mettiamo le cose al singolare plurale

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Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato perché nato nella parte privilegiata del mondo e negli anni in cui c’era un ascensore sociale e si poteva avere un lavoro che assicurasse dignità, non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

L’oggi ha dei vantaggi, ma c’è una idolatria del presente e questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso accanto a qualche diritto individuale esiste una diseguaglianza crescente sia tra chi un lavoro ce l’ha e spesso non gli basta per non essere povero e ancor più tra chi il lavoro non l’ha proprio. Pare sia più difficile occultare la realtà però la si può manipolare con facilità, basta avere il controllo dei media e spesso le non verità diventano parte della realtà. Una meta realtà a cui le persone vengono spinte a credere, tanto nessuno è in grado di verificare la massa di informazioni che vengono immesse. Il mondo è sempre più Orwelliano ma non emerge con forza una ribellione, la stessa democrazia contiene il germe per la sua negazione quando ciò che viene offerto all’elettore non solo è una meta realtà , ma anche emerge l’idea che non sia possibile mutare la propria condizione né avere un futuro migliore diverso e comune.

Un tempo chi andava in un paese che aveva leggi giudicate barbare considerava folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla perché l’asservimento all’economia è tale che ad ogni azione corrisponde un interesse e chi è ricco diviene straricco con un buon uso della “democrazia” in punta di baionetta. Solo se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto, ci sono persone che non sono indifferenti, che capiscono che l’ingiustizia non può essere il metro per preservare il benessere. Quando penso ai maggiori diritti attuali, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima di 70 anni fa e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, cosa fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, tagliano alberi, 116 questa volta. Un bosco. Gli abitanti hanno raccolto 30.000 firme, la giunta è di centro sinistra. Allora le persone pensano, ci ascolteranno se diciamo che abbiamo già dato, che siamo la città più inquinata d’Italia, basta! E hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respiriamo aria inquinata. Se poi a questo si aggiunge alla quarta linea dell’inceneritore che rovescerà altre tonnellate di CO2 in ambiente, oltre a PFAS e altro, sembra logico che un bosco in città sia risparmiato, visto che sono alberi di 18 metri, che li tagliano per mettere un terrapieno e una barriera antirumore. Che pazzia pensare che sia più efficace un terrapieno che un bosco, ma è così e stamattina all’alba li hanno tagliati tutti. Ecco che emerge la rabbia, altri protestano, l’opposizione non fa il suo mestiere, ma neppure quelli che dovrebbero difendere la diversità di un agire politico che comprende la salvaguardia dell’ambiente lo fa. Emerge la necessità che i fatti siano preceduti dal consenso, così la politica, l’impegno, e la realtà generano la differenza, perché non tutto è uguale e il futuro e il presente sarà diverso a seconda delle scelte compiute. Non è possibile dire mi oppongo e basta, pensare che poi la soluzione riguarderà altri. Non basta votare, bisogna controllare le promesse, arrabbiarsi se si è stati presi in giro.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in Europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, con una cura diversa dell’abitare e del vivere, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso a uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E ora siamo nei guai perché quando l’energia costava poco, si poteva sprecare, ma perché spreco energia, perché le case si sono costruite senza criterio, usando materiali energivori quando già 40 anni fa esisteva l’alternativa? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari e contro l’incremento di combustibili fossili, cosa di cui tutti ora si dimenticano e che sono causa del disastro climatico. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Scordo tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causerà un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro. Ripensare il lavoro e le politiche che lo rendano un diritto che dà dignità, riprendere in mano l’utopia perché senza di essa le cose non migliorano, la diseguaglianza cresce e non si sogna più, ma neppure si può star meglio. E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

lo scialo d’amore

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Altrove gli occhi,

nubi ed erba bruciata d’autunno,

distratta la mano nell’acqua,

raccoglie,

spartisce,

ascolta il pensiero che rattiene lo sciogliersi,

per furia il vestito, i capelli 

e poi tutta,

seguendo lo scialo d’amore che preme.

