considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che operano, l’indignazione è sterile e non muta nulla. Il disagio è fisiologico, ed è ciò che non corrisponde a sé, a un comune sentire con chi ci è amico. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Da anni in politica e nella società si cerca il massimo comun divisore sociale e le persone che lo fanno non mi piacciono. Preferisco quelli che perseguono il minimo comune multiplo, l’eguaglianza e la dignità come diritto comune. Aritmetica di base per una società di uomini pensati come atomi, con molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto e necessario? Pensateci perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Se non mi interessa dell’altro , starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: è un dare testate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo e il gioco non finiva, poteva cambiare verso.

quando invademmo la germania

Non erano cene leggere. Dopo stinchi e spalle affumicate, caraffe di birra, crauti e grappa di ciliegie, iniziava il tour digestivo. Fuori poteva essere un caldo da luglio, con i ragazzi in maglietta e calzoncini che si radunavano a crocchi e parlavano forte e suonavano chitarre e bonghi nelle piazze della città vecchia, oppure uscendo dal locale caldissimo, il freddo era una lama tra le costole che faceva chiudere stretti i cappotti e alzare i baveri. I ragazzi erano sempre a gruppi, anche con la neve a terra. Bevevano birra e vodka , facevano fuochi bruciando appunti di lezioni noiose . Si scaldavano le mani protendendole verso la fiamma e sembravano sempre poco vestiti. Accanto a loro si accumulavano mucchi di bottiglie e vomito.

Il giro digestivo seguiva i canali e le birrerie, alzava le voci, si fermava a guardare i colori delle insegne illuminate sull’acqua. Commentavamo l’assenza o quasi, di senzatetto, quelli che si vedevano erano rari, pacifici e dormienti dentro sacchi a pelo molto consistenti. Avevano un tetrapack di latte vicino al viso e un involto di carta. Mi dicevano che i gruppi caritatevoli facevano il giro presto, alle nove, e chi era sveglio beveva il latte caldo e mangiava il panino, chi già dormiva avrebbe fatto colazione all’alba. Anche perché alle sei tutti dovevano andare altrove: passava la nettezza urbana con le macchine pulitrici.

Camminavamo per aiutare l’affumicato a farsi strada . Ogni tre bar aperti, una birreria e una sosta. Una birra scura fresca e forte, un passaggio di toilette e poi, dopo discorsi che sembravano seri o faceti a seconda di chi ascoltava, di nuovo fuori. Credo che la città vecchia e non solo quella si percorresse ripetutamente sino all’una di notte, quando tutto era ormai chiuso e per la terza o quarta volta appariva l’albergo. Chi era più saggio diceva: vado a letto. Così tutti si entrava e c’era l’ultima birra prima di dormire, dove la parola dormire significava una lotta notturna con il piumino in un avvolgersi e srotolarsi in sincronia con i movimenti cinetici dello stomaco, in un sonno ricco di ripetuti risvegli tra incubi di discreta fattura. L’ascesa alle camere era forse per questo lenta, perché ciascuno sapeva cosa lo aspettava e il giorno seguente sarebbe stato impegnativo. Come da programma notificato per tempo e ben organizzato nei tempi scanditi e nei risultati da raggiungere. Così il tempo ridotto di un riposo sudato doveva compensare e mantenere le ottime pubbliche relazioni raggiunte, mantenere l’onore del Paese di provenienza e la capacità di resistere, con qualsiasi tempo, alle agende dei momenti di divertimento. E se qualcuno vedendoci, sogghignava, il giorno appresso si sarebbe accorto che le menti non erano confuse, i reni ben funzionanti e lo spirito alto. Poi sarebbero venuti dalle nostre parti e allora si sarebbe restituita l’ospitalità e il tasso alcolico. Come a dire che se la battaglia non era vinta sbaragliando il campo, era un po’ più che patta, ma dalla nostra parte.

un segno

Con parole altisonanti o sommesse, verticali od orizzontali, capaci di rigare un vetro o una superficie polita d’acciaio sicché poi lo sguardo non possa non curarsene e il dito voler percorrere la rigatura, sentirne il flebile rientro, la sbavatura del limite e il freddo che in esso incespica, così ogni sera ci parlano.

