alla ricerca dello yoghurt perduto

Le latterie non esistono più. Qualcuna ne porta ancora il nome ma è altro da quei luoghi fatti di una stanza con le pareti di bianche piastrelle, 20×20, fino ad altezza braccio teso verso l’alto. Là dove lo straccio imbevuto di varecchina e l’invocazione per l’artrite incontravano una cornice blu che chiudeva l’ambito del pulito. Sopra tutto, vegliava e illuminava il neon da 40 watt e ad esso, in campagna, s’aggiungeva il rotolo di carta moschicida coperto di incauti insetti. Presidio igienico del cielo per sanare l’ambiente.

In latteria si comprava il latte, sia quello non pastorizzato da versare in recipienti portati da casa che quello in bottiglia, pastorizzato. Erano bottiglie costolute, dal collo largo, coperte da un tappo di stagnola con la data di scadenza e vuoto a rendere. Rompere la bottiglia del latte per strada portava male, non che avesse influssi sul futuro, ma poteva comportare qualche sberla utile ad incarnare l’attenzione, quindi massima cura nel trasporto e sulle scale da fare con attenzione. Il lattaio portava anche il latte a casa, ma c’era un sovrapprezzo e quindi si preferiva la libera latteria. In questa stanza bianchissima, impudica dietro una vetrina spoglia di cose, oltre al latte c’erano dolcetti de poche: pescetti, cordoni di liquirizia, farina di castagne in bustine, pastiglie alla menta, boli gommosi, “more“di vari colori. In bella mostra delle paste secche sotto una campana di vetro o in una vetrinetta, erano dolci che resistevano al tempo, occhi di bue con marmellate dure al centro, frolle a losanga o tonde, con ciliegia o senza, sfoglie perplesse che piano perdevano consistenza, e c’era anche un’ imitazione del millefoglie farcito con una crema bianchissima e appiccicosa. Queste dolcezze non erano prive di effetti secondari in relazione alla vetustà e al caldo di stagione. Le mamme le proibivano, e ciò ne aumentava il fascino ben sapendo che chi sgarrava veniva punito o meno dal caso e dalla pancia.

Le latterie più evolute avevano anche la macchina per il caffè, erano un quasi bar già presagio sulla loro evoluzione. Altre, più ruspanti affiancavano dolci da fetta, fatti in casa, con un inconfondibile odore di uova poco fresche e una densità elevata. Se ci fosse stato allora un test granulometrico per dolci, queste fette avrebbero potuto fare da unità di misura: tutto quello che si poteva produrre in casa, avrebbe avuto densità inferiore e qualità maggiore. Anche di questo le mamme e le nonne andavano fiere. E mentre distinguevano bisbigliando i dolci portati in omaggio, tra quelli di pasticceria e quelli di latteria, con fierezza non li compravano. Nella latteria erano poi allineati, sul banco di vetro e su uno scaffale, dei vasi esagonali di dimensioni importanti che contenevano biscotti secchi dai nomi esotici, marie, petite beurre, oswego, baicoli, savoiardi ma anche dei biscottoni enormi da inzuppo e meraviglia delle meraviglie, i wafer. Uno per premio se accompagnati, due se da soli e si riusciva a fare la cresta sul prezzo del latte. Il gesto con cui la lattaia col suo camice bianco, apriva il vaso e con le stesse dita che avrebbero ricevuto monetine e banconote consunte, prendeva con delicatezza il biscotto e lo porgeva, sembrava un rito che produceva già dal gesto il piacere dello sgranocchiare successivo. Piano, a bocconcini piccoli, si mangia per piacere non per fame. È vero, la fame era altra cosa e si sarebbe saziata con cose molto più consistenti, ma il piacere fugace e immediato aveva una sensualità che prefigurava cose oscure di cui non si sapeva nulla, ma che certamente c’erano nell’età in cui, liberi, si sarebbe potuto avere la completa sazietà del proibito.

Poi in contenitori da mezzo litro e da un quarto, negli anni ’50, apparve un’ evoluzione del latte, lo yoghurt. Anch’esso in recipiente dalla bocca larga ma con una densità molto maggiore del latte e una vena acidula che dapprincipio lo faceva respingere, ma che poi il gusto chiedeva di riprovare. Quel sapore, donato come assaggio da una bella ragazza in un camice aderente e bianchissimo, era stata la scoperta in una di quelle fiere campionarie che portavano le novità dal mondo al nostro Paese Fu classificato in casa come americanata e ciò bastava per l’embargo, ma di fronte alle innumerevoli proprietà benefiche che venivano enumerate, magari un assaggio si poteva fare. Assaggio, rifiuto, embargo, contingentamento. Ovvero come rendere piacevole una cosa altrimenti da scartare, collocandola nell’olimpo dei desideri. Ne parlavamo tra noi ragazzini, e c’era chi lo mangiava ogni giorno senza grandi benefici però il fatto che tra le virtù ci fosse quella di far scomparire gli incipienti bruffoli pre adolescenziali lo rendeva comunque un oggetto del desiderio. Così una volta a settimana una bottiglietta di yoghurt veniva acquistata e consumata. Effetti prossimi allo zero, ma se anche le ragazzine se lo spalmavano sulla pelle per rendere morbido ciò che già era morbido come essere da meno?

Parlo di uno yoghurt che non assomiglia minimamente alle bevande e ai prodotti di culto odierni. Acidulo e denso ma non solido, con un sapore persistente e un senso di sazietà che durava almeno per l’intero contenuto e che era un’ evoluzione del solito latte mattutino, un omaggio alla modernità che avanzava e che proprio da quelle nuove bevande cambiava le latterie. Infatti nelle vetrine prima spoglie, sulle mensole di vetro cominciarono a vedersi cioccolatini di vero cacao e non più quei cremini di surrogato di cioccolato per la merenda delle 16. Scatole di caramelle che sbiadivano in attesa di compratori, persino uova di Pasqua piccolette che superavano indenni la festa, ma la latteria evolveva, e adesso vendeva coca cola da un frigo rosso a pozzetto, aggiungeva cose salate e manteneva, per gli estimatori, i biscotti nei barattoli. La vetrina si arricchiva di giocattoli minuscoli in plastica, si consegnavano raccolte a punti, e da sotto il banco il caffè veniva corretto con prugna o con fernet. Insomma con lo yoghurt si era spalancata l’evoluzione della latteria che era un po’ l’evoluzione della specie.

Adesso lo yoghurt lo faccio in casa, è bello denso, ricco di fermenti e di probiotici, gli enzimi fanno il loro lavoro silente e allegro, ma ciò che ogni volta voglio ricreare è il sapore di quello yoghurt che non fanno più da nessuna parte, che non faceva passare i bruffoli, che sembrava essere il nuovo che entrava in un mondo ancora con la carta moschicida e le paste secche. Non mi riesce e non si trova perché non ci sono più le latterie, e allora per chi lo farebbero quello yoghurt, quelle bottiglie di vetro spesso con la bocca larga e il tappo di stagnola? E che novità avrebbero questi luoghi per i sazi, i soddisfatti che hanno miriadi di biscotti e dolci da rifiutare. Ecco perché credo che con lo yoghurt siano cominciate a morire le latterie, era il nuovo che si spostava altrove e rendeva inutile tutto quel bianco, quel pulito di piastrella, quei dolci rari, poco buoni ma  semplici che erano il preannuncio di altri desideri e piaceri. E sarebbero venuti a loro tempo, come la libertà di viverli, questa era la speranza che chiudeva all’età passata e apriva alla nuova.

c’è del presente e molto altro nel tempo

Di questo tempo asintotico al presente,
sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento
emerge il narrare di sé o d’altro,
non importa,
così come prima, di che, di cosa,
forse si parlerà di gatti, di cieli stellati
di malinconie sconosciute a chi non scrive,
di cos’è il giorno e la notte
del tempo che scorre a lato
o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo
d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse.
Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato
e ora che davvero solo tale si comprende la finzione:
non era presente quello di prima,
era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata,
l’imposizione d’un despota senza nome,
illusionista lui e illusi noi,
non era il presente, era una sospensione d’un futuro,
un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo,
perché cieco di ciò che stava attorno,
ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.

Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.

Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.

E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.

Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

il blu e l’indaco

Di cosa mi stupisco? Dell’utile portato a paradigma, della distrazione verso i particolari, dell’incapacità di vedere l’insieme ovvero l’apparenza e ciò che la sottende. Mi stupisce il disamore povero, quello senza ragioni, privo di carezze virtuali e virtuose. Mi sorprende l’attenzione su ciò che si ripete e non s’impara, l’idea del tempo che sovrasta il vivere. Mi sorprende guardare lo specchio e riconoscermi, ora come allora, certamente differente ma privo di giudizio serio perché lo ritengo inutile. Anzi un ulteriore spinta al disamore. Eppure noi tutti abbiamo bisogno d’amore, perché allora non stupirsi di tanta inadeguatezza e confusione. Perché in definitiva, siamo così poveri nel dare e bisognosi nel ricevere e di questa semplice equazione non troviamo soluzioni? Perché ci si accontenta quando ben altro è a disposizione. È così, ma solo a volte, perché il caso, la volontà, la paura, la stessa voglia ci si mettono in mezzo.

Mi hai detto che il mio umore era blu, colore facile da portare in società, difficile per il cuore, per i pensieri, per le stesse mani se non trovano la giusta carezza. Di quel blu vorrei scomporre il rigore del freddo che l’accompagna dal flusso che indica lo scorrere pulito. Quello che facevano le nostre nonne quando al bucato fatto con la cenere e da essa ingrigito, aggiungevano l’indaco nello sciacquare perché la sua vena abbagliasse e indicasse il bianco e il pulito. Ecco, se tu non l’avessi capito, per poco amore diventiamo blu, non abbiamo un indaco da estrarre e si raffredda l’animo, si spegne l’arancio nello sguardo, lasciando che il freddo risalga anziché nuotare nella corrente che ha lo stesso colore ma non ci bagna il cuore. Il blu dev’essere fuori noi, la pulizia solenne dell’amore che non ha misura, tempo, luogo. E l’indaco non sia altro che il pensiero, il corpo e il sangue, la pulizia e il lucore che nega ogni eccesso di verità, e quindi di menzogna, a ogni pensiero che finalmente può andare ovunque tanto non si perde ed è in ciò fedele. A sé e all’amore dato, ricevuto, voluto.

 

 

 

l’abitante

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Non accadeva nulla. Il sentiero saliva, a destra il bosco, a sinistra il rudere di un tentativo di abuso edilizio. All’interno di quello che forse sarebbe stato un soggiorno era nato un albero ora grande e pieno di foglie. L’abitante senza vicini umani e con molti uccelli e piccoli voli tra i rami. Salendo non accadeva nulla che non fosse ripetibile, qualcosa di così memorabile da costituire un ricordo singolare. La vita scorreva con il ritmo del respiro e non aveva una trama che potesse diventare narrazione: avrebbe ripetuto i passi, la scaglia del calcare che spuntava tra il muschio, il resto di un reticolato con un fiocco di lana, erba, fiori incauti e rami seccati. Lontano il suono di una campana. E’ un vecchio dilemma quello dell’artificiosità delle storie, dei ricordi che si intrecciano con la necessità di interessare, di rappresentare una singolarità in cui ci sono protagonisti, decisioni, eventi che si configurano come emblematici. E’ il tema del divenire, il bisogno di un passato per costruire un futuro mentre siamo nell’entità più inafferrabile e banale per la grandissima parte della vita, ovvero l’adesso. Così il sentiero che si muoveva tra bisogni lavorativi dei boscaioli e le abitudini di escursionisti. Di certo portava da qualche parte, quasi certamente era, o un percorso circolare da case a case oppure un andare e ritornare su se stesso tracciato dal bisogno e dal piacere non dall’utilità e dal programmare futuri percorsi.

