che se ne possa fare a meno ma c’è una misura che viene superata e da quel momento sembra impossibile fermarsi. Si rimandano cose importanti, le passioni sottostanno all’imperio del dover essere più che al mostrarsi come si è. Un giudizio costante sembra necessario e ci toglie la piacevolezza innata del fidarsi. Oscura quello che viene considerato poco adeguato, l’ingenuità e la sua bellezza. Come dovessimo essere/avere comunque altri e altrove. Così non si hanno ragione per le stanchezze senza apparente fatica, per i malesseri difficili da narrare e magari basterebbe lasciarsi andare in quella fiducia che ci regala il mare nel sostenerci, l’amore nel suo naturale confermarsi. Soggetti al bene di vivere, dare ad esso il giusto merito e coglierne la costante serenità.

È il riposo tra le cose che teniamo nel retrobottega, dove nessuno, oltre a noi, dovrebbe entrare e tanto meno l’ordine. È il luogo dove le cose si affidano a noi, sanno che le conosciamo, che il loro posto è definito, che ci fidiamo di loro. Sono cose, anche noi abbiamo dentro cose che attendono, che conoscono il nostro amore per loro. Non c’è nulla da mostrare e tutto è utile, serve, magari non subito, forse un giorno o forse mai, ma sapere che le cose esistono ci permette di cercarle. E non mancano mai le sorprese perché, sembrerà strano, dentro e intorno a noi, c’è molta pazienza e gioco nell’attesa di essere scoperti. 

 

 

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tempo perso

Tempo perso quello degli amori scombinati, delle attese insoddisfatte, delle attenzioni gettate, dei pudori che già scelgono, delle scuse e dei pretesti, del non essere pronti, delle mezze bugie che sono sempre una bugia intera, delle parole importanti non dette, di quelle incautamente pronunciate.

Tempo perso e non recuperabile in speranze che erano nuove per davvero, tempo sbriciolato oltre il limite che avremmo tollerato, ma che era impossibile usare altrimenti. Tempo atteso, trepidato, mille volte consultato su un orologio riottoso. Tempo dove le alternative si spegnevano come i sensi di colpa, tempo senza limite che pure aveva già esaurito il suo tempo. Tempo che non aveva alternative, eppure ce le rammentava tutte. Tempo che si chiudeva in sé come in uno scrigno, che generava un ricordo, che non voleva una ragione mentre si accantonava. Solo tempo parte dell’infinito tempo.

Possiamo dirci che si sarà almeno tentato, e tentare è mettere davanti a una scelta un fatto, qualcosa di concreto, ciò che mette da parte ciò che poi non è venuto.

Resta l’altro tempo che usa la ragione e vorrebbe un motivo per come eravamo. Cosa possiamo raccontargli se non che senza il tempo perso noi non saremmo ciò che siamo: una speranza che non accetta di essere mai delusa senza un ulteriore tentativo.

de lusione

Cosa accomuna l’offerta musicale, la luce del sole ormai indiretta che proviene da una finestra sul tetto, il susseguirsi delle mail e dei messaggi di whatsapp della giornata? Nulla, penserai, se non che i primi due, pur cangianti sono come te li aspetti. Anche nella sorpresa che può indurre un’ esecuzione nuova o il particolare angolo di rifrazione della luce che sceglie chi e cosa illuminare mentre percorre la stanza. Ma se pensi a ciò che riceviamo e magari non è in risposta a una nostra mail, allora i messaggi si collocano in un idea che ti eri fatto di una persona, di un gruppo, di una situazione. Penserai che sono troppo vecchio, per intravvedere un esito che muti le attese quando esse si sono consolidate. O corrispondono o de ludono. Non importa che esse siano conformi esattamente all’attesa ma è essenziale non la capovolgano. In fondo ciò che costruiamo negli altri, nelle situazioni è una nostra immagine che poi si codifica come un gioco, un ludus dove le parti sono ben determinate e le sorprese sono nel vincere o perdere, ma anche nel ridere o nel dispiacersi. Tutto dura lo spazio di una partita, dalla quale poi si smette o si ricomincia con le stesse regole.

Penso, che le cose avvengono così anche nei rapporti umani: ci sono delle regole, che si presuppongono comuni, sulle quali costruire un dialogo, una comunicazione. Queste ultime si approfondiscono e si apprezza l’altro, lo vede nelle parti che non sono immediatamente esposte perché i silenzi, le mani, le espressioni del viso, le parole che scivolano senza controllo, precisano il quadro e stabiliscono quella cosa che si chiama fidarsi. Ci si fida l’uno dell’altro dopo un rodaggio comunicativo come si fa con il gioco e non si bara. Quel quadro che si è costruito nella nostra testa e che ha molte corrispondenze, non è parte del gioco è la condizione del gioco stesso e non lede la libertà dell’altro, casomai ne è una rappresentazione che si corregge in corso di conoscenza. È l’inatteso assoluto che ribalta l’immagine, guasta la comunicazione e toglie la condizione del gioco, ovvero la fiducia.

