il corpo

Il corpo ci parla sempre, a volte sommessamente, spesso conversa e racconta, raramente urla. Anche il suo silenzio ci parla, i suoi rifiuti, la spinta che esso dà in una direzione anziché in un’altra. Ci parla la postura quando non rappresenta ciò che siamo per davvero, lo fa con la stanchezza di una sua parte, con la richiesta di quiete o di movimento. Ha scelte proprie, antipatie e immotivate simpatie, ci dice che una strada è conveniente anche se essa viene dubitata dalla mente, e spinge in quella direzione poi, contrariato, tace di fronte alla nostra scelta. Se lo strapazziamo troppo attende pazientemente che la smettiamo finché non ne può più e allora s’ammala. Dovrebbe dialogare con la mente, meno con la ragione. Pare dipenda da noi che questo scambiarsi di opinioni e il chiacchierare amabilmente tra corpo e mente, s’instauri. Anche se non è così naturale dopo una certa età, che è quella dell’istinto e dell’assenza di vincoli particolari, e allora cambiare poi costa silenzio e fatica. Quando non ci sono limiti, il corpo impara dagli errori, dal dolore che prova toccando ciò che è sconosciuto, ha paura e piacere, esprime emozioni native, semplici, non artefatte.

In questo periodo di cattività il tempo per pensare non manca e anche l’emergere dei fastidi che s’accantonano nei momenti in cui è facile mascherare le insofferenze diventa più naturale.  Tutto si riduce all’essenziale, ai bisogni, alla qualità e su questi e questa, si instaurano canoni di accettazione e di rifiuto. Leggevo un bell’articolo di Parise del 1974 che rifiutava il consumismo e la massificazione. La finta ricchezza degli stracci passati per moda e il mistificarsi dei significati nei rapporti, nella politica, nelle relazioni tra persone. Un elogio di una povertà fatta della capacità di distinguere, di dare un valore, di stabilire il buono e il necessario. Temi di quegli anni inascoltati, che riportano all’attualità di Berlinguer quando parlava di politica del rigore e di austerità. Ma oggi il corpo che riprende il suo posto non ci parla di questa essenzialità, non giudica la realtà e la vede per quello che è ovvero una grande finzione, in cui le persone devono per forza essere altro da sé, perché tutto si sostenga. Non è questa l’economia dei consumi che contraddice la conversazione dei corpi? Allora mi rendo sommessamente conto di quante cose vengano fatte senza lo spirito che inizialmente le aveva sostenute, di quanto vuoto ci sia nel tempo perché i legami si sono sciolti. Il senso dell’attendere una verifica da parte di qualcuno che non chiama o non scrive, non è forse la misura di un bisogno affievolito, di una decisione già presa e che il corpo già conosce ma che la mente, per le sue costruzioni sapienti d’artificio, fatica a cogliere. Non siamo solo istinto ma se c’è la necessità di semplificare, un significato profondo c’è : la complessità non solo non rende felici ma oscura ciò che è necessario ed è utile al piacere rispetto a ciò che è solo apparenza. Rimettere assieme e sciogliere alla fine porta a una nuova situazione in cui ciò che è importante ci muta e ciò che non lo era, più semplicemente, diviene ricordo. Importante per ciò che è stato ma che non sarà mai. Semplificare il futuro attraverso un presente che riscopra il corpo, i limiti che divengono opportunità, cambiamento, voglia di sperimentare e approfondire, perché il corpo non s’accontenta e non mente, al più porta pazienza, ma non per sempre.

