presunzione d’amore

Sembrò, parve, ma non era.

Forse un desiderio s’era fatto strada,

così forte da essere convincimento,

come quando si segue ciò che sembra lieto e facile,

e ricco di soddisfazioni senza costo.

Semplicemente s’esaurisce tutto ciò che eccede il vero,

compie una parabola,

a volte una capriola

e il viso che s’alza poi sorride per l’impresa, o piange,

ma non dura e passa ad altro pensiero

che tenga assieme il ricordo nello sgangherato corpo.

 

https://music.youtube.com/watch?v=0Ri9T6vEC1Q&feature=share

 

sul dono

Il cavalluccio era di cartapesta. Aveva un’anima di ferro che gli dava la forma ( ma questa fu una scoperta successiva ) e posava su una tavoletta di legno munita rotelle. Con un anellino di ferro davanti e uno spago rosso prometteva di seguirti su ogni pavimento. I colori del suo corpo erano pastello e uno zoccolo scuro era poggiato sulla punta, come volesse correre o stare in posa. L’avevo trovato vicino alla calza di lana grossa, piena di mandarini, noci e qualche dolcetto. Ero felice e dopo aver giocato tutto il giorno con il cavalluccio, lo portai a letto con me.

Un dono è sempre una proiezione di chi lo fa, una carezza aggiunta a un rapporto d’amore che non è mai eguale a ciò che di esso si può raccontare. Ed è una sorpresa, ovvero rappresenta l’inatteso che va direttamente al sentire e genera una gioia gratuita, forte, persistente. Il dono sbagliato è quello che non ha questa capacità e forse il dono più naturale è quello che ha in sé la mancanza e la semplicità.

Se dopo tanti anni, ancora mi ricordo del cavalluccio, è per l’emozione che esso ha portato con sé, per la sorpresa e per l’instaurarsi di una relazione tra una data, l’epifania, e qualcosa che poteva ancora darmi piacere, meravigliarmi negli anni che sarebbero seguiti. In questo forse sta la ritualità di alcuni giorni e il loro significato ancestrale che sembra dire a chi ama che ci sono momenti in cui l’abitudine cessa e subentra la conferma e il cercare qualcosa di più profondo nel tenersi assieme fatto di gesti, attenzioni, che durano tutto il tempo dell’anno. Il dono è un bisogno che viene pensato, cercato, presentato in modo che lo stesso porgere sia una sorpresa.

Il dono colma qualcosa che manca nel quotidiano: la meraviglia dell’attenzione gratuita. È un pezzo di sé stessi che viene ficcato nel profondo, che non si riporta alla comprensione perché corrisponde a qualcosa che dovrebbe essere nel vivere ma che l’abitudine, la società, ha tolto per la sua potenza eversiva. Il dono è un atto rivoluzionario perché altera il normale svolgersi dei rapporti, li intensifica, li rende esclusivi e complici. Attorno a noi, per chi ci è vicino, il donare assume caratteristiche particolari. Gli oggetti divengono simbolici, sono fatica nel momento in cui sembrano -e davvero è così- aggiungersi al troppo che già ci circonda. Per questo sembra complicato trovare un dono che non sia già posseduto, o in sé banale oppure semplicemente utile.

Dovremmo considerare che il dono è anzitutto rappresentazione, gioco, unione profonda dell’immaginazione con un oggetto e rappresenta l’interpretazione di un bisogno proprio e di chi lo riceve. I doni che restano, che non passano nell’oblio sono proprio questi, perché indovinano qualcosa che unisce nell’assenza e non sono un obbligo. Cose piccole diventano grandi e non saranno cedute facilmente perché sono divenute parte di sé.

Che fine avrà fatto il mio cavalluccio? Di sicuro non è stato soverchiato da altri giocattoli, ha cavalcato a lungo e ha immaginato battaglie e foreste, ha corso per prati sconfinati e si è spesso rintanato sul comodino vicino a me, per fare compagnia. Si è consumato quel poco che è bastato a rivelare la sua anima di ferro, poi è sparito all’improvviso per correre felice da un altro bimbo. A quel tempo i giocattoli passavano di mano in mano appena c’era modo di non farne sentire la mancanza. Al suo posto è arrivato un libro di fiabe e una palla rossa, entrambi cari ma un po’ meno amati.

