approssimazioni all’apolidismo

approssimazioni all’apolidismo

 

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Camminare, ancora camminare, per percorsi circolari perché sempre si torna, perché sempre c’è un’ora in cui le cose si invertono, perché perdersi è l’orlo della follia, l’emergere dell’insicurezza di sé. E noi abbiamo bisogno di sapere chi siamo, che poi è dove siamo e che ora è del giorno, in che mondo viviamo. A questo servono i notiziari, i giornali, a dare conto della sicurezza che il nostro mondo esiste, che ha nefandezze evidenti ed eroismi nascosti. Abbiamo bisogno di concludere che la realtà è quasi fuori dalla nostra portata decisionale ma non del tutto e che muta con noi. Guardiamo il mondo dietro una vetrina e pensiamo che qualcosa passi con lo sguardo dall’altra parte. Almeno finché sappiamo dove siamo. Sapersi è confinare il pericolo e la sua paura, dare un posto tranquillo a noi e una possibilità all’amore e al suo bisogno.

Le vite, penso, sono un ancestrale controllo dell’insicurezza ed è così rara la libertà di perdersi perché in essa c’è la follia oppure un fidarsi estremo di sé.
Cammino in fretta tra le luci di un san Valentino municipale, luci in attesa d’essere smontate. Mai come quest’ anno l’amministrazione cittadina è stata prodiga di luce, forse a raccontare che è cambiato qualcosa di profondo, che una nuova stagione viene e muta la città, e con essa i rapporti tra le persone. Più luce e più festa, più condivisione e maggiore crescita assieme. Naturalmente non è così, ma sembra il messaggio che i nuovi amministratori ci provano e pur mettendo assieme desideri e pregiudizi diversi, molte parole ripetute e fatti incipienti, mescolano la volontà con il tempo che corre per suo conto. Una sorta di esorcismo e così flussi negativi devieranno fuori da questo territorio che vuole star meglio. Come in una città medievale ci si chiude in una realtà ristretta, la città è cinta da lunghe mura e ciò che minaccia scivolerà all’esterno. In quella luce di festa residua si può guardare con fiducia al presente e al futuro. E creare il nuovo nella luce dove non c’ è nulla da nascondere non è forse la cosa più bella che si può regalare alla consapevolezza? Oppure non è così (penso) e tutta quella luce serve a distrarre da ciò che si annida nell’ombra?
Segni ovunque, incuria e comunicazione, leggo simboli e li rivesto di significati impropri. Che m’assomigliano (penso), sono loro che si sono assunti il compito di parlare ben oltre l’ evidenza.

Mi viene da ridere perché ciò che pensavo non era la realtà ma un desiderio e se con i desideri si costruisce il mondo, io di desideri ne ho pochi, poche passioni e molta stanchezza. Non fisica, o almeno non cosi pronunciata da impedire di fare ciò che voglio, ma stanchezza di una lotta infinita. Penso al lottatore cosparso d’ olio che a metà incontro vede sia l’ avversario che il tempo senza limite che sta innanzi e viene preso dal dubbio su di sé, sulla sua forza, sulla capacità di resistere. E si chiede ragione di tutto quello sforzo, della fatica immane che l’aspetta. La vittoria si allontana e la sconfitta si aggettiva nell’ onorevolezza. Perdere con onore, sì va bene, ma vincere ha un altro significato. Combattiamo per una causa giusta e vinceremo. Parole ormai antiche a cui bisogna aggiungere il tempo: non importa quanto ci metteremo, cambieremo il mondo in meglio, lo renderemo più giusto, più eguale, più umano.

E vincere è tirare una linea che distacca dal passato, che diventa definitiva perché poi si può anche cadere. Le acquisizioni non sono per sempre, però è la vittoria che porta avanti. E nel momento della stanchezza bisogna attingere a risorse nascoste, credere nelle proprie capacità di influenzare il corso degli eventi. Questo è il mio stato (penso), ma sono stanco.
Camminando i pensieri si quietano, si ordinano. Come il respiro hanno un ritmo. Dickens, ha raccontato bene la solitudine e in più, preveggendo, ha capito anche la solitudine del possesso e del lavoro che rapina su chi ha bisogno. Quando parla sullo spirito degli anni già stati legge il peso del non fatto. Il passato è ciò che non siamo stati, anche, soprattutto, ma c’è la possibile speranza dell’uscirne vedendo gli altri come sono, non come avversari o ombre. Quante solitudini ho confrontato con la mia, e sapevo che non erano confrontabili perché nessuno sente allo stesso modo ma al tempo stesso c’è sempre la speranza di mettere assieme un desiderio, un ideale, un modo di vedere sé e il mondo. Ero giovane e vedevo che attorno si disseminavano donne e uomini che la società espelleva come disturbanti, persone che si ubriacavano per dimenticare, che usavano tutto quello che avevano a disposizione per accentuare una differenza, come a dire: se non ce la faccio a essere come voi, guardatemi pure come posso peggiorare.

Quelli che nascondevano sotto patine di normalità e perbenismo questo stordirsi di percezione erano i peggiori, facevano finta e stavano mentendo a se stessi oltreché agli altri. L’ ho fatto anch’ io (penso), con moderazione, ma l’ho fatto. Mi sono stordito di speranza, di possibilità di mutare me stesso e il mondo e poi col tempo ho capito che cambiarsi era una faccenda lenta e complicata che includeva molto di più che l’accogliersi e l’evolvere assieme. Era più facile essere qualcosa di adeguato subito, ma se non ti viene che fai? L’adeguatezza è un criterio che viene esaltato, che premia immediatamente e per essere tale deve includere anche la diversità, ma compatibile. Non è questione di educazione, di regole di convivenza ma proprio di conformità. Anche l’individuale deve essere ricompreso in un infinito bon ton dove solo ai geni è consentita la diversità più accentuata, ma bisogna essere geni.

Funziona così in politica, nell’economia, nei rapporti sociali e mi chiedo che fine abbiano fatto i devianti conosciuti. Quelli che si ubriacavano per solitudine le notti di tutte le vigilie d’una festa, quelli che studiavano con me ed erano scappati via, chi avanti, chi nella droga, chi nella follia, ma anche quelli fuggiti dall’Italia perché già allora non c’era una buona aria per i diversi. E di quelli che non ce l’avevano fatta ho ricordo? Si erano persi, scegliendolo, qualcuno l’avevo pure incontrato nel lavoro, dopo anni, ricoverato in luoghi che assicuravano la sicurezza che dentro non erano riusciti a mettere assieme.

Si scrive una lettera mettendoti alla fine? Perché questa è una lettera e tu lo sai. Tu che hai collezionato una bella serie di sconfitte diverse e simili alle mie non me le racconterai mai. Sei distante, magari giudichi inutile il ricordare e forse pure il vedere questa realtà che costruiamo noi pian piano in posti diversi. La realtà siamo noi, mi ha detto un’amica, ed è vero, siamo una casa sull’acqua. Una palafitta. Sotto scorre il mondo che ci riguarda solo quando esonda, quando trasuda dal pavimento su cui camminiamo e la realtà è questo attorno che è fatto di difese. Un tempo, prima di partire, hai abbassato le armi: mi hai detto che la vita era altrove e sorridevi di questa avventura che si apriva. Poi il buio tra notizie frammentarie, una cartolina, le mie respinte per il mittente sconosciuto. Diventiamo sconosciuti per scelta, per arroganza, per autosufficienza o per incuria. Meglio l’ultima anche se non fa bene e fa capire chi è passato sotto nel crivello dell’importanza.

Ci stai ancora con qualcuna? Oppure sei un solitario, che inquieto cerca giovinezze impossibili? Sei stanco di praterie e di città, di campus e di conversazioni al bordo dei barbeque?  Magari nelle conversazioni usi ancora i luoghi comuni che abbiamo condiviso, stupirai e spiegherai, traducendoli nella tua lingua, che sarà pur matrigna ma che in fondo ti ha dato molto di più di quello che trovavi qui. E sei ancora diverso o ti sei bruciato il cervello in qualche solitudine nuova dal sapore antico? Ieri sera ho visto un programma che ha fatto mio figlio su San Remo, c’erano canzoni che abbiamo vissuto assieme. Ho pensato che le canzoni parlano molto di noi e che non avere più coscienze critiche e canzoni che narrano la realtà ci costringe a confrontarci solo con la nostra. Le tue canzoni, dopo, sono state diverse e le mie sono scivolate nella musica antica. Lo sai che la nostra epoca assomiglia al 1600 per insicurezze, false notizie ed efferatezze? Ma in fondo è solo un modo per cercare similitudini a quello che non assomiglia e quando ci si trova dopo tanto tempo, non si sa di che parlare oltre la curiosità di capire dove sta l’altro. Questo è un paese per vecchi, ma tu lo sapevi già da giovane, questa era la tua diversità che si accettava con fatica.

Non sapere nulla mette tutto il possibile, ma mi hanno parlato di te, dell’agiatezza e della precarietà, dell’ultima volta in cui, per caso, hai parlato di te e di noi. Era tempo fa, in un luogo che non è luogo. In italiano apolide.

il giorno dopo san Valentino

il giorno dopo san Valentino

Mi ha preso un’euforia leggera. Quel modo felice di vedere le cose, le persone che fa cogliere i particolari, pensando siano rivolti a me. Non come persona ma a me come attenzione e che dicano: finalmente ti sei accorto che ci siamo, c’eravamo anche ieri, anche prima, ma eri distratto, non ci mettevi nella tua vita. È uno stare che assomiglia al guardare il soffitto dopo aver fatto l’amore, quando ci si accorge che la luce disegna per suo conto e gli occhi si socchiudono sprofondando in una leggerezza stanca e felice. Sarà per reazione ma il giorno dopo la celebrazione luccicante degli amori, le cose scorrono lievi e naturali: la cortina breve di gelo nell’ombra cede al sole, l’aria ha già parecchia primavera dentro e mi pare di capire bene che amare non è un verbo ma una condizione personale, che ci riguarda e ha vie proprie.

Il giorno dopo san Valentino si può amare la limpidezza, il gesto, l’aprire una finestra su ciò che ci riguarda  e dimenticare che giudicheranno il nostro amore. Parl3eranno di ciò che non sanno e non vedono, ma questo non li fermerà nel catalogare l’incatalogabile. Assomiglieremo, per chi guarda, a qualcosa di conosciuto anche se non è vero, però non importerà. Quello che c’è un giorno nell’anno non ci manca mai e anzi c’è di più nei giorni successivi o antecedenti perché è diverso prima di essere uguale. 

Così mi piace il giorno dopo che non è un passato, mi piace ciò che è complicato da scrivere,  da dire e a volte neppure facile da vivere. Mi piace scoprire che in ogni particolare c’è un pezzetto di quell’amore che fa vedere, che chiede di condividere. Cura anzitutto, è condividere: comunicare ciò che senti. E non importa se ciò che si racconta è grande o piccolo, è importante in sé, è un’attenzione prima che un’attesa.

Il giorno dopo san Valentino, ma ogni giorno in cui mi rendo conto che amare è una condizione necessaria e mai sufficiente, mi piace lasciare che questa sensazione avvolga, che incarti qualcosa che per commozione si scioglie e che imbeva questa carta di giornale, di realtà, facendosi più forte di essa. Mi piace pensare che essa coincida con l’infinito da scoprire e che ci siano parole così belle da pronunciare e che per questo non sono ancora state dette, ma sentite sì, intuite, accolte. 

Mi piace fischiettare nei giorni che non sono san Valentino perché ci sei e questo toglie ogni vergogna al mostrarsi felice.

e forse bastava l’ultima frase a spiegare ciò che non si spiega

 

la violenza che cresce dentro e attorno

la violenza che cresce dentro e attorno

E poi scopri che le statistiche hanno ragione, che è vero che le analisi delle questure denunciano meno reati, meno violenze  di dieci anni fa e che gli extra comunitari delinquono come gli altri, magari anche un po’ meno nei reati più odiosi, ma scopri anche che siamo noi ad essere diventati violenti. Siamo violenti virtuali, scatenati sui social e pronti a ingrossare la prima coda forcaiola nella vita. In questo tollerare, allevare violenza, crescono i nostri figli, i nipoti. Non esiste più ritegno, discernimento, capacità di vedere l’altro come uomo, ma è solo l’essere che ci contraddice, che non la pensa come noi, un nemico.  nel mare dell’indifferenza di ciò che accade attorno ci sono atolli di amici e di nemici.

Favino recita un monologo a Sanremo che vale l’intero festival, leggi i commenti e il bravo c’è, il plauso non si può negare all’evidenza, è bravissimo, dicono, però si critica l’oggetto, l’importanza, la canzone della Mannoia, che invece di queste canzoni di accoglienza che ormai hanno stufato come il nigeriano all’angolo, potrebbe cantare fratelli d’Italia, no? E visto che il festival si paga con i soldi degli italiani, qualcuno dice che si poteva parlare d’altro. Di cose nostre. Ne abbiamo di cose pulite e belle che non occorre dire, anche se bene, cosa prova un immigrato. E a spese nostre poi. E lo dicono in buon italiano alcuni, senza tutti quegli strafalcioni, quelle k da smartphone, e così la violenza diventa educata e forte, ha la pulizia di chi sa e non è più un’opinione, ma la disponibilità a essere folla, a giustificare, assentire, ad accompagnare un processo di segregazione. Di identificazione del nemico. 

E non crediate di salvare i sentimenti, di erigere muri invalicabili, quando la violenza diventa modo di pensare investe tutto, anche ciò che è vicino e ci contraddice. Siamo diventati più violenti e pronti ad esercitare violenza, occorrono capri espiatori per trovare ragione del malessere. Ma non basteranno, non basterà più raccontare balle, bisognerà inventarne di più grande. Anche le bugie hanno una scala e per far diventare nemico l’altro bisogna che la bugia sia adeguata allora si giustificherà qualunque agire. Violenza compresa.

E bisognerà trovare giudici consenzienti, giudici che guardino prima alle attenuanti e poi ai reati. Allargare le maglie della legge per far divenire la violenza un’opinione, un testa a testa prima virtuale e poi reale perché quando ci si guasta dentro non si distingue più, si è peggio e basta.

 

tana

tana

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Sotto le curiosità leggere e fugaci e verso l’alto ciò che con difficoltà si raggiunge,  s’intuisce frammezzo lo spazio sconosciuto. Nulla è superfluo e tutto lo è. La ricerca che non si chiude, l’interrogare per pezzi, in piedi. Il peso di ciò che sfugge mentre s’incastra e rammenta che il semplice non è la somma delle complicazioni, ma la loro riduzione a fatto. Di qua la complicazione e il suo servire, sia essa un treno, un libro, un aereo, un’equazione, di là il guardare, lasciar entrare, cogliere il limite come filo che conduce. Quanti libri si leggono in una vita? Hanno calcolato che 3000 è un numero ragionevole, ma quanti restano? Tutti, e tutti in quel libro che siamo noi. Io sono le mie scelte, ciò che non ho letto di me, ciò che sono stato, i miei luoghi comuni da smontare, quelle sensazioni che non ho ancora provato ma già si sono annunciate, sovrapposte ad altre più urgenti. E io sono semplice, non sono la somma delle complicazioni, dei funzionamenti, ma lo sguardo che curioso vuol vedere. Ecco la definizione del raccoglitore di qualsiasi cosa: lo sguardo che vuol vedere e non si sazia.

 

il ritmo del buio

il ritmo del buio

non si racconta il ritmo della notte,

mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,

non lo narrano gli occhi e l’indifferenza inutile d’aprirsi

o socchiudere

in fessure d’immoto rettile.

E cosa cercherebbe il nostro rettile mentre la coda interroga il terreno,

mentre qui sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia?

A chi dovrebbero chiedere ragione gli occhi se non alla paura,

l’unico legame che supera le specie,

e diventa smisurata e fluida

nell’imbibire ossa di sicurezze chiare,

nel penetrare foglie, pali e fondamenta

su cui la luce incauta aveva costruito il bello,

il quieto,

l’equilibrio indefinito

che si scomponeva nell’andare

ed era ben presente ad ogni passo,

e ad ogni sosta,  

e si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi,

ma non ora.

Nel buio, non c’è ritmo dell’andare

e l’acidulo dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento,

toglie lo scandire dei segmenti,

li trasforma in cerchi di gesso,

in vuoti di parole che si rincorrono uguali.

E non chiede permesso il timore,

educa senz’essere gentile,

insegna la somma precarietà di ciò che ci sembriamo

ricordandoci l’impalpabile non essere della solitudine.

E a te, che come un bimbo non sai il risveglio,

temi la continuità dell’amore,

a te che devi allungare una mano per sentirti esistere,

mentre scrolli il buio che ti svuota,

e non balli, non scandisci,

e non trovi le parole esatte dell’alleviare

dico che non c’è un ritmo nel buio,

non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via,

l’abbandono del cercare,

a te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza,

la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti

per chiamare tregua

e donarti lo sconcluso sonno. 

 

particolari

particolari

L’increspatura in un angolo, il ramo che appena spunta nel campo visivo, l’ ultima lama di sole sfuma l’ oscurità in segmenti d’oro. E legge titoli che si sentono abbandonati sugli scaffali.  Avevano il senso di una emozione, ora sono un contenuto a volte importante, a volte passato e testimoniano tempi e passioni. Che dire della con fusione se non che essa è un’ unione difficile, feconda, tirannica e rassicurante. C’è tutto il possibile non stato e il possibile compiuto. Tutto allineato, dentro e fuori, con fuso, e illuminato.

non ho mai smesso di occuparmi di politica

non ho mai smesso di occuparmi di politica

Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono,  non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.

Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.

Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.

Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.

Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.

Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.

Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.

Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.