quanto ci si impiega a raccontare una storia? ovvero il treno delle 5.50

Per chi è sul treno le rotaie sembrano sempre andare, si va al lavoro, a studiare, si va a casa. A qualsiasi ora. Ma quelle che portavano quel treno alle 5.50, sembravano ferme. Cinque, sei, carrozze, stradipinte da graffitari senza fantasia, con i vetri perennemente opachi di polvere e colore, ti accoglievano con uno sbuffo di caldo umido e di luce sporca di giallo. Poi quando eri dentro, nell’odore di tendine mai lavate, di vinpelle impregnata di umano, di avvallamenti ancora caldi nei posti appena scesi, si sollevavano sguardi verso di te e i nuovi che avevi attorno. Sguardi distratti, scivolosi, unti sulle ragazze, ma sempre poco interessati, tendenti a ricascare verso il basso, verso le ginocchia o il volto che stava davanti per riprendere un filo di una conversazione fatta di sospensioni. Più spesso gli occhi si chiudevano, il vagone era pieno di sonni interrotti, di bocche semiaperte, di lucide scie di bava e di teste ciondolanti. Surriscaldato o gelido, il treno, nei suoi vagoni mai uguali, invariabilmente sporchi, portava in una serie di stazioni fatte da un marciapiede e un orologio. Tra l’una stazione e l’altra, luoghi vuoti, fatti di scarpate, caselli, passaggi a livello e campagna fino a un momento prima dell’arrivo Poi tre o quattro persone apparivano dal nulla e salivano, mentre altri pochi scendevano, ancora attoniti per il sonno ferroviario interrotto, indecisi sul dove dirigersi. Finché capivano davvero dov’erano e andavano verso una bicicletta o un caffè.

Quelle stazioni avevano nomi inusuali e binari, certificazione di esistenza in vita di paesi e comunità che di certo facevano e vivevano, ma non c’erano nei pensieri comuni, vuoti notturni d’inverno, scie di luce sfolgorante nell’estate. Luoghi che si guadagnavano una notorietà preclusa alla stazione di partenza con l’altoparlante muto che non annunciava ritardi, arrivi e partenze.

Eh sì, quello era un treno che partiva dalla grande stazione senz’annuncio, dopo la vittoriosa protesta dei residenti per ottenere un po’ di sonno fino alle sei. Così l’altoparlante era muto sino a quell’ora, per questo, qualche volta l’avevo perso, complice lo scambio dei binari che restava nei sussurri dei capistazione e dei quadri luminosi, mentre le gambe e gli occhi ancora pesanti portavano allo stesso luogo. Quanto si è stanchi di prendere un treno così? Tantissimo, solo che quel treno era il lavoro e la sua liberazione, era la presenza di un’abitudine che si voleva cambiare e trattenere. Era anche la compagnia di persone che si ritrovavano e a volte condividevano pezzetti di vita. Era nato pure qualche amore su quel treno. Di certo inviti per un sabato sera, per una festa, per una domenica al mare. Trovavo i soliti compagni di viaggio, alla fine ti tenevano il posto al ritorno, tra essi, due ragazze che studiavano nella grande città, da sempre in competizione con la mia, quello era il treno che le portava dalla cittadina in cui erano nate. Guardando i libri che non riuscivano a studiare, c’erano state domande, sorrisi scambiati, un interesse che cercava di capire e di non essere invadente. Psicologia spicciola, e dopo le domande serie, lo scherzo era diventato prevalente. Un gioco si era costruito da sé ovvero l’immaginare le vite, oltre la fisiognomica di chi saliva e scendeva. Lo dicevamo a bassa voce per non irritare suscettibilità. Si associavano le stazioni con gli abiti, con il lavoro presunto, si fantasticava e si rideva,  

La sera era diverso, c’erano discorsi più seri, spesso politica, un gruppetto che giocava a carte, alcuni che leggevano, altri silenziosi. Stipati più che al mattino, molti in piedi col sudore fresco della corsa per non perdere il treno, d’estate persino i finestrini aperti. Poi il panorama con i suoi riferimenti. Le persone si alzavano riconoscendo un albero, un casello, un luogo vicino a casa che non avevano mai visto se non dal treno e scendevano con passo elastico, salutavano, avviandosi verso una vita, una cena, una carezza, un sonno. 

