che accade all’amore?

Se ne andava con la pazienza di chi guarda, tra strade improvvisamente meno frequentate e indifferenti. C’era tutto quello che serviva, palazzi, portici, pietre improvvisamente bianche  per carenza di smog e radi passanti. Per lo più studenti che non avevano voluto tornare a casa. Pensò, al perché si va via e poi si torna. Alle vite che hanno stagioni diverse e non più confrontabili. Alle età che si stratificano e trascinano in confusioni che assomigliano ad edifici in cui l’opera si aggiunge e sembra una comodità, una bellezza aggiunta ma in realtà rende meno intelleggibile il confine e le età della vita come gli stili diventano indefinite. Non c’è più un’età dell’andare e del tornare con esperienze nuove che facciano crescere chi è rimasto, ma piuttosto un’inquietudine da cercare che sposta in avanti il mometo in cui fermarsi. Così, con facilità, ora l’umanità occidentale, e non solo, s’era messa in movimento ed era diventata nomade rifiutando le stanzialità, ma portando con sé le caratteristiche che poi le lingue non mimetizzavano, le città non annullavano, neppure la difficoltà che accompagnava ogni nuovo stare, nascondeva nella speranza di un meglio che si contrapponeva al luogo da cui si era partiti, perché tutti abbiamo un luogo, una savana o una foresta vicino al cuore. E quel sentire, che in fondo caratterizza la specie, che si traduce in binomi difficili come amore, abbandono, appartenenza e libertà erano una serie di verbi da coniugare in nuovi e antichi modi. Come a dire che l’essenza delle cose resta tale e in fondo ciò che conta è come si ama e come si è amati. Così gli venne in mente un passo di Americanah:

Come hai potuto farmi questo? Sono stato così buono con te!

Già guardava alla loro relazione con la lente del passato. La sconcertò come l’amore romantico fosse capace di trasformarsi, con che rapidità la persona amata potesse diventare un estraneo. Dove andava a finire l’amore? Forse l’amore vero era quello familiare, in qualche modo collegato al sangue, dato che l’amore per i figli non moriva come l’amore romantico.

E questo delimitare l’amore in quello romantico non era forse l’incapacità di una evoluzione che non c’era statat e che ora, nella pandemia diventava un serrare le fila, un fidarsi di pochi, com’era accaduto  ai tempi dell’aids e ancor prima in ogni momento in cui fidarsi era il portare fuori l’amore che c’era dentro.

Cosa stava accadendo per davvero? Ce lo stavamo chiedendo oppure ci rifugiavamo in territori dove la sicurezza viene assicurata da altri. Il vaccino oppure il suo rifiuto, la banalizzazione o il terrore della malattia. E i bollettini giornalieri che effetto avevavno nei confronti di chi era attento oppure di chi voleva ignorare. Come tornare nel buio dell’umanità sapendo che ovunque si era c’er auna possibilità e un pericolo e che la scienza poteva salvare chi credeva in essa ma anche chi non la stimava. Tutto questo per avere una possibilità di una normalità nuova dove gli aspetti fondamentali del vivere avessero un senso, anche una prospettiva. E con chi ci si schierava, con chi voleva arginare o con chi spingeva verso un nuovo distopico e senza alcuna garanzia?

Camminare nella vecchia città dava una dimensione alle cose, non alle persone. Le persone al tempo della pandemia avevano scelte binarie, passioni improvvise e necessità di capire di chi fidarsi. Non bastava la mascherina perché il distanziamento, sepur selezionando doveva cadere per alcuni o alcune. Ci doveva essere un ritorno alle funzioni, ai desideri, alla spinta delle pulsioni che si combinasse con il pericolo per un po’, ma anche evolvesse verso qualcosa di più solido dell’amore romantico. E rivolgersi alla specie non era sbagliato, come non era sbagliato andare e parlare lingue nuove. C’era un sottointeso mutare che prendeva consistenza e diventava società. Era stato così più volte nella storia dell’umanità ma mai con così tanti mezzi in campo e tanta indeterminatezza del futuro. La domanda da porre e porsi era: come poteva essere nuovo il mondo senza un nuovo uomo e senza un amore dato e ricevuto che aggregasse, rendesse più vivibile la vita. In fondo tutto questo era accaduto per ignavia, per non aversi saputo opporre a un mondo divorato dagli interessi di pochi e se questi fossero continuati avrebbero divorato gli uomini e l’amore. Così capiva che il tradimento banale che aveva originato quel dialogo in Americanah, era stato un incespicare nella difficoltà di avere idee chiare su di sé. E le idee chiare nascevano dal coraggio di scavare dentro ovunque si fosse, non solo dall’andare. Che la morale stessa, le forme dell’amore potevano nascere solo dalla ricerca che avveniva in ciascuno che cercava un altro che avesse lo stesso sentire e lo stesso afflato verso il mondo. Insomma l’amore al tempo della pandemia evolveva con questa e aveva il pregio di essere una cosa che dipendeva da ciascuno, non solo un insieme di norme e comportamenti. Che accadeva all’amore quando si sarebbe cambiato il permanere in un essere cambiati e nomadi. Questo dava una prospettiva a un nuovo genere umano che si spargeva ovunque e trovava risposte nette per sé. E tutto questo gli pareva si fosse messo in moto e mutasse il mondo. 

