Una porta chiusa è un limite assoluto, fa scivolare lo sguardo sulla superficie, a cercare ciò che lo mitiga, sosta lo sguardo e fraintende, ma il significato è quel ferro che già ossida nella carne, l’occultato che si è fatto strada. Inerme il corpo al tempo, al mondo, a sé stesso, all’abitudine, le difese erbette non cancellano il rifiuto, che emerge e toglie, con precisione molecolare il velo steso sulla realtà del sentire eguale. È la precisione la misura che salva, ciò che si sente ha un nome, non è ancora la giustificazione piena che consegna il ricordo al tempo. Sfumerà tutto, sfumerà in un vapore di sovrapposizioni, tempo al senso, e aria pregna di domande, prima del ricordo lucente e fragile. Se nuovo amore percorrerà la pelle e il cuore allora la faticosa misura rivelerà il suo limite. La bellezza che non lascia scampo, è bussola del vero, portolano e poesia che coincide con la nudità dell’essere. Mettersi inermi davanti alla realtà profonda del sentire è dargli forma e vita. Ogni volta. Instancabili e d’ammirazione, muti.
Chissà cossa pensa l’oseo che scampa da un sciocco e dai baini,
da un movere de foje, da un sciopo,
col core ch’el vola verso el cielo sperando,
de scampar, nea paura sua,
che un dio a sò misura gabia un poca de atension,
par lù poareto
che poco el pesa ma el canta e el vive.
Non pol dir gnanca otobre maledeto,
nol gà i mesi, un lunario picà in casa,
solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,
miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè
e intanto el scampa, sperando
e con l’oseo anca noantri speremo
che’el cazàdor sia un fià orbo,
o almanco sbalà nel tràre.
De otobre che xe l’aria colma de odori sciaresai dal primo fredo:
de fumo lontan,
de caldo vizin na fiama,
de altro e pur tanto,
che mai se podaria metare dentro ‘na fotografia.
però el ghe xè, e basta snasar e vardar
almanco un fiantenin,
solo par capir dove se zè,
dove semo rivà,
dove se podarave ‘ndar.
De otobre gò scarpe piene de fango,
que’o che deventa duro come piera,
gò el brivido in tea schina,
del primo fredo che zà el conta ‘a sera,
gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,
‘a vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.
De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna,
na siarpa, un primo paletò,
gò l’acqua del fosso che varda de matina ‘a brina,
el rosso del tramonto che ga pressa de impisare ‘a notte,
gò tuto queo che ghe xè
e no poco manca
ma questo miga dipende da lù,
da otobre,
dipendarà pur da mì
e cussì meo godo pensando
che no xè passà un mese,
na stagion,
ma n’altra de novo xè rivà.
la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco. È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.
Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,
fatta di odore di terra smossa,
di camminare per i campi,
di ali impaurite,
gettate via dal loro volare.
Chissà cosa pensa l’uccello che scappa da uno schiocco,
da un muovere di foglie, da un fucile,
col cuore che batte forte verso il cielo sperando,
di scampare, nella sua paura,
che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione
per lui, poveretto.
Non può neanche dire ottobre maledetto,
non ha i mesi, un lunario appeso in casa,
solo quel pochino di vita che però gli pare molto,
non pensa a quel che sarà, ma quello che è,
e intanto scappa, sperando,
e con l’uccellino, anche noi speriamo
che il cacciatore sia un po’ orbo,
o almeno squilibrato (sballato) nel tiro.
In ottobre l’aria è colma di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:
di fumo lontano,
di caldo vicino alla fiamma,
di altro e pure tanto,
che mai si potrebbe mettere in una fotografia,
però c’è, e basta annusare e guardare,
almeno un pochetto,
solo per capire dove si è,
dove siamo arrivati,
dove si potrebbe andare.
In ottobre ho scarpe piene di fango,
quello che diventa duro come pietra,
ho il brivido nella schiena,
del primo freddo che già racconta la sera,
ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,
la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.
In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,
una sciarpa, il primo paletot,
ho l’acqua del fosso che guarda di mattina la brina,
il rosso del tramonto che ha fretta di accendere la notte,
La tristezza è questo fuoriuscire d’anni, d’ali esauste verso sera, nei voli stanchi, nei pensieri articolati male, Parole usurate suonano del vuoto di speranze e passioni, lise da troppo volo, è questa inquietudine che da qualsiasi posto, anzitempo mi porta via. E’ il non essere appieno, come sarebbe stato, innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato. E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene, lo smorto sole che raschia l’anima alle cose, è una porta disegnata su un muro che non s’apre, è pietra che contiene, finestra che mi guarda. Sul cuscino qualche riccio: filo che cuce della notte i sogni brevi, l’aria è già frizzante, poche stelle strappano un sorriso. In chi distratto guarda sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali, l’abbraccio alle nuvole rosate, e il saltare da una macchia di sole a quella appresso ch’è in sé già stella.
A sera il pensiero acuisce, libera ricordi, all’impossibile dire aggiunge imperfette parole, poi il silenzio distilla le malinconie. Penso a Te, insieme a chi amavi, o da sola, com’è stato per molto tempo. Mi bastava saperti in buona salute, cosa facevi di giorno, di notte il tuo render nuove le abitudini, i dialoghi strani e gli incontri fortuiti. E mi sentivo sicuro nel mondo, perduto nelle mie corse, in quel perenne rincorrere la realtà che lasciava spossati. Mi chiedevo, negli anni più tardi, a cosa pensavi, la tua socievolezza aveva molte ore in cui eri con te, e la televisione l’accendevi la sera. Però s’invecchia se si lascia che il tempo ci metta in disparte, a te non accadeva e quando venivo a trovarti mi accudivi come se la vita non fosse per entrambi passata. Hai guidato con amore le vite, anche quando eri sola, tenevi la tua libertà, difficile e piena, restando un porto dove trovare rifugio. Alle nostre distrazioni, offrivi l’illimitata fiducia dell’amore, ma cosa pensavi mentre gli anni passavano, e piano, sfumava il lavoro. Sfogliavi album e foto nella tua casa, scorrevano anni e ricordi, ma era adesso il tuo tempo, tenevi fede al bisogno di pulizia, cucinavi, mai per te sola, e mentre arrivava la sera, nasceva il bisogno d’una chiamata, per solo sentirci le voci. Adesso mi manchi ogni giorno, e sento che di noi tutti sono rimasto l’ultima traccia, ma il filo di amore che ci avvolgeva le vite, non s’è mai disciolto, e ora trasforma la malinconia nella gioia d’essere amato e mi pare d’averti ancora vicina.
