le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

se

Se pensare alle cose accadute, alle decisioni prese e a quelle subite, servisse a ripassare la vita ed estrarne il meglio, allora quello che è stato accantonato e poi coperto di sabbia riemergerebbe. E servirebbe per parlarci di più, per guardarci negli occhi, anche in video chiamata. Se questo vederci servisse per verificare se il desiderio era tale oppure una foglia di fico, e se quanto ne è venuto dopo era reversibile oppure definitivo. E se fosse tutto questo rivedere che porta verso la domanda: era questa la vita che avrei voluto? Ma visto che la vita vissuta è comunque avvenuta adesso come la cambio?

Allora si capisce se quell’approssimarsi con fatica per capire davvero chi si era e che ha generato tutto questo costruire e disfare non è stato inutile. Perché è questa la genesi del nuovo che c’è dentro di noi, e davanti alla consapevolezza che si fa strada, persino la paura di essere davvero ciò che si è, scapperebbe a gambe levate.


le cose si esauriscono

Quando si fa fatica a dirsi qualcosa interessante, quando le cose scambiate diventano rito e abitudine e non portano allegria, quando finisce la curiosità reciproca, allora si è già accumulato nel rapporto uno strato di polvere grassa, quella che appiccica e non si toglie soffiando. È questa polvere che dapprima annebbia e poi oscura la superficie, spingendo in basso desideri, curiosità, pensieri da scambiare. Spesso si cerca altrove un senso all’eccezionale che fa parte delle vite. Oppure non lo si cerca neanche più, per stanchezza e mancanza di coraggio, e allora bastano le manie che incrementano i silenzi, i piccoli mondi solitari che sviluppano culture compensative che non vengono più scambiate.

Il disinteresse non si decide, lo si lascia, dapprima inconsapevolmente, dilagare, prendere il posto della curiosità e lo si fa diventare giudizio senz’allegria. Così accade anche alle idee che abbiamo amato, agli dei che abbiamo contribuito a far cadere, vengono sostituiti con nuove convinzioni che però non attecchiscono nel profondo e non generano nuovi entusiasmi: la disillusione confina e impoverisce il futuro quando non è passione vera.

Questo è un problema che riguarda chi lo avverte, ed è fatto di attenzione verso l’altro e di campanelli d’allarme. E solo noi possiamo risolverlo, sentendolo in agguato e sapendo che nulla fa più disastri, e male, del disinteresse. Anche a chi lo prova. Ci sono modi di pensare che vengono detti o anche taciuti e trasformati in azioni: se non ricevo attenzione allora non mi merita. Non comunica, attenderò che gli passi. Si lascia la mossa all’altro e si pensa che intanto non accada nulla. E invece accade, sta accadendo e sarebbe bene che fosse detto. Per chiarezza, verità, ma anche per capire se questa condizione può mutare. 

Oppure non interessa più che accada qualcosa e questa in fondo sarebbe la cosa più onesta da dire, ma quando succede ormai tutto si è sfilacciato, rotto e rimettere assieme le sintonie è una fantasia che ci si racconta. Come quella di chi si ritrova dopo anni di lontananza e dice che sembra di essersi appena lasciati. Non è vero, il tempo e la vita sono passati e le persone sono mutate, così quello che si riallaccia è qualcosa che omette e sostituisce la vita intercorsa con una fantasia di essa, e in realtà comincia da capo. Per fortuna è così perché altrimenti si riprenderebbe da ciò che ha rotto l’interesse reciproco.

È naturale che tutto ciò avvenga, ed è naturale che ci sia un processo dinamico che tiene assieme le persone, le idee e le cose, sono le convenzioni, le regole sociali, il codice civile che si preoccupano di rendere stabili le vite ipotetiche, ma noi viviamo e cresciamo non perché c’è una norma o una riprovazione sociale, bensì in forza di interesse, passione e amore. Emozioni e sentire che sono forti ed esigono impegno, sincerità e fatica. Forse basterebbe impararlo sin da piccoli e sapere che stare assieme è un’arte e un impegno, non un obbligo.

 

scrivo molto

Scrivo molto. Non come vorrei, né quanto vorrei. Mi piacerebbe che lo scrivere fosse la mia principale occupazione, ma non può essere così, e allora è fatto di ritagli, di fogli che svolazzano, di agende, di pensieri affidati al notes dello smartphone. Scritti, dimenticati, ripresi, ritornati, scomparsi. Pensavo che un blog fosse un modo per trovare persone che hanno lo stesso interesse, che scavano dalle loro parti e confrontano ciò che trovano. Un tempo lo era ora non è più così. Nel mio blog vengono pochissimi amici affezionati. Spesso mi piacerebbe sapere di più di loro. Chiedergli come vivono, come stanno davvero, parlare di impressioni, esperienze, vite. Poi mi rendo conto che questo mondo troppo spesso avvicina in modo strano il sentire ed è raro lo scambio.