E qui dovrei rivelare come poi ho interpretato a mia volta il donare. Credo di aver attraversato tutte le varie fasi che si accompagnano a questo gesto, dal dare ciò che mi era piaciuto molto e che pensavo trovasse altrettanta considerazione in chi lo riceveva. Erano libri, autori spesso strani e musica, anch’essa con qualche caratteristica particolare. Oppure era qualcosa che doveva celebrare l’importanza di un accadere e restare come punto di riferimento. O ancora qualcosa di inusitato e strano trovato in un viaggio. E anche l’utile oggetto è stato regalato come modo per rendere più semplice la vita. Di tutti questi doni ciò che veniva dal profondo e ha incontrato l’altro è stato raro. Ho lasciato spesso che ciò che interpretava me diventasse dono e questo non era il modo migliore per mettere assieme l’ assenza che il dono colma. Non era facile uscire dal sé superficiale e andare a quello che ci univa e diventava un noi. Forse qualche volta è accaduto e ne sono stato immensamente felice. Felice insieme a chi manifestava meraviglia e felicità ed ero io che venivo riconosciuto in quel me che non rivelo facilmente: credo che questo sia il massimo che si possa chiedere a chi ci ama.

lo spirito degli anni passati e di quelli futuri

Per trovare le tracce degli anni passati, occorrerebbero dita sottili, sensibili come quelle intente dei bambini che cercano tra le cose e sfogliano con curiosità. Scrutano il lento depositarsi dell’accadere e per quelle ditaocchi è tutto nuovo e allegro questo succedersi di fatti e meraviglie. Non hanno, come noi, l’astuzia che recuperiamo dal Tom di Twain mentre dipinge la staccionata della zia e osserva il colore che si sovrappone prima di vendere il lavoro al migliore offerente. E neppure soccorre la malinconica ricerca di un passo che ormai vaga nel libro, visto che non si trova nel capitolo giusto e lascia un vuoto che ci giudica, mentre i ricordi ballano ritmi d’un tempo che non conosciamo più.  Anche se i piedi si muovono, la mano si porta al ventre e la schiena si raddrizza, la musica è fatta di colori più che d’armonia e ciò che è stato necessario si confonde con le scelte. Esattamente come accade in uno spartito, ma qual era la musica che si era scritta allora? Malamud mette il passato come somma di presenti, come volontà bisbigliante, nel retrobottega assieme al commesso e ai suoi sogni che diventeranno necessità per la figlia del padrone. Si è creduto di poter essere tutto, si è imitato e si è stati originali, ma poi si è scritta una storia passando dalla libertà verso piccole costrizioni che determinavano scelte e realtà. S’è scritto un libro dove le passioni hanno giocato alla grande, hanno fatto correre il cuore e i pensieri, prima d’adagiarsi per riflettere. Lo spirito degli anni futuri questo chiede: fermarsi per riflettere, guardarsi con bonomia e tollerare allegramente che molto si dissolva in un nuovo che ancora non conosciamo, ma che vogliamo benevolo e allegro quanto basta per aver voglia di scrivere e scegliere ancora. Vogliamo sogni nuovi di zecca e il profumo della carta e dell’inchiostro di quando eravamo bambini. Vogliamo l’accennare dei sorrisi che promettono assieme alla realtà di ciò che mette insieme parole e baci. Insomma una realtà per spiriti che hanno sperimentato la cecità di chi era vicino e la speranza perduta tra appuntamenti mancati. Non è così che le tante Helen dell’America alla fine scelgono chi non avevano visto sino a quel momento? E di questo depositare d’anni il vecchio Scrooge di Dickens non conosceva bene il freddo effetto eppure non ci badava troppo sino alla rivelazione di un sogno che mentre lo minaccia gli promette caldo e futuro più sereno? Basta fare qualcosa che sia davvero nuovo e scriverlo dentro di sé. Ma noi che abbiamo Natali e ricordi che si confondono, nevi che ormai sono nell’aria, corse e palpitare di speranze che allora annullavano ogni dovere. Noi che ci siamo messi a ricordare e abbiamo smesso subito perché il ricordo è un veleno che non fa crescere nulla se non la consapevolezza. Noi che vorremmo essere nuovi e inconsapevoli, immemori e memori creativi. Per noi lo spirito degli anni che verranno regga la luce, ci mostri il leggero e ciò che appesantisce, ci permetta di tenere il buono, il mediocre e il possibile e lasci che il resto diventi polvere e fatica per la mente che non ha più voglia di sbagliare troppo. Solo il giusto errare, quello che serve per imparare e che rende sottili le dita che sfogliano gli anni passati e strappano lacrime e sorrisi, mescolati a ciò che s’è vissuto e che vuol ancora vivere con noi.