la vetrina

Era una vetrina, fatta con vetri riquadrati di legno, non un’unica lastra. Trasparenze poco pulite e velate di polvere. Veniva voglia di passare la punta d’un dito, di disegnare una porcheria che rendesse conto dell’incuria. Dentro s’intravvedevano mobili, oggetti, strumenti musicali, ammassati e senza nessuna pretesa di essere mostrati all’esterno. La vetrina era rimasta, come traccia d’un tempo in cui quel negozio era altro. Forse una pasticceria o un fornaio. Sopra la porta verde, di ferro e vetro, lo stucco crepato dagli anni delle molte stagioni passate, era ancora efficiente per frenare il freddo e gli spifferi, ma l’idea era di qualcosa che togliesse calore, vita, alle cose e anche a chi vi entrava. Sopra la porta c’era l’insegna con le due palle dipinte che attestavano la natura di quel luogo del pegno. E i pegni non venivano riscattati, in una risacca di miseria che trasportava oggetti dalle case al banco. Le cose venivano mostrate dopo un faticoso percorso interiore di chi se ne distaccava. Si immaginava la scelta, il bisogno che la spingeva, l’avvolgere in carta di giornale e poi la strada con un passo ora veloce ora lento per ritardare o affrettare il distacco. Poi l’ultima indecisione prima di spingere quel battente verde ed entrare tra oggetti e polvere. Quell’ammasso di cose confondeva e rincuorava perché faceva sentire che molti destini per motivi diversi, s’assomigliavano e tutti avevano tenuto una dignità nel privarsi, nel tenere il bisogno fuori dell’umiliazione del chiedere. Per questo c’era poi una discussione, un’ultima difesa prima di capitolare e brontolando accettare le banconote. Non restava che uscire per togliersi di dosso l’impressione di una miseria incipiente e comune, una speranza che scivolava via dal negozio ma già circolava per le strade, si ammucchiava sui rotoli di corda del porto, sulle reti stese e sulle barche in secca. Rovesciate. Come la fortuna, come la bonaccia e il vento forte di libeccio che spingeva dentro terra. Ma nel negozio dei pegni, nulla mutava, un nuovo pezzo s’aggiungeva all’attesa di riscatto. Era la fine del tempo e della città, ormai tutto il superfluo era stato portato a pegno, le persone tenevano care solo le storie, qualche libro, il racconto di com’era un tempo. Non prima, un tempo, perché il prima si perdeva nell’indeterminato di una sofferenza seguita alla speranza, di un lento dissolversi dell’attesa di un mutare che non prendeva la strada del meglio ma restava in quella spirale che s’abbruniva, perdeva luce e così a fronte delle difficoltà, le case e i cuori si svuotavano. Un tempo, era diverso, c’erano cicli e stagioni che portavano penuria e abbondanza, ora mutavano le cose, i modi del sussistere. Altrove si creava la ricchezza e questa prosciugava il necessario dove un tempo c’era prosperità. Nessuno degli spiriti animali dell’intrapresa aveva messo casa da quelle parti, anzi quelli che avevano età e voglia immemore se n’erano andati altrove, in cerca di altre occasioni. Lo ripetevano la sera tra loro, quelli che sembravano ormai vecchi, che era un ciclo, se n’erano viste altre, si erano susseguiti regimi e difficoltà ma sempre tra le case c’era stato poi un risorgere. Era il pianto di un bimbo, un ridere improvviso, che riaccendeva la voglia e la determinazione del fare. La speranza che non sa nulla di sé ma spinge verso qualcosa che s’aggiunge, e pian piano diventa chiaro fono a essere stabile benessere. E allora è possibile, fermarsi, guardare avanti e pensare che le cose durino. Guardarsi attorno e vedere ciò che si è accumulato nella casa perché al bello non si rinuncia e c’è soddisfazione nel guardarlo come opera propria, come una estensione del proprio star bene. Così si possono aiutare i vicini, fare progetti insieme, dare una mano nel costruire. Una comunità serve a questo, no? È come una lingua, serve a capirsi, a tenere assieme i significati e le cose, a mettere intorno a noi i baluardi di quel sentirsi insieme che non ha un prezzo e dà forza. E speranza. Appunto. Ma qualcosa era accaduto e non era una guerra o un rovescio di fortuna, no, era mutato il mondo fuori, distante e insieme vicino, così il lavoro aveva perso valore, le cose fatte con cura, il pesce pescato e messo sotto sale era rimasto invenduto. Persino l’olio era stato portato via di malagrazia, senza cura per la fatica e onore per la qualità. Il lavoro non pagava la vita, non si poteva piegare a queste nuove abitudini che mutavano non le tradizioni ma l’essenza stessa del fare. E nel fare c’era dignità, la parte che era costata fatica nell’apprendere ora non valeva nulla. Per questo i giovani andavano via e i pescatori mangiavano il pescato e regalavano il resto. Così le case, nelle settimane di vento continuo e avverso, si vuotavano pian piano di cose per avere del pane o poco d’altro. Ci si contentava sperando passasse, ma era la storia che si era conclusa e questo non permetteva di rovesciare le sfortune, come venivano chiamate, era una consapevolezza di tutti. Chi più chi meno, e già nelle case abbandonate da più tempo si sfondava un tetto, cresceva un albero tra le mura e nessuno voleva vederlo, nessuno piegava il destino verso qualcosa d’altro che non fosse l’accadere. Un giorno, da quella bottega dove ormai tutto il paese aveva portato gran parte dei suoi beni, uscì il proprietario. Chiamò un ragazzino, uno dei pochi che ancora giocavano in piazza e gli disse qualcosa all’orecchio. Gli mise in mano delle monete e un biglietto e subito quelle gambe corte e magre si misero in moto e s’inerpicarono per una strada. Una di quelle che portavano verso la collina. Gli occhi di chi era in piazza si alzarono appena, ma senza darlo da vedere, tutti seguivano quelle gambe veloci che s’inerpicavano e di sicuro ogni testa si faceva la stessa domanda.

