capitolo primo: l’attesa che qui non continua

Ogni decadere comincia per tempo. È sempre una frattura che non si ricompone appieno, che introduce un nuovo difficile da accettare e così viene rifiutata come tutto ciò che sembra togliere un’integra normalità. Avevano ragione gli artigiani zen che aggiustavano le cose preziose mettendo oro a saldare le fratture. Kintsugi, una pratica che chissà se ancora viene fatta oppure è solo perduta come il tempo di Mishima, travolto da un eterno correre che cammina su malintese progressività verso qualcosa che non prevede di aggiustare nulla. Un tempo era normale tenere assieme le cose, i corpi, ciò che si univa con una proiezione del tempo. Non si viveva meglio, mancava sempre qualcosa ma mi chiedo ora cosa significa essere normali. Non volevo essere normale. Nessuno di noi lo voleva. Certamente non quelli che se ne sono andati in cerca di una armonia che gli pareva di aver dentro. Ad esempio PieroPeter, imbarcato in una carboniera verso l’America, sceso in Argentina e poi ricomparso nel Texas con una moglie americana. Laureato tardi a Dallas, ma lì non ci badavano, con borsa di studio e alloggio per sposati, e poi insegnante. Adesso, sarà in pensione, in una di quelle case con l’erba da falciare il sabato per preparare il prato al barbecue della domenica.

Lui di erba ne ha fumata tanta e mi spiegava che solo con quella, l’armonia si ricomponeva dentro in qualcosa di nuovo e lui aveva bisogno di quella musica. Ha imparato giusto a tempo, in zona “Cesarini” quello che serviva. Molto di quello che s’impara si risolve presto, nel senso che sbiadisce, è connessione, un lento confondere, ricordare, scordare a pezzi, il resto non s’impara più oppure diventa passione e allora è altra cosa. ha bisogno di far largo, di mettere da parte il resto che neppure vede. Piero così aveva fatto. Via tutto quello che non serviva per seguire un sogno che poi si era trasformato in una vita come tutte, ma era un sogno, accidenti, non una rimasticatura imposta dalle volontà altrui. Aveva un talento particolare nel voler vivere alla grande. Non in campeggio e neppure dormire in macchina durante le vacanze nate per caso durante un discorso e portate avanti per sfida. In albergo, si deve dormire, in albergo e fare colazione seduti a un tavolo la mattina dopo. Fiutava il limite di ciò che avevamo in tasca e poi trovava luoghi improbabili, persi in paesetti dove non andava nessuno, pensioni che venivano occupate l’estate da 5 famiglie che ci soggiornavano ogni anno da generazioni. Entrava come fossimo al grand hotel e mi diceva: guarda la moquette. Io la guardavo la moquette, la guardavano anche gli altri e sarebbe stato meglio non averla vista perché era piena di macchie, lisa davanti al banco del portiere e in ogni camminamento interno. Era una mappa consunta da cento piedi in trent’anni che si dirigevano verso la sala da pranzo, le scale, l’ascensore, la scala verso la cantina. Scommettiamo che nelle camere la moquette ha il pelo folto. Aveva ragione ed era sempre piena di polvere e altro pelo che nessun aspirapolvere avrebbe mai aspirato. Moquette verdi con disegni marrone, moquette arancio, tinta unita. Persino sulla testiera del letto la mettevano. Moquette da asmatici in cerca di asfissia, paradiso di acari che neppure un detersivo radioattivo avrebbe distrutto e lui ci camminava a piedi nudi, così alla fine lo facevamo tutti. Insomma in questi alberghi locande c’era la gran vita e un’insegna che alle 23 spegnevano per non consumare corrente, così se andavamo in giro fino a notte tardi, c’era il rischio di non trovare neppure più la casa e la porta giusta. E accadde e finì a secchiate d’acqua o altro. Speriamo fosse acqua. Dopo due giorni era ora di cambiare aria, ormai ci conoscevano tutti e non c’era più nulla da vedere oltre l’osteria. I ritorni, sempre notturni, erano la parte migliore del viaggio, i grill con il banconiere assonnato che faceva anche da cassiera, erano il luogo dei risvegli e delle colazioni alle 2 di notte. PieroPeter riusciva a stritolare due Brioches e fonderle nell’unica che pagava, aveva talento ma si bevevano cose pessime. Miscugli. Fernet perché scaldava e risvegliava, piano da sorseggiare fino all’uscita, con il barista che ci guardava con attenzione che non rubassimo salamelle o cioccolata nel tragitto tra il bancone e la porta. Entravamo in città a giorno fatto, dopo aver visto tutta la sequenza della luce e parlato dell’alba con cognizione di causa. Avevamo un sonno che ci avrebbe portato al pranzo. La bocca impastata dal fumo, dai cappuccini e dall’ultimo Underberg, preso per pulire la bocca prima di entrare in casa, con una risposta per quel dove siete stati a cui era impossibile dire la verità. Alla fine arrivò la politica, non quella sognata che animava le nostre passeggiate, quella letta su “Quindici”, ma quella nelle piazze, PieroPeter se ne andò dopo non molto, aveva dato l’esame di maturità come tutti noi che ora eravamo all’univertà. Lui no, partì, chissà se quel diploma gli è servito.