Bisognerebbe parlarne, magari a sera, quando le voci seguono un pensiero messo in disparte e la stanchezza della luce toglie difese allo sguardo. Allora le cose sono nuove e vere, colme d’ombra e mistero. Bisognerebbe parlarne anche se le parole sono insufficienti per ciò ch’è evidente. I problemi e sofferenze dati per scontati, saputi con l’arroganza della realtà, che non sa cosa sia condividere. A sera, a volte, qualcosa fa breccia, e a tradimento il cuore si gonfia ci ricorda che siamo vivi, e che ci salva la vita, senza merito. Per caso.
Stamattina, un gatto, nato da poco, piccolino, era solo nella piazza. Col passo esitante di chi non conosce mondo e neppure sa chi è davvero, s’avvicinava al limite d’una salvezza priva d’intuizione, oltre c’era la strada, gremita di fretta e solitudini. Però le auto si sono fermate, curiose del gatto intento a saggiare l’altezza del suo primo marciapiede, era indeciso, posato su tre zampe, cercava il fondo ma così piccolo non finiva il vuoto. Qualcuno è sceso e l’ha sollevato, cercando attorno una nidiata che non c’era, il gatto era stupito, miagolava piano, poi una decisione e aveva trovato casa. Le auto hanno ripreso a scorrere, ma senza fretta, un gatto salvato da qualcuno che nessuno conosceva, aveva fatto sentire il buono, quello che nella vita insegna la leggerezza ch’esso genera nei cuori.
Il banco era troppo alto, eppure ero alto per la mia età, ed era troppo nero, troppo scomodo. La panca di legno era parte del banco, anch’essa dura e troppo alta. Ero scomodo e prigioniero di un ordine non mio. Dietro le tende color ocra c’era il sole gli spazi in cui correre e giocare, ma tutto era stato inghiottito da un gorgo, ero in un altro mondo. Avevo pianto poco, era bastato un abbraccio. Mia madre aveva un bel tailleur principe di Galles, era commossa e bellissima, ed ero fiero di lei. Mio padre mi aveva baciato prima del lavoro, avevamo condiviso amore e caffé latte, poi ciascuno per la strada sua. Cose da uomini. Eravamo tanti davanti alla scuola, la generazione della speranza, nati dopo la guerra, conoscevo gli amici dei giardini, dei grandi, infiniti giochi, ma quanti altri bambini esistevano che non conoscevo. Saliti gli scalini, percorso l’immenso corridoio, condotto alla porta della classe, era emerso lo sconcerto della novità. Ammucchiati come pecore eravamo in attesa d’un luogo dove andare. L’appello e l’altezza avevano assegnati I posti e, seduti, si era sperimentata l’attesa nel vuoto del fare. Poi I bell’italiano della maestra, con un salmodiare per frasi brevi, ricche di parole inusuali. La mia lingua madre veniva accantonata, ma non lo sapevo ancora. Sarebbe stata la prima violenza a cui resistere, forse la più facile e una delle poche davvero vinta. Gli alberi del giardino della scuole scuotevano chiome in via di dissolvimento, volavano foglie e rami secchi, l’occhio esperto valutava la graniglia e lo spessore del terreno, poco buona per correre veloce, ottima per togliere la pelle. Sarebbe stato un giardino precluso, tolto dalla didattica, e riservato alle rare adunate collettive. Eppure in esso c’era il tempo, le stagioni, la libertà vista dalle finestre. Vicina, possibile, lontana.
Con una macchia iniziava la mia scuola, maldestra la mano, traditore il pennino, infingardo l’inchiostro. Per cancellare il primo degli innumeri sbagli, ho tolto la pagina, e invece l’insegnamento era che nessuna pagina doveva essere tolta, che ogni cosa ci apparteneva, e aveva un posto in quell’aggiungere infinito che iniziava. Ma questo l’ho capito molto dopo. E il banco restava scomodo come il dover essere altro. Alle 12.30, in buon ordine si usciva e mia nonna mi aspettava.
Tra i fatti e noi c’è molto usato, le attese che hanno paura della realtà si occultano. C’è una misura che ci definisce, dovremmo accettarla per avere il molto che essa contiene, ma l’ansia del limite la cancella. Non è stato sempre cosi era diverso un tempo. Ora la stanchezza curva le spalle, sembra che esserci nel mondo basti e che non sapere cosa accade sia un fatto transitorio. È questione di età, del governare la vita con le energie che restano. Abbiamo bisogno di piccoli solidi inizi, e di tempo per capire. L’increspatura in un angolo, il ramo che appena spunta nel campo visivo, l’ultima lama di sole che sfuma l’ oscurità: è il giorno con un po’ di quiete, che si duole per i libri e le passioni, abbandonate sugli scaffali. Ma ciò che aveva un senso ora ne ha uno differente, e il mondo è sconosciuto per questi testimoni un po’ severi, maestri del dover essere sbagliato d’apparenza, e bisognoso di essenza. Se capire oltre è da indovini, allora la misura di sé è un rifugio, è la nostra modesta verità.
Tu sai l’aria che ruba il canto all’allodola, la luce che tocca timida le case, il suono della notte che sospira la campana del mattino. Tu dormi e distribuisci le tue carte ai sogni, ne guardi il gioco, e non senti l’attesa di chi ozia il vuoto, non vedi il luogo dove avviene ciò che ti riguarda. Sei solo sguardo e memoria, che cerca tracce nei silenzi mentre sono polvere I pensieri pestati nel mortaio coi ricordi, farina da spargere nell’aria che ricade attendendo il vento. Il tuo passo è importante anche se non ha direzione, cammini al centro delle strade dove la città vecchia pudica si copre d’ombra e nell’incuria ha perso la memoria. Cerchi cosa c’era oltre il muro dei giardini, guardi con gli uccelli della notte la luce che filtra dai balconi schiusi, e pensi agli impossibili amori, alle paure e le corse sui selciati. E il sostare per dar tempo, alle domande che facevi, perché era poi amato attendere la voce dolce al cuore.
Fragili d’anni e di dubbi dischiusi ora sono i mesi, e la loro sequela morbida d’ore cerca conferme nel tempo, dell’autunno che viene. I sensi cercano, e ogni antica traccia per poco rassicura, ma il volo degli uccelli descrive le indecisioni: il luogo in cui tornare muta. È conflitto tra abitudine e assenza, a cui manca l’impalpabile essenziale, eppure le cose sono le stesse, solo altre e mutate. Così nessuno decide, d’ abbandonare la speranza che altri regolino l’orologio del mondo, che il nuovo e il conosciuto siano sodali. Si resta in attesa che tutto s’accordi, ma nude sono le coscienze inermi al capire, e sull’orlo di paure racchiuse in impervie solitudini.
