per fezione

per fezione

Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza.  La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.

scrivo storie

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

lettera su ciò accade e noi

lettera su ciò accade e noi

Mi chiedevi cosa pensavo del mondo, di quello che ci accade attorno, di come nuovi fascismi si facciano strada e prendano le persone mentre attorno c’è disattenzione e indifferenza.
Mi hai fatto riflettere e pur cercando di capire, di informarmi ho capito che mi sentivo stanco. Mi chiedevo come potessi avere sentimenti così contrastanti su ciò che accade, come non ci fossero priorità, ragioni forti per partecipare di più. Mi chiedevo anche quanto su questa ignavia influisse la noia del molto visto, il tempo, gli impegni. C’erano fatti che mi colpivano e che confermavano tesi che si erano tramutate in modi di vivere, quasi fossi stato un indovino, e altri fatti, non meno importanti o gravi che mi erano diventati indifferenti. Quasi la conferma di un procedere verso qualcosa che non si poteva mutare e che veniva arricchito da imprevisti totalmente tolti alla partecipazione, mia certamente, ma di molti altri che, come me, si interessavano, capivano e registravano ciò che stava mutando.
L’impressione di inanità toglieva le forze, eppure non volevo essere spettatore di ciò che non mi andava, ma capivo che aderire ad appelli, denunciare le ingiustizie più evidenti era solo tener viva l’indignazione, ma non la mutava in cambiamento. Ci dicevamo: se tutti fossimo uniti nel far qualcosa cambierebbe il mondo. Basterebbe non consumare più un prodotto che viene da una multinazionale che sfrutta persone e mondo, o da un Paese particolarmente ingiusto. E molti di noi lo facevano, ma non bastava a mutare le cose, le politiche che sottraevano ai molti per dare ai pochi. Mancava un noi percebile anche quando eravamo in parecchi. Non più tanti, quello lo eravamo solo nei ricordi e allora ci dicevamo: ti ricordi al Circo Massimo con Cofferati, eravamo 2 milioni. Magari un po’ si esagerava ma eravamo tantissimi. E quella volta a Milano, a Napoli,a Genova, a … Uscivano dai ricordi le tantissime manifestazioni, gli slogan, la libertà e le notti insonni. Poi qualcuno diceva: eravamo giovani e tutto per un attimo acquistava un senso logico, una sua impellente necessità di essere nel proprio tempo, e di scegliere una parte, che per noi era quella giusta.
Ci penso in questo pomeriggio sospeso, dove nulla è urgente e fuori nuvole grige riempiono il cielo ad oriente. Lá dove da tempo si mischiano tempesta, ingiustizia e morte, ma anche molta voglia di vivere, di normalità. Ti avevo raccontato del mio arrivo a Nablus su un vecchio pulmino Wolkswagen e nella strada vicina da una parte c’erano i ragazzi che lanciavano pietre e cento metri davanti, i soldati israeliani che sparavano.
La strada curvava ad angolo retto e finiva in una piazza, e lì c’erano i tavolini fuori dei caffè e le persone che parlavano e bevevano sedute. E io ero rimasto impressionato di come normalità ed eccezione si toccassero, tanto che poi misi queste parole nei discorsi ufficiali che precedettero la cena. Poi non abbiamo fatto nulla di quanto progettato a Nablus e in fondo mi spiace ma anche ne sono sollevato, perché molto di ciò che ho visto in attività è stato distrutto e quando si costruisce qualcosa ci si affeziona ed è brutto vedere che restano solo rovine. Anche allora inseguivamo un sogno. E credo non si possa fare altro. Anche adesso. E quelle parole: allora eravamo giovani, non descrivono un’età, ma un modo di sognare il mondo e la realtà. Allora se sognamo la giovinezza, questa non è un ridicolo non essere, ma un fare, un perseguire, un sentire che scavalca le età e ci dice ciò che è giusto e si può vivere.

qui non si parla di politica

qui non si parla di politica

Un tempo lo si trovava scritto nelle osterie: qui non si parla di politica. Era un cartello stazzonato, con qualche mosca spiaccicata, retaggio del fascismo e dei suoi pericoli. Poi di politica si è parlato molto, spesso di squincio per dire con chi si era, autodefinirsi senza grande fatica, e l’ideologia aiutava molto. Anche chi era anti qualcosa era comunque parte di un gruppo in cui circolava qualche risposta e non pochi perché. Poi è subentrata l’indifferenza. Più o meno negli anni 80/90 quando fare politica aveva acquisito assieme alla Milano da bere, una sua rarefazione ideale, ma tutto era già nato prima.

