Tre pezzi facili 2.

In evidenza

La vita era molto piena, non ci si annoiava mai. Era diretta e allusiva, furba per galleggiare tra gli sfottò dei saputi o degli appena grandi, era fragile dei rimproveri sconosciuti, delle inabilità a fronte dei talenti degli amici, era competitiva e tenera, dura e molle a un complimento. Resisteva alle lacrime ma non all’indifferenza. Era una vita di maschi e femmine che stavano insieme solo in alcune occasioni, che divergevano e si congiungevano nei desideri, nei pensieri, nelle canzoni.
L’innamoramento era alle porte, anzi era dentro casa, urgeva tra il timore e lo sfrontato. Sceglieva percorsi arzigogolati per un incontro che di fortuito non aveva nulla, solo scuse sciolte in sorrisi. Passare da Vivaldi a Messiaen, ascoltare rapiti dal calore della mano nella mano il Quatour pour la fin du temps. E poteva finire il tempo in quel calore, purché fosse eterno. Tutto era eterno, scivoloso e fulgido, si stampava nel pensiero mentre il resto regrediva. Non c’era altro, tutto al servizio, passioni, tempi, esami, giustificazioni, una gloria fatta di assenza e incontro, sino alle parole che segnavano il prima e il dopo.
Era facile percorrere le notti, essere vigili e sovra pensiero, non tornare a casa, non dormire, mangiare il necessario per non provocare domande e lavarsi per tenere il proprio odore puro, sapendo che poi si sarebbe mescolato con il suo e non se ne sarebbe andato dalla testa.
Quante parole possediamo per definire uno stato di grazia? Parole convincenti e piene di significato che si riducono a nuovo sentire, parole insufficienti, eppure colme. Poche e assolute, racchiuse in geodi di tiamo, da maneggiare con cura, da assaporare in assenza e da pronunciare piano in presenza, mentre tutto è tumulto e rossore.
A casa dicevano poco, capivano molto, chiedevano il necessario con una tranquillità che esasperava e che accettava tutto, i silenzi e le mezze ammissioni. Si arriva a capire quando si vuol bene e non si chiede, ma si osserva tra l’apprensivo e il divertito, riandando indietro e ricordando altri propri innamoramenti, difficoltà, timore di perdere e di ottenere rifiuti e gloria di cieli azzurri. Tiepolo e i suoi trionfi racchiusi negli occhi con quelle nuvole così bianche, così, gonfie di benevolenza del cielo, una gita, un palazzo, un pranzo in osteria, sotto una pergola, raccontato come un’avventura piena di sorrisi. Mai sentita, mai più udita, un dono di un passato felice, immemore di ciò che sarebbe venuto poi. Vita, solo vita.
E tutto continuava tra assemblee e comunicati, occupazioni, cortei, bandiere, braccia strette, lacrimogeni da schivare e, per fortuna, bombe distanti nel tempo se non nello spazio. Bastava poco, bisognava preservare se stessi e chi si amava con la sublime incoscienza di chi non conosce il nero ovvero di quello che è assenza di tutto, che tutto sottrae e fa diventare scura la notte. Scegliere se andare soli o in compagnia, viaggiare attendendo il ritorno. O in compagnia oppure giorni sovrapposti a giorni che si frantumano tra le dita e scivolano via. Attese, nuove attese in un percorso circolare che non si esaurisce.
Com’era la città per un cuore nuovo e felice? Immensa e accogliente, ristretta in nuovi particolari che dilatavano ciò che prima era conosciuto e distratto. Bisogna scegliere un amico o un’amica quando si è innamorati per raccontare quello che trabocca, quello che deve uscire perché non siamo fatti per tenere dentro l’universo. Con parole che appena dette sono già insufficienti, si spiega e al sorriso si racconta l’incontro, il sentire l’altro come assoluto, ci si abbraccia e ci si sente parte di qualcosa che riguarda la vita. Può bastare così per un bel po’ perché poi tutto deve rimanere dentro, essere il silenzio più allegro e felice mai conosciuto e alimentarsi di trepidazione e assoluto che assorbe la realtà. Che fine aveva fatto la vita da maschi che giocavano a carte fino a tardissimo, le bevute, il cantare nel coro, la gioia di correre senza motivo, ebbene c’era tutto ma diverso e altrettanto preparatorio e pieno di vita. Prevaleva la voglia di essere tutto e insieme sciolto in quella sensazione di pienezza mai provata.
Se tutto fosse stato riassumibile in una sensazione, mi rendevo conto che ero a uno spartiacque del vivere e che ora il futuro non era atteso, ma era nelle mani di una ragazza e nelle mie, unito da quel desiderio di viverlo assieme.

