sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Esercizio per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento oppure della crisi di inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, il pennino tracciava una curva in prospettiva, un’asta che svettava oltre il dovuto, puntava al cielo, non le bastava essere tagliata ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non bastava e c’era un verticale scendere in apnea di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano forse pescare pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano una orizzontalità e il confronto era impietoso. Lì un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto, radunato in plotoni sghembi, privo di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere impervie, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre mancavano tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite non le discussioni seguite da rovinose sconfitte che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi invece la fatica, l’immobilità, il silenzio se non si era interrogati. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna, di monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli. Questi sillabari avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno e maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme ai primi.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato, che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato. Gli ideogrammi della mente che procedeva per bisogni e li esprimeva, li tracciava. Così ne sarebbe pure venuto un sillabario del bene necessario e del superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei dovuto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, e i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa. 

di mammut, piccoli fallimenti, ideologie e altro

Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.

Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.

Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è. 

l’equinozio del laico

Finisce l’estate tra le cannonate di Porta Pia. Polvere, squilli di tromba, passo d’assalto. Sono bersaglieri. Una diceria racconta che il comandante di una delle batterie piemontesi fosse un capitano ebreo, un Segre, che doveva evitare la scomunica a quelli che l’avrebbero seguito nell’abbattere la porta. Storie. I piemontesi in armi erano scomunicati già dalla presa di Bologna del 1860 e questa seconda scomunica che avrebbe aggiunto alla prima? Lo stato laico era alla porta e il Papa si sarebbe ritirato sdegnato. Forse più dai francesi e dagli austriaci che non avevano saputo difenderlo, che da questi liberali ben poco giacobini che venivano da un piccolo regno di chiesone di mattoni rossi e molto baciapile. Mezzi francesi, massoni il giusto, mica ce l’avevano con la Chiesa ma gli serviva un simbolo laico. Roma. La stessa che era stata conquistata con una falsa donazione di un imperatore pagano, Costantino, e usata come cava di pietre e mantenuta con una altalenante, reale, presenza di Papi che aveva avuto del buono e del meno buono. La religione non è democratica e forse neppure la laicità lo è. Comunque la conquista della laicità comportò delle perdite. Da entrambe le parti, e a parte i fantaccini caduti sul campo, ci fu un’acredine nuova che divise. I nobili si chiusero nei palazzi e in segno di lutto sprangarono il portone principale, esponendo un drappo nero. Fuori, invece, bersaglieri e fanti ovunque, in frasche e osterie parate a festa, finiti a rigatoni e “fojette”. I romani non fecero quadrato, ma vinsero e festeggiarono con l’invasore. La laicità economica del regno durò finché ci furono affari da fare con l’acquisizione di proprietà ecclesiastiche, quella politica teoricamente fino al patto Gentiloni, ma già da tempo giravano voti che favoriva l’uno o l’altro dei candidati al Parlamento.

Finisce l’estate con un momento in cui giorno e notte sono uguali. In fondo questo dice la laicità, ovvero che un pensiero non ha prevalenza sull’altro, che la notte dell’uno può essere illuminata dal giorno dell’altro, che la spiritualità è faccenda personale e non di stato, ma ciò non le impedisce di misurarsi e dialogare con altro. Fosse pure la sua negazione. È questo che si è imparato oppure cresce l’insofferenza per le idee altrui e soprattutto crescono le contrapposizioni tra uomini. Un odio spicciolo, virtuale e concreto che pervade il mondo e nulla ha a che fare con il credere o meno ma piuttosto con l’assenza di un ribadire che il noi, l’insieme è un valore assoluto, che i tre principi di eguaglianza, libertà, solidarietà sono una guida laica e spirituale assieme, per le vite e gli Stati. Sogni di vecchio laico, che dovrebbe sapere che depositata la polvere di Porta Pia, già lo stato cercava assoluzioni altrove. Il nuovo è che in quest’anno molesto, la confusione continua e l’uomo si ritrova più piccolo di un pezzetto di virus. Neanche uno intero, basta un pezzetto di qualcosa che neppure sarebbe vita e tutto comincia a scricchiolare. Politica, economia, persino il clima va per suo conto. Vorremmo certezze abbiamo precarietà. Il tema è come rendere gioiosa la precarietà? Dare ad essa la possibilità d’apertura verso nuovi equilibri.

Siamo stati rintanati mentre volevamo volare, prigionieri di libertà consumate, pagatori infedeli, sudditi e poco cittadini. Fino al voto. Non è successo nulla che non fosse segretamente in corso da tempo. Il fatto è che il tempo non è solo quello cronologico, ma quello delle cose, dei fatti che lentamente maturano e pian piano si mettono in moto, scorre come lava sotto il terreno e lentamente spinge in una direzione. All’estate quella direzione non piaceva e chissà cosa ne penserà l’autunno in questo giorno equanime. Credo che abbia le sue risorse, molto tenere e laiche, perché è la stagione della vicinanza, dell’apprendere se pensiamo alla scuola, del sentire la casa dopo le vacanze strane di quest’anno. È la stagione degli amori quieti, delle mani in tasche non proprie a cercar calore, dei baci dati nella luce che scema, nell’incongruità di improvvisi calori e di altrettanto inattesi freddi. È il tempo del profumo della carta e dell’inchiostro, delle luci che s’accendono prima e del camminar più svelto. Un fumo di castagne arroste annuncia l’arrivo del bastimento di foglie seccate, del vento che le spinge come le vele di un clipper pieno di the d’oriente Gli occhi si alzano e vedono il colore che incendia gli alberi prima di consegnarli al sonno. Sul mio tavolo, piccole piante ascoltano e si chiedono se la laicità sia il vivere con lo spirito ma senz’altre regole che non siano quelle proprie e quelle comuni di un’umanità ch’è fatta di eguali bisogni, di solitudini confrontabili, di amori necessari e d’un immane non detto che ognuno porta con sé per timore del riso e del compatire, ma è in realtà ciò che tiene assieme il mondo, ovvero il bisogno e l’attuazione dell’amore. Di ciò che ci manca al riso e al pianto, di ciò che è misericordia verso di sé e consolazione, di ciò che davvero ci rende uguali e laici nel bisogno di capire ed essere compresi, amati, visti, ascoltati.

p.s. Buon equinozio a tutti voi e portate pazienza per un provar mio che seminerà di parole e sentire questi giorni.

 

l’infinita lettera del clown

Si vive per determinazione, per progetto, per caso. Non di rado ci si lascia vivere. Poi si scrive un’infinita lettera che nessuno o quasi, mai leggerà Di certo nessuno potrà comprenderne le motivazioni nascoste.

Si scrive per bisogno, per confronto con ciò che si sente, per lasciare una traccia che certifica d’essere esistiti. In più luoghi, con molti pensieri, sentimenti forti e deboli, si scrive. Si usano parole che significano spesso più cose, si tiene il dovuto e si limita l’esplicito perché il banale è sempre in agguato e s’annida proprio tra ciò che sembra importante. Anch’io l’ho provato, sentito, fatto. Capisco, ti capisco profondamente. Per affinità. Per amore. Per bene. Per vicinanza. Ma il mio è stata altra cosa. Qui c’è una differenza perché chi si ritiene fortunato, l’esperienza vissuta la giudica con un impatto che non ha prodotto identiche devastazioni. Chi si ritiene sfortunato pensa che ciò che prova è stato per intensità, profondità ed effetti ben più grave di ciò che gli viene raccontato.

Le felicità si raccontano poco per mancanza di aggettivi adeguati e per non suscitare inutili invidie. Anche il banale avrebbe bisogno di essere riscattato perché anzitutto siamo piccoli gesti e questi riempiono i silenzi, alimentano i pensieri, non di rado sollevano dalle angustie che si ripetono. Forse a questo servono e anch’essi si ripetono.

Chi ha l’ardire di affermare di piangere le stesse lacrime, di sorridere allo stesso modo, di provare lo stesso entusiasmo, non è un mentitore né un millantatore, è semplicemente un entusiasta di chi ascolta, che ci prova ad essere lui e vorrebbe riuscirci perché ha prima pronunciato la parola amore. Quindi un generoso cieco che dovrebbe mettere assieme la diversità, portare via e non confrontare non ciò che mai sarà eguale.

Il pagliaccio usa l’intelligenza per strappare il riso, un pagliaccio nella vita è un’offesa alla serietà del vivere. Vorrei essere un pagliaccio che usa le parole e le sente, le fa volare e sorridere sulla bocca di chi le ode. Un pagliaccio che non si vede e non si copre mai di ridicolo, che ha il cuore dipinto negli occhi, che annusa e fa sentire il profumo dei fiori. Un pagliaccio che s’affeziona all’inutile e lo presenta come fosse una cosa preziosa perché nulla è più prezioso di ciò che tiene insieme la vita e non si vanta di farlo.

Come scrive un pagliaccio e a chi scrive? A se stesso e a chi lo ascolta, a chi è appassionato di storie altrui perché in esse non trova la saggezza ma la propria storia a pezzettini. Coriandoli lanciati nell’aria, riso di bimbo, bisogno impellente di avere tenerezza, silenzio per ascoltare, divenire altri e restare se stessi, risata e pianto che non durano. Abbracci. Lunghi quanto serve. Infiniti come il narrare, cioè lunghi abbastanza perché poi c’è altro da fare ma in quelle braccia è bello tornare.

il mio aereo per suo conto non vola

 

 

Il mio piccolo aereo di carta per suo conto non vola,

s’ appoggia svogliato sul vento, e neppure si sforza.

Uccello senza senno, è immeritato custode di folate,

che lo spingono ovunque, cullato dal caso

È la stanchezza d’aver udito troppi canti viandanti,

d’aver visto il tempo che andava senza ritorno,

oppure è stata l’ebbrezza del nuovo che guarda e non si posa.

Lui vola ma il mio è sogno di vecchi piloti,

divenuti elica che scava nel cielo,

e sfida la sorte nell’ebbrezza d’una nube,

chiedendosi lieto se ci sarà ancora una carta in più per la vita.

Perdono i vecchi piloti,

mentre ruotano col passo dell’elica,

e il loro bicchiere resta nei bar degli aeroporti ;

solo le sfide impossibili non han vinte,

ma lottano con forza di vecchi,

stanchi e sapienti, quanto basta, per beffare il caso,

almeno il poco che basta.

Intanto il mio aereo di carta non impara a volare,

s’ appoggia al vento,

gode d’un vento caldo che profuma d’estate e d’autunno

e non merita affatto.

Ma non posa e con le rondini parla la sera,

nei campanili s’infila di notte,

e il mattino m’attende scherzando

su chi davvero ha imparato a volare.

 

il capannone

Tolleranza più o meno 0.5 micron su metro quadro. E questo ripetuto su 4000 metri quadrati di superficie. Anche se è più restrittiva delle norme, che ci vuole, basta scriverlo in contratto, mettere una penale e poi lasciar fare a chi stende le resine adatte, autolivellanti e ad alta resistenza. Naturalmente la planarità si accompagna alla resistenza al carico, ma quello con un buon sottofondo e una gettata con la quantità giusta di ferro, non è un problema. Le date di consegna dell’immobile finito, i pagamenti per stati d’avanzamento, le fidejussioni. Semplice come la vita, il bello viene quando la si rende reale e si è sempre fiduciosi delle proprie possibilità prima di iniziare.
Poi abbiamo parlato di golf, che lui praticava molto e io non conosco, dei figli a cui lasciava il compito di condurre l’azienda. Di Valencia, la sua città e la sede della casa madre. Del suo orgoglio di essere la seconda azienda europea nel settore e magari non era proprio vero, ma bastava pensare che lui l’aveva creata e fatta grande. L’ orgoglio di ciò che si è fatto è una polla dolce che ha una curvatura che si spande attorno. È la pressione di ciò che vuole sgorgare e lo fa con consapevole dolcezza perché si sente inarrestabile. Così lo raccontava, senza troppi aggettivi ed era compiaciuto e mi piaceva. . Quando le lingue si mescolano diventano ancora più affascinanti e cosi gli ho parlato della Mancia e di Alicante e poi di Estremadura con qualche parola di castigliano e molto italiano venetizzato. La mia attenzione per l’Estremadura lo stupì. Non la conosceva, era una terra povera di imprese, di alberghi importanti. Senza mare. Mi chiese cosa ci volevo andare a fare in Estremadura, non ci sono club per un buon golf, né attrazioni, è come la Mancia, polvere e terra. E boschi, aggiunse, sughere e piccoli villaggi. Allora gli raccontai che mi piace camminare ed è bello arrivare prima di sera nel posto dove dormirai, contrattare stanza e cena, togliere lo zaino che ti sega le spalle, sentire la schiena fradicia, togliere le scarpe impolverate e i calzini e lasciare che le dita si parlino con l’aria. Poi guardare il letto col lenzuolo candido, l’armadio di castagno e posare i piedi sulla pietra per il gusto di sentirla.  A volte capita di fare la doccia in un casotto in cortile, con l’acqua scaldata dal sole e una catenella per il getto e poi uscire con l’asciugamano sui fianchi e attraversare il soggiorno per tornare in camera cercando di farlo sembrare naturale. Scendere a sera con una camicia pulita e fare un giro tra le case per sentire come suonano le parole. Vedere che il suono coincide con la pietra scolpita delle chiese, gli archi bassi dei portici, i fiori alle finestre e i sorrisi di chi risponde al tuo sorriso. Lui mi guardava come mi piacesse fare jumping a testa in giù, commentò sui gusti e sul tempo e riprendemmo la trattativa. Il progettista della logistica interna aveva idee chiare: separazione netta con gli uffici, e per questi c’erano finiture efficienti e spartane, tinte tenui e triplo vetro. Unica stranezza era una grande vetrata che delimitava la sala riunioni che s’illuminava da un lucernario e guardava il magazzino robotizzato. 12 metri di scaffali in altezza e 80 metri in lunghezza, che si ripetevano per tutta la larghezza in corridoi stretti e vuoti di persone dove correvano i robot e i nastri trasportatori.
Una luce tenue sarebbe filtrata dalle finestre strette e lunghe poste in alto, i robot vedono al buio, e la penombra era stata concessa agli umani che li potevano ammirare dalla sala riunioni e trarne esempio.
La costruzione andò bene sino alla consegna del pavimento. Vennero i costruttori dei robot e misurarono con strumenti laser. Le cose non gli andavano bene. Anziché mezzo micron in alcuni punti c’erano fosse di 0.80 oppure rialzi di 0.75. Addirittura in un punto si arrivava a un micron di scostamento. Arrivò il golfista da Valencia e mi disse:bisogna rifare tutto e consegnare in tempo. Altrimenti le penali scattavano e mangiavano l’immobile. Mi ero preparato, e pur dicendogli che rispettavamo le tolleranze in realtà necessarie, stava arrivando un altro robot dall’Inghilterra. Una specie di tartaruga che si muoveva lentissimamente, confrontava le planarità e fresava dove c’era da togliere e aggiungeva resina dove mancava. Un portento che lavorava giorno e notte e che aveva una lunga lista di ammiratori. In tre giorni, senza interruzione, fece l’intero pavimento e se ne andò alla modica parcella di 90.000 euro. Vennero rifatti i controlli e adesso tutto era in ordine.

Si elevarono scaffali alti come torri, vennero montate le guide e i robot e si arrivò al giorno della consegna. Mi fu parlato molto di golf, vennero fatte contestazioni marginali sul colore degli uffici, tutti i difettucci si appianarono con un ulteriore sconto che apparentemente costò tantissimo a entrambi. Sopraconto gli venne regalato un corrimano in acciaio inox che il progettista s’era scordato di mettere e che s’avvitava deciso verso il cielo. Come le fortune della sua azienda, dissi al valenciano. Lui sorrise e rispose che ci attendeva in Spagna, ma sui campi da golf che avevano club house adeguate e con doccia e idromassaggio.

Sono passati più di 10 anni, i robot continuano a correre sulle loro guide, anch’io ho una piccola polla d’orgoglio per il lavoro fatto, anche se penso che in Estremadura non capirebbero che trabaco facevo ma mi sorriderebbero ugualmente se passo dal soggiorno dopo la doccia in cortile.

la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

l’imperfezione

A volte nemmeno la commozione,
che racconta quanto siamo ricchi di errori,
basta a lenire.
E neppure le lacrime di conseguenza, sono sufficienti.
Avevamo un’opinione consolidata dall’abitudine,
ci pensa la realtà a mettere a posto le cose.
Piccole cose che attendono amori adeguati
e li trovano e li perdono
In giornate di vento,
come fosse d’aria il cuore,
carta quel sentire grande che sconquassa l’anima,
e ora vola lontano, oltre i nostri occhi imperfetti.
E allora la vita
assume la sua veste di specchio,
mostra le insicurezze celate di certezze,
e misura le nostre braccia.
Non bastano mai per trattenere,
l’amato cuore del nostro piccolo universo.

privazioni

Certamente moltissimi stanno peggio, ma ognuno sente il suo e con acribia persegue un motivo che trovi il bandolo nella ragione. Non lo trova, oppure gli pare e poi si accorge d’essersi sbagliato perché era qualcosa che veniva prima: nell’amore sghembo ci sono le ragioni dei preti e delle suore, le famiglie che hanno trasmesso ciò che gli sembrava giusto ed era solo conformismo, ma anche l’indole non ha aiutato. Così alla fine finisce, ovvero sembrano finire i dispetti, le privazioni, le offese per disattenzione e quelle volute, ma in realtà la liberazione è solo apparente perché inizia un’altra battaglia. Ci sono frutti che devono avere una radice e quando questa la si cerca davvero, muore l’albero. Poi c’è tutto l’apparato sociale. I codici e gli avvocati, i periti di parte e le decisioni dei giudici. E nessuno sa cosa c’entrino in tutto questo se non in un dare/avere che dovrebbe stabilire equità, possibilità di ripartire. Ma non funziona così nello sciogliere. C’è una parte civile ed una umana, personale che non coincidono mai. La prima è un equilibrio col passato, un mettere una pezza sociale per qualcosa che non è pubblico ma privato e avrebbe bisogno di un accordo non di una divisione perché essa c’è già stata, qualcuno ha perduto e ciò che è rimasto sono i viventi che pur hanno dei diritti. La privazione si esercita nell’accanimento, nell’ingiusto, nel voler schiacciare, manu militari, l’altro in modo non da lasciarlo vivere ma punirlo. Neppure questo accade e non è materia di giustizia ma di sociologia familiare. Questa dovrebbe, assieme alla psicologia stabilire le regole che servono per riprendere un percorso che includa il cambiamento e la felicità. Per il resto dovrebbe bastare un ragioniere e una codifica accurata.