voglia di andare a Trieste

A Trieste ci sono strade che partono in piano, hanno quell’aria di chi è distratto e bighellona seguendo un pensiero tutto suo,  quasi non ti riconosce tant’è assorto,  e se lo saluti, il tuo saluto si perde in un cenno e un mezzo sorriso. Si ferma e sembra non sappia cosa dire, salvo poi raccontarti di qualcosa che è accaduto. Forse eravamo assieme, ti dice, ma non ricorda. E prosegue, poi si ferma e ti saluta in fretta lasciandoti in mezzo alla sensazione di non aver capito nulla o quasi e se non l’avessi salutato, ti dici, sarebbe stato meglio. Intanto la strada non è più in piano, s’inerpica sempre più ritta e stretta e ti pare che sia quella giusta, ma non ne sei sicuro. Insomma sei ansante, in un mare di perplessità e sai che Prosek sta sopra di te, mentre dietro hai il mare. E lo guardi quel mare, ogni tanto, perché devi fermarti a prendere fiato, è un arco che sembra inghiottire acqua, che si beve tutto l’Adriatico, e il sole lo illumina radente verso Duino, e tu ti fermeresti a guardare, magari bere un bianco fresco con un po’ di formaggio e l’uovo sodo e il pane da sbocconcellare seduto a un tavolo tondo col piano d’alluminio, ma non c’è nulla di tutto questo, solo la salita, il sole, il mare e il monte. E tu ti chiedi dell’incontro di prima, ma soprattutto che ci fai da solo in questa salita che non finisce e bisognerebbe essere in due. Bisognerebbe non aver nulla da fare, non bisognerebbe pensare ed essere già arrivati perché è vero che il viaggio è il cammino ma tu qui ci sei venuto apposta e se nessuno ti aspetta ci sono i ricordi che ti accompagnano ma se invece c’è qualcuno in attesa, allora devi cancellare tutto: le sensazioni, quello che è stato e soprattutto quello che si è dissolto prima di essere. Per questo vai avanti e vorresti fermarti, metti da parte un desiderio, lo confondi in un tramonto che forse c’è stato, oppure no e non importa. E il passo si aggiunge al passo, finché arrivi a un piano e non c’è nulla ancora, nulla che assomigli a ciò che dovrebbe esserci, sarà un po’ oltre, sarà oltre la funicolare, sarà nel bar della piazza, ciò che è certo è che non sei, non sei nel posto giusto. Eppure è questo il posto giusto, dove sei è il posto giusto, avevi voglia di tornare a Trieste.

auguri e anche no

Oggi la cristianità è parata a lutto. È il tempo in cui la speranza è scemata e si è conclusa la predicazione di un mondo diverso con la morte del Cristo. È il giorno in cui un corpo è stato consegnato alla morte, un messaggio è stato apparentemente sconfitto. Pensate al Cristo morto, poi chi crede in Lui ne vedrà la resurrezione, altri si soffermeranno sul messaggio e sull’uomo, altri ancora faranno esercizio di furbizia e si terranno quella fede che serve perché non si sa mai. Non appartenendo a queste categorie mi colloco nella quarta ovvero in quella che non è indifferente all’ingiustizia, al prevalere dell’uomo sull’uomo, alla privazione della libertà, alla negazione dell’evidente vantaggio che chi più ha consegue nei confronti del povero. Il Cristo è morto, ma la parola prosegue il suo corso, pone domande che non possono essere eluse sulla giustizia, mostra l”evidenza dell’esistenza del male. Ovvero della privazione del benessere per alcuni, che poi sono maggioranza. Un morto non muore mai davvero se ciò che ha rappresentato è un punto di riferimento, un modo di vedere la realtà. Muore il corpo ma non ciò che esso ancora è.
In questi giorni ci si augurano cose indeterminate, bisognerebbe capire cosa vorremmo accadesse. Mi soffermo su questa dimensione dell’augurio: di sicuro vorremo che a chi ci è caro, noi compresi, accadessero eventi di normale benessere, che esso fosse un modo per stare bene nel profondo. Agli altri, con la gradualità che i sentimenti introducono, vorremmo fossero felici di essere dove e con chi sono. Qui gli auguri si rarefanno, diventano distanza, indifferenza. Possono rovesciarsi nel loro contrario ovvero diventare ostilità. Non si augura il bene a chi pratica il male, a chi usala religione come schermo per conculcare le speranze di altri uomini. Non si augura il bene a chi giura sulla testa dei figli perché quei figli diventiamo tutti noi e non vogliamo avvalorare ciò che non condividiamo. Per questo augurare non c’è spazio se non nella speranza che chi usa gli altri a fini propri, chi invoca un messaggio che va oltre l’uomo per giustificare ciò che fa, si ravveda. Per chi non crede, il Cristo è morto ma il suo messaggio resta, per chi usa il Cristo contro l’uomo è morto il Cristo e ciò che ha portato come messaggio.
Un tempo la distinzione la facevano i vescovi, era anatema ciò che usava il Cristo contro l’uomo, veniva detto il nome e ciò che era esecrabile, una candela accesa nelle mani di ciascun partecipante veniva rovesciata e spenta, oggi è tutto relativo, ma non il male e ciò che lo permette o perpetra.
Non mi resta che l’augurio per voi che credete che ci sia giustizia, che la felicità non sia un caso, che il bene è possibile, di giorni che siano come li desiderate e vi assomiglino. Di voi c’è bisogno nel mondo e della vostra ricerca della felicità.

ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

mamie

Nelle città medie ci si conosce in molti, specie tra coetanei. Si sanno quali sono le opinioni prevalenti, si valutano le influenze sul potere che conta, le ricchezze vere e quelle fasulle. Basta esserci per capire e per farsi un’opinione, ma non è difficile capire chi è importante anche se resta sotto traccia. Mi pare che si chiami understatement, ma qui è abitudine a non apparire.

Siamo una città civile, con una storia antica, tranquilla, non particolarmente generosa nel donare alla civis da qualche secolo, molto attenta ai patrimoni e chi si rovina non viene apprezzato. Molti cittadini amano gli animali, un po’ di meno amano gli uomini, non pochi si sono scoperti odiatori di chi non la pensa come loro, ma credo siamo nella media delle città medie. Finora non ho detto nulla, sono cose che troviamo ovunque e allora per dare un senso semplice a ciò che voglio dire cerco di raccontare semplicemente un fatto.

Qui, come ovunque, il lavoro stabile spesso manca a chi non è inserito bene nella comunità. Parlo dei nuovi arrivi, non occorre siano extracomunitari, basta non siano di queste parti. Il lavoro precario viene proposto, si dicono le cose da fare e c’è una trattativa breve: prendere o lasciare. Mettiamo il racconto in prima persona.

Quella mattina ero speranzosa, mi ero vestita con il mio miglior abito, sono arrivata qualche minuto prima. Bisogna essere puntuali ma non disturbare. La casa era davvero bella, in centro. Salotti, ampi spazi, mobili bellissimi. Io di mobili me ne intendo. Ho fatto l’arredatrice, e li ho pure costruiti i mobili che progettavo, perché mi piaceva l’odore del legno stagionato, gli incastri che trovano il loro posto, il profumo della colla, l’insieme che prende forma e diventa quello che avevi in testa. Così guardavo quei mobili e ne vedevo l’accuratezza, le coperture perfette, la pulizia. Mi piaceva, perché penso che i mobili siano parte di noi. Poi è apparso un gatto, mi avevano fatto sedere su una sedia ad attendere la persona con dovevo parlare dell’offerta di lavoro. Il gatto si è avvicinato, si è strofinato sulle mie gambe unite e poi mi ha guardato. Mi piacciono i gatti, anzi mi piacciono quasi tutti gli animali. Vengo da un paese dove gli animali sono ovunque e le persone li considerano parte della loro vita. Parte, non la loro vita. Forse la differenza è questa. Vengo dal Brasile, il mio passaporto è italiano, sono figlia di immigrati che non hanno avuto troppa fortuna. Per questo sono tornata. Finché pensavo al gatto e lo accarezzavo, è arrivata la Signora. L’ho seguita in uno studio carico di libri, bello, luminoso e silenzioso. Ho lasciato da parte l’osservazione dei mobili per ascoltare con attenzione. Il mio italiano è discreto, ma non capisco tutto, in fondo la mia lingua da bambina è stata il portoghese. Comunque capisco quello che serve e anche di più.

La Signora era molto precisa, mi ha parlato della sua grande casa fuori città, del molto verde attorno alla casa. Mi ha detto che amano molto gli animali, che non mangiano agnelli a Pasqua, che hanno orari precisi per la colazione, il pranzo e la cena. Il mio compito sarebbe stato quello di provvedere al servizio dei pasti, tenere in ordine la casa e curare il giardino, seguire le necessità degli animali, che erano praticamente persone di casa e parecchi.  Si cominciava con la colazione alle 7.30 da servire in casa o in giardino, a seconda del tempo, si finiva con la cena in casa verso le 21 o magari più tardi se c’erano amici a cena. I miei compiti erano bene elencati in una lista che riempiva ordinatamente una pagina, praticamente dal mattino fino a notte ogni ora aveva una sua funzione. L’offerta retributivar era di mille euro al mese e di questi, visto che fruivo di vitto e alloggio mi sarebbero stati trattenuti la metà. Quindi lo stipendio era di 500 euro. 17 euro giorno per circa 14 ore.

Ascoltavo con attenzione, mi pareva poco per l’impegno e la fatica, anche se la stanza che mi sarebbe stata data per dormire era ordinata e con un servizio. Il pensiero era che pagavo un affitto non da poco e che il cibo mi piaceva anche sceglierlo e mangiarlo come preferisco, pagandolo con i miei soldi. Quindi non capivo i vantaggi, anzi mi pareva una costrizione.

Non ho parlato molto, ho solo detto la verità, cioè che mi pareva poco retribuito come lavoro e che era impegnativo, ma non era la fatica a farmi paura piuttosto il fatto di sentire che non lavoravo per il giusto. Ci avrei pensato anche se la mia risposta d’istinto era negativa.

Sono in Italia da sei mesi e ho cercato ripetutamente di trovare una sistemazione, ma per il lavoro che ho fatto in Brasile qui non c’è spazio e per gli altri lavori, spesso mi sento ripetere che il momento è difficile e bisogna accontentarsi.  Il fatto che me lo dica chi ha molto e spesso mostra il lusso, mi causa una certa insofferenza.

Ho salutato la Signora e sono uscita in questo sole d’aprile che mi ricorda non poco il Brasile, ma non ero contenta, anche un rifiuto perché le cose non sembrano giuste non fa stare bene. Così ho camminato per la città e poi sono tornata da chi mi ospita, con una discreta voglia di piangere.

La Signora mi ha richiamato, sembrava disponibile a rivedere le condizioni di lavoro, l’ho rivista. Mi ha raccontato nuove cose sulla casa e sugli animali. Mi ha ripetuto che a Pasqua non si devono uccidere gli agnelli e mangiarli, ma quando le ho chiesto se aveva riconsiderato la retribuzione per l’impegno richiesto, mi ha detto che quella era la sua offerta e che le sembrava una buona offerta visto che di spese vive non ne avrei avute molte. Per la seconda volta l’ho ringraziata, ho ribadito che mi sembrava poco per un impegno di oltre 12 ore al giorno, ho salutato e sono uscita. Ho capito che in testa loro volevano una Mamie, ma non siamo più al tempo della guerra di secessione americana e Via col vento è un film, non un rapporto di lavoro.

Credo che lo schiavismo non sia mai davvero finito, che anche dove non c’è guadagno diretto chi dà il lavoro abbia sempre la tentazione di guadagnarci anche nell’essere servito. Questo mi fa riflettere e disperare, perché in questo Paese, che è anche il mio paese, la speranza di chi non ha, diventa un esercizio difficile e la vita si basa sui buoni che ti danno una mano finché possono, ma non è così che dovrebbe funzionare. Non è così.

Notre Dame brucia

Dobbiamo capire la nostra piccolezza, leggere i segni, avere le giuste paure e il sufficiente coraggio.

