l’imperfezione

A volte nemmeno la commozione,
che racconta quanto siamo ricchi di errori,
basta a lenire.
E neppure le lacrime di conseguenza, sono sufficienti.
Avevamo un’opinione consolidata dall’abitudine,
ci pensa la realtà a mettere a posto le cose.
Piccole cose che attendono amori adeguati
e li trovano e li perdono
In giornate di vento,
come fosse d’aria il cuore,
carta quel sentire grande che sconquassa l’anima,
e ora vola lontano, oltre i nostri occhi imperfetti.
E allora la vita
assume la sua veste di specchio,
mostra le insicurezze celate di certezze,
e misura le nostre braccia.
Non bastano mai per trattenere,
l’amato cuore del nostro piccolo universo.

mia Cara

Questa è la prima di alcune lettere che potevano essere scritte in famiglia. Gli scritti rimasti sono pochi, dispersi in innumerevoli traslochi e in bombardamenti, ma anche in tempo di pace lo scrivere era frequente e limitato all’oggetto, cioè bastava sapere come si stava, scambiarsi notizie e questo conoscere era sufficiente. La prima lettera la scrive mio nonno alla nonba. Non avrebbe superato la censura ma sono abbastanza certo che la pensasse così 

Mia cara,

i giorni sono molto eguali e per sfortuna, a volte, diseguali. I gesti e le cose si ripetono:le corvee, le guardie, il rancio, le guardie, la posta, l’attesa. La paura. Quella aleggia sempre e cresce col cognac, perché porta l’attacco. Spesso, l’attacco, non serve a nulla. I metri guadagnati si riempiono di morti, di nuove buche, di feriti e fango. I reticolati hanno qualche varco. Molti brandelli. Di cose, di stoffa, di carne. È un correre, sparare, urlare, gettarsi a terra e poi, dopo un tempo infinito c’è un ordine e si ritorna. Chi è vivo e può camminare, ritorna. I feriti vengono raccolti quando e come si può. I morti aspettano. Dentro la trincea la vita riprende con la felicità di essere vivi e lo sporco che nessuno riesce a togliere. È un odore che abbiamo tutti. Puzziamo di vita e di morte.
C’è un momento che dura a lungo. È dopo la battaglia. Ci sono ancora i lamenti, la nebbiolina dell’esplosivo, le ultime pallottole che volano. Quelle della sfortuna e degli stupidi. Perché sparare ancora, è finito, ma lo fanno. Poi sembra subentri una tregua per raccogliere i feriti, ma non è vero. Molti barellieri sono feriti e sembra che non finisca mai. Invece finisce e a poco a poco tutto si calma, le cose riacquistano la loro forma. Ci sono i gridi che sembrano scavare nel sangue di chi è vivo e sa che è solo fortuna. Si va verso la notte e il silenzio aumenta per le voci chesi spengono. Quelli raccolti e quelli che è inutile raccogliere. Resterà un rotolino di carta tolto dal cilindretto che portiamo al collo. Serve per il ruolino di reparto e poi per la famiglia. Ne mancano sempre molti, troppi fi cui si sa tutto ma non possono dire con certezza. I dispersi. Qui ci sono più dispersi che morti, ma sono tutti morti e verranno messi da qualche parte. Quando si potrà.
Ti dicevo di quel momento che dura a lungo, in cui le voci si affievoliscono e sembra ci sia il silenzio. Non è il silenzio perché i pochi alberi rimasti si muovono al vento. Vedere il vento che muove le foglie, sentire l’aria, è una sensazione fortissima di vita. Che continua. Continuerà. Oltre la follia che uccide senza motivo, per un ordine. Cos’è un ordine, è una volontà dpesso senza ragione che decide se la vita continuerà oppure no. Una cosa così insensata che la nstura non l’ascolta. Il vento continua e nessun ordine lo può fermare. Fa quello che vuole, quello che ritiene giusto. Quando cala il vento, si sente che la terra è calda, ribolle di presenze e di sangue, ma neppure ad essa può essere ordinato di restare asciutta. Il vento, la terra, la pioggia non obbediscono agli ordini, deve dispiacere molto a chi comanda e noi ne ricaviamo una consolazione. Le cose semplici che conosciamo non obbediscono e allora penso che anche l’amore non obbedisce e nessuno può impedirmi di amare, di pensare, di cercare di essere vivo. Tra pochi giorni avremo il cambio, questa, mi dicono, sia l’undicesims battaglia dell’Isonzo. È cominciata a giugno e siamo ad agosto. Praticamente non ci siamo mossi, ci siamo solo ammazzati per restare nello stesso posto.
Avremo il cambio e questo lo pensiamo ogni sera. Lo aspettiamo ogni mattina. Più del caffè, più del rancio, più della posta, anche se tutti questi momenti aiutano a confinare la psura di non arrivarci.
Bacia i bambini. Ti abbraccio. Mi manca la nostra vita, la casa, voi mi mancate. Infinitamente mi mancate. Penso alla Germania, a quando siamo stati mandati via. Ci sarà modo di tornare? Se non ci vorranno resteremo tra i monti da cui siamo partiti. Ricominceremo. Come allora. Era bello lavorare e avere tempi per noi. Qui il tempo va per suo conto. Dipende dagli ordini. Ma finirà e tutto ritornerà normale. Anche il tempo e basta ordini! Mai più ordini.
Ti abbraccio ancora. Sempre. Sto bene, stai bene, state bene.

