ciò che non si dice

Il pomeriggio si confonde nella notte. Qui avviene tutto con un anticipo confuso dove ciò che è vero si mescola al farlocco. S’annodano segnali, ma non è la loro natura, dovrebbero essere punte rosse di desideri che ustionano l’indolenza, oppure luci fioche che non illuminano l’ombra che le contiene, o ancora nenie che sono mantra sussurrati a fior di labbra per scacciare demoni importuni. Ma non è così e nulla di tutto questo si stende con facilità. Forse manca la giusta carta, oppure il tratto di penna adeguato, oppure sono le parole che non descrivono il ribollire dei significati. Tutto è asincrono, gettato in avanti di poco. Imminente come un bacio durante l’attrazione se la mente non si mette in mezzo. L’altra notte ho fatto un sogno lungo, con tratti molto erotici, mi sono anche svegliato e poi il sogno è ripreso. Dovrei pensarci, scriverne con dovizia, ma per chi, se non a me che già lo contengo?  In  questo contenersi si  crea una lacca sui pensieri, pennellate pazienti di loto e biacca sul colore, per tenere dentro e scrivere solo con la fantasia di chi interpreta le nubi. Sia per i contenuti che per i simboli.
Ci penserò leggendo tra le righe, là dov’è il punto dove si coincide. Non ci si rincorre ne si aspetta, ci si incontra.

andante moderato, poco meno allegro, quasi recitativo

Dopo la porta, il breve vialetto. Piccoli mattoni rettangolari tra lingue di terra, foglie sparse, gli alberi eccessivi delle case a schiera, siepi ed escrementi notturni di gatto. Un segno da percorrere sino al marciapiede, poi altro. Il mio tempo, da parecchio, è dettato dagli impegni: quelli necessari, quelli voluti, quelli che si formano perché manca qualcosa di poco raggiungibile. Questi ultimi li chiamerei tacitanti. Sono volontari, assorbono l’attenzione, non hanno molto di definitivo. Sono tappe disseminate nel foglio del vivere, con un loro senso, ma sono un placebo che non guarisce. Anni fa, quando avevo bisogno di altri feticci, costruivo sulla carta un grafo. Dentro agli ellissoidi i nomi degli impegni, ad essi collegate le azioni per ottenere un risultato parziale. A lato un timing del fare. Un intermedio di lavoro. Lo chiamavo così, ma era un intermedio di pensiero, una sospensione della lotta contro ciò che premeva dall’esterno. Una diga sotto cui sedersi e fare un ordine distratto. Senza ansia. Non quello che fanno le donne quando sentono l’urgenza di risistemare l’armadio, vuotare e diversamente riempire un cassetto, buttare e tenere le cose che devono avere un significato. Ho pensato che quell’ordine corrisponda a un bisogno affettivo, un disordine dell’anima che non ha sotto controllo ciò che dovrebbe andare altrimenti e che il gesto esteriore del mettere a posto taciti gli assalti interiori di ciò che non va, non vuole andare verso un equilibrio, una quiete, un benessere. Benessere. Questa parola la ritroverò spesso perché vivere è una ricerca circolare. Alla fine lì si casca: il desiderio di un benessere affettivo e fisico che consenta il lasciarsi andare al non temere. Ciò che dovrebbe essere racchiuso nelle parole: sto bene. Le ultime parole di mio Padre mentre salutava un amico d’infanzia, nei luoghi dov’era cresciuto. C’era andato da solo per la sua passeggiata, non era lontano da dove abitavamo. Era pomeriggio e dicembre, faceva freddo. Tutto troppo per Lui. Anche per noi, ma dopo, quando non c’era più nulla da dire.