Ogni giorno feriale così, ogni mattina dal lunedì al venerdì, il treno partiva e arrivava, poi il sabato non si sapeva, forse cambiava l’orario.  Con le abitudini che si consolidavano, le domande sulle persone che sparivano, le confidenze e i silenzi. Una vita sospesa tra due punti in attesa di un segmento. Piccole attese, racconti, vita vera e immaginata, felicità e noia combinate nella sospensione che collocava le persone in un mondo altro. Venivano raccontate vicende e fatti, si sovrapponevano le voci, si sorrideva o si restava in silenzio, entrando in altre vite. Per un’ora o poco più, il tempo di un viaggio, questo dovrebbe essere il tempo delle storie che sono, come i treni e le rotaie, sempre in andare e nascono ogni giorno e continuano.

Oh sì che continuano.

di notte

Uno schiocco, si scarica la tensione d’un ferro, sembra un campanello lontano, scricchiola, intanto, il legno dei mobili nel buio cremoso e gonfio che dilata misure e percezioni. Si stiracchiano le cose e la casa, ii  risveglio annaspa, vorrebbe tenere il sonno che ancora s’aggrappa agli occhi chiusi.

Cos’è stato? L’orecchio si tende, interpreta, distilla le inquietudini dell’oscurità.

Il buio contiene, bisognerebbe ricordarlo, ma di notte il ricordo non ha nulla di solido. Il suono sembrava. Era qualcosa d’incongruo, potremmo accedere le luci, verificare. A volte lo facciamo scacciando il sonno, altre volte si tende l’orecchio, si socchiudono gli occhi e ci si accorge dei tanti chiarori che contiene la notte. Se si ha un corpo amato vicino lo si cerca. Basta toccarlo, è un approdo di calore e tenerezza per non annaspare ulteriormente e ci si acquieta. Oppure s’implora il sonno di rimettere pace, di scacciare i pensieri e questa realtà strana e paurosa che non è veglia, che altera i sensi e il sentire. Non desideriamo il sonno della sentinella, vigile e senza riposo. Di certo non lo vuole chi l’ha praticato e neppure chi ne ha vaga conoscenza. Desideriamo scivolar via da quella realtà diversa che inquieta e tornare nel sonno che rassicura, che è altro e ci contiene.

Il camino si stiracchia con le ultime braci e borbotta, gli armadi raccontano l’artrosi dell’essere sempre in piedi, un sussurro scivola tra le pareti. È il vento degli sfiati che la notte respirano l’aria esterna, ma sembra un alito fresco. O, forse, in queste case ricche di vite, sono le possibilità un tempo lasciate cadere con noncuranza, come lo svestire prima dell’amore, e ora giacciono apparentemente mute sui tappeti, ma sussurrano vite che sono proseguite altrove mentre il sonno le inghiotte e, a modo suo, racconta.

 

gli amori del limite 1

Nei confini, che a nessuno davvero appartengono,  
c’è un luogo dove tutto accade e resta immobile in attesa del farsi,
lì vivono gli amori del limite,
E sembra ci sia una sfida
a cercare ciò che è oltre il sapere di noi,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia
che appena prima era erba,
un verde senza pensiero,
e ora prefigura una stella in cui s’annodano energie convergenti,
dove c’era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
sente il sospiro dell’attesa per la stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge in cima ai muri
mentre il sole lo rende diamante.

esercizi d’onnipotenza

Mentre stavo a fare l’universo, steso sulla sabbia,
pensavo a ciò che non si somma,
alle pere e alle mele,
ai 2 euro e 80 al chilo che mica andavano al contadino,
ma tenevano allegramente le une e le altre,
assieme, nella sacca, pronte ad essere mangiate,
e non mi pareva troppo.
Pensavo al mare che non si stanca delle stagioni e ne racconta una per colore,
ma anche il colore attirava l’attenzione,
si mischiava, cambiava il senso purché ci fosse la fantasia del raziocinio
e una dieta senza costrizione,
insomma cazzeggiavo sui congiuntivi,
scivolavo sulle ipotetiche,
facevo camminare il cane che ognuno porta in sé, con la licenza di defeco.
E mi pareva d’essere onnipotente solo perché c’era il sole,
un pensiero non ancora fatto,
un desiderio pronto ad essere succhiato,
a questo, mi dicevo, serve la svacanza
che è il mandare in vacca il se e il ma
e tenersi l’adesso perché il dopo è troppo.

non in mio nome

noi siamo quello che scegliamo di ricordare

primo levi

E siamo anche quello che scegliamo di vedere e di sentire, perché nessuno potrà dire di non aver saputo ciò che accade in Italia e nel mondo.

Se dico non in mio nome disconosco chi persegue ciò che aborro, non ho più la stessa cultura, lo stesso sentire. Mi allontano da lui come vicino, rompo il vincolo di solidarietà che accumuna chi nasce in un luogo e ne sente l’identità .

