facce

 Le facce contengono pensieri. Asincroni rispetto al sorriso, a ciò che viene detto, mai ai silenzi. Dentro covano uova di serpente, cuccioli voraci che devono essere educati, l’istinto ha un limite, l’intelligenza che si scioglie in esso non lo ha. Tutto ruota su una rescissione, il cordone ombelicale, il bisogno di ricevere cura. Di darne, ricambiati. Erigere è una parola che si declina dal banale costruire palazzi o muri, al prevalere su colonne di finti anacoreti che guardano dall’alto e pisciano in basso. Erigere un cerchio di conoscenza, trovare un limite, avere l’amore o la rabbia necessari per superarlo. Guardare le facce in orizzontale, scoprire ciò che sfugge. Che farne? È più solo colui che vede e capisce rispetto all’inconsapevole giulivo, al seguace del pensiero altrui? Se discutiamo di felicità, non di desideri appagati, le facce dicono molto, seguono testi e contesti, si adeguano, si muovono, vanno e tornano da un luogo che non è il posto delle facce, ma dell’inermità che cerca un oggetto per le mani. Le mani erigono, parole, disegni, acquerelli, note, cibo, pulizia, carezze. Poi curiosano, cercano, toccano, vìolano allegre e si lasciano andare. Inermi. La faccia segue le mani, le mani disegnano i pensieri e la faccia che ora diventa viso. L’espressione scrive, attende, sollecita, si posa se accolta, si chiude se rifiutata. Basta poco. Pochissimo. E ridiventa faccia.

 

così si perdono i treni

Apparentemente le cose si complicano. Ogni scelta dovrebbe tenere conto di variabili conosciute e sconosciute, di interessi contrapposti che emergono solo al momento della decisione. Così si procrastina e ciò che era chiaro s’intorbidisce, insinua il dubbio, manda innanzi attendendo di capire. È così che si perdono i treni, per affievolita passione. E si rientra nel rango dei capi stazione che di treni ne vedono passar tanti e non ne prendono nessuno.
Ti ricordi la canzone di Battisti che cantavano assieme: le discese ardite e le risalite? Il nostro aereo, in paralleli diversi viaggia tranquillo, sopra le nubi, dove c’è sempre il sole e se ha qualche scossone turbolento è quando punta a terra. Ascoltando una flebile amica, sentendo i suoi dubbi sul fatto che ci siano amori stabili e tumultuose passioni contemporanee, pensavo che tutto è lecito se fa bene, ma che il bene è molto simile alla felicità. Transita e si prende,  sapendo  che c’è una stazione d’arrivo di cui si percorreranno  marciapiedi e corridoidi, la sala d’attesa, e  dala caffetteria dai  caffè lunghi di pensieri e nostalgia di ciò  che non c’è ‎stato e c’è. Ascoltare è mettere a disposizione un abbraccio sincero, un silenzio che parla e un calore che spesso si protrae in un numero di telefono.
Ascoltare è ciò che possiamo fare per chi ci interpella. Ascoltare è ciò che, con difficoltà e ad elevato prezzo, possiamo fare dentro di noi, con noi, perché poi le verità emergono e le scelte diventano indifferibili. Non ci raccontiamo più storie e falsità benevole, dopo sappiamo molto, quasi tutto di ciò che ci riguarda e salire o meno su quel treno non sarà mai neutro.

