la luce ha perso la sua brillantezza, schiacciata dal sole, si stende come lacca stanca che occlude. Mostra i colori, ma è un campionario senza voglia che offende il gusto per i particolari. Oppresso dalla calura, nel campo vedo un piccolo cerchio d’uccelli, cerca nella terra arata l’improbabile pranzo, poi, senza fretta, altrove se ne vanno. Nei centri estivi I bimbi attendono la sera, e imparano il tempo che continua tra mura. Nella mia casa lavoravano tutti, siamo stati uccelli sudati da giardini pubblici e patronati, eppure l’estate sembrava non finire mai, era una diversa libertà del fare, di regole e ore ora è un tempo sospeso che si carica d’ansie senza riposo. Il caldo annega la luce, la getta contro muri e finestre compito parole ed equazioni concetti che volano altrove, così m’incanto tra un ricordo e un sentire e penso siano fresche distrazioni che ricordano d’essere vivi e capaci di futuro. La vita è una buona maestra sempre rimanda e poi promuove.
È ora di mutare stagione anche nella società. Questi ultimi 30 anni sono stati uno smottare di speranze, di chiarezze che opacizzavano, di confusione e di distinguo, se non per il fatto: l’etica ora si basa sul potere e sulla forza. Così si glorifica il furbo, il potente, colui a cui tutto è permesso perché neppure l’infrangere la legge alla luce del sole è un limite se si ha abbastanza potere, perché non ci sarà neppure un giudice a riportare il primato del diritto.
A volte basta chiudere un occhio, a volte entrambi per non cogliere le contraddizioni, come se tutti fossimo conniventi e nulla di ciò che viene detto avesse un qualche valore civile. Siamo lo stato dell’etilometro che impone la tassa sull’alcool, che lucra sul fumo, che guadagna sui carburanti inquinanti, che ha un tasso di corruzione elevato e diminuisce i controlli, che respinge in mare gli emigranti e non controlla le disumane condizioni di lavoro di molti di essi nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Un sentire comune si è fatto strada ovvero che la legalità sia un optional, che la chiacchiera cancella ogni impegno, ogni affermazione precedente, che la sicurezza riguarda solo alcuni e alcune parti del paese, che i servizi pubblici che rendono eguali i cittadini possano diventare accessibili solo per chi può pagarli.
Viene da chiedersi se l’unico discrimine non sia etico o civile (qual è il grado di civiltà di un paese che dice una cosa e ne ne permette un’altra), ma basato sull’utile che può essere tratto da una pratica di massa, da un sentire comune che rende prioritario il proprio desiderio o tornaconto e neppure esamina come evolve la libertà individuale e quella collettiva per i propri atti. Non si può discutere di suicidio assistito ma si può rendere la sanità e il sociale così impervie per i 10 milioni di poveri o quasi tali, da non poter accedere in tempo alle cure o vivere una vita dignitosa. Far morire di attesa un malato diventa lecito, ma non lasciarlo morire se esso lo chiede. In questo pervertirsi del bene comune, nella politica come servizio ad alcuni ci sono le deviazioni di una intera comunità fatta di eccezioni e non di regole. Anche in passato ci sono stati tempi terribili e bui, ma ciò che mi sorprende è che l’indignazione si sia smarrita, che comunque tutto diventi normale e sparisca il legante sociale. Nelle fiabe si dice la verità, il re è nudo. Nelle nostre fiabe, la realtà scompare e con essa ciò che ha valore e può far crescere un popolo, una comunità. Rivoluzionario è scoprire di avere bisogni condivisi, diritti violati da difendere, beni comuni da preservare, ideali e principi che non abbiamo abbandonato e la forza di rompere la solitudine in cui ci siamo lasciati cacciare.
Che inizi la consapevolezza di una nuova stagione, buon solstizio.
Il congresso di Sinistra Futura si è svolto, le tesi discusse, molti interventi, 40 su 100 delegati. Una presenza importante di giovani e poco meno di metà dei delegati erano donne. Gli ospiti hanno arricchito le idee e al pomeriggio di domenica le votazioni hanno eletto i nuovi dirigenti. Sentirsi assieme è stato un proseguire la comunità di intenti, di valori, di idee che portiamo nei territori. E trovarsi assieme dopo viaggi lunghi da tutta Italia, è stata una conferma di un impegno politico, sociale che non disdegna l’affetto. Di tutto questo ben poche notizie sulla stampa. Qualche articolo sui media locali, ma la scena nazionale era occupata dalla kermesse del generale Vannacci e dalla riunione del partito dei civici di Onorato. Schermaglie dialettiche, presenze interessate, discorsi che non cambiano l’agire politico e quindi la vita di chi è amministrato, molti luoghi comuni, ma davvero la politica, l’essere al servizio è solo questo?