Sono così tristi i raduni fatti per forza, non sai mai chi e cosa troverai. Cerchi scuse per settimane, ma c’è sempre qualcuno che fa da collante entusiasta. Qualcuno che è il kintsugi di un capolavoro che eravamo tutti assieme. Non è vero che lo eravamo, ma ci pareva di esserlo e le fratture di allora si sono tutte sanate, quello che rimane è la voglia di tirare fuori un passato immaginario che ciascuno ha vissuto per suo conto. Lo so che il nostro kintsugi ha cercato anche Peter e che forse l’ha trovato, ma non ne era sicuro. Il nostro inglese non è quello dei ragazzi di adesso e al più serviva per parlare con una tedesca, chi gli ha risposto al telefono, così mi ha detto, masticava ogni parola e non ha neppure capito chi era lui, così è rimasto lo spelling di un nome da trasmettere al padre, marito, amante, boh, con un numero di telefono. Ne abbiamo riso parecchio su quello che deve aver detto al padremaritoamante e abbiamo concluso che forse era solo una badante o una cameriera. Una mamies, magari PieroPeter ha fatto soldi, speculato in borsa, si è risposato tre volte o magari il numero era sbagliato e non era neppure casa sua. Quello giusto, magari, viveva in Florida in un resort per anziani. Giocava a golf e aveva una sider rossa, italiana. Con il foulard e l’abito di lino, circondato da esuli cubani a cui non poteva raccontare la sua gioventù e la passione che avevamo per Castro e il “Che”. Ridevamo ma non riuscivo a scriverla questa parola: anziani. È così che siamo adesso? E allora che senso ha mettere assieme un gruppo di vecchi che si sono tenuti distanti per una vita, che ricordano cose diverse dello stesso fatto , che ridono per piccole avventure vissute assieme, per banalità che allora erano eccezionali e poi sono diventate normalità. Eravamo nell’800 e non lo sapevamo. I Beatles e i gruppi di casa nostra, il tornare a casa a mattina, il sacco a pelo e la tendina a due posti, gli alberghetti sporchi a poco prezzo. Erano pezzi di vita allegra allora, ma diventano tristezze misurate con gli occhi di adesso. Come andare in quattro in giro per l’Italia in ‘500 e guidare di notte perché si fa più strada. Ma che sciocchezze dovrebbe tenere assieme il kintsugi, sarebbe oro sprecato, anche se è vita vera dove i silenzi contavano quanto e più delle parole e le scelte erano sempre tagli di passato. Non è meglio tacere, conservare ciascuno il ricordo di ciò che è stato, sentire le piccole enormi vergogne di allora, le timidezze, il non voler crescere come ci era stato chiesto di fare. Tutto ha un senso ma nel tempo in cui avviene, poi diventa aneddoto, storia, curiosità che si disperde con le parole appena pronunciate perché le vite sono andate ciascuna per loro conto e nessuna delle ragazze che ci piacevano ci ha sposato e tutte hanno sbagliato e fatto giusto. Ciascuno ha vissuto vicino o lontano, ma intorno a quel baricentro che era la nostra città e ora non ci sono neanche le case che conoscevamo, tutto è talmente mutato da essere irriconoscibile per chi torna dopo tanti anni. In attesa di Peter, la cosa sta rallentando, meglio. Lui era il coraggioso, quello che vivendo con madre e sorella, il padre era sparito e lui non ne parlava, si poteva permettere cose per noi inconcepibili, come prendere e andarsene durante l’anno scolastico e poi tornare e raccontare un sacco di balle ai professori e magari riuscire a farsi rimandare e poi promuovere.

