se

Se pensare alle cose accadute, alle decisioni prese e a quelle subite, servisse a ripassare la vita ed estrarne il meglio, allora quello che è stato accantonato e poi coperto di sabbia riemergerebbe. E servirebbe per parlarci di più, per guardarci negli occhi, anche in video chiamata. Se questo vederci servisse per verificare se il desiderio era tale oppure una foglia di fico, e se quanto ne è venuto dopo era reversibile oppure definitivo. E se fosse tutto questo rivedere che porta verso la domanda: era questa la vita che avrei voluto? Ma visto che la vita vissuta è comunque avvenuta adesso come la cambio?

Allora si capisce se quell’approssimarsi con fatica per capire davvero chi si era e che ha generato tutto questo costruire e disfare non è stato inutile. Perché è questa la genesi del nuovo che c’è dentro di noi, e davanti alla consapevolezza che si fa strada, persino la paura di essere davvero ciò che si è, scapperebbe a gambe levate.


le cose si esauriscono

Quando si fa fatica a dirsi qualcosa interessante, quando le cose scambiate diventano rito e abitudine e non portano allegria, quando finisce la curiosità reciproca, allora si è già accumulato nel rapporto uno strato di polvere grassa, quella che appiccica e non si toglie soffiando. È questa polvere che dapprima annebbia e poi oscura la superficie, spingendo in basso desideri, curiosità, pensieri da scambiare. Spesso si cerca altrove un senso all’eccezionale che fa parte delle vite. Oppure non lo si cerca neanche più, per stanchezza e mancanza di coraggio, e allora bastano le manie che incrementano i silenzi, i piccoli mondi solitari che sviluppano culture compensative che non vengono più scambiate.

Il disinteresse non si decide, lo si lascia, dapprima inconsapevolmente, dilagare, prendere il posto della curiosità e lo si fa diventare giudizio senz’allegria. Così accade anche alle idee che abbiamo amato, agli dei che abbiamo contribuito a far cadere, vengono sostituiti con nuove convinzioni che però non attecchiscono nel profondo e non generano nuovi entusiasmi: la disillusione confina e impoverisce il futuro quando non è passione vera.

Questo è un problema che riguarda chi lo avverte, ed è fatto di attenzione verso l’altro e di campanelli d’allarme. E solo noi possiamo risolverlo, sentendolo in agguato e sapendo che nulla fa più disastri, e male, del disinteresse. Anche a chi lo prova. Ci sono modi di pensare che vengono detti o anche taciuti e trasformati in azioni: se non ricevo attenzione allora non mi merita. Non comunica, attenderò che gli passi. Si lascia la mossa all’altro e si pensa che intanto non accada nulla. E invece accade, sta accadendo e sarebbe bene che fosse detto. Per chiarezza, verità, ma anche per capire se questa condizione può mutare. 

Oppure non interessa più che accada qualcosa e questa in fondo sarebbe la cosa più onesta da dire, ma quando succede ormai tutto si è sfilacciato, rotto e rimettere assieme le sintonie è una fantasia che ci si racconta. Come quella di chi si ritrova dopo anni di lontananza e dice che sembra di essersi appena lasciati. Non è vero, il tempo e la vita sono passati e le persone sono mutate, così quello che si riallaccia è qualcosa che omette e sostituisce la vita intercorsa con una fantasia di essa, e in realtà comincia da capo. Per fortuna è così perché altrimenti si riprenderebbe da ciò che ha rotto l’interesse reciproco.

È naturale che tutto ciò avvenga, ed è naturale che ci sia un processo dinamico che tiene assieme le persone, le idee e le cose, sono le convenzioni, le regole sociali, il codice civile che si preoccupano di rendere stabili le vite ipotetiche, ma noi viviamo e cresciamo non perché c’è una norma o una riprovazione sociale, bensì in forza di interesse, passione e amore. Emozioni e sentire che sono forti ed esigono impegno, sincerità e fatica. Forse basterebbe impararlo sin da piccoli e sapere che stare assieme è un’arte e un impegno, non un obbligo.

