perdere i treni, gli aerei, e andar via

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Dalla finestra entra una luce di lato, alla Hopper, illumina e ingentilisce i profili delle case mentre rende indistinti quelli delle persone controluce. Non dovrebbero esserci assembramenti ma ci sono frotte di famiglie e amici che usano le stesse piccole strade e allora nel distanziarmi guardo i capelli che diventano masse e le ombre che s’allungano, mentre sbiadiscono i colori. Ripenso alle domande senza risposta, quelle che si annegano nelle parole perché non si può tacere oppure il silenzio diventerebbe assenso. Ci sono domande che ne nascondono altre e che vorrebbero una risposta che vada al giusto livello di comunicazione, ma quasi mai siamo/sono disponibile a dire cosa non va davvero oppure spiegare il dubbio e la sua natura, ciò che ferma un entusiasmo mentre il desiderio s’alimenta, lo squilibrio che esiste tra ciò che verrà fatto e quello che si era pensato e voluto.

Si potrebbe pensare ad una propensione all’insoddisfazione, ma non è così, da qualche parte la pienezza esiste, come la bellezza quando viene colta. Solo che a volte si vorrebbe essere altrove, in quel luogo dove tutto questo è facile, naturale, conseguente. Per tutta la vita ho avuto fama di ritardatario e ci ho sempre riso sopra, ma non ho mai perso un aereo, un treno, un appuntamento importante, ebbene ora capisco che bisogna perderli i treni per far accadere altre cose, che gli aerei possono attendere e che il luogo in cui portano non era quello che avremmo voluto. Capisco che le persone importanti, ne ho conosciute molte che si ritenevano tali e si comportavano di conseguenza, non sono poi importanti per davvero. Comprendo che molte cose lasciate a un filo dall’essere concluse non sono state non finite per caso e che la fuga, come ci insegnava Laborit, è il primo istinto che aiuta la specie a salvarsi. Lo penso ora, e credo che sotto traccia, l’ho sempre pensato, come un disordine interiore che si ribellava alla costrizione ma pretendeva più verità. Il coraggio si costruisce su cumoli di piccoli errori, qualche viltà veniale, di verità precarie conquistate con fatica e con i gesti che rimettono tutto in ordine dentro di noi. Così ho anche pensato, mentre la luce aveva perso la sua brillantezza, al gusto per i particolari, a quanto essi rivelano e come sono capaci di andare a dormire quando nessuno più li guarda. Un particolare è un pensiero realizzato, privo di contesto nello sguardo, ma funzionale al tutto. E’ una metafora della vita quasi perfetta perché ha un posto e una funzione, ma non sgomita per apparire essenziale. E può essere non terminato per lasciare la possibilità che la mente completi ciò che manca.

Davvero dobbiamo mettere in ordine la vita esteriore, fare l’esame di maturità ogni volta che ci guardiamo indietro, completare le età? I nostri curricula fortunatamente incompleti, racchiudono la possibilità dell’incontro, del mutamento e insieme a questo c’è la possibilità di essere sereni perché si è vissuto come si è potuto, ma quell’enorme mucchio di cose fatte e rifatte non appartiene a una sola età bensì a tutte e tutte ha continuato a far vivere. In diverso modo, con intensità che che crescono oppure diventano ciò che sono: polvere che si perde.

Il passato si fonde con il presente e con le età in ciò che sono diventato e non ho un giudizio su di me, casomai il bisogno aumentato di assomigliare a qualcosa che mi porto dentro da quando ho iniziato ad articolare i pensieri, a mescolarli con gli altri sensi e farne un essere che si cercava. La vita diviene un flusso in cui si nuota e se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiuderlo ma solo di vivere. Tanto si è quello che si è in ogni momento, la somma di tutto ciò che si è stati e saremo.

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita ed erano incapaci di una carezza, la riconquista dell’affettività senza tempo è una grande consapevolezza che lascia aperte molte porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le sciocchezze sono passate, erano in maggioranza negazioni di ciò che ero davvero, solo il ridicolo interiore mi fa paura e addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. L’autoironia e una risata libererà gli uomini, questo ho capito e mi piacerebbe molto venisse insegnato non dall’esperienza ma dall’amore.

entomologia politica

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Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.

No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.

Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.

Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.

Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.

lettera 6

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Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.

ciò che si riesce a dire è sempre incompleto

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Fuori l’aria s’ è riempita di piccole infiorescenze. Questo annuncio d’estate porta profumi intensi e notturni, la stagione del tiglio è tornata. Le stagioni erano prevedibili ora sorprendono sempre, e sono diverse perché assieme mutiamo. Un tempo i tigli erano un’ondata di profumo per le passeggiate serali e poi una poltiglia scivolosa che attendeva la cura degli spazzini, adesso sono un piccolo segreto che non si condivide. Ricco di sottigliezze e sensazioni. È il tempo vissuto che fa questi scherzi. Scorrono le nostre piccole virtù e con esse le abitudini a cui con l’età è difficile rinunciare tanto esse ormai coincidono con noi. Anche nelle persone che si amano ci sono aree di fatica, sordità e cose scontate. In fondo ci conosciamo col limite della curiosità e non siamo obbligati ad essere costantemente aperti e curiosi. Le passioni, dopo il tempo in cui tutto sembrava sovrapporsi, divergono. Non vanno distante, come per i bimbi che sperimentano le loro indipendenze, restano a tiro di voce e ogni tanto gli occhi si alzano e cercano il corpo noto e amato. Così non si parla di ciò che si pensa annoi o non sia sentito con altrettanta passione: forse è questa la stanza tutta per sé di cui si sente la necessità, anche se c’è disillusione se la porta non viene mai bussata.

Chissà che significano per gli altri le cose a cui dedichiamo tempo e attenzione. Mi sono dedicato per anni a mestieri come la politica, irti di spinosità e rade soddisfazioni, cosa emergeva delle notti insonni, delle piccole vittorie, delle immani cadute, quando ciò per cui avevo lottato, naufragava. Ogni sconfitta era un raccogliersi. Un dirsi che ci sarebbe stato altro tempo, che esso mi/ci avrebbe dato ragione e intanto passavano gli anni. Si poteva pretendere che il mondo a me/noi più vicino stesse fermo, che attendesse? No di certo, eppure nella sconsideratezza che accompagna ogni passione, la rende grande a noi e la giustifica, quell’irrazionale attesa da qualche parte c’era e doveva ogni volta essere rintuzzata, ricondotta a ragione.

Così ci si abitua a capire che le vite proseguono parallele e si toccano comunque, e nella sublime geometria dei sentimenti ciò che è separato non lo è mai davvero o del tutto. C’è un incomunicabile amoroso che rispetta e lascia crescere, guarda e anche quando non capisce bene l’importanza, accetta e lo mette sotto il nume tutelare della fiducia. Anzi ne fa materia sorridente, specificità d’un rapporto. Questa credo sia l’incomunicabilità fisiologica del non dire ciò che si agita dentro e che non ha voglia di raccontarsi perché neppure lui davvero si capisce, ma vorrebbe essere capito, ma pure viene ( a volte) accettato. E nulla di questo ha a che fare con l’indifferenza, sino alla consapevolezza che ciò che si riesce a dire è sempre incompleto (e a suo modo esaustivo).

, con alcuni riferimenti precisi e contestabili, per discernere se esista la possibilità di felicità

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Ci sono età che possono non finire mai, ma se per caso o volontà non rara, accade ch’esse finiscano, si sgretola un pezzo di ciò che ci costruisce. L’adolescenza e la giovinezza, ad esempio, consentono di avere illimitata fiducia nell’amore e nella poesia. Tutto in esse è possibile e spesso gratuito. Non c’è consequenzialità tra azione ed effetto se non per insegnamento esterno, spesso sporcato di buona volontà e sentimenti, ma distante dall’unica nozione che dovrebbe essere insegnata ovvero la distinzione tra bene e male e non fare ad altri ciò che a te fa male. Quando prevale l’età sui condizionamenti, la magia può essere integra nel generare sentimenti, desideri, gioie apparentemente immotivate, passioni. Non tutto è eguale, ma forse è l’età più vicina al sentire del possesso di un’etica interiore che conduce alla felicità. Il bene e il male, ovvero la costruzione del vivere e il tradimento si affrontano, ma ciò che ne esce non è mai definitivo, anzi ha spesso una riserva oltre la disperazione. Però è anche la stagione degli assoluti, dove tutto si acutizza, dove servirebbe aiuto e non precetti e più profonde divengono le influenze di chi cerca di inculcare, sostituire morale a vita, evitando il dubbio e il senso del bene e del male. Nella ricerca dell’innocenza connessa al proprio vivere, la disponibilità all’ascolto è elevata, viene chiesto di formare un sistema di valori dove il grave sia davvero tale e il lecito sia molto esteso e clemente per chi impara a vivere. Perseguire un bene nell’età della ricerca di sé, ricorda l’ uccello che si tuffa nel profondo, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto. E lo sente come un valore grande, perché coincide con sé. La domanda quando ci si stende nel lettino dell’analista è: chi ci ha tolto tutto questo, chi l’ha deviato, trasformato, chi ha fatto diventare male ciò che era bene e ha piegato il giudizio non verso una maggiore innocenza ma verso la paura che ciò che si vorrebbe fare non solo non è lecito ma è gravido di conseguenze.

Ognuna di queste domande attira fatti e parole, individua luoghi e interi sistemi di vita che sono stati offerti come soluzione e salvezza al prezzo non del discernere tra bene e male, ma dell’aderire a un conformarsi dell’essere e del vivere. E’ sempre una lotta impari e la via che faticosamente viene trovata è un compromesso che lascia macerie, ma permette una scelta: quanto della mia adolescenza e giovinezza voglio portare nella mia vita?

Nel meditare convulso che precede una scelta, la quantità di giovinezza rimasta fa la differenza, mantiene una fantasia e apre al futuro. Il richiamo che obbligava alla prova dei fatti, non c’era. Era un abbaglio. Dovremmo dire quante volte ci è accaduto di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fuggiva, il cielo che perdeva luce perché questi sono indici di perdita della possibilità d’essere se stessi.

Di notte c’era sembrato che una voce pronunciasse una parola desiderata, ma sapevamo che accendere la luce, avrebbe illuminato la nostra solitudine difficile, proprio perché qualcosa si era smarrito in un baratto senza contraccambio. Ma se quell’età, così libera e poetica, è rimasta in noi, anche se poca, può ricominciare a vivere e attendere la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza. E si capisce che nel nostro profondo c’è la libertà di quell’attimo infinito contiene la felicità.


scipione

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Ormai c’è questa abitudine di dare un nome non solo agli uragani, ma anche alle condizioni meteo particolari e pare che stiamo scivolando nelle mani di scipione, ossia un gigantesco risucchio di temperature dai deserti del nord Africa che arroventeranno l’Europa e l’Italia nei prossimi giorni. Una decina di gradi in più per questa pianura padana che già spara sul granoturco e le culture l’acqua che ha, ma che non sa prevedere o vedere ciò che l’attende per il futuro. Terra di fiumi, di temporali, di grandine e di sole cocente, con nevi e ghiaccio d’inverno, ora si chiede, la pianura, cosa accada che altera il suo succedere di stagioni e di cieli. Oggi era grigio, ma ieri e l’altro ieri non c’era una nuvola. Mi è tornata a mente una visita in Palestina di parecchi anni fa, quando la mattina mi alzavo e guardavo il cielo di un azzurro intenso, senza neppure una nube, le prime mattine ero contento, poi cominciavo a sentirmi a disagio e pur percorrendo da Gaza a Nablus il territorio, mi sembrava che oltre alla minaccia sospesa per aria ci fosse una angoscia lieve ed inespressa. Non c’era minaccia di pioggia, faceva caldo, ogni incontro era in ambienti in cui c’era aria condizionata.

