Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

otobre

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De otobre gò na rasòn vecia, squasi antica,

fata de odor de tera smossa,

de caminar pai campi,

de osei coe ale spaurie,

sbatue via dal volar suo.

Chissà cossa pensa la seegheta che scampa da un scioco,

da un movere de foje, da un sciopo, 

col core ch’el par sciopar fin ché vola nel cielo,

sperando de scampar, nea paura sua, 

che un dio a sò misura gabia on poca de atension,

par lù, oseo, picenin,

muceto de piume, poarete.

Non pol dir gnanca: otobre maedeto,

nol gà i mesi, on lunario picà in casa,

ma solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,

miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè

e intanto el scampa, sperando.

Seguendo coi oci ch’el volar anca noantri speremo

che’el cacciator sia un fià orbo,

o almanco sbalà e poco bon nel trare

e magari tanto gnoco da sbaliare.

In tanto, da torno otobre colma l’aria

de odori sciaresai dal primo fredo,

de fumo lontan,

de caldo vizin na fiama,

de altro e pur tanto,

che mai se podaria metare so on telefonin, dentro na app, 

però tuto sto rumegar de odori el ghe xè,

e basta snasar e vardar almanco un fiantenin,

solo par capir dove se zè,

dove semo rivà,

dove se podarave ‘ndar.

De otobre gò scarpe da trosi piene de fango, 

que’o che deventa duro come piera,

gò el brivido in tea schina,

del primo fredo che zà el conta la sera,

gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,

la vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.

De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna bon,

na siarpa, el primo paletò, 

gò l’acqua del fosso che de matina varda la brina,

la pressa del tramonto de impisare la notte,

gò tuto queo che ghe xè

e no poco manca

ma questo miga dipende da lù,

da otobre,

dipendarà pur da mì

e cussì meo godo nel bon pensando

che no xè passà un mese,

na stagion,

ma n’altra de novo xè rivà.

la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco.  È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.

Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,

fatta di odore di terra smossa,

di camminare per i campi,

di uccelletti dalle ali impaurite,

gettate via dal loro volare.

Chissà cosa pensa il passero che scappa da uno schiocco,

da un muovere di foglie, da un fucile,

col cuore che gli pare scoppi mente vola in cielo:

di scampare, nella sua paura,

che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione

per lui, uccellino

mucchietto di piume, poverette.

Non può neanche dire ottobre maledetto,

non ha i mesi, un lunario appeso in casa,

solo quel pochino di vita che però gli pare molto,

non pensa a quel che sarà, ma quello che è,

e intanto scappa, sperando,

e con l’uccellino, anche noi speriamo

che il cacciatore sia un po’ orbo,

o almeno squilibrato (sballato),

e sempre poco intelligente.

Intanto attorno ottobre colma l’aria

di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:

di fumo lontano,

di caldo vicino alla fiamma,

di altro e pure tanto,

che mai si potrebbe mettere in un telefonino, dentro un’app,

però c’è, e basta annusare e guardare,

almeno un pochettino,

solo per capire dove si è,

dove siamo arrivati,

dove si potrebbe andare.

In ottobre ho scarpe piene di fango,

quello che diventa duro come pietra,

ho il brivido nella schiena,

del primo freddo che già racconta la sera,

ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,

la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.

In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,

una sciarpa, il primo paletot,

ho l’acqua del fosso che di mattina guarda la brina,

la fretta del tramonto di accendere la notte,

ho tutto quello che c’è

e non poco manca,

ma questo mica dipende da lui,

da ottobre,

dipenderà pure da me,

e così me lo godo pensando

che non è passato un mese,

una stagione,

ma un’altra di nuova è arrivata.

buon compleanno Mamma, buon compleanno Nonna

In evidenza

Quest’anno Vi scrivo a entrambe, Nonna e Mamma, nate lo stesso giorno e parte essenziale del mio sentire e vedere il mondo. Buon compleanno e grazie della vita che diversamente mi avete dato. Grazie per l’immenso amore ricevuto, per le domande a cui avete risposto e per i silenzi che mi avete insegnato.

Tu, Mamma, sei nata che finiva una pandemia, la spagnola, mentre tu, Nonna, l’hai passata tutta, ne sei stata contagiata con i tuoi figli e hai aggiunto una morte e un lutto a quello del Nonno. Tragedie mai davvero superate, ma rese parte della tua vita, che non ti sei rifiutata di vivere.

Come si è vissuto nel secolo breve, tra rivolgimenti di governi, guerre, timori e agiatezze disperse da trasformare in lavoro, in coscienza di sé e di chi vi stava vicino? Un secolo vissuto tra città e campagna, tra cose che mutavano rapidamente, viaggi interminabili, lingue straniere e poi rimpatri e difficoltà che sembravano essere alle spalle, per Te, Nonna. I tuoi figli piccoli, il Nonno in guerra, per finire ucciso in una dolina del Carso, la difficile ricostruzione di un luogo dove vivere, tenere assieme gli affetti, la capacità di cominciare a lavorare per vivere. Credo tu sia vissuta molto per quel figlio che ti era accanto: farlo crescere, dargli una educazione e un senso della dignità e della libertà, non era una cosa facile, ma l’hai fatta in modo esemplare.

E tu Mamma, quando hai incontrato quell’uomo gentile, eri una giovane donna, come sei sempre rimasta. Penso al primo pranzo a casa della Nonna, alla tovaglia buona e al conoscersi tra Voi. Non avete fatto fatica a mettere assieme senso di responsabilità, amore per quello che facevate e la vita, anche se il secolo breve apriva un’altra guerra e spediva di nuovo gli uomini in luoghi dove non si capiva perché si morisse e per chi. La storia di mio Padre è sempre la vostra, fino alla decisione di mettere assieme la famiglia. Difficile per una giovane sposa, anche di necessità dopo un bombardamento che aveva tolto tutto. Ancora una volta, ma queste erano cose, non vite. Fu anche una scelta, difficile per due spiriti liberi, ma per me bellissima perché cresciuto con entrambe, con un amore sconfinato a proteggermi e a riempire la testa delle storie del secolo che trascorreva. C’era sempre la città e la campagna nelle vite, poco distanti, frammiste di incontri, eppure così diverse: mio fratello cresceva con gli altri nonni, altre storie. Gli amori si incrociavano nello stare assieme tra noi e c’era un frammischiare le vite, diverse per esperienze, ma così vicine e silenti che parlando si apprendeva ciò che non veniva detto.

Tornavo in città, d’estate, la sera, stanco e pieno di un mondo che il secolo inghiottiva ma esisteva ancora ed era così diverso dal mio solito che capivo di non avere esperienza se non c’era una guida. La guida eravate Voi, con le spiegazioni e le vostre vite, così diverse, ma accumunate da gesti semplici, “vola on cafè” Sì ma de queo, bon”. “Lo meto su”. Non era la cuccuma che bolliva incessantemente tutta la settimana e che tu, Nonna, ravvivavi con tre cucchiaini di caffè la mattina e bevevi spesso, aggiungendo poi acqua. No, era il caffè della napoletana, fatto con cura e con un po’ di torta che lo accompagnava. Era il vostro modo di fermare le occupazioni diverse, di parlare, di immaginare i giorni che venivano. Credo che queì riti, assieme a tanti altri, vi abbiano tenuto vicine oltre le parole, anche quando ogni necessità di stare assieme era superata. Ed è stata una scelta non facile per due spiriti liberi come i Vostri.

Le Vostre vite si sono incrociate per una storia d’amore, ma ciascuna vita ha conservato i suoi punti di identità, le libertà e le esperienze così diverse. Vivere una vita mantenendo le proprie convinzioni, crescendo se stessi, i figli, i nipoti e poi sempre avendo il riferimento di essere portatrici di un disegno proprio, non è cosa facile. O magari lo è e lo fanno in molti, forse tutti, ma io ho sperimentato l’amore generato e aggiuntivo, su di me. Ho sentito il diverso sentire, farsi insegnamento, diventare vita e sentimento, ho avuto sempre la sensazione che oltre alla guida e alla sicurezza che ricevevo da Voi, mai fosse messa in discussione una mia strada, una crescita che poteva riguardare solo me, perché entrambe, come mio Padre, avevate un senso della libertà, dell’essere se stessi, che il secolo non aveva scalfito e da questo nasceva un antifascismo naturale che non aveva bisogno di spiegazioni: non subire imposizioni alle proprie idee. Forse è questo il significato dell’educazione, ovvero un lasciar crescere fornendo delle sicurezze e delle regole che aiutino a capire chi si è e dove ci si trova.

Oggi è il Vostro compleanno anche se ormai da troppo tempo gli anni si sono fermati. Non l’amore, mie Care, e se Vi sento nei miei gesti migliori è perché nessun amore ci lascia mai davvero e continua a parlare in noi.

Buon Compleanno Mamma. Buon Compleanno Nonna.

mantra del limite

In evidenza

Nella battaglia non pensare a me, ma salvati. <non importa se vincerai, combatti per ciò che ritieni giusto e non pensare che finisca la luce con la notte.