Questo il danno tra noi resterà nel tempo, ma è poca cosa di fronte a chi muore affogato. Chi poteva salvare non l’ha fatto, si è girato dall’altra parte, o di più, ha dato consenso all’inumano dicendo di dolersi per queste morti mentre non fa nulla per evitarle. In queste torri di egoismo soffochiamo ogni principio che riguarda la vita.

Non in mio nome state facendo quello che fate. E se non ci sarà una Norimberga che vi giudicherà, il baratro che state scavando è tra le persone; non sarete mai perdonati.

 

 

 

 

chi resta e chi parte

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Ci sono i riti della politica che si ripetono, l’eterno congresso del PD, l’ostentazione del tutto va bene dei due gemelli di governo, la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro, mentre altri, i fortunati, giocano a fare i giovani a 70 anni.

C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia sposata anche da chi doveva difendere chi poteva dare di meno e non ha attaccato il familismo, vecchia malattia italiana di chi ha potere e denaro. Pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porta anche la colpa e quando si sente la colpa di qualcosa la tentazione è di scaricarla a qualcun altro.  Come in quei giochi da bambini dove ci si ricorreva per attaccarsi una parola. Come fosse una peste che poi si sarebbe passata ad altri. Ma era un gioco. Ora si è fatto serio e che il nemico sia quello che ha ancora meno e che accetta di tutto per non morire di fame non era scontato. Ci hanno messo poco a creare un feticcio, un capro espiatorio che nascondesse le responsabilità vere e la colpa di tutti di non essersi interessati per davvero che le cose mutassero.

Avete notato che di dignità si parla sempre meno, nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà la dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero, casomai vi verrà detto chi odiare e sarà la persona sbagliata ma non importa. Quindi non resta che competere, i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica, la sinistra in primis, il fantasma di quello che fu il più grande partito di sinistra dell’occidente, ma se questo non accadrà, resteranno i cani sciolti dal dogma, chiunque pensi davvero che gli uomini valgono qualcosa.

Chi resta e chi parte. Chi si rifugia nell’attesa, di aver torto, di non sentire gli scricchiolii della rovina, chi si affanna e intanto fa quello che può. Ma quello che si può serve o non serve se non è incanalato in un fiume in cui ci siano tante vite personali, tante normalità, l’eccezione  di ciascuno, una marea di privato e il politico a contenere il tutto. Avremmo bisogno di una tessera di consapevolezza: so cosa accade, non mi piace, voglio altro, discuto su quest’altro da persona libera che lascia liberi i bisogni, li fa esprimere, dà loro una risposta non un contentino.

Invece bisogna tener calme le masse: è l’imperativo del potere, cari anarchici regimentati, messi nell’illusione di realtà che vi raccontano che saranno vere mentre intanto dovete accontentarvi del racconto.  Non di ciò che vedete e sentite ma del simulacro della realtà. Non si parla di futuro ma di presente, la realtà è adesso e ora, per questo c’è chi parte e chi resta, ma è già partito, è andato. Non gioca più.

Patria sì bella e perduta, smarrita, dispersa in una cosa che non esiste e che viene chiamata popolo, ma sono istinti, ignavia, infingardaggine, baciamo le mani, genuflessioni e furia. Senza nome, né luogo, che appartiene a chi indica una strada e mostra un trofeo. Guardatelo bene, è il feticcio, la vittima sacrificale che non muta la vostra condizione, è lui la soluzione dei vostri guai? È lui che vi cambierà la vita, lacero, indifeso, reso inutile per calcolo, è lui che vi darà ciò che non avete difeso, la dignità. È togliendola a qualcuno la dignità che si passa la peste che ci si porta addosso?

C’è chi resta e chi parte, ma sono i cervelli che non mettono assieme, che non aggregano le forze, così ogni sforzo diventa inutile e il popolo da sovrano diventa cosa, servo del primo duce che lo saprà incantare raccontandogli la favola che tutto è semplice e basta prenderlo, che i migliori vincono sempre, che l’onestà è dietro l’angolo. E invece sono i furbi che sopravvivono e prosperano, gli altri cercano chi odiare per soffocare la propria inanità e tendono la mano.

dove si spiegano le cose, a volte

Li ricordo quei luoghi, quei muri di mattoni spazzolati e senza intonaco, i soffitti altissimi, le colonnine di ghisa che svettano sottili, esili e forti su basamenti di cotto e marmo a sostenere gli archi. E le librerie, bellissime, con scaffali grandi, di materiale composito, bianche o color canna di fucile che non piegano al peso. Poggiate ai muri o rese divisori ariosi, senza paura nel loro essere tenute assieme da tiranti in acciaio in bella vista. Acciaio inox 18/10 e non può essere altrimenti perché lì il mare si sente ed è appena oltre la porta e la banchina. Sciacqua di un rumore placido e ritmato, è cuore che pensa la terra profonda e quando sale per la marea, diventa gatto domestico che vuole attenzione prima di riprendere a sonnecchiare. Ma c’è e ha i suoi artigli.

Dentro si sente il mare che sonnecchia e trasuda salso sui muri. C’è il mare con la sua forza chimica che scioglie i minerali e li ricombina, anche se sembra davvero terra ferma e i pavimenti sono di piastrelle grandissime a scacchiera negli uffici e si danno un contegno quando escono in corridoi fatti di corsie lunghe di marmo polito. La luce piove dall’alto, dai lati, si riflette, sembra tracciare una strada mentre è diffusa e alzando lo sguardo si riconoscono, tra piccole finestre, i lampadari di chi ha fatto la storia del design italiano. Pendono fiocchi di luce, si staccano dai muri, proiettano temperature di colore precise, ma sembrano messi per caso in quel finto dedalo di uffici dove ognuno ha uno spazio ben oltre la necessità. Sembrano democratici, in una uniforme diversa bellezza, ma oltre le segreterie, la truppa di rango, ci sono i piccoli capi. Le teste in carriera che hanno il loro riquadro nei vecchi magazzini, ora splendenti di restauro.

Chissà cosa si sarà stipato tra quelle mura, seta in matasse e in balle, metalli, sacchi di caffè o spezie, barili di vini liquorosi? Ora ci sono grandi scrivanie di acciaio e cristallo, piazze su cui scrivere e appoggiare le braccia pensosi, illuminati da un portatile, rigorosamente Apple e sempre acceso, mentre ai bordi s’accalcano piccole pile di libri d’arte e pubblicazioni scientifiche.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra.

Ci si arriva, in quei luoghi, per marmi corrosi dal salso; tracce di razzie perché qui le pietre erano preziose, che si rivelano nelle vecchie ammoniti. Marmi compositi come un mosaico, che furono prima di bellezza e poi d’uso, su cui si leggono ricordi di ruote di carretti cerchiate di ferro. Strade e spazi ora larghi, ma un tempo corti per le merci e le contrattazioni prima di giungere alle banchine. Adesso è stato tutto trasformato in luogo di direzione, ma anche di scienza e pensiero, anche se la proprietà è ancora del porto.

Si arriva e si cerca tra le simmetrie dei fondaci sino a trovare la giusta porta. È di acciaio corten, inserita in un arco di mattoni, vetri e acciaio. Lei, la porta, ha una semplicità senza compromessi, con il compito di raccontare che qui si pensa, e si dirige, e non ci sarà mai tempo per studiare abbastanza fino a capire tutto. Oltre c’è la prima entrata ed è già un accogliere, meravigliare, per il nitore delle cose. Il finto poco e prezioso, che è frutto di una scelta alta. Un usciere, che non sembra tale, ti chiede chi sei e con chi vorresti parlare. E poi ti dice, s’accomodi, (tu preferiresti usasse l’antico parlare: el se comoda, paron, vardo e rivo) e ti indica una poltrona bianca prima di sparire. Si attende.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra…

Le attese sono il modo per farti capire dove sei, per studiare i particolari. Anche se ci sei stato diverse volte, c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare. Poi torna il finto usciere a prenderti e t’accompagna. Sei qui per capire una cosa apparentemente strana, che nessun paron di vapor o barca o campi, si sarebbe posto come quesito: val la pena di consigliare un investimento a lungo termine che vincolerà un territorio? Un tempo si pensava lungo e si contava sulla stabilità, l’accidente era tale, ma c’era una normalità del rendere. Fosse pesce, grano od uva, una resa media nel tempo ci sarebbe stata, sufficiente a remunerare l’investimento e la miglioria. Ma oggi è tutto più aleatorio e qui forse più che altrove.

