l’equinozio del laico

Finisce l’estate tra le cannonate di Porta Pia. Polvere, squilli di tromba, passo d’assalto. Sono bersaglieri. Una diceria racconta che il comandante di una delle batterie piemontesi fosse un capitano ebreo, un Segre, che doveva evitare la scomunica a quelli che l’avrebbero seguito nell’abbattere la porta. Storie. I piemontesi in armi erano scomunicati già dalla presa di Bologna del 1860 e questa seconda scomunica che avrebbe aggiunto alla prima? Lo stato laico era alla porta e il Papa si sarebbe ritirato sdegnato. Forse più dai francesi e dagli austriaci che non avevano saputo difenderlo, che da questi liberali ben poco giacobini che venivano da un piccolo regno di chiesone di mattoni rossi e molto baciapile. Mezzi francesi, massoni il giusto, mica ce l’avevano con la Chiesa ma gli serviva un simbolo laico. Roma. La stessa che era stata conquistata con una falsa donazione di un imperatore pagano, Costantino, e usata come cava di pietre e mantenuta con una altalenante, reale, presenza di Papi che aveva avuto del buono e del meno buono. La religione non è democratica e forse neppure la laicità lo è. Comunque la conquista della laicità comportò delle perdite. Da entrambe le parti, e a parte i fantaccini caduti sul campo, ci fu un’acredine nuova che divise. I nobili si chiusero nei palazzi e in segno di lutto sprangarono il portone principale, esponendo un drappo nero. Fuori, invece, bersaglieri e fanti ovunque, in frasche e osterie parate a festa, finiti a rigatoni e “fojette”. I romani non fecero quadrato, ma vinsero e festeggiarono con l’invasore. La laicità economica del regno durò finché ci furono affari da fare con l’acquisizione di proprietà ecclesiastiche, quella politica teoricamente fino al patto Gentiloni, ma già da tempo giravano voti che favoriva l’uno o l’altro dei candidati al Parlamento.

Finisce l’estate con un momento in cui giorno e notte sono uguali. In fondo questo dice la laicità, ovvero che un pensiero non ha prevalenza sull’altro, che la notte dell’uno può essere illuminata dal giorno dell’altro, che la spiritualità è faccenda personale e non di stato, ma ciò non le impedisce di misurarsi e dialogare con altro. Fosse pure la sua negazione. È questo che si è imparato oppure cresce l’insofferenza per le idee altrui e soprattutto crescono le contrapposizioni tra uomini. Un odio spicciolo, virtuale e concreto che pervade il mondo e nulla ha a che fare con il credere o meno ma piuttosto con l’assenza di un ribadire che il noi, l’insieme è un valore assoluto, che i tre principi di eguaglianza, libertà, solidarietà sono una guida laica e spirituale assieme, per le vite e gli Stati. Sogni di vecchio laico, che dovrebbe sapere che depositata la polvere di Porta Pia, già lo stato cercava assoluzioni altrove. Il nuovo è che in quest’anno molesto, la confusione continua e l’uomo si ritrova più piccolo di un pezzetto di virus. Neanche uno intero, basta un pezzetto di qualcosa che neppure sarebbe vita e tutto comincia a scricchiolare. Politica, economia, persino il clima va per suo conto. Vorremmo certezze abbiamo precarietà. Il tema è come rendere gioiosa la precarietà? Dare ad essa la possibilità d’apertura verso nuovi equilibri.

