ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

mamie

Nelle città medie ci si conosce in molti, specie tra coetanei. Si sanno quali sono le opinioni prevalenti, si valutano le influenze sul potere che conta, le ricchezze vere e quelle fasulle. Basta esserci per capire e per farsi un’opinione, ma non è difficile capire chi è importante anche se resta sotto traccia. Mi pare che si chiami understatement, ma qui è abitudine a non apparire.

Siamo una città civile, con una storia antica, tranquilla, non particolarmente generosa nel donare alla civis da qualche secolo, molto attenta ai patrimoni e chi si rovina non viene apprezzato. Molti cittadini amano gli animali, un po’ di meno amano gli uomini, non pochi si sono scoperti odiatori di chi non la pensa come loro, ma credo siamo nella media delle città medie. Finora non ho detto nulla, sono cose che troviamo ovunque e allora per dare un senso semplice a ciò che voglio dire cerco di raccontare semplicemente un fatto.

Qui, come ovunque, il lavoro stabile spesso manca a chi non è inserito bene nella comunità. Parlo dei nuovi arrivi, non occorre siano extracomunitari, basta non siano di queste parti. Il lavoro precario viene proposto, si dicono le cose da fare e c’è una trattativa breve: prendere o lasciare. Mettiamo il racconto in prima persona.

Quella mattina ero speranzosa, mi ero vestita con il mio miglior abito, sono arrivata qualche minuto prima. Bisogna essere puntuali ma non disturbare. La casa era davvero bella, in centro. Salotti, ampi spazi, mobili bellissimi. Io di mobili me ne intendo. Ho fatto l’arredatrice, e li ho pure costruiti i mobili che progettavo, perché mi piaceva l’odore del legno stagionato, gli incastri che trovano il loro posto, il profumo della colla, l’insieme che prende forma e diventa quello che avevi in testa. Così guardavo quei mobili e ne vedevo l’accuratezza, le coperture perfette, la pulizia. Mi piaceva, perché penso che i mobili siano parte di noi. Poi è apparso un gatto, mi avevano fatto sedere su una sedia ad attendere la persona con dovevo parlare dell’offerta di lavoro. Il gatto si è avvicinato, si è strofinato sulle mie gambe unite e poi mi ha guardato. Mi piacciono i gatti, anzi mi piacciono quasi tutti gli animali. Vengo da un paese dove gli animali sono ovunque e le persone li considerano parte della loro vita. Parte, non la loro vita. Forse la differenza è questa. Vengo dal Brasile, il mio passaporto è italiano, sono figlia di immigrati che non hanno avuto troppa fortuna. Per questo sono tornata. Finché pensavo al gatto e lo accarezzavo, è arrivata la Signora. L’ho seguita in uno studio carico di libri, bello, luminoso e silenzioso. Ho lasciato da parte l’osservazione dei mobili per ascoltare con attenzione. Il mio italiano è discreto, ma non capisco tutto, in fondo la mia lingua da bambina è stata il portoghese. Comunque capisco quello che serve e anche di più.

La Signora era molto precisa, mi ha parlato della sua grande casa fuori città, del molto verde attorno alla casa. Mi ha detto che amano molto gli animali, che non mangiano agnelli a Pasqua, che hanno orari precisi per la colazione, il pranzo e la cena. Il mio compito sarebbe stato quello di provvedere al servizio dei pasti, tenere in ordine la casa e curare il giardino, seguire le necessità degli animali, che erano praticamente persone di casa e parecchi.  Si cominciava con la colazione alle 7.30 da servire in casa o in giardino, a seconda del tempo, si finiva con la cena in casa verso le 21 o magari più tardi se c’erano amici a cena. I miei compiti erano bene elencati in una lista che riempiva ordinatamente una pagina, praticamente dal mattino fino a notte ogni ora aveva una sua funzione. L’offerta retributivar era di mille euro al mese e di questi, visto che fruivo di vitto e alloggio mi sarebbero stati trattenuti la metà. Quindi lo stipendio era di 500 euro. 17 euro giorno per circa 14 ore.

Ascoltavo con attenzione, mi pareva poco per l’impegno e la fatica, anche se la stanza che mi sarebbe stata data per dormire era ordinata e con un servizio. Il pensiero era che pagavo un affitto non da poco e che il cibo mi piaceva anche sceglierlo e mangiarlo come preferisco, pagandolo con i miei soldi. Quindi non capivo i vantaggi, anzi mi pareva una costrizione.

Non ho parlato molto, ho solo detto la verità, cioè che mi pareva poco retribuito come lavoro e che era impegnativo, ma non era la fatica a farmi paura piuttosto il fatto di sentire che non lavoravo per il giusto. Ci avrei pensato anche se la mia risposta d’istinto era negativa.

Sono in Italia da sei mesi e ho cercato ripetutamente di trovare una sistemazione, ma per il lavoro che ho fatto in Brasile qui non c’è spazio e per gli altri lavori, spesso mi sento ripetere che il momento è difficile e bisogna accontentarsi.  Il fatto che me lo dica chi ha molto e spesso mostra il lusso, mi causa una certa insofferenza.

Ho salutato la Signora e sono uscita in questo sole d’aprile che mi ricorda non poco il Brasile, ma non ero contenta, anche un rifiuto perché le cose non sembrano giuste non fa stare bene. Così ho camminato per la città e poi sono tornata da chi mi ospita, con una discreta voglia di piangere.

La Signora mi ha richiamato, sembrava disponibile a rivedere le condizioni di lavoro, l’ho rivista. Mi ha raccontato nuove cose sulla casa e sugli animali. Mi ha ripetuto che a Pasqua non si devono uccidere gli agnelli e mangiarli, ma quando le ho chiesto se aveva riconsiderato la retribuzione per l’impegno richiesto, mi ha detto che quella era la sua offerta e che le sembrava una buona offerta visto che di spese vive non ne avrei avute molte. Per la seconda volta l’ho ringraziata, ho ribadito che mi sembrava poco per un impegno di oltre 12 ore al giorno, ho salutato e sono uscita. Ho capito che in testa loro volevano una Mamie, ma non siamo più al tempo della guerra di secessione americana e Via col vento è un film, non un rapporto di lavoro.

Credo che lo schiavismo non sia mai davvero finito, che anche dove non c’è guadagno diretto chi dà il lavoro abbia sempre la tentazione di guadagnarci anche nell’essere servito. Questo mi fa riflettere e disperare, perché in questo Paese, che è anche il mio paese, la speranza di chi non ha, diventa un esercizio difficile e la vita si basa sui buoni che ti danno una mano finché possono, ma non è così che dovrebbe funzionare. Non è così.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

disinamorà

Steso. Supino. Il corpo composto. Così le parole cercate, messe in lunghe file. Staccate, pescate, frustrate dal tentativo di essere ciascuna di per se sufficiente e ri immerse in quell’accento che rivela il luogo della provenienza sino allo sbottare nella parola intraducibile nella sua essenza: disinamorà. Gli occhi sono chiusi, c’è un buio chiaro nella testa, un lasciarsi andare nel fluttuare senza tempo. Dualità che emergono, simboli in forma di lettere, emozioni osservate. Paura. Caldo. Scivolare. Ritto. Nudità. Accettazione. Dovere. Subire. Libertà. Conoscersi. Riconoscersi. Perfezione. Imperfezione. Purezza. Errore. Timore. Castigo. Caldo. Dolcezza. Buio.

C’è un buio così totale nel profondo che l’unico modo per esistere è toccarsi. Sentire il proprio corpo. Riconoscerlo come zattera salvifica. Immenso e imperscrutabile nella sua interezza, docile e amoroso nel darsi per piccole parti. Per momenti di tempo. La nudità nel buio non ha senso se non per la scoperta che essa suscita, per il ri conoscere, per il ri conoscersi. Il respiro si allunga, diventa soffio lieve: è così che si scivola nel sogno? Distaccando la realtà delle cose attorno dapprima e poi entrando in sé. In punta di piedi, per guardare, curiosi di ciò che si scopre oltre gli occhi, l’udito, il tatto, finché anche l’odorato si rende conto del proprio profumo. Un misto di pensieri leggeri che penetrano, si compenetrano. Così il sospendere la percezione è sospendere il tempo: un attimo è infinito, immerso in idee, non più in sensazioni. Immagini annodate che portano distante. Incommensurabilmente distanti, ma non da sé. E poi il riemergere, il rendersi conto. Qual è stata l’ultima parola pensata? Disinamorà. Non significa disinnamorarsi , ma non vedere più nella passione o in ciò che viene fatto o nella relazione affettiva, un interesse profondo, un afflato che desidera. È la distanza che si pone nel riconoscere una fine e diventa solco, cesura definitiva: nulla sarà neppure lontanamente come prima perché si è visto l’oggetto dell’attrazione nella sua realtà che respinge e tradisce.

Anche tradire in questo contesto merita una spiegazione. Lo si può fare, tanto siamo stesi con gli occhi chiusi e sentire cosa sia il tradimento non fa male, è una sensazione distante, dolciastra, oggettiva e insieme specifica. Questo tradimento è riflessivo, è l’essere stati spinti con l’inganno a tradire se stessi. Come Pollicino siamo stati perduti nella foresta, ci è stata indicata una via che ci ha portato a combattere noi stessi, ciò che eravamo e siamo. Cadono tutte le speranze, restiamo solo noi con il nostro buio e il nostro sentirci vivi. Ogni parola esigerebbe una spiegazione se pronunciata, ma ora non serve, magari verrà quando un tempo di chiarezza genererà un racconto, una lunga fila di parole operaie che trasportano il loro carico di senso. Senza fretta perché ora è chiaro cosa è accaduto in un tempo in cui tutte le nudità innocenti esigevano una cura che non hanno ricevuto e noi siamo intrinsecamente nudi, fragili, inermi. Dopo c’è stato un infinito rincorrere, un mettere assieme cose che non c’entravano nulla, un costruire secondo modelli conformi all’uso. Se serviva una consapevolezza per capire, ora è tutta in quella parola disinamorà, termine che apre perché chiude.

Termine perché il riconoscersi conclude la vista altrui su di sé e ne inaugura una nuova, propria.

Termine ed è come tirare una riga nel mare in cui si è immersi e sentire che il mare ti abbraccia perché non è lui che neghi ma ciò che non eri tu, ciò che negava la meravigliosa realtà che ti portavi appresso. Che ognuno di noi si porta appresso.

È sempre un cerchio perfetto la vita, il passato, la somma delle imperfezioni, ciò che abbiamo desiderato e che si è trasformato in nuovi desideri, ciò che abbiamo pensato di lasciare e ciò viene aggiunto per costruirci con fatica o con gioia, o con leggerezza, o con profonda consapevolezza, tutto questo e molto altro, chiude costantemente un cerchio che si apre secondo la nostra volontà, ma resta perfetto.

Un cerchio. Ricordalo. Quando corri o stai fermo, quando il pensiero si spinge avanti sconfinato, quando ami, provi piacere, quando soffri perché ciò che vedi e senti non è umano, percorri il tuo cerchio. Incessantemente, in avanti, vivo. 

 

a proposito di egoismi

A proposito di egoismi,

oggi la pelle era particolarmente scoperta,

faceva male ed emozionava troppo.

Non va bene, mi diceva, copriti,

aspetta cresca un po’ di scorza,

cambia tempi e modi d’essere,

rallenta e guarda attorno,

non vedi quante maschere e sorrisi allegri?

Anche, le rispondevo, ma non soprattutto

e poi non solo.

In fondo m’interessa poco,

oscilliamo tutti tra chiuso o aperto,

persone binarie d’infinite sfumature nel frammezzo, ma

si può star male per una ferita di troppo

non solo a carnevale.

Chi m’ ha conosciuto non è rimasto indifferente,

le dicevo.

O forse sì,

e se ci penso, è questo che fa male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

circa, non hai colto, bravo, adesso va

Ci giravamo attorno chiedendo spiegazioni e venivano risposte: circa, non hai colto, bravo, adesso va.

Erano i primi anni settanta. Dell’altro secolo. Quello breve per l’intensità di ciò che accadeva e per come portava via il tempo. Anche molte vite ha portato via, insieme alle passioni e immani nefandezze. Le passioni le ha sostituite con le parole che non fanno molto, ma buttano in avanti la palla.

Era l’ottomarzo, si scriveva tutto attaccato. Veniva regalata mimosa alle ragazze, si ascoltava da loro quell’ondata di idee che cresceva, tumultuava, che sembrava travolgere i pensieri, le modalità usuali del vivere, la politica, ma soprattutto il sociale. Era difficile non essere attratti da una libertà così nuova da mettere in discussione tutto quello che era stato prima, un consolidato modo di pensare, oggetto di battute al più, regola per la spartizione ineguale della cura e del provvedere economico. Certo ascoltavamo anche perché le cose dette dalle giovani donne avevano un fascino che s’imbeveva di loro, perché ci portava in un terreno sconnesso dove bisognava stare attenti a come ci si muoveva. C’erano sensibilità nuove di zecca, mai sperimentate prima, nuove icone, ma soprattutto era il sentire e i sentimenti che venivano rivoltati nelle modalità polverose in cui si erano sino ad allora svolti. Che significava il sesso nella liberazione femminile, l’amore cos’era e cosa stava diventando?

Il femminismo si riallacciava con il ’68, lo superava, lo portava altrove e molto più dentro i rapporti interpersonali. Il noi era una relazione nuova. Nuovissima e l’ottomarzo era di sinistra, movimento, fantasia, nuove attese e sperimentazioni. Il PCI, il resto si accodava, ma pur affiancando il pensiero di sinistra, adesso il pensiero femminile, era qualcosa che precedeva il giorno, che incombeva in una società così ferocemente maschilista dove ogni vita era già segnata alla nascita e con un’immensa carica negativa, rendeva la scelta – istinto, il piacere-funzione a senso unico verso il maschio, la subordinazione- rispetto incondizionato. Si erano, per millenni, rovesciate le cose ed ora il mondo si riapriva, mostrava il lato che era stato represso.

Noi eravamo sconcertati e affascinati, impotenti e ammirati e quella data, l’ottomarzo, assumeva un significato di continuità, di persistenza. Non era il giorno dell’omaggio, del riconoscimento, ma la condizione del cambiamento. Era tutto l’anno e chi doveva cambiare di più eravamo noi, i maschi, ma anche le ragazze cambiavano. Si cambiava assieme. Noi rincorrevamo sorridenti e cercavamo di capire mentre loro erano già un passo, un giorno, una vita avanti.

 

https://music.youtube.com/watch?v=jIKaTuq87Lg&list=RDAMVM1w1R3_tGIzM

 

 

 

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.