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in fuga da sé

Si vuole andar via da un’insufficienza sentita come una colpa, da un giudizio, oppure seguendo una incoercibile curiosità, un bisogno di sapere chi si è. E il bisogno in qualche modo s’intreccia al giorno, genera insoddisfazione e poi rende meno vero ciò che si fa. lo rende inutile e non finisce finché non ci si trova, cosa che forse mai potrebbe accadere. Per questo molti se ne fanno una ragione e restano dove non stanno bene, dove non sono.
Quando si capisce che si fugge da sé, dalla radicalità delle domande e delle scelte che dovrebbero essere compiute, non si sa più dove andare e il sauro che è dentro di noi vorrebbe mimetizzarsi, sparire in uno sfondo dove nessuno ci veda come si è. Diventare erba, foglia, asfalto, folla. Diventare apparenza e basta restando ciò che da vita. Essere in un luogo e pensare di vivere altrove. La chiamano fantasia, ma è una dislocazione del sé, un trovarsi che segue un sentiero, una strada. Quale sia il percorso non è chiaro perché si inoltra dentro dove sembra regni l’oscurità e invece è il confronto con ciò che si poteva essere ma non si è stati e quindi, sembra, non si sarà mai. Questo confronto, questa accettazione del limite invece apre una finestra, una porta, induce ad andare oltre e trovare le ragioni della differenza tra ciò che si è diventati e tutte le scelte che l’hanno determinato. Non c’è una definitività in questo, è il bello della vita, il suo infinito procedere che lascia tutto il tempo necessario. Non è mai tardi anzi riconoscere ciò che ci approssima e il fare ciò che serve a diventarlo, spalanca il tempo. Nel flusso si segue una corrente che trasporta il mondo, il suo divenire, ma come si diventa in esso dipende da noi. Sembra il contrario, ma pensare di avere tempo consente di cominciare, infinitamente cominciare ad assomigliarci. Approfittiamo di questi giorni di silenzio forzato, di apparenza inutile per entrare in noi e capire cosa ci fa bene. 

case

Le case nelle città medie stanno vicine, soprattutto nel centro si sorreggono a vicenda. Hanno stili diversi, rappresentano ceti sociali differenti perché raramente i ricchi si facevano affiancare dai ricchi, casomai li guardavano dall’altro lato della strada, quindi si alternano le case, nei colori e nelle presenze umane. Un tempo era così. I colori erano secondo estro, qualcuno decideva di assomigliare o di staccarsi nettamente dal vicino. Il colore che diventa un blasone, un’appartenenza a una famiglia e rivelatore del carattere. Ma le case non sanno fare a meno della vicinanza, tanto più che il portico le unisce e crea l’occasione dell’incontro, della conversazione, del saluto di chi le abita. Si sono fatte da sole, le case, per somiglianza e perizia comune, per quella voglia di essere soli e assieme nello stesso tempo, di essere famiglia e fortilizio, ma anche finestra e lenzuola o tovaglie stese ricamate da mostrare. Per quella voglia di vedere senza essere troppo visti, un po’ da guardoni discreti che capiscono molto perché conoscono e assimilano i fatti di una cronaca minuta fatta di vicinanze senza parere, di fatti propri e d’altri mescolati, di termini di paragone e di consolazioni. A questo servono le finestre oltre a portare luce: a vedere ed essere visti secondo la misura scelta.

Stamattina uno sciame di passeri s’è levato nella piazza d’aria che c’è nel vicolo, na sbrancà, un pugno, di farina o d’altro, si direbbe nel dialetto antico della città e nella mente si formerebbe il gesto che trattiene a stento nella mano chiusa il contenuto da spargere o versare, oppure da gettare contro il cielo come fossero coriandoli a carnevale, Così imparano a fare i bimbi pescando nel sacchetto e ridendo del poco che gettano nell’aria o addosso al cappotto di chi gli sta vicino. E così quei passeri erano di un’allegria insperata e libera, levati tutti assieme da una finestra sbattuta o da un’improvviso apparire, eppure non impauriti ma in attesa di capire e nuovamente posarsi assieme. Insieme e ciascuno per suo conto, come le case. Intanto la pioggia finalmente rigava i vetri.Lasciava lunghe scie d’acqua grossa, che rendevano le case di fronte un po’ tremolanti, ma solo per poco finché la goccia sceglieva il percorso per confluire con le altre.

La bora ha soffiato per quattro giorni, cacciando le nubi in corse folli nel cielo, aggregando e disfacendo. Pensavo a Trieste, all’Istria quando s’increspa il mare in minuscole onde che contrastano la marea ed è un dipinto che riluce, fatto da un pennello grosso, quel tanto da tracciare segni dove di solito non ci sono, da opporre al bianco un diverso bianco, incresparlo di schiuma, intriderlo di finezze impossibili da non sentire come un dono che ci viene fatto e che poi si porta dentro per ogni giorno di bora ovunque noi saremo. Com’era venuto il vento s’era calmato e aveva lasciato libere le nubi di mettersi assieme e piovere. L’aria, già pulita, s’era caricata d’una freschezza insperata, come una donna che si profuma e sorride offrendosi al pensiero più che allo sguardo. Annusare, chiudere gli occhi, immaginare. Attorno non c’erano rumori, solo il ticchettare dell’acqua che cadeva dalla grondaia lungo il pluviale per poi perdersi nella terra. L’asfalto era diventato nero, assorbita la prima acqua aveva poi stabilito le gerarchie di rivoli, le pozze da traboccare in confluenze verso il chiusino. E anche la grata aveva dismesso la patina di ruggine per diventare un oro antico, un ocra caldo mischiato con il grigio della ghisa. Non si è riformata la pozza fatta a cuore. Dei lavori di rifacimento del manto (bello che le strade si coprano con un manto e proteggano i sassi piccoli e tondi di fiume, lo spezzato di cava e la terra che hanno sotto) non hanno rispettato la pozza che riluceva col lampione e si allargava a cuore. A me è sembrato ci sia stata un’insensibilità, l’incuria nel vedere e nell’immaginare che anche una pozza fa la differenza e racconta gli amori delle case che le stanno attorno, si fa riconoscere dagli amanti o dalla gentilezza, aggiunge a chi rientra un sorriso inatteso. La trovavo al suo posto in ogni giornata di pioggia e la sera aveva il colore caldo del lampione, era una presenza segreta, un modo per riconoscere che insieme agli altri eravamo casa.

