la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.

qualcuno dentro di me narra qualcosa

La notte faccio sogni strani, avversi o concordi, spesso interessanti. Finiscono con naturalezza come avessero detto tutto quello che c’era da dire. E se li interrompo riprendono. Qualcuno dentro di me narra qualcosa, mescola le carte, fa giochi di prestigio, sembra un professionista di un’altra realtà. Ha delle regole che non riesco ad intuire bene, ma qualcosa ormai ho compreso.

Il giorno è anarchico di volontà, oblomoviano e ripetitivo, la stessa parola anarchico è troppo seria per definirlo, ha  consuetudini che si mescolano e che danno origine ad impegni. Tutti labili e faticosi, nessuno o quasi che davvero sia importante, c’è la consapevolezza d’un naufragio avvenuto e di un salvamento che non è salvazione, ma una vita è stata regalata. Che faremo di noi, viene da dirlo per diluire la responsabilità, ma ciascuno davvero farà di sé ciò che gli viene. Per scelta o ignavia, come sempre, l’importante è capire che tutto ciò che assomiglia al prima non è autentico, sono cattive imitazioni di ricordi.

Prima non era così e non era neppure bello, possiamo salvare la giovinezza perché ha generato ciò che ne è venuto: amori, passioni, delusioni ed errori senza pensarci troppo. Tutto maturato in un’età che procedeva per suo conto, con grandi decisioni ( così pareva) e la percezione che qualcosa se ne andava mentre altro arrivava. Il difetto stava nell’essere tutto in questa realtà, mentre trascuravamo l’altra, quella dei sogni.  Per questo ora si ripresentano a chiederci se abbiamo ancora voglia di vedere le cose impossibili, di praticare inutilità e di tenerci stretta la capacità di sognare un mondo differente. Dentro di me qualcuno mi narra di un mondo con regole che non fanno male e ammaestramenti lievi, mi parla di un compagno di strada che cammina con me, con noi noi, e ha voglia di ridere facendo cose serie.

tempo perso

Tempo perso quello degli amori scombinati, delle attese insoddisfatte, delle attenzioni gettate, dei pudori che già scelgono, delle scuse e dei pretesti, del non essere pronti, delle mezze bugie che sono sempre una bugia intera, delle parole importanti non dette, di quelle incautamente pronunciate.

Tempo perso e non recuperabile in speranze che erano nuove per davvero, tempo sbriciolato oltre il limite che avremmo tollerato, ma che era impossibile usare altrimenti. Tempo atteso, trepidato, mille volte consultato su un orologio riottoso. Tempo dove le alternative si spegnevano come i sensi di colpa, tempo senza limite che pure aveva già esaurito il suo tempo. Tempo che non aveva alternative, eppure ce le rammentava tutte. Tempo che si chiudeva in sé come in uno scrigno, che generava un ricordo, che non voleva una ragione mentre si accantonava. Solo tempo parte dell’infinito tempo.

Possiamo dirci che si sarà almeno tentato, e tentare è mettere davanti a una scelta un fatto, qualcosa di concreto, ciò che mette da parte ciò che poi non è venuto.

Resta l’altro tempo che usa la ragione e vorrebbe un motivo per come eravamo. Cosa possiamo raccontargli se non che senza il tempo perso noi non saremmo ciò che siamo: una speranza che non accetta di essere mai delusa senza un ulteriore tentativo.

de lusione

Cosa accomuna l’offerta musicale, la luce del sole ormai indiretta che proviene da una finestra sul tetto, il susseguirsi delle mail e dei messaggi di whatsapp della giornata? Nulla, penserai, se non che i primi due, pur cangianti sono come te li aspetti. Anche nella sorpresa che può indurre un’ esecuzione nuova o il particolare angolo di rifrazione della luce che sceglie chi e cosa illuminare mentre percorre la stanza. Ma se pensi a ciò che riceviamo e magari non è in risposta a una nostra mail, allora i messaggi si collocano in un idea che ti eri fatto di una persona, di un gruppo, di una situazione. Penserai che sono troppo vecchio, per intravvedere un esito che muti le attese quando esse si sono consolidate. O corrispondono o de ludono. Non importa che esse siano conformi esattamente all’attesa ma è essenziale non la capovolgano. In fondo ciò che costruiamo negli altri, nelle situazioni è una nostra immagine che poi si codifica come un gioco, un ludus dove le parti sono ben determinate e le sorprese sono nel vincere o perdere, ma anche nel ridere o nel dispiacersi. Tutto dura lo spazio di una partita, dalla quale poi si smette o si ricomincia con le stesse regole.

