lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo

Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

lettera sulla solitudine

Ricordi, amica cara, che in giugno, non mancavamo di sentirci.  Negli anni in cui era facile condividere, parlavamo sorridendo di segni zodiacali, delle coincidenze sospette che metteva la vita negli amori, ma anche delle vacanze in arrivo, del sentire la vita e i pensieri che avevano una prevalenza nel nostro tempo. Dipendeva dall’umore, dalle attese, dagli amori, dal sentire che il cambiamento poteva scorrere tra le dita o passarci accanto. Mettevamo molto in comune, o almeno così ci pareva, dalla natura delle domande e alla sincerità delle risposte. C’era un fidarsi che oltrepassava il consueto e indagava in campi e persone che suscitavano il nostro comune interesse.

Così è emersa la tua assenza, il tono della tua voce, i modi di dire di cui si rideva, in questa giornata, così simile alle molte conosciute: ricca di sole, di nubi che si rincorrono e di temporali improvvisi. Per piccola viltà non mi muovo da casa e ne approfitto per raccogliere i pensieri parlando come se tu ci fossi e invece da molto non so dove tu sia, cosa faccia e chi ti sia accanto. Alcuni ricordi, delle nostre conversazioni mi sono tornati a mente e il fatto che lasciassero più dubbi di quanti ce ne fossero all’inizio era un buon segno, perché questa è la vita, ossia un accumularsi di dubbi governati da poche certezze.

Era un tardo pomeriggio, dopo una giornata di sole, da qualche parte seduti, con il profumo estivo della pelle nell’aria e la bocca fresca del ghiaccio che imperlava i bicchieri. Ti eri inoltrata a parlare della solitudine. Parlavi di te, di persone che conoscevamo, di me, vedevi le differenze, mettevi a confronto le solitudini d’indole con quelle sopportate. Parlavi della timidezza e del pudore dei sentimenti che soverchiava quello dei corpi, dissertavi sul ritrarsi come invito oppure come semplice paura e sul fatto che entrambi portassero allo stesso risultato. Ascoltavo e ti parlavo delle mie scelte, delle sensibilità che ben conoscevo, ed erano punti di debolezza in cui facilmente potevo essere ferito. Ma di te mi fidavo. E ti parlavo del coraggio, di come lo si costruisce al contrario di don Abbondio. Ero fiero delle mie citazioni, che mascheravano l’ignoranza del non aver appreso a tempo, delle mie passioni che si traducevano nel perdere i giorni in inutili cose e in quel cercare in me un codice che decifrasse il sentire e i sentimenti e li mettesse assieme con le pulsioni e i desideri del corpo, C’era un rossore incipiente nel dire troppo di me e non avrei voluto tu lo vedessi. Non ti sfuggì ma fosti discreta. Era un gioco serio, come tutti i giochi in cui si mette in palio qualcosa che conta, e se nascondevo la solitudine che derivava dalla fatica di scavare dentro, di arrivare oltre la superficie delle cose, lo facevo per essere sullo stesso piano. Per avere la stessa disinvoltura che mi pareva tu avessi e che si portava sugli amici, sui fratelli e sui genitori. Erano soli i nostri genitori, sempre così impegnati a cercare di darci quello che ci era necessario e superfluo? Cosa sapevamo realmente di loro che non fosse l’amore che ricevevamo senza condizione? Nulla o quasi, erano grandi con la testa che aveva vissuto una guerra, ci avevano fatto nascere e quindi dovevano avere una grande fiducia nel futuro, ci avevano condotto per mano insegnandoci quello che ritenevano utile a noi, non tutto quello che sapevano. Già allora avevamo capito che ciascuno ha il suo ruolo e che l’amicizia non appartiene al rapporto tra genitori e figli, ma l’amore sì. Forse erano soli e mascheravano la solitudine con la sollecitudine: avevano di chi occuparsi, noi, e se non ci educavano ai sentimenti di certo ci amavano.

I problemi sembrava, allora, facessero parte della crescita e che ci si dovesse temprare maneggiando il ferro ustionante degli amori e dei desideri, ma anche degli addii improvvisi. Tutto aveva una sua dimensione, cioè eravamo adeguati ai nostri problemi. O almeno quasi sempre accadeva, perché qualcuno che era suicidato per amore o per eccessivo abbandono e solitudine, c’era stato. Di questo parlavamo con la confidenza che poteva sfociare nel silenzio oppure nella battuta e nell’allegria che spazzava via ogni imbarazzo. Allora potevo dirti delle mie scorribande notturne, del poco sonno e tu potevi raccontarmi delle lettere lasciate in posti segreti, del pensare intensamente perché i desideri si realizzassero e dell’essere contraddetta dalla realtà. Insomma le nostre solitudini erano il germe di ciò che sarebbe stato e di cui poi ci siamo confrontati le rade volte in cui il discorso è proseguito negli anni.

C’era una parola che allora ci faceva paura ed era depressione, l’avevamo vista nel padre di un comune amico, i suoi effetti e il suo difficile equilibrio con il vivere. Per questo eravamo felici dei problemi dei nostri genitori, della risata schietta, delle piccole gioie condivise che fugavano quel male oscuro che rendeva tutto complicato e difficile per chi doveva indovinare dove erano le luci in tanta solitudine. Poi con la depressione abbiamo fatto i conti, ma credo sia stato importante, il tener da conto che l’amore, o almeno quello che per noi contava,  non era mai mutato attorno.

Ed ora quali sono le nostre solitudini. Non conosco le tue e con questa lettera che per forza parla di me, delle mie ricerche, dei malesseri e delle gioie che hanno a che fare con quanto mi accade, e con quanto mi faccio accadere, posso parlarti delle mie. Ho almeno due solitudini con cui mi convivo: quella che io cerco ed è approfondimento, terapia contro la complicazione e contro il male che sembra crescere nel mondo, Quel male che è indifferenza agli altri e assenza di una idea comune di futuro e di vita in cui le cose sia più giuste ed eque. Ci rifletto, faccio quello che posso, ma non ti accorgi anche tu che quello che con ottimismo opponiamo, ha la necessità di avere alle spalle ben più persone e impegno e senso di giustizia, di quello che circola. Se così penso dispero e invece mi rifaccio a quello che diceva Croce sull’eterno alternarsi dell’io e del noi a portare innanzi l’umanità, perché accanto all’individualismo assunto come valore in questi anni, forse per reazione, ci sono molti che si oppongono alle piccole grandi ingiustizie e portano innanzi temi che un tempo erano sconosciuti come l’ambiente e i diritti delle persone.

C’è l’altra solitudine con cui convivo, ed è conseguenza della prima. Quando si va contro corrente troverai certamente amici, ma la maggioranza farà valere i suoi giudizi e imporrà l’isolamento. L’ho ben sperimentato in passato come conseguenza a quello che sono, e a quello che faccio, e non sempre è bastato sentirsi dalla parte giusta per essere contenti o non avere dubbi e stanchezze, ma non saprei fare altro e ci convivo. La seconda solitudine, ça va sans dire, è quella dolorosa e a suo modo feconda perché attiva domande, mi fa confrontare non con la mia testa, ma con il reale. Ed è questo reale, che con il passare degli anni diventa sempre più difficile da decifrare. Oggi sapere il confine tra menzogna e verità, ovvero tra fantasia e fatti è sempre più complicato. Non so se tu ti ponga il problema ma credere in qualcosa è diventato più difficile e bisogna tener ben salda la barra delle poche verità che conserviamo dentro. Comunque la differenza tra bene e male esiste anche se ben mascherata e non dobbiamo accettare che essa diventi indifferenza.

La differenza c’è e la si vede ogni giorno attorno a noi, con la povertà che cresce, il lavoro , quello che per noi era semplice da trovare, diventato difficile e scollegato da una collocazione sociale che renda più facile conservare la dignità e la libertà. In questo sento solitudine e confusione perché le cose dovrebbero essere più nette, mentre si fa fatica a conservare un’idea che sia quello che un tempo chiamavamo riscatto dei deboli e degli oppressi. E questo è ancora più difficile e doloroso quando capisci che sono gli stessi oppressi ad essere oppressori, perché in cambio di poche speranze che non verranno mantenute diventano essi stessi nemici di chi dovrebbe essere con loro nel rivendicare eguaglianza, equità, libertà comuni. Ma questo di certo lo conosci, perché ovunque tu sia è ormai presente come tratto sociale dell’occidente.

In queste solitudini si è davvero soli e poco giova che ci sia una libertà presunta nei sentimenti quando ogni giorno è il possesso che fa una vittima, quando la differenza viene rifiutata e diventa ragione di scherno o peggio di sopruso fisico, di ferimenti, di odio. Un tempo queste verità erano sottaciute ma esistevano e noi ne parlavamo cercando di capire, ora che sono alla luce del sole, diventano difficili e comunque rendono diseguali. È un altro modo di essere soli dopo altre solitudini.

Mi rendo conto della lunghezza della mia lettera e forse avrei potuto riassumere il tutto o quasi dicendo che :

un tempo abbiamo messo assieme solitudini

e ne siamo stai felici,

ora che manca il bisbigliare sorridendo del mondo,

che i segreti restano sepolti in noi,

è il mondo che ci appare più vuoto e solo,

 

Tu avresti sorriso e mi avresti dato un buffetto sulla guancia dicendomi che ero un incorreggibile cattivo poeta. Ora non accade più ma spero che tu sia contenta di te e che il le parole di Jung ti facciano compagnia:

… “la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri. E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute”. (da Ricordi, sogni riflessioni di Carl Gustav Jung)

Penso che con tutto quello che dovremmo dirci il tempo non basterà, è per questo che siamo immortali.

E ancora sorridi come allora.

 

 

“È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.”~ Lucio Anneo Seneca ~ De tranquillitate animi (Caput XVII)

quando davvero ci siamo conosciuti?

Ti scriverò una lettera fatta di asserzioni, sconclusionata, con brevi paragrafi. Fanne quello che vuoi: ricombinala spostando le frasi, mettici le tue, genera piccoli scuotimenti del capo e sospiri di sollievo, sii felice e scontenta come sempre si usa ma in modo nuovo. E non volermene se c’è sempre troppo io in ogni lettera che si scrive.

Sognare costa, crea cose concrete, costruisce percorsi che si rivelano fallaci solo alla fine, ma lo erano sin dall’inizio. Lo sapevamo o almeno io lo sapevo, ma valeva la pena di percorrerli.

Le felicità non sono mai sopravvalutate e non sempre si colgono nel momento in cui avvengono. Dopo, a raccontarle a chi le ha convissute, subentra l’aura del mito oppure una percezione diversa. Quasi una meraviglia perché non erano così importanti. Quest’ultima colpisce e fa un male dolce, incredulo che quel ricordo capace di generare contentezza sia stato violato.

Ci sono molti modi per cambiare l’evoluzione delle cose; l’indifferenza e il silenzio o peggio le piccole bugie, generano crepe, staccano pezzi, distruggono e lasciano macerie.

Mi pareva, ma in questo hai ragione, non dire chiaramente le cose comporta come minimo, attese insoddisfatte. Chi sente una persona molto vicina, addirittura se ne innamora, gioca alla telepatia. Pensa cioè di indovinare e di essere indovinato, ma non funziona così: ciò che si indovina è sempre qualcosa che appartiene a noi più che all’altro. E non indovinare i desideri di chi è prezioso per noi, genera una sensazione di incapacità, di inadeguatezza. Non è una bella sensazione.

Non hai capito perché era fatica capire, ma in realtà ero la persona che tu non avevi in testa. Ti sei adattata come per una scarpa che è bella anche se fa male finché non diventa comoda e si sforma.

Sono i fatti che prendono il comando, riescono a zittire prima i desideri e poi i fini. Hanno una grande virtù, i fatti sono reali e interpretabili. Quasi mai l’interpretazione coincide, ma questo lo sai bene, perché si vorrebbe che proprio quei fatti avessero una porta socchiusa. Qualcosa che li fa assomigliare ai desideri che si vorrebbero realizzati.

I fatti guastano i fini, poi corrodono i progetti oppure li rafforzano e sorprendono perché mai e poi mai ci si sarebbe aspettato che fossero così creativi.

I fatti li condividiamo, li abbiamo condivisi. I miei sono un arcobaleno di sensazioni, non mi piacciono tutti i colori, lo sapevi? Però dalle cose più piccole a quelle più grandi ciò che mi sembra sia accaduto, ha costruito un libro virtuale di ricordi dove le fotografie si spostano e con esse la collocazione nel tempo, per cui il prima e il dopo si interrogano, si alternano, cercano un senso e ne trovano un altro. Accade anche a te?

FB mi indica una serie di persone che potrei conoscere e mi incita a chiedere l’amicizia. Ma che storia è questa: è proprio perché le conosco che non gli chiedo l’amicizia. Allora mi domando dove siano finite le cose leggere che ci hanno prima messo assieme e poi separato.

Un’incuria del sentire che si è stancata, come se davvero fossimo leggeri e invece siamo pesanti, tanto da non riuscire a trascinare le cose che non hanno una verità da mostrare. Ci nutriamo di verità possibili, di abitudini, di leve che cancellano il troppo che si accumulato e permettono di vederci accettabili. Insomma possiamo fare di meglio, come ci hanno sempre detto, ma anche di peggio.

Conservi ancora cose che ti ricordano qualcosa, e cosa?

Mi prende la voglia di andare via sino al limite della nostalgia, sapendo che essa riguarda ciò che c’è, che è vero e ci accompagna, ma che troppo spesso dimentichiamo per farci influenzare dalle cose minuscole che non durano nulla. Andare in cerca di ciò che si nasconde in me per trovare te.

kintsugi

 

l’intero si fonde nella parte,
testimone il kintsugi di ciò che è stato nell’attenta rinascita,
perché nascere è il nuovo e l’antico,
seminato, cresciuto e ri composto.
Il tatto sente il leggero curvare, 
d’ un corpo che si rapprende in sé, e suona.
Fosse così il cuore quando si rabbercia
nel sentire che si quieta 
e smussa la punta d’un desiderio che ancora non tace. 
Silenzio di parola, profumo lieve d’essenza
di metallo che sfalda e tocca il gusto per l’ attimo del sentire,
come pensiero che non pensa, guarda e ascolta, 
la spirale compiuta che fugge,
e avvolge, il mio tiepido cuore.

caparbietà felici

Di questo tempo cosa terremo come valore che ci ha mutato e ha reso il tempo successivo differente. Non il confronto con il tempo precedente che si è dileguato dimostrando la sua pochezza nell’abitudine e nella lìbertà che dipendeva solo in parte da noi. Se almeno fosse uno spartiacque, l’apertura verso un’ironia del vivere che rimette in ordine importanza e libertà, dà il giusto peso agli amori, rallenta la corsa verso il baratro delle solitudini mascherate di forza, allora il suo ruolo l’avrebbe avuto. E anche se servisse a riconsiderare che molte delle nostre libertà sono un compromesso felice tra diversi voleri, che ciascuno, nel fare un affare conveniente, lascia qualcosa e prende qualcos’altro, che alla fine quella libertà o si fonde nel piacere oppure si sente parziale, sminuita quel tanto che le ha impedito di essere piena, allora sarebbe fonte di una stagione di amori. Ma così non è è mi torna alla mente una storia che raccontata ora perde lo smalto del vissuto ma negli occhi di chi parlava si vedeva che era stata grande perché di queste libertà amorose parlava e le considerava non parte ma vita stessa. Era ancora possibile parlarsi nei caffè e si abbassava la voce per non essere ascoltati, così fece sorridendo:

Mi chiese se c’ero, erano le 11 di sera, se ero sola e se avevo un letto da prestargli, perché negli amori I letti e i luoghi sono sempre di qualcun altro, ma mai il tempo che in essi si condivide. Quello è di entrambi ed è fatto di un tale groviglio di sensi e sentire che alla fine mancano le parole per raccontarlo a sé e diviene un prezioso essere che appartiene a entrambi. Si spostò sulla sedia e continuò dicendo che era a Bologna, 300 km da me. Disse che mi annusava nell’aria di primavera e nella notte c’ero io sola. 

Ci fu del silenzio. Attesi sorridendo continuasse.

C’ero. Stavo leggendo e faceva già caldo e dalla finestra aperta entrava l’odore della notte, fatto di suoni e profumi. Di pensieri e desideri inespressi. Capirai la mia confusione, nella domanda mi sentii sciogliere e avvampare. Ero felice e impreparata come accade dinanzi a un fiore, a un silenzio che si fonde nel bacio.

Mi guardò negli occhi, che mi sembravano leggermente umidi:: Gli dissi, vieni e da tanto che ti aspetto.

E si capiva che il resto avrebbe voluto essere una successione di momenti felici, di sorprese, di piccole pazzie che avrebbero punteggiato la vita normale. Quella fatta di lavoro, obblighi, appuntamenti graditi e sgraditi. La vita che scorre nello stagno in attesa della fiumana, di ciò che sconvolge e riallinea priorità e dolcezze. Insomma lo stupore che accompagna la felicità e la rende parte di un continuo anche quando non c’è. E per questo vivere diverso serve una caparbietà, quella che adesso dovremmo mostrare nel mutare le cose. Quella che aveva, e immagino, conservi la mia amica, nel costruire un vivere dove l’attesa ha un senso perché è già cambiamento. Ma tra le molte caparbietà che irrobustiscono il cuore e la volontà solo quelle che si sposano con la libertà sono felici. Sono le caparbietà transitorie che ci fanno bene, che trovano la vita che vogliono e non si fermano.  Per questo penso che ciò che si ha, con questa volontà di diverso vivere sia superiore a ciò che vogliamo. Ed è solo un problema di sincronia con noi stessi, l’equazione che riguarda le felicità possibili. 

hallelujah per quattro voci maschili precarie

C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate. 

Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.

Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.

Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.

Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.

Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.

Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.

notizie dall’italia

‍‎Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.

Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.

Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata  in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.

Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.

Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.

 

scrivo molto

Scrivo molto. Non come vorrei, né quanto vorrei. Mi piacerebbe che lo scrivere fosse la mia principale occupazione, ma non può essere così, e allora è fatto di ritagli, di fogli che svolazzano, di agende, di pensieri affidati al notes dello smartphone. Scritti, dimenticati, ripresi, ritornati, scomparsi. Pensavo che un blog fosse un modo per trovare persone che hanno lo stesso interesse, che scavano dalle loro parti e confrontano ciò che trovano. Un tempo lo era ora non è più così. Nel mio blog vengono pochissimi amici affezionati. Spesso mi piacerebbe sapere di più di loro. Chiedergli come vivono, come stanno davvero, parlare di impressioni, esperienze, vite. Poi mi rendo conto che questo mondo troppo spesso avvicina in modo strano il sentire ed è raro lo scambio.

Mi accorgo anche che altri passano per curiosità e scompaiono. Credo sia destino di chi scrive non sapere nulla di chi lo legge. Quali interessi suscita. Perché si è interrotta una lettura o cosa si è pensato di un raccontare che sembrava svagato. Sembra spesso un discorso che avviene in un solo senso. Per dare misura delle storie virtuali basterebbe pubblicare i whatsapp o gli sms che si susseguono. Qualcuno l’ha già fatto e ci ha ricavato due o tre libri, ma è un parlare diverso che sempre chiede e dice come si sta, cosa si pensa. E’ il momento e ad esso manca qualcosa: il contorno e la profondità. Manca il divagare, la confidenza di un’amica, il pensiero malinconico che non lascia, il particolare di una chiesa che non sarà mai vista da chi legge eppure ha suscitato curiosità. Come del raccontare il sudore d’una notte d’estate, o il canto dell’allodola prima che filtri la luce dalle imposte socchiuse, il sogno dal quale si è appena usciti, il rumore sommesso che arriva da una finestra vicina con sospiri e rumori d’amore. Tutto questo si può raccontare ma non racchiudere in poche parole.

Scrivere è un bisogno, un peso immateriale positivo che equilibra l’anima. Scrivere è essere ciò che si è, un gomitolo di aspirazioni, di ricordi, di attese, di delusioni e felicità improvvise. Dalla vita con il suo filo che corre ne è uscita una palla, un gomitolo con cui qualche gatto gioca e sembra fingere di capire.

In realtà continuerò a scrivere anche se non so che ruolo abbia nella mia vita. Nel gioco della psicanalisi ad un certo punto mi sono accorto di aver compreso parecchio di me. Potevo allineare tutte le manchevolezze, sapere da cosa si erano originate, ripescare gli incontri che mi avevano impaurito, cambiato, e quelli che mi avevano reso quasi felice. Ho visto l’origine profonda e quella banale di alcune malinconie, ho intravvisto il sauro che dorme dentro, dove si arriva a fatica e mai senza pagare pegno. Ho interpretato sogni, cambiato qualche piccolo atteggiamento e infine mi sono accorto che all’analista non avevo più nulla da dire perché parallelamente era andato avanti un discorso sulla carta che si era originato ben prima e che continuava per suo conto a interpretare, cercare, mettere in fila. Ci siamo salutati neanche tanto bene, voleva continuassi, ma non avevo più nulla da offrire che mi desse un senso differente ed era una consapevolezza profonda, come quella del non dare consigli, del considerare che i pesi si portano da soli e si lasciano nel giusto posto . Per me quel posto era la pagina, la penna, le parole che si formavano e venivano da una fonte comune che si era arricchita per strada, ma era sempre quella. Quella fonte ero io. Con tutte le emozioni raccontabili e non dicibili, con le manie piccole e grandi, le paure e gli scatti improvvisi di felicità. Ero io nel momento in cui camminavo senza meta facendo le stesse strade, nei pensieri che avevano il ritmo del passo, nei desideri e nelle delusioni. Ero io negli errori piccoli e grandi commessi, nel senso di fallimento rispetto alle grandi attese. Ero io che mi perdevo e che accettavo ciò che mi sembrava grande e alto, tanto da farne un pensiero che poi lo portava a terra e lo rendeva comprensibile, fattibile. Ero io che mi cercavo nell’inutile perseguito con acribia determinazione.

In questi giorni ascoltavo la lettura della Coscienza di Zeno e pensavo che il flusso ininterrotto di pensieri, con cui vedeva la vita mettendoci la giusta ironia, non gli toglieva la necessità di raccontare il sentire e così faceva Grace Paley nei suoi racconti in cui si guardava vivere. Di questi esempi ce n’erano a migliaia e tutti avevano scritto per una necessità che precedeva il bisogno di avere lettori, di sentirsi bravi e che quella fonte, di cui parlavo e che tutti abbiamo, si disseccava solo quando si era inutili a sé. Per questo ancora scrivo e continuerò a farlo, non per i lettori che vorrei mi parlassero ma per quella solitudine del parlar dentro che viene compensata o da qualche persona che arriva al cuore e non ha bisogno di bussare oppure dal far uscire le parole che dicono come e cosa si è. Parole come sangue che fluisce e circola in un corpo più grande, un dentro e fuori di se stessi che è l’abbraccio che posso dare a me stesso e al mondo.

(302) Vivaldi – Dixit Dominus (RV 594) – YouTube

 

curricula vari 2

C’erano due tavolini sotto il portico, col piano tondo d’alluminio, uno di fronte all’altro, con due sedie ciascuno. Quelle sedie di tubolare di ferro verniciato, con i braccioli e le stecche di legno per la seduta e l’appoggio della schiena. Sarebbero stato il luogo ideale degli amori incipienti, degli sguardi e delle parole a bassa voce condite di sorrisi e invece erano la sosta del prolungato bere serale. Un litro, qualche bicchiere in più per chi passava. Vino rigorosamente rosso, poco artefatto, con un piattino per il mezzo uovo e l’acciughina, il tutto condito di parole, soprannomi, motti di spirito e richiami a chi, conosciuto, passava nella piazza antistante. Chi conosceva Freud taceva. Rideva e basta, imparando l’autoironia e il limite del dileggio. Davanti c’era il Pedrocchi, caffè storico da signori, anche se il lato in vista era quello delle due ali che abbracciavano la piazzetta racchiusa dai leoni di pietra. Insomma il luogo del farsi vedere della borghesia cittadina, ma anche il lato della sala verde, riservata agli squattrinati e ai discorsi infiniti sulle politiche cittadine, nazionali e mondiali.

Sono stato svezzato in questi luoghi e in quell’osteria, la domenica ho imparato a crescere, in mezzo al fumo e ai giochi di carte, conoscendo la malinconia del dì di festa che se va. Lo dico per sincerità, perché la formazione è tutto ed è ciò che decide se si sarà un imprenditore di successo o un operaio, un medico o un avvocato oppure un candidato imputato. E’ nei luoghi che hanno costruito i corpi, reso importante il vino, le parole da dire, l’arte di interrompere i discorsi che fanno male che ci si forma. E si impara a giocare a tombolon o a tressette, ad arrabbiarsi buttando per aria le carte e poi a farsela passare subito, riprendendo a giocare. E’ in questo mescolare nel lessico materno e poi da finto adulto che si univa ciò che la scuola insegnava in altra lingua e con ben altro pudore. Ma soprattutto si imparava a non vantarsi troppo, a tacere quando era tempo, a raccontare bugie sostenibili. E quello bravo raccontava balle ma veniva creduto perché non eccedeva. Un’arte. Una classroom in cui l’economia (che consiste in ciò che uno sa di avere in tasca e che pensa di poter raccontare di avere) veniva fusa con la formazione delle menti e dei corpi per farne un tutt’uno e sapere quando era l’ora di andare.

Così ho imparato la chimica, prima d’essere interrogato e poi sono uscito a incontrare quel mondo affine, ingegnandomi a non mostrare la passione per ciò che leggevo e non era la pagina sportiva. Così ho appreso che la parola ha un luogo in cui deve essere giustamente inserita per avere più significato. E che ci sono cose che è meglio tenere per sé. Ora non posso chiedere di fare il chimico e neppure vantarmi di qualche successo nel settore, però il vino adulterato e quello che fa male, ho imparato a riconoscerlo. E così le parole quando diventano acide e il discorso pericoloso lo sento subito, così potrei offrirmi come buon esperto di modesti pericoli nelle relazioni, ma dubito sia un mestiere. C’è troppa supponenza nel potere vero o fasullo, e in chi lo esercita, per cui penso che sia poco richiesto e tantomeno pagato chi può suggerire alternative all’arroganza. Per questo sono disoccupato in ciò in cui sono stato formato e devo usare altri poveri talenti per mettere assieme il pranzo con la cena (leggera).

Quindi caro Signore, le chiedo di considerare questo curriculum per ciò che vale e non come una richiesta di assunzione, anche perché ciò che lei potrebbe offrirmi è un inquadramento e questo, glielo debbo dire, è cosa che non sopporto.