Siamo stati rintanati mentre volevamo volare, prigionieri di libertà consumate, pagatori infedeli, sudditi e poco cittadini. Fino al voto. Non è successo nulla che non fosse segretamente in corso da tempo. Il fatto è che il tempo non è solo quello cronologico, ma quello delle cose, dei fatti che lentamente maturano e pian piano si mettono in moto, scorre come lava sotto il terreno e lentamente spinge in una direzione. All’estate quella direzione non piaceva e chissà cosa ne penserà l’autunno in questo giorno equanime. Credo che abbia le sue risorse, molto tenere e laiche, perché è la stagione della vicinanza, dell’apprendere se pensiamo alla scuola, del sentire la casa dopo le vacanze strane di quest’anno. È la stagione degli amori quieti, delle mani in tasche non proprie a cercar calore, dei baci dati nella luce che scema, nell’incongruità di improvvisi calori e di altrettanto inattesi freddi. È il tempo del profumo della carta e dell’inchiostro, delle luci che s’accendono prima e del camminar più svelto. Un fumo di castagne arroste annuncia l’arrivo del bastimento di foglie seccate, del vento che le spinge come le vele di un clipper pieno di the d’oriente Gli occhi si alzano e vedono il colore che incendia gli alberi prima di consegnarli al sonno. Sul mio tavolo, piccole piante ascoltano e si chiedono se la laicità sia il vivere con lo spirito ma senz’altre regole che non siano quelle proprie e quelle comuni di un’umanità ch’è fatta di eguali bisogni, di solitudini confrontabili, di amori necessari e d’un immane non detto che ognuno porta con sé per timore del riso e del compatire, ma è in realtà ciò che tiene assieme il mondo, ovvero il bisogno e l’attuazione dell’amore. Di ciò che ci manca al riso e al pianto, di ciò che è misericordia verso di sé e consolazione, di ciò che davvero ci rende uguali e laici nel bisogno di capire ed essere compresi, amati, visti, ascoltati.

p.s. Buon equinozio a tutti voi e portate pazienza per un provar mio che seminerà di parole e sentire questi giorni.

 

l’infinita lettera del clown

Si vive per determinazione, per progetto, per caso. Non di rado ci si lascia vivere. Poi si scrive un’infinita lettera che nessuno o quasi, mai leggerà Di certo nessuno potrà comprenderne le motivazioni nascoste.

Si scrive per bisogno, per confronto con ciò che si sente, per lasciare una traccia che certifica d’essere esistiti. In più luoghi, con molti pensieri, sentimenti forti e deboli, si scrive. Si usano parole che significano spesso più cose, si tiene il dovuto e si limita l’esplicito perché il banale è sempre in agguato e s’annida proprio tra ciò che sembra importante. Anch’io l’ho provato, sentito, fatto. Capisco, ti capisco profondamente. Per affinità. Per amore. Per bene. Per vicinanza. Ma il mio è stata altra cosa. Qui c’è una differenza perché chi si ritiene fortunato, l’esperienza vissuta la giudica con un impatto che non ha prodotto identiche devastazioni. Chi si ritiene sfortunato pensa che ciò che prova è stato per intensità, profondità ed effetti ben più grave di ciò che gli viene raccontato.

Le felicità si raccontano poco per mancanza di aggettivi adeguati e per non suscitare inutili invidie. Anche il banale avrebbe bisogno di essere riscattato perché anzitutto siamo piccoli gesti e questi riempiono i silenzi, alimentano i pensieri, non di rado sollevano dalle angustie che si ripetono. Forse a questo servono e anch’essi si ripetono.

Chi ha l’ardire di affermare di piangere le stesse lacrime, di sorridere allo stesso modo, di provare lo stesso entusiasmo, non è un mentitore né un millantatore, è semplicemente un entusiasta di chi ascolta, che ci prova ad essere lui e vorrebbe riuscirci perché ha prima pronunciato la parola amore. Quindi un generoso cieco che dovrebbe mettere assieme la diversità, portare via e non confrontare non ciò che mai sarà eguale.

Il pagliaccio usa l’intelligenza per strappare il riso, un pagliaccio nella vita è un’offesa alla serietà del vivere. Vorrei essere un pagliaccio che usa le parole e le sente, le fa volare e sorridere sulla bocca di chi le ode. Un pagliaccio che non si vede e non si copre mai di ridicolo, che ha il cuore dipinto negli occhi, che annusa e fa sentire il profumo dei fiori. Un pagliaccio che s’affeziona all’inutile e lo presenta come fosse una cosa preziosa perché nulla è più prezioso di ciò che tiene insieme la vita e non si vanta di farlo.

Come scrive un pagliaccio e a chi scrive? A se stesso e a chi lo ascolta, a chi è appassionato di storie altrui perché in esse non trova la saggezza ma la propria storia a pezzettini. Coriandoli lanciati nell’aria, riso di bimbo, bisogno impellente di avere tenerezza, silenzio per ascoltare, divenire altri e restare se stessi, risata e pianto che non durano. Abbracci. Lunghi quanto serve. Infiniti come il narrare, cioè lunghi abbastanza perché poi c’è altro da fare ma in quelle braccia è bello tornare.

la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

privazioni

Certamente moltissimi stanno peggio, ma ognuno sente il suo e con acribia persegue un motivo che trovi il bandolo nella ragione. Non lo trova, oppure gli pare e poi si accorge d’essersi sbagliato perché era qualcosa che veniva prima: nell’amore sghembo ci sono le ragioni dei preti e delle suore, le famiglie che hanno trasmesso ciò che gli sembrava giusto ed era solo conformismo, ma anche l’indole non ha aiutato. Così alla fine finisce, ovvero sembrano finire i dispetti, le privazioni, le offese per disattenzione e quelle volute, ma in realtà la liberazione è solo apparente perché inizia un’altra battaglia. Ci sono frutti che devono avere una radice e quando questa la si cerca davvero, muore l’albero. Poi c’è tutto l’apparato sociale. I codici e gli avvocati, i periti di parte e le decisioni dei giudici. E nessuno sa cosa c’entrino in tutto questo se non in un dare/avere che dovrebbe stabilire equità, possibilità di ripartire. Ma non funziona così nello sciogliere. C’è una parte civile ed una umana, personale che non coincidono mai. La prima è un equilibrio col passato, un mettere una pezza sociale per qualcosa che non è pubblico ma privato e avrebbe bisogno di un accordo non di una divisione perché essa c’è già stata, qualcuno ha perduto e ciò che è rimasto sono i viventi che pur hanno dei diritti. La privazione si esercita nell’accanimento, nell’ingiusto, nel voler schiacciare, manu militari, l’altro in modo non da lasciarlo vivere ma punirlo. Neppure questo accade e non è materia di giustizia ma di sociologia familiare. Questa dovrebbe, assieme alla psicologia stabilire le regole che servono per riprendere un percorso che includa il cambiamento e la felicità. Per il resto dovrebbe bastare un ragioniere e una codifica accurata.

soliloqui

 

Spesso parlo nella mia mente, succede a tutti, immagino. Anche a te. Mi sono accorto che ci sono diverse qualità di dialogo interiore. Uno molto libero che associa bisogni e risposte, che muove decisioni. Un altro che oziosamente spazia tra diversi problemi personali irrisolti e ne cerca le radici, vi si sofferma, porta alla luce ricordi e motivi che erano stati accuratamente messi in disparte. Un terzo, ma non è l’ultimo, dialogo , è circolare, cerca la soluzione a problemi contingenti, che devono essere risolti-. Lo chiamo la mosca nella bottiglia perché oltre le tecniche di problem solving c’è sempre qualcosa che riporta daccapo e fa capire che si possono convincere gli altri e anche noi stessi, ma non a lungo e mai per sempre.

Per quest’ultimo dialogare interiore, che spesso gli altri sovrasta e sostituisce, ho capito che mancano da tempo gli obbiettivi definiti, le scalette che si devono onorare, gli impegni che comportano responsabilità di persone. Certo c’è la responsabilità di chi ci è vicino per sentimento e amore, ed è inclusa nella vita che si sceglie, quindi il suo ruolo è una costante con molte variabilità, ma c’è sempre. Ma il resto, che un tempo si chiamava lavoro, impegno politico, in cosa si è trasformato?

Come nell’età in cui si studiava e ci si innamorava della vita e delle persone e le idee erano così forti da sembrare possibili, mi scruto allo specchio, mi guardo dentro e vedo che ho molta più materia per annodare fili, per riconoscere cosa è andato davvero storto e cosa invece ha lasciato un segno, una cicatrice che non fa male anzi è ormai una runa dolce che piega il sorriso. Guardarsi con quella misericordia felice che si dovrebbe usare per passato e presente, come quando si mischia un mazzo di carte. Guardo nello specchio, il viso ha pian piano scavato le piste di un percorso, e si vedono anche le possibilità lasciate cadere. Il corpo è sempre lungo, qualche chilo in più per i miei gusti, anche se non ci sono più le zingarate di un tempo, gli eccessi fatti di notti insonni e di molta strada percorsa nel buio. Però si può ancora accettare, questo fa parte della misericordia, i capelli sono pochi e ricci e ormai molto chiari, i muscoli fanno il loro dovere. Con fatica, ma lo fanno. E ogni piccolo acciacco ricorda la sublime indifferenza per cui era un merito non lamentarsi mai delle piccole cose. De minimis non curat praetor.

Questo autoguarirsi era ben presente un tempo, ma da qualche parte la macchinetta si usura e ora funziona meno, così l’ipocondria diventa il nemico da cui difendersi. E adesso che sappiamo tutto, abbiamo più paura di ciò che non si conosce. Ci ascoltiamo troppo, guardiamo troppe mappe e così non ci si perde più, peccato perché lasciarsi andare, ora è più importante che mai. Lasciarsi cullare dalla vita e non giudicare e non giudicarsi.

Nel dialogare a fior di labbra vorrei mettere il tempo lento e la cura. Di me stesso e dei pochi che ancora mi sopportano. Ascoltare mi è sempre piaciuto e anche parlare. Non tanto di me stesso ma delle cose che mi entusiasmavano. In fondo sono rimasto un sognatore bacato che si annoia con facilità. Parlavo qualche giorno fa del progetto che si era affacciato e da realizzare in Kenia: un’area industriale e una cittadina vicino a uno dei più grandi campi profughi dell’Africa, per aiutarli davvero a casa loro. E mi veniva da raccontare come lo avevo pensato e come erano nate le prime proposte. I dialoghi che erano nati e il confronto tra ciò era necessario fare prima, cosa privilegiare e come rispettare persone e territorio. E non finivo di parlare perché poi mi tornava a mente Ottana e i progetti che si erano fatti sul disinquinamento dell’area e sulla creazione di nuovo lavoro. E il curriculum del fare e del fatto era un bel volume che si mostrava con la voglia di spiegare che non era finita e che si poteva fare di più. Era un piacere sapere che tutto era ancora possibile, anche se le cose progettate che non erano andate avanti ora sono ancora più sono difficili. Qui, mi accorgevo, che come nel corpo c’erano i punti di frizione, quelli che fan male per assenza di adeguata carne e che molte cose ormai non si potranno più fare anche se sono possibili e raccontarle le rende un poco vere.

Ma a chi parlo, amica mia, tu neppure mi leggi e bene pochi interloquiscono con i sogni altrui. Di ben altro ci sarebbe bisogno e a volte nel lasciarsi andare c’è anche una stanchezza amara. Sai, questa è un’età in cui moltissimo è possibile, ma non raddrizzare ciò che per volontà o caso, non è andato per il giusto verso. Chi tira le somme della vita, sbaglia sempre i conti perché non vede che il buono vale moltissimo e gli errori erano quasi inevitabili per come si era, solo che adesso non basta più, e allora arrivano le conclusioni che tolgono la pazienza dai rapporti e lasciano più soli. In compagnia o lasciati, sempre molto soli. Abbiamo bisogno di misericordia felice e di aver ancora il coraggio di progettarci così come siamo. Insomma amarci più di prima. Anche quando con sincerità rovistiamo la soffitta e i bauli che portiamo dentro e che sono zeppi di noi.

 

frequentare il banale

Frequentare il banale. Per noia, incapacità, stanchezza, genio. Frequentare il banale sapendo che prima non lo era e che il tocco distratto lo rende tale. La risata inopportuna il pensiero affrettato e liquidatorio. Frequentare il banale in pochi versi che emergono dalla memoria: singulti d’una bellezza mai davvero intuita nel suo nero. Osservare il banale che annega nel gorgo della bellezza e lascia vuoti. Impossibilitati ad agire. Si dice inani ed è la sensazione che si prova dinanzi alla miseria quotidiana di ciò che contraddice giustizia, pietà, umanità. Ma il tempo è largo e contiene. Tutto. La bellezza, il pensiero, ciò che è fuggito, ed era un attimo d’intelligenza, quello che si ripete e non si guarda mentre si mostra. Il banale ha un’anima? La nostra, forse, e con questo dovremmo elevarlo, dargli il posto che merita e toglierlo da quel nome che lo condanna senza merito perché non è lui ad essere banale, ma noi.

Se, come un tempo, vi fosse un amore per ciò che ci seguirà, coltiveremmo la memoria e il nuovo nello stesso giardino e useremmo la nostra “povera casa di scarsa considerazione” * per lasciare una traccia che aggiunge e preserva. Ovvero renderemmo il banale alla sua storia, lo indagheremmo per vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno, così in una penna o in un vivere attento e lieve c’è il pensiero. E tutto attende d’essere riconosciuto.

