l’imperturbabilità del ragno

Per casa girava una correntina fresca. Bassa, a livello pavimento, pian piano raffreddava piedi e caviglie. Tutte le finestre erano sin troppo chiuse, quindi il tutto doveva derivare da quei pertugi, aperti per sicurezza in cucina ad evitare accumuli di gas. Oppure da quella piccola lama d’aria sotto l’ingresso. O ancora, dagli sfiati dei bagni e del fornello. Oppure erano tutti assieme che si parlavano con l’aria, che comunicavano linguaggi misteriosi di molecole, che allegramente si facevano gli affari loro. Che stessero dentro o fuori. Mi sembrava una libertà eccessiva, e a me preclusa, in quanto ben educato, d’inverno non stavo sull’uscio a parlare, ma limitavo al minimo la permanenza nel limite, i convenevoli, anche le affettuosità di saluto.

Loro, i pertugi, invece stavano indecisi. Anzi vivevano d’indecisione. Parlavano attraverso essa, cogliendo dell’uno e dell’altro stato. Poi, i più ciarlieri, o dispettosi, adattati dai diametri, diventavano dei tubi Venturi e acceleravano il moto d’aria fino a generare quella lama costante, pur piacevole d’estate, che d’inverno raffreddava caviglie e piedi. Solo quelli, ma l’effetto invadeva il corpo e spingeva a mettere calzini più pesanti. Inutili dopo un primo effetto barriera. Considerata l’ineluttabilità della cosa, assieme all’alzare le estremità, l’assumere pose accoccolate, o orientaleggianti, oppure tornare il ragazzino che privo di voglia di fare i compiti, si dimenava sulla sedia, raccoglieva le gambe, ci si sedeva sopra, e poi si spostava e s’allungava, in un moto che cercava nei gesti la voglia che non c’era e che pertanto mai sarebbe giunta, nonostante tutte queste manovre, dicevo, il pensiero che quell’aria scambiata contenesse un codice d’ una comunicazione mi affascinava. Perché di certo era così, quell’aria mossa e appena fresca era intrisa di significati, e parte di quel misterioso di cui vediamo solo gli effetti, e cogliamo magari un piccolo sollievo o fastidio, ma di cui ci sfugge totalmente la meccanica e la vera essenza che ci sta sotto. Pollini, microscopiche bestiole, granelli di polvere, gas, profumi, ferormoni primaverili, molecole di carbonio e d’azoto, ossigeno in più forme molecolari, fino a micro spray di vapore e oli, quindi acidi grassi e probabilmente basi e chissà quanto d’altro, si scambiavano informazioni indifferenti o interessate. Eh sì, perché sia pure in piccolissima parte, qualcosa si combinava in nuove molecole, qualche esercito d’ acarucci mangiava polvere e residui organici, qualche ossigeno instabile per i temporali di marzo o per l’eccesso di gas di scarico, trovava nell’aria quieta di casa, modo d’accoppiarsi, di mutare stato. E se anche la temperatura s’abbassava di quel tanto, e solo a livello pavimento, da far sentire i suoi effetti, chissà cos’era accaduto al moto dei gas, alle molecole stanziali e pacifiche come me, alla termodinamica generale della casa. E la mia era una casa moderna, con infissi nuovi, ché in altri tempi ben diverso sarebbe stato l’effetto e soprattutto lo scambio.

Ragionare sui modi del comunicare non formale, partendo dai piedi, non era proprio un elegante esercizio di pensiero, e il pensiero che Dickens scrivesse a letto i suoi primi capolavori, attanagliato da spifferi e gelo londinese, di certo non lo nobilitava anzi dimostrava le vite parallele e indifferenti del genio e dell’ambiente. E non essendo il mio caso il primo, ciò mi portava a considerare che i pensieri inutili erano una pigra percezione di quel gps che possediamo tutti e che dovrebbe dirci, oltre al dove siamo, chi siamo davvero, con la divertita autoironica percezione del proprio limite. Poi lo sguardo era corso a quell’angolo vicino alla trave, dove un modellino di biplano sembrava oscillare appena. Ma era un’impressione. E lì c’era una ragnatela, piccola e perfetta, immagino sfuggita alle attenzioni delle pulizie per la fragilità dell’oggetto. E nella ragnatela, un piccolo ragnetto imperturbabile, attendeva, e capiva che in quell’aria accadeva molto. Capiva e attendeva che qualcosa di sufficientemente grosso arrivasse nella sua rete. Non so quale livello di intelligenza abbia un ragno, ma per la sua capacità di attendere e di capire quanto accadeva attorno, di certo era maggiore della mia. E di certo non aveva i piedi freddi. 

