minimi pensieri 5

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Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

minimi pensieri 3

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Di cosa abbiamo paura? Della fine, della morte. Nostra e di chi ci è caro. Spesso questo si trasforma in inquietudine o in ipocondria e condiziona il modo di vedere cose, rapporti, la stessa vita nel suo ordinario svolgersi. Esistono antidoti, il principale è l’amore sia quello fisico che quello mentale, oppure l’autoanalisi, l’ironia portata su se stessi, il senso del relativo. Ciascuno di questi farmaci ha un effetto transitorio, da rinnovare costantemente. Abbiamo bisogno di continue dosi di richiamo che da un lato generino serenità e dall’altro che siano nuove e rassicuranti, frutto del ragionamento. Come mettere in competizione la ragione con l’irrazionale, come porre in secondo fila l’istinto di conservazione che attinge ad ogni indicazione che deriva dalla conoscenza e ancor più dall’ignoranza? Non si può, per questo l’amore e il suo sovvertimento dell’io, diventa la soluzione quando esso appare ed è condiviso.

minimi pensieri 2

In evidenza

Non c’è nulla da espiare, non gli errori compatibili con il vivere, non le colpe presunte che sono state ritagliate da figurine ormai desuete. Di certo non il vissuto e la vita condotta con mano spesso incerta, le scelte alla fine sono venute. Un tempo si pensava il diavolo agli incroci perché comunque scegliere scarta ciò che potrebbe essere buono in cambio dell’agevole oppure del complesso, ma comunque rispondente ad un progetto. Di tutto questo scegliere, lo potessimo raffigurare dall’inizio del vivere, verrebbe un infinito labirinto dove le vie s’intersecano e non di rado si tornerebbe a qualche casella precedente. Dal gioco dell’oca della vita dovremmo imparare che saltare un giro spesso non è una penalità, ma un’occasione per capire come evolvono le cose e che tutta la fretta che viene premiata è così effimera da correre per suo conto, trascinando anche noi dove non vorremmo mai essere giunti. Può consolare che il relativo supera di gran lunga l’assoluto e che ben poche cose possiamo tenere strette. Decidere quali siano, forse è l’unica decisione vera del vivere serenamente e spesso felici.

minimi pensieri

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Tra il crescere armonioso del bambino, con i suoi imperiosi desideri di vita e piacere, e l’essere adulti non ci è stata data scelta. Come se la seconda età dovesse per necessità sottrarre il bello e lo spontaneo alla prima. Il bambino resta in noi, inascoltato e in ciò molta infelicità si genera.

buon nuovo anno

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Abbiamo bisogno di discontinuità e di cambiamento, e questo riguarda le nostre vite. Per questo ci scambiamo così tanti auguri per il nuovo anno, consumiamo parole ed energia, ci ripetiamo senza fastidio perché il messaggio sottostante è che per noi speriamo che le cose buone continuino mentre quelle che ci intristiscono, finiscano. Ecco la discontinuità in un flusso che è per sua natura continuo. Questo dovrebbe farci pensare che il buono sia altrettanto continuo e che si tratti solo di aumentarlo. Oppure, scavando un poco, è quel bisogno d’amore inesauribile di cui abbiamo bisogno e che non si colma, non s’accontenta. Allora lo si cerca nella continuità che ci rassicura e lo si desidera nel nuovo che in quell’amore, non abbiamo ancora esplorato. Ecco la discontinuità.

Ma per dire tutto questo basta dire di cuore buon nuovo anno.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

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Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 2

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Stava guardando quella stella luminosa appiccicata a un portafiori di metallo. Quanto kitsch sono le menti, pensò, e quanto il kitsch riflette un bisogno insoddisfatto, un ricordo mal digerito, un’assenza. Quella stella chissà cosa rappresentava nella testa di chi aveva fatto la fatica di metterla su un balcone e di accenderla. Lanciava un messaggio, ma era una richiesta di aiuto o un affermare qualcosa? Magari era solo il ripetersi di un indefinito bisogno, un’assenza per l’appunto. Natale era diventata la festa dell’assenza che chiedeva di essere presente prima a qualcuno e poi a qualcosa. E non era forse uno dei tanti rapporti insoddisfatti con il bisogno d’amore  che si manifestava? Quello che si sarebbe voluto e che si cercava, approssimando e approssimandosi e difficilmente si trovava esauriente e completo nel tempo.