Se la prenderanno con chi combatte per la propria idea, non con chi vince.

Fai il giusto, allora, sapendo che è parziale.

Rifletti e preparati, pensa a come sei tra gli altri, metti sempre nei pensieri quello che hai trovato in fondo alla tua anima. Non è la verità e neppure l’assoluto, ma qualcosa che è difficile, che costringe a cambiare, che sembra rendere il pezzo di mondo che ti è vicino, più equo.

Combatti e usa bene le forze, conosci il tuo limite, chi ti è amico, quanti hanno condiviso la tua vita. È non attendersi nulla, la gratuità del tuo gesto, il tuo impegno non ti toglierà dalla ferocia della critica ingiusta, ma servirà a capire chi ti è vicino e chi non lo sarà mai.

Nella battaglia non pensare a me, salva il buono che porti dentro e con umiltà tienilo stretto nel tuo cuore. Sarà la tua forza e corazza.

Nella battaglia non pensare a me, ma a ciò che è giusto sia.

il pane della domenica

Posted on willyco.blog 11 ottobre 2015

Dai gesti precisi, le indecisioni d’un tempo scordate,

c’è l’abitudine al buono pensato,

e così nasce un profumo, che apre la festa.

Si spande ed arriva, fantasie si fan strada,

nei sogni mi perdo, curiosità d’un momento,

parole, pensieri, mentre entrambi bambini

tra pareti giochiamo.

mi nascondo, rintano il pensiero,

ma al suo tempo fissato, lui, cresciuto lontano,

sicuro d’entrambi, rincorre,

col profumo, sollecita, s’insinua, pervade,

finché vinto curioso, tornato piccino, lo cerco,

ed è lì che m’attende, dorato e sornione,

ammiccante d’assaggio, della domenica il pane.

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una vita da mediano

Poi le cose si aggiustano. Prendono strade trascurate o impreviste e tutto si ricompone in nuove domande. Ma quella condizione di soddisfazione e di benessere, non diventa permanente; come se il vivere fosse davvero un cammino, ossia un succedersi di equilibri instabili che alla fine, complice l’attrito, permettono un procedere, una direzione. Un raggiungere per poi ripartire. 

E cos’è l’attrito se non una trasformazione di energia, un mutare che si compromette per poter raggiungere l’equilibrio. Così il benessere è un insieme di compromessi, di silenzi, di emozioni tacitate e la quiete di una vita silenziosa, facendo le cose necessarie, il buono e onesto lavoro.

Questo benessere non è confrontabile con quell’altro, quello profondo, e infatti si sente che manca sempre qualcosa. Ma trovare un accordo con la propria indole, il daimon che ci dice cosa serve per essere davvero noi stessi. Per crescere, procedere verso la direzione che non è caso, né fortuna, ma destinazione innata e in quella non c’è attrito, né compromesso, ma vita come poteva e doveva essere per completarsi. Tutt’uno è un’opera d’arte: noi.

tempo che attende

Una sola vita non ci basta, forse per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli chiusi da cui è stato doloroso uscire, ma una vita diritta non ci piacerebbe.

Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non basti il tempo, l’unica cosa che c’è sempre a sufficienza, invece ciò che spesso manca è la voglia di viverlo.

Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite. E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che era un unico flusso la vita, che ciò che avrei provato non sarebbe assomigliato a nulla che già conoscevo, ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non si ricordava nulla, le lunghe teorie di false ricorrenze, tutto ciò che era stato senza apparentemente lasciar traccia. Così ora vorrei che le vite si moltiplicassero, e intanto vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero.

Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, il tempo, paziente, mi attende, mi lascio prendere da ciò che mi sollecita e se un pensiero m’ intenerisce lo accolgo con piccola felicità in cui mi perdo.

il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

primo ottobre: l’anima e la cocoina

Con pazienza e cocoina, la maestra ci insegnava a costruire scatole di cartoncino bianco. Contenitori di cose preziose, quelle che tu davi a me in cambio di figurine, e qualche monetina arraffata. 

