lettere dalla zona arancione 1.

Questa mattina c’era il sole pieno e un cielo limpido. Stanotte aveva piovuto a lungo e l’aria si è pulita, così le montagne, le prealpi e l’altopiano si vedevano nettamente e illuminati dal sole riflettevano la neve. Per strada c’erano molte auto, ma forse meno di altre domeniche e andavano verso il centro della città o verso il mare.

Ieri notte siamo diventati per decreto “zona arancione”, che sembra meno di rossa ed è più simpatica, ma i divieti sono uguali. Non credo che tutti lo sappiano perché nei bar-trattoria, c’era la solita folla di persone appiccicate dai discorsi e dall’aperitivo, che qui è vino bianco a gotti. Forse quello che ha colpito di più di ciò che avviene sono le partite di calcio senza spettatori, non il virus. Per il resto i discorsi colti al volo erano sulle persone e sul paese, le solite cose scambiate al bar. Però ho notato meno allegria. Il giornalaio vende i soliti giornali, ma davanti all’edicola non ci sono i soliti gruppetti di persone che si scambiano i saluti e perdono tempo in attesa di tornare a casa per il pranzo. Le transazioni nei negozi sono veloci, il tempo di permanenza perde il ciondolare della ricerca e si limita all’essenziale, accelerando il passo. Come a un voler tornare verso qualcosa di più sicuro e meno affollato. Sono impressioni, ma è un insieme di piccoli indizi che fanno quasi una prova: di fatto si vive quasi normalmente e se si deve andare fuori dalla zona rossa ci si chiede come fare Sembra  manchino le certezze e si rinvia il tutto a nuove disposizioni. Se si può.

C’è l’ impressione di qualcosa che non si è capito nella sua profondità, ossia di come cambieranno le nostre vite, perché la realtà è quasi uguale al solito. I cantieri lavorano, i camion intasano le strade, le fabbriche non hanno chiuso, se ci sono preoccupazioni le persone le confinano verso uno dei due ospedali che si trovano appena fuori delle mura del ‘500 e che da sempre hanno fatto la distinzione tra chi è sano e chi non lo è. Forse anche adesso si pensa che solo chi è in ospedale si deve preoccupare, mentre gli altri nelle loro libertà di lavoro, piacere e movimento, hanno ricevuto norme stravaganti che possono essere interpretate secondo buon senso.

Camminando a lungo, anche attraverso la zona industriale, però manca qualcosa. Ad esempio non c’erano stamattina le solite gare di auto, le sgommate, i motori che urlavano in accelerazione. La strada era completamente vuota e attorno nessuna azienda era aperta, anche quelle dove abitava qualcuno. Qualche ciclista non aveva rinunciato alla corsa domenicale, mancavano i podisti e a piedi non si vedevano persone. Persino l’auto lavaggio era quasi deserto. Ho pensato a una sospensione di giudizio, dove ognuno si comporta come crede ma che fa fare di meno e diversamente perché sotto nasconde una preoccupazione. Non si sa quando finirà, né come finirà.

Credo sia un tempo di riesame per molte cose che semplicemente erano e con il loro esistere, rassicuravano le abitudini. È quell’allungare la mano al buio che trova ciò che cerca, ora non si è più sicuri che ci sia.

La luce è così presente, e la primavera rifulge di giorno in giorno, ma adesso procedono per loro conto, scisse da noi. Non capiamo come cambia la nostra vita e sentiamo che se anche non verremo contagiati, comunque ci sarà un mutamento profondo.

La nascita di un virus così veloce e pronto nel saltare specie è un fatto epocale, queste parole di Ilaria Capua, mi girano in testa non solo per il pericolo, ma per la fragilità di tutto quanto si è pensato intangibile. Dalle vite, alle piccole libertà che si esercitano ogni giorno, fino all’economia che sprofonda per pezzi dentro una crisi globale. L’immagine che ho, è quella della battaglia sul lago nell’Alexander Nevskj, con la sicurezza dei cavalieri teutonici che non tiene conto della fragilità su cui cammina e così perde battaglia e vita. Il semplice che si contrappone al complicato, l’umile al superbo e per una volta ciò che accade non è prevedibile e muta la storia. 