Un segno la riga, lo striscio. Un’attrazione che vede la rottura di un ordine, d’una unità che distrae attraendo. Distrae dall’usuale, dal previsto, sgretola il concreto, la massa del reale che si scompone e in più piccoli pezzi interroga, ma ormai è solo frammento, parte della domanda. Che poi essa è una e come l’assenza riempie, non si espande: è già piena di sé, di significato, di futuro intriso di presente. Una parola a scelta da far scendere o salire, non importa, l’universo , il nostro universo, non ha un alto e un basso, solo un prima che diventa un dopo e spiegazza le vite e il pianeti come lenzuola in cui qualcosa deve avvenire. Oppure qualcos’altro. Non importa. Così la domanda si riduce a una parola. Perché. Quando. Dove. Cosa. Domani. O si frange nel balbettio che precede il silenzio, perché chissà quant’altro s’annida nel noi collettivo e nella risposta conosciuta e difficile. Una risposta fatta a brani dall’archetipo di belva, dal profondo che non vuol cedere.

Basterà? Sarà sufficiente ridurre un poco, rallentare, cambiare qualcosa che non costi troppo all’abitudine, all’idea del prima? Ci sarà un’età dell’oro per chi non l’ha mai vissuta? Basterà ci siano nuove regole, perché i delicati meccanismi che portano a costruire un orologio o una locomotiva, che fanno seminare a un contadino povero dell’Egitto o dell’India del cotone, facendolo crescere, raccogliendolo in balle e consegnandolo a un treno, a una nave che lo porti a filare, a tingere, farne tessuto e poi ancora portandolo altrove a tagliare, cucire, diventare altro prima d’essere infine prezzo, guadagno, uso e ancora straccio e fibra da sfibrare per altro essere. Basterà mutare di poco tutto questo oppure non basterà più?

E la parola che ha rigato vetro e acciaio sarà sufficiente a segnare l’intelligenza e il cuore di un solo segno che faccia capire? Aprirà nuove strade per ricomporre in diverso modo quel perfetto orologio del produrre che dimentichiamo, segna il tempo già passato e dove pagano sempre le altre specie, il pianeta, il povero, il debole. Ci sarà un futuro che ci riguarda dove ciò che è di tutti non viene accaparrato da pochi, usato, rivenduto, ripreso e alla fine sperperato e tramutato in veleno nella catena che non si ferma mai?

È questa la fase due o è solo il prolungarsi dell’eterna prima fase che mai rimette in discussione se stessa e che dei segni non si cura finché non è il segno a diventare prepotente e a pretendere il dovuto? Ecco, questo non so, anche se so che cambierà e il dopo non sarà il prima.

il limite

In questo tempo in cui c’era la possibilità del giusto, dell’equo, del sufficiente a tutti, ma per stanchezza, ignavia o indifferenza lo si è ignorato.

In questo tempo di parole svuotate, di invettive, di odio crescente, di domande accantonate, c’è il bisogno di capire gli errori. I miei anzitutto e perché essi facciano così male. Sono cose veniali, strabismi, superbie e sufficienze inutili, valutazioni imperfette, eppure tolgono energia, la dissipano in rivoli senza senso.

A questo serve il silenzio, il mettersi da parte: a porre al giusto posto le cose e le persone, senza considerarsi più intelligenti della realtà. Serve a capire il limite e a frequentarlo con rispetto e modestia.

scontento inverno

In qualche momento inizia la nostra “stranezza”, ovvero l’asincronia con chi ci sta attorno. È qualcosa che emana da un alito profondo. Un collocarsi sbagliato che diventa abitudine. E sposta le lettere delle parole, altera accenti e senso, il discorso si frantuma in tanti piccoli coriandoli colorati. Con le mani ci si protende per raccogliere, per non gettar via. Oppure farlo per volontà propria non per accidente.

