estati bambine

In evidenza

L’estate cantava con le cicale
e nel cotone delle tende da sole,
entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali,
poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole,
le cicale in un ossesso finire,
le tele in solerti pomeridiani silenzi.
Il tessuto aveva un odore di cotto
diverso da quello della pietra e del legno,
la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio,
quando i giochi finivano,
e la pelle odorava di sudore e di polvere,
poi l’acqua a rigare il sapone,
le ferite da pulire,
il bacio e le lenzuola di lino
piene di fresco
per il corpo e la notte.

In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole,
nella casa vuota di noi,
ma piena di schiocchi di legni e di cose.
Ballava la polvere in lame di luce,
si mescolavano I profumi
dei vecchi mobili
delle loro storie e case vissute,
volti confusi in fotografie
infilate nei vetri.
Cose in attesa osservavano
l’alternare della luce e del buio.
Nulla ci mancava,
e la vacanza travolgeva,
neppure troppo lontano.
Il mare, le dune, le nuove abitudini
portavano profumi diversi,
conosciuti dagli anni passati,
ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori,
noi cambiavamo senza sapere,
come se tutto quel mondo di piante
di sabbia, d’acqua salsa, di cose
arroventate dal giorno,
nel buio spendesse I suoi roridi umori
in amplessi dolci, lunghi e silenti.
Qualcosa accadeva
sommerso dai giochi,
emergeva nello scoprirsi nuovi
anche negli sguardi scambiati.
Atttese senza nome,
pensieri curiosi, potenti,
senza parole adatte,
ancora innocenti.

Tornavamo a settembre,
le case avevano vissuto,
qualcosa non era al suo posto,
ci si ritrovava nei profumi,
nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio,
nelle verdure d’estate nei piatti,
nei giochi che la casa
riannodava a noi e alle cose.
Settembre già odorava di carta e d’inchiostro,
di banchi scrostati,
di fatiche e complicate promesse.
Vivevamo in giorni a mezzo
cavando dall’incoscienza
giorni di corse felici,
di tempi infiniti,
di estati passate senza timore d’autunno.
E la tenda da sole ci rassicurava,
con il suo profumo di cotone bruciato,
con il calore che ancora fermava.
Non cantavano più le cicale
ma finché lei restava
non sarebbe finita l’estate.

tempesta

In evidenza

La tempesta è arrivata silenziosa,
il vento, un respiro lungo e caldo,
qualche goccia obesa e poi la grandine,
tonda, importante, ritmata,
ha fatto risuonare lamiere, legno, plastica,
persino la tela delle tende da sole, suonava.
Gli alberi, le piante, si sono spogliate del superfluo,
in una conta che solo il caso conosce e pratica.
Perché è caduto questo frutto e non quello a fianco,
e i fiori, le olive, le foglie come hanno trovato un senso,
una disposizione che ha disegnato il loro condividere?
Le grondaie colme di ghiaccio hanno protestato,
anche le auto, i teli strappati,
si sono lamentate
e come è iniziato
tutto è terminato,
solo poche gocce d’acqua grosse
quasi lacrime per l’opera compiuta,
come per i fuochi d’artificio
che danno tre botti e il cielo torna buio.
Dalle case sono usciti gli uomini,
scuotendo il capo per i danni,
guardando il cielo in cui è tornato il sole,
e una massa scura si spostava verso est,
dalle finestre si sono scambiate voci,
commenti ripetuti,
poi le scope e i bidoni del verde hanno accolto l’imprevisto.
Nulla era come prima, era dopo,
e iniziava un pensiero d’ordine,
un rammarico e un relativo accogliere,
solo nei campi vicini, i girasoli e il granoturco
non si rialzavano dalla caduta,
credo pensassero ch’era immeritata
e loro innocenti vittime
che neppure avrebbero avuto nome,
solo danni.

