polvere come talco e ferro

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Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 2

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Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

facilmente la notte scivola nel giorno

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Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.

correzioni di rotta

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Cara L. credo tu sia in qualche parte degli Stati Uniti o magari in un’isola del Pacifico in qualche base astronomica. Di fatto, a parte qualche accenno di comuni conoscenti, non so più nulla di te dal viaggio a Lviv, e dal tuo stage in Germania presso il Comune gemellato. Conoscevi il russo e questo te lo invidiavo molto, pur sapendo che era stata una fatica non da poco per un’americana. Eri la nostra interprete della delegazione che ci vide assieme a Lviv. Ora anch’io la chiamo così, allora era per me Leopoli ed ero sicuro che fosse il nome giusto per una città che aveva un leone nello stemma e che aveva cambiato nome spesso girandoci attorno. Mi piacerebbe adesso sapere cosa pensi di questa guerra in corso e cosa di essa arriva dove sei. Mi dicono che negli Stati Uniti è percepita come lontana e che altri sono i problemi che attraggono l’opinione pubblica che ragiona di se stessa e del proprio Paese. La pandemia ad esempio, so che è al centro di non poche discussioni e attenzioni e così l’attesa delle elezioni di medio termine. Insomma la considerate una questione europea e vi immagino alla finestra in casa e guardate fuori ciò che accade. E così vedete l’Europa, terra di vacanze ora rarefatte dalle limitazioni del Covid 19, ma anche abitata da popolazioni strane e poco comprensibili nelle loro litigiosità. In fondo se voi siete gli Stati Uniti d’America, noi, Inghilterra a parte, non siamo mai riusciti metterci assieme per davvero pur avendo ben più interessi di voi per farlo. Anche la lingua comune che manca non ci ha aiutato e tutti siamo gelosi dei nostri dizionari. Ne parlavamo allora e io ti dicevo che questa era una ricchezza non un limite, adesso la tecnologia ci aiuterebbe a essere diversi eppure assieme. Ma non è di questo che volevo parlarti, credo che siamo stati sempre distanti e che le cose non si misurano con la bellezza posseduta o con la potenza militare, ma con il sentire comune. Se non riusciamo a sentirci noi vicini, come possono farlo gli altri? Poi per partecipare alle vicende di un continente non è solo questione di sensibilità, ma di distanza e ci deve essere una legge emotiva per cui la partecipazione diminuisce con il quadrato della distanza fisica. Se insegni Tedesco o germanistica in qualche università, probabilmente sei informata e attenta per ciò che accade in Europa, ma se la tua passione è rimasta per l’astrofisica, allora non credo che siamo particolarmente interessanti.

