lettera dall’insoddisfazione di come cambia il mio mondo

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buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. All’incapacità di mettere d’accordo ciò che si dice con ciò che viene fatto e di usare parole civetta come costituente per mascherare ciò che non si vuol mutare ovvero la gestione del potere interno e la congruenza di questo con gli ideali professati. Questo mi fa stare male senza ragione che lenisca, nè la speranza soccorre che questo malstare finisca presto. Appena fuore di queste baruffe banali ci sono questioni grandi e davvero epocali, omesse o affrontate con sufficienza: la fine dellea guerra e la pace come necessità vitale oltre che bene politico comune, il cambiamento dell’atmosfera e il suo inquinamento che mette a repentaglio le specie, anche la nostra, la crescita di un capitalismo vorace, senza limiti, che è più forte di ogni logica, divora diritti, dignità umana oltre alle risorse del pianeta. E poi la corruzione dilagante, sotterranea, fatta di furbizie e di colpevole disattenzione. Ti sei mai chiesto perché le tasse vengono evase in misura abnorme, perché c’è tanto lavoro e prodotto nero noon perseguito? Perché è consustanziale al modo di pensare il rapporto con lo stato e con gli altri cittadini, perché i servizi non si vuol capire chi li paga, perché arricchirsi comunque è una virtù sociale. Ma non tutti la pensano così, non tutti si comportano in questo modo altrimenti non ci sarebbe Stato.

Ti sembrerò troppo romantico, ma anche in questa debacle della sinistra, che troppo spesso scambia i diritti per concessioni e usa quella maledetta parola:compatibilità per togliere anziché dare, ancora credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche e persone che le perseguono. Dove i peccati veniali per chi crede, sono piccoli rimorsi per chi non crede e li spinge a migliorare. Credo in un paese che vuole cambiare e non sa come, dove le persone non capiscono più chi fa il loro bene ma vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. In più credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio e che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Ma credo anche che sia stato fatto molto danno dal punto di vista morale e che la maggioranza di questo paese, pur con l’impegno di papa Francesco, abbia sviluppato un relativismo etico importante sui problemi veri e nel rapporto con chi ha meno. Un relativismo che smorza le coscienze e gli atti quotidiani nel decidere, che inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche che la sinistra nelle sue colpe e omissioni non abbia intera la responsabilità di ciò che accade a chi è più debole e ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi che non si può cambiare. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desiderei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte o cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che, se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelli che pensano, come noi, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli, che la vita sia preziosa e che non deve dipendere da un pezzo di carta e che chi condanna a morte chi cerca un futuro per sé e per i propri figli, commetta un assassinio. Mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, non mi interessano i congressi in cui non viene proposto un futuro, atti concreti da perseguire per risolvere i problemi quotidiani, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

campi arati e musica classica

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Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.

tornare al rift

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La strada che dall’ altopiano dove si trova Asmara conduce a Massaua, corre spesso parallela alla ferrovia che fu realizzata dagli italiani durante il periodo coloniale. La strada è ricca di curve che permettono l’ascesa ai 2300 metri dell’altopiano, la ferrovia era più ardita e spesso si gettava a capofitto verso la pianura. La mattina in cui feci quella strada partendo da Asmara, in una curva a gomito un vecchio camion Lancia, carico di pomodori, si era rovesciato su un fianco creando una larga pozza rossa scivolosa che invadeva l’intera strada e gocciolava oltre il ciglio verso il burrone. Il pulmino oltrepassò il camion e poi l’autista scese a chiedere se serviva aiuto. Ne approfittammo tutti per andare a vedere i tratti di ferrovia che erano oltre il ciglio della strada e ci accorgemmo di quanto ardita fosse stata la collocazione. L’altopiano scendeva per balze scoscese, era una sorta di tronco di cono e sul fondo si vedevano i resti di camion e altre ferraglie indistinte. A qualcuno parve di riconoscere una motrice di “littorina” che era stata trasformata in casa. C’erano piccole aperture nella roccia, caverne che sembravano anch’esse abitate. Attorno al camion si affollavano persone che caricavano ceste di pomodoro e se ne andavano, l’autista, disperato, urlava senza che nessuno gli badasse. Credo fosse contento che il camion si fosse ribaltato verso la montagna e non fosse finito nel burrone e che la sua preoccupazione fosse quella di rimetterlo sulle ruote. Cercava volontari e pali per sollevarlo, quindi il carico era un buon contraccambio per la fatica da compiere. L’impresa mi sembrava pericolosa e disperata, visto il peso e la strada in discesa, così cominciai a parlare con un vecchio signore che parlava italiano e stava seduto su una traversina diventata panca, sotto la pergola di una casa osteria. Anche lui era convinto che l’impresa fosse difficile ma confidava nel buon volere di Allah. Era una mattinata di sole, non faceva troppo caldo e senza fretta, forse, le cose si sarebbero sistemate. Gli chiesi dei camion finiti nel burrone, se qualcuno si preoccupava di soccorrere i camionisti. Mi guardò con gentilezza e mi disse che c’erano almeno 800 metri di salto, nessuno sopravviveva e ai corpi ci pensavano gli animali. Poi qualcuno degli abitanti delle grotte li avrebbe seppelliti. Quando un camion volava giù dalla strada se c’era cibo, in molti avrebbero mangiato, poi sarebbe toccato alle cose caricate e infine, i pezzi di motore sarebbero stati recuperati e venduti a qualche interessato.

