tre minuti

Chiamato a raccontare in tre minuti cos’è per me la vita, per uno e mezzo stetti in silenzio: bisognava dar tempo alla vita di nascere.

Poi aggiunsi un sospiro, che non era indecisione e neppure stanchezza, ma soffio. Come fa la vita bambina che scherza col sonno del bimbo che dorme ed è comunicazione, aggregazione, dolcezza dell’amor vicino.

Così mezzo minuto lo usai per dire che per costruire qualcosa, vita compresa, bisognava mettere assieme, stabilire una relazione tra diversità apparenti, usare la tenerezza del congiungere con legami forti e deboli.

Lasciai mezzo minuto di silenzio per pensare. Sono lunghi trenta secondi, ma servivano a capire.

Mi restava mezzo minuto, sorrisi prima di concludere, perché era difficile mostrare che viver bene è più che vivere.

E allora dssi che per farlo serviva tentare di realizzare la vita aggregandola con armonia.

E che quando accadeva era un ordine o un disordine comune che faceva scorrere mentre rasserenava.

Forse avevo usato più parole del necessario e il tempo s’era concluso.

La vita perdonerà, perché in realtà non c’era molto da dire, bastava vivere.

lo so

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Lo so che il respiro lungo di questa notte, ancora calda, è la somma dei respiri che si muovono nei letti, l’affannare rotto dei desideri, l’aria impercettibile che si fa strada tra le labbra.

Lo so che questo respiro, che per un attimo si sospende, contiene tutti i sogni in corso, quelli scordati al levarsi, quelli che scivoleranno via con l’acqua del mattino.

Lo so che questo respiro riempie le strade, che viene tagliato in minuscoli pezzi dalle ultime auto e ricomposto dal camminare incerto verso casa, dal vagare senza meta.

Lo so che il respiro sale dai ciottoli e dalle pietre, dove s’era posato filtrando da persiane e imposte chiuse. Lo so che riempie gli spazi tra le case sino a traboccar sui tetti, che così riassume le veglie assopite, che spegne le luci delle stanze prima d’arrampicarsi irresistibile verso il cielo.

Lo so che questo sospiro ci unisce e ci divide, che ci spartisce, come coltello affilato, tra chi possiede una storia da raccontarsi e chi ne è privo. Ma so che ciò che divide ha sempre una speranza di riunirsi in un sogno già sognato.

Lo so che ciò che è diverso non lo è mai davvero eppure è irripetibile finché s’assomiglia ad un desiderio inappagato.

Ed io penso, sveglio, che questa notte non ha ancora l’odore delle tempeste d’autunno, ma sospira i ricordi delle nostre estati. Che la vita ha bisogno di noi. Che la tua estate e al mia sono così simili che ogni aggiungere è necessario e superfluo. Che l’aria tiene assieme, ed io respiro la tua e tu la mia, un poco tanto finchè sentirò il tuo cuore. E che questo ci è necessario perché contiamo noi, solo noi.

In un letto un desiderio s’è sovrapposto all’altro, incessantemente, sino alla quiete. Poi, nel sonno, dall’angolo di una bocca è scivolata una goccia di saliva: sembrava rugiada che aspettasse il sole, mentre il corpo si lasciava andare al sogno.

torna un ordine

Poi le cose si sistemano, in un modo o nell’altro l’ordine torna. Dovremmo tenerlo a mente.

In fondo bisogna esercitare la pazienza e la speranza, non scivolare nell’ansia che impedisce alle cose di avere un loro senso.

Che significa vivere nel giorno? Rincorrere l’attimo, la sensazione, l’emozione, oppure trovare il proprio tempo interiore, il battito profondo della nostra vita che accompagna il presente? In questa freccia positiva del divenire, trovo un senso all’ansia, e riconduco la fretta al suo posto: attraversare le strade, inseguire un amore che parte, cercare una cosa che serve davvero subito. E per il resto mi occupo e mi affido; bisogna avere fiducia nelle cose, nelle persone, nel caso, fare ciò che si può (e non significa tutto il possibile) e lasciare che qualcosa di buono accada anche senza il nostro decisivo intervento.

puer eternus

C’è una parte della vita in cui l’amore sembra nelle nostre mani. E’ allora che s’ incontra il bisogno inesausto d’essere amati, con la presunzione che la sua soddisfazione  possibile sia collegata a noi, parlo dell’adolescenza e della prima giovinezza. Forse per questo ricordo, in altri modi, con spirito eguale o profondamente diverso, in molti c’è il sogno di rivivere quell’età. Come si esprimerà questo bisogno dipenderà da chi lo prova. Non di rado si concentra sulle cose, oppure sull’idealizzazione dell’attimo vissuto come unico, o ancora sulle idee, o sulle persone, ma non è ancora “solo” il bisogno d’essere innamorati, ovvero d’essere amati e amare? Che poi tutto questo bisogno significa uscire da ciò che sembra ormai conosciuto, e desiderare, e perdersi, anche se ora si sa chi si è e dove si è.

