l’opa ostile sul lavoro

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Comprare ed essere comprati. Un tempo era una grande preoccupazione, oggi la sensibilità è stata abbassata sino a non averne cognizione. In fondo non occorrebbe molto, basterebbe dire: non sono in vendita. Ci penso in questi giorni in cui la tempesta spesso batte ai vetri. Il lavoro come funzione sociale è dignità personale per la liberazione dal dipendere, è in discussione da troppo tempo travolto da assenze di regole. L’ho sperimentato a suo tempo. in una estenuante altalena dove le proposte che mettevo in campo erano sempre fuori mercato, eppure rispettavano le leggi e i costi. Trattative estenuanti dove venivano accantonati non solo gli utili, ma il giusto nella gestione. E ricomincia a tutto da capo. Così diventa marginale il lavoro e la sua funzione, ma anche la qualità delle opere. In realtà il problema non era il mercato, ero io. E’ triste pensarlo adesso, era come vi fosse in corso un’opa ostile in cui si fissava un prezzo e man mano si mangiavano, prima i consenzienti, poi gli indecisi, infine i riottosi. Ma bastava dire di no e andarsene quando era diventato impossibile gestire il lavoro. È andata così, perché tutti hanno un valore, una priorità, un’urgenza che non giustifica rinunciare a ciò che si ritiene giusto. Si era chiuso un periodo, ci penso ora che non è stato un fallire.

la vigilia delle elezioni

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Siamo partiti da Roma dentro a un sole indeciso, che poi s’è trasformato in pioggia. Il caffè fatto di fresco ha il profumo del mattino e delle partenze, rende allegro il ritardo d’ogni volta, le cose stipate nell’auto.

È la vigilia delle elezioni, il ritorno è per votare, ho visto gli ultimi sondaggi, sempre gli stessi, sempre sconfortanti, ma le cose non accadono per caso. Il traffico, l’Appennino, l’ultimo verde dell’estate che cede di fronte alla forza del giallo e del rosso. Non è così in politica e già se ne parla al passato. Come fosse una buriana che deve passare ed è già metabolizzata, lascerà tracce ma non ci piegherà. Siamo piccola cosa, derivati di ideali non voliamo, guardiamo.

Lontano, vicino la guerra infuria, in Iran le donne si ribellano e noi siamo troppo indifferenti e inermi. Inermi. Inermi.

l’infanzia dei desideri

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Alberi diversi rispettavano l’autunno. Diventavano rosse e gialle le foglie, poi seccavano e cadevano. Imparavamo colorando malamente la carta di Fabriano, ma nessuno, neppure i più bravi, vedevano che s’era scisso un legame con la pianta e che questo attendeva che il nuovo arrivasse nel giusto tempo.
Tu avevi le scarpe già pesanti, noi ancora le Superga di tela. Stavi attento al fango e ai rimproveri, restando in disparte, correndo piano, centellinando il sudore e i giochi. La tua casa era preclusa, i pavimenti erano specchi, si correva nel cortile, sino al richiamo di tua madre.
Noi allora andavamo sotto al ponte del corso, tagliandoci le dita per raccogliere vetri colorati. Piccoli tesori da nascondere e scambiare. Attraversavamo luoghi che non avresti conosciuto, le gambe erano una fornace d’ortiche.
Crescevamo senza sapere, con grandi immotivate passioni che spesso finivano a sera. Tutto sarebbe venuto dopo, era l’infanzia dei desideri, ma già allora il giorno non bastava.

librerie

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Nella mia casa ci sono libri e librerie ovunque. Cosa abbia messo assieme questi milioni di parole sintatticamente importanti e legate è oscuro. Il fatto che li abbia acquistati corrisponde a più bisogni e interessi. Gli interessi si sono divisi tra il genere che ricomprende romanzi o saggi con preferenze precise e dentro al genere, le scelte sono nate in libreria oppure nel sentire l’autore alla radio o in una delle manifestazioni che propongono autori e libri. Pordenone legge ad esempio oppure il festival della letteratura a Mantova o altre che hanno attirato il mio interesse. Questo bisogno di libri so quando è nato e come l’ho sviluppato fino a diventare esorbitante per gli spazi occupati e per la stessa capacità di leggere. Il bisogno non solo non si soddisfa ma ha mutato senso rispetto all’utile o al necessario ed è diventato una sorta di totem di eternità, determinata dal possesso e dalla disponibilità. Per questo quando vedo cataste di libri usati trattati come carta, o peggio ammucchiati vicino ai cassonetti, provo una sofferenza che deriva dall’abbandono che è stato perpetrato da chi ha giudicato inutile ciò che in qualche altra vita era prezioso. Il senso del leggere l’ho scoperto senza fretta ma in un crescendo vorticoso e famelico, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che riguarda la vita.

È uno stupore che ancora non passa, che si immerge in queste vite, storie, mondi paralleli che vengono mescolati all’esperienza e che fanno trepidare una fine che sia in sintonia con il nostro mondo. Mondi e conoscenza che trovano gli appigli per dire sono fuori di questa casa, capisco cose che non sospettavo esistessero, che c’è una vita che pullula diversamente da qualche parte nel mondo.
L’amore per il leggere si è autoalimentato, come un incendio, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che mi riguarda.

Ero un ragazzo e nel pomeriggio trascuravo i compiti, le orecchie diventavano rosse di concentrazione, gli occhi scorrevano righe, si soffermavano su parole inusitate, sentivo il fascino del reale che si mescolava con la fantasia. Leggevo vicino alla finestra finché c’era luce. Uscivo dalla lettura frastornato, riemergevo alla realtà, lo sguardo perso, assente. Era ora di cena e faticavo a posare il libro. I compiti malfatti e lo studio approssimativo, facevano di me un cattivo scolaro. Solo la storia è l’italiano mi attraevano e nel resto sapevo che avrei pagato le mie scorribande sui libri e nelle biblioteche che avevo scoperto. Ero bulimico di parole, di senso, di fantasia e nessuno sarebbe riuscito a guarirmi. Avere libri è cominciato allora e non è mai finito.

nessuna novità

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È una pressione continua. Una notizia elide la precedente e tutto alla fine si sovrappone, si mescola e sembra uguale al grigio che assorbe i colori. Chi produce realtà sa che bisogna alzare la posta, colpire l’immaginazione e il sentire, perché le notizie vengono e svaniscono subito. Siamo finiti in una dittatura del presente senza futuro.

Sembra che il rifiuto della condizione di incertezza produca una bulimia di nuovo senza conclusione. Ed è aria mossa da chiacchiere che si sovrappongono, di cui non resta traccia se non in quel senso di mancanza che fa capolino quando ci si ferma e sembra che non si sia davvero fermi ma che una ricerca continui sotto traccia. Senza volontà, per disagio, bisogno di completezza, perché la coscienza si acquieti.

. Anche tutto questo connettersi, il mi piace sciorinato perché è più facile dare nulla che essere Inerti. È un gradire senza il contrario, la conversazione momentanea, che è chiudersi al rischio del rapporto profondo, alla domanda del che fare di noi.

Come dire la delusione se il rapporto è talmente esile che non c’è attesa, condivisione, scavare reciproco, realtà. La severa maestra è fuori dal virtuale e quindi non si impara, non si accumula esperienza, ma solo fatti che neppure hanno il pregio della verità anche quando sono veri.

È sommamente triste dipendere dalla velocità di una risposta e dalla riconferma che se l’indeterminato altro esiste allora, forse, anch’io esisto. Ecco l’incosistenza poco virtuosa dell’altro essere.

17 agosto 1917

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Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

il senso del tempo

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LA VERA OPERA

Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta.

~ WENDELL BERRY ~

Ho cercato nella mia vita, di tagliare di netto con ciò che mi era entrato nella mente, non ci sono mai riuscito. Neppure invidio chi ci riesce, anche se penso viva meglio il presente e il futuro. C’è chi lascia che le cose accadano e poi passa ad altro. Che sia un lavoro, un luogo, un amore, nulla è così stabile da impedire che le cose mutino con rapidità, i ricordi si dissolvano, la vita inizi di nuovo.

So bene che le cose non sono così semplici ma identifico la leggerezza con questa capacità e penso fortunato chi ad essa unisce la profondità. Sono pochi e credo sia qualcosa di innato come l’abilità nell’uso delle mani per la meccanica o quella del senso dei colori nel disegno, una capacità naturale che la vita si incarica di sviluppare e che io chiamo il senso del tempo proprio, ovvero il saper aprire e chiudere le porte dentro di sé.

Poi ci sono altri che per strane combinazioni di circuiti neuronali, hanno un’ asincronia col tempo. Vivono le cose come fossero spettatori partecipanti e per loro il sipario non cala mai, anzi la commedia viene costantemente riscritta variandone di poco la trama. Vivono, si adattano, vociano quando c’è da vociare. Non sono cattivi, né troppo diversi dal nero che confina con l’innocenza. Sono molti e medietà, a nessuno piacerebbe essere chiamato così ma ogni volta che ci si gira da un’altra parte, non si riflette perché si grida e a chi, si casca in quel conformarsi che non procura né fastidi né passioni. È un modo per guardare il mondo e gli altri lasciando che le idee, il discernere e l’unicità posseduta, pian piano si allontanino. A queste persone, e non sono poche, basta guardare e seguire, qualcosa ne verrà e se non era ciò che avevano desiderato, pazienza, se ci si adatta si sa sempre cosa fare.

Altri hanno voglia di cominciare la vera opera che ci riguarda, e questa inizia o per entusiasmo e chiarezza d’intenti, oppure quando sembra che attorno e dentro, le prospettive si svuotino. Quest’ultimo è il meditare senza saperlo, che poi lascia che emerga quel profondo che dormiva e che rende nuovi i colori e il cammino. Il vuoto, c’è lo insegna la meccanica quantistica, non solo è affollato ma è l’impalcatura dell’universo e il terreno su cui camminiamo. È da esso che nasce la strada prima ignota e nel vederla, l’io risvegliato si guarda attorno, finalmente libero di essere ciò che è e di crescere.

leçons de ténèbres

La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ una lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. Soprattutto è facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.

Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di contemperare la condizione dell’agnostico e la fede del credente nel desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che se il messaggio viene raccolto, se modifica le vite, allora immette una visione etica di ciò che accade e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.

Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi ed è una decisione personale, se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.

La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.

Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’ esplodere nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.

Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in tutto questo simbolismo è semplice, anche senza credere in un soprannaturale; e anche cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per riemergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e del navigare nella propria insicurezza, è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.

L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Le scelte che cambiano. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Nell’umanesimo ci si poggia sull’uomo e non si accetta il male come condizione: la condizione umana può e deve mutare. a partire da se stessi. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.

mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.