le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

le cose si esauriscono

Quando si fa fatica a dirsi qualcosa interessante, quando le cose scambiate diventano rito e abitudine e non portano allegria, quando finisce la curiosità reciproca, allora si è già accumulato nel rapporto uno strato di polvere grassa, quella che appiccica e non si toglie soffiando. È questa polvere che dapprima annebbia e poi oscura la superficie, spingendo in basso desideri, curiosità, pensieri da scambiare. Spesso si cerca altrove un senso all’eccezionale che fa parte delle vite. Oppure non lo si cerca neanche più, per stanchezza e mancanza di coraggio, e allora bastano le manie che incrementano i silenzi, i piccoli mondi solitari che sviluppano culture compensative che non vengono più scambiate.

Il disinteresse non si decide, lo si lascia, dapprima inconsapevolmente, dilagare, prendere il posto della curiosità e lo si fa diventare giudizio senz’allegria. Così accade anche alle idee che abbiamo amato, agli dei che abbiamo contribuito a far cadere, vengono sostituiti con nuove convinzioni che però non attecchiscono nel profondo e non generano nuovi entusiasmi: la disillusione confina e impoverisce il futuro quando non è passione vera.

Questo è un problema che riguarda chi lo avverte, ed è fatto di attenzione verso l’altro e di campanelli d’allarme. E solo noi possiamo risolverlo, sentendolo in agguato e sapendo che nulla fa più disastri, e male, del disinteresse. Anche a chi lo prova. Ci sono modi di pensare che vengono detti o anche taciuti e trasformati in azioni: se non ricevo attenzione allora non mi merita. Non comunica, attenderò che gli passi. Si lascia la mossa all’altro e si pensa che intanto non accada nulla. E invece accade, sta accadendo e sarebbe bene che fosse detto. Per chiarezza, verità, ma anche per capire se questa condizione può mutare. 

Oppure non interessa più che accada qualcosa e questa in fondo sarebbe la cosa più onesta da dire, ma quando succede ormai tutto si è sfilacciato, rotto e rimettere assieme le sintonie è una fantasia che ci si racconta. Come quella di chi si ritrova dopo anni di lontananza e dice che sembra di essersi appena lasciati. Non è vero, il tempo e la vita sono passati e le persone sono mutate, così quello che si riallaccia è qualcosa che omette e sostituisce la vita intercorsa con una fantasia di essa, e in realtà comincia da capo. Per fortuna è così perché altrimenti si riprenderebbe da ciò che ha rotto l’interesse reciproco.

È naturale che tutto ciò avvenga, ed è naturale che ci sia un processo dinamico che tiene assieme le persone, le idee e le cose, sono le convenzioni, le regole sociali, il codice civile che si preoccupano di rendere stabili le vite ipotetiche, ma noi viviamo e cresciamo non perché c’è una norma o una riprovazione sociale, bensì in forza di interesse, passione e amore. Emozioni e sentire che sono forti ed esigono impegno, sincerità e fatica. Forse basterebbe impararlo sin da piccoli e sapere che stare assieme è un’arte e un impegno, non un obbligo.