Non è vero per tutti, non so quanti si adattano, non ci pensano più, se la mettono via. In fondo quasi tutti parlano e vivono quella che, per decisione comune, sembra essere la realtà effettuale. E non sognano che di rado. L’età dei sogni sembra definitivamente archiviata, ma a scavare tra i gesti e le parole si scopre che c’è un rimpianto e che esso assume le forme più strane: dalla cineticità del vivere sino al cinismo. Come se il confronto con una propria possibilità d’essere (felice) esistesse  anche nella sua negazione, e fosse sentire un’assenza per qualcosa che c’era e si è perduto.

la prigionia del necessario

Il ragionare, la razionalizzazione serve a dar conto della propria prigionia nel necessario. L’obbligo che, per essere trangugiabile, dev’essere ricondotto alla volontà. Farsene una ragione, in fondo è questo il procedere comune, e per quanto raffinato è il ragionamento, nel dialogo tra sé, alla fine ci si convince, perché questo era il fine. Non potrebbe essere altrimenti, perché  si dovrebbe rinunciare alla vita di relazione, agli affetti, alla convenienza. Nell’epoca della libertà virtuale, la convenienza ha un cattivo nome, sembra una parte poco generosa delle persone, la si apparenta al calcolo. La generosità in questo mondo, è apparente per gran parte dei casi, dei momenti, delle persone e quasi sempre soddisfa un bisogno. E’ una virtù domestica, la generosità, da associare all’amore, all’affetto, al bene e quando esce dalle mura domestiche, assume una dimensione sociale, supera l’individuo e la sua sfera, diviene eroica. Abbiamo bisogno d’eroi oppure queste modalità d’essere, queste sovrastrutture, poco ci riguardano, quando la vita di tutti i giorni è la gestione della libertà che ci è stata data ed è difficile da esercitare? E’ l’era delle libertà virtuali, che ci consegna al malessere del compromesso tra la possibilità e la realtà, ed è di questo che ogni giorno bisogna farsene una ragione. Ma andando alla radice del luciferino che conteniamo, anche la libertà è un bisogno di perfezione ed invece, noi viviamo nell’universo del relativo, poggiamo i piedi nella perfezione dei teoremi, delle leggi fisiche e dobbiamo muoverci con la forza del pressapoco. Bisogna farsene una ragione, sentire la limitatezza come possibilità, alterare le regole del gioco e pensare che se il mondo è solido noi fluttiamo su esso, che se la società, i vincoli economici, i modi di vivere sono gabbie possiamo uscirne e rientrarne per convenienza. Esplorare il profondo vuol dire essere adeguati a sé e non al mondo mutato, farsi affascinare dalla profondità del mare che conteniamo, è una cosa irragionevole e difficile, non c’è forse, una parte di noi che ci è stata insegnata con cura che ci dice che è meglio governare la ragione, perché la ragione aiuta a procedere? E se ad una ragione ne segue un’altra, poi un’altra e ancora, in una sequela infinita di ragioni e compromessi, non è poco male se esploriamo meno il mare e riusciamo a gestire desideri, irragionevolezze, pulsioni, stanchezze, gioie e disperazioni?

In questa funzione, il prete della ragione, la società, rassicura ed assolve, mentre lo strascico del difficile equilibrio della convenienza lo segue. 

A noi che come pesci ci immergiamo, saltiamo, ci ri immergiamo, perché la vita, lo sappiamo, è lì nel profondo, non nel guizzare d’acquario, resta l’irrequietezza e la necessità del farsene una ragione.

Quasi sempre, a volte si deroga e si respira.

l’età dei sogni

Ho vissuto dentro due sogni, li ho sognati con passione ed abbandono, credendoci, poi sono cambiato con loro che cessavano man mano di essere gli stessi sogni, od almeno così mi pareva. Ma i colori, la forza rimanevano. Sono una persona fortunata, mi piace il futuro, non vivo di rendita su ciò che è stato, ma ho potuto sognare e ancora mi succede. Chi ha avuto un amore è ricco, chi ne ha troppi, a volte, è confuso. I miei sogni giovani erano nati poco prima del ’68, così c’ho creduto subito e ho amato quei giorni, mi pareva d’essere all’interno di qualcosa che mutava il mondo. Mi pareva, anche perché vivevo quel sogno, mi modificava la vita ed io accettavo lo facesse. Mi pareva d’essere situazionista e qualche anno dopo, diventai comunista. Non era un sogno d’accatto, di serie b, era la prosecuzione all’interno di una struttura di pensiero ordinata, del sogno di cambiare il mondo. Forse è difficile adesso spiegare cosa siano stati quegli anni prima del terrorismo, ma c’era l’idea che il mondo potesse mutare profondamente, che parole come eguaglianza, pace, solidarietà, libertà potessero essere attuate appieno. Si discuteva molto, di tutto, si muoveva la vita dal personale al sociale e poi questa tornava indietro, in un flusso circolare che non finiva, ma si arricchiva, ingrossava in continuazione di idee. Molte scelte di vita furono fatte in quegli anni, qualcuno dei compagni più radicali nel cambiare la vita, ancora lo vedo, realizzato nel suo essere davvero alternativo.

Il 3 febbraio del 1991, Achille Ochetto, ultimo segretario del PCI, scioglieva il partito. Era tempo, doveva accadere, ma non si scioglievano le idee, si scioglieva la loro attuazione, la struttura, si cambiavano i fini. Un partito è un’organizzazione con scopi e obbiettivi, in un partito ideologico i fini coincidono con obbiettivi molto alti di cambiamento sociale e individuale.  Bisognava chiarire quello che sarebbe rimasto dei sogni, non fu fatto e ciò che è nato dopo è stato un insieme di tentativi che, partendo dal conosciuto, puntavano su qualcosa che non si capiva bene cosa fosse, la cosa fu per molto tempo il vero nome di quello che non poteva più essere un sogno. Parlare di quei giorni non è facile a chi non li ha vissuti, percorrevo il territorio, partecipavo come relatore di mozione ai congressi, ero occhettiano, mi pareva fosse la prosecuzione del pensiero di Berlinguer, un uomo che avevo amato per la coincidenza tra parola e vita, e volevo cambiare per non rinunciare ai sogni. Ma le lacrime, gli interventi appassionati, le rotture di chi non condivideva, non li ho scordati, erano di persone che non ho smesso di apprezzare e difendere, persone che quasi sempre avevano dedicato la vita ad una idea di cambiamento, di giustizia sociale. Adesso è difficile pensare che qualcuno sia disposto a sacrificare molto per un’idea politica, piegare una vita per difendere un principio, una legge di libertà, opporsi in una città in preda alla malavita, difendere una fabbrica e i suoi lavoratori. Allora accadeva, anche se non si era di quella città, di quella fabbrica, anche se la legge non l’avremmo mai applicata su noi stessi. Significa che i sogni finiscono all’alba, che siamo nel giorno e quindi nella realtà, oppure che ci sarà spazio per tornare a sognare? Io punto sulla speranza che l’uomo non finisca di credere che si può mutare il mondo, essere uguali, avere giustizia. Certo non posso pensare che sarà Monti a farmi sognare, non vedo leader che possano, con la forza della convinzione e dell’analisi suscitare passioni grandi. In fondo anche i tecnici sono lo specchio di questo sonno senza sogni. Però magari un po’ per volta, qualcuno comincerà a parlare del grande inganno che si consuma a carico dei giovani e dei deboli, qualche professore si rifiuterà di essere tranquillizzante con gli allievi, qualche docente universitario ascolterà la miseria giovanile e parlerà diversamente. Non rassicurerà sul merito, non spaccerà la cultura come fattore di successo, ma riporterà le cose nella realtà, ovvero dirà: studiate per capire, ma prendete in mano la società, rendetela più giusta, più eguale, più libera. Fatelo voi, dirà ai giovani, noi ci saremo.

Se saranno molti questi disvelatori della realtà, e se li cacceranno, e qualcuno comincerà a difenderli, allora il mondo tornerà ad essere reale.

E il sogno riprenderà, perché della realtà hanno bisogno i sogni.