percepire il limite

percepire il limite

Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. C’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione,  oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno guarda molto i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.

diverse serenità

diverse serenità

Tra serenità cercate, presunte, passate e serenità incrementanti, verrebbe da dire la vita sta. E tutto ha al centro quel nòcciolo duro costituito dall’io che vorrebbe aprirsi, ma ha una sacrosanta paura delle sberle. Ne ha avute a iosa in passato e ne sente traccia calda a fior di pelle. Si dice che le sberle insegnino, è vero, ma non abbastanza e non tutto è positivo nell’evitarle. Comunque creano scorza, ossificano le reazioni e le intenzioni sino a farle diventare un involucro coriaceo, il nòcciolo dell’io per l’appunto. Come si possa poi confinare tutta l’energia in quello spazio così piccolo non è questione di sola fisica atomica, anzi nella gestione delle forze interiori/esteriori gli uomini sono molto meno deterministici della fisica e molto più bravi a confinare l’energia. Assomigliano più ai terremoti che distruggono e al tempo stesso generano materia, la solidificano, e in tempi lunghi, l’assestano in una quiete nuova e transitoria piuttosto che riordinarsi in un flusso di energie che si dirigono o rimbalzano allegramente, felici di scoprire nuovi spazi. A questo assestare dopo le scosse (o le sberle) pare servano le serenità; che sono poi lo sguardo del presbite: da vicino vede un’interessante composizione di colori, mentre distanti coglie le cose, finalmente ridotte ad una dimensione accessibile; né troppo grandi né troppo piccole. Ma soprattutto raggiungibili se si ha pazienza, e maneggiabili. È questo di cui si vorrebbe avere governo nel trattare quel nòcciolo di io, quell’ identità che ha necessità varie oltre al proteggersi? E come conciliarlo con le passioni, ovvero con quel fascio di energie inaspettate che l’io non riesce a contenere e da cui è sballottato in territori che non conosce? Anche le passioni hanno loro serenità e soddisfazioni, ma non sono quelle della quiete. Si usa l’ossimoro delle passioni quiete per descrivere i paradossi della politica ma queste esistono solo da quelle parti, e si dovrebbero definire compromessi, soluzioni compatibili. Tutte cose che le passioni non conoscono. 

Ricomporre nuclei duri e flussi morbidi, ma irruenti, è un bel processo dinamico in cui si balla parecchio. E verrebbe da dire che si balla serempidicamente,  perché ciò che non si stava cercando si trova e la felicità che ne nasce è così inaspettata e gratuita da sciogliere ciò che sembrava inscalfibile.

 

 

a chi resta qualcosa per davvero

a chi resta qualcosa per davvero

Lo stralcio di quanto dovevo descrivere era più o meno questo:

… Discutevo sulle idee, citavo saggi, facevo paralleli azzardati camminando sul filo di ragionamenti esili di logica forse per questo più complicati da smontare. Assomigliavano a quegli oggetti inutili che si caricano, e loro mettono in moto ruote dentate, fanno girare piccole ventole, scorrere simulacri di ballerine o di navi e alla fine si ripetono sempre nei movimenti ma non è questo che in fondo affascina perché è proprio il ruotare, l’attivare cardani, trasformare un moto circolare in lineare che è la meraviglia e l’ ingegno. Di certo Galileo non avrebbe condiviso quel parlare a lungo di cose complicate e senza soluzione, preferendo il piccolo e il semplice che alla fine si risolve. Ma Galileo non c’era e i suoi seguaci si sarebbero annoiati a morte se avessero colto la parole sentire, o ancor peggio sentimento , oggetti che non hanno misura e che stabiliscono rapporti mutevoli tra il dentro e il fuori. Ma non è forse questo che contengono in larga misura libri di successo scritti da presunti indagatori d’anime, guru e maestri di qualcosa, che isolano universali generici, come fa una maga girando i tarocchi, salvo poi non dire mai cosa serva davvero per uscire allo scoperto a quell’ io debole e fragile, bisognoso di eccessi d’ amore e di costanze che devono essere enunciate con chiarezza, capite, condivise.

Nell’ immaginare saggi verbali guardavo negli occhi il mio interlocutore per rassicurarlo che era farina del mio sacco, che non ero un imbonitore ma un ricercatore di analogie, un classificatore di corrispondenze e un raccoglitore di eccezioni. Perché è dalle eccezioni che si impara la ripetizione e se la regola non esiste però esiste il simile e nel veleno come nel piacere una piccola dose del simile esalta e guarisce. Non per sempre, visto che nessuno davvero lo vorrebbe un per sempre, ma per il poco che esalta il momento e stabilisce la differenza. Tutto sta nell’ individuare la quantità, nel tracciarne una conformità a noi e allora il dentro e il fuori, l’io e l’ altro possono capirsi profondamente, parlarsi e per un poco fondersi. Nell’esercizio di facoltà inutili come il cantare, il fischiare, il disegnare, lo scrivere, l’inventare qualsiasi cosa, vengono messe in moto le stesse facoltà che cercavo inconsciamente di esercitare sul mio, o i miei, interlocutori, in un gioco del prendere dalla testa di ciascuno un pezzo del gioco del pensare, metterlo insieme e proseguirlo perché si facesse strada, andasse in luoghi nuovi e mai veduti e che non erano altro che ipotesi logiche, sintatticamente corrette, ma che avevano una qualità incomparabile: facevano cadere le difese e consentivano uno scambio vero e armonico, una condizione che toglieva dalla solitudine ed era paragonabile all’ avvicinarsi delle labbra, caso raro in cui sarebbe successo deterministicamente qualcosa ma non era ancora cosi vero da essere piacere. …

Questo era lo stralcio e la matita nervosa si agitava, voleva sottolineare, cerchiare, trovare relazioni e cassarne altre. Mettere assieme un senso a quel guazzabuglio di descrizioni affermazioni. Per questo finché segnava dissi: lei era lontana e qui si svolge tutto come prima, però diverso, cerchi di capire. E se proprio le non riesce, per aiutarla le rivelerò un segreto: i suoi segni rossi e blu, sono affascinanti perché sono il disegno della sua testa, il grafo di ciò che ha capito e di ciò che pensa. Ed è questo quello che m’ interessa. Spariranno le parole, resteranno i segni. Accade sempre così. Io avrò un po’ di lei e lei un giudizio. Pensi a chi resta qualcosa per davvero. Ci guadagno io.

 

 

 

non assomigli

non assomigli

Tu non sei come, non assomigli.
Tieni stretto il bacio, la carezza, il grido,
ciascuno dici, con silenti parole, mai prima consumate,
così distingue e poi confonde, la grana d’un piacere, la briciola di te donata,
e ciò che nel farsi disgrega e svela.
E svelare aggiunge domanda alla promessa del mai toccato e domo.
Di te sgorga la liscia pelle,
la piega, il desiderio prima dell’includere accogliendo,
così il tempo che raggruma e scatta
perde senso nell’incontro
s’annulla e già attende
da te insaziato, il dare.

che nessuno possa dire

che nessuno possa dire

Che nessuno possa dire che non c’abbia provato, 

non i nemici, troveranno altro per sminuirmi,,

non gli amici, che facendosene una ragione, lascerebbero a me il rimpianto,

non io stesso, che tra stanchezze ed entusiasmi, dovrei pur giustificare il fatto,

d’ una possibilità che ha volato, e che ciò che poteva essere, non è stato.

Eppur conscio che non tutto è possibile

e neppure dato,

a una certezza non rinuncerei,

ed è nel molto che mi grato,

nel consapevole amore che mi viene dato.

Non rinuncerei all’amore, 

al rischio della forza ad esso mescolata,

allo sconvolgere che appresso s’è portato. 

Non rinuncerei sapendomi

finito, perplesso, limitato, 

non rinuncerei vedendomi

trafitto, svelato e poi cambiato,

non rinuncerei, pur umile di me,

per esser sicuro almen d’aver provato.

 

inverno

inverno

oznor

Nella terra della biscia e del rapace
la neve ghiaccia e piange acqua bruna verso i prati.
Nel silenzio attorno non un canto dice,
lontane rade voci e auto corrono verso l’ indifferenza,
nel fosso l’ erba che l’ acqua seguiva s’ avvolge ora in un capigliar di brina.
Le gemme nel bosco attendono,
attorno c’è un seguire d’ orme e fame,
ed io in tanta bellezza misteriosa
non so più che dire,
mi perdo in questo fluire d’acqua e sale,
di ferite aperte e d’aghi che ricuciono,
di sentimenti usati e rigettati,
mentre di bandiere e voci ferme sentirei il bisogno
ma afone le gole ripetono giusta la misura
di ciò che è santo all’ uomo e alla natura
e l’amore mio si perde in un inverno esausto di ferite.

laica epifania

laica epifania

Epifania significa manifestazione del soprannaturale, chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’ umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta con sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno. 

Oggi ho riflettuto molto sul significato terreno e laico che è connesso al dono in questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. 
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’ emozione che si prova, come con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.  

Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo.  Il dono è esercizio di amore o di potere, o di entrambe le cose, prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.

Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’ amore, con l’ attesa, invecchiamo davvero quando  non attendiamo più nulla,  quando tutto è scontato.

Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, un non permettere che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbero esserci doni e raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. E allora l’ epifania durerebbe tutto l’ anno.