Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

pioggia al tramonto

La terra s’accucciava sotto il cielo nella sera,
fedele e quieta,
alzava un occhio, pozza fresca d’acqua e verde,
per cogliere l’umore della luce e i’aria,
poi, per ischerzo, sorrideva alle case, alle fabbriche accostate,
con lunghe file di riflessi luminosi.
Piccoli denti dove s’affacciavano sguardi distratti
dall’ora, dal lavoro ormai alla fine,
per un attimo stupiti di quel cielo,
col giallo che sfumava inatteso nel grigio e nero.
Guardavano la pioggia, gli sguardi,
non la terra
che grata s’imbeveva
e sembrava scuotere piano code di pioppi
per ringraziare amorevolmente il cielo.

il pomeriggio del 3 novembre

Il cielo si è scurito e l’aria grigia s’è sciolta in una pioggia fitta che ha investito piante, cose, uomini. Sembrava fosse giunta l’ora di un qualche evento differente che dapprima toglieva luce al cielo e poi alle cose, in un tremore di presagi. Ma non era così.

È solo il tempo che s’è guastato, mi son detto, adesso è finalmente autunno. E il pensiero è andato a quel guasto antico che aveva fatto terra bruciata attorno alle mura d’una casa che non c’era più. Io ero molto in là da venire, allora, però s’erano consumate le cose attorno ed era rimasto il silenzio che accompagna la fine d’un tempo.

D’autunno ero già tornato a scuola, ho pensato, ed era già finito il tempo degli odori cari dell’inizio. Ormai consuete le carte e le matite, restavano gli schiamazzi nei corridoi prima della campanella, le file per tre anche in piccoli percorsi. Il sole avrebbe regalato qualcosa a san Martino, ma ormai era l’avvicinarsi delle feste che contava.

Le feste contavano su di noi per essere celebrate, oscuramente lo sapevo, ci sarebbero stati riti minuscoli di importanza capitale, cerimonie, funzioni e finzioni. Ma intanto era già freddo e mia Madre, la sera, mi metteva in un letto scaldato da vecchia borraccia d’alluminio di mio padre che aveva fatto con lui il percorso a ritroso da Marsa Matruk fino all’Italia. Mi raccontava una storia e mi dava un bacio che avrebbe reso quieto il sonno. In cucina si abbassavano le voci e mia Nonna forse si sarebbe preparata per il giorno successivo. Andare a Monfalcone era un viaggio, ma era un modo per ricucire uno strappo. Così forse le pareva. Certo l’immagino, ma non sono distante dal vero perché Lei, anche se ne parlava poco, mi raccontava della vecchia Redipuglia, dove era difficile trovare una croce con un nome, tra fili spinati e cannoni abbandonati, ma l’aveva trovato e un posto per un fiore e per un discorso c’era stato. Poi era venuta quella nuova Redipuglia, grande e ancora più faticosa. Piena di sé, di pietra grigia e concepita solo monumento per dare un senso a tutte quelle vite deviate che compitavano i nomi sulle scalinate. Era ancora più difficile trovare il nome, impossibile lasciare un fiore, anche se lei ci riusciva, ma di continuare un discorso tra fanfare e altoparlanti non c’era modo. Così, mia Nonna o andava a Redipuglia prima del 4 novembre o si fermava finché il buio e la chiusura la spingevano via.

Non si copriva d’alberi il guasto attorno alla casa, alla sua casa, c’era un’ interruzione che aveva saccheggiato il prima e il possibile futuro. E se il dolore s’era dato una spiegazione, ciò che ne era venuto era stata un’ accettazione del presente : mio Padre era rimasto il suo tutto, aveva dato senso e direzione alla vita. Al faticare che si inventava il giorno, al non aver paura e non tirarsi indietro. Questo mai.

Poi sono venuti i nipoti, io, ma quello strappo era rimasto e nessuna data o mausoleo avrebbe potuto ricucirlo.

Mia Nonna non si risposò come fece sua sorella, davanti al disastro chiuse le porte, respinse, rinunciò alle decisioni che continuavano battaglie non più sue e lasciò che il suo tempo coincidesse con quello del Figlio.

Sono stato molto amato da Lei, moltissimo. Le parole hanno poco senso nel descrivere gli accrescitivi degli affetti, soprattutto non riescono a descrivere quello che un rapporto trasmette attraverso gesti immateriali e senza tempo. Forse per questo parlo ancora con Lei di queste cose che ci riguardano, come vi fosse la necessità di un procedere tra noi. Senza cercare cose che non ci sono ma restando alla sostanza degli amori.