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza

sgarujare

Restano le coordinate di sempre per stare assieme: gli affetti, l’amicizia, il conversare conoscendo. Il cibo comune è un valore che va molto oltre la sua sapidità e bontà. Anche il bere assieme è un rito quando si è attenti alle parole. Poi, quando la bocca non è più impegnata dal gusto e dal cibo e il discorso fluisce, si mescola al vino, e scava dentro, senti che sgaruia, il senso, gli argomenti. Sgaruiare ovvero cercare dentro qualcosa. Ad esempio il gheriglio, e i suoi pezzetti rintanati nelle noci. Come faceva mia nonna, che poi li puliva della pellicina e me le dava da mangiare. Ripulendo e tirando fuori la polpa, mi diceva, viene fuori il dolce che non lega la bocca. Così è per il discorrere tra amici,  si può cercare il meglio da offrire e allora senti che quel gheriglio l’abbiamo noi dentro e che a volte si apre mostrando il buono, ma solo a volte.

l’antico e il nuovo

Hanno rimesso mano ad antiche case e scavando per i garage, sono emersi dei reperti romani. Così hanno fermato il cantiere. Sono venuti gli archeologi, hanno esaminato, discusso a lungo, fotografato. Sono tornati assieme a dei ragazzi, dottorandi credo, che hanno cominciato a cercare ed estrarre pezzi di manufatto. L’impresa, per far prima, ha messo a disposizione degli operai per scavare. Così è iniziata un’opera cauta, fatta di perimetrazioni col filo colorato, di segnalini bianchi numerati, fotografie, frammenti collocati nel luogo in cui sono stati trovati. Hanno scavato il possibile per giorni e giorni. Poi si è messa di mezzo la pioggia, che ha riempito di pozzanghere profonde le vecchie pietre emerse, ma anche il cemento dei muri a fianco.

Gli scavatori sono fermi e silenti da parecchi giorni. Mi sembrano un po’ arrugginiti, ma credo sia un’impressione. Stamattina c’è stato un lungo conciliabolo. C’era il direttore dei lavori e il geometra di cantiere, entrambi vestiti con quegli abiti consistenti e caldi che usano i tecnici, c’erano i proprietari, con cappotti e giacche più eleganti, la sovraintendenza con gli stivali e gli operai con le tute. Credo abbiano deciso che il cantiere riprenderà i lavori perché in un angolo, le betoniere han cominciato a versare cemento.

Scavando ancora forse emergerebbe altro: i romani, i veneti, i paleoveneti. Qui tutto si sovrappone e negli strati ci sono pietre, manufatti, cocci. Per scavare uno strato bisognerebbe buttare all’aria ciò che gli si è costruito sopra nel medioevo, oppure ben prima. Ma c’è stato anche il rinascimento e l’età moderna che hanno riempito di palazzi e case, la città e poi l’800 e gli austriaci e i ricchi borghesi dello stato unitario. E ancora il fascismo che ha sventrato e scavato e costruito, e poi l’euforia del dopo guerra, dell’interrare e ricostruire, fino alla speculazione che ha abbattuto ancora e fatto scempio di quello che era rimasto. E tutto s’ è sovrapposto, ha inglobato, ha reso il ricordo, il pre esistente, un materiale che era curiosità o semplicemente cosa. Là dove continuava un mosaico o un muro ora c’è una casa. E ancora quel cunicolo appena scalfito, ora si perde nel buio e ci si sforza di riempirlo di materiale arido perché la costruzione che verrà non ceda. Nelle cantine un tempo si vedeva il resto di un’epoca andata, c’erano strani angoli, archi interrotti, pezzi di marmo e fregi tra i mattoni, porte murate, ora con le costruzioni in cemento non è possibile, si annega tutto in una pietra liquida che solidifica e fa propria ogni cosa.