memoria insufficiente

Troppi files aperti, memoria insufficiente. La tecnologia separa con efficienza ciò che si può fare da ciò che è desiderio. Nel primo pomeriggio il giornale allinea parole che esprimono pareri pronti a scadere, presunzioni impunite, prese di posizione che fanno da controcanto alla fauna verbale della politica. I gradassi, i resistenti, i tronfi, i delusi, le smargiassate accanto alle umiltà silenti. Oggi, nel silenzio dei futuri possibili, la questione è sul numero di ministre, sugli equilibri di genere. Tutto importante, ma in fondo le libertà eguali si vivono ogni giorno, sul lavoro, per strada, in famiglia, nella possibilità di avere davvero un curriculum che assomigli.
Non sminuire mai, anche se non è così che si vincono le battaglie. Il computer è riottoso, vuole semplicità che costringono a cancellare, così ci si stanca dello scegliere e semplicemente chiudo questo confronto di memorie. È così che si scivola nel sonno e i sogni del pomeriggio di domenica sono belli e insieme carichi di passato. Anche quello di oggi lo era, complice un distanziarsi da ciò che avviene appena oltre casa e forse un san Valentino che è da riscoprire. Il sogno è tornato in un periodo magico, quello del primo anno di università, le speranze, le infinite proposte della vita, i tempi che non distinguevano più tra giorno e notte, i desideri, le chiacchierate infinite.
Ognuno ha un suo ’68, le assemblee, il tutto possibile portato in un ambito domestico che spalancava finestre e caricava di energia nuova. I miei genitori, mia Nonna guardavano stupiti e preoccupati questo andare e venire, questo vivere così emotivo, carico di attese e quando presentai loro la ragazza che poi divenne mia moglie, credo si siano un po’ tranquillizzati.
Il sogno metteva assieme pezzi esatti di memoria, lavorava come fossi sveglio e aggiungeva sensazioni che non ricordavo più: inondava la memoria di emozioni, di parole scordate, di sole pomeridiano, di fatti piccoli che attendevano da tempo di uscire. E riportava i toni dei discorsi, la voce, in casa e fuori. Una memoria totale che si spiegava come una carta geografica del tempo ma limitata auna piccola sequenza di settimane. Mi svegliavo e ritornavo dentro alla memoria, una cosa bellissima e commovente perché era colma di persone e di affetti, di amore nascente e di amori consolidati, di attese e di voglia di fare, essere, divenire.
Nulla mi ha detto memoria insufficiente, cancellare i file superflui, perché nulla era superfluo e ho pensato alla superiorità dell’uomo che tiene in se una storia per ogni vita, che forma una immensa biblioteca che si rinnova, che lascia minuscole tracce di sé in mezzo a un infinito mormorare di altre trace e storia. E la sensazione che ci assicura il dna di essere unici si riflette in questo esserlo per davvero attraverso la vita. Così come è venuta e verrà, così come vorremmo fosse e come comunque la realizzeremo. Nostra e infinitamente ricca di futuro e di essere stati noi senza confronti, perché non esistono confronti nell’essere noi stessi.