Ciò che fa la differenza è la persona che percorre il sentiero non la traccia e ciò che le sta attorno. Sono i pensieri diversi di ciascuno, il movimento degli occhi, il collegare le cose, la congiunzione dell’adesso con il conosciuto, il nuovo intreccio che esso può provocare nel passato. Oppure, i più bravi, vuotano di pensieri la testa e lasciano che ciò che è all’esterno entri e non diventi solo esperienza, ma vita, modo d’essere.

Il bisogno che accada qualcosa testimonia la lotta diurna contro il vuoto della noia, la forza vivifica dell’accadere contrapposta al succedere; nella prima c’è l’idea di poter influenzare le cose, nella seconda esse semplicemente si succedono senza un nesso che ci riguardi ma con una fortissima logica interna. A quella logica, che poi sarebbe quella del fluire, si può appartenere o meno, ma ciò che dovrebbe essere chiaro è che essa è disgiunta dalla felicità.

Non si è felici per caso, questa era la tesi che mi seguiva anche in quel sentiero, ma per volontà di voler mettere assieme cose disparate e controverse oppure per abbandono, per una resa così incondizionata che, come per il bimbo coccolato ogni movimento dell’accadere diventa carezza e occasione di allegria, in noi diventa un lasciarsi andare allegro e meravigliato.
Quasi sempre non accadeva nulla e questa era la storia, quella vera, quella che i 17 miliardi di individui che dalla comparsa del genere homo hanno abitato il mondo, hanno vissuto, con qualche rada eccezione che a pedate ha spinto innanzi tutto il genere. Non accadeva nulla e non avevo la facoltà di entrare nel pensiero altrui. Di questa seconda consapevolezza ero contento, non perché mi dispiacesse indovinare un desiderio di chi mi è caro o capire meglio chi ho di fronte, ma per il semplice motivo che gran parte dei pensieri sono sconclusionati, saltano di palo in frasca, sono ossessivi nel ripetersi, cercano soluzioni a problemi spesso privi di senso e stare nella testa di un altro a condividere il guazzabuglio che già ben conosco non aveva nulla di attraente. Se viene glorificata l’utilità del pensare e del fare, è perché essa genera plusvalore per qualcuno, ma anche e soprattutto perché il pensiero è fondamentalmente privo di essa, è anarchico e vitale come l’istinto, si muove per meandri sconosciuti, ma soprattutto è indifferente a ciò che dovrebbe provocare reazioni immediate. Insomma agisce per suo conto ed è pure duro di comprendonio. Se così non fosse giustizia e bellezza sarebbero perseguite e invece capitano per caso, come accidenti più che per volontà comune. Come quell’albero, unico abitante della casa in rovina e nato per caso dove doveva esserci altro, che faceva altra utilità rispetto a quella umana, ma era successo e ne aveva approfittato. Semplicemente vivendo.

non c’è fretta

Non c’è fretta, ma ci sono quelli a cui non basta mai e allora la fretta è poco, una risposta senza attenzione non basta, il tempo si comprime come una molla. Non c’è fretta e intanto sembra tutto accada, quello che svoltava una vita. Forse. O solo un segmento, ma era importante. Quanto era importante? Tantissimo, ma allora c’era fretta perché ciò che si è rotto restasse intero. Fragile, controverso, delicato e già altro, ma intero. Ora non c’è più fretta, magari la prossima volta. Tutto assume la sua dimensione, perde colore e consistenza, diventa un mare di piccole increspature del se. È tutto così normale, ripetuto, banale sino al midollo che fa pensare che tutto lo sia. Non è così, sarà per la prossima volta. Ora non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

di febbraio, la sera

Un febbraio, solo più caldo, il tempo delude le attese. Lo fa sempre e non chiede mai scusa. Per questo lo travestiamo d’impegni, di necessità fugaci. È trascurabile sapere gran parte delle cose importanti, ma del cuore si sanno solo le sensazioni. E la scia densa di nulla che esse lasciano. Non è così che si misura l’assenza e il fastidio della presenza quando si vorrebbe essere altrove? 

Questo altrove che non ha un atlante, una mappa che consenta almeno di sapere da dove si parte. L’altrove che si riconcilia nel sonno, se viene. Che frequenta il transfert d’ogni sogno sognato. Che include la speranza e la diluisce nella possibilità. Bibita a pronto effetto, ma non toglie la sete così a lungo da dire: lo sai che ho intrapreso?

C’è un gesto largo che non fa più nessuno, era quello del seminatore che andava incontro al tramonto e sparpagliava con giusta misura l’attesa.

Nel tornare alle case, c’è una dimensione che potremmo definire soglia: non si è dentro e neppure fuori. Basta fare un passo e il destino muta. A volte s’accartoccia in silenzio e attende che dpossibilità si veda una palla da calciare distante, oppure una mano che raccolga e col dorso spiani per leggere, curiosa. È solo una possibilità eppure ha una sua piccola arroganza che le viene dall’aver vissuto le innumeri vite raccolte in quell’uno, sa di essere la somma di tutto il buono gettato senza criterio e del mondo che si sciolto senza costrutto.

C’era molto in quel gesto largo che abbracciava la vita e le stagioni. Un pensiero sospeso, la fame che non è mai appetito in chi misura il cibo, la stanchezza che costruisce e attende la notte quando si stende. Ascoltando. Schiocchi di legno che s’adeguano all’aria, piccoli passi d’animale, il respiro che si fa lento e scioglie il vincolo alla tirannia della ragione. E allora il sogno può entrare e saggiare l’abbraccio.

Abbiamo gesti inconsulti, senza speranza di frutto e le braccia non sono più educate delle mani. Il corpo s’assomiglia a qualcosa che sta nella mente, forse per questo l’inquieto sovrasta l’attesa. E urge, bussa, s’agita e pretende, mentre anche il desiderio trova argomenti di discussione e non s’armonizza nel vivere.

L’orologio scandisce le ore come non le sapesse abbastanza. In fondo è una poesia che instancabile si ripete e di tanto clamore rimane la rivoluzione interiore, che un tempo ha arrossato le guance e ha mescolato con vigore, la voglia e i destini: questo il capo del filo per uscire dal labirinto. Oppure era solo d’una mappa che avevamo bisogno?

 

la vita semplice

La vita semplice è un desiderio che segue il flusso, che si lascia cullare dall’acqua del tempo, sa che esso circonda le pietre e a volte le rotola con piccole spinte gentili. Senza parere, le fa scivolare nella sua direzione e sempre le consuma.

La vita semplice ha risposte semplici per domande in altri complicate, trova nel giorno che si ripete, un senso. Gli aromi seguono le ore, le abitudini sono appigli solidi come i passi, i saluti, le necessità che si succedono.

C’è un senso di giusta misura nei gesti, le parole non debordano dai confini e non provocano guai. Il nuovo si affianca e deve aver tempo per convincere mentre la corrente accompagna con dolcezza. Così le cose si succedono, cosa molto più grata al pensiero, sembra, di quando esse per loro conto accadono.

Oggi c’è il sole, come da mesi ormai. La temperatura non è mai scesa troppo e nella terra il sonno non è arrivato.L’inverno che non si è di fatto veduto, ha messo tutti in attesa e in dormiveglia, i sogni sono stati leggeri, come particelle disciolte nell’aria. E così le rose e il mandorlo hanno pensato bene di mettere boccioli sull’avviso. Ma non siamo quieti quando si alza la nebbia e il mattino mostra l’azzurro e il sole. L’inquietudine è una serpe che si occulta, non avvelena e non si palesa per davvero mostrando la lingua e i denti, resta e fa sapere che c’è lasciando lunghe tracce tra l’erba che non è mai diventata scura, non è gelata e da tempo ha le prime prataiole che la costellano. Anche gli insetti sono indecisi, non sanno bene che fare e sono facile preda di uccelli rimasti senza emigrare. Sembra che tutti si chiedano se questo sia ora il flusso del tempo e se ciò che era semplice abbia nuove regole ignote. 

La vita semplice segue la corrente e non ama le forti passioni, conta sulle dita di una mano ciò che le serve, si misura con sentimenti forti che poi chiama istinti. Lo fa per essere assolta degli errori commessi ma li dimentica presto. Considera poco necessaria la memoria che cambia il futuro e si attende che tutto sia come l’ha lasciato il giorno precedente. Forse per questo i sogni della notte non diventano mai spinta per il giorno. È un punto d’arrivo la vita semplice, che rende poco sensibile il cuore a ciò che si muove velocemente, che ascolta e confronta l’utile con l’azzardo, la necessità con l’abitudine. Ma poi decide, lasciandosi andare. 

Il mondo muta in fretta, per suo conto, sembra, eppure ha ricevuto spinte immani. Scompaiono specie, le stagioni rovesciano le attese. Come accade in altre parti del mondo quando non è mai freddo e la notte diventa rigida per mancanza di sole. Allora si accendono fuochi, finché c’è legna, si beve l’acqua raccolta nei pozzi lontani. Le donne arrostiscono i frutti del caffè cresciuto sugli altipiani e lo macinano piano prima di metterlo a bollire a lungo in pentolini dal lungo manico e dal collo stretto. Una schiuma si raccoglie in superficie, ma non è quella che conta e il dorso della mano la spazza sul fuoco. Così il profumo si diffonde attorno, in attesa di bere il caffè che sobbolle. Poi sul fondo della tazza, qualcuna leggerà il futuro e com’esso s’ addensi sul capo degli uomini. E una paura sottile prenderà le palpebre che già scivolano nel sonno, mentre attorno al fuoco si scaldano i corpi e le anime ignare.

Chi legge il futuro, ascolta il rumore tra l’erba e la terra, sente il fruscio che porta il muoversi degli animali, ode il richiamo e il sibilo che lo spegne. E non pensa che la vita sia semplice se non ha una mano che la conduce, un pensiero che la rispetti, un ordine che definisca ciò che è giusto e non fa male ad altri.

 

 

lettera della domenica

Vorrei che tu capissi che m’interessa molto la tua vita, eppure non ti scrivo,  anche se spesso lo faccio con la mente.  Dirai che dicono tutti così, che ciò che conta sono solo i fatti, ma ne siamo ben sicuri? E a che servirebbe allora sentire e pensare a chi non c’è? Oggi ti parlerò  di me non per suscitare la tua risposta ma per farti capire dove mi aggiro mentre non so cosa fai, come vivi, cosa pensi.

Non conosco i tuoi desideri, le attese che hai perduto e quelle nuove che sono nate. Basta questo non conoscere, per non sapere nulla? No, perché ci sono altre strade e momenti che hanno lasciato tracce e queste continuano a percorrere la loro vie, tracciare destini, pronunciare parole. Nei tabù che le nostre vite portano con sé ci sono i tanti modi della fuga, le parole che la descrivono, il dialogo che essa sottende e non interrompe. 

È fuga il lasciarsi senza aver detto o mostrato l’ineluttabilità dell’accadere. È fuga il salvarsi quando la minaccia diventa prigione o ancora più provoca la perdita dell’identità. È fuga non pronunciare le parole che si sentono dentro per timore delle loro conseguenze. È fuga il scegliersi dopo aver a lungo cercato. È fuga approdare naufraghi sull’isola del proprio esistere, nudi e con la propria solitudine, di malintesa incomunicabile unicità.  È una fuga creare schermi di parole, raccontarsi storie, rifiutarsi e rifiutare. È fuga lasciarsi scivolare nelle abitudini, nelle sicurezze che inquietano. È fuga accettare il gorgo dell’oblio, il rifiuto della memoria, la cecità per non vedersi cambiare e mutarsi.

Parole e succhi di significato che girano attorno a bisogni. Gli stessi con altri nomi, scoperte conosciute: il corpo non mente ma può essere tacitato, plasmato, ignorato, ricondotto al suo posto presunto. Non è questo il pericolo paventato da tanto pensiero umano incapace di ricucire sensazioni e pulsioni con il concreto accadere delle vite?

È domenica, e molto tempo lo passerò facendo le cose solite che a volte mi lasciano insoddisfatto per il divario tra il molto che mi propongo e il poco che poi faccio.

E tu che farai oggi? È il solstizio d’inverno, la festa della luce che comincia a rischiarare la notte, il buio del cuore. Ho ripreso alcune  vecchie poesie, perché vorrei farne un piccolo libro che mescoli alcune di esse con il presente, col bisogno di parole nette, inequivoche. M’accorgo ancora una volta dei miei grandi limiti e di come essi generino cose che non finiscono mai, ma un aspetto positivo c’è: sono anche porte divelte, impossibilità di fughe. Questo vorrei tu ben capissi di me, non scappo proprio per la mia incompiutezza, per il limite ben presente che anche quando supero ne genera di nuovo.,

Non ti spedisco nulla, ma scrivo e continuo a farlo su carte che m’accompagnano, più per il mio bisogno che per i lettori.
Penso molto e spesso non solo a me ma alle poche persone che mi hanno colpito in questi anni. Penso a come vivono, cosa sperano e si chiedono. Vorrei sapere di più ma comunicare a distanza esige un’ attenzione e un legame particolare, che è quasi una telepatia, un’ affinità che continua e si alimenta reciprocamente. È quel sentire profondo di cui proprio tu mi spiegavi quando raccontavi di un tuo amore appena concluso ma intenso e forte ancora. E io ti dicevo che capivo per analogia, ma non era la stessa cosa ed ora lo comprendo meglio perché le vite sono fatte di ascolto profondo e molto meno di confronto.
Ho pensato che nella mia ricerca di un equilibrio interiore sarò ancora più silenzioso. Ho bisogno di capire meglio le cose e come io mi trovo in esse, mettendoci molto più ascolto, ironia e il distacco necessario.
Mi accorgo anche che il molto ascoltato, le domande fatte e che mi riguardano non bastano. E anche questo è un  modo di non fuggire, perché  queste domande dicono che è difficile essere ascoltati nel modo giusto e che questo dipende dalle attese che si hanno. Anche le attese sono delle fughe? E i desideri sono una risposta al fuggire, un fermarsi a un sé che muta rapidamente,  che si consuma e al tempo stesso consente di riprendere fiato?

La fuga è un sentire profondo che non ha pudori e che nasce da un percorso. Bisognerebbe spiegare anche questo, ma chi ascolta non può fare questa fatica o almeno non la si può chiedere: o viene come una disponibilità oppure non c’è e questo motiva il silenzio di cui mi circondò, lo scrivere che resta segreto e quello più esterno che diventa allusione.
Penso anche che la fuga motivi molti impegni e il parlare d’altro senza passione vera, perché anche a quella serve un noi che dia dimensione alle cose che si fanno, un futuro e uno scambio limpido. Condizioni davvero difficili da realizzare.
Così le mie giornate si annodano di cose, di impegni lievi o forti ma è il muto dialogo interiore che alla fine determina l’umore e quell’apertura al desiderare che, a mio avviso, è propria dell’uomo e lo spinge a comunicare profondamente.
Pensieri solipsistici se non trovano uno sbocco, ma le cose non sono mai così assolute ed è la speranza e la ricerca distratta, si chiama caso, che lancia segnali e spesso si sbaglia, ma non cessa di pensare che da qualche parte il comunicare profondo esista.
Che sia una buona domenica.
Con un abbraccio