Noi restavamo, a parte qualche trasgressione contrattata, camminavamo assieme per ore, prima in centro a salutare ragazze e gli altri che si fermavano con noi, poi un gelato per cena e un saltare da un posto all’altro fino a una panchina in quella piazza che non è mai stata tale ma un viale largo con tanta ghiaia e erba ai lati. Erano già evidenti in tutti noi le insofferenze che sarebbero arrivate l’anno dopo. Era quella la rottura riconosciuta e l’alternativa era stare o andare. E lui se n’è andato, con i jeans larghi, la camicia a quadri, due magliette e il sacco a pelo. Su una carboniera come operaio in sala macchine. E adesso dovrebbe tornare, ma a vedere chi? Un gruppo di anziani che bevono, mangiano e raccontano di un tempo che neppure è esistito, perché è così, quel tempo non è esistito, c’è la musica, l’arte, i libri, le passioni, i cortei, le occupazioni, gli amori, le notti insonni, le avventure, quelli che si sono persi per strada, a ricordarlo ma non è esistito. Accade lo stesso a ogni cosa che diventa oggetto e poi si va a vedere, si immagina, ma non c’è più nulla che ne certifichi l’esistenza, è tutta un’ipotesi perché esiste il presente e il futuro ma il passato è un insieme di strati di vissuti, di scorie, di bellezze incomunicabili, di ideali, di errori, soprattutto errori e la costruzione di un’identità che è quella di adesso, ma che allora non era così. E perché dovrebbe tornare Peter e diventare Piero, adesso è altro, anzi è diventato altro quando è partito e non c’è nessun kintsugi che lo possa saldare a noi che siamo rimasti.

Ci si arrampica nel terreno che ci è dato, come si può. Magari senza curvare la schiena e così che l’eterno dualismo tra un presente fugace e interpretabile e un futuro che da solo si costruisce a suo modo diventa un modo di sentire che c’è una scissione. Da qualche parte accade. È accaduto. E sappiamo che mai tutto si consuma davvero. Continuiamo a scinderci, alla fine diventeremo atomi di pensiero, e si dimostrerà che era una favola l’idea che i profluvi di parole, le cose che sono avvenute, tutto quello che si è svolto nel tempo, nell’aria o in contenitori grandi o piccoli non è rimasto attaccato agli intonaci, alle pietre e se io sento di notte gli scricchiolii delle travi, o un vento improvviso che mi accarezza il corpo, non sono gli echi di chi c’era prima, i pensieri che non si sono svolti, le parole pronunciate, i tabù abbattuti che ritornano con altre vesti e che continuano la fatica di ricostruire un cielo fatto di nuove costellazioni. È bello pensarlo che nulla si crea e nulla sparisce, ma in realtà ci scindiamo e tendiamo a ripetere, perché è più semplice, come accade per i modi di dire che non attendono una verifica e in fondo ci rendono accettabile tutto ciò che non vediamo ma che sta attorno a noi e non ha sempre bisogno di domande.

Ci sono miei tratti del carattere in questo diventare solitario. C’erano anche allora, con i modi di esprimere sentimenti, i silenzi che facevano tornare dentro parole che forse stavano meglio all’aria e questo lo avverto anche nelle mie “terapie”. Lo scrivere, l’osservare, l’ascoltare sono state terapie importanti. Fondamentali. La mia carboniera verso l’America, ma non era la stessa cosa e ora non bastano. Come non sono bastate in altri momenti della vita, quando capivo il mio limite e ciò che non riuscivo a fare, mi superavo. Partivo verso l’ignoto. E quel riuscire era compensativo di un desiderio, di un quasi amore che voleva sbocciare, oppure di un premere eccessivo del lavoro, delle scelte che avrei dovuto prendere. Le cose in fondo sono semplici e tutto si chiude tra un si e un no, con lo spazio infinito di punti che collega questo segmento del decidere. Tutto ciò che sta in mezzo, lenisce ma non risponde e alla fine si capisce che se lì, alla radice di una risposta netta, una possibilità si è spenta. Allora tutto ciò che la sostituisce è in fondo insufficiente. A meno di non essere dei geni e nasce un’opera d’arte, ma non è il mio caso.

Un mediocre scrittore e un banale fotografo, affidarsi all’istinto è una bussola per sé ma non per altri. Non aver più voglia di stupire e usare l’arte del contraddirsi come carta per ogni scrittura, non basta. Non basta  per fugare il dubbio se ci fosse stata stoffa, se il talento sia stato tradito oppure sia stata tutta fuffa, incommensurabile fuffa come quella che, dissimulata, tra righe di lirica competenza, di stupore attonito, alla fine lascia una doppia sensazione: che avrà detto, ma se è pur bella l’accozzaglia, decrittarla è fatica inutile. Non c’è nulla se non nel talento vero, ma quello è altra cosa. Altra sofferenza per estrarre qualcosa che davvero sia superiore al momento, all’accadere, alla stessa percezione del vivere. L’universale e il banale hanno più punti di congiunzione di quanto si pensi, ma così annoiano. Annoiano e si passa ad altro. E dovremmo riunire tutti, dirci cose che non facciano male. Peter dovrebbe tornare dal Texas o dalla Florida. Gli altri arriverebbero dai posti in cui hanno fatto famiglie e carriere per un pranzo, due giorni assieme e poi salutarci con gli occhi umidi perché i vecchi sono facili a commuoversi, dicendosi che il prossimo anno, alla stessa ora, nello stesso posto, mentre tutti pensano ad altro, a cosa accadrà, a cosa racconteranno a casa di questo riunirsi e dell’essere di nuovo un insieme, un gruppo coeso, un ‘opera. Intanto si aspetta la telefonata di Piero Peter, ho detto con forza che senza di lui sarebbe poca cosa, meglio non fare. Si aspetta e se chiama in americano il nostro kintsugi allora sarà da ridere.

 

da Wikipedia : Il kintsugi (金継ぎ AFI: [kʲĩnt͡sɨᵝɡʲi]), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.[1]

L’arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza.[2][3]

 

non ho imparato niente

Non ho imparato niente. Di quello che serve, intendo. Ho coltivato l’inutile e considerato necessario il superfluo. So fare il pane e un caffè discreto, qualche tipo di biscotto, ma non ho la capacità del barista di capire chi mi sta di fronte, di avere la distanza necessaria che sconfina nell’indifferenza, di ascoltare chiunque senza lasciarmi coinvolgere, se non quando davvero serve. Non ho l’occhio del netturbino che pensa ad altro mentre scova i fiori di tiglio che si nascondono negli angoli e nel suo accumulare sporcizia, carte, plastica e cicche screanzate. non si lascia travolgere dal giudizio e dallo schifo. Non ho l’ordine dei finti antiquari, quelli che sono il porto delle case disfatte e accolgono riviste, libri e cristalleria spaiata, mettendo tutto in stretti passaggi dove vetrinette e ripiani si rincorrono pieni di scelte antiche, ricordi di bocche e cure consumate nei salotti che odoravano di sigaro. Non ho la capacità creativa degli amministratori che attendono ciò che dovrà accadere e non accade, e ne spiegano le ragioni come le avessero sempre sapute. Non ho il talento del pasticcere che ripetendo sempre le stesse cose trova spazio per aggiungere un gusto che nessuno ancora conosce sapendo che da tempo lo desideravamo. Non ho l’intuito dell’orologiaio che osserva un moto piccolo di ruota e ne coglie la diversità nel tempo e correggendo con piccoli tocchi, fa scorrere le cose. Non ho imparato la sapienza del legno, ma lo so accarezzare. Colgo il colore e l’assaggio con i polpastrelli per sentirne la sapidità, mentre il disegno sotto i miei occhi si scompone. Sento la notte, sogno quando viene l’ora e penso che a Trieste, ma anche altrove, ci sono posti in cui è possibile sedersi a un tavolo di bar e osservare le persone con sguardo leggero e senza saper nulla inventare vite, cogliere moti della mano, il passo troppo veloce rispetto ai pensieri e la piega che, indecisa, socchiude la bocca in un sorriso, a volte. Quando vede il mio.