Nelle case che furono abitate dalla famiglia, non di rado occupavamo -e occuparono- il piano alto. Le scale erano sempre anguste, scalini arrotondati, da rinfrescare prima di Pasqua con la calcina, fatti di pietra di Nanto, friabile e calda nel suo consumarsi secondo i piedi che la percorrevano in fretta o piano. Dipendeva dalle età e dalle emozioni lo scendere e il salire, ma il fazì pian pae scale era d’obbligo ad ogni uscita. Scale sempre poco illuminate, che si conoscevano a memoria, anche di notte in punta di piedi e senza luce per non far capire l’ora di rientro. Scale sommesse, con le voci dei piani a fare da portolano per capire l’umore delle famiglie e il respiro della casa; affannoso o ilare, intriso di profumi e odori di cucina o di bucato, di liti infinite e di risate sonore, d’ansimi e pianti, di racconti detti a mezza voce sulla porta. Le scale erano un percorso delle vite parallele che vivevano le une sopra le altre. La congiunzione umana, tangibile, carnale delle vite diverse che poi si assomigliano, ma mai abbastanza da non sentirsi differenti. Abitavamo sempre all’ultimo piano e in quelle case non mancava mai di piovere dal tetto. I coppi hanno questa vita propria, si muovono secondo le stagioni, i gatti, il vento. Lasciano posto ai nidi, al correre dei topolini, allo scavare dei colombi, ospitano terra che si riempie d’erba e qualche arbusto tenta pure di crescere tra una fila e l’altra. Non era un gran problema, bastava un catino e una ripetuta protesta al proprietario, poi chi avrebbe messo a posto il succedersi ordinato dei coppi, col suo peso qualcuno ne avrebbe rotto, e nell’ultimo scavalco verso l’abbaino ne avrebbe smosso un altro e così sarebbe di nuovo piovuto dentro, ma non subito e da un’altra parte. Ci sarebbe stata l’illusione di una normalità e poi la bora o i temporali d’estate avrebbero ribadito che qualcosa in cielo mancava o non si era distratto nel fare il suo lavoro. E xe case vecie, cossa vuto fare, bisognaria rifare tuto. Con questo riprendeva il ciclo della protesta e dell’attesa, ma senza ansia: era così e basta.

Di queste case per esperienza diretta potrei parlare di alcune, a partire da quella in cui sono nato, però mi piace di più stasera, ricordare una casa che ho visto e che fu abitata dalla mia famiglia. Era una casa stretta e alta, le finestre davano sulla strada e sul cortile d’una casa patrizia che fu usata come casa di tortura dai repubblichini e dai tedeschi. Era una casa a cui furono sbarrate le finestre che davano sul cortile per non vedere i prigionieri, anche se di notte, d’estate le urla si sentivano forti assieme alle bestemmie e i silenzi. Ne ho il racconto in testa fatto con pudore da mia Nonna, quella casa era un porto in cui era confluita la somma dei navigli delle vite, gli ultimi armadi, la pendola, i comò di noce, una tavola della vecchia osteria, la specchiera, l’ottomana di raso rosso e quei lampadari dove mai tutte le flebili lampadine funzionavano. Era un succedersi di stanze, con le scale in mezzo e l’intera casa era abitata da antifascisti e partigiani. Strano vivere così vicino al pericolo, eppure erano tutti silenti e solidali. Su quel tetto cadde un sacco di bombe a farfalla gettato da un ricognitore inglese notturno e mia Nonna, che dormiva, si ritrovò in cucina per lo spostamento d’aria con l’intero letto. Il cornicione crollò in strada e il cielo irruppe nella stanza. Mia Nonna non s’era fatta troppo male, così ripararono alla meno peggio, aspettando finisse la guerra. Quella casa l’ho vista da bambino, alcune cose erano rimaste là dopo il trasloco, ma nessuno in famiglia le ha più cercate. Le nominavano passandoci davanti o fermandosi a salutare chi era rimasto.

In cento metri da quella casa c’erano due osterie, una trattoria, la mia scuola elementare, una macelleria, un orologiaio, un ciabattino, una latteria, un negozio di libri usati, una torrefazione di caffè, due negozi di alimentari non molto forniti, un falegname e un fruttivendolo un po’ disonesto nel prezzo e nel peso, ma molto di chiesa. Insomma era un villaggio eppure era una strada fatta di case che si mescolavano nei ceti e nelle attese d’una rimessa in ordine. Le persone si conoscevano tutte e anche le case si conoscevano e si trasmettevano l’un l’altra le crepe. Stavano assieme come gli ubriachi che si appoggiano per non cadere, ma nessuno di loro fece mai la spia e se tra gli abitanti di quella casa fu poi fucilato un partigiano, medaglia d’argento al valore, fu perché preso in combattimento. Case per bene con gente per bene che amava la libertà di stare vicini.

alla ricerca dello yoghurt perduto

Le latterie non esistono più. Qualcuna ne porta ancora il nome ma è altro da quei luoghi fatti di una stanza con le pareti di bianche piastrelle, 20×20, fino ad altezza braccio teso verso l’alto. Là dove lo straccio imbevuto di varecchina e l’invocazione per l’artrite incontravano una cornice blu che chiudeva l’ambito del pulito. Sopra tutto, vegliava e illuminava il neon da 40 watt e ad esso, in campagna, s’aggiungeva il rotolo di carta moschicida coperto di incauti insetti. Presidio igienico del cielo per sanare l’ambiente.

In latteria si comprava il latte, sia quello non pastorizzato da versare in recipienti portati da casa che quello in bottiglia, pastorizzato. Erano bottiglie costolute, dal collo largo, coperte da un tappo di stagnola con la data di scadenza e vuoto a rendere. Rompere la bottiglia del latte per strada portava male, non che avesse influssi sul futuro, ma poteva comportare qualche sberla utile ad incarnare l’attenzione, quindi massima cura nel trasporto e sulle scale da fare con attenzione. Il lattaio portava anche il latte a casa, ma c’era un sovrapprezzo e quindi si preferiva la libera latteria. In questa stanza bianchissima, impudica dietro una vetrina spoglia di cose, oltre al latte c’erano dolcetti de poche: pescetti, cordoni di liquirizia, farina di castagne in bustine, pastiglie alla menta, boli gommosi, “more“di vari colori. In bella mostra delle paste secche sotto una campana di vetro o in una vetrinetta, erano dolci che resistevano al tempo, occhi di bue con marmellate dure al centro, frolle a losanga o tonde, con ciliegia o senza, sfoglie perplesse che piano perdevano consistenza, e c’era anche un’ imitazione del millefoglie farcito con una crema bianchissima e appiccicosa. Queste dolcezze non erano prive di effetti secondari in relazione alla vetustà e al caldo di stagione. Le mamme le proibivano, e ciò ne aumentava il fascino ben sapendo che chi sgarrava veniva punito o meno dal caso e dalla pancia.

Le latterie più evolute avevano anche la macchina per il caffè, erano un quasi bar già presagio sulla loro evoluzione. Altre, più ruspanti affiancavano dolci da fetta, fatti in casa, con un inconfondibile odore di uova poco fresche e una densità elevata. Se ci fosse stato allora un test granulometrico per dolci, queste fette avrebbero potuto fare da unità di misura: tutto quello che si poteva produrre in casa, avrebbe avuto densità inferiore e qualità maggiore. Anche di questo le mamme e le nonne andavano fiere. E mentre distinguevano bisbigliando i dolci portati in omaggio, tra quelli di pasticceria e quelli di latteria, con fierezza non li compravano. Nella latteria erano poi allineati, sul banco di vetro e su uno scaffale, dei vasi esagonali di dimensioni importanti che contenevano biscotti secchi dai nomi esotici, marie, petite beurre, oswego, baicoli, savoiardi ma anche dei biscottoni enormi da inzuppo e meraviglia delle meraviglie, i wafer. Uno per premio se accompagnati, due se da soli e si riusciva a fare la cresta sul prezzo del latte. Il gesto con cui la lattaia col suo camice bianco, apriva il vaso e con le stesse dita che avrebbero ricevuto monetine e banconote consunte, prendeva con delicatezza il biscotto e lo porgeva, sembrava un rito che produceva già dal gesto il piacere dello sgranocchiare successivo. Piano, a bocconcini piccoli, si mangia per piacere non per fame. È vero, la fame era altra cosa e si sarebbe saziata con cose molto più consistenti, ma il piacere fugace e immediato aveva una sensualità che prefigurava cose oscure di cui non si sapeva nulla, ma che certamente c’erano nell’età in cui, liberi, si sarebbe potuto avere la completa sazietà del proibito.

Poi in contenitori da mezzo litro e da un quarto, negli anni ’50, apparve un’ evoluzione del latte, lo yoghurt. Anch’esso in recipiente dalla bocca larga ma con una densità molto maggiore del latte e una vena acidula che dapprincipio lo faceva respingere, ma che poi il gusto chiedeva di riprovare. Quel sapore, donato come assaggio da una bella ragazza in un camice aderente e bianchissimo, era stata la scoperta in una di quelle fiere campionarie che portavano le novità dal mondo al nostro Paese Fu classificato in casa come americanata e ciò bastava per l’embargo, ma di fronte alle innumerevoli proprietà benefiche che venivano enumerate, magari un assaggio si poteva fare. Assaggio, rifiuto, embargo, contingentamento. Ovvero come rendere piacevole una cosa altrimenti da scartare, collocandola nell’olimpo dei desideri. Ne parlavamo tra noi ragazzini, e c’era chi lo mangiava ogni giorno senza grandi benefici però il fatto che tra le virtù ci fosse quella di far scomparire gli incipienti bruffoli pre adolescenziali lo rendeva comunque un oggetto del desiderio. Così una volta a settimana una bottiglietta di yoghurt veniva acquistata e consumata. Effetti prossimi allo zero, ma se anche le ragazzine se lo spalmavano sulla pelle per rendere morbido ciò che già era morbido come essere da meno?

Parlo di uno yoghurt che non assomiglia minimamente alle bevande e ai prodotti di culto odierni. Acidulo e denso ma non solido, con un sapore persistente e un senso di sazietà che durava almeno per l’intero contenuto e che era un’ evoluzione del solito latte mattutino, un omaggio alla modernità che avanzava e che proprio da quelle nuove bevande cambiava le latterie. Infatti nelle vetrine prima spoglie, sulle mensole di vetro cominciarono a vedersi cioccolatini di vero cacao e non più quei cremini di surrogato di cioccolato per la merenda delle 16. Scatole di caramelle che sbiadivano in attesa di compratori, persino uova di Pasqua piccolette che superavano indenni la festa, ma la latteria evolveva, e adesso vendeva coca cola da un frigo rosso a pozzetto, aggiungeva cose salate e manteneva, per gli estimatori, i biscotti nei barattoli. La vetrina si arricchiva di giocattoli minuscoli in plastica, si consegnavano raccolte a punti, e da sotto il banco il caffè veniva corretto con prugna o con fernet. Insomma con lo yoghurt si era spalancata l’evoluzione della latteria che era un po’ l’evoluzione della specie.

Adesso lo yoghurt lo faccio in casa, è bello denso, ricco di fermenti e di probiotici, gli enzimi fanno il loro lavoro silente e allegro, ma ciò che ogni volta voglio ricreare è il sapore di quello yoghurt che non fanno più da nessuna parte, che non faceva passare i bruffoli, che sembrava essere il nuovo che entrava in un mondo ancora con la carta moschicida e le paste secche. Non mi riesce e non si trova perché non ci sono più le latterie, e allora per chi lo farebbero quello yoghurt, quelle bottiglie di vetro spesso con la bocca larga e il tappo di stagnola? E che novità avrebbero questi luoghi per i sazi, i soddisfatti che hanno miriadi di biscotti e dolci da rifiutare. Ecco perché credo che con lo yoghurt siano cominciate a morire le latterie, era il nuovo che si spostava altrove e rendeva inutile tutto quel bianco, quel pulito di piastrella, quei dolci rari, poco buoni ma  semplici che erano il preannuncio di altri desideri e piaceri. E sarebbero venuti a loro tempo, come la libertà di viverli, questa era la speranza che chiudeva all’età passata e apriva alla nuova.

