buon compleanno Papà

Sono 105 gli anni e ci sei. Non cambierei una parola a quanto scrissi, ne aggiungerei per raccontarti cose belle e vita, difficoltà e tempi difficili per questa Italia. Ma ti parlerei di noi principalmente, e lo faro. Continuerò a farlo come sempre.

Willyco

Oggi compiresti cent’uno anni, ne hai potuti compiere poco più di metà. E’ stato un peccato per tutti. Ho pensato spesso a tuo padre in questi mesi, al Nonno. Alla tua nascita in Germania, al rientro concitato di tutti voi, al fatto che poi Lui sia morto troppo presto per Te. Anche per noi è morto troppo presto. Bisognerebbe che ci venisse lasciata la possibilità di decidere quando è ora di andarcene e invece questo non ci è concesso. E’ una banalità ripetercelo, e comporta una serie di conseguenze sul vivere il presente, ma non impariamo mai. Neppure Tu hai imparato. Ho pensato a quanto ti sia mancato tuo Padre, al ricordo che ne potevi avere, Tu così piccolo quando morì, ai bisogni che sono rimasti senza risposta. I tuoi occhi azzurri avevano dentro sia la malinconia che il sorriso. Non parlavi molto, però le tue parole erano ricche di…

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Il limite

Conosco il limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
incerta per conoscere il bruno della terra che ricopre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure su come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore, potrei dire.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità,
ma parlo a me che traccio mentre cammino
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.

auguri

Abbiamo bisogno di un termine per iniziare il nuovo. Che magari nuovo non è ma è un modo diverso di vedere e vederci. Lo chiamo cominciamento perché è un atto di volontà, un voler vedere, mutare ciò che ci rende meno noi stessi. Non è facile. Implica svelamento, ossia vederci come siamo davvero e non sotto innumerevoli croste di abitudini. Neppure le idee che diamo per scontate sono davvero così solide se le esaminiamo, spesso sono convenienze, modi per vivere senza problemi. Se ci basta, va bene così e si può continuare indefinitamente. Qualcosa ci stupirà, molto meno di quanto vediamo. Qualcosa ci emozionerà, ma molto meno di quello che c’è oltre le barriere che abbiamo messo. Basta accontentarsi, ovvero farsene una ragione, come se le ragioni potessero emergere come elemento che continua nel tempo. Le ragioni sono le firme ai nostri armistizi, necessari per non essere travolti da una disfatta, utili a riprendere fiato, ma inefficaci per mutare un desiderio, una passione in vittoria. Nelle vite mettiamo limiti diversi, alcuni, importanti, sono necessari per non offendere gli altri, per conformare le nostre azioni a regole che abbiano un futuro. Altri paletti sono convinzioni religiose, paure e fedeltà che cercano di evitare guai. Ci sono poi convenzioni, comodità, finti principi, convenienze, non poche meschinità che se lette correttamente darebbero il valore reale del nostro io e delle nostre vite. Tutto importante e legittimo, noi siamo quello che scegliamo di essere, ma non raccontiamoci che questo vivere non fa macerie e danni. Non abbiamo forse inventato il male minore e l’accontentarsi per far diventare una scelta un po’ infingardi, una necessità buona e fertile di futuro? Il fatto negativo è che sappiamo che non è vero, che nulla di ciò che facciamo è perfetto e che quel restare sulla strada vecchia non è avere un passato, una raccolta di successi e fallimenti ma la paura boja di andare in territori sconosciuti dove ci sono altre regole e tutto viene azzerato. C’è chi riesce davvero a cambiare vita e chi lo sogna. Entrambi sono migliori di chi non sogna più. Dovrei trarre delle conclusioni, propormi qualcosa, faccio entrambe le cose ma riguardano me, le mie paure e il mio coraggio, la capacità di cambiare e l’insofferenza del lasciare che le cose generino una costante malinconia e insoddisfazione. Noi non siamo stati fatti per questo, l’insoddisfazione l’abbiamo creata giorno dopo giorno allontanando la curva che ci rappresentava da quella che vivevamo. Non siamo stati fatti per essere infelici, nessuna educazione può affermarlo, ma per essere a volte felici, qualche volta soddisfatti, sempre alla ricerca di ciò che corrisponde a noi e ai desideri che ci contengano. Ciò che auguro a me e che riguarda anche voi, è di vedermi come sono e come potrei essere, di avere la forza per colmare un divario di fatica perché nulla sarà regalato, di avere il coraggio di lasciare ciò che non fa bene, che tiene legati ed essere felice o infelice ma per mia scelta.
Che il tempo sia buono e il cuore grande. Buon futuro a tutti voi e a me.

segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

caro Raffaele

codicesociale su post lamentoso, visionario e politico

Leggo sempre con molto interesse i Suoi post, a dire il vero li trovo estremamente godibili quando parlano della vita, dei sentimenti in genere, piuttosto che quelli relativi a questioni di tipo politico-sociale.
In realtà noto il disperato tentativo, da parte di un Signore di sinistra di recuperare un’identità di un partito che ormai non ha assolutamente più nulla di sinistra, soltanto, come diceva qualcuno solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo…
Quindi lasciamoli morire in pace, occupano uno spazio vuoto, come gli scanni che hanno in parlamento; quello che hanno potuto dire e fare, l’hanno già dimostrato, incapaci, volgari, egoisti e presuntuosi; autoreferenziali come il Narciso che si specchia nel fiume, mediocri interpreti di una rappresentazione pirandelliana, servili rispetto al dio danaro.
Mi consenta un consiglio, in tutta umiltà: faccia come me, si metta dalla parte del torto, in attesa di un altro posto in cui mettersi, è molto più dignitoso!!!

Cordiali saluti
Raffaele

Caro Raffaele, anzitutto mi scuso a nome di WordPress che aveva messo il suo commento negli spam, invero in una compagnia allegra ma troppo faticosa per le performance sessuali richieste in più lingue, almeno per me che su questi temi preferisco la discrezione e la realtà. Ma veniamo alle sue parole che mi hanno colpito positivamente e fatto pensare. Mi sono chiesto da che parte sono e in cosa spero, che senso attribuisco ai miei gesti, ormai limitati, che direzione assuma il mio impegno.

Non nego la confusione, la speranza che si mescola con il vissuto, entrambe condizioni pericolose per l’analisi della realtà. In verità sono da molto tempo dalla parte del torto, se questa possa essere individuata nel restare pervicacemente in minoranza e nel non rinunciare a discutere, proporre, partecipare. Da quando me ne sono andato dal pd, partito che non avevo contribuito a fondare perché anche allora ero dalla parte di chi era contrario alla sua nascita, ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, mi ha fatto riflettere assai sulla sinistra e sulle sue possibilità di futuro. Mi sono anche convinto che quanto accade in paesi in cui la sinistra ha ancora qualche presa, questo accada più per ragioni locali che per costanti universali. Quindi essere dalla parte che la realtà riserva non a chi la nega ma a chi si oppone ad essa, ovvero il torto, diventa una condizione naturale. Non spero nel pd, partito mai nato per davvero e luogo di legittime ambizioni politiche che però ben poco hanno a che fare con la parte che dovrebbe essere rappresentata da quel partito. Non mi ritrovo nella piccola sinistra che ha tentato di ritrovare gli smarriti nel bosco, senza capire che queste persone non avevano sospeso la fiducia ma l’avevano proprio tolta. Non mi riconosco nella mera testimonianza, negli atti dogmatici di fede che rimandano ad analisi molto condivisibili ma astratte da una realtà che potrebbe essere modificata solo con una rottura traumatica, ovvero una rivoluzione. E non vedo proprio chi abbia tempo e voglia di fare una rivoluzione egualitaria, solidale e portatrice di libertà in questo paese e in questa Europa. Potrei dire che chi ha ricordi è meglio stia a casa, frequenti il piacere delle sue passioni quiete e lasci che il mondo vada come meglio crede perché ogni impegno in fondo, è un atto di superbia e onnipotenza e mentre non muta nulla attorno lascia sempre meno energie. Ma senza l’impegno non esisterei, di questo me ne sono reso conto e come da tempo non penso di avere più una ragione universale, mi aggrappo a quelle piccole pratiche che attengono al noi, che vogliono più legalità, maggiore solidarietà, una libertà che non abbia altro limite che la legge e l’offesa dell’altro. Utopie, che mi riportano all’io. Strano vero che chi parla di noi, lo faccia in prima persona come se questo fosse un bisogno individuale e non una analisi applicabile alla collettività. 

