bora a settembre

La bora ha reso farfalla la foglia,
e a lungo, per spirali d’aria, l’ha fatta volare,
l’ha vista stanca e allora, posata, 
barchetta per occhi di bimbo,
sull’acqua,
ora la spinge e lei corre
nella tenerezza d’una attenzione, felice.

ninfee e pesci

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Sotto le ninfee s’aggirano i pesci. Grossi, color fango, pasciuti dagli avanzi degli aperitivi che si consumano nella terrazza sovrastante. Un anno in cui l’acqua era particolarmente bassa e i Burchielli pescavano fango e plastica, proprio sotto le ninfee emersero ruote e manubri di biciclette gettate nel rito che chiudeva gli studi. Poi hanno ripescato, ripulito e chissà cosa nasconde ora il fondo. I pesci non dicono ma proprio in quest’acqua si infransero due sogni. Quello della città che ritrovava la libertà dopo un secolo di dominio della Serenissima e quello della lega di Cambrai e degli imperiali di stroncare le ambizioni veneziane sul dominio “da tera”.
Sudditi veneziani no, ma neppure soggetti all’austriaco, insomma figli di nessuno, come mi raccontava mio Padre che crebbe e abitò da queste parti e non sopportava, come chi gli stava attorno, quelli che si prendevano la libertà altrui. In quel caso erano i fascisti.
Le ninfee si estendono, i pesci prosperano nel divieto di pesca, i Burchielli rovesciano a sera frotte di spaesati turisti, cotti dal sole e abbagliati dai marmi delle ville sul Brenta. Scendono, si fermano ad ascoltare i canti goliardici e poi salgono sui pulmann. Nessuno gli spiega dove sono e forse va bene così.
La notte scende lenta sul fiume, il tramonto corre a perdifiato sull’acqua, illumina bricole, platani e di sguincio accarezza ninfee. Si sofferma sui marmi bianchissimi della porta e compita le lettere capitali che indicano in Marco Antonio Lauredano il prefetto della Serenissima. Era un Loredana, uno dei tanti generati da una delle dodici famiglie originarie che si erano trovate dalle parti di San Pietro in Torcello o a Malamocco. Gente di terra portata in acqua e poi quando erano già pesci, riportata in terra.
Una cronaca del tempo della lega di Cambrai parla delle riunioni “segrete” che si tenevano a casa dell’uno o dell’altro nobile, del notaio onnipresente, del tramare vacuo dei signori spodestati dal potere. Il Consiglio dei Dieci sapeva, avvertiva con discrezione e con la stessa pazienza tagliava qualche testa riottosa o mandava “ramengo” il malcapitato di turno. Ma di solito taceva, controllare e guidare senza parere era il motto non scritto per le baruffe di provincia.
Dopo qualche anno, le stesse famiglie turbolente, avrebbero pagato somme enormi per essere iscritte nell’albo d’oro della nobiltà veneziana. Intanto, attorno, pullulava un popolo di pescatori, tessitori, facchini e barcaroli. Carne buona per le eterne guerre del Ruzzante, per i suoi Miles traditi e affamati che tanto facevano ridere con la loro lingua risonante e grassa, i nobili e i cardinali nelle sere come questa, tiepide e ancora piene di luce.
Tener da conto il popolo, ch’el serve come El governar barche e acque e mettar da parte i bezzi, così ninfee e pesci nascondono ancora le palle di pietra sparate dalle bombarde dell’assedio. E i pesci giocano con gli steli verdi e le radici, saltano in superficie e s’abbuffano di patatine e mentre ricadono guardano la luce che colora di rosso la città. Beffardi con gli umani ma non col cielo.

zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.

Il secolo che si chiude

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, ma forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, ora mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo. Breve o lungo ma per chi ha la mia età molto ha contato. È il secolo che ha chiuso con le ideologie e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare un secolo che ha dissolto e costruito. Di questo passaggio e chiusura, che poi è la chiusura con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite. Rendersi conto che ora la memoria difficilmente può essere condivisa consegna noi ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere: valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più libero, soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi il nuovo secolo e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che transita e non lascia traccia.

malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

ghetto

 

 

In questi portici, saranno 500 anni ormai,
abitava la giovane ebrea,
la pelle bruna di Spagna,
il bel viso dagli occhi profondi
d’azzurro verde che solo l’oceano possiede.
Nel sabato stava immota nel rito, e
aspettando che la luce scemasse,
ascoltava del mercato vicino i suoni:
voci di vino cattivo e risate gentili.
Pensava ai richiami della Torah,
al cantico dell’amor profano divenuto sacro,
nel suo corpo specchiato
e frenato
dal composto incedere.
Al celare la sfrenata voglia d’allegria,
il perdifiato correre,
nell’amore non ancor detto,
custodito, fragile, d’attenzione riempito,
già definitivamente amato.

persone singolari e plurali

Molto si dice in prima persona, un’assunzione insistente per un io ipertrofico che si convince di verità in corso d’opera. La terza persona consente di vedersi in azione, è un distacco necessario per ristabilire i pesi reali di quello che ci angustia oppure della fretta del decidere. Cosa, come, perché dovrei fare. Per la seconda persona basta lo specchio, reale o virtuale. Il parlarsi, conoscendosi quel tanto che solo chi ha avuto la nostra confidenza, ha potuto apprezzare e a volte sopportare. C’è misericordia e comprensione nello specchio, oserei dire che nella sua impietosità, è amico e generatore di speranza. Ci concede sempre un’altra possibilità, ha il domani tra le cose che regala assieme ai giudizi temporanei. Sì, un buon specchio ci può aiutare assai. Anche a vedere conoscenze che lasciano perplessi. Io che ci faccio qui, si trasforma in tu cosa ci trovi in questo restare?
Per raccontarsi, meglio la terza persona, anche per capire quanto gli altri entrino nelle nostre vite, le modifichino per i loro limiti, impongano condizioni. Capisco le tue necessità, mi adatto perché sei importante, ma non dovrei accondiscendere. Accondiscendere toglie progressivamente qualcosa, spolpa le relazioni, finché resta lo scheletro e allora si capisce che non si è scesi ma si è scivolati via. Un toboga che disperde piccoli sorrisi per la velocità e non torna indietro, allontana e colloca nel ricordo.

Che sia questo uno dei sensi del tempo? Cioè quello dell’usare la seconda persona singolare per mettere ordine tra presente, passato e soprattutto futuro? Tu che futuro vuoi? Quello immutabile che cristallizza nei limiti tracciati oppure un futuro che trovi strade nuove, che dilaghi in cerca di un mare senza argini? L’io ipertrofico queste domande non se le pone, ha già tutte le risposte dentro: esisto e il resto viene di conseguenza.
Oscillare tra la seconda e la terza persona, comprende il plurale, include l’altro e di quest’altro, assieme a noi, bisogna fare conto, essere sinceri nel dire ciò che ci spinge avanti. Cosa sia questo procedere lo specchio lo racconta, sono i desideri, le passioni, il farsi e disfarsi dell’amore e quella ricerca, che tutto comprende e che si riassume in una affermazione:

sono bastevole eppure insoddisfatto cresco,
sento che tu ci sei e corri,
anche a me incontro,
e condividi,
mai soli, instancabilmente mutevoli, siamo.

fotografia

Quella mossa eri tu, ricordi,
era la fotografia di noi tutti,
con gli assenti che non mancano mai e s’ostinavano a importunare
a dire, a ridere, a venire.
A ondate,
sì a ondate,
come la sera, implacabile, di questo giorno,
immerso nel mio profumo di casa.
Eravamo noi il profumo di casa:
quella polvere mista a sentore di fumo,
e lavanda e colonia invecchiata
e agrumi,
che nascondeva tra pensieri e ossessioni,
il greve o l’ilare gesto,
un birignao alla compagnia,
e se ora piango,
lasciatemi perdere,
io sono perso in questo profumo di casa,
in questa sera che diventa notte,
in questa briciola che resta,
da trascinare e dividere
prima di tornare stanco
a ciò che so, che conosco,
che mi ricompone e finalmente ti ferma,
non più mossa, qui come allora,
nel profumo di casa.

pomeridiana solitudine festiva

Costellati d’indifferenza, forse il peggio è invecchiare senza un senso che non sia fatto di cose, che non mastichi il tempo d’inutilita.
Chewing Gum per avere una notte in cui sognare e un mattino ancora pulito d’abitudine. Nessuno sogna questa vita, eppure dei sogni si attua poco o nulla, quello che ha fatto la fortuna della scimmia uomo pian piano lo distrugge perché lo rende conforme a qualcosa, qualcuno, con cui condividere un’espressione del viso, un modo di dire, un sorriso che ha radici differenti. Le pene sono altro, ma è questo brodo che prima addolora e poi rende insensibili. Nella fisica quantistica almeno si può essere da una parte o dall’altra senza una predestinazione, al più una probabilità, come nella confusione dei matti che ci sono ma sembrano non contare e invece contano assai. E non sono così i santi o quelli che perseguono il male privo di ragione e ne portano magari vanto, ci sono e rappresentano ciò che per fortuna non saremo mai appieno ma conteniamo in qualche recesso. Circondati di segni d’ingiustizia assoluta posticipiamo l’azione a un cavaliere su un bianco cavallo che rimetta ordine alle cose. È lo stesso che ogni matto sa che giungerà per dimostrare che il mondo non è quello che si mostra, ma bensì quello che non si dice.
Lo stare assieme altera l’altro perciò non posso misurare la sua conformità ai miei desideri, non posso avere la misura dell’amore o dell’indifferenza assieme e a questa indeterminazione appendo la speranza, come un abito che copra la nudità interiore di non sapere chi siamo senza fare qualcosa che lo dimostri. A noi anzitutto ma non solo.

desiderio

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
mentre parla col cielo che cambia ed è solo bello di sé,
essere la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.
E il riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.