Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

il mio aereo per suo conto non vola

 

 

Il mio piccolo aereo di carta per suo conto non vola,

s’ appoggia svogliato sul vento, e neppure si sforza.

Uccello senza senno, è immeritato custode di folate,

che lo spingono ovunque, cullato dal caso

È la stanchezza d’aver udito troppi canti viandanti,

d’aver visto il tempo che andava senza ritorno,

oppure è stata l’ebbrezza del nuovo che guarda e non si posa.

Lui vola ma il mio è sogno di vecchi piloti,

divenuti elica che scava nel cielo,

e sfida la sorte nell’ebbrezza d’una nube,

chiedendosi lieto se ci sarà ancora una carta in più per la vita.

Perdono i vecchi piloti,

mentre ruotano col passo dell’elica,

e il loro bicchiere resta nei bar degli aeroporti ;

solo le sfide impossibili non han vinte,

ma lottano con forza di vecchi,

stanchi e sapienti, quanto basta, per beffare il caso,

almeno il poco che basta.

Intanto il mio aereo di carta non impara a volare,

s’ appoggia al vento,

gode d’un vento caldo che profuma d’estate e d’autunno

e non merita affatto.

Ma non posa e con le rondini parla la sera,

nei campanili s’infila di notte,

e il mattino m’attende scherzando

su chi davvero ha imparato a volare.

 

il capannone

Tolleranza più o meno 0.5 micron su metro quadro. E questo ripetuto su 4000 metri quadrati di superficie. Anche se è più restrittiva delle norme, che ci vuole, basta scriverlo in contratto, mettere una penale e poi lasciar fare a chi stende le resine adatte, autolivellanti e ad alta resistenza. Naturalmente la planarità si accompagna alla resistenza al carico, ma quello con un buon sottofondo e una gettata con la quantità giusta di ferro, non è un problema. Le date di consegna dell’immobile finito, i pagamenti per stati d’avanzamento, le fidejussioni. Semplice come la vita, il bello viene quando la si rende reale e si è sempre fiduciosi delle proprie possibilità prima di iniziare.
Poi abbiamo parlato di golf, che lui praticava molto e io non conosco, dei figli a cui lasciava il compito di condurre l’azienda. Di Valencia, la sua città e la sede della casa madre. Del suo orgoglio di essere la seconda azienda europea nel settore e magari non era proprio vero, ma bastava pensare che lui l’aveva creata e fatta grande. L’ orgoglio di ciò che si è fatto è una polla dolce che ha una curvatura che si spande attorno. È la pressione di ciò che vuole sgorgare e lo fa con consapevole dolcezza perché si sente inarrestabile. Così lo raccontava, senza troppi aggettivi ed era compiaciuto e mi piaceva. . Quando le lingue si mescolano diventano ancora più affascinanti e cosi gli ho parlato della Mancia e di Alicante e poi di Estremadura con qualche parola di castigliano e molto italiano venetizzato. La mia attenzione per l’Estremadura lo stupì. Non la conosceva, era una terra povera di imprese, di alberghi importanti. Senza mare. Mi chiese cosa ci volevo andare a fare in Estremadura, non ci sono club per un buon golf, né attrazioni, è come la Mancia, polvere e terra. E boschi, aggiunse, sughere e piccoli villaggi. Allora gli raccontai che mi piace camminare ed è bello arrivare prima di sera nel posto dove dormirai, contrattare stanza e cena, togliere lo zaino che ti sega le spalle, sentire la schiena fradicia, togliere le scarpe impolverate e i calzini e lasciare che le dita si parlino con l’aria. Poi guardare il letto col lenzuolo candido, l’armadio di castagno e posare i piedi sulla pietra per il gusto di sentirla.  A volte capita di fare la doccia in un casotto in cortile, con l’acqua scaldata dal sole e una catenella per il getto e poi uscire con l’asciugamano sui fianchi e attraversare il soggiorno per tornare in camera cercando di farlo sembrare naturale. Scendere a sera con una camicia pulita e fare un giro tra le case per sentire come suonano le parole. Vedere che il suono coincide con la pietra scolpita delle chiese, gli archi bassi dei portici, i fiori alle finestre e i sorrisi di chi risponde al tuo sorriso. Lui mi guardava come mi piacesse fare jumping a testa in giù, commentò sui gusti e sul tempo e riprendemmo la trattativa. Il progettista della logistica interna aveva idee chiare: separazione netta con gli uffici, e per questi c’erano finiture efficienti e spartane, tinte tenui e triplo vetro. Unica stranezza era una grande vetrata che delimitava la sala riunioni che s’illuminava da un lucernario e guardava il magazzino robotizzato. 12 metri di scaffali in altezza e 80 metri in lunghezza, che si ripetevano per tutta la larghezza in corridoi stretti e vuoti di persone dove correvano i robot e i nastri trasportatori.
Una luce tenue sarebbe filtrata dalle finestre strette e lunghe poste in alto, i robot vedono al buio, e la penombra era stata concessa agli umani che li potevano ammirare dalla sala riunioni e trarne esempio.
La costruzione andò bene sino alla consegna del pavimento. Vennero i costruttori dei robot e misurarono con strumenti laser. Le cose non gli andavano bene. Anziché mezzo micron in alcuni punti c’erano fosse di 0.80 oppure rialzi di 0.75. Addirittura in un punto si arrivava a un micron di scostamento. Arrivò il golfista da Valencia e mi disse:bisogna rifare tutto e consegnare in tempo. Altrimenti le penali scattavano e mangiavano l’immobile. Mi ero preparato, e pur dicendogli che rispettavamo le tolleranze in realtà necessarie, stava arrivando un altro robot dall’Inghilterra. Una specie di tartaruga che si muoveva lentissimamente, confrontava le planarità e fresava dove c’era da togliere e aggiungeva resina dove mancava. Un portento che lavorava giorno e notte e che aveva una lunga lista di ammiratori. In tre giorni, senza interruzione, fece l’intero pavimento e se ne andò alla modica parcella di 90.000 euro. Vennero rifatti i controlli e adesso tutto era in ordine.