 

scontento inverno

In qualche momento inizia la nostra “stranezza”, ovvero l’asincronia con chi ci sta attorno. È qualcosa che emana da un alito profondo. Un collocarsi sbagliato che diventa abitudine. E sposta le lettere delle parole, altera accenti e senso, il discorso si frantuma in tanti piccoli coriandoli colorati. Con le mani ci si protende per raccogliere, per non gettar via. Oppure farlo per volontà propria non per accidente.

Dov’è la ragione? La scoperta dell’unicità che ci portiamo appresso, genera spesso  scontento e gioia assieme. Basta per movimentare una vita, per donare all’istinto nobiltà sconosciute e per rinnovare i sogni. Loro ci conoscono, ma parlano lingue e frequentano gentaglia che di giorno non s’incontra, così scivolano nella rappresentazione. Il vero come commedia ed eterno rinnovo di speranze sconosciute fino alla notte precedente. 

Stanotte la luna era persino eccessiva, illuminava le colline intorno, attirava senza pudore lo sguardo e faceva sentire la solitudine di febbraio.

La luce della luce è meglio condividerla, parlando sommessamente, con molti silenzi. Ecco la preziosità del non dire se non a chi chiede davvero, ho pensato, del sentire il silenzio, del darlo come abbraccio. E di un viaggio conservare ciò che non è accaduto, il possibile che non è stato e che ora nella luce si rivela: era cosa senz’aggettivi, solo differente e altissima nel suo poter generare.

Il possibile è sempre gravido di noi, del nostro amarlo senza reticenza.

Che sia scontento ogni inverno che non coltiva in sé la primavera.

 

tornare a casa

Tornare a casa, a me stesso, dopo molto girovagare. Saggiare la superficie degli oggetti, ascoltare le vecchie e le nuove sensazioni. Decidere cosa buttare, perchè non ci può accompagnare nel nuovo. Accettare che molto di ciò che dico, evochi pensieri diversi dai miei. Mi piace ascoltare e incantarmi nel sentire il pensiero altrui.

Si torna per ritrovarsi, per mettere in ordine in ciò che non ha avuto tempo di essere capito. E ancora non si capirà ma al ricordo e alle sensazioni provate si permette di agire, di tracciare legami che resteranno misteriosi.

Si torna per deporre le armi, per un poco, per una tregua con se stessi perché di certo abbiamo sbagliato molto ma il giusto e il buono si sono celati sotto una patina di reazioni, di giudizi sommari ricevuti e restituiti. E bisogna ritrovare il buono e il giusto, fosse solo perché ci fanno bene.

Si torna perché non abbiamo più passi e giriamo in tondo. I passi si rinnovano ma hanno bisogno di tempo per formarsi, per vedersi come si è davvero. I passi devono dare il tempo agli entusiasmi perché aprano un pertugio sul futuro e creino nuove volontà e desideri, hanno bisogno di amori che scrivono la loro storia con le nostre mani. I passi ci portano ovunque e intanto indagano dentro di noi con l’affetto di chi ci conosce e capisce, oltre ogni maschera e superficie. I passi hanno una direzione che ci porta verso qualcosa che non siamo ancora, ma possiamo essere e fa parte della nostra bellezza. Ci assomiglia.

Si torna per ripartire. Con la luce e con occhi nuovi, quieti e forti.

destra sinistra

Ti ricordi quando è accaduto l’ultima volta? Stavamo parlando e bevendo un aperitivo. Attorno c’era quell’aria di indolenza che regala il pomeriggio inoltrato. Studenti che vociavano tutti assieme, risate a non finire. Si sentiva la voglia di raccontarsi che si ha a quell’età e gli appuntamenti che s’incrociavano, i ragazzi che si alzavano mentre altri chiudevano la bici e si sedevano. Sembrava una stazione più che un bar e noi che discutevamo di cose così generali, di politica, di società, di aspettative personali e collettive. Un po’ mi dispiaceva perché quei ragazzi sarebbero cresciuti, sarebbero andati incontro a una vita fatta di poche certezze, di lavori precari e di sogni che sbiadivano. Sono importanti i sogni, credo di aver detto, e tu hai sorriso ribattendo che i nostri sogni avevano creato questa situazione. Capita che tutto risalga ai padri e credo che nessuno di noi sia innocente, ma non siamo stati tutti uguali. E così quella sera il buio è sceso prima assieme alla voglia di andar via, di ritrovare un libro, una frase da sottolineare, un appiglio solido per dire che non solo non era vero, ma che la ragione, il discernere è ciò che fa capire la realtà, non il banalizzare la lettura del presente. 

Ormai la politica ci allontana, te ne sei accorta? Tra noi di alcuni argomenti non si parla, con altri ci si ferma a tempo o si sfuma. A volte ho l’impressione dell’orlo del precipizio, un balzo e, o si impara a volare o si precipita. Quasi sempre è la seconda eventualità che accade. Senza che ce ne accorgessimo la realtà è mutata e noi con essa, c’è stato un bivio quasi impercettibile, due strade parallele o quasi e lì ci siamo separati ognuno con la sua strada da percorrere convinto. Viviamo immersi in una società che mentre ci atomizza, ci riduce a consumo e competizione, porta a uno stato di singolarità che ci rende sempre più uguali, ma in basso. Carne da mercato e da lavoro, che viene addestrata ad odiare. Quando eravamo ideologizzati, non parlo di te che le ideologie le hai lette nei libri di filosofia o nelle caricature di chi già mentiva sulla realtà perché aveva vinto, avevamo gli avversari, loro e noi, eravamo in tanti per ciascuna parte, ci si contrapponeva. Noi si perdeva quasi sempre però c’era un’altra occasione. Ora non c’è più, ci hanno tolto le occasioni. A tutti.

Per carenza di analisi, per disattenzione. Ecco, siamo stati poco attenti, anche noi, perché non ci siamo detti tutto. Non ci siamo raccontate le rabbie diverse che crescevano. Abbiamo chiuso gli occhi per non vedere come stavano gli altri e mentre peggioravano, raccontavamo di altre volte in cui si era risalita la china, ma non era così perché adesso le soluzioni si erano rarefatte. Non eravamo più davvero assieme, in tanti, ma atomi di pensiero che si aggregavano per interessi fugaci, su interpretazioni ballerine e di convenienza. Ora ci allontaniamo dopo che le idee si sono tanto divaricate da dire, questo però lo pensi tu, che è difficile distinguere il luogo politico in cui si è, che segno abbia. Se quella parola così vituperata e gettata nel fango, sinistra, sia solo imbelle, confusa, incapace di discernere oppure se l’uomo e i suoi bisogni non la contengono più.

Forse è cominciato con l’illusione liberista del tutto a tutti, purché si avessero braccia abbastanza forti da poter cogliere, o è stato per innamoramento del potere che da droga sottile è diventato presunzione prima e protervia, poi. Presunzione di sapere, di avere la verità, di trascurare le periferie delle città e del pensiero. Magari è cominciato partecipando a una festa in cui c’era molta destra, quella non si è mai vergognata di essere quello che era, e si beveva, sorrideva, parlava assieme già trascurando un principio, un’analisi del reale. Oppure è stato a un convegno che sembrava, nel titolo, mettere assieme ragioni diverse e metterle a confronto, si finiva per non dire tutto e per capire le ragioni dell’altro, si sfumavano le proprie. Nei retrobottega del potere si incontrano persone strane, a volte un caffè, spesso una cena, in un luogo poco frequentato oppure molto visto, perché anche la notizia fa parte delle domande che qualcun altro si porrà. Luoghi per mettere assieme una strategia: il nemico del mio nemico è quasi mio amico. È stato lì che si è perduta l’innocenza? E quale innocenza si poteva perdere se gli ideali della gioventù erano già alle ortiche. 

Forse è stato quando il giusto e l’ingiusto hanno cominciato a sovrapporsi? Ma qui è tutto più recente: perdeva il giusto ma era un prezzo da pagare al liberismo, alla globalizzazione, al fatto di non avere elaborato una politica economica alternativa .E allora via l’articolo 18, la scuola che diventava buona mentre anziché occuparsi di come diffondere critica e cultura del presente assieme alla storia di un passato assai inglorioso, si mutava in un’ agenzia di viaggi per insegnanti. Tutto il potere ai direttori, e il popolo, la libertà, l’eguaglianza, dove finivano? Via, nel relativo, assieme ai testi da emendare perché anche Mussolini qualcosa di buono l’aveva fatto. Fosse solo per statistica, nelle tante cose nefande, vuoi che non gli sia scappato qualcosa di buono, chessò la carità a un povero, una generosità senza calcolo. Sarà capitato, l’avrà fatto anche Hitler che amava gli animali ed era vegano, ma da questo riabilitare il fascismo, chi aveva tolto la libertà, messo il dissenso in galera, gettato l’Italia in guerre talmente ingiuste e nefande che dovettero poi inventare la favola dell’italiano buono per non pagare il conto. Tutto questo con l’epilogo del Paese ridotto a un cumulo di macerie per furbizia di stare con chi presumeva avrebbe vinto. Non con il giusto ma con il nefando e pensando a questo non si annullava ogni perdita di tempo sul presunto buono. Bastava dire che c’era stata una parte che aveva tolto diritti e libertà e una parte che l’aveva difesa, che c’era stato chi aveva fatto le leggi razziali e chi le aveva approvate, ma anche chi le aveva subite. Insomma la destra fascista era ed è qualcosa di diverso dall’eguaglianza e dal rispetto dell’umano, semplicemente adopera per fini di interesse il popolo e lo scaglia contro altro popolo. Si esercita con i deboli, sopprime il dissenso e la libertà perché il giusto apparirebbe, sopprime la ragione e glorifica l’apparenza. Ma queste cose le sai e dici di essere d’accordo, anche se ormai, affermi, la destra e la sinistra sono solo comodità del pensiero non una visione del futuro dell’uomo. Adesso vale la dittatura del presente, la meritocrazia, giusto è quello che arriva prima, che è più furbo, che sa usare meglio un pezzo di realtà e la modifica davanti agli occhi degli altri mettendoci suoni e colori che non ci sono. Non si chiama realtà aumentata, ecco questa è la realtà e riguarda il singolo, che vuoi che c’entri l’idea comune, l’essere solidali implica essere in tanti, ora vogliamo essere soli con tutto a disposizione. 

Quando mi provocavi con queste idee, restavo senza parole. Come è accaduto quella sera. Ti ho detto : quando è morto l’unità, il giornale, a te non è interessato nulla, mentre io mi sono sentito senza un appiglio, un luogo in cui con fatica ci si poteva confrontare. Non mi piaceva più l’unità, era diventata un luogo dove parlava solo uno, ma non trovavo di meglio da altre parti. Il Manifesto era una alternativa, ecco forse dovevamo riscoprire chi e perché l’aveva fatto quel giornale, ma non era mai stato un giornale da operai e se anche io non ero operaio, mi piaceva l’idea di qualcuno che riusciva a parlare con loro.

Amica mia eri inciampata nella sinistra perché pareva una cosa ma doveva essere altro. Ti sei sbagliata, non è che non ci sia più e non è che tutti i nostri sogni hanno generato mostri, almeno non uno,: noi eravamo assieme. Mentre ora la solitudine dell’essere individui e non gruppo rende il futuro di ciascuno contendibile con quello del vicino e via via ciascuno ruba pezzi di futuro all’altro, ma non accade a tutti perché ci sono alcuni che il futuro ce l’hanno intero. Basterebbe questo per generare una sinistra, per mettere assieme chi ha la coscienza di essere derubato ora del suo futuro, ma pare abbia più successo chi dice che altri hanno rubato, altri hanno colpa e i problemi crescono, diventano irrisolvibili, immani.