Il benessere va costruito in avanti, con la cura lieve che l’accompagna, forse per questo  lo associo alla sensazione di un equilibrio, alla quiete che segue la passione. La memoria a volte ci aiuta, fornisce pretesti su dove andare a perdere tempo, il che non è una brutta cosa in sé ma bisogna capire cosa sostituisce. Sul benessere in avanti, ci arriveremo poi, perché questo è un ragionamento circolare, che ci porta fuori con tutto il nostro bagaglio di desideri, aspettative, ricordi e volontà. O almeno questo è ciò che penso nell’andare breve che si snoda durante il giorno. La notte faccio sogni strani, sempre diversi. Non ho mai sognato così tanto.In uno di questi sogni ero seduto sotto una diga che conosco, sulla sabbia, appoggiato alle pietre grandi che rinforzano dal mare. C’era un calore tiepido e stavo bene. La mente vagava dentro un ordine distratto: sapevo cosa avrei fatto dopo e ne sentivo la serenità quieta. Mi piacciono questi sogni, vengono comunque, anche se alterno le sveglie prima dell’alba al proseguire nel giorno fatto il restare a letto. È una libertà non da poco e che poco viene scalfita dai radi lavori in corso e dal necessario ordine delle cose, perché alcune accadono con orari precisi, ma molte sono una nuvola di opportunità che attende di piovere e quasi mai gocciola davvero. Il vialetto finisce con un cancello, oltre c’è la strada e poco lontano il verde, canali di irrigazione, aironi cinerini, alberi. Lontano una sbrancà, un pugno di fabbriche che resistono nel mito del nord-est. Parlavo dell’est con un’amico, qualche sera fa. Sindaco che non ha voluto ricandidarsi stanco del reggere la fatica dei propri alleati, e così il  comune è passato alla destra. quella che rassicura il capitale, gli lascia fare ciò che crede e intanto ferma tutto ciò che costruisce un noi dal basso o almeno lo rallenta perché chi parla molto di patria e invece segue il denaro, diventa uno strano apolide. Un cittadino del mondo parallelo, quello dove in pochi si dividono le risorse di tutti, vicino a casa o altrove, non importa perché è la filosofia sottesa che conta, ovvero il mondo è di chi può comprarlo. L’est sta mutando, le grosse aziende tengono abbassando i salari, usando tutti gli artifici che gli sono stati dati per dare un lavoro secondo occorrenza, sempre precario e con i poveri in concorrenza tra di loro. Mi raccontava che chi lavora e ha più figli, non di rado scivola nell’indigenza perché il mercato è tarato su chi ha più soldi da spendere. Nelle medie aziende ci sono emorragie di competitività, non si vuol dire, ma molto benessere dipendeva dai tedeschi e ora anche loro sono in crisi. Dissimulano, ma tagliano i prezzi sulle forniture e il loro est traballa economicamente e politicamente. L’amico, ex sindaco, parlava del guasto, del vuoto che si crea tra le persone, che induce a non rischiare perché il futuro non è chiaro e spinge fuori dai sogni di una crescita infinita. Mentre parlava mi ricordavo di Buzzati e il suo deserto dei tartari. Non è forse questo che si sta creando attorno alla nostra fortezza Bastiani? Un guasto che invece di abbattere case e alberi per vedere più avanti, taglia i legami tra le persone. Basta pensare un po’ diversamente e già emerge l’isolamento attorno. Questa indifferenza alle idee di chi amministra purché prometta o dia un briciolo di soluzione immediata, precipita nella dittatura del presente, fa prevalere unicamente le paure e non stabilisce gerarchie nei bisogni. Tutti poveri e tutti soli. Questa consapevolezza mi colpisce e mi fa sentire, per mia parte, colpevole di non aver capito a tempo, di aver creduto oltre il limite, che sempre si conosce ma si respinge un po’ per onnipotenza e un po’ perché esso è duro da accettare. Abbiamo, ho, creduto che le cose potessero mutare senza valori forti, senza cambiamenti radicali. Affidati tutti a un mercato come un gregge che ha un valore oscillante, ma non ha diritti quando non pensa e non crea il proprio destino comune.