*Antonio Barbaro così edificò la memoria della sua casa a Santa Maria del Giglio

in breve

Il cronografo meccanico ritarda di trenta secondi al giorno. 3 ore in un anno. Devo decidere se metterlo a posto o lasciargli vedere il futuro un po’ prima di me. Questa piccola passione per gli orologi meccanici s’è tramutata in un desiderio soddisfatto, come fosse il tempo e la sua misura imprecisa ad attrarre l’attenzione e questo bastasse. Poi quando il tempo si capisce lo si considera come un affettuoso discolo che fa quel che meglio crede ma ci vuol sempre bene.

Oggi a Venezia il tempo non contava, ce ne siamo andati dal ristorante che non c’era più nessuno e anche i camerieri, tolta la divisa, ci raccontavano storie e confidenze belle. Mi verrebbe da definirle bellissime per la loro rarità e per il portarci in mondi lontani. Un cameriere vede gli uomini, li capisce e li colloca nel loro posto. Ha una sensibilità particolare nell’intuire e una soddisfazione nel guidare e soddisfare. Era bello starli a sentire e intrecciare i loro discorsi con i nostri.

Così il tempo non scorreva e l’amicizia si riempiva di quel fulgore raro che accade quando tutto è sincero e si sta bene assieme. Ci sono grandi o piccole cose da fare innanzi, ma verranno comunicate senza fretta. Meditate, saranno l’occasione per nuovi incontri e per quel sentire che costruisce progetti, dà loro forma, ed è un eterno divenire che non dipende neppure da noi. Al più siamo agenti di un bellissimo andare per suo conto.
La pioggia è arrivata quando doveva, ormai a Padova. Eravamo tutti al coperto e dispersi in un fazzoletto di pianura, le nubi si sono sovrapposte e rinserrate e poi hanno piovuto con dolcezza. Ho pensato che gli animisti hanno un rispetto infinito per ciò che accade e non possono determinare e capiscono le altre religioni, gli dei, gli atei e gli agnostici lasciando a ciascuno il compito di trovare un equilibrio e una pace con il mondo. Con ciò che vive e ciò che apparentemente non lo fa, ma è solo un’impressione.

Tutto vive e di tutto noi possiamo chiedere allegria e misericordia in un abbraccio che ci contamina solo di vita.

 

scrivere frasi corte

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Scrivere frasi corte, pennellate, fotogrammi, associazioni di pensiero, ricordi e futuri mescolati. In un fotogramma ci sono talmente tante cose che non si notano, clandestini  beffardi rispetto al pensiero. Animaletti, oggetti utili all’interrogarsi sul perché c’erano. Nessuno li aveva chiamati eppure assistevano ed erano protagonisti rispetto al focus che doveva essere unico. Per questo i professionisti mettono uno sfondo neutro, ma anche loro non vedono tutto ciò che entra, un dente che sorride, una piega dell’orecchio immodificabile, la disposizione delle scarpe che si intrecciano, affiancano, sovrappongono. Per loro conto le cose operano, almeno in parte.

Scrivere frasi corte senza un significato immediato. Chi non segue, non si sforza, è in attesa d’altro: non capirà mai la complessità. Le parole sono complesse e semplici. Non rispondere subito di sì è quasi un negare che dev’essere dissipato. E se non lo è, il silenzio assente o nega? Usare il silenzio come frase corta.

Un tramonto è un tramonto eppure è colore, nubi, atteggiamento, attesa, nervosismo, stato d’animo, distrazione. Nel fotogramma c’è tutto quello che non si vede, c’è l’atteggiamento del non vedere. Parlare d’altro, del poco attinente, dei progetti tra un’ora, di chi non c’è.

Attenersi è linguaggio burocratico. Immagine di foglio A4 legal, un solo argomento per comunicazione. Paura di confondersi, di mischiare il messaggio. La realtà resta fuori delle pagina, è interpretazione. Per questo le cose non si ripetono uguali e c’è una direzione nei fotogrammi che permette ai particolari di entrare e uscire, di aggiungerne di nuovi, di avere nuove vite mentre nulla si sa delle precedenti. Dove esse siano finite, dove riposano o si dissolvono.

Scrivere frasi corte e rispettare la sezione aurea. Qual’è il posto del particolare nella sezione aurea. E dove il ricordo? Finire con una domanda che ha la risposta nell’incipit. Tu dove sei in tutto questo? Ridurre la frase a tu e non sapere di chi si parla.

Tu.

 

 

 

il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita  quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. MI auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita che scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere. 

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.