dare un nome alle cose che si vedono

 

Scrivono e dimenticano, così riscrivono con le stesse parole altri fatti e situazioni. Giornalisti di una realtà virtuale, compilano dizionari propri, mettono parole che sfuggono appena si sono lette, Più di rado le permutazioni di significato aprono una finestra e fanno entrare una luce che resta e diventa cosa, non parvenza, ma sostanza.

Sarebbe bello andare così, allegramente al cuore delle cose ed esserne amati, pensando che questo sia capacità di tutti, ossia questione di esercizio, di pazienza verso lo sguardo, di soste in panchine scomode o in piazzole di sosta dove la luce della freccia destra aiuta ad annotare frasi su improbabili quadernini. Appunti per un poi che rimetta assieme per magia le sensazioni e i nomi e che lì ritrovino il giusto ordine e siano pensieri.

Per digerire le cose e dare loro il nome del cuore bisogna lasciarle frollare, lasciare che la lingua percoli nel profondo.

L’incanto degli immaginifici si dissolve a fine discorso. Resta un calore, un entusiasmo, ma è impossibile fare un riassunto e le parole giacciono ammucchiate ai nostri piedi. Chi è particolarmente entusiasta direbbe che si sono conficcate nei cuori, ma questo vale per poche idee, in realtà ciò che resta sono le parole che muovono, che aprono, che dividono le acque come fossero il mar Rosso. È ciò che alza lo sguardo e al tempo stesso lo porta all’interno, nel cuore profondo della specie, dove abita la meraviglia e il sauro, e confronta il risultato di ciò che vede e sente, facendo percepire la grandezza e la povertà. Riflettiamo perché sono entrambe spinte importanti per trovare una ragione al fare, sono una sezione all’infinito che ci riguarda e che a volte, unico antidoto alla vanagloria, ci lasciano essere moderatamente soddisfatti di noi.

Dare un nome profondo alle cose è fidarsi che qualcuno sentirà come noi, che ci sarà un momento in cui parlando, la stessa realtà coinciderà. Non basta un discreto corredo di lemmi che la memoria trattiene o altri di cui tiene traccia: guardare attorno non significa sempre saperlo descrivere. Qui nascono le perifrasi, si tingono d’oscuro le parole e ciò che sembrerebbe lampante non ha una comprensione che rassicura, insomma ciò che ha un nome protesta se non viene riconosciuto e allora diviene instabile e non dipinge a sufficienza l’evolvere di ciò che accade. Si usano aggettivi che si spengono nel loro meravigliarsi di esistere, come usa la fiamma di un cerino che si esaurisce nel suo essere per poco e definitivamente. Insomma si gira attorno perché non si sa che dire davvero e servirebbe tempo. C’è una spinta che ancora non ha nome e si ha timore del silenzio. Così l’aria si riempie di parole che non saranno mai vicinanza e forza comune, non si riconosceranno. Resteranno in superficie come fanno le recensioni dei libri che descrivono una trama e tralasciano quella frase potente che illumina un destino. Sembra sia importante dire come inizia e come finisce ma quello che si sente davvero, ed è illuminazione, resta sepolto nella comunicazione. E così ci si sente soli, prigionieri di una meraviglia che spiegherebbe molto di noi ma non ha udito che l’ascolti.

sul dono

Il cavalluccio era di cartapesta. Aveva un’anima di ferro che gli dava la forma ( ma questa fu una scoperta successiva ) e posava su una tavoletta di legno munita rotelle. Con un anellino di ferro davanti e uno spago rosso prometteva di seguirti su ogni pavimento. I colori del suo corpo erano pastello e uno zoccolo scuro era poggiato sulla punta, come volesse correre o stare in posa. L’avevo trovato vicino alla calza di lana grossa, piena di mandarini, noci e qualche dolcetto. Ero felice e dopo aver giocato tutto il giorno con il cavalluccio, lo portai a letto con me.

Un dono è sempre una proiezione di chi lo fa, una carezza aggiunta a un rapporto d’amore che non è mai eguale a ciò che di esso si può raccontare. Ed è una sorpresa, ovvero rappresenta l’inatteso che va direttamente al sentire e genera una gioia gratuita, forte, persistente. Il dono sbagliato è quello che non ha questa capacità e forse il dono più naturale è quello che ha in sé la mancanza e la semplicità.

