esercizi di respiro

In evidenza

Dopo la pioggia vince il sole,
l’aria è ricca di fresco calore,
flusso di semi e di pollini
che estrae da profumi e colori
aiuta i voli delle impollinatrici.
Tenere gocce scivolano dalle foglie,
sono etere che sgrana e discioglie
il grumo che scordato pesava
e ora è molecola
respiro che parla col sangue.
Vivo, origlia umori,
li sparge nel profondo
con l’amore che cura
e ha pazienza di raccolto.
Ascolta,
c’è una consapevolezza che annuncia
ed è misura d’un nuovo
che accade
e vuol essere compreso.

risvegli

In evidenza

gli occhi sono feriti dalla luce,
come l’uscire dalla terra
dopo un sonno senza sogni,
sparso di vita
frammentato di respiri.
Il sole sorge troppo presto,
è una lama sguaiata,
invade l’aria vittorioso:
dopo Il buio primordiale della notte,
non ha rivali.
La coscienza imperfetta si riconosce
e mai nulla è compiuto,
come un nascere è doloroso e dolce,
ovattato nel capire,
la vista si sofferma sulle cose,
che senza distanza non rammentano,
sono mute.
Fuori è un dove che riposa dentro,
un brusio che mescola la violenta luce
e rende tiepido l’enumerare.
Lo sguardo si perde in ciò ch’era importante,
e per un tempo lo è stato,
ora solo ferisce la quiete
il tempo dissipato.

l’aria presumeva la nuova stagione

C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

chissà cosa attendi

La sera che sgrana le cose,
le offre alla verità della notte
ma usa cura a difendere il verde,
la nota d’un canto,
il riposo della placida serpe che dorme nel fosso.
Là dove si scioglie la luce
un pensiero s’imbeve di te.
Chissà cosa attendi,
dove scivola ciò che t’interroga
mentre nel cielo tracci cobalto e zaffiro
e del tempo ch’è solo tuo tieni il pensiero.
Pudico un canto riga lo spazio,
altera il senso d’eterno imperfetto,
è scarto eppure gioisce,
cosciente d’essere ciò ch’è rimasto.

crescere

Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.

ritornare la sera

Per prati cosparsi di bianco,
bagnati di luna e di neve,
preghiamo la terra ed il cielo,
perché s’uniscano,
anche in questa patria
sacra di fatiche e d’acque lustrali,
e sia a loro offerto il nostro sentire
d’essere molti fino al cuore del mondo.
Forse l’ansia del cuore
non reggerà la luce di casa,
il suo tornare all’umano dire
con l’abbraccio dell’amore e del fuoco.
E così la fatica del pensiero
nell’aria e del buio, sarà infranta.
Oppure no
e appena oltre i vetri d’una casa,
deposti i timori e l’intuizione dell’oltre,
basterà per un poco, lasciarsi andare,
stanchi di camminare fino al dolore.
Nel silenzio caldo, allora,
porre lo sguardo al cielo,
che amorevolmente accudisce
e spinge l’amore
sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.

hai…

Chiusa la porta
ora l’aria è una lama che sfugge,
la luce batte sui vetri, 
sgomita, apre varchi, 
chiede alle probabilità,
che gli occhi socchiudono,
che il sogno inizi. 
Là dove il verde si guarda
e s’intenerisce di sé 
chiedi a chi tiene conto,
dei fili dell’erba, 
d’ogni orma passata, 
del volo in ogni sua specie. 
Vedi come scava la luce nei muri, 
cogli l’ombra dei passi 
che addolcisce la pietra, 
E senti del cuore gli inciampi, 
il canto sommesso delle cose in disparte, 
e il dire tuo, nel pensiero che esita,
diviene cura eccessiva del gesto,
sino al sospiro che ammutolisce. 
Immagino la penombra, 
il rumore della quiete 
e l’offerta che sceglie, 
dal senso la forma del dirlo,
accosti il sentire
come fosse colore
e dissona o converge
del tutto la piena armonia.

acque stanche d’uccelli

pensare d’essere pensati

specchi, inquieti specchi