Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

settembre

Anche i giorni pieni, guardati in filigrana mentre stai steso sul divano e osservi quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono giorni vuoti e giorni pieni che stranamente s’assomigliano, ci sono tempi in cui ciò che ti spinge non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, e scopri che entrambi sono felici. Dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi, così imprevedibili eppure vivi , lì come settembre che è una stagione e il suo contrario, un ritorno che è già desiderio di partire e cosi la vita si moltiplica e risplende.

 

a braccia aperte

È finita sotto i portici del salone, con i tavoli di cibo etnico che ancora distribuivano. Con larghezza, senza chiedere nulla e badando a sfamare quanti più possibile. C’erano molti visi che di solito si ignorano in piazza stasera, bambini, mamme, giovani e non pochi vecchi.
I discorsi sono stati parchi di parole, ricchi di testimonianze. Damilano ha ringraziato più volte, credo fosse anche perché coglieva bene il ripetersi di un piazza piena e degli undici anni in cui la città si apre. Accoglie ‎ non fa domande, ma offre. E chi mangiava assieme erano moltissimi, con quella fame che è insieme bisogno di calore, di tenerezza, di comprensione. Non c’erano i buoni, e neppure i cattivi, c’erano i bisogni e una risposta possibile. Senza paura, il sovrappiù diviso. E quando è cominciato a piovere fitto, ancora le file ordinate hanno preso cibo aprendo gli ombrelli, tirando su un cappuccio, mangiando in piedi in mezzo agli altri sotto i portici e parlando. Non del tempo, ma della vita: tu da dove vieni? Da quanto sei qui? E le lingue si sono intrecciare ridendo, perché c’era chi aveva bisogno da tempo di sentire le parole di casa. E di spiegarle a chi era vicino. Il gruppo che doveva suonare sul palco si è rifugiato sotto allo slargo che attraversa il salone, solo unplugged e le canzoni di un tempo in cui pareva che il mondo mutasse tra le dita si sono susseguiti. C’era molta pioggia, molte persone che lavoravano volentieri e molti sorrisi. Una magnifica serata.

ninfee e pesci

20160427_192132

Sotto le ninfee s’aggirano i pesci. Grossi, color fango, pasciuti dagli avanzi degli aperitivi che si consumano nella terrazza sovrastante. Un anno in cui l’acqua era particolarmente bassa e i Burchielli pescavano fango e plastica, proprio sotto le ninfee emersero ruote e manubri di biciclette gettate nel rito che chiudeva gli studi. Poi hanno ripescato, ripulito e chissà cosa nasconde ora il fondo. I pesci non dicono ma proprio in quest’acqua si infransero due sogni. Quello della città che ritrovava la libertà dopo un secolo di dominio della Serenissima e quello della lega di Cambrai e degli imperiali di stroncare le ambizioni veneziane sul dominio “da tera”.
Sudditi veneziani no, ma neppure soggetti all’austriaco, insomma figli di nessuno, come mi raccontava mio Padre che crebbe e abitò da queste parti e non sopportava, come chi gli stava attorno, quelli che si prendevano la libertà altrui. In quel caso erano i fascisti.
Le ninfee si estendono, i pesci prosperano nel divieto di pesca, i Burchielli rovesciano a sera frotte di spaesati turisti, cotti dal sole e abbagliati dai marmi delle ville sul Brenta. Scendono, si fermano ad ascoltare i canti goliardici e poi salgono sui pulmann. Nessuno gli spiega dove sono e forse va bene così.
La notte scende lenta sul fiume, il tramonto corre a perdifiato sull’acqua, illumina bricole, platani e di sguincio accarezza ninfee. Si sofferma sui marmi bianchissimi della porta e compita le lettere capitali che indicano in Marco Antonio Lauredano il prefetto della Serenissima. Era un Loredana, uno dei tanti generati da una delle dodici famiglie originarie che si erano trovate dalle parti di San Pietro in Torcello o a Malamocco. Gente di terra portata in acqua e poi quando erano già pesci, riportata in terra.
Una cronaca del tempo della lega di Cambrai parla delle riunioni “segrete” che si tenevano a casa dell’uno o dell’altro nobile, del notaio onnipresente, del tramare vacuo dei signori spodestati dal potere. Il Consiglio dei Dieci sapeva, avvertiva con discrezione e con la stessa pazienza tagliava qualche testa riottosa o mandava “ramengo” il malcapitato di turno. Ma di solito taceva, controllare e guidare senza parere era il motto non scritto per le baruffe di provincia.
Dopo qualche anno, le stesse famiglie turbolente, avrebbero pagato somme enormi per essere iscritte nell’albo d’oro della nobiltà veneziana. Intanto, attorno, pullulava un popolo di pescatori, tessitori, facchini e barcaroli. Carne buona per le eterne guerre del Ruzzante, per i suoi Miles traditi e affamati che tanto facevano ridere con la loro lingua risonante e grassa, i nobili e i cardinali nelle sere come questa, tiepide e ancora piene di luce.
Tener da conto il popolo, ch’el serve come El governar barche e acque e mettar da parte i bezzi, così ninfee e pesci nascondono ancora le palle di pietra sparate dalle bombarde dell’assedio. E i pesci giocano con gli steli verdi e le radici, saltano in superficie e s’abbuffano di patatine e mentre ricadono guardano la luce che colora di rosso la città. Beffardi con gli umani ma non col cielo.

zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come calor d’alcova di domande irto,
solo dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento che urge e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, ma per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi
di propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito che ha paura.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura

Inchiostri che sbiadiscono

 

Scrivo con inchiostri che sbiadiscono. Come i ricordi, i pensieri che non si tengono, le amicizie stinte dalla lontananza. È stato naturale farlo, cioè senza ricerca o fatica. Cosa conserviamo di ciò che siamo, cosa raccontiamo agli altri che dica ciò che conta? Assomigliarsi sempre, rispettare l’avversario che ci accompagna, capire ciò che oggi conta e conterà domani. Il passato e le parole per dirlo sbiadiscono ma non se ne vanno, lievitano e germinano nuovi fiori.

Il secolo che si chiude

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, ma forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, ora mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo. Breve o lungo ma per chi ha la mia età molto ha contato. È il secolo che ha chiuso con le ideologie e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare un secolo che ha dissolto e costruito. Di questo passaggio e chiusura, che poi è la chiusura con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite. Rendersi conto che ora la memoria difficilmente può essere condivisa consegna noi ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere: valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più libero, soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi il nuovo secolo e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che transita e non lascia traccia.

buon ferragosto

IMG_20190815_153927

Non c’è un momento per la nostalgia, è una dolce traditrice che ti assale quando sei più inerme, forse perché qualcosa manca e andando ad allora ti sembra ci fosse, magari molto diverso e non necessariamente migliore di quanto c’è oggi. Anzi non è mai così, ma una tela s’è smagliata ed ora il bisogno di riannodare ti sembra che metterebbe a posto. Non può accadere ma la presunzione lo suppone. Dei molti ferragosto passati, alcuni ci vedevano assieme. Io ero sufficientemente piccolo per non avere tutte le libertà, ma le curiosità c’erano, e forti, così la voglia che una festa fosse comunque piena di contenuti e non solo di cibo e chiacchiere di grandi. Eravamo sempre nel mare selvaggio fatto di fine sterminate e acqua salatissima della mia infanzia. La sera prima i pescatori avevano tratto a riva le reti e tutti i pochi villeggianti, comprese le suore e i preti dei misteriosi stabilimenti elioterapici e colonie, avevano aiutato a tirare i canapi, mettendo le gambe bianchissime in acqua e ridendo forte. Poi il grosso della rete s’era gonfiato in una delle secche e i pescatori avevano tratto i pesci più grandi. C’erano un paio di razze, dei tonnarelli, cefali e orate, una tartaruga media. Avevano fatto il loro lavoro, evitando i pericoli delle code acuminate come lance e subito tagliate, divisi i pesci per specie e per dimensione, coslparsi di ghiaccio e sale nelle cassette e infine avevano offerto, come sempre, il pesce piccolo per somme irrisorie a chi li aveva aiutato, così tutti, villeggianti, preti e suore erano tornati a casa con cassette o grossi sacchetti di pesce ancora saltellante. Mia madre ne aveva preso ben più di quanto ne avremmo mangiato ma il giorno successivo, ferragosto, se non si mangiava assieme ad altri si offriva ai vicini.
Nell’ombra della casa di legno e sabbia,veniva allestita una lunga tavola fatta con le tavole dei piccoli locali di vacanza e poi ricoperta di tovaglie che andavano dai quadrettati ai fiori, dai cotoni alle cerate, in un tripudio di colori e allegra confusione. Ciascuno mangiava e scambiava, poi chi restava senza essere vinto dal sonno, continuava chiacchierando, fumando, bevendo caffè e grappa con la ruta. I dolci erano semplici, arraffati da noi ragazzi, già ben sazi di fritti, impanature, polente e smaniosi di tornare a scalare e correre sulle creste franose delle dune.
Sapevamo che tornando, a sera, tutto sarebbe tornato al suo posto. I tavoli, le tovaglie, le persone, ciascuna tornata nelle stanze in affitto, a chiudere il giorno con quella stanchezza strana che è solo del dì di festa. Ma per noi, ignari, era diverso perché se un giorno si toglieva alla vacanza c’era stato qualcosa di incompreso, oltre al nome, che aveva celebrato un rito. Quale esso fosse e il perché, ancora mi sfugge oltre la comprensione dell’origine, dei significati apotropaici o religiosi. Era qualcosa di cui ogni generazione diventava depositaria senza un motivo per metterla in discussione che sanciva un’unione, una sosta comune, un ritorno. Così anche oggi guardando i fuochi che rosolano le carni e i pesci, il cibo scambiato, le corse dei bambini, penso che dietro ci sia un desiderio insoddisfatto di essere assieme, di raccogliersi per dirsi cos’è accaduto mentre eravamo distanti e che il non condividere pesi, faccia sentire soli.

malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali
che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
Consci che è ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo.
E su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
 Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.