Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

le mie estati erano spinose

Le mie piccole estati erano spinose con punte che si conficcavano ovunque, anche se prediligevano mani e piedi. La sera, mia madre arroventava uno spillo sul fornello e poi estraeva le spine. Avevo prima imparato a non piangere e tanto meno ad aver paura e poi a farlo da solo. Mi sembrava una prova di coraggio ma anche un governare me stesso in ciò che facevo. Andavamo a un mare semidisabitato, ricco di colonie, di case di suore e preti e di ospedali per cure elioterapiche. La casa era in spiaggia ma il mare aveva messo duecento e più metri di dune e sabbia caldissima prima del mare. Un terreno di giochi infinito dove il vento aveva disseminato semi di piante spinosissime, creato ginepri di rovi di more dolci e acuminate e soprattutto aveva elevato le dune ad altezze inverosimili da scalare per le nostre piccole gambe. Ed era un correre continuo, con il costume che continuamente scivolava dai finanche magri finché lo si usava come palla da lanciare iin quelle risalite e discese a pelle nuda. I piedi riuscivano a trovare dei piccoli globi duri, irti di spine, su cui zoppicare e da togliere pungsndo anche le mani. Ciò che non si riusciva a capire era la frequenza di questa spinosità diffusa, come se le piante si difendessero dagli uomini o da qualche sconosciuto predatore. E di certo tutti quegli spini a cui non badavamo se non per le parti del corpo più delicate, erano rivolti a noi perché gatti, topi, lepri e altri animali di caria stazza e velocità entravano e uscì ano dai cespugli, si muovevano nelle macchie verdi irte di punte, con una naturalezza che non imparavamo. Giocare un intero giorno in quei luoghi, mescolandoli al mare, al salso sulla pelle da stendere al sole, creava due felicità difficili da spiegare: una libertà illimitata e gioiosa del proprio corpo e dell’esistente e una dimensione del tempo e dei pensieri che era regolata dalla fame e dal sole. Si rientrava per pranzare e dopo un finto pisolare, si riprendeva fino a ora di doccia e di cena. Ogni giorno era una raccolta di spine, risate e scoperte che sembravano isolare agosto dall’estate e questa dalle stagioni: non c’era nulla di paragonabile nella meraviglia dell’anno e neppure il ricordo assisteva nel raccontarlo. C’era solo l’attesa che si sarebbe ripetuta, con i suoi rituali, le scorribande, le nuove avventure, la scoperta delle ragazze che prendevano il sole nude dentro casotti di cannucciato ben permeabili agli occhi e alle prime maliziose curiosità. E le spine che attendevano di conficcarsi i pelle tenera. Ma non erano un problema, casomai un capriccio della natura che non occorreva capire, solo togliere senza piangere. Ed era naturale come il diventare scuri in pochi giorni, avere la pelle che mutava nel sole e nell’acqua, sentire il corpo che era tutt’uno con i desideri e i pensieri, con i gridi e i sorrisi, con i piccoli segreti raccontati sottovoce, con il gelato della passeggiata serale. Un pinguino prima della notte e del sonno, che aveva un solo scopo:far nascere un altro giorno tutto nostro, tutto mio.

parliamo del lavoro

A maggior ragione oggi, più di ieri, è necessario parlare di lavoro; con la pandemia in atto e il PNRR che ripercorrerà i sentieri dei potenti e un sistema consolidato di diseguaglianze. Il lavoro ci è mutato tra le mani e non si è modificato a favore di chi lavora, l’abbiamo sottovalutato quando era più semplice, così oggi la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che contengono. Ciò porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro qualità di cambiamento diventano di immane difficoltà realizzativa. Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi, garantito da contratti e sindacati, nel lavoro fisso e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro che non è il PNRR. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo più semplice se diventa un problema europeo e l’ambiente, per necessità, sembra dettare nuove regole. E non saranno indolori. Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene se non in parte e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi.

l’eroticità dell’anima

Non so se l’anima esista oppure sia un gomitolo di mitocondri lampeggianti. Non sapendolo mi acconcio a ciò che sento e credo in una eroticità dell’anima. Ma “senz’obbligo di pedale”, come per Anna Magdalena Bach nell’orgelbuchlain, che non osava la pedaliera pur essendo maestra di tastiere. Così nascono queste note dopo aver preso sonno finché leggevo. Non mi succedeva da tempo, ma il pomeriggio, il fumo breve e la testa folgorata da tre righe su una persona che non conoscevo. Stanchezza accumulata e distensione da meraviglia.

Avevo letto una descrizione di un letterato triestino, scopritore di talenti. Bobi Bazlen. Una persona libera, insofferente ai vincoli. Così veniva descritto: nomade, disinibito, informale, dissipatore, inesperto, maldestro, veggente, ondivago,
Enigmatico, senza alcun punto fermo.

E mi chiedevo quante delle pulsioni che possiedo gli assomigliavano o erano solo desideri. E così pensando mi ero perso nei sogni.