Dovrei aggiungere che la presenza di armi, esercito, milizie un po’ ovunque accresceva l’idea che ci fosse una disgiunzione tra la natura e i monumenti, spesso bellissimi, il cielo, la pioggia, il verde, l’erba che non c’era e invece altrove cresce spontanea e s’ingrassa dei nutrimenti che stanno nell’acqua. Quello che capivo allora erano le anomalie dei “mari” interni che si svuotavano a vista d’occhio e quelli che addirittura sparivano. Dov’era il mare di Tiberiade, quello in cui pescava Pietro, se ormai era poco più che una depressione umida. Un ministro palestinese mi disse: la prossima guerra la faremo per l’acqua prima che per la terra. Ciò che capivo allora è la stessa sensazione che provo adesso quando vedo le secche del Po, le isole che emergono in mezzo al fiume, la sabbia che si lascia prendere dal mare che ormai risale per decine di chilometri la foce e insterilisce ciò che tocca perché il cuneo salino ha bisogno d’altri alberi e altro verde.

Guardo il cielo grigio che gronda umidità, ma non piove e aspetto scipione che farà lievitare il prezzo del pane, della verdura, della carne. Abbiamo chiuso gli occhi e comprato condizionatori, ci siamo chiusi in fortilizi che restano gabbie e non migliorano l’ambiente esterno. Se i soldi delle ristrutturazioni a fini energetici fossero finiti in nuovi bacini di raccolta per le acque di prima pioggia, se i livelli delle falde fossero stati tenuti come preziosi e non inquinati dai nostri rifiuti, allora anche scipione sarebbe più clemente, ma abito in una regione dove tre province e oltre un milione di persone si è bevuto con l’acqua del rubinetto gli PFAS prodotti da una azienda che oltre a inquinare con i propri scarti vendeva prodotti destinati a essere irrorati sulle culture agricole. Quindi doppio inquinamento, protrattosi anche oltre l’evidenza. Ora li abbiamo nel sangue un po’ di quei composti chimici, e quelli che abitano vicino al patrimonio UNESCO delle colline del prosecco avranno altri composti nel sangue, perché comunque il prodotto irrorato non verrà mai recuperato interamente prima di finire nel ciclo dell’acqua.

Perché dovremmo preoccuparci di scipione che fa il suo mestiere, ovvero riempie i vuoti lasciati dai nuovi cicli delle alte e basse pressioni. Non ci preoccupiamo, come non pensiamo alla Siberia in fiamme o al permafrost che si scioglie. Sono le persone potrebbero riprendere in mano il proprio destino e il ciclo del clima, quelli che non hanno difese né condizionatori, quelli a cui l’acqua manca già da ora ed è inquinata. In fondo tutto questo non vedere, girarsi altrove è sintomo che la cultura del presente sta vincendo sulla specie, che il signore del mondo esercita la signoria contro se stesso e ignora, vuole ignorare, che ogni azione ha una conseguenza, solo che un tempo c’era modo di riparare ora sembra tocchi ad altri e chi siano questi altri non riesco a pensarlo. Le mie sono considerazioni che tutti conosciamo, banali nel loro incedere sulla carta e le stesse parole sono insufficienti per dare una speranza, una via d’uscita che non sia radicale. Mi resta la sensazione che ciò che stiamo trasmettendo ai nostri figli contenga una colpa grave, che non c’eravamo e abbiamo visto quando tutto questo è accaduto, allora davanti alla domanda : ma tu cos’hai fatto, resteremo muti perché abbiamo solo assistito e rimosso, quando ancora il destino non era scritto.

il bisogno e la differenza

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Spesso sono gentilmente sgradevole. Percepisco la differenza tra domanda e risposta e sento la sgradevolezza dell’asintonia. Può accadere anche a me stesso, quando non mi sopporto, quando vedo il tempo sfuggire e ciò che volevo si dissolve. C’è il bisogno e la differenza della risposta al suo esaudirsi o mettersi da parte. Già il fatto che questa condizione del mettere da parte si ripeta, testimonia non solo che viene riempito il vaso dell’insoddisfazione, ma che i bisogni sono mal diretti, che la loro genesi ha elementi di guasto che li rendono ardui perché prima dovrebbero riparare se stessi.

Sono spesso gentilmente sgradevole per insoddisfazione. Non pare perché l’educazione e la gentilezza sono delle ottime maschere, ma sono asincrono rispetto al discorso, alla presenza, alla voglia di essere in quel posto, con quelle persone, in quel momento e rendersene conto è quasi un ribadire una convinzione, silenziosa, che si oppone, non facendo. Tutti raccattiamo globi scuri di negatività. Contrattempi, deviazioni del tempo e dello spazio dalle nostre agende, ma è anche l’implicito, il dovuto, il molto non richiesto, ciò che genera scontento. Dove confluisca questo nostro scontento è difficile sapere, sceglie la via più breve: chi è debole, chi per amore o distrazione, non si difende, comunque si manifesta con chi è vicino.

C’è la scelta tra l’assenza, cioè l’essere distante mentalmente e l’essere troppo diretto nelle parole, mostrando i sentimenti che le muovono. Qualcosa che metta una barriera senza metterla, che giustifichi il silenzio o il parlar d’altro, le scelte inattese, i rifiuti o l’improvvisa acquiescenza dopo essere stati contrari.

Silenzi e parole si equivalgono, sono entrambi rappresentazioni di qualcosa che non è andato per il giusto verso e non può essere detto. Sembra tutto così naturale e sbagliato perché questo mostrare due verità attraverso una finzione, un rifiuto, un’assenza, è insieme, bisogno di comunicazione profonda e la sua violazione, anzi il salto, delle regole che sovraintendono i rapporti tra le persone. Vorrei dire fino in fondo i motivi del mio malessere ma mi metterei in imbarazzo e lo trasmetterei, perché ciò che emergerebbe è la vera visione di ciò che sono, desidero, vorrei essere. Conosco -e conosciamo- la natura dei silenzi che non riflettono pensiero ma si sentono macinare speranze, attese, pensieri intrisi di concretezza, come fossero carne viva. Li sentiamo questi silenzi colmi di imbarazzo e di parole, sintatticamente perfetti, devianti e sfumati nelle risposte vaghe che tendono a troncare l’ulteriore discorso.

Spesso sono gentilmente sgradevole per inadattabilità, per coscienza di una differenza che ha valore per me solo e che stancamente dice di sì solo per evitare la fatica dell’ennesimo obbligo a spiegare prima di una negazione. Questo fa pensare che essere non conformi, poco adatti, arrogarsi una differenza, sia una fatica che molti vantano ma pochi praticano e conducono nel profondo di se stessi.

Essere poco adatti significa vivere in un universo sfasato e bisogna capire che non adattarsi ha un prezzo anche quando ciò che si fa è utile e senza richieste. Tutto dovuto? No, se si sceglie di seguire se stessi, sapendo che in questo caso la tranquilla sicurezza dei doveri sfuma e resta la responsabilità di armonizzare ciò che si è davvero con chi vogliamo sia parte di questo fare ed essere comune. Spesso non funziona e c’è la solitudine. Le idee non lasciano traccia perché sono altre le regole, esplicite o implicite a regolare gli schemi di cooptazione, di accoglimento nel gruppo o nel dialogo. Allora si diventa sgradevoli nel grado che la gentilezza o il bisogno d’amore permette. Essere diretti ha un significato che taglia tutto quello che non è necessario e stabilisce un discrimine d’interesse. Chi lo sente. avverte il fastidio proprio, giudica negativamente una presenza, un rapporto, in fondo ha capito ma il salto ulteriore, ovvero comunicare, è una sua scelta. Resterà un’impressione, altrimenti, oppure quella sgradevolezza si scioglierà in qualcosa di profondo che riguarda entrambi, perché due simili si sono riconosciuti.

il vento del caso

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il vento del caso soffia dove c’è un golfo che lo accoglie,

un albero che agita le sue foglie per riceverlo,

una terra che vuole essere accarezzata,

e uomini che guardano il mare

sentendo il corpo che toglie peso.

Giocano con un pensiero

lo lasciano mutare in piccole gocce di senso,

poi allargano le mani, chiudono gli occhi,

e spesso vedono il futuro.

 

lettera 5

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caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.

Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.

Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.

Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.

Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.

Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.

polvere come talco e ferro

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Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 4

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Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.

Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.

Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.

I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.

Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.

Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.

Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.

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C’è festa nel tempo. Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo.

“Diversità è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince, non funziona, ne ho trovata uno molto convincente: unicità.

L’ascolto è il più grande atto rivoluzionario, accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano convenzioni”

Versi scomposti
Parole scomposte che mondo s’è creato. Eravamo distratti, spero stessimo facendo l’amore mentre le macchine automatiche prendevano gli angoli delle strade e le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie. Eravamo ignari, dolci, indifesi. Con piccoli lapis dell’ikea scrivevamo numeri senza memoria, che ci assicuravano il costo di una cena. Vennero poi parole d’ordine, non più numeri, ma lettere e altro, purché non ci fossero accenti per aprire i file, noi ci baciavamo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro. I numeri, le password divoravano il tempo, quello sempre poco, che apparteneva alla tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti. In fila, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.

Poi stanotte ho sognato che l’azienda in cui lavoravo era stata venduta. Venivano i nuovi lavoratori, le stanze venivano vuotate. Dei lavoratori precedenti non si conosceva il futuro, qualcuno, un capo, assicurava che non sarebbero stati licenziati. Questo futuro era più una curiosità partecipe per me, sentivo che mi riguardava ma senza essere determinante. C’era una sorta di passaggio di consegne che avveniva nelle grandi stanze dove prima c’erano i calcolatori, ma ora sembravano vuote. C’erano nuovi corridoi, color nocciola, con molte porte e stanze in sequenza. In una di queste, una ragazza si stava per vestire e mentre aggiustava il vestito mi chiedeva di sistemarle la cerniera sulla schiena. Intanto mi dava delle indicazioni, ma le altre stanze avevano le porte chiuse. Andando verso le pareti perimetrali, mi accorgevo che la struttura dell’edificio si stava aprendo, le travi si allontanavano dai pavimenti. Non c’era un pericolo immediato ma l’edificio sarebbe crollato su se stesso. Avvisavo le persone del pericolo e mi avviavo verso l’uscita. Non avevo nulla da salvare, mentre altri si attardavano per riempire scatole e portarle con sé. Mentre uscivo vedevo che le crepe si allargavano, ero tranquillo ma sarebbe imploso. Fuori cercavo la mia auto che non ricordavo dove avevo parcheggiata. Nel piazzale c’erano persone che guardavano in alto, io cercavo tra file d’auto ordinatamente disposte, un ricordo che permettesse di ritrovare la mia.