Ecco sei deluso, penserai. È vero, hai ragione, penso all’eccesso di fiducia e quindi sono deluso da me stesso. L’altro non è mutato, sono io che ho sbagliato e che ho creduto d’aver compreso o peggio mi sono attribuito la capacità di mutare le cose in modo che ciò che dissonava diventasse sequenza inattesa ma concepibile e sorprendente della melodia. Questo è ciò che fa l’offerta musicale, che inventa il nastro Moebius senza che esso fosse nato e anche il sole lo fa, giocando con le cose che fa scoprire e testimoniando l’ignoranza di ciò che ancora non si è colto. Quindi esiste un perseverare del bello, del vero che sorprende anche nel comunicarlo. Cosa differente la delusione che annulla la comunicazione successiva, ne impedisce la ripetizione senza giudizio; e quando subentra il giudizio la delusione si è già fatta strada, la comunicazione diventa circospetta: non si gioca più, non ci si fida più.

Così impari, penserai, ma non è vero, sarebbe buona cosa ricordarsi che illudere e deludere accompagnano le vite e che i facili entusiasmi riguardano il bisogno di una innocenza che si è perduta nel calcolo. Una comunicazione senza calcolo, senza secondi fini, ci sorprende e rivela bellezze non considerate, ma perché diventiamo diffidenti. E in fondo, mostra la nostra incapacità di cogliere tutto il vero e ciò che non lo è. Ma non è questo il peso, piuttosto è il non aver compreso che altro si celava dietro quel comunicare acerbo e che non ho voluto vedere, così mi riporto alla delusione di me. Non ho capito a tempo eppure i segnali erano evidenti e c’era un modo per non restare delusi: evitare l’illusione e non giocare. Ma che vita sarebbe quella che non ha un rischio d’essere delusi? Non mi lamento, non ridere e ascolta.

e adesso…

A Friburgo ci dovevo andare in autunno, e adesso…

Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.

Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.

Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.

Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo… 

un fazzoletto di verde

Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.

paure

C’insegnavano ad avere paure sbagliate,
a temere ciò ch’era naturale,
e l’esser coraggiosi,
era più per buon nostro nome,
che per conoscenza della vita.
Così nel momento della prova,
noi ch’eravamo preparati ad altro,
sentivamo stupiti,
il cuore correre alla gola,
la sua stretta estranea che serrava.
Non s’imparava nulla
e così anche il grido si spegneva
e tornava giù,
in fondo, verso le viscere,
dov’era il buio,
madre di tutte le paure.

ogni giorno una cronaca

Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare  che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.

Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.

I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.

Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.

p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.

 

25 aprile 2020

Questa festa della Liberazione ce la ricorderemo. Per il tempo che viviamo, perché tutto è uscito dall’abitudine, per le troppe parole d’odio che circolano, per la libertà minacciata in molti paesi e perché da troppo tempo è meno considerata anche da noi. Ce la ricorderemo questa giornata con le piazze e le strade vuote, con quel pezzo di Parlamento seduto, lega e fratelli d’Italia, mentre si commemorava il 25 aprile.

Ce la ricorderemo con così tanta Bella Ciao che mai si era sentita prima, dai balconi, nelle case, nella rete, dentro le persone, sulle labbra; sussurrata, cantata a piena voce, commossa, stupita e orgogliosa di essere da tempo non più solo italiana ma di tutti quelli che vogliono la libertà. Non se ne andrà Bella ciao perché non è un saluto ma una promessa, che ritma il cuore e il passo, che tiene insieme i pensieri quando non si capisce cosa accada attorno, che fa mettere la mano sulla spalla del vicino e lo fa sentire compagno con un sorriso. 

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, perché non basta sentirla la libertà, bisogna volerla, cercarla nelle azioni che si fanno e in quelle che si subiscono, e bisogna che la libertà sia dentro di noi, amata non solo pretesa.

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, con il Presidente che da solo sale all’altare della Patria. Sembrava solo ma mai era stato così tanto accompagnato dai pensieri di chi ama la libertà e mai ha avuto migliore compagnia.

Ce lo ricorderemo questo 25 aprile, che non somiglia a nessun altro, ne ricorderemo l’intensità e ne avremo bisogno per i tempi che verranno perché non è ancora arrivata la rossa primavera e ci lasciamo confondere da troppe necessità che si dimenticano di chi soffre, ha meno del necessario, non ha più speranza.

Ne avremo bisogno di questa festa della Liberazione per resistere e cambiare questo mondo che ammala, coercisce, toglie, impoverisce, nega la giustizia e l’eguaglianza mentre ruba a tutti vita e libertà. Ne avremo bisogno per essere fieri di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato la vita sui monti e nelle città, di chi è tornato e in silenzio ha fatto e sperato e troppo spesso è stato deluso.

Quella di oggi sarà una festa di Liberazione che non scorderemo, così diversa da non essere una celebrazione, ma una promessa, una consegna per il futuro. Un appello al cuore e all’intelligenza per uomini che amano la libertà, come allora, e adesso per costruire un mondo diverso, solidale e finalmente libero e giusto.