È come col lavoro sul nostro passato: si costruisce oppure si ferma la costruzione, si mettono segnalini, si fotografa con la mente, si archivia cercando di trovare un senso. È un fare, non un’ analogia. La scoperta comporta il rifacimento del costruito, il suo demolirsi, e c’è una valutazione del possibile danno che provocherebbe una maggiore conoscenza. Non c’è alternativa se non tenere l’intuizione di un possibile stato, della sua interrotta parabola, della magnificenza perduta o mai stata. E come nelle scelte passate, giuste e sbagliate, ci si troverà davanti al dilemma se annegare in un cemento ciò che è stato oppure conservare un’ immagine dell’antico e il suo rimpianto, vivendo. 

I lavori riprendono, piccoli reperti con un senso finiranno in magazzino, forse i più belli verranno esposti, ma la vita che si è svolta e quella che sarebbe potuta svolgersi, si perderanno comunque. Solo chi ne sente la continuità potrebbe raccontarla, ma il nuovo, immemore, difficilmente ascolterebbe.

una giornata di fine inverno

Una giornata cioccolata. Densa, cremosa, scura come un gorgo di passione.

Amara, dolce. Dolce, amara. Bollente.

Brillante negli occhi che hanno il freddo agli angoli, una piccola lagrima di reazione.

Allarga, sorride, sofferma.

Sorseggiata in punta di labbra, ripulita dalla lingua, assapora l’ultima goccia ferma dove il labbro osa arrogante.

Sensuale sente il sapore del prima. Ancora. Ricorda.

Giornata che s’inerpica in spirali, che s’avvolge su un centro che attira, scorre, poi punta al profondo, travolge. E scende.

Entra per uscire trionfante e rientra, nell’amaro dolce. Assapora, ascolta, dice, gusta, attende.

È amara, dolce, croccante, solida.

Poi il tempo riprende. Dopo.

una felicità

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Mi aveva preso una frenesia, una gioia improvvisa, una spinta interna che faceva battere il cuore anzitempo, che muoveva le gambe e faceva canticchiare prima, e poi fischiettare la bocca. C’era nell’aria qualcosa di innominato, ma così pullulante di vita che era impossibile accoglierlo tutto. E allora bisognava correre, scaricare sulle suole di para la velocità delle gambe, sentire che l’aria ti veniva contro, che c’era una gioia profonda anche nel correre, nel passare veloce tra le persone, nel cercare spazio libero, nel pensare che si sarebbe potuto continuare all’infinito.  Quelle gambe mi assistevano, forse sarebbero ancora cresciute, nonostante fossero già lunghe e a scuola mi prendessero in giro storpiando il mio cognome per adattarlo a quell’altezza improvvisa maturata in poco tempo. Due anni o forse meno per crescere di corsa, anche se ero sempre stato alto per le mie età, però allora ero più alto e non me ne rendevo conto, ma gli altri sì. Non me ne sarei mai reso conto, ho lasciato questa incombenza a chi osservava la sua statura rispetto alla mia e ancora oggi non riesco a capire se una persona sia alta o bassa, se non quando essa è davvero molto bassa oppure più alta di me. E adesso che i ragazzi e gli uomini alti sono una consuetudine prodotta forse dall’euforia che coinvolse le generazioni nate dopo la guerra, questa caratteristica, voglio dire, non mi pare né rilevante, né connotante bellezza, ma semplicemente un fatto, come allora. Un fatto dei tanti che ci stanno attorno e coinvolgono per un attimo l’attenzione oppure distraggono. Come quand’ero piccolo, e nella grande piazza dove c’era la stazione delle corriere, si trovavano i venditori di patacche, i magliari dei tre tagli di tessuto per 10.000 lire, in quella piazza dove imparai a fumare, a correre, a giocare e a farmi male senza piangere, c’era un cinese con una valigia di legno e uno sgabello. Era piccolo, giallo e ben vestito, o almeno così a me pareva perché portava la cravatta. Aspettava vicino al bar che si radunassero le persone in attesa di veder apparire il proprio pullman, e allora apriva la valigia e mostrava il contenuto ben disposto in piccoli rotoli colorati. Erano cravatte, serie o sgargianti, all’americana, come si diceva allora, disposte per file verticali e su due ripiani, una tavolozza di colori che m’incantava. Guardavo, mentre il cinese attendeva paziente che qualcuno gli chiedesse il prezzo, e quando accadeva, si apriva la seconda parte dello spettacolo perché parlava con quella elle frequente che sostituiva la erre e altre consonanti, ed io che lo ascoltavo  con meraviglia, pensavo che forse in Cina parlavano tutti così e che per parlare cinese bastasse non parlare dialetto e mettere la elle al posto di qualche consonante. E ridevo tra me, contento del cinese e di questa cosa capita e poi l’avrei raccontato a casa che avevo visto un cinese, e mi avrebbero ascoltato. Perché ce n’era uno di cinese in città, e pochissimi stranieri, ed erano o americano o persone di pelle scura. Dicevano dei mori che fossero somali, o eritrei, o abissini, restati dopo la guerra, ma erano pochi, come erano pochi quelli che erano alti. Però questo fatto di essere alti era più comune e non aveva una caratteristica particolare se non quella di essere beccati sempre quando si faceva qualche marachella a scuola oppure nella difficoltà a dominare quelle gambette che erano sempre fuori baricentro e facevano cadere con facilità. E bisognava non piangere perché altrimenti ci sarebbero stati rimproveri e qualche sberla che non correggeva il baricentro ma doveva insegnare qualcosa che non si capiva bene. Forse neppure chi me la dava lo sapeva, perché non voleva mettere in campo la paura che mi facessi male, che quel correre, giocare, sudare, non avesse un corrispettivo in malattie sconosciute e per questo ancora più paurose. Come se essere troppo felici non andasse bene e quindi bisognava stare attenti e così mi dicevano : cussì n’altra volta te starè più ‘tento. In veneto si aspirava la elle, a volte anche la a, sempre le doppie, ma non eravamo cinesi. Però quel pomeriggio appena iniziato avevo bisogno di correre, di cantare, di fischiare, fino a non avere più fiato e poi, fermatomi, di guardarmi attorno e di respirare ansante, di sentire l’odore dell’aria che entrando, bruciava di fresco le narici, di vedere con occhi nuovi tutto quello che succedeva in quel momento e che coincideva con quello che ancora non aveva un nome dentro. Perché la vita non ha un nome ma è uno stato dell’essere, e io ero vivo, improvvisamente cosciente di esserlo e così felice che dovevo fare qualcosa che mitigasse quella felicità perché nessun caso me la portasse via. In quell’oscura genesi del rapporto con il vivere, i bambini già sanno che ci dev’essere una imprecisione che renda meno piena la felicità che altrimenti coprirebbe tutto, un qualcosa che eviti la botta e la cancelli, e allora si cercava un motivo che non facesse male e che al tempo stesso non impedisse alla felicità d’essere piena. Un motivo piccolo, un dispiacere già passato, i compiti da fare, un brutto voto, insomma un ri equilibratore fittizio che impedisse al maligno di portare via quella pienezza che riempiva tutto e non bastavo per contenerla. Ma il pensiero scaramantico era un attimo perché la felicità non si racconta né si argina e dopo poco cantavo, e fischiavo, e correvo, e sapevo che quello che stava attorno era a disposizione per completare il vivere: subito, adesso, felice.

