nelle case calde e pensierose

nelle case calde e pensierose

Un sogno nero come la notte del cuore,

porte che si susseguono,

muri che assorbono gelosi il sentire e la luce,

e trattengono i sogni, le mute grida di nascite.

Ci sono stati litigi, poi pacificazioni inseminate di risate,
ma anche silenzi pesanti più della pietra,

e respiri che tenevano tra i denti parole ansiose d’essere dette.

Quante volte sarai ancora felice,

è stato sussurrato alla pelle,

ricorderai il luogo, l’ora, il calore che piano stempera nel sonno? 

Cosa ne rimane di ciò che dici perché sia duro nocciolo l’oblio,

e fulgida la sensazione d’aver vissuto?

Nelle case calde e pensierose, a volte, un naso si schiaccia sul vetro, 

gli occhi seguono il rincorrere di gocce che si confondono e ingrossano,

che sfociano in rivoli senza nome.

Un pensiero e un dito segue d’acqua una strada 

e poi torna a giocare felice.

 

caro noce

caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

bottiglia con lettera

bottiglia con lettera

Ci sono cose profonde, importanti, di cui si vede solo traccia dissimulata nei nostri rapporti. Non tutti hanno l’abitudine al lamento e il lamento non racconta sempre la verità. Cerco di lamentarmi poco: lo trovo un chiedere senza comunicazione, un chiedere momentaneo che non muta le cose. Certo serve un salvagente, ogni tanto, servirebbe di più saper nuotare, ma non è questo che ci rende marinai e neppure ci salva per sempre la vita e l’umore.  E così faccio fatica a raccontarti il tempo, il luogo, il mutare rapido delle cose e la lentezza con cui invecchiano pensieri, sensazioni, sentimenti. Un racconto è un prendere e un lasciarsi prendere, un atto d’amore insomma, che da forma a quello che trabocca, lo mette a disposizione mentre, sotto sotto, esige che vi sia una corrispondenza. Ci si scrive per ricevere risposta, esattamente come quando ci si parla, e aggiungerei che vorremmo essere stupiti da ciò che ci arriva: il fascino dello sconosciuto, della rivelazione che unisce ancora di più.

Non so dove sei ora, ti immagino in luoghi che ho conosciuto e che di certo sono mutati, ma per la mia percezione sono quelli e tu c’eri,tra colline, fiori, molto verde, strade e muretti a secco. E poi pietre, persone, acqua, anni, speranze, risate. Tutto coagulato nel sentire che a un nome corrisponde a qualcosa: il vero e l’immaginato. È la logica degli schedari della memoria, a loro modo vivi perché  aggiungono e tolgono ma hanno bisogno di un coagulo che li raccolga. E pazienti, attendono, che li si usi per mettere assieme persone e luoghi prima che un passato comune. Se vuoi che ti racconti di ciò che sento, devo dirti  che qui le cose hanno cambiato sembiante, ciò che accade non è bello. Non è quello che vorrei. Si diffonde una cattiveria senza nome che cresce, si concentra su un nemico, che non sarà l’ultimo, e tutto quello che disturba le vite non si risolve, diventa la nebbia dello stare. Ci si chiede: come stai? Ma di cosa si parla davvero? Del momento, della salute, del benessere, non dei pensieri, dell’equilibrio, delle prospettive. Se non c’è freno alla cattiveria, non dovrebbero esserci freni al bene, ma esso è più flebile, individuale, non diviene mai una spinta collettiva. C’è un ghetto del bene tollerato, tale se non assume comportamenti eclatanti, se resta nei limiti della carità e non affronta il cambiamento, altrimenti diventa sfida e disordine. Rivoluzione. Pensa la rivoluzione del bene, ci accontentavamo di molto meno, ci bastava una legalità fatta di buon senso, che privilegiasse l’uomo, non servivano né santi né eroismi, bastava che le cose, i destini e le vite avessero un peso adeguato e una possibilità. Questo era il nostro ragionevole bene.

Non so come sia da te, penso che non sia uguale ovunque, lo spero, ma nuotare nell’acqua inquinata intossica la mente, la rende prigioniera del possibile e non libera di fare il giusto. Ho pensieri scuri che le mie letture alimentano. Non sono diventato più ecologista di un tempo, ma vedo la rapidità con cui le cose non durano, si guasta la percezione di una costanza nel tempo che sia più grande dell’accadere giornaliero. Un tempo c’erano le eccezioni e le regole ora le regole hanno il colore tetro dell’eccezione. Temo per l’avvenire della specie perché tutto ciò che viene fatto conduce in una direzione di disastri e allora penso ai nostri concetti di eternità, le generazioni raccontate, il susseguirsi delle vite, delle fatiche, della coscienza costruita con fatica dall’uomo e della comprensione che essa ha generato.  Più che il senso dell’eterno, mi sovvien il senso della storia e la sua fine progressiva per mano dell’uomo. E cosa può fare l’uomo senza l’eternità che non sia un divorare bulimico di ciò che ha a disposizione?

Nei luoghi dove un tempo vivevo c’era equilibrio, c’erano difficoltà che un agire stratificato in tradizione rendevano gestibili, non mancavano tutte le emozioni positive che punteggiano la vita degli uomini, che rendevano eleganti gli infiniti presenti: il persistere. Una sorta di semplice dna cosciente e instillato in ogni cosa, nell’uso, nella trasformazione, nella crescita. In questo leggevo il tuo legame con ciò che facevi, la terra da cui venivi, la lingua raccontata e goduta, il muoversi nel tempo secondo cadenze che assumevano più importanza del lavoro e della stessa ricchezza. Cercavi il benessere perché così ti era stato insegnato, con la lentezza che devono avere gli insegnamenti senza traumi.  Ci riconoscevamo perché anch’io avevo ricevuto gli stessi modi di vivere, naturalmente attualizzati nel mio territorio, nella cultura che amavo e amo. Ad esempio mi avevano insegnato a non augurare il male a nessuno, neppure ai nemici, perché quel male sarebbe tornato indietro. Dobbiamo cercare di star bene per nostro conto e regalarlo un poco di questo bene, diceva mia nonna, il male altrui non ci regala nulla ma prepara altro male. Eppure aveva vissuto due guerre, aveva perduto molto, persone importanti, reddito, ma non aveva mai smesso di pensare che si poteva star meglio se gli altri stavano bene. Questo è il tempo dell’invettiva, della codardia nell’affrontare il futuro con austerità benefica, nell’eccitare gli animi che andranno all’attacco, mentre intanto, attorno, tutto si sfarina, si deteriora, diventa veleno. Prima per le menti e poi per i corpi. Quanto andremo avanti in questa melassa di bugie, di movimenti senza ricordo? È tutto così in superficie e senza memoria che resta solo una vaga sensazione di essere da qualche parte. Quelli che appartengono hanno in testa un mito e una catena, non sanno dirti esattamente cosa sia la modernità, ma ti raccontano le loro paure e questo genera passioni senza freno di coscienza, polvere che viene assorbita dal presente successivo.

Mai come ora abbiamo potuto conoscere così tanto e mai come ora la conoscenza è declassata: o servile o inutile. Eppure tutti fidano sulla tecnologia perché sperano che essa risolverà i problemi che si rifiutano di capire e conoscere. Come affidarsi a un dio onnipotente che in realtà è solo una nostra proiezione d’inutile speranza. Certo qualcuno si salverà, ma il resto che fine farà e accetterà di essere estinto in nome del benessere di pochi? Nel momento in cui servirebbe più condivisione, più governo globale dei modi del consumare compaiono le spinte verso la separazione più netta. L’uomo si trasforma in orda. La geologia guarda indifferente. Allora se mi chiedessi come sto, dovrei dirti di questo, di come evolve il mio modo di percepire il mondo, di come sento si trasformano i rapporti tra persone e alla fine ti porrei una domanda: come si vive sull’orlo del tempo? 

Per questo mandare bottiglie vuote, ben tappate è esso stesso un messaggio, se ci rifletti è questo il pensarsi senza dire, non serve a molto ma prima o poi ci sarà un foglio che ha percorso le correnti del cuore prima che quelle dell’acqua. Ci saranno parole che vengono a noi eppure ci descrivono. A questo servono, anche, le lettere: a descrivere ciò che si è sentito e si sente, ciò che si vuole condividere. Ricordalo: dividere assieme, spartire con la speranza che una risposta arrivi. Che la serata sia buona e la notte amica. 

pensiero assurdo e banale

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

caro Raffaele

caro Raffaele

codicesociale su post lamentoso, visionario e politico

Leggo sempre con molto interesse i Suoi post, a dire il vero li trovo estremamente godibili quando parlano della vita, dei sentimenti in genere, piuttosto che quelli relativi a questioni di tipo politico-sociale.
In realtà noto il disperato tentativo, da parte di un Signore di sinistra di recuperare un’identità di un partito che ormai non ha assolutamente più nulla di sinistra, soltanto, come diceva qualcuno solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo…
Quindi lasciamoli morire in pace, occupano uno spazio vuoto, come gli scanni che hanno in parlamento; quello che hanno potuto dire e fare, l’hanno già dimostrato, incapaci, volgari, egoisti e presuntuosi; autoreferenziali come il Narciso che si specchia nel fiume, mediocri interpreti di una rappresentazione pirandelliana, servili rispetto al dio danaro.
Mi consenta un consiglio, in tutta umiltà: faccia come me, si metta dalla parte del torto, in attesa di un altro posto in cui mettersi, è molto più dignitoso!!!

Cordiali saluti
Raffaele

Caro Raffaele, anzitutto mi scuso a nome di WordPress che aveva messo il suo commento negli spam, invero in una compagnia allegra ma troppo faticosa per le performance sessuali richieste in più lingue, almeno per me che su questi temi preferisco la discrezione e la realtà. Ma veniamo alle sue parole che mi hanno colpito positivamente e fatto pensare. Mi sono chiesto da che parte sono e in cosa spero, che senso attribuisco ai miei gesti, ormai limitati, che direzione assuma il mio impegno.

Non nego la confusione, la speranza che si mescola con il vissuto, entrambe condizioni pericolose per l’analisi della realtà. In verità sono da molto tempo dalla parte del torto, se questa possa essere individuata nel restare pervicacemente in minoranza e nel non rinunciare a discutere, proporre, partecipare. Da quando me ne sono andato dal pd, partito che non avevo contribuito a fondare perché anche allora ero dalla parte di chi era contrario alla sua nascita, ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, mi ha fatto riflettere assai sulla sinistra e sulle sue possibilità di futuro. Mi sono anche convinto che quanto accade in paesi in cui la sinistra ha ancora qualche presa, questo accada più per ragioni locali che per costanti universali. Quindi essere dalla parte che la realtà riserva non a chi la nega ma a chi si oppone ad essa, ovvero il torto, diventa una condizione naturale. Non spero nel pd, partito mai nato per davvero e luogo di legittime ambizioni politiche che però ben poco hanno a che fare con la parte che dovrebbe essere rappresentata da quel partito. Non mi ritrovo nella piccola sinistra che ha tentato di ritrovare gli smarriti nel bosco, senza capire che queste persone non avevano sospeso la fiducia ma l’avevano proprio tolta. Non mi riconosco nella mera testimonianza, negli atti dogmatici di fede che rimandano ad analisi molto condivisibili ma astratte da una realtà che potrebbe essere modificata solo con una rottura traumatica, ovvero una rivoluzione. E non vedo proprio chi abbia tempo e voglia di fare una rivoluzione egualitaria, solidale e portatrice di libertà in questo paese e in questa Europa. Potrei dire che chi ha ricordi è meglio stia a casa, frequenti il piacere delle sue passioni quiete e lasci che il mondo vada come meglio crede perché ogni impegno in fondo, è un atto di superbia e onnipotenza e mentre non muta nulla attorno lascia sempre meno energie. Ma senza l’impegno non esisterei, di questo me ne sono reso conto e come da tempo non penso di avere più una ragione universale, mi aggrappo a quelle piccole pratiche che attengono al noi, che vogliono più legalità, maggiore solidarietà, una libertà che non abbia altro limite che la legge e l’offesa dell’altro. Utopie, che mi riportano all’io. Strano vero che chi parla di noi, lo faccia in prima persona come se questo fosse un bisogno individuale e non una analisi applicabile alla collettività. 

Caro Raffaele, non ho verità, qualche principio a cui non rinuncio e alcuni ideali che non sono mai stati un peso. Non posso difendere un partito in cui non ci sono e nella mia condizione di “cane sciolto” non ho nulla di dogmatico a cui attaccarmi, capisco però che il mondo sta mutando. Rapidamente e in direzione imprevedibile. Servirà una bussola, una direzione nella quale muoversi proprio per essere, come lei diceva, dalla parte del torto. Ecco questa bussola la costruisco guardando e cercando il buono che emerge, le contraddizioni, in una parola, mi fido ancora dell’uomo come genere collettivo e penso che alcune condizioni siano ancora possibili perché esso si salvi da se stesso. Capisco che è poco, che il ragionamento è arruffato, ma avevo premessa la mia confusione e il non avere verità da spendere. Un tempo l’analisi della modernità era una buona prassi per interpretarla e cercare di guidarla, ora c’è un sentimento ambivalente che oscilla tra il luddismo e la fede illimitata nella tecnologia come risolutrice di ogni problema. Naturalmente tutto questo testimonia la grande confusione collettiva, la mancanza di guide che si preoccupino di un bene comune, ma se non ci fossero moltissime persone che ora sono insoddisfatte, che ritengono che capire venga prima del fare, che si cimentano con nuovi paradigmi, tutto sarebbe perduto. Ma io credo ci siano Raffaele, credo che siano contro e a favore di qualcos’altro e che non abbiano torto. Cerco di capire da loro, per l’egoismo di avere un senso in questa società.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non saprei fare altrimenti. 

La ringrazio di cuore, la riflessione continuerà e avere qualcuno con cui parlare è davvero un regalo.

Roberto

fidare

fidare

C’è stato un tempo in cui si incontravano le parole, erano esatti pezzi d’incanto fatto di confidenza, intimità, fiducia, desiderio. Tutto poteva essere detto perché si annodava in un procedere assieme. No, non poteva esserci alcun male e quindi timore. Parole dette in attesa dell’amore o stesi dopo averlo fatto, guardando il soffitto per ascoltarne meglio il suono, erano parole sussurrate, criptate per orecchi estranei, inzuppate del senso infinito che solo un rapporto profondo può avere. Non di rado erano parole titubanti per la grandezza che contenevano, eppure coraggiose per il presente che scrivevano. Parole senza paura che aprivano porte, che innocenti affrontavano la verità senza timore. Parole dolci e appaganti che riempivano e stremavano di dolcezza. Parole trattenute, oppure sciolte in un silenzio sorridente, lasciando al corpo il compito di dire. Parole svergognate, felici di mostrarsi a quegli occhi che soli potevano vederle. Parole così intime che non si sarebbero dette a sé.

È un tempo che volendo si rinnova e di cui la parola è segnale del fidare e fidarsi.

Fidare ha un senso arduo quando, attorno, il potere cospira per esaltare la minaccia. Nessuno ne resta immune anche dentro le mura, perché sibila tra noi, mette inquietudine e fa tacere, mentre fidare è una riflessione che si abbandona, che mentre coglie il buono ha l’urgenza del raccontare. E in molti modi lo dice, con i linguaggi di tutti i sensi; così fidare è controcorrente, e fa bene anche su chi ci è vicino, rassicura e tiene assieme. Più stretti, con parole che raccontano ancora di noi e non solo dei suoni che stridono oltre le finestre. Certo è difficile cogliere la sfumatura che apre un uscio e non temere la luce, ma che saremmo noi senza le nostre verità sussurrate che diventano fare, azione, vita? 

consigli di vita comune

consigli di vita comune

Non dire che scrivi poesie, non dirlo da nessuna parte, è un demerito, una cosa tua, un vizio. Non dire che ti piacciono le parole, siamo nell’età dei fatti, le parole sono vuoti involucri di senso, bolle che scompaiono dopo un breve volo senza lasciar traccia. Alludi, lascia spazi perché chiunque pensi di aver capito, il segreto è essere banali, citare altri con frasette prive di contesto. Sorprendili appena, poi taci come dovessero riempire la frase, ma fallo con parsimonia, sennò ricorri ai luoghi comuni, ai pensieri stantii, hanno sempre un sacco di estimatori. Piuttosto dì che hai fatto questo, quest’altro, quell’altro ancora, fa capire non che hai vissuto per qualcosa di differente che non fosse il lavoro, però senza elargire tutto quello che ancora potrai dare.

Celebra l’utile. Cos’è l’utile? Ciò che produce denaro per altri e per te, ciò che non è utile deve preparare all’utile. Se vai in vacanza ti riposi per lavorare meglio e di più, se hai una situazione sentimentale tranquilla meglio perché non sarai distratto nel produrre utile. Non avere passioni, va in palestra piuttosto, sfogati lì. Tra i cibi e il bere preferisci il secondo, parla di vini, impara a far girare il vino nel bicchiere, annusa e se non senti nulla o quasi, inventa, basta che tu resti serio con quel viso che ha un sorrisetto di conoscenza esclusiva. Non parlare delle tue debolezze, mai, ti uccideranno attraverso di esse, se devi piangere fallo come per le poesie, in segreto. Non devi avere emozioni per cose che non emozionano gli altri, la lacrima dev’essere rapida e sparire altrettanto in fretta. Delle immagini forti, dì pure che sono un pugno allo stomaco, entusiasmati, ma per poco, alla causa di chi è sconfitto poi torna normale alle tue cose, non permettere che nulla ti cambi davvero. Scrivi poco che possano leggere tutti, manda molte immagini da condividere. Mostra la gioia tua e di altri, non avere pudore di mostrare chi ti è vicino, punta sugli animali di casa e se non ne hai vanno bene i tramonti. L’immagine dura finché non arriva l’immagine successiva. Devi produrre molte immagini, avere molti followers sui social, anche nell’ambiente di lavoro e di vita devi curare il piacere di conoscerti. Ricordati che non sono amici ma stabiliscono il grado di approvazione, di conformismo che possiedi. Nessuno di questi si chinerà per toglierti dal fango, anzi diranno tutti che lo sporco l’avevi anche dentro, per questo non devi cadere e devi fare attenzione alle pozzanghere, in particolare a quelle del pensiero di chi è più forte di te, di chi è più avanti nella scala dell’utile e può farti le scarpe quando vuole.

Non giustificarti mai: non ti ascoltano e sei più debole ai loro occhi, casomai costringi gli altri a giustificarti nei tuoi vizi e quando vai fuori della norma, per farlo devi avere qualità che lo permettano, cioè qualcuno che pensa di trarre vantaggio nel farlo. Non badare alla tua ignoranza, alla miseria dei tuoi principi, chi ti sta sopra è più ignorante e più furbo e di sicuro ha meno principi di te. Se qualche volta ti accade di guardarti allo specchio, guarda le rughe, non sentirti l’alito, non guardare dentro, troveresti un deserto puzzolente: sei tu, come ti sei fatto perché non hai voluto andare fuori dalle righe. Ti hanno pagato per questo, di cosa ti lamenti? E mi raccomando, considera che per costruire questa miseria hai ucciso tutto quello che ti rendeva diverso, è stata una fatica, non dolertene e passa a benzodiazepine più forti.