Si dice adesso che tornino i fascismi, che l’istinto autoritario sempre presente nelle azioni e nel pensare umano, prenda il sopravvento. È il bisogno di un capo quando non c’è più un padre e anche la madre diventa incerta, oppure è quel bisogno di non avere responsabilità, di delegare che ha ucciso la cultura della partecipazione. E a cosa  si può partecipare se tutto attorno dice che sei in competizione, con tutti, nel lavoro, nella coda al supermercato, nel trovare un posto all’asilo per tuo figlio? La competizione atomizza, riduce la persona a non dover chiedere perché mostrerebbe le proprie debolezze, oppure fa chiedere il non dovuto, la raccomandazione, comunque riduce gli spazi di fiducia, abroga le regole comuni. Quest’ultima parte diventa fondamentale, senza regole comuni tutti sono avversari o nemici e in politica si assiste ad una condizione esilarante in cui tutti vorrebbero essere all’opposizione. Questo è il combinato disposto di anni di balle, di narrazione della realtà, di irrisione degli ideali, di demonizzazione del noi, che hanno demolito il senso comune. Non si parla della bellezza della differenza ma del culto della differenziazione, non si disquisisce sul perché siamo assieme e in tanti possiamo fare più della somma di ciascuno ma del rifiuto di stare assieme.

Si sono create delle realtà prive di prova effettuale, insomma verosimili ma non verificabili. È la narrazione che dice a chi sta peggio che non è vero, è la statistica che parla di lavoro in crescita a chi non lo trova, e diventa la colpevolizzazione di non vivere nella realtà giusta, ovvero quella raccontata. E siccome le narrazioni sono diverse e per paure o speranze differenti, ognuno sceglie la sua, salvo poi scoprire che era una balla, che non è possibile, o meglio che chi racconta effettivamente gli darebbe ciò che promette ma qualcuno glielo impedisce. Un cattivo si trova sempre, un complotto affascina, ma la realtà non cambia.

Se si dovessero dire quale siano i compiti identitari della politica democratica, a mio avviso, si dovrebbero individuare in due priorità: ricomporre la realtà in una sola, quella che tutti vivono, poveri e ricchi, e fare della politica una scelta individuale. Non è una cosa nuova, dopo il 1943 chi scelse l’antifascismo e la resistenza fece queste due cose. Prima di essere comunista o democristiano o socialista o repubblicano, scelse di vedere la realtà del fascismo che era ben diversa da quella che era stata raccontata per vent’anni e unificò la sua realtà con quella degli altri antifascisti. L’altra scelta fu quella che lo riguardava nei confronti della politica ovvero se contare o meno nel creare il proprio futuro; poteva essere indifferente, opportunista, ignavo, oppure scegliere. In molti scelsero e cominciarono a creare un paese condiviso. Chi era all’opposizione voleva prendere la guida del Paese per portare innanzi un benessere più forte, ma agiva all’interno della stessa realtà.

Tutto questo si è smarrito e nella politica, è compito della sinistra rimettere assieme la realtà dei bisogni con quello che viene raccontato. È compito della sinistra dare risposte che riguardino i problemi reali non le conquiste immaginarie che non si traducono in vita quotidiana. È compito della sinistra fare della politica una scelta individuale che mette insieme, che partecipa a un noi. È compito della sinistra far sì che la competizione serva anzitutto a chi perde mentre premia chi ha più qualità. Non è difficile spiegare questo concetto, se chi concorre non vince deve avere la possibilità di far meglio e di vincere la prossima volta. Ci dev’essere un noi anche quando si ha l’eccellenza perché il Paese cresca, altrimenti si allarga l’abisso tra i pochi primi e i tanti ultimi e questi non si solleveranno più. Si cresce assieme perché ci sono idee diverse e un tessuto comune, regole comuni, legalità comune.

