Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io? Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo a cui incautamente mi sono affidato? La mia libertà è essere elemento e direzione, cosa ed essenza, ghepardo, delfino e aquila. E uomo. Tutto e infine, solo uomo.
Acqua notturna, divoratrice di luce, ogni ritocco suona nel lago, là oltre le tavole fruste del pontile, nella barca sommersa che attende ristoro Nelle chiglie che si sfiorano, vivono ciglia di promesse mai mantenute, là dove l’acqua sprofonda e conserva si mescola e sospira, ma non cessa di aggiungere sasso a sasso, onda a onda. Vende merce arcana di specchi, scintille di fuoco, e odore di freddo, di ferro, di sangue. Dai monti scende nell’acqua la quiete, disfa gli anni del cielo, e mostra, a chi si sofferma col cuore, il tessuto sottile, la trama, il tempo e lo specchio del suo volto profondo.
La pena è un vento senza vela né riparo, è polvere degli interstizi del pensiero. Ciò che depone uova di serpe lo fa secondo arbitrio, non usa chiedere e se lo fa è perché dietro ogni angolo s’acquatta una scelta, animale per brevi consolazioni, o risvolto da comprendere appieno. Il dolore ha i segni del silenzio, e chi sente il calore che toglie, ha rispetto, distoglie lo sguardo: è il pudore che vede ed attende che la carta muti il suo segno.
Il freddo era più freddo e più caldo il corpo. Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri, nuovi come l’età, densi e vischiosi, d’un ordine difficile nell’ordine bambino. Guardarsi crescere in ogni dove e capire poco mentre ci si forma, di quel tempo vedo il colore, del rosso carico di lampi e del blu che cade, mescolati nel buio della conoscenza nuova. L’anelata chiarezza, mentre tutto era esagitato e fermo, era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita e aveva un nuovo senso, com’era senso il sentire acuto del tempo tra necessità piegato e poi disteso nelle improvvise voglie. Crescere è fatica senza riconoscenza e nome, nido di paure e liquido metallo dove il futuro cova e traccia per suo conto. Di quella età vedo le forze e le ferite, la gioia che cercava guida, tutto, ora, s’allinea mentre coriandoli ne estraggo per il carnevale della vita. Tra pensose identità e silenziosi sbagli c’è stata allegria e passione e sono certo d’essere perché allora sono stato.
Capivo allora lo sguardo assorto, e paziente, di chi lavorava e mutava l’anima del legno e del ferro, i muscoli attenti a saggiare materia animata nel tatto, la forza e il profumo scambiati. L’esattezza costruiva le cose metteva nel gesto il suo senso, allineata in un patto sequenze segrete tra polvere, trucioli e fumo. Scivolava la pialla, levava l’essenza dal faggio e dal noce, poneva l’anime diversa nella vena del ricciolo tolto. E profumava di sana foresta di soli d’estate e notti trascorse, d’umori fermentati in attesa. Le dita accarezzavano un liscio di lama, un biondo vestito di pelle pronta all’incontro. Diverso il ferro, scorza più dura, da lima da sgrosso per l’ossido forte curato dal fuoco, i gesti erano lunghi con l’odore del sangue nel naso come dopo la caduta che batte sul viso. Le lime e le loro grane diverse, erano monodiare di laiche sequenze, dal grosso allo specchio che riluceva il metallo, perifrasi alchemica di costante anelare dal grezzo al sublime. Il mio giovane sentire si misurava e coincideva tra volontà e desideri, la teologia del fare mi giudicava, tra minio e micrometro portato nel ferro. Odore di fatica e bellezza, di pene e coscienza del limite, nei pomeriggi d’adolescenti sudori. Del tempo serbo ricordo, ma poco come traccia di un amore disperso. La piccola sapienza d’allora, è svanita, scordata e inutile, anche al racconto, di quel fare non resta l’esempio e il sapore è donato alle macchine senz’anima e tempo.
Posare la fatica del giorno nel verde che la notte ha inghiottito, eppure c’è, popolato di vita e di sonno. Guardo il buio in esso c’è la luce ardua che non mostra il pulsare dei cuori e anche le case sono mute. Figure per un attimo popolano finestre, sono il tempo probabile di chi m’assomiglia. Fatiche, passioni e amori si separano, rosari tra dita, tracciano linee, pensieri e sentire, un dolore che non sovrappone, né comunica fine. Regala la notte un grido d’uccello, forse un rapace che celebra le paure nella caccia notturna e volgo lo sguardo al cielo d’inverno cercando nelle stelle il rumore dell’erba.
Credo alla carezza del vento che accompagna nell’aria le foglie, credo all’acqua che canta mentre gentile riga la terra, credo alle radici che abbracciano l’oscuro e la roccia mentre nutrono il cielo di verde. Credo alla fossile spirale innalzata dal mare per essere pietra di cima, credo nel respiro della notte stellata che ristora lo sguardo stanco del giorno. Credo negli orizzonti che mutano al tramonto e risorgono all’alba vestiti a festa dalle stagioni. Credo nel rispetto che ascolta e che guarda mentre mormora un canto, tra labbra che sperano, ed è quasi una grata preghiera.
