Fotografare con le parole, annotare, e il pensiero liquefa, diventa nuvola, piove, bagna, si disperde, resta una leggero pulviscolo, oro nella luce, è polvere che danza. Fotografare con le lenti dell’anima, che non ha di sé prova né misura. Eppure un fremito, la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire, sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto, crivello del prescelto, desiderato e poi perduto. Le storie falsano i momenti, ma il passato crea e non si strappa, è il futuro che si lacera, che nega ciò che gli dà vita. Questo nostro tempo è sensore, somma ciò che è con ciò che non è stato, nel vibrare quantico che oscilla e genera energia. Le probabilità, come in ogni scelta, si coagulano: nell’apparenza della necessità e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle, e trasalire del cuore, che è quando precede l’accadere.
Vorrei parlarti del mio vento d’aprile che colma golfi così ampi e campi verdi, che mai sazi s’imbevono del suo respirare. Tra essi lo sguardo che si perde, e I versi crepitanti, odorosi di resine, bruciano, nei fuochi di stoppia e sarmento. Il mio vento d’aprile, è dolce d’orizzonte, vicino di collina, sornione scruta dalle altezze d’albero, e poi scende lieto a fiotti nel verde. Gioca e spinge nubi nel blu dei cieli poi s’atterra in tinte pastello, e nei bruni dei campi. Scuote alberi, erbe e cose li spinge allegro verso il nero d’anfratti, di vicoli e case: e tra pianura, monte e mare, muove la vita nei bianchi di calcare, nei grigi di selce, gioca col rumore di sassi, dei mitili vuoti smossi dall’onda, e la spuma che si scioglie la prende e l’ invola. Di questo, e del vento che tenero accarezza le foglie prima di portarle con sé geloso nella ritrovata libertà dell’aprile, ti racconto del suo percuotere lamiere, del fischiare con voce di basso tra case e imposte che sbattono sui muri. Di tutto questo vorrei dirti appieno, ma le parole sono bulimici segni ciechi di senso che divorano e si perdono nel gusto che sosta e assapora. Per questo non so dire, né dirti, se non un silenzio d’arie che muove e nei miei occhi canta qui nella città, dove a notte ogni passo suona e già si spande forte del tiglio il profumo.
Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto, non il nome, non il peso maturato ma l’essenza. E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie, e se non parlerò dei macellai di carne umana, delle intelligenze vocate al male, del male certo e altrove, ho l’esecrare, il dire il mai che corrisponde al fare, al pensare, e alla paura che si mischia nell’incerta sicurezza. Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni, parlo di dove torniamo perché sempre si torna, fosse una persona, un luogo, una memoria. E non è detto ci attenda, ma c’è, o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati, con la disponibilità che accoglie, pur altra dal pensiero di chi torna, ma pur sempre vera. Le cose sono l’ultima coscienza prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive, come quegli angoli di verde incolto che i progettisti dimenticano e nessuno fa più suoi, ma così diventano liberi pieni di fiori e d’erbe ribelli ospiti munifici d’altrove, e dimora d’animali che proseguono le vite. Se questo impastare giorni e sdegno, sentimenti, percezioni e andare, ha pur senso, e genera passioni e voglia di cambiare è perché siamo confusione, imperfetto vivere e contraddizione, dolci e tesi nel conservare umanità, e nessuno replicherà ciò che muove o tiene fermi i pensieri, nessuno potrà dire d’essere eguale. È la nostra imperfezione a donarci unicità e insieme la bellezza d’una solitudine senza eguali che sa essere stella e parte d’universo certo di sua luce.
