tra un parco e un parcheggio, ovvero la sorte dell’ex caserma Prandina a Padova

Cosa resta dell’attesa delle auto che cercano posto dove dovrebbero esserci giochi di bimbi.
Cosa resta degli scarichi nell’aria che si riempie d’una fretta che innervosisce.
Cosa resta del campo pieno d’erba alta che i ragazzi volevano sfalciare e a cui è stato opposto un rifiuto dal Comune.
Cosa resta nella mente a chi voleva un prato e un bosco e vede i segni degli stalli delle auto, gialli come il colore dell’epidemia, del pus che avvelena corpi e aria.
Cosa resta delle travi pericolanti che sorreggono tetti antichi nelle stalle vincolate, mentre marciscono nell’incuria.
Cosa resta del presepe di legno, delle sculture che imbruniscono alla pioggia, delle idee di Carlo offerte a una città senza fantasia.
Cosa resta del parco Cavalleggeri, dove ogni giorno si trovano bimbi, mamme e nonni, fazzoletto di verde a ridosso di un corso pieno d’auto.
Cosa resta delle grida felici dell’infanzia, del sudore che si rapprende assieme alla gioia delle corse.
Cosa resta dei sogni di chi vede il boschetto inaccessibile, gli edifici transennati con i tetti sfondati, e attorno ci sono auto in sosta anziché incontri e passeggiate quiete.
Cosa resta della città prona agli interessi dei pochi, piegata dai grandi e piccoli sfaceli che durano nel tempo e le tolgono salute e vita.
Cosa resta delle parole pronunciate nei convegni serali, dei pensieri di Giulini, dell’entusiasmo con cui sembrava possibile che la città cambiasse.
Cosa resta degli impegni elettorali, dei disegni, delle visioni del futuro, del centro storico finalmente libero dal traffico.
Cosa resta della fatica, dei banchetti sotto il sole, delle persone che ascoltavano che i beni pubblici per essere tali devono tornare a tutti e non essere di pochi.
Cosa resta di tanta ignavia, di così poco interesse per chi non ha voce.
Cosa resta delle cose semplici che diventano preziose: l’ombra d’albero d’estate, l’acqua d’una fontanella, le panchine e il prato per correre, i luoghi in cui sostare a leggere e studiare.
Cosa resta dei piccoli lavori artigiani immaginati, dell’officina delle biciclette, di un orto comune in città in cui i bambini vedano nascere ciò che mangiano.
Cosa resta di un’oasi dove gli animali possano vivere e muoversi senza paura.
Cosa resta di un sogno possibile che ne genera altri e muta le vite, le rende più naturali e verdi, più sane, più gentili.
Cosa resta di ciò che avrebbe potuto essere nel ricordo di ogni bambino di quel grande quartiere, dei giorni felici vissuti giocando nel verde, dell’attendere che finisca la pioggia per uscire, del sole che accompagna i giochi, della neve che trasforma per magia un bosco in una fiaba.
Che resterà ai bambini di adesso e a quelli che verranno di un pezzo di città che era per loro e che gli verrà tolta.
Non ci saranno grati dell’egoismo e dell’ improvvidenza, non capiranno e sentiranno che qualche loro pezzo di felicità è stata consumata dai grandi, da quelli che non capiscono più quanto sia bello un albero, un prato, una corsa a perdifiato.

