eppure

eppure

Bevi pochi caffè,
troppo pochi assieme
e il tuo fumo non è mai denso come il mio.
Eppure, incespico sull’eppure
su quella confidenza che scava righe di tempo.
Esito su quella parola che contiene dolcezza infinita, e
si nutre di contrari e piccole identità.
Eppure era il cielo mentre parlavo steso,
era uno stelo di grano, perfetto controluce,
era le parole che indovinavano le nuvole.
Eppure era -ed è- tutto l’imperfetto che non trova mai il suo posto,
è il pensiero che non coincidere sia salvarsi da un’innocenza smarrita:
una eterna speranza di meraviglie,
e poco conta,
davvero,
quello che si perde
se la promessa non finisce.

la fine della civiltà è un fatto personale

la fine della civiltà è un fatto personale

La fine della civiltà (o del mondo) si riferisce alla tua civiltà, come la fine di un amore (di un contesto affettivo) è la fine del tuo amore.
La misura del proprio territorio affettivo, intellettivo, operativo diviene la misura del mondo, di ciò che si percepisce come conoscibile e che, quindi, può avere una relazione possibile, importante.
È l’abitudine che erode (quando un nome proprio diventa verbo c’è sempre qualcosa che inciderà sulla carne dell’anima) il nostro perimetro, gli impedisce di allargarsi e quindi di riflettere, ossia di vedersi. Al contrario dell’hambitus, del luogo delle meraviglie dove si coltiva la crescita, il tempo e la meditazione, il cerchio dove si esercita l’abitudine la corrompe in moda, in atteggiamento prevalente che non distingue più e toglie la fatica del capire e della diversità. Così l’amore si trasforma in ripetizione (anche nella ricerca del per forza differente c’è ripetizione) sino al prevedibile e alla noia.
La civiltà finisce per incapacità di essere altro che esercizio di potere verso qualcosa di conosciuto. Le manca una meraviglia, una spinta ad essere di più e oltre e quel più e oltre è un processo personale e collettivo perché ha bisogno di comunicare ciò che si è compreso.
Le civiltà muoiono per la noia del potere ad esercitarsi oltre la forza, l’imperio. Annoiano per indifferenza e ripetitività esattamente come la fine dell’amore.

il peso dell’anima

il peso dell’anima

Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.

E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.

legalità

legalità

Qualche tempo fa sono stato derubato dentro un bar del centro di Roma, di una borsa che conteneva una macchina fotografica, degli obbiettivi importanti, oltre a parecchie schede di memoria non salvate. Il ladro l’ho visto, era un signore, di pelle bianca, con finta valigia al seguito, poi scomparso in pochi secondi al mio inutile inseguimento. Pur ripreso dalle telecamere del bar, denunciando il furto ai carabinieri, mi sono reso conto dell’inutilità della denuncia e che il mio danno, pur grande, era solo statistica. Ovvero nessuno avrebbe cercato quel ladro e la stessa cosa valeva per quelli che erano in fila con me per denunciare un furto.
Di fatto il reato di furto esiste ma non viene perseguito se non nei supermercati o in flagranza di reato e questo non è l’unica violazione del codice che ormai non ha conseguenze, ci sono il vilipendio, la calunnia, le percosse senza un esito grave, la truffa portata avanti via internet o telefono o a domicilio, la circonvenzione di capace che viene raggirato dai prodotti finanziari offerti da banche disoneste, ecc. ecc. Ma pure l’odio razziale, l’apologia del fascismo, l’incitamento alla violenza, lo stalking sono reati derubricati, che nessuno persegue anche se ci sono nel codice penale. Ciò che voglio dire è che il terreno in cui cresce il crimine più grave non viene bonificato e questo crea un’idea di impunità per il criminale e di insicurezza e solitudine per il cittadino. Cessa un rapporto di fiducia con lo Stato e la conseguenza è che la norma fondamentale su chi ha l’uso della forza, alla base dello stato moderno, viene messa in discussione. Non il cittadino si deve difendere da se ma lo stato lo deve togliere da questa necessità. 