andante moderato, poco meno allegro, quasi recitativo

Dopo la porta, il breve vialetto. Piccoli mattoni rettangolari tra lingue di terra, foglie sparse, gli alberi eccessivi delle case a schiera, siepi ed escrementi notturni di gatto. Un segno da percorrere sino al marciapiede, poi altro. Il mio tempo, da parecchio, è dettato dagli impegni: quelli necessari, quelli voluti, quelli che si formano perché manca qualcosa di poco raggiungibile. Questi ultimi li chiamerei tacitanti. Sono volontari, assorbono l’attenzione, non hanno molto di definitivo. Sono tappe disseminate nel foglio del vivere, con un loro senso, ma sono un placebo che non guarisce. Anni fa, quando avevo bisogno di altri feticci, costruivo sulla carta un grafo. Dentro agli ellissoidi i nomi degli impegni, ad essi collegate le azioni per ottenere un risultato parziale. A lato un timing del fare. Un intermedio di lavoro. Lo chiamavo così, ma era un intermedio di pensiero, una sospensione della lotta contro ciò che premeva dall’esterno. Una diga sotto cui sedersi e fare un ordine distratto. Senza ansia. Non quello che fanno le donne quando sentono l’urgenza di risistemare l’armadio, vuotare e diversamente riempire un cassetto, buttare e tenere le cose che devono avere un significato. Ho pensato che quell’ordine corrisponda a un bisogno affettivo, un disordine dell’anima che non ha sotto controllo ciò che dovrebbe andare altrimenti e che il gesto esteriore del mettere a posto taciti gli assalti interiori di ciò che non va, non vuole andare verso un equilibrio, una quiete, un benessere. Benessere. Questa parola la ritroverò spesso perché vivere è una ricerca circolare. Alla fine lì si casca: il desiderio di un benessere affettivo e fisico che consenta il lasciarsi andare al non temere. Ciò che dovrebbe essere racchiuso nelle parole: sto bene. Le ultime parole di mio Padre mentre salutava un amico d’infanzia, nei luoghi dov’era cresciuto. C’era andato da solo per la sua passeggiata, non era lontano da dove abitavamo. Era pomeriggio e dicembre, faceva freddo. Tutto troppo per Lui. Anche per noi, ma dopo, quando non c’era più nulla da dire.

Il benessere va costruito in avanti, con la cura lieve che l’accompagna, forse per questo  lo associo alla sensazione di un equilibrio, alla quiete che segue la passione. La memoria a volte ci aiuta, fornisce pretesti su dove andare a perdere tempo, il che non è una brutta cosa in sé ma bisogna capire cosa sostituisce. Sul benessere in avanti, ci arriveremo poi, perché questo è un ragionamento circolare, che ci porta fuori con tutto il nostro bagaglio di desideri, aspettative, ricordi e volontà. O almeno questo è ciò che penso nell’andare breve che si snoda durante il giorno. La notte faccio sogni strani, sempre diversi. Non ho mai sognato così tanto.In uno di questi sogni ero seduto sotto una diga che conosco, sulla sabbia, appoggiato alle pietre grandi che rinforzano dal mare. C’era un calore tiepido e stavo bene. La mente vagava dentro un ordine distratto: sapevo cosa avrei fatto dopo e ne sentivo la serenità quieta. Mi piacciono questi sogni, vengono comunque, anche se alterno le sveglie prima dell’alba al proseguire nel giorno fatto il restare a letto. È una libertà non da poco e che poco viene scalfita dai radi lavori in corso e dal necessario ordine delle cose, perché alcune accadono con orari precisi, ma molte sono una nuvola di opportunità che attende di piovere e quasi mai gocciola davvero. Il vialetto finisce con un cancello, oltre c’è la strada e poco lontano il verde, canali di irrigazione, aironi cinerini, alberi. Lontano una sbrancà, un pugno di fabbriche che resistono nel mito del nord-est. Parlavo dell’est con un’amico, qualche sera fa. Sindaco che non ha voluto ricandidarsi stanco del reggere la fatica dei propri alleati, e così il  comune è passato alla destra. quella che rassicura il capitale, gli lascia fare ciò che crede e intanto ferma tutto ciò che costruisce un noi dal basso o almeno lo rallenta perché chi parla molto di patria e invece segue il denaro, diventa uno strano apolide. Un cittadino del mondo parallelo, quello dove in pochi si dividono le risorse di tutti, vicino a casa o altrove, non importa perché è la filosofia sottesa che conta, ovvero il mondo è di chi può comprarlo. L’est sta mutando, le grosse aziende tengono abbassando i salari, usando tutti gli artifici che gli sono stati dati per dare un lavoro secondo occorrenza, sempre precario e con i poveri in concorrenza tra di loro. Mi raccontava che chi lavora e ha più figli, non di rado scivola nell’indigenza perché il mercato è tarato su chi ha più soldi da spendere. Nelle medie aziende ci sono emorragie di competitività, non si vuol dire, ma molto benessere dipendeva dai tedeschi e ora anche loro sono in crisi. Dissimulano, ma tagliano i prezzi sulle forniture e il loro est traballa economicamente e politicamente. L’amico, ex sindaco, parlava del guasto, del vuoto che si crea tra le persone, che induce a non rischiare perché il futuro non è chiaro e spinge fuori dai sogni di una crescita infinita. Mentre parlava mi ricordavo di Buzzati e il suo deserto dei tartari. Non è forse questo che si sta creando attorno alla nostra fortezza Bastiani? Un guasto che invece di abbattere case e alberi per vedere più avanti, taglia i legami tra le persone. Basta pensare un po’ diversamente e già emerge l’isolamento attorno. Questa indifferenza alle idee di chi amministra purché prometta o dia un briciolo di soluzione immediata, precipita nella dittatura del presente, fa prevalere unicamente le paure e non stabilisce gerarchie nei bisogni. Tutti poveri e tutti soli. Questa consapevolezza mi colpisce e mi fa sentire, per mia parte, colpevole di non aver capito a tempo, di aver creduto oltre il limite, che sempre si conosce ma si respinge un po’ per onnipotenza e un po’ perché esso è duro da accettare. Abbiamo, ho, creduto che le cose potessero mutare senza valori forti, senza cambiamenti radicali. Affidati tutti a un mercato come un gregge che ha un valore oscillante, ma non ha diritti quando non pensa e non crea il proprio destino comune.