Da tempo mi chiedo, ma non sono il solo, come si possa cambiare la politica se non si hanno i media che rendono noti sforzi e valori messi in campo. In tv e sui giornali si vedono sempre gli stessi, la politica difficile delle buone cose fatte non fa notizia, tanto meno quella delle idee. Senza offendere nessuno, viene ripetuta all’infinito la distrazione dai problemi reali, tanto che chi li ha, pensa di essere solo e piuttosto che cercare di risolverli con altri si lascia distrarre dall’odio all’immigrato, dalla polemica sui diritti civili, dalle ultime notizie di cronaca, dal giudizio sull’LGBT+. Spariscono le precarietà del lavoro, le paghe insufficienti, I servizi che non funzionano, i diritti che non si riescono a riscuotere in una lista d’attesa, in un permesso, in un trasporto pubblico, nell’istruzione pubblica. Scompare la giustizia sociale, il problema di avere una casa, far crescere i figli, conservare dignità, non far emigrare i giovani, curare gli anziani. La difficoltà collettiva trasformata in problema personale e poi scaricata su qualche capro espiatorio che mai capirà la ragione di essere odiato. La politica si deve occupare dei problemi delle persone sennò è solo potere che porta risorse a sé stesso. E non si cambiano le cose se non si è conosciuti. Sinistra Futura ha scelto di stare tra le persone e con esse. Ha scelto di ascoltare, di vivere assieme I problemi, prima di proporre una soluzione. Chi non fa una attesa al pronto soccorso non capisce che la sanità pubblica è un bene prezioso che deve ricevere risorse adeguate per dare risposte soddisfacenti. Chi prende il treno o un mezzo pubblico per andare al lavoro capisce quanto poco sia rispettato chi si sposta per guadagnarsi uno stipendio o andare a scuola. Chi non trova casa non capisce perché continuino a costruire case che resteranno vuote. Posso continuare con le pensioni insufficienti e ritardate nel tempo, con le buche nelle strade, con la mancanza di un futuro che sia migliore di un presente precario. Nessuno di questi problemi fa notizia e la politica riserva a sé stessa commedia e attori. Altrimenti bisogna comprarsi un teatro virtuale e avere il potere del denaro. Credo che questo sia diventato un problema democratico, non bastano le idee, il lavoro che si aggiunge al lavoro, non basta l’entusiasmo, servono tutte queste condizioni e un megafono che gridi che si può cambiare, che non sono sole le persone nei loro problemi, che si può fare diversamente. Dal congresso il piccolo partito dalle grandi idee, dal cuore tra le persone è uscito unito ed entusiasta di lavorare. È importante che sia così, troveremo compagni di strada che la pensano come noi sui problemi urgenti, sulla pace che deve generare vita e umanità non spesa per le armi, sulla difesa dell’ambiente e dei beni comuni, sulla costituzione da rendere concreta nei diritti, nella dignità, nella parità. Al lavoro e alla lotta. Come ci ripetiamo spesso, dopo ogni traguardo raggiunto, prima di ogni nuova impresa difficile e giusta .
Siamo immersi in fatti, situazioni, storie molto più grandi di noi. A noi è stato dato questo tempo meraviglioso e terribile. Pensavamo di essere immuni al male ed eterni nella libertà. E le possibilità della scienza e della tecnica, mai come ora hanno reso possibile affrontare i grandi e i piccoli problemi di ciascuno dando il necessario a tutti.
Eppure mai come ora la ferocia della guerra, il male come offesa ad altro essere umano, all’ambiente in cui vivere, minaccia la distruzione totale. Molti allargano le braccia, confessando la loro impotenza di fronte a decisioni che distruggono il dialogo, annientano le persone, la speranza di giustizia, il futuro.
Eppure ogni gesto, ogni piccola conquista che riporta un sorriso, che costruisce qualcosa che fa star bene vicino a dove viviamo, genera una speranza di un mondo diverso. L’egoismo è pensare che non ci sia abbastanza per altri che non siamo noi, ma non è così. Siamo così fragili che senza l’aiuto di altri non resta che la solitudine e il delirio di onnipotenza.
Non è scritta la fine dell’umanità, della giustizia sociale e in chi si oppone e costruisce c’è forza e speranza. Pensate a quante persone ogni giorno fanno ciò che devono e si muovono nella costruzione di un presente che abbia dignità per loro e per quelli che vivono con loro. Pensate a quanti atti gratuiti e giusti costruiscono la vita quotidiana delle persone. La differenza tra un mondo che opprime e distrugge con quello che invece costruisce la vita degna, esiste ed è pratica di molti che in silenzio fanno.
Essere Sinistra Futura è creare giustizia sociale e pace. Nessuno si illude sia facile, che subito tutto cambierà ma non c’è alternativa al fare quello che si deve e si può, altrimenti l’oppressione crescerà, la libertà diminuirà, l’ingiustizia sociale continuerà a prevalere.
Cosa sono le abitudini, e quanta morale contengono? Quasi tutti pensiamo di essere brave persone, perché certe cose non le facciamo e altre le disapproviamo profondamente. Eppure facciamo l’abitudine all’orrore. Basta sia lontano da dove viviamo e l’umanità, il diritto, il giusto, scompaiono. Ci sono morti che non fanno notizia, appaiono e spariscono subito. Eppure siamo nell’era dell’informazione, I buoni principi dovrebbero rafforzare un pensiero forte, generale, umano. Non è così. Quattro immigrati vengono bruciati vivi dentro un auto perché non volevano pagare il trasporto e da metà aprile non venivano pagati per il loro lavoro. Quattro euro le donne, un paio in più, gli uomini per dodici ore al giorno nei campi. La schiena piegata, il sole, i pesticidi, tutto compreso. E di quei pochi soldi quasi tutto finiva al caporale per un letto e un pasto. Bruciati vivi, bloccati dentro l’auto, irrorati di benzina e dati alle fiamme. Non giriamoci dall’altra parte, chi li ha uccisi e li vendeva aveva un compratore, poteva non sapere o preferiva ignorare? Un anno fa, in provincia di Latina un uomo è stato deposto dal datore di lavoro davanti a casa con il suo braccio. Staccato dal corpo. Poteva essere salvato, è morto. A Milano il nuovo consolato americano viene edificato da operai a quattro euro l’ora. Sequestrato il cantiere, ma per quanto? L’abitudine all’ingiustizia, alla violenza perpetrata su altri corpi, lascia intatte le coscienze. L’opinione di sé. Anzi individua in queste donne e questi uomini il nemico, quelli che invadono. Siamo stati invasi dall’indifferenza, non da loro. La mancanza di giustizia, di regole, rende ciò che mangiamo parte di un abominio. Una schiavitù senza pietà e giustizia. Basta non pensarci e diventa abitudine. Ricordiamoci che essere brave persone è una fatica e un impegno, che la fatica è non distogliere lo sguardo, capire cosa umilia e toglie dignità e vita. Non è cronaca è la società in cui viviamo e se ci va bene siamo complici. Siamo brave persone ma dov’è il trucco che ci fa vivere accettando come normale la pratica della violenza e l’ingiustizia su chi lavora, su chi chiede un salario dignitoso?