Interpretazioni varie che partono dalla mia identificazione con l’edificio che rappresenta ciò che lascio. In esso comunque albergano desideri che porto con me nel rapporto con altri. Non ricordare dov’è l’auto significa non sapere dove andare.

Da ozioso, quale sono, ho messo assieme pensieri in libertà. I pensieri non si liberano, sono liberi, vengono e vanno come desiderano, seguono l’andamento dei desideri e della necessità.

I pensieri sono liberi ma nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età. Cercano di mettere la briglia ai pensieri e ci riescono. Pensiamo collettivamente , anche quando andiamo in direzione ostinata e contraria.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale che parte dalla libertà del pensiero e si traduce nell’azione senza scopo, nell’apparentemente inutile. Ma è un atto di volontà e neppure davvero libero dal contesto. La libertà diviene un percorso e non porta la felicità, ma la serenità interiore. Ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perché la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, una le comprende tutte ed è nel pensiero che si misura con il bene e naturalmente col suo opposto, il male. Scegliere il bene è un atto di libertà, non è la libertà. Le altre libertà si sono create nel tempo, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono Stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Questo incide sul pensiero che ha tutte le sue potenzialità ma ci chiude in una gabbia e getta la chiave. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perché tra le libertà che ci consentono di stare assieme, l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di esprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, questo non mi impedisce di essere tutto ciò che vorrei essere. Posso diventare ciò che voglio, posso scegliere tra bene e male, ma solo la libertà che mi fa crescere e non nuoce è comunicazione, carisma, vita che trova un senso libero. Se ciò accade è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà personale (di scelta) e comune, sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irreggimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Quella che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

Una goccia e la mia libertà è tale prima d’essere pioggia, fiume, lago, mare e poi ancora goccia, nell’infinito ciclo dell’essere. Sento la profonda forza che s’inerpica sulla perfezione, non mia, non nobis domine, ma di molti che diversamente cercano se stessi e ciò che non accontenta, spinge verso l’alto. Pensavo alle mie cadute, e a quanta bellezza è stata usata per fare la percezione del mondo bella come è. Diversa e intellegibile, tenera e accudente, con i doni che porta ed elargisce la bellezza è qualcosa che si è imbevuto di comprensione, di libertà di vedere oltre. La libertà è invulnerabile, ci consola e coincide con ciò che fa bene al vivere.

Ho sognato, sogno, che ogni mia parola sia muta, che coincida con la tua e ne sia contenuta mentre la contiene. Non sono come vorrei ma posso esserlo, mai compiuto, mai perfetto, sarebbe così noioso esserlo. Mi affido alla parola che smuove e contiene e se non sono come vorrei, penso che ciò che è compiuto non vive appieno senza la mia povera cura. Essere libero di coincidere con me e con te, come tu fai.

il luogo dell’amore

In evidenza


C‘è un luogo dove l’acqua trasfonde in terra,
evapora in piccole, inconsistenti nubi,
soffici di dolore e felicità inattesa.
Sono prive di tempo perché la durata è un’offesa,
e lì il vissuto, è amore

mantra della bellezza

In evidenza


Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta, del suo procedere non darci peso, 
solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza. 
Della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici, nelle lunghe giornate ricche di gesti nervosi.
Guarda dentro e fuori di me,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
trova il filo che ci tiene assieme
è accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo con lo sguardo di chi volge a lato,
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti.
Ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno:
prima era occultato e ora sei tu che mi rassereni.
Fa che reagisca con serenità
alle cose usuali poco necessarie.
A questo serve la bellezza
che aiuta a capire
se conta più essere belli o essere sani.
E con dolcezza chiedimi, della bellezza che coltivo,
quanta è mia poi per davvero.

lettera 3

In evidenza

Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.

Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.

Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.

Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.

Che la sera sia buona per entrambi, dottore.

normalità

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Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema. Questo sintetizza la differenza tra chi pensa a un mondo normale basato sulla diseguaglianza, sulla dissipazione del pianeta, sulla prevalenza del furbo, sulla logica di potenza. In definitiva su chi è servo e chi è padrone. Forse questa è la differenza tra destra e sinistra, tra chi si lamenta e pensa al mondo di privilegi che ritiene dovuto e chi quel mondo lo sente come nemico e lo vuole modificare. C’è una dimensione nuova della politica che si affaccia, inquietante per potenza e distanza rispetto ad ogni regola che, sia pure formalmente, prima veniva condivisa. Un potere che sovrasta i poteri e determina ricchezza e povertà, di fatto prende gli uomini eguali e li diseguaglianza. Le politiche nazionali, la nostra ad esempio, con il suo cavaliere bianco, tirato per la giacca dai grandi organismi di potere bancario e finanziario internazionale, a mettere ordine in un paese indeciso, senza bussola e poca speranza, cosa sta generando nei partiti se non la sensazione di una funzione ornamentale, marginale rispetto alle decisioni. Non è nato nessun statista negli ultimi anni, non c’è stato un passaggio del guado in cui si è trovata la Repubblica quando ha riconosciuto il proprio essere corrotta da caste e da privilegi. Il marciume che è emerso nel creare fortune e nel convivere con una malavita che pervade i sistemi che sembravano indenni, non ha creato reazioni ma nuove povertà, precarietà, dipendenze. Avere degli statisti veri significa considerare che qualcuno si schiera con essi, li sorregge, distingue tra buono e ciò che non lo è, porta al centro della propria partecipazione politica la voglia di cambiare la situazione, di rendere più equa, giusta la società. Ebbene questi statisti non ci sono, non hanno il coraggio di mettere l’interesse di tutti sopra l’interesse di parte. Allora vanno bene i partiti che portano il nome del segretario, che attendono benefici, nuovi privilegi se questo vincerà. Ma guardate il mondo, rendetevi consapevoli che mai siamo stati in una situazione così pericolosa per la specie umana, che il cambiamento climatico non è una moda, che la guerra nucleare comincia ad essere vista come una forma di conquista del potere, che l’economia non genera benessere ma diseguaglianze crescenti. Guardatevi attorno e siate consapevoli che quello che accade contiene anche noi, i nostri figli, ciò che conosciamo come bello e anche l’etica della pace come bene supremo assieme all’eguaglianza. La politica vi aiuta a leggere questa realtà? Oppure esiste un’opinione molto più diffusa che diventa realtà ed è meno coerente con ciò che davvero è importante, ovvero , la pace, la giustizia, l’eguaglianza tra i popoli? La politica oggi sembra più libera perché non legata dall’ideologia, ma è più vincolata dal bisogno di dare benefici e di restare in ambiti che riguardano una appartenenza, un io collettivo non un noi. Lo sbriciolarsi della democrazia così come l’abbiamo intesa come rappresentanza e corpus di diritti universali a favore di una costellazione di micro realtà che convergono, che si sentono vicine prima per bisogno che per pensiero. Il pensiero verrà poi, come dopo ogni naufragio, il primo imperativo è la salvezza e il noi seleziona il vicino, il compagno e poi si espande verso una forma di potere dal basso che chiede. La forma del chiedere è la differenza, se si chiede per sé, per il proprio gruppo il noi si restringe, diventa clan. Se invece la richiesta è più radicale, identitaria, egualitaria, generatrice di interessi e bisogni comuni, allora il noi si allarga, diventa necessità di cambiamento. Trasforma il bisogno in rivendicazione e ha bisogno di nuove costituzioni, di pace, di equità, di lavoro utile e pagato, di contributi che devono essere commisurati all’intelligenza, al potere posseduto, a ciò che può essere dato senza mettere in discussione la propria capacità, identità. Questo noi nuovo, largo, è di sinistra per collocazione ampia, ma è anzitutto società e l’individuo è parte di essa. Non più elemento fuori di essa ma parte integrante e necessaria. Realizza il richiamo di John Donne e la campana interpella, dovrebbe svegliarci e ricordare a tutti chi siamo.

Nulla è pari al suono della paura,

per chi la sente vicina e per chi ne è consapevole,

essere distante non libera da essa.

Qui le parole si susseguono, non mutano l’essenza delle cose,

e in più hanno un difetto: devono essere lette.

Capisco allora chi sceglie la musica, la pittura, la fotografia

o niente,

perché in ogni approssimazione ciò che può avvicinare alla verita,

al fare, alla sintesi, all’essere qualcosa che non sia passivo spettatore,

è solo ciò che per poco smuove gesti e coscienze, il fare insomma.

E sembrerà assurdo, ma per chi vorrebbe mutare le cose,

niente è un motore che non lascia quieto,

che mostra la sua misura, così piccola e dipendente

che solo la disperazione la contiene.

un cavalier dalla losca figura

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Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

lettera 2

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Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

luce radente

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Una striscia di luce rimbalzava sui vetri della trifora del palazzo di fronte e illuminava d’una luce ocra le bottiglie che stavano dietro al bancone del bar. Il barista era appoggiato al ripiano dei dolci e ogni pomeriggio sorrideva perché quella lama di luce gli diceva l’ora secondo la stagione. Faceva caldo ed era solo maggio. Aveva messo fuori, sotto il portico, i tavolini e le sedie di alluminio. C’era sempre qualche coppia o un gruppo di amici che si fermava a bere e l’ora della luce ocra era il tramonto sui tetti della via stretta, una sorta di richiamo per stare in compagnia.

Per evitare d’essere sommersi dalle chiacchiere e dalle risate dei vicini, si eravano messi sull’ultimo tavolino tondo. Lei mescolavi distrattamente il cappuccino, iui guardava il colore intenso dello spritz, rigorosamente al campari, come diceva con una protervia che lo infastidiva mentre si ascoltava e si chiedeva perché il poco ghiaccio era sempre eccessivo nel bicchiere. Tra i cubetti che mandavano lampi di luce stazionava la fettina d’arancia. Il suo colore più intenso lo aveva fatto voltare e aveva visto l’intero percorso della rifrazione: sole, vetri, portico, bottiglie.

Questo incontro, finto fortuito, era stato preparato con cura, come fanno i timidi, due parole di saluto, come stai, sei in centro, hai tempo per un caffè, anche adesso se puoi. In realtà entrambi sapevano che uscivano a quell’ora e che le strade in una città media sono sempre le stesse. Vengono date in dotazione alla nascita, poi c’è l’avventura di uscire dal piccolo ambito permesso, la scoperta che non c’è molto di nuovo, anche nelle strade che sembrano diverse, oltre l’abitudine e la necessità, si capisce che in quel nuovo, sono collocati i momenti del crescere, gli incontri, le trasgressioni, le sicurezze di avere un posto in cui tornare, le malinconie dell’assenza e la sorpresa del ritrovarsi.