In questa mattina piena di scirocco, le cose si stagliano nette. C’è un ordine nelle cose che supera ciò che può essere fatto. La prospettiva di governare il destino, la predisposizione, il daimon è l’assalto gentile e fermo al futuro che fa superare il presente. Leggevo un pensiero di Gramsci qualche giorno fa:

Antonio Gramsci, Lettera al fratello Carlo del 12 Settembre 1927.
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“[…] Perché ti scrivo tutto questo? Perché ti convinca che mi sono trovato altre volte in condizioni terribili, senza per questo disperarmi. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze, non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo.”

e capivo che la forza incrollabile di quelle Persone, si era smarrita nelle pieghe dell’abitudine quotidiana. Generazioni di rivoluzionari hanno generato indifferenza, come fosse questa la reazione verso i padri che non hanno saputo cambiare davvero. Possibile che sia stato così? Dal tutto è possibile purché assieme si scali il cielo al peso immane posto sulle spalle di chi, da solo e contro tutti, dovrebbe passare nella realtà parallela. quella dei potenti, quella di chi possiede il mondo, la città, la fabbrica, le case di una via. Il benessere così diventa un mito: non si può stare bene se si è costretti sempre a correre. Non mi sto lamentando, nessuno può risolvere i miei problemi o darmi la serenità se non provvedo per mio conto. Se non le aiuto. Gramsci in ben altre, terribili, condizioni, continuava a credere negli altri pur provvedendo a se stesso, mantenendo la propria integra speranza.

Il cielo promette pioggia e l’aria assume quel colore che l’anticipa, è l’idea di un grigio che non si stempera. Come fosse il modo di vedere il mondo. Mi riprometto di camminare a lungo. Lo faccio spesso, anche se poi mi fermo e mi perdo ad osservare i particolari. Penso che in essi si annidi il senso delle parole non dette da chi ha compiuto l’opera. Il pensiero che ci sta dietro è una costante dei nostri rapporti, le frasi muoiono nei tre puntini di sospensione, ma il pensiero continua, scrive, opera e lascia tracce. Mi piace leggere tra le righe dove lo spazio ritrova il suo posto perché non è solo il volume, l’apparenza a dire cos’è la bellezza, ma l’intero discorso, le annotazioni sussurrate, le glosse che sembrano casuali. Marginalia dove la mente scorre libera da vincoli e molto attenta a chi ascolta. Li sceglie ed è pronta subito ad abbandonarli, gli interlocutori, vuole solo essere ascoltata. Questi pensieri mi fermano quando l’occhio coglie qualcosa di non visto prima e si interrompe il ritmo del passo, mi fermo. Chi corre o marcia fa solo quello. Risponde al dio della corsa e al benessere endorfinico che questi gli elargisce, chi, come me, si perde, gode del benessere della scoperta, del sentirsi unico nell’aver intravisto geometrie dell’anima. Ma il benessere che perdura è altro. Da quanto tempo non stai davvero bene? E perché? in fondo questa è la domanda fondamentale a cui dovremmo rispondere perché le scelte vengono di conseguenza. Ieri sera ero a concerto. Me lo sono goduto assai, per la novità di alcuni pezzi, per la bravura della solista, per il riascolto della quarta sinfonia di Brahms. Quando penso a Brahms, penso a Clara Schumann, a suo marito Robert e a Kleiber. Carlos Kleiber. Al suo essere davvero unico, anche nelle contestazioni, nel suo scomparire e poi riapparire quando aveva bisogno di denaro. Come quei pugili che conoscono il mestiere ma sanno che fa male e sono stanchi di ricevere pugni e allora combattono solo quando gli serve. Accade agli artisti e ai geni di vivere due vite parallele, una personale e paragonabile a tante altre e una fatta di apparenza e regole ferree, dove si deve dare molto per conservare l’altra vita nascosta e integra. Non accade così anche agli amanti? Anche qui l’amore è altrove e una condizione sostiene l’altra con passaggi arditi e dubbi infiniti. Non è il tuo caso forse, amica mia, che mi chiedi di me e vuoi parlare di te?

Ho scritto un libro che raccoglie un pochi dei miei versi e l’ho stampato in dodici copie. Che in realtà sono 15. Distribuite già in gran parte, ma senza una preclusione. L’importante è non avere preclusioni e cancellare i giudizi dalla testa, qui si trova una serenità che assomiglia molto alla stanchezza, ma non è ancora il benessere. Quello bisogna costruirlo giorno dopo giorno, con pazienza e voglia di vedere nel presente il futuro che ci fa bene e ci riguarda. 

 

 

pioggia al tramonto

La terra s’accucciava sotto il cielo nella sera,
fedele e quieta,
alzava un occhio, pozza fresca d’acqua e verde,
per cogliere l’umore della luce e i’aria,
poi, per ischerzo, sorrideva alle case, alle fabbriche accostate,
con lunghe file di riflessi luminosi.
Piccoli denti dove s’affacciavano sguardi distratti
dall’ora, dal lavoro ormai alla fine,
per un attimo stupiti di quel cielo,
col giallo che sfumava inatteso nel grigio e nero.
Guardavano la pioggia, gli sguardi,
non la terra
che grata s’imbeveva
e sembrava scuotere piano code di pioppi
per ringraziare amorevolmente il cielo.

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane:

una selva di cuori spezzati,

di cocci mostrati impudichi al sole,

camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,

e polo e maglioni e jeans ed eskimo

e sciarpe d’autunno multicolori

e abbronzature salse di pelle e di mare.

E ancora una selva di cuori spezzati,

ricomposti, trepidanti, incollati.

Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,

graffianti nel cielo

e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,

ma dolcissimi

finché una canzone li avvolge

e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

 

parlando di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando esso ci è mutato  tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che di esso contengono, è arduo. Anzi confermato la diarchia tra concretezza e realtà raccontata con la conseguenza di astrarre dalla realtà vissuta e rifugiarci in mondi possibili ed economie alternative che che per la loro difficoltà diventano di immane concretezza realizzativa. Bisogna diffidare dalle proposizioni che iniziano con ” sarebbe facile” perché implicano una volontà univoca e collettiva che raramente esiste in natura se non come la conseguenza di catastrofi già avvenute.  Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questa realtà esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza di chi lavora nei settori di successo diventa rapidamente obsoleta, bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione modale e questa formazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.

Portare il sostegno a chi perde il lavoro non anticipando la pensionea ridotta o il non lavoro assistito ma avviandolo verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL concentrandosi in lavorazioni meno complicate, avendo colpevolmente perduto la chimica, la costruzione di treni e di aerei ed ora, quella di auto di massa.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione in cui versa il lavoro e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, ma è più semplice se diventa un problema europeo.

Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare un’ esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene, se non in parte,e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (una minoranza)h e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili per l’ambiente e per chi acquista, funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega impedendogli di acquistare ciò che produce. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore intrinseco di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite, a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale. Questi non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona, che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune.

Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione comune, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui virtualmente liberi, in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi e generare una visione perseguibile di cambiamento.

schiuma d’onda

S’arrivava a sera senza sapere il nome del giorno,
e il successivo sarebbe stato migliore, diverso, mai eguale,
con i sensi sempre irti a captare
ogni umore, pensiero o stanchezza.
Tornar presto era esser sconfitti,
perché qualcosa di meglio si sarebbe perduto,
non noi noi, certo,
non interi, ma un pezzo del nostro unico tempo.
Una notte, scoprii per caso,
è crudele il caso perché mai mente
e non copre di glassa e parole la realtà,
quella notte il caso era in forma,
così mise in fila ordinate parole innocenti,
nessuna tagliava ciò che sembrava essere stato,
eppure alla fine il risultato era quello.
D’improvviso l’estate sfumava,
restava il sole, il bruno corpo, le letture furiose,
e anche il giorno tornava ad avere un nome,
ma il resto era evaporato
in quella striscia di luce
dove l’acqua confondeva l’orizzonte
ed io ero schiuma d’onda
che sulla riva si stende.