Tra un paio di settimane ci sarà il primo congresso nazionale della associazione Sinistra Futura, di cui sono segretario. Parlerò di come sento l’approssimarsi a questo momento di incontro e di analisi della realtà e del fare. Rischierò la vostra noia, ma questi sono spazi in cui c’è una libertà non da poco: quella di scegliere cosa leggere. In ogni partecipazione sociale e politica c’è una dimensione collettiva e una personale. Sono inscindibili, anche se ben distinte e sono il nostro modo di vedere e di essere nel mondo. Credo che la dimensione personale abbia radici profonde in ciò che la nostra coscienza ritiene essenziale per la comunità in cui si vive.
La politica è un dialogo con sé stessi e una forma d’amore, l’appartenenza a una idea sociale organizzata è l’adesione a un progetto che è molto più grande di ciascuno. La giustizia sociale, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, la solidarietà, sono sentire che si realizza nel fare, non sono principi astratti, ma un percorso di coerenza, di verità, di azioni. Questo penso. Nella mia storia politica personale ho già provato a descrivere un momento del mio sentire politico. Ne era nato un blog, essilio, presto sospeso per la difficoltà di avere tempo per capire e meditare ciò che provavo e nel trovare le parole per dirlo. Vediamo come andrà questa volta, perché le decisioni comunque verranno a maturare. Importanti ma non eccessive, si uniranno alle emozioni e assorbiranno tempo, sentire ed energie. Il tempo in cui viviamo esige comprensione, pietas e fedeltà all’umano. Non sempre tutto è chiaro, ci mancherebbe, ma la confusione è uno stato che vuole da noi comprensione, e coagula o deposita, diventa solido, un punto rappreso su cui poggiare, o un liquido chiaro attraverso cui vedere. Il capire è fatto di intensità diverse, essere onesti è anche sentire la propria ignoranza, darsi il tempo per agire, sapere che si può far meglio e che ciò che si fa è il possibile. Quando sono inquieto, sento che passo da una cosa all’altra, ricordo troppo allora di sera, o di giorno, il calore mi spinge fuori, la città è materna con me, sussurra ricordi nelle vecchie strade, mi tranquillizza e sembra che camminare aiuti a mettere ordine. Come avere principi e ideali, aiuta a camminare nella vita e ad assumere responsabilità. Resta sempre l’alito della confusione, dei pensieri senza il riposo delle parole, ma i luoghi conosciuti e il nuovo che emerge finché mi guardo attorno, portano l’attenzione altrove. Subentra una pace sospesa che radi lampi illuminano. Ciò che sembra dovere e spinge in una direzione, a volte è solo timore, considerazione del proprio lavoro come indispensabile. Non è così, anche se nel rispondere a sé stesso e agli altri è più facile trascurare le proprie necessità e quelle di chi ti è vicino. Partecipare e fare con passione ed equilibrio.
Sono convinto che sarà un buon congresso e che aiuterà a far nascere nuove energie. Come molti, ho paura di quanto accade nel mondo e nel nostro paese, e sono convinto che analizzando e discutendo sulla realtà, leggendola alla luce dei principi che mettono assieme le persone, le rispettano, assicurano dignità e giustizia, emerga il che fare. Con fiducia, avanti. Al lavoro e alla lotta.
Quando nella notte il sonno si ritrae, il sogno è fatica, l’oscurità prende la ragione, è forte il desiderio della luce, unica salvezza per discernere, per capire se vi sia tempo alla vita. Se le dita della bellezza potranno scorrere meditando ciò che avvicina gli uomini, nell’unità che trabocca dal bisogno. Sappiamo troppo del mondo e solo l’apparenza per sentirne il dolore vero, la tenebra che avvolge le coscienze. Parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue. Baratri d’odio vengono aperti, male che s’accumula ovunque, e d’umanita fa spazzatura buttata. Odio che toglie luce ben oltre la tragedia, odio che vorrebbe essere ragione, odio che corrode, che giustifica ogni crimine, odio senza amore che redime. Sappiamo per provare la pietà, per capire che tutto questo ci riguarda ed qualcosa che esige da noi un risveglio, un accendere la luce dentro, guardarsi attorno, vedere gli affetti che respirano nei sogni, sentire che il giorno porta tempo e luce ed energia da spendere, per fermare l’abisso, per conservare la capacità di ridere, per amare e fare e disperdere, ma vivere, vivere e far vivere, amare e insieme vivere.
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.
Poi qualcuno decise.
Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Questa era già la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
Qualcosa l’avrò pur fatto inutile a me e buono ad altri, così metto tra righe di memoria briciole per I passeri. E ciò che resta dovrebbe essere pietra, ma penso alla piuma, al suo essere parte del volo, e la pena è l’aria che non è più la stessa l’azzurro e il verde differenti Ora è ricordo e via di cielo.
Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa sbagliare non è stato facile e viverlo neppure. Se abbiamo gioito dell’amore e ancora lo facciamo, è perché non è mai abbastanza.
La forma delle cose non è superficie, colore o consistenza, ma il succo che contengono, veleno o nettare che sia. Occorre pazienza per una goccia, coraggio e gusto onesto a sé per l’assaporare, con attenzione, silenzio e tempo.
Il tempo comune è sempre poco, così sembra, ma è una scelta, il tuo non è così arrogante, si stende lento, si dipana secondo le tue mani. Mani fatte di pensieri, di gusto, mani che accarezzano le cose, le aprono, ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.
Tutto rallenta nella carezza, che percorre un oggetto, c’è sapienza nel trattenere il tempo, nel cogliere il pensiero a chi guarda. Ho imparato per mio conto le storie dei minuti che s’allungano e s’accorciano, ma è stato altrove, e senza sentire dove fossero diretti. Anche quello che ho imparato è poco, quando mi piaceva distillare essenze, e già c’era la pazienza che è il gusto dell’attesa. Le cose restano in attesa, allacciate al cuore che le ha colte mormorano memorie e leniscono con amarezze lievi. Ma tu conosci la lingua delle cose? Il loro parlare lieve al tatto e al cuore, mentre pazienti raccontano ciò che sanno.
Dopo la pioggia vince il sole, l’aria è ricca di fresco calore, flusso di semi e di pollini che estrae da profumi e colori aiuta i voli delle impollinatrici. Tenere gocce scivolano dalle foglie, sono etere che sgrana e discioglie il grumo che scordato pesava e ora è molecola respiro che parla col sangue. Vivo, origlia umori, li sparge nel profondo con l’amore che cura e ha pazienza di raccolto. Ascolta, c’è una consapevolezza che annuncia ed è misura d’un nuovo che accade e vuol essere compreso.
Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido, parla col cielo che muta ed è solo bellezza. Essere la luce che muove le foglie il suo calore che spinge l’aria e tu pensi sia vento di nulla. Riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo, la trasparenza del verde denudato dal chiarore, pace d’essere e stare, apparentemente immoti, mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.
In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa. Andavo a pescare dove la città diradava le case e cedeva ai campi l’aria e il colore. Le anse di fiume erano splendide acque lucenti, acidulo e forte l’odore di riva, come i pensieri che cercavano il senso e la tregua. Tutto era possibile, l’esser d’altri, fatica, così si sommavano ore e risucchiava I pensieri, la luce: ero cosa tra cose, in un fervore di voli, di gridi e di tuffi. L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita, e il futuro era immoto, nella solitudine acerba, allora capivo l’allegria del pesce che balzava a catturare le barbe di pioppo, della sua vita felice d’essere cosa.
Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome, né il momento, e neppure il fatto. Del piacere non resta memoria, forse dell’aria, dell’ora, della luce, e qualche dettaglio che emerge poi. Il dispiacere si comporta male, artiglia per sanare, così dice, mentre toglie ed è carne che non ricresce, ferite che per loro conto evolvono. Maestro è il sentire di epifanie senza pretesa e a lui ci si rivolge per un accordo, dicendogli giungi e racconta: il giorno è specchio ed essenza mostrami la vita che prometti.
Fotografare con le parole, annotare, e il pensiero liquefa, diventa nuvola, piove, bagna, si disperde, resta una leggero pulviscolo, oro nella luce, è polvere che danza. Fotografare con le lenti dell’anima, che non ha di sé prova né misura. Eppure un fremito, la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire, sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto, crivello del prescelto, desiderato e poi perduto. Le storie falsano i momenti, ma il passato crea e non si strappa, è il futuro che si lacera, che nega ciò che gli dà vita. Questo nostro tempo è sensore, somma ciò che è con ciò che non è stato, nel vibrare quantico che oscilla e genera energia. Le probabilità, come in ogni scelta, si coagulano: nell’apparenza della necessità e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle, e trasalire del cuore, che è quando precede l’accadere.
Per vuotare la testa, infrangi I circoli di oscure necessità, ferma il passo sulla pietra, ascoltala mentre racconta. Lascia percorrere lo sguardo c’è un portone graffiato dall’uso, a cui forse gatti e cani hanno chiesto udienza, sopra una finestra un numero inciso sulla chiave della volta rende inutile il tempo dei pensieri urgenti: 1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.
Noi così inutili e a noi stessi necessari, sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero, trattiene anse d’ombra e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare, ciò che cuce la loro trama è l’infinito scorrere di pause e di ripetersi: cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza, e una felicità che non pretende. Mi perdo in questo nulla che ogni stanchezza divora. e s’arrende la ragione lasciando che il bandolo si smarrisca.