l’aria del mattino

In evidenza

L’aria immota, affaticata, attende,
passa veloce un canto di passero,
mescola il silenzio
attonite si sente, ascolta,
poi tace, è frullo di vento.
Il cielo è una terra di nessuno,
con l’umore che sale
e si misura con il sole,
non vincerà ma resiste,
s’oppone, ricorda la fatica della notte,
il mondo che vive
e s’agita nelle vite e gli amori.
La luce sosta sulla soglia,
e appena graffia d’ombra la via,
sfiora la terra gravida di umori,
gentili e attenti
come i tuoi pensieri.
Ancora non s’allinea la giornata,
il possibile è tenerezza
per ciò che accade
e conserva amore,
come una carezza tra i capelli,
il profumo d’un pane sfornato,
il passo indeciso
e senza meta
che sente scorrere il buono della vita.

domenica al lago

In evidenza

Era l’ora di pranzo,
nei pontili gli aperitivi e i sorrisi,
un suono di voci che s’avviava,
verso tavole imbandite e sdraio.
C’era un suono basso di ghiaia e d’onda.
un mormorio di sole e voci.


Sul prato vicino è arrivata una frotta di figli,
la pelle scura,
aiutavano i genitori a stendere tovaglie,
le ragazze e ragazzi con magliette e calzoncini,
erano allegri
e scherzavano tra loro
ed entravano tutti in acqua
e uscivano ridendo.


Ignaro s’è compiuto un rito,
che attingeva al mistero dell’innocenza,
all’ombra che ristora
e non è assenza di luce.
Celebravano i giorni infiniti dell’umana creazione,
quando il cuore è leggero di battiti,
e non serve ragione per essere vivi.
E parevano felici.
Senza problemi.
Forse siamo noi che abbiamo problemi.

bon da gninte

In evidenza

So bravo a far robe che non conta,
go na vocasion par questo
on talento, se diria,
che me fa perdare el fio de quel che fasso,
me perdo nel scoltar na parola nova
e vardar la bocca che la dixe,
come se tuto fosse nato desso,
mai dito prima del ch’el atimo
che no se ripetarà de novo.
Xe l’arte de far castei de sabia,
visini a riva,
sensa vardar l’ora,
e no pensar che a ogni siè riva l’onda,
la sabia se desfa poco a poco,
la magna el fosso e pò el muro,
la porta, el merlo
queo che gaveva vossuo pì cura, resta la sabia, un muceto,
moia e pronta
par n’altro zogar inutile al tempo
e bon par ti
che te pensi e te vedi el beo
nel fare e nel scoltare,
nel vedare e imaginare
l’ogni volta novo
che nel so desfarse
zonta sempre qualcossa dentro
a cavare la sen de no so cossa,
e zontar fame de vivare
sensa guadagno come un bon da gninte.

Francesco Guccini

In evidenza

Pensavo all’America che avevi amato,
e alla via Emilia,
né l’una né l’altra sono uguali,
peggiorate e dissolte nei miti,
ma da te cantate hanno la speranza delle radici.
Ci hai accompagnato ovunque
con noi, senza essere di qualcuno,
la libertà è questo:
essere da una parte senza steccato.
E sapevi che fare,
con la musica, le parole e l’anarchia,
la bellezza che scalda i cuori e ci fa eroi
mentre rende più forte l’ideale.
Trattavi gli amori
come giunco che intreccia le vite,
nella leggerezza del dire tra noi,
mostrando come spinge
il nostro piccolo mondo normale.
assoluto
come ogni vissuto.


Grazie Francesco
per ogni stanco mio ritorno
cantato di notte,
dopo l’ultimo bicchiere di vino,
prima di avviarmi a casa
con gli ideali saldi e condivisi,
e la speranza d’ogni storia normale
che ha in sé una locomotiva.

elogio del disordinato risvegliarsi

In evidenza

La notte ha arruffato i corpi,
in un confondere di pose e ricerca d’aria fresca.
Così si è messa quiete al giorno scorso,
e fatica e sudore hanno trovato accordi,
entrambi avvinti dalle logiche dei sogni.
Poi la luce s’è svegliata nell’abbaiar dei cani,
qualche finestra ha schiuso,
e l’aria è sembrata frizzare di freschezza,
mutando il sonno nel sopore grato.

A giorni alterni portano via i rifiuti,
i bidoni attendono composti,
il camion si ferma e poi riparte,
e nel suo percorrere le case
la mente ascolta
ed enumera i vicini.
Ormai è giorno pieno
e il calore già sorregge l’aria,
torna il sudore e il tempo.
Alzarsi è accogliere il nuovo che già urge,
il benvenuto è nei gesti usati,
il profumo del caffé che sale,
lo sguardo sul verde,
che si posa,
e ora curioso pensa e interroga
della sublime confusione nei minuscoli giardini,
del naturale stare accanto,                    e assieme attendere luce nuova e acqua.
Vivere sin nell’intrecciare di radici,
in misteriosi abbracci,
mentre a noi è difficile
il pensiero dello stare accanto.
Le forzate simmetrie e il diniego     non seguono l’ energia vitale,
lei, libera e muta, accompagna,
e al nostro rifiuto,
non obbliga, si ritrae e lascia fare,
cosi si costruisce l’inquietudine,
nel negare la libertà di stare accanto
per crescere assieme
secondo desiderio e voglia.

gli occhi

In evidenza

il colore dei miei occhi era nei tuoi,
che s’imbiondivano di giugno,
rosseggiando nei tramonti.
E avevano persino il rosa delle albe dopo il canto dell’allodola,
attimo silente della luce
in cui gli occhi sentono il riposo.
Il nero lo riservavano alla notte
e piccole luci s’accendevano ai lati delle pupille mai stanche di vedere.
Attendevano il rosso dei papaveri
per mostrare al tuo verde che fioriva
nella vibrazione del desiderio,
ed era blu che oscurava la luna,
specchio dell’anima che voleva senza dire.
Gli occhi sceglievano allora il nocciola,
colore che cela ogni apparente durezza,
ma assieme al giallo e l’arancio,
a rendere dolce e agro l’amore. 

ombre che seguono l’ombra

In evidenza

Dalla finestra una luce taglia la stanza e le cose,
Hopper avrebbe messo uno sguardo assorto,
un pensiero lontano,
l’ombra calda del legno
e un cielo discreto.
Qui è impudica la luce,
che scolpisce ombre di case
e arde l’azzurro nel cielo,
ma il calore ingentilisce i profili,
controluce I corpi sfavillano
cancellano età
emergono persone.
Nessuno s’accorge delle carezze indiscrete,
del contrasto che mette un brivido all’ombra.
Nell’attesa della sera i passi
usano le stesse piccole strade,
rallentano nel fresco già usato
prima dei laghi di sole,
dove le figure si stagliano
e i capelli diventano masse di luce, ombre che seguono l’ombra,
e con essa s’allungano,
e divorano piano i colori.
Sembra che ovunque
vi sia un senso
che incespica e cerca
ma non trova riparo.

isole a navigare

Indifferente il mandorlo
è fiorito senza pena,
ha sparso fiori rosa
sull’ indecisa salvia,
e sulle margherite
a indicare la strada
e il buono che dovrà accadere.
La stagione s’è rimessa in moto,
a ciascuno per suo modo
s’è scosso il meditare che guardava a terra
e lo sguardo s’è proteso al cielo.

Nella sera isole a navigare,
sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi,
tra tintinnare di rami e foglie nuove,
e chiedono all’universo di scorrere
come accade alla vita
che si guarda mentre si vive.

Mentre il tempo scorre il suo futuro,
il presente somma volontà voraci,
ma è solo questione di misura
e in questo andare lento
dove tutto si sospende
quiete è fare il giusto,
lasciare lo sguardo al petalo che cade
mentre il vento scrive
desideri che s’infrangeranno
sui selciati.