è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana

Tutto allora si fa per paura della solitudine?

È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?

È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.

E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?

Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia  e prendendo partito per noi stessi?

p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.

quando davvero ci siamo conosciuti?

Ti scriverò una lettera fatta di asserzioni, sconclusionata, con brevi paragrafi. Fanne quello che vuoi: ricombinala spostando le frasi, mettici le tue, genera piccoli scuotimenti del capo e sospiri di sollievo, sii felice e scontenta come sempre si usa ma in modo nuovo. E non volermene se c’è sempre troppo io in ogni lettera che si scrive.

Sognare costa, crea cose concrete, costruisce percorsi che si rivelano fallaci solo alla fine, ma lo erano sin dall’inizio. Lo sapevamo o almeno io lo sapevo, ma valeva la pena di percorrerli.

Le felicità non sono mai sopravvalutate e non sempre si colgono nel momento in cui avvengono. Dopo, a raccontarle a chi le ha convissute, subentra l’aura del mito oppure una percezione diversa. Quasi una meraviglia perché non erano così importanti. Quest’ultima colpisce e fa un male dolce, incredulo che quel ricordo capace di generare contentezza sia stato violato.

Ci sono molti modi per cambiare l’evoluzione delle cose; l’indifferenza e il silenzio o peggio le piccole bugie, generano crepe, staccano pezzi, distruggono e lasciano macerie.

Mi pareva, ma in questo hai ragione, non dire chiaramente le cose comporta come minimo, attese insoddisfatte. Chi sente una persona molto vicina, addirittura se ne innamora, gioca alla telepatia. Pensa cioè di indovinare e di essere indovinato, ma non funziona così: ciò che si indovina è sempre qualcosa che appartiene a noi più che all’altro. E non indovinare i desideri di chi è prezioso per noi, genera una sensazione di incapacità, di inadeguatezza. Non è una bella sensazione.

Non hai capito perché era fatica capire, ma in realtà ero la persona che tu non avevi in testa. Ti sei adattata come per una scarpa che è bella anche se fa male finché non diventa comoda e si sforma.

Sono i fatti che prendono il comando, riescono a zittire prima i desideri e poi i fini. Hanno una grande virtù, i fatti sono reali e interpretabili. Quasi mai l’interpretazione coincide, ma questo lo sai bene, perché si vorrebbe che proprio quei fatti avessero una porta socchiusa. Qualcosa che li fa assomigliare ai desideri che si vorrebbero realizzati.

I fatti guastano i fini, poi corrodono i progetti oppure li rafforzano e sorprendono perché mai e poi mai ci si sarebbe aspettato che fossero così creativi.

I fatti li condividiamo, li abbiamo condivisi. I miei sono un arcobaleno di sensazioni, non mi piacciono tutti i colori, lo sapevi? Però dalle cose più piccole a quelle più grandi ciò che mi sembra sia accaduto, ha costruito un libro virtuale di ricordi dove le fotografie si spostano e con esse la collocazione nel tempo, per cui il prima e il dopo si interrogano, si alternano, cercano un senso e ne trovano un altro. Accade anche a te?

FB mi indica una serie di persone che potrei conoscere e mi incita a chiedere l’amicizia. Ma che storia è questa: è proprio perché le conosco che non gli chiedo l’amicizia. Allora mi domando dove siano finite le cose leggere che ci hanno prima messo assieme e poi separato.

Un’incuria del sentire che si è stancata, come se davvero fossimo leggeri e invece siamo pesanti, tanto da non riuscire a trascinare le cose che non hanno una verità da mostrare. Ci nutriamo di verità possibili, di abitudini, di leve che cancellano il troppo che si accumulato e permettono di vederci accettabili. Insomma possiamo fare di meglio, come ci hanno sempre detto, ma anche di peggio.

Conservi ancora cose che ti ricordano qualcosa, e cosa?