Brucia Notre Dame, il danno non è riparabile, potremmo dimenticare cos’era, dire: c’era, era bellissima, ma non c’è più. È accaduto tante volte, a Dresda, a Coventry, a Cassino, a Padova, a Berlino e in mille altri luoghi. Ma oggi non basterebbe perché dovremmo scordare cosa sta accadendo.

Ci siamo ubriacati di grandezza e tutto è fragile, noi siamo fragili come mai prima. La cattedrale verrà ricostruita ma non sarà lo stesso spirito che la costruì, a farlo. Ricostruire gli uomini e un loro senso comune questo è ciò che manca. Ciò che proviene dall’uomo, qualunque cosa egli creda, è un simbolo e un ringraziamento, all’esistenza, alla benevolenza che tiene insieme, a ciò che  permette di riconoscere gli altri uomini. Se Nostre Dame avrà ancora lo spirito dell’uomo che si unisce agli altri, che si inchina di fronte alla sua misura, che capisce la sua piccolezza, sarà una chiesa, un luogo di gloria e di cuore, sennò sarà un monumento e testimonierà il vuoto che ci attornia, le parole senza significato, l’incapacità di vedere gli uomini nelle loro opere, ma senza tutto il bisogno che essi hanno di essere consolati, compresi, sanati.

tema: come hai trascorso il sabato

 

oznor
oznor

 

La giornata è trascorsa tra discorsi leggeri e sorsi di vino. Sia quello rosso, di corpo robusto e rotondo, da lavoratore della terra, che sarà generosa ma non è mai gratuita. Sia quello bianco , che in realtà era di un giallo dolce d’aspetto, trasparente e profumato, fresco con la gentilezza dell’amore che mai disseta appieno. Così i discorsi sono proseguiti all’aria aperta, nel sole già forte di un aprile senza timori. Credo che il tentativo fosse quello di dare ai processi digestivi la possibilità di un giusto posto per ogni cosa gustata, di togliere di mezzo l’eccesso e di propiziare un rientro che in fondo nessuno voleva. Così senza ordine, a piccoli gruppetti, attratti dal discorso dell’uno o dalla battuta dell’altro siamo sciamati tra strade di colle che diventavano capezzagne, limiti di campo, mura di mattoni antichi e ville che un tempo avevano attestato più la modesta fortuna delle famiglie che la loro voglia di eccellere. Attorno macchie gialle di fiori di tarassaco, cipressi altissimi, alberi che erano già meta di api  prima dei declivi ritmati dalle vigne. Filari ben tesi, potature severe, qui il grappolo deve ricevere molto sole e non conta il molto ma il buono. Parlavamo di politicante, di società che muta, di adeguatezze e di tentativi di essere importanti per le idee prima che per i numeri. Il conformismo che si sperimenta nei partiti è lo stesso dello società, un gruppo diventa maggioritario perché è esso stesso continuazione di un aggregarsi attorno a capi che decidono di dividere un potere, non le idee che stranamente restano le stesse, al più si  distingue, di colgono le differenze, ma la realtà è l’eterna lotta tra ciò che muta e ciò che non vuole mutare. E la ragione per non mutare sta tutta nel potere e nel gruppo che si sente parte di esso. Ragionavamo di questo tra battute e coscienza di essere parte piccola di un modo di far politica che non ci andava, così scivolava qualche battuta, il piccolo pettegolezzo, la risata lieve che libera perché anche chi è potente ha debolezze e quando queste emergono diventa un po’ meno paludato. È la considerazione che ognuno va in bagno ogni giorno, che le funzioni corporali non sono nobili, o come ebbe a dire , un’amica che ci precedeva ridendo: pensalo quando sta per fare all’amore, é proprio un bel momento di verità. se le cose non funzionano. Dovevamo aggiustare il pomeriggio, non i destini del mondo,, ricordare l’aria leggera e piena di profumi, mettere in fila tanti bei propositi, ricordarci che la giornata era soprattutto nostra e che come ai tempi delle medie il tema da svolgere era cosa si era fatto di noi nel dì di festa, concludendo che il sonno sarebbe arrivato tardi ma stanchi e felici di essere chi eravamo.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.