Mi piaceva l’odore di mandorle della cocoina, il barattolo di alluminio, con il cilindro centrale che conteneva il pennello di setola dura, anch’esso d’alluminio, tondo e perfetto nella sua funzione. Nella classe eravamo in tanti e tutti maschi; a due a due nei banchi di legno: gli stessi in cui era seduto mio padre, con grembiuli neri e colletti bianchi, ben inamidati. Gli stessi calamai, i canotti porta pennini. Solo i libri erano diversi: era cambiato regime, ma i quaderni erano pieni della stessa didattica, aste e poi parole difficili da tenere tra le righe larghe. Cielo era una di una difficoltà terribile per quella i che non c’era nel cervello e neppure nel cielo azzurro che vedevo dalle finestre, così come per aiuola, la gomma da inchiostro cancella e ricancellava fino al buco nella pagina e alle lacrime. Per fortuna c’era la cocoina e il suo odore da sniffare, la sua capacità di mettere assieme e costruire cose che prima non c’erano e non avevano nome e poi semplicemente erano quello che gli occhi vedevano. Opere d’arte infantile, grandi, immense, nuove.

È ottobre, ora di fare la cartella, non lo zainetto come s’usa adesso. La cartella di cuoio era anch’essa ricca di odore di concia e pronto ad ospitare altri profumi. Cartelle da poveri in cuoio senza tasche esterne e cartelle da ricchi con la pelle lucida e grandi tasconi pieni di pastelli di legno colorato, marca Giotto. Eravamo tutti artisti come in quella scatola dove c’era un Giotto bambino accoccolato a disegnare su una pietra, con una pecora in primo piano e un Cimabue che osservava appoggiando un braccio ad una colonna mozza. Già sapeva che sarebbe finito al Purgatorio ma non si tirava indietro di fronte al talento:  Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, /  sì che la fama di colui è scura. Ma noi mica lo sapevamo e combinavamo disegni temperando e colorando, con quel magnifico odore di cedro e cera ancora senza nome. E si mescolava con l’odore della carta, dei fogli bianchi e rugosi o con quello dei quaderni, con copertina nera, il frontespizio su cui scrivere il nome e l’ultima pagina con le tabelline. Cartiere Pigna, generatrici di sogni e di spazi per la fantasia, raccoglitrici di macchie e lacrime, di disegni copiati con carta velina, coacervi di parole semplici, poche, per pensieri che erano inferiori al tumultuare del cervello in cerca di capire cosa diceva il mondo, ma necessari per imparare quest’arte dello scrivere in bella calligrafia con aste diritte e riccioli per le opulente lettere, valutate poi in pagella e foriere di un ordine interiore dove la forma si staccava già dalla sostanza. Chissà se Pigna o Fabriano sono ancora italiani oppure sono solo un nome nelle mani di qualche fondo pensione britannico o americano che non conosce l’odore bellissimo della carta. E chi conosce oggi, l’odore dell’astuccio di legno con il coperchio a scorrere, scrigno prezioso e macchiato ben presto di macchie d’inchiostro dal sentore di tannino che si fondeva con il legno piallato. Finché l’astuccio era nuovo aggiungeva l’odore del legno agli altri profumi degli oggetti custoditi e lo scorrere del coperchio li sprigionava mescolandoli al nostro profumo di sudorin. Poi sarebbe rimasto solo un odore informe e quello acuto del sudore, retaggio dei maglioni fatti in casa, imprigionati nei grembiuli, eccitato dalle furiose grattate alla pelle irritata, perché in fondo non eravamo pecore, dal caldo che si alimentava nelle corse d’intervallo, dal perpetuum mobile delle gambe sotto il banco, ma anche del gorgoglìo dei grossi termosifoni del silurificio di Napoli che emanavano ondate di calore polveroso quando la caldaia funzionava. Chissà perché un silurificio faceva termosifoni di ghisa con le zampette e grossi costoni decorati con tralci di fiori sconosciuti, anziché dedicarsi ai sommergibili. Non l’ho mai saputo e non era importante allora, come adesso, ma solo una frase curiosa e due parole nuove che nessuno avrebbe mai ripetuto più di una volta nei discorsi in casa, ottenendone sguardi stupiti che tradivano la preoccupazione su cosa facevamo fuori casa.

Età dell’oro, delle passioni senza nome, dei desideri semplici, del panino custodito nella cartella per la merenda, delle cose preziose come i pezzi di spago, un coltellino piccolo, le cartoline colorate a mano e la stagnola iridescente che avvolgeva i sassi che ti regalavo. I traslochi disperdono le cose non i ricordi, in quella scatola c’era la mia anima e lì dentro c’eri tu. Adesso che c’è solo un ricordo: a che serve l’anima?