Così finiva quella che era un’età verticale che già allora non esisteva più e coincideva con un’idea della giovinezza che apparteneva alle generazioni precedenti. Noi saremmo stati, ricchi di amore, passioni, di fare e di essere, immersi in problemi nuovi e in cambiamenti inusitati, come mai prima. La vita si attraversava assieme e in quell’assieme c’erano contenuti nuovi, poco discutibili con chi ci aveva preceduto. Ciò che era divisione verticale nelle stagioni della vita, diventava orizzontale, sedimentava e si sovrapponeva entro ciascuno, con un accento nuovo, accelerando e mescolando la percezione dell’età, il mondo, la tecnologia, i sentimenti e le vite che non avevano nulla di comune e non erano spiegabili se non attraverso un primato dell’esperienza che era insieme libertà, vita, amore. Si entrava così nelle età divenute numeri e non condizione, con la stessa forza con cui il primo rompighiaccio libera la rotta alle navi imprigionare dai ghiacci nel porto di San Pietroburgo e con questa scia dà ufficialmente inizio alla primavera.

la ricerca del tesoro

In evidenza

Oltre i portici, dietro le case che si appoggiano l’una all’altra, ci sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni con gli spazi per appoggiare i gomiti e conversare, altri di tale altezza da occludere la vista e irti di cocci di vetro destinati a ipotetici ladri o gatti stranieri. Abitavo in una di quelle case del centro che un tempo era appena fuori le prime mura medievali della città.

La città dei Veneti, poi romana, era diventata bizantina come tutte le città vicine alla costa dell’Adriatico. Per  la sua importanza era stata il baluardo di difesa a nord dell’esarcato di Ravenna, dopo che Aquileia e le altre città della decima legio erano cadute sotto dominio longobardo. Intorno al 598 accaddero fatti straordinari e gravi, i due grandi fiumi che difendevano la città, per forti inondazioni e sconvolgimenti naturali, cambiarono corso spostandosi dal sito consueto. Si doveva capire che i presagi non erano buoni e infatti due anni dopo, la città fu cinta d’assedio dai Longobardi; rifiutò d’arrendersi e resistette 10 anni, poi capitolò. Ne parla Paolo Diacono, dicendo che l’intera città fu distrutta dandola alle fiamme e abbattendo le mura e gli edifici principali. La rovina fu proporzionata alla fierezza dei difensori e talmente severa che gli abitanti si ridussero a poche migliaia da quasi settantamila che erano prima dell’assedio. Restavano pietre ed erba dove c’erano stati porti, anfiteatri, terme, edifici imponenti, ville, case, ed ora sulle vie consolari pascolavano le pecore e si viveva nelle capanne. La sede vescovile fu soppressa per due secoli e spostata a Monselice. Si era tornati agli albori della storia, quando gli euganei popolavano di palafitte i fiumi, si raccoglievano in villaggi, avevano lingua, scrittura e forza militare. Accadeva ben prima che Roma nascesse e questi allevatori di cavalli, artigiani e guerrieri commerciavano con gli Etruschi, correvano i fiumi e raccoglievano e vendevano il sale della laguna.

La mia casa aveva un notevole riquadro di terra all’interno, si coltivava l’orto, c’erano alberi da frutto, spazio per correre e giocare. Non distante da dove abitavo era stata scoperta una villa romana, una piccola parte ma significativa. Era emerso un grande pavimento a mosaico e con figure colorate di uomini e animali, contornato da fregi intrecciati, era parte di una delle stanze, quale non si capiva. Era stato estratto intero e portato al museo. Si diceva che, per certo, la villa fosse ben più grande e che non si riuscisse a perimetrarla semplicemente perché le case le erano state costruite sopra, e altri pavimenti erano sotto cantine, strade, od orti. Questo racconto, unito alla vista quotidiana di quel mosaico che era sulla strada per andare a scuola, l’avevo udito in casa e aveva acceso la mia fantasia. Così d’estate, con la scusa di curare l’orto, scavavo buche a casaccio, aiutato dal cane di casa. Emergeva di tutto e nulla di quello che volevo, pensavo che anche in quella terra lavorata da millenni, ci fossero tracce di antichi manufatti. Mi accompagnava la curiosità interessata del mio cane, gran seppellitore di ossi, che però, oltre a riempirmi le scarpe di terra, non aveva gran utilità nella ricerca.

Ma io cosa cercavo? Credo mi aspettassi di trovare un tesoro sepolto da qualche abitante prima che la città capitolasse, magari una pentola di monete od oggetti preziosi di una casa patrizia sfuggiti alla devastazione dei longobardi. Oppure un pezzo di mosaico, un vaso, un’anfora come quelle che si vedevano nella casa accanto. Insomma qualcosa si sarebbe trovato. Per non tirarla troppo in lungo, nelle ripetute campagne di scavo, venne fuori una quantità industriale di radice di cren, ottimi vermi da pesca, non pochi ossi di manzo e prosciutto riseppelliti con solerzia dal cane Poldo, un notevole assortimento di pezzi di vetro e di ceramica, una monetina dello stato pontificio della fine del 1500, pezzi di marmo che attribuii a colonne spezzate, un paio di capitelli che lasciavano ben sperare, molta stanchezza serale. L’orto non fu mai così ben vangato come in quell’estate e a settembre chiusi la campagna di scavo.

Mi è tornato a mente quel tempo, così ricco di attesa, perché è una buona metafora della ricerca dentro di noi. E cioè, una fatica notevole, idee confuse, poca sistematicità nel cercare, la fortuna che latita, ritrovamenti che sembrano incongrui e che vengono scartati rispetto al grande risultato atteso, stanchezza finale. Allora avrei dovuto seguire la pista della monetina, insistere sui marmi e sui capitelli, cercare i collegamenti tra le cose e invece volevo il tesoro. Volevo cioè dimostrare che la ricerca produce un cambiamento radicale e immediato. Ho capito molto dopo che nel cercare dentro si trovano un sacco di cianfusaglie, che ciò che appare è la superficie scambiata per il profondo. E ho anche capito che serve metodo e silenzio, pazienza e acume. Tutte cose di cui siamo dotati, ma che  se applichiamo nella ricerca in profondità, diventano difficili da gestire su un risultato, ovvero portano dove vogliono loro.

Ho capito con molto ritardo, che non si trova ciò che si cerca, ma ciò che ci cerca ci trova e che questo, quasi mai è piacevole e non risponde al risultato atteso, però è in grado di cambiarci un poco, di attivare nuovi percorsi di vita, di farci scoprire legami inattesi. In fondo ciò che c’è sotto ha un suo fascino e si riallaccia a me. È la mia storia, non come me la sono raccontata, ma come si è creata facendo interagire la resistenza alla conquista, la punizione conseguente, la volontà di creare il nuovo, la capacità di non dimenticare nei secoli bui del cuore, chi ero. E questo processo, ne sono convinto, è quello che percorriamo tutti se cerchiamo qualcosa. Per questo non smetto di cercare e sono convinto che il sotto non smetta mai di dialogare con il sopra, attenda paziente di essere scoperto e di rivelarci il tesoro della conoscenza che non si esaurisce. Cari colleghi che non vi accontentate della superficie, buona ricerca e che gli dei del profondo ci aiutino.