Se dopo tanti anni, ancora mi ricordo del cavalluccio, è per l’emozione che esso ha portato con sé, per la sorpresa e per l’instaurarsi di una relazione tra una data, l’epifania, e qualcosa che poteva ancora darmi piacere, meravigliarmi negli anni che sarebbero seguiti. In questo forse sta la ritualità di alcuni giorni e il loro significato ancestrale che sembra dire a chi ama che ci sono momenti in cui l’abitudine cessa e subentra la conferma e il cercare qualcosa di più profondo nel tenersi assieme fatto di gesti, attenzioni, che durano tutto il tempo dell’anno. Il dono è un bisogno che viene pensato, cercato, presentato in modo che lo stesso porgere sia una sorpresa.

Il dono colma qualcosa che manca nel quotidiano: la meraviglia dell’attenzione gratuita. È un pezzo di sé stessi che viene ficcato nel profondo, che non si riporta alla comprensione perché corrisponde a qualcosa che dovrebbe essere nel vivere ma che l’abitudine, la società, ha tolto per la sua potenza eversiva. Il dono è un atto rivoluzionario perché altera il normale svolgersi dei rapporti, li intensifica, li rende esclusivi e complici. Attorno a noi, per chi ci è vicino, il donare assume caratteristiche particolari. Gli oggetti divengono simbolici, sono fatica nel momento in cui sembrano -e davvero è così- aggiungersi al troppo che già ci circonda. Per questo sembra complicato trovare un dono che non sia già posseduto, o in sé banale oppure semplicemente utile.

Dovremmo considerare che il dono è anzitutto rappresentazione, gioco, unione profonda dell’immaginazione con un oggetto e rappresenta l’interpretazione di un bisogno proprio e di chi lo riceve. I doni che restano, che non passano nell’oblio sono proprio questi, perché indovinano qualcosa che unisce nell’assenza e non sono un obbligo. Cose piccole diventano grandi e non saranno cedute facilmente perché sono divenute parte di sé.

Che fine avrà fatto il mio cavalluccio? Di sicuro non è stato soverchiato da altri giocattoli, ha cavalcato a lungo e ha immaginato battaglie e foreste, ha corso per prati sconfinati e si è spesso rintanato sul comodino vicino a me, per fare compagnia. Si è consumato quel poco che è bastato a rivelare la sua anima di ferro, poi è sparito all’improvviso per correre felice da un altro bimbo. A quel tempo i giocattoli passavano di mano in mano appena c’era modo di non farne sentire la mancanza. Al suo posto è arrivato un libro di fiabe e una palla rossa, entrambi cari ma un po’ meno amati.

E qui dovrei rivelare come poi ho interpretato a mia volta il donare. Credo di aver attraversato tutte le varie fasi che si accompagnano a questo gesto, dal dare ciò che mi era piaciuto molto e che pensavo trovasse altrettanta considerazione in chi lo riceveva. Erano libri, autori spesso strani e musica, anch’essa con qualche caratteristica particolare. Oppure era qualcosa che doveva celebrare l’importanza di un accadere e restare come punto di riferimento. O ancora qualcosa di inusitato e strano trovato in un viaggio. E anche l’utile oggetto è stato regalato come modo per rendere più semplice la vita. Di tutti questi doni ciò che veniva dal profondo e ha incontrato l’altro è stato raro. Ho lasciato spesso che ciò che interpretava me diventasse dono e questo non era il modo migliore per mettere assieme l’ assenza che il dono colma. Non era facile uscire dal sé superficiale e andare a quello che ci univa e diventava un noi. Forse qualche volta è accaduto e ne sono stato immensamente felice. Felice insieme a chi manifestava meraviglia e felicità ed ero io che venivo riconosciuto in quel me che non rivelo facilmente: credo che questo sia il massimo che si possa chiedere a chi ci ama.

lo spirito degli anni passati e di quelli futuri

Per trovare le tracce degli anni passati, occorrerebbero dita sottili, sensibili come quelle intente dei bambini che cercano tra le cose e sfogliano con curiosità. Scrutano il lento depositarsi dell’accadere e per quelle ditaocchi è tutto nuovo e allegro questo succedersi di fatti e meraviglie. Non hanno, come noi, l’astuzia che recuperiamo dal Tom di Twain mentre dipinge la staccionata della zia e osserva il colore che si sovrappone prima di vendere il lavoro al migliore offerente. E neppure soccorre la malinconica ricerca di un passo che ormai vaga nel libro, visto che non si trova nel capitolo giusto e lascia un vuoto che ci giudica, mentre i ricordi ballano ritmi d’un tempo che non conosciamo più.  Anche se i piedi si muovono, la mano si porta al ventre e la schiena si raddrizza, la musica è fatta di colori più che d’armonia e ciò che è stato necessario si confonde con le scelte. Esattamente come accade in uno spartito, ma qual era la musica che si era scritta allora? Malamud mette il passato come somma di presenti, come volontà bisbigliante, nel retrobottega assieme al commesso e ai suoi sogni che diventeranno necessità per la figlia del padrone. Si è creduto di poter essere tutto, si è imitato e si è stati originali, ma poi si è scritta una storia passando dalla libertà verso piccole costrizioni che determinavano scelte e realtà. S’è scritto un libro dove le passioni hanno giocato alla grande, hanno fatto correre il cuore e i pensieri, prima d’adagiarsi per riflettere. Lo spirito degli anni futuri questo chiede: fermarsi per riflettere, guardarsi con bonomia e tollerare allegramente che molto si dissolva in un nuovo che ancora non conosciamo, ma che vogliamo benevolo e allegro quanto basta per aver voglia di scrivere e scegliere ancora. Vogliamo sogni nuovi di zecca e il profumo della carta e dell’inchiostro di quando eravamo bambini. Vogliamo l’accennare dei sorrisi che promettono assieme alla realtà di ciò che mette insieme parole e baci. Insomma una realtà per spiriti che hanno sperimentato la cecità di chi era vicino e la speranza perduta tra appuntamenti mancati. Non è così che le tante Helen dell’America alla fine scelgono chi non avevano visto sino a quel momento? E di questo depositare d’anni il vecchio Scrooge di Dickens non conosceva bene il freddo effetto eppure non ci badava troppo sino alla rivelazione di un sogno che mentre lo minaccia gli promette caldo e futuro più sereno? Basta fare qualcosa che sia davvero nuovo e scriverlo dentro di sé. Ma noi che abbiamo Natali e ricordi che si confondono, nevi che ormai sono nell’aria, corse e palpitare di speranze che allora annullavano ogni dovere. Noi che ci siamo messi a ricordare e abbiamo smesso subito perché il ricordo è un veleno che non fa crescere nulla se non la consapevolezza. Noi che vorremmo essere nuovi e inconsapevoli, immemori e memori creativi. Per noi lo spirito degli anni che verranno regga la luce, ci mostri il leggero e ciò che appesantisce, ci permetta di tenere il buono, il mediocre e il possibile e lasci che il resto diventi polvere e fatica per la mente che non ha più voglia di sbagliare troppo. Solo il giusto errare, quello che serve per imparare e che rende sottili le dita che sfogliano gli anni passati e strappano lacrime e sorrisi, mescolati a ciò che s’è vissuto e che vuol ancora vivere con noi.

mirabile


Ciò che ci rappresenta ci precede, perché non siamo mai perfettamente allineati tra una realtà che ci strattona e un io che fatica a riconoscersi.

Tu l’hai fatto e sei stata mirabile.
Mirabile è una parola che solleva lo sguardo,
senza mani addita e consola,
ha la materia dei desideri sereni,
il bacio sfiorato della bellezza,
suscita speranze senza invidia.
Mirabile è ciò che coincide
e non era conosciuto,
solo c’attendeva per essere disvelato,
unica sorte di desiderio che non s’appaga
per questo profondo e simile alla pulsione.
E ancora torna una parola che fa battere il cuore,
che solo quando non è cieca, coincide con esso
e riempie della scienza gaia di sé.

l’invidia

Caino, siamo tutti figli di Caino. Anche se non si crede nella Bibbia, questa è l’ascendenza, fatta di sopravvivenza e sopraffazione. Eppure nella specie qualcosa ha funzionato, i padri, usualmente, non hanno mangiato i figli. Le madri hanno protetto e accudito. Un cerchio si è stretto attorno ai nuclei ed un insieme di cerchi tangenti ha via via creato insiemi che contenevano insiemi. Ma siamo figli di Caino, ovvero ospitiamo l’invidia e le sue conseguenze devastanti. L’invidia è un vizio che non si confessa volentieri, gli altri vizi possono diventare un vanto, la lussuria in particolare di questi tempi, è segno di appartenenza ad una libertà che prima veniva nascosta. Ma l’invidia no, quella al massimo si occulta nelle forme tenere dell’emulazione, le si cambia nome e diventa componente della meritocrazia, molla per competere col vicino, ma senza regole né amicizia. Viene coccolata l’invidia, serve come corpo contundente nella politica e nell’economia oltre che nel tessuto sociale. Eppure l’invidia provoca guasti in ogni aggregato statuale, economico. Le scuole di pensiero manageriale, sia pure in altre forme, la favoriscono come “sana competizione interna” e generano particolari forme di mezze verità, di ipocrisia che mascherano le persone ed escludono la verità dei processi e dei fatti, sostituendola con quella dei dati.  E cosa accade ai tempi della pandemia? Le cose si acuiscono. Stare attenti, non è un messaggio del ministro dell’interno ma il segno che sobbolle qualcosa che individua in nuovi nemici e non nel virus quello principale. Nuove diseguaglianze e nuove povertà senza solidarietà generano naufraghi, con invidia viene visto chi ha fatto -e fa la vita bella- mentre ad altri viene negato il necessario. E non cresce la solidarietà, se davvero non siamo tutti nella stessa barca. Così il solco è destinato a diventare tratto distintivo sociale, voragine che separa e contrappone. È l’invidia senza nome, che diventa facile pascolo per gli aizzapopolo, per nuove divisioni e chiusure: un motore terribile che non perdona e che chiede, pretende, non considera, senza disponibilità a capire e dare.

fatti e parole

Mettendole nell’ordine sparso come oggi si usa e non per distanziamento sociale, ma per vicinanza d’affetti, di sensazioni, d’aver vissuto, così si distinguono confusioni e ricordi. Occorrerebbe un ordine, dice qualcuno che ha avuto una vita disordinatamente ordinata ed ora consumati i desideri, si acconcia a capire ciò che ricorda e ciò che invece pare sfuggire in tanto aver provato. Lo sconvolge quietamente quel non esserci rimasto nulla di veramente memorabile (o almeno tale d’aver cambiato la vita) e ricorda allora qualche piccola viltà oppure paure che in fondo hanno deciso per lui. Anzi, sin dall’inizio quel timore che non raccontava neppure a sé, aveva deciso per lui e non se n’era avveduto pensando che tutto fosse possibile, anche l’esser diverso da ciò che egli era.

Nel cogliere invece il quieto nell’inquietudine, il ruolo di ciò che si vede, vive e si ricorda (i ricordi sono l’osso infedele del futuro attorno a cui si costruisce la carne del presente), si perviene all’ansa in cui l’acqua del tempo s’è fermata. Si può sostare ed emerge la bellezza di persone, fatti, ricordi, attese, conquiste. La vita si riannoda e rende molto più ricca di sollecitazioni la realtà che pare attorniarci. C’è un prima e un dopo che si confondono, come se il secondo avesse determinato il primo ed è davvero così perché è il senno di poi che fa capire la follia del prima.

Allora quella volta abbiamo mentito? Oppure ci siamo convinti a forza che non era il caso a determinare le congiunzioni, gli incontri, che, dispettoso, non metteva le parole al posto giusto quando erano necessarie, che faceva oscillare i pensieri per proprio conto, indecisi, proprio per complicarci la vita? Se in quell’ansa di tranquillità dello scorrere del tempo, ci venisse concesso di guardare a ciò che sembra sia accaduto e per, ulteriore grazia, si potesse mescolare il tutto con l’arte varia che accompagna le vite, allora si potrebbe dire, ad esempio, che nessuno in quella notte insonne, tanto meno noi, sapeva cosa sarebbe accaduto il mattino seguente e neppure quella notte aveva un copione già scritto. Né vivendola, si avrebbe avuto idea della ricchezza che ciascuno riceveva. Insomma tutto si svolgeva per suo conto per il solo fatto d’esserci, anche se (sotto sotto) qualcuno aveva pensato d’averla generata, e così ne aveva tratto una sensazione di potenza e di soddisfazione di sé. Dominare il caso e al tempo stesso esserne travolto agente: sciocchezze e autogratificazioni diffuse, ma inconsistenti.

Nella quiete resta la consapevolezza che tutta questa confusione ordinata che ora s’affolla, si sia generata con un ordine, e che questo si sia attuato vivendo in un tentativo di accordo con sé. Allora il compitare la gentilezza insegnata è stato nascere, e se ne sono consapevole ciò mi mette in una gratitudine infinita. Vorrei ringraziare chi l’ha permesso. Vedere con la calma che meritano queste persone, che non sono solo situazioni e ricordi, e dar loro il rispetto che devono avere, render loro il ringraziamento profondo per avermi accompagnato e ancora accompagnarmi.

E ciò mi commuove e mi riempie di tenerezza e speranza.

l’imperfezione

A volte nemmeno la commozione,
che racconta quanto siamo ricchi di errori,
basta a lenire.
E neppure le lacrime di conseguenza, sono sufficienti.
Avevamo un’opinione consolidata dall’abitudine,
ci pensa la realtà a mettere a posto le cose.
Piccole cose che attendono amori adeguati
e li trovano e li perdono
In giornate di vento,
come fosse d’aria il cuore,
carta quel sentire grande che sconquassa l’anima,
e ora vola lontano, oltre i nostri occhi imperfetti.
E allora la vita
assume la sua veste di specchio,
mostra le insicurezze celate di certezze,
e misura le nostre braccia.
Non bastano mai per trattenere,
l’amato cuore del nostro piccolo universo.

mia Cara

Questa è la prima di alcune lettere che potevano essere scritte in famiglia. Gli scritti rimasti sono pochi, dispersi in innumerevoli traslochi e in bombardamenti, ma anche in tempo di pace lo scrivere era frequente e limitato all’oggetto, cioè bastava sapere come si stava, scambiarsi notizie e questo conoscere era sufficiente. La prima lettera la scrive mio nonno alla nonba. Non avrebbe superato la censura ma sono abbastanza certo che la pensasse così 

Mia cara,

i giorni sono molto eguali e per sfortuna, a volte, diseguali. I gesti e le cose si ripetono:le corvee, le guardie, il rancio, le guardie, la posta, l’attesa. La paura. Quella aleggia sempre e cresce col cognac, perché porta l’attacco. Spesso, l’attacco, non serve a nulla. I metri guadagnati si riempiono di morti, di nuove buche, di feriti e fango. I reticolati hanno qualche varco. Molti brandelli. Di cose, di stoffa, di carne. È un correre, sparare, urlare, gettarsi a terra e poi, dopo un tempo infinito c’è un ordine e si ritorna. Chi è vivo e può camminare, ritorna. I feriti vengono raccolti quando e come si può. I morti aspettano. Dentro la trincea la vita riprende con la felicità di essere vivi e lo sporco che nessuno riesce a togliere. È un odore che abbiamo tutti. Puzziamo di vita e di morte.
C’è un momento che dura a lungo. È dopo la battaglia. Ci sono ancora i lamenti, la nebbiolina dell’esplosivo, le ultime pallottole che volano. Quelle della sfortuna e degli stupidi. Perché sparare ancora, è finito, ma lo fanno. Poi sembra subentri una tregua per raccogliere i feriti, ma non è vero. Molti barellieri sono feriti e sembra che non finisca mai. Invece finisce e a poco a poco tutto si calma, le cose riacquistano la loro forma. Ci sono i gridi che sembrano scavare nel sangue di chi è vivo e sa che è solo fortuna. Si va verso la notte e il silenzio aumenta per le voci chesi spengono. Quelli raccolti e quelli che è inutile raccogliere. Resterà un rotolino di carta tolto dal cilindretto che portiamo al collo. Serve per il ruolino di reparto e poi per la famiglia. Ne mancano sempre molti, troppi fi cui si sa tutto ma non possono dire con certezza. I dispersi. Qui ci sono più dispersi che morti, ma sono tutti morti e verranno messi da qualche parte. Quando si potrà.
Ti dicevo di quel momento che dura a lungo, in cui le voci si affievoliscono e sembra ci sia il silenzio. Non è il silenzio perché i pochi alberi rimasti si muovono al vento. Vedere il vento che muove le foglie, sentire l’aria, è una sensazione fortissima di vita. Che continua. Continuerà. Oltre la follia che uccide senza motivo, per un ordine. Cos’è un ordine, è una volontà dpesso senza ragione che decide se la vita continuerà oppure no. Una cosa così insensata che la nstura non l’ascolta. Il vento continua e nessun ordine lo può fermare. Fa quello che vuole, quello che ritiene giusto. Quando cala il vento, si sente che la terra è calda, ribolle di presenze e di sangue, ma neppure ad essa può essere ordinato di restare asciutta. Il vento, la terra, la pioggia non obbediscono agli ordini, deve dispiacere molto a chi comanda e noi ne ricaviamo una consolazione. Le cose semplici che conosciamo non obbediscono e allora penso che anche l’amore non obbedisce e nessuno può impedirmi di amare, di pensare, di cercare di essere vivo. Tra pochi giorni avremo il cambio, questa, mi dicono, sia l’undicesims battaglia dell’Isonzo. È cominciata a giugno e siamo ad agosto. Praticamente non ci siamo mossi, ci siamo solo ammazzati per restare nello stesso posto.
Avremo il cambio e questo lo pensiamo ogni sera. Lo aspettiamo ogni mattina. Più del caffè, più del rancio, più della posta, anche se tutti questi momenti aiutano a confinare la psura di non arrivarci.
Bacia i bambini. Ti abbraccio. Mi manca la nostra vita, la casa, voi mi mancate. Infinitamente mi mancate. Penso alla Germania, a quando siamo stati mandati via. Ci sarà modo di tornare? Se non ci vorranno resteremo tra i monti da cui siamo partiti. Ricominceremo. Come allora. Era bello lavorare e avere tempi per noi. Qui il tempo va per suo conto. Dipende dagli ordini. Ma finirà e tutto ritornerà normale. Anche il tempo e basta ordini! Mai più ordini.
Ti abbraccio ancora. Sempre. Sto bene, stai bene, state bene.

Il 22 agosto 1917, 3 giorni dopo aver compiuto 34 anni e due giorni prima dell’avvicendamento, mio Nonno Antonio moriva nel Carso, località Dolina delle bottiglie. Un luogo che neppure esiste nella carta geografica. È sepolto a Redipuglia, ma non voleva morire lì. 

il vestito da pioggia

Il cielo è diventato d’un azzurro polveroso e l’aria si è riempita di pagliuzze sollevate dalle macchine che fanno balle di fieno. Avevo un vestito di questo colore, lo abbinavo con camicie candide o con righe sottili e una cravatta di quel colore indefinibile che solo i francesi sanno costruire. Era il mio vestito da pioggia, per qualche misterioso motivo sin dalla prima volta, se lo mettevo asi sarebbe bagnato.

Da giugno fino alle vacanze, m’invitavano a manifestazioni all’aperto. Se la manifestazione o gli organizzatori non mi piacevano, mettevo il mio vestito da pioggia. Mi sedevo nel posto riservato dopo il breve aperitivo e attendevo conversando coi vicini. Spesso queste manifestazioni non avevano luoghi alternativi ed erano quelle che mi piacevano di più perché ne conoscevo la dinamica dopo le prime gocce. Anche le altre manifestazioni, quelle che pomposamente si fregiavano della nota che in caso di pioggia la serata si sarebbe tenuta con identico programma nel vicino… erano socialmente interessanti ma avevano una diversa meccanica e confusione, ed erano meno godibili. Poi spiegherò il perché.

Il vestito da pioggia funzionava infallibile quando la manifestazione era al clou. Vedevo la prima goccia che si stampava sui calzoni e trasformava l’azzurro in blu scuro, poi la seconda, e via in un crescendo che poteva comprendere anche la grandine. Per prime fuggivano le signore, con i loro tulle e i tubini colorati, cercando riparo. I compagni, mariti, fidanzati tentavano di impossessarsi dei pochi ombrelli messi a disposizione dall’organizzazione, ma ormai la ressa rendeva salvabile solo il prefetto e il sindaco, per gli altri c’era il prendi arraffa.

Restavo seduto ancora un poco a guardare il trambusto, finché sentivo l’acqua che ruscellava giù per la schiena, poi lentamente mi avviavo verso l’auto. Attorno al palco i musicisti cercavano di salvare gli altoparlanti immensi, gli amplificatori, gli strumenti. Della cantante nessuno si curava e neppure delle indossatrici, se era prevista una sfilata, qualcuno si occupava. Il buffet veniva ricaricato sul camion, tavoli e tovaglie rivelavano la loro miseria oltre l’apparenza. Solo i giornalisti venivano curati dall’organizzazione perché pur nel diluvio il positivo della serata doveva emergere.
Se c’era un luogo sostitutivo, doveva essere vicino e allora alle prime gocce c’era l’indecisione: sarebbe piovuto e si andava verso il riparo oppure sarebbe passato subito? Dopo 5 minuti non c’erano dubbi e un flusso tumultuoso si riversava verso sedie e tavoli al coperto. Si mescolava tutto e le gerarchie sociali ne erano sconvolte, qualcuno cercava di preservare i vicini, ma quella difficile, alchemica funzione che doveva lenire le antipatie, sopire contrasti atavici e odi recenti veniva annullata. Ci si accostava dove c’era posto e a volte funzionava, c’erano rappacificazioni momentanee, ma altre volte la vicinanza acuiva il disagio e non si arrivava al dolce.
Tutto era connesso con il mio vestito azzurro polvere, tessuto d’uragani e filato d’acqua e venti. Ha sempre funzionato, per questo l’ho usato con parsimonia, per misericordia nei confronti di chi m’invitava e mia, visto che tornavo zuppo.

Adesso che non m’invitano più, dagli inviti ricevuti si sa quanto si conta nella fiera delle vanità, lo uso in favore del cambiamento climatico, quindi se vedete un signore discretamente alto, camminare in una giornata di sole, lungo un viottolo di campagna, non fidatevi del tempo, questo è mutevole come la vanità e il potere.

l’umanità che c’è

Via di Torpignattara è perennemente intasata. Nessun orario è attendibile per un appuntamento. Si perdono treni e persone. Dipende da lavori stradali che se fatti di notte durerebbero metà del tempo di esecuzione e toglierebbero traffico e gli operai dal caldo e dall’inquinamento asfissiante. Perché non si fa? Non ho risposte se non il comodo di qualche persona che occupa posti inamovibili e ha la capacità di decidere secondo la propria convenienza. Nessun vigile attorno e lo sporco lungo i marciapiedi si regola da solo, più di tanto non ce ne sta. Netturbini e disinfezione, non pervenuti.

I marciapiedi sono affollati di varia umanità, aspettano di entrare nei negozietti bangla di verdure o nei supermercati. Anche gli spazi all’aperto dei bar sono pieni di persone, Vengo da anni qui e mi sembrano i soliti che vedo sempre, anche prima della pandemia. Attorno a loro girano clientes in attesa gli venga offerta una birra o una sigaretta. Anche questa è varia umanità, poco considerata dalle statistiche. Nessuno porta la mascherina, non hanno paura di perdere il niente che hanno. Sono l’altra faccia dei negazionisti, sanno poco e si curano di nulla. Molto meglio di quelli che sanno, vivono protetti e negano. Ne abbiamo anche da noi, edizione moderna del dire del privilegio: il popolo ha fame ma perché non mangiano brioches? I bangla, i cinesi, gli indiani portano tutti la mascherina, non è strano e hanno più cautele anche nelle file che attendono restando alla giusta distanza. Per loro la pandemia si paga doppia, anche quando sono sani ed è la stragrande maggioranza dei casi. Molti negozietti sono chiusi, di questi non si accorgerà nessuno, ma era quella variegata multietnicità che rendeva più prossima al futuro questa parte di Roma. Riapriranno forse, ma intanto si difendono e vivono con poco.
La coda di auto, bus e camion è sempre ferma, clacson, persone che imprecano, scendono guardano, si disperano. Rassegnati gli altri. Le ambulanze a sierene spiegate risalgono contromano e poi tornano, anch’esse tormentate dai lavori che forse lasceranno defluire il traffico in pausa pranzo. Cronache da un girone di umanità che vive tra strade intasate oppure è asseragliato nelle case. Sono gli intimoriti e gli spavaldi. Nessuno li considera davvero eppure sono persone importanti, ciò che si deve capire del presente e del futuro comincia con loro, perché lì si annida il cambiamento, le paure e la cittadinanza che significa appartenere a una comunità. Non essere lo scarto di essa ma la sua evoluzione che cambia cose e città, benessere e convivenza. Difficile capirlo?