si pensa che la pazienza non sia dinamica

Si pensa che la pazienza non sia dinamica

che essa semplicemente attenda,

non è così

quella che non muta è la curiosità,

ma è come un fuoco di cerino, si spegne e al più scotta le dita.

La curiosità si spegne in fretta secondo te?

Sì, con l’oggetto del desiderio

che deve diventare soggetto se vuole permanere.

Sei imprevedibile.

Non è vero qualcosa immagino, qualcosa so, qualcosa prevedo,

vedi, anche se non ho certezze

il dare solidità ai desideri crea certezze,

hai mai pensato come un desiderio liquido

denso

corposo, solido, piantato per terra,

e poi gli hai dato un nome:

quello.

E già era cosa,

ecco che serviva la pazienza per raggiungerlo.

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

oggetti?

Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.

andare o fuggire

Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.

Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.

Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.

Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.

È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.

mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.

a che serve l’astrolabio? un mantra per il mobile procedere

Sostanzialmente abbiamo bisogno di sapere dove siamo e che giorno é. Per questo ci occorre non il nostro orologio interiore ma quello esterno, fatto di stelle fisse e di orizzonte, di latitudine e di altezza del sole.

αστήρ “astèr” (“astro”) e dal verbo greco λαμβάνω “lambàno” (“prendere, afferrare”).

Ma anche se ti pare di sapere dove sei, ti senti nell’ingranaggio, in quel tutto che comprende anche il suo contrario, l’anima, l’assenza, lo spaesamento. Sono quelle bolle del sistema che lo stesso tollera per autogiustificarsi, senza le quali l’illusione di scelta cadrebbe.

E va bene sia così. Carichi sempre di significato tutto, te l’ho detto tante volte.
La tua vita parla per te ed è molto più semplice di quanto pensi: non ti sei arricchito, non sei uno sfruttatore, cerchi, nei limiti del possibile, di non fare del male o danneggiare gli altri.
Certo, avevi altre aspettative, molte sono state deluse ma ancora ti servono per mantenere quella sorta di dolente disillusione che più che lacerare, ti macera l’anima.
Il problema è che le aspettative non sono che immaginazione, proiezioni di menti inquiete, anticipazioni di ciò che non esiste.
Hai una vita che comunque hai scelto, una ricerca del profondo e del vero, di cui ti stai riappropriando, persone che ti vogliono bene, coraggio sufficiente a vivere e cambiare.
Non lasciare che la tua mente crei delle scuse per non vivere bene: ogni volta che lo fa, non respingerle ma cerca di osservarle con distacco. E se te lo ripeto è perchè nella vita ci sono già tanti motivi per soffrire senza cadere nelle trappole delle nostre pulsioni di morte, oltretutto immaginarie.
Vai verso est ed il vento comincia a soffiare da quella direzione?
Volta le spalle e procedi verso ovest.
Credo si chiami tao o qualcosa del genere.
Non caricare di significato tutto e sii contento di avere aiutato una persona che ne aveva bisogno. Le intenzioni, rispetto ai fatti, contano poco, comunque tu lo hai fatto. E una forma sottile di dolore rispetto al non vissuto rimarrà sempre: è una ruga in più sulla pelle dell’anima, solo questo.
Quando ti assalgono questi pensieri non respingerli…presta loro poca attenzione, come si fa con un disturbo. Osservali con sufficienza e con stupore vedine i particolari, ma guarda oltre. E ringrazia, facendo pulizia dei timori, per ciò che senti e sentirai, per l’inesplorato che è in te e attende con pazienza, la tua attenzione e amore.

Chiediti allora, a che serve l’astrolabio, se sei tu che sei tornato a casa.

l’eroticità dell’anima

Non so se l’anima esista oppure sia un gomitolo di mitocondri lampeggianti. Non sapendolo mi acconcio a ciò che sento e credo in una eroticità dell’anima. Ma “senz’obbligo di pedale”, come per Anna Magdalena Bach nell’orgelbuchlain, che non osava la pedaliera pur essendo maestra di tastiere. Così nascono queste note dopo aver preso sonno finché leggevo. Non mi succedeva da tempo, ma il pomeriggio, il fumo breve e la testa folgorata da tre righe su una persona che non conoscevo. Stanchezza accumulata e distensione da meraviglia.