Il 22 agosto 1917, 3 giorni dopo aver compiuto 34 anni e due giorni prima dell’avvicendamento, mio Nonno Antonio moriva nel Carso, località Dolina delle bottiglie. Un luogo che neppure esiste nella carta geografica. È sepolto a Redipuglia, ma non voleva morire lì. 

il vestito da pioggia

Il cielo è diventato d’un azzurro polveroso e l’aria si è riempita di pagliuzze sollevate dalle macchine che fanno balle di fieno. Avevo un vestito di questo colore, lo abbinavo con camicie candide o con righe sottili e una cravatta di quel colore indefinibile che solo i francesi sanno costruire. Era il mio vestito da pioggia, per qualche misterioso motivo sin dalla prima volta, se lo mettevo asi sarebbe bagnato.

Da giugno fino alle vacanze, m’invitavano a manifestazioni all’aperto. Se la manifestazione o gli organizzatori non mi piacevano, mettevo il mio vestito da pioggia. Mi sedevo nel posto riservato dopo il breve aperitivo e attendevo conversando coi vicini. Spesso queste manifestazioni non avevano luoghi alternativi ed erano quelle che mi piacevano di più perché ne conoscevo la dinamica dopo le prime gocce. Anche le altre manifestazioni, quelle che pomposamente si fregiavano della nota che in caso di pioggia la serata si sarebbe tenuta con identico programma nel vicino… erano socialmente interessanti ma avevano una diversa meccanica e confusione, ed erano meno godibili. Poi spiegherò il perché.

Il vestito da pioggia funzionava infallibile quando la manifestazione era al clou. Vedevo la prima goccia che si stampava sui calzoni e trasformava l’azzurro in blu scuro, poi la seconda, e via in un crescendo che poteva comprendere anche la grandine. Per prime fuggivano le signore, con i loro tulle e i tubini colorati, cercando riparo. I compagni, mariti, fidanzati tentavano di impossessarsi dei pochi ombrelli messi a disposizione dall’organizzazione, ma ormai la ressa rendeva salvabile solo il prefetto e il sindaco, per gli altri c’era il prendi arraffa.

Restavo seduto ancora un poco a guardare il trambusto, finché sentivo l’acqua che ruscellava giù per la schiena, poi lentamente mi avviavo verso l’auto. Attorno al palco i musicisti cercavano di salvare gli altoparlanti immensi, gli amplificatori, gli strumenti. Della cantante nessuno si curava e neppure delle indossatrici, se era prevista una sfilata, qualcuno si occupava. Il buffet veniva ricaricato sul camion, tavoli e tovaglie rivelavano la loro miseria oltre l’apparenza. Solo i giornalisti venivano curati dall’organizzazione perché pur nel diluvio il positivo della serata doveva emergere.
Se c’era un luogo sostitutivo, doveva essere vicino e allora alle prime gocce c’era l’indecisione: sarebbe piovuto e si andava verso il riparo oppure sarebbe passato subito? Dopo 5 minuti non c’erano dubbi e un flusso tumultuoso si riversava verso sedie e tavoli al coperto. Si mescolava tutto e le gerarchie sociali ne erano sconvolte, qualcuno cercava di preservare i vicini, ma quella difficile, alchemica funzione che doveva lenire le antipatie, sopire contrasti atavici e odi recenti veniva annullata. Ci si accostava dove c’era posto e a volte funzionava, c’erano rappacificazioni momentanee, ma altre volte la vicinanza acuiva il disagio e non si arrivava al dolce.
Tutto era connesso con il mio vestito azzurro polvere, tessuto d’uragani e filato d’acqua e venti. Ha sempre funzionato, per questo l’ho usato con parsimonia, per misericordia nei confronti di chi m’invitava e mia, visto che tornavo zuppo.

Adesso che non m’invitano più, dagli inviti ricevuti si sa quanto si conta nella fiera delle vanità, lo uso in favore del cambiamento climatico, quindi se vedete un signore discretamente alto, camminare in una giornata di sole, lungo un viottolo di campagna, non fidatevi del tempo, questo è mutevole come la vanità e il potere.

l’umanità che c’è

Via di Torpignattara è perennemente intasata. Nessun orario è attendibile per un appuntamento. Si perdono treni e persone. Dipende da lavori stradali che se fatti di notte durerebbero metà del tempo di esecuzione e toglierebbero traffico e gli operai dal caldo e dall’inquinamento asfissiante. Perché non si fa? Non ho risposte se non il comodo di qualche persona che occupa posti inamovibili e ha la capacità di decidere secondo la propria convenienza. Nessun vigile attorno e lo sporco lungo i marciapiedi si regola da solo, più di tanto non ce ne sta. Netturbini e disinfezione, non pervenuti.

I marciapiedi sono affollati di varia umanità, aspettano di entrare nei negozietti bangla di verdure o nei supermercati. Anche gli spazi all’aperto dei bar sono pieni di persone, Vengo da anni qui e mi sembrano i soliti che vedo sempre, anche prima della pandemia. Attorno a loro girano clientes in attesa gli venga offerta una birra o una sigaretta. Anche questa è varia umanità, poco considerata dalle statistiche. Nessuno porta la mascherina, non hanno paura di perdere il niente che hanno. Sono l’altra faccia dei negazionisti, sanno poco e si curano di nulla. Molto meglio di quelli che sanno, vivono protetti e negano. Ne abbiamo anche da noi, edizione moderna del dire del privilegio: il popolo ha fame ma perché non mangiano brioches? I bangla, i cinesi, gli indiani portano tutti la mascherina, non è strano e hanno più cautele anche nelle file che attendono restando alla giusta distanza. Per loro la pandemia si paga doppia, anche quando sono sani ed è la stragrande maggioranza dei casi. Molti negozietti sono chiusi, di questi non si accorgerà nessuno, ma era quella variegata multietnicità che rendeva più prossima al futuro questa parte di Roma. Riapriranno forse, ma intanto si difendono e vivono con poco.
La coda di auto, bus e camion è sempre ferma, clacson, persone che imprecano, scendono guardano, si disperano. Rassegnati gli altri. Le ambulanze a sierene spiegate risalgono contromano e poi tornano, anch’esse tormentate dai lavori che forse lasceranno defluire il traffico in pausa pranzo. Cronache da un girone di umanità che vive tra strade intasate oppure è asseragliato nelle case. Sono gli intimoriti e gli spavaldi. Nessuno li considera davvero eppure sono persone importanti, ciò che si deve capire del presente e del futuro comincia con loro, perché lì si annida il cambiamento, le paure e la cittadinanza che significa appartenere a una comunità. Non essere lo scarto di essa ma la sua evoluzione che cambia cose e città, benessere e convivenza. Difficile capirlo?

delusioni

S’è rinchiusa la conchiglia,

lo schiudersi era divenuta fatica:

così fragile è l’equilibrio

che traccia la soglia d’essere amati.

Il disdegno non abbisogna d’alte voci,

di rifiuti conclamati, porte sbattute,

s’infrange prima il cuore, poi talvolta i vetri,

basta la disattenzione.

