mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.

salmodia del tempo

Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?

Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
– sotto un purgatoriale cielo effimero –
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

O l’inizio di Tristia

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.

sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa. 

di mammut, piccoli fallimenti, ideologie e altro

Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.

Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.

Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è. 

la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

privazioni

Certamente moltissimi stanno peggio, ma ognuno sente il suo e con acribia persegue un motivo che trovi il bandolo nella ragione. Non lo trova, oppure gli pare e poi si accorge d’essersi sbagliato perché era qualcosa che veniva prima: nell’amore sghembo ci sono le ragioni dei preti e delle suore, le famiglie che hanno trasmesso ciò che gli sembrava giusto ed era solo conformismo, ma anche l’indole non ha aiutato. Così alla fine finisce, ovvero sembrano finire i dispetti, le privazioni, le offese per disattenzione e quelle volute, ma in realtà la liberazione è solo apparente perché inizia un’altra battaglia. Ci sono frutti che devono avere una radice e quando questa la si cerca davvero, muore l’albero. Poi c’è tutto l’apparato sociale. I codici e gli avvocati, i periti di parte e le decisioni dei giudici. E nessuno sa cosa c’entrino in tutto questo se non in un dare/avere che dovrebbe stabilire equità, possibilità di ripartire. Ma non funziona così nello sciogliere. C’è una parte civile ed una umana, personale che non coincidono mai. La prima è un equilibrio col passato, un mettere una pezza sociale per qualcosa che non è pubblico ma privato e avrebbe bisogno di un accordo non di una divisione perché essa c’è già stata, qualcuno ha perduto e ciò che è rimasto sono i viventi che pur hanno dei diritti. La privazione si esercita nell’accanimento, nell’ingiusto, nel voler schiacciare, manu militari, l’altro in modo non da lasciarlo vivere ma punirlo. Neppure questo accade e non è materia di giustizia ma di sociologia familiare. Questa dovrebbe, assieme alla psicologia stabilire le regole che servono per riprendere un percorso che includa il cambiamento e la felicità. Per il resto dovrebbe bastare un ragioniere e una codifica accurata.

non se ne esce

IMG-20200815-WA0019

Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

Allumer

dav_vivi

 

Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati.

Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Dall’una e dall’altra parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternava il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer, il miniaturista, che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto era stato acceso e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.