Si elevarono scaffali alti come torri, vennero montate le guide e i robot e si arrivò al giorno della consegna. Mi fu parlato molto di golf, vennero fatte contestazioni marginali sul colore degli uffici, tutti i difettucci si appianarono con un ulteriore sconto che apparentemente costò tantissimo a entrambi. Sopraconto gli venne regalato un corrimano in acciaio inox che il progettista s’era scordato di mettere e che s’avvitava deciso verso il cielo. Come le fortune della sua azienda, dissi al valenciano. Lui sorrise e rispose che ci attendeva in Spagna, ma sui campi da golf che avevano club house adeguate e con doccia e idromassaggio.

Sono passati più di 10 anni, i robot continuano a correre sulle loro guide, anch’io ho una piccola polla d’orgoglio per il lavoro fatto, anche se penso che in Estremadura non capirebbero che trabaco facevo ma mi sorriderebbero ugualmente se passo dal soggiorno dopo la doccia in cortile.

la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

l’imperfezione

A volte nemmeno la commozione,
che racconta quanto siamo ricchi di errori,
basta a lenire.
E neppure le lacrime di conseguenza, sono sufficienti.
Avevamo un’opinione consolidata dall’abitudine,
ci pensa la realtà a mettere a posto le cose.
Piccole cose che attendono amori adeguati
e li trovano e li perdono
In giornate di vento,
come fosse d’aria il cuore,
carta quel sentire grande che sconquassa l’anima,
e ora vola lontano, oltre i nostri occhi imperfetti.
E allora la vita
assume la sua veste di specchio,
mostra le insicurezze celate di certezze,
e misura le nostre braccia.
Non bastano mai per trattenere,
l’amato cuore del nostro piccolo universo.

privazioni

Certamente moltissimi stanno peggio, ma ognuno sente il suo e con acribia persegue un motivo che trovi il bandolo nella ragione. Non lo trova, oppure gli pare e poi si accorge d’essersi sbagliato perché era qualcosa che veniva prima: nell’amore sghembo ci sono le ragioni dei preti e delle suore, le famiglie che hanno trasmesso ciò che gli sembrava giusto ed era solo conformismo, ma anche l’indole non ha aiutato. Così alla fine finisce, ovvero sembrano finire i dispetti, le privazioni, le offese per disattenzione e quelle volute, ma in realtà la liberazione è solo apparente perché inizia un’altra battaglia. Ci sono frutti che devono avere una radice e quando questa la si cerca davvero, muore l’albero. Poi c’è tutto l’apparato sociale. I codici e gli avvocati, i periti di parte e le decisioni dei giudici. E nessuno sa cosa c’entrino in tutto questo se non in un dare/avere che dovrebbe stabilire equità, possibilità di ripartire. Ma non funziona così nello sciogliere. C’è una parte civile ed una umana, personale che non coincidono mai. La prima è un equilibrio col passato, un mettere una pezza sociale per qualcosa che non è pubblico ma privato e avrebbe bisogno di un accordo non di una divisione perché essa c’è già stata, qualcuno ha perduto e ciò che è rimasto sono i viventi che pur hanno dei diritti. La privazione si esercita nell’accanimento, nell’ingiusto, nel voler schiacciare, manu militari, l’altro in modo non da lasciarlo vivere ma punirlo. Neppure questo accade e non è materia di giustizia ma di sociologia familiare. Questa dovrebbe, assieme alla psicologia stabilire le regole che servono per riprendere un percorso che includa il cambiamento e la felicità. Per il resto dovrebbe bastare un ragioniere e una codifica accurata.

la quarta settimana d’agosto

Mentre passava la quarta settimana d’agosto, mio Padre tornava al lavoro. Le giornate erano diverse, continuavamo a pescare, a inerpicarci sulle dune, a giocare a carte la sera dopo lunghi bagni di mare. Tenevo il sale addosso e si vedeva sulla pelle scurissima. Non pensavo ancora alla casa di città. Gli amici dispersi dovunque. Per i racconti sarebbe bastato settembre. Il pomeriggio, nelle ore bollenti, quando non si riusciva a fuggire, stavo disteso nel letto a guardare la danza della polvere e degli acari nella luce. E in quel raggio che si faceva strada tra le imposte accostate, sembrava ci fosse un mondo mai fermo che era solo desiderio senza oggetto. Ma era la vita che premeva ovunque e beveva la realtà d’un sorso. Solo il desinare, senza mio Padre a commentare, sembrava meno sapido e noi più soli.

cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

non se ne esce

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Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

Allumer

dav_vivi

 

Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati.

Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Dall’una e dall’altra parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternava il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer, il miniaturista, che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto era stato acceso e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.