Mi accorgo anche che altri passano per curiosità e scompaiono. Credo sia destino di chi scrive non sapere nulla di chi lo legge. Quali interessi suscita. Perché si è interrotta una lettura o cosa si è pensato di un raccontare che sembrava svagato. Sembra spesso un discorso che avviene in un solo senso. Per dare misura delle storie virtuali basterebbe pubblicare i whatsapp o gli sms che si susseguono. Qualcuno l’ha già fatto e ci ha ricavato due o tre libri, ma è un parlare diverso che sempre chiede e dice come si sta, cosa si pensa. E’ il momento e ad esso manca qualcosa: il contorno e la profondità. Manca il divagare, la confidenza di un’amica, il pensiero malinconico che non lascia, il particolare di una chiesa che non sarà mai vista da chi legge eppure ha suscitato curiosità. Come del raccontare il sudore d’una notte d’estate, o il canto dell’allodola prima che filtri la luce dalle imposte socchiuse, il sogno dal quale si è appena usciti, il rumore sommesso che arriva da una finestra vicina con sospiri e rumori d’amore. Tutto questo si può raccontare ma non racchiudere in poche parole.

Scrivere è un bisogno, un peso immateriale positivo che equilibra l’anima. Scrivere è essere ciò che si è, un gomitolo di aspirazioni, di ricordi, di attese, di delusioni e felicità improvvise. Dalla vita con il suo filo che corre ne è uscita una palla, un gomitolo con cui qualche gatto gioca e sembra fingere di capire.

In realtà continuerò a scrivere anche se non so che ruolo abbia nella mia vita. Nel gioco della psicanalisi ad un certo punto mi sono accorto di aver compreso parecchio di me. Potevo allineare tutte le manchevolezze, sapere da cosa si erano originate, ripescare gli incontri che mi avevano impaurito, cambiato, e quelli che mi avevano reso quasi felice. Ho visto l’origine profonda e quella banale di alcune malinconie, ho intravvisto il sauro che dorme dentro, dove si arriva a fatica e mai senza pagare pegno. Ho interpretato sogni, cambiato qualche piccolo atteggiamento e infine mi sono accorto che all’analista non avevo più nulla da dire perché parallelamente era andato avanti un discorso sulla carta che si era originato ben prima e che continuava per suo conto a interpretare, cercare, mettere in fila. Ci siamo salutati neanche tanto bene, voleva continuassi, ma non avevo più nulla da offrire che mi desse un senso differente ed era una consapevolezza profonda, come quella del non dare consigli, del considerare che i pesi si portano da soli e si lasciano nel giusto posto . Per me quel posto era la pagina, la penna, le parole che si formavano e venivano da una fonte comune che si era arricchita per strada, ma era sempre quella. Quella fonte ero io. Con tutte le emozioni raccontabili e non dicibili, con le manie piccole e grandi, le paure e gli scatti improvvisi di felicità. Ero io nel momento in cui camminavo senza meta facendo le stesse strade, nei pensieri che avevano il ritmo del passo, nei desideri e nelle delusioni. Ero io negli errori piccoli e grandi commessi, nel senso di fallimento rispetto alle grandi attese. Ero io che mi perdevo e che accettavo ciò che mi sembrava grande e alto, tanto da farne un pensiero che poi lo portava a terra e lo rendeva comprensibile, fattibile. Ero io che mi cercavo nell’inutile perseguito con acribia determinazione.

In questi giorni ascoltavo la lettura della Coscienza di Zeno e pensavo che il flusso ininterrotto di pensieri, con cui vedeva la vita mettendoci la giusta ironia, non gli toglieva la necessità di raccontare il sentire e così faceva Grace Paley nei suoi racconti in cui si guardava vivere. Di questi esempi ce n’erano a migliaia e tutti avevano scritto per una necessità che precedeva il bisogno di avere lettori, di sentirsi bravi e che quella fonte, di cui parlavo e che tutti abbiamo, si disseccava solo quando si era inutili a sé. Per questo ancora scrivo e continuerò a farlo, non per i lettori che vorrei mi parlassero ma per quella solitudine del parlar dentro che viene compensata o da qualche persona che arriva al cuore e non ha bisogno di bussare oppure dal far uscire le parole che dicono come e cosa si è. Parole come sangue che fluisce e circola in un corpo più grande, un dentro e fuori di se stessi che è l’abbraccio che posso dare a me stesso e al mondo.