Mi prende la voglia di andare via sino al limite della nostalgia, sapendo che essa riguarda ciò che c’è, che è vero e ci accompagna, ma che troppo spesso dimentichiamo per farci influenzare dalle cose minuscole che non durano nulla. Andare in cerca di ciò che si nasconde in me per trovare te.

lo stato delle cose


È una fotografia, lo stato delle cose. Tiene dentro l’anima del momento e guarda indifferente al prima, le cause, ma pure al dopo, le conseguenze. Il sentimento si è cristallizzato davanti a una scelta, ora può accadere qualsiasi cosa compatibile con lo stato delle cose. Anche una rivoluzione, la capriola della continuità è in campo, basta far fatica. Quella necessaria. Da soli se ci riguarda, in molti se si vuole che il flusso cambi il corso, esca dall’alveo, trovi nuovi luoghi da vivificare. Non saremo uguali dopo la pandemia, ma non si è detto se migliori, ovvero meno diseguali e tristi d’impossibilità, oppure peggiori e arrabbiati per ciò che viene tolto rispetto a un prima che già s’ammanta di mito. Lo stato delle cose e noi che non dovremmo consumare l’attimo della consapevolezza d’essere, amare, vivere. Diversamente vivere, magari un poco più felici. È possibile.

il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

Scrittore

Scrittore. Una parola che significa qualcosa se ciò che scrivi interessa qualcuno.

Scrittore. Quando si inizia a mettere insieme delle lettere, formarne parole e farle corrispondere a delle cose. Inizia per fatica e per gioco, per comunicare si adoperava altro e a provare sentimenti si era iniziato prima, ma non c’erano le parole giuste. Le emozioni, invece, le parole le avevano, ed erano associate al pianto, al riso, alla testa altrove.

Scrittore. È qualcosa che inizia per bisogno, per scherzo, per euforia, per narcisismo e per disperazione. È qualcosa in cui bisogna credere e mentre ci si crede si sa che non ci si crederà mai per davvero, però diventa una droga e non si riesce a farne a meno. Si scrive per assuefazione e per saturazione interiore.

Scrittore. Prendere in mano un vocabolario e cercare una parola, vedere la successiva e poi un’altra e sentire che esiste un mondo che non si conosce e magari ti descrive, ma è sempre parziale, imperfetto, come la lotta contro il significato profondo della parola da estrarre e della frase da comporre. Non sono mai come dovrebbero. Se può consolare si capisce che ciò che dà un dizionario un vocabolario digitale non lo darà mai: la curiosità del dopo e della sequenza insperata.

Scrittore. Pensare che una parola suoni per come la scrivi e usare la lentezza necessaria, osservare come l’inchiostro si assorbe nella porosità della pagina, lasciare che il pensiero divaghi dentro la parola scritta, dentro le lettere e osservare che le t non vengono sempre tagliate, le e e le a si assomigliano troppo, le asole si restringono o si allargano con l’umore. Sono solo diversivi per lasciare che la parola parli.

Scrittore. Scrivere così in fretta per timore che scappi la giusta sequenza delle parole che si sono formate da sole in testa. Bisogna far corrispondere le parole a quello che si genera dentro.

Scrittore. Leggere molto e capire che quello che durerà di tante parole, sarà nulla o quasi, che di valore c’è la fatica e che questa è dentro un processo economico. Ma se lo scrivere è disinteressato, allora perché scrivere? Sapere che è un bisogno non basta, si pensa che ciò che si scrive durerà più a lungo di noi, che comunque sarà una traccia. In fondo, a parte pochi fortunati o fantasiosi, c’è talmente poco di ciò che ci ha preceduto che scrivere diventa un messaggio in bottiglia che qualcuno potrebbe trovare interessante.