fratture

In evidenza

Bisogna rendersi conto che esiste la frattura. Nelle cose è facile ammetterla, persino porvi rimedio, più complessa è la sua gestione nei rapporti tra persone perché dolorosa nel sentire e perché traccia un prima e un dopo, senza ponti. Resta il ricordo. Dovrebbe essere ripulito dalle nostre scorie, riportato a fatto, essenza pura. È più facile ricoprirlo di indifferenza, di rancore, togliere lo smalto a ciò che è stato perché ora non è più. Questa mancata persistenza, ferisce, questo genera il rancore. Sapere di essere sbiaditi, non più importanti, cancellati, tocca nella considerazione di sé, ma c’è altro su cui si fonda la ferita. Nella rottura, qualunque essa sia, l’uno scriveva ancora una pagina e immaginava ce ne fossero altre, l’altro, sia esso umano o oggetto, ha già chiuso il rapporto. È una tazza che cade e si frantuma, un libro perduto, un treno di cui si vede l’ultimo vagone, comunque sia accaduto: è finita una storia. E chi usa lo scrivere dovrebbe sapere quando è tempo di concludere perché ogni ulteriore passo è nel nulla.

Chiudere porta con sé un silenzio, differente per ogni caso. È quello della scopa che raccoglie i cocci, rumoroso e costernato. È quello della banchina svuotata della stazione ricca di voci estranee, o, nella consuetudine, quello della mano che si ferma e non cerca più il contatto. La mente è divenuta consapevole, ha capito che è finita la storia e ora c’è il momentaneo vuoto che porta ad altro. Questo altro non esiste ancora, ma esisterà e non sarà uguale, non rimpiazzerà nulla di ciò che si è frantumato, sarà altro e nuovo.
Per questo, forse, neppure un saluto è necessario, per sancire dentro che quanto ha avuto una sua bellezza non è recuperabile. Deve restare solo il bello nel ricordo.

viene il nuovo

In evidenza

Viene il nuovo,
che matura nel cuore dell’inverno,
come frutto acerbo della passata stagione.
Viene senza chiedere,
segue occulti sentieri,
e abbiamo bisogno d’auguri,
di frecce nel cielo,
di vividi fuochi per piegare presagi.
Ciò che ancora non è
si fonde con ciò che è già stato,
ma è solo timore del cuore.

Per questo vi auguro amici difficili e sinceri,
hanno anime a cui parlare,
e il loro affetto non ha dubbi.
Vi auguro passioni
che travolgono abitudini,
nel mostrare realtà ardue
ed esaltanti.
Vi auguro passi misurati ed infiniti,
direzioni prese con il cuore,
ritorni senza rimpianti.
Vi auguro simmetrici amori,
dolcezze silenti,
fortuna d’occhi che parlano
e le carezze che sentono.
Vi auguro serenità nel giorno che si farà,
libri che scandaglino il profondo,
pensieri nuovi, mai prima usati,
e inusitato sentire.
Nuove abitudini, vi auguro,
che diano piaceri quieti,
preparino imprese inattese
e diano piacere al vivere.
Per noi vorrei il cuore che vede il mondo,
l’intelligenza che si dona, senza risparmio,
la pace che si conquista assieme.
Che sia un anno possibile,
dove il buono ci faccia bene,
il bene e la giustizia siano di tutti,
senza tema d’essere eque, forti
e nate da buone volontà.
Che ci sia pace, senza sofferenza,
abbracci che cancellano vicendevoli mali e un vento nuovo che percorra il mondo,
a scuotere le bandiere
che sembravano perdute,
ma sono l’anima dell’umanità.

ancora sul dono

In evidenza

Sul dono e su ciò che ne resta

Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.

Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse reciproco e profondo.

Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?

No, di che parla?

E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.

Ma mi hai già fatto un regalo.

E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.

Ma non è che era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?

Qui il dialogo potrebbe finire, ed è finito, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Avevo detto la verità; l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco ci saremmo incontrati. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, le battute infelici, i difetti che emergono, anche negli amici.

E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa altro, mette in discussione l’intenzione, abbiamo sbagliato persona, perché anche se fosse un regalo riciclato, il rapporto e il dare non sarebbe sminuito in quanto tra molti si è scelto a chi dare. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è chi lo fa, oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.

parole friabili come biscotti

In evidenza

Nei sentimenti pare funzioni così: Se mi do a te per amore, tu devi preservarmi come ciò che è più prezioso per te, accettare la mia diversità, far sì che essa diventi, con la tua, elemento unico e comune.

Qual è la natura dell’amore che entra dove non sai di esserci, che imbeve ogni impermeabile ricordo, che rompe il tempo e si trasforma in friabile pietra di sogno. Come agisce l’amore che cambia ciò che si vede, si tocca, si sente e mentre si sparpaglia attorno diventa punta acuminata che scrive e sanguina o lenisce il cuore. Sapere di cos’è fatto e poterlo un po’ per volta raccontare, come fanno i poeti che ad ogni ultima parola aprono una porta anziché chiuderla.

Sapere per intuito la dolcezza che tiene assieme l’attesa del bacio e il suo abbraccio alle labbra. essere consci che ci sono tanti abbracci e altrettanti baci, infinite attese e felicità sconosciute e ognuna è differente, ognuna ha una persona, un momento, genera un ricordo che riassume una vita nel suo amare.

Lasciare che i pensieri volino, incertezze nell’aria, assieme alle foglie in questo autunno che non finisce, che non sbocca in un gelo che stringe assieme i corpi. Guardarsi attorno e vedere che nessun passo va ancora di fretta e sentire che le parole sono lente, il pulsare è fatto di sguardi, di mani strette che cercano la punta delle dita, di cappotti troppo gonfi di piuma, di voli d’uccelli sconosciuti che cercano altrove rifugio.

Depositare nel cuore le attese, lasciare che ogni dolcezza maturi e affidare a ciò che cancella se stesso, ma non noi, non la pazienza e la passione, non la richiesta, il bisbiglio della cura e del desiderio. Trasporre tutto questo in parole friabili come biscotti e disseminarle in luoghi fatti di distrazione e inconsistenza, dove solo gli uccelli prestano attenzione.

la sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico:
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni,
le intemperanze e il ribollire dello sdegno,
nessuno t’obbliga, è vero,
ma forse tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.

lo scialo d’amore

In evidenza

Altrove gli occhi,

nubi ed erba bruciata d’autunno,

distratta la mano nell’acqua,

raccoglie,

spartisce,

ascolta il pensiero che rattiene lo sciogliersi,

per furia il vestito, i capelli 

e poi tutta,

seguendo lo scialo d’amore che preme.

Dispera il sentire,

ma la mente ribelle ricuce,

rammenda il racconto di sé

e ora l’acqua stringe nel freddo

e rilascia la mano,

come se il cuore,

nel battere vivido e netto,

fosse mordere di nuovo la vita.

.

nascere a novembre

In evidenza

Nascere a novembre penso includa la pazienza della primavera,
il pensiero che guarda oltre i vetri appannati,
che vede i fiori e le foglie sugli alberi spogli,
e i prati bruni desiderosi di verde.
Sarà per questo che tu, come mai nessuno,
hai sopportato le mie malinconie,
il senso di fallimento
dei progetti diventati rovine, oppure da altri sottratti.
Sei stata in silenzio davanti al mio silenzio, ma il tuo parlava e rassicurava che c’era il tuo amore,
il tentativo immane di capire ciò che non si può capire.
Hai accompagnato la ricerca di qualcosa che mi pareva
e non sapevo bene cosa fosse,
hai ascoltato le mie speranze,
letto le prose non meno astruse dei versi, eppure li hai trovati belli
mentre io ne sapevo il piccolo valore.
Sei stata accanto e lo sei,
oltre ogni aspettativa,
mi tieni assieme quando mi scioglierei nel nulla,
cogli il senso di ciò che faccio e che a me sfugge.
Adesso so che non si fanno felici gli altri,
neppure quelli che amiamo,
ma che loro costruiscono con pazienza
ciò che serve per essere talvolta felici
e che questo è reciproco.
È così profonda questa comunicazione
che trova novità nell’abitudine,
il bello dove si nasconde,
la gioia di essere vivi perché c’è ancora attesa
e siamo stati salvati dalla solitudine.

caso senza necessità

In evidenza

Si potrebbe pensare che succede, è il caso che mette assieme l’improbabile e il consueto, ma lo stesso è una carognata. Dal bar si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 50 enni che dimenticano consapevolezze e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, questo bar, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte. La vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi recita una parte, altri si conoscono da sempre. Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac e tutti i nostrani giunti in ritardo al beat e dimenticati.

Se ci pensi appena ti assale l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un assolo di sax con l’ accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.

Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.

Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.

Si conclude, tra applausi e yuuu, qualcosa in un tavolino poco distante. Cosa si conclude? Allora c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato della realtà. Cosa abbiamo fatto?  Dove ci siamo perduti?

Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,

senza digerire,

ci siamo girati per non sentir l’odore,

e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,

sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di essere senza dio,

il nostro stomaco, capiva più di noi.

Noi allora, e cosa siamo ora?

Nuove resilienze

In evidenza

La pioggia ha concesso una tregua, avremo tre giorni di sole e poi di nuovo pioggia. Questa lunga stagione di calore e siccità ha accumulato un’enorme energia, distribuendo nel mare e sulla terra. Non tutto riceve con la stessa gratitudine, il mare è troppo caldo e i granchi non diventano moeche, la terra si raffredda prima, l’aria lo racconta bene ma tutto interagisce col mondo vegetale e animale, che restano indecisi sul da farsi. L’autunno e l’inverno erano stagioni di quiete, ora i delicati sensori della memoria delle specie cercano di interpretare i segni, novelli auspici, per essere meno confusi sul futuro.

La pioggia forte ha sconvolto i piani, dopo tanta siccità il desiderio d’acqua rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, lo capiscono anche alberi e insetti, e questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così.

Si invoca la resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, trasferita all’uomo, messa persino negli affari e nelle questioni sentimentali, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico.
Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica, se non pensiamo che le popolazioni che traversano mari e deserti poi alla fine arrivino uguali a chiedere asilo e vita, se per noi stessi non crediamo che tutto ciò che ci accade non ci cambi dentro, non muti, gli amori, le gioie, la specie.

Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, fa emergere accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.

Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà, indifferenti al clima e alla guerra altrui, supponente sul mondo e sulla verità. Una resilienza che si nutre di parole e non fa nulla di concreto oltre far finta di esserci prima di tornare al sicuro, professionisti di ogni prima emergenza prevedibile. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni  da parte di chi governa che ci si chiede chi doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi lo governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, prevedere ciò che accadrà e dire chi ne è responsabile. Ogni giorno perché gli eventi hanno radici nel non fare e di questo bisogna parlare chiedendo non le scuse ma la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse, cambiasse i ritmi vitali, diventasse tragedia per molti. E si dovrebbe pure dire che il denaro potrebbe cambiare le cose, che produrre, mangiare, muoversi, rispettare diversamente il mondo cambierebbe la storia e i conti in banca di chi continua a devastare e consumare ciò che è di tutti. Allora la resilienza potrebbe fare il suo lavoro ed essere amica del giusto vivere, non del sopravvivere.