Penso, che le cose avvengono così anche nei rapporti umani: ci sono delle regole, che si presuppongono comuni, sulle quali costruire un dialogo, una comunicazione. Queste ultime si approfondiscono e si apprezza l’altro, lo vede nelle parti che non sono immediatamente esposte perché i silenzi, le mani, le espressioni del viso, le parole che scivolano senza controllo, precisano il quadro e stabiliscono quella cosa che si chiama fidarsi. Ci si fida l’uno dell’altro dopo un rodaggio comunicativo come si fa con il gioco e non si bara. Quel quadro che si è costruito nella nostra testa e che ha molte corrispondenze, non è parte del gioco è la condizione del gioco stesso e non lede la libertà dell’altro, casomai ne è una rappresentazione che si corregge in corso di conoscenza. È l’inatteso assoluto che ribalta l’immagine, guasta la comunicazione e toglie la condizione del gioco, ovvero la fiducia.

Ecco sei deluso, penserai. È vero, hai ragione, penso all’eccesso di fiducia e quindi sono deluso da me stesso. L’altro non è mutato, sono io che ho sbagliato e che ho creduto d’aver compreso o peggio mi sono attribuito la capacità di mutare le cose in modo che ciò che dissonava diventasse sequenza inattesa ma concepibile e sorprendente della melodia. Questo è ciò che fa l’offerta musicale, che inventa il nastro Moebius senza che esso fosse nato e anche il sole lo fa, giocando con le cose che fa scoprire e testimoniando l’ignoranza di ciò che ancora non si è colto. Quindi esiste un perseverare del bello, del vero che sorprende anche nel comunicarlo. Cosa differente la delusione che annulla la comunicazione successiva, ne impedisce la ripetizione senza giudizio; e quando subentra il giudizio la delusione si è già fatta strada, la comunicazione diventa circospetta: non si gioca più, non ci si fida più.

Così impari, penserai, ma non è vero, sarebbe buona cosa ricordarsi che illudere e deludere accompagnano le vite e che i facili entusiasmi riguardano il bisogno di una innocenza che si è perduta nel calcolo. Una comunicazione senza calcolo, senza secondi fini, ci sorprende e rivela bellezze non considerate, ma perché diventiamo diffidenti. E in fondo, mostra la nostra incapacità di cogliere tutto il vero e ciò che non lo è. Ma non è questo il peso, piuttosto è il non aver compreso che altro si celava dietro quel comunicare acerbo e che non ho voluto vedere, così mi riporto alla delusione di me. Non ho capito a tempo eppure i segnali erano evidenti e c’era un modo per non restare delusi: evitare l’illusione e non giocare. Ma che vita sarebbe quella che non ha un rischio d’essere delusi? Non mi lamento, non ridere e ascolta.

avarietà

Durante la lunga camminata, durata 3 ore, comprese le soste varie all’ombra, ebbe modo di pensare alla letteratura spagnola e francese, al problema della mobilità e delle città imperfette, all’idiosincrasia per la complessità farlocca, al contenuto del frigo. Questi pensieri non avevano necessariamente questo ordine e neppure si staccavano gli uni dagli altri con quella necessaria limpidità e nettezza che fa di un argomento un insieme conchiuso anche quando lascia la porta aperta alla successiva elaborazione, erano piuttosto un passar di palo in frasca seguendo la sollecitazione momentanea, la spesa da fare, la necessità di onorare un impegno che l’avrebbe costretto a smontare un ragionamento e poi a rimontarlo, mentre quel ragionamento lo sentiva tirato per le motivazioni e affrettato nelle conclusioni. Eh sì, la complessità davvero lo respingeva e non quella che si muoveva dentro una scheda di un computer oppure in tutta quella parte del sapere che solo poteva intuire esistesse, ma piuttosto, solo per fare un esempio, ciò che si celava in uno strumento finanziario che incorporava spazzatura e brillanti e vendeva entrambi come fosse solo composto dai secondi.