Nei pomeriggi in cui trabocca la pena del mondo, basta una fotografia, o un testo che racconta dolore per acuire l’inanità del fare contrapposto all’amare. Cerco nelle cose un aiuto che non viene, ma tutto viene in uggia e il pensare è insufficienza dell’essere. Emerge il bisogno di quiete per lenire, rendere più lieve l’emozione, e anche se non è giusto, cerco di scordare nel sopire e mi vengono a trovare brevi sogni che a volte portano altrove la mente. È questo alleviare che cerco, ma non sempre accade e mi risveglio nel pianto e devo uscire portare altrove l’inutile, cercare in qualcosa di noto, un distogliere che giustifichi Il vivere dove mi trovo. Un tempo era più facile, il presente trasudava passioni, metteva assieme gioia del vivere ed ideale nel fare. Cambiare era ad un passo, il mondo sarebbe stato più giusto, l’indifferenza sconfitta, vita e serenità, un diritto. Oggi penso al poco che siamo, agli amori gettati in un falò di passioni, allora non so come fai, anche se di certo ti è costato fatica vivere altrove, buttare alle spalle tutto il bene donato, ed ora rendi relativo il possibile, macini parole e vite come necessità, esiste solo il mondo in te e sorridi, con una forza che non possiedo, né voglio avere. Illuso credo ancora che dal dolore ci sia riscatto, che il sogno non sia disgiunto dal mondo, che tutto possa cambiare anche solo per vivere e il tuo sorriso mi ferisce come il chiedermi cos’erano le nostre passioni e le vite vissute.
Viene per sentieri misteriosi, e nessuno l’attende, forse per questo, a volte, non verrà, o più spesso giungerà in ritardo nell’esausta età dell’insoddisfazione. Sine nomine, è la consapevolezza che c’è bellezza in noi. Qualcosa che non ha nome e che da noi esce per incontrasi con simile bellezza, così pensiamo l’assomigli. Quando si percepisce che c’è altra, più grande essenza, senza prigionia d’una natura, e avvolge le cose, parla con linguaggi sconosciuti a un noi profondo che l’intende, allora l’eternità si mostra lascia traccia, e mai eguale si ripete. Si radica in noi una pace inusitata, in un cielo d’anima percorso di lampi e quiete. E il divino ci accoglie, avvolge e protegge allora sentiamo che c’è speranza e nessun misfatto d’uomo potrà prevalere.
Le mani di notte sentono la tela, stropicciano la trama tra le dita, è sussurro che lega il sogno, all’arreso serrare dei fili. Un risveglio nel buio accompagna i pensieri, con una resurrezione irta di ricordi, e sangue scommesso che canta nelle vene. Tornare oltre ciò che fa male, che non muta e assale, ascoltare la casa che s’assesta, e abbraccia già dimentica della vampa dell’estate. Tornare e non conoscere la strada, solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia, anche il riposo ha senso. Così s’allinea il sogno al giorno, come era un tempo, nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno, e la voce quieta che risvegliava il giorno. Allora il profumo del pulito era casa e annunciava un ordine facile, a cui si uniformava il mondo, essere era la gioia della luce, mai negata dal fresco dell’ombra e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore. Notte e giorno a dar vita al tempo.
Il 12 settembre del 2001 cadeva polvere e amianto controluce, tratteneva attimi e molecole d’esistenze sminuzzate. Il gigante era attonito, già urlava e si rendeva conto, ma la polvere cadeva, sussurrava e poi risollevava, grida mute e sospiri contro ogni ragione. Come nelle rappresaglie atroci, venne deciso, il nazismo scorre ovunque e ci sarebbero stati gli innocenti, dieci per uno, per pareggiare il conto. Inconsapevoli gli uni e gli altri, che esistono ancora sacrifici umani, e il dio è la pubblica opinione, e l’orgoglio ben misto alla vendetta. Ogni volta si prepara con cura l’ecatombe, poi si procede, l’inerme attende e spera che la morte scelga altrove, ma sempre piange colpe mai compiute. Poi distribuiranno medaglie ai carnefici e memorie cancellate dall’orrore perché non resti traccia dell’infamia.
Il 12 settembre del 1973, a Santiago, cercavano nelle taverne e nelle case, nelle aule e in mezzo alla campagna, chi aveva cantato votando era colpevole d’aver sperato, e morto il Presidente ora veniva ammassato come grano a giugno nello stadio, scelto e torturato. Tagliate le dita colpevoli d’aver suonato, le gole perché avevano cantato, I corpi per aver gioito I ventri delle madri per aver partorito. Gettati I corpi nell’oceano, perché serviva aver gli aerei e i piloti da addestrare al futuro orrore da servire a lungo. Una immensa mensa di sangue e di dolore da strappare vivo dal corpo del popolo sovrano, grida alte che si sentivano lontano, ma senza I nomi, solo assenze per i vivi dove crescere l’angoscia. Il Presidente è morto combattendo, chi l’ha ucciso è morto nel suo letto, la forza delle cose non è mai stata giusta, solo la data o il caso che vede dentro al tempo, mette ordine e ricorda che nessuno mai paga per davvero. Forse questa è democrazia o forse qualcos’altro. E c’è un giorno dopo che non è mai innocente, un giorno in cui tutto è dolore eppure a molti è indifferente, guarderanno il sole, la giornata, continuerà la vita come sempre è stata.
Tutto quello che non ho fatto da giovane non lo farò da vecchio, c’è ancora qualche bella sorpresa come usa la benevolenza del tempo, le età della vita fanno compagnia al capire e al fraintendere, restano gli ideali della giovinezza, e il commuovermi senza trascurare lo sdegno. Ciò che mi attornia rassicura, quanto trovo, ancora mi stupisce, non la mia ignoranza, quella accompagna, vociante delle mai espiate colpe. Mi dolgo delle parole non dette a tempo, e di quelle inutili e sbagliate, ora parlo in silenzio a chi se n’è andato e ogni giorno manca un poco e tanto, il tempo è generoso di ricordi, ammaestra rendendosi prezioso, fare ed essere si parlano, con la radicalità nata con gli anni, nel vedere più a fondo, che le cose sono fatti e ogni furbizia infastidisce. Vivere è equilibrio che non rinuncia, ma che conosce il limite. Chi ha visto dovrebbe raccontare, con verità, dicendo chi è davvero, ma nessuno, o quasi, ascolta, I vecchi sono noiosi anche quando intuiscono il futuro. A suo modo ciascuno vuol sbagliare, perché c’è gioia nell’errare se è nostro e non di vite altre. Spesso parlo con me stesso e se non mi basta, ascolto.
L’estate cantava con le cicale e nel cotone delle tende da sole, entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali, poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole, le cicale in un ossesso finire, le tele in solerti pomeridiani silenzi. Il tessuto aveva un odore di cotto diverso da quello della pietra e del legno, la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio, quando i giochi finivano, e la pelle odorava di sudore e di polvere, poi l’acqua a rigare il sapone, le ferite da pulire, il bacio e le lenzuola di lino piene di fresco per il corpo e la notte.
