cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.

vorrei

 

Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
che parla col cielo che muta ed è solo bello di sé,
poi diventare per magia d’amore, la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.

Ancora vorrei fossimo il riflesso d’un sogno che muta,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.

in breve

Il cronografo meccanico ritarda di trenta secondi al giorno. 3 ore in un anno. Devo decidere se metterlo a posto o lasciargli vedere il futuro un po’ prima di me. Questa piccola passione per gli orologi meccanici s’è tramutata in un desiderio soddisfatto, come fosse il tempo e la sua misura imprecisa ad attrarre l’attenzione e questo bastasse. Poi quando il tempo si capisce lo si considera come un affettuoso discolo che fa quel che meglio crede ma ci vuol sempre bene.

Oggi a Venezia il tempo non contava, ce ne siamo andati dal ristorante che non c’era più nessuno e anche i camerieri, tolta la divisa, ci raccontavano storie e confidenze belle. Mi verrebbe da definirle bellissime per la loro rarità e per il portarci in mondi lontani. Un cameriere vede gli uomini, li capisce e li colloca nel loro posto. Ha una sensibilità particolare nell’intuire e una soddisfazione nel guidare e soddisfare. Era bello starli a sentire e intrecciare i loro discorsi con i nostri.

Così il tempo non scorreva e l’amicizia si riempiva di quel fulgore raro che accade quando tutto è sincero e si sta bene assieme. Ci sono grandi o piccole cose da fare innanzi, ma verranno comunicate senza fretta. Meditate, saranno l’occasione per nuovi incontri e per quel sentire che costruisce progetti, dà loro forma, ed è un eterno divenire che non dipende neppure da noi. Al più siamo agenti di un bellissimo andare per suo conto.
La pioggia è arrivata quando doveva, ormai a Padova. Eravamo tutti al coperto e dispersi in un fazzoletto di pianura, le nubi si sono sovrapposte e rinserrate e poi hanno piovuto con dolcezza. Ho pensato che gli animisti hanno un rispetto infinito per ciò che accade e non possono determinare e capiscono le altre religioni, gli dei, gli atei e gli agnostici lasciando a ciascuno il compito di trovare un equilibrio e una pace con il mondo. Con ciò che vive e ciò che apparentemente non lo fa, ma è solo un’impressione.

Tutto vive e di tutto noi possiamo chiedere allegria e misericordia in un abbraccio che ci contamina solo di vita.

 

abitudini

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Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.

ad una qualsiasi ora

Ad una qualsiasi ora della luce o del buio, il pensiero di te mi prende. Pioggia rada o sole in raggio, entrambi scelgono nell’indeterminato mucchio e così io vedo.

Si cuce il pensiero, fila, trova col dito il segno d’una ferita antica. Solo i sorrisi sembrano non lasciar traccia, eppure nei racconti, d’essi si parla, ma non di ciò che dopo è stato. Così attendo che la compagnia ritorni, e ciò che a suo tempo non compresi, si renda chiaro. Nel caffè si mescola il tempo e lascia piccole tracce sulla tazza: ora una linea sembra un volto, la scia della bruna polvere, una foresta di parole e il venir tuo, d’improvviso, riannoda eventi e cose.

Le vecchie botteghe dei garzoni fannulloni non ci sono più, la polvere ch’ aggiungeva valore e sembrava far fare buoni affari, non è più parte degli oggetti d’acquistare : tutto è pulito e luccica ammiccando. Solo il pensiero di te, scava una ruga e poi la spiana, come se il mondo si srotolasse agli occhi e prendesse insieme, mistero e senso. 

 

retrobottega

Ci sono attese senza oggetto preciso, incontri che conservano la piacevolezza del vedersi, nell’ascoltare la voce. C’è un persistente affetto, ricordi comuni, qualche passione condivisa e passata. Le parole possono entrare nell’intimità eppure ad una lettura più attenta si rivelerebbero scambi usuali di notizie. Solo che hanno un significato, un calore piacevole e una persistenza nel futuro. Generano, fanno intuire l’attesa di qualcosa che potrebbe accadere e non accade. Credo che questo motivi ancor più la voglia di vedersi. In fondo trattiamo cose al limite della libertà e del piacere, ciò che si ripete ci costringe all’insofferenza, abbiamo un costante bisogno di certezza perché tutto è insieme sicuro e precario. La tranquillità è la condizione che non fa temere, che aggiunge tempo alla riflessione, motiva il gesto, colloca le priorità. E invece ben oltre a chi ci regala fiducia, si sceglie costantemente l’equilibrio instabile del correre, del provare con paura, non che se ne possa fare a meno ma c’è una misura che viene superata e da quel momento sembra impossibile fermarsi. Si rimandano cose importanti, le passioni sottostanno all’imperio del dover essere più che al mostrarsi come si è. Un giudizio costante sembra necessario e ci toglie la piacevolezza innata del fidarsi. Oscura quello che viene considerato poco adeguato, l’ingenuità e la sua bellezza. Come dovessimo essere/avere comunque altri e altrove. Così non si hanno ragione per le stanchezze senza apparente fatica, per i malesseri difficili da narrare e magari basterebbe lasciarsi andare in quella fiducia che ci regala il mare nel sostenerci, l’amore nel suo naturale confermarsi. Soggetti al bene di vivere, dare ad esso il giusto merito e coglierne la costante serenità.

È il riposo tra le cose che teniamo nel retrobottega, dove nessuno, oltre a noi, dovrebbe entrare e tanto meno l’ordine. È il luogo dove le cose si affidano a noi, sanno che le conosciamo, che il loro posto è definito, che ci fidiamo di loro. Sono cose, anche noi abbiamo dentro cose che attendono, che conoscono il nostro amore per loro. Non c’è nulla da mostrare e tutto è utile, serve, magari non subito, forse un giorno o forse mai, ma sapere che le cose esistono ci permette di cercarle. E non mancano mai le sorprese perché, sembrerà strano, dentro e intorno a noi, c’è molta pazienza e gioco nell’attesa di essere scoperti. 

 

 

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de lusione

Cosa accomuna l’offerta musicale, la luce del sole ormai indiretta che proviene da una finestra sul tetto, il susseguirsi delle mail e dei messaggi di whatsapp della giornata? Nulla, penserai, se non che i primi due, pur cangianti sono come te li aspetti. Anche nella sorpresa che può indurre un’ esecuzione nuova o il particolare angolo di rifrazione della luce che sceglie chi e cosa illuminare mentre percorre la stanza. Ma se pensi a ciò che riceviamo e magari non è in risposta a una nostra mail, allora i messaggi si collocano in un idea che ti eri fatto di una persona, di un gruppo, di una situazione. Penserai che sono troppo vecchio, per intravvedere un esito che muti le attese quando esse si sono consolidate. O corrispondono o de ludono. Non importa che esse siano conformi esattamente all’attesa ma è essenziale non la capovolgano. In fondo ciò che costruiamo negli altri, nelle situazioni è una nostra immagine che poi si codifica come un gioco, un ludus dove le parti sono ben determinate e le sorprese sono nel vincere o perdere, ma anche nel ridere o nel dispiacersi. Tutto dura lo spazio di una partita, dalla quale poi si smette o si ricomincia con le stesse regole.

Penso, che le cose avvengono così anche nei rapporti umani: ci sono delle regole, che si presuppongono comuni, sulle quali costruire un dialogo, una comunicazione. Queste ultime si approfondiscono e si apprezza l’altro, lo vede nelle parti che non sono immediatamente esposte perché i silenzi, le mani, le espressioni del viso, le parole che scivolano senza controllo, precisano il quadro e stabiliscono quella cosa che si chiama fidarsi. Ci si fida l’uno dell’altro dopo un rodaggio comunicativo come si fa con il gioco e non si bara. Quel quadro che si è costruito nella nostra testa e che ha molte corrispondenze, non è parte del gioco è la condizione del gioco stesso e non lede la libertà dell’altro, casomai ne è una rappresentazione che si corregge in corso di conoscenza. È l’inatteso assoluto che ribalta l’immagine, guasta la comunicazione e toglie la condizione del gioco, ovvero la fiducia.

Ecco sei deluso, penserai. È vero, hai ragione, penso all’eccesso di fiducia e quindi sono deluso da me stesso. L’altro non è mutato, sono io che ho sbagliato e che ho creduto d’aver compreso o peggio mi sono attribuito la capacità di mutare le cose in modo che ciò che dissonava diventasse sequenza inattesa ma concepibile e sorprendente della melodia. Questo è ciò che fa l’offerta musicale, che inventa il nastro Moebius senza che esso fosse nato e anche il sole lo fa, giocando con le cose che fa scoprire e testimoniando l’ignoranza di ciò che ancora non si è colto. Quindi esiste un perseverare del bello, del vero che sorprende anche nel comunicarlo. Cosa differente la delusione che annulla la comunicazione successiva, ne impedisce la ripetizione senza giudizio; e quando subentra il giudizio la delusione si è già fatta strada, la comunicazione diventa circospetta: non si gioca più, non ci si fida più.

Così impari, penserai, ma non è vero, sarebbe buona cosa ricordarsi che illudere e deludere accompagnano le vite e che i facili entusiasmi riguardano il bisogno di una innocenza che si è perduta nel calcolo. Una comunicazione senza calcolo, senza secondi fini, ci sorprende e rivela bellezze non considerate, ma perché diventiamo diffidenti. E in fondo, mostra la nostra incapacità di cogliere tutto il vero e ciò che non lo è. Ma non è questo il peso, piuttosto è il non aver compreso che altro si celava dietro quel comunicare acerbo e che non ho voluto vedere, così mi riporto alla delusione di me. Non ho capito a tempo eppure i segnali erano evidenti e c’era un modo per non restare delusi: evitare l’illusione e non giocare. Ma che vita sarebbe quella che non ha un rischio d’essere delusi? Non mi lamento, non ridere e ascolta.

diteci la verità e anche che non la sapete

Questa abitudine che ha sedotto gli italiani, partita con Berlusconi, trionfante con Renzi e poi esaltata attraverso i governi Conte uno e due, deve avere più fascino della realtà tanto che siamo passati da una narrazione alla successiva senza che la verità o almeno una sua rappresentazione fedele prendesse tutti per “incantamento”.

Non ce l’ho con Conte, starà facendo quel che può, e ognuno ha i suoi limiti, ce l’ho con il sistema che esprime questo Paese che non solo non prevede, ma continua a mascherare inefficienza con impossibilità. Ce l’ho con le piccole guerre quotidiane della politica che durano da troppo tempo e hanno rotto il patto di delega con i cittadini. Non mi importa dell’opposizione, dice una cosa e il suo contrario a seconda del momento e lo spettacolo quotidiano ci dice che avrebbero fatto molto peggio e ci avrebbero raccontato che era il meglio. Proprio come è accaduto in Lombardia con l’ospedale in fiera costato 21 milioni di euro, usato contro il governo (ma perché mai, a che fine?), con convocazione di Bertolaso e fatto in tempi rapidi. Solo che non serve e ospita qualche paziente anziché i 500 previsti iniziali ed è meglio così, dice seraficamente l’assessore regionale, perché significa che non ce n’è bisogno. Magari dimentica che alla fine dovranno essere spesi soldi anche per smantellarlo e buttarlo via perché è nel posto sbagliato, dentro una fiera che serve ad altro e non l’appendice di un ospedale, che magari poteva riutilizzarlo. Allora si usano malamente 21 milioni di donazioni mentre a tutt’oggi mancano i tamponi e mascherine per non ammalarsi.