Sai cos’è l’amore, Nonna, è quel riempire d’alberi il guasto, la terra bruciata attorno, il riedificare la casa, il metterci ciò che è bello e deve procedere. E pensare che Tu capisci e che ne sarebbe contento anche Lui, il Toni, in quella scalinata di pietra grigia da dove vede il mare e sente le stagioni e non ha mai cessato di amare.

A novembre si superava l’anniversario della fine della guerra e poi si puntava sulle feste, tutti assieme, con quello che si aveva. E che mia Nonna aveva colmato tutto ciò che poteva far male ad altri. Così posso dire che l’amore non mi è mai mancato. Mai.

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane:

una selva di cuori spezzati,

di cocci mostrati impudichi al sole,

camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,

e polo e maglioni e jeans ed eskimo

e sciarpe d’autunno multicolori

e abbronzature salse di pelle e di mare.

E ancora una selva di cuori spezzati,

ricomposti, trepidanti, incollati.

Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,

graffianti nel cielo

e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,

ma dolcissimi

finché una canzone li avvolge

e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

 

i cieli immensi narrano

Stasera i cieli erano alti, testimoni d’ una confusione d’aria che mescolava e stracciava le nubi, ma teneri e distaccati nelle loro tinte pastello. I grigi sfumati, gli azzurri tenui, gli aranciati che sfociavano nel giallo, tutto portava verso ovest, come se li vi fosse un richiamo che annunciava la cena, il posto per le luci di casa, mentre il buio s’acquattava tra le macchie di lecci, d’aceri, di rade querce, in attesa della notte. Il cielo era indifferente agli elettrodotti che solcavano i campi, sembrava più attento al giallo delle stoppie, curioso delle macchie di verde che erano orti e coltivazioni di piante medicinali che ora vanno di moda e spesso sono una alternativa al più banale granturco. Ciò che colpiva era il gonfiarsi del cielo, il suo ricomprendere e mutare. M’è tornato a mente un salmo, il xviii, di Benedetto Marcello. Lo cantavo da ragazzo con la schola cantorum. Era una musica gloriosa e potente, come il cielo di stasera, parlava al cuore che assapora un trionfo:

I cieli immensi narrano
Del grande Iddio la gloria,
E ‘l firmamento lucido
A l’universo annunzia
Quanto sieno mirabili
De la sua destra l’opere

Non importava credere, ma mettere da parte il ragionare e meravigliarsi di ciò che era grande e irripetibile. Come stasera.

Oggi non è stata una grande giornata, le battaglie ideali si perdono ben più spesso di quanto si vincano, sono i momenti in cui ci si chiede il senso del persistere nel voler mutare le cose. Se non sia meglio lasciare che altre passioni prendano: il leggere, lo scrivere, l’osservare e l’ascoltare ciò che si tralascia perché altro è urgente. O almeno così sembra. Il cielo parlava per suo conto e forniva una dimensione, anche alla sconfitta, come se altro davvero importasse e seguisse la notte, ma poi ancora il cielo e il giorno.

stasera è piovuto forte

Stasera, all’ora di cena, c’è stato un bel temporale. Acqua a rovesci per almeno un’ora e poi piano si è calmato. A Te facevano paura i temporali e ancora più i fulmini, staccavi dalle prese ogni apparecchio elettrico e spesso spegnevi la luce quando cominciava a ballare. C’era un’atmosfera strana, quando accadeva nel tardo autunno, finestre chiuse e niente luce, l’unico chiarore proveniva dalla stufa a legna ed era una luce giallo ocra. Gli occhi ci si abituavano pian piano, i visi erano espressivi e dolci, le parole rade e si ascoltava il temporale che si allontanava. Chi non ha paura dei fulmini. Tutti credo, ma la tua era una paura bambina, passava subito e non lasciava traccia. La vita riprendeva come nulla fosse successo, il tono della voce si alzava e c’era un’allegria senza nome che si spandeva nell’aria.

Di questa stagione già qualche stanza veniva riscaldata. La tua dove lavoravi, di sicuro, per le tante ore in cui stavi ferma, mai seduta su una sedia, ma sempre sul tavolo, finché cucivi e poi alla vecchia Singer, la tua spesa  importante e vanto di quando eri ragazza.

