
Nel bosco la notte arriva prima,
ma nei fiori vegliano cespi di luce,
lampade accese per sconosciuti inquilini.
Qui tutto è ospite
e ciò che muta si sovrappone e alimenta,
il bosco ricorda e serba traccia,
sentieri antichi sono sotto le radici,
il prima attende che qualcosa torni,
ma senza fretta,
Il tempo è pietra liscia e mutazione,
non è acqua che scorre via veloce,
è oscura profondità che medita.
Dal sasso emerge la valva della conchiglia,
eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra,
dove la serpe fa nido era salso e corallo,
tutto attende con curiosità il mutare
anche se non lo riguarda,
nulla è indifferente,
e si fondono le ife nelle forre senza fondo,
lampadari di fili bianchi protesi nel buio,
cercano e trovano
eppure, lontano, parlano col cielo
dove convivono il falco e l’ape.
Memoria senza fretta,
I lupi si prendono il necessario dalle mandria,
poi rientrano nella notte
che il bosco dona senza chiedere.
È presto per chi riempie le strade,
beve e parla a voce alta,
a tornare c’è tempo,
sarà per stanchezza e vuoto,
occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra.
Tornano per abitudine,
perché non c’è luogo dove andare,
o per l’ultima parola detta,
vuota e acuminata ma vera.
Tra poco pioverà,
il bosco attende e si scuote nel vento,
il racconto delle mie notti è una sequela di lampi,
di cose che mi osservano,
di loro sguardi che proseguono nel sonno,
breve, incespicato di risvegli,
finché la luce e l’allodola
ridaranno ordine al piccolo mio tempo.

