arlecchino e il potere: meniamo un po’ il can per l’aia

Arlecchino, servitore di due padroni, non è servo di nessuno. Improvvisa su un tema che conosce, il potere, e rovescia la condizione servitore/servito.  Usa la contraddizione tra apparenza e sostanza: lui sa chi è, ma chi pensa di utilizzarlo si sbaglia su di lui e ne resta prigioniero. L’errore di valutazione, la presunzione di sapere, rende prigionieri.  

L’altro paradosso che ben domina, è la parola: non è schiavo di essa. Può dire e contraddire e poiché chi pensa sia al suo servizio ha in spregio la cultura del servitore, non bada a ciò che dice e contraddice. Anzi si sente in libertà di dire oltre il lecito, perché immagina, di essere circondato dal silenzio dell’intelligenza.

Si instaura un rapporto che ha un discreto fascino e non poche conseguenze sulle situazioni. Paradossalmente il furbo incanta il potere, però non enuclea la sua condizione e non ne fa una ribellione che lo scoprirebbe. Non vuole diventare depositario del potere perché sa che ne sarebbe prigioniero, piuttosto domina la condizione servitore/servito, la usa, la ribalta, ne è superiore e se ne fa beffe.

Due sono i temi che emergono da queste considerazioni:

  • l’essere al servizio non significa essere servo.
  • chi è più intelligente, e scaltro, dell’arroganza del possesso e del potere, se ne fa beffe e la usa a proprio vantaggio.

Il corollario è che Arlecchino non vuol diventare padrone, bensì continuare a vivere, sbeffeggiando chi si ritiene importante.