Non volevo fare troppe domande, ma gli chiesi quante persone vivevano sul dorso dell’altopiano, la risposta fu che erano molte, poche, dipendeva dal cibo e dal motivo per cui si erano trasferiti lì. Capii che non erano eremiti, ma persone che sfuggivano alla leva obbligatoria, qualche ricercato o chissà chi altro, ma erano cose di cui non si parlava, nelle grotte c’era acqua e tanto bastava. Intanto i lavori di quelli che si portavano a casa le ceste di pomodori e dei possibili facchini, procedevano. Noi risalimmo sul pulmino e proseguimmo verso Dogali e Massaua.

Ho ripensato al Corno d’Africa e alla Dancalia, nei giorni scorsi, quando gli scenari di un inverno nucleare hanno cominciato a farsi più frequenti. Noi qui possiamo manifestare perché tacciano le armi e finisca la guerra in Ucraina, credo sia la cosa più concreta che i popoli possano chiedere a chi gli governa, ovvero portare a un tavolo di trattativa e di pace le due nazioni in guerra. L’efficacia di questa azione sarà proporzionale alle manifestazioni e alla coscienza che un conflitto con l’impiego di armi atomiche non avrebbe vincitori, ma porterebbe alla scomparsa della nostra e di molte altre specie animali e vegetali. Dopo un’esplosione nucleare e dopo la distruzione di uomini e cose, una immensa quantità di polvere si alza verso il cielo e la stratosfera. L’oscuramento della luce solare comporta un brusco abbassamento della temperatura, la fotosintesi viene inibita, ciò che piove è acqua radioattiva, a parte i governi e i privilegiati che potranno andare nei rifugi, il resto di persone, animali, piante non si possono salvare. Uno scenario apocalittico che da solo dovrebbe far mettere al bando ogni arma atomica. Di sicuro ogni civiltà, ogni opera d’arte, ogni bellezza, verrebbe annullata con la vita. Forse, qualcuno sopravviverebbe perché distante dalle esplosioni, perché non troppo colpito dalle piogge radioattive. Per quello ho pensato al Corno d’Africa, alla Dancalia dove la temperatura è di 50, 60 gradi, ma qualcuno ci vive oltre agli scorpioni, ho pensato al Rift da cui l’uomo è venuto e che è ancora abitato con difficoltà. Nessuno di questi uomini sarebbe in grado di dire cosa c’era di bellezza e di tecnologia nel mondo, sono i dannati della terra che sopravvivono in condizioni estreme. Non si pensa mai alla miseria del mondo, degli uomini che potrebbero essere salvati, ma immani somme di denaro sono investite in armamenti, è ora che la civiltà decida di vivere e far vivere. Di aiutare chi è in difficoltà eliminando le difficoltà al vivere. Il bivio è questo e ciascuno può scegliere se essere per una vita migliore oppure aiutare l’apocalisse. Spero ce ne ricorderemo nei prossimi giorni, riempiendo le piazze, manifestando perché tacciano le armi e si arrivi alla pace e al disarmo, perché il tempo a disposizione diminuisce e ancora si può tornare indietro, poi non più e credo che nessuno di noi voglia tornare al rift.

p.s. due giorni dopo tornai all’Asmara per la stessa strada, il camion era ancora su un fianco, i pomodori non c’erano più, qualche tornante più in basso avevamo trovato un secondo camion fuori strada, ma era finito in un fossato. Intorno non c’era più nessuno, neppure il vecchio seduto sulla traversina, solo la macchia di pomodoro, seccata al sole, aveva formato una crosta sull’asfalto che veniva via a pezzi. .