In questa mattina piena di scirocco, le cose si stagliano nette. C’è un ordine nelle cose che supera ciò che può essere fatto. La prospettiva di governare il destino, la predisposizione, il daimon è l’assalto gentile e fermo al futuro che fa superare il presente. Leggevo un pensiero di Gramsci qualche giorno fa:

Antonio Gramsci, Lettera al fratello Carlo del 12 Settembre 1927.
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“[…] Perché ti scrivo tutto questo? Perché ti convinca che mi sono trovato altre volte in condizioni terribili, senza per questo disperarmi. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze, non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo.”

e capivo che la forza incrollabile di quelle Persone, si era smarrita nelle pieghe dell’abitudine quotidiana. Generazioni di rivoluzionari hanno generato indifferenza, come fosse questa la reazione verso i padri che non hanno saputo cambiare davvero. Possibile che sia stato così? Dal tutto è possibile purché assieme si scali il cielo al peso immane posto sulle spalle di chi, da solo e contro tutti, dovrebbe passare nella realtà parallela. quella dei potenti, quella di chi possiede il mondo, la città, la fabbrica, le case di una via. Il benessere così diventa un mito: non si può stare bene se si è costretti sempre a correre. Non mi sto lamentando, nessuno può risolvere i miei problemi o darmi la serenità se non provvedo per mio conto. Se non le aiuto. Gramsci in ben altre, terribili, condizioni, continuava a credere negli altri pur provvedendo a se stesso, mantenendo la propria integra speranza.

Il cielo promette pioggia e l’aria assume quel colore che l’anticipa, è l’idea di un grigio che non si stempera. Come fosse il modo di vedere il mondo. Mi riprometto di camminare a lungo. Lo faccio spesso, anche se poi mi fermo e mi perdo ad osservare i particolari. Penso che in essi si annidi il senso delle parole non dette da chi ha compiuto l’opera. Il pensiero che ci sta dietro è una costante dei nostri rapporti, le frasi muoiono nei tre puntini di sospensione, ma il pensiero continua, scrive, opera e lascia tracce. Mi piace leggere tra le righe dove lo spazio ritrova il suo posto perché non è solo il volume, l’apparenza a dire cos’è la bellezza, ma l’intero discorso, le annotazioni sussurrate, le glosse che sembrano casuali. Marginalia dove la mente scorre libera da vincoli e molto attenta a chi ascolta. Li sceglie ed è pronta subito ad abbandonarli, gli interlocutori, vuole solo essere ascoltata. Questi pensieri mi fermano quando l’occhio coglie qualcosa di non visto prima e si interrompe il ritmo del passo, mi fermo. Chi corre o marcia fa solo quello. Risponde al dio della corsa e al benessere endorfinico che questi gli elargisce, chi, come me, si perde, gode del benessere della scoperta, del sentirsi unico nell’aver intravisto geometrie dell’anima. Ma il benessere che perdura è altro. Da quanto tempo non stai davvero bene? E perché? in fondo questa è la domanda fondamentale a cui dovremmo rispondere perché le scelte vengono di conseguenza. Ieri sera ero a concerto. Me lo sono goduto assai, per la novità di alcuni pezzi, per la bravura della solista, per il riascolto della quarta sinfonia di Brahms. Quando penso a Brahms, penso a Clara Schumann, a suo marito Robert e a Kleiber. Carlos Kleiber. Al suo essere davvero unico, anche nelle contestazioni, nel suo scomparire e poi riapparire quando aveva bisogno di denaro. Come quei pugili che conoscono il mestiere ma sanno che fa male e sono stanchi di ricevere pugni e allora combattono solo quando gli serve. Accade agli artisti e ai geni di vivere due vite parallele, una personale e paragonabile a tante altre e una fatta di apparenza e regole ferree, dove si deve dare molto per conservare l’altra vita nascosta e integra. Non accade così anche agli amanti? Anche qui l’amore è altrove e una condizione sostiene l’altra con passaggi arditi e dubbi infiniti. Non è il tuo caso forse, amica mia, che mi chiedi di me e vuoi parlare di te?

