kintsugi

 

l’intero si fonde nella parte,
testimone il kintsugi di ciò che è stato nell’attenta rinascita,
perché nascere è il nuovo e l’antico,
seminato, cresciuto e ri composto.
Il tatto sente il leggero curvare, 
d’ un corpo che si rapprende in sé, e suona.
Fosse così il cuore quando si rabbercia
nel sentire che si quieta 
e smussa la punta d’un desiderio che ancora non tace. 
Silenzio di parola, profumo lieve d’essenza
di metallo che sfalda e tocca il gusto per l’ attimo del sentire,
come pensiero che non pensa, guarda e ascolta, 
la spirale compiuta che fugge,
e avvolge, il mio tiepido cuore.

caparbietà felici

Di questo tempo cosa terremo come valore che ci ha mutato e ha reso il tempo successivo differente. Non il confronto con il tempo precedente che si è dileguato dimostrando la sua pochezza nell’abitudine e nella lìbertà che dipendeva solo in parte da noi. Se almeno fosse uno spartiacque, l’apertura verso un’ironia del vivere che rimette in ordine importanza e libertà, dà il giusto peso agli amori, rallenta la corsa verso il baratro delle solitudini mascherate di forza, allora il suo ruolo l’avrebbe avuto. E anche se servisse a riconsiderare che molte delle nostre libertà sono un compromesso felice tra diversi voleri, che ciascuno, nel fare un affare conveniente, lascia qualcosa e prende qualcos’altro, che alla fine quella libertà o si fonde nel piacere oppure si sente parziale, sminuita quel tanto che le ha impedito di essere piena, allora sarebbe fonte di una stagione di amori. Ma così non è è mi torna alla mente una storia che raccontata ora perde lo smalto del vissuto ma negli occhi di chi parlava si vedeva che era stata grande perché di queste libertà amorose parlava e le considerava non parte ma vita stessa. Era ancora possibile parlarsi nei caffè e si abbassava la voce per non essere ascoltati, così fece sorridendo:

Mi chiese se c’ero, erano le 11 di sera, se ero sola e se avevo un letto da prestargli, perché negli amori I letti e i luoghi sono sempre di qualcun altro, ma mai il tempo che in essi si condivide. Quello è di entrambi ed è fatto di un tale groviglio di sensi e sentire che alla fine mancano le parole per raccontarlo a sé e diviene un prezioso essere che appartiene a entrambi. Si spostò sulla sedia e continuò dicendo che era a Bologna, 300 km da me. Disse che mi annusava nell’aria di primavera e nella notte c’ero io sola. 

Ci fu del silenzio. Attesi sorridendo continuasse.

C’ero. Stavo leggendo e faceva già caldo e dalla finestra aperta entrava l’odore della notte, fatto di suoni e profumi. Di pensieri e desideri inespressi. Capirai la mia confusione, nella domanda mi sentii sciogliere e avvampare. Ero felice e impreparata come accade dinanzi a un fiore, a un silenzio che si fonde nel bacio.

Mi guardò negli occhi, che mi sembravano leggermente umidi:: Gli dissi, vieni e da tanto che ti aspetto.

E si capiva che il resto avrebbe voluto essere una successione di momenti felici, di sorprese, di piccole pazzie che avrebbero punteggiato la vita normale. Quella fatta di lavoro, obblighi, appuntamenti graditi e sgraditi. La vita che scorre nello stagno in attesa della fiumana, di ciò che sconvolge e riallinea priorità e dolcezze. Insomma lo stupore che accompagna la felicità e la rende parte di un continuo anche quando non c’è. E per questo vivere diverso serve una caparbietà, quella che adesso dovremmo mostrare nel mutare le cose. Quella che aveva, e immagino, conservi la mia amica, nel costruire un vivere dove l’attesa ha un senso perché è già cambiamento. Ma tra le molte caparbietà che irrobustiscono il cuore e la volontà solo quelle che si sposano con la libertà sono felici. Sono le caparbietà transitorie che ci fanno bene, che trovano la vita che vogliono e non si fermano.  Per questo penso che ciò che si ha, con questa volontà di diverso vivere sia superiore a ciò che vogliamo. Ed è solo un problema di sincronia con noi stessi, l’equazione che riguarda le felicità possibili. 

hallelujah per quattro voci maschili precarie

C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate. 

Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.

Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.

Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.

Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.

Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.

Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.

notizie dall’italia

‍‎Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.

Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.

Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata  in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.

Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.

Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.

 

scrivo molto

Scrivo molto. Non come vorrei, né quanto vorrei. Mi piacerebbe che lo scrivere fosse la mia principale occupazione, ma non può essere così, e allora è fatto di ritagli, di fogli che svolazzano, di agende, di pensieri affidati al notes dello smartphone. Scritti, dimenticati, ripresi, ritornati, scomparsi. Pensavo che un blog fosse un modo per trovare persone che hanno lo stesso interesse, che scavano dalle loro parti e confrontano ciò che trovano. Un tempo lo era ora non è più così. Nel mio blog vengono pochissimi amici affezionati. Spesso mi piacerebbe sapere di più di loro. Chiedergli come vivono, come stanno davvero, parlare di impressioni, esperienze, vite. Poi mi rendo conto che questo mondo troppo spesso avvicina in modo strano il sentire ed è raro lo scambio.

Mi accorgo anche che altri passano per curiosità e scompaiono. Credo sia destino di chi scrive non sapere nulla di chi lo legge. Quali interessi suscita. Perché si è interrotta una lettura o cosa si è pensato di un raccontare che sembrava svagato. Sembra spesso un discorso che avviene in un solo senso. Per dare misura delle storie virtuali basterebbe pubblicare i whatsapp o gli sms che si susseguono. Qualcuno l’ha già fatto e ci ha ricavato due o tre libri, ma è un parlare diverso che sempre chiede e dice come si sta, cosa si pensa. E’ il momento e ad esso manca qualcosa: il contorno e la profondità. Manca il divagare, la confidenza di un’amica, il pensiero malinconico che non lascia, il particolare di una chiesa che non sarà mai vista da chi legge eppure ha suscitato curiosità. Come del raccontare il sudore d’una notte d’estate, o il canto dell’allodola prima che filtri la luce dalle imposte socchiuse, il sogno dal quale si è appena usciti, il rumore sommesso che arriva da una finestra vicina con sospiri e rumori d’amore. Tutto questo si può raccontare ma non racchiudere in poche parole.

Scrivere è un bisogno, un peso immateriale positivo che equilibra l’anima. Scrivere è essere ciò che si è, un gomitolo di aspirazioni, di ricordi, di attese, di delusioni e felicità improvvise. Dalla vita con il suo filo che corre ne è uscita una palla, un gomitolo con cui qualche gatto gioca e sembra fingere di capire.

In realtà continuerò a scrivere anche se non so che ruolo abbia nella mia vita. Nel gioco della psicanalisi ad un certo punto mi sono accorto di aver compreso parecchio di me. Potevo allineare tutte le manchevolezze, sapere da cosa si erano originate, ripescare gli incontri che mi avevano impaurito, cambiato, e quelli che mi avevano reso quasi felice. Ho visto l’origine profonda e quella banale di alcune malinconie, ho intravvisto il sauro che dorme dentro, dove si arriva a fatica e mai senza pagare pegno. Ho interpretato sogni, cambiato qualche piccolo atteggiamento e infine mi sono accorto che all’analista non avevo più nulla da dire perché parallelamente era andato avanti un discorso sulla carta che si era originato ben prima e che continuava per suo conto a interpretare, cercare, mettere in fila. Ci siamo salutati neanche tanto bene, voleva continuassi, ma non avevo più nulla da offrire che mi desse un senso differente ed era una consapevolezza profonda, come quella del non dare consigli, del considerare che i pesi si portano da soli e si lasciano nel giusto posto . Per me quel posto era la pagina, la penna, le parole che si formavano e venivano da una fonte comune che si era arricchita per strada, ma era sempre quella. Quella fonte ero io. Con tutte le emozioni raccontabili e non dicibili, con le manie piccole e grandi, le paure e gli scatti improvvisi di felicità. Ero io nel momento in cui camminavo senza meta facendo le stesse strade, nei pensieri che avevano il ritmo del passo, nei desideri e nelle delusioni. Ero io negli errori piccoli e grandi commessi, nel senso di fallimento rispetto alle grandi attese. Ero io che mi perdevo e che accettavo ciò che mi sembrava grande e alto, tanto da farne un pensiero che poi lo portava a terra e lo rendeva comprensibile, fattibile. Ero io che mi cercavo nell’inutile perseguito con acribia determinazione.

In questi giorni ascoltavo la lettura della Coscienza di Zeno e pensavo che il flusso ininterrotto di pensieri, con cui vedeva la vita mettendoci la giusta ironia, non gli toglieva la necessità di raccontare il sentire e così faceva Grace Paley nei suoi racconti in cui si guardava vivere. Di questi esempi ce n’erano a migliaia e tutti avevano scritto per una necessità che precedeva il bisogno di avere lettori, di sentirsi bravi e che quella fonte, di cui parlavo e che tutti abbiamo, si disseccava solo quando si era inutili a sé. Per questo ancora scrivo e continuerò a farlo, non per i lettori che vorrei mi parlassero ma per quella solitudine del parlar dentro che viene compensata o da qualche persona che arriva al cuore e non ha bisogno di bussare oppure dal far uscire le parole che dicono come e cosa si è. Parole come sangue che fluisce e circola in un corpo più grande, un dentro e fuori di se stessi che è l’abbraccio che posso dare a me stesso e al mondo.

(302) Vivaldi – Dixit Dominus (RV 594) – YouTube

 

curricula vari 2

C’erano due tavolini sotto il portico, col piano tondo d’alluminio, uno di fronte all’altro, con due sedie ciascuno. Quelle sedie di tubolare di ferro verniciato, con i braccioli e le stecche di legno per la seduta e l’appoggio della schiena. Sarebbero stato il luogo ideale degli amori incipienti, degli sguardi e delle parole a bassa voce condite di sorrisi e invece erano la sosta del prolungato bere serale. Un litro, qualche bicchiere in più per chi passava. Vino rigorosamente rosso, poco artefatto, con un piattino per il mezzo uovo e l’acciughina, il tutto condito di parole, soprannomi, motti di spirito e richiami a chi, conosciuto, passava nella piazza antistante. Chi conosceva Freud taceva. Rideva e basta, imparando l’autoironia e il limite del dileggio. Davanti c’era il Pedrocchi, caffè storico da signori, anche se il lato in vista era quello delle due ali che abbracciavano la piazzetta racchiusa dai leoni di pietra. Insomma il luogo del farsi vedere della borghesia cittadina, ma anche il lato della sala verde, riservata agli squattrinati e ai discorsi infiniti sulle politiche cittadine, nazionali e mondiali.

Sono stato svezzato in questi luoghi e in quell’osteria, la domenica ho imparato a crescere, in mezzo al fumo e ai giochi di carte, conoscendo la malinconia del dì di festa che se va. Lo dico per sincerità, perché la formazione è tutto ed è ciò che decide se si sarà un imprenditore di successo o un operaio, un medico o un avvocato oppure un candidato imputato. E’ nei luoghi che hanno costruito i corpi, reso importante il vino, le parole da dire, l’arte di interrompere i discorsi che fanno male che ci si forma. E si impara a giocare a tombolon o a tressette, ad arrabbiarsi buttando per aria le carte e poi a farsela passare subito, riprendendo a giocare. E’ in questo mescolare nel lessico materno e poi da finto adulto che si univa ciò che la scuola insegnava in altra lingua e con ben altro pudore. Ma soprattutto si imparava a non vantarsi troppo, a tacere quando era tempo, a raccontare bugie sostenibili. E quello bravo raccontava balle ma veniva creduto perché non eccedeva. Un’arte. Una classroom in cui l’economia (che consiste in ciò che uno sa di avere in tasca e che pensa di poter raccontare di avere) veniva fusa con la formazione delle menti e dei corpi per farne un tutt’uno e sapere quando era l’ora di andare.

Così ho imparato la chimica, prima d’essere interrogato e poi sono uscito a incontrare quel mondo affine, ingegnandomi a non mostrare la passione per ciò che leggevo e non era la pagina sportiva. Così ho appreso che la parola ha un luogo in cui deve essere giustamente inserita per avere più significato. E che ci sono cose che è meglio tenere per sé. Ora non posso chiedere di fare il chimico e neppure vantarmi di qualche successo nel settore, però il vino adulterato e quello che fa male, ho imparato a riconoscerlo. E così le parole quando diventano acide e il discorso pericoloso lo sento subito, così potrei offrirmi come buon esperto di modesti pericoli nelle relazioni, ma dubito sia un mestiere. C’è troppa supponenza nel potere vero o fasullo, e in chi lo esercita, per cui penso che sia poco richiesto e tantomeno pagato chi può suggerire alternative all’arroganza. Per questo sono disoccupato in ciò in cui sono stato formato e devo usare altri poveri talenti per mettere assieme il pranzo con la cena (leggera).

Quindi caro Signore, le chiedo di considerare questo curriculum per ciò che vale e non come una richiesta di assunzione, anche perché ciò che lei potrebbe offrirmi è un inquadramento e questo, glielo debbo dire, è cosa che non sopporto.

curricula vari 1

La luce entra da una finestra sempre aperta in fondo al corridoio. Scandisce le ore della notte e del primo giorno con la volubilità delle nuvole. A Teti alloggiavo fuori comune, dalla finestra entrava il fresco della notte e al primo accenno di chiarore, il suono dei campanacci delle pecore che svegliavano il giorno. Occuparsi di sviluppo territoriale portava in territori bellissimi e devastati. Il mio compito era rendere interessante il degrado, vederne l’evoluzione e fattibile la rinascita. Nel mio biglietto da visita avrei dovuto mettere: realizziamo sogni per rendere ricomponibile, il dissipato. Era il quinto lavoro fatto, nella vita fare più cose nel tempo mi sembrava naturale. Quello è sembrato il punto d’arrivo, una passione che cresceva. Poi è rimasta solo la passione e il lavoro un desiderio. Lo paragonavo al volare di coriandoli nel carnevale della fretta. Ma questo non lo pensavo allora, dopo ore d’auto e di boschi, di sughere e di parole che costruivano progetti da trasferire sulla carta e poi da portare in giro per l’Europa. Pensavo che un’unica passione, vera, assoluta, profonda, sarebbe stata il compiersi dell’indole, la logica conclusione di una aspirazione negata.

La luce ora riempie il corridoio, apre il giorno senza progetto. Offresi pensieri liberi che possano costruire valore compatibile con la dignità del lavoro, che rispettano l’ingegno del mettere assieme, immaginano l’unicità del costruire in luoghi dove si attraversi una foresta, anche modesta, per andare al lavoro e tornare ad una casa. Il tutto serenamente.

identità

Mi facevi notare che a volte scrivevo in seconda o terza persona. Eri indecisa se parlassi di me o d’un altro che m’assomigliava. Non è semplice spiegarlo se non ci si è abituati, semplicemente mi osservavo e cercavo di dire ciò che vedevo. Anche i pensieri osservavo. E così le passioni, i desideri, le sconfitte, le attese di futuro, le speranze. Osservavo il tempo, sentivo il suo incalzare, se era gestito da altri e diventava un’imposizione, mentre ne vedevo la lentezza del suo scorrere in me. Mi sembrava d’essere sempre un poco indietro, di capire in ritardo e allora assistere diventava naturale. Lo sai che cambiare in fretta è difficile. Ti sei mai chiesta perché lo sia e invece lo si pretenda dagli altri, dalle situazioni. Forse è quell’essere indietro, quell’accumulare ricordi, che ci lega a un vissuto comparativo. Le cose sono spesso accadute, le situazioni, ripetute e pur desiderando il nuovo, credendo fortemente che ogni volta sarà diversa, qualcosa ci frena. Un attrito interiore che mette in moto l’esperienza e al tempo stesso la nega, una bella condizione per un moto lento e meditato. Dovremmo apprezzarlo anche se tutto attorno ci chiede di correre. Le cose scorrono in una direzione che poi la chiamiamo Karma o Daimon poco cambia, è una sequela di noi stessi. Un approssimarsi che dovrebbe fornirci un ritratto veritiero di ciò che siamo, che vorremmo essere e trovarne una sezione aurea che che si chiami moderata consapevolezza o felicità di esistere perché siamo noi. Quel noi che intuiamo e che nel mio caso, ma non credo sia l’unico, anzi, osservavo e osservo. A volte stupito e molto più spesso annoiato del conoscermi. Nel mutare solo il caso ci aiuta, e non so se sia bene, perché esso, come un sauro ha spesso gli occhi chiusi, la pelle a scaglie e repentini moti di coda. Si muove per suo conto con una logica tellurica e mai consequenziale secondo la nostra povera ragione intrisa di sentimento e di attese. Comunque nell’uso della seconda o terza persona singolare, non calcolavo nulla e neppure attendevo molto. Solo che le cose trovassero un loro ordine, anzi che si allineassero alle parole e trovassero un senso così forte da essere univoche nel loro esprimere ciò che esse raccontavano. C’è sempre uno scarto tra la consapevolezza e la realtà, come vi fossero due realtà disponibili: quella sentita e quella che va per suo conto e sembra ignorarci. Tu di che realtà facevi parte quando mi ascoltavi, mi leggevi? Posso risponderti con discreta certezza: eri nella tua realtà. Sembra banale, ma quella realtà la facciamo coincidere con quella di chi ci parla e invece quasi sempre si agisce per percorsi consolidati, non si seguono vie corte e lineari. E se ci sono difficoltà che ci riguardano si mettono in fila le scelte su tortuosità compatibili. Ciò non tocca la verità, anzi in un qualche modo la crea, precisandola. E allora usare la seconda o meglio la terza persona singolare permette di porre domande gentili, di far avvicinare le realtà. Si può rispondere o meno, essere d’accordo o discutere perché entrambi parliamo di qualcosa che conosciamo, che avrà i suoi punti deboli, ma anche qualche modesta qualità, riconosciuta da entrambi. E così facile trovarsi d’accordo sugli altri ed è invece un esercizio di pazienza reciproca e di comprensione profonda trovarci d’accordo su noi. Trovare i tempi giusti, superare i modi di dire, lasciare che l’intuito abbia un posto importante ma non sia tutto. Ebbene, tutto questo questo scivolava fuori dall’io e andava verso la terza persona, ma non quando eravamo vicini e soprattutto quando mi rivolgevo a un ascoltatore che potevi essere tu ma anche un po’ più indeterminato. Tu non solo non lo capivi ma sembrava darti un leggero fastidio questo modo di scrivere e anzi sembrava un volersi dare tono mentre in realtà lo toglieva. Credo che in ogni conversazione che voglia avere una sua profondità, e quella non l’affidiamo a un blog o a uno scritto che chiunque può interpretare a suo modo. Carrère proprio in questi giorni ha dovuto dire che ciò che nei suoi libri era riferito a se stesso o a chi gli stava vicino non era la verità. E poteva dire altro? Anche se fosse stato così, e certamente lo era, ci sono punti di noi che raccontati da altri, fanno male. Il masochismo nel vedersi dentro e fuori, è un’arte difficile, che, anche se praticata, spesso viene occultata e chiamata con altri nomi, sulla quale vorremmo sempre essere contraddetti, ma in meglio. Cioè vorremmo che gli altri che ci interessano ci vedessero meglio di come ci vediamo noi, almeno per farci venire un dubbio. E questa in fondo è una cosa allegra, cioè avere un’analisi e un’opinione propria e sperare di essere contraddetti per sorprenderci sulla nostra identità. Così come viene percepita e magari convincersene. Insomma un po’ di realtà altrui a volte fa pure bene, anche se parliamo in seconda o terza persona singolare.

l’equinozio del laico

Finisce l’estate tra le cannonate di Porta Pia. Polvere, squilli di tromba, passo d’assalto. Sono bersaglieri. Una diceria racconta che il comandante di una delle batterie piemontesi fosse un capitano ebreo, un Segre, che doveva evitare la scomunica a quelli che l’avrebbero seguito nell’abbattere la porta. Storie. I piemontesi in armi erano scomunicati già dalla presa di Bologna del 1860 e questa seconda scomunica che avrebbe aggiunto alla prima? Lo stato laico era alla porta e il Papa si sarebbe ritirato sdegnato. Forse più dai francesi e dagli austriaci che non avevano saputo difenderlo, che da questi liberali ben poco giacobini che venivano da un piccolo regno di chiesone di mattoni rossi e molto baciapile. Mezzi francesi, massoni il giusto, mica ce l’avevano con la Chiesa ma gli serviva un simbolo laico. Roma. La stessa che era stata conquistata con una falsa donazione di un imperatore pagano, Costantino, e usata come cava di pietre e mantenuta con una altalenante, reale, presenza di Papi che aveva avuto del buono e del meno buono. La religione non è democratica e forse neppure la laicità lo è. Comunque la conquista della laicità comportò delle perdite. Da entrambe le parti, e a parte i fantaccini caduti sul campo, ci fu un’acredine nuova che divise. I nobili si chiusero nei palazzi e in segno di lutto sprangarono il portone principale, esponendo un drappo nero. Fuori, invece, bersaglieri e fanti ovunque, in frasche e osterie parate a festa, finiti a rigatoni e “fojette”. I romani non fecero quadrato, ma vinsero e festeggiarono con l’invasore. La laicità economica del regno durò finché ci furono affari da fare con l’acquisizione di proprietà ecclesiastiche, quella politica teoricamente fino al patto Gentiloni, ma già da tempo giravano voti che favoriva l’uno o l’altro dei candidati al Parlamento.

Finisce l’estate con un momento in cui giorno e notte sono uguali. In fondo questo dice la laicità, ovvero che un pensiero non ha prevalenza sull’altro, che la notte dell’uno può essere illuminata dal giorno dell’altro, che la spiritualità è faccenda personale e non di stato, ma ciò non le impedisce di misurarsi e dialogare con altro. Fosse pure la sua negazione. È questo che si è imparato oppure cresce l’insofferenza per le idee altrui e soprattutto crescono le contrapposizioni tra uomini. Un odio spicciolo, virtuale e concreto che pervade il mondo e nulla ha a che fare con il credere o meno ma piuttosto con l’assenza di un ribadire che il noi, l’insieme è un valore assoluto, che i tre principi di eguaglianza, libertà, solidarietà sono una guida laica e spirituale assieme, per le vite e gli Stati. Sogni di vecchio laico, che dovrebbe sapere che depositata la polvere di Porta Pia, già lo stato cercava assoluzioni altrove. Il nuovo è che in quest’anno molesto, la confusione continua e l’uomo si ritrova più piccolo di un pezzetto di virus. Neanche uno intero, basta un pezzetto di qualcosa che neppure sarebbe vita e tutto comincia a scricchiolare. Politica, economia, persino il clima va per suo conto. Vorremmo certezze abbiamo precarietà. Il tema è come rendere gioiosa la precarietà? Dare ad essa la possibilità d’apertura verso nuovi equilibri.

Siamo stati rintanati mentre volevamo volare, prigionieri di libertà consumate, pagatori infedeli, sudditi e poco cittadini. Fino al voto. Non è successo nulla che non fosse segretamente in corso da tempo. Il fatto è che il tempo non è solo quello cronologico, ma quello delle cose, dei fatti che lentamente maturano e pian piano si mettono in moto, scorre come lava sotto il terreno e lentamente spinge in una direzione. All’estate quella direzione non piaceva e chissà cosa ne penserà l’autunno in questo giorno equanime. Credo che abbia le sue risorse, molto tenere e laiche, perché è la stagione della vicinanza, dell’apprendere se pensiamo alla scuola, del sentire la casa dopo le vacanze strane di quest’anno. È la stagione degli amori quieti, delle mani in tasche non proprie a cercar calore, dei baci dati nella luce che scema, nell’incongruità di improvvisi calori e di altrettanto inattesi freddi. È il tempo del profumo della carta e dell’inchiostro, delle luci che s’accendono prima e del camminar più svelto. Un fumo di castagne arroste annuncia l’arrivo del bastimento di foglie seccate, del vento che le spinge come le vele di un clipper pieno di the d’oriente Gli occhi si alzano e vedono il colore che incendia gli alberi prima di consegnarli al sonno. Sul mio tavolo, piccole piante ascoltano e si chiedono se la laicità sia il vivere con lo spirito ma senz’altre regole che non siano quelle proprie e quelle comuni di un’umanità ch’è fatta di eguali bisogni, di solitudini confrontabili, di amori necessari e d’un immane non detto che ognuno porta con sé per timore del riso e del compatire, ma è in realtà ciò che tiene assieme il mondo, ovvero il bisogno e l’attuazione dell’amore. Di ciò che ci manca al riso e al pianto, di ciò che è misericordia verso di sé e consolazione, di ciò che davvero ci rende uguali e laici nel bisogno di capire ed essere compresi, amati, visti, ascoltati.

p.s. Buon equinozio a tutti voi e portate pazienza per un provar mio che seminerà di parole e sentire questi giorni.

 

la memoria dell’acqua

Vorrei avere la chiarezza della goccia che cade,
che non pensa alla sua forma perfetta e si lascia carezzare dall’aria,
neppure la trasparenza sollecita il suo orgoglio,
nulla dice della sua complessa struttura.
Cade in una pozza, in un bacile,
è la lacrima d’una fontana senza il timore dell’addio. 
Lascia cerchi perfetti e si confonde,
eppure resta sè nella folla,
cosciente d’essere e mutare la sola apparenza.
Sa che non finisce, che cambia
e con gioia scorre o vola,
è l’infinita semplicità che non scorda,
l’essere da sempre universo e se stessa.

Nella scenografia dell’acqua che accompagna i passaggi, accanto ai segni di pietra e d’acciaio, ci sono polle sussurranti che impreziosiscono le superfici d’acqua. Acciaio corten intagliato dal laser e colori di lacche sulle pareti. Richiami erotici si mescolano all’ideologia della fretta e del consumare. A questo servono i piccoli bar con pochi tavolini, menù precotti, cibi sempre uguali per menti che non pensano al cibo e assolvono ad una abitudine. Onorano, come possono, la loro funzione. La sera e la notte servirà ad altri stereotipi.

Nessun sguardo vede mentre cammina, mette assieme il suo tempo, lo mescola con uno scopo, non cerca una ragione del perché sia necessario mutare. Cessare d’essere utili e vicini a ciò che si è. Non c’è tempo. Tutto scorre attorno, flussi di corpi che chiacchierano, scambiano parole, necessità, umori, banalità senza fatica. Nulla è semplice, nulla è profondo., mentre a bada si tiene la coscienza. Ma a volte questa irrompe, diviene domanda, paura e tutto sgretola senza risposta. Era questa la vita che avrei voluto vivere? Ed io chi sono se non cose che fanno da perimetro a un corpo e lasciano una scia di vento senza ricordi.

Vorrei avere la memoria dell’acqua, il suo semplice farsi ed essere stato che include il futuro. Poi la notte rallenta i flussi, si svuotano i bar, si danno le brioches di cartone ai barboni. E mentre la città si chiude, in alto s’addensano nuvole d’acqua. Pioverà.