Avevo letto una descrizione di un letterato triestino, scopritore di talenti. Bobi Bazlen. Una persona libera, insofferente ai vincoli. Così veniva descritto: nomade, disinibito, informale, dissipatore, inesperto, maldestro, veggente, ondivago,
Enigmatico, senza alcun punto fermo.

E mi chiedevo quante delle pulsioni che possiedo gli assomigliavano o erano solo desideri. E così pensando mi ero perso nei sogni.

Per le persone intimamente libere non c’è cronaca dei giorni passati, troppo lenta con le sue decisioni annunciate e nulla che accada nei tempi giusti. Pensavo. Tempi sospesi e scacchi virtuali, conversazioni in attesa di qualcosa che non si dice e i silenzi che fanno conversazione.

Quando frequentavo la Sardegna mi stupivo per la maestria dei sardi nei silenzi: un incrociare d’occhi e tanto bastava. Al bar per il terzo caffè, ed erano appena le nove, guardavo con ammirazione questa sapienza antica dell’ammiccare. Non sapevo nulla di questi codici, mi dovevo fidare e camminare sul filo, ma l’azzardo mi attirava: sentivo lealtà nei silenzi e nelle parole necessarie. Se riuscivo a concludere bene un contratto erano cose importanti, serviva fiducia reciproca e competenza: era il primo tentativo di rivitalizzare un’area chimica, un tempo importante, e farlo senza uscire dalla chimica, ma introducendo altro e migliorando l’ambiente e i servizi alle imprese e alla produzione era una sfida all’ingegno.

Arabo e noia immagino a raccontarlo, allora e ora, ma era realtà fatta di posti di lavoro e redditi. Dovevo scendere dai sogni, togliere le convinzioni di ciò che sapevo ed esplorare ciò che non sapevo per scoprire il nuovo. Insomma osare per capire, guardarmi dentro e scoprire il bene che fa fare al meglio le cose.

A guidarmi era la mia traccia di bene pollicino, per trovarmi nel bosco e sentire il mio richiamo. Lo sentivo assieme alla voglia quieta di una strada che portasse da qualche parte.

Questa era l’idea di partenza, ossia che le cose, i luoghi, le persone, i progetti, avessero un’anima. Partire da un disordine che fosse libertà per giungere a un’esistenza che durava.

Poi andò altrimenti, ma non ci furono errori e il nuovo era a disposizione. Da qualche parte mancò il coraggio e il bene, per questo, quelle parole su Bazlen, risuonavano, come una vita esistente, passata e futura, che pur diversa, aspettava di svegliarsi ed essere in grado di cogliere la realtà che serviva: l’amore che necessita, il comunicare che usa assieme la parola, gli occhi, il gesto, il sonno e il silenzio.
Eccola l’eroticità dell’anima.

scandalosa proposta

In questi anni di globalizzazione, le aziende hanno inseguito il costo del lavoro, anziché l’innovazione e gli investimenti, per aumentare tecnologia e produttività. Anche dove si sono riviste le modalità e il cosa, produrre, questo non ha avuto nessun fine sociale, ma solo produttivo. Insomma di Adriano Olivetti (salvo casi esemplari) non se ne vedono nell’imprenditoria che ha grandi ambizioni, ma prevale la concezione liberista spinta del mercato, che taglia i costi nelle parti più fragili. Da tempo ci stiamo cinesizzando, o indianizzando anche in Italia, le leggi statuiscono la precarietà, e ne mutano l’accezione in positivo chiamandola mobilità o lavoro autonomo e l’hanno inserita stabilmente come componente importante nel mercato del lavoro. Questa mancanza di parità tra chi offre e chi accetta un lavoro, crea una subordinazione dei più deboli al mercato, molto più forte di un tempo. Dobbiamo anche considerare che la globalizzazione ha generato protezionismi e dazi che hanno più funzione politica che redistributiva e che vengono pagati sempre dalla parte priva di alternative. C’è non solo l’ineguaglianza tra persone che cresce ma anche chi lavora, nelle fasce più basse della produzione, spesso con orari impossibili, si impoverisce perché non riesce a guadagnare abbastanza per sopravvivere e mantenere una famiglia. Il calo demografico e il welfare familiare a supporto dei figli e nipoti poveri, sono prodotti di questa stagione liberista che anche nella pandemia ha trovato modo di arricchire ulteriormente una parte mentre chi aveva un lavoro, ha rischiato la salute ed ora o è a rischio licenziamento oppure si è ulteriormente impoverito. Se siamo a 10 milioni di poveri e a 7 milioni (1/9 della popolazione in indigenza assoluta) non è frutto del caso, né di una politica che abbia avuto attenzione al Paese nel suo complesso, si sono piuttosto mantenute, finché possibile le piccole aree di privilegio, incuranti di come traboccava il denaro prodotto nel Paese.

