Il secolo che si chiude

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, ma forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, ora mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo. Breve o lungo ma per chi ha la mia età molto ha contato. È il secolo che ha chiuso con le ideologie e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare un secolo che ha dissolto e costruito. Di questo passaggio e chiusura, che poi è la chiusura con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite. Rendersi conto che ora la memoria difficilmente può essere condivisa consegna noi ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere: valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più libero, soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi il nuovo secolo e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che transita e non lascia traccia.

buon ferragosto

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Non c’è un momento per la nostalgia, è una dolce traditrice che ti assale quando sei più inerme, forse perché qualcosa manca e andando ad allora ti sembra ci fosse, magari molto diverso e non necessariamente migliore di quanto c’è oggi. Anzi non è mai così, ma una tela s’è smagliata ed ora il bisogno di riannodare ti sembra che metterebbe a posto. Non può accadere ma la presunzione lo suppone. Dei molti ferragosto passati, alcuni ci vedevano assieme. Io ero sufficientemente piccolo per non avere tutte le libertà, ma le curiosità c’erano, e forti, così la voglia che una festa fosse comunque piena di contenuti e non solo di cibo e chiacchiere di grandi. Eravamo sempre nel mare selvaggio fatto di fine sterminate e acqua salatissima della mia infanzia. La sera prima i pescatori avevano tratto a riva le reti e tutti i pochi villeggianti, comprese le suore e i preti dei misteriosi stabilimenti elioterapici e colonie, avevano aiutato a tirare i canapi, mettendo le gambe bianchissime in acqua e ridendo forte. Poi il grosso della rete s’era gonfiato in una delle secche e i pescatori avevano tratto i pesci più grandi. C’erano un paio di razze, dei tonnarelli, cefali e orate, una tartaruga media. Avevano fatto il loro lavoro, evitando i pericoli delle code acuminate come lance e subito tagliate, divisi i pesci per specie e per dimensione, coslparsi di ghiaccio e sale nelle cassette e infine avevano offerto, come sempre, il pesce piccolo per somme irrisorie a chi li aveva aiutato, così tutti, villeggianti, preti e suore erano tornati a casa con cassette o grossi sacchetti di pesce ancora saltellante. Mia madre ne aveva preso ben più di quanto ne avremmo mangiato ma il giorno successivo, ferragosto, se non si mangiava assieme ad altri si offriva ai vicini.
Nell’ombra della casa di legno e sabbia,veniva allestita una lunga tavola fatta con le tavole dei piccoli locali di vacanza e poi ricoperta di tovaglie che andavano dai quadrettati ai fiori, dai cotoni alle cerate, in un tripudio di colori e allegra confusione. Ciascuno mangiava e scambiava, poi chi restava senza essere vinto dal sonno, continuava chiacchierando, fumando, bevendo caffè e grappa con la ruta. I dolci erano semplici, arraffati da noi ragazzi, già ben sazi di fritti, impanature, polente e smaniosi di tornare a scalare e correre sulle creste franose delle dune.
Sapevamo che tornando, a sera, tutto sarebbe tornato al suo posto. I tavoli, le tovaglie, le persone, ciascuna tornata nelle stanze in affitto, a chiudere il giorno con quella stanchezza strana che è solo del dì di festa. Ma per noi, ignari, era diverso perché se un giorno si toglieva alla vacanza c’era stato qualcosa di incompreso, oltre al nome, che aveva celebrato un rito. Quale esso fosse e il perché, ancora mi sfugge oltre la comprensione dell’origine, dei significati apotropaici o religiosi. Era qualcosa di cui ogni generazione diventava depositaria senza un motivo per metterla in discussione che sanciva un’unione, una sosta comune, un ritorno. Così anche oggi guardando i fuochi che rosolano le carni e i pesci, il cibo scambiato, le corse dei bambini, penso che dietro ci sia un desiderio insoddisfatto di essere assieme, di raccogliersi per dirsi cos’è accaduto mentre eravamo distanti e che il non condividere pesi, faccia sentire soli.

malinconia

Ho avuto paura della mia malinconia
tirandola come un elastico,
sovrapponendola a orizzonti e linee di battigia,
ho temuto si rompesse percuotendo il viso,
che mi lasciasse ancora più solo davanti alla speranza,
quella che dapprincipio non ammette fallimenti,
che impedisce di cogliere il bello transitorio d’un colore,
d’una forma, un suono,
d’un particolare nascosto nel cuore d’un meccanismo
d’orologio che non scandisce,
batte silente il tempo che non conta.
Di questa malinconia ho fatto lente,
che esposta al sole incendia,
ingrandisce le parole e i segni,
perde il senso e tocca qualcosa che neppure ha nome,
ma si comporta bene quando le chiedo di star queta,
e silente perché altro c’è da fare.

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali
che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
Consci che è ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo.
E su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
 Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.

parlando di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando esso ci è mutato  tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che di esso contengono, è arduo. Anzi confermato la diarchia tra concretezza e realtà raccontata con la conseguenza di astrarre dalla realtà vissuta e rifugiarci in mondi possibili ed economie alternative che che per la loro difficoltà diventano di immane concretezza realizzativa. Bisogna diffidare dalle proposizioni che iniziano con ” sarebbe facile” perché implicano una volontà univoca e collettiva che raramente esiste in natura se non come la conseguenza di catastrofi già avvenute.  Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questa realtà esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza di chi lavora nei settori di successo diventa rapidamente obsoleta, bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione modale e questa formazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.

Portare il sostegno a chi perde il lavoro non anticipando la pensionea ridotta o il non lavoro assistito ma avviandolo verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL concentrandosi in lavorazioni meno complicate, avendo colpevolmente perduto la chimica, la costruzione di treni e di aerei ed ora, quella di auto di massa.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione in cui versa il lavoro e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, ma è più semplice se diventa un problema europeo.

Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare un’ esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene, se non in parte,e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (una minoranza)h e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili per l’ambiente e per chi acquista, funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega impedendogli di acquistare ciò che produce. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore intrinseco di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite, a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale. Questi non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona, che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune.

Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione comune, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui virtualmente liberi, in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi e generare una visione perseguibile di cambiamento.

tout les matins (du monde)

Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta  al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.

schiuma d’onda

S’arrivava a sera senza sapere il nome del giorno,
e il successivo sarebbe stato migliore, diverso, mai eguale,
con i sensi sempre irti a captare
ogni umore, pensiero o stanchezza.
Tornar presto era esser sconfitti,
perché qualcosa di meglio si sarebbe perduto,
non noi noi, certo,
non interi, ma un pezzo del nostro unico tempo.
Una notte, scoprii per caso,
è crudele il caso perché mai mente
e non copre di glassa e parole la realtà,
quella notte il caso era in forma,
così mise in fila ordinate parole innocenti,
nessuna tagliava ciò che sembrava essere stato,
eppure alla fine il risultato era quello.
D’improvviso l’estate sfumava,
restava il sole, il bruno corpo, le letture furiose,
e anche il giorno tornava ad avere un nome,
ma il resto era evaporato
in quella striscia di luce
dove l’acqua confondeva l’orizzonte
ed io ero schiuma d’onda
che sulla riva si stende.