Quando la richiesta, lasciata in inutile attesa,

nell’ amoroso dire, muore,

già chiusa è la conchiglia.

E’ mancata una risposta

ed ora muri d’osso

e intrico di vene e nervi

racchiudono il cuore pensoso.

la stessa musica

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Penso che dovrei cambiare musica. È sempre la stessa ma mai eguale e non mi stanco. O forse sono più pigro della stanchezza. Immagino gli amici di Cioran che salivano la sua scala e già erano felici di quello che stava per accadere. Del cibo e del buon bere, del parlare quieto, profondo e largo. Dell’uscire a tarda notte e ancora aver voglia di udire parole su cui mettere le proprie. Sento che ci stiamo stringendo in discorsi che hanno pudore della propria voce: l’intelligenza è una cosa allegra. Mette assieme le menti, fa compiere al tempo una capriola che neppure conosceva perché lo manda avanti e indietro e lo mescola, lo contorce e poi lo ripresenta unitario e fluido come quei dolciumi colorati che un tempo si trovavano nelle fiere e lasciavano la bocca buona. La grande dissipazione di intelligenza di questi anni ha fatto alzare la voce, ma non ha portato nessuna ragione. Si sono strangolate tra le dita le idee che infastidivano il potere e i gruppetti si sono sciolti. Era bello il contrasto su qualcosa che a priori non si conosceva e così i fili venivano annodati, i versi estratti dalla memoria, le citazioni, contrastate. Ieri ho letto una frase che mi sembrava bella, ma era priva di contesto. Non sapevo cosa c’era dopo e sembrava finire, mentre il pensiero non finisce. Così era un precetto, un comandamento. Ecco a che si riducono le aporie, non strade da percorrere gioiosamente in cerca d’una uscita ma norme di vita espunte da qualche citazione di vite antiche. Vite non banali scritture, magari contabili. Sono banali le scritture contabili? No, anzi rappresentano presente e passato ma hanno in sé il fallimento perché misurano l’uomo. Le dinastie degli affari sussistono, per un poco o un molto resistono, poi falliscono. Il pensiero e chi lo genera non fallisce mai, neppure quando viene superato, contraddetto, maledetto perché sempre qualcosa si occuperà di lui e quando scompare, riemerge altrove. Ma il miracolo si compie solo quando ci sono scale da salire, una cena da dividere, osservazioni nuove che spalancano la realtà, le danno ampiezza e infinito orizzonte. da questo nasce l’impressione duratura d’essere stati bene in qualcosa che si ripeterà. Diversamente, ma si ripeterà. Ecco ciò che manca. Il che vorrebbe anche dire che manca un significato alle parole e quindi alle loro conseguenze, cosicché tutto si sbriciola in notizie. Continue. E l’una elide l’altra, sempre, di seguito, ogni giorno e ogni notte. Non resta nulla. Di tutto questo dire, delle parole scolpite nella rete, non resta che un indistinto rumore di fondo che mischia foto di gatti e disastri, dolori e foto di persone che nessuno conoscerà mai. Non resta nulla, meno di un simbolo, meno di un graffito, solo la pena e la solitudine che tutto questo esprime: Una voce che non vorrebbe essere flebile e comunque ascoltata. Mentre le scale che salivo per altre sere piene di attesa e di luce, non mi lasciavano mai solo quando tornavo, non avevo macerie dietro di me, ma parole e passioni su cui riflettere, conclusioni parziali da trarre, provare e poi ricominciare. E questa che ascolto non è la stessa musica perché apre a tutta la musica che ancora non ho sentito, le parole che hanno cambiato significato in un contesto che lo ha illuminato. Non è mai lo stesso, ma mi manca la scala o la saletta di un bar o la voglia di essere nello spirito dei tempi. Quelli larghi che accolgono lo sguardo di chi li vede e si offrono senza addurre complessità fittizie, amori impossibili, macerie spacciate per relazioni. Il nodo della musica ora diventa pensiero, desiderio, ricordo, voglia incontenibile di andare.

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

innamoramenti

Il cielo non è per tutti, neppure il trasalir d’amore lo è, ma accade, spesso quanto serve. Gli anni fanno cadere i sogni a chi vuol essere vecchio, ma per chi non smette di vivere, l’emozione del sentire diviene diversa da quella del provare. E sogna. A questo serve una mano nella mano, la dolcezza dello star svegli guardando un buio che s’illumina di pensieri che hanno un volto e un nome. È bello che l’amore sia così.

La primavera, è quasi estate nel giugno, 
è il rosso dei papaveri che confonde il grano e alimenta il cuore?
Oppure è il cucchiaino che s’avvolge pensoso nella tazzina:
è pensiero che indugia,
abbraccio che non si stacca,
dolcezza che segue nella sera
e risveglia la mattina.
Non finisce e penetra nei sogni
con foglie che suonano i venti, 
cieli che attirano lo sguardo,
lì avvolge tenero,
e indugia in silenzi infiniti di dolcezza.

Se in quella notte, in cui c’erano tutte le prime mie donne attorno, e gli uomini che come sempre assistevano, si fosse pensato che la vita che mi regalavano era un infinito generare, ne sarebbero stati ulteriormente felici. A loro, inconsapevoli, bastava quella felicità del nascere, quella speranza che la vita sarebbe stata comunque bella, diversa e migliore. E tutto si condensava in sorrisi con la fatica già alle spalle. E speranza, molta speranza allietata da una grande luna di giugno che di certo portava buono. Fu un innamoramento a prima vista e della loro felicità non mi hanno mai fatto mancare il sentire. Così non finirò mai di restituirla quella felicità con l’amore che tutti li comprende e distingue. Grazie.

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

sabato di vigilia

Nel sabato pomeriggio è già accaduto tutto, una parabola conosciuta è stata consumata e conclusa. Questo riguarda la vita. Ovvero riguarda la parte biologica di ciò che è senziente, che interpreta e interagisce per volontà. Che sceglie e in questo caso ha ripetutamente scelto e non si è sottratto. Altra cosa riguarda ciò che è presente in chi lo ha conosciuto, sentito, amato, condiviso, rifiutato. Chi ha un ricordo. Questo accadere che sembra ineluttabile è davvero così? È naturale sia così? Sembra non ci siano alternative se non quell’elaborazione personale che rifiuta il perdersi e che usa quello strumento potente che riallinea, elabora, rimette in ordine il non compreso. Che elimina ciò che non torna nel conto, compreso il rapporto con le sue infingardaggini, le paure, i nascosti atti di coraggio, i sacrifici silenti a deità distratte. Tutto questo e molto altro è il ricordo e il suo farsi motore accanto alla realtà di un presente che è sempre slancio verso qualcosa. Un motore appaiato che consiglia, accelera, fornisce ciò che sempre manca a una guida: la direzione. Che il presente sia avanti o indietro dipende da noi, ma i suoi consumatori in realtà trasformano il desiderio in polvere e lo aspirano e se ne inebriano scordando di essere parte di qualcosa che muta e insieme resta. Dimenticano come fossero in una eternità che non chiede il conto.

Allora, il sabato pomeriggio, tutto era accaduto e intorno c’erano parole stentate, silenzi, impressioni di un annuncio disatteso, dolore per alcuni. Neppure tanti, oltre i familiari e i discepoli, e chi aveva avuto vincoli di amicizia e amore. Nessuno dei miracolati si era opposto, aveva mostrato alla folla il dono ricevuto. Per timore di essere essi stessi accusati. Le prove che temevano di essere reità. E così tutto si era compiuto in un succedersi di eventi che era un linciaggio con la connivenza di un giudice e con l’esecuzione della forza pubblica.

Se lo inquadriamo nel tempo e nella vastità di quello che accadeva nel mondo conosciuto, era un fatto locale, una delle tante esecuzioni che si susseguivano ovunque. Non poche anche senza avallo dell’autorità, le lapidazioni ad esempio erano prassi comune, ma accettate in forza di consuetudine. Nel caso in specie c’era stato un di più, il procedere della legge che riguardava un perturbatore delle regole locali. Non della legge romana, ma di quelle norme che venivano guardate con sufficienza e tollerate purché amministrate con il riconoscimento dell’autorità. Fare giustizia sulla perturbazione dell’ordine religioso, della credenza comune non su un reato contro la persona era sufficiente. Oppure la convinzione comune quando si scagliava contro l’evidenza dell’assenza di un male verso l’altro, era un reato collettivo? La domanda del Procuratore di Giudea, se mai fu formulata, aveva una risposta molto attuale: la real politik implicava che venisse accettato anche l’abbaglio collettivo, l’abuso, purché questo non mettesse in discussione l’autorità. Meglio Barabba, l’evidenza della colpa, se questa serviva a tacitare la folla.