Approssimarsi è una parola almeno bisenso, definisce un avvicinarsi a qualcosa e un cercare di essere aderenti al vero che si rappresenta. Come fosse facile, pensò, io li invidio i sicuri, quelli che sanno con precisione e non si pongono problemi d’ interpretazione. Hanno una visione chiara del mondo e di se stessi. Prima andavano in chiesa e mangiavano il panettone con la famiglia, adesso se hanno soldi, se ne fregano della pandemia, vanno in montagna o ai tropici e festeggiano in altro modo. In fondo la festa è solo l’atto del festeggiare, dello stare assieme con chi approssima il bisogno. Ma se ci sono troppi significati, loro, gli invidiati, li derubricano dalla testa. Inutili perdite di tempo per oziosi, li definiscono. E lì finisce.

Però qualcuno aveva fatto la fatica di mettere quella stella cometa, come ci fosse una direzione da indicare, un luogo. E il luogo non poteva essere che il cuore, ossia quello che chiamiamo cuore e che in realtà è un groppo di sensazioni, bisogni, desideri, sentimenti, relazioni che tutte ruotano sempre su qualcosa che è desiderato. Sentiva affine quel mettere fuori un segnale che dicesse: ci sono anch’io, con gli stessi dubbi, le stesse attese che hai tu, ma sono anche diverso. Ho un mio vissuto che non t’assomiglia. Ciascuno s’ approssima per suo conto, con sue motivazioni, eppure il luogo è lo stesso. Quella stella kitsch era più una traccia che una festa ed era meglio dei tanti alberi monocromi che si vedevano nelle case, esibiti tra tende aperte e luci calde. Alberi da vetrinisti in bianco, in rosso, in blu. Alberi tutti in verde non ne aveva visti, come pure il giallo e il viola o l’indaco erano banditi; il colore è anch’esso bisogno ed espressione, indica una moda e un approccio, una visione di sé. Il rosso era diventato il colore delle feste, associato ad una eroticità che metteva il tempo libero assieme al lasciarsi andare. Il cibo, il bere e il sesso, i motori dell’uomo che complica poi le cose col ragionamento. Alberi rossi e mode di case sfolgoranti, ma non solo, perché altri sceglievano il bianco come ci fosse un bisogno di quiete, altri ancora il blu, con la necessità di apparire formali e a posto, in ordine con se stessi e il mondo. I decori come stato d’animo e bisogno; meglio gli alberi di un tempo, fatti di fragilità e di palle colorate, di aggiunte progressive che si costruivano con l’apporto dei piccoli, insegnando a stare attenti. Pensava a tutti gli alberi della sua vita. Non che li ricordasse, ma il loro costruirsi, la liturgia dello scegliere, gli addobbi recuperati dal sonno annuale, il fare dove prima era stato spettatore, poi attore partecipe. E gli alberi erano mutati negli anni, mantenendo un loro angolo di centralità: erano il luogo del dono e della festa visibile, l’accordare il dentro e il fuori.

Quella stella era una traccia di qualcosa che si era svolto e voleva svolgersi. Ognuno aveva natali pieni di attese poi deluse, travolti da un conformismo di massa svuotato di senso che non fosse quello del rito e della festa. Prima c’era stata la religione, che pure di contenuti ne aveva, poi scortecciando i significati era emerso il bisogno di essere assieme, il dono che era un’attenzione aggiunta, poi disperdendosi i partecipanti ci si era stretti in un chiedersi, in un riflettere perché mancava qualcosa. Certo le cose si ripetono, ma se non c’è sostanza sotto, significa che prevale l’assenza. E l’assenza si tampona col rumore, col frastuono, col portare la testa altrove. Quelli come lui che non credevano più, dovevano giustificare a se stessi il perché c’era una festa che comunque li riguardava. Forse per questo gli altri, quelli che invidiava un poco, se ne andavano altrove, coprivano tutto di altre sensualità, di leggerezze transitorie che facessero doppiare le domande come fossero uno scoglio periglioso da tenere alla larga.

