leçons de ténèbres

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La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ una lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. Soprattutto è facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.

Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di contemperare la condizione dell’agnostico e la fede del credente nel desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che se il messaggio viene raccolto, se modifica le vite, allora immette una visione etica di ciò che accade e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.

Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi ed è una decisione personale, se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.

La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.

Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’ esplodere nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.

Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in tutto questo simbolismo è semplice, anche senza credere in un soprannaturale; e anche cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per riemergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e del navigare nella propria insicurezza, è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.

L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Le scelte che cambiano. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Nell’umanesimo ci si poggia sull’uomo e non si accetta il male come condizione: la condizione umana può e deve mutare. a partire da se stessi. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.

mi piace, cosa?

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Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

tre modi di scrivere, almeno

Scrivere facendo il resoconto fedele di ciò che accade ed è accaduto,.

Scrivere interpretando la realtà, costruendone una nuova che è conseguenza e comprensione di ciò che avviene.

Scrivere come si fosse altro da sé perché la vita si è disgiunta in noi con frequenza e ha generato un piano parallelo del reale.

Di tutto questo scrivere, che spesso ho usato in tutti tre i modi, avverto il fascino e l’inutilità, appena superabile se non viene scelto il luogo opportuno dove esso si possa esplicare.

Un tempo, per la frammentarietà del mio scrivere, a volte gonfio di parole, oppure fatto con pennellate rapide che descrivevano un sentire, pensavo potesse essere un blog, il luogo adatto.  Era il succedaneo pubblico di un’ abitudine antica fatta di foglietti, notes, quaderni, diari. Non lo penso più, anche se continuo a scrivere in questo luogo pur riscontrandone la progressiva disattenzione.

I miei libri, pochissimi e in tirature limitatissime erano un altro modo per scrivere. La carta offre una materialità che consente di ritornare su se stessi e sui mondi che si contengono, vedendone l’evoluzione. Cosa che l’immateriale rende difficile nella sua ridondanza. Scrivere in questo modo costa in termini di attesa delusa, anche se offrire ciò che si pensa agli amici è pur sempre un dono. Costa perché difficilmente questo scrivere entra in un circuito del dibattere, del comunicare: sono bottiglie con messaggi che vengono lasciati al caso.

Infine resta il tornare alla scrittura su carta, mai peraltro abbandonata e pensare che essa, è il dialogo con noi. Lo specchio che non ci mostra sempre come siamo ma che ci porta nel nostro profondo. Ha un difetto, che in essa il limite di sé s’ avverte più forte e manca la speranza di un comunicare intimo, cioè il vero senso dello scrivere che è insieme introspezione, fantasia, fiducia, attesa. E riconoscimento di sé nell’altro quando questo risponde. In fondo anche questo è il senso delle lettere: scrivere per sapere, perché ci preme conoscere cosa accade in un’altra anima. 

pensieri oziosi di un insonne

Stamattina, ma era ancora notte, il sogno era troppo impegnativo. Ne sono uscito e mi sono alzato. Le case sono piene di luci piccole che tracciano i possibili cammini fino all’acqua o al dubbio di un pensiero scacciato prima di dormire. Una finestra era molto illuminata dall’esterno, scostata la tenda è apparsa la fonte: una lampada sopra la porta della terrazza di una casa vicina. Le case attorno ne erano illuminate con una ricchezza di particolari che di giorno non si nota. Le ombre giocavano con le piante e con il vento, le foglie rimaste e i rami tracciavano sui muri e sulle imposte. L’intorno ne veniva ingentilito con un’ inquietudine leggera, come se il mondo delle cose si muovesse per suo conto e senza gli uomini avesse vita propria. Un mescolarsi d’ombre e colori privi di lucentezza toccava ora l’una, ora l’altra casa, finestra, terrazza, albero, siepe. Si vedevano le cose della vita domestica abbandonate: una scopa, uno stendino vuoto, una tenda estiva dimenticata, degli scatoloni di cartone messi in un angolo. Tutto si trasfigurava da oggetti con una funzione a cose e diventavano parte di un insieme di esistenze con le loro scelte e dimenticanze. Altre luci dialogavano con quella più forte che faceva da proiettore. Sembravano avere vita propria luci gialle o rosse di interruttori, luci più distanti che non si vedevano e illuminavano dal basso la bruma della notte, luci che filtravano da imposte malchiuse, tracce e insiemi da cui veniva un chiarore diffuso che si spandeva e non arrivava ai tetti.

Ognuna di queste case conteneva storie, stanze dedicate al sonno, sogni che si dipanavano e narravano storie che avevano a che fare con il giorno non con la notte. Il mio sogno era una di queste storie e ora sembrava così semplice e poco enigmatico nel suo rappresentare timori e desideri che ne comprendevo il senso di un discorso interrotto con me stesso fatto di cose e possibilità lasciate in disparte. Il tempo per i sogni non esiste, hanno una vita che esigerebbe la riapertura della nostra e un nuovo svolgersi, non un passato ma solo un futuro.

Con uno sguardo ho ricompreso il cielo e le luci della notte e riaccostata la tenda il mondo si è fatto piccolo, caldo, domestico, con le sue piccole luci che ora ricevevano forza dall’oscurità. Un guscio in cui si svolgeva non poca parte della mia vita e ciò che è esterno si fermava chiedendo di essere compreso, meditato. non solo l’io, ma i tanti che da notizia diventavano sentimento. Tornare a letto e riprendere il filo della notte. Dialogare con me chiedendo lumi sul sentiero da percorrere e ringraziare per le cose che vedo e sento. Ringraziare per i particolari che discutono sulla grandezza dei miei problemi e ne danno una dimensione. Così riprendere il sonno.

4 novembre

Pubblicato su willyco.blog 3 novembre 2015

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

una vita da mediano

Poi le cose si aggiustano. Prendono strade trascurate o impreviste e tutto si ricompone in nuove domande. Ma quella condizione di soddisfazione e di benessere, non diventa permanente; come se il vivere fosse davvero un cammino, ossia un succedersi di equilibri instabili che alla fine, complice l’attrito, permettono un procedere, una direzione. Un raggiungere per poi ripartire. 

E cos’è l’attrito se non una trasformazione di energia, un mutare che si compromette per poter raggiungere l’equilibrio. Così il benessere è un insieme di compromessi, di silenzi, di emozioni tacitate e la quiete di una vita silenziosa, facendo le cose necessarie, il buono e onesto lavoro.

Questo benessere non è confrontabile con quell’altro, quello profondo, e infatti si sente che manca sempre qualcosa. Ma trovare un accordo con la propria indole, il daimon che ci dice cosa serve per essere davvero noi stessi. Per crescere, procedere verso la direzione che non è caso, né fortuna, ma destinazione innata e in quella non c’è attrito, né compromesso, ma vita come poteva e doveva essere per completarsi. Tutt’uno è un’opera d’arte: noi.

il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

l’età dell’oro

Ogni epoca ha avuto un’età dell’oro, qualcosa che c’era prima e in cui tutto era più facile e poi sono nati i tempi di piombo. Alchimisti alla rovescia, è l’insicurezza che ci rende tali e così il presente diventa l’unica realtà tangibile a cui aggrapparsi. Adesso non ci sono più le ideologie che fornivano speranze collettive, e mancando il futuro, il presente erode I sentimenti, li sostituisce con i desideri componendo puzzle dove non importa molto ciò che si compone ma piuttosto che comunque un’immagine ci sia e ci ricomprenda.
Di noi, in quell’immagine c’è la sostanza calda che fa vivere, il piacere o il sentire l’emozione che interagisce con il mondo interiore. Ci basta quando siamo svegli, occupati, senza troppi conti da pagare. Questo fa attribuire al presente una dote salvifica, fa presagire che il buono venga alterando la realtà, eliminando il non sopportabile. Così il presente senza futuro, diviene il coacervo e concentrato d’ogni sentire. E poco importa se è un vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Anche nei rapporti con il nostro corpo, oltre le palestre, le tecniche che modellano la superficie, servirebbe ricordare che esso è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza, che condivide oltre, che ancora ci parlerà se ha futuro. La comunicazione è questo, anche questo. E le domande possono restare senza risposte ma annebbiano il sentire e si accumulano in antri oscuri che ospitiamo e attendono le nostre solitudini, le stanchezza, i momenti in cui non riusciamo a immaginare che cosa abbiamo fatto e faremo per azzannare. In fondo la domanda che ci si pone nei momenti di agitata quiete; è questa la vita che sognavo dovrebbe essere sostituita con è questo il presente che ho sognato?

Ma c’è ancora spazio per una risposta se sappiamo sognare, c’è ancora un futuro in cui il piombo si trasforma in oro.

un sogno in blu

Il blu non è così diffuso in natura. Oltre al problema che i nostri occhi sono limitati e vedono quello che vogliono, pare vi siano questioni concrete di legami ionici e di strutture cristalline, così che un animale, ma anche un minerale, fatica meno a diventare terra di Siena oppure cinabro, piuttosto che essere blu. Poi con fatica e metodo magari blu riesce a diventarlo, ma non nella pelliccia, nella corazza o nella pelle, e si accontenta come l’ornitorinco, di un naso e di una coda blu mentre il resto funziona per suo conto in cerca della facilità dell’esistente. Certo che tipi bizzarri che pervicacemente scelgono il blu, ce ne sono, ma puntano anch’essi sul verde blu o sull’azzurro carico, come le balene oppure mescolano i colori dedicandosi al pastello che mettono in tavolozza sul corpo, pesci e scimmie compresi. Il blu è difficile in ciò che vive e si nasconde sornione tra colori più frequenti come il verde acceso o il marrone, mentre è più frequente nei minerali, complice il rame. Ben pestato in mortaio, il lapislazzuli ha dato consistenza a molti manti di santi nei dipinti, rivaleggiando con il rosso. Il problema del blu è che si associa al veleno, viagra a parte, e che ci sono ben pochi cibi blu. Le trote e qualche patata che insospettisce prima di saziare, i mirtilli, il formaggio blu danese e il cavolo, ma anche un astice ogni 2 milioni, nasce blu. Difficile contestare l’eleganza al colore che implica l’assorbimento del non facile spettro per lasciare la sua presenza, però stanotte imperversava nei miei sogni. E cosa voleva raccontarmi quel blu che faceva capolino tra una storia e la successiva. Forse la sua rarità che attrae, o forse l’anello di mio padre che da troppo tempo non porto, oppure la cautela con cui maneggiare le cose che hanno a che fare con la mia vita, attraenti ma al tempo stesso pericolose come le passioni andate a male.. Le passioni sono rosse, acceso o spento sia il colore, prendono dal sangue che fanno correre la loro tinta, diventano blu quando si raffreddano, quando non sono così mobili come dovrebbero e sono state raggiunte dalle muffe delle finzioni o falsità che contenevano. Allora il blu diventa un segnale su cosa contiene, o meglio può contenere il futuro, e quanto il discernerlo dipenda dai nostri occhi interiori. Quelli del sogno, ad esempio, che sempre vedono il futuro nel passato e che, come l’indole, hanno l’eleganza del muovere il corpo se l’animo è in sintonia. Quindi quel blu era un segno che chiedeva qualcosa che all’alba sarebbe diventato altro. Leggere i segni significa leggere se stessi, il proprio profondo e sbagliare, tracciarli e dar loro un significato che si capisce proprio attraverso l’errore così nel blu ho visto il suo complementare, l’arancione. Era l’alba, l’inizio, cominciava qualcosa e il cielo era di un blu intenso che sembrava contenere l’universo e le sue storie ancora da scrivere.