(302) Vivaldi – Dixit Dominus (RV 594) – YouTube

 

la crisi occulta del noi

Il liberismo è una prigione dolce. Si alimenta di privilegi, rende naturale la diseguaglianza, fa dimenticare l’ingiustizia. Rende gli uomini soli, trasformando il rapporto tra io e noi in un solo contenitore: se stessi. Scompone le agende delle priorità, affievolisce l’etica e la compassione. Colloca l’uomo in secondo piano, lo rende accessorio non solo del produrre ma anche condizione del benessere di altri uomini. Realizza il desiderio e il piacere attraverso le cose, ne vuole il possesso e non si limita agli oggetti ma in esso racchiude gli uomini e poi i sentimenti. Non abbiamo più ideologie che almeno indichino l’avversario e che così che facciano emergere l’antidoto e neppure ciò che implica una dialettica e un confronto. Così si perde la speranza di un cambiamento, di un futuro che ricomprenda la sconfitta dell’egoismo. Noi viviamo in una parte del mondo in cui le ingiustizie più acute non hanno la misura sconfinata di altre ben presenti nei Paesi oggetto di guerra, di dominio, di sfruttamento illimitato delle risorse e dell’uomo e questo dovrebbe essere un vantaggio per elaborare un mondo diverso che sia esteso alle altre parti meno fortunate, ma non è così. Una sinistra che non immagina più un futuro differente, che accetta come naturale la scomparsa del “noi”, diventa parte integrante del sistema non il suo elemento di contraddizione che lo cambia. Anche ora, nella pandemia che sembra rendere tutti uguali, le differenze si accrescono. Nella cura, nella possibilità di isolamento, nella disponibilità economica, nelle ricchezze che crescono ancora senza limite a vantaggio di pochi che con i mezzi per combattere il virus traggono profitto. I sistemi che più si spostano verso il liberismo spinto lasciano le persone a se stesse. In essi si cura solo di chi può pagare perché questo alimenta il lucro sulla salute. Non esistono più diritti fondamentali, un accesso alla salute che guarda solo all’essere persone, ma è la disponibilità economica a fare la differenza. Questo si proietta in avanti e andrà a generare il nuovo ordine mondiale. Dovremmo chiederci se è questo il mondo che vogliamo, se è in esso che l’uomo può realizzarsi e progredire. La crisi occulta del noi è l’asservimento dell’io, la sua riduzione a dipendenza, perché ci sarà sempre qualcosa in grado di comprarlo o di ridurlo al silenzio.

tra pioggia e portici

La pioggia aveva spinto tutti sotto i portici. Chi col bicchiere in mano, altri con la compagnia dell’affanno d’una corsa recente, pochi con la cartella o un fascio di giornali. Bagnati i maglioni a righe grosse, i capelli e il viso, la barba; la pioggia era un gel che s’era abbarbicato ai peli. Bagnati gli impermeabili, fastidiosi gli ombrelli che non si sapeva mai dove mettere e appesi al braccio gocciolavano nelle scarpe. Imperava su tutto una musica nuova e insieme antica: un vociare sovrapposto, come di animale che dorme e alita rumoroso, risuonando riflesso dalle volte a botte o a crocera dei portici. Tutti avevano da dire e tutti nello stesso tempo, così s’incagliavano i discorsi, le voci si alzavano e spezzavano i ragionamenti. Nessuno ascoltava davvero, neppure quelli zitti, tutti presumevano e andavano alle conclusioni non dette e replicavano. Ciò che non era ancora detto diventava asserzione senza padrone. E così tutti avevano da dire, o assentivano o negavano in un muoversi di mani e di teste davvero singolare, da studiare in una specialità comunicativa nuova, ovvero quel dire contemporaneo e sovrapposto di teste e bocche e braccia che erano in competizione verbale ed esprimevano un senso e uno stile che ricomprendeva un’età. 

