il tempo scorre e noi chissà

In questi giorni ho pensato alla limitatezza che esiste tra bisogno e risposta. Anche alla delusione che piccole cose provocano nel nostro sentire e come queste, accanto a quelle più grandi, erodano. In fondo siamo arenarie che giocano col vento, che si lasciano lavorare dagli elementi e dall’accadere, ma questo non ci rende passivi, anzi, i desideri sono in ogni minuscolo granello che il vento trasporterà chissà dove e quel desiderio, insoddisfatto, ci seguirà in effige nel cuore, o nella mente, o nell’ipotalamo secondo preferenze. Sistemi fragili e friabili che provano sensazioni forti, siano esse gioie o delusioni e le collocano nel tempo, in un come eravamo ricco di alternative bruciate che ora si pone domande. Il pensiero, quindi, scivolava tra adeguatezza al desiderare e persistenza, tra il tempo e il suo mutare.

Se si ama Eraclito, l’oscuro, si sa che il fluire cambia il mondo che ci attornia e lo fa molto più rapidamente del pesce che è immerso nel fiume. Eppure il tempo è lo stesso. È nei rapporti tra persone, nell’affettività, nei desideri, dove il tempo sembra lo stesso eppure si differenzia, muta e come tra il fiume e chi lo vive c’è chi osserva e chi, indifferente, è osservato.

Ci si lascia sempre un po’ dopo esserci incontrati ed è il continuo ritrovarsi che tiene assieme, finché funziona, poi le vite e i tempi divergono perché solo in quell’unità profonda che è durata molto o poco, i tempi avevano trovato la sincronia del diverso. Un sentimento, un amore, quasi mai trova risposte definitive proprio perché include il bisogno e il tempo per essere soddisfatto. Bisogna condividere il senso dello scorrere e il suo tempo e non si può fare con facilità, anzi, essendo un processo voluto è una fatica immane.

Ci si lascia nella visione del momento che da tempo non è più, ma il fiume, il pesce e chi guarda restano. E ogni viaggio è circolare, ritorna, volenti o nolenti su ciò che poteva essere e non è stato.
Questo differenziale di tempo tra lo scorrere attorno e noi poco veloci, non è mai privo di conseguenze, relativizza l’osservatore, lo orienta su altro, assegna ruoli, si rivolge verso il sé e analizza. Ma quasi mai trova risposte definitive proprio perché il bisogno per essere soddisfatto ha la necessità di una interlocuzione profonda che è unità di tempo e desiderio.

Si ha un bel dire che si conosce la scienza degli addii, nel profondo essi non sono mai tali ed è difficilissimo tagliare ciò che è accaduto e diventato parte di noi, perché li si riannodano i tempi.

Si va oltre, come dicono i cinici o gli stanchi, approdi umani che si assomigliano assai. Ci si fa una ragione, anche se è la vita che ci spinge a rifare i conti e a ricordare. Meditare sul tempo che non ha avuto la stessa creanza di scorrere con noi e di lasciarsi alle spalle l’alterità che non esiste più può essere utile solo se ci si ritrova.

Bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe pure riconoscersi ovvero assomigliarsi accettando molto di ciò che ci neghiamo per qualche divieto di cui non abbiamo memoria. Basterebbe essere simili ai desideri e al profondo che possediamo, al tempo che è condiviso ed è davvero nostro, il resto verrebbe di conseguenza.

 

 

 

 

 

disinamorà

Steso. Supino. Il corpo composto. Così le parole cercate, messe in lunghe file. Staccate, pescate, frustrate dal tentativo di essere ciascuna di per se sufficiente e ri immerse in quell’accento che rivela il luogo della provenienza sino allo sbottare nella parola intraducibile nella sua essenza: disinamorà. Gli occhi sono chiusi, c’è un buio chiaro nella testa, un lasciarsi andare nel fluttuare senza tempo. Dualità che emergono, simboli in forma di lettere, emozioni osservate. Paura. Caldo. Scivolare. Ritto. Nudità. Accettazione. Dovere. Subire. Libertà. Conoscersi. Riconoscersi. Perfezione. Imperfezione. Purezza. Errore. Timore. Castigo. Caldo. Dolcezza. Buio.

C’è un buio così totale nel profondo che l’unico modo per esistere è toccarsi. Sentire il proprio corpo. Riconoscerlo come zattera salvifica. Immenso e imperscrutabile nella sua interezza, docile e amoroso nel darsi per piccole parti. Per momenti di tempo. La nudità nel buio non ha senso se non per la scoperta che essa suscita, per il ri conoscere, per il ri conoscersi. Il respiro si allunga, diventa soffio lieve: è così che si scivola nel sogno? Distaccando la realtà delle cose attorno dapprima e poi entrando in sé. In punta di piedi, per guardare, curiosi di ciò che si scopre oltre gli occhi, l’udito, il tatto, finché anche l’odorato si rende conto del proprio profumo. Un misto di pensieri leggeri che penetrano, si compenetrano. Così il sospendere la percezione è sospendere il tempo: un attimo è infinito, immerso in idee, non più in sensazioni. Immagini annodate che portano distante. Incommensurabilmente distanti, ma non da sé. E poi il riemergere, il rendersi conto. Qual è stata l’ultima parola pensata? Disinamorà. Non significa disinnamorarsi , ma non vedere più nella passione o in ciò che viene fatto o nella relazione affettiva, un interesse profondo, un afflato che desidera. È la distanza che si pone nel riconoscere una fine e diventa solco, cesura definitiva: nulla sarà neppure lontanamente come prima perché si è visto l’oggetto dell’attrazione nella sua realtà che respinge e tradisce.

Anche tradire in questo contesto merita una spiegazione. Lo si può fare, tanto siamo stesi con gli occhi chiusi e sentire cosa sia il tradimento non fa male, è una sensazione distante, dolciastra, oggettiva e insieme specifica. Questo tradimento è riflessivo, è l’essere stati spinti con l’inganno a tradire se stessi. Come Pollicino siamo stati perduti nella foresta, ci è stata indicata una via che ci ha portato a combattere noi stessi, ciò che eravamo e siamo. Cadono tutte le speranze, restiamo solo noi con il nostro buio e il nostro sentirci vivi. Ogni parola esigerebbe una spiegazione se pronunciata, ma ora non serve, magari verrà quando un tempo di chiarezza genererà un racconto, una lunga fila di parole operaie che trasportano il loro carico di senso. Senza fretta perché ora è chiaro cosa è accaduto in un tempo in cui tutte le nudità innocenti esigevano una cura che non hanno ricevuto e noi siamo intrinsecamente nudi, fragili, inermi. Dopo c’è stato un infinito rincorrere, un mettere assieme cose che non c’entravano nulla, un costruire secondo modelli conformi all’uso. Se serviva una consapevolezza per capire, ora è tutta in quella parola disinamorà, termine che apre perché chiude.

Termine perché il riconoscersi conclude la vista altrui su di sé e ne inaugura una nuova, propria.

Termine ed è come tirare una riga nel mare in cui si è immersi e sentire che il mare ti abbraccia perché non è lui che neghi ma ciò che non eri tu, ciò che negava la meravigliosa realtà che ti portavi appresso. Che ognuno di noi si porta appresso.

È sempre un cerchio perfetto la vita, il passato, la somma delle imperfezioni, ciò che abbiamo desiderato e che si è trasformato in nuovi desideri, ciò che abbiamo pensato di lasciare e ciò viene aggiunto per costruirci con fatica o con gioia, o con leggerezza, o con profonda consapevolezza, tutto questo e molto altro, chiude costantemente un cerchio che si apre secondo la nostra volontà, ma resta perfetto.

Un cerchio. Ricordalo. Quando corri o stai fermo, quando il pensiero si spinge avanti sconfinato, quando ami, provi piacere, quando soffri perché ciò che vedi e senti non è umano, percorri il tuo cerchio. Incessantemente, in avanti, vivo. 

