sono solo parole

La voce alterna momenti di quiete ad accenti di forza, incespica, torna indietro, precisa e ripete con più forza. Le immagini commentate mostrano edifici integri e rovine, ciò che c’era e ciò che è rimasto dopo una furia. Le furie. La leziosità delle dissolvenze, degli accostamenti eruditi, non toglie nulla alla drammaticità delle macerie. La voce racconta e la mente immagina, ricorda ciò che ha visto, associa momenti, letture, fatti, odori, sensazioni provate. La letteratura, il già letto di altre distruzioni, assiste un’idea insita nel dis farsi, come se la storia e la stessa identità spesso evocate nelle parole, fossero già scomparse da molto tempo, colpite da una maledizione che ha reso immemori i custodi. Chi si duole per tanta rovina è chi conosce e ricorda, spesso lontano e straniero, mentre chi è nato, vissuto accanto alla bellezza, non ne è stato contagiato, non è migliore ma indifferente. Per molti dei presunti eredi di un mondo che sta sui nostri libri di arte e di storia, quel passato non è mai esistito.

La voce continua ad esplorare le immagini e a cumuli di pietre si sovrappongono altri cumuli, finché tutto diventa indistinto e grigio, come se la natura, la roccia si fosse ripresa ciò che era stato a lei tolto, scavato, inciso, abbellito, per diventare segno d’intelligenza e di sapere acquisito alla ricerca di un’immortalità presunta che già aveva abbattuto e consumato ciò che l’aveva preceduta. Tracce che scompaiono. È la raffigurazione di un mondo senza l’uomo: c’era una stanza in cui le passioni e l’ira si sono scontrate, i mobili sono divenuti riparo e oggetti contundenti e alla fine nulla si è salvato. Non ha vinto nessuno. Non ci sono neppure i corpi, le ferite evidenti nella carne, c’è il vuoto, l’assenza che ha concluso una storia difficile e comune dove le rovine sono solo pietra che non dice nulla, o quasi della fine. Certo c’è qualche rocchio di colonna scanalato, la voluta di un capitello, una testina staccata malamente da una scheggia.  Lì vicino ricordo un cammello che si coccolava al cammelliere, la grossa testa che cercava carezze e i grandi occhi che sbattevano buoni. Era tutto falso, bastava sparire dietro una colonna e il bastone si alzava e picchiava sulla gobba, sulla testa per togliere quell’attenzione non voluta. Era questa la cultura che veniva dalle sabbie, che si era radicata in possanza di archi, in templi immani, in teatri perfetti? Questi erano i predoni che avevano già depredato e poi s’erano fermati incapaci di andare altrove, vivevano perché giusto vivere ovunque ci sia un posto in cui fermarsi. La voce parla delle razzie ulteriori, dei collezionisti che acquistano ciò che viene trafugato, pezzi che verranno nascosti in caveau, testimonianze prive di contesto, divenute eccezione, abbellimento e privilegio. Wunderkammer per ricchi in cerca di meraviglie, per pochi sodali che forse capiranno oppure semplicemente giudicheranno un’eccentricità quell’accumulare oggetti alieni.

Chi ha convissuto è stato privato della memoria di una bellezza che ora vaga in cerca di salvezza e non si cura di nulla, non è importante. La normalità è con rovine e pecore, quella è la pace: come nelle incisioni del Piranesi.

Una voce commossa chiede delle città morte alla voce che narra. Bombardate anch’esse, cancellate, perché in esse ci poteva essere vita. Non è una metafora è la realtà, e le parole sono solo parole.

E già questo era troppo:

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l’ordine il disordine

I palazzi dell’europa dell’est, anche quelli in piccole città, avevano un rigore di linee precise e di progetti acquarellati. Erano privi della sezione aurea dell’Alberti, ma mandavano un senso di solida sicurezza. Questi palazzi avevano alte finestre per raccogliere tutta la luce disponibile, simmetrie di porte che si muovevano da un asse centrale, colori bianchi o al più in quelle tinte pastello senza ardimento che spesso si vedono niei paesi del nord, con le finestre segnate in un diverso colore che seguiva le modanature, le grottesche, le finte colonne, i cornicioni. L’effetto degli accostamenti di colore era moderatamente leggero, come se chi minuziosamente aveva curato l’esecuzione dovesse dominare anche i pensieri riposanti e futili per una corrispondenza ordinata tra interiore ed esteriore.  Così anche l’asimmetria era ordinata e voluta per comunicare il senso di attesa del compimento. Una sua pcertezza.

Questi palazzi sembravano fatti per durare e per convenientemente rappresentare un potere intramontabile. Il potere pensa spesso di non passare e forse per questo genera un eterno presente e trascura il futuro, lasciando che questo si crei da solo e spesso per contrasto pensando di poterlo imbrigliare nel rigore di una linea, di una parola, di un gesto inequivocabile. Lasciamoglielo credere perché nulla è più apparentemente solido e precario come il potere e l’ordine mentale che esso genera.

Così mi accadeva di osservare anche altrove, in Cina ad esempio, o in medio oriente, o nelle architetture civili del Corno d’Africa, o in sud america, ovunque, indipendentemente dalla ricchezza del Paese, che si ripetevano le modalità del costruire e il senso di ordine che la simmetria comunica, statuendo il controllo e quindi il potere di chi la genera.

Così pensavo che fare ordine è un affidarsi e un riposo interiore, e che per farlo bisogna avere anzitutto cognizione delle cose e assegnare loro un’importanza. Il pensiero sotteso alla legge che si esprimeva in qualsiasi asylum era che l’ordine fa bene e che messo a posto il mondo tutto il resto doveva muoversi di conseguenza. Questo pensava il potere e moltissimi con esso, tanto che si riposavano nel fare ordine, nel tenere le cose secondo giuste sequenze.

Lo vedevo nei palazzi e mi sembrava collegato ad una necessità di sicurezza interiore da soddisfare. Però sapevo anche che l’universo, pur avendo equazioni a loro modo molto imbriglianti e ordinate, si ostinava a rappresentare qualcosa che si espandeva, che era insofferente dei limiti, che non tollerava la staticità e la sicurezza, ma praticava il movimento e l’insicurezza.

Mi sembrava fossimo accoccolati nel grembo della galassia, e guardando ciò che si espandeva, ai nostri occhi c’era un nero solcato da lampi di energia, a volte luminosa ma altrettanto spesso oscura. E solo la poesia con il suo disordine del sentire, con la violenza della verità poteva assomigliare ad una equazione che descriveva un fenomeno visto e ancor più percepito. Solo che la poesia la sentivano tutti, non solo gli osservatori ricchi di scienza e se risuonava in maniera differente, in ciascuno, il risultato non cambiava: sotto l’ordine c’era un vulcano pronto ad eruttare verso il cielo l’immenso contenuto dei desideri, delle aspettative e della realtà percepita e di quella voluta.

E così pensavo che quei palazzi erano belli, ma monotoni come l’utile che senza l’inutile e la sua fantasia renderebbe grigia ogni ora.

 

le chimiche verità

Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.

Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.

La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.

Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.

Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.

Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.

 

nodo e gropo

Un nodo. Come quelli che mia nonna mi insegnava a sciogliere.

(In realtà lei mi insegnava la pazienza e il nodo lo chiamava gropo. Che era cosa meno raffinata e suscettibile di analisi, ma la sua ruvidezza lo rendeva scioglibile. Sciogliere è riportare le cose in un ordine accettabile.)

Solo che questo nodo è dentro e riassume altro.

Cosa include la topologia di un nodo oltre all’evidenza ?

La complessità.

Cioè tutto quello che non si riesce a maneggiare: il futuro, i ricordi, le cose non fatte e quelle, purtroppo, fatte, i no non detti a tempo, il muro dei sì, ciò che si è tenuto a forza e ciò che si è tagliato. Beh, tagliato è una parolona visto che dentro al nodo c’è anche quel legame.

Un nodo tiene assieme e impedisce di andare dove si vorrebbe. Come i cani a catena. E questo nodo non si scioglie. Non con la sufficiente velocità, almeno. E non va né su né giù. È lì a ricordare che solo con le dita che portano al cervello si può agire per non aggiungere complessità.

Il contrario della complessità non è semplicità, ma scelta, errore, pazienza.

Ecco, tutto qui.

Semplice essere complessi, molto meno trasformare i nodi in gropi per scioglierli davvero. 

la stanchezza di dedalo

 

Dedalo è stanco. Troppa realtà veduta e soprattutto percepita. La complessità che non si scioglie è il nodo di Gordio.

Questa la nostra stagione. Dice. La complessità consegna la libertà in mani altrui e lascia l’illusione del libero arbitrio.

Dedalo è stanco dell’apparenza.

Pensa: Siamo zeppi di sentire, di passioni transitorie, che hanno una realtà assoluta e quotidiana. ma sono un recinto della realtà. Un campo di detenzione da dove si fugge col sogno.

Dedalo pensa che la stanchezza è la percezione della propria inutilità al cambiamento. E perché cambiare se il resto non cambia. Così resta il sé, poca o grande cosa, ma un ghetto. Chiudersi protegge e insieme stanca le ali: quelle che sbattono sulle pareti.

Dedalo sà che il labirinto non ha alternative: non si torna indietro e si deve andare andare avanti.

Molti si lasciano morire nel labirinto, pensa, metaforicamente e praticamente. Noi siamo il nostro minotauro. 