Assistemmo nel teatro dell’Opera di Lviv a un Barbiere di Siviglia, cantato in russo. Il baritono era bravo, il conte d’Almaviva appena sufficiente, Rosina discreta e poco birichina. Fu una piacevole sorpresa essere in un edificio progettato da un italiano e immergersi in una realtà che era così differente da quella che conoscevo. Non c’erano che pochi vestiti da sera e l’odore di naftalina si mescolava con il taglio un po’ d’epoca, ma il teatro era gremito e l’attenzione e il calore, altissimi. Guardavo le persone, nel foyer, mi sembravano tutti russi, anche se i lineamenti erano sia europei che euroasiatici, forse era perché parlavano russo quando lo feci capire tutti si affrettarono a spiegarmi che non era così, che le etnie erano differenti e forti, ciascuna orgogliosa della sua cultura e lingua ma tutti erano ucraini. Fosse solo per le religioni presenti: tutti cristiani ma Uniati o Orientali i cattolici, gli ortodossi reduci da uno scisma recente tra russi e greci, poi evangelici e protestanti di varie confessioni. Solo gli ebrei erano pochi, in gran parte finiti nello sterminio della Shoah o emigrati. Mi sembrava strano tutto questo fervore religioso per un Paese che aveva avuto l’ateismo di stato come interpretazione delle questioni spirituali, fino a pochi anni prima. Le chiese erano piene e la domenica mattina i fedeli erano in gran numero sin nel sagrato che ascoltavano le messe. Cose mai viste in Italia e neppure da te, mi dicevi. C’era stato un riavvicinarsi alle questioni spirituali che forse per chi abitava la città era naturale, per me era la reazione a tanti anni in cui era mancata la libertà di risolvere i propri problemi spirituali, pubblicamente e appartenendo a qualcosa.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi ora dell’Ucraina oggi. Eravamo assieme all’università americana, quella più a est, dicevi con orgoglio, quando iniziarono le manifestazioni e gli scontri con il movimento arancione. Ci capivo poco perché parlavo con professori universitari, con persone di cultura e artisti che avevano stipendi davvero ridicoli, ma una serie di servizi gratuiti, compresa la casa, anche se mancava la manutenzione dappertutto e gli infissi, i muri, avevano bisogno di cura e l’acqua non c’era tutto il giorno dappertutto. Pensavo, quando parlavamo nei bar con i nomi italiani e il caffè espresso, che giustamente l’occidente che vedevano attraverso le televisioni o nei film, era un eldorado per chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma l’Università privata costava 10,000 dollari all’anno e non capivo come si sarebbero potuto avere un diritto allo studio per tutti. C’era molta corruzione e molte rimesse dall’estero, ma poteva bastare per costruire un paese? E quali erano le idee che non lo rendessero un paese in cui trasferire le lavorazioni a basso costo e nocive approfittando della quantità di manodopera a basso prezzo? Poi c’è stato un po’ di tutto, rivolgimenti, rivoluzioni vere o fasulle, interessi crescenti che trasformavano il Paese. In meglio o peggio, non so, ma certamente in fretta. Sono tornato altre volte, ma il mio progetto non reggeva la situazione e certamente non ero all’altezza di portarlo avanti, però vedevo le cose cambiare, ho ascoltato altre opere a teatro e le mise erano più eleganti. Insomma non era la musica ma anche una nuova agiatezza che voleva mostrarsi. Le auto erano tedesche e c’era una notevole presenza di grandi società occidentali. Non faceva per me e ho cambiato itinerari.

Ora sono impaurito e perplesso di quanto accade in luoghi che ho un po’ conosciuto. Impaurito perché capisco che le cose sono sfuggite di mano e che gli interessi e la partita tra una concezione del mondo basata sui poteri e le sfere di influenza si svolge altrove. Un gioco fatto di azzardi come negli scacchi, che possono sacrificare l’uno o l’altro pezzo in vista della vittoria finale. Negli scacchi la vittoria o la sconfitta vede sempre la scacchiera con pochi pezzi, ciò che manca è davanti a ciascun giocatore e servirà per la prossima partita, ma per il momento sancisce ciò che è già avvenuto sul campo. In questo trae origine la mia paura, che l’intera Europa da pezzo fondamentale, da Re, sia diventata una componente del gioco che è sacrificabile in vista di un vantaggio futuro. E l’Ucraina è solo un pezzo della scacchiera.

La perplessità, invece, si alimenta con la differenza tra ciò che vedemmo di quel Paese e la rappresentazione che ora ne viene data. Di certo l’aggressore è la Russia e ciò che viene invocato a giustificazione non ne ha ed è enormemente sproporzionato al costo di vite, sofferenze, distruzioni che stanno avvenendo. Chi viene colpito non c’entra nulla e se non si è voluto risolvere diplomaticamente le questioni in campo, sicuramente c’era un elemento che ha a che fare con il potere e la sua capacità di ignorare gli uomini che verranno sacrificati. Se come penso è una dottrina condivisa tra concezioni diverse del potere, allora m’impaurisco ancora di più perché quando verrà risolta questa guerra, le case ricostruite, pianti mai a sufficienza i morti, non ci sarà una ragione che s’acquieta ma il tutto sarà vissuta come un episodio di qualcosa che continua e che usa sempre gli stessi mezzi per essere risolto, cioè le armi.

