scandalosa proposta

In questi anni di globalizzazione, le aziende hanno inseguito il costo del lavoro, anziché l’innovazione e gli investimenti, per aumentare tecnologia e produttività. Anche dove si sono riviste le modalità e il cosa, produrre, questo non ha avuto nessun fine sociale, ma solo produttivo. Insomma di Adriano Olivetti (salvo casi esemplari) non se ne vedono nell’imprenditoria che ha grandi ambizioni, ma prevale la concezione liberista spinta del mercato, che taglia i costi nelle parti più fragili. Da tempo ci stiamo cinesizzando, o indianizzando anche in Italia, le leggi statuiscono la precarietà, e ne mutano l’accezione in positivo chiamandola mobilità o lavoro autonomo e l’hanno inserita stabilmente come componente importante nel mercato del lavoro. Questa mancanza di parità tra chi offre e chi accetta un lavoro, crea una subordinazione dei più deboli al mercato, molto più forte di un tempo. Dobbiamo anche considerare che la globalizzazione ha generato protezionismi e dazi che hanno più funzione politica che redistributiva e che vengono pagati sempre dalla parte priva di alternative. C’è non solo l’ineguaglianza tra persone che cresce ma anche chi lavora, nelle fasce più basse della produzione, spesso con orari impossibili, si impoverisce perché non riesce a guadagnare abbastanza per sopravvivere e mantenere una famiglia. Il calo demografico e il welfare familiare a supporto dei figli e nipoti poveri, sono prodotti di questa stagione liberista che anche nella pandemia ha trovato modo di arricchire ulteriormente una parte mentre chi aveva un lavoro, ha rischiato la salute ed ora o è a rischio licenziamento oppure si è ulteriormente impoverito. Se siamo a 10 milioni di poveri e a 7 milioni (1/9 della popolazione in indigenza assoluta) non è frutto del caso, né di una politica che abbia avuto attenzione al Paese nel suo complesso, si sono piuttosto mantenute, finché possibile le piccole aree di privilegio, incuranti di come traboccava il denaro prodotto nel Paese.

Se la pressione su chi lavora cresce in ragione della nuova divisione mondiale del lavoro basata sul consumo e la crescita illimitata, ciò che serve davvero per vivere, ovvero l’agricoltura e le merci di prima necessità sviluppano mercati paralleli e questo comporta che quello che paghiamo meno al consumo, compreso il surplus infinito di merci di bassa qualità, qualcun altro l’ha pagato altrove, senza giusta retribuzione e dignità del lavoro.

Questo mondo del benessere per alcuni e la miseria crescente per altri, non può reggere. Quando un improvviso cambiamento delle abitudini colpisce tutti, si disvela l’assurdo di tanta, troppa, ingiustizia che circola nel mondo e nasce l’idea che il dopo non sarà come prima, ma poi quando la pressione si allenta la tendenza è a riprodurre le stesse condizioni di piccolo privilegio, anche se qualcuno dovrà pagarle al posto nostro. Non può essere così e se purtroppo gli indicatori sono gli stessi non si può misurare né la felicità e neppure il benessere di un Paese sulla base di quanta ricchezza produce ma piuttosto sulla quantità di persone che stanno male, che non hanno il necessario. 

La stessa emigrazione non solo è necessaria per una parte non piccola di impresa ma sta ulteriormente depauperando di forza lavoro proprio in paesi, come l’Africa che più di altri stanno fornendo le materie prime al mondo. Oltre alle vaccinazioni e la sanità è necessario portare il lavoro in questi Paesi. Un lavoro che non è la traduzione delle nostre condizioni lavorative ma quello che è compatibile con il clima e con la necessità di beni primari che attanaglia una parte enorme del miliardo e 200 milioni di persone che abitano in Africa. Se un imprenditore paga 500 euro in Marocco, o in Algeria, o in Senegal, si arricchisce e crea ricchezza in quel paese e comincia ad affrontare il problema dell’immigrazione. Cioè partiamo dai problemi e risolviamoli dove ci sono, vale per il nostro Paese, ma anche altrove, dove le spinte a cercare una soluzione di sopravvivenza non sono coercibili. Queste persone che arrivano e che sono destinate ad ingrossare l’esercito del lavoro illegale, a fornire cibo alle nostre tavole, a fare da manovali nei cantieri, nel mondo della logistica, a essere depredati di una vita degna, non hanno altre possibilità di vivere se il lavoro non viene creato, dove sono e se dal loro lavoro non viene anche una parte della risposta alla crisi ambientale globale. Questa è la condizione perché questo esodo non accada. Derubricare dall’attenzione i conflitti, le stragi e la fame, la stessa desertificazione di territori prima fertili, nel mondo globalizzato non ci salva dai loro effetti. Questo influenzerà le nostre leggi, il nostro lavoro, le regole di convivenza. Partiamo dal lavoro, dal suo significato nella vita delle persone e ci accorgeremo che questo ha in sé le contraddizioni e le risposte alla nostra epoca che partono dalle nostre ineguaglianze e povertà. Non è questione di buona volontà ma di egoistica programmazione di futuro: il nostro, dell’intera specie.