Sapevi fare cose difficili con la stoffa e l’ago, velocemente, con naturalezza. Amavi molto il tuo lavoro perché era un’ estensione di te, un modo per fare uscire l’ingegno che ti era stato dato. Non avevi solo il lavoro, ma non ho mai sentito ti lamentassi per una vita differente e neppure di aver meno di quanto valevi. Lo avevi fatto da giovane, senza paura, per avere i tuoi diritti di lavoratore e c’era il fascismo e il padrone era fascista. Poi avevi avuto una tua indipendenza strana e eri in competizione con te non con gli altri, cercavi di tirar fuori il meglio.

Quanto spesso è accaduto che andassimo a letto e tu eri sveglia per rispettare una consegna. Onorare la parola data, un insegnamento che corrispondeva alla vita pratica. Non hai dovuto ripetermelo, lo vedevo fare in casa. Ti faceva compagnia il Papà, spesso la Nonna, parlavi e lavoravi. Cosa si diceva in quei tempi? Cose di casa, i figli che crescevano, i problemi nel far quadrare un bilancio dignitoso, ma anche cosa accadeva nel mondo. Quante volte mi sono addormentato con le voci che si abbassavano e la testa tra le braccia sul tavolo. Qualcuno mi prendeva in braccio e mi svegliavo la mattina dopo a letto. C’era una cura e un’attenzione alla difficoltà che evitava gli ordini e assecondava il ritmo della vita di un bambino. È stata una cosa molto importante che ho ricevuto, perché conteneva l’amore che si diceva e quello che si taceva.
La pioggia è finita, non ci sono lampi, ora avresti acceso la luce e sorriso. Di sicuro avresti parlato di domani, mai del tempo ma del fare, del vivere, di esserci. Ci sono le stelle, buon compleanno Mamma.

scurisce l’aria e il cuore pensa

La sera cala in fretta e l’aria sperpera il calore del giorno. È generosa l’aria, ha refoli di scirocco che addolciscono i pensieri. Fa pensare all’oriente pacificato, alle sere lunghe con il sole che tramonta sul mare. Fa pensare all’Africa quando il sole cade all’improvviso e la notte avvolge come gli scialli di garza corpi e volti delle donne. È l’ora in cui i profumi prendono coraggio, escono dai succhi delle piante, dai muri di argilla cruda arroventata, dalle canne dei tetti, dalle terrazze bianche di calcina. Si spargono nella notte pacificata che s’allunga come animale che si sveglia, contorna di sbadigli l’attenzione e poi s’accoccola vigile. In attesa della vita che comincia nella notte.

Ma l’oriente non è pacificato e neppure l’Africa. Qui vivono nelle città sotto assedio, nei campi di raccolta e di tortura, nel deserto dove chi ha gambe cammina e s’avvicina a frontiere inesistenti o muore. La notte porterà la tregua del fresco e la paura del buio, perché nel buio non si sa dove scappare, fuggire, andare. Nel buio albergano sentimenti neri dove non c’è pace, i bimbi si stringono alle madri, gli uomini cercano il coraggio da trasmettere e non hanno alternative. Amore e coraggio assieme, parole sulla carta, energia indispensabile per vivere dove la notte non è pacificata.
Non qui mentre cammino tra case sicure, la luna è piena e lo scirocco porta ricordi d’altri luoghi. Non qui dove c’è un luogo in cui tornare mentre altrove non si sa dove fuggire.
Così scende la notte e una tristezza senza remissione, penso al popolo Curdo, a chi attende un barcone e presume una comprensione e solidarietà che sarà difficile o assente. Penso all’inadeguatezza del fare e l’indispensabile necessità del sentire perché non si annulli il bello assieme al brutto del mondo.
Penso che per odiare bisogna togliere all’altro la capacità di amare, di considerarlo meno che umano e così scompare l’umanità e l’amore da chi odia, per paura, potere, calcolo nefasto. Un io ipertrofico che riassume il male proprio e altrui. Non resterà nulla oltre la scia di sangue, il terrore suscitato, l’arbitrio perpetrato. Ordini, distruzione e male che generano paura, perché solo nella paura l’arbitrio trova il suo esistere. Umani che producono l’ inumano. E grida, terrore, dolore infinito che si sparge senza ritegno, ma da dolore nascono ragioni al dolore futuro, anche se troppo spesso lo si scorda.
Nelle strade ci sono le luci, le persone parlano tranquille, qui l’io s’adagia nella pacificata abitudine. Chissà se nell’aria tiepida, ascolta il grido che affolla il mondo.

per questo sia anatema

Troppe parole contiene l’ira,

accenti e rossori inutili,

enfasi che si disperdono con tracce sanguinanti. 