Qui non si parla di politica ma di condizioni per farla, di onestà e pulizia, di un arrivare alla sinistra e non di dire: io sono di sinistra ma mi va bene tutto quello che impedisce l’equità. La notizia buona è che non c’è nulla che non possa essere fatto meglio e a servizio di tutti, quella cattiva è che non ci verrà mai regalato. E adesso ognuno decida perché la decisione è personale.

 

macondo

macondo

Ci deve essere un posto in cui non devi più giustificare nulla, in cui tutto è come appare. Un posto dove la storia si scarta come un regalo, si crea quieta con i tempi del futuro e non del passato.

Ci dev’essere un posto in cui sei nessuno e tutto è una pagina da scrivere, un sonno, una passione e un amore. 

Ci dev’essere un luogo dove si è puliti dalle parole che giustificano ciò che non dovrebbe essere giustificato, perché è vita fatta, vissuta, errori e cose buone, tutto impastato e tenuto assieme con tenerezza e senso del limite.

Ci dev’essere un luogo dell’innocenza dell’intuizione, del voler far bene, della precarietà. Ci dev’essere.

rta ovvero una mattina del mondo

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

vicino al mare

vicino al mare

Il negoziante, parlava italiano ed era comunista. Lo disse subito, sentendoci entrare, per mettere le cose in chiaro e rifiutare il mio scarso inglese. Credo. Rispondeva volentieri alle curiosità che sollevava: aveva partecipato alla guerra civile, poi si era ritirato in quel negozio che era più un corridoio che una stanza, con un bancone e pochi barattoli e bottiglie alle spalle, Due cesti per il pane, uova e della feta che galleggiava in una bacinella coperta da una moschiera, a fianco, una vecchia radio che suonava musica tradizionale. Era seduto su uno sgabello alto e ci interrogava sull’Italia. Sapeva e leggeva di Grecia , di Europa. Il mondo – e noi – entrava da una porta di ferro, a riquadri di vetri sporchi; era sempre aperta con un triangolo di sole che illuminava un vecchio frigo a pozzetto. Una continuazione del bancone con voragine coperta da plastica. Sotto il rumore del compressore sincopato, che staccava e riprendeva sordo, con la ventola che frullava aria calda. Dentro il pozzetto c’erano verdure, bruchi infreddoliti, birra e retzina. Eravamo entrati per un panino, ci dissuase, indicando un’osteria nel porto. Però aveva voglia di parlare. Ci diceva che l’Italia era a rischio, che non c’era fine al principio e il principio era la lotta tra chi stava peggio e chi non se ne accorgeva. Si era fermato, cercava la frase. Gli suggerii: a ognuno secondo i suoi bisogni. Sorrise e completò: da ognuno secondo le sue capacità. Continuava a parlare e a chiedere dell’Italia. Rispondevo e guardavo lo yoghurt greco fatto in casa, il miele in barattoli e in favo, i dolcetti di pasta filante, tutto sotto quelle cupole di rete antimosche. Quelle mosche che erano appiccicate ai nastri di colla che pendevano dal soffitto. Godevamo dell’ombra e sparivano le voglie di cibo: col caldo atroce che faceva fuori, quel corridoio sembrava un salotto fresco. Però era quasi l’una e lui voleva mangiare.

Uscimmo in quel sole dove nulla resiste a lungo e nulla si libra in volo sicché il cielo resta troppo azzurro e pulito. Inquietante. L’osteria non era distante. Un luogo da lavoratori e marinai, per loro era già tardi e i tavoli erano quasi tutti liberi. Nulla era pulito: la tovaglia, le posate, i bicchieri, ma nulla era davvero sporco, bastava non pensarci troppo. Era vita, ribollente vita che dormiva  fino a notte, che s’appoggiava con i gomiti al secchiaio in cui galleggiavano sapone e resti di cibo, sopra le stoviglie. Mangiammo pesce arrosto con le mani, spezzando il pane e ridendo dell’acqua all’anice e della retzina e dell’ouzo finale. Tirammo in lungo finché si poté e poi uscimmo nel sole. Passando davanti al negozio entrai per ringraziarlo. Dormiva, la testa appoggiata sul bancone, il bicchiere mezzo pieno. Provai tenerezza, per lui, per la vita, per noi che andavamo e saremmo andati.