Tutto questo si applica alla vita civile, ma nel rapporto amoroso, Arlecchino è cinico al pari di Leporello o di Figaro, usa il sentimento per trarre piacere dalla situazione, si conforma alle regole che gli sono attorno, non ingaggia nessuna lotta particolare che implichi la sua furbizia in amore. In questo è assolutamente post romantico, procede per bisogni, desideri e assenza di morale comune. Sembra che l’autore non conceda sentimenti elevati al popolo, o che possano essere declinati sul versante dell’intelligenza, della scalata sociale, quello lo farà la letteratura romantica, ad Arlecchino è consentito l’amoreggiare, la levità del sentimento, l’intercambiabilità. 

Quindi è nella sostanza dell’amore che Arlecchino non progredisce, mentre eccelle sul governo del potere senza mostrarlo.

Quanti riferimenti all’oggi, alla transitorietà assunta a valore, al disinteresse per ciò che riguarda l’etica del gruppo a favore di una personale morale. Ciò che ora sembra tabù, perché irrobustito dai dettami romantici, in Arlecchino è relativo. Se il potente/padrone può avere infiniti amoreggiamenti, anche il servitore lo può fare, purché resti nel suo ambito. Se il padrone vuole violare la regola, il servitore si presta, in cambio di denaro. Mancando la morale, manca il giudizio sul lecito e l’illecito, anzi l’illecito è solo un giudizio di valore: costa di più. Ma allora si rideva di tutto questo e pur praticando l’abuso, non era questa la regola. Oggi cosa si può dire al riguardo?

Nella coscienza di essere persona e del proprio stato, in Arlecchino emerge l’intelligenza del capire e dominare le situazioni. Il rapporto tra potere e sottoposti è un confronto di intelligenze dove il potere ha dalla sua la forza, ma è intrinsecamente ottuso e ripetitivo, Arlecchino, che comprende la porosità del comandare e la sua cecità, dissimula, finge, porta la maschera e apparentemente è soggetto mentre in realtà manovra il potere. Perché dovrebbe diventare padrone quando può essere puparo? Ecco un’altra metafora contemporanea: chi comanda davvero è insospettabile ed usa presta nomi per governare cose ed uomini. Però a differenza di Arlecchino, non fa ridere, non è relativo, insomma opprime attraverso terzi. Eppure questi ultimi, pessimi Arlecchini, anziché farsi beffe di lui, ne sono prigionieri. Allora chi è il servo? e dove finisce verso l’alto, la catena del servaggio?

parole in forma di mantra: esattamente

Il profilo netto delle case e il loro colore sfumato si inserisce esattamente nel cielo. Più distanti le nuvole. Ora gonfie di bianco, pacifico e lento. I piani prospettici hanno la nettezza dell’aria che è stata accuratamente chiarificata da miliardi di collisioni tra acqua e particelle microscopiche. È avvenuta una battaglia e temporaneamente le pm 10 e 20 sono state abbattute, disciolte, portate in rivoli e poi confuse con la terra e nei chiusini. C’è la quiete esausta che segue i confronti cruenti e soprattutto un pulito impalpabile che ha restituito volume e dimensione alle cose. Ora c’è un vicino e un lontano, ma tutto ciò che è intermedio ha il suo posto, la sua identità.

Esattamente.

Ciò che si vede è scevro di confusione. Si capisce che è nel posto giusto perché il rumore di fondo si annulla.

Siamo prigionieri del rumore di fondo. Noising: fatica connessa al vivere in un ambiente disturbato, senza ribellione.

Perché è rumore di fondo qualsiasi disturbo costante. Non ce ne accorgiamo più e diventa presenza inquieta e sommessa. Subdolo, maschera d’abitudine la querulalità che lo farebbe recidere. Sembra inoffensivo mentre impunemente degrada il sentire. Senza danno per sé, toglie nettezza e volume al reale vero. Al possibile.

Lo smog è rumore di fondo, la strada, la musica del locale in cui si pranza, le chiacchiere dimostrative dei vicini. Ma anche l’essere perennemente collegati è rumore di fondo, le notizie senza conseguenza per il vivere sono rumore di fondo, anche il sentimento vago lo è. E nulla è esatto,  se questo bordone costante ci accompagna. Invece nella meccanica dei nostri flow decisionali c’è l’aspirazione ad un giusto incastrarsi delle cose nelle vite. All’essere imprevedibili per trasgressione non per noia.