Scrittore. Si rivolge a qualcuno che non è mai reale fino in fondo. La stessa realtà in cui avviene la scrittura non è reale allo stesso modo per chi legge e per chi scrive, tantomeno se non viene letta. Ad esempio: dico che ho sognato e ne ho la traccia vivida al mattino, non mi viene chiesto cosa sogno, eppure i sogni dicono molto. Bunuel nel racconto del soldato in uno dei suoi film più belli, mette una realtà parallela a confronto con quella apparente e tutti lo ascoltano. In ogni libro sacro ci sono tracce di sogni e del loro racconto, come premonitori oppure come parte della stessa realtà che modificano. Il sogno è un racconto per eccellenza, sfrenato e ricco di parole con profondità inaudite, con un legame che si definisce simbolico ma è coerente con ciò che è relazione e profondità. Uno scrittore dovrebbe tenere in gran conto il sogno e raccontarlo.

Scrivere. Mandare lettere a persone, su carta bianca e con penne e inchiostro. Mentre si scrive chi leggerà prende forma nella mente, suscita emozioni, porta a chiedere e a raccontare di più. Se si ha confidenza la scrittura a mano, libera il sentire, fa dire cose difficili e mentre si scrivono le fa capire, solo le convenzioni, il pudore, il timore di eccedere fermano la scrittura diretta.

Scrivere e pensare di essere capiti, letti. Anche tra le righe. Anche dove viene celato ciò che per essere detto attende un permesso. Superare la riga che limita e scrivere senza altro scopo che mettere insieme l’immagine e la sostanza. Non la storia, quella serve per tenere l’attenzione, ma il racconto, dove viene chiesto aiuto, amore, plauso, comprensione. E non sapere se questo avviene. Per questo scrivere è un gesto gratuito e insieme necessario, ha in sé l’inutilità dell’incompiuto che cerca i pezzi che gli mancano ed è felice di qualcosa che s’aggiunge.

entropie allegre

Chi non ha un segreto non ha nulla di allegro da raccontare. L’allegria quella mattina si spandeva sulla lunga piazza e i segreti dovevano essere tanti. In realtà la piazza era un viale molto largo ma da quando le auto non correvano più, era ridiventata la piazza ch’era stata un tempo. Sotto i portici, nel cono d’ombra dei pilastri, ragazzi amoreggiavano. I bar erano pieni e il sole veniva preso in vari modi, chi si stendeva sulla sedia e offriva il viso, chi s’accontentava di quello che arrivava dai varchi degli ombrelloni, chi aveva deciso che era vacanza e si era steso sui gradini dell’antico porto e mostrava più pelle poteva alla luce. C’era un gran disordine, capannelli di discussioni, risate e attraversamenti a slalom tra biciclette e persone che andavano in tutte le direzioni, ma lentamente. Insomma un festina lente realizzato dove la percezione di ciascuno era parte di un tutto dai fini sconosciuti. Molecole di pensiero nell’aria, discussioni sulla freschezza dei tramezzini e bevande poco o medio alcoliche che venivano sorseggiate per punteggiare discussioni. Si parlava di tutto, dagli esami imminenti, ai risultati del campionato di calcio, si facevano progetti sul fine settimana e si approfondivano simpatie sull’orlo di traboccare in qualcos’altro. Si poteva discutere su come si assapora all’ombra della volta di un portico, il mezzo uovo, già un po’ verdastro, con l’acciuga arrotolata e il cappero stanco, redento dal vino bianco ghiacciato che velava il bicchiere. Si poteva chiamare ripetutamente il gestore del bar a testimone di una scena avvenuta sere prima, incresciosa ed ilare per ubriachezza non molesta ma nemmeno modesta e non ottenere risposta, tanto la cosa era ancora viva nel ricordo e nelle tracce sulla saracinesca del locale. Poco prima di mezzogiorno si era formata una lunga fila in attesa davanti alla focacceria, pizzeria e nel rispetto delle distanze, il chiacchiericcio allegro continuava. Una caratteristica della focaccia piegata a mezzo era il colare sulle magliette attraverso i pertugi della carta paglia in cui era avvolta, per cui la fontana aveva un gran daffare e le risate scomposte accompagnavano l’additare, formando nuove aggregazioni in cerca di asciugarsi al sole. Da una delle strade laterali era apparso il trio klezmer che suonava alle lauree, un contrabbasso, una fisarmonica e una tromba e aveva iniziato a sparare motivi balcanici, sperando in un’attenzione accompagnata da qualche moneta. E arrivavano le monete perché aggiungevano confusione allegra.  Anche troppa e per tacitare la tromba, qualcuno comprò una focaccia e gliela portò fumante.