Se tutto ciò che è di primaria importanza manca in quantità sufficiente significa che c’è un problema enorme che ci ostiniamo a non vedere e che non usciremo facilmente da questo disastro. Se si continuano a fare ordinanze che dovrebbero avere un senso comune correlato alla malattia e invece si contraddicono l’un l’altra a seconda della fantasia del legislatore centrale a cui si aggiungono per non essere da meno le volontà dei singoli presidenti di regione si ottiene che in luogo si va a lavorare ma non si entra in libreria, in un’altro non si può correre da soli ma si può stare in fila dal tabaccaio. Se a questo bailamme di norme si aggiunge che tra la proclamazione dello stato di emergenza e il primo paziente riconosciuto passano 20 giorni, un problema ci sarà stato. E quel problema è peggio del virus, lo sostiene e non è stato risolto. E’ annidato nello Stato, nei veti reciproci tra uffici, ministeri e partiti, trova il suo trionfo nella burocrazia che vuole il potere senza responsabilità, nel circuito parallelo dello spreco che favorisce la parte nera del sistema.

Sono arrabbiato perché la consapevolezza si fa strada e capisco che non solo non finirà presto ma non ne usciremo bene. A tutt’oggi il piano per affrontare ciò che già sappiamo ovvero disoccupazione e povertà saranno crescenti, si concentra sulle riaperture dei luoghi di lavoro e sul distanziamento sociale. E se il virus non si suicida da solo come si andrà avanti, a picchi e avvallamenti per tornare a come eravamo prima, solo diminuiti di numero e più poveri? È questo che ci insegna il virus? È così che ci cambia? ovvero tutto inalterato ma più larghi? Certo non sono i 600 euro a risolvere il problema, ma sono l’indice che vivremo di carità statale per sostenere quei consumi che sono calati del 37%.

Sono sconcertato di sapere che nel nominare un’ ulteriore task force l’enfasi è sul fatto che questi esperti lavoreranno gratis, ma non hanno una indicazione del modello su cui assestarsi e che la prima riunione viene dedicata a capire come proteggersi da eventuali accuse di responsabilità. Lo sconcerto prosegue perché pare che il sovrapporsi di poteri e di esperti sul governo e sui singoli ministri pare non preoccupi nessuno. Non almeno quanto il MES senza condizioni, come fossimo ritornati alla capacità di stampare moneta e non comunque a doverla chiederla a prestito.

Non usciremo da questa pandemia con gli annunci e le commissioni, non ne usciremo neppure con i soli esperti che, come giusto, da scienziati dubitano e discutono tra loro, ma soprattutto non ne usciremo con questa burocrazia e senza prendere esempio da chi sta facendo meglio di noi. Siamo diventati un grande esperimento per il mondo, per la scienza, per gli esperti ma non sappiamo quanti sono davvero i contagiati, chi può infettare altri, per quanto tempo, neppure sappiamo perché qui si muore molto di più che altrove. Non si capisce perché ai sanitari, ai medici non vengano fatti tutti i tamponi necessari e si preferisce chiamarli eroi anziché fornire loro gli strumenti per fare il loro mestiere in sicurezza. Neppure si sa perché l’iva sulle mascherine sia quella di un bene voluttuario e perché costino in modo diverso a seconda del posto in cui ci si trova, ammesso che si trovino e siano quelle giuste e non quelle fabbricate nel sottoscala di qualche laboratorio improvvisato.

Magari una risposta c’è e qualcosa si può cambiare in corso d’opera perché chi fa sbaglia ma non sempre e magari impara da quello che fa. Ad una condizione: che cambi se stesso. Questo mi preoccupa perché è difficile ma se non cambierà questo sistema decisionale non mi si venga a dire che la pandemia cambierà la mia vita, perché lo farà in peggio e questa non è una narrazione è la realtà generata da chi aveva -e ha- gli elementi per prevedere e provvedere e non lo fa. 

Non voglio essere inutilmente rassicurato, diteci la verità e anche che non la sapete.