Se la pressione su chi lavora cresce in ragione della nuova divisione mondiale del lavoro basata sul consumo e la crescita illimitata, ciò che serve davvero per vivere, ovvero l’agricoltura e le merci di prima necessità sviluppano mercati paralleli e questo comporta che quello che paghiamo meno al consumo, compreso il surplus infinito di merci di bassa qualità, qualcun altro l’ha pagato altrove, senza giusta retribuzione e dignità del lavoro.

Questo mondo del benessere per alcuni e la miseria crescente per altri, non può reggere. Quando un improvviso cambiamento delle abitudini colpisce tutti, si disvela l’assurdo di tanta, troppa, ingiustizia che circola nel mondo e nasce l’idea che il dopo non sarà come prima, ma poi quando la pressione si allenta la tendenza è a riprodurre le stesse condizioni di piccolo privilegio, anche se qualcuno dovrà pagarle al posto nostro. Non può essere così e se purtroppo gli indicatori sono gli stessi non si può misurare né la felicità e neppure il benessere di un Paese sulla base di quanta ricchezza produce ma piuttosto sulla quantità di persone che stanno male, che non hanno il necessario. 

La stessa emigrazione non solo è necessaria per una parte non piccola di impresa ma sta ulteriormente depauperando di forza lavoro proprio in paesi, come l’Africa che più di altri stanno fornendo le materie prime al mondo. Oltre alle vaccinazioni e la sanità è necessario portare il lavoro in questi Paesi. Un lavoro che non è la traduzione delle nostre condizioni lavorative ma quello che è compatibile con il clima e con la necessità di beni primari che attanaglia una parte enorme del miliardo e 200 milioni di persone che abitano in Africa. Se un imprenditore paga 500 euro in Marocco, o in Algeria, o in Senegal, si arricchisce e crea ricchezza in quel paese e comincia ad affrontare il problema dell’immigrazione. Cioè partiamo dai problemi e risolviamoli dove ci sono, vale per il nostro Paese, ma anche altrove, dove le spinte a cercare una soluzione di sopravvivenza non sono coercibili. Queste persone che arrivano e che sono destinate ad ingrossare l’esercito del lavoro illegale, a fornire cibo alle nostre tavole, a fare da manovali nei cantieri, nel mondo della logistica, a essere depredati di una vita degna, non hanno altre possibilità di vivere se il lavoro non viene creato, dove sono e se dal loro lavoro non viene anche una parte della risposta alla crisi ambientale globale. Questa è la condizione perché questo esodo non accada. Derubricare dall’attenzione i conflitti, le stragi e la fame, la stessa desertificazione di territori prima fertili, nel mondo globalizzato non ci salva dai loro effetti. Questo influenzerà le nostre leggi, il nostro lavoro, le regole di convivenza. Partiamo dal lavoro, dal suo significato nella vita delle persone e ci accorgeremo che questo ha in sé le contraddizioni e le risposte alla nostra epoca che partono dalle nostre ineguaglianze e povertà. Non è questione di buona volontà ma di egoistica programmazione di futuro: il nostro, dell’intera specie.

la nostra distopia quotidiana

Oggi è il primo maggio. Il pensiero va al lavoro, a quello che ci accade attorno, a quello che è accaduto in questi anni. A come le parole prendono un senso diverso, a come la funzione del lavoro sia mutata nella nostra società e con essa quella del lavoratore. Se parliamo del lavoro c’è un qui e ora da sostenere che si traduce nel mantenere gran parte dei lavori tradizionali, nell’assicurare una transizione rallentata che porti senza violenza verso un nuovo che la tecnologia e il profitto hanno fretta di imporre a qualunque costo. Se parliamo di lavoratori e di persone c’è la necessità di un mutamento sociale che renda il welfare strutturale e compreso nei diritti della persona umana in quanto tale, almeno per la parte della dignità personale e sociale, del sostegno vitale, della salute.