In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole, nella casa vuota di noi, ma piena di schiocchi di legni e di cose. Ballava la polvere in lame di luce, si mescolavano I profumi dei vecchi mobili delle loro storie e case vissute, volti confusi in fotografie infilate nei vetri. Cose in attesa osservavano l’alternare della luce e del buio. Nulla ci mancava, e la vacanza travolgeva, neppure troppo lontano. Il mare, le dune, le nuove abitudini portavano profumi diversi, conosciuti dagli anni passati, ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori, noi cambiavamo senza sapere, come se tutto quel mondo di piante di sabbia, d’acqua salsa, di cose arroventate dal giorno, nel buio spendesse I suoi roridi umori in amplessi dolci, lunghi e silenti. Qualcosa accadeva sommerso dai giochi, emergeva nello scoprirsi nuovi anche negli sguardi scambiati. Atttese senza nome, pensieri curiosi, potenti, senza parole adatte, ancora innocenti.
Tornavamo a settembre, le case avevano vissuto, qualcosa non era al suo posto, ci si ritrovava nei profumi, nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio, nelle verdure d’estate nei piatti, nei giochi che la casa riannodava a noi e alle cose. Settembre già odorava di carta e d’inchiostro, di banchi scrostati, di fatiche e complicate promesse. Vivevamo in giorni a mezzo cavando dall’incoscienza giorni di corse felici, di tempi infiniti, di estati passate senza timore d’autunno. E la tenda da sole ci rassicurava, con il suo profumo di cotone bruciato, con il calore che ancora fermava. Non cantavano più le cicale ma finché lei restava non sarebbe finita l’estate.
Che sarà rimasto dell’aria che conteneva Il mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley? Le molecole per accoglierlo si sono spostate, dei neutrini forse hanno attraversato indifferenti, qualcun altro s’è avvicinato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere. E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco, l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza. C’erano voci attorno, alcune normali, altre sussurrate, avranno sospinto l’aria con atomi di sé. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto. E del viso che s’è allora girato, degli sguardi per un attimo incrociati, del particolare che ha stupito, cos’è rimasto?
Il quadro immobile, faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto, che pian piano diventava un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, e dipingeva un particolare a suo modo, metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria? Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano altrove e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni e atomi, mescolati assieme a pulviscolo, danzavano. Era la memoria dell’aria, che finiva in uno stipo dell’universo dove il momento e il possibile si archiviavano in attesa, d’un nuovo presente e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili. Bellezze che durano e mutano oltre ogni sguardo, oltre ogni pensiero e non si curano neppure d’essere a noi, tali.
Come i buoni romanzi, letti e riletti con le parole da ripetere lente c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima, altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo geloso esso d’amore esclusivo, e goloso degli anfratti di senso. Tutto convince così poco che solo il sentire resta, e anch’esso ha bisogno di verità. Con le mani lavate due volte: la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza posso dire, non sono stato io, mentre si confondono i visi, mentre cala la luce, e scompaiono prima le rughe, poi le bocche e senza rumore sbiadiscono i sorrisi. Camminando nell’aria d’un settembre d’estate, s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere, sono imprecisi i ricordi: a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore, un bacio anche sul bordo d’un treno. Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita, oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole e nel tempo e ne resta solo l’eco smarrita.
È l’ora in cui la sera esita, e nulla attorno accade, un televisore parla per persona interposta, sono notizie e fanno male, non come a chi le ha subite, non come a chi è davvero coinvolto, e forse per un attimo, ci pensiamo innocenti, poi confusi, sovrapposti, indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro. Così unici e così poco necessari per molti.
La tempesta è arrivata silenziosa, il vento, un respiro lungo e caldo, qualche goccia obesa e poi la grandine, tonda, importante, ritmata, ha fatto risuonare lamiere, legno, plastica, persino la tela delle tende da sole, suonava. Gli alberi, le piante, si sono spogliate del superfluo, in una conta che solo il caso conosce e pratica. Perché è caduto questo frutto e non quello a fianco, e i fiori, le olive, le foglie come hanno trovato un senso, una disposizione che ha disegnato il loro condividere? Le grondaie colme di ghiaccio hanno protestato, anche le auto, i teli strappati, si sono lamentate e come è iniziato tutto è terminato, solo poche gocce d’acqua grosse quasi lacrime per l’opera compiuta, come per i fuochi d’artificio che danno tre botti e il cielo torna buio. Dalle case sono usciti gli uomini, scuotendo il capo per i danni, guardando il cielo in cui è tornato il sole, e una massa scura si spostava verso est, dalle finestre si sono scambiate voci, commenti ripetuti, poi le scope e i bidoni del verde hanno accolto l’imprevisto. Nulla era come prima, era dopo, e iniziava un pensiero d’ordine, un rammarico e un relativo accogliere, solo nei campi vicini, i girasoli e il granoturco non si rialzavano dalla caduta, credo pensassero ch’era immeritata e loro innocenti vittime che neppure avrebbero avuto nome, solo danni.
L’aria immota, affaticata, attende, passa veloce un canto di passero, mescola il silenzio attonite si sente, ascolta, poi tace, è frullo di vento. Il cielo è una terra di nessuno, con l’umore che sale e si misura con il sole, non vincerà ma resiste, s’oppone, ricorda la fatica della notte, il mondo che vive e s’agita nelle vite e gli amori. La luce sosta sulla soglia, e appena graffia d’ombra la via, sfiora la terra gravida di umori, gentili e attenti come i tuoi pensieri. Ancora non s’allinea la giornata, il possibile è tenerezza per ciò che accade e conserva amore, come una carezza tra i capelli, il profumo d’un pane sfornato, il passo indeciso e senza meta che sente scorrere il buono della vita.
È il caffè che lasci sfiorire nell’amaro senza senso, un pensiero che molesta, dopo il calore profumato, così l’amore attende in tazze di porcellana, e trasparenti cuori fragili, col tenue segno in cui si legge d’un tempo la fragranza. Una riva e oltre c’era il mare in cui non s’è proceduto.