Ho scritto un libro che raccoglie un pochi dei miei versi e l’ho stampato in dodici copie. Che in realtà sono 15. Distribuite già in gran parte, ma senza una preclusione. L’importante è non avere preclusioni e cancellare i giudizi dalla testa, qui si trova una serenità che assomiglia molto alla stanchezza, ma non è ancora il benessere. Quello bisogna costruirlo giorno dopo giorno, con pazienza e voglia di vedere nel presente il futuro che ci fa bene e ci riguarda. 

 

 

naufragare

Tutti siamo naufraghi, di un pezzo di vita che non s’afferra, di un ricordo di futuro irrealizzato. S’ostinano a chiamarlo rimpianto, ma è stato un naufragio. E noi ci siamo salvati. In diverso modo arrivati ad un isola che salva, dove si gode la vita ritrovata, il sole che scalda dentro, lo stupore di ciò che muta nelle abitudini. Poi ci sarà un consolidare di pensieri che si ripetono, ma non nell’approdo, non nella sensazione d’aver ritrovato una possibilità. Le generazioni oggi mutano in fretta, rarefà ciò un tempo era solido appiglio; il mutare, lo stesso naufragare, è condizione ripetuta. L’insoddisfazione cresce e l’isola raggiunta non basta più. Anche per chi ha successo e ha raggiunto obiettivi a lungo perseguiti, resta una sensazione che è fatica restare nella giostra, che si deve correre perché il fermarsi è già fine annunciata. Intanto s’affievolisce la speranza, non di salvarsi, perché ci sarà sempre un’isola, ma che essa davvero risolva ciò che manca nell’algoritmo che a fatica si compone. È la vita. Un tempo più fissata, scandita e stabile, con un posto in cui tornare, oggi senza appartenenze e che glorifica l’andare. Quell’andare che è un po’ fuggire, da cosa e chi sembra chiaro, ma a scavare un poco non è poi così certo sia quello il motivo. Naufragare era un tornare, un circolare percorso verso sé, ora che dire che non sia già inutile nel pronunciare? Scorticando le apparenze, si trovano le poche cose che contano davvero. I bisogni che non sono solo desideri, e poi resta poco ma è solido e preciso nel suo chiedere. È il bisogno d’amore, la serenità di sentire che il tempo è avanti, che esso crea per noi l’accadere con dolcezza buona. È il calore che c’è nella certezza di avere qualcuno che ascolta, capisce e accompagna. Questo il bagaglio che si dovrebbe salvare in ogni naufragio, perché si riprenda poi a viaggiare. Senza timore d’andare e poi tornare.

il pomeriggio del 3 novembre

Il cielo si è scurito e l’aria grigia s’è sciolta in una pioggia fitta che ha investito piante, cose, uomini. Sembrava fosse giunta l’ora di un qualche evento differente che dapprima toglieva luce al cielo e poi alle cose, in un tremore di presagi. Ma non era così.

È solo il tempo che s’è guastato, mi son detto, adesso è finalmente autunno. E il pensiero è andato a quel guasto antico che aveva fatto terra bruciata attorno alle mura d’una casa che non c’era più. Io ero molto in là da venire, allora, però s’erano consumate le cose attorno ed era rimasto il silenzio che accompagna la fine d’un tempo.

D’autunno ero già tornato a scuola, ho pensato, ed era già finito il tempo degli odori cari dell’inizio. Ormai consuete le carte e le matite, restavano gli schiamazzi nei corridoi prima della campanella, le file per tre anche in piccoli percorsi. Il sole avrebbe regalato qualcosa a san Martino, ma ormai era l’avvicinarsi delle feste che contava.