via da noi con noi

Un caffè di troppo,
l’ultimo sempre eccede,
così il passo s’allunga,
e la mano stringe troppo il volante.
Nell’impazienza del semaforo,
chi ci precede nella coda, rallenta,
non si capisce il motivo,
forse un pensiero, qualcosa che vorrebbe tornare,
e i secondi s’accorciano nella nostra impazienza,
nell’essere già altrove..
Perché ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
eppure non ce ne siamo accorti,
anche ora accade, mentre fugge
via da noi con noi.

sordità lievi e profonde

Il mio udito l’ho dissipato senza pensarci molto negli ambienti di lavoro. Non tutto  l’udito, ma le frequenze medie ossia quelle tra i 4000 e i 5000 hz hanno un discreto baratro che si allarga. Si sarebbe potuta ottenere una pensione, forse, ma avrebbero dovuto pensionarci tutti perché tutti vivevamo 8  ore al giorno in piccoli ambienti con 80 db di rumore. Eppure da noi si frequentava il nuovo, le tecnologie di punta, però erano gli albori di un’informatica, meccanica e rumorosa, dalle perforatrici alle stampanti che allora era meraviglia oggi preistoria.

Ci si riusciva a concentrare, incuranti dei rumori, cercando un baco del programma nei tabulati, poggiati su una memoria di massa che vibrava. Una pignatta di 7 o 9 dischi sovrapposti che ruotava ad alta velocità e si faceva accarezzare dalle testine che leggevano tracce magnetiche e forse si facevano il solletico con il loro muoversi preciso. Come una mano che sfiorava  la  pelle, ne uscivano brividi e dati  che si sarebbero riconbinati dentro una macchina grande come un armadio 4 stagioni. Ma intanto noi leggevamo immersi in vibrazioni e rumore, a volte distratti e presi dal fascino in quelle luci colorate che lampeggiavano testimoniando flussi.  Una circolazione senza sangue avveniva intorno a noi, ricca di vita strana, di azioni, di prodotti finali puntuali e preziosi.
Dalle perforatrici alle stampanti ad aghi o a tamburo c’era una filiera in cui l’uomo contava e al tempo stesso era a servizio. Sacerdoti con riti e dogmi e forse questo essere parte di qualcosa che nasceva non faceva badare troppo al rumore.
L’ esame audiometrico e il tendere l’orecchio confermava quelle piccole carenze, poi c’era il ripetere le parole, l’influenza crescente del rumore di fondo sull’intelleggibilità di una conversazione, di una jam session in ambienti piccoli e rumorosi. I concerti li sentivo bene, anche adesso li sento senza problemi, ma era il sovrapporsi dei piani sonori che diventava più arduo separare. Passavano gli anni e alle dissipazioni venivano aggiunti insulti. Uno, ma non fu l’unico, lo portò una compagnia aerea che pressurizzava malamente la cabina: sbarcai con un dolore che non passava, era notte, un antidolorifico, c’era un filo di sangue sul cuscino al risveglio e un timpano se n’era andato. L’altro timpano decise di seguirlo in un viaggio successivo. Viaggiavo molto a quel tempo, tanti aerei e non sempre al massimo dell’efficienza. Fare causa, chiedere il danno? Troppo complicato e non c’era tempo.

Il medico mi ha detto che devo accertare cosa se n’è andato, che la sordità isola rende più soli. Non so se sia vero, in fondo un po’ di solitudine per esercitare meglio i sensi, l’ho sempre cercata. È la complessità che isola, l’incapacità di avere una relazione col mondo perché non lo si capisce più, ma a me interessa ancora molto chi mi è prossimo. E anche chi mi è lontano. A volte vorrei capire le ragioni profonde di ciò che mi appare irrazionale, crudele, inumano, oppure vorrei penetrare negli sguardi, nei pensieri che sento attorno e che si caricano di emozioni frustrate. La gioia è semplice da capire, anche il dolore lo è, molto più difficile capire l’indifferenza. Credo che questa si sia insinuata nei meccanismi, nella tecnologia, nei rapporti e che renda tutto più complesso, inafferrabile. È un rumore di fondo che rende sordo il cuore e l’intelligenza e viviamo immersi in esso.

La sordità deil’udito si cura, così la miopia o altro ma la sordità dell’intelligenza o la miopia di essa sembra non abbiano ausili, dipendono da noi e questo noi che diventa difficile rende davvero solo. Lo devo dire al dottore, che è questa la disfunzione su cui riflettere e agire.

lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.