Troppe parole contiene il silenzio dell’ira,

che non si spegne e non acquieta:

dov’era tutto questo nero,

questa nube gravida che chiude l’intelletto?

Non basta l’ingiustizia,

e neppure il rifiuto basta a dare un senso, 

alla bocca di belva che s’è aperta

ed ora ha sete d’una assoluta ragione,

senza compromessi

e tiene a testimoni i consenzienti.

Degli altri non importa né ragione,

o umana esistenza, seppur per molto o poco.

È  questo il buio senza fine dell’ira,

o del calcolo in essa può essere dissimulato,

e tra l’iroso vero che poi s’acqueta e pente

o il furbo ipocrita che eccita

e nasconde il braccio e la parola,

preferisco il primo che se stesso usa e consuma

mentre l’altro manipola coscienze e verità.

Per questo esso sia d’umanità, anatema.

 

 

salmo sulla maleducazione

percuoto i miei pensieri

e non se vanno,

esco cercando e non mi trovo.

Il desiderio di me

riga la limpida luce del giorno

 

Così si muovono spinti dall’insofferenza il corpo e la mente. In filigrana si leggono i gesti, le parole, persino i pensieri che provocano un rifiuto. Cosa generi tutto questo e perché esso ci accompagni oltre la pazienza, la curiosità, l’amore del capire, non è chiaro, ma seguire l’insofferenza è uniformarsi a un istinto che proviene dal profondo e raramente sbaglia. La buona educazione, allora, appare com’essa è, ovvero un miscuglio di piccole bugie unite alla gentilezza e ciò che viene trattenuto, messo in disparte, non è uno stare tra gli altri ma l’occultare la critica feroce del conformismo interiore, della incapacità di dire le cose come stanno.

Per bocca di falsità sembra che solo i superbi, i supponenti, i protervi (e spesso i politici e gli uomini di potere lo sono) abbiano il diritto di dire cose sgradevoli, mentre agli altri, agli educati, ciò non è concesso. Così a volte vorrei una società maleducata nel senso di più vera e rispettosa dei silenzi, delle diversità, più aperta al cuore di ciascuno e alla sua dignità di essere vero.

Sembrerà strano ma non sempre è rispettoso stare, spesso è vero il contrario se non c’è sintonia, È meglio andare, posporre il dire eccessivo, mettere tempo in mezzo per capire cosa sia il demone che ci agita e infastidisce.

Se è il passato, solo noi possiamo fare i conti con esso.

Se è il presente, qualche domanda in più diventa necessaria, che poi si riassume nel davvero voglio dividere il mio tempo in questa situazione? E stranamente si può scoprire che la risposta è, sì indecisa ma propende per il rifiuto. Non è ancora il caso di prendere una decisione ma certamente di mettere distanza. L’istinto, il profondo ci dice qualcosa e la fuga è la risposta a un pericolo, a un perdere il sé chissà dove, per non smarrire il vivere. Anche a questo serve l’altro istinto che spinge al silenzio, perché ogni dire è insufficiente e disturba quando una particolare sensibilità al nostro vero interiore fa rifiutare ciò che lo contraddice. Non è maleducazione andarsene, ma una necessità vitale. Ed è uno di quei casi dove l’io si deve preferire al noi.


prosegue, forse…

 

 