l’ora della scimmia

Quando la luce abbandona le cose, qualche vaso interiore improvvisamente si vuota. Allora particolari che la luce occultava per poco risplendono, poi si ritireranno sdegnosi, ma intanto lasciano un senso del loro passaggio. Ci sono e scompaiono solo alla vista. Come fluisse il sangue fuori di noi, o i pensieri cuciti assieme dal filo dell’abbandono ora fossero non più racchiusi in scatole di legno di rosa, ma liberi di volare e non tornare. Lasciarsi andare e lasciare che il corpo e il cervello si vuotino in un abbandono che è resa al tempo, a ciò che non torna del giorno, a quello che si è omesso. È l’ora della scimmia, quella che ti salta addosso e ti fa sentire le unghie del trascorso: ciò che si è abbarbicato e che non ha avuto soddisfazione. Dicono ridendo, sia animista perché sento lo spirito che vaga, che esce in quell’ora e si posa altrove. Capisco che entra negli alberi, soffia sull’erba, s’appoggia al calore di un muro, guarda, fissa, interroga. E allora mi prende una malinconia che pesa esattamente come la scimmia che si è posata sulle spalle e attende che qualcosa le dica di scendere, ma non ho voglia, non è tempo. Se fosse uno zaino, sarebbe a terra che attende in una stanza che ancora non conosco appieno, oppure sul letto in attesa d’essere vuotato. Ma non lo è ed è rimasta la voglia di viaggiare a piedi. Cosa oggi difficile che rimando ad altri momenti, ma che resta perché essa stessa è scimmia. Così immagino e sento lo spirito del giungere che mai si soddisfa se non in compagnia. Sento che nello stare gli spiriti si addensano allegri nei ricordi e che spingono ad andare in cerca di meraviglie che attendono altrove. Porteranno pazienza, intanto mi accontento di particolari e penso che se fosse estate, aprirei la finestra alla notte, mi stenderei ad ascoltare i richiami che cambiano tono alla voce e il profumo di fresco che è già freddo e stanchezza del giorno.

Ma non sarà mai più come prima, ciò che poteva essere si dissolve ed è questo lo spirito della scimmia che spinge oltre e non ricorda.

dare un nome alle cose che si vedono

 

Scrivono e dimenticano, così riscrivono con le stesse parole altri fatti e situazioni. Giornalisti di una realtà virtuale, compilano dizionari propri, mettono parole che sfuggono appena si sono lette, Più di rado le permutazioni di significato aprono una finestra e fanno entrare una luce che resta e diventa cosa, non parvenza, ma sostanza.

Sarebbe bello andare così, allegramente al cuore delle cose ed esserne amati, pensando che questo sia capacità di tutti, ossia questione di esercizio, di pazienza verso lo sguardo, di soste in panchine scomode o in piazzole di sosta dove la luce della freccia destra aiuta ad annotare frasi su improbabili quadernini. Appunti per un poi che rimetta assieme per magia le sensazioni e i nomi e che lì ritrovino il giusto ordine e siano pensieri.

Per digerire le cose e dare loro il nome del cuore bisogna lasciarle frollare, lasciare che la lingua percoli nel profondo.

L’incanto degli immaginifici si dissolve a fine discorso. Resta un calore, un entusiasmo, ma è impossibile fare un riassunto e le parole giacciono ammucchiate ai nostri piedi. Chi è particolarmente entusiasta direbbe che si sono conficcate nei cuori, ma questo vale per poche idee, in realtà ciò che resta sono le parole che muovono, che aprono, che dividono le acque come fossero il mar Rosso. È ciò che alza lo sguardo e al tempo stesso lo porta all’interno, nel cuore profondo della specie, dove abita la meraviglia e il sauro, e confronta il risultato di ciò che vede e sente, facendo percepire la grandezza e la povertà. Riflettiamo perché sono entrambe spinte importanti per trovare una ragione al fare, sono una sezione all’infinito che ci riguarda e che a volte, unico antidoto alla vanagloria, ci lasciano essere moderatamente soddisfatti di noi.

Dare un nome profondo alle cose è fidarsi che qualcuno sentirà come noi, che ci sarà un momento in cui parlando, la stessa realtà coinciderà. Non basta un discreto corredo di lemmi che la memoria trattiene o altri di cui tiene traccia: guardare attorno non significa sempre saperlo descrivere. Qui nascono le perifrasi, si tingono d’oscuro le parole e ciò che sembrerebbe lampante non ha una comprensione che rassicura, insomma ciò che ha un nome protesta se non viene riconosciuto e allora diviene instabile e non dipinge a sufficienza l’evolvere di ciò che accade. Si usano aggettivi che si spengono nel loro meravigliarsi di esistere, come usa la fiamma di un cerino che si esaurisce nel suo essere per poco e definitivamente. Insomma si gira attorno perché non si sa che dire davvero e servirebbe tempo. C’è una spinta che ancora non ha nome e si ha timore del silenzio. Così l’aria si riempie di parole che non saranno mai vicinanza e forza comune, non si riconosceranno. Resteranno in superficie come fanno le recensioni dei libri che descrivono una trama e tralasciano quella frase potente che illumina un destino. Sembra sia importante dire come inizia e come finisce ma quello che si sente davvero, ed è illuminazione, resta sepolto nella comunicazione. E così ci si sente soli, prigionieri di una meraviglia che spiegherebbe molto di noi ma non ha udito che l’ascolti.

sul dono

Il cavalluccio era di cartapesta. Aveva un’anima di ferro che gli dava la forma ( ma questa fu una scoperta successiva ) e posava su una tavoletta di legno munita rotelle. Con un anellino di ferro davanti e uno spago rosso prometteva di seguirti su ogni pavimento. I colori del suo corpo erano pastello e uno zoccolo scuro era poggiato sulla punta, come volesse correre o stare in posa. L’avevo trovato vicino alla calza di lana grossa, piena di mandarini, noci e qualche dolcetto. Ero felice e dopo aver giocato tutto il giorno con il cavalluccio, lo portai a letto con me.

Un dono è sempre una proiezione di chi lo fa, una carezza aggiunta a un rapporto d’amore che non è mai eguale a ciò che di esso si può raccontare. Ed è una sorpresa, ovvero rappresenta l’inatteso che va direttamente al sentire e genera una gioia gratuita, forte, persistente. Il dono sbagliato è quello che non ha questa capacità e forse il dono più naturale è quello che ha in sé la mancanza e la semplicità.

Se dopo tanti anni, ancora mi ricordo del cavalluccio, è per l’emozione che esso ha portato con sé, per la sorpresa e per l’instaurarsi di una relazione tra una data, l’epifania, e qualcosa che poteva ancora darmi piacere, meravigliarmi negli anni che sarebbero seguiti. In questo forse sta la ritualità di alcuni giorni e il loro significato ancestrale che sembra dire a chi ama che ci sono momenti in cui l’abitudine cessa e subentra la conferma e il cercare qualcosa di più profondo nel tenersi assieme fatto di gesti, attenzioni, che durano tutto il tempo dell’anno. Il dono è un bisogno che viene pensato, cercato, presentato in modo che lo stesso porgere sia una sorpresa.