Chiediamo a noi fatiche per dimostrare d’essere vivi scordando l’essere strumenti per mani antiche, del tempo prigioniere. Nel nostro cielo irto di nubi, consola la proiezione di certezze, in esse scorgiamo parte di ciò che dentro urla e lacera, cosí usiamo la bellezza per affermare mentre bisbiglia parole per mutare. La testarda meraviglia, che spinge innanzi il nostro agire chiede con insistenza dolce di tornare all’innocenza del colore puro, alla dolcezza d’essere nel percorrere sincrono dei passi. Quando passavo nella strada, ed ero ragazzetto. le cose chiamavano attenzione, accendendo improvvise luci, volevano fermarmi nel tempo loro quieto ma io non m’accorgevo e canticchiavo e fischiavo con la musica che ordinava il passo e all’improvviso lo mutava in corsa. Di tutto questo perdermi non ho alcun rimorso e ciò che ho perduto, vive, lampada accesa nel crepuscolo di fronte al sole.
Tutto era movimento, tutto era aspettativa, i desideri confusi sorreggevano quelli precisi, le gambe volevano correre, il cuore tumultuare in petto, la bocca, cantare e ridere nelle felicità diffuse. Ai lati della strada, palazzi e case, il selciato di tracheite si scaldava al sole, liscio e grigio animale da inverno pronto al sonno e alle carezze delle corse lievi. Camminar correndo con il pensiero senza peso, nella luce sguaiata del meriggio, a volte con pioggia o neve o sul ghiaccio da scivolar ridendo. Troppo lunghe le gambe, troppo lontano l’equilibrio, troppo vicino il suolo e sul corpo chiazze viola nel freddo che ingoiava il pianto. Pomeriggi d’inverno che nulla attendevano, solo il momento del tuo ritorno e il diritto alla felicità bambina.
Nella mattina del nuovo anno anzitutto ho riordinato: c’erano le sconnesse notti, dei giorni l’eccesso di fatica, l’onnipotenza dei piccoli poteri, e i gesti che non avrei aver compiuto. Eppure… Contingenze mi son detto, e accanto ad esse sentito ho tutte, le sopportazioni, quelle che hanno posticipato decisioni, assieme ai malintesi e alle inutili spiegazioni. C’erano i silenzi con le parole troppo tardi pronunciate, e mescolate a queste, altre verità inutili o beffarde, tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere comprese. Una grande confusione s’era accumulata, e se tutto comunque era accaduto, ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva, insomma il passato s’accapigliava col futuro, e necessità c’era di dare a ciascuno un posto. C’era bisogno di disciplina e impedire a ciò ch’era stato che fosse avanti al nuovo. Così nella mia stanza di pensieri ho visto piegati gli scaffali sotto il peso delle pagine incompiute, la polvere posata su quello ch’era appena ricordato, ho visto rilucere ricordi e bastava passarci sopra un dito. C’erano passioni stanche e ripiegate, un sentire acuto sciolto in lacrime passate, inconsulte commozioni, troppe battaglie perse e il dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati. Ho visto i timori nell’amare, i rossori e l’esitare, le faticose promesse mantenute, ho sentito il cuore ingombro di scelte e di fatiche, di possibili vite mai sperimentate, ma tutto era passato, confuso e sconclusionato. Così pareva, e allora mentre allineano tutto ciò che sono stato, piano ho liberato il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato, cercavo la luce che l’avrebbe illuminato, perché esso, nel vedere ciò che s’era sommato, ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.
Oltre i portici, dietro le case che s’appoggiano l’un l’altra, ancora vi sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni giusti all’appoggiar dei gomiti e al conversare quieto, altri d’altezza tale per occludere la vista, irti di cocci di vetro a spaventare ladri acrobati o sconosciuti gatti. Abitavo una di quelle case, un tempo accoste alle antiche mura, nel borgo di studenti e d’artigiani, di professori frammisti a bottegai. Quella città ora s’è disfatta travolta dal disamore del guadagno e nell’indifferenza del futuro, è ammasso di case senza grazia, prive di vita e bimbi. Dove tutti ci conoscevamo è rimasto il mormorio dei vecchi, pudico lo sguardo segue il pensiero della vita scorsa e fugge da dov’ora c’è del silenzio il chiasso.
Questo cielo, che piove luce grigia, pesa sui rami spogli, distilla gocce che bagnano le erbe stanche di verde, di freddo, di occhi che non vedono né curano. Sarebbe colore di ritratto questo grigio che si stende, opera d’ombre e sollievo per un viso intento, qui è il riposo della passione, che sente la fatica del giorno e del domani incerto. La parentesi che spegne lo sguardo ancora vede oltre le palpebre socchiuse e sussurra… tregua, perché combattere non finisce mai.
Per prati cosparsi di bianco, bagnati di luna e di neve, preghiamo la terra e il cielo, perché s’uniscano, anche in questa patria solo dall’acqua bagnata, e sia profondo il nostro sentire fino al cuore del mondo. Forse l’ansia del cuore non reggerà la luce di casa, il ritorno all’umano, col calore delle parole, conosciute e familiari, e così la fatica dell’aria e del buio sarà infranta. Oppure no e appena oltre i vetri d’una casa, deposti i pensieri e l’intuizione dell’oltre, questo basterà per un poco a lasciarsi andare, stanchi di camminare fino al dolore. Nel silenzio caldo, allora, porre lo sguardo al cielo, che amorevolmente accudisce e spinge l’amore sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi. Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Sono numeri, eppure dicono molto. Parlano di bambini, donne, uomini. Speranze, vite, diritti negati. 116 affogati nell’ultimo naufragio prima di Natale. Condannati dall’indifferenza e poi cancellati dall’informazione. Lo stesso accade a Gaza con centomila corpi sopra e sotto le macerie, e i vivi nel fango, nel freddo, senza acqua, casa, cibo. Vengono rimossi persino dai pensieri dell’occidente. Anche dai nostri pensieri. Eppure il loro grido di dolore chiede attenzione, protesta, lotta. Possiamo fare un augurio che non li ricomprenda, che riguardi solo noi e non che finisca l’ingiustizia, l’inumanità dei governi e di chi li sostiene? Possiamo augurare la pace senza perseguire la pace? Possiamo sentirci sicuri nelle nostre case, soddisfatti delle nostre vite se non guardiamo all’umanità che viene massacrata nel silenzio?
Raafat Alareer (1979-2023) poeta e intellettuale di Gaza, ucciso da un raid mirato per spegnere la sua voce, pochi giorni prima di morire, scriveva alla figlia, versi di speranza, perché il mondo deve cambiare, deve ritornare a vivere senza paura.
Se io dovessi morire tu devi vivere per raccontare la mia storia per vendere tutte le mie cose comprare un po’ di stoffa e qualche filo, per farne un aquilone (magari bianco con una lunga coda) in modo che un bambino, da qualche parte a Gaza fissando negli occhi il cielo nell’attesa che suo padre morto all’improvviso, senza dire addio a nessuno né al suo corpo né a se stesso veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare là in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo lì a riportare amore Se dovessi morire che porti allora una speranza che la mia fine sia una storia!
Siamo creatori di speranza se la costruiamo, lottando per essa. L’anno che viene facciamo che sia nuovo davvero, rinnoviamo il nostro giuramento sull’umano e I suoi diritti. Le nostre famiglie, il nostro mondo avrà continuità di lotta e una possibilità di cambiare.
Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve, nella luce umida di nebbia, è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa quando sazi del cibo e di parole, s’ascoltano echi: ti voglio bene, ci sei, è bello ritrovarsi nell’anno che verrà, di certo sarà buono, forse. Resta l’ indecisione che si fa casa, nel sonno da tepore e d’aria respirata, mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.
È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve. Neppure la neve. Si rammarica il cuore (?), l’anima (?), il semplice sentire (?), dell’aver perso un treno, ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.
Forse per questo molti fuggono via dalle feste, dal pensare, da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire. Forse per questo, o per altro, ma nel cuore del mondo nessuno fugge più, e stupito ascolta parole che capisce a stento, immagina, intuisce, guarda, mentre attorno scavano fossati.
Ho vecchi doni, tracce di passate considerazioni, che fanno compagnia più dei ricordi, e suonano come usano le voci antiche, dolci e sommesse, intonate nel coro assottigliato. Molto è diverso d’allora ma ciò che resta non sono gusci vuoti, residui di vita altra che la risacca del tempo allinea e toglie dalla riva, no, sono miracoli di vita che si trasforma e ancora estende radici assetate. È buona con noi l’età se cerca limpidezze nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende. Distratti abbiamo percorso le stagioni, c’era la foglia e il fiore, e splendevano al mattino, nella bellezza loro cantavano I colori donati senza ritegno agli occhi e al cuore e seguivano il tempo senza opporre fatica al pifferaio lieto, ora sono gemme fiduciose impavide nel gelo in attesa della promessa primavera. Siamo rimasti non so quanti, un tempo ci conoscevamo tutti, alcuni han salutato, ed ora il coro è mutato, quasi un quartetto d’archi dove la furia posa, ed emerge la passione quieta d’una carola sommessa, guardo e mi soffermo, come a ripassare una parte appresa, una musica che torna alle labbra, lieta.
Nei natali vissuti la mappa delle attese, del nuovo che attinge alla speranza. Nei ricordi trovo chi ora sono, cosa si è compiuto, quello ch’è mancato. Ho una vita di natali diversi, di caldi pensieri scivolati nel sonno, di neve e cappotti spinati, di sciarpe rosse e guanti di lana bucati, di trepidi ultimi giorni di scuola, di interrogazioni e disfatte, mai perdonate nelle pagelle a gennaio. Le notti di Natale a lungo ho cantato e anche quando più non credevo ho sentito l’amore che univa I giorni e l’attesa. Ho visto persone vagare le notti della vigilia e nessuna chiesa li cercava, quando al freddo guardavano le luci, chi usciva felice, finché il portone chiudeva, allora s’allontanavano nel buio in cerca di risposta o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava. Chissà che fine hanno fatto tante tristezze sotto il cielo, dove hanno riposato, e cosa è stato per loro il mattino di festa. Ogni anno la neve ho atteso e qualche volta è accaduto, allora c’è stato il gioco e la gioia, le guance infuocate il cappotto con i segni delle risate, poi a casa la cura, la cannella, il vino bollente, le mele una carezza sui ricci e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà. .
Ero lì a cena l’antivigilia di natale, le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, si mangiavano verze e cotechino e questo faceva ridere parecchio. Entrò un’orchestrina di fiati. Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. La cosa mise un’irrefrenabile allegria gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli urlando e poi ridendo, assordati, c’affrettammo a dare mance generose e loro, i musicisti, riprendevano con un bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò tra le note di un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto distintamente disse: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò. Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.
La città sembrava inerme, pacifica, ma incredula per le prime occupazioni. All’università gli studenti volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale. Bestemmie, in un dialetto che le intercalava. Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili, altrove, però, nell’oscurità torbida di rancori mai sopiti covava uova di serpente. Tornava il nero che mai era morto per davvero. Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano, troppo intelligente per non essere parte d’un oscuro piano, di quella destra che s’era esercitata nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città e soprattutto me, furono i nomi dei fascisti rivelati. Quel Freda con lo studio d’avvocato davanti alla biblioteca dove studiavo, che beveva il caffè dove anch’io andavo, e poi quel Facchini, conosciuto da ragazzo. Abitava allora vicino a casa mia, molto per suo conto ma anche lui i fumetti li scambiava. e mostrava con orgoglio la sua abilità nel costruire radio e nel trafficare con resistenze e condensatori. E in quella valigeria di piazza Duomo, s’erano comprate le cartelle per la scuola, la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle. Tutto era concentrato in poco spazio, in persone e luoghi noti, in cognomi e in mestieri usati, ma sembrava che oltre l’apparenza sempre ci fosse ben altro d’importante. Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi, dalle cui scale volò il bidello era un posto come un altro, ma lui aveva iniziato a dire di questo nero di città. E poi un filo ricuciva nella mente Il rettorato ch’era saltato in aria poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher, fatto con noi studenti. Ricordo ancora le sue parole, che citavano quelle dell’amico suo Marchesi: neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università, volete farlo voi? E noi non occupammo il Bo, tramutando quella sera la protesta, in un corteo. Dopo scoppiò la bomba e il caso evitò la strage non la volontà di chi la pose. Chi doveva capire non capi e chi sapeva preparava altro. Ricordare quegli anni è ricordare ciò che venne poi : Iniziava la stagione del terrore, la paura di viaggiare sui treni e capire che quelle uova di serpente, quel nero, non se n’era andato mai ma aveva figliato. E figlia ancora, molto più indisturbato.
Sono rune le emozioni d’inverno, calligrafie che cercano chiarezza, s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve che cercano nutrimento per aggiungere del tempo. Nell’invenzione del futuro s’è cancellato il presente, e la speranza porta fatica al nuovo giorno, attendo si ricomponga un disegno, un linguaggio di poche parole. limpide di chiarezza e semplici da dire.
Quando sono partito il treno era colmo, un pomeriggio di festa e di folla che andava, le storie di ognuno raccontate ad alta voce, sembrava fosse un vagone d’allegria, La mia tristezza taceva e cercava un rifugio, ero giovane allora, le rune parole smozzicate per trattenere il pianto, nel tempo si sono poi mutate in segni d’una partita ancora non giocata, ora dicono e nell’ascoltarle c’è silenzio che scava legno, acqua e pietra.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
La luce è a volte così stanca che si piega e dorme appena fuori del cuscino, così l’aria nella notte ascolta e nutre il respiro, al buio vede sogni e pensieri che si annodano dietro gli occhi chiusi, i timori che si vestono e danzano parlando nell’orecchio. C’è un tepore di corpo e piuma: una nuvola senza tempo s’aggira tra veglia e sogni, mentre le cose si dispongono in attesa, tace il buio, finalmente, e ancora l’allodola non canta dal caldo del suo nido.
S’è sparsa la luna nel cielo d’inverno lotta con la nuvola che l’abbraccia c’è calma di vento e l’aria cade fredda, pioggia sottile d’ozono e polveri. La salvia dialoga col mirto e il rosmarino, tra loro l’antica rosa che ha perduto ogni foglia e attende che qualcuno la protegga. Insetti voraci nella notte ancora si satollano prima del sonno nell’oscura Terra. La luna esce fulgida e illumina le cose, senza un gremito, lamenta ciò che vede e ascolta.
L’ho amata questa mattina. Ancor prima che nascesse, l’ho sentita entrare nel tiepido del letto. L’ho amata nel cielo grigio senza luce, nella prima pioggia, nel freddo della notte. L’ho amata nella sua luce d’acquario, nel profumo del caffé che sale, nel sottofondo di radio 3, nella musica che conduce il cuore. Magia d’un silenzio che si fa parola.
Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta, proporre i miei pochi ricci, e portare dentro bottega. Ha le parole guardinghe di chi non conosce, il tempo che batte la vetrina, e la strada con le auto ormai troppo grandi. Ci sono ancora per fine anno quei piccoli calendari dal profumo sguaiato? Prima ciarliere, le forbici ora esitano, lo specchio rimanda il viso stupito, tra ironia e ricordo, si schiara la voce, tra poco la pensione lo porterà altrove, e l’asciugamano umido e caldo sul viso è un abbraccio tra vecchi.
Inutile, come il rintocco lontano, il ricordo si sveglia è bronzo pensoso, traccia d’aria e di colore sulle cose. C’è il borbottio del sole d’inverno, quello gentile sui vetri, che accarezza la neve, e s’accontenta di brillare la pioggia, dolce senza illudere mormora la stagione del gelo.
Tra oggetti ora fidati le cose si sentono scordate, ma attendono, madie ricolme di pazienze infinite in cui si consumano, eppure stanno, certe d’essere riprese. Con gli anni s’affinano I mesi, i minuti stanno al loro posto, solo gli anni s’ammucchiano e l’inutile diventa arco di stupore, molto si è compiuto ma ciò che attende è nuovo, come quel germogliare di cui non si conosce la foglia mentre la radice è parte di noi e beve nel mondo. Ho amato e il cielo rammenta, urge la vita in questa unione in cui ogni segno è curvo come cuore forte e paziente. Se stendo le braccia alla luce ne sento il battere dolce.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
È lo sfogliare quieto del catalogo già visto, la vita scorsa: figure e tratti di discorso attirano interesse e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato. Ozio pensoso per il freddo sabato che già novembre saluta e fugge dalla calca e dalle luci delle feste.
Il giorno s’addensa nel tramonto freddo del colore pieno che riga l’orizzonte, è l’aria limpida che lo scrive e porta il sospiro lieve della notte. Poi sarà il laborioso sonno a traboccare dove tessono I fili mai tessuti e le trame inusitate. Storie dal senso arcano di figure amate, sicure di sé interpellano, tra enigmi ed emozioni.
Ci penserà il mattino, con luce piena e fretta di pulire, a cancellare quel dirsi perentorio e senza luogo. Ma cosa sono quelle briciole rimaste? Colori e pezzi di vissuto da spargere nel giorno, come coriandoli di festa all’usato nuovo che già urge l’attenzione.
Possiamo riflettere serenamente sul risultato elettorale e mi limiterò a questo, anche se la partita politica che si è aperta riguarda le politiche nazionali future. Due regioni importanti del sud, Campania e Puglia sono andate al centro sinistra. Sommate alla Toscana, pareggiano il conto numerico, della tornata elettorale. Difficile individuare elementi di discontinuità nei programmi, che sono elenchi di intenzioni e desideri. La novità toscana e campana è il comparire di liste di sinistra che si collocano oltre lo schieramento e che raggiungono percentuali vicine al superamento del quorum di ingresso nei Consigli regionali. L’astensionismo ci certifica che ovunque perdono, quelli che non vogliono enti locali distanti dai problemi del territorio, dei suoi abitanti, del futuro loro e dei loro figli. Le regionali hanno evidenziato che c’è una parte maggioritaria di elettori che non vota più. La sinistra ne è più colpita e ciò si deduce dalle percentuali che rimescolano i votanti mentre diminuisce Il voto assoluto.
Questo fa molto bene alla destra e giova alla sinistra neoliberista.
Né l’uno né l’altra, per questi elettori non votanti, rappresentano una alternativa o una speranza. Il non voto è stato rappresentato a lungo con metafore vegetali. Praterie, boschi, ma in realtà si tratta di un voto da conquistare con una proposta che sia alternativa e concreta. Orbene, a sinistra, nessuno, sottolineo nessuno, ha ancora proposto una sintesi tra diritti e cambiamento, tra equità e crescita, tra gestione della cosa pubblica e legalità, tra il dire e il fare che cambia le vite di chi dovrebbe essere rappresentato. Sembra un luogo comune ma non è evocando il nuovo che esso si realizza, è lottando per esso che le persone sfiduciate riconoscono coerenza e concretezza. E forse possono dare il loro consenso a chi risulta credibile oltre le parole, quando vengono sostanziate dai fatti.
Quindi lo spazio per chi vuole pensare, agire ed essere, a sinistra c’è tutto, ma è faticoso. Implica trasparenza e coinvolgimento di chi elegge, comporta che anche in coalizione ci siano principi che non si negoziano, obiettivi che sono una verifica interna di coerenza oltre ad essere risultato tangibile. E se i protagonisti di questa nuova sintesi sono giovani è meglio, perché nessuno dei “vecchi”, può fare il protagonista di qualsivoglia cosa, parlo anche di me stesso, al più possiamo essere utili . Il fatto che sia stato messo il privato davanti al pubblico, esaltato il successo individuale come misura della benedizione del dio del mercato contro l’idea che pensare agli altri sia vecchio e residuale, ha tolto una prospettiva comune al cambiamento. Ha fatto un danno assoluto perché ha tolto dalla politica una società per cui lottare. Sinistra Futura, l’associazione politica che coordino, parte da queste consapevolezze e cercherà di costruire con chi è disponibile, una proposta sociale alternativa, che è generata dai problemi di chi non ha difese, di chi vuole giustizia sociale, pace, un ambiente sano in cui vivere e un lavoro che porti con sé la crescita e l’equità. Il lavoro di chi non accetta il politicismo come fine della politica e mezzo per il potere personale, continua con più forza e determinazione oltre il voto. Interroga, propone, pretende il giusto e si vede dalle iniziative che si moltiplicano per la pace, per la difesa del lavoro e la sua dignità, per avere servizi sociali, sanità, scuola in grado di assicurare benessere ed eguaglianza.
Siamo liberi se le idee sono forti, se siamo disposti a lottare per esse. .
Decifro le mie vecchie annotazioni contendono il margine nei libri, hanno il candore degli anni, tremori inutili di senso. Le parole hanno scadenze e paure, e il significato è voragine ma spalanca fondi luminosi, e vedersi può accogliere il limite, il suono che non torna, ricordare il sussurro che fioriva e arricciava il labbro mettendo il pensiero nel sorriso.
E ora ciò che è stato è aria, traccia che conduce, come il profumo della rosa impavida che solitaria affronta l’inverno,
Dallo zaino riposto esce un rivolo di sabbia, l’odore di battigia e il profumo del sole sulla pelle, tutto congiura lieto nel pensiero d’un allora diverso e stato.
Da qualche parte nascerà il mondo nuovo, non dubitatene. Scorre nel sangue, s’ annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Sarà con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. I sentimenti hanno misura solo nell’uomo senza amore assieme diventano fiume e mare. E’ un bisogno di vita, non un desiderio e così emergerà, prima, come grido di pochi, poi crescerà e dilagando farà battere i cuori, scaldare le tempie. Farà esercitare le intelligenze, per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.
Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.
Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.
Cosa ha visto il vecchio comunista palestinese, la sua vita è lunga, i suoi occhi sono chiari, le parole scandite, aguzze pietre intrise di terra, ricordo e presente. C’è l’ombra di un olivo, s’appoggia appena e toglie il sudore il dorso della mano, il pensiero segmenta la vita, il passato, l’attesa, il dolore. Il quotidiano fare, l’amare, sperare. Non c’è futuro senza paziente lotta, senza il bene che è giustizia. Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso e nel dar vita alla terra amata e stenta è resistenza, l’olio profumato e il grano. Essere per i giorni che verranno, sentirne il profumo nel vento che il sole riscalda e a sera rinfresca e parla di casa come una carezza che fiorisce dalla pelle dura di lavoro e d’amore.
Nel pomeriggio radioso lungo una banchina di stazione, o la sera in un bar di periferia, tra chiacchiere e fumo tazze orlate di schiuma e bicchieri bagnati di birra, qualcosa si rompeva incidendo la carne. Parole senza tempo né luogo e neppure creanza, irrompevano nell’estate che si apriva alla festa, o nella riva ancor calda del mare d’ottobre, ridevano di noi, dei nostri passi nudi tra sassi impietosi in torrenti a primavera, erano il tempo che illude il suo compiere e piccoli addii per costellare malinconie ed errori
per fortuna vissuti. Così riposta la memoria, alimentato il rimpianto, è rimasta una scia, di scarpe lasciate a fianco dei cassonetti di città, per rinnovare il cammino, ma conservo il giallo dei tigli di maggio, la ferocia dei tannini di noce, l’asprore dolce dell’uva da vino e la bruma dell’erba dei mattini d’attesa. Non ho memoria di ciò che ho nascosto ma stanotte I tuoi sorrisi erano luce nell’ombra, quieti I timori posti nel canto del futuro subito, e tra notturni sogni di fuoco e di polvere, c’era l’ultimo calore condiviso nel cielo impietoso che stringeva l’abbraccio. Nulla s’apprende, nulla che conti, l’amore, la gioia sono sorprese, e nel loro riflettersi la luce si perde, in un gioco di specchi dove la sostanza rapprende e nasconde, ma non trattiene qualcosa di rosso ed è nel lampo che il moto degl’occhi intravvede d’essere stato e non ancora compiuto.
Apprestarsi al meriggio, fidando nei gesti appresi e all’avaro pensare, al fraintendere che è richiesta. Scorrono semi d’intuito, scintille che non appiccano fuochi, e anelano aria pulita, come la mano che sente dell’acqua la carezza ne scioglie gl’innumeri fili. È così l’aria che di noi serba impronta e mescola allegra ignare persone, e non conosce la direzione del caso ma avvolge di refoli tiepidi la pelle, il viso, il corpo che l’accoglienza indiscreta. Così è la luce, e il sospendere la penna sul foglio, aspettando che la parola si colmi, mentre è il senso che riempie e ferma ogni tempo, lo confonde, lo quieta. Dolce e inerme, è il restare, sospesi e inconclusi come ogni buono che ci attende.
Chiusa la porta ora l’aria è una lama che sfugge, la luce batte sui vetri, sgomita, apre varchi, chiede alle probabilità, che gli occhi socchiudono, che il sogno inizi. Là dove il verde si guarda e s’intenerisce di sé chiedi a chi tiene conto, dei fili dell’erba, d’ogni orma passata, del volo in ogni sua specie. Vedi come scava la luce nei muri, cogli l’ombra dei passi che addolcisce la pietra, E senti del cuore gli inciampi, il canto sommesso delle cose in disparte, e il dire tuo, nel pensiero che esita, diviene cura eccessiva del gesto, sino al sospiro che ammutolisce. Immagino la penombra, il rumore della quiete e l’offerta che sceglie, dal senso la forma del dirlo, accosti il sentire come fosse colore e dissona o converge del tutto la piena armonia.
Le parole sono imprecisioni del sentire che attende di capire. Noi che innocenti diciamo siamo i mediatori dell’attesa. So che non è risposta al percorrere il profondo, ma così il pensiero corre libero fino ad inciampare in una riflessione che fa ciò che deve e si sofferma e guarda la nuova luce generosa. Poi dirà qualcosa fuori tema a sé, le cose migliori nascono dalla fatica del niente dalla mente che ascolta e accoglie senza chiedere.
Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo. Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva in esse ma non restava traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme. Neppure una certezza, solo la speranza che la morte fosse stata immediata. Che non avesse pensato e sofferto troppo. Nella concitazione della battaglia e nel silenzio che la seguiva, di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia così restò il nome. Morto definitivo. Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che lo sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati. Si difendeva nascondendo I semi nella polvere e nel sangue, mostrandosi petraia bianca, aspra. Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde. Di Te non restava nulla oltre al nome, con quello ti hanno sepolto. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, quelli che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma loro vi volevano, vi vogliono? Gliel’avete mai chiesto? Immagino che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline tra voi soldati. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme. E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio, con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro. Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto senza di Te ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque. Tutti avete lasciato traccia in noi. Voi tutti. Siete.
È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo, cucirli d’ordinato andare mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo. Dolce è passare il dorso della mano, e scrivere immemori il vapore, presi dalla trama delle gocce che corrono e cancellano la storia. Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto, è tenera la penombra della quiete prima della lampada, che rammenta il segno d’un rumore antico. Il pensiero annusa il tempo e taglia il cotone con forbice affilata, attento al gesso dei confini, per cucire una sorpresa stata. Come voce nel teatro vuoto, nella casa dagli accostati scuri, la notte entra staffilando la residua luce, il credo dell’amare è rimasto a guardia del sentire.
La porta a due battenti, le due palme, il viale sassi bianchi di torrente, sono ingresso alla vita che si srotola, corsia di fatti, trama e ordito. Una foto color seppia ritrae la casa, l’ uomo al centro stringe una borsa come l’urgenza che lo chiama ad andar via, ai suoi lati moglie e figli. sorridono stupiti per la fotografia. I pensieri si sono rappresi allora e se anche il loro tempo si sforza non potrà tornare.
La casa del dottore aveva una porta ad arco, due finestre ovali ai lati, un viale di sassi bianchi arrotondati dall’acqua di un torrente, due alte palme si guardavano prima del selciato, tappeto prima della casa, era di trachite grigia a rettangoli spaziosi, aveva accolto giochi e tavoli d’estate, timidezze prima del bussare, occhi bassi e sorrisi al cielo nell’andare.
Al dottore nel 1927 la bicicletta fu rubata, mentre di notte aiutava un parto complicato. Tra luci fioche la vita faticava a uscire, e lui ragionava, cercava soluzioni nell’ arte appresa mai per ciascuno eguale. Infine tutti erano immersi nel sudore la mamma, il bimbo appena nato, il dottore. Del furto parlarono I giornali, ma non dissero ch’era tornato a piedi nella nebbia, tra capezzagne e fossi, nel buio Il cappello grigio era ben calcato. Più della pioggia, i pensieri, la soddisfazione, dai salici il viso carezzato, con la borsa stretta in mano, nella notte vagava tra campagna e case. Cercava il ricordo d’una strada e ancora udiva del nuovo nato il pianto stretto alla camicia di mamma come la sua madida di sorriso e bianco.
Tornava spesso tardi, dalla casa, sul sasso bianco di torrente, si sentiva il passo, nella notte sempre atteso e stanco.
La casa ora resta sola, dopo la tangenziale, isola tra case, e dietro il muro di mattoni, c’è il piccolo viale, tondi sassi di torrente, due palme e un selciato, sulla porta nessun nome, solo la foto color seppia a ricordare che molto era dovuto a chi qui era vissuto.
Perché scrivere pessime poesie, se non per dirsi che si vive, che si sente nel rumore del mondo ancora l’uomo e la sua cura. E attorno, guardando, preziosa è la pace del colore senza tempo, del suono d’acqua sulla riva che afferra e si ritrae. Lo sguardo scioglie sé nell’infinito ed è finalmente piccola cosa senza pretese e ordine, vibrazione quieta d’universo che il suo posto e luogo sente e vive. È allora che la speranza incredula emerge e attinge al buono senza nome o dimensione, senza cinico rifiuto della grammatica realtà, e delle sue terribili parole mutate in ferocia e sangue e rovine e terra e pianto. Dire bimbo o donna o vecchio è già dolore e nel sentire la violenza nasce l’agire, il disgusto per ciò che piega le menti oltre la maledizione di Caino. Si scontra in me la realtà nel dilaniarsi d’ogni comprensione col bisogno d’una quiete dove l’animo si posi, e poi riprenda la paziente lotta.
Forse perché la giovinezza non finisce mai il tempo scorre, ma amico a noi rallenta, e trascina nel vivere tristezze e gioie che sgorgano in progetti e incauti entusiasmi, così si vedono le giornate che aggiungono e poi tolgono, mai banali per davvero, mai prive d’un colore, d’uno sguardo che stupisce e allegra, ed è scoperta d’un vivere in cui v’è posto per diversa attenzione e meraviglia. In questo vivere gli anni, come costruzione e attendere ch’essi donino cura, s’anima la speranza dell’amore. Sentire di cui si sa molto e nulla, oggetto per timido timore d’infingimenti e oneste ritrosie, ma vitale e vivo, come usa la perfezione senza pretese, ch’è finestra felice aperta all’aria. E anche quando l’impalpabile è freddo Il desiderio alla limpidezza muove gli occhi, dice che tutto è difficile e promette, ma che anche il bianco e nero è così ricco e profondo di colore.
Certe sere sto zitto, guardo l’ombra che si prende l’erba, mentre l’anima scrolla il peso del puledro che vuol correre da solo. Il cielo distilla acqua mescolata a luce, la dosa sulle foglie, in gocce la rapprende, e lo sguardo vede gli attimi di tempo che scivolano nell’erba. Libero è il pensiero, dolce entra nel ricordo, che mai è lo stesso, ma nel piatto non muta la pesata. L’erba, a volte la luce riflette, altre l’accoglie e la trattiene così d’ottobre s’affolla ciò che è stato e si riordina in ciò che innanzi viene. Star zitto è bisogno di rispetto e quiete, assomiglia al gatto sazio e al suo riposo che non chiede. Verrà la stagion che viene più lenta, forte, chiara e gentile a noi e ciò ch’è stato in essa spero sia fertile seme.
La sera ghermisce luce e case, spinge il pensiero dentro bozzoli sicuri, è l’aria che distrae, sceglie colori, coglie attese, mette improvvisa fretta a gambe e auto. Nella luce che traccia grumi d’ombra c’è un riposo del sentire fatto di garza, pronto a rapprendere in parole, e sorrisi, e dita che sfiorano le dita. Parla il tempo con la luce, ora è foglie e cioccolata, sussurri ritmati dai cucchiaini nelle tazze, occhi che cercano, e la voglia che la notte non porti altrove. Si sta così bene qui, tra luci gialle e voci sovrapposte, si sta bene nel pensiero traboccato, spanto sui tavolini come sentire. Immersi in luci che sembrano riflessi le parole ancora taciute, sono calde di azzardo e timidezza. Gli occhi s’alzano, benedicono la stagione del tepore, guardano nella via dove scorrono auto e gambe veloci, e s’intrecciano I destini evocati dai portoni aperti con intenzione. Sopra la città una cupola di luci tiene assieme ciò che non si conosce con i sentieri dei corpi e dei pensieri. Scie scrivono ovunque, il desiderio di non essere mai davvero soli.
I gesti che si ripetevano erano aria smossa che subito si ricomponeva, ma serbava memoria come accade alle cose e ai suoni. Gli anni chiedono dell’amore, delle sue occasioni, a chi accumula tenerezze e malinconia, e ne tesse abiti per la notte quando gli occhi guardano il soffitto e i minuscoli chiarori sembrano lampade che rivelano il senso di ciò che è stato. Nelle stanze, sulle pareti e nelle parole che piano si rincorrono stanno viottoli nell’erba, strade senza pretesa che conducono lontano, vicino è tutto ciò che è pace nel cuore inquieto il vero si nasconde ma interroga e conta le albe passate. e i giorni e le vie percorse, tra pietre divelte dalla furia del nuovo. Sui muri il segno aggiusta l’inquietudine di tante proteste, e il luogo dove tornare ha perduto le tracce dei colpi di tosse, gli scalini scavati, il profumo di caldo e di cibo, la sera. Il passo ha il presente e il futuro e i particolari s’affollano, vociano e mostrano istantanee su cui scorre il pensiero e morde l’assenza.