Vorrei che di questo tempo restasse una traccia minuta, e di questo scriverò, un vedere particolari che hanno significato solo rapportati a un mutamento. Attorno si vedono, una natura trionfante e indifferente e un tentativo di ordine da parte degli uomini che conformano le vite a una minaccia, ma queste due scie temporali non sono collegate e questo ci dà la misura della nostra piccolezza nel gestire il presente. Il presente è stato ciò che in questi anni ha tolto dall’orizzonte mentale, il passato e il futuro, dando entrambi per scontati. La nostra fragilità è proprio qui, gestire il presente ci mette dinanzi a una smisurata fiducia che tutto si risolverà come pensiamo. Ma non sappiamo davvero cosa pensiamo oltre al bisogno di consumare piacere e sicurezza di vivere.

 

consapevolezza

dav

 

Di notte, accadde qualche volta, sognavo di volare. Era uno staccarsi da terra fatto di balzi sospesi, che mi faceva restare in aria. Mi svegliavo e avevo una pace discreta e importante che migliorava i rapporti con gli altri. Durava fino alla prima vera difficoltà, ma saper volare sia pure nei sogni, mi pareva un’abilità. Era il mio io che faceva la pace con il suo controllore ?
Coincidono i sogni con i periodi in cui i desideri si fanno sentire, per forza incoercibile o per la loro poca importanza. Sembra, dicono, che c’entri l’autostima. però l’ho saputo dopo. E lì forse ho esagerato, pensando che il tempo fosse infinito e che esso sanasse tutto quando s’incontrava con la volontà. Ma l’uno o l’altra erano spesso occupati altrimenti, per cui le smagliature diventavano strappi e i buchi assenza di tessuto. Si poteva camminare stracciati o scivolarci dentro in sogni maldestri. Peccato.
L’autostima, ho scoperto, è incerta, balbuziente nelle parole che servono quando è in difficoltà e trova un suo soffitto dove sbattere la testa: non ci si fa troppo male ma si riconosce la grandezza altrui, la bellezza che c’interpella discreta o scostumata, e ci mostra il limite per riuscire a goderne. Così persino le trame, i personaggi dei ricordi e del presente che si fa futuro mostrano complessità che non è facile sciogliere. Riconoscere di essere un guitto non significa non recitare più, ma fare il teatro come parte della vita. E accade di sentire che quel volo dipende dalle passioni, che il massimo è fuori portata dall’eccelso, che l’unico non significa per forza di cose eterno.

Di tanti versi che non lo erano, di sogni davvero sognati, di slanci finiti per terra si è tessuta la trama, cucita con parole ch’erano insufficienti o eccessive, di silenzi ricchi d’impotenza, di piccole bugie transitorie, di tempo sbriciolato in secondi eppure erano giorni. A volte anni. Sconfitte da cui rialzarsi e quante volte, mi son chiesto conto di ciò che era evidente nella sua grottesca inadeguatezza. Così, a un consapevole guitto, è stato chiesto qual era il soggetto e se davvero parlasse a qualcuno, se vi fosse un fine al dire, ai silenzi, alle strane parole. Lo chiedo ora a me, al dubbio che ho coltivato, a volte per timore e più spesso per ragione. Lo chiedo a me che non butto nulla e conosco il significato di ciò che dico, a me che non volo più nei sogni e del limite penso il possibile bene. E mi chiedo se nessuno si curi ancora della considerazione di sé in questo mondo dove tutto brucia nel giorno e ci si stringe addosso quel po’ di umano rimasto, senza speranza di vittoria, ma almeno di far pari dopo tante battaglie, fallimenti, fughe. In fondo nei sogni ho volato e poi stavo bene con tutto ciò che era attorno. 

Ho perduto molte cose che m’importavano, ma non te

era impossibile, perché la tua radice intreccia le mie,

Il tuo restare mi segue,

non mi lasci mai e per questo vado, torno, vado,

senz’essere davvero qualcuno,

come s’usa nei sogni.

