ero prima, ora incespico in te

Ero prima, ora incespico in te

nella bellezza selvatica della notte,

nello scuro, tra alberi congiunti di stelle,

dipingo, segni d’amore.

Vorrei avere l’eleganza del tracciare sospiri e astri,

tener in conto le parole e perderle in brevi sprazzi di sogno.

Con l’erba paziente suonare tra labbra,

la melodia che rimbalza sui tronchi,

sulle rocce curiose,

e tra gialli crochi, serpeggia in cerca di pace

ma non ti trova.

Non si posa la guerra degli spiriti scontenti,

che cercano una frontiera porosa

e densa di passioni,

per far divampare i sensi che non vogliono l’aurora.

segnali


La notte amplifica, si insinua nei sogni, li rende ripetitivi e semina piccole note d’insofferente angoscia. Manca sempre qualcosa, c’è un’impossibilità di fare un numero di telefono. È la mancanza di qualcuno o qualcosa. Fa caldo, troppo. Il corpo reagisce, ma è confuso e confonde. Piano risale la coscienza, la mente tasta, maneggia con dita di pensiero le logiche, le poche conoscenze e trova/prova piccole rasserenanti strategie. Il mattino manda i primi chiarori, c’è ancora tempo per il sonno. È necessario un equilibrio che manca e si trova chissà dove, è il benessere. Parola che include mente e corpo, energia e volontà d’usarla. C’è ancora tempo per un po’ di sonno, per una posizione senza fastidi, per il contatto con le proprie mani. Il proprio calore per trasmettere equilibrio, sciogliere nodi. Il sonno leggero consuma il tempo, ricuce qualche strappo angoscioso, conduce ai gesti consueti dell’alzarsi. Poi il corpo, il pensiero percettivo di sé sfumano nei gesti, nel muoversi. Ritrovano le cose, le grandi assenti della notte e del sonno. Chissà quali erano i segnali e come dovevano essere letti? Medicalizzare o mutare la vita, togliere rabbie sottaciute, incapacità e accidia. Rendere allegro e proprio il giorno perché la notte sia ciò che deve essere. E togliere il superfluo, il negativo, il fastidioso per una pace che dilaghi nel vivere, diventi sostanza del vivere.

altra epoca ma sempre 25 aprile

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto ma poteva ancora avvenire, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono, di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna il sabato o a fine mese, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E ancora per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e solo la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente e quei sovversivi erano un amico, un vicino che mai sarebbero stati traditi. La fonte di domande, il tono mellifluo, lo schifo e la repulsione che provava per chi le faceva, generava il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era ancora difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

oscuro andante con brio

Diventano oscuri i tratti di strada tra case, s’accende una luce di lampione che poco illumina, è un cono sul selciato e le rare presenze quasi la evitano, così diventano ombre e riflessi che rompono per un attimo la compattezza del buio e poi sembrano non aver contato, se non per l’inquietudine del non vedere più nulla. S’aguzzano gli occhi, cercano e poi si distraggono nei pensieri. Così le parole che nascono, sollecitate dal silenzio tuo che sembra baluginare nel buio, prendono forma, divengono discorsi, si soffermano attendendo risposte e poi tacciono inseguendo altro. Ricordi, malintesi, omissioni o gesti lasciati a mezzo? Riprendono le parole silenti dei pensieri, dicendo tutto, ma proprio tutto, s’arrabbiano, scendono nell’assenza. Non capiscono. Oppure è il silenzio che le provoca, che impedisce di comprendere. Sono i bagliori di chi passa e viene quasi visto, quasi riconosciuto, colto in un riflesso di luce, che senza sapere dà traccia di sé. È stato così che un dialogo si è spento oppure è l’oscuro che per un attimo ha capito e ti è tenuto stretto il mistero. In realtà, forse, non c’era nulla da capire ed è stata la solita presunzione dell’intuire che ha messo insieme parole, segnali, gesti in un bisogno che non c’era. Ovvero era da una parte solamente mentre l’altra passava e non si curava di lasciare traccia.

precari equilibri

Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.

12 variazioni sul tema

Il cuore ha una sintassi che si muove e sempre qualcosa sposta.
Scrive con pennini grossi o sottili
ciò che sente.
Lo mette in fila con i gesti e sorride per come conduce la vita.
Sorride anche quando piange,
e se si dispera lascia sempre un battito che apre un pertugio,
o una finestra non chiusa in cui s’ insinua luce.

Una parola m’è venuta d’ un tempo che c’è stato: unisono,
ed era un battere che coincideva con te,
illuminando angoli sconosciuti
in cui l’anima rideva.

leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

buon anno

Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.

Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?

Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.

La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.

Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.

 

non è niente

Questo sentire che trascina in basso,
non è niente,
è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto,
ma non è niente.
E non vivi come un animale
perché la loro cura del restare assieme non conosci,
non è niente e anche se fa male,
è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze.
Davvero vorresti vivere nel silenzio,
nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi,
nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi?
Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca,
quello che mai farai,
i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere
un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata.
Non è niente, passa,
bevi, dormi, sogna e passa.
Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi,
lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro,
e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio,
per questo non è niente.
È un prezzo, ma si può pagare.
Non è niente se pensi cambi e possa mutare,
non è niente.

cum dederit

 

Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché tornare sia nostro
come l’andare.
E la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.