la delusione

Conosci la sensazione del sentirti raggirato, ma anche quella dell’aver riposto speranze e viste possibilità dove esse effettivamente c’erano ma poi si sono consumate nel consueto, nel ciarpame ridipinto che maschera i sogni d’accatto. Si sente da una nota nella voce quando una persona mente, lo si vede dagli atti minuti, dalle difficoltà frapposte, quando qualcosa che dovrebbe raggiungere il suo compimento nel mutare la realtà viene mutato, posposto. La delusione assomiglia a un tradimento minore. In fondo nessuno ha tradito l’altro, ma non ha messo la verità che diceva assieme ai pensieri e ai gesti. Non a caso la politica delude spesso, perché la racconta e poi, con mille scuse, procede per propri interessi. E non a caso dove ci sono sentimenti che legano a un lavoro, a una persona, a un gruppo, se non c’è un processo di verità, subentra il non detto, la presunzione, il sospetto che vi sia altro fino a rendere tutto più guardingo e la prima a morire è la fiducia. È chiaro che se scrivo queste parole così generiche, una molla c’è. Qualcosa non è andato per il verso auspicato e dopo aver tentato più volte che ci fosse un raddrizzarsi della situazione, un ripristinare le premesse e le loro conseguenze, alla fine ho constatato che avevo capito male. Mi ero illuso. E che si fa quando un’illusione investe la vita? Quando si capisce che ogni ulteriore passo e sforzo è inutile? Si prende atto e si inizia un paziente lavoro che deve trasformare un fallimento in insegnamento, un vissuto in spinta per fare altro. La realtà è una severa e amorevole maestra e funziona sempre perché essa indica sia ciò che non va in noi, quello che non aderisce al nostro progetto interiore di vita e alle convinzioni che la rendono davvero unica, ma nel farlo scorre in avanti. Evita che la delusione sia il luogo in cui tutto si ferma e invita a guardare con occhi diversi ciò che abbiamo trascurato. Ci fa l’esame interiore per determinare dove sia quel nuovo che abbiamo tralasciato in noi per riporlo in altri. Ci chiede dove vogliamo andare, mentre ci lascia meditare e riflettere. Senza fretta, verso nuovi modi d’attuazione di quell’assomigliarsi che è connaturato con le vite che si prendono tutte. E si perdonano e sono soddisfatte per un poco, ma non s’accontentano perché sanno che per chi ha deluso esiste certamente un altro che non lo farà.

 

notizie dall’italia

‍‎Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.

Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.

Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata  in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.

Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.

Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.

 

non è niente

Questo sentire che trascina in basso,
non è niente,
è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto,
ma non è niente.
E non vivi come un animale
perché la loro cura del restare assieme non conosci,
non è niente e anche se fa male,
è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze.
Davvero vorresti vivere nel silenzio,
nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi,
nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi?
Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca,
quello che mai farai,
i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere
un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata.
Non è niente, passa,
bevi, dormi, sogna e passa.
Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi,
lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro,
e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio,
per questo non è niente.
È un prezzo, ma si può pagare.
Non è niente se pensi cambi e possa mutare,
non è niente.

cum dederit

 

Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché tornare sia nostro
come l’andare.
E la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.

mantra della sera

Non parlo di me. Conosco i miei limiti.

Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.

Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.

Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.

Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa. 

Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto. 

Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita. 

Sempre si nasce purché lo si voglia.

è andata bene

Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.

mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.

salmodia del tempo

Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?

Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
– sotto un purgatoriale cielo effimero –
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

O l’inizio di Tristia

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.

sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa. 

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.