Non pioveva da troppo tempo, il fiume era basso e mostrava resti di murature dentro all’alveo, forse mulini, oppure pile di ponti abbattuti da piene o magari case perché quel fiume, come tutti quelli serpeggianti nella pianura, era pensile e quindi era stato soggetto alle precipitazioni delle stagioni di mezzo, finché non si era arginato. Questo aveva determinato vari effetti, la strada di sommità arginale su cui camminava, ad esempio, che gli impolverava scarpe e abiti, ma anche non pochi tronchi morti, ovvero anse del fiume che erano state rettificate e avevano generato delle isole virtuali, circondate dal vecchio tracciato e al cui centro stavano le case che prima erano in riva e poi si erano trovate ad essere in mezzo a terreni nuovi da coltivare. In questo regimentare, rettificare, lui trovava una ragione semplice, una utilità immediatamente comprensibile, anche se non era stato propriamente così perché la velocità di corrivo, ovvero lo scorrere che ogni bambino conosce quando mette una barchetta di carta in un rigagnolo che confluisce in una pozzanghera o un tombino, era aumentata e il fiume aveva portato in mare e in laguna sedimenti che prima si sarebbero disseminati per strada, contribuendo al progressivo interramento della foce e alla creazione di barene che prima semplicemente non c’erano. Come tutto questo c’entrasse con la letteratura spagnola e in particolare con Marias era da chiedere a quella complessità su cui non indagava mai e che era costituita dalle misteriose connessioni che sinapsi, messaggi elettrici, scorrimenti ormonali mettevano assieme nel cervello e in tutte le altre parti del corpo destinate a ricordare e ad elaborare qualcosa. Quello che gli pareva particolarmente confacente al percorso che stava facendo era il racconto che proprio Marias, faceva della finta traduzione che due interpreti facevano a due ministri che s’incontravano. Lui uomo e lei donna come i due traduttori però a parti invertite e come alle frasi formali e strettamente inerenti ai rapporti tra governi, d’improvviso uno dei traduttori introducesse parole non dette e che si riferivano alla vita normale della ministra e che il gioco proseguisse con il garbo e la discrezione che queste cose devono avere per non essere fasulle, mettendo nella risposta dell’altro discrezione e al tempo stesso un rivelare un proprio sentire. C’era cioè, una verità semplice che si nascondeva nella complessità e questa era  riferita al vivere comune, alle difficoltà che tutti conosciamo e al lasciarsi andare ad una speranza che diventava comunicazione intima. Confidenza insomma, perché accanto alla complessità di un codice verbale che doveva essere decrittato, messo in relazione alle infinite subordinate dell’ordine che si esprime in un governo, in una società e nelle relazioni che essa ha con altre società e altri governi formando alla fine un meccanismo di pesi e contrappesi in cui l’immobilità mobile sembra il bene da raggiungere, come la minaccia senza esecuzione o la promessa senza il coinvolgimento, tutto questo, pensava, aveva a che fare con un fiume rettificato che aveva prodotto effetti collaterali e con la vita di alcune famiglie che si erano trovate separate da quelle che erano le loro abitudini e persino dal loro lavoro precedente, dovendo tener conto di nuovi ostacoli per portare i mezzi agricoli all’interno dell’isola che si era creata attorno a loro.

Tutto questo cosa avesse a che fare con quell’impegno che si era preso di scrivere una relazione sull’evolvere di una parte della città e più precisamente della zona industriale che stava mutando funzioni e che si spopolava di aziende senza che nulla venisse fatto per trattenere il lavoro e le competenze che si erano formate e che ne avevano fatto la fortuna nel tempo, non gli era ben chiaro. Ciò che gli sembrava evidente era che sarebbe tornato con i negozi chiusi e che il frigo era scombinato come i suoi pensieri e se certamente qualcosa si sarebbe potuta mettere assieme questa sarebbe stata una immagine, purtroppo veritiera, della sua incapacità ad essere un buon ospite e a stupire la persona che avrebbe cenato con lui. Persona di cui conosceva davvero poco i gusti e le idiosincrasie e che ne avrebbe tratto un’impressione falsata di noncuranza dell’essere accolta. Quindi il pensiero si spostava su come combinare le cose scombinate e trarne un insieme credibile per rappresentare un’abilità. Concluse che sarebbe stato un disastro e che la cosa più semplice non era dire la verità, che avrebbe testimoniato la scarsa cura che aveva messo nel predisporre l’incontro, ma lasciar parlare le cose e parlar d’altro. Togliere dalla testa il pensiero della relazione da scrivere con tutte le sue criticità e girare il tacco. Sì la cosa migliore era tornare indietro e concentrarsi sul verde che vedeva prorompente vicino all’acqua e su cosa avrebbe costruito per dare un senso al piacere di vedersi, all’accoglienza, alla relativa marginalità del cibo rispetto ai discorsi. Avrebbe iniziato con un calice di vino rosso e una musica che gli piaceva, sperando non fosse astemia e che i suoi gusti musicali non fossero troppo distanti. Una musica sincera per ciò che mostrava e un vino che dicesse con allegria il benvenuta che gli si era formato dentro e che cresceva ad ogni passo. Di questo si accorse perché non solo il passo si era fatto più veloce, ma che il cuore un po’ gli batteva e non solo per lo sforzo. E questo certo avrebbe portato alla necessità di una doccia e di un lasciarsi andare al non pensiero di ciò che lei avrebbe pensato ma solo al piacere che fosse lì con lui. 

insicurezza

L’insicurezza non se n’è andata. Forse perché già prima c’era e nell’oggettività della pandemia ha trovato una sua espressione esterna ma è l’interiore che conta per capire la realtà. Tanto più c’è una comprensione profonda di sé tanto più la realtà si semplifica, mette in ordine le importanze e ciò che è complicato si apre in scelte binarie, o un sì oppure un no. La realtà resta interpretabile e fuggente, quando parliamo dello stesso fatto, e ancor più se si tratta di un ricordo, più persone raccontano realtà differenti eppure erano tutte sullo stesso posto, ma l’hanno vissuto in modo diverso. Sentire ed emozione hanno cambiato l’oggettività dei fatti che, alla fine, sembrano essere vissuti in un presente comune e sfuocato dove le certezze si fanno traballanti.

Perché non dovrebbe esserlo ora quando è l’esterno che ci bombarda di saperi che non sono tali e neppure consistenti, viene detta una cosa e il suo contrario e ogni giorno ha la sua verità. Così le speranze prendono il sopravvento sulle analisi e sul dubbio perché è meglio aver qualcosa da raccontare piuttosto che l’insicurezza di non sapere davvero dove andare.

Questo è il punto che forse destabilizza di più, non c’è un posto dove andare e quindi non resta che attendere e guardarsi dentro per capire cosa è importante per noi. E si torna alla grande divisione tra certi e dubbiosi, sapendo che le sicurezze possono essere dissimulate, negate, sostituite, accettate con fatalismo oppure annegate in uno stagno di presente che non offre idea di futuro, anche se ha il gran pregio di essere un incontro tra desiderio e piacere, oppure tra inazione e fatalità. Quindi il tempo dell’insicurezza, nobilitato spesso (dove si può) nel dubbio ci ricorda che questa nostra epoca felice è immemore dell’insicurezza costante delle stagioni passate, non ha percezione del tempo ma confida nella scienza e dopo averla maltrattata le dice di tirarci fuori dai guai.

Nessuno, neanche un vaccino, ci toglierà da noi stessi, dall’ipocondria crescente, dalle depressioni che serpeggiano, dall’attesa miracolistica di qualcosa che sistemata la pandemia sistemi anche l’economia. L’insicurezza assume il tempo che trova , l’uomo che trova e si adatta con gli strumenti che ha a un presente da tenere a bada. Si pensa d’essere immersi e in realtà si galleggia su una superficie fatta di stimoli. Una giostra dove si percorre con un trenino una finzione e tutto è insieme reale e falso, perché l’incertezza è in noi e lì si dovrebbe risolvere ed evolvere in una nuova serenità che mai abbiamo perseguito. Non ci siamo abituati, non ci è stato insegnato e ci servirebbe così ognuno s’arrangia come può.

 

capitolo primo: l’attesa che qui non continua

Ogni decadere comincia per tempo. È sempre una frattura che non si ricompone appieno, che introduce un nuovo difficile da accettare e così viene rifiutata come tutto ciò che sembra togliere un’integra normalità. Avevano ragione gli artigiani zen che aggiustavano le cose preziose mettendo oro a saldare le fratture. Kintsugi, una pratica che chissà se ancora viene fatta oppure è solo perduta come il tempo di Mishima, travolto da un eterno correre che cammina su malintese progressività verso qualcosa che non prevede di aggiustare nulla. Un tempo era normale tenere assieme le cose, i corpi, ciò che si univa con una proiezione del tempo. Non si viveva meglio, mancava sempre qualcosa ma mi chiedo ora cosa significa essere normali. Non volevo essere normale. Nessuno di noi lo voleva. Certamente non quelli che se ne sono andati in cerca di una armonia che gli pareva di aver dentro. Ad esempio PieroPeter, imbarcato in una carboniera verso l’America, sceso in Argentina e poi ricomparso nel Texas con una moglie americana. Laureato tardi a Dallas, ma lì non ci badavano, con borsa di studio e alloggio per sposati, e poi insegnante. Adesso, sarà in pensione, in una di quelle case con l’erba da falciare il sabato per preparare il prato al barbecue della domenica.