Per le persone intimamente libere non c’è cronaca dei giorni passati, troppo lenta con le sue decisioni annunciate e nulla che accada nei tempi giusti. Pensavo. Tempi sospesi e scacchi virtuali, conversazioni in attesa di qualcosa che non si dice e i silenzi che fanno conversazione.

Quando frequentavo la Sardegna mi stupivo per la maestria dei sardi nei silenzi: un incrociare d’occhi e tanto bastava. Al bar per il terzo caffè, ed erano appena le nove, guardavo con ammirazione questa sapienza antica dell’ammiccare. Non sapevo nulla di questi codici, mi dovevo fidare e camminare sul filo, ma l’azzardo mi attirava: sentivo lealtà nei silenzi e nelle parole necessarie. Se riuscivo a concludere bene un contratto erano cose importanti, serviva fiducia reciproca e competenza: era il primo tentativo di rivitalizzare un’area chimica, un tempo importante, e farlo senza uscire dalla chimica, ma introducendo altro e migliorando l’ambiente e i servizi alle imprese e alla produzione era una sfida all’ingegno.

Arabo e noia immagino a raccontarlo, allora e ora, ma era realtà fatta di posti di lavoro e redditi. Dovevo scendere dai sogni, togliere le convinzioni di ciò che sapevo ed esplorare ciò che non sapevo per scoprire il nuovo. Insomma osare per capire, guardarmi dentro e scoprire il bene che fa fare al meglio le cose.

A guidarmi era la mia traccia di bene pollicino, per trovarmi nel bosco e sentire il mio richiamo. Lo sentivo assieme alla voglia quieta di una strada che portasse da qualche parte.

Questa era l’idea di partenza, ossia che le cose, i luoghi, le persone, i progetti, avessero un’anima. Partire da un disordine che fosse libertà per giungere a un’esistenza che durava.

Poi andò altrimenti, ma non ci furono errori e il nuovo era a disposizione. Da qualche parte mancò il coraggio e il bene, per questo, quelle parole su Bazlen, risuonavano, come una vita esistente, passata e futura, che pur diversa, aspettava di svegliarsi ed essere in grado di cogliere la realtà che serviva: l’amore che necessita, il comunicare che usa assieme la parola, gli occhi, il gesto, il sonno e il silenzio.
Eccola l’eroticità dell’anima.

lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo

Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.

sognando la realtà

Quelli della mia età che ancora guardano il mondo sanno bene cosa significa omettere, deviare, passare attraverso principi attenuati dal tempo che muta la società. Conoscono il buono del liberalismo che li ha riguardati e le lotte contro di esso che erano passioni. Non erano condizioni di vita, erano passioni. Tornano le parole di Di Vittorio quando parlando del faticoso patto sul lavoro raggiunto tra sindacati, padronato e governo, fece una digressione sulla sua vita dicendo che lui, le condizioni dell’indigenza le aveva conosciute personalmente. Erano parte della società in cui viveva e stigma di classe. Ora chi potrebbe dire altrettanto che voglia cambiare l’ingiustizia e ne abbia il potere?

E noi dove abbiamo sbagliato quando, socchiusa la porta, si sono lasciate entrare le ragioni del liberismo ammantate di libertà civili che sarebbero finite nel fango della condizione quotidiana del vivere. Abbiamo vissuto un sogno e l’abbiamo confuso con la realtà perché quel sogno aveva conseguenze, cambiava il mondo e le vite, a partire dalle nostre, ma per farlo doveva diventare realtà.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

sintonie

Certe mie piccole consuetudini ti danno un fastidio sorridente,
le osservi e correggi,
mi mostri la logica sminuzzata dall’abitudine che contengono.
Ma questa è la mia cultura povera delle cose,
un’identità precaria fatta di segni,
come lo scrivere diritto che non taglia le t
e sovrappone le curve delle a e delle e.
Ciò che fa capolino è l’innocua insofferenza,
nata nel relativo che tace
e sovrappone le vite.

Come nelle vecchie radio la sintonia è pazienza
e nulla coincide mai davvero,
se non per brevi attimi d’infinito,
così disturba poco l’essere circoscritti,
o invasi negli spazi dove il giudizio non è sentimento,
resta l’amore quieto dell’abitudine,
quello solido che risuona e rende forte il tempo assieme.

piccolo mantra per le giornate di sole e pioggia





Avere un limite nella testa, o nelle mani, o nel corpo e superarlo.
Oppure frequentare con umiltà (parola desueta) la sensazione di ciò che si è, sapendo l’ignoranza del conoscersi.
Sentire senza colpa, né rivalsa, il coacervo di differenze tra desideri e realtà, tenere in buon conto i fallimenti e il molto vivere che hanno portato. Essere grati per le delusioni che ci hanno mutati nella presunzione, lasciare che le vite vivano, presagire il nuovo che è in noi e attende.
Fare del limite il confine dell’incontro, amare l’accoglienza che ogni giorno ci accompagna oltre, ed essere grati, non della fretta o del bruciare il tempo, ma del sedimentare della consapevolezza e dell’attesa.

T. W. F. o chiunque altro

Da una parte la tecnologia e la complessità, ciò che sfugge alla nostra comprensione oltre l’uso, e dall’altra la dimensione di noi, ammassi fragili, d’ossa, pensieri e sentire. Così è T. oppure W. o F. o chiunque altro, decisamente inerme e malcollocato per carenza di scorza e superficialità. Eppure prova con l’energia, che ogni giorno si riforma, a indovinare, interrogare, presumere il nuovo dentro di sé. L’uomo si sta rimpicciolendo, dice, non emergono i pensieri che abbracciano il mondo e l’universo, lo spirito è al servizio di un precario equilibrio dove ciascuno trova ragioni e scuse. Cita Kerouac e l’inizio di Urlo, ma non ci sono migliori menti a disposizione dell’economia politica, della linguistica o del semplice vivere. Per sfuggire dalla rivoluzione che li lacerava interiormente e dai colonnelli che ne martoriavano i corpi, i monasteri di monte Athos si riempivano di monaci giovani, piegati su se stessi. Una repubblica con diritto d’asilo che seppelliva i contrasti e metteva assieme mistica e mondo in ebollizione.

Nella teologia c’è la semplicità dell’assoluto di chi crede, la linearità del ragionamento che confluisce nella fede,
Per gli altri vale la ragione che porta in sé le sue aporie e la sua negazione. Poi W. o T. o F. pensa che c’è l’ironia che salva e il galleggiare sul cloud. Non dentro ad esso perché le memorie organiche e quelle digitali non si confrontano se non per trarre una realtà spuria che comunque è mente fallace e in divenire. Il déjà vu che possiede la coda dell’occhio, il sogno, la matrice del ricordo soppresso, sono elementi di ciò che ci cammina a fianco e dialoga con noi, il cloud non lo può fare. La memoria digitale nasce cristallizzata, morta all’evoluzione: dev’essere riscritta per falsificare, non tiene conto di come evolve e muta il mondo e il suo riflettere si spegne. Si sgrana in rivoli di incertezza precisa, di complessità ripetuta, ma è solo sequenza non arruffato mescolarsi di ipotesi, di tentativi di scomporre dentro la novità di sé il mondo.

Solo l’arte, dice W, con il suo slancio verso il cielo, sia esso interiore o esteriore, domina la complessità morta della tecnologia. In essa c’è l’ordine, continuamente infranto che dovrebbe contrastare l’entropia dell’anima, ci sono gli incontri fortunati e ci sono i sentimenti. E la materia. E nell’arte di vivere va ancora di moda l’amore: nessuno riesce a tappare la falla nel razionale che esso genera. Nessuno può farne a meno e nel descriverlo T. già sente il suo sminuire rispetto ad un oggetto che non ha punti di presa, di controllo, di misura. Nei particolari ci si esercita per governare quel poco di conoscenza che la vita e I libri offrono, nei particolari si rivestono d’amore le parti aguzze, si rende armonico ciò che sfugge ad un primo pensiero ideativo. Il pollice opponibile non s’oppone all’amore, modella e scava, dall’informe estrae un senso. Da dentro sé attraverso le dita esce un senso. Non tutto deve avere un senso anzi a volte è meglio che questo non sia evidente, uscirà poi e risistemerà la comprensione. E forse le cose.

Siamo un impasto di passato, futuro e presente e li chiamiamo memoria, speranza, realtà, ma sono parole e il senso siamo noi, o prima o poi evidente.

un’energia solitaria non diventa una stella

In modo palese oppure tra le righe, ciascuno s’attende un’attenzione. Spera che essere oggetto di pensieri e gesti, da parte di chi è per lui importante, sia commisurato al vivere che dedica agli altri. E questo dare, oltre l’egoismo e il narcisismo che ciascuno di noi possiede, è una spinta comune, portata innanzi con fatica. È un impegno, una cura, un amore per noi insieme ad altri.

Il danno compiuto in questi 40 anni non è l’emergere del piacere, con tutta la sua carica di crescita e realizzazione, ma il fatto di considerarlo una questione personale e in ciò togliendogli la portata eversiva ed egualitaria. Questo ci riduce ad atomi in attesa di incontro. Energia trasformata che non coagula in stelle.

Può sembrare eccessivo mettere insieme le solitudini con il riconoscersi e il sentirsi oggetto di attenzione profonda, ma se non esiste un movimento reale, non virtuale, che rimetta assieme le persone e le renda relazioni sociali, tutto resta labile; l’insoddisfazione diventa abitudine, il piacere effimero, la felicità una parola.

Le emozioni semplici sono le più forti, perché native e sorgenti di vita. In esse si trova l’io e il noi, si trova l’attenzione, la forza, l’amore e il giusto. Pensiamoci a cos’è giusto e a come procedono i nostri conti con esso. Pensiamoci perché in esso si annida ciò che ci serve. È un considerare il noi come parte di quell’io che vuole vivere, perché siamo noi se amiamo e siamo ricambiati e ogni attacco all’amore, in qualsiasi forma esso si esplichi, è un attacco alla libertà, al piacere, all’essere assieme, al giusto.