Caro Raffaele, non ho verità, qualche principio a cui non rinuncio e alcuni ideali che non sono mai stati un peso. Non posso difendere un partito in cui non ci sono e nella mia condizione di “cane sciolto” non ho nulla di dogmatico a cui attaccarmi, capisco però che il mondo sta mutando. Rapidamente e in direzione imprevedibile. Servirà una bussola, una direzione nella quale muoversi proprio per essere, come lei diceva, dalla parte del torto. Ecco questa bussola la costruisco guardando e cercando il buono che emerge, le contraddizioni, in una parola, mi fido ancora dell’uomo come genere collettivo e penso che alcune condizioni siano ancora possibili perché esso si salvi da se stesso. Capisco che è poco, che il ragionamento è arruffato, ma avevo premessa la mia confusione e il non avere verità da spendere. Un tempo l’analisi della modernità era una buona prassi per interpretarla e cercare di guidarla, ora c’è un sentimento ambivalente che oscilla tra il luddismo e la fede illimitata nella tecnologia come risolutrice di ogni problema. Naturalmente tutto questo testimonia la grande confusione collettiva, la mancanza di guide che si preoccupino di un bene comune, ma se non ci fossero moltissime persone che ora sono insoddisfatte, che ritengono che capire venga prima del fare, che si cimentano con nuovi paradigmi, tutto sarebbe perduto. Ma io credo ci siano Raffaele, credo che siano contro e a favore di qualcos’altro e che non abbiano torto. Cerco di capire da loro, per l’egoismo di avere un senso in questa società.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non saprei fare altrimenti. 

La ringrazio di cuore, la riflessione continuerà e avere qualcuno con cui parlare è davvero un regalo.

Roberto

fidare

C’è stato un tempo in cui si incontravano le parole, erano esatti pezzi d’incanto fatto di confidenza, intimità, fiducia, desiderio. Tutto poteva essere detto perché si annodava in un procedere assieme. No, non poteva esserci alcun male e quindi timore. Parole dette in attesa dell’amore o stesi dopo averlo fatto, guardando il soffitto per ascoltarne meglio il suono, erano parole sussurrate, criptate per orecchi estranei, inzuppate del senso infinito che solo un rapporto profondo può avere. Non di rado erano parole titubanti per la grandezza che contenevano, eppure coraggiose per il presente che scrivevano. Parole senza paura che aprivano porte, che innocenti affrontavano la verità senza timore. Parole dolci e appaganti che riempivano e stremavano di dolcezza. Parole trattenute, oppure sciolte in un silenzio sorridente, lasciando al corpo il compito di dire. Parole svergognate, felici di mostrarsi a quegli occhi che soli potevano vederle. Parole così intime che non si sarebbero dette a sé.

È un tempo che volendo si rinnova e di cui la parola è segnale del fidare e fidarsi.