in fuga da sé

Si vuole andar via da un’insufficienza sentita come una colpa, da un giudizio, oppure seguendo una incoercibile curiosità, un bisogno di sapere chi si è. E il bisogno in qualche modo s’intreccia al giorno, genera insoddisfazione e poi rende meno vero ciò che si fa. lo rende inutile e non finisce finché non ci si trova, cosa che forse mai potrebbe accadere. Per questo molti se ne fanno una ragione e restano dove non stanno bene, dove non sono.
Quando si capisce che si fugge da sé, dalla radicalità delle domande e delle scelte che dovrebbero essere compiute, non si sa più dove andare e il sauro che è dentro di noi vorrebbe mimetizzarsi, sparire in uno sfondo dove nessuno ci veda come si è. Diventare erba, foglia, asfalto, folla. Diventare apparenza e basta restando ciò che da vita. Essere in un luogo e pensare di vivere altrove. La chiamano fantasia, ma è una dislocazione del sé, un trovarsi che segue un sentiero, una strada. Quale sia il percorso non è chiaro perché si inoltra dentro dove sembra regni l’oscurità e invece è il confronto con ciò che si poteva essere ma non si è stati e quindi, sembra, non si sarà mai. Questo confronto, questa accettazione del limite invece apre una finestra, una porta, induce ad andare oltre e trovare le ragioni della differenza tra ciò che si è diventati e tutte le scelte che l’hanno determinato. Non c’è una definitività in questo, è il bello della vita, il suo infinito procedere che lascia tutto il tempo necessario. Non è mai tardi anzi riconoscere ciò che ci approssima e il fare ciò che serve a diventarlo, spalanca il tempo. Nel flusso si segue una corrente che trasporta il mondo, il suo divenire, ma come si diventa in esso dipende da noi. Sembra il contrario, ma pensare di avere tempo consente di cominciare, infinitamente cominciare ad assomigliarci. Approfittiamo di questi giorni di silenzio forzato, di apparenza inutile per entrare in noi e capire cosa ci fa bene. 

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.

Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.

Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.

E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.

Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.

poteri futili

‌I poteri futili li ritrovi ogni mattina, stanno in agguato, ti sorvegliano pronti a ricordarti ogni malefatta, anche la mediocre fatta, e pure la bene fatta, però non concordata con chi pensa di avere il potere.

I poteri futili hanno l’incoercibile forza delle abitudini e delle ciabatte, dopo un po’ tendono a puzzare ma il loro distacco è sempre troppo lungo rispetto alla necessità. Basterebbe Ikea per risolvere il problema, delle ciabatte e forse questa non è un’ utilità da poco però sulle abitudini Ikea fa poco oltre a riempirti di candele.

I poteri futili sono come i modi di dire, non hanno una ragione, e basterebbe una scrollata di spalle per liberarsene, ma sono così comodi per riempire i vuoti del ragionamento… Hanno la quasi forza di una scusa mediocre, si possono usare per qualsiasi situazione basta cambiare il soggetto. A volte anche il verbo. Con l’età diventano mappe di google, la stessa fissità dell’attimo, gli stessi percorsi, la stessa voce sintetica. Che magari sintetica non è, però è sottopagata e deve pure ostentare la sicurezza di chi sa: fai come vuoi ma alla fine sono la tua unica sicurezza. 

Fate un esperimento, liberatevi dal consiglio di un potere futile, diteglielo che è vecchio, senza amore, immotivato, privo di logica e soprattutto un dannato moralista. Sembrerà sparire ma la mattina dopo lo ritroverete intatto e con quel sorriso che colpevolizza ogni deviazione, così anche i dubbi che avevate  pazientemente smontato torneranno in massa, allegri e vocianti: e se in fondo avesse avuto una qualche ragione? Eccolo il potere futile che emerge e sommerge, solo un nuovo potere futile caccia il vecchio, ricordatelo e lavorate.

diverse serenità

Tra serenità cercate, presunte, passate e serenità incrementanti, verrebbe da dire la vita sta. E tutto ha al centro quel nòcciolo duro costituito dall’io che vorrebbe aprirsi, ma ha una sacrosanta paura delle sberle. Ne ha avute a iosa in passato e ne sente traccia calda a fior di pelle. Si dice che le sberle insegnino, è vero, ma non abbastanza e non tutto è positivo nell’evitarle. Comunque creano scorza, ossificano le reazioni e le intenzioni sino a farle diventare un involucro coriaceo, il nòcciolo dell’io per l’appunto. Come si possa poi confinare tutta l’energia in quello spazio così piccolo non è questione di sola fisica atomica, anzi nella gestione delle forze interiori/esteriori gli uomini sono molto meno deterministici della fisica e molto più bravi a confinare l’energia. Assomigliano più ai terremoti che distruggono e al tempo stesso generano materia, la solidificano, e in tempi lunghi, l’assestano in una quiete nuova e transitoria piuttosto che riordinarsi in un flusso di energie che si dirigono o rimbalzano allegramente, felici di scoprire nuovi spazi. A questo assestare dopo le scosse (o le sberle) pare servano le serenità; che sono poi lo sguardo del presbite: da vicino vede un’interessante composizione di colori, mentre distanti coglie le cose, finalmente ridotte ad una dimensione accessibile; né troppo grandi né troppo piccole. Ma soprattutto raggiungibili se si ha pazienza, e maneggiabili. È questo di cui si vorrebbe avere governo nel trattare quel nòcciolo di io, quell’ identità che ha necessità varie oltre al proteggersi? E come conciliarlo con le passioni, ovvero con quel fascio di energie inaspettate che l’io non riesce a contenere e da cui è sballottato in territori che non conosce? Anche le passioni hanno loro serenità e soddisfazioni, ma non sono quelle della quiete. Si usa l’ossimoro delle passioni quiete per descrivere i paradossi della politica ma queste esistono solo da quelle parti, e si dovrebbero definire compromessi, soluzioni compatibili. Tutte cose che le passioni non conoscono. 

Ricomporre nuclei duri e flussi morbidi, ma irruenti, è un bel processo dinamico in cui si balla parecchio. E verrebbe da dire che si balla serempidicamente,  perché ciò che non si stava cercando si trova e la felicità che ne nasce è così inaspettata e gratuita da sciogliere ciò che sembrava inscalfibile.

 

 

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.

 

semplici pensieri sulla nascita

Forse più volte nella vita veniamo chiamati a capire il senso della nascita, quella materiale che vediamo in chi ci è Caro e quella interiore che si confronta con qualcosa che non solo è vivo ma è colmo di possibilità. Noi auguriamo buon compleanno a chi amiamo, a chi ha una relazione con noi e non di rado a persone sconosciute che proprio tali non sono fino in fondo, visto che qualcosa in loro riconosciamo e vorremmo fosse una cosa buona. Nascere si ripete dentro di noi ma riconoscerlo è difficile, cioè è difficile sentire il senso del nascere. Lo si confonde con il nuovo, con un’emozione forte, con l’amore ma tutto questo è contenuto nella nascita cioè in quel venire al mondo non è di per sé nascere, tant’è vero che spesso poi le vite ricombinate si ripetono.
Proviamo a riflettere su questo venire, affacciarsi, esserci dentro nel mondo con un verbo che è movimento positivo: un entrare. Quando si entra in una situazione di è timorosi il giusto e insieme pieni di possibilità. Forse per questo nascere una seconda o ennesima volta, possedendo una memoria di essere stati è una nascita differente, difficile e vera. Con la memoria noi apparentemente restringiamo il campo del possibile, le relazioni sociali fanno il resto finché ci si arrende e si è in balia degli anni, di ciò che sembra predeterminato, come avessimo messo in disparte le emozioni, la capacità di cominciare davvero qualcosa di nuovo. Eppure se la memoria, la condizione precedente, resta nel suo ambito le possibilità sembrano ancora agibili, nascere ovvero costruire il nuovo sembra possibile. Quello che dobbiamo aggiungere è la fiducia, cioè il riconoscimento di incompletezza (quello che un bimbo fa naturalmente) e la sconsideratezza ovvero la capacità di non sottostare alla logica che determina il comportamento come prosecuzione del passato.
Per questo forse capire la nascita implica una presunta follia pacifica, una rottura di regole che doni energia, una meraviglia costante, affidamento e l’apertura alla possibilità che ciò che era impensabile accada. Ma nascere è fatica, rischio, rottura delle abitudini e ognuna di queste condizioni dello spirito si frappone tra i nostri occhi interiori e la visione di noi, di ciò che ci è possibile. In fondo siamo noi e solo noi che nell’escludere la possibilità del nuovo lo neghiamo. Forse per timore di quel dolore iniziale che porta il nascere, o della sua solitudine che ci mette davanti alla necessità di riconoscerci direttamente mentre preferiamo specchiarci negli altri. Forse per il timore che lasciata una mano non ci sia un’altra che dia sicurezza al procedere nel nuovo, nell’inconosciuto. Forse per tutti questi motivi e chissà quanti altri ma portare in noi la riflessione, che significa vedersi nello specchio interiore, ci porta nella possibilità. Fuori dal tempo e dal destino, nel far accadere ciò che ci potrà accadere. Quando siamo nati la prima volta non l’abbiamo scelto ma poi crescendo la scelta è tornata nelle nostre mani. Basta saperlo un poco e cercare di capire se ci interessa davvero. Ecco, credo si cominci da questo.

nella sera

Verrà la sera e l’aria dolce di tiglio e gelsomino,
rallenterà il passo,
Si sospenderà il giorno
mentre il pensiero volerà a te
stringendoti in legami d’aria.
Sono gli stessi che ora rondini tracciano,
con parole garrule nel cielo,
e nelle rapide curve che scrive il volo,
ci sono i caratteri d’Oriente,
fioriti di dolcezze e di segreti,
Il profumo d’acqua e dei deserti,
la notte che stende tappeti di promesse.
Così, in questo crepuscolo che m’appartiene,
porto segni gioiosi,
fatti di sospensioni e brividi d’attese,
e lascio che il cuore amoroso
si riempia,
dei pensieri che dicono di noi.

strani innamoramenti

Là, per congiunzione d’astri, succhi di roccia e di terra, per scorrere d’acque profonde, s’aggrumano e si ricongiungono vite. Chi può o deve, chi non è scagliato dal bisogno, chi cerca un senso, improvvisamente sente il coincidere del luogo, dell’essere, della parola. Son cose da letterati, da cercatori d’inutilità dentro e fuori di sé, cultori di segni, aruspici di parole specchio che ritrovano il sentire in ciò che vedono. Realtà mutate in luogo o persona, e com’esse umbratili e mutevoli, di stagioni, temperature, umori. Nel tracciarli, sulle mappe, questi luoghi sono nomi sconosciuti, fotografie, cittadine, raggruppamenti d’alberi e acqua con case modeste, pietraie, boschi.
Lí lo spirito (significa qualcosa questa parola?) riposa e muove. Trova affinità e sintonia.
Sintonia è un sinonimo di amore, non è una variazione del bene, ma solo amore, perché è corrispondenza tra interno ed esterno. Mano che rovista in ciò che conosce, che estrae con meraviglia e riconosce ciò che era sconosciuto. E lo offre ad un ìntuito simile. È lo specchio che mostra e si mostra. E questo accadere, purché lo si cerchi e voglia, è possibile ovunque. In un luogo del cuore, in una persona, in un’idea e tutte e ciascuna diventano amore. Cioè congiunzione di cose intime e care, di corrispondenze profonde. Per questo i luoghi, le persone, le idee, diventano sacre (ancora una parola che dovrebbe essere scavata) e sono espressione di un’unicità senza confronto.

È così si conservano oltre.
Oltre cosa ciascuno potrà dirlo ascoltando quella parte di cervello che chiamiamo cuore e ci contiene assieme a tutto quelle che si fa Caro.