scandalosa proposta

In questi anni di globalizzazione, le aziende hanno inseguito il costo del lavoro, anziché l’innovazione e gli investimenti, per aumentare tecnologia e produttività. Anche dove si sono riviste le modalità e il cosa, produrre, questo non ha avuto nessun fine sociale, ma solo produttivo. Insomma di Adriano Olivetti (salvo casi esemplari) non se ne vedono nell’imprenditoria che ha grandi ambizioni, ma prevale la concezione liberista spinta del mercato, che taglia i costi nelle parti più fragili. Da tempo ci stiamo cinesizzando, o indianizzando anche in Italia, le leggi statuiscono la precarietà, e ne mutano l’accezione in positivo chiamandola mobilità o lavoro autonomo e l’hanno inserita stabilmente come componente importante nel mercato del lavoro. Questa mancanza di parità tra chi offre e chi accetta un lavoro, crea una subordinazione dei più deboli al mercato, molto più forte di un tempo. Dobbiamo anche considerare che la globalizzazione ha generato protezionismi e dazi che hanno più funzione politica che redistributiva e che vengono pagati sempre dalla parte priva di alternative. C’è non solo l’ineguaglianza tra persone che cresce ma anche chi lavora, nelle fasce più basse della produzione, spesso con orari impossibili, si impoverisce perché non riesce a guadagnare abbastanza per sopravvivere e mantenere una famiglia. Il calo demografico e il welfare familiare a supporto dei figli e nipoti poveri, sono prodotti di questa stagione liberista che anche nella pandemia ha trovato modo di arricchire ulteriormente una parte mentre chi aveva un lavoro, ha rischiato la salute ed ora o è a rischio licenziamento oppure si è ulteriormente impoverito. Se siamo a 10 milioni di poveri e a 7 milioni (1/9 della popolazione in indigenza assoluta) non è frutto del caso, né di una politica che abbia avuto attenzione al Paese nel suo complesso, si sono piuttosto mantenute, finché possibile le piccole aree di privilegio, incuranti di come traboccava il denaro prodotto nel Paese.

Se la pressione su chi lavora cresce in ragione della nuova divisione mondiale del lavoro basata sul consumo e la crescita illimitata, ciò che serve davvero per vivere, ovvero l’agricoltura e le merci di prima necessità sviluppano mercati paralleli e questo comporta che quello che paghiamo meno al consumo, compreso il surplus infinito di merci di bassa qualità, qualcun altro l’ha pagato altrove, senza giusta retribuzione e dignità del lavoro.

Questo mondo del benessere per alcuni e la miseria crescente per altri, non può reggere. Quando un improvviso cambiamento delle abitudini colpisce tutti, si disvela l’assurdo di tanta, troppa, ingiustizia che circola nel mondo e nasce l’idea che il dopo non sarà come prima, ma poi quando la pressione si allenta la tendenza è a riprodurre le stesse condizioni di piccolo privilegio, anche se qualcuno dovrà pagarle al posto nostro. Non può essere così e se purtroppo gli indicatori sono gli stessi non si può misurare né la felicità e neppure il benessere di un Paese sulla base di quanta ricchezza produce ma piuttosto sulla quantità di persone che stanno male, che non hanno il necessario. 

La stessa emigrazione non solo è necessaria per una parte non piccola di impresa ma sta ulteriormente depauperando di forza lavoro proprio in paesi, come l’Africa che più di altri stanno fornendo le materie prime al mondo. Oltre alle vaccinazioni e la sanità è necessario portare il lavoro in questi Paesi. Un lavoro che non è la traduzione delle nostre condizioni lavorative ma quello che è compatibile con il clima e con la necessità di beni primari che attanaglia una parte enorme del miliardo e 200 milioni di persone che abitano in Africa. Se un imprenditore paga 500 euro in Marocco, o in Algeria, o in Senegal, si arricchisce e crea ricchezza in quel paese e comincia ad affrontare il problema dell’immigrazione. Cioè partiamo dai problemi e risolviamoli dove ci sono, vale per il nostro Paese, ma anche altrove, dove le spinte a cercare una soluzione di sopravvivenza non sono coercibili. Queste persone che arrivano e che sono destinate ad ingrossare l’esercito del lavoro illegale, a fornire cibo alle nostre tavole, a fare da manovali nei cantieri, nel mondo della logistica, a essere depredati di una vita degna, non hanno altre possibilità di vivere se il lavoro non viene creato, dove sono e se dal loro lavoro non viene anche una parte della risposta alla crisi ambientale globale. Questa è la condizione perché questo esodo non accada. Derubricare dall’attenzione i conflitti, le stragi e la fame, la stessa desertificazione di territori prima fertili, nel mondo globalizzato non ci salva dai loro effetti. Questo influenzerà le nostre leggi, il nostro lavoro, le regole di convivenza. Partiamo dal lavoro, dal suo significato nella vita delle persone e ci accorgeremo che questo ha in sé le contraddizioni e le risposte alla nostra epoca che partono dalle nostre ineguaglianze e povertà. Non è questione di buona volontà ma di egoistica programmazione di futuro: il nostro, dell’intera specie.

ero prima, ora incespico in te

Ero prima, ora incespico in te

nella bellezza selvatica della notte,

nello scuro, tra alberi congiunti di stelle,

dipingo, segni d’amore.

Vorrei avere l’eleganza del tracciare sospiri e astri,

tener in conto le parole e perderle in brevi sprazzi di sogno.

Con l’erba paziente suonare tra labbra,

la melodia che rimbalza sui tronchi,

sulle rocce curiose,

e tra gialli crochi, serpeggia in cerca di pace

ma non ti trova.

Non si posa la guerra degli spiriti scontenti,

che cercano una frontiera porosa

e densa di passioni,

per far divampare i sensi che non vogliono l’aurora.

ma è proprio vero?

La realtà è che non avevo compreso pienamente il significato del film che in poche parole si racchiudeva in una frase. “Vedi George, sapevo che ci saresti riuscito. Se lo vuoi, tutto è possibile!”
Americanate da rampanti in carriera, ma effettivamente, quante volte ci ritroviamo a credere di non riuscire a portare a termine qualche cosa. Qualsiasi cosa. Sprechiamo la maggior parte della nostra vita a compiere azioni che nemmeno vorremmo fare, per il semplice motivo che quelle che ci stanno davvero a cuore sono molto difficili, quasi irrealizzabili ci pare e, allora stiamo li con le mani in mano aspettando che qualcuno venga ad aiutarci come se fosse il nostro eroe. Attendiamo che la meta diventi magari leggermente più facile, aspettando e continuando a ripetere “No, non ce la farò mai”. La realtà è che dovremmo alzarci dalla sedia e andare a prendere ciò che vogliamo perché se lo vogliamo molto più di quanto si pensa è possibile.
“Viviamo alla ricerca di qualche pezzo essenziale di noi che speriamo ci sia nell’amore… Tutto il resto é soltanto immaginazione!”

segnali


La notte amplifica, si insinua nei sogni, li rende ripetitivi e semina piccole note d’insofferente angoscia. Manca sempre qualcosa, c’è un’impossibilità di fare un numero di telefono. È la mancanza di qualcuno o qualcosa. Fa caldo, troppo. Il corpo reagisce, ma è confuso e confonde. Piano risale la coscienza, la mente tasta, maneggia con dita di pensiero le logiche, le poche conoscenze e trova/prova piccole rasserenanti strategie. Il mattino manda i primi chiarori, c’è ancora tempo per il sonno. È necessario un equilibrio che manca e si trova chissà dove, è il benessere. Parola che include mente e corpo, energia e volontà d’usarla. C’è ancora tempo per un po’ di sonno, per una posizione senza fastidi, per il contatto con le proprie mani. Il proprio calore per trasmettere equilibrio, sciogliere nodi. Il sonno leggero consuma il tempo, ricuce qualche strappo angoscioso, conduce ai gesti consueti dell’alzarsi. Poi il corpo, il pensiero percettivo di sé sfumano nei gesti, nel muoversi. Ritrovano le cose, le grandi assenti della notte e del sonno. Chissà quali erano i segnali e come dovevano essere letti? Medicalizzare o mutare la vita, togliere rabbie sottaciute, incapacità e accidia. Rendere allegro e proprio il giorno perché la notte sia ciò che deve essere. E togliere il superfluo, il negativo, il fastidioso per una pace che dilaghi nel vivere, diventi sostanza del vivere.

lettera sulla solitudine

Ricordi, amica cara, che in giugno, non mancavamo di sentirci.  Negli anni in cui era facile condividere, parlavamo sorridendo di segni zodiacali, delle coincidenze sospette che metteva la vita negli amori, ma anche delle vacanze in arrivo, del sentire la vita e i pensieri che avevano una prevalenza nel nostro tempo. Dipendeva dall’umore, dalle attese, dagli amori, dal sentire che il cambiamento poteva scorrere tra le dita o passarci accanto. Mettevamo molto in comune, o almeno così ci pareva, dalla natura delle domande e alla sincerità delle risposte. C’era un fidarsi che oltrepassava il consueto e indagava in campi e persone che suscitavano il nostro comune interesse.

Così è emersa la tua assenza, il tono della tua voce, i modi di dire di cui si rideva, in questa giornata, così simile alle molte conosciute: ricca di sole, di nubi che si rincorrono e di temporali improvvisi. Per piccola viltà non mi muovo da casa e ne approfitto per raccogliere i pensieri parlando come se tu ci fossi e invece da molto non so dove tu sia, cosa faccia e chi ti sia accanto. Alcuni ricordi, delle nostre conversazioni mi sono tornati a mente e il fatto che lasciassero più dubbi di quanti ce ne fossero all’inizio era un buon segno, perché questa è la vita, ossia un accumularsi di dubbi governati da poche certezze.

Era un tardo pomeriggio, dopo una giornata di sole, da qualche parte seduti, con il profumo estivo della pelle nell’aria e la bocca fresca del ghiaccio che imperlava i bicchieri. Ti eri inoltrata a parlare della solitudine. Parlavi di te, di persone che conoscevamo, di me, vedevi le differenze, mettevi a confronto le solitudini d’indole con quelle sopportate. Parlavi della timidezza e del pudore dei sentimenti che soverchiava quello dei corpi, dissertavi sul ritrarsi come invito oppure come semplice paura e sul fatto che entrambi portassero allo stesso risultato. Ascoltavo e ti parlavo delle mie scelte, delle sensibilità che ben conoscevo, ed erano punti di debolezza in cui facilmente potevo essere ferito. Ma di te mi fidavo. E ti parlavo del coraggio, di come lo si costruisce al contrario di don Abbondio. Ero fiero delle mie citazioni, che mascheravano l’ignoranza del non aver appreso a tempo, delle mie passioni che si traducevano nel perdere i giorni in inutili cose e in quel cercare in me un codice che decifrasse il sentire e i sentimenti e li mettesse assieme con le pulsioni e i desideri del corpo, C’era un rossore incipiente nel dire troppo di me e non avrei voluto tu lo vedessi. Non ti sfuggì ma fosti discreta. Era un gioco serio, come tutti i giochi in cui si mette in palio qualcosa che conta, e se nascondevo la solitudine che derivava dalla fatica di scavare dentro, di arrivare oltre la superficie delle cose, lo facevo per essere sullo stesso piano. Per avere la stessa disinvoltura che mi pareva tu avessi e che si portava sugli amici, sui fratelli e sui genitori. Erano soli i nostri genitori, sempre così impegnati a cercare di darci quello che ci era necessario e superfluo? Cosa sapevamo realmente di loro che non fosse l’amore che ricevevamo senza condizione? Nulla o quasi, erano grandi con la testa che aveva vissuto una guerra, ci avevano fatto nascere e quindi dovevano avere una grande fiducia nel futuro, ci avevano condotto per mano insegnandoci quello che ritenevano utile a noi, non tutto quello che sapevano. Già allora avevamo capito che ciascuno ha il suo ruolo e che l’amicizia non appartiene al rapporto tra genitori e figli, ma l’amore sì. Forse erano soli e mascheravano la solitudine con la sollecitudine: avevano di chi occuparsi, noi, e se non ci educavano ai sentimenti di certo ci amavano.

I problemi sembrava, allora, facessero parte della crescita e che ci si dovesse temprare maneggiando il ferro ustionante degli amori e dei desideri, ma anche degli addii improvvisi. Tutto aveva una sua dimensione, cioè eravamo adeguati ai nostri problemi. O almeno quasi sempre accadeva, perché qualcuno che era suicidato per amore o per eccessivo abbandono e solitudine, c’era stato. Di questo parlavamo con la confidenza che poteva sfociare nel silenzio oppure nella battuta e nell’allegria che spazzava via ogni imbarazzo. Allora potevo dirti delle mie scorribande notturne, del poco sonno e tu potevi raccontarmi delle lettere lasciate in posti segreti, del pensare intensamente perché i desideri si realizzassero e dell’essere contraddetta dalla realtà. Insomma le nostre solitudini erano il germe di ciò che sarebbe stato e di cui poi ci siamo confrontati le rade volte in cui il discorso è proseguito negli anni.

C’era una parola che allora ci faceva paura ed era depressione, l’avevamo vista nel padre di un comune amico, i suoi effetti e il suo difficile equilibrio con il vivere. Per questo eravamo felici dei problemi dei nostri genitori, della risata schietta, delle piccole gioie condivise che fugavano quel male oscuro che rendeva tutto complicato e difficile per chi doveva indovinare dove erano le luci in tanta solitudine. Poi con la depressione abbiamo fatto i conti, ma credo sia stato importante, il tener da conto che l’amore, o almeno quello che per noi contava,  non era mai mutato attorno.

Ed ora quali sono le nostre solitudini. Non conosco le tue e con questa lettera che per forza parla di me, delle mie ricerche, dei malesseri e delle gioie che hanno a che fare con quanto mi accade, e con quanto mi faccio accadere, posso parlarti delle mie. Ho almeno due solitudini con cui mi convivo: quella che io cerco ed è approfondimento, terapia contro la complicazione e contro il male che sembra crescere nel mondo, Quel male che è indifferenza agli altri e assenza di una idea comune di futuro e di vita in cui le cose sia più giuste ed eque. Ci rifletto, faccio quello che posso, ma non ti accorgi anche tu che quello che con ottimismo opponiamo, ha la necessità di avere alle spalle ben più persone e impegno e senso di giustizia, di quello che circola. Se così penso dispero e invece mi rifaccio a quello che diceva Croce sull’eterno alternarsi dell’io e del noi a portare innanzi l’umanità, perché accanto all’individualismo assunto come valore in questi anni, forse per reazione, ci sono molti che si oppongono alle piccole grandi ingiustizie e portano innanzi temi che un tempo erano sconosciuti come l’ambiente e i diritti delle persone.

C’è l’altra solitudine con cui convivo, ed è conseguenza della prima. Quando si va contro corrente troverai certamente amici, ma la maggioranza farà valere i suoi giudizi e imporrà l’isolamento. L’ho ben sperimentato in passato come conseguenza a quello che sono, e a quello che faccio, e non sempre è bastato sentirsi dalla parte giusta per essere contenti o non avere dubbi e stanchezze, ma non saprei fare altro e ci convivo. La seconda solitudine, ça va sans dire, è quella dolorosa e a suo modo feconda perché attiva domande, mi fa confrontare non con la mia testa, ma con il reale. Ed è questo reale, che con il passare degli anni diventa sempre più difficile da decifrare. Oggi sapere il confine tra menzogna e verità, ovvero tra fantasia e fatti è sempre più complicato. Non so se tu ti ponga il problema ma credere in qualcosa è diventato più difficile e bisogna tener ben salda la barra delle poche verità che conserviamo dentro. Comunque la differenza tra bene e male esiste anche se ben mascherata e non dobbiamo accettare che essa diventi indifferenza.