Lui di erba ne ha fumata tanta e mi spiegava che solo con quella, l’armonia si ricomponeva dentro in qualcosa di nuovo e lui aveva bisogno di quella musica. Ha imparato giusto a tempo, in zona “Cesarini” quello che serviva. Molto di quello che s’impara si risolve presto, nel senso che sbiadisce, è connessione, un lento confondere, ricordare, scordare a pezzi, il resto non s’impara più oppure diventa passione e allora è altra cosa. ha bisogno di far largo, di mettere da parte il resto che neppure vede. Piero così aveva fatto. Via tutto quello che non serviva per seguire un sogno che poi si era trasformato in una vita come tutte, ma era un sogno, accidenti, non una rimasticatura imposta dalle volontà altrui. Aveva un talento particolare nel voler vivere alla grande. Non in campeggio e neppure dormire in macchina durante le vacanze nate per caso durante un discorso e portate avanti per sfida. In albergo, si deve dormire, in albergo e fare colazione seduti a un tavolo la mattina dopo. Fiutava il limite di ciò che avevamo in tasca e poi trovava luoghi improbabili, persi in paesetti dove non andava nessuno, pensioni che venivano occupate l’estate da 5 famiglie che ci soggiornavano ogni anno da generazioni. Entrava come fossimo al grand hotel e mi diceva: guarda la moquette. Io la guardavo la moquette, la guardavano anche gli altri e sarebbe stato meglio non averla vista perché era piena di macchie, lisa davanti al banco del portiere e in ogni camminamento interno. Era una mappa consunta da cento piedi in trent’anni che si dirigevano verso la sala da pranzo, le scale, l’ascensore, la scala verso la cantina. Scommettiamo che nelle camere la moquette ha il pelo folto. Aveva ragione ed era sempre piena di polvere e altro pelo che nessun aspirapolvere avrebbe mai aspirato. Moquette verdi con disegni marrone, moquette arancio, tinta unita. Persino sulla testiera del letto la mettevano. Moquette da asmatici in cerca di asfissia, paradiso di acari che neppure un detersivo radioattivo avrebbe distrutto e lui ci camminava a piedi nudi, così alla fine lo facevamo tutti. Insomma in questi alberghi locande c’era la gran vita e un’insegna che alle 23 spegnevano per non consumare corrente, così se andavamo in giro fino a notte tardi, c’era il rischio di non trovare neppure più la casa e la porta giusta. E accadde e finì a secchiate d’acqua o altro. Speriamo fosse acqua. Dopo due giorni era ora di cambiare aria, ormai ci conoscevano tutti e non c’era più nulla da vedere oltre l’osteria. I ritorni, sempre notturni, erano la parte migliore del viaggio, i grill con il banconiere assonnato che faceva anche da cassiera, erano il luogo dei risvegli e delle colazioni alle 2 di notte. PieroPeter riusciva a stritolare due Brioches e fonderle nell’unica che pagava, aveva talento ma si bevevano cose pessime. Miscugli. Fernet perché scaldava e risvegliava, piano da sorseggiare fino all’uscita, con il barista che ci guardava con attenzione che non rubassimo salamelle o cioccolata nel tragitto tra il bancone e la porta. Entravamo in città a giorno fatto, dopo aver visto tutta la sequenza della luce e parlato dell’alba con cognizione di causa. Avevamo un sonno che ci avrebbe portato al pranzo. La bocca impastata dal fumo, dai cappuccini e dall’ultimo Underberg, preso per pulire la bocca prima di entrare in casa, con una risposta per quel dove siete stati a cui era impossibile dire la verità. Alla fine arrivò la politica, non quella sognata che animava le nostre passeggiate, quella letta su “Quindici”, ma quella nelle piazze, PieroPeter se ne andò dopo non molto, aveva dato l’esame di maturità come tutti noi che ora eravamo all’univertà. Lui no, partì, chissà se quel diploma gli è servito.

Sono così tristi i raduni fatti per forza, non sai mai chi e cosa troverai. Cerchi scuse per settimane, ma c’è sempre qualcuno che fa da collante entusiasta. Qualcuno che è il kintsugi di un capolavoro che eravamo tutti assieme. Non è vero che lo eravamo, ma ci pareva di esserlo e le fratture di allora si sono tutte sanate, quello che rimane è la voglia di tirare fuori un passato immaginario che ciascuno ha vissuto per suo conto. Lo so che il nostro kintsugi ha cercato anche Peter e che forse l’ha trovato, ma non ne era sicuro. Il nostro inglese non è quello dei ragazzi di adesso e al più serviva per parlare con una tedesca, chi gli ha risposto al telefono, così mi ha detto, masticava ogni parola e non ha neppure capito chi era lui, così è rimasto lo spelling di un nome da trasmettere al padre, marito, amante, boh, con un numero di telefono. Ne abbiamo riso parecchio su quello che deve aver detto al padremaritoamante e abbiamo concluso che forse era solo una badante o una cameriera. Una mamies, magari PieroPeter ha fatto soldi, speculato in borsa, si è risposato tre volte o magari il numero era sbagliato e non era neppure casa sua. Quello giusto, magari, viveva in Florida in un resort per anziani. Giocava a golf e aveva una sider rossa, italiana. Con il foulard e l’abito di lino, circondato da esuli cubani a cui non poteva raccontare la sua gioventù e la passione che avevamo per Castro e il “Che”. Ridevamo ma non riuscivo a scriverla questa parola: anziani. È così che siamo adesso? E allora che senso ha mettere assieme un gruppo di vecchi che si sono tenuti distanti per una vita, che ricordano cose diverse dello stesso fatto , che ridono per piccole avventure vissute assieme, per banalità che allora erano eccezionali e poi sono diventate normalità. Eravamo nell’800 e non lo sapevamo. I Beatles e i gruppi di casa nostra, il tornare a casa a mattina, il sacco a pelo e la tendina a due posti, gli alberghetti sporchi a poco prezzo. Erano pezzi di vita allegra allora, ma diventano tristezze misurate con gli occhi di adesso. Come andare in quattro in giro per l’Italia in ‘500 e guidare di notte perché si fa più strada. Ma che sciocchezze dovrebbe tenere assieme il kintsugi, sarebbe oro sprecato, anche se è vita vera dove i silenzi contavano quanto e più delle parole e le scelte erano sempre tagli di passato. Non è meglio tacere, conservare ciascuno il ricordo di ciò che è stato, sentire le piccole enormi vergogne di allora, le timidezze, il non voler crescere come ci era stato chiesto di fare. Tutto ha un senso ma nel tempo in cui avviene, poi diventa aneddoto, storia, curiosità che si disperde con le parole appena pronunciate perché le vite sono andate ciascuna per loro conto e nessuna delle ragazze che ci piacevano ci ha sposato e tutte hanno sbagliato e fatto giusto. Ciascuno ha vissuto vicino o lontano, ma intorno a quel baricentro che era la nostra città e ora non ci sono neanche le case che conoscevamo, tutto è talmente mutato da essere irriconoscibile per chi torna dopo tanti anni. In attesa di Peter, la cosa sta rallentando, meglio. Lui era il coraggioso, quello che vivendo con madre e sorella, il padre era sparito e lui non ne parlava, si poteva permettere cose per noi inconcepibili, come prendere e andarsene durante l’anno scolastico e poi tornare e raccontare un sacco di balle ai professori e magari riuscire a farsi rimandare e poi promuovere.

Noi restavamo, a parte qualche trasgressione contrattata, camminavamo assieme per ore, prima in centro a salutare ragazze e gli altri che si fermavano con noi, poi un gelato per cena e un saltare da un posto all’altro fino a una panchina in quella piazza che non è mai stata tale ma un viale largo con tanta ghiaia e erba ai lati. Erano già evidenti in tutti noi le insofferenze che sarebbero arrivate l’anno dopo. Era quella la rottura riconosciuta e l’alternativa era stare o andare. E lui se n’è andato, con i jeans larghi, la camicia a quadri, due magliette e il sacco a pelo. Su una carboniera come operaio in sala macchine. E adesso dovrebbe tornare, ma a vedere chi? Un gruppo di anziani che bevono, mangiano e raccontano di un tempo che neppure è esistito, perché è così, quel tempo non è esistito, c’è la musica, l’arte, i libri, le passioni, i cortei, le occupazioni, gli amori, le notti insonni, le avventure, quelli che si sono persi per strada, a ricordarlo ma non è esistito. Accade lo stesso a ogni cosa che diventa oggetto e poi si va a vedere, si immagina, ma non c’è più nulla che ne certifichi l’esistenza, è tutta un’ipotesi perché esiste il presente e il futuro ma il passato è un insieme di strati di vissuti, di scorie, di bellezze incomunicabili, di ideali, di errori, soprattutto errori e la costruzione di un’identità che è quella di adesso, ma che allora non era così. E perché dovrebbe tornare Peter e diventare Piero, adesso è altro, anzi è diventato altro quando è partito e non c’è nessun kintsugi che lo possa saldare a noi che siamo rimasti.

Ci si arrampica nel terreno che ci è dato, come si può. Magari senza curvare la schiena e così che l’eterno dualismo tra un presente fugace e interpretabile e un futuro che da solo si costruisce a suo modo diventa un modo di sentire che c’è una scissione. Da qualche parte accade. È accaduto. E sappiamo che mai tutto si consuma davvero. Continuiamo a scinderci, alla fine diventeremo atomi di pensiero, e si dimostrerà che era una favola l’idea che i profluvi di parole, le cose che sono avvenute, tutto quello che si è svolto nel tempo, nell’aria o in contenitori grandi o piccoli non è rimasto attaccato agli intonaci, alle pietre e se io sento di notte gli scricchiolii delle travi, o un vento improvviso che mi accarezza il corpo, non sono gli echi di chi c’era prima, i pensieri che non si sono svolti, le parole pronunciate, i tabù abbattuti che ritornano con altre vesti e che continuano la fatica di ricostruire un cielo fatto di nuove costellazioni. È bello pensarlo che nulla si crea e nulla sparisce, ma in realtà ci scindiamo e tendiamo a ripetere, perché è più semplice, come accade per i modi di dire che non attendono una verifica e in fondo ci rendono accettabile tutto ciò che non vediamo ma che sta attorno a noi e non ha sempre bisogno di domande.

Ci sono miei tratti del carattere in questo diventare solitario. C’erano anche allora, con i modi di esprimere sentimenti, i silenzi che facevano tornare dentro parole che forse stavano meglio all’aria e questo lo avverto anche nelle mie “terapie”. Lo scrivere, l’osservare, l’ascoltare sono state terapie importanti. Fondamentali. La mia carboniera verso l’America, ma non era la stessa cosa e ora non bastano. Come non sono bastate in altri momenti della vita, quando capivo il mio limite e ciò che non riuscivo a fare, mi superavo. Partivo verso l’ignoto. E quel riuscire era compensativo di un desiderio, di un quasi amore che voleva sbocciare, oppure di un premere eccessivo del lavoro, delle scelte che avrei dovuto prendere. Le cose in fondo sono semplici e tutto si chiude tra un si e un no, con lo spazio infinito di punti che collega questo segmento del decidere. Tutto ciò che sta in mezzo, lenisce ma non risponde e alla fine si capisce che se lì, alla radice di una risposta netta, una possibilità si è spenta. Allora tutto ciò che la sostituisce è in fondo insufficiente. A meno di non essere dei geni e nasce un’opera d’arte, ma non è il mio caso.

Un mediocre scrittore e un banale fotografo, affidarsi all’istinto è una bussola per sé ma non per altri. Non aver più voglia di stupire e usare l’arte del contraddirsi come carta per ogni scrittura, non basta. Non basta  per fugare il dubbio se ci fosse stata stoffa, se il talento sia stato tradito oppure sia stata tutta fuffa, incommensurabile fuffa come quella che, dissimulata, tra righe di lirica competenza, di stupore attonito, alla fine lascia una doppia sensazione: che avrà detto, ma se è pur bella l’accozzaglia, decrittarla è fatica inutile. Non c’è nulla se non nel talento vero, ma quello è altra cosa. Altra sofferenza per estrarre qualcosa che davvero sia superiore al momento, all’accadere, alla stessa percezione del vivere. L’universale e il banale hanno più punti di congiunzione di quanto si pensi, ma così annoiano. Annoiano e si passa ad altro. E dovremmo riunire tutti, dirci cose che non facciano male. Peter dovrebbe tornare dal Texas o dalla Florida. Gli altri arriverebbero dai posti in cui hanno fatto famiglie e carriere per un pranzo, due giorni assieme e poi salutarci con gli occhi umidi perché i vecchi sono facili a commuoversi, dicendosi che il prossimo anno, alla stessa ora, nello stesso posto, mentre tutti pensano ad altro, a cosa accadrà, a cosa racconteranno a casa di questo riunirsi e dell’essere di nuovo un insieme, un gruppo coeso, un ‘opera. Intanto si aspetta la telefonata di Piero Peter, ho detto con forza che senza di lui sarebbe poca cosa, meglio non fare. Si aspetta e se chiama in americano il nostro kintsugi allora sarà da ridere.

