una giornata di molti anni fa

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. C’era anche una ragazza con loro. Guardò i mobili, pensava al futuro, disse ch’era contenta. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Avevano portato anche delle uova e un pollo. Mia Madre li ringraziò, sapeva il valore del dono e della gentilezza.

Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne, disse mio Padre, forti lo stesso: come il legno massello. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Poi mio Padre andò a prendere la nuova camera, che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era contenta e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

ci sono cose che non finisco

Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.

Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.

sintonie

Certe mie piccole consuetudini ti danno un fastidio sorridente,
le osservi e correggi,
mi mostri la logica sminuzzata dall’abitudine che contengono.
Ma questa è la mia cultura povera delle cose,
un’identità precaria fatta di segni,
come lo scrivere diritto che non taglia le t
e sovrappone le curve delle a e delle e.
Ciò che fa capolino è l’innocua insofferenza,
nata nel relativo che tace
e sovrappone le vite.

Come nelle vecchie radio la sintonia è pazienza
e nulla coincide mai davvero,
se non per brevi attimi d’infinito,
così disturba poco l’essere circoscritti,
o invasi negli spazi dove il giudizio non è sentimento,
resta l’amore quieto dell’abitudine,
quello solido che risuona e rende forte il tempo assieme.

i tuoi occhi

il colore dei miei occhi era nei tuoi,

così si imbiondivano di giugno,

rosseggiavano nei tramonti,

avevano persino il rosa delle albe dopo il canto dell’allodola.

Il nero lo riservavano alla notte

e piccole luci s’accendevano ai lati delle pupille mai stanche di te.

Attendevano che ci fosse il rosso dei papaveri

e mostrare il tuo verde che fioriva.

Sentivano la vibrazione del desiderio nel blu che oscurava la luna

e, specchio dell’anima che vorrebbe ma non dice,

sceglievano il nocciola come colore che cela dietro ogni apparente durezza,

il dolce e l’agro dell’amore. 

(158) Hélène Grimaud: Bach – Chaconne from Partita No. 2 in D minor, BWV 1004 (arr. Ferruccio Busoni) – YouTube

ero prima, ora incespico in te

Ero prima, ora incespico in te

nella bellezza selvatica della notte,

nello scuro, tra alberi congiunti di stelle,

dipingo, segni d’amore.

Vorrei avere l’eleganza del tracciare sospiri e astri,

tener in conto le parole e perderle in brevi sprazzi di sogno.

Con l’erba paziente suonare tra labbra,

la melodia che rimbalza sui tronchi,

sulle rocce curiose,

e tra gialli crochi, serpeggia in cerca di pace

ma non ti trova.

Non si posa la guerra degli spiriti scontenti,

che cercano una frontiera porosa

e densa di passioni,

per far divampare i sensi che non vogliono l’aurora.

segnali


La notte amplifica, si insinua nei sogni, li rende ripetitivi e semina piccole note d’insofferente angoscia. Manca sempre qualcosa, c’è un’impossibilità di fare un numero di telefono. È la mancanza di qualcuno o qualcosa. Fa caldo, troppo. Il corpo reagisce, ma è confuso e confonde. Piano risale la coscienza, la mente tasta, maneggia con dita di pensiero le logiche, le poche conoscenze e trova/prova piccole rasserenanti strategie. Il mattino manda i primi chiarori, c’è ancora tempo per il sonno. È necessario un equilibrio che manca e si trova chissà dove, è il benessere. Parola che include mente e corpo, energia e volontà d’usarla. C’è ancora tempo per un po’ di sonno, per una posizione senza fastidi, per il contatto con le proprie mani. Il proprio calore per trasmettere equilibrio, sciogliere nodi. Il sonno leggero consuma il tempo, ricuce qualche strappo angoscioso, conduce ai gesti consueti dell’alzarsi. Poi il corpo, il pensiero percettivo di sé sfumano nei gesti, nel muoversi. Ritrovano le cose, le grandi assenti della notte e del sonno. Chissà quali erano i segnali e come dovevano essere letti? Medicalizzare o mutare la vita, togliere rabbie sottaciute, incapacità e accidia. Rendere allegro e proprio il giorno perché la notte sia ciò che deve essere. E togliere il superfluo, il negativo, il fastidioso per una pace che dilaghi nel vivere, diventi sostanza del vivere.

altra epoca ma sempre 25 aprile

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto ma poteva ancora avvenire, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono, di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna il sabato o a fine mese, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E ancora per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e solo la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente e quei sovversivi erano un amico, un vicino che mai sarebbero stati traditi. La fonte di domande, il tono mellifluo, lo schifo e la repulsione che provava per chi le faceva, generava il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era ancora difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

oscuro andante con brio

Diventano oscuri i tratti di strada tra case, s’accende una luce di lampione che poco illumina, è un cono sul selciato e le rare presenze quasi la evitano, così diventano ombre e riflessi che rompono per un attimo la compattezza del buio e poi sembrano non aver contato, se non per l’inquietudine del non vedere più nulla. S’aguzzano gli occhi, cercano e poi si distraggono nei pensieri. Così le parole che nascono, sollecitate dal silenzio tuo che sembra baluginare nel buio, prendono forma, divengono discorsi, si soffermano attendendo risposte e poi tacciono inseguendo altro. Ricordi, malintesi, omissioni o gesti lasciati a mezzo? Riprendono le parole silenti dei pensieri, dicendo tutto, ma proprio tutto, s’arrabbiano, scendono nell’assenza. Non capiscono. Oppure è il silenzio che le provoca, che impedisce di comprendere. Sono i bagliori di chi passa e viene quasi visto, quasi riconosciuto, colto in un riflesso di luce, che senza sapere dà traccia di sé. È stato così che un dialogo si è spento oppure è l’oscuro che per un attimo ha capito e ti è tenuto stretto il mistero. In realtà, forse, non c’era nulla da capire ed è stata la solita presunzione dell’intuire che ha messo insieme parole, segnali, gesti in un bisogno che non c’era. Ovvero era da una parte solamente mentre l’altra passava e non si curava di lasciare traccia.

precari equilibri

Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.

12 variazioni sul tema

Il cuore ha una sintassi che si muove e sempre qualcosa sposta.
Scrive con pennini grossi o sottili
ciò che sente.
Lo mette in fila con i gesti e sorride per come conduce la vita.
Sorride anche quando piange,
e se si dispera lascia sempre un battito che apre un pertugio,
o una finestra non chiusa in cui s’ insinua luce.

Una parola m’è venuta d’ un tempo che c’è stato: unisono,
ed era un battere che coincideva con te,
illuminando angoli sconosciuti
in cui l’anima rideva.