lettera 10

Caro dottore, ho riflettuto molto in questi mesi di cambiamento sociale e politico, a come questo clima cambi i rapporti tra persone e i sentimenti che ciascuno prova. Una sorta di prova del nove che verifica se ciò che abbiamo moltiplicato dentro e fuori di noi risponde al risultato che abbiamo attorno. Oppure sia un conformarci a ciò che accade, appesi ad una inermità che non ci rende innocenti, ma piuttosto fornisce la reale dimensione di ciò che contiamo. Mi chiedo come si sia arrivati così vicini all’orlo del baratro, con una minaccia nucleare che sembrava scongiurata, con il clima che degrada l’ambiente che noi per primi abbiamo degradato, con l’avvento della destra ideologica in Italia e non solo. Dove eravamo quando si preparava tutto questo, cosa facevamo oltre a dire che non era nostro compito, che non potevamo, che le cose si sarebbero aggiustate da sole e da ultimo, che la pandemia ci avrebbe mutati. Invece non solo non siamo mutati ma abbiamo accresciuto l’indifferenza collettiva. Il noi è diventato un contenitore di distanze e di impotenze senza volontà, non una costruzione collettiva che muta il mondo.

Questo mutare mi porta all’io e mi chiedo se, e come, nel profondo, sono mutato. Non sono il paradigma di nulla ma capisco che i sentimenti mutano come fossero vasi comunicanti, che se aumenta la paura, diminuisce la disponibilità, che un rubinetto regola la selezione rigorosa su chi è davvero amico e chi lo è meno. In questo periodo di pandemia è rimasto l’essenziale del sentire, le verità hanno soverchiato le speranze e il loro tempo di elapse. Ciò che sembrava solido è stato saggiato nel mortaio delle idee fondanti, dei sentimenti che contano davvero. Siamo tutti più soli e normali di una normalità mutata. Forse la resilienza è questo apparente non mutare in superficie ma cambiare le fibre e le strutture del sentire.

Un tempo mi chiedevo com’era l’amore, intendendo con questo ciò che è profondamente rivoluzionario, al tempo in cui viviamo e pensando che vi fosse un sentire comune, ora lo penso solo come una zattera in cui si possono rifugiare quelli che sono così vicini da essere fidati. Le tante rotture di amicizie di questi tempi divisivi non sono forse questo distanziarsi da alcuni e porre la propria paura in mani che si sentono come sicure. La fede del fidarsi non è forse lo scudo con cui ci si trova insieme e si dice tu sì, tu no, tu fino a questo punto e poi basta. L’amore al tempo dell’anatra zoppa sull’orlo del vulcano è la mano che tiene e quella che ha bisogno di noi e ciò rassicura, anche se è l’isolarsi nel noi. Mettiamo in comune ciò che può essere condiviso ma non è vitale, quello che non ci farà cadere nel rischio. Ma l’amore è rischio, come la mettiamo dottore?

Questi pensieri disordinati mi fanno scivolare nel ricordo, in ciò che è stato e in ciò che avrebbe potuto essere e mi chiedo se in me ci sia del rancore che cambia la percezione delle cose. Certo, ricordo episodi e ingiustizie subite, sono sicuro che rimuovo quanto io sono stato fonte di ingiustizia, anche se episodi e persone mi tornano a mente. Chissà se mi hanno perdonato, ma è la parola rancore che mi fa paura e non perché posso esserne oggetto, ma perché lo percepisco come un motore potente di negatività. Come qualcosa che toglie vita e annulla il buono che posso aver fatto. Sugli altri non posso ormai far nulla, la storia castiga chi non coglie il momento in cui è necessario agire e già questa è una punizione, ma su me stesso posso ancora agire.

Non riesco a capire se provo rancori, non mi pare, non credo, ci sono ferite non rimarginate bene, questo sì, ma non tali da farmi dire che siano queste il senso dell’aver fallito nel fidarmi, nel porre le mie decisioni nelle mani sbagliate. Però sento il bisogno di perdonarmi ossia di avere misericordia per gli errori compiuti, di poterli trasformare in positività, Ci sono stati momenti in cui il convergere di spinte diverse mi hanno posto di fronte a una scelta oppure hanno messo altri di fronte a una scelta e ho scelto, hanno scelto. In qualche modo ho fatto ciò che pensavo fosse opportuno. In fondo se io stesso ho avuto dubbi o non mi sono considerato abbastanza, oppure non ho lottato per ciò che credevo mi spettasse, oltre a esserci un po’ di verità, può essere stato il sentire simmetrico di chi poteva darmi ciò che volevo. Un’assunzione di responsabilità comune che mi riporta a chiedermi com’ero negli occhi e nel sentire altrui, ma che non può essere il motivo per avere rancore.

Allora, caro dottore, penso che quest’opera di rimozione dell’impressione negativa su un passato sia compito certamente mio, ma anche suo e non si tratta di ricevere rassicurazioni, ma di attivare quella forza che necessita per dire ciò che tengo davvero caro. E’ ciò che mi serve ora, che servirebbe a tutti quelli che vogliono in qualche modo contribuire a rendere diverso il presente e il futuro: uscire dal personale, dalla colpa e guardare al buono che c’è attorno, a quello che si possiede e metterlo in comune. Come si può, senza onnipotenze, ma con l’idea che aver vissuto sia stato complessivamente positivo e che vivere lo possa essere ancora.

Insomma, caro dottore, per mettere a posto il mio noi, lei mi deve aiutare a mettere in ordine il mio io e allargarlo quanto serve perché il sentire, i sentimenti siano adeguati al bello che certamente ci deve essere in questa età della paura, oltre la piccola visione che posso avere. E senza smarrirmi nella domanda: ma come siamo finiti in questa situazione, perché sarebbe un socializzare la colpa, il modo per non chiedersi cosa si può fare di piccolo ma utile, per cambiare ciò che non va in noi e fuori di noi.

ritorni

Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.

mozziconi

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia raccontano,
improvvise passioni che
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe delle vite,
di ciò che s’è fatto e ciò che si farà.
Così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti
alla piccola gloria sognata, e persino al farsi quotidiano che si perde,
appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra i tavolini
e nel sorso delle bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un film di Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
perché la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare necessità al presente e alle vite.
Togliere a sera il rimorso lieve dell’uggia del non fare che in silenzio consuma.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie principii, desideri, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse, scompare il ricordo del mutare assieme
nell’attenzione d’un momento,
e persino l’incapacità d’affrontare la fatica di negare,
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

la mail e la lettera


Le cose si disfano e si fanno, incessantemente. Nei nodi c’è chi taglia di netto e chi con pazienza districa, punta al senso della fune che potrà riannodarsi, creare un nuovo legame. Era il mito di Gordio che con il suo nodo prefigurava l’unione tra il timone del carro, l’andare terreno e il moto del cielo. Così, il nostro, fidando del ripetersi delle cose e diffidando delle novità, riguardava quella mail che lampeggiava invitante, ma senza aprirla. Finché era chiusa poteva contenere una cosa e il suo contrario. E lui per innato senso di cortesia, rispondeva sempre e l’avrebbe di certo fatto, ma non ne aveva voglia, era stanco di parole, o sentiva che le domande lo colpivano esigendo risposte, spesso dove le risposte non c’erano. Diceva il possibile secondo i codici che intuiva discreti e non convenzionali. Nelle parole c’era la ricerca di un equilibrio tra il dire e il comunicare significati. Il secondo era quel trasmettere sensazioni, ciò che si sentiva. Scrivere lettere era cosa diversa dal trionfo delle parole della rete, gli spazi più consolidati e antichi, generavano un’affinità che assomigliava molto al deja vu dove in un altro momento della vita c’era stato un incontro. Questo rispondere alle lettere, era parte di quella conversazione che metteva assieme le proprie necessità con quelle di chi le ascoltava leggendo. Ascoltare perché c’era un modo colloquiale del dire che se si era conosciuta profondamente la persona che scriveva e nel leggerla si sentiva il tono della voce, la cadenza e il calore che l’accompagnava.
Rispondere, dire, comunicare, aprire una finestra che mostrasse ciò che vedeva e sentiva, questo era una lettera e non era quello scambio veloce delle mail. Ci si conosceva mai definitivamente eppure nel profondo, là nel luogo dove nascono e risplendono le passioni. Questo andava oltre ai corpi, al piacere, alla linea dell’amore, era ciò che più assomigliava all’essenza. E non correva ovunque, ma sceglieva, ordinava come le parole e ciò che con tenevano, fossero un bouquet da tenere per giorni in vista. C’era un giusto ritegno che accompagnava la scrittura, essa poteva diventare esibizione se travalicava il senso di un rapporto, le discese agl’inferi, erano possibili con pochissimi interlocutori ed esigevano un percorso reciproco. Bastava saperlo e dare ciò che era richiesto e si sentiva di dare. Questa era una lettera, la mail era altra cosa.

polvere come talco e ferro

Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 2

Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

facilmente la notte scivola nel giorno

Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.