tra soli e solitari

tra soli e solitari

In quell’egoismo che stentiamo a riconoscere, a volte, non c’è chi vorremmo ci aiutasse con la presenza. Bisognerebbe ricordare che lo stesso facciamo noi quando riconosciamo una richiesta di aiuto e ci schermiamo per una qualche impossibilità. Non è cattiveria e neppure indifferenza, è che l’umano che c’è in noi ha un contatore che dice che non ce la fai. Forse è quel limite strano che tutti quelli che santi non sono attribuiscono agli altri e chiamano egoismo. Oppure è uuna incapacità di essere sempre troppo fuori di te. O ancora, più semplicemente, è un limite. Abbiamo limiti e dovremmo accettarli, in noi e negli altri. 

Dovremmo ricordarcene quando una risposta non è come la vorremmo perché conosciamo cosa significa essere soli e rendere più soli.

Dovremmo esserne coscienti, quando ci pare d’essere trascurati, che se non c’è stata risposta, un qualche motivo ci sarà pure ma noi non lo sappiamo perché è difficile dirlo. 

Non ci basta, quando si sta male è l’aiuto che conta, non la giustificazione della sua assenza. E allora anche il dolore di un’assenza  dev’essere accettato, un dirsi: non sei come ti vorrei, ma ci sei.

Tutto complicato e difficile perché si svolge in quella terra piena di trabocchetti e di solitudine non cercata che si chiama bisogno d’amore. E nessuno, neppure i solitari, quelli che scelgono di stare per loro conto prescindono da questo bisogno. Certo un solitario è più portato a cercare in sé risposte, ma anche lui cerca un’anima con cui parlare, un dire che non si ferma alle parole e ai silenzi.

Questo riguarda tutti e non c’è maggiore solitudine di quella che non riesce a dire, che ha una particella di sé da mettere altrove e non trova il luogo. Poi c’è chi si accontenta, chi attende che passi, chi seppellisce sotto coltri di momentaneo altrove il bisogno, ma questo è lì, pronto a chiedere e i conti si fanno con la solitudine più sola, quella che il poeta chiama con atroce gentilezza il cuore del mondo, ma è anche un fuoco che si spegne prima di una partenza, un treno che s’allontana, un guardare uno schermo che non s’illumina, questo è il cuore limaccioso dell’assenza.

 

approssimazioni all’apolidismo

approssimazioni all’apolidismo

 

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Camminare, ancora camminare, per percorsi circolari perché sempre si torna, perché sempre c’è un’ora in cui le cose si invertono, perché perdersi è l’orlo della follia, l’emergere dell’insicurezza di sé. E noi abbiamo bisogno di sapere chi siamo, che poi è dove siamo e che ora è del giorno, in che mondo viviamo. A questo servono i notiziari, i giornali, a dare conto della sicurezza che il nostro mondo esiste, che ha nefandezze evidenti ed eroismi nascosti. Abbiamo bisogno di concludere che la realtà è quasi fuori dalla nostra portata decisionale ma non del tutto e che muta con noi. Guardiamo il mondo dietro una vetrina e pensiamo che qualcosa passi con lo sguardo dall’altra parte. Almeno finché sappiamo dove siamo. Sapersi è confinare il pericolo e la sua paura, dare un posto tranquillo a noi e una possibilità all’amore e al suo bisogno.

Le vite, penso, sono un ancestrale controllo dell’insicurezza ed è così rara la libertà di perdersi perché in essa c’è la follia oppure un fidarsi estremo di sé.
Cammino in fretta tra le luci di un san Valentino municipale, luci in attesa d’essere smontate. Mai come quest’ anno l’amministrazione cittadina è stata prodiga di luce, forse a raccontare che è cambiato qualcosa di profondo, che una nuova stagione viene e muta la città, e con essa i rapporti tra le persone. Più luce e più festa, più condivisione e maggiore crescita assieme. Naturalmente non è così, ma sembra il messaggio che i nuovi amministratori ci provano e pur mettendo assieme desideri e pregiudizi diversi, molte parole ripetute e fatti incipienti, mescolano la volontà con il tempo che corre per suo conto. Una sorta di esorcismo e così flussi negativi devieranno fuori da questo territorio che vuole star meglio. Come in una città medievale ci si chiude in una realtà ristretta, la città è cinta da lunghe mura e ciò che minaccia scivolerà all’esterno. In quella luce di festa residua si può guardare con fiducia al presente e al futuro. E creare il nuovo nella luce dove non c’ è nulla da nascondere non è forse la cosa più bella che si può regalare alla consapevolezza? Oppure non è così (penso) e tutta quella luce serve a distrarre da ciò che si annida nell’ombra?
Segni ovunque, incuria e comunicazione, leggo simboli e li rivesto di significati impropri. Che m’assomigliano (penso), sono loro che si sono assunti il compito di parlare ben oltre l’ evidenza.

Mi viene da ridere perché ciò che pensavo non era la realtà ma un desiderio e se con i desideri si costruisce il mondo, io di desideri ne ho pochi, poche passioni e molta stanchezza. Non fisica, o almeno non cosi pronunciata da impedire di fare ciò che voglio, ma stanchezza di una lotta infinita. Penso al lottatore cosparso d’ olio che a metà incontro vede sia l’ avversario che il tempo senza limite che sta innanzi e viene preso dal dubbio su di sé, sulla sua forza, sulla capacità di resistere. E si chiede ragione di tutto quello sforzo, della fatica immane che l’aspetta. La vittoria si allontana e la sconfitta si aggettiva nell’ onorevolezza. Perdere con onore, sì va bene, ma vincere ha un altro significato. Combattiamo per una causa giusta e vinceremo. Parole ormai antiche a cui bisogna aggiungere il tempo: non importa quanto ci metteremo, cambieremo il mondo in meglio, lo renderemo più giusto, più eguale, più umano.

E vincere è tirare una linea che distacca dal passato, che diventa definitiva perché poi si può anche cadere. Le acquisizioni non sono per sempre, però è la vittoria che porta avanti. E nel momento della stanchezza bisogna attingere a risorse nascoste, credere nelle proprie capacità di influenzare il corso degli eventi. Questo è il mio stato (penso), ma sono stanco.
Camminando i pensieri si quietano, si ordinano. Come il respiro hanno un ritmo. Dickens, ha raccontato bene la solitudine e in più, preveggendo, ha capito anche la solitudine del possesso e del lavoro che rapina su chi ha bisogno. Quando parla sullo spirito degli anni già stati legge il peso del non fatto. Il passato è ciò che non siamo stati, anche, soprattutto, ma c’è la possibile speranza dell’uscirne vedendo gli altri come sono, non come avversari o ombre. Quante solitudini ho confrontato con la mia, e sapevo che non erano confrontabili perché nessuno sente allo stesso modo ma al tempo stesso c’è sempre la speranza di mettere assieme un desiderio, un ideale, un modo di vedere sé e il mondo. Ero giovane e vedevo che attorno si disseminavano donne e uomini che la società espelleva come disturbanti, persone che si ubriacavano per dimenticare, che usavano tutto quello che avevano a disposizione per accentuare una differenza, come a dire: se non ce la faccio a essere come voi, guardatemi pure come posso peggiorare.

Quelli che nascondevano sotto patine di normalità e perbenismo questo stordirsi di percezione erano i peggiori, facevano finta e stavano mentendo a se stessi oltreché agli altri. L’ ho fatto anch’ io (penso), con moderazione, ma l’ho fatto. Mi sono stordito di speranza, di possibilità di mutare me stesso e il mondo e poi col tempo ho capito che cambiarsi era una faccenda lenta e complicata che includeva molto di più che l’accogliersi e l’evolvere assieme. Era più facile essere qualcosa di adeguato subito, ma se non ti viene che fai? L’adeguatezza è un criterio che viene esaltato, che premia immediatamente e per essere tale deve includere anche la diversità, ma compatibile. Non è questione di educazione, di regole di convivenza ma proprio di conformità. Anche l’individuale deve essere ricompreso in un infinito bon ton dove solo ai geni è consentita la diversità più accentuata, ma bisogna essere geni.

Funziona così in politica, nell’economia, nei rapporti sociali e mi chiedo che fine abbiano fatto i devianti conosciuti. Quelli che si ubriacavano per solitudine le notti di tutte le vigilie d’una festa, quelli che studiavano con me ed erano scappati via, chi avanti, chi nella droga, chi nella follia, ma anche quelli fuggiti dall’Italia perché già allora non c’era una buona aria per i diversi. E di quelli che non ce l’avevano fatta ho ricordo? Si erano persi, scegliendolo, qualcuno l’avevo pure incontrato nel lavoro, dopo anni, ricoverato in luoghi che assicuravano la sicurezza che dentro non erano riusciti a mettere assieme.

Si scrive una lettera mettendoti alla fine? Perché questa è una lettera e tu lo sai. Tu che hai collezionato una bella serie di sconfitte diverse e simili alle mie non me le racconterai mai. Sei distante, magari giudichi inutile il ricordare e forse pure il vedere questa realtà che costruiamo noi pian piano in posti diversi. La realtà siamo noi, mi ha detto un’amica, ed è vero, siamo una casa sull’acqua. Una palafitta. Sotto scorre il mondo che ci riguarda solo quando esonda, quando trasuda dal pavimento su cui camminiamo e la realtà è questo attorno che è fatto di difese. Un tempo, prima di partire, hai abbassato le armi: mi hai detto che la vita era altrove e sorridevi di questa avventura che si apriva. Poi il buio tra notizie frammentarie, una cartolina, le mie respinte per il mittente sconosciuto. Diventiamo sconosciuti per scelta, per arroganza, per autosufficienza o per incuria. Meglio l’ultima anche se non fa bene e fa capire chi è passato sotto nel crivello dell’importanza.

Ci stai ancora con qualcuna? Oppure sei un solitario, che inquieto cerca giovinezze impossibili? Sei stanco di praterie e di città, di campus e di conversazioni al bordo dei barbeque?  Magari nelle conversazioni usi ancora i luoghi comuni che abbiamo condiviso, stupirai e spiegherai, traducendoli nella tua lingua, che sarà pur matrigna ma che in fondo ti ha dato molto di più di quello che trovavi qui. E sei ancora diverso o ti sei bruciato il cervello in qualche solitudine nuova dal sapore antico? Ieri sera ho visto un programma che ha fatto mio figlio su San Remo, c’erano canzoni che abbiamo vissuto assieme. Ho pensato che le canzoni parlano molto di noi e che non avere più coscienze critiche e canzoni che narrano la realtà ci costringe a confrontarci solo con la nostra. Le tue canzoni, dopo, sono state diverse e le mie sono scivolate nella musica antica. Lo sai che la nostra epoca assomiglia al 1600 per insicurezze, false notizie ed efferatezze? Ma in fondo è solo un modo per cercare similitudini a quello che non assomiglia e quando ci si trova dopo tanto tempo, non si sa di che parlare oltre la curiosità di capire dove sta l’altro. Questo è un paese per vecchi, ma tu lo sapevi già da giovane, questa era la tua diversità che si accettava con fatica.

Non sapere nulla mette tutto il possibile, ma mi hanno parlato di te, dell’agiatezza e della precarietà, dell’ultima volta in cui, per caso, hai parlato di te e di noi. Era tempo fa, in un luogo che non è luogo. In italiano apolide.

il giorno dopo san Valentino

il giorno dopo san Valentino

Mi ha preso un’euforia leggera. Quel modo felice di vedere le cose, le persone che fa cogliere i particolari, pensando siano rivolti a me. Non come persona ma a me come attenzione e che dicano: finalmente ti sei accorto che ci siamo, c’eravamo anche ieri, anche prima, ma eri distratto, non ci mettevi nella tua vita. È uno stare che assomiglia al guardare il soffitto dopo aver fatto l’amore, quando ci si accorge che la luce disegna per suo conto e gli occhi si socchiudono sprofondando in una leggerezza stanca e felice. Sarà per reazione ma il giorno dopo la celebrazione luccicante degli amori, le cose scorrono lievi e naturali: la cortina breve di gelo nell’ombra cede al sole, l’aria ha già parecchia primavera dentro e mi pare di capire bene che amare non è un verbo ma una condizione personale, che ci riguarda e ha vie proprie.

