tra le colpe dei baby boomers c’è il ricordare

tra le colpe dei baby boomers c’è il ricordare

Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune nelle piccole città e nei paesi. -pensavo- E oltre le parole veniva l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo nell’acqua. Si avvertiva l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Si percepiva lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo di benzina e olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affronta la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E nel mutare del tempo veniva l’aria mista di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose dall’uso, delle sedie impagliate, dei pavimenti in cotto e in tavole d’abete delle case della bassa. Il fumo che la minestra dispensava alle narici prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.

Questo lo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute politiche tra avversari che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala del consiglio e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.

Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie. Si capiva la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta prima nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano alle cose importanti che avrebbe portato il giorno. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.

Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. Non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.

Una parola si è sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite. 

dopo il dibattere

dopo il dibattere

Poi vengono in mente le parole che potevano essere dette, quelle che avrebbero trasformato il difendersi in un trionfo. Il dibattere sarebbe stato plasmato dall’evidenza, la retorica avrebbe funzionato a dovere, e il silenzio, oh sì, il silenzio avrebbe parlato a voce così alta da lasciare ammutoliti. E invece il confronto si è risolto in un insieme di frasi smozzicate, di voci sovrapposte, di argomenti annegati in un mare di inutili parole. Tutto ha perso il segno della ragione e mentre doveva provvedere la calma, alla moda televisiva, il discutere si è trasformato in baruffa: nella confusione nessuno ha vinto, ma già questo per qualcuno era un successo. Ed è sembrato che mentre si spegneva il dibattere in un ronzare di parole, queste fossero un confuso nido di vespe, inutili e pronte al prossimo veleno.

ascoltare stanca

ascoltare stanca

Ascoltare, a volte, stanca; come lavorare, ma cambia il modo di vedere le cose. Ad esempio si capisce che il sistema di evidenze costruito pazientemente, non è così evidente, che gli assiomi sono traballanti, che le vite, come le felicità, si assomigliano tutte e che per molti neppure l’infelicità è differente. Si capisce che il futuro che sembra appartenerci e così carico di noi, è tutto da spiegare e non è detto che assomigli neppure un briciolo a quello che stanno raccontando. Si capisce che i giudizi perentori sono come le simpatie, ovvero basati su un’impalpabile essenza di quotidianità distratte.

Molte persone credo abbiano pensieri brevi e penso dormano, poi si svegliano, lavorano, tornano, si prendono cura e a volte fanno all’amore. Ma non fanno solo questo, perché dentro di loro pullula un mondo che chiede di uscire e allora la scelta che hanno è tra il tacitarlo oppure guardarlo con la giusta meraviglia, chiedendosi dov’era prima tutta quella roba e di chi fosse.

È quando si mette un tappo che cominciano ad accumularsi gli anni, come appartamenti di periferia, gli uni sugli altri, nati da speculazioni arroganti che lasciano senza storia e con vite che si rimpiccioliscono. Allora chiedere ragione di un giudizio genera fastidio, la vita è in 80 mq, il resto è rumore, o spiaggia, o villaggio turistico, o l’auto che invecchia e diventa lo specchio dei motori interiori che accendono spie che vengono ignorate, si adattano, funzionano come possono. Ad certo punto c’è più memoria di uno striscio di carrozzeria che di un cambiamento sociale e così se si chiede quando è iniziata l’emergenza profughi, o quando le badanti sono diventate più convenienti degli ospizi e dei figli amorosi, gli occhi si sgranano cercando una data che in fondo non c’è. Neppure di prima dello smart phone c’è memoria e nèanche di quell’ultimo libro letto che aveva quell’autore, coso, come si chiama, sì quello che poi hanno fatto anche il film. Ma qual era la trama? Pare ma non c’è certezza. 

Allora essere governati significa farsi gestire il percorso casa lavoro in maniera più semplice, vuotare il cassonetto sotto casa, cacciare i topi e tappare le buche. E il futuro così si è risucchiato nelle vite, che hanno futuri propri e divergenti. Il giornale semina disgrazie, e forse dovrebbe mostrare una possibilità, ma quando lo si legge in internet scompare quando si spegne.

Ascoltare e scoprire che ci pare di sapere, capire che ci è stato tolto il governo dell’ignoranza: prima ci pareva di conoscere bene i nostri confini, mentre ora si capisce che la volontà di sapere non colmerà nessuna lacuna, ma in fondo sarà un fatto personale. Ascoltare, spiegare, tacere ed essere stanchi di capire, è questa la differenza di cui parlava Tolstoi? L’infelicità di non colmare le distanze tra i progetti, tra le vite, la coscienza che non ci sono toppe e tantomeno l’onnipotenza del metterle giuste. Ascoltare e capire che il reale è uno specchio infranto. E mostra tanti piccoli pezzi di presente, quindi tanti futuri, ma nessuno che ricomponga quello che era assieme.

C’è a chi viene naturale ascoltare, gli pare di imparare non sa bene cosa, si riconosce e nel capire sente un profumo di già vissuto oppure di pericolo scampato, o ancora di felicità perduta e vorrebbe pronunciarla quella parola, noi, che annoda le storie, ma non gli viene e così ascolta e annuisce.

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100 db d’infinito

100 db d’infinito

 

Tra il rosa e l’azzurro corrono le rondini,

il cielo non si decide,

e il loro gridare conquista l’attimo

e lo fonde nel colore: 

è tra le case il concerto Imperatore.

E vanno a tempo come seguissero le mani di Abbado,

le dita morbide di Pollini.

mentre il suono esce dalle finestre,

e un fiume di note l’aria accoglie.

Ora il cielo beve la notte,

le dita parlano coi tasti

e sono gloria e senso, domanda e certezza,

perché sempre il genio legge l’anima,

e questo trionfo, infinito s’avvolge su chi ascolta,

e sente tale l’umano andare.

lezióso

lezióso

Sovrabbondante di grazia e di dolcezza, il lezióso sta nel discorso che vuol essere seduttivo, nelle cose di cui abbondano gli scaffali delle case che si mostrano, nelle riviste di architettura e di interni. Spesso c’è il riuso degli oggetti, ora portati ad altri fini che non siano quelli per cui sono nati.

Se l’oggetto è usato dall’artista rivela un altro modo di vedere (Picasso, Duchamp, Hirst e i tanti che rovesciano lo sguardo), diversamente accade nelle case dei bricoleur  che meravigliano mostrando abilità dimenticate.

Ma c’è un altro modo di rovesciare lo sguardo, riempirlo di meraviglia fugace, e qui arriva la leziósità o il suo pericolo. Essa alligna nei loft arredati dall’architetto alla moda, diventa un ripetersi di assonanze. Dopo la prima contenuta meraviglia tutto scema in un ridondare di dolcezze eccessive. La definizione della leziósità è nella grazia esagerata e quindi innaturale, insomma nell’eccesso dell’ammiccare.

Mentre nel vedere essa è percepibile, la leziósità in politica , è più subdola, prende un altro nome diventa story telling, ovvero l’arte di mostrare le cose non nella loro realtà d’uso ma in una immaginifica alternativa possibilità.

La cosa in comune tra le leziósità degli arredatori e quelle della politica è nel costo spropositato con cui viene venduto qualcosa che non solo è vecchio ma essendo messo in una funzione che non è la sua presto tornerà ad essere inutile. 

p.s. e la mia leziosità è dimostrata dal voler mettere quell’accento acuto sulla o, mentre Keith Jarret non è lezioso, ma solo grande.

tutto dovuto?

tutto dovuto?

Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,

passeri e colombi si gettano voraci:

mangiare non è condividere.

Resta l’essenza,  il rosso nastro, 

sottile di ciò che non è,

non bisogna dolersi, è la vita,

quella che fa capire che avanti e oltre

son differenti percorsi,

righe di luce e di tenebra,

divenute diffrazioni per palpitare la retina,

di fantasie e realtà.

Piano emergono indizi,

un puzzle si compone in una traccia,

dove scorre la luce.

I ricordi sono merce scomoda,

da maneggiare con l’accuratezza delle rose,

profumo, gambo, colore, smorzando le spine,

e dovrei dire che quel pulviscolo

che ora m’attornia,

è quel ch’è rimasto.

No, non è tutto dovuto.

la maleducazione

la maleducazione

Ci hanno insegnato a trattenere, a sfumare le opinioni, a eliminare le manifestazioni senza controllo.

Una serie di convenzioni che ci definiscono per bene, rendono non solo lecito ma spesso obbligano l’omettere, il non dire intera la verità e soprattutto quello che pensiamo. Il risultato è che si lascia all’evidenza e all’intuizione il compito di spiegare i comportamenti. Sembra non ci sia via d’uscita se non si è eccentrici, artisti o moderatamente folli. Siamo condannati a non dire perché le persone si offendono, restano ferite, non vogliono sapere se non a piccole dosi.

Si potrebbe tentare di non avere giudizi, cosa davvero complicata perché anche quando si pensa di non averli, questi da qualche parte ci sono e discriminano, presumono e quindi alla fine un loro effetto ce l’hanno. Ho capito che per essere maleducati, ovvero molto vicini a dire ciò che si pensa e al perché si fa qualcosa, bisogna essere molto intimi, per gli altri resterà una rete di compromessi e qualche scoppio d’ira accompagnata da sincerità incontrollata. Bisogna anche aggiungere per relativizzare quello che potrebbe essere un insieme di assoluti, che il dire ciò che si pensa non è di per sé la verità, che si può cambiare opinione, che nel dirsi le cose le relazioni diventano più profonde e che su queste si può costruire oppure distruggere. 

Mi è capitato, ma credo sia una cosa frequente con i telefoni, di sentire la continuazione di una conversazione che mi riguardava dopo che la comunicazione era stata chiusa, e non riuscivo a interromperla finché non ho spento il telefono. Nulla di particolarmente grave, ma un telo che avvolgeva i rapporti si è squarciato perché la persona di cui si parlava con altri ero io, il mio modo di vivere, i miei interessi. Non era un gossip, ma il pensiero in diretta di una persona che mi conosceva pure poco e che però esprimeva giudizi. Avviene in continuazione e non lo sappiamo. Facciamo finta non accada, vorremmo che gli altri parlassero bene di noi, ma non accade se non nei casi in cui ci sono conoscenze profonde. Quindi la maleducazione non solo esiste, ma viene praticata intensamente e l’unica cosa che sembra renderla meno maleducata è il fatto che non sia diretta. Potendo scegliere preferisco la maleducazione diretta, il pensiero libero che può essere oggetto di contraddizione, di riflessione, di rottura, ma almeno quello che era importante è stato scambiato.

Viviamo in acquari di gossip e possiamo dire che non ci interessa ma in realtà un malessere ci accompagna. Credo bisognerebbe agire di più sull’educazione ai sentimenti, al rispetto, alla dignità dell’altro. Bisognerebbe non tanto tacere per proteggerci, perché questo era il fine della buona educazione, ma pesare meglio il pensiero. Venire educati a pensar bene e a distinguere solo i pericoli veri. Vivere in un chiacchiericcio infinito rende tutti un po’ ipocriti, parecchio furbi e propensi a disconoscere la verità. Quella che ci riguarda almeno.