Siamo la somma di troppo presente, chiunque e comunque, tutto ci è indifferente e il differente fa paura. Non lo sentite questo scontento che alita freddo nei cuori, fuori l’estate si protende, è drago che alita fuoco inzuppa le notti di meritato sudore, stropiccia la luce d’ogni mattina, eppure tutto diventa accettabile verità declassata, opinione è il senso che gira nella ruota del criceto. Assuefatti e in cerca di equilibrio siamo noi a reprimere lo sdegno della pace disprezzata. Indifferenti all’ ingiustizia sociale, al povero, allo straniero inerme, al lavoro gettato come pastura senza dignità, ci lasciamo togliere l’umanità. Non si muove un moto d’orgoglio, e già da tempo i venti di guerra agitano le bandiere, chi fermerà l’ingiustizia somma di perdere di noi la pietà? Chi protesterà la nostra innocenza davanti all’orrore? Ci si assuefa alla rabbia, alle parole senza verifica di senso, dicono sapendo di mentire e il credere si perde nel silenzio della mente cosi nulla trapela dell’ennesimo sconfitta. D’altri il compito, la responsabilità, ma noi dove siamo per non dire dove eravamo. Qui, ora si impasta il presente con il futuro, qui ora, ogni sentire umano ha senso, la vita nostra e di quelli che verranno, dopo finirà questa estate del possibile ch’è già autunno, e sarà l’inverno.
Era l’ora di pranzo, nei pontili gli aperitivi e i sorrisi, un suono di voci che s’avviava, verso tavole imbandite e sdraio. C’era un suono basso di ghiaia e d’onda. un mormorio di sole e voci.
Sul prato vicino è arrivata una frotta di figli, la pelle scura, aiutavano i genitori a stendere tovaglie, le ragazze e ragazzi con magliette e calzoncini, erano allegri e scherzavano tra loro ed entravano tutti in acqua e uscivano ridendo.
Ignaro s’è compiuto un rito, che attingeva al mistero dell’innocenza, all’ombra che ristora e non è assenza di luce. Celebravano i giorni infiniti dell’umana creazione, quando il cuore è leggero di battiti, e non serve ragione per essere vivi. E parevano felici. Senza problemi. Forse siamo noi che abbiamo problemi.
Al mattino riempio la brocca d’acqua fresca, la trasparenza contiene la trasparenza, non trattiene la luce eppure è luce. Nei gesti che attendono, riposa il pensiero, si muove nel sopore del tempo seguendo sogni d’alterità, si ordina, posticipa, è trasparenza che guarda. Ci sarà tempo costretto e anche fatica, ma verrà poi con rumore di ferro e l’odore della ruggine maturata nel buio di attese non tue. Ora le cose parlano, nella cura del primo caffè, sento che il piacere viene sempre donato, e così è il sorseggiare profumato che guarda ed è guardato: il verde che splende, la pioggia attesa, le estati passate, le ore che attendono d’essere colmate. Attorno le cose pensano al modo dei gatti quiete, pronte al balzo e alla carezza. Tutto inizia altrove e prima, tra lievi arroganza d’essere e disporre, nelle mattine di altre attese, ora sento una coltre di pensieri, d’altri e miei, e in essa il tempo si rapprende.
So bravo a far robe che non conta, go na vocasion par questo on talento, se diria, che me fa perdare el fio de quel che fasso, me perdo nel scoltar na parola nova e vardar la bocca che la dixe, come se tuto fosse nato desso, mai dito prima del ch’el atimo che no se ripetarà de novo. Xe l’arte de far castei de sabia, visini a riva, sensa vardar l’ora, e no pensar che a ogni siè riva l’onda, la sabia se desfa poco a poco, la magna el fosso e pò el muro, la porta, el merlo queo che gaveva vossuo pì cura, resta la sabia, un muceto, moia e pronta par n’altro zogar inutile al tempo e bon par ti che te pensi e te vedi el beo nel fare e nel scoltare, nel vedare e imaginare l’ogni volta novo che nel so desfarse zonta sempre qualcossa dentro a cavare la sen de no so cossa, e zontar fame de vivare sensa guadagno come un bon da gninte.
Ieri avresti compiuto gli anni, e continuerai a farlo finché qualcuno si ricorderà di te, o compiterà per caso la targa di bronzo che ti ricorda tra i centomila che ti fanno compagnia. Poi nessuno immaginerà del prima e di ciò che dopo è accaduto: persone si sono susseguite, vite che oggi portano traccia di te e tu l’hai sperato e voluto. Lasciare memoria ormai si usa poco, i racconti non li ascolta nessuno, ma tu sei stato e come ogni realtà hai generato realtà e vita. Ho cercato la dolina delle bottiglie, dove cinque giorni dopo il tuo compleanno, t’hanno ammazzato. Adesso è in Slovenia, e non so s’era proprio quella, c’erano le pietre bianche, aguzze, un grande avallamento da granate, tra alberi stenti una casa, dall’altro lato il bosco. È passato così tanto tempo, e gente, che il nome s’è perduto, però era giusto cercare, farti arrivare che chi non hai conosciuto ti pensava, perché la continuità ha radici, e tempo, e storie che nessuno ascolta più. Come ciò ch’è accaduto e ciò che non è stato ma ha continuato. Altrove, in altro modo. Se io sono è grazie a te, buon compleanno nonno.
S’accompagna, improvvisa consapevolezza, al brivido, e l’emozione si sospende, sembra non finire, mentre scuote fibre ch’erano assopite. Non sapere appieno emerge allora dalla nebbia dell’incongruo sentire, è il tempo rattrappito dell’abitudine, dove non ci sono più parole solide, e camminiamo su ninfee, consci e rassegnati. Di notte viene d’andare, spinti da una sorda furia, in cerca di riposo, via dalle solitudini senz’accordo, del capire, l’essere e il desiderare. Andare per spegnere l’energia scabra di creanza ma onesta nel mostrare ciò che manca: s’è persa nel gorgo, la calma lieve e infida del capelvenere che copre la pozza. Appena lontano dalle case, nel regno della serpe e della rana convivono armistizi e fughe, non noi, che scandiamo ogni giorno per cucirlo al precedente e chiediamo il futuro al sole ricevendo la notte in cambio. In essa ancora alberga il senso, del sogno con le sue parole di certezza e d’assoluto, e l’altro nostro sé, sino all’alba che ogni possibile cancella. E di nuovo la ragione contempla attonita il suo vuoto.
Se una parola si facesse tessuto Rivestisse prima la mano di bellezza per poi dilagare Restasse in superficie agitando ogni molecola di pelle E poi tornasse dov’è partita sarebbe un abito, Uno squisito coprire ciò che s’agita quieto, Coda pensosa di pensiero, Singulto di desiderio, E acqua limpida profonda Dentro sino all’assoluto che non dura Eppure è.
Ieri la sala era affollata, amico caro. Gli amici, i parenti sono stati accolti dai tuoi due nipoti con l’affabilità serena che ti ricordava. C’era una tua foto sullo schermo in alto, tu in mezzo e al fianco opposto il leggio. C’è stato molto ricordare negli interventi e così piccoli, importanti pezzi della tua vita, del tuo essere diverso, sono emersi. Li ascoltavo e concordavo con tutti. Lo avrai fatto anche tu, c’era molto affetto e molte lacrime. Ho pensato che si conosce solo ciò passa attraverso la nostra emozione e che apparenza e sentire profondo si confrontantano con l’intuizione e la sorpresa. Con te c’era l’entusiasmo dell’ultima scoperta che aveva attratto una tua curiosità che spesso diveniva passione. Ne parlavi entusiasta, se era un autore, lo esploravi tutto e lo rielaboravi nel tuo vivere. Una volta mi hai detto che leggevi solo saggi, era vero anche se qualche scoperta che ti veniva proposta poi diventava parte di te. Eri un cercatore profondo e leggero della vita, con opinioni forti e capacità di ascolto. Vivere appieno ed esserci per chi ti era amico. Immediato com’eri, sceglievi ed eri scelto. Un incontro tra amici diventava una narrazione allegra che avrebbe alimentato altra allegria successiva. E lo stesso accadeva a una riflessione che sarebbe continuata in un momento successivo, arricchita e più forte. Ora il tempo ricomporrà pezzi di vita comune, di questo ci si accontenta, mentre dell’opera che hai fatto della tua vita moltissimo si trasferirà nella nostalgia e nell’assenza. Il tuo sorriso accennato e la tua voce resteranno per chi ha avuto il piacere di averti come amico. Ciao amico caro.
Il cielo si è coperto di nubi, ora è azzurra la linea dei monti e c’è calma di vento a quest’ora i marinari guardano l’orizzonte e vedono la casa, i volti amati, la cena sulla tavola. Sale la nostalgia dell’essere lontani, l’amore è sentire che lega e che lascia, un luogo dove approdare.
Tra le cime sfolgora la luce si riflette l’ombra nella valle, tornano dai boschi i villeggianti, nel verde che incupisce, i cani si chiamano tra le case, le auto s’affrettano verso qualcosa.
La sera sospende la luce, e ogni creatura lo sente, è il tempo di raccogliere il giorno, nel silenzio che scende con la notte, adesso altre voci si rincorrono, sbagliano il tono e si sospendono indecise. Attendono. Stanotte le pleiadi manderanno messaggi, si rinnoverà il mistero, e più forte la speranza, qualche scia taglierà il buio, e i visi verso l’alto additeranno ciascuno gemmando un segreto e un sorriso che non si vedrà.
L’essenza vuole ciò che le spetta e non transige. Chiude l’insoddisfazione in piccoli angoli di cuore, ed è schiuma che trabocca come birra dai bicchieri, il dito la raccoglie, sulle labbra è l’amaro freddo. Apparenza per il vento, l’albero, ma è nelle radici che ama, e chiede la luce che gli spetta, offre i frutti che non vorrebbe colti, ma li cresce nel fulgore, e sogna siano avvolti da amorosa mano, e tenuti preziosi al dono. La luce e il frutto, sono sentieri che conducono al profondo, chi potrà accedervi se tu non lo dischiudi? Ogni bisogno è un giardino solitario, in esso c’è l’universo che racchiudi.
In un addensare di nubi, di raggi che forano il cielo, posa la nostra dimensione, e l’attonita meraviglia mescola consapevolezza all’orgoglio d’essere vivi. Attorno, ed entro noi v’è un immenso desiderio di queta, incoercibile, bellezza.
Pensavo all’America che avevi amato, e alla via Emilia, né l’una né l’altra sono uguali, peggiorate e dissolte nei miti, ma da te cantate hanno la speranza delle radici. Ci hai accompagnato ovunque con noi, senza essere di qualcuno, la libertà è questo: essere da una parte senza steccato. E sapevi che fare, con la musica, le parole e l’anarchia, la bellezza che scalda i cuori e ci fa eroi mentre rende più forte l’ideale. Trattavi gli amori come giunco che intreccia le vite, nella leggerezza del dire tra noi, mostrando come spinge il nostro piccolo mondo normale. assoluto come ogni vissuto.
Grazie Francesco per ogni stanco mio ritorno cantato di notte, dopo l’ultimo bicchiere di vino, prima di avviarmi a casa con gli ideali saldi e condivisi, e la speranza d’ogni storia normale che ha in sé una locomotiva.
Si andava al mare quando si poteva, ma su questa sponda dell’Adriatico. Per anni si erano frequentate le rocce e il mare cristallino dell’Istria e della Croazia, poi era scoppiata una guerra e si era tornati alle solite spiagge. Sembrava una cosa dappoco, doveva finire presto e senza grandi danni, il tempo di un accordo, in fondo eravamo tutti civilizzati dall’ultimo conflitto, no? Eravamo europei allora, anche più di adesso, e in Europa non ci sarebbero state più guerre. Era un patto chiaro e semplice, tra Stati moderni e civili. E noi saremmo tornati al mare senza sabbia, al pesce a buon mercato, al sole senza limite.
Però quanto accadeva si vedeva da distante, dal mare, che poi era lo stesso, a Barcola, a Costa dei Barbari, come a Lignano o Jesolo, si continuava a fare il bagno, a prendere il sole. Nessuno pensava che arrivasse una barca dall’altra parte, che ci fossero profughi, anche se, con un buon motoscafo, erano distanti un paio d’ore di mare. Gli scontri però non finivano, crescevano gli eccidi, le bombe. Sarajevo e il suo ponte che saltava, Ragusa bombardata, Spalato, Zagabria, ma ancor più Tuzla, Skopje, Pristina, fino all’orrore di Srebrenica. Come un corpo che si fosse risvegliato impazzito, quella che per noi era ancora la Jugoslavia, si scrollava pezzi di carne viva e pezzi si staccavano, ritrovavano ragioni e assetti che risalivano a conflitti antichi di luoghi, religioni, di guerre tra turchi e cristiani. L’estate continuava, diventava autunno e la guerra non finiva, anzi si estendeva. L’occidente anziché cercare la pace, prendeva parte, bombardava. Ciò che doveva finire subito continuava, chi non condivideva la logica delle armi, aiutava i profughi in Istria e in Dalmazia. In fondo si relativizza sempre anche se allora nei telegiornali, nelle fotografie degli inviati di guerra, c’era molta più verità e l’orrore cresceva. Però la Bosnia, il Kossovo, sembravano così distanti… Come l’Ucraina adesso. Alcuni dicevano: sono fatti così, sono slavi. Come ci fosse un’abitudine all’atroce che riguarda alcuni e che periodicamente risale dal profondo e noi ne fossimo immuni. E così anche l’estate dopo si andava al mare e non ci si pensava più di tanto. Era vicino, ma per le nostre teste tarate sui percorsi delle auto che ci portavano a quelle spiagge, sembrava tutto distante.
Anche oggi andiamo al mare e non capiamo cosa avviene sull’altra sponda di questa pozza che chiamiamo Mediterraneo, non diamo importanza, sembra non ci riguardi. Anche perché in Iran mica ci andavamo al mare, magari in Marocco o in Tunisia sì, ma quando mai in Iran. Sembra basti restare da questa parte e poi passerà.
Noi andavamo al mare vent’anni fa o giù di lì, e si pensava finisse presto. Eravamo distanti dalla realtà più che dai luoghi, perché quella realtà non ci piaceva, come adesso, non era quella che avremmo voluto, non è quella che vorremmo. E allora bastava metterla distante e non pensarci più.
In ricordo di un uomo grande: Alexander Langer. Perché per essere uomini bisogna vedere e capire e lui non si rifiutò mai di farlo.
Il tempo che ci serve lo consegnamo agli dei di passaggio, per questo la luce riassume il vuoto lasciato, ed è misericordiosa mentre entra nella notte e promette un mattino. Non uno qualsiasi, non quello stanco d’ogni intelligenza del nuovo, ci concederà un nocciolo d’energia, simile a quello che ha generato un piccolo universo. La speranza che ci sia ancora felicità, oltre le lettere non spedite, dopo ogni decisione che devia la strada, perché i bivi non sono alternative ma equilibri insani di timore, infedeli alla strada del cuore.
Ovunque specchi per capire chi siamo, e nell’approssimare l’immagine al desiderio sappiamo che nel profondo si depositano verità che torneranno, e sono pellicola sensibile che ricorda, crea, domanda s’era questo che avremmo voluto e che siamo.
L’indifferenza di questo tempo, di questa estate malata, contagia la luce, e sfarina il nostro tempo in briciole di ciò che ancora sembra uguale: raccogliamo il necessario, le piccole cose che pensano il ritorno. Rada l’acqua attende l’autunno, le spiagge e i vuoti ghiaioni, poi piano, aprirà serrature di pietra con le chiavi del nostro gelo, si farà strada nella convinzione delle stagioni future, e il colore puro avrà occhi diversi, sarà ricordo che si sfoglia, mosso da un vento distratto che non legge e consuma, piano o forte, secondo capriccio prima del nulla.
Il tempo dei giovani scandisce il bisogno, tutto gli viene sottratto, anche il necessario, la luce, l’ordine sconnesso ciò che è gettato con noncuranza, come vivessero di cascami del nostro tempo. Mendichi e miseri in mezzo a ricchezze sguaiate e oscene, persino una tempesta ha più rispetto, e se stacca una lamiera malferma dopo averla fatta a lungo suonare, l’illude del volo e la posa dove mani amiche possano chiedere di lei, del suo essere altrove, persino del suo ritornare.
Non ora, solo il freno della volontà moltiplicata per centinaia di bocche, fusa in pensieri semplici e potenti può colmare la protervia insana e terribilmente efficiente dell’ineluttabile senza ragione: non fare più nulla, resistere al moto, celebrare silenti i diritti, ma soprattutto rifiutare ogni connivenza, perché tutto l’amore è stato consumato e solo la fiamma che vive nel cuore di ognuno genera un nuovo universo.
Ho scritto parole, ovunque. Sulle tovagliette dei bar, appena oltre l’insalata e tra le macchie d’olio. Sul bordo dei letti delle camere d’albergo, aspettando un campari che non arrivava. Ho scritto poggiando il foglio sui tronchi rugosi, sono uscite parole sghembe e contente dell’odore dei funghi nel bosco.
Dal sedile dell’auto sul ciglio di strade di campagna, ho raccolto pensieri già dissolti in lettere incerte, contenti d’esistere prima di sparire. Ho sopportato le risatine, i commenti, le richieste, e ho strappato ciò a cui tenevo, per timidezza e l’orgoglio di non sporcarlo di disattenzione. Ho scritto versi dopo aver fatto l’amore, oppure li ho messi al suo posto per parlare col desiderio e sono nate parole senza destino, versi che dovevano parlare al cuore.
Ho usato caratteri che a me solo avevano significato, lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.
Cercando parole pubbliche e segrete, le ho spogliate con tenerezza, e assaggiate con voluttà, hanno scaldato le tempie nella passione che traboccava da quei segni neri, prima di tracciarli.
Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti, e mi sono alimentato dei miei versi senza valore, felice solo d’esser vivo.
Ho tenuto a bada, chi tirava la mia giacca per togliermi la fantasia e le parole sono diventate cani felici innoqui agli uccelli di brughiera. È per questo che ho scritto su ritagli di giornale, su foto e carte fini, con penne che si pavoneggiavano del tratto, dell’inchiostro e del mistero d’un significare, e il corsivo m’ha seguito attento agli scarti dell’umore e dell’età. Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita. Un rosario infinito che nutre e non disseta, che disegna e non conserva. Un germoglio. Una pianta, talora, spesso l’attesa di un fiore ch’era a me bello e ancora non lo sapevo.
In queste distese d’azzurro e grumi di bianco, nel cieli immensi di luce mettiamo le attese che la stagione ci dona. Ha un senso l’oro del grano allo sguardo, il suo essere seme, e poi verde e fatica di crescere ritto, ma ora balla nel vento e racconta di Mesopotamia, di laghi di terra e di canne dove l’acqua bacia le sponde e la sera I pesci balzano all’aria che profuma di fresco a cogliere petali dal vento. E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra, leggendo l’antica sua scrittura nell’abitudine nata dall’uso, e la cura che resta e riceve percorsa dal gelo e dall’erba, pulita dalle piogge che versa al profondo. Tutto ritrova il suo luogo, nell’esatto comporre del silenzio, le cose, dove il suono è ornamento e l’appartenere un canto felice. Essere parte che sente la cura, del molto ch’è stato e dell’immenso che attende. Un mostrarsi alla luce, donato a chi vuole capire e non dice di sé, umiltà ma la pratica sorridendo nel dare, grato per ciò che riceve. Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue, coltiveremmo il nuovo e la memoria nello stesso giardino e la nostra povera casa di scarsa considerazione, sarebbe rifugio che aggiunge e preserva. Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia, compitato e accolto con rispetto a vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno, così in una penna o nel vivere attento e lieve c’è il pensiero che resta. E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto dai nostri infiniti mondi possibili.
La notte ha arruffato i corpi, in un confondere di pose e ricerca d’aria fresca. Così si è messa quiete al giorno scorso, e fatica e sudore hanno trovato accordi, entrambi avvinti dalle logiche dei sogni. Poi la luce s’è svegliata nell’abbaiar dei cani, qualche finestra ha schiuso, e l’aria è sembrata frizzare di freschezza, mutando il sonno nel sopore grato.
A giorni alterni portano via i rifiuti, i bidoni attendono composti, il camion si ferma e poi riparte, e nel suo percorrere le case la mente ascolta ed enumera i vicini. Ormai è giorno pieno e il calore già sorregge l’aria, torna il sudore e il tempo. Alzarsi è accogliere il nuovo che già urge, il benvenuto è nei gesti usati, il profumo del caffé che sale, lo sguardo sul verde, che si posa, e ora curioso pensa e interroga della sublime confusione nei minuscoli giardini, del naturale stare accanto, e assieme attendere luce nuova e acqua. Vivere sin nell’intrecciare di radici, in misteriosi abbracci, mentre a noi è difficile il pensiero dello stare accanto. Le forzate simmetrie e il diniego non seguono l’ energia vitale, lei, libera e muta, accompagna, e al nostro rifiuto, non obbliga, si ritrae e lascia fare, cosi si costruisce l’inquietudine, nel negare la libertà di stare accanto per crescere assieme secondo desiderio e voglia.
l’età ci confeziona vestiti un po’ sformati mai davvero giusti, oltre l’illusione del momento chiedono conferma. Manca qualcosa e qualcosa è troppo, un disagio privo di nome, si fa strada. Accade d’eccedere, c’è un confronto una gloria d’attimo che la realtà dissente, ma è artificio e mite assenzio che rinvia ed incanta I sensi. Se la vita fosse trionfo d’obiettivi o cadute lievi di dolore verrebbe il tempo del sentire senza fretta, del riconoscersi ed esserne felici. Il torrente accetta il sasso, la sete che lo sbianca, l’erodere la riva, e mentre culla il pesce nella pozza, gli testimonia il cielo nel ramo che si sporge, gli trasfigura il suono e il balenare del riflesso, Guarda, vive, accoglie e muta, e se a noi continuano le età trascorse, per l’acqua il momento è il tempo stato. Solo dell’amore è lo sconnesso desiderio, il bastar mai dell’innocenza che ci muta, sinché attori e pubblico vediamo la commedia ed è arte del vivere darle garbo al non essere di noi farsa.
Non sappiamo nulla degli altri, poco di chi ci sta vicino. I pensieri, le attese, i bisogni nascosti nell’umore, con la cura si coglie la superficie e si parla al profondo dell’amare ma è anche un messaggio a noi stessi, alle speranze, al timore, all’incertezza, che ci accompagnano.
Le cose buone aiutano gli altri e meno noi stessi che conosciamo il limite, cosa potevamo fare e dove ci siamo fermati. Accettare la misura e la sconsideratezza, la razionalità e la follia leggera come quando si beve a un torrente di montagna. Cogliere la nostra innocenza nell’acqua fresca e limpida, diventa la realtà, nel sapore che sa di pietra e antico, e riallaccia la certezza di un bene che esiste e ci accompagna.
Così nell’andare e nel fare la cura mette assieme il conosciuto l’attesa, lo sconosciuto e fa qualcosa che si pensa buono. Questo volevo dirti perché leggera era l’aria e a tratti profumata, e c’era ragione di sentirsi vivi per questo e molto altro, con il futuro dentro un presente che rideva di nulla, e nel timore agiva facendo di sé alba di luce e giorno da inventare.
Conversavamo. Si parlava del passato comune, di allegrie condivise e fatti accaduti, c’era quel tono leggero del porgere dove ciascuno mette il proprio ricordo e sceglie ciò che è piacevole o almeno non crea discussione. Il pensiero era più complesso, perché raramente le cose accadono con precisione condivisa e la descrizione divarica. Ciascuno ne ha una percezione ed emozione differente e come tale la racconta, così muta la stessa trama e l’essenza di ciò che è stato. Come in uno stagno la pietra che solleva l’onda, comunica quiete, ma porta alla superficie anche il fondo con il suo fango. Nel raccontare si omette l’opacità a favore della limpidezza, ma il ricordo contiene l’una e l’altra. E quel fango è stato materia viva, erba e terra, petali e semi, cose che potevano essere altro e invece sono state scartate e poi decomposte, ma di loro, del loro essere state, da qualche parte, in noi, c’è memoria. La giornata era bella, il sole piacevole si mischiava con l’aria fresca e l’eco di voci vicine, era il presente con la sua carica di possibilità. Ognuno lo rendeva momento di passaggio per un incontro che ci sarebbe stato oppure no, ma era spiacevole pensarlo. Era bello parlare di allora come fosse un niente, importante solo al piacere d’averlo vissuto e l’adesso un proseguire una retta di vita che in realtà si era ingarbugliata in altro. Non meglio o peggio, la risultante di decisioni giuste quando si erano scelte e sbagliate nel ricordo. Lo stagno macina e mescola, tutto è diventato altro ma il campari è lo stesso. Potenza dei simboli e delle cose.
Nel bosco la notte arriva prima, ma nei fiori vegliano cespi di luce, lampade accese per sconosciuti inquilini. Qui tutto è ospite e ciò che muta si sovrappone e alimenta, il bosco ricorda e serba traccia, sentieri antichi sono sotto le radici, il prima attende che qualcosa torni, ma senza fretta, Il tempo è pietra liscia e mutazione, non è acqua che scorre via veloce, è oscura profondità che medita. Dal sasso emerge la valva della conchiglia, eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra, dove la serpe fa nido era salso e corallo, tutto attende con curiosità il mutare anche se non lo riguarda, nulla è indifferente, e si fondono le ife nelle forre senza fondo, lampadari di fili bianchi protesi nel buio, cercano e trovano eppure, lontano, parlano col cielo dove convivono il falco e l’ape. Memoria senza fretta, I lupi si prendono il necessario dalle mandria, poi rientrano nella notte che il bosco dona senza chiedere. È presto per chi riempie le strade, beve e parla a voce alta, a tornare c’è tempo, sarà per stanchezza e vuoto, occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra. Tornano per abitudine, perché non c’è luogo dove andare, o per l’ultima parola detta, vuota e acuminata ma vera. Tra poco pioverà, il bosco attende e si scuote nel vento, il racconto delle mie notti è una sequela di lampi, di cose che mi osservano, di loro sguardi che proseguono nel sonno, breve, incespicato di risvegli, finché la luce e l’allodola ridaranno ordine al piccolo mio tempo.
Come l’ uccello che si tuffa nel profondo, e senza timore cerca, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto così si ricompongono passati. Ciò che al mio richiamo non rispondeva, non c’era, forse non era, sembrava un abbaglio. Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge, ma era ombra in giorni così densi e la fatica colava da un cielo senza luce. Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria, sembrava sussurrare parole desiderate, ma accendere la luce, mostrava le cose attonite, immerse in solitudini difficili.