il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita  quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. MI auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita che scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere. 

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

abitudini

IMG_2477

 

Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

tutto normale

I tavolini nella piazzetta davanti al bar del ponte erano tutti pieni ieri sera. Come prima, come al solito. Le mascherine ornavano l’ avambraccio, oppure civettuole, appese ad un orecchio. Non pochi le avevano abolite. Tutto normale quindi, anche la distanza era la solita delle conversazioni. Forse si saranno dette poche parole all’orecchio e qualche inutile cattiveria sarà rimasta nei pensieri, ma era una tranquilla serata di giugno all’ora dell’aperitivo. 

Non ho recriminazioni, ciascuno si regola come crede perché questo è il limite della responsabilità e la disciplina esige sanzioni, restrizioni esterne, un diverso stile di vita. Stamattina dicevano per radio che il distanziamento è tra le persone e non sociale, infatti per essere stanziati serve una responsabilità interiore e una fantasia che trova nuovi modi di stare assieme e porta la sicurezza nella fiducia.

Se tu mi ami non ti ammali, fai di tutto perché non accada e non mi contagerai.

Quest’attenzione semplice tiene unite le persone, possibili i baci e gli abbracci ed esamina ciò che invece è consuetudine, abitudine senza un pensiero che la sorregga e la nega come possibilità. Non per sempre ma per un po’. Sempre ieri sera, alla commemorazione di Berlinguer in piazza, eravamo distanti e insieme vicini. Ordinati nel porre un fiore senza nessun discorso ufficiale. Ma appena usciti dalla piazza sono cominciati altri incontri e ancora il tentativo di stringere mani, di annullare gli spazi fisici anche nel parlare. C’è un’impressione di libertà che supera l’attenzione e che è in sé un indice di ciò che verrà. Non parlo delle recrudescenze pandemiche, ma del cambiamento che si sognava negli stili di vita durante il confinamento in casa. L’inquinamento ha ripreso a crescere, il mutamento climatico continua il suo corso e dei piani che si sentono annunciare per la crescita, per l’economia, non c’è nulla che non sia una ulteriore declinazione di un neo liberismo che farà fare a minor prezzo ciò che si produceva prima. Nessun ripensamento vero, il che dimostra, e ciò è particolarmente vero nei paesi che si dicono democratici, che l’economia capitalista governa per suo conto, stabilisce cosa è progresso, ciò che deve piacere e con quanta fatica si dovrà acquistare l’inutile, il transitorio, il nuovo che è solo rappresentazione. Nessuno dei problemi di questo mondo che connette tutto tra ambiente produzione, consumo, viene affrontato. E lo stesso distanziamento sociale diventa rottura tra interessi comuni, tra esistenze. È triste che sia la forza a insegnare le cose e non l’intelligenza. Triste e brutto.

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.

frugalità

Scrivo impressioni, emozioni personali senza pretese d’infinito, piccole cose, particolari che mi colpiscono e che si riconnettono con altro che riemerge. Non è una scrittura da affreschi, ma una calligrafia, un insieme di note a margine su un testo che leggo(la mia vita) e su cui è facile soffermarsi. Il mio scrivere è quello che vedo e che sento. Quindi sono un lettore, che indugia nella disattenzione e segue il pensiero suo e quello dell’autore. Un pessimo metodo per imparare e ottimo per perdere se stessi e il proprio tempo in qualcosa che attinge al piacere del dialogo quando è possibile, dal vero, oppure nella propria mente. Gli autori spesso rispondono, non sono tutti uguali e il mio modo di mostrare loro che capisco è mettere assieme senso e parole. Un lettore devoto che si sofferma sulle parole e ne resta incantato dal significato. Le parole contengono, mostrano e nascondono, dipende da come si leggono. In questo si costruisce un rapporto se non si ha il corpo a disposizione, ed è un rapporto con emozioni, attese, delusioni (non poche) e intuizione. Cioè lo strumento più vero e fallace di cui si dispone per parlare, sapere, conoscere l’altro. Manca il corpo con i suoi linguaggi potenti, ma questa, seppur virtuale è carta e allora ad essa più che le note di un seguire sé cosa si può attribuire? Seguirsi per seguire, dire in verità ciò che conta per il momento in cui nasce. Un’ immensa mappa di segni, di tracce, di cose apparentemente scollegate a cui trovare nesso e senso: ad una sola condizione: che interessi, come in un libro, chi ci sta davanti. È questo un ossimoro della mente perché tali e tante tracce si sono sommate, stratificate, che i punti comuni ormai dovrebbero emergere ed è così, in ogni massa di indizi ci sono plurime verità che il tempo rende vere e false e una frugalità appena sotto la superficie. Oltre gli aggettivi, i testi che si gonfiano, le ripetizioni che rafforzano, oltre c’è il poco e l’essenziale, quello che nella mistica ebraica è il numero, ossia la lettera: ciò che dà la vita e insieme la rende un mistero. A questo serve il girovagare, penso, tra lettere e parole, tra luoghi e particolari, nel sentire multiplo che ricomprende i sensi. O almeno spero sia così, perché comunque altro non saprei fare.

sabbie e clessidre

Si parla di tempo e di tempi, senza vedere che ci sgraniamo in grani sempre più sottili, siamo consegnati alla nostra percezione attonita di ciò che se ne va. Vorrei, vorremmo, desideri sottili come bolle nel cielo: per un attimo volano, mutano le stelle, sconfessano la luna, poi tutto torna in una normalità che non è mai tale. Cosa avremmo davvero voluto fosse normale? L’eccezione non è mai una regola, al più un accidente lieto che carica d’emozione e poi si espande nel ricordo. Lo porta nel momento in cui serve.

Dei corpi parliamo poco, più delle anime, ma esse ben poco sarebbero senza quegli attimi di cielo confuso in cui tra le stelle abbiamo navigato. Ad essi dobbiamo segreti e dimensioni che ripetono la speranza, la scandiscono nei giorni in cui è grigio il colore della confusione. Come accade ai bambini quando mescolano i colori e alla fine resta l’assenza. E cosa entra nel frattempo? Un nuovo foglio in cui scrivere, disegnare un’inaudita attenzione. E il corpo con noi sogna nel costruire procedendo per ossimori. Equilibristi in attesa di un applauso oppure costruttori di futuro che tracciano nella sabbia nuovi disegni?

Dei corpi parliamo poco tra sabbie e clessidre che scandiscono i giorni, sembra quasi non vogliamo farci davvero capire dal tempo perché non rubi l’invito prezioso, mentre arrossisce il volto che accetta e diviene sabbia il passato che non conta per il nuovo momento da vivere appieno.

 

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.

 

qualcuno dentro di me narra qualcosa

La notte faccio sogni strani, avversi o concordi, spesso interessanti. Finiscono con naturalezza come avessero detto tutto quello che c’era da dire. E se li interrompo riprendono. Qualcuno dentro di me narra qualcosa, mescola le carte, fa giochi di prestigio, sembra un professionista di un’altra realtà. Ha delle regole che non riesco ad intuire bene, ma qualcosa ormai ho compreso.

Il giorno è anarchico di volontà, oblomoviano e ripetitivo, la stessa parola anarchico è troppo seria per definirlo, ha  consuetudini che si mescolano e che danno origine ad impegni. Tutti labili e faticosi, nessuno o quasi che davvero sia importante, c’è la consapevolezza d’un naufragio avvenuto e di un salvamento che non è salvazione, ma una vita è stata regalata. Che faremo di noi, viene da dirlo per diluire la responsabilità, ma ciascuno davvero farà di sé ciò che gli viene. Per scelta o ignavia, come sempre, l’importante è capire che tutto ciò che assomiglia al prima non è autentico, sono cattive imitazioni di ricordi.

Prima non era così e non era neppure bello, possiamo salvare la giovinezza perché ha generato ciò che ne è venuto: amori, passioni, delusioni ed errori senza pensarci troppo. Tutto maturato in un’età che procedeva per suo conto, con grandi decisioni ( così pareva) e la percezione che qualcosa se ne andava mentre altro arrivava. Il difetto stava nell’essere tutto in questa realtà, mentre trascuravamo l’altra, quella dei sogni.  Per questo ora si ripresentano a chiederci se abbiamo ancora voglia di vedere le cose impossibili, di praticare inutilità e di tenerci stretta la capacità di sognare un mondo differente. Dentro di me qualcuno mi narra di un mondo con regole che non fanno male e ammaestramenti lievi, mi parla di un compagno di strada che cammina con me, con noi noi, e ha voglia di ridere facendo cose serie.

tempo perso

Tempo perso quello degli amori scombinati, delle attese insoddisfatte, delle attenzioni gettate, dei pudori che già scelgono, delle scuse e dei pretesti, del non essere pronti, delle mezze bugie che sono sempre una bugia intera, delle parole importanti non dette, di quelle incautamente pronunciate.

Tempo perso e non recuperabile in speranze che erano nuove per davvero, tempo sbriciolato oltre il limite che avremmo tollerato, ma che era impossibile usare altrimenti. Tempo atteso, trepidato, mille volte consultato su un orologio riottoso. Tempo dove le alternative si spegnevano come i sensi di colpa, tempo senza limite che pure aveva già esaurito il suo tempo. Tempo che non aveva alternative, eppure ce le rammentava tutte. Tempo che si chiudeva in sé come in uno scrigno, che generava un ricordo, che non voleva una ragione mentre si accantonava. Solo tempo parte dell’infinito tempo.

Possiamo dirci che si sarà almeno tentato, e tentare è mettere davanti a una scelta un fatto, qualcosa di concreto, ciò che mette da parte ciò che poi non è venuto.

Resta l’altro tempo che usa la ragione e vorrebbe un motivo per come eravamo. Cosa possiamo raccontargli se non che senza il tempo perso noi non saremmo ciò che siamo: una speranza che non accetta di essere mai delusa senza un ulteriore tentativo.