La differenza c’è e la si vede ogni giorno attorno a noi, con la povertà che cresce, il lavoro , quello che per noi era semplice da trovare, diventato difficile e scollegato da una collocazione sociale che renda più facile conservare la dignità e la libertà. In questo sento solitudine e confusione perché le cose dovrebbero essere più nette, mentre si fa fatica a conservare un’idea che sia quello che un tempo chiamavamo riscatto dei deboli e degli oppressi. E questo è ancora più difficile e doloroso quando capisci che sono gli stessi oppressi ad essere oppressori, perché in cambio di poche speranze che non verranno mantenute diventano essi stessi nemici di chi dovrebbe essere con loro nel rivendicare eguaglianza, equità, libertà comuni. Ma questo di certo lo conosci, perché ovunque tu sia è ormai presente come tratto sociale dell’occidente.

In queste solitudini si è davvero soli e poco giova che ci sia una libertà presunta nei sentimenti quando ogni giorno è il possesso che fa una vittima, quando la differenza viene rifiutata e diventa ragione di scherno o peggio di sopruso fisico, di ferimenti, di odio. Un tempo queste verità erano sottaciute ma esistevano e noi ne parlavamo cercando di capire, ora che sono alla luce del sole, diventano difficili e comunque rendono diseguali. È un altro modo di essere soli dopo altre solitudini.

Mi rendo conto della lunghezza della mia lettera e forse avrei potuto riassumere il tutto o quasi dicendo che :

un tempo abbiamo messo assieme solitudini

e ne siamo stai felici,

ora che manca il bisbigliare sorridendo del mondo,

che i segreti restano sepolti in noi,

è il mondo che ci appare più vuoto e solo,

 

Tu avresti sorriso e mi avresti dato un buffetto sulla guancia dicendomi che ero un incorreggibile cattivo poeta. Ora non accade più ma spero che tu sia contenta di te e che il le parole di Jung ti facciano compagnia:

… “la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri. E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute”. (da Ricordi, sogni riflessioni di Carl Gustav Jung)

Penso che con tutto quello che dovremmo dirci il tempo non basterà, è per questo che siamo immortali.

E ancora sorridi come allora.

 

 

“È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.”~ Lucio Anneo Seneca ~ De tranquillitate animi (Caput XVII)

è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana

Tutto allora si fa per paura della solitudine?

È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?

È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.

E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?

Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia  e prendendo partito per noi stessi?

p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.

e si discute dei posti da occupare in ristorante

Non è la prima volta che i mezzi, a furor di popolo, generano i fini, cioè rovesciano la politica che non è fatta di annunci, ma neppure solo di fatti. Perché i fatti muoiono o generano altri fatti, ma mai un progetto. Se star bene in molti, è un progetto, ci sono priorità e conseguenze. Avere tutto subito è prerogativa dei bambini che sperimentano il limite, a volte piangono a volte li accontentano, ma è così casuale l’effetto che il limite stranamente si fa solido ed emerge interiormente da solo, ovvero si sa cosa si può chiedere e quando. Guardatevi attorno: distinguere la necessità dal superfluo, la discussione oziosa da quella che va al cuore delle cose è igiene mentale personale e collettiva.

Ma chiedetevi quanto vale davvero la vita umana, perché viviamo tutti di luoghi comuni e le vite umane oggi valgono molto meno delle parole con cui le si circonda e compatisce. Chiediamoci se il nostro senso di umanità non sia per caso, proporzionale alla distanza e se questa non aiuti gli uomini a diventare numero. Mancando una guida morale forte e comune che lasci correre la libertà sino al limite di non far male all’altro, che consideri giustizia ed equità collegate, serve un ripensare a ciò che si dice e conseguentemente si fa.

Un’etica comune costruisce un popolo. Forse anche di questo parlava la festa della Repubblica. Dalle nostre parti si è rovesciato l’assioma di chi educa chi e a educare la politica dovrebbe essere il popolo, chiamarla alla realtà di ciò che si promette. Non è una acquisizione recente, è nella Costituzione perché i padri costituenti sapevano da dove venivano e con chi avevano a fare. Ma non è andata così e abbiamo assistito, complici o ignavi, al più grande fallimento della politica da quando è nata la repubblica, ovvero la sua incapacità di essere progetto e azione conseguente.

Draghi non è un prodotto dei cattivi maestri ma il risultato di una politica che a furia di personalismi, proclami, inettitudini ha formato dei leader che blandiscono, accarezzano i desideri, promettono, e incuranti disfano ciò che la fatica di tutti costruisce. Sarebbe bene chiarirla questa cosa perché quando si vive a debito significa che qualcuno continua a spendere ciò che con fatica altri guadagna, significa che la cuccagna finisce con la credibilità delle formichine, significa che la politica non governa ma accarezza il pelo. Per questo si parte dai mezzi, veri o annunciati, per arrivare ai fini.

Questo paese purtroppo si è spesso impantanato, non perché gli altri sono cattivi ma per carenza di un progetto che sia condiviso e reale. Vivere a debito è facile finché il creditore non chiede la restituzione, ricordiamolo ora che il liberi tutti cancella la realtà, ricordiamo che il problema non sono i posti a tavola al ristorante, ma il fatto che da 30 anni massacrando la stessa idea di lavoro e i lavoratori il tasso di produttività non cresce, le idee innovative scarseggiano, non esiste più una grande industria che metta insieme manufatti complessi.

Se questo Paese vuole avere un futuro tutti devono pretendere che dopo il covid le cose cambino, che ci sia un lavoro che sia pagato dignitosamente, che le tasse siano progressive, che il sistema pubblico di salvaguardia della salute e del sociale sia garantito ovunque e che i giovani non se ne debbano andare. Insomma alla politica non si devono chiedere quanti posti si possono occupare in ristorante ma il progetto di vivere meglio, con giustizia ed equità, pagando i debiti.

Il resto sono chiacchiere.

quando davvero ci siamo conosciuti?

Ti scriverò una lettera fatta di asserzioni, sconclusionata, con brevi paragrafi. Fanne quello che vuoi: ricombinala spostando le frasi, mettici le tue, genera piccoli scuotimenti del capo e sospiri di sollievo, sii felice e scontenta come sempre si usa ma in modo nuovo. E non volermene se c’è sempre troppo io in ogni lettera che si scrive.

Sognare costa, crea cose concrete, costruisce percorsi che si rivelano fallaci solo alla fine, ma lo erano sin dall’inizio. Lo sapevamo o almeno io lo sapevo, ma valeva la pena di percorrerli.

Le felicità non sono mai sopravvalutate e non sempre si colgono nel momento in cui avvengono. Dopo, a raccontarle a chi le ha convissute, subentra l’aura del mito oppure una percezione diversa. Quasi una meraviglia perché non erano così importanti. Quest’ultima colpisce e fa un male dolce, incredulo che quel ricordo capace di generare contentezza sia stato violato.

Ci sono molti modi per cambiare l’evoluzione delle cose; l’indifferenza e il silenzio o peggio le piccole bugie, generano crepe, staccano pezzi, distruggono e lasciano macerie.

Mi pareva, ma in questo hai ragione, non dire chiaramente le cose comporta come minimo, attese insoddisfatte. Chi sente una persona molto vicina, addirittura se ne innamora, gioca alla telepatia. Pensa cioè di indovinare e di essere indovinato, ma non funziona così: ciò che si indovina è sempre qualcosa che appartiene a noi più che all’altro. E non indovinare i desideri di chi è prezioso per noi, genera una sensazione di incapacità, di inadeguatezza. Non è una bella sensazione.

Non hai capito perché era fatica capire, ma in realtà ero la persona che tu non avevi in testa. Ti sei adattata come per una scarpa che è bella anche se fa male finché non diventa comoda e si sforma.

Sono i fatti che prendono il comando, riescono a zittire prima i desideri e poi i fini. Hanno una grande virtù, i fatti sono reali e interpretabili. Quasi mai l’interpretazione coincide, ma questo lo sai bene, perché si vorrebbe che proprio quei fatti avessero una porta socchiusa. Qualcosa che li fa assomigliare ai desideri che si vorrebbero realizzati.

I fatti guastano i fini, poi corrodono i progetti oppure li rafforzano e sorprendono perché mai e poi mai ci si sarebbe aspettato che fossero così creativi.

I fatti li condividiamo, li abbiamo condivisi. I miei sono un arcobaleno di sensazioni, non mi piacciono tutti i colori, lo sapevi? Però dalle cose più piccole a quelle più grandi ciò che mi sembra sia accaduto, ha costruito un libro virtuale di ricordi dove le fotografie si spostano e con esse la collocazione nel tempo, per cui il prima e il dopo si interrogano, si alternano, cercano un senso e ne trovano un altro. Accade anche a te?

FB mi indica una serie di persone che potrei conoscere e mi incita a chiedere l’amicizia. Ma che storia è questa: è proprio perché le conosco che non gli chiedo l’amicizia. Allora mi domando dove siano finite le cose leggere che ci hanno prima messo assieme e poi separato.

Un’incuria del sentire che si è stancata, come se davvero fossimo leggeri e invece siamo pesanti, tanto da non riuscire a trascinare le cose che non hanno una verità da mostrare. Ci nutriamo di verità possibili, di abitudini, di leve che cancellano il troppo che si accumulato e permettono di vederci accettabili. Insomma possiamo fare di meglio, come ci hanno sempre detto, ma anche di peggio.

Conservi ancora cose che ti ricordano qualcosa, e cosa?

Mi prende la voglia di andare via sino al limite della nostalgia, sapendo che essa riguarda ciò che c’è, che è vero e ci accompagna, ma che troppo spesso dimentichiamo per farci influenzare dalle cose minuscole che non durano nulla. Andare in cerca di ciò che si nasconde in me per trovare te.

un’opa sul paese

Siamo azionisti in quanto cittadini di questo paese e detentori di un immane debito diviso pro capite, ma i dividendi hanno vie privilegiate.

Siamo azionisti di sogni che vengono spacciati per possibilità concrete della politica, ben sapendo che nessuno ci presterebbe un soldo se non ci fosse una grande quantità di risparmio accumulato a cui prima o poi attingeranno i creditori e il Paese scivolerà ai saldi. Quante volte in questi anni si sono cambiate le regole in corsa, mutati i fini della politica, e poi attribuiti gli insuccessi alla colpa di altri. Viviamo in una costante carenza di verità, anche positive.

Siamo azionisti di un Paese bellissimo ed è in atto un’opa ostile che accentuerà le differenze tra chi ha molto, pochi, e chi ha poco, la maggioranza. Verranno scatenati i poveri, gli uni contro gli altri, cacciati i dissenzienti dal pensiero di massa, le voci critiche zittite: resterà chi condivide.

Siamo azionisti amorfi, un po’ infingardi, pronti a mutare opinione con il demagogo di turno che non ha fatto nulla di positivo ma racconta la realtà che vorremmo ci fosse e che costerebbe una fatica immane se venisse realizzata, ma questi imbonitori la promettono gratis e così pensiamo di vivere nel paese di cuccagna.

Ma non era nelle regole che l’azienda era di tutti, che la Costituzione questo garantiva e che solo la strategia del benessere giusto e collettivo era in discussione? Dove è iniziato l’errore?