Questo è il presente prima, durante e dopo la pandemia, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la vulnerabilità dei lavoratori, la precarietà dei lavori, l’impoverimento lavorando, la diseguaglianza crescente, il blocco della mobilità sociale, il calo del reddito e dei diritti dura ormai da decenni. A questo si aggiunge un futuro, molto prossimo che è fatto di due parole che ne producono una terza: robotica, big data e degrado ambientale e climatico. Il primo termine descrive attraverso l’applicazione dell’algoritmo attraverso macchine, ovvero la soluzione normalizzata del come e cosa produrre senza l’uomo, l’automazione estesa su scala globale che già genera la sua evoluzione nella globotica, ovvero la possibilità di controllare i processi e produrre a distanza ciò che serve ad essi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Così il concorrente per un posto di lavoro potrà trovarsi in qualsiasi posto nel mondo ed essere pagato, fatto lavorare o licenziato secondo le leggi del paese in cui risiede. Il produrre automatizzato elimina dai cicli di produzione milioni di lavori e di lavoratori, introduce una nuova gerarchia e stratificazione delle persone e dei loro diritti e già pensa a come ridurli e pagarli meno. Così si pone il problema della sussistenza, della mobilità sociale su basi nuove e toglie al lavoro quella connessione con la dignità dell’appartenenza sociale che ha avuto sinora. Se oggi si lavora e ci si impoverisce, in futuro accadrà di più, in particolare per la platea sempre più vasta dei lavori che assommano precarietà a basso reddito. La robotica come applicazione di automazione totale, genera la fabbrica senza finestre, perché i robot non hanno bisogno di luce e la priva di lavoratori umani se non per i tecnici altamente qualificati, gestori/manutentori del sistema/algoritmo e limita l’apporto dell’uomo a mansioni accessorie per le quali non conviene acquistare una macchina, ma assoggetta l’uomo agli stessi ritmi della macchina.  Questo processo è già qui, vicino a noi, nei magazzini automatizzati privi di personale, nelle linee di montaggio dove l’uomo mette alla fine un’etichetta su qualcosa che non conosce.

Questa evoluzione della manifattura coinvolge il mondo delle cose, investe la produzione ed espelle in continuazione lavoro e nasce dal produrre per produrre. Da un dissipare risorse che non aiutano e rendono migliore la vita delle persone, che non alimentano le risorse comuni mentre producono quantità immani di scarti e tolgono al lavoro la sua centralità, la stessa qualità e gioia del nuovo a favore della produzione senza limiti.

Quindi c’è un qui e ora che è fatto di lavori da conservare e sviluppare, da diritti da consolidare, di produzione di beni e di lavori utili che riducano lo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse e un presente distopico in cui l’uomo si consegna alla automazione sfrenata e permette che la sua vita sia regolata da ciò che il capitale vorrà produrre. Questo qui e ora se vorrà essere al servizio dell’uomo, della sua dignità e libertà, non sarà regalato ed è il nuovo compito della sinistra e di chi tiene all’umanità realizzare un cambiamento di rotta. Questa visione implica che lavoro non sia più una parola che dovrebbe contenere un diritto, ma ben di più, deve diventare il modo in cui gli uomini costruiscono, e sono parte, di una società equa e solidale, dove il centro è l’uomo non la produzione e il profitto illimitato.