 

piccola melancolia

Mi hai chiesto come sto. Ho risposto con il minimo di parole. Non hai indagato, ma stasera stavo un po’ così. Forse hai capito e hai lasciato perdere. Accade, sia di lasciar perdere perché non si ha voglia di caricarsi di un fardello in più, sia perché ci sono altre cose che urgono. Non è disattenzione, è la vita che segue percorsi paralleli. Il mio era infognato in una serie di spirali di riflessioni, ricordi, esame di ciò che accade attorno. Forse era anche un discorso sul tempo. È strano sentir dire per le previsioni che domani sarà bello ed essere inquieti. Il tempo meteorologico si annoda con il tempo fisico. L’umore, si potrebbe pensare. La preoccupazione direi, di aver superato un limite e di non sapere che farci, così si torna tra le riflessioni su di sé, sul senso dell’impotenza. Una parola che mi veniva a mente era scialo, il buttar via ciò che potrebbe servire ad altri, lo sciupio inutile per impotenza, per mancanza di ragione più elevata. Pensavo che la ricchezza non interferisce con i sentimenti, che la capacità di amare è una grande, gratuita, livella che mette tutti sullo stesso piano. Però quando si assiste allo scialare, al dissipare si ha l’impressione che non vengano offese solo le cose e i rapporti sociali, ma qualcosa di più. È l’espressione di una potenza che tocca il profondo, un sentirsi dire: io posso buttare ciò che è utile, indispensabile per qualcuno, ma io lo butto, lo dissipo perché posso. 

Mi aggiravo con questi pensieri, mi guardavo attorno, prendevo in mano un libro tra i tanti che attendono, ne leggevo qualche riga, passavo ad un altro. Il sottofondo di musica, quartetti di Schubert raccoglieva e toglieva voglia di andare, così la melancolia prendeva man mano il sopravvento, si scontrava col mondo esterno, con l’incapacità di mutarlo e poi tornava nelle mura di casa. Contemplava il lasciato da parte e diventava malessere. Quando si sta così, anche conoscendone il motivo, non è meno doloroso, ma che farci con il dolore sordo del non essere? Francamente a me non piace usare questa parola, dolore, neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto è la melancolia, quella la conosco da un bel po’, un conto è il dolore. La parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altro che ha acuzia, che ferisce e slabbra. Il dolore, sia esso fisico o mentale implica energie e risorse diverse, provoca febbre, arrossa il viso.  Mentre, in fondo devo solo fare i conti con me, con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono, tra ciò che accade e ciò che posso portare come contributo per mutare le cose, anche se è proprio la limitatezza di questo contributo che fa sentire l’impotenza e genera melancolia. Però non invidio quelli che pur sapendo, coprono tutto: i satolli, i cinetici, i soddisfatti, gli entusiasti, semplicemente non ho quella testa.

Sentire, vivere senza pelle è una scelta, come tagliarsi un pezzo. Mi veniva in mente Malamud e il commesso che alla fine si fa tagliare il prepuzio Per aderire a qualcosa che lo faccia sentire vicino a sé e a ciò che ama. La scelta di non avere troppi schermi è qualcosa che ti ricorda di continuo un’appartenenza, un essere diverso per elezione propria. Uscire da questa condizione è possibile, basta sentire meno, oppure diversamente. Se sai di cosa sto parlando sai anche che è una droga auto prodotta come le endorfine, che si può scegliere di uscirne, facendo scorza, mutando. E mutare si può, chiudersi, non vedere e coprire tutto d’altro, sia esso un piacere oppure una perdizione,  ma bisogna sceglierlo.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti liberati, credo di aver vissuto questa sensazione nel profondo e di aver capito che il ruolo del sentire era valutato come condizione alta dell’uomo. Conosco la storia, mi piace indagare in essa e so che quest’epoca di idealismi e di sentire acuto non ha impedito eccidi immani, ha scisso le persone tra le idee e gli uomini, facendo passare il peggio e giustificandolo. Ha permesso dislocazioni del sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con l’atrocità. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, erano teneri e ascoltavano Bach e Beethoven, quindi sentire non significa essere buoni, neppure è una vaccinazione, però se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male. Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera fa male ma è anche una terapia. Quindi del secolo scorso (come avessero senso queste distinzioni e non contasse solo come si svolgono le vite) tengo la liberazione dei sentimenti che ho avuto modo di vivere negli anni in cui ero giovane. Anni in cui tutto sembrava improvvisamente possibile, anche la verità, ossia dire ciò che si pensava e viverlo in relazione alla realtà che mutava per questo.

La melancolia viene anche da questa coscienza che è diventata sogno e poi risveglio. Con l’età le parole sono sempre troppe, si spiega ciò che non ha possibilità di essere ascoltato se non in particolari, pochi casi. Per questo si dice che si sta bene, per stanchezza di ricerca dei significati. Perché la condizione del cercarsi, del trovare un limite alla propria inadeguatezza non è dicibile se non con altri linguaggi fisici.

Un porto sicuro le tue braccia,

lo sciogliersi dei capelli nella carezza,

per stare senza pensiero d’altro che non sia il calore,

la presenza 

Mentre fuori si scurisce il giorno

guardiamo con lo stesso sguardo,

la grammatica del cuore.

 

tu sai

dav

 

Tu sai cos’è il profumo della nostalgia

lo sai nell’ora incerta

in cui la luce cede al velluto l’evidenza,

alla forza del sogno la realtà.

Tu sai che le pietre ricordano,

conosci il profumo della carta,

il sottile erotismo delle parole,

ascolti l’inquietudine del giorno.

E se compi,

il gesto netto del direttore d’orchestra,

dell’inchiostro che decide,

del pensiero che s’arresta,

la musica continua,

la pagina attende.

Tu tornerai come credi

perché tu sei

e t’attendo.

caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

bottiglia con lettera

Ci sono cose profonde, importanti, di cui si vede solo traccia dissimulata nei nostri rapporti. Non tutti hanno l’abitudine al lamento e il lamento non racconta sempre la verità. Cerco di lamentarmi poco: lo trovo un chiedere senza comunicazione, un chiedere momentaneo che non muta le cose. Certo serve un salvagente, ogni tanto, servirebbe di più saper nuotare, ma non è questo che ci rende marinai e neppure ci salva per sempre la vita e l’umore.  E così faccio fatica a raccontarti il tempo, il luogo, il mutare rapido delle cose e la lentezza con cui invecchiano pensieri, sensazioni, sentimenti. Un racconto è un prendere e un lasciarsi prendere, un atto d’amore insomma, che da forma a quello che trabocca, lo mette a disposizione mentre, sotto sotto, esige che vi sia una corrispondenza. Ci si scrive per ricevere risposta, esattamente come quando ci si parla, e aggiungerei che vorremmo essere stupiti da ciò che ci arriva: il fascino dello sconosciuto, della rivelazione che unisce ancora di più.

Non so dove sei ora, ti immagino in luoghi che ho conosciuto e che di certo sono mutati, ma per la mia percezione sono quelli e tu c’eri,tra colline, fiori, molto verde, strade e muretti a secco. E poi pietre, persone, acqua, anni, speranze, risate. Tutto coagulato nel sentire che a un nome corrisponde a qualcosa: il vero e l’immaginato. È la logica degli schedari della memoria, a loro modo vivi perché  aggiungono e tolgono ma hanno bisogno di un coagulo che li raccolga. E pazienti, attendono, che li si usi per mettere assieme persone e luoghi prima che un passato comune. Se vuoi che ti racconti di ciò che sento, devo dirti  che qui le cose hanno cambiato sembiante, ciò che accade non è bello. Non è quello che vorrei. Si diffonde una cattiveria senza nome che cresce, si concentra su un nemico, che non sarà l’ultimo, e tutto quello che disturba le vite non si risolve, diventa la nebbia dello stare. Ci si chiede: come stai? Ma di cosa si parla davvero? Del momento, della salute, del benessere, non dei pensieri, dell’equilibrio, delle prospettive. Se non c’è freno alla cattiveria, non dovrebbero esserci freni al bene, ma esso è più flebile, individuale, non diviene mai una spinta collettiva. C’è un ghetto del bene tollerato, tale se non assume comportamenti eclatanti, se resta nei limiti della carità e non affronta il cambiamento, altrimenti diventa sfida e disordine. Rivoluzione. Pensa la rivoluzione del bene, ci accontentavamo di molto meno, ci bastava una legalità fatta di buon senso, che privilegiasse l’uomo, non servivano né santi né eroismi, bastava che le cose, i destini e le vite avessero un peso adeguato e una possibilità. Questo era il nostro ragionevole bene.

Non so come sia da te, penso che non sia uguale ovunque, lo spero, ma nuotare nell’acqua inquinata intossica la mente, la rende prigioniera del possibile e non libera di fare il giusto. Ho pensieri scuri che le mie letture alimentano. Non sono diventato più ecologista di un tempo, ma vedo la rapidità con cui le cose non durano, si guasta la percezione di una costanza nel tempo che sia più grande dell’accadere giornaliero. Un tempo c’erano le eccezioni e le regole ora le regole hanno il colore tetro dell’eccezione. Temo per l’avvenire della specie perché tutto ciò che viene fatto conduce in una direzione di disastri e allora penso ai nostri concetti di eternità, le generazioni raccontate, il susseguirsi delle vite, delle fatiche, della coscienza costruita con fatica dall’uomo e della comprensione che essa ha generato.  Più che il senso dell’eterno, mi sovvien il senso della storia e la sua fine progressiva per mano dell’uomo. E cosa può fare l’uomo senza l’eternità che non sia un divorare bulimico di ciò che ha a disposizione?

Nei luoghi dove un tempo vivevo c’era equilibrio, c’erano difficoltà che un agire stratificato in tradizione rendevano gestibili, non mancavano tutte le emozioni positive che punteggiano la vita degli uomini, che rendevano eleganti gli infiniti presenti: il persistere. Una sorta di semplice dna cosciente e instillato in ogni cosa, nell’uso, nella trasformazione, nella crescita. In questo leggevo il tuo legame con ciò che facevi, la terra da cui venivi, la lingua raccontata e goduta, il muoversi nel tempo secondo cadenze che assumevano più importanza del lavoro e della stessa ricchezza. Cercavi il benessere perché così ti era stato insegnato, con la lentezza che devono avere gli insegnamenti senza traumi.  Ci riconoscevamo perché anch’io avevo ricevuto gli stessi modi di vivere, naturalmente attualizzati nel mio territorio, nella cultura che amavo e amo. Ad esempio mi avevano insegnato a non augurare il male a nessuno, neppure ai nemici, perché quel male sarebbe tornato indietro. Dobbiamo cercare di star bene per nostro conto e regalarlo un poco di questo bene, diceva mia nonna, il male altrui non ci regala nulla ma prepara altro male. Eppure aveva vissuto due guerre, aveva perduto molto, persone importanti, reddito, ma non aveva mai smesso di pensare che si poteva star meglio se gli altri stavano bene. Questo è il tempo dell’invettiva, della codardia nell’affrontare il futuro con austerità benefica, nell’eccitare gli animi che andranno all’attacco, mentre intanto, attorno, tutto si sfarina, si deteriora, diventa veleno. Prima per le menti e poi per i corpi. Quanto andremo avanti in questa melassa di bugie, di movimenti senza ricordo? È tutto così in superficie e senza memoria che resta solo una vaga sensazione di essere da qualche parte. Quelli che appartengono hanno in testa un mito e una catena, non sanno dirti esattamente cosa sia la modernità, ma ti raccontano le loro paure e questo genera passioni senza freno di coscienza, polvere che viene assorbita dal presente successivo.

Mai come ora abbiamo potuto conoscere così tanto e mai come ora la conoscenza è declassata: o servile o inutile. Eppure tutti fidano sulla tecnologia perché sperano che essa risolverà i problemi che si rifiutano di capire e conoscere. Come affidarsi a un dio onnipotente che in realtà è solo una nostra proiezione d’inutile speranza. Certo qualcuno si salverà, ma il resto che fine farà e accetterà di essere estinto in nome del benessere di pochi? Nel momento in cui servirebbe più condivisione, più governo globale dei modi del consumare compaiono le spinte verso la separazione più netta. L’uomo si trasforma in orda. La geologia guarda indifferente. Allora se mi chiedessi come sto, dovrei dirti di questo, di come evolve il mio modo di percepire il mondo, di come sento si trasformano i rapporti tra persone e alla fine ti porrei una domanda: come si vive sull’orlo del tempo? 

Per questo mandare bottiglie vuote, ben tappate è esso stesso un messaggio, se ci rifletti è questo il pensarsi senza dire, non serve a molto ma prima o poi ci sarà un foglio che ha percorso le correnti del cuore prima che quelle dell’acqua. Ci saranno parole che vengono a noi eppure ci descrivono. A questo servono, anche, le lettere: a descrivere ciò che si è sentito e si sente, ciò che si vuole condividere. Ricordalo: dividere assieme, spartire con la speranza che una risposta arrivi. Che la serata sia buona e la notte amica. 

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.