Dov’è la ragione? La scoperta dell’unicità che ci portiamo appresso, genera spesso  scontento e gioia assieme. Basta per movimentare una vita, per donare all’istinto nobiltà sconosciute e per rinnovare i sogni. Loro ci conoscono, ma parlano lingue e frequentano gentaglia che di giorno non s’incontra, così scivolano nella rappresentazione. Il vero come commedia ed eterno rinnovo di speranze sconosciute fino alla notte precedente. 

Stanotte la luna era persino eccessiva, illuminava le colline intorno, attirava senza pudore lo sguardo e faceva sentire la solitudine di febbraio.

La luce della luce è meglio condividerla, parlando sommessamente, con molti silenzi. Ecco la preziosità del non dire se non a chi chiede davvero, ho pensato, del sentire il silenzio, del darlo come abbraccio. E di un viaggio conservare ciò che non è accaduto, il possibile che non è stato e che ora nella luce si rivela: era cosa senz’aggettivi, solo differente e altissima nel suo poter generare.

Il possibile è sempre gravido di noi, del nostro amarlo senza reticenza.

Che sia scontento ogni inverno che non coltiva in sé la primavera.

 

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane:

una selva di cuori spezzati,

di cocci mostrati impudichi al sole,

camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,

e polo e maglioni e jeans ed eskimo

e sciarpe d’autunno multicolori

e abbronzature salse di pelle e di mare.

E ancora una selva di cuori spezzati,

ricomposti, trepidanti, incollati.

Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,

graffianti nel cielo

e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,

ma dolcissimi

finché una canzone li avvolge

e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

 

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali
che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
Consci che è ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo.
E su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
 Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.

il tempo scorre e noi chissà

In questi giorni ho pensato alla limitatezza che esiste tra bisogno e risposta. Anche alla delusione che piccole cose provocano nel nostro sentire e come queste, accanto a quelle più grandi, erodano. In fondo siamo arenarie che giocano col vento, che si lasciano lavorare dagli elementi e dall’accadere, ma questo non ci rende passivi, anzi, i desideri sono in ogni minuscolo granello che il vento trasporterà chissà dove e quel desiderio, insoddisfatto, ci seguirà in effige nel cuore, o nella mente, o nell’ipotalamo secondo preferenze. Sistemi fragili e friabili che provano sensazioni forti, siano esse gioie o delusioni e le collocano nel tempo, in un come eravamo ricco di alternative bruciate che ora si pone domande. Il pensiero, quindi, scivolava tra adeguatezza al desiderare e persistenza, tra il tempo e il suo mutare.

Se si ama Eraclito, l’oscuro, si sa che il fluire cambia il mondo che ci attornia e lo fa molto più rapidamente del pesce che è immerso nel fiume. Eppure il tempo è lo stesso. È nei rapporti tra persone, nell’affettività, nei desideri, dove il tempo sembra lo stesso eppure si differenzia, muta e come tra il fiume e chi lo vive c’è chi osserva e chi, indifferente, è osservato.

Ci si lascia sempre un po’ dopo esserci incontrati ed è il continuo ritrovarsi che tiene assieme, finché funziona, poi le vite e i tempi divergono perché solo in quell’unità profonda che è durata molto o poco, i tempi avevano trovato la sincronia del diverso. Un sentimento, un amore, quasi mai trova risposte definitive proprio perché include il bisogno e il tempo per essere soddisfatto. Bisogna condividere il senso dello scorrere e il suo tempo e non si può fare con facilità, anzi, essendo un processo voluto è una fatica immane.

Ci si lascia nella visione del momento che da tempo non è più, ma il fiume, il pesce e chi guarda restano. E ogni viaggio è circolare, ritorna, volenti o nolenti su ciò che poteva essere e non è stato.
Questo differenziale di tempo tra lo scorrere attorno e noi poco veloci, non è mai privo di conseguenze, relativizza l’osservatore, lo orienta su altro, assegna ruoli, si rivolge verso il sé e analizza. Ma quasi mai trova risposte definitive proprio perché il bisogno per essere soddisfatto ha la necessità di una interlocuzione profonda che è unità di tempo e desiderio.