Il dono colma qualcosa che manca nel quotidiano: la meraviglia dell’attenzione gratuita. È un pezzo di sé stessi che viene ficcato nel profondo, che non si riporta alla comprensione perché corrisponde a qualcosa che dovrebbe essere nel vivere ma che l’abitudine, la società, ha tolto per la sua potenza eversiva. Il dono è un atto rivoluzionario perché altera il normale svolgersi dei rapporti, li intensifica, li rende esclusivi e complici. Attorno a noi, per chi ci è vicino, il donare assume caratteristiche particolari. Gli oggetti divengono simbolici, sono fatica nel momento in cui sembrano -e davvero è così- aggiungersi al troppo che già ci circonda. Per questo sembra complicato trovare un dono che non sia già posseduto, o in sé banale oppure semplicemente utile.

Dovremmo considerare che il dono è anzitutto rappresentazione, gioco, unione profonda dell’immaginazione con un oggetto e rappresenta l’interpretazione di un bisogno proprio e di chi lo riceve. I doni che restano, che non passano nell’oblio sono proprio questi, perché indovinano qualcosa che unisce nell’assenza e non sono un obbligo. Cose piccole diventano grandi e non saranno cedute facilmente perché sono divenute parte di sé.

Che fine avrà fatto il mio cavalluccio? Di sicuro non è stato soverchiato da altri giocattoli, ha cavalcato a lungo e ha immaginato battaglie e foreste, ha corso per prati sconfinati e si è spesso rintanato sul comodino vicino a me, per fare compagnia. Si è consumato quel poco che è bastato a rivelare la sua anima di ferro, poi è sparito all’improvviso per correre felice da un altro bimbo. A quel tempo i giocattoli passavano di mano in mano appena c’era modo di non farne sentire la mancanza. Al suo posto è arrivato un libro di fiabe e una palla rossa, entrambi cari ma un po’ meno amati.

E qui dovrei rivelare come poi ho interpretato a mia volta il donare. Credo di aver attraversato tutte le varie fasi che si accompagnano a questo gesto, dal dare ciò che mi era piaciuto molto e che pensavo trovasse altrettanta considerazione in chi lo riceveva. Erano libri, autori spesso strani e musica, anch’essa con qualche caratteristica particolare. Oppure era qualcosa che doveva celebrare l’importanza di un accadere e restare come punto di riferimento. O ancora qualcosa di inusitato e strano trovato in un viaggio. E anche l’utile oggetto è stato regalato come modo per rendere più semplice la vita. Di tutti questi doni ciò che veniva dal profondo e ha incontrato l’altro è stato raro. Ho lasciato spesso che ciò che interpretava me diventasse dono e questo non era il modo migliore per mettere assieme l’ assenza che il dono colma. Non era facile uscire dal sé superficiale e andare a quello che ci univa e diventava un noi. Forse qualche volta è accaduto e ne sono stato immensamente felice. Felice insieme a chi manifestava meraviglia e felicità ed ero io che venivo riconosciuto in quel me che non rivelo facilmente: credo che questo sia il massimo che si possa chiedere a chi ci ama.

lo spirito degli anni passati e di quelli futuri

Per trovare le tracce degli anni passati, occorrerebbero dita sottili, sensibili come quelle intente dei bambini che cercano tra le cose e sfogliano con curiosità. Scrutano il lento depositarsi dell’accadere e per quelle ditaocchi è tutto nuovo e allegro questo succedersi di fatti e meraviglie. Non hanno, come noi, l’astuzia che recuperiamo dal Tom di Twain mentre dipinge la staccionata della zia e osserva il colore che si sovrappone prima di vendere il lavoro al migliore offerente. E neppure soccorre la malinconica ricerca di un passo che ormai vaga nel libro, visto che non si trova nel capitolo giusto e lascia un vuoto che ci giudica, mentre i ricordi ballano ritmi d’un tempo che non conosciamo più.  Anche se i piedi si muovono, la mano si porta al ventre e la schiena si raddrizza, la musica è fatta di colori più che d’armonia e ciò che è stato necessario si confonde con le scelte. Esattamente come accade in uno spartito, ma qual era la musica che si era scritta allora? Malamud mette il passato come somma di presenti, come volontà bisbigliante, nel retrobottega assieme al commesso e ai suoi sogni che diventeranno necessità per la figlia del padrone. Si è creduto di poter essere tutto, si è imitato e si è stati originali, ma poi si è scritta una storia passando dalla libertà verso piccole costrizioni che determinavano scelte e realtà. S’è scritto un libro dove le passioni hanno giocato alla grande, hanno fatto correre il cuore e i pensieri, prima d’adagiarsi per riflettere. Lo spirito degli anni futuri questo chiede: fermarsi per riflettere, guardarsi con bonomia e tollerare allegramente che molto si dissolva in un nuovo che ancora non conosciamo, ma che vogliamo benevolo e allegro quanto basta per aver voglia di scrivere e scegliere ancora. Vogliamo sogni nuovi di zecca e il profumo della carta e dell’inchiostro di quando eravamo bambini. Vogliamo l’accennare dei sorrisi che promettono assieme alla realtà di ciò che mette insieme parole e baci. Insomma una realtà per spiriti che hanno sperimentato la cecità di chi era vicino e la speranza perduta tra appuntamenti mancati. Non è così che le tante Helen dell’America alla fine scelgono chi non avevano visto sino a quel momento? E di questo depositare d’anni il vecchio Scrooge di Dickens non conosceva bene il freddo effetto eppure non ci badava troppo sino alla rivelazione di un sogno che mentre lo minaccia gli promette caldo e futuro più sereno? Basta fare qualcosa che sia davvero nuovo e scriverlo dentro di sé. Ma noi che abbiamo Natali e ricordi che si confondono, nevi che ormai sono nell’aria, corse e palpitare di speranze che allora annullavano ogni dovere. Noi che ci siamo messi a ricordare e abbiamo smesso subito perché il ricordo è un veleno che non fa crescere nulla se non la consapevolezza. Noi che vorremmo essere nuovi e inconsapevoli, immemori e memori creativi. Per noi lo spirito degli anni che verranno regga la luce, ci mostri il leggero e ciò che appesantisce, ci permetta di tenere il buono, il mediocre e il possibile e lasci che il resto diventi polvere e fatica per la mente che non ha più voglia di sbagliare troppo. Solo il giusto errare, quello che serve per imparare e che rende sottili le dita che sfogliano gli anni passati e strappano lacrime e sorrisi, mescolati a ciò che s’è vissuto e che vuol ancora vivere con noi.

mirabile


Ciò che ci rappresenta ci precede, perché non siamo mai perfettamente allineati tra una realtà che ci strattona e un io che fatica a riconoscersi.

Tu l’hai fatto e sei stata mirabile.
Mirabile è una parola che solleva lo sguardo,
senza mani addita e consola,
ha la materia dei desideri sereni,
il bacio sfiorato della bellezza,
suscita speranze senza invidia.
Mirabile è ciò che coincide
e non era conosciuto,
solo c’attendeva per essere disvelato,
unica sorte di desiderio che non s’appaga
per questo profondo e simile alla pulsione.
E ancora torna una parola che fa battere il cuore,
che solo quando non è cieca, coincide con esso
e riempie della scienza gaia di sé.

l’invidia

Caino, siamo tutti figli di Caino. Anche se non si crede nella Bibbia, questa è l’ascendenza, fatta di sopravvivenza e sopraffazione. Eppure nella specie qualcosa ha funzionato, i padri, usualmente, non hanno mangiato i figli. Le madri hanno protetto e accudito. Un cerchio si è stretto attorno ai nuclei ed un insieme di cerchi tangenti ha via via creato insiemi che contenevano insiemi. Ma siamo figli di Caino, ovvero ospitiamo l’invidia e le sue conseguenze devastanti. L’invidia è un vizio che non si confessa volentieri, gli altri vizi possono diventare un vanto, la lussuria in particolare di questi tempi, è segno di appartenenza ad una libertà che prima veniva nascosta. Ma l’invidia no, quella al massimo si occulta nelle forme tenere dell’emulazione, le si cambia nome e diventa componente della meritocrazia, molla per competere col vicino, ma senza regole né amicizia. Viene coccolata l’invidia, serve come corpo contundente nella politica e nell’economia oltre che nel tessuto sociale. Eppure l’invidia provoca guasti in ogni aggregato statuale, economico. Le scuole di pensiero manageriale, sia pure in altre forme, la favoriscono come “sana competizione interna” e generano particolari forme di mezze verità, di ipocrisia che mascherano le persone ed escludono la verità dei processi e dei fatti, sostituendola con quella dei dati.  E cosa accade ai tempi della pandemia? Le cose si acuiscono. Stare attenti, non è un messaggio del ministro dell’interno ma il segno che sobbolle qualcosa che individua in nuovi nemici e non nel virus quello principale. Nuove diseguaglianze e nuove povertà senza solidarietà generano naufraghi, con invidia viene visto chi ha fatto -e fa la vita bella- mentre ad altri viene negato il necessario. E non cresce la solidarietà, se davvero non siamo tutti nella stessa barca. Così il solco è destinato a diventare tratto distintivo sociale, voragine che separa e contrappone. È l’invidia senza nome, che diventa facile pascolo per gli aizzapopolo, per nuove divisioni e chiusure: un motore terribile che non perdona e che chiede, pretende, non considera, senza disponibilità a capire e dare.

fatti e parole

Mettendole nell’ordine sparso come oggi si usa e non per distanziamento sociale, ma per vicinanza d’affetti, di sensazioni, d’aver vissuto, così si distinguono confusioni e ricordi. Occorrerebbe un ordine, dice qualcuno che ha avuto una vita disordinatamente ordinata ed ora consumati i desideri, si acconcia a capire ciò che ricorda e ciò che invece pare sfuggire in tanto aver provato. Lo sconvolge quietamente quel non esserci rimasto nulla di veramente memorabile (o almeno tale d’aver cambiato la vita) e ricorda allora qualche piccola viltà oppure paure che in fondo hanno deciso per lui. Anzi, sin dall’inizio quel timore che non raccontava neppure a sé, aveva deciso per lui e non se n’era avveduto pensando che tutto fosse possibile, anche l’esser diverso da ciò che egli era.

Nel cogliere invece il quieto nell’inquietudine, il ruolo di ciò che si vede, vive e si ricorda (i ricordi sono l’osso infedele del futuro attorno a cui si costruisce la carne del presente), si perviene all’ansa in cui l’acqua del tempo s’è fermata. Si può sostare ed emerge la bellezza di persone, fatti, ricordi, attese, conquiste. La vita si riannoda e rende molto più ricca di sollecitazioni la realtà che pare attorniarci. C’è un prima e un dopo che si confondono, come se il secondo avesse determinato il primo ed è davvero così perché è il senno di poi che fa capire la follia del prima.

Allora quella volta abbiamo mentito? Oppure ci siamo convinti a forza che non era il caso a determinare le congiunzioni, gli incontri, che, dispettoso, non metteva le parole al posto giusto quando erano necessarie, che faceva oscillare i pensieri per proprio conto, indecisi, proprio per complicarci la vita? Se in quell’ansa di tranquillità dello scorrere del tempo, ci venisse concesso di guardare a ciò che sembra sia accaduto e per, ulteriore grazia, si potesse mescolare il tutto con l’arte varia che accompagna le vite, allora si potrebbe dire, ad esempio, che nessuno in quella notte insonne, tanto meno noi, sapeva cosa sarebbe accaduto il mattino seguente e neppure quella notte aveva un copione già scritto. Né vivendola, si avrebbe avuto idea della ricchezza che ciascuno riceveva. Insomma tutto si svolgeva per suo conto per il solo fatto d’esserci, anche se (sotto sotto) qualcuno aveva pensato d’averla generata, e così ne aveva tratto una sensazione di potenza e di soddisfazione di sé. Dominare il caso e al tempo stesso esserne travolto agente: sciocchezze e autogratificazioni diffuse, ma inconsistenti.

Nella quiete resta la consapevolezza che tutta questa confusione ordinata che ora s’affolla, si sia generata con un ordine, e che questo si sia attuato vivendo in un tentativo di accordo con sé. Allora il compitare la gentilezza insegnata è stato nascere, e se ne sono consapevole ciò mi mette in una gratitudine infinita. Vorrei ringraziare chi l’ha permesso. Vedere con la calma che meritano queste persone, che non sono solo situazioni e ricordi, e dar loro il rispetto che devono avere, render loro il ringraziamento profondo per avermi accompagnato e ancora accompagnarmi.

E ciò mi commuove e mi riempie di tenerezza e speranza.