altra spiaggia altro mare

Le pietre sembravano tartarughe assopite nella spiaggia. Le parole dei pochi seduti sulla terrazza, s’ammucchiavano in malo modo, interrotte da silenzi erano fiotti per riempire l’aria. L’aria separa, a volte più del vetro o di un muro, dipende da quanto ci si potrebbe abbracciare, ma questo accade ad alcuni e di rado. Davanti, e a fianco, giaceva la sabbia che teneva ben strette le conchiglie, rimasugli di cose e piccoli pezzi di vetro levigati, da far rilucere al bisogno. Sulla diga passeggiavano, illudendosi d’aver spartito il mare. Nei cuori c’erano sentimenti misti e vari, distratti dal luogo. Quasi nessuno guardava nel posto giusto e di ciò che mancava sembrava non ci fosse speranza di ritorno. Le meduse pulsavano tra le pietre frangiflutti, e a parte qualche bimbo che le additava era come non ci fossero. Eppure mai si erano viste così tante e così vicine. Un pittore dipingeva un capanno con una grande rete. La rete, ironica, lo guardava invitandolo a contare l’aria e a raccontare i fili che cambiavano colore perché in mezzo c’era il sole e nubi assortite come i pensieri di ciascuno. Ma le nubi avevano l’ordine e l’armonia dell’innocenza e così passeggiare era prendere possesso di qualcosa che fatalmente si sarebbe perduto. Ma così distratti e leggeri, a nessuno sembrava di perdere nulla e badava solo a scansare persone e qualche temeraria bicicletta impegnata a non andare in mare.

mantra della strada e della pazienza

Faccio finta di sapere, ma non so che fare,
il tempo è un lento appuntire di matite
Sono pronte a scrivere parole che restano segni,
e ai miei piedi, e sul tavolo di legno
s’accumulano trucioli e fragili pensieri.
Passerà, basta avere pazienza e cercare degli amori la forza,
passerà e si ricuciranno gli squarci di solitudine nei corpi. Resteranno cicatrici da scorrere col dito, ma non faranno così male e passerà.
Passerà mi dicevi ed era già passato.
Vorrei avere la tua pazienza quieta, Nonna,
quella che dopo aver la vita districato,
scioglieva nodi
e per la fiducia teneva il necessario.
Cps’era rimasto?
Un ago da lana, poco cibo, qualche dolcetto,
molto amore e il pensiero di ciò ch’era stato.
Memoria dolce che rendeva indifferente la strada e la fatica,
e il tempo, pazienza e l’ utile annodare.
Oh, non mancava nulla e tutto procedeva,
come gli pareva, così sembrava,
ma era l’affidarsi a sé e all’amore che guidava.
Manca il diario di bordo,
tengo a memoria, come tu facevi
e sento il fluire di ciò che consegue
ma non sono bravo, imparo,
trovo il bandolo e non so che fare, ancora.
Della pazienza, sento i tesori per acquietare il cuore,
conservo piccole dolcezze,
m’affido alla docile lama per appuntire matite e colori.
Ne nasceranno segni, poi parole.
Di molto m’importa e ho bisogno:
hai ragione pazienza è non è attesa
ma è la strada per l’amore
che tutto tiene assieme e rassicura.

mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.