Tu mi parlavi dell’oscurità che aveva seguito la seconda guerra mondiale quando il riordino delle capacità delle singole nazioni di essere Stato e di vantare reali libertà erano state subordinate a un nuovo ordine mondiale con un confine dove si scontravano due sistemi economici: gli alleati nemici, li chiamavi, e pur facendo affari tacitamente, tenevano come propri e coincidenti, mercati e potere d’influenza. Insomma una lotta tra botteganti o tra bulli che volevano avere il predominio sull’intero quartiere il tutto governato dal denaro e dal potere che consentiva di farlo. La dissoluzione dell’ U.R.S.S. come potenza ideologica aveva reso appetibili gli immensi mercati dell’est. Per me la cultura era un bene imprescindibile, unificante che doveva unire i popoli mantenendo le diversità. Tu sorridevi e mi dicevi ch’ero un sognatore. Mancava molto a questa prospettiva, gli stipendi in Ucraina erano a 100 dollari al mese, ma c’erano già le caffetterie piene di persone a qualsiasi ora, si facevano affari senza ancora un codice commerciale, per acquistare una casa bastava pochissimo oppure serviva tantissimo, dipendeva da chi si conosceva. Avevi ragione, credo che in questi anni le cose si siano normalizzate e occidentalizzate, un Paese che aveva il 50% del PIL assicurato dalle persone che erano emigrate pur essendo il granaio d’Europa e avendo risorse minerarie e industria pesante, doveva riassestare in fretta la propria composizione sociale e assomigliare a quei paesi in cui badanti e operai lavoravano e mandavano a casa buona parte di ciò che ricevevano. Ora però il mondo è cambiato e c’è chi pensa di conquistare il mondo con la tecnologia e con i mercati e pian piano rende tutti dipendenti oltre a togliere ambiente e aria, terra e acqua. Non so come l’Ucraina entri in tutto questo e neppure capisco dove sarà la prossima crisi, per questo mi interesserebbe capire cosa ne pensi, cosa pensano i tuoi colleghi nella tua Università o i vicini di casa. Se sanno come il tuo Paese si muoverà in questa nuova scacchiera che non ha più gli stessi pezzi. Ora le pedine sono antichissime e hanno un suono secco quando vengono messe sul terreno di gioco. Anche la scacchiera ha un’estetica e un legno che la esalta come se ciò che si gioca lo meritasse, non come noi straccioni europei che andavamo a giocare alla guerra con le scarpe di cartone. Sarà il mahjong o forse qualche altro gioco, ma in cui non mi piacerebbe essere né giocatore né giocato.

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

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Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

gentile presidente

al Professor Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Gentile Presidente, vorrei narrarle un fatto che mi è accaduto e che credo, possa giovarle nella Sua opera di ammodernamento e crescita del Paese. Possiedo una vecchia auto, ormai passata al registro storico. Non la muovo molto e la tengo in Umbria, dove abita una parte della mia famiglia. Dovendo fare la pratica che sancisce la storicità dell’auto, questa si è espletata presso la città in cui risiedo e che è nel Veneto, dove è immatricolata l’auto. L’ACI è stata rapida e solerte e in mezz’ora, con 80 euro e due disinfezioni delle mani, sono riuscito a far incollare un adesivo sulla carta di circolazione, che sancisce l’appartenenza dell’auto al registro storico.

Essendo l’auto ferma in Umbria, perché priva di carta di circolazione, per farla circolare ho pensato bene di spedire, tramite raccomandata, il documento aggiornato. Fin qui tutto bene, con due code alle Poste e quattro o cinque disinfezioni di mani sembrava che la cosa si fosse conclusa. Una raccomandata dovrebbe impiegare tre o quattro giorni per arrivare, beh, la mia è stata persa nel tragitto tra l’ufficio postale e Roma. Passa una decina di giorni e consigliato dall’ufficio postale, telefono al call center che si occupa di capire dove si trova la corrispondenza e degli eventuali reclami. Ci ho messo un bel po’ per avere la comunicazione ma alla fine sono riuscito a parlare con un signore molto gentile che in circa mezz’ora di telefonata, mi ha confermato che della mia raccomandata si erano perse le tracce. Mi ha consigliato di fare reclamo. Scarico il modulo dal sito delle Poste e compilo il reclamo, che poi, dopo una adeguata coda e qualche ulteriore disinfezione di mani, consegno all’ufficio postale. Intanto l’auto non si può muovere, allora passo alla Motorizzazione Civile.

Non è facile di questo tempo andare per uffici, bisogna prenotare in internet e non sempre le piattaforme sono un capolavoro di chiarezza, comunque capisco che devo fare denuncia di smarrimento della carta di circolazione ai Carabinieri. Piccola coda, due spruzzate di antisettico ed è fatta la denuncia, poi il sito della Motorizzazione mi dice che devo fare un versamento di 10,20 euro su un conto corrente, quindi ulteriore passaggio all’ufficio postale e infine (questo infine purtroppo non è vero) portare il tutto all’ufficio della Motorizzazione, previo appuntamento. L’appuntamento, non semplice da fissare via internet, è per 10 giorni più tardi, l’auto è sempre ferma. Fiducioso, alla mattina indicata mi presento con moduli compilati, versamento effettuato, denuncia in originale, ma mi viene spiegato, con molta gentilezza, che la pratica non si può fare perché serve l’atto di proprietà dell’auto e il versamento non si fa più dal mese di ottobre in posta, ma attraverso un pagamento particolare che è possibile fare con carta di credito o altro, ma dopo aver scaricato un modulo dal Portale dell’Automobilista, previa registrazione come utente, e che comprende un particolare riquadro QR leggibile con il lettore ottico che hanno gli uffici postali o altri riscossori abilitati. Purtroppo non il tabaccaio presso il quale è ormai possibile fare tutto, compreso giocare al lotto o le fotocopie. Peccato. Beh, caro Professore, se la sera ha voglia di esercitarsi, provi a scaricare dal Portale dell’Automobilista un modulo di pagamento per una pratica, non dubito che Lei sarà molto più bravo di me, ma le assicuro che studiare fisica quantistica la impegnerebbe meno. Comunque alla fine ci riesco, vado all’ufficio postale, due spruzzatine di antisettico sulle mani e con discreta difficoltà del lettore ottico e dell’impiegato, alla fine riesco a pagare i 10,20 euro dovuti. Quelli che avevo già pagato con il bollettino e che il portale della Motorizzazione continua a consigliare di versare.

Problemi di disallineamento delle procedure, mi ha detto l’impiegato, davvero gentile della Motorizzazione, quando gli ho mostrato copia di quanto c’era scritto sul portale informatico. A questo punto con tutte le mie carte e il pagamento, devo ritornare alla Motorizzazione, qui credo mossi a pietà, hanno accettato le carte senza prenotazione e dopo una settimana ho avuto copia della carta di circolazione che ora comprende anche l’atto di proprietà dell’auto. Tra una cosa e l’altra sono passati due mesi abbondanti, ho saltato parecchi passaggi intermedi di richiesta per capire che fare, ma solo per non annoiarla e adesso, ho due pratiche di richiesta di rimborso in corso con le Poste e l’auto è sempre ferma, perché non ci crederà Signor Presidente, ma la nuova carta di circolazione la porterò con le mie mani e sarà il mio regalo di Natale a me stesso.

Io credo che questo Paese stia cambiando, che le cose andranno certamente meglio, che la transizione ecologica si farà, come pure quella digitale (non sono riuscito a calcolare il costo in CO2 dei miei percorsi in auto per andare nei vari luoghi che ha richiesto questo duplicato, né i costi dei collegamenti digitali, né delle telefonate ai due call center, né quelli delle persone coinvolte, né i costi di stampante e del tempo usato in totale), credo anche che sconfiggeremo il Covid 19 perché con tutte le disinfezioni che ho fatto e sto facendo, con tutte le mascherine usate e con le regolari vaccinazioni di sicuro ne usciremo.

Lungi da me darLe consigli Signor Presidente, ma credo che se Lei mettesse assieme un piccolo gruppo di persone che impavide attraversano la burocrazia e le sue modalità, informatiche o meno, otterrebbe un impagabile team di controllo dell’efficacia del PNRR e ancor più della vita comune dei cittadini.

La ringrazio della sua attenzione che mi rendo conto sarà attratta da ben altri problemi, ma mi permetta questa considerazione: questo meraviglioso Paese è la somma delle difficoltà quotidiane dei cittadini di fronte allo Stato meno la gentilezza delle persone che ad esso appartengono e che cercano di diminuire l’altezza della montagna da scalare. Come equazione è semplice, ciò che bisogna ridurre è il primo fattore e quando questo pareggerà il secondo la transizione sarà compiuta. (all’Italiana, ma va bene così)

Con molto rispetto per il suo lavoro

parliamo di sinistra

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.