Si è spesso detto che la legalità sia un grande problema per l’Italia, che intere zone del paese abbiano un codice attenuato e che questo limiti la civiltà e la crescita del Paese, se vediamo il numero di reati e chi affolla le nostre carceri questo non sembra vero, perché siamo nelle medie europee. Ma se si considera che molti reati non vengono più denunciati perché è inutile farlo, allora la situazione cambia e di questo vorrei si occupasse senza tregua il ministro dell’interno. Questo sarebbe il cambiamento.

prima della sera

prima della sera

Nel pomeriggio il sole s’era impadronito degli occhi. Li aveva chiusi trasportando la mente altrove. Era un sogno a metà, ricco dei rumori esterni, veloce e torpido perché diceva il non detto.
Sono stanco, disse al risveglio, forse mancava un concludere, oppure la realtà non era così forte da sembrare appetibile per muoversi. Resterei così a lungo, si disse ancora, e nulla è davvero urgente. Gli tornava in mente che se ne andava dalla spiaggia col sole ancora caldo ma già sul mare. Le ombre erano lunghe, c’erano poche voci e altri, accidiosi come  lui, che lasciavano che la sera li inghiottisse. Non c’erano progetti o frenesie, era un’ora in cui non accadeva nulla. Si poteva guardare, ascoltare e c’era la stanchezza del troppo sole che rendeva tutto facile, che accoglieva. Sarebbe stato l’abbandono più dolce, l’abbraccio ricco di lente carezze, con parole sospese e lievi, e come mai inermi. Ma nessuno sapeva e quel dirsi stanco era attesa.

oppure

oppure

Era entrato nella cattedrale solo per il famoso labirinto tracciato a mosaico sul pavimento. C’era, illuminato dal rosone centrale, splendeva per pezzi, sovrastato da sedie e banchi per i fedeli. Forse era un segno che oggi nessuno più si perdeva o desiderava perdersi.

Oppure

Il labirinto si doveva cercare sotto sedie e inginocchiatoi e anche questo era un segno perché non basta avere la volontà di perdersi e magari ritrovarsi alla fine di un cammino, ma serve la volontà del percorrere e del cercarsi. Se cosi è, quegl’intralci che occultavano il labirinto erano le scuse che avrebbero evitato la fatica della vita piena.

Oppure

I mosaici occultati, i simboli, le loro precise collocazioni erano state stravolte dal tempo sopravanzato. A che serviva un labirinto senza una mente che cogliesse i segni, le corrispondenze con il vivere e il suo possibile futuro?  La funzione profetica, persino il dilemma della scelta era smarrito, restava l’apparenza e il gioco del tirare a indovinare: praticamente nulla. Allora sacrestani pietosi, forse iniziati, avevano occultato alla noncuranza, ciò che era prezioso e ora solo file ordinate di sedie coprivano le alternative del dove andare a cercare il proprio senso.

Oppure

Il rosone, pur quasi coperto dall’organo immenso, sfolgorava di colori. L’organo era un trionfo di legni scuri intagliati, di statue, di mensole e canne, acquattato nell’ ombra, ma conscio e forte di un silenzio che preannunciava la sua voce immane. Un raggio di luce lo accarezzava, si faceva strada tra canne e sculture e finiva sul pavimento. Ora una piccola pozza di sole percorreva il labirinto. Indicava, o almeno sembrava lo facesse, si schermiva e timida interrogava: hai visto? Scelto? Non dire che è stato un segno del destino, sei tu l’attore della tua commedia, io servo solo a rammentarti cosa cerchi. E non invocare scuse, non scegliere è la certezza che non ti troverai. Ma forse questa è la tua scelta. E la luce intanto, con pazienza, scavava pertugi tra volgari intralci di gambe e banchi, cercava figure del mito e assonanze, indicando distrattamente gli assoluti che il mosaico conteneva.

Oppure

Vide il labirinto e ne sentì la sofferenza d’essere stato sepolto al senso. Sedette e gli parve di meditare su uno scempio impunito. Pian piano emerse la ragione del suo essere lì, della sua sorpresa, del mondo che stava attorno che perseguiva l’idea che non ci fosse soluzione al vivere. Altri ben prima della costruzione della cattedrale e del labirinto avevano meditato sulla stessa relazione tra assoluto e parziale, tra inconosciuto e banale. Vivere era solo un disordinato susseguirsi di desideri oppure un essere ben poggiato su di sé e, seppur ricco di dubbi, cerca la sua vita? Era lui, e coloro che l’avevano preceduto, fantasmi di una libertà dell’andare oppure insiemi di regole e di obblighi ricevuti? Guardando il pavimento a mosaico vide un raggio di luce e, gli parve, la figura di una fenice illuminata: nascere in continuazione era una risposta al bisogno di innocenza, ma anche un vedere oltre gli obblighi e la colpa che essi generavano. La libertà era il percorrersi, lo scegliersi per cercare il cuore del mondo, il labirinto era dentro di sé e ciò che si poteva vedere ne era una pallida, occultata rappresentazione.

Oppure…