Esattamente evoca una purezza di funzione, un senso che si riempie per presenza.

Sono qui, ho i piedi saldamente posti, il contatto con l’aria, vedo e sento e ammiro come tutto funzioni connettendo il prima e il dopo. Posso essere in un modo oppure nell’altro, ma armonicamente. Equilibrio, altra parola che evoca l’esatto, e insieme leggerezza, visione attenta.

Esatto è l’amore, il sentimento la comunicazione partecipata. Esattamente amo, sento, oppure avverto l’incrinatura, l’equivoco e la mistificazione.

Percepire dove si è, cosa si è, come premessa dell’andare. Da qualche parte, ma con leggerezza ed equilibrio: esattamente.

clorofillia

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Nella passione della vita del verde c’è molto di buono. Oppure il suo  contrario che oscilla tra l’ interesse distratto d’una bellezza mostrata e traslata, oppure un tener da conto la vita. Anche quella che apparentemente non si muove.

È come vi fosse nel dialogo reciproco una capacità miracolosa del conservare in ambiente poco amico, una vita degna e proficua. Con pochi ingredienti di vita basilare: semplicità di cura ed evitare il troppo. Filosofia che alla fine si fa strada in chi cura ed è miracolosamente curato.

Ma c’è un termine che emerge: consolazione. Il verde vivo consola e riposa dagli eccessi, dalle deviazioni del vivere secondo se stessi. Non si esalta la bravura, ma l’assecondare, il trovare compatibilità, trattenere in radici quel che esse possono dare. C’è più vita in una scarpata di ferrovia che in molti ambienti ficcati nell’ordine, dall’assenza. Basti osservare che è il sottrarre a farla da padrone da qualche secolo e a furia di sottrarre anche la vita s’immiserisce. Se dal ridondare lezioso si è passati alla linea semplice ed essenziale, un semplice vaso ci dimostra l’anarchia dell’universo, il seguire additivo della freccia del tempo. Eppure nessun verde è ampolloso, casomai è rorido, oppure sfacciato, di rado sguaiato per esuberanza vitale, ma sfrontato mai. E neppure eccessivo. Semplicemente è un equilibrio tra luogo e spinta vitale, cioè il massimo dell’adattabilità e della disciplina, pronto però a derogare ecletticamente se lo spazio aumenta, se la presenza umana rarefa. Nelle rovine gli alberi s’inerpicano sui tetti, coprono d’erba il marmo e le tarsie, si sporgono senza paura dai muri. Il dialogo esige la presenza e in questo sta il rapporto tra i piccoli, limitati, principi del buon giardiniere e l’interrogativo del suo oggetto: saprai darmi il necessario, terrai la cura come costante del nostro rapporto? In quest’essere essenziali nel dialogo sta l’amore possibile e l’insegnamento certo. Non c’è fatalità ma solo imperizia e disattenzione, come in ogni rapporto amoroso.

un’attesa indeterminata senza oggetto

 

A volte il peso dei ricordi è puro e leggero come fieno,

ha il profumo tostato del sole

che urge cercando l’essenza d’una cosa.

Si sente attorno l’aria che non s’è dispersa,

la linea sottile d’orizzonte,

ciò che allora tenne il tutto

ed è lo stesso, ancora.

Eppure nulla è eguale,

anche se il mondo accoglie benevolo,

adesso,

e abbraccia, e promette,

magari  non cose grandi, o inverosimili successi,

bensì il ripetersi differente del vivere.

E il ricordo supera lieve l’incombenza fastidiosa,

il problema assillante di tempo,

gl’ inciampi d’invidia che costellano il giorno,

e si spinge anche oltre il presente

che ancora nulla ricorda,

supera il piacere che contiene la sua fine,

o la solitudine ch’esso satura,

o il nuovo che chiede altro nuovo,

mentre bulimico di sé si divora e noi con lui,

ma lui resta.

Dei giorni inanellati senza grazia non è rimasto nulla,

scomparso ciò che pareva essere già forte di presente e di futuro,

e invece il silente non scompare,

e toglie ogni peso e fa levitare l’anima

mentre odora di leggerezza e fieno.

Neppure l’amore ha la forza retroattiva del mutare tempo ed essere:

è il noi, di allora ed ora

che trasfigura il nostro piccolo universo

e rende l’anima del mondo eterna e coincidente.