radici

Non potete dirmi che non sia stato educatamente curioso. Anche se per me erano storie erano molto più belle delle fiabe che mi raccontavate prima di dormire. E poi non avevano mai una fine, perché c’erano altre domande e Voi lo sapevate che sarebbero state tagliate dal sonno e dalla stanchezza delle corse e dei giochi. Cominciava a cena e chiedevo chi erano quei parenti strani che ogni tanto comparivano in casa nostra. Parenti che tu, Mamma, amavi poco, ma ne parlavi. Mi mettevate a letto, e ancora chiedevo. Chi c’era vicino rispondeva con la sua diversa modalità del porgere, in quella lingua che era così bella e dolce. Imparavo vocaboli nuovi, con significati spesso oscuri perché si riferivano ad azioni e cose che non c’erano più attorno e tantomeno in città. Così immaginavo, mettevo assieme con le illustrazioni dei libri di scuola, ancora così ingenue in quell’Italia che era mezza agricola e mezza industriale, mezza ricostruita e mezza ancora a pezzi. E così alle vostre storie aggiungevo altre storie, fatte di mestieri antichi, di luoghi che certamente si perdevano oltre le mura. Erano luoghi di cui raccontavate, spesso molto distanti oppure vicini, ma ben oltre l a mia esperienza, fatta di poche strade e di un grande parco e quindi potevano essere ovunque, su una stella o sulla luna che non sarebbe cambiata la distanza. Le storie di cui Vi chiedevo erano sui parenti, su chi era venuto prima, oppure sulle Vostre vite. Degli anni in cui eravate ragazze, dei lavori fatti, dei viaggi che erano stati emigrazioni, anche se non sapevo cosa fossero per davvero quelle città, quei laghi, quello spostarsi e andare stabilmente altrove. Ogni storia veniva ripetuta e non mi bastavano mai i particolari. Certo il quadro era chiaro, ma neppure le conclusioni erano così ferme da non essere oggetto di nuove precisazioni.

Andando a letto sentivo il fresco delle lenzuola d’estate e il freddo che s’annidava in casa d’inverno. Mi piaceva l’inverno e sapevo che i piedi, in fondo alle coperte, avrebbero trovato, dentro il suo sacchetto di lana una sorpresa calda. Era una borraccia d’alluminio piena dell’acqua che aveva una storia anch’essa. Aveva attraversato un deserto, seguito un viaggio immane fatto di pericoli che ora non c’erano più. Così serviva ad altro e la stufa in cucina, forniva l’acqua bollente che l piedi cercavano, felici di un calore che risaliva per tutto in corpo. Sopra e sotto il pigiamino di fustagno.

Dicevo ‘ancora’, alle Vostre storie, quando già il respiro s’allungava, gli occhi erano chiusi e i sogni irrompevano nella testa, riempiendola di strane fantasie che al mattino ancora non svanivano. I vostri racconti portavano a nonni che erano perduti nel secolo trascorso, raccontavano di inverni in cui non solo i canali, ma persino la laguna era ghiacciata. Parlavano di fatti accaduti nel silenzio delle notti e di fughe sotto i bombardamenti, di città straniere che parlavano in modo strano, di persone che si erano perdute e poi erano state ritrovate. Voi, le mie donne di casa eravate una fonte inesauribile di storia vissuta che non si trovava nei libri, che potevo confrontare con i racconti dei miei amici nelle pause di gioco. Che potevo persino vedere in quella chiesa enorme in cui giocavamo e che era stata distrutta dal bombardamento del ’44. Per le strade o in campagna, quando si facevano gite con tutta la famiglia allargata agli zii e ai cugini, vedevo i carretti con le ruote alte, i campi arati, gli animali nella stalla che confinava con la cucina. Ma questi erano particolari che stabilivano la distanza perché sia la Mamma che la Nonna non erano contadine e ci tenevano alla condizione di essere vissute in città. Come fosse un titolo nobiliare da esibire anche nella lingua che diventava più ricca e ancora più dolce. Ma la campagna si infilava tra le cose d’uso. Era nelle piazze che traboccavano di verdure, di polli e animali da cortile, di farine e legumi secchi, di cesti di vimini, di stoffe grezze, di formaggi, di uova a dozzine e di carni appese sotto le volte di quello che è ancora il più antico centro commerciale del mondo. La campagna, pur assente dalle storie come protagonista, entrava in esse per le distanze, per i possedimenti dissipati, per quelle ‘onoranze’ che arrivavano in autunno come parte di un qualche resto d’eredità ora coltivato da parenti. Erano mandorle, farina da polenta bianca, fichi, uva, fagioli e piselli secchi. Mia Mamma scuoteva il capo e mia Nonna faceva lo stesso perché entrambe pensavano che chi ci mandava quelle cose era più povero di noi e se le avesse tenute per sé non sarebbe stato male, anzi. La fatica era sua e allora i racconti di quel lavorare duro nei colli, con l’asino come aiuto si mescolavano con la diaspora che c’era stata ai primi del ‘900, consumata nel tentativo di cambiare il mestiere antico ereditato nel tenere la locanda, poi risolta nei ritorni precipitosi per la guerra. La prima, quella che aveva distrutto ciò che poteva e aveva lasciato segmenti di una linea che si perdeva indietro nel tempo. A me quella linea interessava e chiedevo. Ricordavo e chiedevo a mia Nonna, ma erano storie che si arrestavano alle soglie del sonno ed erano ricche di gentilezza. Come quelle di mia Madre, così diverse e non di rado allegre, che avevano altre radici. Più vicine, quasi tangibili nella corte di cugini e zii che si riunivano nei giorni di festa dagli altri Nonni. Due donne così diverse per storia, per carattere e per modo di vedere la vita erano vissute assieme per quasi trent’anni, con le giornate condite dai caffè lunghi e dalle parole diverse: più rade quelle della Nonna, più ricche di racconti del quotidiano e della vita, quelle di mia Mamma.

