mantra della centrale (e mantra della vita)

Nel pericolo bisogna avere pazienza,

quando sembra tutto perduto, bisogna fare ed avere pazienza.

La forza della pazienza e del bene comune.

E quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza

solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.

Lo penso per chi vive nella centrale,

ma anche per quelli fuori della centrale,

lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,

per tutti quelli che si lasciavano contaminare anziché fuggire.

Lo pensavo di Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente

mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.

Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,

lo penso quando non c’è pazienza per capire,

quando l’immagine impedisce di vedere.

Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,

lo penso quando non si capisce e si continua lo stesso.

Quando c’è paura occorre pazienza,

quando è notte, senza conto d’ore, occorre la pazienza della luce,

quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza.

 

 

 

bellezza e difficoltà dell’amore

Di rado, ma succede, ci prende un’ indeterminata inquietudine che, come accade ai crocicchi dove il maligno attende, può sfociare in rabbia. O anche no, dipende da scelte impalpabili e apparentemente prive di relazione. Quando accade non è nulla che non si possa trattenere, ma  come sempre fanno le cose senza oggetto, scuotono e scavano nella roccia. Ci si chiede cosa sia che agita la serenità, la scompiglia  e non la muta nel riso che dovrebbe accompagnare il non prendersi troppo sul serio. Evidentemente c’è qualcosa che non è banale, oppure se lo è, si maschera bene. Spesso è la sensazione di un torto rimosso come tale. Una scarsa considerazione che è poca cura ricevuta. In definitiva una crepa nell’amore. Quella cosa il cui bisogno mai s’esaurisce e che pur frequentando lo stesso legame, analogo tempo e luogo, s’interpreta in modo sempre nuovo e differente. Secondo bisogno e occorrenza. Ebbene quella rabbia senza nome è misura e segno, miei lettori, della difficoltà e bellezza dell’amore e del suo mai essere eguale.

libri


Si sono accumulati. Per loro conto, fascinosi e pieni di misteri da svelare. Cosa avrà sentito nello scrivere l’autore? Che ne sarà rimasto dell’intenzione, dei ricordi altrui mutati in storia, nel distillato in parole scelte, passati per il crivello di chi rimaneggia lo scrivere per farne oggetto? Eppure le righe sono ancora fresche e vive, dopo tanto manipolare, hanno richiamato l’attenzione, si sono fatte prendere per fascino, ed ora dialogano con il pensiero. 

Pazienti, i libri, educati, magari un po’ arroganti nel loro prendere l’anima per la coda. O forse si trattava della nostra curiosità che pensa? E che dire delle vite confrontate, o insegnate, com’essi fossero guide infallibili almeno per un poco. Dipanatori di grovigli, misericordiosi medici delle amorose sorti, sembrano attenti mentre ci colgono i pensieri. E non tradiscono tradendo, come chi ha l’inatteso da offrire, il giorno da mutare, un ghiribizzo e un’emozione da mescolare in noi.  I libri sono sovrabbondanti alle vite dei mortali che li raccolgono, come per gli amori che davvero prendono, non bastano mai e neppure si lasciano davvero. Loro così diversi sanno stare assieme per sempre, mentre il peggio scivola verso il fondo e poi scompare, il meglio emerge piano, non di rado si nasconde nel ricordo, si lascia pilluccare, tiene il senso per piccole dosi di letture parallele o per l’intero svolgersi che prende. 

Cos’hai capito? E sorridono, i libri, ben sapendo che ti muteranno dentro, fertili semineranno e accresceranno il raccolto dei pensieri nuovi. È questo uno degli scopi loro, che s’attua anche solo al vederli, pazienti, attendere attenzione, tempo loro, anse di calma e gote rosse d’eccitazione. Tutti assieme in pile sorridenti di precario equilibrio o nascosti dietro le ordinate file. C’è tempo sembrano dire, c’è sempre tempo, torna.

bora a settembre

La bora ha reso farfalla la foglia,
e a lungo, per spirali d’aria, l’ha fatta volare,
l’ha vista stanca e allora, posata, 
barchetta per occhi di bimbo,
sull’acqua,
ora la spinge e lei corre
nella tenerezza d’una attenzione, felice.

ninfee e pesci

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Sotto le ninfee s’aggirano i pesci. Grossi, color fango, pasciuti dagli avanzi degli aperitivi che si consumano nella terrazza sovrastante. Un anno in cui l’acqua era particolarmente bassa e i Burchielli pescavano fango e plastica, proprio sotto le ninfee emersero ruote e manubri di biciclette gettate nel rito che chiudeva gli studi. Poi hanno ripescato, ripulito e chissà cosa nasconde ora il fondo. I pesci non dicono ma proprio in quest’acqua si infransero due sogni. Quello della città che ritrovava la libertà dopo un secolo di dominio della Serenissima e quello della lega di Cambrai e degli imperiali di stroncare le ambizioni veneziane sul dominio “da tera”.
Sudditi veneziani no, ma neppure soggetti all’austriaco, insomma figli di nessuno, come mi raccontava mio Padre che crebbe e abitò da queste parti e non sopportava, come chi gli stava attorno, quelli che si prendevano la libertà altrui. In quel caso erano i fascisti.
Le ninfee si estendono, i pesci prosperano nel divieto di pesca, i Burchielli rovesciano a sera frotte di spaesati turisti, cotti dal sole e abbagliati dai marmi delle ville sul Brenta. Scendono, si fermano ad ascoltare i canti goliardici e poi salgono sui pulmann. Nessuno gli spiega dove sono e forse va bene così.
La notte scende lenta sul fiume, il tramonto corre a perdifiato sull’acqua, illumina bricole, platani e di sguincio accarezza ninfee. Si sofferma sui marmi bianchissimi della porta e compita le lettere capitali che indicano in Marco Antonio Lauredano il prefetto della Serenissima. Era un Loredana, uno dei tanti generati da una delle dodici famiglie originarie che si erano trovate dalle parti di San Pietro in Torcello o a Malamocco. Gente di terra portata in acqua e poi quando erano già pesci, riportata in terra.
Una cronaca del tempo della lega di Cambrai parla delle riunioni “segrete” che si tenevano a casa dell’uno o dell’altro nobile, del notaio onnipresente, del tramare vacuo dei signori spodestati dal potere. Il Consiglio dei Dieci sapeva, avvertiva con discrezione e con la stessa pazienza tagliava qualche testa riottosa o mandava “ramengo” il malcapitato di turno. Ma di solito taceva, controllare e guidare senza parere era il motto non scritto per le baruffe di provincia.
Dopo qualche anno, le stesse famiglie turbolente, avrebbero pagato somme enormi per essere iscritte nell’albo d’oro della nobiltà veneziana. Intanto, attorno, pullulava un popolo di pescatori, tessitori, facchini e barcaroli. Carne buona per le eterne guerre del Ruzzante, per i suoi Miles traditi e affamati che tanto facevano ridere con la loro lingua risonante e grassa, i nobili e i cardinali nelle sere come questa, tiepide e ancora piene di luce.
Tener da conto il popolo, ch’el serve come El governar barche e acque e mettar da parte i bezzi, così ninfee e pesci nascondono ancora le palle di pietra sparate dalle bombarde dell’assedio. E i pesci giocano con gli steli verdi e le radici, saltano in superficie e s’abbuffano di patatine e mentre ricadono guardano la luce che colora di rosso la città. Beffardi con gli umani ma non col cielo.

zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.

Il secolo che si chiude

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, ma forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, ora mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo. Breve o lungo ma per chi ha la mia età molto ha contato. È il secolo che ha chiuso con le ideologie e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare un secolo che ha dissolto e costruito. Di questo passaggio e chiusura, che poi è la chiusura con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite. Rendersi conto che ora la memoria difficilmente può essere condivisa consegna noi ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere: valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più libero, soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi il nuovo secolo e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che transita e non lascia traccia.

malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

ghetto

 

 

In questi portici, saranno 500 anni ormai,
abitava la giovane ebrea,
la pelle bruna di Spagna,
il bel viso dagli occhi profondi
d’azzurro verde che solo l’oceano possiede.
Nel sabato stava immota nel rito, e
aspettando che la luce scemasse,
ascoltava del mercato vicino i suoni:
voci di vino cattivo e risate gentili.
Pensava ai richiami della Torah,
al cantico dell’amor profano divenuto sacro,
nel suo corpo specchiato
e frenato
dal composto incedere.
Al celare la sfrenata voglia d’allegria,
il perdifiato correre,
nell’amore non ancor detto,
custodito, fragile, d’attenzione riempito,
già definitivamente amato.