 

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

ridondanza e verbosità

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L’asciutta prosa scientifica, o il racconto essenziale fatto di frasi piccole, soggettoverbopredicato, e di concetti secchi come staffilate, non m’ appartengono. E qui il discorso potrebbe finire soverchiato dall’evidenza di tanto scrivere anche in questa pagina virtuale.  Eppure c’è stato un tempo in cui pensavo che l’essenziale fosse dire ciò che serviva, ovvero tenere l’utile. Come in un film, togliere tutto  ciò che era abitudine o ripetizione, restare nell’azione che ha un incedere semplice: genesi e sua causa, evolvere, caso, epilogo. Insomma ciò che ogni autore di gialli conosce e ciò che ogni innamorato vive. Non mi bastava e ora penso che nei particolari, nel ripetere con altre parole ci sia una ricchezza che sfugge a chi non ha tempo e voglia. E neppure gli interessa perché non cerca quel dire che si trattiene o si nasconde, ma si basta dell’evidenza.

Però è indubbio che questa osservazione detta da un’amica, sul mio scrivere ridondante e verboso, m’abbia colpito, che l’abbia riconosciuta come vera. Mi ha sorpreso e un po’ rattristato come accade quando ci viene fatta un’osservazione che ci riguarda e non ci piace. Ma il suo essere vera me la ripropone come inscindibile da ciò che sono e non avendo voglia di cambiare se non per scelta, mi fa pensare che il mutare sarebbe un mostrarmi diverso da me stesso o un pezzo di bravura. Quindi un fingere. Resta la genesi di come sono diventato ridondante e verboso, perché questa è una rappresentazione involontaria e fedele di ciò che sono. Qui le ragioni si moltiplicano, diventano meno precise. Per eccesso di immagini forse, oppure per l’inadeguatezza che sento nel raccontarle perché le parole approssimano troppo, o ancora perché in ciò che sento e vedo si nasconde molto non dicibile.

Ho anche pensato che se i termini sono precisi, il pensiero coincidente, non c’è bisogno di spiegare troppo. Un pensiero che non si perde, non divaga e va diritto all’oggetto è di per sé esaustivo. Non lascia ombre. E invece amo immergermi nell’ombra, nello scovare ciò che prima non si vede e poi si precisa. Questo esclude che la prosa possa essere efficace per un comunicato politico, per una presa di posizione. Si riduce il campo di applicazione e il raccontare è sempre un raccontarsi che non copia perché si intinge nell’originale. E questo amore per ciò che si intuisce è una attività da perditempo. Chi usa l’intuito per affiancarlo a ciò che vede e sente, sceglie di approssimare ciò che non si vede. Forse per questo l’ombra diventa fresco rifugio e fonte di attenzione. L’ombra contiene il silenzio di ciò che non vuol apparire e per raccontarlo o usa lo stesso silenzio oppure ci si muove in una linea incerta che tenta di rendere interessante ciò che apparentemente  non interessa. Come conoscere un segreto per alcuni è un peso, per altri una ricchezza.

Non a caso mi attira la spirale, il vedere il passato e il futuro nella spira che precede o segue mentre ci si muove dall’uno verso l’altro e non lo si capisce per davvero. Come per le centurie di Nostradamus dove ci sta tutto e il suo contrario. Ma questo accade quando si vuole interpretare ciò che si vede e non si conosce non quando lo si intuisce.

Di tutte queste parole si potrebbe fare un riassunto:

non ha le parole per dirlo oppure ne ha troppe,

ma solo chi non l’ha abbastanza amato

non ha inteso che ciò che viene raccontato è solo una parte,

e neppure la migliore,

di ciò che in quelle troppe parole viene svelato e celato.  

 

nostalgie operose

Il pensiero torna a terre che mi sono care,

declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.

Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.

Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,

un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.

Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.

Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.

Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,

dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,

un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.

vorrei avvolgerti la mano

Vorrei avvolgerti la mano,

tirar fuori l’indice dal pugno,

tra l’erba, mostrarti, tracce di passato e d’animali

guidarti su sentieri che solo io conosco.