Si ha un bel dire che si conosce la scienza degli addii, nel profondo essi non sono mai tali ed è difficilissimo tagliare ciò che è accaduto e diventato parte di noi, perché li si riannodano i tempi.

Si va oltre, come dicono i cinici o gli stanchi, approdi umani che si assomigliano assai. Ci si fa una ragione, anche se è la vita che ci spinge a rifare i conti e a ricordare. Meditare sul tempo che non ha avuto la stessa creanza di scorrere con noi e di lasciarsi alle spalle l’alterità che non esiste più può essere utile solo se ci si ritrova.

Bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe pure riconoscersi ovvero assomigliarsi accettando molto di ciò che ci neghiamo per qualche divieto di cui non abbiamo memoria. Basterebbe essere simili ai desideri e al profondo che possediamo, al tempo che è condiviso ed è davvero nostro, il resto verrebbe di conseguenza.

 

 

 

 

 

sono solo parole

La voce alterna momenti di quiete ad accenti di forza, incespica, torna indietro, precisa e ripete con più forza. Le immagini commentate mostrano edifici integri e rovine, ciò che c’era e ciò che è rimasto dopo una furia. Le furie. La leziosità delle dissolvenze, degli accostamenti eruditi, non toglie nulla alla drammaticità delle macerie. La voce racconta e la mente immagina, ricorda ciò che ha visto, associa momenti, letture, fatti, odori, sensazioni provate. La letteratura, il già letto di altre distruzioni, assiste un’idea insita nel dis farsi, come se la storia e la stessa identità spesso evocate nelle parole, fossero già scomparse da molto tempo, colpite da una maledizione che ha reso immemori i custodi. Chi si duole per tanta rovina è chi conosce e ricorda, spesso lontano e straniero, mentre chi è nato, vissuto accanto alla bellezza, non ne è stato contagiato, non è migliore ma indifferente. Per molti dei presunti eredi di un mondo che sta sui nostri libri di arte e di storia, quel passato non è mai esistito.

La voce continua ad esplorare le immagini e a cumuli di pietre si sovrappongono altri cumuli, finché tutto diventa indistinto e grigio, come se la natura, la roccia si fosse ripresa ciò che era stato a lei tolto, scavato, inciso, abbellito, per diventare segno d’intelligenza e di sapere acquisito alla ricerca di un’immortalità presunta che già aveva abbattuto e consumato ciò che l’aveva preceduta. Tracce che scompaiono. È la raffigurazione di un mondo senza l’uomo: c’era una stanza in cui le passioni e l’ira si sono scontrate, i mobili sono divenuti riparo e oggetti contundenti e alla fine nulla si è salvato. Non ha vinto nessuno. Non ci sono neppure i corpi, le ferite evidenti nella carne, c’è il vuoto, l’assenza che ha concluso una storia difficile e comune dove le rovine sono solo pietra che non dice nulla, o quasi della fine. Certo c’è qualche rocchio di colonna scanalato, la voluta di un capitello, una testina staccata malamente da una scheggia.  Lì vicino ricordo un cammello che si coccolava al cammelliere, la grossa testa che cercava carezze e i grandi occhi che sbattevano buoni. Era tutto falso, bastava sparire dietro una colonna e il bastone si alzava e picchiava sulla gobba, sulla testa per togliere quell’attenzione non voluta. Era questa la cultura che veniva dalle sabbie, che si era radicata in possanza di archi, in templi immani, in teatri perfetti? Questi erano i predoni che avevano già depredato e poi s’erano fermati incapaci di andare altrove, vivevano perché giusto vivere ovunque ci sia un posto in cui fermarsi. La voce parla delle razzie ulteriori, dei collezionisti che acquistano ciò che viene trafugato, pezzi che verranno nascosti in caveau, testimonianze prive di contesto, divenute eccezione, abbellimento e privilegio. Wunderkammer per ricchi in cerca di meraviglie, per pochi sodali che forse capiranno oppure semplicemente giudicheranno un’eccentricità quell’accumulare oggetti alieni.

Chi ha convissuto è stato privato della memoria di una bellezza che ora vaga in cerca di salvezza e non si cura di nulla, non è importante. La normalità è con rovine e pecore, quella è la pace: come nelle incisioni del Piranesi.

Una voce commossa chiede delle città morte alla voce che narra. Bombardate anch’esse, cancellate, perché in esse ci poteva essere vita. Non è una metafora è la realtà, e le parole sono solo parole.

E già questo era troppo:

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l’ordine il disordine

I palazzi dell’europa dell’est, anche quelli in piccole città, avevano un rigore di linee precise e di progetti acquarellati. Erano privi della sezione aurea dell’Alberti, ma mandavano un senso di solida sicurezza. Questi palazzi avevano alte finestre per raccogliere tutta la luce disponibile, simmetrie di porte che si muovevano da un asse centrale, colori bianchi o al più in quelle tinte pastello senza ardimento che spesso si vedono niei paesi del nord, con le finestre segnate in un diverso colore che seguiva le modanature, le grottesche, le finte colonne, i cornicioni. L’effetto degli accostamenti di colore era moderatamente leggero, come se chi minuziosamente aveva curato l’esecuzione dovesse dominare anche i pensieri riposanti e futili per una corrispondenza ordinata tra interiore ed esteriore.  Così anche l’asimmetria era ordinata e voluta per comunicare il senso di attesa del compimento. Una sua pcertezza.

Questi palazzi sembravano fatti per durare e per convenientemente rappresentare un potere intramontabile. Il potere pensa spesso di non passare e forse per questo genera un eterno presente e trascura il futuro, lasciando che questo si crei da solo e spesso per contrasto pensando di poterlo imbrigliare nel rigore di una linea, di una parola, di un gesto inequivocabile. Lasciamoglielo credere perché nulla è più apparentemente solido e precario come il potere e l’ordine mentale che esso genera.

Così mi accadeva di osservare anche altrove, in Cina ad esempio, o in medio oriente, o nelle architetture civili del Corno d’Africa, o in sud america, ovunque, indipendentemente dalla ricchezza del Paese, che si ripetevano le modalità del costruire e il senso di ordine che la simmetria comunica, statuendo il controllo e quindi il potere di chi la genera.

Così pensavo che fare ordine è un affidarsi e un riposo interiore, e che per farlo bisogna avere anzitutto cognizione delle cose e assegnare loro un’importanza. Il pensiero sotteso alla legge che si esprimeva in qualsiasi asylum era che l’ordine fa bene e che messo a posto il mondo tutto il resto doveva muoversi di conseguenza. Questo pensava il potere e moltissimi con esso, tanto che si riposavano nel fare ordine, nel tenere le cose secondo giuste sequenze.

Lo vedevo nei palazzi e mi sembrava collegato ad una necessità di sicurezza interiore da soddisfare. Però sapevo anche che l’universo, pur avendo equazioni a loro modo molto imbriglianti e ordinate, si ostinava a rappresentare qualcosa che si espandeva, che era insofferente dei limiti, che non tollerava la staticità e la sicurezza, ma praticava il movimento e l’insicurezza.

Mi sembrava fossimo accoccolati nel grembo della galassia, e guardando ciò che si espandeva, ai nostri occhi c’era un nero solcato da lampi di energia, a volte luminosa ma altrettanto spesso oscura. E solo la poesia con il suo disordine del sentire, con la violenza della verità poteva assomigliare ad una equazione che descriveva un fenomeno visto e ancor più percepito. Solo che la poesia la sentivano tutti, non solo gli osservatori ricchi di scienza e se risuonava in maniera differente, in ciascuno, il risultato non cambiava: sotto l’ordine c’era un vulcano pronto ad eruttare verso il cielo l’immenso contenuto dei desideri, delle aspettative e della realtà percepita e di quella voluta.

E così pensavo che quei palazzi erano belli, ma monotoni come l’utile che senza l’inutile e la sua fantasia renderebbe grigia ogni ora.