Comunque sia non va bene. Cos’è stare assieme al tempo in cui le parole si rovesciano nei significati? Ma si può fare qualcosa con uno di destra, uno che non sarà un fascista ma … ?  Frequentarlo alla pari, starci assieme, far crescere un’amicizia o qualcos’altro. Credo di no, perché alla fine idee e persona coincidono, e litigare o mandar giù rospi non fa bene. Eppure ormai ne abbiamo in ogni famiglia e si lascia emergere la tolleranza, che poi è la versione buona dell’educazione cattolica. In quelli più illusi emerge la speranza di un convincimento: uno di destra che passa a sinistra è una bella ventata di novità. Siamo troppo avanti nell’odio, non accadrà e dovrebbe bastare la realtà, l’ineguaglianza, la perdita di dignità, il lavoro precario, le libertà che si riducono per far cambiare idea e se non accade significa che si è guastata l’idea di società come bene comune, che ognuno ha delle possibilità e se non sa nuotare annega. E pare che questo diventi il giusto. Così si trasformano le parole e si toglie loro significato e se si chiama dio a testimone significa che siamo oltre ogni possibilità di tornare indietro con la ragione. Per me tutto questo è terribile, per te non lo è abbastanza.

Su una cosa hai ragione, adesso qui a sinistra, viviamo in soffitte zeppe di luoghi comuni, con ragnatele ideologiche abbandonate dai ragni. Anche a noi la realtà è severa maestra. Però è pur sempre casa nostra l’essere dalla parte di chi ha meno, vedere le diseguaglianze, capire che i diritti e i doveri sono per tutti, che la solidarietà è il primo legante sociale e sappiamo che si deve analizzare e proporre soluzioni che convincano. E chi sono quelli che ogni giorno con arroganza ci dicono che abbiamo sbagliato, che potremmo fare così, che non stiamo andando da nessuna parte, ci servono poco perché che abbiamo sbagliato siamo i primi a saperlo sennò non sarebbero questi i rapporti di voto.

Ci siamo lasciati quella sera con l’impressione che nelle strade parallele, ci si incontra. che mai nulla è definitivo, ma vorrei metterti in guardia: sono peggiorato. Ragiono di più e giustifico di meno, le parole diventano per me sostanza. Il diminutivo usato per dileggio, il finto affetto verso l’avversario usato come arma che percuote e chi viene minacciato viene salutato con un ti voglio bene. Il minimizzare la tempesta economica che sta arrivando e così la richiesta di ragioni dell’Europa diventa letterina. L’affermazione che adesso non si muore più attraversando il Mediterraneo sui gommoni mentre i porti sono stati chiusi, sono tutte perversioni della realtà. Sono la negazione di ciò che ci accade attorno e tra noi. È questo che sostituisce la verità, il perenne ribadire il contrario di ciò che è, per sbudellarsi sorridendo. Ma io non sorrido più e resto a sinistra, quella che tu non vedi più.

 

non in mio nome

noi siamo quello che scegliamo di ricordare

primo levi

E siamo anche quello che scegliamo di vedere e di sentire, perché nessuno potrà dire di non aver saputo ciò che accade in Italia e nel mondo.

Se dico non in mio nome disconosco chi persegue ciò che aborro, non ho più la stessa cultura, lo stesso sentire. Mi allontano da lui come vicino, rompo il vincolo di solidarietà che accumuna chi nasce in un luogo e ne sente l’identità .

Questo il danno tra noi resterà nel tempo, ma è poca cosa di fronte a chi muore affogato. Chi poteva salvare non l’ha fatto, si è girato dall’altra parte, o di più, ha dato consenso all’inumano dicendo di dolersi per queste morti mentre non fa nulla per evitarle. In queste torri di egoismo soffochiamo ogni principio che riguarda la vita.

Non in mio nome state facendo quello che fate. E se non ci sarà una Norimberga che vi giudicherà, il baratro che state scavando è tra le persone; non sarete mai perdonati.

 

 

 

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando