gli amori del limite

gli amori del limite

I confini, che a nessuno davvero appartengono,
sono il luogo dove tutto accade
e resta immobile, in attesa del farsi:
lì sono gli amori del limite.
E sembra vi sia la sfida
del cercare di noi lo sconosciuto desiderio,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia,
eppure era erba,
un verde senza pensiero,
ma prefigurava una stella
dove ora s’annodano energie convergenti
e prima  era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
nella stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà,
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge
mentre il sole lo rende diamante.

17 agosto 1917

17 agosto 1917

Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non  formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

buon ferragosto

buon ferragosto

 


Ieri c’è stato un pullulare di arrivi. Era la seconda ondata di furbi, quelli che avevano evitato le code del sabato e della notte di venerdì e si sono ficcati in quella della domenica. In questi giorni l’altopiano moltiplica per nove gli abitanti. I ristoranti sono zeppi e fanno i doppi turni, le strade dei centri dei sette comuni si riempiono di persone che si trascinano da un negozio a una gelateria e poi a un tavolino per arrivare a pranzo o cena.
Il turismo è invecchiato, i giovani non amano le camminate da malga a cima a malga, così arrivano i proprietari delle case costruite negli anni del miracolo economico veneto ormai anziani e il turismo di prossimità che cerca refrigerio rispetto alle temperature asfissianti di pianura. Qui il benessere è stato ostentazione e incentivo a un costruire privo di criteri e di cultura locale. La tradizione era logica, forte e povera, con una lingua propria e incomprensibile che non aveva nulla di altoatesino o austriaco, era il costruire di chi lavorava e non poteva rappresentare le icone dei cittadini di pianura che confondevano l’ altopiano con le Dolomiti o il cadorino. E i locali hanno aiutato ad estraniare il territorio nel riprodurre case tutte uguali e fuori della tradizione del posto, anzi, e se ci sono comuni che hanno oltre l’80% di seconde case un motivo c’è ed è evidente: l’interesse e l’arricchimento facile. Ne hanno usufruito tutti, costruttori, commercianti, artigiani, professionisti, agricoltori, alberghi e ristoranti, ecc.ecc. finché si è creato un clima di separazione basato sul solo interesse tra chi risiede e chi dovrebbe venire in vacanza ed è sempre più di passaggio. Innumerevoli case non si aprono più perché i figli hanno altre destinazioni e gusti rispetto ai padri e se devono ostentare qualcosa lo fanno altrove. Così i cartelli di vendesi si mostrano sui balconi di legno, sui legni tagliati alla tirolese e pur con un’ attività di acquisto favorita dai prezzi abbordabili, fanno fatica ad essere tolti. Quindi il futuro di questi luoghi, anche a causa del clima, sarà diverso e dovrebbe essere nella testa di chi ha capacità di intuire il futuro e potere per propiziarlo, mettere in atto ciò che serve a salvare l’antico e rendere più innovativo il nuovo. Cose difficili perché hanno bisogno di tempo e di discussioni che rompano luoghi comuni e abitudini facili, ma si potrebbe fare.
Intanto i vigili impazziscono per l’afflusso di auto e si celebra l’orgia lipidica di ferragosto. Ieri per i sentieri un po’ erti non c’era quasi nessuno, a parte le auto che devono dimostrare perché si acquista un fuoristrada per muoversi in città e i quad, l’equivalente delle moto d’acqua, questi sì con giovani pieni d’ansia di sgommare in salita, ma tutto sommato erano pochi e appena fuori dalle strade forestali correvano gli gnomi. Capire il cambiamento dovrebbe essere il tema di questo pezzo di mondo che si autocelebra, ma non intellige, non produce novità che renda le crisi davvero semplici. Sembra che tutto si riduca all’equazione: chi possiede, ha futuro e invece proprio questa equazione viene messa in crisi non dall’etica o dalla morale, magari fosse così, ma dalla stessa economia che divora il mondo e  che ha bisogno di acquirenti per le merci e di denaro da trasformare in spazzatura.
Qui ancora la natura e il dialogo con essa possono fare la differenza e trasformare i luoghi di brevi vacanze in posti in cui vivere. C’è molto verde e aria buona fuori dalle strade. Stasera faranno i fuochi per deliziare gli spiriti e cacciare i demoni che affollano le strade. Buon ferragosto.

mozziconi

mozziconi

 

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia quando raccontano,
le improvvise passioni che covavano
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe della storia,
ciò che si è fatto e ciò che si farà.
E così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti.
Alla piccola gloria sognata, di certo, ma persino a un farsi quotidiano,
che si perde appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra tavolini
e bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un bianco nero d’un Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
e la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare senso al presente e le vite,
e togliere l’atrocità del non fare che consuma in silenzio.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie desideri, principi, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse,
l’attenzione d’un momento,
e l’incapacità d’ affrontare la fatica di negare, 
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

facili rinunce

facili rinunce

Dei tanti che con me fan uso di pazienza,
e che grato ricambio esercitando silenzio e stravaganza,
preferirei rinunciare a chi mi spiega ciò che ho detto
presentandolo come pensier proprio.
Nelle originali fesserie so provveder a me stesso.

dei tanti modi del bene

dei tanti modi del bene

Dei tanti modi del bene vorremmo anche quello che accetta la tristezza e non la compara con le proprie.
Che non minimizza l’importanza personale delle cose che con fatica raccontiamo, perché vorrebbe dire che viviamo dentro vite banali.
Che non considera il nostro tempo come qualcosa che si possa confrontare con il tempo di altri perché siamo diversi anche quando assomigliamo.
Insomma vorremmo essere visti come persone che hanno una vita e che combattono o trovano compromessi con essa.
Vorremmo non essere giudicati per il nostro bene ma accolti per il bene che suscitiamo e che diamo.
Per tutte queste ragioni e per chissà quante altre,  la parola si spegne, diventa poco utile e scivola nel silenzio.

semplici pensieri sulla nascita

semplici pensieri sulla nascita

Forse più volte nella vita veniamo chiamati a capire il senso della nascita, quella materiale che vediamo in chi ci è Caro e quella interiore che si confronta con qualcosa che non solo è vivo ma è colmo di possibilità. Noi auguriamo buon compleanno a chi amiamo, a chi ha una relazione con noi e non di rado a persone sconosciute che proprio tali non sono fino in fondo, visto che qualcosa in loro riconosciamo e vorremmo fosse una cosa buona. Nascere si ripete dentro di noi ma riconoscerlo è difficile, cioè è difficile sentire il senso del nascere. Lo si confonde con il nuovo, con un’emozione forte, con l’amore ma tutto questo è contenuto nella nascita cioè in quel venire al mondo non è di per sé nascere, tant’è vero che spesso poi le vite ricombinate si ripetono.
Proviamo a riflettere su questo venire, affacciarsi, esserci dentro nel mondo con un verbo che è movimento positivo: un entrare. Quando si entra in una situazione di è timorosi il giusto e insieme pieni di possibilità. Forse per questo nascere una seconda o ennesima volta, possedendo una memoria di essere stati è una nascita differente, difficile e vera. Con la memoria noi apparentemente restringiamo il campo del possibile, le relazioni sociali fanno il resto finché ci si arrende e si è in balia degli anni, di ciò che sembra predeterminato, come avessimo messo in disparte le emozioni, la capacità di cominciare davvero qualcosa di nuovo. Eppure se la memoria, la condizione precedente, resta nel suo ambito le possibilità sembrano ancora agibili, nascere ovvero costruire il nuovo sembra possibile. Quello che dobbiamo aggiungere è la fiducia, cioè il riconoscimento di incompletezza (quello che un bimbo fa naturalmente) e la sconsideratezza ovvero la capacità di non sottostare alla logica che determina il comportamento come prosecuzione del passato.
Per questo forse capire la nascita implica una presunta follia pacifica, una rottura di regole che doni energia, una meraviglia costante, affidamento e l’apertura alla possibilità che ciò che era impensabile accada. Ma nascere è fatica, rischio, rottura delle abitudini e ognuna di queste condizioni dello spirito si frappone tra i nostri occhi interiori e la visione di noi, di ciò che ci è possibile. In fondo siamo noi e solo noi che nell’escludere la possibilità del nuovo lo neghiamo. Forse per timore di quel dolore iniziale che porta il nascere, o della sua solitudine che ci mette davanti alla necessità di riconoscerci direttamente mentre preferiamo specchiarci negli altri. Forse per il timore che lasciata una mano non ci sia un’altra che dia sicurezza al procedere nel nuovo, nell’inconosciuto. Forse per tutti questi motivi e chissà quanti altri ma portare in noi la riflessione, che significa vedersi nello specchio interiore, ci porta nella possibilità. Fuori dal tempo e dal destino, nel far accadere ciò che ci potrà accadere. Quando siamo nati la prima volta non l’abbiamo scelto ma poi crescendo la scelta è tornata nelle nostre mani. Basta saperlo un poco e cercare di capire se ci interessa davvero. Ecco, credo si cominci da questo.