Allora la stanchezza è giustificata solo per un riposo, ma poi confligge col vivere.

E questo Dedalo lo sa. Lo conosce profondamente. Prende in mano il nodo e tenta per l’ennesima volta di scioglierlo.

Dedalo è stanco e ha pazienza. 

Pensa: Solo la pazienza unita alla passione, ci salva.  

E intanto ritenta.

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

raccomandazione

Non che gliene facessi una colpa, anzi, ero io che mi dicevo imbecille. Per come avevo affrontato il problema, per aver trovato parole poco convincenti e aver dato per scontato un atteggiamento simile al mio.

Se una persona aveva davvero bisogno perché non darle una mano? Non si toglieva nulla a nessuno, non si creavano privilegi. Qualcuno veniva tolto da un’indigenza imprevista, veniva aiutato per quel poco che sarebbe servito a tirarsi fuori d’impaccio e poi avrebbe trovato da solo le soluzioni. Non parlavamo di chissà quali lavori, e neppure di stipendi lauti, sarebbero stati per otto ore di lavoro, 7-800 euro al mese. Il necessario per pagare le bollette e mangiare.  A una certa età non si guarda troppo per il sottile, si capisce che è accaduto qualcosa che non solo non si era previsto ma che non doveva accadere. In fondo è la china che ha un giocatore che pensa sempre di rifarsi al giro successivo e invece, nonostante la buona volontà, è una spirale verso il basso. Finché non c’è più nulla da vendere, e si è toccato il fondo. Noi eravamo stati fortunati, allora perché non aiutare, non dare una mano?

Per anni erano venuti da me fidando che il potere potesse qualcosa. E per alcuni avevo tentato. Niente di illecito, per carità, ma solo quel garantire di persona che erano persone a posto. Con qualcuno aveva anche funzionato. Nel senso che era stato assunto, e mi erano pure stati grati quelli che lo avevano preso perché faceva il suo lavoro e doveva dimostrare che era in grado di essere affidabile. Insomma ne era nato qualcosa di positivo. Poiché le cose riguardavano il privato e non c’era obbligo per nessuno, mi sembrava fosse una solidarietà dovuta, il provare a risolvere una situazione di emergenza. E mi era rimasto questo atteggiamento: se si può fare si fa. Anche perché il tanto parlare di sinistra, di diritti, di eguaglianza una qualche concretezza doveva pure averla.

Anzitutto nei gesti quotidiani, nella pulizia dell’agire e poi nella prospettiva in cui mettere quelle quotidianità: rifiutare una pressione su un appalto era un gesto che si diffondeva subito nell’ambiente. Non te lo chiedevano più. Magari ti raccontavano il bisogno dell’azienda, la necessità di pagare gli operai, però se dicevi che c’erano regole precise, capivano. Insomma chi era onesto, veniva stimato e di questa stima ti raccontavano anche dopo anni, quando le cose si erano raddrizzate oppure erano definitivamente crollate. Non chiedevo mai nulla a qualcuno che avesse a che fare con me per lavoro. Solo a persone che in qualche modo avevo conosciuto per altri motivi. Premettevo che capivo il momento, ma se per caso avessero avuto necessità, c’era una persona disponibile in una situazione difficile. Poi facessero loro, a me bastava leggessero il curriculum e, se ritenevano, la vedessero. Non capitava spesso, né la richiesta, né il fatto che andasse a buon fine, ma detto senza pressione o obblighi, mi pareva che questo non alterasse i rapporti reciproci. Sí, era così.

Poi col tempo, e perdendo ruoli, le richieste si erano fatte più saltuarie. Chi ha bisogno chiede a chi può dargli qualcosa, oppure non chiede. In questo caso però la situazione era così evidente e grave. Per questo mi ero offerto di fare un tentativo. Senza impegni per nessuno e anche senza speranza, c’avrei provato e basta. Avevo approfittato di un’occasione allegra, di una cena tra amici, per accennare al problema. Man mano parlavo, però mi accorgevo che quello che per me sembrava una cosa semplice, bastava dire di no, per il mio interlocutore diventava un problema istantaneo, ovvero come liberarsi da una situazione di imbarazzo. E così diminuivo la convinzione, mi davo dell’imbecille per averlo messo nella necessità di rispondermi.

Poi la serata continuò, tra battute e vini eccellenti. grandi strette di mano e abbracci finali. Eravamo fortunati, chi più, chi meno, ma nessuno aveva bisogno. Distante da lì, un problema non si era risolto, io avevo capito d’essere stato importuno, ma a volte l’errore non è in ciò che si fa, ma dove lo si fa e, sembrerà strano, questo lascia l’impressione a lungo. Come se qualcosa in noi adesso avesse una crepa. Ma anche questo è un modo di imparare.