Vorrei parlarti del mio vento d’aprile che colma golfi così ampi e campi verdi, che mai sazi s’imbevono del suo respirare. Tra essi lo sguardo che si perde, e I versi crepitanti, odorosi di resine, bruciano, nei fuochi di stoppia e sarmento. Il mio vento d’aprile, è dolce d’orizzonte, vicino di collina, sornione scruta dalle altezze d’albero, e poi scende lieto a fiotti nel verde. Gioca e spinge nubi nel blu dei cieli poi s’atterra in tinte pastello, e nei bruni dei campi. Scuote alberi, erbe e cose li spinge allegro verso il nero d’anfratti, di vicoli e case: e tra pianura, monte e mare, muove la vita nei bianchi di calcare, nei grigi di selce, gioca col rumore di sassi, dei mitili vuoti smossi dall’onda, e la spuma che si scioglie la prende e l’ invola. Di questo, e del vento che tenero accarezza le foglie prima di portarle con sé geloso nella ritrovata libertà dell’aprile, ti racconto del suo percuotere lamiere, del fischiare con voce di basso tra case e imposte che sbattono sui muri. Di tutto questo vorrei dirti appieno, ma le parole sono bulimici segni ciechi di senso che divorano e si perdono nel gusto che sosta e assapora. Per questo non so dire, né dirti, se non un silenzio d’arie che muove e nei miei occhi canta qui nella città, dove a notte ogni passo suona e già si spande forte del tiglio il profumo.
Nella piazza stamattina, festeggia il vento d’aprile che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise. Siamo in tanti, bambini e vecchi, donne che reggono i colori della pace, visi e sorrisi che stringono insieme ricordi, parole, le vite. Ci sono anni che non puoi più rivivere, i ricordi feroci, e neppure le gioie ricevute, o il cuore che arrossava I visi. Come nel primo sentire torna la voglia di fare, d’essere di partecipare. Allora erano parole forti di speranze mischiate al dolore per chi non c’era ad ascoltare. Chi allora riempiva la piazza, insegnava lieta la gloria del resistere e la normalità dei giorni e della paura. Raccontavano I padri quando senza libertà ci si opponeva, ogni pensiero era una scelta, ogni atto una forza, eppure stanchi, affamati, nella paura e nel coraggio c’era speranza e rivolta. E sentivo stamattina nel sole l’unione di allora, non erano le parole di adesso, non solo, era la speranza che aveva plasmato le vite, anche la mia, nella libertà d’essere liberi, col tempo che accoglie e costruisce docile, amico, genera speranze mai usate, e nel buio traccia una luce. No pasaran. Stamattina la piazza era piena, i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento che chiede pace, e resiste, sa di essere forte e resiste, vuole giustizia e amore e resiste.
Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto, non il nome, non il peso maturato ma l’essenza. E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie, e se non parlerò dei macellai di carne umana, delle intelligenze vocate al male, del male certo e altrove, ho l’esecrare, il dire il mai che corrisponde al fare, al pensare, e alla paura che si mischia nell’incerta sicurezza. Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni, parlo di dove torniamo perché sempre si torna, fosse una persona, un luogo, una memoria. E non è detto ci attenda, ma c’è, o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati, con la disponibilità che accoglie, pur altra dal pensiero di chi torna, ma pur sempre vera. Le cose sono l’ultima coscienza prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive, come quegli angoli di verde incolto che i progettisti dimenticano e nessuno fa più suoi, ma così diventano liberi pieni di fiori e d’erbe ribelli ospiti munifici d’altrove, e dimora d’animali che proseguono le vite. Se questo impastare giorni e sdegno, sentimenti, percezioni e andare, ha pur senso, e genera passioni e voglia di cambiare è perché siamo confusione, imperfetto vivere e contraddizione, dolci e tesi nel conservare umanità, e nessuno replicherà ciò che muove o tiene fermi i pensieri, nessuno potrà dire d’essere eguale. È la nostra imperfezione a donarci unicità e insieme la bellezza d’una solitudine senza eguali che sa essere stella e parte d’universo certo di sua luce.
Dovrei considerare ciò che si vive, se sia luogo utile alla vita, al crescere voluto. Il tempo liquefa e s’assottiglia, non è più il sangue grosso che tumulta, spuma, e si perde allegro nelle mille luci d’un momento. Il tempo è lama affilata, che rade il superfluo e il necessario, seziona, classifica, mentre segue e ci precede. Assomigliare è immagine che ci cambia, che trasale e semina timore, è fatica, penso inutile, E il nostro mordere il presente, non è lo stesso che ubriaca? Alla fine resta poca sostanza a render quieta la notte.
Il gatto possiede l’utile e l’indifferenza, insieme le esercita vivendo soddisfatto: non riusciremo mai ad approssimarlo tanto da poter dire nella naturalezza della verità banale: amo la casa il mio star bene e il tuo amore tengo da conto.
E ci sarà sempre un sole da godere e un tempo da lasciar andare.
La mia finzione all’attento mostrerà verità, che seminano dubbi, ma lasciatemi fare, ho un sogno da proseguire, un’avventura da consumare, e vite piene d’apparente annoiato scialo.
Il silenzio fa suonare la via, il tacco percuote le pietre, s’accorda nel fischio che trabocca da un’imposta mal chiusa. Mezze luci sulla vetrina, la ragazza riordina, è l’ultima fatica della festa, canticchia blue velvet ed è nel cielo che scende a far compagnia. Profumo di cena, nessuno per strada, ha pudore il rumore, dipana lontano a scavare la notte nel sudore dei locali e nei balli bagnati. Con la notte crollerà il cielo sulle pietre, sarà morbido e clemente, non scioglierà dubbi e destini tenendo e lasciando secondo il suo tempo, sino al mattino e alla prima porta che sbatte.
Le camere d’albergo s’assomiglian tutte. Anche in quelle a super stelle. riempite di gentilezza finte, d’amori di paglia e gadget, l’odore non va via. Odorano di polvere, di moquette intrecciate al tempo delle vite di chi vi ha respirato e I muri hanno guardato muti muoversi le passioni ma ne conoscevano il tempo e la pazienza necessaria a lasciar vivere se stessi. Quante volte cuori e parole hanno ecceduto, le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi, i pensieri sfociati in confusioni sempre ardue da onorare. Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia, è grasso e soda messe a bollire e poi colate in candidi parallelepipedi di buono. Sanno di infanzia senza calcolo, di pranzo assieme, dei no pronunciati senza tema, il resto che si è svolto è stata vita e stanchezza senza sonno. Diceva il cameriere al piano, che nella stanza del solista non mancano mai i fiori, coprono l’odore delle sale da concerto, i colpi di tosse nei pianissimo, la passione costruita pezzo a pezzo e mai capita per davvero, ma poi stesi si sente tutto e il passato strattona ogni presente. La stanza a fianco celebra allegrie: è quello che non hanno udito che odora dentro. Strana cosa il ricordo dev’essere Il suo odore a non avere un luogo. Un luogo vero, che lascia stare, ma non demorde e non si lava via.
gli occhi sono feriti dalla luce, come l’uscire dalla terra dopo un sonno senza sogni, sparso di vita frammentato di respiri. Il sole sorge troppo presto, è una lama sguaiata, invade l’aria vittorioso: dopo Il buio primordiale della notte, non ha rivali. La coscienza imperfetta si riconosce e mai nulla è compiuto, come un nascere è doloroso e dolce, ovattato nel capire, la vista si sofferma sulle cose, che senza distanza non rammentano, sono mute. Fuori è un dove che riposa dentro, un brusio che mescola la violenta luce e rende tiepido l’enumerare. Lo sguardo si perde in ciò ch’era importante, e per un tempo lo è stato, ora solo ferisce la quiete il tempo dissipato.
In questi giorni che dovrebbero essere di riflessione sul dolore degli uomini, sul male del mondo che subisce violenza, il pensiero della necessità della pace è più forte. Non so cosa accadrà in Iran nelle prossime ore, nessuno di noi lo sa, ma con maggiore chiarezza emerge la furia sanguinaria e atroce del potere, della forza, della distruzione. Chi pensa che l’uomo sia sacro, come ogni bene comune non sarà mai complice di tutto questo, ma ne subirà, già ne sopporta, le conseguenze. Partecipiamo a ogni manifestazione per la pace, manifestiamo il nostro totale dissenso verso ogni connivenza con l’orrore. Non in nostro nome, non in nome dell’uomo, si distruggono civiltà, si uccidono civili, donne, bambini. Nulla di tutto questo ci appartiene e anche nell’angoscia di essere nelle mani di pazzie di onnipotenza manteniamo la nostra determinazione a difendere chi è debole, chi non ha diritti, chi vuole vivere. Tra bene e male, tra giusto e ingiusto facciamo ciò che possiamo per un mondo diverso e di pace. Mai assieme a chi giustifica la morte, a chi la considera una necessità per il potere e il profitto. Mai.
Tiri su il cappuccio della felpa, attendi un auto, saltellano i tuoi occhi sulle luci, ma è attesa senza desiderio. L’accadere segue code di lucertola, si staccano per capriccio, si riformano mai eguali. Il sole già scalda odora di onda e di meriggio quando le creme non servono più ed è così il vissuto. Attende il corpo nella felpa calda e il pensiero di un sorriso è cosa tua, ferita ormai solo segno, come la prima acqua di stagione sulla pelle, e il sogno che hai già fatto. Tu puoi dare a tutto un senso, ancora 5 minuti, il tempo di due rossi di semaforo poi la vita prenderà un altro verso dietro l’angolo.
Le strade sono vuote, il sole illumina l’assenza, dilaga tra prati ordinati, case allineate, finestre chiuse. La vigilia di Pasqua le donne stendevano tovaglie ricamate, Il profumo di farina lievitata usciva invadeva le strade strette, bussava ad altre porte. Dire era solo un prima di dare, e la parola diveniva lenta e lieve, come il pensiero della primavera che era e serviva al cuore. Dicono che le città siano colme, I treni pieni, qui non c’è nessuno e il pensiero di te è l’ago che toglie la spina.
La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ la lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. È facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo di rumore e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita. Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di temperare la condizione dell’agnostico col desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che l’altro è anche il suo dolore, che capirlo modifica le vite, e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto. Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi, ed è una decisione personale, dire se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere. La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo. Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di Pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’esplodere della vita nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce. Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in questo simbolismo, anche senza credere in un soprannaturale; cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione. Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per emergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e navigare nella propria insicurezza, questa è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa. L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona, ha un senso il dolore attraversato. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.
Nella veglia, ma forse anche nel sonno, non pochi gesti si ripetono. Sono echi di significato, cercano tranquillità nel ripetersi e nel conosciuto, come accade ai modi di dire, aggregati di parole di cui si è smarrito il senso o forse non s’è mai posseduto. Eppure emettono giudizi, guidano le vite; senza la discrezione del dubbio scelgono e pesano sul sentire. Così carico un orologio meccanico metto inchiostro nella penna, guardo la pagina bianca, e a fatica comprendo che è l’assenza che mi parla, i miei segni sono passi sulla sabbia prima della marea, allora penso a cosa prova la gemma che indomita si apre e non teme d’esser fiore.
Lo straniero prende tra le mani le nostre estraneità, le mostra agli occhi, alla notte, alla carezza dell’aria d’un pensiero che rapprende. Il brivido che non aveva nome si svela, al sorriso acceso che non cede. Si sparpagliano i dubbi su gocce lucenti, mercurio che corre sulla pelle, l’eco è la parola non detta, l’attesa che l’ombra indaga e s’ode in un canto zingaro che addomestica la notte. Dolce è sentirlo, mentre percorre l’aria, si sospende, è curioso e discreto, gentile chiede sospirando sonno e riposo.
Splende il tramonto luce di rossori lontani, e la pioggia inizia a cadere, fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena. È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto, così temerari e innocenti nel contraddire il cielo, sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua che accarezza margherite e alberi, e pulisce con materna carezza foglie bambine e fragili steli. È l’acqua senza timori che alza I cappucci genera sorrisi e sguardi scambiati nei fugaci ripari. Dice d’essere dolcezza d’amore mostrata al tramonto stupito, e ai cuori confusi dall’inutile fretta chiede una sosta: finalmente un vedersi in tanta donata bellezza.
La domenica a San Telmo , i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio, danzavano assorte figure da milonga, passi nel sole a disegnare l’aria, ma la mattina nella caffetteria Dorrego si vedevano solo teste sedute, e giornali spiegati interi a coprire il lampo dei colori nella piazza. Luccicavano i vetri, nello scuro liberty del ferro e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri, ma profumato il caffè e buono. Era un vagone di tavoli allineati contro la vetrina, un corridoio tra i bisbigli, a dividere il bancone lungo, alto e scuro. Dietro liquori e lustre caffettiere. Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo, non distante da quel cortile che sembrava un chiostro, tavolo tra tavoli, stesso legno dei ripiani, e interrotte scacchiere tra le tazze. Alle regine e gli alfieri già perduti resistevano le torri e i cavalli, Jorge Luis l’ avrebbe preferito. Tra i giornali abbandonati, col dorso stretto dai listelli scuri, avvenne l’incontro con Ernesto Sabato, un pomeriggio o forse era già sera, e l’aria era vapore e fumi di bevande calde, animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta. Non s’amavano, accade tra i custodi di due grandi mondi dove si muovevano figure e fatti di realtà nascent. Bisbigliarono a lungo mentre attorno si stupiva il silenzio tra i bicchieri e poi si salutarono, forse, per non vedersi ancora. Amori che non combaciano s’osservano sin nel profondo e con dolore scelgono. Borges tornava spesso, già semicieco vedeva I rumori della piazza, i ballerini e i venditori d’abusive vecchie memorie, con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame e oggetti che estraevano furtivi raccontando storie. Di certo li aveva conosciuti, ora erano solo macchie di gessati color bruno tra sbuffi d’organza, volani e brillantina. Arlt quei bastoni di certo aveva usato, fuori dalle case dei cretonne sdruciti e nel tango praticato in vita, ma non lui, né Bioy Casares, ad altri salotti abituati con diverso accostare le labbra al cristallo o ad altre labbra. E neppure lo scrivere era eguale una pagina e poi l’altra in stanze calde d’inverno e mai per strada, senza il timore d’un passo o d’una lama. Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate, il sole ancora prigioniero delle case, solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto. ma nel vagone tutti erano ospiti e il viaggio senza fine, persino il tempo era indeciso dove andare o su chi scorrere e intanto compitava le pagine perplesso tra un mai passato e il futuro indeciso d’esser stato.
Rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto, con quel tremore che scalpita ed è già di nuovo sete. Rendere colmo il giorno per trovarsi a notte intrisi di fatica, stanchi d’aver sentito oltre il necessario. E allora bastarsi gettando il molto che non serve, perché sempre ci sarà un nuovo limite che verrà donato, ai tuoi, già così alti. Quel misurare di te che hai chiamato bastioni, sorridendo, e sono una città cinta, da dove lietamente s’esce ed entra, e c’è festa, lavoro, scambio d’anime, e vita in cui liberamente vivere. A che giova allora l’imposto utile s’esso diviene limite di te e del tuo sentire? S’allunga in questi giorni la luce come gatto al risveglio, e s’inarca in nuvole nuove finalmente, così salire al colmo di te è dolce e dall’alto guardare la primavera di libera vita ti riempie.
La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti, ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna, ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi. Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie, i ragazzi hanno sentito il richiamo e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri di colori misti a sorridenti parole. Così la città si è arresa, le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce, e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo, le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio, e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua, si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce. La città vecchia è ricca di vicoli, di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra, erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie ora sono portoni di muta ricchezza gelosi dei giardini c’erano campi di bocce, Della mia giovinezza seguo le tracce, la luce le cerca nei negozi di telefonia, nelle boutique agghindate, il ricordo è età dei numeri confusi, delle solite domande invase, e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino, come manca il fumo denso del toscano, ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero. La luce annoda le primavere, gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno, è lezione per chi ricorda e non vede come nasce il futuro, fertile di sfumature inattese, mentre tutto sgomita vita. In pianura arrivano venti dal nord, portano lo scherzo del profumo di neve, nessuno degli alberi ci crede, neppure le palme che si scuotono con rumore di lame, neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme. E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano, qui le case sulla via si protendono, si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce, sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni, hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca, hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite, ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede, così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire. Nei giorni di festa per andare si segue la luce, il mare e il monte sono vicini e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente, ma sempre cerca l’inatteso conosciuto. Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie, hanno lavorato nella notte, li ho visti, i fari e sentito i motori dei trattori possenti, ora la terra è grana di sabbia e di roccia, ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina, materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole. Le luci si accendono tardi la sera, le margherite si preparano alla notte, un meccanismo oscuro muove le cose fin nel profondo accade ciò che deve accadere e ogni molecola conosce il suo compito, è così meraviglioso questo mondo corale e acuto sorge il desiderio che la primavera racconti a tutti la vita.io
Si sono sommate ferite vecchie e nuove, e non guariscono, forse è la stagione, il corpo che è stanco, e ha un diverso dire, come i pensieri che seguono ciò che accade. Nell’età del vetro siamo più fragili e secchi, impermeabili, penso, ma l’amore si deposita sulla pelle fessura, penetra la luce e il sentire frantuma. Così mi pare. Eppure in questa nuova stagione fare speranza è parte di passione, necessario è il mai più che non piega e tace. Chiedere il rispetto, che scuote la polvere dopo aver tanto camminato per non lasciarsi violentare, e dire forte ciò che si pensa muto d’ogni compiacere. È l’età acuta in cui i mesi tagliano il tempo e l’accadere si chiede scusa nello sbagliare ma si deve andare. E anche tutto questo permette alle rondini di tornare.
Scrivono cose bellissime sui padri, meno dei loro dubbi sull’essere adeguati, e non si parla dei timori per le vite da far crescere. La serenità è una richiesta che riporta il sorriso e il sonno, si protende come una mano, che non ha ora o limite, basta un richiamo e i padri la devono trovare nel sentire che contiene amore. e senza sapere s’impara a vivere come si è già vissuto ma con la libertà che innova.
Di te Papà, ho l’amore testardo che viola il tempo, la carezza fresca e preoccupata nelle poche malattie di bimbo, il sorriso timido quando tornavi a sera, mai stanco d’ascoltarmi. In primavera, di domenica mattina stavo tra le tue braccia sulla bicicletta, mi mostravi dove anche tu eri stato bimbo, e mi guardavi mangiare I dolci che non avevi avuto. Esserti accanto è stato immensamente bello, e non è mai bastato, nell’inventario degli amori necessari mai te ne sei andato. Dopo venivi nei sogni, ero grande e anch’io padre, mi svegliavo, gli occhi colmi di pianto, per l’amore mai interrotto, che chiedeva al bene di esser ancora detto. Di te caro Papà ho molto, ho suoni di tosse e la voce gentile, la sigaretta scambiata quando credevo d’essere adulto, discussioni politiche lunghe e tenaci, il poco lavoro fatto assieme. La vita e l’amore era nei silenzi pieni di parole, e in quella lettera dell’ultima estate di te mai lontano a noi vicini. L’amore si mescola, ma trattiene i colori, e il tuo è limpido come i tuoi occhi chiari, riluce mentre dentro mi stringi nell’abbraccio, e ci sei, ci siamo, assieme, tutti. Sono rimasto a custodire un amore che non muore, e s’assomma con quello da te ricevuto, ma non mi sento solo e se trasmetto dubbi e sicurezze, aggiungo amore all’amore che mi hai dato, prezioso e accogliente, nell’abbraccio che ancora mi protegge.
E’ sera di tanto muovere le cose e di capire, ora ho stanchezza. Nostalgia dei miei scaffali, delle pagine bianche, di ciò che sarà e adesso è meno che pensiero. Un singulto d’intuizione che non si forma, ancora, ma paziente attende confonde il tempo delle cose. Assenza, e lo sguardo punta ad est, dove già nata è la notte e vive il cuore del sole ancora nuovo. Una transitoria tranquillità m’ha preso come un torpore d’ambra E sento che il mio tempo sussurra nel silenzio: hai preteso e ora vedi la misura, cosa chiederai ai tuoi giorni?
Indifferente il mandorlo è fiorito senza pena, ha sparso fiori rosa sull’ indecisa salvia, e sulle margherite a indicare la strada e il buono che dovrà accadere. La stagione s’è rimessa in moto, a ciascuno per suo modo s’è scosso il meditare che guardava a terra e lo sguardo s’è proteso al cielo.
Nella sera isole a navigare, sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi, tra tintinnare di rami e foglie nuove, e chiedono all’universo di scorrere come accade alla vita che si guarda mentre si vive.
Mentre il tempo scorre il suo futuro, il presente somma volontà voraci, ma è solo questione di misura e in questo andare lento dove tutto si sospende quiete è fare il giusto, lasciare lo sguardo al petalo che cade mentre il vento scrive desideri che s’infrangeranno sui selciati.
C’è nell’aria una vaga apprensione, come usa, non di rado, agli uomini la vita. La delusione viene senza compagnia, prende, divora l’orlo delle ore di luce. Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione, l’erba s’è oscurata nel freddo. Luci nette hanno traversato l’ombra appesa, e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri. Il tramonto s’è acceso, odorava di nulla, se non delle età altrove vissute.
Pace è parola breve, inconscia dove vive, chiude in sé l’abitudine e con fatica s’apre per accogliere. Nel profondo d’ogni vero dubbio c’è il germe della tempesta, un nonnulla improvviso che non s’era compreso, ed è già suono di basso, pedale d’organo e vortice d’abisso, che ruota e aspira ogni quiete. L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla . .