4 novembre

Pubblicato su willyco.blog 3 novembre 2015

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

una vita da mediano

Poi le cose si aggiustano. Prendono strade trascurate o impreviste e tutto si ricompone in nuove domande. Ma quella condizione di soddisfazione e di benessere, non diventa permanente; come se il vivere fosse davvero un cammino, ossia un succedersi di equilibri instabili che alla fine, complice l’attrito, permettono un procedere, una direzione. Un raggiungere per poi ripartire. 

E cos’è l’attrito se non una trasformazione di energia, un mutare che si compromette per poter raggiungere l’equilibrio. Così il benessere è un insieme di compromessi, di silenzi, di emozioni tacitate e la quiete di una vita silenziosa, facendo le cose necessarie, il buono e onesto lavoro.

Questo benessere non è confrontabile con quell’altro, quello profondo, e infatti si sente che manca sempre qualcosa. Ma trovare un accordo con la propria indole, il daimon che ci dice cosa serve per essere davvero noi stessi. Per crescere, procedere verso la direzione che non è caso, né fortuna, ma destinazione innata e in quella non c’è attrito, né compromesso, ma vita come poteva e doveva essere per completarsi. Tutt’uno è un’opera d’arte: noi.

il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

l’età dell’oro

Ogni epoca ha avuto un’età dell’oro, qualcosa che c’era prima e in cui tutto era più facile e poi sono nati i tempi di piombo. Alchimisti alla rovescia, è l’insicurezza che ci rende tali e così il presente diventa l’unica realtà tangibile a cui aggrapparsi. Adesso non ci sono più le ideologie che fornivano speranze collettive, e mancando il futuro, il presente erode I sentimenti, li sostituisce con i desideri componendo puzzle dove non importa molto ciò che si compone ma piuttosto che comunque un’immagine ci sia e ci ricomprenda.
Di noi, in quell’immagine c’è la sostanza calda che fa vivere, il piacere o il sentire l’emozione che interagisce con il mondo interiore. Ci basta quando siamo svegli, occupati, senza troppi conti da pagare. Questo fa attribuire al presente una dote salvifica, fa presagire che il buono venga alterando la realtà, eliminando il non sopportabile. Così il presente senza futuro, diviene il coacervo e concentrato d’ogni sentire. E poco importa se è un vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Anche nei rapporti con il nostro corpo, oltre le palestre, le tecniche che modellano la superficie, servirebbe ricordare che esso è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza, che condivide oltre, che ancora ci parlerà se ha futuro. La comunicazione è questo, anche questo. E le domande possono restare senza risposte ma annebbiano il sentire e si accumulano in antri oscuri che ospitiamo e attendono le nostre solitudini, le stanchezza, i momenti in cui non riusciamo a immaginare che cosa abbiamo fatto e faremo per azzannare. In fondo la domanda che ci si pone nei momenti di agitata quiete; è questa la vita che sognavo dovrebbe essere sostituita con è questo il presente che ho sognato?

Ma c’è ancora spazio per una risposta se sappiamo sognare, c’è ancora un futuro in cui il piombo si trasforma in oro.

un sogno in blu

Il blu non è così diffuso in natura. Oltre al problema che i nostri occhi sono limitati e vedono quello che vogliono, pare vi siano questioni concrete di legami ionici e di strutture cristalline, così che un animale, ma anche un minerale, fatica meno a diventare terra di Siena oppure cinabro, piuttosto che essere blu. Poi con fatica e metodo magari blu riesce a diventarlo, ma non nella pelliccia, nella corazza o nella pelle, e si accontenta come l’ornitorinco, di un naso e di una coda blu mentre il resto funziona per suo conto in cerca della facilità dell’esistente. Certo che tipi bizzarri che pervicacemente scelgono il blu, ce ne sono, ma puntano anch’essi sul verde blu o sull’azzurro carico, come le balene oppure mescolano i colori dedicandosi al pastello che mettono in tavolozza sul corpo, pesci e scimmie compresi. Il blu è difficile in ciò che vive e si nasconde sornione tra colori più frequenti come il verde acceso o il marrone, mentre è più frequente nei minerali, complice il rame. Ben pestato in mortaio, il lapislazzuli ha dato consistenza a molti manti di santi nei dipinti, rivaleggiando con il rosso. Il problema del blu è che si associa al veleno, viagra a parte, e che ci sono ben pochi cibi blu. Le trote e qualche patata che insospettisce prima di saziare, i mirtilli, il formaggio blu danese e il cavolo, ma anche un astice ogni 2 milioni, nasce blu. Difficile contestare l’eleganza al colore che implica l’assorbimento del non facile spettro per lasciare la sua presenza, però stanotte imperversava nei miei sogni. E cosa voleva raccontarmi quel blu che faceva capolino tra una storia e la successiva. Forse la sua rarità che attrae, o forse l’anello di mio padre che da troppo tempo non porto, oppure la cautela con cui maneggiare le cose che hanno a che fare con la mia vita, attraenti ma al tempo stesso pericolose come le passioni andate a male.. Le passioni sono rosse, acceso o spento sia il colore, prendono dal sangue che fanno correre la loro tinta, diventano blu quando si raffreddano, quando non sono così mobili come dovrebbero e sono state raggiunte dalle muffe delle finzioni o falsità che contenevano. Allora il blu diventa un segnale su cosa contiene, o meglio può contenere il futuro, e quanto il discernerlo dipenda dai nostri occhi interiori. Quelli del sogno, ad esempio, che sempre vedono il futuro nel passato e che, come l’indole, hanno l’eleganza del muovere il corpo se l’animo è in sintonia. Quindi quel blu era un segno che chiedeva qualcosa che all’alba sarebbe diventato altro. Leggere i segni significa leggere se stessi, il proprio profondo e sbagliare, tracciarli e dar loro un significato che si capisce proprio attraverso l’errore così nel blu ho visto il suo complementare, l’arancione. Era l’alba, l’inizio, cominciava qualcosa e il cielo era di un blu intenso che sembrava contenere l’universo e le sue storie ancora da scrivere.

altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

una giornata di molti anni fa

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. C’era anche una ragazza con loro. Guardò i mobili, pensava al futuro, disse ch’era contenta. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Avevano portato anche delle uova e un pollo. Mia Madre li ringraziò, sapeva il valore del dono e della gentilezza.

Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne, disse mio Padre, forti lo stesso: come il legno massello. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Poi mio Padre andò a prendere la nuova camera, che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era contenta e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

ci sono cose che non finisco

Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.

Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.

sintonie

Certe mie piccole consuetudini ti danno un fastidio sorridente,
le osservi e correggi,
mi mostri la logica sminuzzata dall’abitudine che contengono.
Ma questa è la mia cultura povera delle cose,
un’identità precaria fatta di segni,
come lo scrivere diritto che non taglia le t
e sovrappone le curve delle a e delle e.
Ciò che fa capolino è l’innocua insofferenza,
nata nel relativo che tace
e sovrappone le vite.

Come nelle vecchie radio la sintonia è pazienza
e nulla coincide mai davvero,
se non per brevi attimi d’infinito,
così disturba poco l’essere circoscritti,
o invasi negli spazi dove il giudizio non è sentimento,
resta l’amore quieto dell’abitudine,
quello solido che risuona e rende forte il tempo assieme.

i tuoi occhi

il colore dei miei occhi era nei tuoi,

così si imbiondivano di giugno,

rosseggiavano nei tramonti,

avevano persino il rosa delle albe dopo il canto dell’allodola.

Il nero lo riservavano alla notte

e piccole luci s’accendevano ai lati delle pupille mai stanche di te.

Attendevano che ci fosse il rosso dei papaveri

e mostrare il tuo verde che fioriva.

Sentivano la vibrazione del desiderio nel blu che oscurava la luna

e, specchio dell’anima che vorrebbe ma non dice,

sceglievano il nocciola come colore che cela dietro ogni apparente durezza,

il dolce e l’agro dell’amore. 

(158) Hélène Grimaud: Bach – Chaconne from Partita No. 2 in D minor, BWV 1004 (arr. Ferruccio Busoni) – YouTube