Le camere d’albergo s’assomiglian tutte. Anche in quelle a super stelle. riempite di gentilezza finte, d’amori di paglia e gadget, l’odore non va via. Odorano di polvere, di moquette intrecciate al tempo delle vite di chi vi ha respirato e I muri hanno guardato muti muoversi le passioni ma ne conoscevano il tempo e la pazienza necessaria a lasciar vivere se stessi. Quante volte cuori e parole hanno ecceduto, le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi, i pensieri sfociati in confusioni sempre ardue da onorare. Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia, è grasso e soda messe a bollire e poi colate in candidi parallelepipedi di buono. Sanno di infanzia senza calcolo, di pranzo assieme, dei no pronunciati senza tema, il resto che si è svolto è stata vita e stanchezza senza sonno. Diceva il cameriere al piano, che nella stanza del solista non mancano mai i fiori, coprono l’odore delle sale da concerto, i colpi di tosse nei pianissimo, la passione costruita pezzo a pezzo e mai capita per davvero, ma poi stesi si sente tutto e il passato strattona ogni presente. La stanza a fianco celebra allegrie: è quello che non hanno udito che odora dentro. Strana cosa il ricordo dev’essere Il suo odore a non avere un luogo. Un luogo vero, che lascia stare, ma non demorde e non si lava via.
Splende il tramonto luce di rossori lontani, e la pioggia inizia a cadere, fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena. È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto, così temerari e innocenti nel contraddire il cielo, sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua che accarezza margherite e alberi, e pulisce con materna carezza foglie bambine e fragili steli. È l’acqua senza timori che alza I cappucci genera sorrisi e sguardi scambiati nei fugaci ripari. Dice d’essere dolcezza d’amore mostrata al tramonto stupito, e ai cuori confusi dall’inutile fretta chiede una sosta: finalmente un vedersi in tanta donata bellezza.
La domenica a San Telmo , i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio, danzavano assorte figure da milonga, passi nel sole a disegnare l’aria, ma la mattina nella caffetteria Dorrego si vedevano solo teste sedute, e giornali spiegati interi a coprire il lampo dei colori nella piazza. Luccicavano i vetri, nello scuro liberty del ferro e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri, ma profumato il caffè e buono. Era un vagone di tavoli allineati contro la vetrina, un corridoio tra i bisbigli, a dividere il bancone lungo, alto e scuro. Dietro liquori e lustre caffettiere. Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo, non distante da quel cortile che sembrava un chiostro, tavolo tra tavoli, stesso legno dei ripiani, e interrotte scacchiere tra le tazze. Alle regine e gli alfieri già perduti resistevano le torri e i cavalli, Jorge Luis l’ avrebbe preferito. Tra i giornali abbandonati, col dorso stretto dai listelli scuri, avvenne l’incontro con Ernesto Sabato, un pomeriggio o forse era già sera, e l’aria era vapore e fumi di bevande calde, animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta. Non s’amavano, accade tra i custodi di due grandi mondi dove si muovevano figure e fatti di realtà nascent. Bisbigliarono a lungo mentre attorno si stupiva il silenzio tra i bicchieri e poi si salutarono, forse, per non vedersi ancora. Amori che non combaciano s’osservano sin nel profondo e con dolore scelgono. Borges tornava spesso, già semicieco vedeva I rumori della piazza, i ballerini e i venditori d’abusive vecchie memorie, con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame e oggetti che estraevano furtivi raccontando storie. Di certo li aveva conosciuti, ora erano solo macchie di gessati color bruno tra sbuffi d’organza, volani e brillantina. Arlt quei bastoni di certo aveva usato, fuori dalle case dei cretonne sdruciti e nel tango praticato in vita, ma non lui, né Bioy Casares, ad altri salotti abituati con diverso accostare le labbra al cristallo o ad altre labbra. E neppure lo scrivere era eguale una pagina e poi l’altra in stanze calde d’inverno e mai per strada, senza il timore d’un passo o d’una lama. Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate, il sole ancora prigioniero delle case, solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto. ma nel vagone tutti erano ospiti e il viaggio senza fine, persino il tempo era indeciso dove andare o su chi scorrere e intanto compitava le pagine perplesso tra un mai passato e il futuro indeciso d’esser stato.
La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti, ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna, ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi. Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie, i ragazzi hanno sentito il richiamo e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri di colori misti a sorridenti parole. Così la città si è arresa, le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce, e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo, le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio, e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua, si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce. La città vecchia è ricca di vicoli, di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra, erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie ora sono portoni di muta ricchezza gelosi dei giardini c’erano campi di bocce, Della mia giovinezza seguo le tracce, la luce le cerca nei negozi di telefonia, nelle boutique agghindate, il ricordo è età dei numeri confusi, delle solite domande invase, e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino, come manca il fumo denso del toscano, ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero. La luce annoda le primavere, gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno, è lezione per chi ricorda e non vede come nasce il futuro, fertile di sfumature inattese, mentre tutto sgomita vita. In pianura arrivano venti dal nord, portano lo scherzo del profumo di neve, nessuno degli alberi ci crede, neppure le palme che si scuotono con rumore di lame, neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme. E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano, qui le case sulla via si protendono, si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce, sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni, hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca, hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite, ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede, così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire. Nei giorni di festa per andare si segue la luce, il mare e il monte sono vicini e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente, ma sempre cerca l’inatteso conosciuto. Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie, hanno lavorato nella notte, li ho visti, i fari e sentito i motori dei trattori possenti, ora la terra è grana di sabbia e di roccia, ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina, materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole. Le luci si accendono tardi la sera, le margherite si preparano alla notte, un meccanismo oscuro muove le cose fin nel profondo accade ciò che deve accadere e ogni molecola conosce il suo compito, è così meraviglioso questo mondo corale e acuto sorge il desiderio che la primavera racconti a tutti la vita.io
e forse non è vero che un battito d’ali, dalle parti dell’Australia, generi un tornado nel golfo del Leone. E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire. Ci sono confusi segni attorno a noi: notti che dall’alba scavano la luce, uomini difficili da intendere nel male. Ma è pur vero che un antico battito di ciglia ha riordinato il mondo, e ancora fa vibrare il suono delle foglie, a compitarlo è un segno nuovo, forte, e caro. Ma tutto questo è natura, è scorrere e disordine apparente, si snoda e tesse il mistero ordinato delle ore, e non c’è arroganza nel fiume, e neppure nella gravità d’un peso, per questo se a un desiderio accade d’accadere, meglio lasciar che sia. E basta. Per far di noi, bambini nel tempo, l’incerto attendere, che riaccada diverso, se ne avesse ancora voglia.
Indifferente il mandorlo è fiorito senza pena, ha sparso fiori rosa sull’ indecisa salvia, e sulle margherite a indicare la strada e il buono che dovrà accadere. La stagione s’è rimessa in moto, a ciascuno per suo modo s’è scosso il meditare che guardava a terra e lo sguardo s’è proteso al cielo.
Nella sera isole a navigare, sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi, tra tintinnare di rami e foglie nuove, e chiedono all’universo di scorrere come accade alla vita che si guarda mentre si vive.
Mentre il tempo scorre il suo futuro, il presente somma volontà voraci, ma è solo questione di misura e in questo andare lento dove tutto si sospende quiete è fare il giusto, lasciare lo sguardo al petalo che cade mentre il vento scrive desideri che s’infrangeranno sui selciati.
C’è nell’aria una vaga apprensione, come usa, non di rado, agli uomini la vita. La delusione viene senza compagnia, prende, divora l’orlo delle ore di luce. Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione, l’erba s’è oscurata nel freddo. Luci nette hanno traversato l’ombra appesa, e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri. Il tramonto s’è acceso, odorava di nulla, se non delle età altrove vissute.
Pace è parola breve, inconscia dove vive, chiude in sé l’abitudine e con fatica s’apre per accogliere. Nel profondo d’ogni vero dubbio c’è il germe della tempesta, un nonnulla improvviso che non s’era compreso, ed è già suono di basso, pedale d’organo e vortice d’abisso, che ruota e aspira ogni quiete. L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla . .