minimi pensieri 4

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Questo non dovrebbe essere il luogo in cui si scrivono cose serie o personali, al più campari e patatine. Lo dico con una discreta malinconia perché non c’è nulla in queste piattaforme che trattenga il buono che viene risucchiato in un gorgo che nulla restituisce. Nulla resta. Non la politica, non la poesia, neppure l’analisi della realtà o le sensazioni personali. Le foto si sovrappongono, esattamente come le parole, resta un sentore di buono che riguarda alcuni e un’indifferenza crescente per altri. Le conferme trovano soddisfazione, le verità parziali o le falsità sono piene di follower, alla fine, quando si spegne lo schermo, non resta nessuna immagine negli occhi. Certamente non lo sdegno ma neppure il sorriso, perché di tutto ciò che è passato attraverso gli occhi e la mente al più resta un vago ricordo. È l’apparire che conta, l’immortalità che ha tutto ciò che non è definitivo e illude che si sia raggiunto qualcosa ma è solo lo sguardo che seguiva il volo di una mosca.

minimi pensieri 3

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Di cosa abbiamo paura? Della fine, della morte. Nostra e di chi ci è caro. Spesso questo si trasforma in inquietudine o in ipocondria e condiziona il modo di vedere cose, rapporti, la stessa vita nel suo ordinario svolgersi. Esistono antidoti, il principale è l’amore sia quello fisico che quello mentale, oppure l’autoanalisi, l’ironia portata su se stessi, il senso del relativo. Ciascuno di questi farmaci ha un effetto transitorio, da rinnovare costantemente. Abbiamo bisogno di continue dosi di richiamo che da un lato generino serenità e dall’altro che siano nuove e rassicuranti, frutto del ragionamento. Come mettere in competizione la ragione con l’irrazionale, come porre in secondo fila l’istinto di conservazione che attinge ad ogni indicazione che deriva dalla conoscenza e ancor più dall’ignoranza? Non si può, per questo l’amore e il suo sovvertimento dell’io, diventa la soluzione quando esso appare ed è condiviso.

la piccola torre

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La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

minimi pensieri 2

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Non c’è nulla da espiare, non gli errori compatibili con il vivere, non le colpe presunte che sono state ritagliate da figurine ormai desuete. Di certo non il vissuto e la vita condotta con mano spesso incerta, le scelte alla fine sono venute. Un tempo si pensava il diavolo agli incroci perché comunque scegliere scarta ciò che potrebbe essere buono in cambio dell’agevole oppure del complesso, ma comunque rispondente ad un progetto. Di tutto questo scegliere, lo potessimo raffigurare dall’inizio del vivere, verrebbe un infinito labirinto dove le vie s’intersecano e non di rado si tornerebbe a qualche casella precedente. Dal gioco dell’oca della vita dovremmo imparare che saltare un giro spesso non è una penalità, ma un’occasione per capire come evolvono le cose e che tutta la fretta che viene premiata è così effimera da correre per suo conto, trascinando anche noi dove non vorremmo mai essere giunti. Può consolare che il relativo supera di gran lunga l’assoluto e che ben poche cose possiamo tenere strette. Decidere quali siano, forse è l’unica decisione vera del vivere serenamente e spesso felici.

buon compleanno Papà

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Ciao Papà, oggi è il tuo compleanno, ne sono passati di anni ma tu continui a vivere con noi, a parlarci di cose che avevamo messo in disparte e a illuminarle di significato attuale. Ci parli anche di futuro e noi lo facciamo con te. Diversamente da un tempo, perché siamo diversi ma siamo uniti dallo stesso amore. È stato un anno strano e difficile, la pandemia si è insinuata dappertutto e ha cambiato le nostre vite anche se siamo riottosi a capirlo e appena si apre uno spiraglio ci intrufoliamo in quella che sembra essere una normalità. Ho notato che abbiamo perduto la nozione di tempo, che i progetti si sono disfatti in cose più semplici, che si adeguano al presente. Viviamo di presente e tutto il resto sembra lontano anche se accade e ci sorprende in continuazione.

Chissà se è accaduto anche a Te con la spagnola. Eri piccolo e il peso di capire cosa accadeva, l’ha portato la Nonna. Un peso immane dal quale Lei ha tolto ciò che era necessario per vivere e per crescerti ma ha conservato il resto dentro di sé trasformandolo in fatica e forza per sopportarla. Come avrai vissuto quegli anni, Papà, me lo sono chiesto spesso perché essere un ragazzo e avere già responsabilità, fare un lavoro pesante, era difficile e Tu, non solo l’hai risparmiato a noi, ma ci hai circondati della protezione e amore che dovevano evitarci quanto era stato per Te, emotivamente pesante e difficile da vivere. Nei tuoi occhi, nel tuo bel viso c’era la calma delle parole necessarie e il silenzio dell’ascolto. Ho spesso pensato che tu ascoltassi anzitutto l’amore che ti circondava e lo travasassi dentro di te per colmare quei vuoti che la guerra e la spagnola avevano creato. Sapevi ridere Papà, capivi profondamente che essere semplice non è facile ma è sempre possibile, e che le risposte non avevano bisogno di giri di parole e tantomeno di menzogne.

Finivi i tuoi lavori e apprezzavi la bellezza dove essa si manifestava. Poteva essere una situazione nuova, una cosa ben fatta, una giornata di vacanza, una partita di calcio o di carte, ben giocata. Forse per questo ti sentivo sereno e forte, perché con delicatezza camminavi nel tuo tempo e lo condividevi con noi.

Ho avuto modo di vedere la tua abilità e precisione nel lavoro. Per Te non esisteva un lavoro malfatto oppure lasciato a mezzo. C’ho pensato molto Papà, guardando alla mia vita, dove i lavori che non si sono compiuti come avrei voluto non sono stati pochi. Le circostanze, si dice così, non l’hanno permesso, ma la sensazione è che ho messo poca della caparbietà che mi hai insegnato nel fare le cose. Mi sarebbe servito ben più a lungo, il tuo aiuto e consiglio Papà, e sarebbe servito anche a mio Fratello, ben più bravo di me, ance se per altre cose, perché lui t’assomiglia e le sue imprese le conclude bene.

Ho pensato che attraversare il secolo delle grandi passioni non solo era difficile nel vivere, ma lo era ancor più nel farlo, mantenendo le proprie idee. E le tue erano idee difficili, giuste e controcorrente, forse da questo conservarsi integro sono maturati i tuoi silenzi, il non vantarsi mai, il difendere la famiglia e noi tutti contro ciò che ci poteva nuocere. Proteggere, pensare diversamente e vivere del proprio lavoro, una vita piena dove non c’era tempo se non per godere della bellezza di stare assieme o di vedere le cose nella loro perfezione.

Hai vissuto troppo poco per noi e per Te, ma così intensamente che il tuo segno è nei pensieri che abbiamo e non ci accorgiamo dove nascono, nelle cose che condividiamo con Te sentendole anche tue.

Tu, nostra radice assieme alla Mamma e a chi vi ha preceduto. Nuovi e al tempo stesso eredi di un amore senza limite, di storie che si sono innalzate nel giorno e che poi hanno percorso la notte. Eredi di un gioire del vivere che vorremmo trasmettere ai nostri nipoti, ai tuoi pronipoti, che avranno altri tempi da percorrere ma vorremmo lo facessero con intensità e passioni giuste, con lunghe vite e molte opere compiute. Così, sempre in avanti nel segno di un discendere che trattiene il buono e il bello e lo consegna ai suoi figli. Come tu hai fatto con noi.

Buon compleanno Papà e grazie della vita donata che non finisce e ancor più capisce.

minimi pensieri 1

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È ora di proclami sommessi, di fatti senza propositi, di tempi regolati su scansioni interiori. Le parole sono voci nella nebbia, definiscono presenze, chiedono sentire agli umani, timore all’ignoto e raccontano solitudini interiori. Del trovarsi altrove nessuno riesce e non fidatevi di tante sicurezze ostentate, sono abiti belli per vuoti che hanno paura di vedersi davvero. Sconnettere le apparenze e i virtuali fugaci ci salva dal vuoto del dire senza ombra di senso.

minimi pensieri

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Tra il crescere armonioso del bambino, con i suoi imperiosi desideri di vita e piacere, e l’essere adulti non ci è stata data scelta. Come se la seconda età dovesse per necessità sottrarre il bello e lo spontaneo alla prima. Il bambino resta in noi, inascoltato e in ciò molta infelicità si genera.

buon nuovo anno

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Abbiamo bisogno di discontinuità e di cambiamento, e questo riguarda le nostre vite. Per questo ci scambiamo così tanti auguri per il nuovo anno, consumiamo parole ed energia, ci ripetiamo senza fastidio perché il messaggio sottostante è che per noi speriamo che le cose buone continuino mentre quelle che ci intristiscono, finiscano. Ecco la discontinuità in un flusso che è per sua natura continuo. Questo dovrebbe farci pensare che il buono sia altrettanto continuo e che si tratti solo di aumentarlo. Oppure, scavando un poco, è quel bisogno d’amore inesauribile di cui abbiamo bisogno e che non si colma, non s’accontenta. Allora lo si cerca nella continuità che ci rassicura e lo si desidera nel nuovo che in quell’amore, non abbiamo ancora esplorato. Ecco la discontinuità.

Ma per dire tutto questo basta dire di cuore buon nuovo anno.

dopo

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Posted on willyco.blog 27 dicembre 2015

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Le cose s’avvolgono d’ un silenzio immoto e greve,

di luce umida di nebbia,

nel pigro scorrere di ore dei giorni di festa.

Sazi di cibo e di parole, s’ascoltano echi:

ti voglio bene, ci sei,

è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,

di certo sarà buono, o almeno migliore,

forse.

L’ indecisione si fa casa,

nel sonno da tepore e d’aria respirata,

mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale,

così gialle sono le luci e il freddo penetra dove c’è calore..

È passato il tempo che sempre si rincorre,

non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.

Neppure la neve.

Così si rammarica il cuore

forse è l’anima, o il semplice sentire, d’aver perso un treno,

ma da molto non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo i pensieri fuggono via dalle feste,

da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.

Forse per questo, o per altro,

ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,

e stupito ascolta parole che capisce a stento,

immagina, intuisce, guarda,

mentre attorno scavano fossati.

cuori lasciati a sé

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La terra, le stoppie tinte dal sole rosso radente:

su questa terra c’è attesa,

il soverchio ha spezzato in profondità, ma il nuovo non è giunto,

c’è solo il freddo di bora che sposta foglie pesanti di fango.

Case attorno ad alberi e boschetti di pioppi

s’affacciano su pozze ghiacciate senza grida di bimbi,

I buoni borghesi celebrano ludi carnali in case di coccio,

qui c’è pietra di fiume, pelle ruvida di lavoro e zuppe fumanti,

vampe di legna, profumo nell’aria d’inverno.

Nei passi pesanti di ricordo il fango semina,

ma non lascia traccia in questo suolo

gelato di cuori lasciati a sé.

racconti per notti di vigilia: puer natus est

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Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.

Soffia, foglie, scopa, mucchi.

E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le risparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.

Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.

Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è  un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade.  E così mi difendo. Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.

S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.

Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.

Aveva sorriso, davanti allo specchio. Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio. E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla.  E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.

Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, leggeri, senza muoversi volano, e allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.

Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.

Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora.

Il nostro insonne capisce che è inutile rovistare ricordi, il pensiero torna su ciò che manca, ed è sempre il giusto amore. Un eufemismo per definire l’innamoramento come condizione perenne e la solitudine che circonda l’assenza di sentirsi amati sino a traboccare e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare nessuno, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare per far qualcosa e ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desiderio di caldo e freddo. Punta verso un bar. Dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio. 

Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est. Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Soprattutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche i pensieri dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.

E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?

A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

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Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 2

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Stava guardando quella stella luminosa appiccicata a un portafiori di metallo. Quanto kitsch sono le menti, pensò, e quanto il kitsch riflette un bisogno insoddisfatto, un ricordo mal digerito, un’assenza. Quella stella chissà cosa rappresentava nella testa di chi aveva fatto la fatica di metterla su un balcone e di accenderla. Lanciava un messaggio, ma era una richiesta di aiuto o un affermare qualcosa? Magari era solo il ripetersi di un indefinito bisogno, un’assenza per l’appunto. Natale era diventata la festa dell’assenza che chiedeva di essere presente prima a qualcuno e poi a qualcosa. E non era forse uno dei tanti rapporti insoddisfatti con il bisogno d’amore  che si manifestava? Quello che si sarebbe voluto e che si cercava, approssimando e approssimandosi e difficilmente si trovava esauriente e completo nel tempo.

Approssimarsi è una parola almeno bisenso, definisce un avvicinarsi a qualcosa e un cercare di essere aderenti al vero che si rappresenta. Come fosse facile, pensò, io li invidio i sicuri, quelli che sanno con precisione e non si pongono problemi d’ interpretazione. Hanno una visione chiara del mondo e di se stessi. Prima andavano in chiesa e mangiavano il panettone con la famiglia, adesso se hanno soldi, se ne fregano della pandemia, vanno in montagna o ai tropici e festeggiano in altro modo. In fondo la festa è solo l’atto del festeggiare, dello stare assieme con chi approssima il bisogno. Ma se ci sono troppi significati, loro, gli invidiati, li derubricano dalla testa. Inutili perdite di tempo per oziosi, li definiscono. E lì finisce.

Però qualcuno aveva fatto la fatica di mettere quella stella cometa, come ci fosse una direzione da indicare, un luogo. E il luogo non poteva essere che il cuore, ossia quello che chiamiamo cuore e che in realtà è un groppo di sensazioni, bisogni, desideri, sentimenti, relazioni che tutte ruotano sempre su qualcosa che è desiderato. Sentiva affine quel mettere fuori un segnale che dicesse: ci sono anch’io, con gli stessi dubbi, le stesse attese che hai tu, ma sono anche diverso. Ho un mio vissuto che non t’assomiglia. Ciascuno s’ approssima per suo conto, con sue motivazioni, eppure il luogo è lo stesso. Quella stella kitsch era più una traccia che una festa ed era meglio dei tanti alberi monocromi che si vedevano nelle case, esibiti tra tende aperte e luci calde. Alberi da vetrinisti in bianco, in rosso, in blu. Alberi tutti in verde non ne aveva visti, come pure il giallo e il viola o l’indaco erano banditi; il colore è anch’esso bisogno ed espressione, indica una moda e un approccio, una visione di sé. Il rosso era diventato il colore delle feste, associato ad una eroticità che metteva il tempo libero assieme al lasciarsi andare. Il cibo, il bere e il sesso, i motori dell’uomo che complica poi le cose col ragionamento. Alberi rossi e mode di case sfolgoranti, ma non solo, perché altri sceglievano il bianco come ci fosse un bisogno di quiete, altri ancora il blu, con la necessità di apparire formali e a posto, in ordine con se stessi e il mondo. I decori come stato d’animo e bisogno; meglio gli alberi di un tempo, fatti di fragilità e di palle colorate, di aggiunte progressive che si costruivano con l’apporto dei piccoli, insegnando a stare attenti. Pensava a tutti gli alberi della sua vita. Non che li ricordasse, ma il loro costruirsi, la liturgia dello scegliere, gli addobbi recuperati dal sonno annuale, il fare dove prima era stato spettatore, poi attore partecipe. E gli alberi erano mutati negli anni, mantenendo un loro angolo di centralità: erano il luogo del dono e della festa visibile, l’accordare il dentro e il fuori.

Quella stella era una traccia di qualcosa che si era svolto e voleva svolgersi. Ognuno aveva natali pieni di attese poi deluse, travolti da un conformismo di massa svuotato di senso che non fosse quello del rito e della festa. Prima c’era stata la religione, che pure di contenuti ne aveva, poi scortecciando i significati era emerso il bisogno di essere assieme, il dono che era un’attenzione aggiunta, poi disperdendosi i partecipanti ci si era stretti in un chiedersi, in un riflettere perché mancava qualcosa. Certo le cose si ripetono, ma se non c’è sostanza sotto, significa che prevale l’assenza. E l’assenza si tampona col rumore, col frastuono, col portare la testa altrove. Quelli come lui che non credevano più, dovevano giustificare a se stessi il perché c’era una festa che comunque li riguardava. Forse per questo gli altri, quelli che invidiava un poco, se ne andavano altrove, coprivano tutto di altre sensualità, di leggerezze transitorie che facessero doppiare le domande come fossero uno scoglio periglioso da tenere alla larga.

Camminava in mezzo alle luminarie della città più vuota del solito per i divieti mal rispettati. Oggi le amministrazioni fanno sfoggio di luce, pensava che non badavano a spese perché ci doveva essere una festa visibile e comune, anche nelle strade deserte e di notte. Un tempo c’erano i pranzi dei poveri, adesso erano rimasti i poveri. Pensava al fastidio che suscitavano nei benpensanti quelli che chiedono l’elemosina, il giudizio che radiografava l’abito, il modo di chiedere, la presenza o meno di un telefonino. Come se chiedere la carità fosse una professione e non una condizione. Ieri l’aveva fermato un uomo, aveva forse meno di 50 anni, vestito con cura, ma troppo leggero per il freddo, all’inizio l’aveva ascoltato preparandosi a un rifiuto. Quest’uomo gli aveva detto di essere un medico che veniva da Aleppo e che aveva perso tutto. Che la moglie era morta durante l’assedio. Mentre gli stava dando delle monete, pensava che cambiare condizione di vita è un dolore che si aggiunge, che la speranza di una fuga poi si risolve in una delusione. Diamo per scontata la solidarietà quando si è nel bisogno, pensava, è così che si chiede l’attenzione a chi ci è amico. Ma tutto si chiude in una cerchia, quelli che sono dentro hanno diritto a un sentimento, gli altri sono fuori e si eliminano attraverso il giudizio. La pandemia e il suo allontanare i corpi aveva fatto il resto. Anche a Natale. Anzi di più a Natale perché si aggiungevano contraddizioni e bisognava invece che tutto apparisse bello e lucente.  Per questo ci sono sindaci che fanno ordinanze contro chi chiede l’elemosina e profughi respinti nel gelo con i cannoni ad acqua alle frontiere. Ci sono naufraghi senza porti sicuri e persone che s’ammassano sulle rive in attesa di un natale altrove. Danno fastidio i poveri, i profughi, ma a cosa? Alla religione? Al senso di una festa?

Quella stella cometa che aveva visto sul balcone indicava una semplicità, c’era il bisogno di approssimarsi, anche nella parte negativa, riconoscersi e dirsi se davvero ci si piaceva. Questo era un bisogno che forse la festa poteva racchiudere, perché la festa era tale se apriva, se tirava una linea da cui ripartire. Se almeno la festa diventava un porto sicuro da cui ricominciare la vita. Fatti nascere di nuovo.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 1

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Quando cerchi qualcosa in questa casa non la trovi mai. Vorrei delle viti autofilettanti da ferro, 1.5 x 0,3 testa piatta. Sarebbero meglio inox, ma non si può avere tutto. Mi basterebbero le viti. 3 o 4 e attacco la stella al porta vasi esterno. Una stella luminosa, unico arredo esterno per una festa che dice, anzi chiede, e lascia larghi spazi di vuoto.

Mi succede ogni anno da quando ho smesso di credere nei significati religiosi del Natale, però mi sono tenuto il pensiero di una bellezza infantile. Un clima caldo dentro casa, l’albero e le palle colorate, l’attesa di un regalo che allora c’era sempre, la responsabilità di preparare la tavola e mettere una letterina sotto il piatto.

A volte c’era la neve fuori. Mi piaceva la neve a Natale, mi piaceva nonostante il freddo che entrava nei cappottini più pesanti che caldi. Il freddo che arrivava nei maglioni fatti in casa che pizzicavano la pelle, le scarpe che si bagnavano e che poi avrebbero fumato, piene di giornali vicino alla stufa. Mi piacevano gli amici alla messa con le luci sfolgoranti, il coro. Mi piaceva cantare nel coro. Cosa cantavo… adeste fideles. La canticchio anche ora che cerco le viti e dallo sgabuzzino è emersa una scatola di libri che non mi ricordavo più di avere. Libri di fotografia, tecniche vecchie, ma come stampavano un tempo? Quadricromie costose che ora virano verso i rossi e gli aranciati. Bei tagli. Chissà quanto hanno lavorato in camera oscura, mica erano tutti Cartier Bresson che stampava l’intero fotogramma e fotografava senza farsi vedere. Sì, ma chissà quante ne ha buttate via di foto Cartier Bresson. Che faccio con questi libri, fuori non c’è più posto quindi di nuovo in scatola. A dormire. Usciranno alla prossima ricerca di viti.

La casa è piena di carabattole, di oggetti che potrebbero servire a tre vite e invece ne ho una. Però ho una buona memoria. Infatti ecco il barattolo delle viti. Un giornale e poi si rovescia l’intero contenuto. Me l’ha insegnato mio cugino. Belli quei tempi quando avevo un’officina dove portare l’auto, e dove avevo pure lavorato. Si fa per dire lavorato. In officina mi ero sporcato di nafta e morchia. Ero un ragazzino e più mi sporcavo più mi pareva di dimostrare impegno nel lavoro. Mio cugino era ordinato. Le chiavi e gli attrezzi a posto, non come qui dentro che ci sono cose per attrezzare una fabbrica ma nessuna si vede. Però mi ha insegnato come si trova quello che si cerca in un barattolo: è semplice, non bisogna avere paura della quantità, si rovescia sul tavolo e si separano le cose con la punta del cacciavite, o con la pinzetta a becchi lunghi da officina. Giornale e barattolo rovesciato. Viti di tutti i tipi, alla fine tre uguali ci sono, la quarta è un po’ più lunga e larga ma non si vedrà da fuori. Solo che sono vecchiotte. Taglio e non testa a croce. Serve il cacciavite giusto.

Prima mi faccio un caffè. Polvere, acqua, e dieci gocce per dove finirà il caffè, non bisogna bruciarlo appena esce. E fuoco basso. Intanto cerco il cacciavite, è nella cassetta degli attrezzi, assieme ad altri dieci compagni: perdo memoria delle cose che compro, ma quando le vedo ricordo il periodo. Mi piaceva fare il bricoleur, dovevo dimostrare qualcosa, adesso faccio meno del necessario e m’ illudo di saperlo sempre fare. Bah, mica è vero, ci provo e mi trovo sempre nei guai con tempi sballati, con impegni che si sovrappongono e quello che doveva essere fatto in 10 minuti, dopo un’ora è ancora malfatto e incompleto. Penso sempre che sia un problema di attrezzi e invece è incapacità di valutare le proprie forze. Delirio di onnipotenza. Succede in molte cose. Magari si chiama ottimismo della volontà, ma in realtà quelli che sanno fare sul serio, hanno misura di sé, si muovono con i tempi giusti e hanno il necessario. Il caffè sta uscendo, si sente il profumo. Mettendo il fuoco al minimo sin dall’inizio, esce piano e aprendo il coperchio il profumo esplode nell’aria. Aver vissuto per anni vicino a una torrefazione mi ha condizionato, ne sono certo. Mi mandava mia madre a prendere il caffè, non potevano vendere al minuto ma me lo davano lo stesso: un chilo che macinavano al momento. Finché guardavo i forni dove tostavano i grani, mi regalavano un caffè fatto da una Cimbali enorme. Un caffè buonissimo che non riuscivo a trovare al bar. Ristretto, profumatissimo con un retrogusto rotondo e dolce. Questo magari fosse così. Ci si accontenta col tempo magari vantadosi di essere gourmet. Però il caffè si beve seduti. Sul tavolo ho giornali di due settimane, devo trovare il tempo per liberare. Fosse facile… Ogni volta che vedo qualcosa di scritto m’interessa. Caffè e biscotto caramellato, inzuppare con calma. Il caffè si beve con calma, poi inizierò. Intanto fuori la luce cala in fretta e farà pure freddo.

Trapano, punta da 2,5, fori sul portafiori. Fatti i fori, il prossimo anno basteranno le viti. Sembra semplice, ma fa freddo davvero, le dita si ghiacciano e il metallo non è facile da forare. O è la punta? Primo foro per la stella, poi per fare il secondo dovrò decidere come butta la coda, la mando in orizzontale o verso il basso? Orizzontale. Servirebbe una bolla, ma vado a occhio anche perché il portavasi non ha tutto questo spazio di libertà. Con due fori fatti la stella e la coda sono già a posto. Basterebbe così, aggiungiamo il terzo foro per preziosismo. Mi fermo a guardare il tramonto, in questa parte del mondo il sole fa meraviglie quando scompare dietro ai colli. Però fa davvero freddo e bisogna finire. Mi pare di fare le cose per bene, non è così, però se tutto è accettabile, chi se ne accorge a parte me e la mia insoddisfazione. Ormai è notte e sono pieno di freddo. Potevo farlo stamattina, mi dico, anzi lo dico proprio così lo capisco meglio, e invece rimando finché non ci sono più scuse.

La stella è a posto, il portavasi e le piante pure, e adesso serve il filo elettrico da portare dentro. Una prolunga e si accende. Lo so che questa cometa è una cosa banale, una pacchianeria. Me lo dico da quando l’ho comprata. Il cinese m’ha assicurato che è per esterno. Magari sarà vero, ma speriamo non piova e che non prenda fuoco. Però adesso si accende e potrebbe pure lampeggiare. Sarebbe troppo, un cattivo gusto aggiunto al cattivo gusto. Farei fatica a dormire col pensiero della stella fuori che lampeggia. Siamo sempre prigionieri di quello che pensano gli altri ma questo lo penso anch’io.

Adesso da dentro si vede la stella cometa illuminata, a frammenti, tra le piante, fuori è intera. Ho preso freddo e ormai è notte piena. Ho preso troppo freddo, come un imbecille. E la casa è rovesciata. Comincio a mettere a posto, mi fermo spesso perché trovo cose inaspettate. Intanto la stella è accesa. Scendo a vederla intera. Non è male. Pacchiana ma un po’ fa festa. Poi quando andrò a letto, chiudo la porta e la spengo. Se non prende fuoco prima.

E’ quasi Natale, quasi, manca il resto.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

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gentile presidente

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al Professor Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Gentile Presidente, vorrei narrarle un fatto che mi è accaduto e che credo, possa giovarle nella Sua opera di ammodernamento e crescita del Paese. Possiedo una vecchia auto, ormai passata al registro storico. Non la muovo molto e la tengo in Umbria, dove abita una parte della mia famiglia. Dovendo fare la pratica che sancisce la storicità dell’auto, questa si è espletata presso la città in cui risiedo e che è nel Veneto, dove è immatricolata l’auto. L’ACI è stata rapida e solerte e in mezz’ora, con 80 euro e due disinfezioni delle mani, sono riuscito a far incollare un adesivo sulla carta di circolazione, che sancisce l’appartenenza dell’auto al registro storico.

Essendo l’auto ferma in Umbria, perché priva di carta di circolazione, per farla circolare ho pensato bene di spedire, tramite raccomandata, il documento aggiornato. Fin qui tutto bene, con due code alle Poste e quattro o cinque disinfezioni di mani sembrava che la cosa si fosse conclusa. Una raccomandata dovrebbe impiegare tre o quattro giorni per arrivare, beh, la mia è stata persa nel tragitto tra l’ufficio postale e Roma. Passa una decina di giorni e consigliato dall’ufficio postale, telefono al call center che si occupa di capire dove si trova la corrispondenza e degli eventuali reclami. Ci ho messo un bel po’ per avere la comunicazione ma alla fine sono riuscito a parlare con un signore molto gentile che in circa mezz’ora di telefonata, mi ha confermato che della mia raccomandata si erano perse le tracce. Mi ha consigliato di fare reclamo. Scarico il modulo dal sito delle Poste e compilo il reclamo, che poi, dopo una adeguata coda e qualche ulteriore disinfezione di mani, consegno all’ufficio postale. Intanto l’auto non si può muovere, allora passo alla Motorizzazione Civile.

Non è facile di questo tempo andare per uffici, bisogna prenotare in internet e non sempre le piattaforme sono un capolavoro di chiarezza, comunque capisco che devo fare denuncia di smarrimento della carta di circolazione ai Carabinieri. Piccola coda, due spruzzate di antisettico ed è fatta la denuncia, poi il sito della Motorizzazione mi dice che devo fare un versamento di 10,20 euro su un conto corrente, quindi ulteriore passaggio all’ufficio postale e infine (questo infine purtroppo non è vero) portare il tutto all’ufficio della Motorizzazione, previo appuntamento. L’appuntamento, non semplice da fissare via internet, è per 10 giorni più tardi, l’auto è sempre ferma. Fiducioso, alla mattina indicata mi presento con moduli compilati, versamento effettuato, denuncia in originale, ma mi viene spiegato, con molta gentilezza, che la pratica non si può fare perché serve l’atto di proprietà dell’auto e il versamento non si fa più dal mese di ottobre in posta, ma attraverso un pagamento particolare che è possibile fare con carta di credito o altro, ma dopo aver scaricato un modulo dal Portale dell’Automobilista, previa registrazione come utente, e che comprende un particolare riquadro QR leggibile con il lettore ottico che hanno gli uffici postali o altri riscossori abilitati. Purtroppo non il tabaccaio presso il quale è ormai possibile fare tutto, compreso giocare al lotto o le fotocopie. Peccato. Beh, caro Professore, se la sera ha voglia di esercitarsi, provi a scaricare dal Portale dell’Automobilista un modulo di pagamento per una pratica, non dubito che Lei sarà molto più bravo di me, ma le assicuro che studiare fisica quantistica la impegnerebbe meno. Comunque alla fine ci riesco, vado all’ufficio postale, due spruzzatine di antisettico sulle mani e con discreta difficoltà del lettore ottico e dell’impiegato, alla fine riesco a pagare i 10,20 euro dovuti. Quelli che avevo già pagato con il bollettino e che il portale della Motorizzazione continua a consigliare di versare.

Problemi di disallineamento delle procedure, mi ha detto l’impiegato, davvero gentile della Motorizzazione, quando gli ho mostrato copia di quanto c’era scritto sul portale informatico. A questo punto con tutte le mie carte e il pagamento, devo ritornare alla Motorizzazione, qui credo mossi a pietà, hanno accettato le carte senza prenotazione e dopo una settimana ho avuto copia della carta di circolazione che ora comprende anche l’atto di proprietà dell’auto. Tra una cosa e l’altra sono passati due mesi abbondanti, ho saltato parecchi passaggi intermedi di richiesta per capire che fare, ma solo per non annoiarla e adesso, ho due pratiche di richiesta di rimborso in corso con le Poste e l’auto è sempre ferma, perché non ci crederà Signor Presidente, ma la nuova carta di circolazione la porterò con le mie mani e sarà il mio regalo di Natale a me stesso.

Io credo che questo Paese stia cambiando, che le cose andranno certamente meglio, che la transizione ecologica si farà, come pure quella digitale (non sono riuscito a calcolare il costo in CO2 dei miei percorsi in auto per andare nei vari luoghi che ha richiesto questo duplicato, né i costi dei collegamenti digitali, né delle telefonate ai due call center, né quelli delle persone coinvolte, né i costi di stampante e del tempo usato in totale), credo anche che sconfiggeremo il Covid 19 perché con tutte le disinfezioni che ho fatto e sto facendo, con tutte le mascherine usate e con le regolari vaccinazioni di sicuro ne usciremo.

Lungi da me darLe consigli Signor Presidente, ma credo che se Lei mettesse assieme un piccolo gruppo di persone che impavide attraversano la burocrazia e le sue modalità, informatiche o meno, otterrebbe un impagabile team di controllo dell’efficacia del PNRR e ancor più della vita comune dei cittadini.

La ringrazio della sua attenzione che mi rendo conto sarà attratta da ben altri problemi, ma mi permetta questa considerazione: questo meraviglioso Paese è la somma delle difficoltà quotidiane dei cittadini di fronte allo Stato meno la gentilezza delle persone che ad esso appartengono e che cercano di diminuire l’altezza della montagna da scalare. Come equazione è semplice, ciò che bisogna ridurre è il primo fattore e quando questo pareggerà il secondo la transizione sarà compiuta. (all’Italiana, ma va bene così)

Con molto rispetto per il suo lavoro

racconti per notti di vigilia:tempo previsto, domenica…

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posted on willyco.blog 16 dicembre 2014

S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.

Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta. Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?

Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò. S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.

Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.

Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.

i venti dell’est

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Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa col taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senza interesse personale e solo questo è un vivere definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senza l’ansia del giudicare e dicendo: appartengo a me stesso e a ciò che amo, con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

Di questa stanza ormai c’è solo un insieme di rovine, Martini ad Aleppo era un ristorante- locanda con secoli di voci e sorrisi accumulati, mobili antichi e il patio interno coperto da una vetrata a riquadri. Sarà caduta alla prima granata, le pareti divelte assieme ai marmi dei pavimenti e poi il silenzio. Sui muri che avevano stratificato le presenze, ascoltando discrete le lingue che si sommavano, guardato curiose le vesti diverse che entravano, sentiti i fruscii delle sete pesanti per l’inverno. Gli occhi rossi dei bracieri si saranno consumati attendendo le mani che portavano il freddo esterno e si preparavano al cibo e agli sguardi. La scala interna che puoi vedere riflessa sullo specchio, i suoi legni intagliati, gli scalini arrotondati dall’uso, mostravano le venature del sole antico ricevuto e il segno impercettibile delle babbucce. una discesa e un salire discreto con gli occhi che parlavano. Un salire e scendere come se il tempo fosse percorribile dai soli istanti che ci appartengono e poi passi leggeri che scivolavano sul pavimento prima di sedere nella bellezza di esserci.

Tutto si conserva come radiazione nell’universo che ci racchiude e ritorna. In qualche modo ritorna anche se non si parla più della Syria, anche se nulla si vuol conoscere dei Curdi. Tutto il passato è racchiuso in una noce di presente che attende il suo momento e accumula energia. Non c’è il caso ma stati progressivi dell’universo e noi siamo in questo stato irripetibile come tutti gli altri, ma consapevoli della spinta di tutto ciò che ci ha preceduto e gentilmente ci chiede conto e al tempo stesso propone di essere felici del molto che possiamo condividere.

Ci si deve compromettere, le scelte sono necessarie, farlo con la bellezza che si possiede, con ciò in cui si crede, con le passioni che ci animano, i desideri che ci scuotono è comunque una sequenza di no e pochi sì, ma è necessario perché la bellezza non si perda e non diventi oggetto di derisione e rovina. Io l’ho vista la rovina, ho visto il Mantegna, il Guariento e il Semitecolo polverizzati agli Eremitani, li ho visti crescendo nella grande fabbrica che ricostruiva il possibile e ricopriva il grande spazio con la carena rovesciata di una nave. Quel soffitto era il paradigma di ciò che era avvenuto, una nave si era rivoltata e di essa erano rimaste solo gli irti frammenti del legno antico, ora bisognava ricreare il possibile di quel passato che comunque non voleva sparire. Forse per questo la grande chiesa priva di gloria è così piena di tempo indeciso, così forte nel chiedere che i vuoti restino silenzi dell’anima. Crescendo ho capito che quando Lutero si era fermato a dormire in quel convento, in cui avevo giocato, qualcosa aveva lasciato. Qualcosa che si scriveva con inchiostri strani, qualcosa che era coscienza d’essere in un luogo dove le cose avevano spinto in avanti il mondo e non era stato pacifico tutto ciò, come non era pacifica la distruzione che annullava, anzi pensava di annullare ciò che era stato. Non è così, per fortuna, ma bisogna scegliere, non scordare la bellezza e non scordare gli uomini. Mai come ora è necessario, mai come ora siamo inconsciamente coinvolti in ciò che deve essere il futuro come piccolo passo di questo presente che gioca sull’orlo del vulcano.

Ci sono cose che sembrano indifferenti
e il loro suono è vuoto
come una lingua priva di sorrisi,
solo la paura impedisce di scorgerne in noi
la luce.

pensieri dell’attesa 1.

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Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice come pensava fosse possibile. A lui dispiaceva di far del male con il proprio malessere e allora si chiudeva in silenzi lunghissimi, leggeva cose che prima erano curiosità e poi un dovere di conoscenza. Questo sapere nuovo dimostrava la sua ignoranza di fronte a ciò che aveva tralasciato e che anche ciò che gli sembrava di conoscere era impreciso e nel frattempo era evoluto. Era una questione di tempo e di età, cose che messe assieme sembrano riprodurre, determinandole, le vite e come esse si evolvono. Come fosse tutto già accaduto, previsto e scritto. Quindi la volontà non bastava e ciò era una fonte di malessere, perché rendeva bisognosi, la peggiore condizione interiore che ci si possa fabbricare. Quei libri che all’inizio sembravano aprire porte nuove e nuove prospettive senza vincoli di misura esaurivano l’interesse in poco tempo, lasciando la fatica del continuare.
Se richiesto sullo stare, rispondeva.


C’è qualcosa che mi spinge a fare ma non so cosa.
Ho sonno e un malessere che un tempo affrontavo andando via, ma forse è solo un timore che sente il tempo fuggire, il non essere come vorrei che rende ora le cose desiderate, difficili. Persino l’immagine di sé diventa meno definita e anch’essa dev’ essere precisata, fatta scendere dalla giostra che mostrando il mondo in una intera circonferenza lo rende privo di scelta.
L’introspezione non basta, diceva, nemmeno l’analisi funziona perché aumenta la consapevolezza del tempo che si è perduto e di quello che ora scivola via, non risolvendo a tempo la vita.
Ti sei mai accorto, diceva a chi lo interrogava, che ciò che si capisce rende il passato un succedersi di cose non avvenute perché ad esse è stato impedito di avvenire dalle proprie fobie, dalle deviazioni che la natura aveva subito per educazione, costrizione o mancanza di fiducia e che ora era tardi per quello che non era accaduto mentre diventava più difficile trovare la forza dell’intraprendere un nuovo che fosse duraturo.


Vedeva e sentiva che ci sarebbero state tante cose da fare, da capire, mentre tutto ciò che era abitudine e ripetizione diventava urgenza e peso.


Quando non riesco a reggere questo peso mi viene sonno. Diceva. Ma sono sonni brevi, che portano in un altrove in cui ci si riposa, mentre la realtà è paziente e ci attende al risveglio.


Gli sembrava che se fosse uscito da quell’umore, la leggerezza, l’auto ironia, la voglia di raccontare e quella di scrivere lettere a persone che non le avrebbero mai lette, gli sarebbe tornata, e sarebbero scomparsi i pensieri più grevi, il malessere che lo faceva sembrare triste. No, non era triste, non era più disposto a farsi carico della tristezza altrui, di essere adeguato alle richieste che gli venivano poste. Voleva che, essendosi ritrovato, questo servisse a qualcosa e gli desse l’energia necessaria per costruire una vita differente, forte, tranquilla.
Trasmettere tutto questo senza provocare domande o troppa sollecitudine era complicato e solo il silenzio lasciava credere altro, ma questo non dire gli sembrava ingiusto. Un negare che dagli altri che ci amano si possa ricevere qualcosa che eccede già il molto che ci danno e che ci permette di vivere. Così ogni preoccupazione creata, ogni richiesta che lo riguardava era parte di quel l’ingiustizia che perpetrava pensando a sé, ma che doveva compiere perché senza trovare chi era ora, con la dovuta calma e comprensione non l’avrebbe portato fuori dai malesseri e dall’attesa. Così pensava e sommava il dispiacere di non dare tutta quella parte di bel vivere a chi gli era caro con la necessità di creare qualcosa che fosse una passione e lo portasse verso un nuovo modo di vivere se stesso.

https://youtu.be/vu1BcNeebMI

lo stupore del cuore

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Di tutte le parole che avremmo potuto trovare rimase la semplicità e il silenzio,

il pudore che frena la bocca prima delle mani.

Rimase l’aria sospesa ad attendere paziente,

e guardandoci negli occhi si riempì ciò che non riusciva ad esser detto.

Cercavamo motivi di scherzo, allora,

perifrasi d’amore che colmassero lo stupore del cuore.

Questo sentire nuovo,

che metteva ali all’ essere,

nel suo ignoto scuotere non aveva un fine,

si scioglieva, sì, con noi,

pozza di cera travolta dalla luce,

ma eravamo

e ciò bastava, tanto da non poter essere di più.

Tutto questo l’abbiamo gettato?

Un angolo di cuore, non di ricordo, attende una mano

in forma di bacio, di carezza, di tocco gentile,

e vuol vedere, e sentire

ciò che già abbiamo sentito e visto.

Rendere nuovo ciò che ora non basta,

innocente il vivere e ciò che non lo è più:

eccolo di nuovo,

che vuol essere lo stupore del cuore

e solo ciò desidera e attende.

parlando

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Posted on willyco.blog 28 dicembre 2007

Parlando emerge la barriera: non voglio più che mi facciano male, per questo non mi lascio coinvolgere. E poi siete tutti uguali. Lascerei cadere il discorso nei convenevoli, facendolo serpeggiare tra immagini vuote. Poi i saluti, con l’impegno per una prossima volta, che se sarà avanti nel tempo non farà particolarmente male. Ed invece insisto, ribadisco che è offensivo pensare che tutto e tutti siano uguali, chiedo ragione. Così emerge una disillusione profonda, un male che ha devastato. Sono quasi contento di aver chiesto di più, ho paura della pavidità che frana nel cinismo, non la sopporto, è la rinuncia ad essere, fatta pagare ad altri inconsapevoli. Capisco il dolore, il ritrarsi, la paura, ma non il nascondersi e l’attacco vile. Argomento poveramente: non mi è mai riuscito di tirarmi fuori, di guardare senza partecipare. Ma le domande rimbalzano: perché dopo un dolore, un abbandono, si rinuncia ad un pezzo di sé? E perché costruire un riparo, che da momentaneo, diviene crosta, prigione dei nostri sentimenti e spegne la capacità di lasciarci stupire. Per alcuni il dolore della perdita, del non essere amati, schianta la speranza, impedisce al tempo di sanare, di riordinare le attese. Per altri, il dolore fortifica e aiuta a vivere più pienamente.

Io so la scienza degli addii, appresa

 fra pianti notturni  a chiome sciolte.

Ricordo che Osip Mandel’stam ha avuto una vita terribile, senza perderne il senso.  Ma i dolori altrui non hanno più significato: la crosta s’è indurita. Resta solo la notte e un pensiero: non è che il cinismo sia il modo per far male al nostro sperare per far pagare qualcosa a chi non c’è più nella nostra vita? 

riassunto

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Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezza e a una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi, di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio.

Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, colto negli occhi dell’altro, indagato nei moti del viso e del corpo, atteso nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste, fa parte di questo comunicare.
E parlare di sé è parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale.

Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

pubblicato in willyco.blog il 7 dicembre 2016

che resterà?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

dei scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

osservare un incrocio

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Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.

tre modi di scrivere, almeno

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Scrivere facendo il resoconto fedele di ciò che accade ed è accaduto,.

Scrivere interpretando la realtà, costruendone una nuova che è conseguenza e comprensione di ciò che avviene.

Scrivere come si fosse altro da sé perché la vita si è disgiunta in noi con frequenza e ha generato un piano parallelo del reale.

Di tutto questo scrivere, che spesso ho usato in tutti tre i modi, avverto il fascino e l’inutilità, appena superabile se non viene scelto il luogo opportuno dove esso si possa esplicare.

Un tempo, per la frammentarietà del mio scrivere, a volte gonfio di parole, oppure fatto con pennellate rapide che descrivevano un sentire, pensavo potesse essere un blog, il luogo adatto.  Era il succedaneo pubblico di un’ abitudine antica fatta di foglietti, notes, quaderni, diari. Non lo penso più, anche se continuo a scrivere in questo luogo pur riscontrandone la progressiva disattenzione.

I miei libri, pochissimi e in tirature limitatissime erano un altro modo per scrivere. La carta offre una materialità che consente di ritornare su se stessi e sui mondi che si contengono, vedendone l’evoluzione. Cosa che l’immateriale rende difficile nella sua ridondanza. Scrivere in questo modo costa in termini di attesa delusa, anche se offrire ciò che si pensa agli amici è pur sempre un dono. Costa perché difficilmente questo scrivere entra in un circuito del dibattere, del comunicare: sono bottiglie con messaggi che vengono lasciati al caso.

Infine resta il tornare alla scrittura su carta, mai peraltro abbandonata e pensare che essa, è il dialogo con noi. Lo specchio che non ci mostra sempre come siamo ma che ci porta nel nostro profondo. Ha un difetto, che in essa il limite di sé s’ avverte più forte e manca la speranza di un comunicare intimo, cioè il vero senso dello scrivere che è insieme introspezione, fantasia, fiducia, attesa. E riconoscimento di sé nell’altro quando questo risponde. In fondo anche questo è il senso delle lettere: scrivere per sapere, perché ci preme conoscere cosa accade in un’altra anima. 

pensieri oziosi di un insonne

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Stamattina, ma era ancora notte, il sogno era troppo impegnativo. Ne sono uscito e mi sono alzato. Le case sono piene di luci piccole che tracciano i possibili cammini fino all’acqua o al dubbio di un pensiero scacciato prima di dormire. Una finestra era molto illuminata dall’esterno, scostata la tenda è apparsa la fonte: una lampada sopra la porta della terrazza di una casa vicina. Le case attorno ne erano illuminate con una ricchezza di particolari che di giorno non si nota. Le ombre giocavano con le piante e con il vento, le foglie rimaste e i rami tracciavano sui muri e sulle imposte. L’intorno ne veniva ingentilito con un’ inquietudine leggera, come se il mondo delle cose si muovesse per suo conto e senza gli uomini avesse vita propria. Un mescolarsi d’ombre e colori privi di lucentezza toccava ora l’una, ora l’altra casa, finestra, terrazza, albero, siepe. Si vedevano le cose della vita domestica abbandonate: una scopa, uno stendino vuoto, una tenda estiva dimenticata, degli scatoloni di cartone messi in un angolo. Tutto si trasfigurava da oggetti con una funzione a cose e diventavano parte di un insieme di esistenze con le loro scelte e dimenticanze. Altre luci dialogavano con quella più forte che faceva da proiettore. Sembravano avere vita propria luci gialle o rosse di interruttori, luci più distanti che non si vedevano e illuminavano dal basso la bruma della notte, luci che filtravano da imposte malchiuse, tracce e insiemi da cui veniva un chiarore diffuso che si spandeva e non arrivava ai tetti.

Ognuna di queste case conteneva storie, stanze dedicate al sonno, sogni che si dipanavano e narravano storie che avevano a che fare con il giorno non con la notte. Il mio sogno era una di queste storie e ora sembrava così semplice e poco enigmatico nel suo rappresentare timori e desideri che ne comprendevo il senso di un discorso interrotto con me stesso fatto di cose e possibilità lasciate in disparte. Il tempo per i sogni non esiste, hanno una vita che esigerebbe la riapertura della nostra e un nuovo svolgersi, non un passato ma solo un futuro.

Con uno sguardo ho ricompreso il cielo e le luci della notte e riaccostata la tenda il mondo si è fatto piccolo, caldo, domestico, con le sue piccole luci che ora ricevevano forza dall’oscurità. Un guscio in cui si svolgeva non poca parte della mia vita e ciò che è esterno si fermava chiedendo di essere compreso, meditato. non solo l’io, ma i tanti che da notizia diventavano sentimento. Tornare a letto e riprendere il filo della notte. Dialogare con me chiedendo lumi sul sentiero da percorrere e ringraziare per le cose che vedo e sento. Ringraziare per i particolari che discutono sulla grandezza dei miei problemi e ne danno una dimensione. Così riprendere il sonno.

ciao come stai?

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Ciao, come stai? Qui la giornata è uggiosa, con molti pensieri, il tempo si sbriciola e assomiglia molto all’indifferenza che esso ha per le cose degli uomini. Pesa questo periodo in cui i progetti diventano piccoli, anzi scompaiono e hanno orizzonti temporali che non dipendono da noi. Essendo le giornate fatte di incombenze e consuetudini, scopro che mi addormento per non pensare, ovvero per entrare in una realtà diversa. Questo non costruire che sembra figlia dell’uggia nella sua definizione di noia mista a inquietudine, sembra una risposta ad una sorta di impotenza che si è scordata cosa deve fare e ne ha la sensazione ma non la forza né il ricordo preciso o la voglia.

Diversa la condizione di chi deve e penso a te nel nel tuo vivere non facile, e che intuisco, comunque pieno, tra figli e lavoro. Così sento che i miei sono problemi da poco, i progetti si sciolgono nel raccontarli e la stessa società è distante e imbelle nel mutare, così da generare per davvero una voglia di cambiamento. Però ho bisogno di fare cose, di esprimermi, e se la scrittura diventa un esercizio in cui cerco di mettere verità e sentire, cerco altre forme del comunicare. Prima ho ripreso in mano la macchina fotografica. La fotografia per me, è una delle tante cose di cui mi accontento, pur avendola amata e ancora amandola, del succedaneo di uno smartphone. Gli attrezzi, esigono impegno e attenzione, ragionamento, non basta il colpo d’occhio alla Cartier-Bresson, bisogna costruire e allora mi concentro sull’inquadratura, sul particolare, sul significato che le cose assumono per me come luoghi del vedere e della memoria. Guardo siti di fotografia e ne sono affascinato. Vedo che le persone, che a me piace fotografare, sono trasfigurate in immagini che restano. Come se ogni opera fosse davvero corrispondente a un’idea. Questo mi fa sentire inconcludente persino nei miei poveri tentativi in quest’arte apparentemente tecnica ma in realtà appartenente al comunicare profondo.
Ci sono troppe cose attorno e troppi pensieri e sento che dovrei acchiappare il vivere silente e confuso di questa stagione, per farlo più mio. Trasformare in spazio la necessità di silenzio e di distanza, togliere le troppe parole prive di contenuto e lasciare che prenda forma in poche piccole attività della mente, una nuova comprensione di sé. Una clausura senza porte che non siano quelle del bisogno di riordinare e dare importanza a ciò che accade.

Ho capito una cosa che dovrebbe essere banale e che ci riguarda ma che forse è una modalità della vita. Penso alle amicizie che si sono succedute e che ora rarefanno, anche con coloro a cui, in un determinato tempo, siamo stati molto vicini. Accade a tutti credo e certamente tra persone che sentono il bisogno dell’altro, che poi questa vicinanza si faccia meno forte e infine diventi solo un pensiero. Un pezzo di vita vissuta. Lo so che è naturale sia così ma capisco che accettare che lo sia, mi toglie qualcosa, mi fa sentire sbagliato nelle meccaniche delle relazioni. Ormai sono passati gli anni in cui saltavo da un pensiero al successivo e questo cercare di capire il bisogno di comunicare diventa più forte.

A Natale e Pasqua, un tempo, a casa, si scrivevano cartoline che compravamo nelle bancarelle delle piazze, c’erano immagini allegre di villaggi pieni di neve o di pulcini ansiosi di uscire dal guscio, e le parole erano sempre le stesse, una richiesta di com’era la salute, una finta ansia di vedersi presto, i saluti e gli auguri. Ti sembrerà strano ma questo filo esile e retorico, una fatica che mi veniva assegnata, teneva assieme persone distanti con DNA collegati, affetti tenui e ricordi antichi che affondavano in molti decenni precedenti. Quando si è gradatamente smesso di scriverci le vite si sono slegate e sono volate come palloncini lasciando al caso e alla buona volontà di comunicare le notizie su come davvero andavano le vite. Poi più nulla, come si fossero sciolti i vincoli che tenevano assieme storie e famiglie. Dobbiamo arrenderci a questo processo che ora sembra accelerare e se succede con la gran parte degli antichi amici, dispiace accada alcune persone, poche, che ciò che sembra una legge sui rapporti interpersonali sia così ferrea e che tutto si riduca al fatto di chi prenderà l’iniziativa per scrivere o fare una telefonata. Nell’epoca in cui non è mai stato così facile comunicare i rapporti diventano ancora più labili, si condensano in bolle e piccoli grumi che poi si dissolvono nel gran solvente della miriade di sollecitazioni da cui veniamo attratti. Così non so davvero di te e tu non sai di me ed è un discorso interrotto che ha lasciato molto da dire.

È un pensiero forse egoista, ma credo che le persone che restano siano poche e che questo dipenda da noi.
Fuori il tramonto ha dimostrato la sua capacità di rendere bello l’inquinamento, ma nei prossimi giorni il tempo peggiorerà e tornerà il grigio e il freddo, com’è giusto sia.

Buona serata e che la tua vita sia piena di presente che si fa futuro.

quando invademmo la germania

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Non erano cene leggere. Dopo stinchi e spalle affumicate, caraffe di birra, crauti e grappa di ciliegie, iniziava il tour digestivo. Fuori poteva essere un caldo da luglio, con i ragazzi in maglietta e calzoncini che si radunavano a crocchi e parlavano forte e suonavano chitarre e bonghi nelle piazze della città vecchia, oppure uscendo dal locale caldissimo, il freddo era una lama tra le costole che faceva chiudere stretti i cappotti e alzare i baveri. I ragazzi erano sempre a gruppi, anche con la neve a terra. Bevevano birra e vodka , facevano fuochi bruciando appunti di lezioni noiose . Si scaldavano le mani protendendole verso la fiamma e sembravano sempre poco vestiti. Accanto a loro si accumulavano mucchi di bottiglie e vomito.

Il giro digestivo seguiva i canali e le birrerie, alzava le voci, si fermava a guardare i colori delle insegne illuminate sull’acqua. Commentavamo l’assenza o quasi, di senzatetto, quelli che si vedevano erano rari, pacifici e dormienti dentro sacchi a pelo molto consistenti. Avevano un tetrapack di latte vicino al viso e un involto di carta. Mi dicevano che i gruppi caritatevoli facevano il giro presto, alle nove, e chi era sveglio beveva il latte caldo e mangiava il panino, chi già dormiva avrebbe fatto colazione all’alba. Anche perché alle sei tutti dovevano andare altrove: passava la nettezza urbana con le macchine pulitrici.

Camminavamo per aiutare l’affumicato a farsi strada . Ogni tre bar aperti, una birreria e una sosta. Una birra scura fresca e forte, un passaggio di toilette e poi, dopo discorsi che sembravano seri o faceti a seconda di chi ascoltava, di nuovo fuori. Credo che la città vecchia e non solo quella si percorresse ripetutamente sino all’una di notte, quando tutto era ormai chiuso e per la terza o quarta volta appariva l’albergo. Chi era più saggio diceva: vado a letto. Così tutti si entrava e c’era l’ultima birra prima di dormire, dove la parola dormire significava una lotta notturna con il piumino in un avvolgersi e srotolarsi in sincronia con i movimenti cinetici dello stomaco, in un sonno ricco di ripetuti risvegli tra incubi di discreta fattura. L’ascesa alle camere era forse per questo lenta, perché ciascuno sapeva cosa lo aspettava e il giorno seguente sarebbe stato impegnativo. Come da programma notificato per tempo e ben organizzato nei tempi scanditi e nei risultati da raggiungere. Così il tempo ridotto di un riposo sudato doveva compensare e mantenere le ottime pubbliche relazioni raggiunte, mantenere l’onore del Paese di provenienza e la capacità di resistere, con qualsiasi tempo, alle agende dei momenti di divertimento. E se qualcuno vedendoci, sogghignava, il giorno appresso si sarebbe accorto che le menti non erano confuse, i reni ben funzionanti e lo spirito alto. Poi sarebbero venuti dalle nostre parti e allora si sarebbe restituita l’ospitalità e il tasso alcolico. Come a dire che se la battaglia non era vinta sbaragliando il campo, era un po’ più che patta, ma dalla nostra parte.

il mare è sera

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C’è qualcosa che attorno non va,

il tempo non procede ,

s’arrotola e mostra trame in cui si leggono figure.

Il mare è sera della terra,

l’accarezza e deposita doni,

sfregola i sassi in cristalli lucenti

ed è luce che sfuma il silenzio,

nel lieve pigolio d’uccelli smarriti.

Volevi tornare nel caldo d’un luogo a te noto:

non amavi i brividi

e neppure il gioco

che sull’arenile scommette con l’onda.

Altrove era il conosciuto che rassicura;

mentre nella spiaggia l’aria ormai tiepida

accoglieva rade distanti parole,

mettere a dormire ombrelloni e sdraio

non richiede grandi discorsi,

ma se avessi sentita l’acqua che sfiorava la sabbia,

avresti visto dove nasce la notte,

e colto il tepore che si prolunga

nell’inermità del pesce che mostra al buio l’argento del ventre.

Avresti capito il cane, dimentico di casa e padrone

che ora annusava felice ogni cosa

rincorrendo la schiuma dell’onda sulla riva.

limitare

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Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

tempeste e ordine

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Le manovre finanziarie passano, s’accumulano, come i debiti d’usura mai si estinguono. Un tempo era l’usuraio benefattore che se non prestava a strozzo la vita, gli uomini lo risparmiavano, ma neppure lui dava del suo e soprattutto nei conti in ordine, nel mastro segreto, sotto file di cifre c’era un totale. Era la vita che s’accumulava del disordine e della difficoltà d’altre vite: lucrava sulla sfortuna e gli errori naturali del vivere.

Ma nessuno di questi errori aveva l’ordine della risacca, il mutare preciso del vento, neppure il rivolgere e neppure il togliere di sabbia per mostrare la miseria sottostante aveva. Non c’era in nessun conto se non la pretesa, ché in questi casi è offesa, d’essere uguali nel totale e indistinti nella somma, cosicché nulla e nessuno, prima o poi, s’ instillava nelle menti. Diceva sussurrando: sarà forza di natura che arrovescia e stravolge l’ordine nell’eseguire i compiti di bilancio. Non sapeva che i bilanci servono alle aziende e non alle vite. Doveva essere miseria che accumula miseria e disordine sociale che prendeva nome di diseguaglianza crescente.

Lasciamo fare alla natura e chi naviga conosce il riparo, casomai insegni a chi ne è avvertito, il modo di riportare le cose a misura d’uomo e di giustizia sociale, il resto verrà da sé.

venti lettere mai spedite

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Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

( In realtà, nel frattempo, questo libro è stato scritto e disperso all’interno di questo e altri blog, ma senza quella cucitura di storia che poteva renderlo quancosa di meno frammentario. Eppure mi sono accorto che, la vita nella sua continuità apparente, si alimenta di lampi, osservazioni, frammenti che poi innesta in una storia a più voci. Mettere assieme il tutto, in un prima e un dopo sarà un prossimo impegno.)

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia l’essere un altro da sé, ma molto simile e generante una sorta di perversione dell’io. Uno scegliere che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che la muta in peggio. Spesso, invece, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dell’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido Per convenienza o bontà, comunque molto viene perdonato e le storie anziché biforcare restano in un alveo più largo che le rende compatibili. Con l’accumularsi degli anni, poi le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: Da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo, perché questo non turba un ordine comune, e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia, si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione generale sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro finché ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro. Non parliamo della politica dove il cambio di casacca, la violazione continua di promesse, il dire una cosa e poi il suo contrario, testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale. Ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile dalla stessa politica.. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, per i giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato, pur mascherato da progresso, tanto che ora, che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e senza lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che adesso la spersonalizzazione è più forte e disperata. Ma questi sono altri tradimenti collettivi.

Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e che, con la stessa parola, si definisca con meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutto e tutti, a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi che vengono capiti, giustificati, e suscitano approvazione e partecipazione, nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e su chi, invece, cerca la realizzazione di sé, mettendo cose diverse in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica: mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, ed emana regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

Posted on Willyco.blog 7 novembre 2017

parliamo di sinistra

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C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

le non notizie

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Nel mondo delle non notizie il cambiamento perde consistenza, in continuo si alza la soglia del vero e gli attori si anestetizzano. Sembrano dormire e recitano, vivono, fanno cose eccezionali che durano lo spazio d’un attimo e non lasciano traccia. Eccezionali per chi non le farà mai, eccezionali perché serie, perché mettono in gioco le vite. Almeno per un po’ non sono come chi guarda e critica. E dice al più: avanti un altro. Ma c’è una scelta di campo nell’eccezione che il tempo ci impone e nel maturare che si accelera. Basta non prendersi sul serio mentre si compie qualcosa che ha a che fare col mondo e non guardare la miseria degli applausi del Senato, quando viene sconfitto il diritto d’essere differenti.

Mi hai raccontato della tua lotta per la libertà, delle tue letture maturate nei luoghi della rete dove non esiste il virus e i numeri dei morti sono inventati. Neppure il Papa ti piace più anzi dal tuo racconto emergono le piccole comunità di quelli che vogliono il ritorno a una rigorosità che conculca ogni piacere e ogni libertà. Apostati, sono gli altri o voi ? Non dovrebbe interessarmi, con le mie poche certezze e invece mi ferisce la libertà agitata in conformità ad assiomi presunti e labili.

Avresti applaudito anche tu nel Senato che a suo tempo certificò la nascita di Ruby Rubacuori come nipote di Mubarak? Credo che quelle urla sia andate al cuore della tua presunta libertà, che questo tempo di ferro sia lo spartiacque di chi sta da una parte e chi dall’altra. L’odio gli indifferenti di Gramsci riprende consistenza e non è possibile stare a mezzo, essere senza patria nelle scelte. Con chi eri e con chi sarai? hai già scelto e non il dubbio. Quando il blocco d’argilla che dovrebbe generare una pietra si scinde, la prossima scelta sarà ancora più lontana e il tema della lontananza, dell’affinità verrà liquidato in piccoli circoli di pensiero conforme.

Non importa, in questo universo le cose accadono perché il presente è dato e il futuro ne è conseguenza.

Oggi ero in uno di quei luoghi che non sono più normali, Asylum, li chiamavamo studiando sociologia, perché lì dentro le regole si sospendevano, le libertà si spegnevano in scelte drastiche e terribili e vigeva il fidarsi. Guardavo attorno e vedevo persone, code, paure, attese e non sentivo i pensieri, le speranze frantumate dai dubbi. Ciascuno era chiuso nella sua necessità. Come nella riva era giunto e chiedeva una soluzione al suo problema a chi poteva dargliela. Semplice e difficile, è questo che neghi e fuggi ? È l’assenza di una rotta comune? Del non essere più tutti, ma solo individui portatori di bisogni? Ci si divide e ci si scinde, nel scindersi una parte resta e l’altra prosegue, ma quando ci si divide nessun pezzo dell’altro ti segue: è una scelta di vita che comporta che il precedente sia visto come un errore e che esso non ci appartenga. Per questo non c’è più indifferenza raccontata e gli ignavi, gli infingardi, i furbi si nascondono in una maggioranza grigia che non dice nulla mentre altrove lampi scindono il cielo comune. Da una parte o dall’altra.

Ti ricordi la “Tempesta” di Giorgione, è questo il mondo: come allora una riforma era alle porte assieme a una guerra dei cent’anni. È questo il mondo dove semplicemente si è da una parte o dall’altra e la cingana che allatta è il mondo che nasce, senza il pudore di vivere, di essere, di sperare, mentre il soldato vestito e armato, è il vecchio senza inermità e capace di offesa, ma è il passato che il cielo laverà tra poco. Pensa che sotto quel soldato la radiografia del quadro ha trovato un’altra figura di donna bella e nuda che si lavava nel fiume, era la congiunzione delle bellezza nel tempo che scorre. Poi Giorgione ha sentito arrivare il ferro e la peste di cui sarebbe morto e ha cercato la bellezza nel reale e nello stato di natura la salvezza. Oggi è la scienza che si allea o contrasta la natura e il fulmine che squarcia il cielo ci riporta all’oggi: abbiamo bisogno di luce e non di oscurità. Questa è la scelta ed è così radicale che ci sarà un prima e un dopo e anche un progressivo cancellarci in ciò che non abbiamo voluto comprendere: che il presente prepara il futuro.

si sanno troppe cose sconnesse

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‌Di quasi tutti non si sa nulla. Nulla che preceda le parole, nulla che faccia capire un pensiero inespresso, un desiderio profondo. Forse non si vuol sapere nulla che non sia voluto, così abbiamo perduto la telepatia. Ma molte informazioni ci arrivano senza voce, involontarie sfuggono all’attenzione perché c’è altro che vibra ed è il corpo che parla. Oppure ci sono tracce nelle cose fatte, nel muoversi, nelle priorità enunciate e silenti, nelle abitudini. Non mancano le informazioni,  solo la pazienza e la capacità di metterle assieme. Però io so quello che mi vorrà essere detto.

Abbiamo sempre dato importanza maggiore alla parola e ora che il mezzo diventa virtuale, esclude i corpi fino alle scelte che li coinvolgono, la parola è ancora più importante. E l’immaginare è importante. Immaginare è un segno di attenzione, l’hai mai pensato? Sapere che qualcuno a cui si pensa sta facendo qualcosa, che si muove in un certo luogo, che esso stesso può pensarti, immaginarti, può uscire dal tempo, non importa quando questo accade ma il fatto che possa accadere. Ci attacchiamo a tutte le sottigliezze per decrittare il testo misterioso che ci viene proposto da chi ha la nostra attenzione. Lo si tiene di buon conto per le sue tante interpretazioni, per porsi domande, articolare dubbi e conservare le certezze che danno sostanza e corporeità alle parole. Questa è comunicazione asincrona che si spinge nel profondo e non ha reticenze.

Ho scritto molto in questo tempo indeciso, spesso mi rivolgo a persone che non conosco, e scrivo cose che suscitano scarsa attenzione. Me ne accorgo perché è come se le parole scivolassero via senza trovare un luogo in cui posarsi. Le parole vivono sempre ma muoiono le emozioni che le avevano suscitate, la maggiore difficoltà che abbiamo tutti, ne sono sicuro, è quella di trovare chi sente davvero quelle parole, le confronta con le proprie, le unisce e ne nasce qualcosa di differente. Questo è la comunicazione vera, quello che nel reale fa l’amico. Anche quelli perduti, ritornano con il tempo passato assieme, le parole che sono diventate emozione e hanno formato. Abbiamo parlato così tanto con tutto quello che avevamo a disposizione, di noi, del nostro tempo, di ciò che scoprivamo e vivevamo perché era talmente forte da superare la reticenza e traboccava nella vita. Eravamo giovani, ci sembrava che l’amico fosse superiore all’amante perché ti amava oltre il piacere. Poteva dirti le cose che pensava e mantenere un legame profondo, c’era se lo chiamavi e tu c’eri per lui. Con l’amico servivano le parole e i pezzi di vita assieme, ora mi chiedo cosa resti dell’uno e dell’altra. Poi il tempo rarefà, mette distanze che non ci sono, sbiadisce e ci si accorge che si sanno troppe cose sconnesse. Ci si chiude in torri di silenzio per il timore di veder rifiutato il dono della confidenza e della sua verifica nel comune sentire. (con fidere ovvero avere lo stesso sentire) Ma anche se ormai gli amici sono pochi, davvero pochi, il desiderio del comunicare quello che si è ora, resta intatto, perché da soli si è meno di ciò che si è per davvero.

l’età dell’innocenza

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Vestito di bianco giocavo con pozzanghere e fango

e mi sporcavo,

guardando gli schizzi, stupito e felice.

Ero un grande esploratore

che toccava il suo corpo

pestava pozzanghere

e mangiando leccava le dita.

L’impuro non era mai nato

tutto era a portata di senso,

quel senso che fa capire le cose

con dita, orecchie, e la bocca.

La gioia o il piacere confusi vivevano

assieme al breve dolore e al pianto,

senza un tempo che non fosse l’adesso.

Vennero poi confini, rimbrotti, divieti,

e piano l’innocenza veniva sottratta,

a me che incolpevole non sapevo,

ma del resto nella vita molto mi è stato rubato.  

Non è mutata l’ innocenza del lasciarmi sottrarre

e sempre la tristezza m’ha raggiunto,

per questo nasce quello che nel profondo si ribella.

E lo seguo.

anche se m’accontento di poco:

di colori, di luce tra le foglie,

di tempo donato e piccole inutilità.

In ciò che m’appartiene

trovo innocenza nell’inutile

e sento che posso viverne felice.

otobre

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De otobre gò na rasòn vecia, squasi antica,

fata de odor de tera smossa,

de caminar pai campi,

de osei coe ale spaurie,

sbatue via dal volar suo.

Chissà cossa pensa la seegheta che scampa da un scioco,

da un movere de foje, da un sciopo, 

col core ch’el par sciopar fin ché vola nel cielo,

sperando de scampar, nea paura sua, 

che un dio a sò misura gabia on poca de atension,

par lù, oseo, picenin,

muceto de piume, poarete.

Non pol dir gnanca: otobre maedeto,

nol gà i mesi, on lunario picà in casa,

ma solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,

miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè

e intanto el scampa, sperando.

Seguendo coi oci ch’el volar anca noantri speremo

che’el cacciator sia un fià orbo,

o almanco sbalà e poco bon nel trare

e magari tanto gnoco da sbaliare.

In tanto, da torno otobre colma l’aria

de odori sciaresai dal primo fredo,

de fumo lontan,

de caldo vizin na fiama,

de altro e pur tanto,

che mai se podaria metare so on telefonin, dentro na app, 

però tuto sto rumegar de odori el ghe xè,

e basta snasar e vardar almanco un fiantenin,

solo par capir dove se zè,

dove semo rivà,

dove se podarave ‘ndar.

De otobre gò scarpe da trosi piene de fango, 

que’o che deventa duro come piera,

gò el brivido in tea schina,

del primo fredo che zà el conta la sera,

gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,

la vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.

De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna bon,

na siarpa, el primo paletò, 

gò l’acqua del fosso che de matina varda la brina,

la pressa del tramonto de impisare la notte,

gò tuto queo che ghe xè

e no poco manca

ma questo miga dipende da lù,

da otobre,

dipendarà pur da mì

e cussì meo godo nel bon pensando

che no xè passà un mese,

na stagion,

ma n’altra de novo xè rivà.

la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco.  È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.

Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,

fatta di odore di terra smossa,

di camminare per i campi,

di uccelletti dalle ali impaurite,

gettate via dal loro volare.

Chissà cosa pensa il passero che scappa da uno schiocco,

da un muovere di foglie, da un fucile,

col cuore che gli pare scoppi mente vola in cielo:

di scampare, nella sua paura,

che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione

per lui, uccellino

mucchietto di piume, poverette.

Non può neanche dire ottobre maledetto,

non ha i mesi, un lunario appeso in casa,

solo quel pochino di vita che però gli pare molto,

non pensa a quel che sarà, ma quello che è,

e intanto scappa, sperando,

e con l’uccellino, anche noi speriamo

che il cacciatore sia un po’ orbo,

o almeno squilibrato (sballato),

e sempre poco intelligente.

Intanto attorno ottobre colma l’aria

di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:

di fumo lontano,

di caldo vicino alla fiamma,

di altro e pure tanto,

che mai si potrebbe mettere in un telefonino, dentro un’app,

però c’è, e basta annusare e guardare,

almeno un pochettino,

solo per capire dove si è,

dove siamo arrivati,

dove si potrebbe andare.

In ottobre ho scarpe piene di fango,

quello che diventa duro come pietra,

ho il brivido nella schiena,

del primo freddo che già racconta la sera,

ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,

la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.

In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,

una sciarpa, il primo paletot,

ho l’acqua del fosso che di mattina guarda la brina,

la fretta del tramonto di accendere la notte,

ho tutto quello che c’è

e non poco manca,

ma questo mica dipende da lui,

da ottobre,

dipenderà pure da me,

e così me lo godo pensando

che non è passato un mese,

una stagione,

ma un’altra di nuova è arrivata.

buon compleanno Mamma, buon compleanno Nonna

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Quest’anno Vi scrivo a entrambe, Nonna e Mamma, nate lo stesso giorno e parte essenziale del mio sentire e vedere il mondo. Buon compleanno e grazie della vita che diversamente mi avete dato. Grazie per l’immenso amore ricevuto, per le domande a cui avete risposto e per i silenzi che mi avete insegnato.

Tu, Mamma, sei nata che finiva una pandemia, la spagnola, mentre tu, Nonna, l’hai passata tutta, ne sei stata contagiata con i tuoi figli e hai aggiunto una morte e un lutto a quello del Nonno. Tragedie mai davvero superate, ma rese parte della tua vita, che non ti sei rifiutata di vivere.

Come si è vissuto nel secolo breve, tra rivolgimenti di governi, guerre, timori e agiatezze disperse da trasformare in lavoro, in coscienza di sé e di chi vi stava vicino? Un secolo vissuto tra città e campagna, tra cose che mutavano rapidamente, viaggi interminabili, lingue straniere e poi rimpatri e difficoltà che sembravano essere alle spalle, per Te, Nonna. I tuoi figli piccoli, il Nonno in guerra, per finire ucciso in una dolina del Carso, la difficile ricostruzione di un luogo dove vivere, tenere assieme gli affetti, la capacità di cominciare a lavorare per vivere. Credo tu sia vissuta molto per quel figlio che ti era accanto: farlo crescere, dargli una educazione e un senso della dignità e della libertà, non era una cosa facile, ma l’hai fatta in modo esemplare.

E tu Mamma, quando hai incontrato quell’uomo gentile, eri una giovane donna, come sei sempre rimasta. Penso al primo pranzo a casa della Nonna, alla tovaglia buona e al conoscersi tra Voi. Non avete fatto fatica a mettere assieme senso di responsabilità, amore per quello che facevate e la vita, anche se il secolo breve apriva un’altra guerra e spediva di nuovo gli uomini in luoghi dove non si capiva perché si morisse e per chi. La storia di mio Padre è sempre la vostra, fino alla decisione di mettere assieme la famiglia. Difficile per una giovane sposa, anche di necessità dopo un bombardamento che aveva tolto tutto. Ancora una volta, ma queste erano cose, non vite. Fu anche una scelta, difficile per due spiriti liberi, ma per me bellissima perché cresciuto con entrambe, con un amore sconfinato a proteggermi e a riempire la testa delle storie del secolo che trascorreva. C’era sempre la città e la campagna nelle vite, poco distanti, frammiste di incontri, eppure così diverse: mio fratello cresceva con gli altri nonni, altre storie. Gli amori si incrociavano nello stare assieme tra noi e c’era un frammischiare le vite, diverse per esperienze, ma così vicine e silenti che parlando si apprendeva ciò che non veniva detto.

Tornavo in città, d’estate, la sera, stanco e pieno di un mondo che il secolo inghiottiva ma esisteva ancora ed era così diverso dal mio solito che capivo di non avere esperienza se non c’era una guida. La guida eravate Voi, con le spiegazioni e le vostre vite, così diverse, ma accumunate da gesti semplici, “vola on cafè” Sì ma de queo, bon”. “Lo meto su”. Non era la cuccuma che bolliva incessantemente tutta la settimana e che tu, Nonna, ravvivavi con tre cucchiaini di caffè la mattina e bevevi spesso, aggiungendo poi acqua. No, era il caffè della napoletana, fatto con cura e con un po’ di torta che lo accompagnava. Era il vostro modo di fermare le occupazioni diverse, di parlare, di immaginare i giorni che venivano. Credo che queì riti, assieme a tanti altri, vi abbiano tenuto vicine oltre le parole, anche quando ogni necessità di stare assieme era superata. Ed è stata una scelta non facile per due spiriti liberi come i Vostri.

Le Vostre vite si sono incrociate per una storia d’amore, ma ciascuna vita ha conservato i suoi punti di identità, le libertà e le esperienze così diverse. Vivere una vita mantenendo le proprie convinzioni, crescendo se stessi, i figli, i nipoti e poi sempre avendo il riferimento di essere portatrici di un disegno proprio, non è cosa facile. O magari lo è e lo fanno in molti, forse tutti, ma io ho sperimentato l’amore generato e aggiuntivo, su di me. Ho sentito il diverso sentire, farsi insegnamento, diventare vita e sentimento, ho avuto sempre la sensazione che oltre alla guida e alla sicurezza che ricevevo da Voi, mai fosse messa in discussione una mia strada, una crescita che poteva riguardare solo me, perché entrambe, come mio Padre, avevate un senso della libertà, dell’essere se stessi, che il secolo non aveva scalfito e da questo nasceva un antifascismo naturale che non aveva bisogno di spiegazioni: non subire imposizioni alle proprie idee. Forse è questo il significato dell’educazione, ovvero un lasciar crescere fornendo delle sicurezze e delle regole che aiutino a capire chi si è e dove ci si trova.

Oggi è il Vostro compleanno anche se ormai da troppo tempo gli anni si sono fermati. Non l’amore, mie Care, e se Vi sento nei miei gesti migliori è perché nessun amore ci lascia mai davvero e continua a parlare in noi.

Buon Compleanno Mamma. Buon Compleanno Nonna.

mantra del limite

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Nella battaglia non pensare a me, ma salvati. <non importa se vincerai, combatti per ciò che ritieni giusto e non pensare che finisca la luce con la notte.

Se la prenderanno con chi combatte per la propria idea, non con chi vince.

Fai il giusto, allora, sapendo che è parziale.

Rifletti e preparati, pensa a come sei tra gli altri, metti sempre nei pensieri quello che hai trovato in fondo alla tua anima. Non è la verità e neppure l’assoluto, ma qualcosa che è difficile, che costringe a cambiare, che sembra rendere il pezzo di mondo che ti è vicino, più equo.

Combatti e usa bene le forze, conosci il tuo limite, chi ti è amico, quanti hanno condiviso la tua vita. È non attendersi nulla, la gratuità del tuo gesto, il tuo impegno non ti toglierà dalla ferocia della critica ingiusta, ma servirà a capire chi ti è vicino e chi non lo sarà mai.

Nella battaglia non pensare a me, salva il buono che porti dentro e con umiltà tienilo stretto nel tuo cuore. Sarà la tua forza e corazza.

Nella battaglia non pensare a me, ma a ciò che è giusto sia.