la nostra distopia quotidiana

Oggi è il primo maggio. Il pensiero va al lavoro, a quello che ci accade attorno, a quello che è accaduto in questi anni. A come le parole prendono un senso diverso, a come la funzione del lavoro sia mutata nella nostra società e con essa quella del lavoratore. Se parliamo del lavoro c’è un qui e ora da sostenere che si traduce nel mantenere gran parte dei lavori tradizionali, nell’assicurare una transizione rallentata che porti senza violenza verso un nuovo che la tecnologia e il profitto hanno fretta di imporre a qualunque costo. Se parliamo di lavoratori e di persone c’è la necessità di un mutamento sociale che renda il welfare strutturale e compreso nei diritti della persona umana in quanto tale, almeno per la parte della dignità personale e sociale, del sostegno vitale, della salute.

Questo è il presente prima, durante e dopo la pandemia, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la vulnerabilità dei lavoratori, la precarietà dei lavori, l’impoverimento lavorando, la diseguaglianza crescente, il blocco della mobilità sociale, il calo del reddito e dei diritti dura ormai da decenni. A questo si aggiunge un futuro, molto prossimo che è fatto di due parole che ne producono una terza: robotica, big data e degrado ambientale e climatico. Il primo termine descrive attraverso l’applicazione dell’algoritmo attraverso macchine, ovvero la soluzione normalizzata del come e cosa produrre senza l’uomo, l’automazione estesa su scala globale che già genera la sua evoluzione nella globotica, ovvero la possibilità di controllare i processi e produrre a distanza ciò che serve ad essi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Così il concorrente per un posto di lavoro potrà trovarsi in qualsiasi posto nel mondo ed essere pagato, fatto lavorare o licenziato secondo le leggi del paese in cui risiede. Il produrre automatizzato elimina dai cicli di produzione milioni di lavori e di lavoratori, introduce una nuova gerarchia e stratificazione delle persone e dei loro diritti e già pensa a come ridurli e pagarli meno. Così si pone il problema della sussistenza, della mobilità sociale su basi nuove e toglie al lavoro quella connessione con la dignità dell’appartenenza sociale che ha avuto sinora. Se oggi si lavora e ci si impoverisce, in futuro accadrà di più, in particolare per la platea sempre più vasta dei lavori che assommano precarietà a basso reddito. La robotica come applicazione di automazione totale, genera la fabbrica senza finestre, perché i robot non hanno bisogno di luce e la priva di lavoratori umani se non per i tecnici altamente qualificati, gestori/manutentori del sistema/algoritmo e limita l’apporto dell’uomo a mansioni accessorie per le quali non conviene acquistare una macchina, ma assoggetta l’uomo agli stessi ritmi della macchina.  Questo processo è già qui, vicino a noi, nei magazzini automatizzati privi di personale, nelle linee di montaggio dove l’uomo mette alla fine un’etichetta su qualcosa che non conosce.

Questa evoluzione della manifattura coinvolge il mondo delle cose, investe la produzione ed espelle in continuazione lavoro e nasce dal produrre per produrre. Da un dissipare risorse che non aiutano e rendono migliore la vita delle persone, che non alimentano le risorse comuni mentre producono quantità immani di scarti e tolgono al lavoro la sua centralità, la stessa qualità e gioia del nuovo a favore della produzione senza limiti.

Quindi c’è un qui e ora che è fatto di lavori da conservare e sviluppare, da diritti da consolidare, di produzione di beni e di lavori utili che riducano lo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse e un presente distopico in cui l’uomo si consegna alla automazione sfrenata e permette che la sua vita sia regolata da ciò che il capitale vorrà produrre. Questo qui e ora se vorrà essere al servizio dell’uomo, della sua dignità e libertà, non sarà regalato ed è il nuovo compito della sinistra e di chi tiene all’umanità realizzare un cambiamento di rotta. Questa visione implica che lavoro non sia più una parola che dovrebbe contenere un diritto, ma ben di più, deve diventare il modo in cui gli uomini costruiscono, e sono parte, di una società equa e solidale, dove il centro è l’uomo non la produzione e il profitto illimitato.

