altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

la saggezza non mi interessa

Non vorrei prepararmi ad essere vecchio e saggio,
un signore che abita i suoi pensieri,
e guarda con nostalgia il piacere,
sentendo il dileggio di chi non condivide ciò in cui crede.
Non la vorrei un’età che ha il nome del bisogno,
ma vorrei vivere appieno ciò che ho lasciato in disparte,
riparare alla noncuranza e alla superficialità
delle altre età veloci.
Avere la passione delle meccaniche del cielo e della terra, gli orologi come oggetti e il tempo come amico. 0
Sapere che ogni giornata è ancora nuova,
che ogni anno è un pezzo dell’eternita
consegnata con l’accendersi del pensiero.
Lasciare una traccia in me,
nell’ironia che si riguarda e sente il bello che l’attornia,
godere del tempo, del bene, delle cose e non sentirne colpa.

diario apocrifo

Non ho resistito, il covid pare duri tre ore sulla carta e nella raccolta carta, tra mucchi di bollette, ritagli, giornali, c’erano due agende e due libri in una scatola di cartone. Altri libri erano fuoriusciti ma era paccottiglia di genere che non frequento. I libri ormai li devo distillare, è finita la stagione onnivora e ciò che non m’interessa lo lascio sugli scaffali per non far torto a ciò che attende di essere letto.
Li ho messi su un muretto per altre mani e interessi.
Questo l’antefatto, assieme alla tentazione di rovistare presente in ogni bibliofilo scontento. Ho represso l’impeto, ma le agende le ho prese perché sono un mondo a parte e i libri perché erano annotati. Dopo una pulizia ho iniziato la lettura.
Anno dell’agenda n.1, inizialmente indefinito, anche se l’agenda è del 2003, le annotazioni riportano date differenti, con ora e luogo.
14 Gennaio, ore 23.50. Giornata pesante e leggera, conclusa con una ripetuta bevuta al bar. Ero assieme a L. e ad altri. abbiamo parlato di Eco, di politica, di cosa faremo domenica. Due si sono defilati al nome Trieste. Commento: città triste, ventosa e di vecchi, adatta agli aspiranti suicidi. Siamo rimasti in tre con L., Mario ha promesso di trovare un’amica che sia allegra e che beva non troppo. Proposta accolta per una passeggiata sul Carso. Non ho sonno, penso a L. mi è sembrata contenta e distante. Riesce ad essere due sensazioni allo stesso tempo. Cosa non comune. Domattina la chiamo. Sto leggendo Calvino. A volte mi entusiasmo, spesso mi annoio.
27 Gennaio ore 9.45. Colazione domenicale, ho nausea da ieri sera, ma m’ ingozzo di cibo. Spero mi passi, veleno scaccia veleno. Il corpo reagisce. Espelle. Torno a letto. Vorrei chiamare L. ma ne temo il giudizio. Ieri sera mi ha ripetuto più volte che esageravo. Forse per questo non mi ha invitato ad accompagnarla a casa. Credo di avere la febbre. Dormo.
29 Gennaio ore 17.35 Dovrei parlare della depressione o meglio della melancholia. Ma sono le 17.35 ora in cui in ogni dove qualcosa finisce e non inizia nulla che non sia mettere assieme persone. Forse in Africa qualcosa può intuire di aver inizio a quest’ora. No, neanche in Africa. Anche lì il sole si prepara a calare ma intanto sfolgora. Nei ristoranti improvvisati vicino alla spiaggia puliscono il pesce da arrostire e cacciano le mosche dalla carne. Qui si pensa all’aperitivo, alla strada da fare in bicicletta per arrivare al bar, al fatto che ci sia un posto attorno al tavolo. Vorrei ci fosse L. da sola e poi insieme agli altri, mi sembra sempre che tutto quello che mi viene in testa quando ci lasciamo, sia importante. Più interessante di quello che sono riuscito a dirle. Di sicuro non le parlerò della melancholia e di Dürer.
4 Febbraio ore 9.18 Silenzio attorno. Voglia di ridere. Mancano gli argomenti. L. non si fa sentire. Credo abbia ragione dopo l’ultima serata assieme. Rimedi alla depressione nelle conversazioni: conoscenza diretta, pacca sulla spalla, vicinanza fisica. La depressione è unica e diffusa, ognuno ha la sua per motivi suoi, che vanno dalla predisposizione alla vita trascorsa, da quello che non c’è stato a quello che c’è stato. Faccio parte di quelli che cercano di controllarla quando esagera e che l’apprezzano per le sue capacità aggiuntive quando si accontenta di parlare con me. La profondità di sentire che regala rende diversi, tanto diversi da rischiare l’incomunicabilità. Con chi si può parlare se la Comunicazione vera è solo quella profonda che include fiducia, lasciarsi andare e amore? Con pochi eletti oppure con il proprio silenzio. Non credo di aver nulla da dire se non che la melancholia è qualcosa che non impedisce l’intelligenza e l’ironia, la visione profonda del vivere. E con un poca di autoironia tutto trova un posto, anche la vita.

…continua

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

ci sono cose che non finisco

Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.

Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.

oggetti?

Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.

I conti che non si chiudono

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo senza in realtà chiuderlo. Breve o lungo, pieno di cambiamenti, per chi ha la mia età molto ha contato e molte speranze ha generato. È stato il secolo che ha chiuso con alcuni assiomi, che pensavamo tali, con le ideologie ad esempio, e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare, è stato un secolo che ha dissolto e costruito. Questo passaggio, e chiusura che non c’è stata, era in realtà un fare i conti con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite che volevano un mondo radicalmente migliore. Era questa la realtà che avremmo voluto? In particolare ora che la memoria difficilmente può essere condivisa e che ci consegna ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere speranza, valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto, per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più liberi, sembra, anche se la tecnologia è al servizio di un potere che orienta e ottunde le libertà. In realtà sono più soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi i nuovi anni e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che lascia rovine, che non si chiude, ma transita e non lascia traccia.

andare o fuggire

Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.

Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.

Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.

Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.

È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo

Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.