Le feste contavano su di noi per essere celebrate, oscuramente lo sapevo, ci sarebbero stati riti minuscoli di importanza capitale, cerimonie, funzioni e finzioni. Ma intanto era già freddo e mia Madre, la sera, mi metteva in un letto scaldato da vecchia borraccia d’alluminio di mio padre che aveva fatto con lui il percorso a ritroso da Marsa Matruk fino all’Italia. Mi raccontava una storia e mi dava un bacio che avrebbe reso quieto il sonno. In cucina si abbassavano le voci e mia Nonna forse si sarebbe preparata per il giorno successivo. Andare a Monfalcone era un viaggio, ma era un modo per ricucire uno strappo. Così forse le pareva. Certo l’immagino, ma non sono distante dal vero perché Lei, anche se ne parlava poco, mi raccontava della vecchia Redipuglia, dove era difficile trovare una croce con un nome, tra fili spinati e cannoni abbandonati, ma l’aveva trovato e un posto per un fiore e per un discorso c’era stato. Poi era venuta quella nuova Redipuglia, grande e ancora più faticosa. Piena di sé, di pietra grigia e concepita solo monumento per dare un senso a tutte quelle vite deviate che compitavano i nomi sulle scalinate. Era ancora più difficile trovare il nome, impossibile lasciare un fiore, anche se lei ci riusciva, ma di continuare un discorso tra fanfare e altoparlanti non c’era modo. Così, mia Nonna o andava a Redipuglia prima del 4 novembre o si fermava finché il buio e la chiusura la spingevano via.

Non si copriva d’alberi il guasto attorno alla casa, alla sua casa, c’era un’ interruzione che aveva saccheggiato il prima e il possibile futuro. E se il dolore s’era dato una spiegazione, ciò che ne era venuto era stata un’ accettazione del presente : mio Padre era rimasto il suo tutto, aveva dato senso e direzione alla vita. Al faticare che si inventava il giorno, al non aver paura e non tirarsi indietro. Questo mai.

Poi sono venuti i nipoti, io, ma quello strappo era rimasto e nessuna data o mausoleo avrebbe potuto ricucirlo.

Mia Nonna non si risposò come fece sua sorella, davanti al disastro chiuse le porte, respinse, rinunciò alle decisioni che continuavano battaglie non più sue e lasciò che il suo tempo coincidesse con quello del Figlio.

Sono stato molto amato da Lei, moltissimo. Le parole hanno poco senso nel descrivere gli accrescitivi degli affetti, soprattutto non riescono a descrivere quello che un rapporto trasmette attraverso gesti immateriali e senza tempo. Forse per questo parlo ancora con Lei di queste cose che ci riguardano, come vi fosse la necessità di un procedere tra noi. Senza cercare cose che non ci sono ma restando alla sostanza degli amori.

Sai cos’è l’amore, Nonna, è quel riempire d’alberi il guasto, la terra bruciata attorno, il riedificare la casa, il metterci ciò che è bello e deve procedere. E pensare che Tu capisci e che ne sarebbe contento anche Lui, il Toni, in quella scalinata di pietra grigia da dove vede il mare e sente le stagioni e non ha mai cessato di amare.

A novembre si superava l’anniversario della fine della guerra e poi si puntava sulle feste, tutti assieme, con quello che si aveva. E che mia Nonna aveva colmato tutto ciò che poteva far male ad altri. Così posso dire che l’amore non mi è mai mancato. Mai.

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane:

una selva di cuori spezzati,

di cocci mostrati impudichi al sole,

camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,

e polo e maglioni e jeans ed eskimo

e sciarpe d’autunno multicolori

e abbronzature salse di pelle e di mare.

E ancora una selva di cuori spezzati,

ricomposti, trepidanti, incollati.

Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,

graffianti nel cielo

e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,

ma dolcissimi

finché una canzone li avvolge

e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

 

i cieli immensi narrano

Stasera i cieli erano alti, testimoni d’ una confusione d’aria che mescolava e stracciava le nubi, ma teneri e distaccati nelle loro tinte pastello. I grigi sfumati, gli azzurri tenui, gli aranciati che sfociavano nel giallo, tutto portava verso ovest, come se li vi fosse un richiamo che annunciava la cena, il posto per le luci di casa, mentre il buio s’acquattava tra le macchie di lecci, d’aceri, di rade querce, in attesa della notte. Il cielo era indifferente agli elettrodotti che solcavano i campi, sembrava più attento al giallo delle stoppie, curioso delle macchie di verde che erano orti e coltivazioni di piante medicinali che ora vanno di moda e spesso sono una alternativa al più banale granturco. Ciò che colpiva era il gonfiarsi del cielo, il suo ricomprendere e mutare. M’è tornato a mente un salmo, il xviii, di Benedetto Marcello. Lo cantavo da ragazzo con la schola cantorum. Era una musica gloriosa e potente, come il cielo di stasera, parlava al cuore che assapora un trionfo:

I cieli immensi narrano
Del grande Iddio la gloria,
E ‘l firmamento lucido
A l’universo annunzia
Quanto sieno mirabili
De la sua destra l’opere

Non importava credere, ma mettere da parte il ragionare e meravigliarsi di ciò che era grande e irripetibile. Come stasera.

Oggi non è stata una grande giornata, le battaglie ideali si perdono ben più spesso di quanto si vincano, sono i momenti in cui ci si chiede il senso del persistere nel voler mutare le cose. Se non sia meglio lasciare che altre passioni prendano: il leggere, lo scrivere, l’osservare e l’ascoltare ciò che si tralascia perché altro è urgente. O almeno così sembra. Il cielo parlava per suo conto e forniva una dimensione, anche alla sconfitta, come se altro davvero importasse e seguisse la notte, ma poi ancora il cielo e il giorno.

stasera è piovuto forte

Stasera, all’ora di cena, c’è stato un bel temporale. Acqua a rovesci per almeno un’ora e poi piano si è calmato. A Te facevano paura i temporali e ancora più i fulmini, staccavi dalle prese ogni apparecchio elettrico e spesso spegnevi la luce quando cominciava a ballare. C’era un’atmosfera strana, quando accadeva nel tardo autunno, finestre chiuse e niente luce, l’unico chiarore proveniva dalla stufa a legna ed era una luce giallo ocra. Gli occhi ci si abituavano pian piano, i visi erano espressivi e dolci, le parole rade e si ascoltava il temporale che si allontanava. Chi non ha paura dei fulmini. Tutti credo, ma la tua era una paura bambina, passava subito e non lasciava traccia. La vita riprendeva come nulla fosse successo, il tono della voce si alzava e c’era un’allegria senza nome che si spandeva nell’aria.

Di questa stagione già qualche stanza veniva riscaldata. La tua dove lavoravi, di sicuro, per le tante ore in cui stavi ferma, mai seduta su una sedia, ma sempre sul tavolo, finché cucivi e poi alla vecchia Singer, la tua spesa  importante e vanto di quando eri ragazza.

Sapevi fare cose difficili con la stoffa e l’ago, velocemente, con naturalezza. Amavi molto il tuo lavoro perché era un’ estensione di te, un modo per fare uscire l’ingegno che ti era stato dato. Non avevi solo il lavoro, ma non ho mai sentito ti lamentassi per una vita differente e neppure di aver meno di quanto valevi. Lo avevi fatto da giovane, senza paura, per avere i tuoi diritti di lavoratore e c’era il fascismo e il padrone era fascista. Poi avevi avuto una tua indipendenza strana e eri in competizione con te non con gli altri, cercavi di tirar fuori il meglio.

Quanto spesso è accaduto che andassimo a letto e tu eri sveglia per rispettare una consegna. Onorare la parola data, un insegnamento che corrispondeva alla vita pratica. Non hai dovuto ripetermelo, lo vedevo fare in casa. Ti faceva compagnia il Papà, spesso la Nonna, parlavi e lavoravi. Cosa si diceva in quei tempi? Cose di casa, i figli che crescevano, i problemi nel far quadrare un bilancio dignitoso, ma anche cosa accadeva nel mondo. Quante volte mi sono addormentato con le voci che si abbassavano e la testa tra le braccia sul tavolo. Qualcuno mi prendeva in braccio e mi svegliavo la mattina dopo a letto. C’era una cura e un’attenzione alla difficoltà che evitava gli ordini e assecondava il ritmo della vita di un bambino. È stata una cosa molto importante che ho ricevuto, perché conteneva l’amore che si diceva e quello che si taceva.
La pioggia è finita, non ci sono lampi, ora avresti acceso la luce e sorriso. Di sicuro avresti parlato di domani, mai del tempo ma del fare, del vivere, di esserci. Ci sono le stelle, buon compleanno Mamma.

salmo sulla maleducazione

percuoto i miei pensieri

e non se vanno,

esco cercando e non mi trovo.

Il desiderio di me

riga la limpida luce del giorno

 

Così si muovono spinti dall’insofferenza il corpo e la mente. In filigrana si leggono i gesti, le parole, persino i pensieri che provocano un rifiuto. Cosa generi tutto questo e perché esso ci accompagni oltre la pazienza, la curiosità, l’amore del capire, non è chiaro, ma seguire l’insofferenza è uniformarsi a un istinto che proviene dal profondo e raramente sbaglia. La buona educazione, allora, appare com’essa è, ovvero un miscuglio di piccole bugie unite alla gentilezza e ciò che viene trattenuto, messo in disparte, non è uno stare tra gli altri ma l’occultare la critica feroce del conformismo interiore, della incapacità di dire le cose come stanno.

Per bocca di falsità sembra che solo i superbi, i supponenti, i protervi (e spesso i politici e gli uomini di potere lo sono) abbiano il diritto di dire cose sgradevoli, mentre agli altri, agli educati, ciò non è concesso. Così a volte vorrei una società maleducata nel senso di più vera e rispettosa dei silenzi, delle diversità, più aperta al cuore di ciascuno e alla sua dignità di essere vero.

Sembrerà strano ma non sempre è rispettoso stare, spesso è vero il contrario se non c’è sintonia, È meglio andare, posporre il dire eccessivo, mettere tempo in mezzo per capire cosa sia il demone che ci agita e infastidisce.

Se è il passato, solo noi possiamo fare i conti con esso.

Se è il presente, qualche domanda in più diventa necessaria, che poi si riassume nel davvero voglio dividere il mio tempo in questa situazione? E stranamente si può scoprire che la risposta è, sì indecisa ma propende per il rifiuto. Non è ancora il caso di prendere una decisione ma certamente di mettere distanza. L’istinto, il profondo ci dice qualcosa e la fuga è la risposta a un pericolo, a un perdere il sé chissà dove, per non smarrire il vivere. Anche a questo serve l’altro istinto che spinge al silenzio, perché ogni dire è insufficiente e disturba quando una particolare sensibilità al nostro vero interiore fa rifiutare ciò che lo contraddice. Non è maleducazione andarsene, ma una necessità vitale. Ed è uno di quei casi dove l’io si deve preferire al noi.


prosegue, forse…

 

 

il senso del giusto

Cara Rosa, hai lottato quando era difficile, con la forza che derivava dall’ avere un nome gentile. Un nome che evoca il pane accanto alla bellezza, la responsabilità dell’accudire quando si ha un incarico. Anni di vita scortata, la polizia appena fuori casa, le minacce di morte, ma tu non sei tornata indietro, a questo serviva avere principi e valori. Una sindaca d’accatto, così ti consideravano i tuoi avversari di fronte all’inopinata nomina. Pensavano non durassi e intanto avrebbero avuto il tempo per sistemare le cose tra correnti, così saresti dovuta cadere e invece caddero gli altri, i collusi, quelli che venivano comprati e rivenduti. Non avevi paura e denunciasti. Poi la riconferma e il tuo lavoro di sindaco per mutare le cose prima del Parlamento. Anche qui facesti le battaglie di una volta, perché operai si resta anche quando si lavora in altro modo e si capisce che il lavoro va rispettato, che ciò che produce la terra è fatica, dono e anche fortuna di un’annata felice. Ricordo che in quella tua terra così generosa, ma piena di latifondi accanto alle piccole proprietà, chi era bravo soggiaceva al ricatto dei numeri, della forza di chi avrebbe lasciato la produzione marcire nei campi, l’olio inacidire e il vino invecchiare troppo, se non si fosse accettato il suo prezzo. Qui a nord queste cose si sanno in altro modo, ci sono altre sopraffazioni, ma dalle tue parti la ricchezza prodotta, il valore unico del cibo genuino veniva -e viene- dissipato assieme alla fatica. Tu queste cose le capivi attraverso quel crivello che discerne tra vero e falso ed è il senso di giustizia che accompagna la fatica. Così l’hai difeso in campagna, nella spontaneità che faceva unire chi lavorava per una paga misera, così si è trovato nel sindacato il modo di restare assieme, di rivendicare la giustizia di una retribuzione, di un difendere il lavoro e il suo prodotto. Lo stesso facevi in Parlamento, impuntandoti, chiedendo con gentilezza e forza. Forse ti avevano mandato in alto per toglierti di torno, ma tu tornavi a casa ogni settimana. Ti interessavi, ascoltavi prima di parlare, poi dicevi quello che ti era possibile fare, se lo ritenevi giusto. Un modo di agire antico, anche nella politica, con discorsi concreti e molta verità, restava l’alea della speranza, ma anch’essa contenuta nella realtà, come sanno fare quelli che hanno poco e spartiscono il poco sperando che il giorno dopo ce ne sarà ancora generato dalla fatica. Non ti sei fatta ricca con la politica, ricordo la tua casa, dignitosa e pulita, come quelle degli emigranti che erano tornati dopo aver a lungo faticato altrove. Un senso fresco delle stanze, l’acqua ghiacciata con il limone e il vino rosso da bere a cena. Ho la fortuna di averti incontrata in un periodo della mia vita in cui anch’io facevo qualcosa di pubblico, mi hai confermato la dimensione delle cose, la pazienza che è necessaria per incanalare l’entusiasmo, il rigore nei principi che già c’era e la capacità di dire i no necessari. Quanta forza serve per trarsi in disparte quando è ora, eppure lo hai fatto che eri ancora giovane. Sei tornata a casa, a quello che facevi prima: il lavoro, la cura per chi ti era vicino e per gli altri, l’impegno. La politica divarica le vite anziché unirle, ormai accade così spesso che non ci si bada, restano gli amici che hanno magari idee differenti ma si ritrovano nel rispetto. Tu l’hai sempre avuto e anche se non ci vediamo da molto, so che è rimasto con te. Il coraggio di allora servirebbe adesso, assieme alla costanza di sapere che si è dalla parte giusta. Si può sbagliare qualcosa o parecchio, ma la parte è quella che determina con chi si sta per andare avanti. Tu hai difeso chi veniva conculcato, chi cercava un senso per il proprio faticare, e adesso c’è ancora più bisogno di difendere questa parte perché non sono diminuiti i deboli, anzi sono aumentati e non hanno più un senso di appartenenza. Sono ancora più deboli perché soli e disperati si rivolgono a chi li mette gli uni contro gli altri e li rende soli quando serve più che mai essere tanti e uniti, con gli stessi obiettivi, le stesse istanze di equità, lo stesso bisogno di benessere comune e di legalità. Passa il tempo, sembra mutare la politica, oggi ci sono altre regole e i partiti non sono più gli stessi, ma restano i principi i valori per rispondere ai bisogni. Ancor più oggi servono persone che pensino davvero di essere al servizio, come hai fatto tu, con il tuo lavoro giusto che non contraddiceva il nome importante e gentile, difficile da portare con grazia e forza, ma tu ci sei riuscita, amica mia. Grazie.

tisana

Dalle misture di cui ridevi, ora il giallo,

si spande nel bicchiere,

è accolto, la bocca,

che non ha mai creduto la virtù,

stima il calore, e in buon conto lo tiene.

È il consumato profumo di primavere,

tutte inesorabilmente passate,

che salva il ricordo, 

il sole, il canto d’una casa che guarda il prato,

dei piedi bambini che, tolte le scarpe,

correvano ridendo.

E dietro i larici è già sera

rapida e silente,

prima del chiamo d’una voce.