traversando l’appennino

Lunghe file di alberi sulle creste, l’appennino è anche così: un vecchio tappeto di rocce consumate, di muschi soffici ed erbe alte, ferite di cave di tufo e case, fatte con la pietra delle colline. Nella mia terrazza sopra il catrame che la rende impermeabile, ho messo più tappeti. Il primo era di fibra grezza vegetale, mani forti d’uomo l’avevano tessuta, ma si è sciolta col tempo. Segno che gli anni sciolgono tutti i nodi. Ad aiutare il tempo, ci si son messe le erbe, le borse del pastore, i semi d’acrostide e d’erbe matte sfuggiti agli uccelli, per un verde a chiazze, selvaggio ma con radici orizzontali pronte a nutrirsi del disponibile.
Il tappeto antico è finito nella raccolta differenziata, sostituito da uno fatto d’ erba finta di plastica e ancora una volta le erbe vere si sono insinuate, hanno scavato e fatto chiazze di verità, irridendo quel finto verde che voleva loro somigliare e non fioriva, non figliava, insomma non viveva. La natura ha le sue incontrovertibili ragioni, vince sempre e si plasma, si modella con quello che ha a disposizione. Nell’appennino, il vento ha reso dolci le colline, ha sparso sabbia e sali nei terreni, si è ricoperto di boscaglia per rendersi arduo alle futilità del coltivare irrispettoso. E ha assimilato il brutto, il disordine di campi apparentemente regolari ma prigionieri della proprietà, con il bello d’un verde composito, fatto di differenti forze e silenti accordi perché a ciascuno resti qualcosa per crescere e prosperare.
Le case intonacate di giallo, sono solitarie sulle creste e poi, improvvisamente, radunate a mucchi. L’una sull’altra perché gli uomini hanno bisogno di calore e di vicinanza. Come le erbe e gli alberi di tratto in tratto diventati macchia, solo che il verde non compie gesti inconsulti, pensa il tempo come scorrere in avanti e usa il presente per tenere da conto ciò che può esserci davvero di buono per sé e per altri.
È strano che in natura il brutto, il disarmonico, l’imprevidente e lo stupido non esistano. Neppure la falsità esiste e neanche le promesse vane. Segno di un amore per il vero che è naturale, senza fatica. Così in queste colline dolci, dove l’uomo pensa d’essere comunque signore delle cose, esse si consumano e attendono d’essere altro. Per necessità e per amore, annodando l’una e l’altro in un bisbigliare di dolcezza senza assillo del tempo.

apolidi

Tra valzer vaporosi e champagne in calici scintillanti si chiuse un’epoca e si apri una nostalgia. E come tutte le nostalgie era il prolungamento piacevolmente masochista di un’assenza che non si sarebbe sanata col ritorno.

Negli stessi anni il sangue tumultava dentro i corpi. Per milioni fu fuori di essi, e correva tra idee infuocate e un noi che a volte sembrava solidale come mai. Era un sangue anonimo, disperso assieme all’intelligenza di ciascuno, disperso nel terreno assieme alle ossa, nei cuori che sopravvivevano e avevano visto, nelle domande tardive, nella storia che non è storie. Noi eredi consapevoli, così credo, a poco a poco, siamo diventati apolidi, di un’idea, di una patria, di un motivo per cui vivere con entusiasmo e gioiosa rabbia. Nelle nostalgie c’è penombra e sole che tramonta, bisogni senza luogo d’esistenza, amori consumati da sé stessi. Nelle nostalgie ci sono le strade non percorse, le ipocrisie giustificate, le idee calpestate. C’è un vivere che non s’accontenta perché è la bulimia a fare da padrona nella realtà: non è mai abbastanza e quindi divoriamo anche la falsità. Così allora, come ora. Come fosse una condanna che da soli ci infliggiamo, anche se a ben vedere non è così e si può ben dire che ad una scelta non fatta non corrisponde una vita altrimenti felice, ma quella vita che c’è adesso. La felicità è un sentire che ha l’odore di ferro come il sangue e la dolcezza del pomeriggio che scivola nell’orizzonte. Non ha una misura è una sensazione che da un valzer passò a una carica di trincea, da un calice di champagne al cognac prima di un assalto, ma chi non aveva mai ballato oppure riso per il pizzicorio al naso, non aveva nostalgie e neppure scelta, solo una vita da tenere stretta. Neppure sua, e questo lo capiva, e gli sembrava l’insulto più grande ricevuto.

impallidiscono le storie

Lascio andare gli auguri tardivi. Si perdono gli indirizzi, poi traballano i nomi. C’è quel crudele ed egoista dire che chi non ci cerca neppure ci merita. Come ci fosse qualcosa da meritare per ciò che facciamo, diamo e sottraiamo. Solo chi ha un infinita comprensione di sé dona senza attendere, per gli altri, non importa di cosa, ma c’è sempre un’attesa. Forse un’ interlocuzione che metta in contatto, che misuri lo star bene assieme. In realtà quel pensiero è il predellino di un treno:  se mi chiama resterò, altrimenti con dispiacere relativo ci sarà un silente salutarsi. Sbiadiscono gli indirizzi, non i ricordi, e del molto che abbiamo avuto resta traccia, soddisfazione, non poco rimpianto per ciò che si è perduto e tra questo perdere ci sono quei fili caduti. Anche quelli non annodati. Ma erano già a terra e non bisognerebbe accampare scusa d’offesa per ciò che anche in noi era già maturato. Ciò che urge, che è amore, che compone il nostro vivere non si perde, il resto è importante ma mai così tanto da non attendere un gesto che non viene.

sarà festa tutto l’anno

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Mentre si ripropongono i riti della politica: l’eterno congresso del PD, le crisi del M5S, le intemerate di Salvini su provvedimenti che ha approvato e che ora attribuisce ad altri, La Meloni che diventa un gigante della destra, vista la pochezza e l’assenza di un vero partito liberale conservatore, la fine patetica del berlusconismo, ecc ecc. Tutto annegato tra panettoni offerti a metà del prezzo del pane e povertà estreme che muoiono per strada. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga e non finisce. Ma questo è un lamento che non produce nulla, non cambia la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia quello che ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Avete notato che di dignità si parla sempre meno, che il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato? Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia, se ne avrà ancora, dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero e non resta che competere, mentre i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene, la dignità si perde pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica,, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si riempiono di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.

la complessità

Prima ho assaggiato e poi bevuto, un Lison bianco. 2013, ben conservato e fresco. Continuava a mutare man mano si accompagnava al cibo, conservando la sua identità morbida. Era tenero ma non arrendevole e non si lasciava racchiudere in definizioni, preferiva essere assaporato e bevuto. Poi è seguito uno Chardonnay del 2015, leggermente frizzante. Si mascherava di poche bollicine per giocare col gusto. Anche lui esigente e dotato di più anime, sembrava chiedere una preferenza tra esse per poi negarla. Un vino deve essere complesso, forse in questo assomiglia all’uomo che ha sfumature differenti e profumi nelle situazioni che lo rendono centrale in un rapporto.
La complessità esige pazienza, la nudità raggiunta nello sciogliere gli enigmi e i nodi non ne esaurisce l’essenza ma ne palesa la difficoltà. Due essenze si incontrano quando l’una non ascolta il suo profumo ma si integra, assapora, è consapevolmente pervasa dall’altro.

la strana storia degli anni bisestili

IMG_20200102_170055Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi  in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.

preghiera laica

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Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere.  Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno.
Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo.
Grazie.

non senza fadiga si giunge a la fine

Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.

È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.

Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.

C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.

C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.

C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.

C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.

C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.

C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno. 

C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.

C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.

C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.

C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.

C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.

Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.

Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro.  Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.

C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.

A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.

ciò che non si dice

Il pomeriggio si confonde nella notte. Qui avviene tutto con un anticipo confuso dove ciò che è vero si mescola al farlocco. S’annodano segnali, ma non è la loro natura, dovrebbero essere punte rosse di desideri che ustionano l’indolenza, oppure luci fioche che non illuminano l’ombra che le contiene, o ancora nenie che sono mantra sussurrati a fior di labbra per scacciare demoni importuni. Ma non è così e nulla di tutto questo si stende con facilità. Forse manca la giusta carta, oppure il tratto di penna adeguato, oppure sono le parole che non descrivono il ribollire dei significati. Tutto è asincrono, gettato in avanti di poco. Imminente come un bacio durante l’attrazione se la mente non si mette in mezzo. L’altra notte ho fatto un sogno lungo, con tratti molto erotici, mi sono anche svegliato e poi il sogno è ripreso. Dovrei pensarci, scriverne con dovizia, ma per chi, se non a me che già lo contengo?  In  questo contenersi si  crea una lacca sui pensieri, pennellate pazienti di loto e biacca sul colore, per tenere dentro e scrivere solo con la fantasia di chi interpreta le nubi. Sia per i contenuti che per i simboli.
Ci penserò leggendo tra le righe, là dov’è il punto dove si coincide. Non ci si rincorre ne si aspetta, ci si incontra.

così si perdono i treni

Apparentemente le cose si complicano. Ogni scelta dovrebbe tenere conto di variabili conosciute e sconosciute, di interessi contrapposti che emergono solo al momento della decisione. Così si procrastina e ciò che era chiaro s’intorbidisce, insinua il dubbio, manda innanzi attendendo di capire. È così che si perdono i treni, per affievolita passione. E si rientra nel rango dei capi stazione che di treni ne vedono passar tanti e non ne prendono nessuno.
Ti ricordi la canzone di Battisti che cantavano assieme: le discese ardite e le risalite? Il nostro aereo, in paralleli diversi viaggia tranquillo, sopra le nubi, dove c’è sempre il sole e se ha qualche scossone turbolento è quando punta a terra. Ascoltando una flebile amica, sentendo i suoi dubbi sul fatto che ci siano amori stabili e tumultuose passioni contemporanee, pensavo che tutto è lecito se fa bene, ma che il bene è molto simile alla felicità. Transita e si prende,  sapendo  che c’è una stazione d’arrivo di cui si percorreranno  marciapiedi e corridoidi, la sala d’attesa, e  dala caffetteria dai  caffè lunghi di pensieri e nostalgia di ciò  che non c’è ‎stato e c’è. Ascoltare è mettere a disposizione un abbraccio sincero, un silenzio che parla e un calore che spesso si protrae in un numero di telefono.
Ascoltare è ciò che possiamo fare per chi ci interpella. Ascoltare è ciò che, con difficoltà e ad elevato prezzo, possiamo fare dentro di noi, con noi, perché poi le verità emergono e le scelte diventano indifferibili. Non ci raccontiamo più storie e falsità benevole, dopo sappiamo molto, quasi tutto di ciò che ci riguarda e salire o meno su quel treno non sarà mai neutro.