due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

radici

Non potete dirmi che non sia stato educatamente curioso. Anche se per me erano storie erano molto più belle delle fiabe che mi raccontavate prima di dormire. E poi non avevano mai una fine, perché c’erano altre domande e Voi lo sapevate che sarebbero state tagliate dal sonno e dalla stanchezza delle corse e dei giochi. Cominciava a cena e chiedevo chi erano quei parenti strani che ogni tanto comparivano in casa nostra. Parenti che tu, Mamma, amavi poco, ma ne parlavi. Mi mettevate a letto, e ancora chiedevo. Chi c’era vicino rispondeva con la sua diversa modalità del porgere, in quella lingua che era così bella e dolce. Imparavo vocaboli nuovi, con significati spesso oscuri perché si riferivano ad azioni e cose che non c’erano più attorno e tantomeno in città. Così immaginavo, mettevo assieme con le illustrazioni dei libri di scuola, ancora così ingenue in quell’Italia che era mezza agricola e mezza industriale, mezza ricostruita e mezza ancora a pezzi. E così alle vostre storie aggiungevo altre storie, fatte di mestieri antichi, di luoghi che certamente si perdevano oltre le mura. Erano luoghi di cui raccontavate, spesso molto distanti oppure vicini, ma ben oltre l a mia esperienza, fatta di poche strade e di un grande parco e quindi potevano essere ovunque, su una stella o sulla luna che non sarebbe cambiata la distanza. Le storie di cui Vi chiedevo erano sui parenti, su chi era venuto prima, oppure sulle Vostre vite. Degli anni in cui eravate ragazze, dei lavori fatti, dei viaggi che erano stati emigrazioni, anche se non sapevo cosa fossero per davvero quelle città, quei laghi, quello spostarsi e andare stabilmente altrove. Ogni storia veniva ripetuta e non mi bastavano mai i particolari. Certo il quadro era chiaro, ma neppure le conclusioni erano così ferme da non essere oggetto di nuove precisazioni.

Andando a letto sentivo il fresco delle lenzuola d’estate e il freddo che s’annidava in casa d’inverno. Mi piaceva l’inverno e sapevo che i piedi, in fondo alle coperte, avrebbero trovato, dentro il suo sacchetto di lana una sorpresa calda. Era una borraccia d’alluminio piena dell’acqua che aveva una storia anch’essa. Aveva attraversato un deserto, seguito un viaggio immane fatto di pericoli che ora non c’erano più. Così serviva ad altro e la stufa in cucina, forniva l’acqua bollente che l piedi cercavano, felici di un calore che risaliva per tutto in corpo. Sopra e sotto il pigiamino di fustagno.

Dicevo ‘ancora’, alle Vostre storie, quando già il respiro s’allungava, gli occhi erano chiusi e i sogni irrompevano nella testa, riempiendola di strane fantasie che al mattino ancora non svanivano. I vostri racconti portavano a nonni che erano perduti nel secolo trascorso, raccontavano di inverni in cui non solo i canali, ma persino la laguna era ghiacciata. Parlavano di fatti accaduti nel silenzio delle notti e di fughe sotto i bombardamenti, di città straniere che parlavano in modo strano, di persone che si erano perdute e poi erano state ritrovate. Voi, le mie donne di casa eravate una fonte inesauribile di storia vissuta che non si trovava nei libri, che potevo confrontare con i racconti dei miei amici nelle pause di gioco. Che potevo persino vedere in quella chiesa enorme in cui giocavamo e che era stata distrutta dal bombardamento del ’44. Per le strade o in campagna, quando si facevano gite con tutta la famiglia allargata agli zii e ai cugini, vedevo i carretti con le ruote alte, i campi arati, gli animali nella stalla che confinava con la cucina. Ma questi erano particolari che stabilivano la distanza perché sia la Mamma che la Nonna non erano contadine e ci tenevano alla condizione di essere vissute in città. Come fosse un titolo nobiliare da esibire anche nella lingua che diventava più ricca e ancora più dolce. Ma la campagna si infilava tra le cose d’uso. Era nelle piazze che traboccavano di verdure, di polli e animali da cortile, di farine e legumi secchi, di cesti di vimini, di stoffe grezze, di formaggi, di uova a dozzine e di carni appese sotto le volte di quello che è ancora il più antico centro commerciale del mondo. La campagna, pur assente dalle storie come protagonista, entrava in esse per le distanze, per i possedimenti dissipati, per quelle ‘onoranze’ che arrivavano in autunno come parte di un qualche resto d’eredità ora coltivato da parenti. Erano mandorle, farina da polenta bianca, fichi, uva, fagioli e piselli secchi. Mia Mamma scuoteva il capo e mia Nonna faceva lo stesso perché entrambe pensavano che chi ci mandava quelle cose era più povero di noi e se le avesse tenute per sé non sarebbe stato male, anzi. La fatica era sua e allora i racconti di quel lavorare duro nei colli, con l’asino come aiuto si mescolavano con la diaspora che c’era stata ai primi del ‘900, consumata nel tentativo di cambiare il mestiere antico ereditato nel tenere la locanda, poi risolta nei ritorni precipitosi per la guerra. La prima, quella che aveva distrutto ciò che poteva e aveva lasciato segmenti di una linea che si perdeva indietro nel tempo. A me quella linea interessava e chiedevo. Ricordavo e chiedevo a mia Nonna, ma erano storie che si arrestavano alle soglie del sonno ed erano ricche di gentilezza. Come quelle di mia Madre, così diverse e non di rado allegre, che avevano altre radici. Più vicine, quasi tangibili nella corte di cugini e zii che si riunivano nei giorni di festa dagli altri Nonni. Due donne così diverse per storia, per carattere e per modo di vedere la vita erano vissute assieme per quasi trent’anni, con le giornate condite dai caffè lunghi e dalle parole diverse: più rade quelle della Nonna, più ricche di racconti del quotidiano e della vita, quelle di mia Mamma.

Scoprii, ero già ragazzo, che entrambe, suocera e nuora, compivano gli anni lo stesso giorno e che il diverso, immenso amore che mi portavano era da festeggiare assieme. Allora, non si facevano molti regali per i compleanni e mia Nonna era la custode di un mondo che comprendeva i suoi anni, ma sentire che era per Lei quella torta o quel piccolo dono, le faceva piacere. Mia Mamma amava le feste, lo stare assieme, sorrideva e fingeva di apprezzare gli orrendi profumi che regalavo, ma le piaceva il millefoglie e quello ai compleanni non mancava mai.

In quella terra rossa che innumerevoli generazioni avevano dissodato, depurata dai sassi, resa fertile e coltivata, stavano le radici antiche, ma ancor più esse erano nei racconti che hanno formato una unità forte tra noi. Il desiderio di andare e il luogo in cui tornare. Sono i racconti che a volte cerco ancora di rimettere assieme e che sono Voi, nell’amore immenso che mi avete donato. Qualcosa passerà in avanti e in quelle radici ci sarà del vostro raccontare, pur senza saperlo. Come dev’essere in ogni storia che continua e si fa nuova.

Buon compleanno Mamma. Buon compleanno Nonna.

neanche un grazie

Dev’essere qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, troppe cose sono date per scontate. Oppure è l’invidia che porta a scartare ciò che le dà fastidio. Forse è il giudizio, che ridimensiona e toglie dalla vista ciò che viene dato senza una pretesa particolare che non sia un gesto, un sorriso, un riconoscere. Come se tutto fosse dovuto, tutto insufficiente o peggio, non avesse valore e così venisse disperso nel consueto. Quante volte accade nei sentimenti che una attesa sia delusa. Non accade con i bimbi, sempre in grado di sorprenderti e anche se non capiscono ciò che gli viene dato, magari con sacrificio, nel loro bisogno immenso di amore e di protezione, la cura la restituiscono in gesti improvvisi di affetto e di tenerezza. Ma tra adulti dopo l’innamoramento, quando l’amore si trasforma, quando cominciano le piccole perdite di attenzione, il non vedere il valore di ciò che sembra abitudine e non lo è, allora già una piccola crepa si è aperta e ciò che era equilibrato non lo è più. 

E nel lavoro, l’attenzione in più, il gesto di responsabilità che supera ogni orario, ogni retribuzione quante volte viene preteso senza essere riconosciuto. Di quegli anni ho il ricordo pieno: le difficoltà del mercato, i debitori che non pagavano, il lavoro da trovare e le lotte intestine tra soci e poi nello stesso personale, a disfare ciò che con molta fatica era stato costruito. Discordie tra persone, errori inammissibili, piccoli interessi personali e la sensazione che un ambiente prima forte e sereno, si deteriorasse dal di dentro. Perduta l’idea di essere qualcosa di unico come sentimento comune, cosa restava? Lo stipendio a fine mese. E in un’impresa, come in amore, bisogna essere unici, non fungibili, perché questo è il valore aggiunto, l’unicità che si può mettere sul mercato assieme all’onore di fare le cose per bene.

E nella politica, dove è vietato essere ingenui, non avere un’attesa personale più alta del valore vero che si può dare, come ha funzionato? Allo stesso modo, perché serve essere parte forte di un’idea, perseguirla, ma anche avere i collegamenti, costruire le amicizie, le reti, mettere assieme il consenso. Non sono spesso le opere che determinano il successo, ma il racconto di esse, l’idea di una diversità perseguita come tratto proprio, come solitudine, non è apprezzata. Avere qualcuno a cui rispondere e a cui portare consenso, funziona molto meglio che impiegare tutta la propria attenzione e impegno per qualcosa che dev’essere fatto perché serve davvero. E raccontare la verità, naturalmente la propria e chi lo fa onestamente ne è ben conscio, non porta bene, anzi mette ai margini.

Anni di mazzate, silenti e sorridenti. Anni di confine, fino a dire mai più. Non si misurano così i fallimenti, ossia ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare? C’è un sistema infallibile per capire come funzionano le cose: le richieste  di favori. Funziona ovunque per misurare assieme importanza e indifferenza, e quando cominciano a rarefare le richieste, significa che già qualcosa si è definitivamente rotto. Se tutto è dovuto, allora ci si misura con se stessi e ci si chiede dove si è costantemente sbagliato. Gli errori non sono mancati, le mosse sbagliate, qualche eccessiva fiducia in sé, ma alla fine credo si possa accettare di aver vissuto come si credeva opportuno, giusto, ciò  che invece è più difficile da accettare, e questo è in qualsiasi attività o sentimento si abbia, è che non ci sia neppure un grazie. Per questo, per ciò che in misura differente capita alla gran parte di noi, bisognerebbe ricordare che una gentilezza, un gesto gratuito restituisce qualcosa a qualcuno che, magari non a noi, ma ha dato e ha bisogno di sentire che non è solo. 

 

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

passioni

Ci sono passioni che diventano vita e, in un certo senso, lavoro. Esse prendono e in un dipanarsi continuo di scelte successive, rendono chi le prova, conoscitore dei infiniti cammini. La peculiarità ai queste passioni, perché altre ve ne sono e di altra natura, ed effetto, è il loro inesauribile prendere, accumulare nozioni, particolari, che a loro volta si combinano in conoscenza totalmente nuova.

Il cremisi di un francobollo si sposa con la misura della dentellatura e il particolare
carattere e la disposizione usata per la scritta. In fondo, a destra, si nota appena il nome dell’incisore e in trasparenza la filigrana definisce una validità e insieme la singolarità di quel pezzo che, sebben descritto ad altri appassionati, diventerà oggetto di desiderio per la poca tiratura, il timbro che l’ha annullato, la busta che è stata affrancata e spedita.
Sparisce totalmente il contenuto che quell’oggetto ha accompagnato a destinazione, esso è di fatto inutile alla passione, segno che le vite possono divergere anche
nell’accompagnarsi. Come per un francobollo, può essere una moneta, oppure un
pigmento particolare descritto assieme alla tecnica che l’ha generato.

Ho conosciuto, e sono rimasto affascinato, da esperti di araldica che con le loro parole strane e scelte, erano in grado di descrivere vite, narrare storie ed evoluzioni di casati, che a loro volta avevano costruito piccoli domini, generato figli e patrimoni, li avevano sposati e dissipati in altrettante vite che via via modificavano l’arme, aggiungevano bande, arricchivano o anche perdevano il blasone.

E ancora ho conosciuto esperti di colori antichi e moderni, buoni chimici, in grado di dare nome alla sfumatura. In grado di riconoscere granulosità, connubio e trasformazione dei materiali differenti messi assieme dopo accurate proporzioni e macinature nel mortaio, di riconoscere diluizioni con olio di lino o di altre erbe e l’intervento di componenti inusitati messi per prova o per antica conoscenza trasmessa. Colori che magari non disdegnavano l’uovo scomposto tra albume e tuorlo e che venivano poi stesi sul fondo preparato di una tavola ben lisciata e pronta a tenere il colore e farlo poi sfavillare e mutare per anni teoricamente infiniti.
Di sculture in legno per esempio trovai a Lvov un esperto, di un artista di cui non si sapeva nulla o quasi. Forse proveniente dal Sud Tirolo o dal Trentino che aveva fatto molte pale d’altare e decorazioni a figura piena o ad alto rilievo di altari nella città di Lvov e nei paesi vicini. Di queste sculture che sembravano la concreta raffigurazione della pittura di El Greco, non era rimasta che una parte e di questa, la persona che conobbi, era in gradi di illustrare l’umore che aveva accompagnato la sgorbia, il mazzuolo o lo scalpello, l’errore intenzionalmente voluto, quello riparato con segatura accuratamente incollata e ricoperta di foglia d’oro.
Poteva parlarmi dell’occhio restante di una testa che al tempo non era orba e aveva per sé riservato il lapislazzuli, scavando poi le guance in un moto di sofferenza che si rifletteva nell’occhio rimasto. Una gran parte di queste sculture era stata ammassata in una chiesa divenuta magazzino, accatastate, messe le une sulle altre oppure disposte in un nuovo ordine per creare crocchi e conversazioni tra santi e donatori, forse per irridere ciò che un tempo le aveva prodotte, nel nuovo clima areligioso post rivoluzionario. Forse per lo stesso motivo e per ignoranza, non poche di queste sculture erano state usate per scaldare le case vicine e un posto di ritrovo militare dove sostava la pattuglia di turno per la notte.
Della passione che questo professore (tale egli era nella locale importante scuola d’arte), aveva messo per rintracciare, ricomporre opere di cui si aveva labile traccia, era rimasta una piccola mostra organizzata nella città, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, e in due, ma forse erano di più, pubblicazioni malfatte che avevano preceduto la mostra e che con essa avevano avuto la pretesa di essere vendute, mentre si erano accumulate
nell’appartamento del professore e nei magazzini dell’editore.

Quest’ultimo le aveva mandate al macero dopo non molto tempo dalla pubblicazione, per cui di tanta passione, analisi e scrivere erano rimaste le copie possedute dal professore.
Questi continuava i suoi studi quando lo conobbi, ormai la passione per questo quasi
ignoto scultore, aveva assorbito ogni altra attrazione e davanti ad un caffè e a un dolce pieno di miele e noci, in una caffetteria del centro, con arredi vecchi e lampade basse ricoperte di pergamena, egli mi raccontava dei particolari dei volti, del significato del tanto scavare i corpi e torcerne le posture, di colori apposti sul legno con qualche segreto intento, mentre la figura vicina veniva solo lisciata e trata con olio di noce.
Mi parlava con un italiano parlato sui libri, che si mescolava con parole tirolesi che dovevo farmi tradurre oppure lasciavo fluire il discorso intuendone il significato.
Il suo sogno era che a quell’ignoto geniale artista fosse dedicata una mostra in Italia, che gli fossero accostati maestri coevi, che da essa venisse il percorso di idee e di forze che si erano scontrate nel passare le alpi e poi raddolcita nell’impero, ma senza rinunciare ai significati. Ecco perché quella postura poteva essere eretica a Roma, mentre lì non lo era, e quel mettere insieme santi particolari, insistere su Giacomo e sulla Maddalena, apriva uno spiraglio su una contesa che da sempre era circolata in modo sotterraneo o esplicito nella Chiesa e aveva ricongiunto arte e credere passando dai Bogomili sino ai Catari ma ancor prima radicandosi nella Camargue e nel Cammino di Santiago e ancora avanti era scesa verso il sud della Spagna, ancora moresca e risalita verso il nord della Francia.
Tutto questo era rintracciabile in opere diverse, così diceva, ed enumerava, come vi fosse stato un confluire in quella passione che lo aveva preso scoprendo e salvando sculture sino ad assorbire ogni altro interesse e farne in lui la storia di secoli e di radici che affondavano in un bujo indeterminato, ma ben orientato da cui ricevevano senso e nutrimento.
Delle passioni si dovrebbe dire il rispetto che esse meritano, dell’infinito catalogo di
conoscenza che esse generano e che viene tenuto, conservato o dissipato, per poi
riapparire in altre teste o in altre vite. E’ l’inutilità che rende grande la passione, non
arricchisce di danaro chi la prova e nel particolare scavato, scoperto, fatto proprio, rende onnipotente chi lo possiede.
Di questo parlavo con un venditore di bastoni animati di Buenos Aires, mentre mi illustrava la forma e le impugnature lavorate in avorio, in metallo o in legno di ebano o di cirmolo, che dovevano servire alla doppia funzione ovvero quella del sorreggere e quella della difesa, nel caso fosse stata estratta la lama nascosta nel bastone. Chi era con me ne comprò due e credo siano ancora nel portaombrelli vicino alla porta d’ingresso di casa sua. Poi si spostò ad osservare un finto spettacolo di tango. Io non ne presi nessuno e chiesi al venditore se potevo offrirgli un caffè nel bar d’angolo della piazza. Accettò ed entrando mi disse che in quel caffè spesso sostava Borges e che più di una volta avevano parlato assieme. Mi accompagnò al tavolo di marmo ove il grande scrittore sedeva e restava a conversare a lungo con gli amici o con la moglie che da quando ci vedeva poco lo accompagnava e mi disse il venditore di bastoni, che il poeta con la mano voleva sentire il pomello di ciò che egli vendeva, i pezzi migliori che venivano dai patrimoni disfatti nelle successive “rivoluzioni” che si erano susseguite negli anni che avevano preceduto Peron e tastava, percorreva con le dita, decifrava incisioni e intagli, descrivendo con voce bassa ciò che apprezzava.
Io guardavo dalle alte finestre, con le tende di lino ecru, aperte il necessario per far da barriera al sole, vedevo la strada che poi sbucava nella piazza, i vetri colorati di una casa d’angolo, l’albero che s’intravvedeva al centro del patio, dopo il volto d’entrata dal portone spalancato. E assentivo, chiedevo, ma la mente era in quel luogo vent’anni prima, e il lungo bancone di marmo e lo sbuffo di vapore della tonda macchina di caffè alla francese con l’aquila d’oro in cima, me lo confermava.

case

Le case nelle città medie stanno vicine, soprattutto nel centro si sorreggono a vicenda. Hanno stili diversi, rappresentano ceti sociali differenti perché raramente i ricchi si facevano affiancare dai ricchi, casomai li guardavano dall’altro lato della strada, quindi si alternano le case, nei colori e nelle presenze umane. Un tempo era così. I colori erano secondo estro, qualcuno decideva di assomigliare o di staccarsi nettamente dal vicino. Il colore che diventa un blasone, un’appartenenza a una famiglia e rivelatore del carattere. Ma le case non sanno fare a meno della vicinanza, tanto più che il portico le unisce e crea l’occasione dell’incontro, della conversazione, del saluto di chi le abita. Si sono fatte da sole, le case, per somiglianza e perizia comune, per quella voglia di essere soli e assieme nello stesso tempo, di essere famiglia e fortilizio, ma anche finestra e lenzuola o tovaglie stese ricamate da mostrare. Per quella voglia di vedere senza essere troppo visti, un po’ da guardoni discreti che capiscono molto perché conoscono e assimilano i fatti di una cronaca minuta fatta di vicinanze senza parere, di fatti propri e d’altri mescolati, di termini di paragone e di consolazioni. A questo servono le finestre oltre a portare luce: a vedere ed essere visti secondo la misura scelta.

Stamattina uno sciame di passeri s’è levato nella piazza d’aria che c’è nel vicolo, na sbrancà, un pugno, di farina o d’altro, si direbbe nel dialetto antico della città e nella mente si formerebbe il gesto che trattiene a stento nella mano chiusa il contenuto da spargere o versare, oppure da gettare contro il cielo come fossero coriandoli a carnevale, Così imparano a fare i bimbi pescando nel sacchetto e ridendo del poco che gettano nell’aria o addosso al cappotto di chi gli sta vicino. E così quei passeri erano di un’allegria insperata e libera, levati tutti assieme da una finestra sbattuta o da un’improvviso apparire, eppure non impauriti ma in attesa di capire e nuovamente posarsi assieme. Insieme e ciascuno per suo conto, come le case. Intanto la pioggia finalmente rigava i vetri.Lasciava lunghe scie d’acqua grossa, che rendevano le case di fronte un po’ tremolanti, ma solo per poco finché la goccia sceglieva il percorso per confluire con le altre.

La bora ha soffiato per quattro giorni, cacciando le nubi in corse folli nel cielo, aggregando e disfacendo. Pensavo a Trieste, all’Istria quando s’increspa il mare in minuscole onde che contrastano la marea ed è un dipinto che riluce, fatto da un pennello grosso, quel tanto da tracciare segni dove di solito non ci sono, da opporre al bianco un diverso bianco, incresparlo di schiuma, intriderlo di finezze impossibili da non sentire come un dono che ci viene fatto e che poi si porta dentro per ogni giorno di bora ovunque noi saremo. Com’era venuto il vento s’era calmato e aveva lasciato libere le nubi di mettersi assieme e piovere. L’aria, già pulita, s’era caricata d’una freschezza insperata, come una donna che si profuma e sorride offrendosi al pensiero più che allo sguardo. Annusare, chiudere gli occhi, immaginare. Attorno non c’erano rumori, solo il ticchettare dell’acqua che cadeva dalla grondaia lungo il pluviale per poi perdersi nella terra. L’asfalto era diventato nero, assorbita la prima acqua aveva poi stabilito le gerarchie di rivoli, le pozze da traboccare in confluenze verso il chiusino. E anche la grata aveva dismesso la patina di ruggine per diventare un oro antico, un ocra caldo mischiato con il grigio della ghisa. Non si è riformata la pozza fatta a cuore. Dei lavori di rifacimento del manto (bello che le strade si coprano con un manto e proteggano i sassi piccoli e tondi di fiume, lo spezzato di cava e la terra che hanno sotto) non hanno rispettato la pozza che riluceva col lampione e si allargava a cuore. A me è sembrato ci sia stata un’insensibilità, l’incuria nel vedere e nell’immaginare che anche una pozza fa la differenza e racconta gli amori delle case che le stanno attorno, si fa riconoscere dagli amanti o dalla gentilezza, aggiunge a chi rientra un sorriso inatteso. La trovavo al suo posto in ogni giornata di pioggia e la sera aveva il colore caldo del lampione, era una presenza segreta, un modo per riconoscere che insieme agli altri eravamo casa.

Nelle case che furono abitate dalla famiglia, non di rado occupavamo -e occuparono- il piano alto. Le scale erano sempre anguste, scalini arrotondati, da rinfrescare prima di Pasqua con la calcina, fatti di pietra di Nanto, friabile e calda nel suo consumarsi secondo i piedi che la percorrevano in fretta o piano. Dipendeva dalle età e dalle emozioni lo scendere e il salire, ma il fazì pian pae scale era d’obbligo ad ogni uscita. Scale sempre poco illuminate, che si conoscevano a memoria, anche di notte in punta di piedi e senza luce per non far capire l’ora di rientro. Scale sommesse, con le voci dei piani a fare da portolano per capire l’umore delle famiglie e il respiro della casa; affannoso o ilare, intriso di profumi e odori di cucina o di bucato, di liti infinite e di risate sonore, d’ansimi e pianti, di racconti detti a mezza voce sulla porta. Le scale erano un percorso delle vite parallele che vivevano le une sopra le altre. La congiunzione umana, tangibile, carnale delle vite diverse che poi si assomigliano, ma mai abbastanza da non sentirsi differenti. Abitavamo sempre all’ultimo piano e in quelle case non mancava mai di piovere dal tetto. I coppi hanno questa vita propria, si muovono secondo le stagioni, i gatti, il vento. Lasciano posto ai nidi, al correre dei topolini, allo scavare dei colombi, ospitano terra che si riempie d’erba e qualche arbusto tenta pure di crescere tra una fila e l’altra. Non era un gran problema, bastava un catino e una ripetuta protesta al proprietario, poi chi avrebbe messo a posto il succedersi ordinato dei coppi, col suo peso qualcuno ne avrebbe rotto, e nell’ultimo scavalco verso l’abbaino ne avrebbe smosso un altro e così sarebbe di nuovo piovuto dentro, ma non subito e da un’altra parte. Ci sarebbe stata l’illusione di una normalità e poi la bora o i temporali d’estate avrebbero ribadito che qualcosa in cielo mancava o non si era distratto nel fare il suo lavoro. E xe case vecie, cossa vuto fare, bisognaria rifare tuto. Con questo riprendeva il ciclo della protesta e dell’attesa, ma senza ansia: era così e basta.

Di queste case per esperienza diretta potrei parlare di alcune, a partire da quella in cui sono nato, però mi piace di più stasera, ricordare una casa che ho visto e che fu abitata dalla mia famiglia. Era una casa stretta e alta, le finestre davano sulla strada e sul cortile d’una casa patrizia che fu usata come casa di tortura dai repubblichini e dai tedeschi. Era una casa a cui furono sbarrate le finestre che davano sul cortile per non vedere i prigionieri, anche se di notte, d’estate le urla si sentivano forti assieme alle bestemmie e i silenzi. Ne ho il racconto in testa fatto con pudore da mia Nonna, quella casa era un porto in cui era confluita la somma dei navigli delle vite, gli ultimi armadi, la pendola, i comò di noce, una tavola della vecchia osteria, la specchiera, l’ottomana di raso rosso e quei lampadari dove mai tutte le flebili lampadine funzionavano. Era un succedersi di stanze, con le scale in mezzo e l’intera casa era abitata da antifascisti e partigiani. Strano vivere così vicino al pericolo, eppure erano tutti silenti e solidali. Su quel tetto cadde un sacco di bombe a farfalla gettato da un ricognitore inglese notturno e mia Nonna, che dormiva, si ritrovò in cucina per lo spostamento d’aria con l’intero letto. Il cornicione crollò in strada e il cielo irruppe nella stanza. Mia Nonna non s’era fatta troppo male, così ripararono alla meno peggio, aspettando finisse la guerra. Quella casa l’ho vista da bambino, alcune cose erano rimaste là dopo il trasloco, ma nessuno in famiglia le ha più cercate. Le nominavano passandoci davanti o fermandosi a salutare chi era rimasto.

In cento metri da quella casa c’erano due osterie, una trattoria, la mia scuola elementare, una macelleria, un orologiaio, un ciabattino, una latteria, un negozio di libri usati, una torrefazione di caffè, due negozi di alimentari non molto forniti, un falegname e un fruttivendolo un po’ disonesto nel prezzo e nel peso, ma molto di chiesa. Insomma era un villaggio eppure era una strada fatta di case che si mescolavano nei ceti e nelle attese d’una rimessa in ordine. Le persone si conoscevano tutte e anche le case si conoscevano e si trasmettevano l’un l’altra le crepe. Stavano assieme come gli ubriachi che si appoggiano per non cadere, ma nessuno di loro fece mai la spia e se tra gli abitanti di quella casa fu poi fucilato un partigiano, medaglia d’argento al valore, fu perché preso in combattimento. Case per bene con gente per bene che amava la libertà di stare vicini.

la sera e l’acqua fonda

Scurisce l’aria, a onde lunghe, progressive. I fiori del mandorlo sono una macchia che scivola dal rosa al pallido bianco. Un’idea della notte. La stessa che si sprofonda nell’acqua. Che diventa fredda e si cela per gelosia di altra vita: misteriosa minaccia nel suo buio. Sulla riva onde lunghe muovono piccoli sassi e sabbia, spostano conchiglie. Le regalano alla terra e le riprendono. Incessanti e quiete. Il cuore si sintonizza col rumore che diventa suono e s’acquieta. S’accontenta della riva e dei sogni che in essa arrivano già franti: rimasticature d’eventi accaduti. Da ricomporre in nuovi disegni.

E non si ferma il moto mentre l’aria si fa fresca e si gonfia di profumi. Di odori forti. Lì c’è una casa, un’attesa e una luce calda, mancano solo i passi per raggiungerla. Poi tutto ridiventerà normale. Persino la quiete scomparirà d’incanto lasciando un brivido che caccia l’ultimo freddo. Quello ingiusto perché non desiderato, perché non avvolto in un abbraccio. Perché rammenta una solitudine non appresa.

La notte entra per le finestre aperte ad accogliere la luce, entra scurendo gli angoli, smussando le asperità dei ragionamenti e vorrebbe assomigliare all’acqua, ma di essa conserva solo ciò che piano muta. E si cela nel profondo d’ombra. Rinquatta come bestia che cerca il sonno e la protezione della tana.

Il buio avvolge gli ultimi luccicori d’una porcellana, spegne un riflesso sul vetro molato degli specchi. Si stende, riposa,  avvolge. Entra dentro, sussurra che poi ci saranno i sogni, il sonno, l’interruzione del pensare e del dover fare.

In cielo le stelle compongono i loro alfabeti. Da giorni non passano più aerei, resta il silenzio che si sovrappone al vecchio tacere delle cose a sera. Sono onde di silenzio e d’oscurità che il cuore ora apprende e teme per quell’oscuro che non ha nome, ma è gorgo e vertigine di sé che si esplora di rado perché è come fondo che non si vede, come le erbe silenti nel fiume che si muovono sinuose alla corrente, come ciò che s’acquatta tra esse e gioca a rimpiattino con la percezione.

Avere coscienza d’ogni cosa ci è già stato tolto, è rimasta la nostalgia di un’assenza che dev’essere scoperta: si crede contenga felicità quiete. Consapevolezze. Non è così il conoscere che guarda nel buio dentro, ma il pensiero è oltre la riva che carezza il cuore, oltre lo scuro che ora ha invaso le stanze, oltre gli occhi che si chiudono cercando.

 

sollecitudine allegra

Oggi ho letto un testo, bello. Era bello e tenero, parlava delle persone in questi giorni. Delle persone che si riconoscono, dei condomini immensi che si riscoprono pieni di persone, di vite, di bisogni. Non solo rumori, assemblee per trasformare le porte in fortilizi, ma parole scambiate, piccole necessità, premure per sconosciuti. Parlava di una realtà che s’illumina negli smartphone, nei tablet, ma che improvvisamente alza gli occhi e rivede un vicino. Non una porta ma chi ci sta dentro. Mi è sembrato bello perché era positivo, non si fermava al lamento, anzi non si lamentava per niente. Neppure parlava dei tempi della normalità.

Ho pensato, ma qual è la normalità? Perché ci serve un evento per alzare gli occhi e nuovamente vedere e sentire chi ci sta attorno. Questa è la parte malata sul serio di questa società, lascia perdere chi è appena oltre un pianerottolo, chi ha un orario diverso. Non vede e preferisce il rumore alle parole, al capire.

C’era profumo di pane in casa e ho pensato a quando si fa un dolce e se ne offre al vicino. A quando si condivide e a un certo punto le età si confondono, restano i bisogni. Diversi, con urgenze differenti, ma sono sempre una carenza di qualcosa. E ho pensato ai sogni. Ne ho avuti molti. Ancora ne ho. A quanti ne ho condiviso, di quanti ne ho parlato prima di tacere. Di questi sogni poi si è avverato altro, che non era da buttar via, ma era il terreno per altri sogni. E così sono stati i fallimenti che hanno contato più dei silenti successi. Sono stato fortunato, felice, triste, malinconico e chissà quante altre cose. A quante persone davvero l’ho detto, che pure non erano distanti, che potevano capire?

E della mia piccola pazzia, ho lasciato trapelare solo a volte il lato allegro, l’ho condita di troppe parole perché si nascondesse nelle malinconie di tutti. Ecco che assieme al riso si sarebbe potuta condividere la malinconia e i biscotti. Quelli che faccio bene, per mangiarli assieme. E tutto questo senza che ci fosse un evento per alzare la testa, per spingere verso l’altro con allegra sollecitudine.

Di questa parola vorrei tenere il senso dentro e dopo questi giorni: sollecitudine allegra. Un po’ pazza, leggera, tenera, ma sollecitudine per chi vive attorno e sogna. Proprio come me.

scontento inverno

In qualche momento inizia la nostra “stranezza”, ovvero l’asincronia con chi ci sta attorno. È qualcosa che emana da un alito profondo. Un collocarsi sbagliato che diventa abitudine. E sposta le lettere delle parole, altera accenti e senso, il discorso si frantuma in tanti piccoli coriandoli colorati. Con le mani ci si protende per raccogliere, per non gettar via. Oppure farlo per volontà propria non per accidente.

Dov’è la ragione? La scoperta dell’unicità che ci portiamo appresso, genera spesso  scontento e gioia assieme. Basta per movimentare una vita, per donare all’istinto nobiltà sconosciute e per rinnovare i sogni. Loro ci conoscono, ma parlano lingue e frequentano gentaglia che di giorno non s’incontra, così scivolano nella rappresentazione. Il vero come commedia ed eterno rinnovo di speranze sconosciute fino alla notte precedente. 

Stanotte la luna era persino eccessiva, illuminava le colline intorno, attirava senza pudore lo sguardo e faceva sentire la solitudine di febbraio.

La luce della luce è meglio condividerla, parlando sommessamente, con molti silenzi. Ecco la preziosità del non dire se non a chi chiede davvero, ho pensato, del sentire il silenzio, del darlo come abbraccio. E di un viaggio conservare ciò che non è accaduto, il possibile che non è stato e che ora nella luce si rivela: era cosa senz’aggettivi, solo differente e altissima nel suo poter generare.

Il possibile è sempre gravido di noi, del nostro amarlo senza reticenza.

Che sia scontento ogni inverno che non coltiva in sé la primavera.