Camminava in mezzo alle luminarie della città più vuota del solito per i divieti mal rispettati. Oggi le amministrazioni fanno sfoggio di luce, pensava che non badavano a spese perché ci doveva essere una festa visibile e comune, anche nelle strade deserte e di notte. Un tempo c’erano i pranzi dei poveri, adesso erano rimasti i poveri. Pensava al fastidio che suscitavano nei benpensanti quelli che chiedono l’elemosina, il giudizio che radiografava l’abito, il modo di chiedere, la presenza o meno di un telefonino. Come se chiedere la carità fosse una professione e non una condizione. Ieri l’aveva fermato un uomo, aveva forse meno di 50 anni, vestito con cura, ma troppo leggero per il freddo, all’inizio l’aveva ascoltato preparandosi a un rifiuto. Quest’uomo gli aveva detto di essere un medico che veniva da Aleppo e che aveva perso tutto. Che la moglie era morta durante l’assedio. Mentre gli stava dando delle monete, pensava che cambiare condizione di vita è un dolore che si aggiunge, che la speranza di una fuga poi si risolve in una delusione. Diamo per scontata la solidarietà quando si è nel bisogno, pensava, è così che si chiede l’attenzione a chi ci è amico. Ma tutto si chiude in una cerchia, quelli che sono dentro hanno diritto a un sentimento, gli altri sono fuori e si eliminano attraverso il giudizio. La pandemia e il suo allontanare i corpi aveva fatto il resto. Anche a Natale. Anzi di più a Natale perché si aggiungevano contraddizioni e bisognava invece che tutto apparisse bello e lucente.  Per questo ci sono sindaci che fanno ordinanze contro chi chiede l’elemosina e profughi respinti nel gelo con i cannoni ad acqua alle frontiere. Ci sono naufraghi senza porti sicuri e persone che s’ammassano sulle rive in attesa di un natale altrove. Danno fastidio i poveri, i profughi, ma a cosa? Alla religione? Al senso di una festa?

Quella stella cometa che aveva visto sul balcone indicava una semplicità, c’era il bisogno di approssimarsi, anche nella parte negativa, riconoscersi e dirsi se davvero ci si piaceva. Questo era un bisogno che forse la festa poteva racchiudere, perché la festa era tale se apriva, se tirava una linea da cui ripartire. Se almeno la festa diventava un porto sicuro da cui ricominciare la vita. Fatti nascere di nuovo.

riassunto

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Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezza e a una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi, di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio.

Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, colto negli occhi dell’altro, indagato nei moti del viso e del corpo, atteso nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste, fa parte di questo comunicare.
E parlare di sé è parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale.

Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

pubblicato in willyco.blog il 7 dicembre 2016

osservare un incrocio

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Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.

tre modi di scrivere, almeno

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Scrivere facendo il resoconto fedele di ciò che accade ed è accaduto,.

Scrivere interpretando la realtà, costruendone una nuova che è conseguenza e comprensione di ciò che avviene.

Scrivere come si fosse altro da sé perché la vita si è disgiunta in noi con frequenza e ha generato un piano parallelo del reale.

Di tutto questo scrivere, che spesso ho usato in tutti tre i modi, avverto il fascino e l’inutilità, appena superabile se non viene scelto il luogo opportuno dove esso si possa esplicare.

Un tempo, per la frammentarietà del mio scrivere, a volte gonfio di parole, oppure fatto con pennellate rapide che descrivevano un sentire, pensavo potesse essere un blog, il luogo adatto.  Era il succedaneo pubblico di un’ abitudine antica fatta di foglietti, notes, quaderni, diari. Non lo penso più, anche se continuo a scrivere in questo luogo pur riscontrandone la progressiva disattenzione.

I miei libri, pochissimi e in tirature limitatissime erano un altro modo per scrivere. La carta offre una materialità che consente di ritornare su se stessi e sui mondi che si contengono, vedendone l’evoluzione. Cosa che l’immateriale rende difficile nella sua ridondanza. Scrivere in questo modo costa in termini di attesa delusa, anche se offrire ciò che si pensa agli amici è pur sempre un dono. Costa perché difficilmente questo scrivere entra in un circuito del dibattere, del comunicare: sono bottiglie con messaggi che vengono lasciati al caso.

Infine resta il tornare alla scrittura su carta, mai peraltro abbandonata e pensare che essa, è il dialogo con noi. Lo specchio che non ci mostra sempre come siamo ma che ci porta nel nostro profondo. Ha un difetto, che in essa il limite di sé s’ avverte più forte e manca la speranza di un comunicare intimo, cioè il vero senso dello scrivere che è insieme introspezione, fantasia, fiducia, attesa. E riconoscimento di sé nell’altro quando questo risponde. In fondo anche questo è il senso delle lettere: scrivere per sapere, perché ci preme conoscere cosa accade in un’altra anima.