la pazienza del ragno

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La strategia del ragno si basa sulla capacità che questo ha, di attirare il caso. Attende paziente, come il pescatore, che due eventualità consumino le probabilità remote e coincidano. Accade in ogni evento che noi definiamo trovarsi per caso nel posto giusto o sbagliato nel momento giusto o sbagliato.

Accade anche in amore che una rete di fascino si stenda attorno a noi o ad altri, che ci sia fiducia e impaziente attesa, poi qualcosa avverrà. Gli incontri possono coincidere oppure andare per loro conto. Pareva, sembrava, non era. Pensiamo a quante traiettorie non si intersecano, quanti destini migliori non avvengono, eppure c’è una paziente opera di un caso maggiore che sovrasta e coordina il nostro piccolo caso e tiene assieme le matassa di coincidenze positive che manda avanti il mondo e assieme a esso, manda avanti speranze e buoni accadimenti.

Il nostro piccolo caso è un buon venditore, fa luccicare e rende dolce ciò che è difficile, toglie le difficoltà e mette nell’ebbrezza del volo tutto il piacere che poi procurerà l’incontro e il suo evolvere. Stravolge il tempo, vive e non progetta, costruisce l’inimmaginabile.

Ci mostra la meraviglia dell’ avere una padronanza del proprio tempo, di ciò che si sente, e al tempo stesso esserne più o meno dolcemente sopraffatti e in balia.

Anche al ragno il caso non sempre arride, per lui è questione vitale, non si perde d’animo, riprova, ma ciò che lo rende debole è l’abitudine, il seguire sempre gli stessi percorsi. E ancora una volta ci assomiglia nella coazione a ripetere. In fondo abbiamo bisogno di certezze e di cambiamento e che il caso, la volontà o la voglia li mescolino per bene e rendano nuovo ciò che incessantemente accade.

una sera in Barbagia

Una sera c’erano tutti i tavoli pieni. Qualcuno aspettava in piedi che chi aveva finito di cenare se ne andasse. Le sale erano più d’una, risuonavano di voci in più lingue e tra queste c’erano quelle di casa, il sardo nuorese e il campidano. In fondo alla sala principale, al centro, c’era un grande camino con gli spiedi infissi nella brace. Noi eravamo in un tavolo di quercia vicino al fuoco, i volti accesi dal calore e dal vino, le parole rade, i piatti colmi. Ascoltavo quello che non capivo, la musica delle parole che si fondeva con i profumi. Mi traducevano e raccontavano delle pecore che si portano al mare per disinfettarne le mammelle con l’acqua salata dopo una transumanza lunga e aspra. Erano gli stessi tratturi difficili che avevo visto e seguito, abbarbicati su una roccia alta. E il mare sotto che avanzava e si ritraeva schiumando, riempiendo grotte e trascinando sassi. Un rumore di cuore profondo e di respiro. E chiudendo gli occhi in quella sala, assieme al profumo del mirto, sentivo il salso vicino, e le voci che andavano e venivano cullando.

Mi manca la Sardegna, la solitudine e la piccola paura nel percorrere molta strada da solo, senza apparentemente nessuno. Mi mancano gli amici, i sapori forti, il canto spontaneo dei cori a cappella che dialogavano tra tavolate. Mi manca il rumore del mare sotto casa, il buio che circondava le case isolate, il cielo così colmo di stelle che solo in montagna e in Africa l’ho visto eguale. Nulla è come l’ho lasciato, ma mi manca comunque. Persino le birre ghiacciate bevute a tarda mattina nei bar di periferia, ascoltando i ragazzi senza lavoro parlare di continente, come fosse una meta vicina e benevola. Neppure li dissuadevo, sentivo la loro forza di andare.

In pochi luoghi mi sono così sentito un viaggiatore antico, accolto e tenuto per mano. E in pochi altri luoghi ho sentito fondere insieme l’uomo, la terra, il bisogno e la fierezza d’una cultura antica e forte.

cuori lasciati a sé

La terra, le stoppie tinte dal sole rosso radente:

su questa terra c’è attesa,

il soverchio ha spezzato in profondità, ma il nuovo non è giunto,

c’è solo il freddo di bora che sposta foglie pesanti di fango.

Case attorno ad alberi e boschetti di pioppi

s’affacciano su pozze ghiacciate senza grida di bimbi,

I buoni borghesi celebrano ludi carnali in case di coccio,

qui c’è pietra di fiume, pelle ruvida di lavoro e zuppe fumanti,

vampe di legna, profumo nell’aria d’inverno.

Nei passi pesanti di ricordo il fango semina,

ma non lascia traccia in questo suolo

gelato di cuori lasciati a sé.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

si pensa che la pazienza non sia dinamica

Si pensa che la pazienza non sia dinamica

che essa semplicemente attenda,

non è così

quella che non muta è la curiosità,

ma è come un fuoco di cerino, si spegne e al più scotta le dita.

La curiosità si spegne in fretta secondo te?

Sì, con l’oggetto del desiderio

che deve diventare soggetto se vuole permanere.

Sei imprevedibile.

Non è vero qualcosa immagino, qualcosa so, qualcosa prevedo,

vedi, anche se non ho certezze

il dare solidità ai desideri crea certezze,

hai mai pensato come un desiderio liquido

denso

corposo, solido, piantato per terra,

e poi gli hai dato un nome:

quello.

E già era cosa,

ecco che serviva la pazienza per raggiungerlo.

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

oggetti?

Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.

andare o fuggire

Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.

Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.

Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.

Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.

È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.

mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.

a che serve l’astrolabio? un mantra per il mobile procedere

Sostanzialmente abbiamo bisogno di sapere dove siamo e che giorno é. Per questo ci occorre non il nostro orologio interiore ma quello esterno, fatto di stelle fisse e di orizzonte, di latitudine e di altezza del sole.

αστήρ “astèr” (“astro”) e dal verbo greco λαμβάνω “lambàno” (“prendere, afferrare”).

Ma anche se ti pare di sapere dove sei, ti senti nell’ingranaggio, in quel tutto che comprende anche il suo contrario, l’anima, l’assenza, lo spaesamento. Sono quelle bolle del sistema che lo stesso tollera per autogiustificarsi, senza le quali l’illusione di scelta cadrebbe.

E va bene sia così. Carichi sempre di significato tutto, te l’ho detto tante volte.
La tua vita parla per te ed è molto più semplice di quanto pensi: non ti sei arricchito, non sei uno sfruttatore, cerchi, nei limiti del possibile, di non fare del male o danneggiare gli altri.
Certo, avevi altre aspettative, molte sono state deluse ma ancora ti servono per mantenere quella sorta di dolente disillusione che più che lacerare, ti macera l’anima.
Il problema è che le aspettative non sono che immaginazione, proiezioni di menti inquiete, anticipazioni di ciò che non esiste.
Hai una vita che comunque hai scelto, una ricerca del profondo e del vero, di cui ti stai riappropriando, persone che ti vogliono bene, coraggio sufficiente a vivere e cambiare.
Non lasciare che la tua mente crei delle scuse per non vivere bene: ogni volta che lo fa, non respingerle ma cerca di osservarle con distacco. E se te lo ripeto è perchè nella vita ci sono già tanti motivi per soffrire senza cadere nelle trappole delle nostre pulsioni di morte, oltretutto immaginarie.
Vai verso est ed il vento comincia a soffiare da quella direzione?
Volta le spalle e procedi verso ovest.
Credo si chiami tao o qualcosa del genere.
Non caricare di significato tutto e sii contento di avere aiutato una persona che ne aveva bisogno. Le intenzioni, rispetto ai fatti, contano poco, comunque tu lo hai fatto. E una forma sottile di dolore rispetto al non vissuto rimarrà sempre: è una ruga in più sulla pelle dell’anima, solo questo.
Quando ti assalgono questi pensieri non respingerli…presta loro poca attenzione, come si fa con un disturbo. Osservali con sufficienza e con stupore vedine i particolari, ma guarda oltre. E ringrazia, facendo pulizia dei timori, per ciò che senti e sentirai, per l’inesplorato che è in te e attende con pazienza, la tua attenzione e amore.

Chiediti allora, a che serve l’astrolabio, se sei tu che sei tornato a casa.