il senso del giusto

Cara Rosa, hai lottato quando era difficile, con la forza che derivava dall’ avere un nome gentile. Un nome che evoca il pane accanto alla bellezza, la responsabilità dell’accudire quando si ha un incarico. Anni di vita scortata, la polizia appena fuori casa, le minacce di morte, ma tu non sei tornata indietro, a questo serviva avere principi e valori. Una sindaca d’accatto, così ti consideravano i tuoi avversari di fronte all’inopinata nomina. Pensavano non durassi e intanto avrebbero avuto il tempo per sistemare le cose tra correnti, così saresti dovuta cadere e invece caddero gli altri, i collusi, quelli che venivano comprati e rivenduti. Non avevi paura e denunciasti. Poi la riconferma e il tuo lavoro di sindaco per mutare le cose prima del Parlamento. Anche qui facesti le battaglie di una volta, perché operai si resta anche quando si lavora in altro modo e si capisce che il lavoro va rispettato, che ciò che produce la terra è fatica, dono e anche fortuna di un’annata felice. Ricordo che in quella tua terra così generosa, ma piena di latifondi accanto alle piccole proprietà, chi era bravo soggiaceva al ricatto dei numeri, della forza di chi avrebbe lasciato la produzione marcire nei campi, l’olio inacidire e il vino invecchiare troppo, se non si fosse accettato il suo prezzo. Qui a nord queste cose si sanno in altro modo, ci sono altre sopraffazioni, ma dalle tue parti la ricchezza prodotta, il valore unico del cibo genuino veniva -e viene- dissipato assieme alla fatica. Tu queste cose le capivi attraverso quel crivello che discerne tra vero e falso ed è il senso di giustizia che accompagna la fatica. Così l’hai difeso in campagna, nella spontaneità che faceva unire chi lavorava per una paga misera, così si è trovato nel sindacato il modo di restare assieme, di rivendicare la giustizia di una retribuzione, di un difendere il lavoro e il suo prodotto. Lo stesso facevi in Parlamento, impuntandoti, chiedendo con gentilezza e forza. Forse ti avevano mandato in alto per toglierti di torno, ma tu tornavi a casa ogni settimana. Ti interessavi, ascoltavi prima di parlare, poi dicevi quello che ti era possibile fare, se lo ritenevi giusto. Un modo di agire antico, anche nella politica, con discorsi concreti e molta verità, restava l’alea della speranza, ma anch’essa contenuta nella realtà, come sanno fare quelli che hanno poco e spartiscono il poco sperando che il giorno dopo ce ne sarà ancora generato dalla fatica. Non ti sei fatta ricca con la politica, ricordo la tua casa, dignitosa e pulita, come quelle degli emigranti che erano tornati dopo aver a lungo faticato altrove. Un senso fresco delle stanze, l’acqua ghiacciata con il limone e il vino rosso da bere a cena. Ho la fortuna di averti incontrata in un periodo della mia vita in cui anch’io facevo qualcosa di pubblico, mi hai confermato la dimensione delle cose, la pazienza che è necessaria per incanalare l’entusiasmo, il rigore nei principi che già c’era e la capacità di dire i no necessari. Quanta forza serve per trarsi in disparte quando è ora, eppure lo hai fatto che eri ancora giovane. Sei tornata a casa, a quello che facevi prima: il lavoro, la cura per chi ti era vicino e per gli altri, l’impegno. La politica divarica le vite anziché unirle, ormai accade così spesso che non ci si bada, restano gli amici che hanno magari idee differenti ma si ritrovano nel rispetto. Tu l’hai sempre avuto e anche se non ci vediamo da molto, so che è rimasto con te. Il coraggio di allora servirebbe adesso, assieme alla costanza di sapere che si è dalla parte giusta. Si può sbagliare qualcosa o parecchio, ma la parte è quella che determina con chi si sta per andare avanti. Tu hai difeso chi veniva conculcato, chi cercava un senso per il proprio faticare, e adesso c’è ancora più bisogno di difendere questa parte perché non sono diminuiti i deboli, anzi sono aumentati e non hanno più un senso di appartenenza. Sono ancora più deboli perché soli e disperati si rivolgono a chi li mette gli uni contro gli altri e li rende soli quando serve più che mai essere tanti e uniti, con gli stessi obiettivi, le stesse istanze di equità, lo stesso bisogno di benessere comune e di legalità. Passa il tempo, sembra mutare la politica, oggi ci sono altre regole e i partiti non sono più gli stessi, ma restano i principi i valori per rispondere ai bisogni. Ancor più oggi servono persone che pensino davvero di essere al servizio, come hai fatto tu, con il tuo lavoro giusto che non contraddiceva il nome importante e gentile, difficile da portare con grazia e forza, ma tu ci sei riuscita, amica mia. Grazie.

tisana

Dalle misture di cui ridevi, ora il giallo,

si spande nel bicchiere,

è accolto, la bocca,

che non ha mai creduto la virtù,

stima il calore, e in buon conto lo tiene.

È il consumato profumo di primavere,

tutte inesorabilmente passate,

che salva il ricordo, 

il sole, il canto d’una casa che guarda il prato,

dei piedi bambini che, tolte le scarpe,

correvano ridendo.

E dietro i larici è già sera

rapida e silente,

prima del chiamo d’una voce.