Se conosci il tuo interlocutore sai che vale molto. La sua opinione produce effetti nelle decisioni della politica e dell’economia. Se parliamo è per conoscenza antica, quando tu eri altra funzione e lui giovane esperto. Mi parla del mutamento del clima, dello sciacquio che a volte diventa minaccioso, di ciò che è accaduto a 30 chilometri due anni fa, a 70/100 chilometri due mesi fa. Ci sono tutte le ragioni perché ciò che accade, accada. Le racconta in modo ineluttabile come se non ci fosse quasi nulla da fare, ma non è così. Il mare si riscalda e d’inverno la temperatura non cala abbastanza, si scontrano le correnti calde del deserto e quelle artiche, prendono velocità, generano turbini e correnti impetuose, veri fiumi d’aria che prendono vigore dal mare e lo portano sulla terra, s’incanalano, abbattono, ammucchiano secondo i principi della minor resistenza ai fluidi. Mi mostra carte e mappe di ciò che è accaduto. Penso che elementi semplici come l’aria e l’acqua detengono un’ intelligenza sorda all’uomo e che trovano le loro soluzioni a ciò che si crea contro di essi. Convivere o ammansire che è poi il modo per rendere transitorio amico chi ha molta pazienza ma anche molta furia se lo si tradisce.

Mi parla degli interventi per mitigare perché ormai il danno è fatto e occorrerà molto tempo per ritrovare un equilibrio amico, una pace tra noi e gli elementi. Racconta dei convegni, delle analisi presentate per tempo, dei passi fatti con una politica sorda e parolaia che preferisce affidarsi al caso e all’eccezione piuttosto che alla cura e alla prevenzione. Parole sagge e fatti pochi, perché tra chi decide davvero e chi predice c’è uno scarto che non si colma mai. È la condanna di Tiresia, prevedere non essere creduti, neppure con l’evidenza. 

Si parla e divago col pensiero, è così bello il luogo e la pace che ha in sé. Il tappeto antico, la lampada, la forza che emana la competenza. Un po’ d’invidia per ciò che non ho realizzato e che altri hanno costruito con la comprensione profonda e furba di come funzionavano le cose. Pensieri oziosi di un ozioso che ora ha deciso di dire a chi l’ha inopinatamente consultato, la verità: rischia se vorrai veder frutto ma non c’è nulla di certo. Il rischio è alto.  E così finirà la consulenza. Per fortuna.

Ci salutiamo e i saluti dicono sempre le stesse cose: ci si vede, troviamo il modo, ti ricordi, è stato bello, adesso non lasciamo passare troppo tempo. Mi accompagna, lodo il posto e gli arredi, sorride: il bello è un investimento sul futuro, dice. Ci salutiamo e fuori il cielo è ancora azzurro. Lontani e vicinissimi i monti, non piove da mesi. Cammino sui marmi, lentamente per aspirare il salso e vado verso le auto.

Tu dirai che c’entra tutto ciò? C’entra. C’entra…

Poco distante da qui c’è la riva, i palazzi che un tempo avevano le autorità, i savi addetti a modificare gli equilibri. Erano lenti e paludati, consci della loro importanza, mischiavano potere politico e competenza e prima di cambiare un equilibrio provavano lentamente. Discutevano di cose che per fortuna non sono accadute, ad esempio come portare una strada fino alla Basilica, per arrivarci in carrozza. Oppure interravano i canali sbagliati, e chi sbagliava pagava, ma se c’era un errore disfacevano, tornavano indietro perché il patto tra sapere, natura e uomo non si rompesse. Gli accidenti erano proprio tali, capricci degli dei che si dovevano interpretare, per questo la sapienza era lenta perché conosceva la sua ignoranza. Poi quel patto tra sapere e politica si è rotto e a chi sapeva sono stati date torri ben arredate, perché non disturbassero le decisioni che producevano utili. Scienza e politica hanno continuato a parlarsi, la seconda ha incensato la prima per quanto le serviva e scartato il resto. Pensare tra cose belle è una grande opportunità e un sottile ricatto: quello che hai e quello che sei lo puoi perdere. Puoi dire, ma devi lasciare spazio al dubbio se ciò che dici modifica troppo gli interessi in corso. Così le coscienze critiche diventano più silenti.

La politica e il capitale si sono comprati la tecnologia,  così per la scienza oggi c’è meno forza e libertà, mentre avremmo bisogno di tutte le sue capacità di critica a ciò che accade. Ecco perché c’entra: in un mondo fatto di congressi e titoli accademici, la prudenza diventa un peccato, a parlare troppo chiari a tutti, si perde qualcosa e si viene emarginati, mentre servirebbero decisioni rapide e correttivi in lavorazione. Anche se finisse la prudenza ed emergessero le priorità, forse è già tardi e convincere l’aria e l’acqua non sarà facile, se poi ci si mette anche la terra, diventerà impossibile rimediare.

Farà da solo il mondo e riporterà le cose alla sua dimensione perché lui sa come trovare gli equilibri senza compromessi, non ha politiche a cui obbedire e i suoi interessi non hanno posto in qualche paradiso fiscale.