Lei aveva cominciato a parlare, del figlio che cambiava lavoro, della noia dei colleghi che dicevano sempre le stesse cose, come ci fosse un’eterna prosecuzione del liceo. Lui la seguiva nel discorso e inframmezzava domande dirette. Sei felice? No, sono serena e mi va bene così. Così le raccontava di sé, delle cose nuove che faceva e di quelle vecchie che non finivano mai. Ridevano. E tu dove andrai in vacanza? La domanda lo colse impreparato. Un po’ rabbuiò e lei lo vide, cercò di spiegarle che si era reso conto che la vacanza era sempre la stessa anche quando era diversa, però non voleva darle l’idea dello sfigato malinconico, quindi aveva arricchito i luoghi con qualche singolarità che li rendessero un po’ invidiabili. In realtà avrebbe preferito non fare nulla e lasciare che l’estate passasse senza ricordi e fatiche. Era la fatica di fare delle cose che dovevano rappresentare la vacanza che lo impaurivano e lo mettevano in uno stato d’ansia. idealizzava altri tempi in cui si andava all’avventura, in cui c’erano molte libertà e meno impegni, meno riti, soprattutto. Gli occhi erano scivolati dal suo viso bello alle mani. Aveva abiti leggeri. Diceva, ho sempre caldo, e anche adesso precedeva la stagione con una camicetta colorata e maniche al gomito. Aveva notato sia il pallore della pelle come le arterie ben visibili, i polsi sottili e le mani. In particolare le mani, erano investite dalla luce che oltre a renderle di un colore intenso, rivelava ogni piega o taglietto attorno alle nocche delle dita. Pensò che aveva le mani giuste, piccole rispetto alle sue, naturalmente, ma della misura che sembra adatta ad essere felici in due. In fondo delle mani, da soli, si pensa all’utile, le si adopera, mentre in due le loro possibilità si accrescono indefinitamente. Come il resto del corpo, pensò.

Adesso la conversazione proseguiva nel passato, ricordavano fatti comuni, ma con molta circospezione come non volessero svegliare ricordi che invece erano ben svegli e attivi. La luce era risalita al collo, là dove si vedono gli anni e già le prendeva il volto. C’erano delle piccolissime rughe, ma erano segni gentili di una mobilità d’espressione. Aveva preso la tazza con entrambe le mani, come a farsi schermo dell’atto del sorbire piano. Prima, con il cucchiaino aveva assaporato la schiuma come fosse panna e aveva sorriso. Per entrambi il pensiero era stato lo stesso, ci si conosce dai particolari e sono questi ad essere la mappa che si precisa nelle vite. Quel gesto di bere con entrambe le mani non glielo aveva mai visto fare. Era una novità nata altrove, forse generata da altri modi di stare assieme o di consumare cibi nuovi. Era più un gesto da tazza che contenesse un sapore orientale che un banale cappuccino. Lei gli aveva parlato di yoga, di un ristorante vegano dove i sapori erano esaltati dalle preparazioni semplici. Diceva, come non fossimo più abituati al fatto che i cibi hanno un sapore proprio che invece anneghiamo nei soli sapori forti. Gli pareva gli avesse parlato anche del fatto che il contenitore non era solo un fatto estetico ma parte integrante del piacere del cibo. Avevano riso entrambi parlando dell’eroticità che il cibo e ciò che lo contiene porta con sé. Poi avevano cambiato discorso.

Il barista era ormai al buio, la luce s’era spostata nello scaffale superiore e le bottiglie illuminate dalla luce radente facevano danzare pulviscolo colorato. Era una scena così quieta che sfiorava la perfezione. Luce, polvere ed acari che ballavano, un viso e un avambraccio nell’ombra, sembravano osservare una lanterna magica.

Le chiese se voleva prendere ancora qualcosa, sapendo che ci sarebbe stata una risposta negativa, ma erano finite sia le patatine che le noccioline tostate. Non voleva disturbare il barista e lo spettacolo che stava avvenendo dentro al bar, così si alzò ed entrò nella penombra per chiedere direttamente un supplemento di piccoli veleni di cui, poi, si sarebbe certamente pentito. Siamo così prevedibili e incoerenti, pensò. La sala era vuota e se i tavoli e le sedie, il bancone, la macchina del caffè erano ben visibili, lo spettacolo della luce che illuminava i liquori colorati era incantevole: una striscia orizzontale che sembrava volesse leggere le etichette, indagava lo scaffale, mostrando le carte infilate di taglio e persino la licenza incorniciata veniva nobilitata dalla luce, ora color d’ambra. Si incantò a guardare, ma per poco e allo sguardo interrogativo del barista, si riscosse: chiese di avere altre noccioline.

Mentre usciva con una ciotola colma di semi lucidi d’olio e sale, pensò a come venivano tostate le noccioline, da dove provenivano e l’immagine dei corpi grassi, sformati, che sempre più si vedevano nei film americani, lo fece sentire a disagio. Pensò a come si diventava così, oppure come ci si distruggeva al contrario, in una lotta tra il piacere e la misura che investiva per i più svariati motivi le menti e trasformava i corpi. Guardò i ragazzi seduti nei primi tavoli, ridevano, le birre nei bicchieri, la giovinezza che non è mai cosciente per davvero di se stessa ma vive e quei corpi erano belli anche quando non lo erano, perché c’era un’attenzione, una cura, che forse non erano solo conformità a un canone, ma il prodotto di un’idea di sé. O almeno sperava fosse così. La strada, oltre il portico, era affollata di biciclette, ognuno aveva una meta, ma a parte i raider, nessuno aveva fretta. Andando verso il suo tavolo, vide la sua nuca in ombra mentre i capelli s’erano accesi controluce. Portava i capelli corti. L’aveva sempre vista con i capelli corti, ma adesso le lasciavano scoperta la nuca. L’hennè, gli pareva di ricordare l’usasse, trasformava i capelli in terminali luminosi, come sciogliesse la massa compatta in singoli fili distinti e serrati gli uni con gli altri. Era un colore che si mescolava con la gradazione di luce che smorzava i toni accesi, la rendeva particolare tra il rosso, l’ocra e il mogano. Aveva inventato un nuovo Pantone, peccato non riuscire a fissarlo su pellicola, un Pantone valeva centinaia di migliaia di dollari. Una vincita al super enalotto. Sorrise al pensiero che avevano diviso la schedina per molto tempo, con il patto che sarebbero stati ricchi entrambi, ma non avevano mai vinto nulla oltre il piacere di attendere ciò che doveva per forza accadere: non se lo meritavano forse? E poi alla fortuna cosa gli costava farli felici? Ormai era alle sue spalle, gli parve bella come sempre, anzi di più e fu colto da una nostalgia mista a gelosia che lo fece sobbalzare e fermare. Non erano cose da lui queste.

Lei lo accolse con un sorriso. Vedo che non perdi le cattive abitudini. Sei sempre uguale. Non era un rimprovero, lo prese come un riandare ad altri tempi e ad altre condivisioni. Si erano conosciuti molto e queste piccole cose facevano parte dei discorsi, degli impegni, delle risate sulla ciccia e brufoli, erano una sorta di basso continuo in un concerto che lasciava liberi gli strumenti ad arco di tracciare melodie e di sorprendere. La nostalgia prese il sopravvento, ma non poteva lasciarlo trasparire, non era nei taciti patti e poi sapeva bene quali sarebbero state le parole seguenti. Meglio tacere, come se tutto il necessario fosse stato detto e ogni aggiunta diventasse un eccesso. Peggiori la tua situazione, le aveva detto, una volta, ridendo.

Si sedette in quello scomodo alluminio e sentì il freddo del tavolo. Adesso erano quasi in ombra e la luce le illuminava gli occhi e la fronte. Mi conti le rughe? Disse lei, sorridendo. Non ne hai e sei molto bella con questa luce. Lei rise. Solo con questa luce, allora dovrò farmi delle lampade particolari. Risero entrambi e mentre le guardava la bocca piena di allegra ironia, un lampo attraversò l’aria e rimasero nella penombra. Una finestra della casa di fronte si era aperta e la luce era fuggita altrove a illuminare altri portici. L’incanto era ripiegato dentro le sensazioni, allungò la mano e coprì la sua, avvolgendola, mentre sentiva crescere la malinconia.

Ho freddo, disse lei, e devo andare. Le mani si staccarono, si alzarono. Pagò rapidamente, salutando il barista che aveva acceso le luci nella sala. Uscì. Fecero un tratto di strada assieme, cercando di trovare la luce del tramonto sotto i portici. Prima di lasciarsi lei disse, ritieniti abbracciato. Anche tu, rispose. E si sentì triste e banale mentre la guardava andarsene verso casa.

lettera 1

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Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

basta con i mesi

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Basta con i mesi, promettono e non mantengono più,

erano diversi, un tempo, grandi generatori di domande sulla vita,

preghiere mute del nuovo che nasce e continua il mondo.

Ora tacciono o sono altro

anche se ancora mi chiedo cosa spinga il pero a fiorire,

piccoli fiori bianchi screziati di rosso,

donando bellezza ben oltre le mie poche cure.

Mi domando cosa metta assieme petalo per petalo, la bellezza della rosa,

e perché infine essa s’abbandoni all’erba presa da languore.

Forse ha lo stesso cuore del mite soffione che impavido vola

o quello ben fermo, del ciocco d’alloro che pur tagliato riprova a raggiungere il cielo,

sembrano concordi e si parlano, forse, nel creare bellezza del vivere

perché in essa s’intuisce una gioia.

Solo un melo s’è stancato e ha ferito il legno, per mostrare il suo cuore

così ha rivelato l’estrema compattezza di chi per coraggio rinuncia.

Impudico e ferito s’è mostrato alle margherite, alla menta e alle viole,

come a raccontare la gloria e il coraggio delle cose,

che pur stanche restano se stesse,

incuranti del cielo che vorrebbe piovere,

ma non riesce a farlo.

buon primo maggio

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Buon primo maggio a chi ha il lavoro in questo periodo difficile ed è solidale con chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi lavora per salvare gli altri, in mare, negli ospedali, in terra, di notte e di giorno. Buon primo maggio a chi pensa e fa qualcosa perché gli uomini siano riconosciuti come persone, portatrici di speranze, di dolori, di un passato da ricordare e di un futuro da creare. Buon primo maggio a chi opera in silenzio per dare a chi non conosce la possibilità di avere cibo e servizi accettabili. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato da poco o da tanto, senza perdere la speranza e ancora gli viene rifiutato, ma continua a cercarlo. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo, ma vuole che le cose cambino. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende perché le fabbriche seguono il denaro non gli uomini o ciò che producono. Buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo quotidiano, dove non è possibile accettare che la vita sia un prezzo per lavorare. Buon primo maggio ai bambini che oggi non sanno dove andare, che vivono in una terra che vuol essere straniera e che però saranno i lavoratori di domani. Buon primo maggio a chi vuole la pace, un lavoro, una casa e un futuro per sé e per i suoi cari. Buon primo maggio a tutti quelli che lottano perché ci sia la pace, i diritti che consentono di vivere con dignità, la prospettiva che il domani sia migliore di oggi. Buon primo maggio ai profughi che non vorrebbero essere tali, ma portano con sé la speranza e sono cittadini del mondo. Buon primo maggio a chi lavora con la mascherina e suda ogni ora di fatica, ai pendolari delle zone industriali, a partire dalla nostra. Buon primo maggio a chi non sa quale sarà il suo futuro ed è un nostro compagno in questo pianeta devastato. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti quelli che vogliono ci sia un primo maggio di libertà, diritti, eguaglianza, dignità, lavoro.

la cura del corpo

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La cura del corpo muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il nostro dimenticato organismo0 ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso quest’ultimo, la serenità dimentica di chi può pensare ad altro. Se non è troppo, gli si chiede la bellezza che si muta nel fascino nell’alone di chi sta bene con sé. Con l’età c’è più sincerità e misura, si intuiscono le diverse intelligenze racchiuse in noi, subentra la comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati che resta in superficie, ma sentire le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Il corpo e la comprensione del mondo, delle relazioni, le intelligenze si parlano e chiedono, cosa inusitata, il nuovo, il ricordo, l’amore, l’ascolto, la bellezza e il silenzio. Tutto assieme e tutto in noi per come lo interpretamo e viviamo, allora il tempo non è un problema perché accompagna con dolcezza.

dopo il 25 aprile

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Posted on willyco.blog 25 aprile 2021

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna e attesa, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E prima per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e anche la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente. La fonte di domande, il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

nessuno nasce libero

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pensieri in libertà
Posted on willyco.blog 25 aprile 2016


Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, pur volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, per cui conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo sembra acquisito e lontano, che riflettere sulla libertà assomiglia a un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato nel nostro Paese, ma in esso e pochi altri perché altrove essere liberi comporta un rischio altissimo. In Italia, le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato e reso concreto nella sua potenzialità umana e sociale, il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto, nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. Un recinto in cui le libertà soggette alla diseguaglianza economica, alla coercizione degli interessi dei gruppi multinazionali, hanno perduto consistenza e la miseria crescente nei nostri pur evoluti Paesi, ne è dimostrazione. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. E se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà e nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto di questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha, è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

colori

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La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
li mischio col verde e col giallo del campo, scelgo un rosmarino, l’erba già alta, il tarassaco e la viola. tutto è troppo, reclama attenzione, eppure è sempre insufficiente la tavolozza d’amore.

Però m’accontento e steso nell’erba, perdo lo sguardo nell’azzurro, lo trovo tra il bianco di nubi che abbracciano il cielo, così nel cuore tutto si fonde ed esulta.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce, pronto alla carezza e alla passione.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce, lo tiene stretto
e aspira il fresco dell’aria, sapendo che i sensi mettono assieme la gioia e l’impossibile.

Si rende ape, il cuore, e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa,
a me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e nell’inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

pasque al mare

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Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.

la pazienza del ragno

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La strategia del ragno si basa sulla capacità che questo ha, di attirare il caso. Attende paziente, come il pescatore, che due eventualità consumino le probabilità remote e coincidano. Accade in ogni evento che noi definiamo trovarsi per caso nel posto giusto o sbagliato nel momento giusto o sbagliato.

Accade anche in amore che una rete di fascino si stenda attorno a noi o ad altri, che ci sia fiducia e impaziente attesa, poi qualcosa avverrà. Gli incontri possono coincidere oppure andare per loro conto. Pareva, sembrava, non era. Pensiamo a quante traiettorie non si intersecano, quanti destini migliori non avvengono, eppure c’è una paziente opera di un caso maggiore che sovrasta e coordina il nostro piccolo caso e tiene assieme le matassa di coincidenze positive che manda avanti il mondo e assieme a esso, manda avanti speranze e buoni accadimenti.

Il nostro piccolo caso è un buon venditore, fa luccicare e rende dolce ciò che è difficile, toglie le difficoltà e mette nell’ebbrezza del volo tutto il piacere che poi procurerà l’incontro e il suo evolvere. Stravolge il tempo, vive e non progetta, costruisce l’inimmaginabile.

Ci mostra la meraviglia dell’ avere una padronanza del proprio tempo, di ciò che si sente, e al tempo stesso esserne più o meno dolcemente sopraffatti e in balia.

Anche al ragno il caso non sempre arride, per lui è questione vitale, non si perde d’animo, riprova, ma ciò che lo rende debole è l’abitudine, il seguire sempre gli stessi percorsi. E ancora una volta ci assomiglia nella coazione a ripetere. In fondo abbiamo bisogno di certezze e di cambiamento e che il caso, la volontà o la voglia li mescolino per bene e rendano nuovo ciò che incessantemente accade.

leçons de ténèbres

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La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ una lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. Soprattutto è facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.

Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di contemperare la condizione dell’agnostico e la fede del credente nel desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che se il messaggio viene raccolto, se modifica le vite, allora immette una visione etica di ciò che accade e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.

Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi ed è una decisione personale, se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.

La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.

Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’ esplodere nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.

Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in tutto questo simbolismo è semplice, anche senza credere in un soprannaturale; e anche cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per riemergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e del navigare nella propria insicurezza, è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.

L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Le scelte che cambiano. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Nell’umanesimo ci si poggia sull’uomo e non si accetta il male come condizione: la condizione umana può e deve mutare. a partire da se stessi. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.

oltre le parole e persino le immagini

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Ho un rigurgito di silenzio, manifesto rispetto per il cuore rigato di lacrime. Oltre le parole c’è una terra di nessuno dove ciascuno prende. Chi il necessario per vivere e chi non s’accontenta, scava ancora verso quel liquido nero e rosso, che ammala le radici, che non ha nomi, che si nutre della luce del giorno e l’aspira senza sazietà. E’ più semplice ascoltare, lasciando gli occhi vivi, mentre il cuore non dice, chiede al cervello di ragionare,  di mettere in fila parole che non ci riguardano. Non c’è ragione in profondità, neppure comunicazione, solo dialogo tra sé. A volte il cuore è spugna che vuole infinita tenerezza, e poi s’accontenta di umanità. Non aver più parole significa abbandonare i pensieri altisonanti, le identificazioni che aiutano la diversità, perché l’essere bizzarro che c’è dentro pretende una regola propria e assoluta. E in quella si consuma in silenzio, in solitudine.

riconciliare le disparate cose

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Avevo tra le mani il libro di Hisham Matar, leggevo una frase sentendone la sintonia profonda. Fuori la luce si rifletteva su se stessa spinta verso il basso dalle nuvole scure che venivano dal mare.

La mattina era stata gioiosa, la manifestazione per difendere la sanità pubblica riuscita, il lungo corteo s’era disteso con i suoi cartelli, le bandiere rosse e arcobaleno, occupando pigramente la strada. Le persone sembravano contente di essere al sole e assieme per una buona causa. Parlavano, sorridevano scandendo gli slogan e li inframmezzavano alle chiacchiere e ai saluti, come fossero un lungo sonetto che assimilava le parole all’aria, all’essere assieme, alle case e alle cose. Passando per l’antico ponte dei mulini e stringendosi nel varco della porta, il corteo rallentava. Chi era sul ponte, aveva a fianco la Madonna del Carmine con il Figlio sorridente, sembravano partecipare anch’essi, come a tutte le cose che accadono in città.

Pensavo a questo mentre dal libro di Hisham Matar veniva il suo racconto di Siena, i suoi incontri con le persone, con la famiglia giordana. Nello stupore felice e nella cortesia araba , riconoscevo il gesto antico dell’ospitalità, dell’essere assieme e dell’aiutare come modo di riconoscere l’altro. Modi che troppo spesso scordiamo, come il salutare o il chiedere notizie a una persona che non frequentiamo ma che è a noi importante. Il profumo delle fresie accompagnava i pensieri ed era parte della gratitudine per avere un angolo di riflessione e silenzio. Capivo che il legame tra ciò che dovevo serenamente fare, ovvero legare parte dei molti pensieri scritti in un senso compiuto, era parte di questa calma. E anche il nuovo trovava una sua misura in cui stare con piacevolezza.

Oltre al libro di Matar avevo accanto due libri nuovi acquistati il mattino. Ne sentivo già il piacere della lettura e si era fugata l’angoscia che spesso provavo vedendo sulle bancarelle, mucchi di libri trattati come carta. Sentivo che in una biblioteca, come nello scrivere, non era importante il numero ma il percorso che una vita aveva creato, sognato e che poteva continuare a farlo con serenità e senza fretta.

Le persone , stamattina, erano luminose e sorridenti, gli abiti indecisi sulla stagione, i più vari, ma comunque appropriati. Ognuno era se stesso ed era bello stare insieme anche per il colore, il luogo e la vicinanza. Questa sensazione di equilibrio si era proiettata sulla giornata e ora, capendo meglio come si sarebbe svolto il prosieguo delle mie cose, il lavoro che mi riguardava, ritrovavo il desiderio di fare e di andare. C’era una strana comprensione interiore per ciò che ero stato e avevo fatto, con un legame che continuava a svolgersi dove mai avrei pensato, e che era un modo piacevole per riconciliare le disparate cose, strane, opinabili, certamente incongrue e inutili a un primo sguardo, ma che erano mie e me.

il libro di Hisham Matar che vi consiglio, si intitola: Un punto di approdo. Edito per Einaudi.

il vaso dell’orrore non si colma

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Da qualche giorno i telegiornali li guardo di sfuggita, ho la sensazione di un’informazione che scivola nell’eccesso e poi nel pornografico. Era già accaduto con il covid, che esiste ancora ma ormai si fa finta di niente, prima ancora c’era stato il mostrare altri profughi e un altro cimitero fatto di barconi affondati e acqua. Esiste ancora, ma non fa notizia. Ancora prima le scene dell’aeroporto di Kabul, le notizie di eccidi, ancora immagini terribili e pornografia dell’orrore che rende la morte qualcosa di distante, privo di significato umano. Tutto è ancora in corso ma non fa più notizia come accade allo Yemen e alla peggiore catastrofe umanitaria per uomini, donne e bambini del nuovo millennio. In Yemen c’è una tregua di un mese, la notizia è stata data con pochissime parole e alla fine di un telegiornale. Questa incapacità di reggere i telegiornali nasce dal fatto che per giorni ho sperato che la guerra finisse, che l’orrore non fosse tale, che non fosse uno schierarsi di esperti e tifoserie. Speravo che si ritornasse al tema, ovvero che le morti derivano dalla cecità di chi non pensa che una guerra ha come effetto collaterale, la morte del nemico e dell’amico, dell’innocente e del reo. Poi ho capito che non era la guerra la notizia, ma che era riemersa potente la ferocia, l’istinto a uccidere e distruggere, ciò che sembra non avere valore: la declassificazione dell’umano a cosa.

Questo mi rende consapevole, se ce ne fosse bisogno, dell’assoluta malvagità della guerra, dove l’eroico non esiste in quanto esso stesso portatore di morte, mentre predominano gli atti di ferocia che essa porta con sé. E ancor più mi rendo conto che dietro ogni vita spezzata c’è una responsabilità: poteva non accadere e non è frutto del caso. Questo non mette tutti nello stesso piano, chi intenzionalmente uccide è certamente malvagio, chi si difende è trascinato in qualcosa in cui la sua capacità di bontà è fortemente ridotta. Quello a cui non riesco a togliere il pensiero, è la vita spenta di chi non c’entra, ucciso accanto a un cartoccio di cibo e una bicicletta, col suo pensiero interrotto per sempre, gli affetti recisi, e tutto questo nell’indifferenza con cui ciò è avvenuto.

La somma di ciò che sentiamo, affetti, desideri, progetti, amori, vita è uguale ovunque e quando essa viene spenta si crea un vuoto che nessuno può riempire. Neppure il pentimento o la responsabilità. Per questo la mano che spunta tra la polvere, i corpi buttati come fagotti e lasciati per giorni nelle strade, gli stessi soldati uccisi da un cecchino o bruciati in un carro armato, devono riportare la guerra sui sui effetti sull’uomo.

Di queste persone, chi pensava per davvero che la vita potesse finire in quel modo e quelle persone su cui indugia l’obbiettivo, due mesi fa avevano altri progetti, attese, pensieri, speranze. Neppure dieci minuti prima di morire, lo pensavano anche se ormai erano preda della paura, cercavano di farsi coraggio e di avere speranza. Innocente è colui che non solo non ha colpa ma che si fida dell’umanità altrui. Per questo ci sono morti che pesano di più, perché contengono la fiducia nel vivere. Adesso è tutto un dibattere sulla tecnicità, sull’efferatezza dei crimini, come se una scheggia o una sventagliata di mitra fossero tollerabili. Ciò che non si vuol capire è che scompare la vita e quello che essa contiene, una vuoto che non potrà essere colmato. Chi è per la pace, non è equidistante e soprattutto non è insensibile alla vita. C’è un aggressore, una responsabilità, un aggredito che si difende, ma ciò che non dobbiamo scordare è che sono le vite a contare, che non si cancella un futuro senza che vi siano dolori immani e conseguenze che mutano il corso delle famiglie e delle loro storie. Questo è il tema vero: gli uomini non sono mai numeri e tantomeno oggetti. Ogni vita che è stata troncata conteneva un futuro, come ogni umano desidera sia per sé. Un futuro che le immagini non evocano, perché si pongono il fine di suscitare l’orrore non di far pensare e di provare dolore. L’orrore non ha un avvenire, spesso diventa voyerismo e non cambia gli uomini, solamente li incattivisce e li rende insensibili. Pensate alle tante immagini iconiche che si sono succedute in questi anni: quanto ci hanno cambiato? Bisogna tornare all’uomo e al valore della vita, perché sono necessari per convivere e si sono persi entrambi . Anche dentro di noi abbiamo lasciato che la distanza rendesse meno tragico ciò che accadeva, che i morti e le torture altrove, gli effetti collaterali fossero tollerabili.

Uscire dalla guerra ora è una necessità per non moltiplicare l’orrore, ma uscire dalle giustificazioni della guerra è un processo che è personale e collettivo, una consapevolezza comune che la considera come un male assoluto perché è assoluto ciò che provoca. Per questo non basta schierarsi, ma capire che eradicare la guerra riguarda tutti, chi è in guerra e chi la guarda.

occhi che apprendono il senso da indossare

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Prima la brezza allunga l’ombra,

si scurisce il verde, e la terra bruna dipana e abbraccia le radici,

nel cortile un suono di ringhiera che vibra,

e una campana:

che strano, il suono ora è quiete.

E tra rumore di stoviglie, sera. 

Nello sfaldarsi dei soffioni,

e nella fragranza che si spande dalle fresie,

si coglie l’ordinato crescere nel tumulto delle vite.

Una finestra sbatte,

una, due volte, prima d’una voce che rinchiuda,

ma gli uccelli sanno d’esser nuovi,

nell’ incessante volo tra le case,

e in un piccolo vaso lasciato in disparte,

la menta racconta, incurante e folta,

che non è solo la primavera,

sono gli occhi che apprendono il senso da indossare,

leggono la traccia della notte che c’accompagna nel saperci un poco,

noi, imperfetti, e nudi,

dinanzi all’immeritato senza nome della vita.

facilmente la notte scivola nel giorno

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Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.

l’uomo che guarda

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L’uomo che guarda non ha rigore critico, consequenzialità logiche: guarda, assorbe, pensa.

L’uomo che guarda ha un mondo dentro che cede ad altri con fatica, forse un’offesa antica ne ha generate altre. Si è formato così, l’uomo, per vicoli obbligati e per sottrazioni, imparando come i gatti ma senza la loro libera morbidezza. Guarda, pensa, confronta, si lascia andare ai pensieri che sono sotto le parti bianche di ciò che non si scrive o dice e a volte neppure si pensa. Le parti bianche nascondono i ricordi e ognuna ha un pezzo di futuro che il calendario dell’avvento della vita sembra non aver mai sollevato, né ha osato staccare per scoprirne la dolcezza o l’obbligo. Eppure non è vero, tutti quei calendari sono stati percorsi, le scelte fatte, ma ciò che sembrava era altro, così anche le ferite si sono unite ai momenti di felicità e hanno trovato la loro radice: sono ricordi che il bianco non fa emergere, eppure ci sono. Attendono e non servono finché l’uomo che guarda non si deciderà a servirsene. La speranza e il nuovo sono un’immensa volontà di non apprendere, di vedere oltre, di non usare la similitudine come guida per decidere, per non ripercorrere.

A volte, alla fine di un’esperienza, guardando o udendo la giusta sequenza di parole, da ciò che era bianco emergono i colori e le situazioni rimosse tornano irridenti. Una ridda di sentire si scatena, emerge un giudizio anche dove non si è voluto giudicare mai e la nave beccheggia. Si sente l’ancora che cerca sul fondo un appiglio per fermare lo scivolare e finalmente capire, ma troppo spesso è sabbia e il pensiero si allontana.

L’uomo che guarda, ricorda e ciò che vede gli sembra sia già stato, ma era differente, lui era differente, nel cammino già fatto tutto quello che si è scelto si è sovrapposto, e quello che non è bianco, ora, rappresenta insieme il passato e il futuro. Ma è un attimo, un’immersione per disincagliare un’ancora e poi ancora andare.

L’uomo che guarda attende e non ha fretta come chi sa che prima o poi, vedrà ciò che era così semplice da capire e così bello da vivere. Capisce, sia pure a tratti, che l’ha vissuto ed ora ne cerca il ricordo in ciò che vede e sente perché in altra forma si rinnovi. Non è forse questa la speranza, ovvero che ogni cosa sia nuova e antica assieme, conosciuta, sperata, buona da scoprire e vivere. Per diversamente e nuovamente vivere, guarda.

correzioni di rotta

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Cara L. credo tu sia in qualche parte degli Stati Uniti o magari in un’isola del Pacifico in qualche base astronomica. Di fatto, a parte qualche accenno di comuni conoscenti, non so più nulla di te dal viaggio a Lviv, e dal tuo stage in Germania presso il Comune gemellato. Conoscevi il russo e questo te lo invidiavo molto, pur sapendo che era stata una fatica non da poco per un’americana. Eri la nostra interprete della delegazione che ci vide assieme a Lviv. Ora anch’io la chiamo così, allora era per me Leopoli ed ero sicuro che fosse il nome giusto per una città che aveva un leone nello stemma e che aveva cambiato nome spesso girandoci attorno. Mi piacerebbe adesso sapere cosa pensi di questa guerra in corso e cosa di essa arriva dove sei. Mi dicono che negli Stati Uniti è percepita come lontana e che altri sono i problemi che attraggono l’opinione pubblica che ragiona di se stessa e del proprio Paese. La pandemia ad esempio, so che è al centro di non poche discussioni e attenzioni e così l’attesa delle elezioni di medio termine. Insomma la considerate una questione europea e vi immagino alla finestra in casa e guardate fuori ciò che accade. E così vedete l’Europa, terra di vacanze ora rarefatte dalle limitazioni del Covid 19, ma anche abitata da popolazioni strane e poco comprensibili nelle loro litigiosità. In fondo se voi siete gli Stati Uniti d’America, noi, Inghilterra a parte, non siamo mai riusciti metterci assieme per davvero pur avendo ben più interessi di voi per farlo. Anche la lingua comune che manca non ci ha aiutato e tutti siamo gelosi dei nostri dizionari. Ne parlavamo allora e io ti dicevo che questa era una ricchezza non un limite, adesso la tecnologia ci aiuterebbe a essere diversi eppure assieme. Ma non è di questo che volevo parlarti, credo che siamo stati sempre distanti e che le cose non si misurano con la bellezza posseduta o con la potenza militare, ma con il sentire comune. Se non riusciamo a sentirci noi vicini, come possono farlo gli altri? Poi per partecipare alle vicende di un continente non è solo questione di sensibilità, ma di distanza e ci deve essere una legge emotiva per cui la partecipazione diminuisce con il quadrato della distanza fisica. Se insegni Tedesco o germanistica in qualche università, probabilmente sei informata e attenta per ciò che accade in Europa, ma se la tua passione è rimasta per l’astrofisica, allora non credo che siamo particolarmente interessanti.

Assistemmo nel teatro dell’Opera di Lviv a un Barbiere di Siviglia, cantato in russo. Il baritono era bravo, il conte d’Almaviva appena sufficiente, Rosina discreta e poco birichina. Fu una piacevole sorpresa essere in un edificio progettato da un italiano e immergersi in una realtà che era così differente da quella che conoscevo. Non c’erano che pochi vestiti da sera e l’odore di naftalina si mescolava con il taglio un po’ d’epoca, ma il teatro era gremito e l’attenzione e il calore, altissimi. Guardavo le persone, nel foyer, mi sembravano tutti russi, anche se i lineamenti erano sia europei che euroasiatici, forse era perché parlavano russo quando lo feci capire tutti si affrettarono a spiegarmi che non era così, che le etnie erano differenti e forti, ciascuna orgogliosa della sua cultura e lingua ma tutti erano ucraini. Fosse solo per le religioni presenti: tutti cristiani ma Uniati o Orientali i cattolici, gli ortodossi reduci da uno scisma recente tra russi e greci, poi evangelici e protestanti di varie confessioni. Solo gli ebrei erano pochi, in gran parte finiti nello sterminio della Shoah o emigrati. Mi sembrava strano tutto questo fervore religioso per un Paese che aveva avuto l’ateismo di stato come interpretazione delle questioni spirituali, fino a pochi anni prima. Le chiese erano piene e la domenica mattina i fedeli erano in gran numero sin nel sagrato che ascoltavano le messe. Cose mai viste in Italia e neppure da te, mi dicevi. C’era stato un riavvicinarsi alle questioni spirituali che forse per chi abitava la città era naturale, per me era la reazione a tanti anni in cui era mancata la libertà di risolvere i propri problemi spirituali, pubblicamente e appartenendo a qualcosa.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi ora dell’Ucraina oggi. Eravamo assieme all’università americana, quella più a est, dicevi con orgoglio, quando iniziarono le manifestazioni e gli scontri con il movimento arancione. Ci capivo poco perché parlavo con professori universitari, con persone di cultura e artisti che avevano stipendi davvero ridicoli, ma una serie di servizi gratuiti, compresa la casa, anche se mancava la manutenzione dappertutto e gli infissi, i muri, avevano bisogno di cura e l’acqua non c’era tutto il giorno dappertutto. Pensavo, quando parlavamo nei bar con i nomi italiani e il caffè espresso, che giustamente l’occidente che vedevano attraverso le televisioni o nei film, era un eldorado per chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma l’Università privata costava 10,000 dollari all’anno e non capivo come si sarebbero potuto avere un diritto allo studio per tutti. C’era molta corruzione e molte rimesse dall’estero, ma poteva bastare per costruire un paese? E quali erano le idee che non lo rendessero un paese in cui trasferire le lavorazioni a basso costo e nocive approfittando della quantità di manodopera a basso prezzo? Poi c’è stato un po’ di tutto, rivolgimenti, rivoluzioni vere o fasulle, interessi crescenti che trasformavano il Paese. In meglio o peggio, non so, ma certamente in fretta. Sono tornato altre volte, ma il mio progetto non reggeva la situazione e certamente non ero all’altezza di portarlo avanti, però vedevo le cose cambiare, ho ascoltato altre opere a teatro e le mise erano più eleganti. Insomma non era la musica ma anche una nuova agiatezza che voleva mostrarsi. Le auto erano tedesche e c’era una notevole presenza di grandi società occidentali. Non faceva per me e ho cambiato itinerari.

Ora sono impaurito e perplesso di quanto accade in luoghi che ho un po’ conosciuto. Impaurito perché capisco che le cose sono sfuggite di mano e che gli interessi e la partita tra una concezione del mondo basata sui poteri e le sfere di influenza si svolge altrove. Un gioco fatto di azzardi come negli scacchi, che possono sacrificare l’uno o l’altro pezzo in vista della vittoria finale. Negli scacchi la vittoria o la sconfitta vede sempre la scacchiera con pochi pezzi, ciò che manca è davanti a ciascun giocatore e servirà per la prossima partita, ma per il momento sancisce ciò che è già avvenuto sul campo. In questo trae origine la mia paura, che l’intera Europa da pezzo fondamentale, da Re, sia diventata una componente del gioco che è sacrificabile in vista di un vantaggio futuro. E l’Ucraina è solo un pezzo della scacchiera.

La perplessità, invece, si alimenta con la differenza tra ciò che vedemmo di quel Paese e la rappresentazione che ora ne viene data. Di certo l’aggressore è la Russia e ciò che viene invocato a giustificazione non ne ha ed è enormemente sproporzionato al costo di vite, sofferenze, distruzioni che stanno avvenendo. Chi viene colpito non c’entra nulla e se non si è voluto risolvere diplomaticamente le questioni in campo, sicuramente c’era un elemento che ha a che fare con il potere e la sua capacità di ignorare gli uomini che verranno sacrificati. Se come penso è una dottrina condivisa tra concezioni diverse del potere, allora m’impaurisco ancora di più perché quando verrà risolta questa guerra, le case ricostruite, pianti mai a sufficienza i morti, non ci sarà una ragione che s’acquieta ma il tutto sarà vissuta come un episodio di qualcosa che continua e che usa sempre gli stessi mezzi per essere risolto, cioè le armi.

Tu mi parlavi dell’oscurità che aveva seguito la seconda guerra mondiale quando il riordino delle capacità delle singole nazioni di essere Stato e di vantare reali libertà erano state subordinate a un nuovo ordine mondiale con un confine dove si scontravano due sistemi economici: gli alleati nemici, li chiamavi, e pur facendo affari tacitamente, tenevano come propri e coincidenti, mercati e potere d’influenza. Insomma una lotta tra botteganti o tra bulli che volevano avere il predominio sull’intero quartiere il tutto governato dal denaro e dal potere che consentiva di farlo. La dissoluzione dell’ U.R.S.S. come potenza ideologica aveva reso appetibili gli immensi mercati dell’est. Per me la cultura era un bene imprescindibile, unificante che doveva unire i popoli mantenendo le diversità. Tu sorridevi e mi dicevi ch’ero un sognatore. Mancava molto a questa prospettiva, gli stipendi in Ucraina erano a 100 dollari al mese, ma c’erano già le caffetterie piene di persone a qualsiasi ora, si facevano affari senza ancora un codice commerciale, per acquistare una casa bastava pochissimo oppure serviva tantissimo, dipendeva da chi si conosceva. Avevi ragione, credo che in questi anni le cose si siano normalizzate e occidentalizzate, un Paese che aveva il 50% del PIL assicurato dalle persone che erano emigrate pur essendo il granaio d’Europa e avendo risorse minerarie e industria pesante, doveva riassestare in fretta la propria composizione sociale e assomigliare a quei paesi in cui badanti e operai lavoravano e mandavano a casa buona parte di ciò che ricevevano. Ora però il mondo è cambiato e c’è chi pensa di conquistare il mondo con la tecnologia e con i mercati e pian piano rende tutti dipendenti oltre a togliere ambiente e aria, terra e acqua. Non so come l’Ucraina entri in tutto questo e neppure capisco dove sarà la prossima crisi, per questo mi interesserebbe capire cosa ne pensi, cosa pensano i tuoi colleghi nella tua Università o i vicini di casa. Se sanno come il tuo Paese si muoverà in questa nuova scacchiera che non ha più gli stessi pezzi. Ora le pedine sono antichissime e hanno un suono secco quando vengono messe sul terreno di gioco. Anche la scacchiera ha un’estetica e un legno che la esalta come se ciò che si gioca lo meritasse, non come noi straccioni europei che andavamo a giocare alla guerra con le scarpe di cartone. Sarà il mahjong o forse qualche altro gioco, ma in cui non mi piacerebbe essere né giocatore né giocato.

allumer

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Apparentemente ciò che non ha significato perché sparso in pensieri diversi, in pezzetti di discorso, in interiezioni e silenzi, si configura e rapprende, diviene disegno, ma non ancora senso. Così nel vedere i mucchi di fogli, le parole disseminate in questo spazio che mi ospita da 15 anni capisco che tutto ciò che è stato scritto è vita. Se è stato reso esplicito era la felicità del momento che illuminava oppure l’emozione che premeva per trovar modo di uscire ed essere raccontata, quasi rivissuta. E così le impressioni raccolte nei posti magici del mio camminare per la città che amo, si sono mischiate con altri luoghi spersi per il mondo che avevano arcane affinità.

Cosa metteva assieme il canto del muezzin in Africa o in medio oriente con il sapore della prima luce, col caldo che ancora non osa superare le tende sottili e tratta col vento che le muove. I primi suoni prima di quel canto, le notti semi insonni, convergevano verso altri canti, era l’allodola, il primo tubare dei colombi, il verso del rapace ancora in caccia, che si mescolavano per annunciare il giorno. E il primo caffè bevuto in piedi, sentendo il fresco del pavimento salire sulla pelle, non era anch’esso canto alla vita, invito a meditare con leggerezza sulla giornata e le sue tante vacuità necessarie che toglievano l’attenzione a ciò che era davvero importante?

Così la notte, prolungata nel camminare, nel sentire i suoni dalle case, non era forse l’estensione dei pensieri che si mescolavano alle confidenze ricevute, alle parole arrivate casualmente o con intenzione e che non mi avevano lasciato indifferente? Quante volte avevo sommato i passi sino alla stanchezza, ovunque fossi e m’ero reso conto, sconcertato, del cammino che ancora mancava ai riti notturni, alla lettura, al sonno?

Ma queste erano solo piccole macchie nella mappa del vivere, toponimi dove le parole trovavano assonanze, mentre il descrivere doveva fermarsi nel particolare, essendo l’insieme troppo scoperto e nudo di fronte ad un eventuale lettore. Così tutto questo raccontare parziale, spesso criptico, che occultava sensazioni più vaste, desideri, pulsioni, fatiche nel tenere assieme l’urgenza del dovere e del necessario da combinare col lasciarsi andare, era un accenno di biografia del sentire. Parziale, infedele nel tentare l’assoluto, alla ricerca dell’innocenza che si cela sotto il desiderio, sfrontato nel guardarsi allo specchio, timido per tenere da conto ciò che è prezioso, tutto questo e molto altro era, ed è, nel tentativo di conservare una traccia d’essere esistito nella diversità tra molti. Senza giudicare ma lasciandosi coinvolgere, in quello sforzo immane che fa chi ancora non ha la necessaria leggerezza e non rinuncia a vivere come è vissuto, e ancora si cerca, si approssima e nell’altro vede ciò che vorrebbe ascoltare per dire non dove si è eguali, ma dove si è umani e differentemente simili.

Iniziare a scrivere

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A quest’ora tornavo sudato dai giochi, e avevo ancora voglia di correre. Mia nonna mi accompagnava. Mi teneva per mano. Le nostre mani erano piccole, le sue asciutte e con una tenerezza intrinseca. Mani da carezze e che parlavano. Non riuscivo a stare fermo, le giravo attorno finché parlavamo e prendevo l’altra mano. Contavo le pietre su cui camminavamo, stavo attento a non pestare le commessure. Ci fermavamo a guardare i negozi, cambiavamo i discorsi ed entrambi avevamo poca voglia di tornare a casa. I portici alternavano l’ultimo sole con le ombre e già qualche luce s’accendeva. A me sembrava d’essere felice e lo ero, immerso in domande piccole grandi. In attesa delle risposte già altre domande si formavano. Vedere la vita ora e avanti, scoprire il bisogno d’essere coscientemente amato, mettere assieme il presente e tirarlo perché diventasse infinito, privo di obbligo, contenitore di piaceri nuovi e antichi, fidando in ciò che sarebbe accaduto.

A casa c’erano i compiti da fare, la fantasia da tenere a bada, le lettere da far stare dentro le righe, gli svolazzi strani di quelle parole che si ripetevano e che sembravano non dire nulla perché non c’era nulla da dire, ma molto da vivere. Quando ho scoperto la scrittura, quando sono riuscito a connettere l’osservazione dei particolari, la loro scienza, con la fantasia nel correrle dietro e andare fuori tema? La risposta sta nella scoperta della lettura come amplificatore dell’immaginazione. Vicende e mondi si aprivano, mi seguivano a letto con una pila sotto le coperte, potevo raccontarli a mia nonna ed ero sicuro che Lei avrebbe risposto a tono. La lettura apriva una finestra e ciò che vedevo doveva essere fissato perché si perdeva facilmente. Così è nata la scrittura, come un tener traccia, l’essere specchio dei sensi che si esercitavano per loro conto. I compiti erano una cosa che intralciava la fantasia, forse per questo sono stato un pessimo scolaro, riottoso e ribelle. Arrampicato sull’orlo del vulcano, temevo di scivolare giù nella profondità dell’ignoranza e dei voti pessimi. E così accadeva, segno che ciò che si vuol fare accadere, accade. Contavo sulla fortuna e sui voti in italiano, ma non bastava, non sarebbe mai bastato se non a me.