l’età dell’oro

Ogni epoca ha avuto un’età dell’oro, qualcosa che c’era prima e in cui tutto era più facile e poi sono nati i tempi di piombo. Alchimisti alla rovescia, è l’insicurezza che ci rende tali e così il presente diventa l’unica realtà tangibile a cui aggrapparsi. Adesso non ci sono più le ideologie che fornivano speranze collettive, e mancando il futuro, il presente erode I sentimenti, li sostituisce con i desideri componendo puzzle dove non importa molto ciò che si compone ma piuttosto che comunque un’immagine ci sia e ci ricomprenda.
Di noi, in quell’immagine c’è la sostanza calda che fa vivere, il piacere o il sentire l’emozione che interagisce con il mondo interiore. Ci basta quando siamo svegli, occupati, senza troppi conti da pagare. Questo fa attribuire al presente una dote salvifica, fa presagire che il buono venga alterando la realtà, eliminando il non sopportabile. Così il presente senza futuro, diviene il coacervo e concentrato d’ogni sentire. E poco importa se è un vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Anche nei rapporti con il nostro corpo, oltre le palestre, le tecniche che modellano la superficie, servirebbe ricordare che esso è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza, che condivide oltre, che ancora ci parlerà se ha futuro. La comunicazione è questo, anche questo. E le domande possono restare senza risposte ma annebbiano il sentire e si accumulano in antri oscuri che ospitiamo e attendono le nostre solitudini, le stanchezza, i momenti in cui non riusciamo a immaginare che cosa abbiamo fatto e faremo per azzannare. In fondo la domanda che ci si pone nei momenti di agitata quiete; è questa la vita che sognavo dovrebbe essere sostituita con è questo il presente che ho sognato?

Ma c’è ancora spazio per una risposta se sappiamo sognare, c’è ancora un futuro in cui il piombo si trasforma in oro.

un sogno in blu

Il blu non è così diffuso in natura. Oltre al problema che i nostri occhi sono limitati e vedono quello che vogliono, pare vi siano questioni concrete di legami ionici e di strutture cristalline, così che un animale, ma anche un minerale, fatica meno a diventare terra di Siena oppure cinabro, piuttosto che essere blu. Poi con fatica e metodo magari blu riesce a diventarlo, ma non nella pelliccia, nella corazza o nella pelle, e si accontenta come l’ornitorinco, di un naso e di una coda blu mentre il resto funziona per suo conto in cerca della facilità dell’esistente. Certo che tipi bizzarri che pervicacemente scelgono il blu, ce ne sono, ma puntano anch’essi sul verde blu o sull’azzurro carico, come le balene oppure mescolano i colori dedicandosi al pastello che mettono in tavolozza sul corpo, pesci e scimmie compresi. Il blu è difficile in ciò che vive e si nasconde sornione tra colori più frequenti come il verde acceso o il marrone, mentre è più frequente nei minerali, complice il rame. Ben pestato in mortaio, il lapislazzuli ha dato consistenza a molti manti di santi nei dipinti, rivaleggiando con il rosso. Il problema del blu è che si associa al veleno, viagra a parte, e che ci sono ben pochi cibi blu. Le trote e qualche patata che insospettisce prima di saziare, i mirtilli, il formaggio blu danese e il cavolo, ma anche un astice ogni 2 milioni, nasce blu. Difficile contestare l’eleganza al colore che implica l’assorbimento del non facile spettro per lasciare la sua presenza, però stanotte imperversava nei miei sogni. E cosa voleva raccontarmi quel blu che faceva capolino tra una storia e la successiva. Forse la sua rarità che attrae, o forse l’anello di mio padre che da troppo tempo non porto, oppure la cautela con cui maneggiare le cose che hanno a che fare con la mia vita, attraenti ma al tempo stesso pericolose come le passioni andate a male.. Le passioni sono rosse, acceso o spento sia il colore, prendono dal sangue che fanno correre la loro tinta, diventano blu quando si raffreddano, quando non sono così mobili come dovrebbero e sono state raggiunte dalle muffe delle finzioni o falsità che contenevano. Allora il blu diventa un segnale su cosa contiene, o meglio può contenere il futuro, e quanto il discernerlo dipenda dai nostri occhi interiori. Quelli del sogno, ad esempio, che sempre vedono il futuro nel passato e che, come l’indole, hanno l’eleganza del muovere il corpo se l’animo è in sintonia. Quindi quel blu era un segno che chiedeva qualcosa che all’alba sarebbe diventato altro. Leggere i segni significa leggere se stessi, il proprio profondo e sbagliare, tracciarli e dar loro un significato che si capisce proprio attraverso l’errore così nel blu ho visto il suo complementare, l’arancione. Era l’alba, l’inizio, cominciava qualcosa e il cielo era di un blu intenso che sembrava contenere l’universo e le sue storie ancora da scrivere.