Fidare ha un senso arduo quando, attorno, il potere cospira per esaltare la minaccia. Nessuno ne resta immune anche dentro le mura, perché sibila tra noi, mette inquietudine e fa tacere, mentre fidare è una riflessione che si abbandona, che mentre coglie il buono ha l’urgenza del raccontare. E in molti modi lo dice, con i linguaggi di tutti i sensi; così fidare è controcorrente, e fa bene anche su chi ci è vicino, rassicura e tiene assieme. Più stretti, con parole che raccontano ancora di noi e non solo dei suoni che stridono oltre le finestre. Certo è difficile cogliere la sfumatura che apre un uscio e non temere la luce, ma che saremmo noi senza le nostre verità sussurrate che diventano fare, azione, vita? 

consigli di vita comune

Non dire che scrivi poesie, non dirlo da nessuna parte, è un demerito, una cosa tua, un vizio. Non dire che ti piacciono le parole, siamo nell’età dei fatti, le parole sono vuoti involucri di senso, bolle che scompaiono dopo un breve volo senza lasciar traccia. Alludi, lascia spazi perché chiunque pensi di aver capito, il segreto è essere banali, citare altri con frasette prive di contesto. Sorprendili appena, poi taci come dovessero riempire la frase, ma fallo con parsimonia, sennò ricorri ai luoghi comuni, ai pensieri stantii, hanno sempre un sacco di estimatori. Piuttosto dì che hai fatto questo, quest’altro, quell’altro ancora, fa capire non che hai vissuto per qualcosa di differente che non fosse il lavoro, però senza elargire tutto quello che ancora potrai dare.

Celebra l’utile. Cos’è l’utile? Ciò che produce denaro per altri e per te, ciò che non è utile deve preparare all’utile. Se vai in vacanza ti riposi per lavorare meglio e di più, se hai una situazione sentimentale tranquilla meglio perché non sarai distratto nel produrre utile. Non avere passioni, va in palestra piuttosto, sfogati lì. Tra i cibi e il bere preferisci il secondo, parla di vini, impara a far girare il vino nel bicchiere, annusa e se non senti nulla o quasi, inventa, basta che tu resti serio con quel viso che ha un sorrisetto di conoscenza esclusiva. Non parlare delle tue debolezze, mai, ti uccideranno attraverso di esse, se devi piangere fallo come per le poesie, in segreto. Non devi avere emozioni per cose che non emozionano gli altri, la lacrima dev’essere rapida e sparire altrettanto in fretta. Delle immagini forti, dì pure che sono un pugno allo stomaco, entusiasmati, ma per poco, alla causa di chi è sconfitto poi torna normale alle tue cose, non permettere che nulla ti cambi davvero. Scrivi poco che possano leggere tutti, manda molte immagini da condividere. Mostra la gioia tua e di altri, non avere pudore di mostrare chi ti è vicino, punta sugli animali di casa e se non ne hai vanno bene i tramonti. L’immagine dura finché non arriva l’immagine successiva. Devi produrre molte immagini, avere molti followers sui social, anche nell’ambiente di lavoro e di vita devi curare il piacere di conoscerti. Ricordati che non sono amici ma stabiliscono il grado di approvazione, di conformismo che possiedi. Nessuno di questi si chinerà per toglierti dal fango, anzi diranno tutti che lo sporco l’avevi anche dentro, per questo non devi cadere e devi fare attenzione alle pozzanghere, in particolare a quelle del pensiero di chi è più forte di te, di chi è più avanti nella scala dell’utile e può farti le scarpe quando vuole.

Non giustificarti mai: non ti ascoltano e sei più debole ai loro occhi, casomai costringi gli altri a giustificarti nei tuoi vizi e quando vai fuori della norma, per farlo devi avere qualità che lo permettano, cioè qualcuno che pensa di trarre vantaggio nel farlo. Non badare alla tua ignoranza, alla miseria dei tuoi principi, chi ti sta sopra è più ignorante e più furbo e di sicuro ha meno principi di te. Se qualche volta ti accade di guardarti allo specchio, guarda le rughe, non sentirti l’alito, non guardare dentro, troveresti un deserto puzzolente: sei tu, come ti sei fatto perché non hai voluto andare fuori dalle righe. Ti hanno pagato per questo, di cosa ti lamenti? E mi raccomando, considera che per costruire questa miseria hai ucciso tutto quello che ti rendeva diverso, è stata una fatica, non dolertene e passa a benzodiazepine più forti.