Che uso faccio della sera, sapendo che la serenità incosciente d’allora non la posseggo più e che anche le parole spesso vanno a finire nella noia di ciò per cui vengo interrogato, prigioniere delle notizie e al servizio di una opinione. Di cosa parliamo? Se mostrassimo ciò che ci colpisce risalterebbe il fuori tema, la pazzia dolce di chi parla d’altro, ma ciò non è consentito allora si dovrebbe ripiegare nella libertà della scrittura e lasciare che il mondo domestico delle strade e dei pensieri entri dentro con la sua luce che eccita le ombre e forma pozze di freddo e di buio che si attraversano con la stessa altezzosità con cui il primo rompighiaccio annunciava la primavera e la libertà alle navi, tagliando i ghiacci fuori dalla baia di Leningrado. Già San Pietroburgo e ora nuovamente San Pietroburgo. Ci dev’essere qualcosa di talmente immane tra queste due parentesi che racchiudono un nome che ora dev’essere scordato anziché sondato, capito, svolto come una mappa in cui i luoghi del pensiero e dello spirito trovano nome, distanza, via per essere uniti.

Sotto, nel vicolo, arriva in moto, una Bmw, con trasmissione cardanica. Chi la guida ha il viso che esce dall’attesa e il sorriso che incontra chi vuole incontrare. Se ne vanno in un rumore denso di armoniche e di basso con quel frullo d’ingranaggi che è già una partitura solista di meccanico concerto, ma che nessuno scrive. Mi piace l’idea del cardano, c’è molto cervello in questa scelta, in chi la inventò ( già ne parla nel terzo secolo a.C. Filone di Bisanzio) e in chi la sceglie. E’ un giunto che permette ai moti di due alberi di trasmettersi pur essendo disallineati e tutto questo non è il simbolo potente che insegna come cose che hanno diverse necessità possano trovare il modo di connettersi e di andare avanti assieme sommandosi. Anche per le idee servirebbe un cardano che le renda rigide quanto basta ma non impermeabili al disallineamento e al movimento comune. Se avessi raccontato questi pensieri a mia Nonna, avrebbe capito e non avrebbe fatto osservazioni, ma già a scuola tutto sarebbe diventato più difficile.

La sera mi ha sempre regalato una luce che conteneva senza illuminare, è la stessa di allora, così penso, la stessa che usciva dalle finestre e si scambiava con la lampada a centro stanza, mentre già il profumo della cena riempiva la cucina e posavo la testa sul braccio, guardando di sguincio e tentando di scrivere i numeri e le lettere dentro quelle righe che dovevano contenere il pensiero e la scrittura ordinata dalle leggi altrui, ma la mente era altrove. Decisamente ero un pessimo scolaro a cui sarebbe piaciuto usare le parole e tenerle a mente per chissà quale occasione di comunicazione, ma non era tempo allora come non lo è stato dopo.

arrivammo

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Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

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Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

spirale

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La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

cassetti segreti

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Non credo che non ci si pensi più, che le cose siano finite. Non ci penso adesso perché non è una prospettiva che ritengo possibile, ma ogni cosa desiderata e negata poi si ripensa. Subentra a ciò che non è stato, ma a pelle, sai già in partenza che quella era cosa … speciale (nonostante la tua idiosincrasia per le cose “speciali” che poi passano).

Non so, da tempo m’interrogo sulla negazione e mi chiedo quanto ci sia di personale e quanto di indotto in ciò che non facciamo accadere.

Se di interi periodi della vita non resta memoria immediatamente disponibile e lasciamo diventi sostanza dei sogni, in essa ci deve essere qualcosa che dev’essere messo da parte per vivere. Di quello che resta per davvero di un allora irto di possibilità, intendo che ci pensi in quei rarissimi casi che sono … casi speciali del vivere.

Ciò che è importante non passa ma muta, evolve, si anestetizza se fa male, oppure si acuisce se fa bene, e nella negazione non è mai tutto personale o tutto indotto, è un mix che
dipende dall’importanza e credo anche che, almeno nel mio caso, non banalizzo mai ciò che mi accade e quindi ci penso. lo vivo ed elaboro
Sai come si dice da queste parti quando ci si accorge che una parte della vita si è davvero conclusa: el se a gha messa via.
Se l’è messa via, l’ha cancellata dal presente, ma mettersela via è un elaborare, un dirsi che non è stato possibile, quindi è una sorta di per sempre rovesciato.

Ciascuno di noi fa i conti con se stesso e trova una ragione,
e se non la trova è peggio,
ma capita a tutti e più c’è passato più è capitato.
Le vite sono possibilità, scelte, poi in bell’ordine si mettono le cose che non sono state in cassetti che conosciamo noi, che sono nostri per intero e come per i lini che si sono comprati e usati in altri tempi, profumano d’amido e di lavanda.
C’è chi riesce a trovare un buon motivo per aprirli con tenerezza, altri con rabbia, altri ancora con indifferenza. Meglio la tenerezza e il voler bene a ciò che si è stati.

miserere

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Questa mattina il cielo era ricco di nubi ma senza pioggia, Attorno tutto si svolgeva come se fosse un normale inizio di primavera, solo che è marzo e non piove. I canali d’irrigazione sono secchi ai bordi dei campi e la terra, dopo l’aratura ha mutato il colore delle grosse lucide zolle passando dal marrone scuro a un nocciola che testimonia l’aridità. Da mesi non piove. Gli alberi hanno cominciato le loro fioriture e le piante ornamentali sono colme di boccioli. Traggono linfa dal profondo. Si arrangiano con quello che c’è, ma non potrà durare sempre così.

Questo è il tempo che viviamo, per ignavia anche nostra, per supponenza e protervia, tutte abitudini che si consolidano in un’idea di dominio che ora la realtà s’incarica di smentire. Tutto nasce nei sentimenti, nel rifiuto che essi siano i veri elementi di equilibrio e di guida per gli uomini. Le altre specie, non ne hanno bisogno, sanno dove andare, cosa fare, come comportarsi. Non noi. Non nobis.

Dietro ogni fallimento c’è un tradimento e dietro ad esso un sentimento mistificato. Se tradire è una forma di negazione del sentire, del patto stipulato con sé prima che con altri, esso non è scevro di effetti verso la vita: non si conclude e non la conclude tra un prima e un dopo. Ha in sé il germe rapido del fallimento, quello che rompe l’equilibrio e lo rovescia per un nonnulla. La vita nel suo scorrere temporale ha scelto e devia su una nuova strada che non è necessariamente un procedere, può essere un arrestarsi, un retrocedere, un capovolgere. Il cambiamento è aderenza e approssimazione a ciò che si è, non tradisce nulla e ci realizza, ma fallire è negare la propria natura, il daimon che è in noi e che pretende di essere cresciuto amorevolmente. E lo chiede non in forza di ragione o per pretesto, ma amorevolmente, con cura e misericordia.

Il daimon è comprensivo, ci vuole bene e include il fallire, l’inesperienza, la fatica e le avversità, ma non tollera il tradimento e chiede alla ragione di essere accogliente nel suo farsi consapevole dopo lo sbaglio. E’ strano ma non include la colpa se non come distruzione del sé. Non la chiama colpa, chiede solo venga preservata la possibilità della vita, della sua felicità, del coincidere tra l’essere e il fare.

A questo oggi richiamava la terra già sul punto d’essere arsa, priva di semina e concime, chiedeva ragione. E lontano c’è il terribile rumore dello scontro, le realtà del sangue e della violenza cieca. Il labirinto senza il filo di Arianna in cui si smarrisce il senso del limite, le vite disperse, si spengono nel dolore e generano minaccia. Il mondo è sull’orlo dell’inverosimile e lo è da molto, ma la capacità di trovare la strada nel labirinto delle passioni è affidata al senso dell’umano. Al fermarsi e sentire che natura e uomo sono parte di una stessa vita, che il potere è tradimento di molti e di sé e destinato per sua natura a fallire. Ma nulla di tutto questo basta quando le vite si spengono, quando la negazione o l’affermazione si appella a principi che dovrebbero essere più alti di chi li pronuncia e contiene e invece vengono usati per nascondere le verità effettuali, la realtà. Chi sacrifica il mondo crede di essere immune al sacrificio, ma non lo è e in questo tradisce il daimon profondo che cerca la comunicazione, il rapporto, il sentimento con l’altro e con il mondo stesso.

Quanta disperazione contiene il fallimento dell’essere uomini. Di quanta comprensione abbiamo bisogno per trovare un equilibrio con quello che calpestiamo e che dovrebbe essere fatto con leggerezza perché lì sotto un mondo vive ed è importante perché sopra vi sia vita. Quanta disperazione di uomini, di madri, di figli dovrà essere tradita perché ci si renda conto che non c’è via d’uscita se non abbassando le braccia, chiedendo a noi stessi di avere un’altra possibilità. Almeno un’altra per vivere, per pensare, per seminare e far fiorire, per cambiare ciò che non è istinto ma tradimento della vita. Quanta disperazione serve per evitare la fine?

l’amore e il tempo

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…gli amori continuano. Sotto altre spoglie continuano. Sempre dissimulate o mentite, soggette al distacco o alla permanenza, continuano. I progetti mutano o finiscono e quelli nuovi sono soverchiati dall’abitudine. Non è finito l’amore, nel mutare esso attende ciò che non arriva secondo la sua memoria e si isola conservando ciò che è buono, mentre allora non lo era. E’ buono ciò che adesso aiuta a vivere: non si corre più, si guarda altrove e insieme. S’è affievolito o mutato ciò che voleva superare l’impossibile e resta il bene…

AA.VV. Variazioni sull’amore in analogia al tema delle variazioni Goldberg.

Edito in proprio. Copia n.16/32

L’amore è ciò che fornisce continuità alla specie. Esso è stato disciplinato per la sua carica eversiva, per gli effetti economici legati all’unione di soggetti che prima erano singolarità giuridiche, ma anche questo aspetto è più una deviazione occidentale nel pensiero comune, piuttosto che un uso comune alle varie culture. L’antropologia illustra bene la variabilità di ciò che le culture hanno immesso in un sentire sorgivo e non codificabile. Tutte le accezioni, comprese quelle di altre specie, mostrano l’evoluzione delle fasi dell’amore, come esse fossero una variazione sul tema principale. Il tempo è una variabile dagli effetti imprevisti, così naturalmente succede per il presente e il futuro che si inseriscono nelle vite, ma proprio per l’incidenza che l’amore ha nella vita degli uomini, il tema resta evidente o confinato in qualche parte della mente. E non si può dire che sia solamente stato, bensì è un termine di paragone su cui cresce la vita. Come ogni sentimento profondo, si misura con la struttura emozionale di chi lo prova e questo ne fa una forza oppure un sottofondo che è assenza e silenzio. Comunque sia l’abitudine che vorrebbe banalizzarlo, esso conserva risorse che devono essere esplorate. Non è detto che lo saranno, ma ci sono e la loro influenza potrà essere avvertita dall’ascoltatore attento di sé. Non è una funzione simmetrica e trascorso il periodo di innamoramento, ciascuno elaborerà l’amore con una libertà di interpretazione che nessuna regola può rendere biunivoca. Così l’aria resterà sospesa su un fondo di mutata solitudine.