 

scrivo molto

Scrivo molto. Non come vorrei, né quanto vorrei. Mi piacerebbe che lo scrivere fosse la mia principale occupazione, ma non può essere così, e allora è fatto di ritagli, di fogli che svolazzano, di agende, di pensieri affidati al notes dello smartphone. Scritti, dimenticati, ripresi, ritornati, scomparsi. Pensavo che un blog fosse un modo per trovare persone che hanno lo stesso interesse, che scavano dalle loro parti e confrontano ciò che trovano. Un tempo lo era ora non è più così. Nel mio blog vengono pochissimi amici affezionati. Spesso mi piacerebbe sapere di più di loro. Chiedergli come vivono, come stanno davvero, parlare di impressioni, esperienze, vite. Poi mi rendo conto che questo mondo troppo spesso avvicina in modo strano il sentire ed è raro lo scambio.

Mi accorgo anche che altri passano per curiosità e scompaiono. Credo sia destino di chi scrive non sapere nulla di chi lo legge. Quali interessi suscita. Perché si è interrotta una lettura o cosa si è pensato di un raccontare che sembrava svagato. Sembra spesso un discorso che avviene in un solo senso. Per dare misura delle storie virtuali basterebbe pubblicare i whatsapp o gli sms che si susseguono. Qualcuno l’ha già fatto e ci ha ricavato due o tre libri, ma è un parlare diverso che sempre chiede e dice come si sta, cosa si pensa. E’ il momento e ad esso manca qualcosa: il contorno e la profondità. Manca il divagare, la confidenza di un’amica, il pensiero malinconico che non lascia, il particolare di una chiesa che non sarà mai vista da chi legge eppure ha suscitato curiosità. Come del raccontare il sudore d’una notte d’estate, o il canto dell’allodola prima che filtri la luce dalle imposte socchiuse, il sogno dal quale si è appena usciti, il rumore sommesso che arriva da una finestra vicina con sospiri e rumori d’amore. Tutto questo si può raccontare ma non racchiudere in poche parole.

Scrivere è un bisogno, un peso immateriale positivo che equilibra l’anima. Scrivere è essere ciò che si è, un gomitolo di aspirazioni, di ricordi, di attese, di delusioni e felicità improvvise. Dalla vita con il suo filo che corre ne è uscita una palla, un gomitolo con cui qualche gatto gioca e sembra fingere di capire.

In realtà continuerò a scrivere anche se non so che ruolo abbia nella mia vita. Nel gioco della psicanalisi ad un certo punto mi sono accorto di aver compreso parecchio di me. Potevo allineare tutte le manchevolezze, sapere da cosa si erano originate, ripescare gli incontri che mi avevano impaurito, cambiato, e quelli che mi avevano reso quasi felice. Ho visto l’origine profonda e quella banale di alcune malinconie, ho intravvisto il sauro che dorme dentro, dove si arriva a fatica e mai senza pagare pegno. Ho interpretato sogni, cambiato qualche piccolo atteggiamento e infine mi sono accorto che all’analista non avevo più nulla da dire perché parallelamente era andato avanti un discorso sulla carta che si era originato ben prima e che continuava per suo conto a interpretare, cercare, mettere in fila. Ci siamo salutati neanche tanto bene, voleva continuassi, ma non avevo più nulla da offrire che mi desse un senso differente ed era una consapevolezza profonda, come quella del non dare consigli, del considerare che i pesi si portano da soli e si lasciano nel giusto posto . Per me quel posto era la pagina, la penna, le parole che si formavano e venivano da una fonte comune che si era arricchita per strada, ma era sempre quella. Quella fonte ero io. Con tutte le emozioni raccontabili e non dicibili, con le manie piccole e grandi, le paure e gli scatti improvvisi di felicità. Ero io nel momento in cui camminavo senza meta facendo le stesse strade, nei pensieri che avevano il ritmo del passo, nei desideri e nelle delusioni. Ero io negli errori piccoli e grandi commessi, nel senso di fallimento rispetto alle grandi attese. Ero io che mi perdevo e che accettavo ciò che mi sembrava grande e alto, tanto da farne un pensiero che poi lo portava a terra e lo rendeva comprensibile, fattibile. Ero io che mi cercavo nell’inutile perseguito con acribia determinazione.

In questi giorni ascoltavo la lettura della Coscienza di Zeno e pensavo che il flusso ininterrotto di pensieri, con cui vedeva la vita mettendoci la giusta ironia, non gli toglieva la necessità di raccontare il sentire e così faceva Grace Paley nei suoi racconti in cui si guardava vivere. Di questi esempi ce n’erano a migliaia e tutti avevano scritto per una necessità che precedeva il bisogno di avere lettori, di sentirsi bravi e che quella fonte, di cui parlavo e che tutti abbiamo, si disseccava solo quando si era inutili a sé. Per questo ancora scrivo e continuerò a farlo, non per i lettori che vorrei mi parlassero ma per quella solitudine del parlar dentro che viene compensata o da qualche persona che arriva al cuore e non ha bisogno di bussare oppure dal far uscire le parole che dicono come e cosa si è. Parole come sangue che fluisce e circola in un corpo più grande, un dentro e fuori di se stessi che è l’abbraccio che posso dare a me stesso e al mondo.

(302) Vivaldi – Dixit Dominus (RV 594) – YouTube

 

due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

la tazza

Dalla gentilezza di una barista d’ hotel è arrivata una tazza per un bere lungo e caldo. Ha la forma aggraziata di chi è stato pensato per essere marchio riconoscibile di un luogo e di un pensiero d’impresa. La bocca, più larga del fondo, invita a sorseggiare. Il manico più ansato e profondo, a tener tra le dita il contatto con il calore. Il colore, bianco e azzurro pastello sembra posato da una pennellata larga e vogliosa di trama, ma ha una storia già in testa perché s’interrompe per lasciare posto all’ansa del manico che dev’essere bianco su bianco. La impreziosisce e rende inequivocabilmente femmina, il rosso bordo, una traccia che può simulare un rossetto corallo carnoso lasciato apposta e spalmato per essere condiviso.

Ha la presenza sommessa di chi aspetta la fine di una lettura, l’alzar d’occhi sorpreso dalla stanza e ancor preso dalla storia. Il bisogno di qualcosa di caldo che accompagni e racchiuda i pensieri ha allungato una mano. Ha cercato la tazza fumante, che ama quel silenzio e profumando l’aria. Il sapore si sofferma in bocca nei piccoli sorsi e ora gli occhi cercano. Manca solo una finestra con i vetri incorniciati nei riquadri di legno, il mare poco lontano che s’abbruna, mentre piccole creste d’onda rabbrividiscono di spuma alla sera. Dentro e fuori e poi ancora più dentro, i pensieri si sono arresi, abbandonati in balia del sogno e della realtà che parlottano tra loro.

tra pioggia e portici

La pioggia aveva spinto tutti sotto i portici. Chi col bicchiere in mano, altri con la compagnia dell’affanno d’una corsa recente, pochi con la cartella o un fascio di giornali. Bagnati i maglioni a righe grosse, i capelli e il viso, la barba; la pioggia era un gel che s’era abbarbicato ai peli. Bagnati gli impermeabili, fastidiosi gli ombrelli che non si sapeva mai dove mettere e appesi al braccio gocciolavano nelle scarpe. Imperava su tutto una musica nuova e insieme antica: un vociare sovrapposto, come di animale che dorme e alita rumoroso, risuonando riflesso dalle volte a botte o a crocera dei portici. Tutti avevano da dire e tutti nello stesso tempo, così s’incagliavano i discorsi, le voci si alzavano e spezzavano i ragionamenti. Nessuno ascoltava davvero, neppure quelli zitti, tutti presumevano e andavano alle conclusioni non dette e replicavano. Ciò che non era ancora detto diventava asserzione senza padrone. E così tutti avevano da dire, o assentivano o negavano in un muoversi di mani e di teste davvero singolare, da studiare in una specialità comunicativa nuova, ovvero quel dire contemporaneo e sovrapposto di teste e bocche e braccia che erano in competizione verbale ed esprimevano un senso e uno stile che ricomprendeva un’età. 

Le ragazze erano parte di questo mescolarsi di voci e bagnato. Meglio attrezzate, con cappucci e impermeabili di nylon, si esponevano di più, erano impavide, consce e già pronte ad andarsene per loro conto a casa di qualcuna. Non avevano bisogno dei maschi, non di tutti. Di quelli interessanti sì, e forse di qualcuno in particolare, ma era cosa loro. Avevano idee e consapevolezze nuove, libertà inusitate che stupefatti capivamo in un senso semplice: era finita un’idea su cui non avevamo mai riflettuto, quella dei vantaggi dell’essere maschio e il nuovo, loro, ci ricomprendevano in modo diverso. Questo ci confondeva, ma anche affascinava profondamente, come un’avventura di cui non vedevamo il limite. Era un orizzonte senza una linea che lo contenesse con infiniti colori che ne descrivevano la voglia di andarci. Comunque, le ragazze, se ne sarebbero andate, tutte o quasi, e chi restava si sarebbe ricomposto e ammucchiato a discutere e bere, finché finiti i soldi, sarebbe rimasto il parlare, il freddo incipiente e la pioggia, e il restare, perché le case a cui tornare non sembravano mai accoglienti ma erano una tana. Un rifugio, per poche ore e poi fuori di nuovo, all’aria, alla pioggia. Immemori e colpevoli degli impegni non onorati, delle fatiche evitate, alla ricerca del desiderio che diventasse concretezza e poi fare, essere, soddisfazione, dubbio, novità e problema. Animali senza una traccia da seguire che non fosse quella usata per anni e poi arricchita in aggiunte di amici, di bere, di fumo, di discorsi senza limiti che comprendevano l’utopia e la ragione. Parole, approfondimenti, incazzature e rotture infinite, in un prendersi e lasciarsi che spingeva in avanti il discorrere e l’andare in una specie di formalizzazione di ciò sarebbe accaduto. Un flow chart delle azioni essenziali di quella nostra età, per poi raccontarlo e capire che era un non essere mai andati via, ma solo un argomento e un sogno da realizzare in una vita ancora aperta e piena di possibilità. Un luogo del tempo, della stagione, del ridere e della miseria della condizione giovanile. Questo era il tema che assorbiva tutto: la miseria della condizione vissuta, con libertà piene sulla bocca dei più vecchi e invece piccole prigioni da cui fuggire per chi era consapevole che era prima di tutto un esercizio verbale. Una costruzione di mondi possibili, di speranze e di delusioni infinite che si spaccavano in mille maledizioni e poi ricominciavano daccapo.

 

altra spiaggia altro mare

Le pietre sembravano tartarughe assopite nella spiaggia. Le parole dei pochi seduti sulla terrazza, s’ammucchiavano in malo modo, interrotte da silenzi erano fiotti per riempire l’aria. L’aria separa, a volte più del vetro o di un muro, dipende da quanto ci si potrebbe abbracciare, ma questo accade ad alcuni e di rado. Davanti, e a fianco, giaceva la sabbia che teneva ben strette le conchiglie, rimasugli di cose e piccoli pezzi di vetro levigati, da far rilucere al bisogno. Sulla diga passeggiavano, illudendosi d’aver spartito il mare. Nei cuori c’erano sentimenti misti e vari, distratti dal luogo. Quasi nessuno guardava nel posto giusto e di ciò che mancava sembrava non ci fosse speranza di ritorno. Le meduse pulsavano tra le pietre frangiflutti, e a parte qualche bimbo che le additava era come non ci fossero. Eppure mai si erano viste così tante e così vicine. Un pittore dipingeva un capanno con una grande rete. La rete, ironica, lo guardava invitandolo a contare l’aria e a raccontare i fili che cambiavano colore perché in mezzo c’era il sole e nubi assortite come i pensieri di ciascuno. Ma le nubi avevano l’ordine e l’armonia dell’innocenza e così passeggiare era prendere possesso di qualcosa che fatalmente si sarebbe perduto. Ma così distratti e leggeri, a nessuno sembrava di perdere nulla e badava solo a scansare persone e qualche temeraria bicicletta impegnata a non andare in mare.

mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.

pulviscolo dorato i giorni

Tanti piccoli fatti si sommano. Ripetuti e singolari, un letto di cose di cui non si tiene memoria eppure sono indizi di vita. Stamattina mi hanno portato un libro ordinato in rete. Mi ha sorpreso quanto male sia stampato. Avere cura di ciò che si produce, diminuisce lo spreco e aumenta la stima nel mondo: sapere che le cose vengono fatte bene fa bene. Ma questo contrasta con il capitalismo, che non è, come dice Barnabè, la teoria che si applica in qualsiasi sistema politico perché è solo la differenza tra chi ha il capitale e i mezzi di produzione e chi ha invece , solo il proprio lavoro, ma è invece lo sfruttamento di qualsiasi cosa possa generare profitto, uomini compresi. E così per il mio libro si usa carta di qualità infima, nella minore quantità possibile perché questo genera guadagno e poco importa se è svilire il bello che quella carta porta impresso su di sé.

La mia rivolta è nei particolari, nei sogni, nei gesti inutili che diluiscono l’impero dell’utile. Credo nella continuità. Mi sembra sia un assioma che non contrasta con il nuovo e che include la discontinuità. Essere parte di qualcosa di più grande, consola. E da cosa dobbiamo/devo essere consolato? Dalla sensazione continua dell’insufficienza, dell’inadeguatezza. Il merito, teoria che parte negativa e diventa positiva sotto la spinta di chi spreme i limoni, è questo continuo premiare e togliere, mettere obbiettivi che devono essere superati e anche quando avviene, sapere che c’è un di più, genera l’insufficienza. Per questo scelgo la continuità, che ha pazienza, riesce a pensare, a vedersi e vedere. Poi quello che ne viene è di una insufficienza diversa, è la consapevolezza che c’è molto di più di ciò che posso fare e conoscere, ma intanto posso portare innanzi un particolare ben costruito.

Stamattina ho raccolto delle noci tra l’erba bagnata di rugiada. Cadono da un albero che avevo piantato nel giardino comune della vecchia casa. Era una pianta che mi aveva seguito, come altre, da una casa precedente. Leggo delle storie inscritte in queste piante che hanno visto molte persone, differenti epoche e sempre hanno dato senza risparmiarsi. Le noci raccolte le ho piantate sperando radichino e ne vengano nuove piante. Facendo queste piccole operazioni di speranza, ho pensato all’amore. Come esso passi e insieme muti e resti con una traccia che continua a riprodursi. Una traccia impersonale che non dipende più da noi, ma è dentro di noi. Iscritta in un dna particolare dei ricordi, del sentire, dei sentimenti. Impalpabile eppure molto fisica, che ha avuto tempi e modi di esprimersi ed ora in altra maniera si esprime. E aggredisce dolcemente quando non si aspetta. Danza in noi come pulviscolo dorato e per un attimo il tempo si ripete, come una domanda sull’infinita possibilità di ciò che non è stato, ma continua ad essere e riprodursi. Storia di tutto ciò che è attraverso noi vissuto. Questa è la continuità che non mente al nuovo e che tiene preziosa la memoria.