Le ragazze erano parte di questo mescolarsi di voci e bagnato. Meglio attrezzate, con cappucci e impermeabili di nylon, si esponevano di più, erano impavide, consce e già pronte ad andarsene per loro conto a casa di qualcuna. Non avevano bisogno dei maschi, non di tutti. Di quelli interessanti sì, e forse di qualcuno in particolare, ma era cosa loro. Avevano idee e consapevolezze nuove, libertà inusitate che stupefatti capivamo in un senso semplice: era finita un’idea su cui non avevamo mai riflettuto, quella dei vantaggi dell’essere maschio e il nuovo, loro, ci ricomprendevano in modo diverso. Questo ci confondeva, ma anche affascinava profondamente, come un’avventura di cui non vedevamo il limite. Era un orizzonte senza una linea che lo contenesse con infiniti colori che ne descrivevano la voglia di andarci. Comunque, le ragazze, se ne sarebbero andate, tutte o quasi, e chi restava si sarebbe ricomposto e ammucchiato a discutere e bere, finché finiti i soldi, sarebbe rimasto il parlare, il freddo incipiente e la pioggia, e il restare, perché le case a cui tornare non sembravano mai accoglienti ma erano una tana. Un rifugio, per poche ore e poi fuori di nuovo, all’aria, alla pioggia. Immemori e colpevoli degli impegni non onorati, delle fatiche evitate, alla ricerca del desiderio che diventasse concretezza e poi fare, essere, soddisfazione, dubbio, novità e problema. Animali senza una traccia da seguire che non fosse quella usata per anni e poi arricchita in aggiunte di amici, di bere, di fumo, di discorsi senza limiti che comprendevano l’utopia e la ragione. Parole, approfondimenti, incazzature e rotture infinite, in un prendersi e lasciarsi che spingeva in avanti il discorrere e l’andare in una specie di formalizzazione di ciò sarebbe accaduto. Un flow chart delle azioni essenziali di quella nostra età, per poi raccontarlo e capire che era un non essere mai andati via, ma solo un argomento e un sogno da realizzare in una vita ancora aperta e piena di possibilità. Un luogo del tempo, della stagione, del ridere e della miseria della condizione giovanile. Questo era il tema che assorbiva tutto: la miseria della condizione vissuta, con libertà piene sulla bocca dei più vecchi e invece piccole prigioni da cui fuggire per chi era consapevole che era prima di tutto un esercizio verbale. Una costruzione di mondi possibili, di speranze e di delusioni infinite che si spaccavano in mille maledizioni e poi ricominciavano daccapo.

 

pulviscolo dorato i giorni

Tanti piccoli fatti si sommano. Ripetuti e singolari, un letto di cose di cui non si tiene memoria eppure sono indizi di vita. Stamattina mi hanno portato un libro ordinato in rete. Mi ha sorpreso quanto male sia stampato. Avere cura di ciò che si produce, diminuisce lo spreco e aumenta la stima nel mondo: sapere che le cose vengono fatte bene fa bene. Ma questo contrasta con il capitalismo, che non è, come dice Barnabè, la teoria che si applica in qualsiasi sistema politico perché è solo la differenza tra chi ha il capitale e i mezzi di produzione e chi ha invece , solo il proprio lavoro, ma è invece lo sfruttamento di qualsiasi cosa possa generare profitto, uomini compresi. E così per il mio libro si usa carta di qualità infima, nella minore quantità possibile perché questo genera guadagno e poco importa se è svilire il bello che quella carta porta impresso su di sé.

La mia rivolta è nei particolari, nei sogni, nei gesti inutili che diluiscono l’impero dell’utile. Credo nella continuità. Mi sembra sia un assioma che non contrasta con il nuovo e che include la discontinuità. Essere parte di qualcosa di più grande, consola. E da cosa dobbiamo/devo essere consolato? Dalla sensazione continua dell’insufficienza, dell’inadeguatezza. Il merito, teoria che parte negativa e diventa positiva sotto la spinta di chi spreme i limoni, è questo continuo premiare e togliere, mettere obbiettivi che devono essere superati e anche quando avviene, sapere che c’è un di più, genera l’insufficienza. Per questo scelgo la continuità, che ha pazienza, riesce a pensare, a vedersi e vedere. Poi quello che ne viene è di una insufficienza diversa, è la consapevolezza che c’è molto di più di ciò che posso fare e conoscere, ma intanto posso portare innanzi un particolare ben costruito.

Stamattina ho raccolto delle noci tra l’erba bagnata di rugiada. Cadono da un albero che avevo piantato nel giardino comune della vecchia casa. Era una pianta che mi aveva seguito, come altre, da una casa precedente. Leggo delle storie inscritte in queste piante che hanno visto molte persone, differenti epoche e sempre hanno dato senza risparmiarsi. Le noci raccolte le ho piantate sperando radichino e ne vengano nuove piante. Facendo queste piccole operazioni di speranza, ho pensato all’amore. Come esso passi e insieme muti e resti con una traccia che continua a riprodursi. Una traccia impersonale che non dipende più da noi, ma è dentro di noi. Iscritta in un dna particolare dei ricordi, del sentire, dei sentimenti. Impalpabile eppure molto fisica, che ha avuto tempi e modi di esprimersi ed ora in altra maniera si esprime. E aggredisce dolcemente quando non si aspetta. Danza in noi come pulviscolo dorato e per un attimo il tempo si ripete, come una domanda sull’infinita possibilità di ciò che non è stato, ma continua ad essere e riprodursi. Storia di tutto ciò che è attraverso noi vissuto. Questa è la continuità che non mente al nuovo e che tiene preziosa la memoria.

salmodia del tempo

Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?

Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
– sotto un purgatoriale cielo effimero –
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

O l’inizio di Tristia

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.

sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa. 

di mammut, piccoli fallimenti, ideologie e altro

Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.

Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.

Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è.