 

da Wikipedia : Il kintsugi (金継ぎ AFI: [kʲĩnt͡sɨᵝɡʲi]), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.[1]

L’arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza.[2][3]

 

e adesso…

A Friburgo ci dovevo andare in autunno, e adesso…

Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.

Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.

Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.

Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo… 

un fazzoletto di verde

Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.

buon primo maggio 2020

 

Quest’anno no.

Mi avvicinavo alla piazza a piedi o in bicicletta. Nelle città di pianura si cammina molto oppure si va in bicicletta e quando si incontra qualcuno con cui si ha voglia di parlare, ci si siede sulla canna e si conversa. Spesso anche lui è in bicicletta e fa le stesse cose, si parla di quello che accade, si chiede di persone che entrambi conosciamo, si commenta ciò che succede. Spesso c’è qualche rivelazione inattesa, poi alla fine ci si saluta e ciascuno va per la sua parte oppure, se c’è tempo, s’appoggiano le biciclette e si prosegue in un’osteria o in un caffè.

Quest’anno no.

La piazza dei Signori segue quella delle erbe e quella della frutta, sono una per lato della grande mole del Palazzo della Ragione. La nostra cattedrale laica che è da sempre il centro su cui ruota la città. Proprio quest’anno celebra i suoi 800 anni di vita. Una lapide dice che questa mole Pietro Cozzo ideò e Padova repubblica romanamente compì. Era il 1200 più o meno, con la sublime imprecisione che in quegli anni accompagnava il tempo.

Da una di queste piazze già sentivo il brusio della manifestazione, una piccola strada e sarei entrato nel tripudio di bandiere e palloncini rossi che contornava i discorsi dal palco. E subito le persone da salutare e abbracciare, con i bambini che correvano tra le gambe, il sole che splendeva e l’orologio astronomico del Dondi a fare da sfondo sornione a ciò che era festa.

Quest’anno no, ma in maniera diversa, perché questo primo maggio è comunque consapevolezza che siamo insieme, che quanto accade minaccia il lavoro di molti, lo toglie a tanti e impoverisce chi vive della propria testa e delle proprie braccia.

Tutto ciò che viviamo si è adeguato, a suo modo, alla minaccia, al senso di timore che accompagna ogni incontro, alla permanenza nei luoghi chiusi, all’assenza dei gesti della stima e dell’affetto che devono essere tradotti in parole.

Gli altri anni quando stavo per arrivare in piazza avevo sempre un senso di attesa e di timore, su quanti saremmo stati, se i discorsi avrebbero colto la fatica di chi il lavoro non lo trovava, se trasmettere la dignità del lavorare sarebbe stata sufficiente durante l’anno per motivare una manifestazione, uno sciopero, una lotta. Tutto quello che serviva a chi subiva un sopruso ma anche -e soprattutto- per essere uniti. Poi mi scioglievo nei saluti, nel riconoscere i compagni di sempre e nel vederne di nuovi. Un battere sulle spalle, un ricordare, ma anche un vedere oltre. Perché senza vedere in avanti non si capisce cosa accadrà, non si vede il troppo che manca, il positivo su cui impegnarsi e ci si sente più soli. Anzi si è soli. Quella condizione che ci è stata raccontata come gloriosa competizione e rappresentazione del successo delle vite, ma che in realtà ci ha reso deboli e senza speranza quando si prova a entrare nel mondo del lavoro o se ne viene cacciati. Provate a pensare a cosa serve tutta questa esaltazione del sé competitivo nella bufera di virus e solitudini in cui siamo. Pensate a cosa accadrà dopo, quando la pandemia sarà sconfitta ma alle spalle avrà lasciato più povertà, disoccupazione, precarietà, minori diritti. E si dovrà cambiare il mondo per fondarlo su altri principi che non siano il solo profitto. Pensateci bene e poi capirete perché quest’anno il primo maggio è differente ed è una rinascita della centralità del rapporto tra uomo e società, tra dignità e mezzi per vivere, tra lavoro e precarietà.

Vi auguro il primo maggio come l’ho augurato ai miei concittadini e che il prossimo anno la festa sia doppia: in piazza e inondata di sole e di speranza.

Buon primo maggio a chi il lavoro ce l’ha e a chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato e gli è stato rifiutato. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende e buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo. Buon primo maggio ai bambini che non sanno dove andare e che saranno i lavoratori di domani. Gli altri anni erano al mare o ai monti ma anche in piazza dei Signori tra i palloncini e le bandiere. Buon primo maggio a chi lavora nelle zone industriali, a partire dalla nostra, e non sa quale sarà il suo futuro. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti.