Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido, parla col cielo che muta ed è solo bellezza. Essere la luce che muove le foglie il suo calore che spinge l’aria e tu pensi sia vento di nulla. Riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo, la trasparenza del verde denudato dal chiarore, pace d’essere e stare, apparentemente immoti, mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.
Nella piazza stamattina, festeggia il vento d’aprile che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise. Siamo in tanti, bambini e vecchi, donne che reggono i colori della pace, visi e sorrisi che stringono insieme ricordi, parole, le vite. Ci sono anni che non puoi più rivivere, i ricordi feroci, e neppure le gioie ricevute, o il cuore che arrossava I visi. Come nel primo sentire torna la voglia di fare, d’essere di partecipare. Allora erano parole forti di speranze mischiate al dolore per chi non c’era ad ascoltare. Chi allora riempiva la piazza, insegnava lieta la gloria del resistere e la normalità dei giorni e della paura. Raccontavano I padri quando senza libertà ci si opponeva, ogni pensiero era una scelta, ogni atto una forza, eppure stanchi, affamati, nella paura e nel coraggio c’era speranza e rivolta. E sentivo stamattina nel sole l’unione di allora, non erano le parole di adesso, non solo, era la speranza che aveva plasmato le vite, anche la mia, nella libertà d’essere liberi, col tempo che accoglie e costruisce docile, amico, genera speranze mai usate, e nel buio traccia una luce. No pasaran. Stamattina la piazza era piena, i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento che chiede pace, e resiste, sa di essere forte e resiste, vuole giustizia e amore e resiste.
In questi giorni che dovrebbero essere di riflessione sul dolore degli uomini, sul male del mondo che subisce violenza, il pensiero della necessità della pace è più forte. Non so cosa accadrà in Iran nelle prossime ore, nessuno di noi lo sa, ma con maggiore chiarezza emerge la furia sanguinaria e atroce del potere, della forza, della distruzione. Chi pensa che l’uomo sia sacro, come ogni bene comune non sarà mai complice di tutto questo, ma ne subirà, già ne sopporta, le conseguenze. Partecipiamo a ogni manifestazione per la pace, manifestiamo il nostro totale dissenso verso ogni connivenza con l’orrore. Non in nostro nome, non in nome dell’uomo, si distruggono civiltà, si uccidono civili, donne, bambini. Nulla di tutto questo ci appartiene e anche nell’angoscia di essere nelle mani di pazzie di onnipotenza manteniamo la nostra determinazione a difendere chi è debole, chi non ha diritti, chi vuole vivere. Tra bene e male, tra giusto e ingiusto facciamo ciò che possiamo per un mondo diverso e di pace. Mai assieme a chi giustifica la morte, a chi la considera una necessità per il potere e il profitto. Mai.
La domenica a San Telmo , i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio, danzavano assorte figure da milonga, passi nel sole a disegnare l’aria, ma la mattina nella caffetteria Dorrego si vedevano solo teste sedute, e giornali spiegati interi a coprire il lampo dei colori nella piazza. Luccicavano i vetri, nello scuro liberty del ferro e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri, ma profumato il caffè e buono. Era un vagone di tavoli allineati contro la vetrina, un corridoio tra i bisbigli, a dividere il bancone lungo, alto e scuro. Dietro liquori e lustre caffettiere. Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo, non distante da quel cortile che sembrava un chiostro, tavolo tra tavoli, stesso legno dei ripiani, e interrotte scacchiere tra le tazze. Alle regine e gli alfieri già perduti resistevano le torri e i cavalli, Jorge Luis l’ avrebbe preferito. Tra i giornali abbandonati, col dorso stretto dai listelli scuri, avvenne l’incontro con Ernesto Sabato, un pomeriggio o forse era già sera, e l’aria era vapore e fumi di bevande calde, animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta. Non s’amavano, accade tra i custodi di due grandi mondi dove si muovevano figure e fatti di realtà nascent. Bisbigliarono a lungo mentre attorno si stupiva il silenzio tra i bicchieri e poi si salutarono, forse, per non vedersi ancora. Amori che non combaciano s’osservano sin nel profondo e con dolore scelgono. Borges tornava spesso, già semicieco vedeva I rumori della piazza, i ballerini e i venditori d’abusive vecchie memorie, con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame e oggetti che estraevano furtivi raccontando storie. Di certo li aveva conosciuti, ora erano solo macchie di gessati color bruno tra sbuffi d’organza, volani e brillantina. Arlt quei bastoni di certo aveva usato, fuori dalle case dei cretonne sdruciti e nel tango praticato in vita, ma non lui, né Bioy Casares, ad altri salotti abituati con diverso accostare le labbra al cristallo o ad altre labbra. E neppure lo scrivere era eguale una pagina e poi l’altra in stanze calde d’inverno e mai per strada, senza il timore d’un passo o d’una lama. Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate, il sole ancora prigioniero delle case, solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto. ma nel vagone tutti erano ospiti e il viaggio senza fine, persino il tempo era indeciso dove andare o su chi scorrere e intanto compitava le pagine perplesso tra un mai passato e il futuro indeciso d’esser stato.
La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti, ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna, ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi. Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie, i ragazzi hanno sentito il richiamo e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri di colori misti a sorridenti parole. Così la città si è arresa, le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce, e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo, le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio, e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua, si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce. La città vecchia è ricca di vicoli, di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra, erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie ora sono portoni di muta ricchezza gelosi dei giardini c’erano campi di bocce, Della mia giovinezza seguo le tracce, la luce le cerca nei negozi di telefonia, nelle boutique agghindate, il ricordo è età dei numeri confusi, delle solite domande invase, e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino, come manca il fumo denso del toscano, ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero. La luce annoda le primavere, gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno, è lezione per chi ricorda e non vede come nasce il futuro, fertile di sfumature inattese, mentre tutto sgomita vita. In pianura arrivano venti dal nord, portano lo scherzo del profumo di neve, nessuno degli alberi ci crede, neppure le palme che si scuotono con rumore di lame, neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme. E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano, qui le case sulla via si protendono, si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce, sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni, hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca, hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite, ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede, così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire. Nei giorni di festa per andare si segue la luce, il mare e il monte sono vicini e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente, ma sempre cerca l’inatteso conosciuto. Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie, hanno lavorato nella notte, li ho visti, i fari e sentito i motori dei trattori possenti, ora la terra è grana di sabbia e di roccia, ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina, materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole. Le luci si accendono tardi la sera, le margherite si preparano alla notte, un meccanismo oscuro muove le cose fin nel profondo accade ciò che deve accadere e ogni molecola conosce il suo compito, è così meraviglioso questo mondo corale e acuto sorge il desiderio che la primavera racconti a tutti la vita.io
Scrivono cose bellissime sui padri, meno dei loro dubbi sull’essere adeguati, e non si parla dei timori per le vite da far crescere. La serenità è una richiesta che riporta il sorriso e il sonno, si protende come una mano, che non ha ora o limite, basta un richiamo e i padri la devono trovare nel sentire che contiene amore. e senza sapere s’impara a vivere come si è già vissuto ma con la libertà che innova.
Di te Papà, ho l’amore testardo che viola il tempo, la carezza fresca e preoccupata nelle poche malattie di bimbo, il sorriso timido quando tornavi a sera, mai stanco d’ascoltarmi. In primavera, di domenica mattina stavo tra le tue braccia sulla bicicletta, mi mostravi dove anche tu eri stato bimbo, e mi guardavi mangiare I dolci che non avevi avuto. Esserti accanto è stato immensamente bello, e non è mai bastato, nell’inventario degli amori necessari mai te ne sei andato. Dopo venivi nei sogni, ero grande e anch’io padre, mi svegliavo, gli occhi colmi di pianto, per l’amore mai interrotto, che chiedeva al bene di esser ancora detto. Di te caro Papà ho molto, ho suoni di tosse e la voce gentile, la sigaretta scambiata quando credevo d’essere adulto, discussioni politiche lunghe e tenaci, il poco lavoro fatto assieme. La vita e l’amore era nei silenzi pieni di parole, e in quella lettera dell’ultima estate di te mai lontano a noi vicini. L’amore si mescola, ma trattiene i colori, e il tuo è limpido come i tuoi occhi chiari, riluce mentre dentro mi stringi nell’abbraccio, e ci sei, ci siamo, assieme, tutti. Sono rimasto a custodire un amore che non muore, e s’assomma con quello da te ricevuto, ma non mi sento solo e se trasmetto dubbi e sicurezze, aggiungo amore all’amore che mi hai dato, prezioso e accogliente, nell’abbraccio che ancora mi protegge.
E’ sera di tanto muovere le cose e di capire, ora ho stanchezza. Nostalgia dei miei scaffali, delle pagine bianche, di ciò che sarà e adesso è meno che pensiero. Un singulto d’intuizione che non si forma, ancora, ma paziente attende confonde il tempo delle cose. Assenza, e lo sguardo punta ad est, dove già nata è la notte e vive il cuore del sole ancora nuovo. Una transitoria tranquillità m’ha preso come un torpore d’ambra E sento che il mio tempo sussurra nel silenzio: hai preteso e ora vedi la misura, cosa chiederai ai tuoi giorni?
Altrove gli occhi, nubi ed erba bruciata d’autunno, distratta la mano nell’acqua, raccoglie, spartisce, ascolta, il pensiero che rattiene lo sciogliersi per furia il vestito, i capelli e poi tutta, seguendo lo scialo d’amore che preme. Dispera il sentire, ma la mente ribelle ricuce, rammenda il racconto di sé e ora l’acqua, stringe e rilascia la mano, come se il cuore, così vivido e netto, fosse tutt’uno col mordere la vita, di nuovo.
Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso, portici, selciati e palazzi, luoghi di voci e memorie felici. Il cielo ha raccolto amorevole ha proteso la luce ad avvolgere, e intese le cose, perché muto non è il non dire ma l’indifferenza senza l’ascolto. Indifferenti a sé prima che ad altri sepolto l’udito e lo sguardo, diventano inutili l’azzurro e le nuvole, eppure non se ne vanno, è paziente l’attesa, filo d’acqua che scrive la pietra e scioglie legami di molecole. Altrove le sparge perché continui la vita e sia fecondo il sentire. Ecco, che l’attenzione a te nasce da una parola pensata, non tua, dal tempo che libero, è stato posato ed essa ha parlato. Di te. Mi sono soffermato, e mentre intorno scorre la piccola folla, le case hanno alzato lo sguardo, il cielo si è unito al pensiero così si è sciolto l’arcano e palesata l’unione. E mai come prima urge sentire la tua voce, mentre cantano le cose.
Credo alla carezza del vento che accompagna nell’aria le foglie, credo all’acqua che canta mentre gentile riga la terra, credo alle radici che abbracciano l’oscuro e la roccia mentre nutrono il cielo di verde. Credo alla fossile spirale innalzata dal mare per essere pietra di cima, credo nel respiro della notte stellata che ristora lo sguardo stanco del giorno. Credo negli orizzonti che mutano al tramonto e risorgono all’alba vestiti a festa dalle stagioni. Credo nel rispetto che ascolta e che guarda mentre mormora un canto, tra labbra che sperano, ed è quasi una grata preghiera.