Nella piazza allegra si mescolava la giovinezza, il guardar sottile dei perditempo seduti nelle sedie d’alluminio, il viavai delle biciclette di passaggio e un suono di folla scomposta a distanza di sicurezza che faceva vibrare l’aria. Così il rintoccare del mezzogiorno dalla campana posta nella cella sopra la porta, sembrò scivolare su un tappeto di pensieri, di chiacchiere, di aspettative e desideri, di appuntamenti e di ritrosie, di promesse sussurrate e di voglia di restare. Convinta di prolungare nell’infinito del qui e ora quella mescolanza di rimbalzi disordinati e allegri, l’aggregarsi per simpatie e per ricerca di vicinanza, l’entropia aveva bisogno di spontaneità e di scuse, di sigarette offerte, di parole senza peso e di conversare profondo. Si muoveva a ondate l’entropia e riempiva lo spazio, rimbalzava sulle case, cercava il cielo, dove le nuvole benevole e bianche osservavano come i non giovani erano lieti di quel muoversi, bevevano e pensavano che nel disordine allegro c’è la vita.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?

non capisco

Ci sono movimenti nell’anima che non capisco
timori e tenerezze che si confondono.
Per suoi profondi e rossi venti muove l’indole,
mentre i pensieri passano dal calore d’una tana alla voglia della corsa:
tutto questo ribolle o atterra
mostrando quanto sia debole l’ordine che a fatica s’è costruito
e insieme forti le aspirazioni e i bisogni d’amore.

il lunedì s’andava via

Il lunedì s’andava via. Ovunque purché non fosse la solita vita a casa. Si puntava al mare. O ai monti vicini, in qualche osteria con comodo di prato. Tanto era lo stesso: le corse, il pallone, le risate, il vino, l’aria nuova, il sole, a volte uno spruzzo di pioggia, poi le parole stesi o i silenzi. Era lo stesso per la timidezza, ciò che non si diceva, le risate troppo forti e il voler dimostrare qualcosa. Era lo stesso per quel mondo che stazionava nel profondo e attendeva sornione, ogni spiegazione che giustificasse l’esser fuori fuoco come in una fotografia malfatta dove le dita e l’avvicinare l’impreciso lo dovrebbero rendere noto, ma non è così: al più sembra ma non è. Il mondo profondo scuoteva la testa e sapeva ciò che entrambi sapevamo, la timidezza non si pasce di corse, salame e vino ma attende un cenno, vuole una certezza e poi diventerà un diluvio di parole e di silenzi. Ma il segno non veniva ed era lunedì, una festa con una storia di cose da fare e tutto poteva attendere: ogni verità intera, ogni slancio senza pretesa di successo e tutto si sarebbe ammucchiato in grida, fiori o sabbia, mare o erba, non avrebbe fatto differenza per una stanchezza da costruire e far finire cantando. In coro, assieme, fino al freddo delle notti d’aprile, fino al sudore che gelava sulla pelle. Fino al ritorno, ancora cantando, parlando, ridendo per allontanare il martedì che veniva e sarebbe stato uguale se non avesse avuto un’avventura, un gioco, un fatto inusitato da raccontare. Era lunedì di Pasquetta, da riempire di cibo, giochi e allegria, la sensazione d’aver perduto un’occasione poteva attendere. Anche le malinconie del non essere come si voleva potevano attendere. E la settimana sarebbe stata più corta e riempita da un sol giorno. Per questo non si stava a casa, neppure se pioveva.