malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

ghetto

 

 

In questi portici, saranno 500 anni ormai,
abitava la giovane ebrea,
la pelle bruna di Spagna,
il bel viso dagli occhi profondi
d’azzurro verde che solo l’oceano possiede.
Nel sabato stava immota nel rito, e
aspettando che la luce scemasse,
ascoltava del mercato vicino i suoni:
voci di vino cattivo e risate gentili.
Pensava ai richiami della Torah,
al cantico dell’amor profano divenuto sacro,
nel suo corpo specchiato
e frenato
dal composto incedere.
Al celare la sfrenata voglia d’allegria,
il perdifiato correre,
nell’amore non ancor detto,
custodito, fragile, d’attenzione riempito,
già definitivamente amato.

persone singolari e plurali

Molto si dice in prima persona, un’assunzione insistente per un io ipertrofico che si convince di verità in corso d’opera. La terza persona consente di vedersi in azione, è un distacco necessario per ristabilire i pesi reali di quello che ci angustia oppure della fretta del decidere. Cosa, come, perché dovrei fare. Per la seconda persona basta lo specchio, reale o virtuale. Il parlarsi, conoscendosi quel tanto che solo chi ha avuto la nostra confidenza, ha potuto apprezzare e a volte sopportare. C’è misericordia e comprensione nello specchio, oserei dire che nella sua impietosità, è amico e generatore di speranza. Ci concede sempre un’altra possibilità, ha il domani tra le cose che regala assieme ai giudizi temporanei. Sì, un buon specchio ci può aiutare assai. Anche a vedere conoscenze che lasciano perplessi. Io che ci faccio qui, si trasforma in tu cosa ci trovi in questo restare?
Per raccontarsi, meglio la terza persona, anche per capire quanto gli altri entrino nelle nostre vite, le modifichino per i loro limiti, impongano condizioni. Capisco le tue necessità, mi adatto perché sei importante, ma non dovrei accondiscendere. Accondiscendere toglie progressivamente qualcosa, spolpa le relazioni, finché resta lo scheletro e allora si capisce che non si è scesi ma si è scivolati via. Un toboga che disperde piccoli sorrisi per la velocità e non torna indietro, allontana e colloca nel ricordo.

Che sia questo uno dei sensi del tempo? Cioè quello dell’usare la seconda persona singolare per mettere ordine tra presente, passato e soprattutto futuro? Tu che futuro vuoi? Quello immutabile che cristallizza nei limiti tracciati oppure un futuro che trovi strade nuove, che dilaghi in cerca di un mare senza argini? L’io ipertrofico queste domande non se le pone, ha già tutte le risposte dentro: esisto e il resto viene di conseguenza.
Oscillare tra la seconda e la terza persona, comprende il plurale, include l’altro e di quest’altro, assieme a noi, bisogna fare conto, essere sinceri nel dire ciò che ci spinge avanti. Cosa sia questo procedere lo specchio lo racconta, sono i desideri, le passioni, il farsi e disfarsi dell’amore e quella ricerca, che tutto comprende e che si riassume in una affermazione:

sono bastevole eppure insoddisfatto cresco,
sento che tu ci sei e corri,
anche a me incontro,
e condividi,
mai soli, instancabilmente mutevoli, siamo.

fotografia

Quella mossa eri tu, ricordi,
era la fotografia di noi tutti,
con gli assenti che non mancano mai e s’ostinavano a importunare
a dire, a ridere, a venire.
A ondate,
sì a ondate,
come la sera, implacabile, di questo giorno,
immerso nel mio profumo di casa.
Eravamo noi il profumo di casa:
quella polvere mista a sentore di fumo,
e lavanda e colonia invecchiata
e agrumi,
che nascondeva tra pensieri e ossessioni,
il greve o l’ilare gesto,
un birignao alla compagnia,
e se ora piango,
lasciatemi perdere,
io sono perso in questo profumo di casa,
in questa sera che diventa notte,
in questa briciola che resta,
da trascinare e dividere
prima di tornare stanco
a ciò che so, che conosco,
che mi ricompone e finalmente ti ferma,
non più mossa, qui come allora,
nel profumo di casa.

pomeridiana solitudine festiva

Costellati d’indifferenza, forse il peggio è invecchiare senza un senso che non sia fatto di cose, che non mastichi il tempo d’inutilita.
Chewing Gum per avere una notte in cui sognare e un mattino ancora pulito d’abitudine. Nessuno sogna questa vita, eppure dei sogni si attua poco o nulla, quello che ha fatto la fortuna della scimmia uomo pian piano lo distrugge perché lo rende conforme a qualcosa, qualcuno, con cui condividere un’espressione del viso, un modo di dire, un sorriso che ha radici differenti. Le pene sono altro, ma è questo brodo che prima addolora e poi rende insensibili. Nella fisica quantistica almeno si può essere da una parte o dall’altra senza una predestinazione, al più una probabilità, come nella confusione dei matti che ci sono ma sembrano non contare e invece contano assai. E non sono così i santi o quelli che perseguono il male privo di ragione e ne portano magari vanto, ci sono e rappresentano ciò che per fortuna non saremo mai appieno ma conteniamo in qualche recesso. Circondati di segni d’ingiustizia assoluta posticipiamo l’azione a un cavaliere su un bianco cavallo che rimetta ordine alle cose. È lo stesso che ogni matto sa che giungerà per dimostrare che il mondo non è quello che si mostra, ma bensì quello che non si dice.
Lo stare assieme altera l’altro perciò non posso misurare la sua conformità ai miei desideri, non posso avere la misura dell’amore o dell’indifferenza assieme e a questa indeterminazione appendo la speranza, come un abito che copra la nudità interiore di non sapere chi siamo senza fare qualcosa che lo dimostri. A noi anzitutto ma non solo.

desiderio

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
mentre parla col cielo che cambia ed è solo bello di sé,
essere la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.
E il riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.

ricostruire il paese e la società

Quando si governa si trasformano le cose, alla fine non può essere tutto come prima o peggio. Credo che una questione nodale sia il non accontentarsi, che non significa non avere limiti. Solo gli stupidi o i mentitori non hanno limiti. Ma cambiare è possibile ed è necessario che il motore sia la passione non l’interesse di una parte piccola rispetto ai molti. Voglio fermarmi su questo tema della passione perché non poca parte del nostro paese è da ricostruire e con le cose si ricostruisce una società. Mai come oggi siamo stati divisi gli uni dagli altri, poveri messi contro poveri, privati di un futuro comune. Per stare assieme si lavora assieme: infrastrutture, territorio, fabbriche, pezzi enormi di città devastate da una edificazione selvaggia e priva di qualità. Per fare tutto questo ovvero ricostruire a misura d’uomo e ambiente, serve passione. Onestà, lavoro, assenza di interesse illecito. Credo che questa opera così grande dovrebbe entusiasmare i cittadini, dovrebbe rendere nuova la politica anche nel suo concetto di limite. Penso che tutto quello che porta distante da questa grande opera di ricostruzione che darà benessere e dignità al lavoro, troverà nuovi materiali, cambierà i cicli produttivi rendendoli più umani e redistribuirà reddito, tutto questo sia un’opera collettiva che non ha alternative se non nelle solite ruberie, privilegi e nuove povertà. Se mi chiedessero cosa sia sinistra ora, direi che sono quelle persone che si mettono assieme per dare a sé stessi e ai propri figli un paese migliore, più equo, giusto, nuovo e fatto da tanti. Perché sinistra è popolo anzitutto e solidarietà.