Non so se quella frase sia mai stata pronunciata: ricada il suo sangue su noi e sui nostri figli. Non credo si sia arrivati a tanto anche perché quanti lo conoscevano per davvero? Sembra un antisemitismo ante litteram, la scissione di un’identità mai perseguita dal Cristo, che era e rimase ebreo sino alla fine, ma essa divenne giustificazione di infinite malvagità seguenti, di uccisioni senza colpa, di pogrom, di stermini. Un delitto originario che investe un popolo. Inaudito per qualsiasi ragione attuale, consuetudine per secoli indipendentemente da credenza e fede. Quindi nell’uomo questo male c’è ed è con questo che bisogna lottare appena esso s’affaccia.

Torniamo a quei giorni, tutto avviene in un regno dappoco, quello di Giudea, vassallo di Roma e utile solo per le tasse e per tenere a bada i riottosi popoli che si mescolavano in esso. Senza Flavio Giuseppe le cronache dell’Impero avrebbero ignorato ogni traccia dell’accaduto. Un fatto come tanti che accadevano quotidianamente nelle Province e che neppure i fatti naturali descritti dai, molto posteriori, vangeli lasciano traccia nel ricordo comune. Il velo del tempio squarciato, il pomeriggio che diventa notte, il cielo percorso da lampi. Cose che non sono così gravi da diventare racconto scritto successivo, e nel momento, da influenzare il sabato che precede il Pesach. Quindi tutto finisce in burocrazia, in ordinarietà perché viene chiesto un permesso, c’è un sepolcro, mai usato prima. Curiosa ed esplicativa questa nota posta ad evidenziare che la morte nuova non si mescola con una precedente, prassi invece usata per molte altre morti. Quasi una nota stonata perché il mescolarsi con l’umanità era ben presente nell’ordinarietà della vita del Cristo: mangiava, dormiva, era ospite, camminava, con e assieme ad altri uomini. Ottenuto il permesso, lasciato spazio al dolore attonito, immediato, subentra il rito, la preparazione del corpo, la deposizione e la chiusura del sepolcro con una pietra che ne impedisca l’accesso. Quindi la parabola della vita si chiude nel sabato, e ora resta chi l’ha conosciuto e il dolore di chi l’ha amato. È tutto così umano, terribile per ciò che è accaduto e per la morte che ha chiuso quella vita, che senza la resurrezione, l’atto di fede successivo e fondativo per chi crede, quel morire si riassume in un grido troppe volte ripetuto nella storia dell’uomo. La storia del Cristo è la storia dell’ingiustizia subita e dell’incapacità di chi non si oppone, di vedere la sofferenza degli altri.

Mi rendo conto che è davvero poco quello che scrivo e inutile per chi crede: non è questo il messaggio che è stato lasciato all’uomo. Il messaggio del Cristo non ha alternative perché distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ma mi fermo sulla soglia di quello che segue quel sabato. Mi fermo nel silenzio che circonda il dolore dei pochi che l’hanno amato. Mi fermo e penso che se la resurrezione è la speranza donata ad alcuni, la consapevolezza della necessità di giustizia, di eguaglianza, di amore e di pace, è stata donata a tutti, indipendentemente da ciò che si crede o meno. E capire perché è accaduto e accade in continuazione che quest’ordine di pace e giustizia sia così alterato, esige che ci sia il silenzio, la risposta personale, il rispetto di ciò che è giusto e il suo attuarsi.

E mi accorgo che nulla ho da dire se non che il dolore sparso nel mondo non è tutto determinato da ciò che deve accadere, ma che viene fatto accadere e che non posso pensare che questa sia la natura dell’uomo perché allora quel silenzio non si solleverebbe mai e non ci sarebbe riscatto per questa umanità ma solo la disperazione.