c’è del presente e molto altro nel tempo

Di questo tempo asintotico al presente,
sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento
emerge il narrare di sé o d’altro,
non importa,
così come prima, di che, di cosa,
forse si parlerà di gatti, di cieli stellati
di malinconie sconosciute a chi non scrive,
di cos’è il giorno e la notte
del tempo che scorre a lato
o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo
d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse.
Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato
e ora che davvero solo tale si comprende la finzione:
non era presente quello di prima,
era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata,
l’imposizione d’un despota senza nome,
illusionista lui e illusi noi,
non era il presente, era una sospensione d’un futuro,
un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo,
perché cieco di ciò che stava attorno,
ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.

Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.

Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.

E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.

Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.

oltre l’inverno, la primavera, le stagioni

Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta e del suo procedere non darmi peso,
solleva la tua mano che mi piega il capo
e trasformala in carezza.
Ricordami che della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici.
Rendimi sereno nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti
e aiutami a guardare dentro e fuori me,
le ragioni che mi rendono infelice.
Dammi il senso di ciò che sento come a chi è stanco e rischia d’affogare,
se non trova il filo che lo tiene assieme.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo scartando a lato
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti,
ma ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
prima occultato nel rumore:
così s’è ricomposto il mondo.

Reagisco con fastidio, nei miei gesti non c’é serenità,
accumulo cose che tacciono ogni mio fallimento.

Torna all’essenza, a voce bassa usa la parola,
con dolcezza suggile il nutrire, ridona ad essa la sua perfetta forma.
A questo serve raccontare la bellezza,
vista oltre l’evidenza, ora aiuta a capire
che l’essere sani è dentro noi
e ogni gesto d’amore s’intinge d’innocenza.
Solo allora non giudicherà la mente
e riconoscerà in sé la bellezza libera d’entrare,
nostra, finalmente, per davvero.

la sera e l’acqua fonda

Scurisce l’aria, a onde lunghe, progressive. I fiori del mandorlo sono una macchia che scivola dal rosa al pallido bianco. Un’idea della notte. La stessa che si sprofonda nell’acqua. Che diventa fredda e si cela per gelosia di altra vita: misteriosa minaccia nel suo buio. Sulla riva onde lunghe muovono piccoli sassi e sabbia, spostano conchiglie. Le regalano alla terra e le riprendono. Incessanti e quiete. Il cuore si sintonizza col rumore che diventa suono e s’acquieta. S’accontenta della riva e dei sogni che in essa arrivano già franti: rimasticature d’eventi accaduti. Da ricomporre in nuovi disegni.

E non si ferma il moto mentre l’aria si fa fresca e si gonfia di profumi. Di odori forti. Lì c’è una casa, un’attesa e una luce calda, mancano solo i passi per raggiungerla. Poi tutto ridiventerà normale. Persino la quiete scomparirà d’incanto lasciando un brivido che caccia l’ultimo freddo. Quello ingiusto perché non desiderato, perché non avvolto in un abbraccio. Perché rammenta una solitudine non appresa.

La notte entra per le finestre aperte ad accogliere la luce, entra scurendo gli angoli, smussando le asperità dei ragionamenti e vorrebbe assomigliare all’acqua, ma di essa conserva solo ciò che piano muta. E si cela nel profondo d’ombra. Rinquatta come bestia che cerca il sonno e la protezione della tana.

Il buio avvolge gli ultimi luccicori d’una porcellana, spegne un riflesso sul vetro molato degli specchi. Si stende, riposa,  avvolge. Entra dentro, sussurra che poi ci saranno i sogni, il sonno, l’interruzione del pensare e del dover fare.

In cielo le stelle compongono i loro alfabeti. Da giorni non passano più aerei, resta il silenzio che si sovrappone al vecchio tacere delle cose a sera. Sono onde di silenzio e d’oscurità che il cuore ora apprende e teme per quell’oscuro che non ha nome, ma è gorgo e vertigine di sé che si esplora di rado perché è come fondo che non si vede, come le erbe silenti nel fiume che si muovono sinuose alla corrente, come ciò che s’acquatta tra esse e gioca a rimpiattino con la percezione.

Avere coscienza d’ogni cosa ci è già stato tolto, è rimasta la nostalgia di un’assenza che dev’essere scoperta: si crede contenga felicità quiete. Consapevolezze. Non è così il conoscere che guarda nel buio dentro, ma il pensiero è oltre la riva che carezza il cuore, oltre lo scuro che ora ha invaso le stanze, oltre gli occhi che si chiudono cercando.

 

sollecitudine allegra

Oggi ho letto un testo, bello. Era bello e tenero, parlava delle persone in questi giorni. Delle persone che si riconoscono, dei condomini immensi che si riscoprono pieni di persone, di vite, di bisogni. Non solo rumori, assemblee per trasformare le porte in fortilizi, ma parole scambiate, piccole necessità, premure per sconosciuti. Parlava di una realtà che s’illumina negli smartphone, nei tablet, ma che improvvisamente alza gli occhi e rivede un vicino. Non una porta ma chi ci sta dentro. Mi è sembrato bello perché era positivo, non si fermava al lamento, anzi non si lamentava per niente. Neppure parlava dei tempi della normalità.

Ho pensato, ma qual è la normalità? Perché ci serve un evento per alzare gli occhi e nuovamente vedere e sentire chi ci sta attorno. Questa è la parte malata sul serio di questa società, lascia perdere chi è appena oltre un pianerottolo, chi ha un orario diverso. Non vede e preferisce il rumore alle parole, al capire.

C’era profumo di pane in casa e ho pensato a quando si fa un dolce e se ne offre al vicino. A quando si condivide e a un certo punto le età si confondono, restano i bisogni. Diversi, con urgenze differenti, ma sono sempre una carenza di qualcosa. E ho pensato ai sogni. Ne ho avuti molti. Ancora ne ho. A quanti ne ho condiviso, di quanti ne ho parlato prima di tacere. Di questi sogni poi si è avverato altro, che non era da buttar via, ma era il terreno per altri sogni. E così sono stati i fallimenti che hanno contato più dei silenti successi. Sono stato fortunato, felice, triste, malinconico e chissà quante altre cose. A quante persone davvero l’ho detto, che pure non erano distanti, che potevano capire?

E della mia piccola pazzia, ho lasciato trapelare solo a volte il lato allegro, l’ho condita di troppe parole perché si nascondesse nelle malinconie di tutti. Ecco che assieme al riso si sarebbe potuta condividere la malinconia e i biscotti. Quelli che faccio bene, per mangiarli assieme. E tutto questo senza che ci fosse un evento per alzare la testa, per spingere verso l’altro con allegra sollecitudine.

Di questa parola vorrei tenere il senso dentro e dopo questi giorni: sollecitudine allegra. Un po’ pazza, leggera, tenera, ma sollecitudine per chi vive attorno e sogna. Proprio come me.

lettere dalla zona arancione 3.

Adesso che tutta l’Italia è arancione queste piccole note hanno meno senso, lo sento come una scelta d’altri, dura, necessaria. Tutto è ancora precario e ci si affida a ciò che da sempre ha funzionato con le epidemie: il confinamento e l’attesa. Solo che ora è l’intero paese in quarantena e chissà come questo viene percepito dentro e fuori Italia. Leggo in questi giorni il libro di Laura Spinney 1918 L’influenza spagnola. È un libro di tre anni fa, ma contiene quasi tutto quello che è accaduto e che accadrà, ora si aggiunge la potenza della medicina molecolare, degli antivirali che dovrebbero aiutare moltissimo a uscire dalla pandemia, ma se ascoltassimo di più le meccaniche della biologia e della vita probabilmente il mondo sarebbe più pronto ad affrontare le minacce.

Mi piacerebbe molto che la comunicazione aumentasse. Che il livello profondo di essa superasse l’occasionalità di un evento che diventa tale perché da fatto cambia le vite. Un poco. Quello che basta per rendersi conto dove si è e cosa si sta facendo. Dovremmo scambiarci in questi giorni le impressioni, ciò che si sente di nuovo e ciò che manca in conseguenza di una cattività imprevista. Quelli che non sono malati cercano di non diventarlo. Stamattina sono passato per un laboratorio medico, al posto della ressa e delle 50 persone che abitualmente occupano ogni spazio eravamo in 4. C’era più personale che pazienti, e il personale era bardato di tutto punto. E tossiva dietro alle mascherine tanto che serpeggiava il timore di essere in un posto a rischio pur con tutto il disinfettante e i camici sterili. Se le persone rinviano esami e visite significa che il timore per ciò che non si vede è ben più grande di ciò con cui si convive. Mi hanno confermato che è così ovunque, sia nella struttura sanitaria pubblica che in quella convenzionata, le persone ci vanno solo se l’esame o la visita è indifferibile.

