quasi l’alba

Dalla finestra aperta è arrivato l’alito leggero dell’oscurità profonda, ora accarezza la pelle, mentre i rumori si sciolgono nell’ultimo scoppio di voci, nella risata che si sospende e guarda attorno indecisa sino a spegnersi. Nel  vicolo, sussurri e scalpicciare di passi che s’allontanano verso l’alba.

Silenzio ora, in casa, sotto e vicino.  Appena lontano, la penultima auto passa, passanti e senza dimora, pur rarefatti, manifestano la presenza nel corso, ma tutto avviene con lunghi intervalli di gonfio silenzio e il tempo sembra davvero infinito.

Nelle notti d’attesa, basta decidere che dormire non è poi così necessario, che il corpo ha i suoi tempi e sa tutto. Basta decidere che altre realtà sono presenti oltre la nostra, fatta d’abitudini e paure di stanchezza. Basta decidere e tranquillizzarsi che il tempo c’investirà e noi siamo roccia che si bagna oppure, trascinato sasso che s’arrotonda. Basta decidere e accarezzare i sogni nel dormiveglia, fino a mattina.

notte romana

Fuori si sentono le voci notturne, qualcuno litiga, un bimbo piange molto spesso, un cane abbaia al caldo con la stanchezza paziente degli animali. Dalla strada giungono accordi di chitarra, immagino seduto sul balcone, il ragazzo del piano terra, quello che ha le imposte sempre chiuse, ma stanotte prova una chitarra e parlotta con una ragazza. Rumori e voci. Ogni tanto passa un aereo che decolla da Ciampino, sirene e voci dai balconi, all’interno le case aprono piazze d’aria immobile. Poco distante, si vede il condominio, dove abita la famiglia Cucchi. Penso che quel ragazzo quando era a casa sentiva gli stessi suoni, soffriva lo stesso caldo,  dovremmo essere più vicini agli altri che condividono con noi l’aria, le strade, il bar dove la mattina si scambiano parole e si beve un caffè. Se non fosse stato per la sorella di quella persona, uccisa da una furia cieca, non si sarebbe visto l’uomo ma i suoi problemi. Sarebbe stato etichettato e subito scomparso nei gorghi dell’indifferenza. Eppure era una persona che passava per queste strade, portava e mostrava la fatica di vivere. Non vediamo umana l’eccezione e questo ci perde tutti.

Volevo parlarti delle sensazioni, che provo in questi giorni romani. Sono luoghi che mi pare un po’ di conoscere, ma io sono un foresto, uno straniero, come si dice dalle mie parti. La mia cantilena mi tradisce anche quando parlo in italiano.

Stasera sono andato a vedere l’inaugurazione di un archivio dei movimenti a Roma, di fatto l’autonomia romana. Guardavo i manifesti, la radicalità di molte parole e le persone attorno, molti avevano la mia età ma c’erano anche molti giovani. Chissà come vedono ora la situazione. Noi eravamo un obiettivo di autonomia, ricordi? Le telefonate in piena notte per sapere se eri a casa, le minacce dirette, le parole inutili e cattive di quella ragazza che poi ho scoperto che s’era innamorata di me e io non me m’ero accorto. È stato un attraversare gli anni della giovinezza, per fortuna senza odio. Non l’ho mai provato. Stupore quello sì e pure spesso perché non capivo.

Stasera mi incuriosivano le storie parallele dei miei coetanei. Chissà che avevano fatto nella vita. Non erano male in arnese, curati, vestiti sempre un po’ fuori fase ma non sembrava avessero problemi. Abbracci, ricordi tra loro, il vino nei bicchieri di plastica e qualcuno che tagliava il pane e il salame. Il posto non è male e credo sia importante che resti memoria di quanto è accaduto. Anche per noi che eravamo considerati dall’altra parte. Chi parlerà di noi, delle fatiche e della mediocrità nel non aver saputo realizzare i sogni? Credo ormai nessuno perché il tempo vira verso un nuovo che non ci comprende, come non comprende i devianti, i controcorrente, i tanti che non hanno tutela. Però il noi l’avevamo in comune forse ora l’abbiamo perso entrambi.
Penso poco in questi giorni di calore furioso. Aspetto la notte, come fanno tutti, stasera il tramonto alitava calore e il cielo era grigio azzurro, con qualche venatura di rosa. Un cielo da polvere senza vento. Siamo in una cupola di calore e il sudore sale al cielo, un sudore triste, senza riposo. Manca quel venticello che spostando l’aria sembra scollare gli abiti dalla pelle e scartoccia i pensieri dai circoli viziosi.
Credo che molti non capiscano la correlazione tra questa calura che fiacca pensieri e corpo con quanto sta avvenendo al pianeta in conseguenza dell’attività  umana. Questo non essere coinvolti e l’indifferenza, pervadono la convinzione che tutto ciò non ci riguardi. Si attende che passi e intanto si cerca una difesa per il disagio. Questo è un altro effetto del noi che si dissolve in un non-io senza altri appigli che l’ attendere.
Bevo molta acqua ma non serve, vorrei gli anni forti di sole e di scelte, ora c’è solo calura e ci si preoccupa sui giornali per il vino che verrà. Dovrei chiederti se era questo il mondo che abbiamo sognato ma sarebbe troppo facile. Tu, io, cosa sognamo in questa notte in cui una nave con dei profughi entra in un porto e il.problema non sono gli uomini ma il nome che gli hanno appiccicato?

non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

venne il profumo del latte, ovvero l’importanza di essere amati

Per primo venne l’odore del legno stagionato e della lacca, si mischiò con quello ferroso del sangue, poi ci fu  il profumo  dolce del latte e della pelle calda. C’era del vapore nell’aria,  l’acqua calda per pulire, il profumo dei lini puliti in cui avvolgere. Fuori era già estate, come si usa da queste parti in giugno, con la notte che alita il calore degli intonaci e delle pietre arroventate. Poco distante, il canale, che ora non c’è più, l’eco dei gridi degli uccelli notturni che rimbalzavano tra gli edifici alti delle torri e dell’università. Mancava poco all’alba e l’allodola svegliava le compagne, così il parlottare diventava canto fuori degli scuri accostati. Mia mamma era stremata, nella sua camicia di bianco lino bagnato dagli sforzi della nascita. Io avevo pianto un poco e poi m’ero quietato su di lei, mio fratello si svegliò nel lettino azzurro e tiratosi su, assonnato chiese chi ero. Mio padre lo tranquillizzò e dopo poco riprese a dormire. Ci fu un po’ di traffico nella stanza, ma erano ormai le quattro e tutti i visitatori volevano riprendere il poco sonno che restava. In cucina c’era un vassoio con il marsala in piccoli bicchieri dal vetro luccicante e i biscotti secchi. Molti fecero gli auguri e la bottiglia finì presto, ci fu una silente confusione per le scale in pietra di Nanto, consunte dai molti piedi. Mio padre aveva passato il bianco della calce nei giorni precedenti, così anche l’odore fresco e acuto della calcina si mescolò a quello del legno. Fuori ormai albeggiava, il fresco della notte entrava con il primo chiarore e lentamente tutti andarono. Restammo mia Mamma, il Papà e mio fratello che dormiva. Credo si guardassero, dopo avermi già amato, e che la speranza fosse padrona dei pensieri. Sarebbe andata meglio che a loro e se ci fosse stata fatica e modo di trovare strade ancora sconosciute, era la vita e la sua possibile felicità che sempre avrebbero contato. Non li ho mai ringraziati abbastanza, loro, assieme a chi mi ha amato, ma non ho mai finito di farlo e ciascuno è nel mio cuore grato.

tempo e maritozzi

C’è un tempo in cui s’impara tutto, una tempesta  di saperi viene dentri e s’accoglie alla rinfusa. A sera sembra che la giornata sia stata piena ma già manca il domani che sarà meglio e che si pregusta assieme alla stanchezza. L’ordine delle cose è quello delle tasche ricolme di oggetti che hanno valori immensi se si perdono, solo per poco però, poi si dimenticano e continuano la loro vita. Della vita degli oggetti spesso mi sono chiesto: dove vanno, con chi sono, se davvero da qualche parte ci attendono. Magari sono  in un luogo che è quello che ricordiamo, oppure  non è quello eppure  non importa perché tanto ci sono e vivono.   

Altre volte gli oggetti e ciò che s’impara viene prestato o rubato e ci dispiace tantissimo perché sappiamo che non tornerà più e non sapremo mai se chi lo avrà lo riconoscerà col suo passato, se le cose saranno  tenute da conto o buttate. Tutte le mie collezioni di ragazzo hanno fatto questa fine e ancora mi chiedo se proprio tutto è finito in discarica oppure se qualcosa vive altrove, in un altro contesto, con la stessa attenzione felice.

Accade anche a ciò che si impara e poi si trasmette, e in particolare alle parole, che sono davvero nostre  quando stratificano  significati, e sono freschissime quando sono apprese e attendono di sfolgorare per amore, prima d’essere affidate. Chissà in altri pensieri che fine faranno, che luce avranno, e in fondo non importa perché la loro meraviglia è che generano sempre qualcosa di nuovo. Per questo mi piacciono i testi che evolvono, che sono imperfetti, che si aggiungono e trovano nuove sensibilità e vite. Insomma ciò che nasce quando si chiude un libro. E mi piace da sempre perché anche da ragazzo avevo le guance rosse per l’emozione e non volevo finisse. C’è poi un’ eroticità forte nella parola, preannuncia, sente, racconta, desidera, non si ripete mai eguale. E così accade, è accaduto anche tra chi conta con sistemi numerici differenti, e preferisce la nettezza del binario, al massimo gli ordinali, mentre ad altri, a me piacciono le frazioni che generano numeri sorprendenti perché dopo uno ce ne sarà un altro e poi un altro ancora, magari più grande del precedente e poi chissà.

Era così, imparando e applicando che avevamo iniziato a credere di capirci oppure era già tutto chiaro? Sembrava tutto così netto anche se non è mai così, però consolano le cose chiare anche se hanno sempre qualcosa che tengono dietro la schiena e non vogliono mostrare. Non mostrano fino in fondo, ci sfidano a indovinare ma sono chiare e i colori chiari rasserenano.

Ad esempio la panna del maritozzo di stamattina rasserenava, cercava di nascondersi dietro una moderata dolcezza, mentre svillaneggiava la paziente cedevolezza del maritozzo, faceva la prima donna, ma cos’è una prima donna senza un contesto che le sorrida? Ecco questo faceva il maritozzo, le sorrideva accogliendola, si faceva piccolo e bruno per esaltare la sua bianchezzaa e la consistenza del suo sorriso di densa beatitudine, ma senza di lui, quella panna sarebbe stata aria, acqua e grasso emulsionati. Alla fine eccessivi persino all’apparenza,  stomachevoli.

È  l’equilibrio di chi lascia passare e di chi accompagna, di chi si perde e chi si ritrova. E chi impara non smette mai, anche quando non ha più i calzoni corti e ancora sorride perché sa ciò che ha in tasca, ha collezioni a casa di cui è contento,   sa di qualcosa che ha perduto ma è sicuro che lo aspetta da qualche parte ed è paziente.

Perché finché si impara si prova e si vive e la vita è amore, poi non si sa, ma lo sappiamo che non si smette mai di imparare. Se si vuole.

questione di stile

piccoli peccati

 

Si era vestito con cura. Prima guardando il corpo nudo allo specchio e constatando che le immagini non corrispondono mai alla testa. Servirebbe, pensò, un farsi secondo ciò che si vede, un modificare per piccoli tratti quello che c’è e aggiungere il mancante. Chissà da dove vengono questi modelli. Sorrise. Stava leggendo un libro sulla paleogenetica e di come i DNA antichi dimostrassero che la prima forma di integrazione fosse stata il sesso. Un’infinita sequenza di rapporti sessuali che lasciavano tracce di specie homo scomparse, mentre altre ora presenti, erano ben distanti dall’identità che governi e ideologie facevano credere. Tutti mescolati, malamente o meno ma tutti con una carta d’identità talmente composita da capire che solo il mescolarsi era stata la risorsa vitale della specie. Pensieri sparsi in cerca della biancheria. Da aggiungere piano perché c’è un piacere del pulito che ci riguarda prima di essere un modo per vedere ed essere visti con quella vista particolare che è l’olfatto. La vestizione continuava con la camicia. Chiara, meglio i quadretti. Piccoli e azzurri. I calzini lunghi, scuri e si era fermato sui pantaloni. Chiari certamente. Potevano andare bene anche i jeans, ma meglio un color corda. Quando si chiudeva la cintura c’era un misto di soddisfazione e proposito, non era ingrassato, doveva dimagrire. Si dimagra per sé, pensava, per quel senso di leggerezza che ha un corpo più leggero, con i muscoli che funzionano bene. Si guardò le mani. Grandi, mai così abili come avrebbe voluto, ma silenziose e disponibili ancelle. Il linguaggio delle mani è raramente fatto di utilità. Persino quando lavorano provano quel misto di soddisfazione che rende ciò che si fa una dimostrazione di abilità o di goffaggine, ma non sono mai indifferenti. Hanno capacità espressive incredibili, portano la carezza e lo schiaffo, ma soprattutto hanno un tatto così diffuso e una capacità incredibile di disegnare con le dita e con il palmo. Raccolgono, tengono, sfiorano, restano a un millimetro da un’altra pelle e si sentono. Allacciano e sciolgono. Respirano la tenerezza e la paura, sono calde o fredde mai indifferenti. Si ha sempre una difficoltà a mettere le mani in modo armonico, persino la notte quando si dorme. Di giorno, pensò, devono aver inventato le tasche per dar loro un posto altrimenti sarebbero state svolazzanti e rivelatrici propaggini di sé. Gli piacevano le sue mani, le unghie appena rosa, corte, sempre pulite. Erano una parte di sé che non avrebbe mutato. Ormai era ora di mettere la giacca. Gli piacevano le giacche scure e quelle pastello, le tinte unite con una piccola idiosincrasia per il marrone che stava tra il bruciato e il nocciola. Quel marrone insipido che sta bene solo alle foglie secche, che non si sposa con nulla se non con se stesso, anche se non rifiuta l’azzurro e il nero. Forse gli ricordava quegli infagottamenti che un tempo si mettevano addosso ai bambini come cappotti ed erano il residuo di cappotti adulti adattati. Forse era il ricordo di qualcosa che lo respingeva, che lo riportava alle fanghiglie e ai rimproveri. Forse. Comunque fosse il marrone, quel marrone ovvero il pantone 130, nel suo guardaroba non c’era. La giacca, abbiamo detto scura, si ripeté, e scura venne tra le mani, tra il blu e il nero. C’è un piacere nel mettere la prima manica e nel cercare la seconda, sono le spalle che funzionano a dovere, i muscoli che con la loro intelligenza fanno il movimento e la mano sbuca tranquilla e con essa un centimetro di camicia da regolare con le dita e poi c’è quel movimento sincrono che aggiusta le spalle e veramente indossa la giacca, la mette sul corpo non sulla camicia. Diventa parte di noi, pensò. Non bastava, faceva ancora freddo, aggiunse un impermeabile corto, azzurro scuro, quasi blu. Sportivo e con il cappuccio. Ricordò che suo Padre aveva un bellissimo impermeabile bianco, doppio petto, lungo al ginocchio e con cintura in vita, fatto di quel cotone pesante che si usava un tempo. Inglese come si doveva per un regalo, ed era stato un regalo. Gli piaceva l’idea di quell’avvolgere che hanno i soprabiti ampi, ricordo dei mantelli e dell’abbraccio. Chissà che fine aveva fatto quell’impermeabile, pensò, non per un nostalgico uso ma perché le cose, anche quelle belle si perdono. Traslochi, vita, e spariscono, resta la sensazione di qualcosa che aveva un significato e che da qualche parte possa ancora esistere, ma si sa che non è vero. Ossia, pensò, non sempre è vero. Le scarpe, nere. Mancava poco ad uscire. Allacciava le scarpe sul pianerottolo, appoggiando il piede a uno scalino e piegando bene la schiena. Da qualche tempo gli doleva per vecchi insulti rinfrescati di recente. Aveva fatto un gran servizio quella colonna, aveva retto, tenuto alta la testa e dritti gli occhi. Importanti entrambi, anche se da tenere con la giusta riservatezza: la testa e gli occhi rivelano molto e indagano di più. Meglio la seconda funzione da usare sempre con accoglienza intelligente, mentre la prima dev’essere riservata, pensò, a ciò che ci lega o può legarci. Uno sguardo che lascia perplesso l’interlocutore è lo sguardo che si perde o che maschera, o ancora che non dice nulla, meglio dire la verità, ossia che abbiamo idee per nostro conto. Nel frattempo aveva legato anche la seconda scarpa e il lacci avevano bisogno di essere cambiati. Alzò lo sguardo verso il lucernario. Non pioveva e il vento muoveva le nubi. Chiuse la porta e cominciò a scendere le scale. Fuori c’era la città, questa era la casa e una città è fatta di tante case che corrispondono a tante vite che un poco si assomigliano e un poco no. Dipende dalle scelte. Lui non assomigliava, pensò, ma saperlo non era subito la felicità, era la coscienza che si poteva trovare dell’altro in sé. Una piccola lieta, fatica.

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.