E’ solo un foglio bianco ciò che non hai sognato,

la realtà è la mano che ti stringe,

e quello che vedi è la tua strada,

oppure no, non importa, puoi tornare sempre indietro.

Ciò che conta è la mano che t’abbraccia,

quello che parla è il tuo indice che s’ alza

e ora con dolcezza urgente, interroga.

fragile e duro

Con il passare delle esperienze il corpo si rafforza, diventa meno permeabile. Questo è ciò che ci pare di vedere, a volte di sentire, poi basta poco per scoprire una fragilità. Se il poco può ferirci significa che non è così insignificante e vuol dire anche che l’insicurezza che abbiamo ben riposta sotto la pelle è sempre in attesa di conferme. L’amore aggiusta tutto, il disamore disfa, ruota tutto su questa dualità che si contrappone e annulla per infiniti gradi le attese reciproche, le modifica. Basta una parola e tutto torna da capo, come si fosse in un immenso gioco dell’oca fatto di sentire, di esperienze, di fatti accaduti che dovrebbero aver insegnato. Ed è vero, hanno insegnato, ma non definitivamente perché qualcosa, da qualche parte, ci dice che ciò che si è sbagliato una volta può essere rifatto differentemente, che ciò che ha avuto un esito può averne un altro e così si apre con forza la via dei ghiacci dell’esperienza. Ogni anno un rompighiaccio rompe la morsa che stringe il porto di una città del nord del mondo e apre la strada perché assieme alla bella stagione tornino gli scambi, tutto ridiventi fresco, l’aria trovi quel profumo che da lontano ricorda tutto quello che può essere fatto e si farà in parte. È una metafora che ci riguarda? Penso di sì perché siamo fragili e le nostre fragilità sono un valore immenso in quanto ci permettono di sentire e valutare sfumature che rendono la vita nuova e bella ogni giorno, siamo, in  parte, come quel ghiaccio che improvvisamente si fa sottile, riflette la luce e poi, prima d’essere acqua, si frange. Ma siamo anche duri per paura di soffrire. Conosciamo la sofferenza, ciascuno a suo modo e in un  suo grado, che  nessuno può sindacare su di essa, è una cosa nostra. A volte preziosa perché dimostra il valore di ciò che si perde o muta, anche se sappiamo che ciò che vale davvero non si perde mai, sappiamo anche che non sarà mai più come poteva essere. In questo la durezza è scorza, superficie che tiene sotto il sentire. Duri e fragili come quel ghiaccio che si frange e lascia che irrompa l’acqua, che lo scorrere diventi visibile. Sentimento sentito, provato, percorso con timore e con trepida speranza. Dovremmo, (brutta parola che esprime ciò che non si fa) prendere cura delle nostre incrementanti fragilità. Sapere che gli anni ci rendono esposti alla parola più che alla rissa. Usare le parole e i silenzi con amore verso noi stessi per avere qualcosa da donare a chi è importante per noi. Invece ci si acconcia alla cultura dell’apparire e così non siamo mai nessuno. Non noi che vorremmo essere altro, non quel simulacro che può scivolare nel ridicolo della non età, del non appartenere al nuovo che possiamo esprimere ma alla moda che ci dovrebbe rendere differenti, più fascinosi al mondo. Non siamo più noi se durezza e fragilità davvero non ci rappresentano, nei principi che ci rendono differenti, nella corazza flebile che ci espone all’amore quando esso vuol colpire. Accettare che le fragilità aumentino con la consapevolezza dell’aver vissuto e amato rende quella durezza il morbido comprendere ciò che ci viene detto e ci mantiene saldi su ciò che fa la differenza dei nostri principi, dei sogni da sognare, del nuovo che ancora non sappiamo di poter vivere.

 

la strana storia degli anni bisestili

IMG_20200102_170055Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi  in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.

preghiera laica

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Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere.  Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno.
Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo.
Grazie.

non senza fadiga si giunge a la fine

Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.

È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.

Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.

C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.

C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.

C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.

C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.

C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.

C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno. 

C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.

C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.

C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.

C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.

C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.

Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.

Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro.  Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.

C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.

A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.