Per strada e al supermercato poche persone. Non ho visto controlli e al bar, a debita distanza, ho parlato con il capo dei vigili che in questo momento si affida anche lui, più al buon senso delle persone che ai blocchi stradali. Qui passano strade di grande comunicazione e sarebbe impossibile, se non per blocco totale imposto, che ci fosse un vero controllo capillare dei motivi per cui le persone si mettono per strada.  

Di questa consapevolezza nuova, se c’è, mi piacerebbe parlare, di come essa muta tra luoghi diversi.  Di come si vive in casa e nell’ambito della necessità ridotte alle funzioni essenziali. Di cosa sia il piacere e l’allegria al tempo della costrizione. Sarebbe interessante ci fosse uno scambio tra parti del Paese, tra percezioni differenti, con particolari e adattamenti diversi. Qui l’arancione è entrato nelle case e ha mutato già qualche comportamento, ma ora è la durata che farà la differenza perché appena i numeri lo consentiranno, le persone si troveranno nella terra di nessuno dell’indecisione.

Questo fatto inaspettato e davvero significativo ha già prodotto un effetto sulla politica. Tutta. Vietando le  riunioni, con le dichiarazioni superate dai fatti, le intemerate che cambiano richieste sino ad ammutolire, la politica muta e regredisce. C’è da chiedersi chi comanda in questo momento in Italia? Il governo certamente, perché ha un potere costrittivo, ma è esso stesso prigioniero dei numeri e dei tecnici. E in Europa perché non accade nulla? La pochezza della politica europea, oltre la gestione della banca centrale, si fa sentire, siamo sull’orlo di una doppia crisi, sanitaria ed economica, ma non c’è una decisione comunitaria. L’Europa si è ritirata nei palazzi e nel silenzio e dopo la vergognosa visita ad Atene, non è neppure in grado di dire cosa farà con quello scempio di speranze, di vite che offende ogni senso di umanità. Strumentalmente Erdogan ha ricordato che il diritto d’asilo è un fondamento dei paesi europei, lui può permettersi di fare ciò che crede perché gli è stato permesso e come in Libia, è stato pagato perché i profughi fossero tenuti a bada nei campi di detenzione anziché affrontarne il problema razionalmente, ovvero come poterli includere nel modello di civiltà capitalista e occidentale. Sono qualche milione di persone che non hanno più nulla da perdere, se non la vita, si pensa ci sia una soluzione umana ed europea? Di questo non si parla più. Credo che sia uno degli effetti, non solo della pandemia, ma della sostanziale mancanza di raffronto tra realtà che dall’informazione transita poi nei discorsi delle persone. Comunque la politica, anche quella molto locale, è annientata dagli eventi, cioè apparentemente tutto funziona, ma i meccanismi di decisione e di controllo non si capisce bene dove siano. È il tempo ideale per l’abuso, perché la distrazione è somma. Non sto dicendo che avviene ma che nessuno se ne accorgerebbe.

La pubblicità continua a mostraci brigate felici di giovani, divertimenti all’aria aperta auto da acquistare, supermercati felici da frequentare. Balocchi e profumi, ma forse è meglio così, le persone pensano che una normalità fatta di acquisti e di tempo libero, di viaggi, di alberghi e di ristoranti sia questione di pochi giorni.

Tutto tornerà come prima è il messaggio e invece ne usciremo diversi, questo è certo. Una situazione simile non è mai stata vissuta dalle generazioni che ora vivono nel mondo occidentale. L’economia e la finanza sono due termometri della normalità farlocca che conosciamo e che fa parte del nostro mondo, e loro danno i segnali di ciò che scricchiola. Quanto tempo impiegherà il nostro Paese a uscire dall’idea di essere un luogo contaminato? E le imprese, che pur lavorano, per quale mondo produrranno? Noi possiamo vedere ciò che ci fa male oppure tornare a un prima che non sarà più lo stesso. Possiamo riflettere e cambiare su due temi fondamentali per l’umanità : i rapporti sociali tra persone e sull’economia del pianeta. E cercare di mutarli in modo da stare meglio. Sarebbe un buon uso di questa situazione se essa aumentasse la consapevolezza delle fragilità su cui camminiamo. Se aggiungessimo ai problemi l’ambiente, se ci si chiedesse se davvero era così che volevamo vivere. Se invece si considererà tutto questo solo un episodio che passa, allora saremo liberi di uscire e di consumare esattamente come prima, per un po’ forse, ma il danno più grande sarà stato l’incapacità di capire che non si vive di solo presente.