Scoprii ch’ero già ragazzo che, entrambe, suocera e nuora, compivano gli anni lo stesso giorno e che il diverso, immenso amore che mi portavano era da festeggiare assieme. Allora, non si facevano molti regali per i compleanni e mia Nonna era la custode di un mondo che comprendeva i suoi anni, ma sentire che era per Lei quella torta o quel piccolo dono, le faceva piacere. Mia Mamma amava le feste, lo stare assieme, sorrideva e fingeva di apprezzare gli orrendi profumi che regalavo, ma le piaceva il millefoglie e quello ai compleanni non mancava mai.

In quella terra rossa che innumerevoli generazioni avevano dissodato, depurata dai sassi, resa fertile e coltivata, stavano le radici antiche, ma ancor più esse erano nei racconti che hanno formato una unità forte tra noi. Il desiderio di andare e il luogo in cui tornare. Sono i racconti che a volte cerco ancora di rimettere assieme e che sono Voi, nell’amore immenso che mi avete donato. Qualcosa passerà in avanti e in quelle radici ci sarà del vostro raccontare, pur senza saperlo. Come dev’essere in ogni storia che continua e si fa nuova.

Buon compleanno Mamma. Buon compleanno Nonna.

pulviscolo dorato i giorni

Tanti piccoli fatti si sommano. Ripetuti e singolari, un letto di cose di cui non si tiene memoria eppure sono indizi di vita. Stamattina mi hanno portato un libro ordinato in rete. Mi ha sorpreso quanto male sia stampato. Avere cura di ciò che si produce, diminuisce lo spreco e aumenta la stima nel mondo: sapere che le cose vengono fatte bene fa bene. Ma questo contrasta con il capitalismo, che non è, come dice Barnabè, la teoria che si applica in qualsiasi sistema politico perché è solo la differenza tra chi ha il capitale e i mezzi di produzione e chi ha invece , solo il proprio lavoro, ma è invece lo sfruttamento di qualsiasi cosa possa generare profitto, uomini compresi. E così per il mio libro si usa carta di qualità infima, nella minore quantità possibile perché questo genera guadagno e poco importa se è svilire il bello che quella carta porta impresso su di sé.

La mia rivolta è nei particolari, nei sogni, nei gesti inutili che diluiscono l’impero dell’utile. Credo nella continuità. Mi sembra sia un assioma che non contrasta con il nuovo e che include la discontinuità. Essere parte di qualcosa di più grande, consola. E da cosa dobbiamo/devo essere consolato? Dalla sensazione continua dell’insufficienza, dell’inadeguatezza. Il merito, teoria che parte negativa e diventa positiva sotto la spinta di chi spreme i limoni, è questo continuo premiare e togliere, mettere obbiettivi che devono essere superati e anche quando avviene, sapere che c’è un di più, genera l’insufficienza. Per questo scelgo la continuità, che ha pazienza, riesce a pensare, a vedersi e vedere. Poi quello che ne viene è di una insufficienza diversa, è la consapevolezza che c’è molto di più di ciò che posso fare e conoscere, ma intanto posso portare innanzi un particolare ben costruito.

Stamattina ho raccolto delle noci tra l’erba bagnata di rugiada. Cadono da un albero che avevo piantato nel giardino comune della vecchia casa. Era una pianta che mi aveva seguito, come altre, da una casa precedente. Leggo delle storie inscritte in queste piante che hanno visto molte persone, differenti epoche e sempre hanno dato senza risparmiarsi. Le noci raccolte le ho piantate sperando radichino e ne vengano nuove piante. Facendo queste piccole operazioni di speranza, ho pensato all’amore. Come esso passi e insieme muti e resti con una traccia che continua a riprodursi. Una traccia impersonale che non dipende più da noi, ma è dentro di noi. Iscritta in un dna particolare dei ricordi, del sentire, dei sentimenti. Impalpabile eppure molto fisica, che ha avuto tempi e modi di esprimersi ed ora in altra maniera si esprime. E aggredisce dolcemente quando non si aspetta. Danza in noi come pulviscolo dorato e per un attimo il tempo si ripete, come una domanda sull’infinita possibilità di ciò che non è stato, ma continua ad essere e riprodursi. Storia di tutto ciò che è attraverso noi vissuto. Questa è la continuità che non mente al nuovo e che tiene preziosa la memoria.

non finisce

finisce e non finisce,

ciò che prima eccedeva, manca nel poco.

Era generoso e non me ne sono accorto,

ora si nasconde avvolto in cartocci malfatti,

si concede con parsimonia, si nasconde,

prezioso.

Di tanto splendore attorno,

del verde intriso dalla notte

del blu, soffuso prima che l’ultima luce lo lasci,

resta l’incanto sospeso e una domanda inevasa.

Non è lo stesso.

Sarà che andare è più fatica,

e lo è il tornare che non sia vecchia abitudine:

le età hanno dato e attorno molto è mutato.

Mi dico che è solo il cuore che batte irregolare,

che ancora s’ emoziona nel traboccar di stelle,

occhi stretti nel dormiveglia,

lampi di nervi e difficile sonno.

I sogni si sono raggrumati in pallottole di spago e di stracci,

da dipanare se si volesse capire il vivere,

cosi l’attesa della luce è la stanchezza della bilancia,

del faticoso equilibrio,

d’un coltello triangolare che senza piacere posa nell’incavo d’agata:

aggiungono pesi sui piatti,

o tolgono, senza rammarico, quello che ora sembra eccedere,

e prima non bastava.

Ciò ch’era sin troppo ora manca,

e se non finisce, si trasforma come ogni cosa:

difficile consapevolezza che al cuore poco consola.

Serve tempo, raccolto a mani aperte,

tempo stretto a pugni nel mucchio

da lasciare con dolcezza perché tale resti l’incompiuto.

Completare le frasi sino al punto e pensare,

ancora pensare mentre batte il cuore piano, e il corpo si posa,

ch’esso su di sé ora s’adagia,

e fila il tempo e la bilancia è immota;

dopo inizierà un’altra frase,

un altro discorrere di cose ormai quiete,

nel dire sommesso di pensieri che vagano oltre

le nuove cose e insieme l’antico.

Ciò che sembrava lasciato torna senza chiedere conto o ragione

e così giunge, il mattino,

impallidisce la luna

e il cielo s’imporpora nel pudore della notte

vissuta assieme a una stella.

salmodia del tempo

Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?

Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
– sotto un purgatoriale cielo effimero –
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

O l’inizio di Tristia

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.

identità

Mi facevi notare che a volte scrivevo in seconda o terza persona. Eri indecisa se parlassi di me o d’un altro che m’assomigliava. Non è semplice spiegarlo se non ci si è abituati, semplicemente mi osservavo e cercavo di dire ciò che vedevo. Anche i pensieri osservavo. E così le passioni, i desideri, le sconfitte, le attese di futuro, le speranze. Osservavo il tempo, sentivo il suo incalzare, se era gestito da altri e diventava un’imposizione, mentre ne vedevo la lentezza del suo scorrere in me. Mi sembrava d’essere sempre un poco indietro, di capire in ritardo e allora assistere diventava naturale. Lo sai che cambiare in fretta è difficile. Ti sei mai chiesta perché lo sia e invece lo si pretenda dagli altri, dalle situazioni. Forse è quell’essere indietro, quell’accumulare ricordi, che ci lega a un vissuto comparativo. Le cose sono spesso accadute, le situazioni, ripetute e pur desiderando il nuovo, credendo fortemente che ogni volta sarà diversa, qualcosa ci frena. Un attrito interiore che mette in moto l’esperienza e al tempo stesso la nega, una bella condizione per un moto lento e meditato. Dovremmo apprezzarlo anche se tutto attorno ci chiede di correre. Le cose scorrono in una direzione che poi la chiamiamo Karma o Daimon poco cambia, è una sequela di noi stessi. Un approssimarsi che dovrebbe fornirci un ritratto veritiero di ciò che siamo, che vorremmo essere e trovarne una sezione aurea che che si chiami moderata consapevolezza o felicità di esistere perché siamo noi. Quel noi che intuiamo e che nel mio caso, ma non credo sia l’unico, anzi, osservavo e osservo. A volte stupito e molto più spesso annoiato del conoscermi. Nel mutare solo il caso ci aiuta, e non so se sia bene, perché esso, come un sauro ha spesso gli occhi chiusi, la pelle a scaglie e repentini moti di coda. Si muove per suo conto con una logica tellurica e mai consequenziale secondo la nostra povera ragione intrisa di sentimento e di attese. Comunque nell’uso della seconda o terza persona singolare, non calcolavo nulla e neppure attendevo molto. Solo che le cose trovassero un loro ordine, anzi che si allineassero alle parole e trovassero un senso così forte da essere univoche nel loro esprimere ciò che esse raccontavano. C’è sempre uno scarto tra la consapevolezza e la realtà, come vi fossero due realtà disponibili: quella sentita e quella che va per suo conto e sembra ignorarci. Tu di che realtà facevi parte quando mi ascoltavi, mi leggevi? Posso risponderti con discreta certezza: eri nella tua realtà. Sembra banale, ma quella realtà la facciamo coincidere con quella di chi ci parla e invece quasi sempre si agisce per percorsi consolidati, non si seguono vie corte e lineari. E se ci sono difficoltà che ci riguardano si mettono in fila le scelte su tortuosità compatibili. Ciò non tocca la verità, anzi in un qualche modo la crea, precisandola. E allora usare la seconda o meglio la terza persona singolare permette di porre domande gentili, di far avvicinare le realtà. Si può rispondere o meno, essere d’accordo o discutere perché entrambi parliamo di qualcosa che conosciamo, che avrà i suoi punti deboli, ma anche qualche modesta qualità, riconosciuta da entrambi. E così facile trovarsi d’accordo sugli altri ed è invece un esercizio di pazienza reciproca e di comprensione profonda trovarci d’accordo su noi. Trovare i tempi giusti, superare i modi di dire, lasciare che l’intuito abbia un posto importante ma non sia tutto. Ebbene, tutto questo questo scivolava fuori dall’io e andava verso la terza persona, ma non quando eravamo vicini e soprattutto quando mi rivolgevo a un ascoltatore che potevi essere tu ma anche un po’ più indeterminato. Tu non solo non lo capivi ma sembrava darti un leggero fastidio questo modo di scrivere e anzi sembrava un volersi dare tono mentre in realtà lo toglieva. Credo che in ogni conversazione che voglia avere una sua profondità, e quella non l’affidiamo a un blog o a uno scritto che chiunque può interpretare a suo modo. Carrère proprio in questi giorni ha dovuto dire che ciò che nei suoi libri era riferito a se stesso o a chi gli stava vicino non era la verità. E poteva dire altro? Anche se fosse stato così, e certamente lo era, ci sono punti di noi che raccontati da altri, fanno male. Il masochismo nel vedersi dentro e fuori, è un’arte difficile, che, anche se praticata, spesso viene occultata e chiamata con altri nomi, sulla quale vorremmo sempre essere contraddetti, ma in meglio. Cioè vorremmo che gli altri che ci interessano ci vedessero meglio di come ci vediamo noi, almeno per farci venire un dubbio. E questa in fondo è una cosa allegra, cioè avere un’analisi e un’opinione propria e sperare di essere contraddetti per sorprenderci sulla nostra identità. Così come viene percepita e magari convincersene. Insomma un po’ di realtà altrui a volte fa pure bene, anche se parliamo in seconda o terza persona singolare.

non c’è limite all’inutile

La paura dello scrittore, del fotografo, del poeta, del pittore non è non aver nulla da dire, ma come dirlo e con quale fine. Fuori e dentro di sé, è il troppo della realtà che satura il dire e quando essa s’interseca con l’immaginazione emerge un infinito attingere. La misura di ciò che si vale si risucchia in un vuoto dove il senso proprio diviene dubbio d’essere compreso. Si prova e spesso emerge l’insoddisfazione e ciò che blocca questo flusso di idee, stimoli, di visuali che superano il vedere, di intuizioni a fiotti che sembra inesauribile, è l’attenzione, l’ascolto ricevuti. Quando la realtà mostra un suo particolare rivelatore, un insieme che ne decifra l’evolvere, c’è una spinta a tradurlo in visione, ma essa diviene immediatamente inutile se non ha un’interlocuzione. È l’interpretazione che si priva gradualmente dell’attore e quindi lascia la scena vuota. Avete mai pensato cosa si vede da un palcoscenico, quale calore emanano i corpi nella sala, come si debba impedire alla propria testa di pensare che infinite teste e pensieri si stanno intersecando nell’ombra generata dalle luci; e che chi vede e sente e annusa deve rovesciare il canone tra ciò che pensa e sente. Riportarsi a sé per essere interprete e convincere; non solo rappresentare ma mostrare una verità nuova e prima sconosciuta. Per farlo deve creare una solitudine che comunica con infinite altre solitudini. E se il teatro, come la vita, è fintamente pieno o quasi, subentra allora la considerazione dell’inutile dire e della passione nel farlo. L’inutile non ha limiti, e neppure è inutile perché per il solo fatto d’essere considerato, diviene utile. La passione ha ancora meno limiti se non si svolge nel desiderio, se non trova uno sbocco nell’azione. Destinata ad implodere in sé, si autoalimenta, diviene il confine nel quale tutto può essere giudicato inutile o meno alla sua crescita, alla sua stessa vita. Questa è la condizione della verità o della menzogna, di ciò che viene comunicato, portato alle coscienze, fatto pensiero e poi parola e ancora significato. E non c’è limite, perché ogni moda elide la precedente, ogni passione divora ciò che l’ha preceduta, ogni attimo o monade di tempo, di pensiero, di spazio occupa ciò che lo precedeva in una corsa che solo il comunicare profondo può fermare. Una corsa in cui rallentare è trovare significato. La si chiama meditazione ma è il silente irrompere di ciò che viene trascurato e che diventa protagonista umile del vivere. Come esso è nelle cose, nelle passioni, negli amori, nelle vite che vogliono essere nuove: protagonista ascoltante. 

sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa.