leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

buon anno

Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.

Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?

Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.

La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.

Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.

 

non è niente

Questo sentire che trascina in basso,
non è niente,
è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto,
ma non è niente.
E non vivi come un animale
perché la loro cura del restare assieme non conosci,
non è niente e anche se fa male,
è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze.
Davvero vorresti vivere nel silenzio,
nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi,
nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi?
Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca,
quello che mai farai,
i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere
un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata.
Non è niente, passa,
bevi, dormi, sogna e passa.
Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi,
lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro,
e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio,
per questo non è niente.
È un prezzo, ma si può pagare.
Non è niente se pensi cambi e possa mutare,
non è niente.

cum dederit

 

Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché tornare sia nostro
come l’andare.
E la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.

è andata bene

Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.

se

Se pensare alle cose accadute, alle decisioni prese e a quelle subite, servisse a ripassare la vita ed estrarne il meglio, allora quello che è stato accantonato e poi coperto di sabbia riemergerebbe. E servirebbe per parlarci di più, per guardarci negli occhi, anche in video chiamata. Se questo vederci servisse per verificare se il desiderio era tale oppure una foglia di fico, e se quanto ne è venuto dopo era reversibile oppure definitivo. E se fosse tutto questo rivedere che porta verso la domanda: era questa la vita che avrei voluto? Ma visto che la vita vissuta è comunque avvenuta adesso come la cambio?

Allora si capisce se quell’approssimarsi con fatica per capire davvero chi si era e che ha generato tutto questo costruire e disfare non è stato inutile. Perché è questa la genesi del nuovo che c’è dentro di noi, e davanti alla consapevolezza che si fa strada, persino la paura di essere davvero ciò che si è, scapperebbe a gambe levate.


due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

radici

Non potete dirmi che non sia stato educatamente curioso. Anche se per me erano storie erano molto più belle delle fiabe che mi raccontavate prima di dormire. E poi non avevano mai una fine, perché c’erano altre domande e Voi lo sapevate che sarebbero state tagliate dal sonno e dalla stanchezza delle corse e dei giochi. Cominciava a cena e chiedevo chi erano quei parenti strani che ogni tanto comparivano in casa nostra. Parenti che tu, Mamma, amavi poco, ma ne parlavi. Mi mettevate a letto, e ancora chiedevo. Chi c’era vicino rispondeva con la sua diversa modalità del porgere, in quella lingua che era così bella e dolce. Imparavo vocaboli nuovi, con significati spesso oscuri perché si riferivano ad azioni e cose che non c’erano più attorno e tantomeno in città. Così immaginavo, mettevo assieme con le illustrazioni dei libri di scuola, ancora così ingenue in quell’Italia che era mezza agricola e mezza industriale, mezza ricostruita e mezza ancora a pezzi. E così alle vostre storie aggiungevo altre storie, fatte di mestieri antichi, di luoghi che certamente si perdevano oltre le mura. Erano luoghi di cui raccontavate, spesso molto distanti oppure vicini, ma ben oltre l a mia esperienza, fatta di poche strade e di un grande parco e quindi potevano essere ovunque, su una stella o sulla luna che non sarebbe cambiata la distanza. Le storie di cui Vi chiedevo erano sui parenti, su chi era venuto prima, oppure sulle Vostre vite. Degli anni in cui eravate ragazze, dei lavori fatti, dei viaggi che erano stati emigrazioni, anche se non sapevo cosa fossero per davvero quelle città, quei laghi, quello spostarsi e andare stabilmente altrove. Ogni storia veniva ripetuta e non mi bastavano mai i particolari. Certo il quadro era chiaro, ma neppure le conclusioni erano così ferme da non essere oggetto di nuove precisazioni.

Andando a letto sentivo il fresco delle lenzuola d’estate e il freddo che s’annidava in casa d’inverno. Mi piaceva l’inverno e sapevo che i piedi, in fondo alle coperte, avrebbero trovato, dentro il suo sacchetto di lana una sorpresa calda. Era una borraccia d’alluminio piena dell’acqua che aveva una storia anch’essa. Aveva attraversato un deserto, seguito un viaggio immane fatto di pericoli che ora non c’erano più. Così serviva ad altro e la stufa in cucina, forniva l’acqua bollente che l piedi cercavano, felici di un calore che risaliva per tutto in corpo. Sopra e sotto il pigiamino di fustagno.

Dicevo ‘ancora’, alle Vostre storie, quando già il respiro s’allungava, gli occhi erano chiusi e i sogni irrompevano nella testa, riempiendola di strane fantasie che al mattino ancora non svanivano. I vostri racconti portavano a nonni che erano perduti nel secolo trascorso, raccontavano di inverni in cui non solo i canali, ma persino la laguna era ghiacciata. Parlavano di fatti accaduti nel silenzio delle notti e di fughe sotto i bombardamenti, di città straniere che parlavano in modo strano, di persone che si erano perdute e poi erano state ritrovate. Voi, le mie donne di casa eravate una fonte inesauribile di storia vissuta che non si trovava nei libri, che potevo confrontare con i racconti dei miei amici nelle pause di gioco. Che potevo persino vedere in quella chiesa enorme in cui giocavamo e che era stata distrutta dal bombardamento del ’44. Per le strade o in campagna, quando si facevano gite con tutta la famiglia allargata agli zii e ai cugini, vedevo i carretti con le ruote alte, i campi arati, gli animali nella stalla che confinava con la cucina. Ma questi erano particolari che stabilivano la distanza perché sia la Mamma che la Nonna non erano contadine e ci tenevano alla condizione di essere vissute in città. Come fosse un titolo nobiliare da esibire anche nella lingua che diventava più ricca e ancora più dolce. Ma la campagna si infilava tra le cose d’uso. Era nelle piazze che traboccavano di verdure, di polli e animali da cortile, di farine e legumi secchi, di cesti di vimini, di stoffe grezze, di formaggi, di uova a dozzine e di carni appese sotto le volte di quello che è ancora il più antico centro commerciale del mondo. La campagna, pur assente dalle storie come protagonista, entrava in esse per le distanze, per i possedimenti dissipati, per quelle ‘onoranze’ che arrivavano in autunno come parte di un qualche resto d’eredità ora coltivato da parenti. Erano mandorle, farina da polenta bianca, fichi, uva, fagioli e piselli secchi. Mia Mamma scuoteva il capo e mia Nonna faceva lo stesso perché entrambe pensavano che chi ci mandava quelle cose era più povero di noi e se le avesse tenute per sé non sarebbe stato male, anzi. La fatica era sua e allora i racconti di quel lavorare duro nei colli, con l’asino come aiuto si mescolavano con la diaspora che c’era stata ai primi del ‘900, consumata nel tentativo di cambiare il mestiere antico ereditato nel tenere la locanda, poi risolta nei ritorni precipitosi per la guerra. La prima, quella che aveva distrutto ciò che poteva e aveva lasciato segmenti di una linea che si perdeva indietro nel tempo. A me quella linea interessava e chiedevo. Ricordavo e chiedevo a mia Nonna, ma erano storie che si arrestavano alle soglie del sonno ed erano ricche di gentilezza. Come quelle di mia Madre, così diverse e non di rado allegre, che avevano altre radici. Più vicine, quasi tangibili nella corte di cugini e zii che si riunivano nei giorni di festa dagli altri Nonni. Due donne così diverse per storia, per carattere e per modo di vedere la vita erano vissute assieme per quasi trent’anni, con le giornate condite dai caffè lunghi e dalle parole diverse: più rade quelle della Nonna, più ricche di racconti del quotidiano e della vita, quelle di mia Mamma.

Scoprii, ero già ragazzo, che entrambe, suocera e nuora, compivano gli anni lo stesso giorno e che il diverso, immenso amore che mi portavano era da festeggiare assieme. Allora, non si facevano molti regali per i compleanni e mia Nonna era la custode di un mondo che comprendeva i suoi anni, ma sentire che era per Lei quella torta o quel piccolo dono, le faceva piacere. Mia Mamma amava le feste, lo stare assieme, sorrideva e fingeva di apprezzare gli orrendi profumi che regalavo, ma le piaceva il millefoglie e quello ai compleanni non mancava mai.

In quella terra rossa che innumerevoli generazioni avevano dissodato, depurata dai sassi, resa fertile e coltivata, stavano le radici antiche, ma ancor più esse erano nei racconti che hanno formato una unità forte tra noi. Il desiderio di andare e il luogo in cui tornare. Sono i racconti che a volte cerco ancora di rimettere assieme e che sono Voi, nell’amore immenso che mi avete donato. Qualcosa passerà in avanti e in quelle radici ci sarà del vostro raccontare, pur senza saperlo. Come dev’essere in ogni storia che continua e si fa nuova.

Buon compleanno Mamma. Buon compleanno Nonna.

neanche un grazie

Dev’essere qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, troppe cose sono date per scontate. Oppure è l’invidia che porta a scartare ciò che le dà fastidio. Forse è il giudizio, che ridimensiona e toglie dalla vista ciò che viene dato senza una pretesa particolare che non sia un gesto, un sorriso, un riconoscere. Come se tutto fosse dovuto, tutto insufficiente o peggio, non avesse valore e così venisse disperso nel consueto. Quante volte accade nei sentimenti che una attesa sia delusa. Non accade con i bimbi, sempre in grado di sorprenderti e anche se non capiscono ciò che gli viene dato, magari con sacrificio, nel loro bisogno immenso di amore e di protezione, la cura la restituiscono in gesti improvvisi di affetto e di tenerezza. Ma tra adulti dopo l’innamoramento, quando l’amore si trasforma, quando cominciano le piccole perdite di attenzione, il non vedere il valore di ciò che sembra abitudine e non lo è, allora già una piccola crepa si è aperta e ciò che era equilibrato non lo è più. 

E nel lavoro, l’attenzione in più, il gesto di responsabilità che supera ogni orario, ogni retribuzione quante volte viene preteso senza essere riconosciuto. Di quegli anni ho il ricordo pieno: le difficoltà del mercato, i debitori che non pagavano, il lavoro da trovare e le lotte intestine tra soci e poi nello stesso personale, a disfare ciò che con molta fatica era stato costruito. Discordie tra persone, errori inammissibili, piccoli interessi personali e la sensazione che un ambiente prima forte e sereno, si deteriorasse dal di dentro. Perduta l’idea di essere qualcosa di unico come sentimento comune, cosa restava? Lo stipendio a fine mese. E in un’impresa, come in amore, bisogna essere unici, non fungibili, perché questo è il valore aggiunto, l’unicità che si può mettere sul mercato assieme all’onore di fare le cose per bene.

E nella politica, dove è vietato essere ingenui, non avere un’attesa personale più alta del valore vero che si può dare, come ha funzionato? Allo stesso modo, perché serve essere parte forte di un’idea, perseguirla, ma anche avere i collegamenti, costruire le amicizie, le reti, mettere assieme il consenso. Non sono spesso le opere che determinano il successo, ma il racconto di esse, l’idea di una diversità perseguita come tratto proprio, come solitudine, non è apprezzata. Avere qualcuno a cui rispondere e a cui portare consenso, funziona molto meglio che impiegare tutta la propria attenzione e impegno per qualcosa che dev’essere fatto perché serve davvero. E raccontare la verità, naturalmente la propria e chi lo fa onestamente ne è ben conscio, non porta bene, anzi mette ai margini.

Anni di mazzate, silenti e sorridenti. Anni di confine, fino a dire mai più. Non si misurano così i fallimenti, ossia ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare? C’è un sistema infallibile per capire come funzionano le cose: le richieste  di favori. Funziona ovunque per misurare assieme importanza e indifferenza, e quando cominciano a rarefare le richieste, significa che già qualcosa si è definitivamente rotto. Se tutto è dovuto, allora ci si misura con se stessi e ci si chiede dove si è costantemente sbagliato. Gli errori non sono mancati, le mosse sbagliate, qualche eccessiva fiducia in sé, ma alla fine credo si possa accettare di aver vissuto come si credeva opportuno, giusto, ciò  che invece è più difficile da accettare, e questo è in qualsiasi attività o sentimento si abbia, è che non ci sia neppure un grazie. Per questo, per ciò che in misura differente capita alla gran parte di noi, bisognerebbe ricordare che una gentilezza, un gesto gratuito restituisce qualcosa a qualcuno che, magari non a noi, ma ha dato e ha bisogno di sentire che non è solo.