una vita da mediano

Poi le cose si aggiustano. Prendono strade trascurate o impreviste e tutto si ricompone in nuove domande. Ma quella condizione di soddisfazione e di benessere, non diventa permanente; come se il vivere fosse davvero un cammino, ossia un succedersi di equilibri instabili che alla fine, complice l’attrito, permettono un procedere, una direzione. Un raggiungere per poi ripartire. 

E cos’è l’attrito se non una trasformazione di energia, un mutare che si compromette per poter raggiungere l’equilibrio. Così il benessere è un insieme di compromessi, di silenzi, di emozioni tacitate e la quiete di una vita silenziosa, facendo le cose necessarie, il buono e onesto lavoro.

Questo benessere non è confrontabile con quell’altro, quello profondo, e infatti si sente che manca sempre qualcosa. Ma trovare un accordo con la propria indole, il daimon che ci dice cosa serve per essere davvero noi stessi. Per crescere, procedere verso la direzione che non è caso, né fortuna, ma destinazione innata e in quella non c’è attrito, né compromesso, ma vita come poteva e doveva essere per completarsi. Tutt’uno è un’opera d’arte: noi.

tempo che attende

Una sola vita non ci basta, forse per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli chiusi da cui è stato doloroso uscire, ma una vita diritta non ci piacerebbe.

Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non basti il tempo, l’unica cosa che c’è sempre a sufficienza, invece ciò che spesso manca è la voglia di viverlo.

Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite. E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che era un unico flusso la vita, che ciò che avrei provato non sarebbe assomigliato a nulla che già conoscevo, ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non si ricordava nulla, le lunghe teorie di false ricorrenze, tutto ciò che era stato senza apparentemente lasciar traccia. Così ora vorrei che le vite si moltiplicassero, e intanto vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero.

Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, il tempo, paziente, mi attende, mi lascio prendere da ciò che mi sollecita e se un pensiero m’ intenerisce lo accolgo con piccola felicità in cui mi perdo.

il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

primo ottobre: l’anima e la cocoina

Con pazienza e cocoina, la maestra ci insegnava a costruire scatole di cartoncino bianco. Contenitori di cose preziose, quelle che tu davi a me in cambio di figurine, e qualche monetina arraffata. 

Mi piaceva l’odore di mandorle della cocoina, il barattolo di alluminio, con il cilindro centrale che conteneva il pennello di setola dura, anch’esso d’alluminio, tondo e perfetto nella sua funzione. Nella classe eravamo in tanti e tutti maschi; a due a due nei banchi di legno: gli stessi in cui era seduto mio padre, con grembiuli neri e colletti bianchi, ben inamidati. Gli stessi calamai, i canotti porta pennini. Solo i libri erano diversi: era cambiato regime, ma i quaderni erano pieni della stessa didattica, aste e poi parole difficili da tenere tra le righe larghe. Cielo era una di una difficoltà terribile per quella i che non c’era nel cervello e neppure nel cielo azzurro che vedevo dalle finestre, così come per aiuola, la gomma da inchiostro cancella e ricancellava fino al buco nella pagina e alle lacrime. Per fortuna c’era la cocoina e il suo odore da sniffare, la sua capacità di mettere assieme e costruire cose che prima non c’erano e non avevano nome e poi semplicemente erano quello che gli occhi vedevano. Opere d’arte infantile, grandi, immense, nuove.

È ottobre, ora di fare la cartella, non lo zainetto come s’usa adesso. La cartella di cuoio era anch’essa ricca di odore di concia e pronto ad ospitare altri profumi. Cartelle da poveri in cuoio senza tasche esterne e cartelle da ricchi con la pelle lucida e grandi tasconi pieni di pastelli di legno colorato, marca Giotto. Eravamo tutti artisti come in quella scatola dove c’era un Giotto bambino accoccolato a disegnare su una pietra, con una pecora in primo piano e un Cimabue che osservava appoggiando un braccio ad una colonna mozza. Già sapeva che sarebbe finito al Purgatorio ma non si tirava indietro di fronte al talento:  Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, /  sì che la fama di colui è scura. Ma noi mica lo sapevamo e combinavamo disegni temperando e colorando, con quel magnifico odore di cedro e cera ancora senza nome. E si mescolava con l’odore della carta, dei fogli bianchi e rugosi o con quello dei quaderni, con copertina nera, il frontespizio su cui scrivere il nome e l’ultima pagina con le tabelline. Cartiere Pigna, generatrici di sogni e di spazi per la fantasia, raccoglitrici di macchie e lacrime, di disegni copiati con carta velina, coacervi di parole semplici, poche, per pensieri che erano inferiori al tumultuare del cervello in cerca di capire cosa diceva il mondo, ma necessari per imparare quest’arte dello scrivere in bella calligrafia con aste diritte e riccioli per le opulente lettere, valutate poi in pagella e foriere di un ordine interiore dove la forma si staccava già dalla sostanza. Chissà se Pigna o Fabriano sono ancora italiani oppure sono solo un nome nelle mani di qualche fondo pensione britannico o americano che non conosce l’odore bellissimo della carta. E chi conosce oggi, l’odore dell’astuccio di legno con il coperchio a scorrere, scrigno prezioso e macchiato ben presto di macchie d’inchiostro dal sentore di tannino che si fondeva con il legno piallato. Finché l’astuccio era nuovo aggiungeva l’odore del legno agli altri profumi degli oggetti custoditi e lo scorrere del coperchio li sprigionava mescolandoli al nostro profumo di sudorin. Poi sarebbe rimasto solo un odore informe e quello acuto del sudore, retaggio dei maglioni fatti in casa, imprigionati nei grembiuli, eccitato dalle furiose grattate alla pelle irritata, perché in fondo non eravamo pecore, dal caldo che si alimentava nelle corse d’intervallo, dal perpetuum mobile delle gambe sotto il banco, ma anche del gorgoglìo dei grossi termosifoni del silurificio di Napoli che emanavano ondate di calore polveroso quando la caldaia funzionava. Chissà perché un silurificio faceva termosifoni di ghisa con le zampette e grossi costoni decorati con tralci di fiori sconosciuti, anziché dedicarsi ai sommergibili. Non l’ho mai saputo e non era importante allora, come adesso, ma solo una frase curiosa e due parole nuove che nessuno avrebbe mai ripetuto più di una volta nei discorsi in casa, ottenendone sguardi stupiti che tradivano la preoccupazione su cosa facevamo fuori casa.

Età dell’oro, delle passioni senza nome, dei desideri semplici, del panino custodito nella cartella per la merenda, delle cose preziose come i pezzi di spago, un coltellino piccolo, le cartoline colorate a mano e la stagnola iridescente che avvolgeva i sassi che ti regalavo. I traslochi disperdono le cose non i ricordi, in quella scatola c’era la mia anima e lì dentro c’eri tu. Adesso che c’è solo un ricordo: a che serve l’anima?

l’età dell’oro

Ogni epoca ha avuto un’età dell’oro, qualcosa che c’era prima e in cui tutto era più facile e poi sono nati i tempi di piombo. Alchimisti alla rovescia, è l’insicurezza che ci rende tali e così il presente diventa l’unica realtà tangibile a cui aggrapparsi. Adesso non ci sono più le ideologie che fornivano speranze collettive, e mancando il futuro, il presente erode I sentimenti, li sostituisce con i desideri componendo puzzle dove non importa molto ciò che si compone ma piuttosto che comunque un’immagine ci sia e ci ricomprenda.
Di noi, in quell’immagine c’è la sostanza calda che fa vivere, il piacere o il sentire l’emozione che interagisce con il mondo interiore. Ci basta quando siamo svegli, occupati, senza troppi conti da pagare. Questo fa attribuire al presente una dote salvifica, fa presagire che il buono venga alterando la realtà, eliminando il non sopportabile. Così il presente senza futuro, diviene il coacervo e concentrato d’ogni sentire. E poco importa se è un vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Anche nei rapporti con il nostro corpo, oltre le palestre, le tecniche che modellano la superficie, servirebbe ricordare che esso è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza, che condivide oltre, che ancora ci parlerà se ha futuro. La comunicazione è questo, anche questo. E le domande possono restare senza risposte ma annebbiano il sentire e si accumulano in antri oscuri che ospitiamo e attendono le nostre solitudini, le stanchezza, i momenti in cui non riusciamo a immaginare che cosa abbiamo fatto e faremo per azzannare. In fondo la domanda che ci si pone nei momenti di agitata quiete; è questa la vita che sognavo dovrebbe essere sostituita con è questo il presente che ho sognato?

Ma c’è ancora spazio per una risposta se sappiamo sognare, c’è ancora un futuro in cui il piombo si trasforma in oro.

un sogno in blu

Il blu non è così diffuso in natura. Oltre al problema che i nostri occhi sono limitati e vedono quello che vogliono, pare vi siano questioni concrete di legami ionici e di strutture cristalline, così che un animale, ma anche un minerale, fatica meno a diventare terra di Siena oppure cinabro, piuttosto che essere blu. Poi con fatica e metodo magari blu riesce a diventarlo, ma non nella pelliccia, nella corazza o nella pelle, e si accontenta come l’ornitorinco, di un naso e di una coda blu mentre il resto funziona per suo conto in cerca della facilità dell’esistente. Certo che tipi bizzarri che pervicacemente scelgono il blu, ce ne sono, ma puntano anch’essi sul verde blu o sull’azzurro carico, come le balene oppure mescolano i colori dedicandosi al pastello che mettono in tavolozza sul corpo, pesci e scimmie compresi. Il blu è difficile in ciò che vive e si nasconde sornione tra colori più frequenti come il verde acceso o il marrone, mentre è più frequente nei minerali, complice il rame. Ben pestato in mortaio, il lapislazzuli ha dato consistenza a molti manti di santi nei dipinti, rivaleggiando con il rosso. Il problema del blu è che si associa al veleno, viagra a parte, e che ci sono ben pochi cibi blu. Le trote e qualche patata che insospettisce prima di saziare, i mirtilli, il formaggio blu danese e il cavolo, ma anche un astice ogni 2 milioni, nasce blu. Difficile contestare l’eleganza al colore che implica l’assorbimento del non facile spettro per lasciare la sua presenza, però stanotte imperversava nei miei sogni. E cosa voleva raccontarmi quel blu che faceva capolino tra una storia e la successiva. Forse la sua rarità che attrae, o forse l’anello di mio padre che da troppo tempo non porto, oppure la cautela con cui maneggiare le cose che hanno a che fare con la mia vita, attraenti ma al tempo stesso pericolose come le passioni andate a male.. Le passioni sono rosse, acceso o spento sia il colore, prendono dal sangue che fanno correre la loro tinta, diventano blu quando si raffreddano, quando non sono così mobili come dovrebbero e sono state raggiunte dalle muffe delle finzioni o falsità che contenevano. Allora il blu diventa un segnale su cosa contiene, o meglio può contenere il futuro, e quanto il discernerlo dipenda dai nostri occhi interiori. Quelli del sogno, ad esempio, che sempre vedono il futuro nel passato e che, come l’indole, hanno l’eleganza del muovere il corpo se l’animo è in sintonia. Quindi quel blu era un segno che chiedeva qualcosa che all’alba sarebbe diventato altro. Leggere i segni significa leggere se stessi, il proprio profondo e sbagliare, tracciarli e dar loro un significato che si capisce proprio attraverso l’errore così nel blu ho visto il suo complementare, l’arancione. Era l’alba, l’inizio, cominciava qualcosa e il cielo era di un blu intenso che sembrava contenere l’universo e le sue storie ancora da scrivere.

altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

vocazione

Si può dire solo come si vive, senza confronto, e si può solo ascoltare. Se esiste un obbligo di giudizio per appartenere a qualcosa, questo riguarda noi, la nostra sicurezza di essere come siamo. Così quello che ci attornia, la profondità di un rapporto, la stessa libertà del darsi fa parte della conformità a noi stessi.

C’è un daimon che attende di essere compreso, che determina le vite. La nostra anzitutto. E genera insoddisfazione finché non è nella strada giusta, quando ricerca di qualcosa nel posto sbagliato, oppure anche nel rapporto giusto. Sempre ci chiede di essere noi. Di mostrarci a noi stessi e di vederci.

Non è da tutti amare la ricerca di ciò che si è; meglio il conformismo, la leggerezza del posarsi appena, l’approvazione scambiata per amore nel come tu mi vuoi. Meglio conservare il certo e poco che indagare l’incerto. Non è questione d’età, ma di difficoltà. Scendere nel profondo di noi stessi, genera dubbi, mostra i limiti, ma anche la vera natura che dev’essere assecondata, sviluppata, dominata. Così il daimon diviene vocazione, determinazione a raggiungere la propria coincidenza, e ci si libera, per quanto possibile, della sovrastruttura di ciò che ci è stato insegnato come modalità di stare assieme, ma che corrisponde solo a soggezione a un senso comune privo di ragione e autore. E che costringe a piegare la felicità che è in noi, al caso.

Sapere che questa è la continuità sociale non basta per far emergere quella identità profonda che può rendere sereni e a volte felici, ma che è anche la condizione per dare un contributo vero agli altri, a chi si ama, ai nostri principi, a quella briciola di mondo che noi possiamo rendere differente. Per questo seguire la propria vocazione è importante e spesso controcorrente. E genera apparente solitudine per la difficoltà di trovare ascolto. Noi siamo forma e sostanza. Entrambe le cose, quando ci corrispondono, non generano colpa bensì vita che tenta, prova ad assomigliarsi, a sorridere fin nel profondo, a lasciarsi andare con fiducia a se stessi e a essere coscienti di ogni ricordo, ogni ruga, come un tentativo di vedere oltre l’apparenza.

Rileggendo cose scritte negli anni, alcune le raccolgo in cafeoulivre.wordpress.com, ritrovo un percorso fatto di tentativi, sconfitte, approssimazioni e importanze che si sono distillate in poche, essenziali certezze. Eppure posso dire due cose che mi riguardano, vedo il mio passato come un’acquisizione difficile di vita e sento che la ricerca non è conclusa. Ciò che ha occupato molta parte del mio tempo si è dissolto e ne sono uno dei pochi testimoni, ma questo non è importante in sé, lo è invece l’accorgersi e il capire quante delle presunte identità pubbliche sia stata forma e come esse siano esondate nel privato, dettando vincoli e comportamenti.

il sangue e la terra

La casa del Galiazzo era all’angolo di quattro strade, appena fuori della strada che portava al mare. Era una casa di campagna, grande, con una mura alta di mattoni e un largo portone di legno robusto che immetteva in un’aia di terra battuta. Su due lati c’erano le stalle e magazzini, i Galiazzo allevavano e commerciavano cavalli da carne, quelli pronti per il macello o utili ai lavori pesanti, li tenevano vicini a casa. Sul lato verso strada, c’era l’abitazione. Facevano anche i macellai e vicino al portone, c’era un bugigattolo di stanza, con le pareti imbiancate a calce, i ganci appesi al soffitto e un bancone di marmo, che serviva da negozio. Lì vendevano la carne al minuto, spesso ceduta a credito, che serviva per fare domenica alle famiglie della strada.

Dopo la casa dei Galiazzo, c’era un villino di mattoni faccia vista, abitato dal medico di condotta, con un bel giardino davanti e due siepi di bosso che dal cancello di ferro battuto portavano all’ingresso. Il villino era la più bella casa dell’intera strada che si dipanava tra i campi per curve e rettilinei, a tratti affiancata da un fosso e da una sequela di costruzioni basse con l’orto in bella vista, spesso a un piano o al massimo due. Le chiamavano le case di poenta e tocio, perché venivano costruite al sabato pomeriggio e la domenica, con mattoni e materiali recuperati altrove, portati di notte con carretti a mano e ammucchiati in attesa del sabato successivo. Crescevano lentamente, quando c’erano soldi per pagare la calce e le travi. La mano d’opera era costituita da parenti e vicini che ricevevano in cambio del lavoro, un pranzo abbondante di polenta e carne (poca) e molto sugo da intingere. La fatica e il cibo venivano dissetati con un vino duro, pieno di tannino che colorava labbra e bicchieri come inchiostro, era il grinton, fatto in casa, certamente genuino e senza pari per confronto di asprezza, ma in mancanza d’altro, aveva i suoi estimatori. Quelle case si aggiungevano le une alle altre, lungo la strada, occultando i campi retrostanti, dai quali era stato acquistato il lotto minimo necessario. Erano costruzioni con i pavimenti di mattoni o di graniglia pepe sale, molto abitate di uomini stanchi e donne sfatte dalle gravidanze, ricche di bambini che correvano a gruppi e bande lungo la strada e avevano sempre fame dopo pomeriggi passati a impolverarsi nei campi oppure portavano a casa mal di pancia e febbre, per la frutta acerba mangiata dai vicini che erano al lavoro in città e non potevano difendere la frutta sugli alberi.

La casa dei Galiazzo era un’ anomalia per dimensioni, ma anche loro, molti fratelli con un padre socialista come i figli, erano un’anomalia. La gente della strada, aveva imparato a non dire, a non essere, a rinunciare alla poca libertà posseduta prima e bisbigliava nelle case, ricordi di guerra e speranze di un futuro migliore, ma quasi tutti andavano ai raduni, più per curiosità che per adesione e quelli che non chiedevano l’iscrizione al partito fascista, erano come gli altri, silenti in osteria e decisi in casa a insegnare a non farsi coinvolgere.

I Galiazzi, erano tanti e li chiamavano al plurale, loro non avevano taciuto: erano socialisti da prima e tali erano rimasti. Così quando i fascisti avevano voglia di picchiare, quando volevano insegnare ai silenti dov’era finita l’Italia, andavano da loro, entravano con il camion, scendevano, inseguivano con i manganelli di legno duro. Le madri si nascondevano con i bambini. mentre i maschi, quelli che non riuscivano a scappare per le finestre in strada o per i campi, cercavano di difendersi, ma erano sempre pochi e gli altri troppi. Il sangue di quelli che restavano a terra, in mezzo alla polvere, scendeva fuori dal portone, fino alla strada, fino al fosso. Bastonavano forte i fascisti, anche se i ragazzi si difendevano e avevano muscoli e poca paura, non c’era storia, erano uno contro cinque, sei, sette, e a picchiare troppo non conveniva perché i manganelli spaccavano le teste ma le rivoltelle uccidevano.

Passare così la giovinezza era duro anche per chi aveva idee forti e ci furono emigrazioni, restarono i necessari per sopravvivere, i più forti che speravano che tutto quel nero finisse e che il sangue non inzuppasse più la terra di casa. Hanno resistito più del fascismo, alcuni dall’estero, erano tornati per la resistenza, tutti hanno festeggiato, ovunque fossero, per la libertà ritrovata. E la grande casa si era ripopolata perché dei tornati erano rimasti, il mestiere era rimasto il solito e attorno le case erano cresciute e fatte più belle. Qualcuno della strada era emigrato e poi tornato abbastanza ricco da iniziare un lavoro nuovo, anche il comune se n’era accorto e la strada era stata asfaltata, inglobando tutto quel sangue antico versato per le idee di fratellanza e di giustizia. La scuola era piena di bambini come una volta e i giochi per un po’ di tempo, furono gli stessi. Nella grande casa, come ovunque, i giovani d’un tempo, s’erano fatti anziani e le nuove famiglie dei figli non restavano con i genitori, chi era distante tornava una volta all’anno per vedere i vecchi. Anche il commercio era cambiato come i consumi, così alla fine la casa era rimasta quasi vuota e, sistemati i vecchi, fu venduta facilmente per l’ottima posizione. Adesso al suo posto c’è un condominio molto grande che sembra già superato ed è sempre stato anonimo, anche se gli appartamenti hanno i bagni e l’acqua corrente. All’inizio della strada è rimasto il capitello con l’immagine del Cristo che c’era allora, Il condominio è stato arretrato di qualche metro perché nessuno ha avuto il coraggio di togliere anche quell’identità alla strada.

Le vecchie storie sono finite come il grande fosso: tombate e trasformate in strada asfaltata, nessuno sentiva il bisogno di raccontarle e ritrovata la parola al bar e in osteria, ciò che si sussurrava un tempo in casa, ora era motivo per alzare la voce, ma senza la paura di un tempo. Molti pensavano che la libertà ritrovata fosse stata anche merito loro, per quelli che votavano adesso, ma non era così, avrebbero dovuto riconoscere chi si era fatto spaccare la testa per le proprie idee come un benefattore di tutti e invece, per loro, erano restati macellai e commercianti di cui raccontare le botte subite come un aneddoto, ma senza una relazione con la democrazia conquistata.

Sono tornato più volte in quei luoghi, la casa del dottore c’è ancora e anche le altre case sono rimaste, la speculazione ha eretto condomini che nulla avevano a che fare con gli orti e le casette, ma non ha infierito per carenza di domanda, così è come non fosse avvenuto nulla, che tutto quanto accadde allora fosse stato nelle teste di chi se n’è andato. Anche il ricordo si sfrange in un relativo che non è storia, non è terra, non è niente; e non è bene.

il vento dell’ovest

S’è levato un vento da Occidente che ha iniziato a scuotere piante e fili d’erba. Da noi, i temporali peggiori arrivano dal lago e non sono neppure temporali, ma castighi di grandine e vento, di pioggia a scrosci che vorrebbero atterrare piante e bestie. Gli uomini si rintanano nelle case, mentre gli animali s’impauriscono e stanno attoniti, respirando forte l’aria piena d’ozono prima di mettersi a correre solo per paura, di ferirsi contro le recinzioni, oppure si raggrumano in gruppi che si stringono con zampe, corpi, e teste, incollate come fossero un solo respiro, un solo battere di cuore.

Il vento è continuato indicando l’alto correre di nubi sempre più scure e infilandosi in ogni fessura, e finestra lasciata aperta, alzando le tende, gonfiandole di vita propria, trattandole come vele in mare e mentre le mani spingevano le imposte, tentando di chiudere ogni varco, sentivano la forza immane che fuori s’accumulava. Credo che per lui, il vento, l’immensa pianura d’alberi, fiumi e vite, sia campo d’un gioco di forza e la ricerca d’altri venti da combattere, sollevando polvere e cose solo per impaurirli. Così fino al mare dove si carica di sabbia tagliente e poi continua oltre la riva, la sua fame d’avversari cresce e si colma di vesti paurose, spargendosi nell’acqua e sollevandola in nebbia, andando sempre oltre nella sua cerca cieca e furiosa.
L’ho veduto dall’altra parte del mare, fuso col maestrale in un avvinghiarsi d’aria, che portava a mente le lotte dei bambini con i loro grovigli scomposti di membra e di gridi. Questo rotolare riempiva la superficie dell’acqua di piccoli segni mutevoli. Onde come ciglia o parole brevi di sguardo e il testo parlava di un gioco degenerato in battaglia e della pace fatta, correggendosi l’un l’altro, in continuazione, le frasi e scrivendosi sopra e per traverso, in un narrare allegro fino a riva e oltre ad essa.

O forse non era stata lotta ma amplesso furioso finito nella quiete senza forze che segue il piacere, e le affusolate dita ora tracciavano segni sulla pelle seguendo pensieri soddisfatti e lunghi, che cucivano il momento, l’oblio e la memoria.
Comunque fosse ne ho sentito traccia nel profumo di terra e salso che aveva attraversato il mare e mentre ancora faceva volare ombrelloni, sdraio, trafiggendo i teli, le biancherie sugli alberi, già c’era il placarsi. Il respiro dell’aria diveniva meno rapido e profondo, e ciò che prima era solo cosa, ora diveniva bandiera, orifiamma, che sventolava festoso. Il vento s’era fatto nave ed entrava nella terra con il gran pavese del saluto orgoglioso del ritorno. Ora gli spettava la quiete e il sonno, tra i sorrisi di chi aveva atteso.