La robotica comunque si estende, depreda di materie prime i popoli più deboli che abitano territori ricchi, incentiva il degrado del clima e del pianeta, provoca immani crisi di sopravvivenza e fatalmente genererà crisi e proteste. Qui subentra il big data, il controllo invasivo, capillare, pervasivo sino a sostituire la democrazia con un nuovo potere che controlla, precede i desideri, li orienta come orienta il consumo, sino alle opinioni sulla libertà e il potere. È già tra noi questo immane deposito di dati a cui nessuno sfugge e che viene alimentato da ogni smartphone, da ogni operazione d’acquisto, da ogni preferenza espressa, sino all’analisi semantica di quanto viene scritto come parere in un social. Dovremmo ricordarci che nulla è gratis e che questo controllo che ci sorprende offrendoci ciò che ci pare di desiderare, verrà usato contro di noi, sorveglierà e colpirà ogni comportamento che qualcuno considera non compatibile con l’asservimento, eliminerà ogni legittima protesta, non amplierà la critica o la conoscenza, ma legherà indissolubilmente le persone alla possibilità di consumare, farà considerare come nemico il bisogno altrui, e renderà la libertà come accessoria alle cose che si possono avere, rendendoci isolati in una folla che ha gli stessi bisogni e non comunica, .

Queste frontiere di un’umanità che anziché essere più libera dal bisogno ne diviene schiava, riproducono condizioni del passato che si pensava di avere definitivamente superato. Dieci persone posseggono tanta ricchezza quanto metà della popolazione mondiale, quattro miliardi di persone. Questo non solo fa riflettere ma indica una strada che non è quella di distruggere la tecnologia ma di metterla al servizio di una libertà dal bisogno, di introdurre l’equità e la diseguaglianza come criteri della gestione della società e del potere, di assicurare nuovi diritti stabili e un lavoro che sia per tutti: equo, solidale e che renda possibile a tutti percorrere l’intera scala sociale. Con un pianeta e i suoi beni comuni, tutelati come inalienabili e a disposizione non del produrre per produrre ma del vivere quotidiano.

Oggi, primo maggio è un inizio e una festa per un futuro diverso, per un pianeta vivibile per tutti, per una libertà che non appartenga a una banca dati, per una umanità che si riconosca come tale e così cresca. Se uno spettro si deve aggirare per il mondo, dev’essere quello di un nuovo umanesimo e di un rispetto del lavoro e della libertà mai conosciuto prima.

espungere

Di alcune persone non resta neppure il bene del telefono e si sa perché. Si è formata l’idea che nel flusso in cui scorrono le vite, l’allontanarsi fosse una cosa naturale. Accade, ma poi anche il filo esile dopo troppe ( quante tre, dieci?) telefonate, messaggi, a vuoto, si sia spezzato. E non giova tener conto delle responsabilità di ciascuno: le persone si perdono come accade a ciò che diminuisce d’ importanza. Se accade anche a luoghi e abitudini dove si andava spesso, perché era un posto di luce, per chi stava attorno, per le parole scambiate e per la voglia di fumare un sigaro senza essere rimproverato e poi anche questo s’allontana perché qualcuno manca, altri prendono altre strade e abitudini, perché non dovrebbe accadere anche alle persone? Flusso. Così il ciangottare ripetuto e profondo diventa trama lisa, poi anche quella si strapperà senza il bene di una telefonata che concluda. Resta aperta una porta . Uno spiraglio ma è un ricordo, non una realtà. Il crivello dei rapporti funziona così, resta l’importante, presente o meno ma questa è la legge meccanica che consente di guardare innanzi. Un tempo si usavano agendine di carta, erano fitte di numeri e preziose. Il mondo e ciò che si era si trovava in quelle pagine, poi altri numeri erano nella mente, persino nei sogni si cercava di formarli.

Perché si perdono le persone? E perché si perdono le cose? Forse una ragione precisa, un flow chart del perdere non esiste e questo consola perché non c’è meccanicità, ma c’è l’abitudine, il non detto, l’interesse che scema oppure che si rinnova altrove. Sono segni che già fanno un fatto. Non danno ragioni ma tracce di un percorso che improvvisamente s’interrompe e passa in archivio. A questo serviamo? Siamo bibliotecari distratti di sentimenti da maneggiare con cautela e nella goffaggine perdiamo il senso e la preziosità di ciò che sfugge? Oppure c’è altro e tutto è così labile attorno ad un nucleo di poche luci che tutto il resto offusca.