Il giorno dopo san Valentino si può amare la limpidezza, il gesto, l’aprire una finestra su ciò che ci riguarda  e dimenticare che giudicheranno il nostro amore. Parl3eranno di ciò che non sanno e non vedono, ma questo non li fermerà nel catalogare l’incatalogabile. Assomiglieremo, per chi guarda, a qualcosa di conosciuto anche se non è vero, però non importerà. Quello che c’è un giorno nell’anno non ci manca mai e anzi c’è di più nei giorni successivi o antecedenti perché è diverso prima di essere uguale. 

Così mi piace il giorno dopo che non è un passato, mi piace ciò che è complicato da scrivere,  da dire e a volte neppure facile da vivere. Mi piace scoprire che in ogni particolare c’è un pezzetto di quell’amore che fa vedere, che chiede di condividere. Cura anzitutto, è condividere: comunicare ciò che senti. E non importa se ciò che si racconta è grande o piccolo, è importante in sé, è un’attenzione prima che un’attesa.

Il giorno dopo san Valentino, ma ogni giorno in cui mi rendo conto che amare è una condizione necessaria e mai sufficiente, mi piace lasciare che questa sensazione avvolga, che incarti qualcosa che per commozione si scioglie e che imbeva questa carta di giornale, di realtà, facendosi più forte di essa. Mi piace pensare che essa coincida con l’infinito da scoprire e che ci siano parole così belle da pronunciare e che per questo non sono ancora state dette, ma sentite sì, intuite, accolte. 

Mi piace fischiettare nei giorni che non sono san Valentino perché ci sei e questo toglie ogni vergogna al mostrarsi felice.

e forse bastava l’ultima frase a spiegare ciò che non si spiega

 

la violenza che cresce dentro e attorno

la violenza che cresce dentro e attorno

E poi scopri che le statistiche hanno ragione, che è vero che le analisi delle questure denunciano meno reati, meno violenze  di dieci anni fa e che gli extra comunitari delinquono come gli altri, magari anche un po’ meno nei reati più odiosi, ma scopri anche che siamo noi ad essere diventati violenti. Siamo violenti virtuali, scatenati sui social e pronti a ingrossare la prima coda forcaiola nella vita. In questo tollerare, allevare violenza, crescono i nostri figli, i nipoti. Non esiste più ritegno, discernimento, capacità di vedere l’altro come uomo, ma è solo l’essere che ci contraddice, che non la pensa come noi, un nemico.  nel mare dell’indifferenza di ciò che accade attorno ci sono atolli di amici e di nemici.

Favino recita un monologo a Sanremo che vale l’intero festival, leggi i commenti e il bravo c’è, il plauso non si può negare all’evidenza, è bravissimo, dicono, però si critica l’oggetto, l’importanza, la canzone della Mannoia, che invece di queste canzoni di accoglienza che ormai hanno stufato come il nigeriano all’angolo, potrebbe cantare fratelli d’Italia, no? E visto che il festival si paga con i soldi degli italiani, qualcuno dice che si poteva parlare d’altro. Di cose nostre. Ne abbiamo di cose pulite e belle che non occorre dire, anche se bene, cosa prova un immigrato. E a spese nostre poi. E lo dicono in buon italiano alcuni, senza tutti quegli strafalcioni, quelle k da smartphone, e così la violenza diventa educata e forte, ha la pulizia di chi sa e non è più un’opinione, ma la disponibilità a essere folla, a giustificare, assentire, ad accompagnare un processo di segregazione. Di identificazione del nemico. 

E non crediate di salvare i sentimenti, di erigere muri invalicabili, quando la violenza diventa modo di pensare investe tutto, anche ciò che è vicino e ci contraddice. Siamo diventati più violenti e pronti ad esercitare violenza, occorrono capri espiatori per trovare ragione del malessere. Ma non basteranno, non basterà più raccontare balle, bisognerà inventarne di più grande. Anche le bugie hanno una scala e per far diventare nemico l’altro bisogna che la bugia sia adeguata allora si giustificherà qualunque agire. Violenza compresa.

E bisognerà trovare giudici consenzienti, giudici che guardino prima alle attenuanti e poi ai reati. Allargare le maglie della legge per far divenire la violenza un’opinione, un testa a testa prima virtuale e poi reale perché quando ci si guasta dentro non si distingue più, si è peggio e basta.

 

tana

tana

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Sotto le curiosità leggere e fugaci e verso l’alto ciò che con difficoltà si raggiunge,  s’intuisce frammezzo lo spazio sconosciuto. Nulla è superfluo e tutto lo è. La ricerca che non si chiude, l’interrogare per pezzi, in piedi. Il peso di ciò che sfugge mentre s’incastra e rammenta che il semplice non è la somma delle complicazioni, ma la loro riduzione a fatto. Di qua la complicazione e il suo servire, sia essa un treno, un libro, un aereo, un’equazione, di là il guardare, lasciar entrare, cogliere il limite come filo che conduce. Quanti libri si leggono in una vita? Hanno calcolato che 3000 è un numero ragionevole, ma quanti restano? Tutti, e tutti in quel libro che siamo noi. Io sono le mie scelte, ciò che non ho letto di me, ciò che sono stato, i miei luoghi comuni da smontare, quelle sensazioni che non ho ancora provato ma già si sono annunciate, sovrapposte ad altre più urgenti. E io sono semplice, non sono la somma delle complicazioni, dei funzionamenti, ma lo sguardo che curioso vuol vedere. Ecco la definizione del raccoglitore di qualsiasi cosa: lo sguardo che vuol vedere e non si sazia.

 

il ritmo del buio

il ritmo del buio

non si racconta il ritmo della notte,

mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,

non lo narrano gli occhi e l’indifferenza inutile d’aprirsi

o socchiudere

in fessure d’immoto rettile.

E cosa cercherebbe il nostro rettile mentre la coda interroga il terreno,

mentre qui sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia?

A chi dovrebbero chiedere ragione gli occhi se non alla paura,

l’unico legame che supera le specie,

e diventa smisurata e fluida

nell’imbibire ossa di sicurezze chiare,

nel penetrare foglie, pali e fondamenta

su cui la luce incauta aveva costruito il bello,

il quieto,

l’equilibrio indefinito

che si scomponeva nell’andare

ed era ben presente ad ogni passo,

e ad ogni sosta,  

e si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi,

ma non ora.

Nel buio, non c’è ritmo dell’andare

e l’acidulo dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento,

toglie lo scandire dei segmenti,

li trasforma in cerchi di gesso,

in vuoti di parole che si rincorrono uguali.

E non chiede permesso il timore,

educa senz’essere gentile,

insegna la somma precarietà di ciò che ci sembriamo

ricordandoci l’impalpabile non essere della solitudine.

E a te, che come un bimbo non sai il risveglio,

temi la continuità dell’amore,

a te che devi allungare una mano per sentirti esistere,

mentre scrolli il buio che ti svuota,

e non balli, non scandisci,

e non trovi le parole esatte dell’alleviare

dico che non c’è un ritmo nel buio,

non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via,

l’abbandono del cercare,

a te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza,

la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti

per chiamare tregua

e donarti lo sconcluso sonno. 

 

particolari

particolari

L’increspatura in un angolo, il ramo che appena spunta nel campo visivo, l’ ultima lama di sole sfuma l’ oscurità in segmenti d’oro. E legge titoli che si sentono abbandonati sugli scaffali.  Avevano il senso di una emozione, ora sono un contenuto a volte importante, a volte passato e testimoniano tempi e passioni. Che dire della con fusione se non che essa è un’ unione difficile, feconda, tirannica e rassicurante. C’è tutto il possibile non stato e il possibile compiuto. Tutto allineato, dentro e fuori, con fuso, e illuminato.