La robotica comunque si estende, depreda di materie prime i popoli più deboli che abitano territori ricchi, incentiva il degrado del clima e del pianeta, provoca immani crisi di sopravvivenza e fatalmente genererà crisi e proteste. Qui subentra il big data, il controllo invasivo, capillare, pervasivo sino a sostituire la democrazia con un nuovo potere che controlla, precede i desideri, li orienta come orienta il consumo, sino alle opinioni sulla libertà e il potere. È già tra noi questo immane deposito di dati a cui nessuno sfugge e che viene alimentato da ogni smartphone, da ogni operazione d’acquisto, da ogni preferenza espressa, sino all’analisi semantica di quanto viene scritto come parere in un social. Dovremmo ricordarci che nulla è gratis e che questo controllo che ci sorprende offrendoci ciò che ci pare di desiderare, verrà usato contro di noi, sorveglierà e colpirà ogni comportamento che qualcuno considera non compatibile con l’asservimento, eliminerà ogni legittima protesta, non amplierà la critica o la conoscenza, ma legherà indissolubilmente le persone alla possibilità di consumare, farà considerare come nemico il bisogno altrui, e renderà la libertà come accessoria alle cose che si possono avere, rendendoci isolati in una folla che ha gli stessi bisogni e non comunica, .

Queste frontiere di un’umanità che anziché essere più libera dal bisogno ne diviene schiava, riproducono condizioni del passato che si pensava di avere definitivamente superato. Dieci persone posseggono tanta ricchezza quanto metà della popolazione mondiale, quattro miliardi di persone. Questo non solo fa riflettere ma indica una strada che non è quella di distruggere la tecnologia ma di metterla al servizio di una libertà dal bisogno, di introdurre l’equità e la diseguaglianza come criteri della gestione della società e del potere, di assicurare nuovi diritti stabili e un lavoro che sia per tutti: equo, solidale e che renda possibile a tutti percorrere l’intera scala sociale. Con un pianeta e i suoi beni comuni, tutelati come inalienabili e a disposizione non del produrre per produrre ma del vivere quotidiano.

Oggi, primo maggio è un inizio e una festa per un futuro diverso, per un pianeta vivibile per tutti, per una libertà che non appartenga a una banca dati, per una umanità che si riconosca come tale e così cresca. Se uno spettro si deve aggirare per il mondo, dev’essere quello di un nuovo umanesimo e di un rispetto del lavoro e della libertà mai conosciuto prima.

espungere

Di alcune persone non resta neppure il bene del telefono e si sa perché. Si è formata l’idea che nel flusso in cui scorrono le vite, l’allontanarsi fosse una cosa naturale. Accade, ma poi anche il filo esile dopo troppe ( quante tre, dieci?) telefonate, messaggi, a vuoto, si sia spezzato. E non giova tener conto delle responsabilità di ciascuno: le persone si perdono come accade a ciò che diminuisce d’ importanza. Se accade anche a luoghi e abitudini dove si andava spesso, perché era un posto di luce, per chi stava attorno, per le parole scambiate e per la voglia di fumare un sigaro senza essere rimproverato e poi anche questo s’allontana perché qualcuno manca, altri prendono altre strade e abitudini, perché non dovrebbe accadere anche alle persone? Flusso. Così il ciangottare ripetuto e profondo diventa trama lisa, poi anche quella si strapperà senza il bene di una telefonata che concluda. Resta aperta una porta . Uno spiraglio ma è un ricordo, non una realtà. Il crivello dei rapporti funziona così, resta l’importante, presente o meno ma questa è la legge meccanica che consente di guardare innanzi. Un tempo si usavano agendine di carta, erano fitte di numeri e preziose. Il mondo e ciò che si era si trovava in quelle pagine, poi altri numeri erano nella mente, persino nei sogni si cercava di formarli.

Perché si perdono le persone? E perché si perdono le cose? Forse una ragione precisa, un flow chart del perdere non esiste e questo consola perché non c’è meccanicità, ma c’è l’abitudine, il non detto, l’interesse che scema oppure che si rinnova altrove. Sono segni che già fanno un fatto. Non danno ragioni ma tracce di un percorso che improvvisamente s’interrompe e passa in archivio. A questo serviamo? Siamo bibliotecari distratti di sentimenti da maneggiare con cautela e nella goffaggine perdiamo il senso e la preziosità di ciò che sfugge? Oppure c’è altro e tutto è così labile attorno ad un nucleo di poche luci che tutto il resto offusca.

riflessi e abbagli

All’imbrunire il sole gioca con i vetri e secondo le regole esatte della rifrazione, spedisce i raggi a illuminare l’ombra.

E combina guai, perché la piccola merla ha inseguito il raggio tra i fiori che volano nel vento, fino a sbattere contro la vetrata del giardino. Un suono sordo, neppure un grido ed è a terra. Ogni anno milioni di uccelli si rompono l’osso del collo contro le vetrate dei grattacieli in ogni città del mondo, ma qui siamo al piano terra e la minaccia maggiore è l’interesse immediato di un gatto certosino che pregusta una caccia senza fatica. Gatti da casa, da crocchette, che scappano facilmente ad un batter di mani.

Intanto la merla agita piano le zampe, l’occhio aperto mi guarda. Forse si chiede cos’è accaduto e se quell’intontimento è la fine oppure un momento che passa.

Qual è il tempo degli uccelli, come scorre e come si misura se non attraverso le necessità vitali: mangiare, cantare allegri o tristi, riprodursi con piacere, cercare di costruire qualcosa che duri il necessario. Un vivere senza regole che non siano legate all’istinto e al conoscere. Non credo che la merla pensi a tutto questo mentre ancora sta rovesciata sulle ali e mi guarda senza timore.

Chissà cosa vede di noi, un uccello. Una testa e un corpo giganteschi, animale strano, poco offensivo nel mio caso, accudente di briciole mattutine, ma non credo che ci sia altro interesse oltre la stranezza e la possibile offesa.

Il gatto gira al largo e attende che mi tolga di torno, la merla tenta di capire come sta e con discreta fatica si gira per portare le zampette al suolo. Ma ancora non si muove, resta ferma, a lungo. Un tempo che per lei dev’essere il necessario, poi quando ho avvicino la mano per prenderla e portarla sull’albero, mi guarda e con un frullo d’ali vola oltre la siepe. Là dove ci sono nidi d’uccelli ed è difficile per i gatti penetrare l’intrico dei rami. Ha fatto un paio di versi con il becco aperto, forse a schiarirsi la voce e a ringraziare la vita che continua nella sera. Tra l’erba, margherite e fiori di pero, un punteggiare di primavera che l’aria diffonde.

CANTO DEI FIORI DI SALICE

Lievi volano

  non portati dal vento.

Lievi cadono

  non sfiorando la terra.

In ridda confusi, danzano

  nel limpido spazio:

sì che libero vaga

  il mio pensiero.

Liu Yu-hsi

da venti “quartine brevi” cinesi del periodo T’ANG

Sansoni Firenze 1954


					

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?

che accade all’amore?

Se ne andava con la pazienza di chi guarda, tra strade improvvisamente meno frequentate e indifferenti. C’era tutto quello che serviva, palazzi, portici, pietre improvvisamente bianche  per carenza di smog e radi passanti. Per lo più studenti che non avevano voluto tornare a casa. Pensò, al perché si va via e poi si torna. Alle vite che hanno stagioni diverse e non più confrontabili. Alle età che si stratificano e trascinano in confusioni che assomigliano ad edifici in cui l’opera si aggiunge e sembra una comodità, una bellezza aggiunta ma in realtà rende meno intelleggibile il confine e le età della vita come gli stili diventano indefinite. Non c’è più un’età dell’andare e del tornare con esperienze nuove che facciano crescere chi è rimasto, ma piuttosto un’inquietudine da cercare che sposta in avanti il mometo in cui fermarsi. Così, con facilità, ora l’umanità occidentale, e non solo, s’era messa in movimento ed era diventata nomade rifiutando le stanzialità, ma portando con sé le caratteristiche che poi le lingue non mimetizzavano, le città non annullavano, neppure la difficoltà che accompagnava ogni nuovo stare, nascondeva nella speranza di un meglio che si contrapponeva al luogo da cui si era partiti, perché tutti abbiamo un luogo, una savana o una foresta vicino al cuore. E quel sentire, che in fondo caratterizza la specie, che si traduce in binomi difficili come amore, abbandono, appartenenza e libertà erano una serie di verbi da coniugare in nuovi e antichi modi. Come a dire che l’essenza delle cose resta tale e in fondo ciò che conta è come si ama e come si è amati. Così gli venne in mente un passo di Americanah:

Come hai potuto farmi questo? Sono stato così buono con te!

Già guardava alla loro relazione con la lente del passato. La sconcertò come l’amore romantico fosse capace di trasformarsi, con che rapidità la persona amata potesse diventare un estraneo. Dove andava a finire l’amore? Forse l’amore vero era quello familiare, in qualche modo collegato al sangue, dato che l’amore per i figli non moriva come l’amore romantico.

E questo delimitare l’amore in quello romantico non era forse l’incapacità di una evoluzione che non c’era statat e che ora, nella pandemia diventava un serrare le fila, un fidarsi di pochi, com’era accaduto  ai tempi dell’aids e ancor prima in ogni momento in cui fidarsi era il portare fuori l’amore che c’era dentro.

Cosa stava accadendo per davvero? Ce lo stavamo chiedendo oppure ci rifugiavamo in territori dove la sicurezza viene assicurata da altri. Il vaccino oppure il suo rifiuto, la banalizzazione o il terrore della malattia. E i bollettini giornalieri che effetto avevavno nei confronti di chi era attento oppure di chi voleva ignorare. Come tornare nel buio dell’umanità sapendo che ovunque si era c’er auna possibilità e un pericolo e che la scienza poteva salvare chi credeva in essa ma anche chi non la stimava. Tutto questo per avere una possibilità di una normalità nuova dove gli aspetti fondamentali del vivere avessero un senso, anche una prospettiva. E con chi ci si schierava, con chi voleva arginare o con chi spingeva verso un nuovo distopico e senza alcuna garanzia?

Camminare nella vecchia città dava una dimensione alle cose, non alle persone. Le persone al tempo della pandemia avevano scelte binarie, passioni improvvise e necessità di capire di chi fidarsi. Non bastava la mascherina perché il distanziamento, sepur selezionando doveva cadere per alcuni o alcune. Ci doveva essere un ritorno alle funzioni, ai desideri, alla spinta delle pulsioni che si combinasse con il pericolo per un po’, ma anche evolvesse verso qualcosa di più solido dell’amore romantico. E rivolgersi alla specie non era sbagliato, come non era sbagliato andare e parlare lingue nuove. C’era un sottointeso mutare che prendeva consistenza e diventava società. Era stato così più volte nella storia dell’umanità ma mai con così tanti mezzi in campo e tanta indeterminatezza del futuro. La domanda da porre e porsi era: come poteva essere nuovo il mondo senza un nuovo uomo e senza un amore dato e ricevuto che aggregasse, rendesse più vivibile la vita. In fondo tutto questo era accaduto per ignavia, per non aversi saputo opporre a un mondo divorato dagli interessi di pochi e se questi fossero continuati avrebbero divorato gli uomini e l’amore. Così capiva che il tradimento banale che aveva originato quel dialogo in Americanah, era stato un incespicare nella difficoltà di avere idee chiare su di sé. E le idee chiare nascevano dal coraggio di scavare dentro ovunque si fosse, non solo dall’andare. Che la morale stessa, le forme dell’amore potevano nascere solo dalla ricerca che avveniva in ciascuno che cercava un altro che avesse lo stesso sentire e lo stesso afflato verso il mondo. Insomma l’amore al tempo della pandemia evolveva con questa e aveva il pregio di essere una cosa che dipendeva da ciascuno, non solo un insieme di norme e comportamenti. Che accadeva all’amore quando si sarebbe cambiato il permanere in un essere cambiati e nomadi. Questo dava una prospettiva a un nuovo genere umano che si spargeva ovunque e trovava risposte nette per sé. E tutto questo gli pareva si fosse messo in moto e mutasse il mondo. 

la vetrina

Era una vetrina, fatta con vetri riquadrati di legno, non un’unica lastra. Trasparenze poco pulite e velate di polvere. Veniva voglia di passare la punta d’un dito, di disegnare una porcheria che rendesse conto dell’incuria. Dentro s’intravvedevano mobili, oggetti, strumenti musicali, ammassati e senza nessuna pretesa di essere mostrati all’esterno. La vetrina era rimasta, come traccia d’un tempo in cui quel negozio era altro. Forse una pasticceria o un fornaio. Sopra la porta verde, di ferro e vetro, lo stucco crepato dagli anni delle molte stagioni passate, era ancora efficiente per frenare il freddo e gli spifferi, ma l’idea era di qualcosa che togliesse calore, vita, alle cose e anche a chi vi entrava. Sopra la porta c’era l’insegna con le due palle dipinte che attestavano la natura di quel luogo del pegno. E i pegni non venivano riscattati, in una risacca di miseria che trasportava oggetti dalle case al banco. Le cose venivano mostrate dopo un faticoso percorso interiore di chi se ne distaccava. Si immaginava la scelta, il bisogno che la spingeva, l’avvolgere in carta di giornale e poi la strada con un passo ora veloce ora lento per ritardare o affrettare il distacco. Poi l’ultima indecisione prima di spingere quel battente verde ed entrare tra oggetti e polvere. Quell’ammasso di cose confondeva e rincuorava perché faceva sentire che molti destini per motivi diversi, s’assomigliavano e tutti avevano tenuto una dignità nel privarsi, nel tenere il bisogno fuori dell’umiliazione del chiedere. Per questo c’era poi una discussione, un’ultima difesa prima di capitolare e brontolando accettare le banconote. Non restava che uscire per togliersi di dosso l’impressione di una miseria incipiente e comune, una speranza che scivolava via dal negozio ma già circolava per le strade, si ammucchiava sui rotoli di corda del porto, sulle reti stese e sulle barche in secca. Rovesciate. Come la fortuna, come la bonaccia e il vento forte di libeccio che spingeva dentro terra. Ma nel negozio dei pegni, nulla mutava, un nuovo pezzo s’aggiungeva all’attesa di riscatto. Era la fine del tempo e della città, ormai tutto il superfluo era stato portato a pegno, le persone tenevano care solo le storie, qualche libro, il racconto di com’era un tempo. Non prima, un tempo, perché il prima si perdeva nell’indeterminato di una sofferenza seguita alla speranza, di un lento dissolversi dell’attesa di un mutare che non prendeva la strada del meglio ma restava in quella spirale che s’abbruniva, perdeva luce e così a fronte delle difficoltà, le case e i cuori si svuotavano. Un tempo, era diverso, c’erano cicli e stagioni che portavano penuria e abbondanza, ora mutavano le cose, i modi del sussistere. Altrove si creava la ricchezza e questa prosciugava il necessario dove un tempo c’era prosperità. Nessuno degli spiriti animali dell’intrapresa aveva messo casa da quelle parti, anzi quelli che avevano età e voglia immemore se n’erano andati altrove, in cerca di altre occasioni. Lo ripetevano la sera tra loro, quelli che sembravano ormai vecchi, che era un ciclo, se n’erano viste altre, si erano susseguiti regimi e difficoltà ma sempre tra le case c’era stato poi un risorgere. Era il pianto di un bimbo, un ridere improvviso, che riaccendeva la voglia e la determinazione del fare. La speranza che non sa nulla di sé ma spinge verso qualcosa che s’aggiunge, e pian piano diventa chiaro fono a essere stabile benessere. E allora è possibile, fermarsi, guardare avanti e pensare che le cose durino. Guardarsi attorno e vedere ciò che si è accumulato nella casa perché al bello non si rinuncia e c’è soddisfazione nel guardarlo come opera propria, come una estensione del proprio star bene. Così si possono aiutare i vicini, fare progetti insieme, dare una mano nel costruire. Una comunità serve a questo, no? È come una lingua, serve a capirsi, a tenere assieme i significati e le cose, a mettere intorno a noi i baluardi di quel sentirsi insieme che non ha un prezzo e dà forza. E speranza. Appunto. Ma qualcosa era accaduto e non era una guerra o un rovescio di fortuna, no, era mutato il mondo fuori, distante e insieme vicino, così il lavoro aveva perso valore, le cose fatte con cura, il pesce pescato e messo sotto sale era rimasto invenduto. Persino l’olio era stato portato via di malagrazia, senza cura per la fatica e onore per la qualità. Il lavoro non pagava la vita, non si poteva piegare a queste nuove abitudini che mutavano non le tradizioni ma l’essenza stessa del fare. E nel fare c’era dignità, la parte che era costata fatica nell’apprendere ora non valeva nulla. Per questo i giovani andavano via e i pescatori mangiavano il pescato e regalavano il resto. Così le case, nelle settimane di vento continuo e avverso, si vuotavano pian piano di cose per avere del pane o poco d’altro. Ci si contentava sperando passasse, ma era la storia che si era conclusa e questo non permetteva di rovesciare le sfortune, come venivano chiamate, era una consapevolezza di tutti. Chi più chi meno, e già nelle case abbandonate da più tempo si sfondava un tetto, cresceva un albero tra le mura e nessuno voleva vederlo, nessuno piegava il destino verso qualcosa d’altro che non fosse l’accadere. Un giorno, da quella bottega dove ormai tutto il paese aveva portato gran parte dei suoi beni, uscì il proprietario. Chiamò un ragazzino, uno dei pochi che ancora giocavano in piazza e gli disse qualcosa all’orecchio. Gli mise in mano delle monete e un biglietto e subito quelle gambe corte e magre si misero in moto e s’inerpicarono per una strada. Una di quelle che portavano verso la collina. Gli occhi di chi era in piazza si alzarono appena, ma senza darlo da vedere, tutti seguivano quelle gambe veloci che s’inerpicavano e di sicuro ogni testa si faceva la stessa domanda.

memoria insufficiente

Troppi files aperti, memoria insufficiente. La tecnologia separa con efficienza ciò che si può fare da ciò che è desiderio. Nel primo pomeriggio il giornale allinea parole che esprimono pareri pronti a scadere, presunzioni impunite, prese di posizione che fanno da controcanto alla fauna verbale della politica. I gradassi, i resistenti, i tronfi, i delusi, le smargiassate accanto alle umiltà silenti. Oggi, nel silenzio dei futuri possibili, la questione è sul numero di ministre, sugli equilibri di genere. Tutto importante, ma in fondo le libertà eguali si vivono ogni giorno, sul lavoro, per strada, in famiglia, nella possibilità di avere davvero un curriculum che assomigli.
Non sminuire mai, anche se non è così che si vincono le battaglie. Il computer è riottoso, vuole semplicità che costringono a cancellare, così ci si stanca dello scegliere e semplicemente chiudo questo confronto di memorie. È così che si scivola nel sonno e i sogni del pomeriggio di domenica sono belli e insieme carichi di passato. Anche quello di oggi lo era, complice un distanziarsi da ciò che avviene appena oltre casa e forse un san Valentino che è da riscoprire. Il sogno è tornato in un periodo magico, quello del primo anno di università, le speranze, le infinite proposte della vita, i tempi che non distinguevano più tra giorno e notte, i desideri, le chiacchierate infinite.
Ognuno ha un suo ’68, le assemblee, il tutto possibile portato in un ambito domestico che spalancava finestre e caricava di energia nuova. I miei genitori, mia Nonna guardavano stupiti e preoccupati questo andare e venire, questo vivere così emotivo, carico di attese e quando presentai loro la ragazza che poi divenne mia moglie, credo si siano un po’ tranquillizzati.
Il sogno metteva assieme pezzi esatti di memoria, lavorava come fossi sveglio e aggiungeva sensazioni che non ricordavo più: inondava la memoria di emozioni, di parole scordate, di sole pomeridiano, di fatti piccoli che attendevano da tempo di uscire. E riportava i toni dei discorsi, la voce, in casa e fuori. Una memoria totale che si spiegava come una carta geografica del tempo ma limitata auna piccola sequenza di settimane. Mi svegliavo e ritornavo dentro alla memoria, una cosa bellissima e commovente perché era colma di persone e di affetti, di amore nascente e di amori consolidati, di attese e di voglia di fare, essere, divenire.
Nulla mi ha detto memoria insufficiente, cancellare i file superflui, perché nulla era superfluo e ho pensato alla superiorità dell’uomo che tiene in se una storia per ogni vita, che forma una immensa biblioteca che si rinnova, che lascia minuscole tracce di sé in mezzo a un infinito mormorare di altre trace e storia. E la sensazione che ci assicura il dna di essere unici si riflette in questo esserlo per davvero attraverso la vita. Così come è venuta e verrà, così come vorremmo fosse e come comunque la realizzeremo. Nostra e infinitamente ricca di futuro e di essere stati noi senza confronti, perché non esistono confronti nell’essere noi stessi.

l’ora della scimmia

Quando la luce abbandona le cose, qualche vaso interiore improvvisamente si vuota. Allora particolari che la luce occultava per poco risplendono, poi si ritireranno sdegnosi, ma intanto lasciano un senso del loro passaggio. Ci sono e scompaiono solo alla vista. Come fluisse il sangue fuori di noi, o i pensieri cuciti assieme dal filo dell’abbandono ora fossero non più racchiusi in scatole di legno di rosa, ma liberi di volare e non tornare. Lasciarsi andare e lasciare che il corpo e il cervello si vuotino in un abbandono che è resa al tempo, a ciò che non torna del giorno, a quello che si è omesso. È l’ora della scimmia, quella che ti salta addosso e ti fa sentire le unghie del trascorso: ciò che si è abbarbicato e che non ha avuto soddisfazione. Dicono ridendo, sia animista perché sento lo spirito che vaga, che esce in quell’ora e si posa altrove. Capisco che entra negli alberi, soffia sull’erba, s’appoggia al calore di un muro, guarda, fissa, interroga. E allora mi prende una malinconia che pesa esattamente come la scimmia che si è posata sulle spalle e attende che qualcosa le dica di scendere, ma non ho voglia, non è tempo. Se fosse uno zaino, sarebbe a terra che attende in una stanza che ancora non conosco appieno, oppure sul letto in attesa d’essere vuotato. Ma non lo è ed è rimasta la voglia di viaggiare a piedi. Cosa oggi difficile che rimando ad altri momenti, ma che resta perché essa stessa è scimmia. Così immagino e sento lo spirito del giungere che mai si soddisfa se non in compagnia. Sento che nello stare gli spiriti si addensano allegri nei ricordi e che spingono ad andare in cerca di meraviglie che attendono altrove. Porteranno pazienza, intanto mi accontento di particolari e penso che se fosse estate, aprirei la finestra alla notte, mi stenderei ad ascoltare i richiami che cambiano tono alla voce e il profumo di fresco che è già freddo e stanchezza del giorno.

Ma non sarà mai più come prima, ciò che poteva essere si dissolve ed è questo lo spirito della scimmia che spinge oltre e non ricorda.

dare un nome alle cose che si vedono

 

Scrivono e dimenticano, così riscrivono con le stesse parole altri fatti e situazioni. Giornalisti di una realtà virtuale, compilano dizionari propri, mettono parole che sfuggono appena si sono lette, Più di rado le permutazioni di significato aprono una finestra e fanno entrare una luce che resta e diventa cosa, non parvenza, ma sostanza.

Sarebbe bello andare così, allegramente al cuore delle cose ed esserne amati, pensando che questo sia capacità di tutti, ossia questione di esercizio, di pazienza verso lo sguardo, di soste in panchine scomode o in piazzole di sosta dove la luce della freccia destra aiuta ad annotare frasi su improbabili quadernini. Appunti per un poi che rimetta assieme per magia le sensazioni e i nomi e che lì ritrovino il giusto ordine e siano pensieri.

Per digerire le cose e dare loro il nome del cuore bisogna lasciarle frollare, lasciare che la lingua percoli nel profondo.

L’incanto degli immaginifici si dissolve a fine discorso. Resta un calore, un entusiasmo, ma è impossibile fare un riassunto e le parole giacciono ammucchiate ai nostri piedi. Chi è particolarmente entusiasta direbbe che si sono conficcate nei cuori, ma questo vale per poche idee, in realtà ciò che resta sono le parole che muovono, che aprono, che dividono le acque come fossero il mar Rosso. È ciò che alza lo sguardo e al tempo stesso lo porta all’interno, nel cuore profondo della specie, dove abita la meraviglia e il sauro, e confronta il risultato di ciò che vede e sente, facendo percepire la grandezza e la povertà. Riflettiamo perché sono entrambe spinte importanti per trovare una ragione al fare, sono una sezione all’infinito che ci riguarda e che a volte, unico antidoto alla vanagloria, ci lasciano essere moderatamente soddisfatti di noi.

Dare un nome profondo alle cose è fidarsi che qualcuno sentirà come noi, che ci sarà un momento in cui parlando, la stessa realtà coinciderà. Non basta un discreto corredo di lemmi che la memoria trattiene o altri di cui tiene traccia: guardare attorno non significa sempre saperlo descrivere. Qui nascono le perifrasi, si tingono d’oscuro le parole e ciò che sembrerebbe lampante non ha una comprensione che rassicura, insomma ciò che ha un nome protesta se non viene riconosciuto e allora diviene instabile e non dipinge a sufficienza l’evolvere di ciò che accade. Si usano aggettivi che si spengono nel loro meravigliarsi di esistere, come usa la fiamma di un cerino che si esaurisce nel suo essere per poco e definitivamente. Insomma si gira attorno perché non si sa che dire davvero e servirebbe tempo. C’è una spinta che ancora non ha nome e si ha timore del silenzio. Così l’aria si riempie di parole che non saranno mai vicinanza e forza comune, non si riconosceranno. Resteranno in superficie come fanno le recensioni dei libri che descrivono una trama e tralasciano quella frase potente che illumina un destino. Sembra sia importante dire come inizia e come finisce ma quello che si sente davvero, ed è illuminazione, resta sepolto nella comunicazione. E così ci si sente soli, prigionieri di una meraviglia che spiegherebbe molto di noi ma non ha udito che l’ascolti.