Dispera il sentire,

ma la mente ribelle ricuce,

rammenda il racconto di sé

e ora l’acqua stringe nel freddo

e rilascia la mano,

come se il cuore,

nel battere vivido e netto,

fosse mordere di nuovo la vita.

.

nascere a novembre

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Nascere a novembre penso includa la pazienza della primavera,
il pensiero che guarda oltre i vetri appannati,
che vede i fiori e le foglie sugli alberi spogli,
e i prati bruni desiderosi di verde.
Sarà per questo che tu, come mai nessuno,
hai sopportato le mie malinconie,
il senso di fallimento
dei progetti diventati rovine, oppure da altri sottratti.
Sei stata in silenzio davanti al mio silenzio, ma il tuo parlava e rassicurava che c’era il tuo amore,
il tentativo immane di capire ciò che non si può capire.
Hai accompagnato la ricerca di qualcosa che mi pareva
e non sapevo bene cosa fosse,
hai ascoltato le mie speranze,
letto le prose non meno astruse dei versi, eppure li hai trovati belli
mentre io ne sapevo il piccolo valore.
Sei stata accanto e lo sei,
oltre ogni aspettativa,
mi tieni assieme quando mi scioglierei nel nulla,
cogli il senso di ciò che faccio e che a me sfugge.
Adesso so che non si fanno felici gli altri,
neppure quelli che amiamo,
ma che loro costruiscono con pazienza
ciò che serve per essere talvolta felici
e che questo è reciproco.
È così profonda questa comunicazione
che trova novità nell’abitudine,
il bello dove si nasconde,
la gioia di essere vivi perché c’è ancora attesa
e siamo stati salvati dalla solitudine.

sbavature

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I suoni si gonfiano dalla vecchia radio;

morbidi sul rumore di fondo

assomigliano a colpe mai perdonate.

Onde medie e valvole imprecise, per scelta,

oggi riportano ai tepori rumorosi d’infanzia,

agli elastici un po’ lenti,

alla voglia di rimettere a posto indumenti

negli accordi che sbavano appena.

Basta tendere l’orecchio e s’ intuiscono pensieri,

che infilano imbuti di note:

pare, m’era sembrato, mi pareva,

bianchi e neri di suoni, simmetrie di sentimenti, rimbalzi.

La musica ? Non ci salverà, come i ricordi.

Il pensiero è altrove,

nella luce d’inverno che corre presto nella notte,

rossa ed umida in cerca di calore,

da far vibrare di carezze il cuore.

caso senza necessità

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Si potrebbe pensare che succede, è il caso che mette assieme l’improbabile e il consueto, ma lo stesso è una carognata. Dal bar si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 50 enni che dimenticano consapevolezze e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, questo bar, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte. La vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi recita una parte, altri si conoscono da sempre. Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac e tutti i nostrani giunti in ritardo al beat e dimenticati.

Se ci pensi appena ti assale l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un assolo di sax con l’ accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.

Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.

Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.

Si conclude, tra applausi e yuuu, qualcosa in un tavolino poco distante. Cosa si conclude? Allora c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato della realtà. Cosa abbiamo fatto?  Dove ci siamo perduti?

Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,

senza digerire,

ci siamo girati per non sentir l’odore,

e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,

sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di essere senza dio,

il nostro stomaco, capiva più di noi.

Noi allora, e cosa siamo ora?

Nuove resilienze

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La pioggia ha concesso una tregua, avremo tre giorni di sole e poi di nuovo pioggia. Questa lunga stagione di calore e siccità ha accumulato un’enorme energia, distribuendo nel mare e sulla terra. Non tutto riceve con la stessa gratitudine, il mare è troppo caldo e i granchi non diventano moeche, la terra si raffredda prima, l’aria lo racconta bene ma tutto interagisce col mondo vegetale e animale, che restano indecisi sul da farsi. L’autunno e l’inverno erano stagioni di quiete, ora i delicati sensori della memoria delle specie cercano di interpretare i segni, novelli auspici, per essere meno confusi sul futuro.

La pioggia forte ha sconvolto i piani, dopo tanta siccità il desiderio d’acqua rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, lo capiscono anche alberi e insetti, e questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così.

Si invoca la resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, trasferita all’uomo, messa persino negli affari e nelle questioni sentimentali, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico.
Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica, se non pensiamo che le popolazioni che traversano mari e deserti poi alla fine arrivino uguali a chiedere asilo e vita, se per noi stessi non crediamo che tutto ciò che ci accade non ci cambi dentro, non muti, gli amori, le gioie, la specie.

Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, fa emergere accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.

Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà, indifferenti al clima e alla guerra altrui, supponente sul mondo e sulla verità. Una resilienza che si nutre di parole e non fa nulla di concreto oltre far finta di esserci prima di tornare al sicuro, professionisti di ogni prima emergenza prevedibile. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni  da parte di chi governa che ci si chiede chi doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi lo governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, prevedere ciò che accadrà e dire chi ne è responsabile. Ogni giorno perché gli eventi hanno radici nel non fare e di questo bisogna parlare chiedendo non le scuse ma la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse, cambiasse i ritmi vitali, diventasse tragedia per molti. E si dovrebbe pure dire che il denaro potrebbe cambiare le cose, che produrre, mangiare, muoversi, rispettare diversamente il mondo cambierebbe la storia e i conti in banca di chi continua a devastare e consumare ciò che è di tutti. Allora la resilienza potrebbe fare il suo lavoro ed essere amica del giusto vivere, non del sopravvivere.

the alle cinque e un quarto

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È più facile comunicare il dolore fisico che il disagio interiore. Le emozioni, s’approssimano di parole. Forse è la loro natura che attinge dove non c’è parola che le rende difficilmente comunicabili e quando qualcuno dice “ti capisco”, in realtà pensa a sé, alla sua esperienza. Non sente davvero chi gli ha raccontato, il disagio che prova, ma ciò che in lui assomiglia e pensa sia la stessa cosa.

Vale anche per la gioia e la contentezza, altrettanto difficili da comunicare e spesso fraintese in quello che dà loro singolarità, ovvero il legame personale con il ricordo e l’emozione del nuovo che s’affaccia. Solo un amore condiviso raggiunge la possibilità di comunicare un’emozione e condividerla con le stesse parole mute, perché s’avvale del corpo, se può, e comunque dell’esperienza erotica.

Questa difficoltà a far corrispondere con le parole le emozioni genera insieme attenzione e frustrazione, non è facile l’ascoltare empatico senza un dialogo profondo. Questo, credo, sia il limite che troviamo talmente diffuso da essere considerato normale e che isola la persona nell’emozione e nel malessere.

Siamo soli se non ci cerchiamo, se non amiamo, riamati.

Questa pioggia sporca dentro,
e noi, fatti impermeabili, fuggiamo preoccupati di vestiti e scarpe.
È sporca l’acqua che cade nella città simmetrica
viene dal cielo oleoso che galleggia sui risentimenti,
è ostaggio e preda, di chi lascia
e come sempre accade,
nei ricordi, ci sarà la rossa lacca delle sue unghie,
non i tuoi poveri sorrisi senza tempo,
ma i suoi, già espliciti,
come l’affollarsi dei no
e del the che si è versata addosso
sentendo la parola smisurata.


10.53

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Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia la bambina allegra che si nasconde, che trova da ridire quando non te l’aspetti, che sembra sonnecchiare in momenti importanti.

Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno ”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono.

Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo che era uscita. Qualche problema l’aveva: sposato, quasi separato, diceva lui. Il vantaggio era che abitava lontano, tutto di corsa. Era o non era un ferroviere. Il resto l’ avrebbe sistemato presto, ma con calma. Forse fu per questo che la cosa non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara.

L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serviva per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine. 

Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo il vecchio ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra l’ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.  

Gloria all’inopinato e alla fiducia.

Posted on willyco.blog 16 gennaio 2015

vicoli che accolgono l’anima

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Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo.

Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari.

Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa facendo proprio un percorso aperto. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e neppure il vicolo non si può più percorrere, anche la vista verso l’alto è stata preclusa. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato giocato vicino nei pomeriggi d’estate. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora divenuto un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, poi una saracinesca di garage con un altro telecomando e salgono nelle case con il loro esterno fatto di pensieri, sensazioni che si adegua al vicolo chiuso, alla casa: ora sono prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il portico di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti adulti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di banale lamiera, senza la creanza d’un fabbro e gli alberi, che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia, sembrano guardare oltre. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, è tutto così stretto che le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo che rende inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Camminando con intenzione curiosa, mi accorgo che la città che ho in testa non è la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, che scambiano e confrontano; quella che vedo è una città che fugge da sé. Non la città dei futuristi, che sale verso un nuovo, sferragliante avvenire e neppure la città storica, pur così presente in queste strade, ma è una città che si chiude, che gira il capo e non ascolta.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, per far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi, per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, si potrebbero coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere che accoglie ed è parte del fluire verso la città comune. Le parole non hanno mai un senso a caso.

asylum interiore

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Dentro un dolore senza limite. Fuori una tranquillità assoluta: questo era il campo di concentramento, l’ospedale, il carcere, la caserma. Luoghi terribili, non confrontabili perché generatori coscienti di sofferenza indifferente. Asylum è asilo o luogo di sofferenza, a volte assieme l’uno e l’altro. Esistono altre prigionie meno evidenti e organizzate, quella dell’io, ad esempio, che non trova canali di comunicazione, che non riesce ad esternare la diversità ma la porta dentro a gonfiare la coscienza. Quell’io che tenta di uscire, di dirsi, ed è respinto dal poligono di forze che lo costringe, è certamente altra cosa, ma è sofferenza che esiste ed è battaglia quotidiana.

Nelle tante sensibilità che ciascuno può avere, e che mutano con il tempo perché il tempo aggiunge conoscenza, spesso fornisce risposte a domande che aprono altre domande più difficili, la sensibilità di essere permeabili all’esterno, al dolore che circola per il mondo, si mescola con la nitida coscienza di sé. Della propria incapacità nel relativizzare le cose rimettendole al loro posto, si comprende che la differenza è il sentire, le sue modalità e gradi di penetrazione negli strati più profondi dell’essere e che questo rende afoni e soli.

La leggerezza che deriva dall’affidarsi, è una meta. Una fede enorme nell’altro, nelle cose per come accadono, nel lasciar scorrere la vita senza cercare di modificarne il corso ma restando dentro a quell’alveo che ciò che si è diventati per virtù propria e per costrizione altrui, ha costruito. Estraniarsi significa vedere, cogliere la bellezza, interpretare il tempo, ma anche rinunciare al pensiero, alla razionalità per dare spazio alla ragionevolezza.

Ah, il limite, che è il piacere e il confluire dello sforzo volto a togliere pensiero traboccante, eccedente le possibilità per affidarsi ai sensi, cioè alla percezione e alla fede che ci sia una cura che ci riguarda. Cura come espressione di amore, di confluire dell’attenzione verso l’accogliere, il comprendere. Se mi sento dentro l’attenzione, la cura, esco dall’asylum che ho costruito, capisco che esiste una porta che farà uscire il buono e il peggio accumulato, che consentirà di vuotare i pensieri quando sono diventati ferita infetta.
Esiste quindi una speranza che libera nell’affidarsi, Esiste un modo di usare il tempo che fa uscire dai suoi obblighi. Stamattina pensavo a una conversazione sulle piccole sorelle di Focault, sul lavoro, sul tempo per se e sul tempo per gli altri. Conversazione difficile per un agnostico, ammirata per la forza della semplicità che mette assieme chi ha fede nel dare una concretezza a questa fede e che non pensa a chissà quale salvezza ma alla presenza. Nel naufragio che ogni solitudine contiene c’è una zattera che con difficoltà può essere usata, un equilibrio tra l’interiore che vorrebbe esprimere se stesso e ciò che all’esterno è in grado di accoglierlo. L’errore comunicativo, ovvero il rivolgersi alla persona sbagliata, sentirne la carenza di attenzione, è prevalente perché mancano crivelli sicuri che seguano l’evolvere del nostro accumulare consapevolezza, percezione, elaborazione, sensibilità e che aiutino a scegliere. C’è chi non sceglie, fornisce gesti di cura e un livello di empatia che aiuti a renderli importanti, preziosi. Questi incontri non risolvono le vite, come la bellezza non riesce a riportare ordine nel pensiero e nella vita interiore, sono elementi salvifici non definitivi che consegnano a noi una possibilità di riordinare, di rompere legami inesistenti o nocivi, che portano verso l’accettazione di sé e il pensiero leggero che ne consegue. Affidarsi, rinunciare all’onnipotenza, accettare l’errore, ricombinare la vita.

Guardavo il finocchietto selvatico che a novembre ancora vuol fiorire. E così fa la rosa che si ostina a emettere radi boccioli in cui mettere ogni sua forza, contro l’inverno del cuore, contro la disperazione del mutare. C’è più forza e rifiuto del pensiero negativo in un vegetale che in molte considerazioni che attanagliano lo spirito. Vivere e pensare leggeri, uscire dalla caserma, dal luogo della costrizione perché si sono rotti i fili che tenevano imprigionati, compiere piccoli gesti di gentilezza verso di sé e verso chi conosciamo o non conosciamo. Rompere i fili e togliere il pensiero quando è la percezione a chiedere di essere accolta. Ascoltare e guardare, con ogni senso.

limes a oriente

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.

Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?

Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.

Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.

San Martino e altro

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In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

imparare il silenzio

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Imparare il silenzio quando si posseggono le parole
“Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire” ” Heidegger”

Quando non si vuole rispondere a una domanda si parla di cose inerenti, interessanti, ma d’altro. Forse quella domanda non ha risposte in noi, eppure ce la siamo posta, magari da sempre la evitiamo perché affonda nel buio e il buio fa paura. La domanda resta, la si può coprire d’altro, anche per sempre, ma condizionerà a suo modo la nostra vita. Se è una domanda sui sentimenti, farà fare qualche omissione, dirà mezze bugie fino al suo esplodere o soccombere nell’implosione dell’impotenza affettiva, e allora devierà risposte e attese, fino ad essere consumata dalla vita.

Per questo il silenzio dovrebbe preparare la verità che deriva dall’ascolto e dalla comprensione che muta, non essere il modo per fuggire da sé e dagli altri. Per questo silenzio serve apprendere e l’umiltà di ascoltare.

4 novembre, i morti perdono sempre

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Mio Nonno il 4 novembre 1918 non lo vide mai. Già dall’anno precedente, era morto e sepolto. Alla fine di quella quarta settimana di agosto 1917, avrebbe dovuto essere avvicendato al fronte, ma non era tornato insieme a metà dei suoi compagni; dopo mesi di inutile carneficina, aveva perduto vita, affetti, speranze in una di quelle doline che in 12 battaglie sull’Isonzo si portarono via più di 100.000 uomini.

Ogni tanto passo a salutarlo a Redipuglia, un colle come quelli da cui era venuto e da cui la famiglia sarebbe nuovamente emigrata. La famiglia così glorificata, riempita di pompose e inutili parole, questa volta era rimasta senza maschi adulti ed erano le donne e bambini ad andare verso l’ignoto. Quella guerra, che faceva piangere ogni famiglia e disfaceva quello che si era conquistato con fatica, costringeva a riprendere da capo le vite. Più deboli, più fragili, più soli: dov’era la vittoria? La nostra famiglia impiegò due generazioni a ritrovare serenità.

A questo dovrebbero pensare quelli che hanno il potere di dichiarare guerra, di trasformare l’omicidio e la morte in atti eroici o in danni inevitabili: che disfare è semplice ma rimettere assieme è complicato, lungo, doloroso, mai uguale.

La guerra la dovrebbero fare i ricchi, perché sono loro che si dividono il surplus di benessere del mondo. Sono loro a cui non basta mai la terra perché non la lavorano, le case perché non le costruiscono, gli agi e le ricchezze perché non nascono dal sudore e dalla fatica di vivere. I poveri o quelli che vivono del loro lavoro, dopo la guerra, se va bene resteranno come prima ma quasi sempre ne usciranno ancora più poveri, maltrattati, retrocessi a miseri.

La guerra devia le vite dal loro corso naturale e i morti perdono sempre. Gli affetti si trasformano in dolore, ciò che era possibile diviene difficile, spesso impossibile e ogni vita stroncata trascina con sé altri destini, ne segna il futuro. Poi tutto trova un faticoso equilibrio ma prima di ogni guerra, dovrebbe levarsi la maledizione corale per chi la provoca, la inizia, la prosegue: nessuna delle sofferenze sarà senza un responsabile e che esso sia esecrato non glorificato.

indeterminazione

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A volte mi spiace, ma non so bene di cosa.

Apparentemente è qualcosa di non fatto, un non essere come tu mi vuoi, oppure semplicemente l’ assentire forzato che considero obbligato. Mi adatto a fatica, non sono molto adattabile. Non è una qualità, l’uomo dovrebbe adattarsi all’ambiente in cui vive o adattare l’ambiente a sé. Io al più convivo con esso.

Eppoi sono geloso del mio tempo, mi creo un ordine in testa che mette alcune cose prima e altre poi. Direte: lo fanno tutti, ma il mio è solo mio. Credo che anche questo accada a tutti, però così gli ordini non sono sovrapponibili. E non è solo importanza è un equilibrio faticosamente raggiunto.

A volte emerge, nel bene, un sottile ricatto: la paura d’essere lasciati soli si trasforma in una priorità di attenzioni. Non credo funzioni così, l’attenzione se c’è, si esprime secondo le modalità conosciute. È qui, forse, nasce quel mi spiace che si nutre di sensazioni, quella tra tutte di non corrispondere come verrebbe richiesto. 

Assomiglio più a un rivolo, a una vena d’acqua che a un onda, il molteplice sono io, non ciò che m’investe. E per capire mi chiudo in un silenzio profondo, per rimettere il mio ordine dentro. Con un silenzio che è una pausa alle risposte. A tutte le risposte che si devono dare per non ricevere altre domande.

Siccome non do ragione dei miei malumori, poi mi spiace. Allora cerco d’aggiustare l’incrinatura, di spiegare l’inspiegabile, il parziale, l’imperfetto, ma dovrei spiegare me. Fatica aggiuntiva e improba, giustificata nel momento e poco utile, perché la sensazione tornerà.

Non sono migliore di altri e forse basterebbe aggiungere: non sei tu la fonte del dispiacere.

E poi sorridere finché l’anima si quieta.

ascoltare il necessario del presente

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C’è chi si ferma sui numeri impietosi delle elezioni, non per quanto ha guadagnato la destra ma per quanto ha perduto la sinistra, governando il Paese. C’è chi attende il disastro del governo Meloni scordando che esso accentuerà la povertà dei ceti medi e renderà insostenibile la vita ai poveri. Ci sono gli appassionati di sondaggi, che attendono la resa dei conti dentro alla destra, che i travasi già avvenuti si ripetano all’inverso e quindi scatenino le battaglie del fuoco amico. Nessuno pare si renda conto che le questioni fondamentali per ripartire sono la pace e l’emergenza ambientale. Gli accrocchi della politica politicante non funzionano più con queste due minacce fondamentali che comunque cambieranno la società mondiale in una scelta tra ancora più divisiva tra ricchi e poveri oppure, se le cose prendessero la piega della ragione, in una nuova concezione dell’economia dove vivere coincida con il diritto inalienabile della dignità e del necessario e quindi nella redistribuzione dei beni comuni ora di pochi.

Queste considerazioni semplici non spiegano perché l’Italia e il continente stia smottando verso destra, ovunque ci sono popoli che hanno problemi. In Italia questi si chiamano lavoro, un ascensore sociale fermo, un benessere decrementante e una povertà crescente. E nonostante queste condizioni viene scelta, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo ciò che più mi convince è che il votante non sa più come salvarsi e che manca una politica radicale di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica disgiunta dal presente e senza speranza di cambiamento. Allora vorrei soffermarmi sulla base delle questioni epocali che stiamo vivendo, pace e emergenza ambientale, su una parola molto usata a sinistra: compatibilità. È una parola che si è esercitata attraverso le leggi unicamente verso il basso, cioè si è chiesto ai poveri o a quelli che stavano per diventarlo, di essere compatibili con i bisogni dei ricchi o degli straricchi. Di mantenere una diseguaglianza che diviene iniquità. Questo evidentemente ha provocato un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Ha alterato una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. Escludendo il conflitto e il confronto con i bisogni e la realtà, il conflitto perde oggetto ma si radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia ma ora l’intera Europa e non solo, perché la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro senza trattativa.

Di fatto è una specie di guerra che si aggiunge alla guerra che sta rimodellando il potere nel mondo, che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, che rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, altera la verità a favore di chi ha il potere di creare una realtà non verificabile, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali. Naturalmente non tutti sono così ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentir pronunciare e si è annullato il passato, la ragione, la logica della diplomazia nei conflitti combattuti.
È la dittatura del presente in cui alberga di tutto, la glorificazione di una democrazia che si applica a chi fa comodo per ragioni di potere, l’esaltazione immemore del furbo che cancella i suoi misfatti in cambio di un aiuto per conservare lo status quo, la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.
Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati per mitigare il costo dell’energia o con il moderato aumento di beni necessari, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra, deve cioè rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli che ci sono, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.

Deve scegliere la pace come obiettivo inalienabile per la vita e il progresso dell’equità del vivere in una logica sovranazionale, planetaria, che salvi la specie dalla emergenza climatica, passando dallo sfruttamento indiscriminato alla necessità e utilità di ciò che si produce, scambiando beni e risorse.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme il pensiero di molti, senza far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari, non è tutto uguale. Neppure il presente è uguale per tutti e bisogna che questo cambiamento venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il Paese continui a smottare verso la destra nell’ attesa di un uomo forte che sostituisca la politica. Già dai primi provvedimenti, dall’alterigia che alza il capo e si somma alla condizione più becera del potere: io posso, stiamo assistendo a ciò che è stato creato ovvero la peggiore destra da quando è nata la Repubblica, al potere.

disgiunzioni

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Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice. Lei si sentiva inadeguata e in colpa per questo. Questo generava il non avere luogo, essere virtuali anche in carne e ossa.

Avrai altro da fare.
Ci sono attese che hanno l’attenzione della punta del coltello,
non di un’arma, e neppure della sguaiata funzione dell’ utensile di cucina,
ma del coltellino piccolo che animava le tasche ragazzine.
Una forza da adulto, come fosse d’altri
l’impegno che lo muoveva a incidere,
sul legno,
mentre ora altra punta vuol tacitare gelosie,
attento a non far male troppo.
Come esistesse un troppo nei minuti,
già ore indifferenti, all’ombra nel cuore
e al farsi della distanza immota.
.

Cos’è necessario per essere felici? Ascoltare il desiderio che trova strade oscure dentro, la sofferenza per il suo latitare e poter dire entrambi con parole scarne mentre attorno tutto sembra facile e trabocca. Nani e giganti immaginari si confrontano, né l’uno o l’altro, la stessa lingua possiede, solo l’incrociare dei desideri che non parlano ma dicono. Con libertà dicono prima d’essere spenti, sconfitti, gettati in un infinito che si spegne e non lascia tracce nel ricordo.

Ricordi tu la notte del corpo che non ha, dell’anima che non trova e a cui non basta il poco, il niente, la penuria, l’appena sufficiente, l’errore, il non richiesto. La tenebra anziché la luce. La libertà è il silenzio, ma nessuno sa vivere nel silenzio che esso stesso emana, ne sente l’oppressione, e la libertà diviene scelta come è possibile, si cerca in essa ciò che è fondamentale per un equilibrio che generi senza dolore.

Rumore bianco, pulsare di stelle, radiazione fondamentale che aspira ad essere materia. Desiderio indotto di creazione del tempo. Del proprio tempo. In un mescolarsi di senso e di impalpabile luce. Nel ricordo di ciò che poteva essere si fonde ciò che è stato e diventa libertà di tempo. Aspirazione alla bellezza, all’equilibrio, all’inaspettata felicità del connettere ciò che prima appariva disgiunto. Bellezza sparsa e sciolta nell’aria, gioia del vedere, del capire, del sentire. Unione del sé esteriore con quello profondo e interiore. Le età sono l’una nell’altra e la bellezza antica si rivela all’attuale. Coincidono.

lettera 11 ovvero parliamo della guerra e dei tempi

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Caro dottore, prima è stata la stagione del Covid 19, poi la povera politica italiana ed europea, ora è il governo di destra ad occupare le cronache embedded dei nostri media, ma fino a fine settembre era la guerra in Ucraina che sembrava essere il centro di ogni manifestazione comunicativa. Mi chiedevo allora, e anche adesso, dove c’era la cronaca e i fatti con le loro genesi e dove la tendenza a spettacolarizzare ogni cosa che alla fine sterilizza un processo che permetta, non la pietas, ma piuttosto il giudizio e il capire come se ne può uscire.

Abbiamo thanatos dentro l’Europa, questo è il fatto profondo e nuovo, che come tale dovrebbe essere percepito. Ed io, che credo di averlo inteso, avrei bisogno di rimettere in ordine le idee senza cadere nel pregiudizio del tanto peggio tanto meglio. Quando si personalizzano le cose, ovvero le si attribuiscono a una sola parte o ancor più a una sola persona, non solo si semplifica una complessità di poteri ma non si comprende quali saranno le prossime azioni, come esse ci minacceranno e chi davvero conta. Poiché la cosa mi preoccupa e colpisce molto, causa morti e rovine senza limite, prima finisce meglio è, invece la china che ha preso sembra una dissipatio il cui esito è un continuo azzardo verso il basso. La necessità primaria è che cessino le ostilità e inizino le trattative, poi il resto si risolverà, è una verità ragionevole, forse opinabile, magari non semplice, ma necessaria perché non ci sia una carneficina. A quale divinità viene dedicata l’ennesima ecatombe di uomini, donne, bambini? Perché tante possibilità di futuro sono stroncate e tolte persino del loro nome ma messe nel conto come necessità vitali, la morte che diventa collaterale al suo assoluto e neppure conta. Perché ci siamo ridotti così nel pensiero dopo le stragi della seconda guerra mondiale e quello che ne è seguito. Lo sa dottore da quanti anni i bambini non vanno a scuola in Syria, 11 anni. E nello Yemen da 8 anni si muore di bombe, di fame, di malattie, di sete, ma nessuno, neppure cita questo lento scomparire di vite.

Come portiamo questo peso semplicemente schierando una parte della mente tra l’uno o l’altro, sulla base di quale ragione, noi, non i lanciatori di bombe, lo facciamo? Perché abbiamo tolto la paura della morte e della guerra, che sembrano annullate e ridotte a un sentire marginale e personale. Viviamo e la nozione di pericolo resta distante dalle vite quotidiane. Certo non possiamo chiederci di essere interessati alla geopolitica, di avere nozioni di storia che si spingano indietro di un paio di secoli, ma c’è indifferenza e si fa strada con veline e giustificazioni la scelta delle armi come sistema per risolvere le questioni che attengono al riconoscimento del potere. Non delle patrie, ma del potere che essere in uno schieramento o nell’altro viene considerato consustanziale alle vite prospere. Tutto questo sta mettendo radici profonde qui da noi, tra persone che conosciamo e via via, in quelle parti del mondo che non sperimentano la guerra da oltre 70 anni, ma ne plaudono l’uso altrove.

Vorrei riassumere a me stesso ciò che sinora ho capito della crisi Ucraina e di come sta evolvendo il mondo. Certamente le radici di parte di questa perturbazione continua risalgono alla caduta del muro e alla successiva scomposizione dell’U.R.S.S. Eppure fu un vento di libertà, cadeva una ideologia, si sarebbe sostituita con il raziocinio di nuovi equilibri. Le idee sull’io prevalente e sul noi che condivide, come diceva Croce, continueranno a confrontarsi nel mondo, ma sembrava che quel confronto dovesse avvenire su basi nuove che comprendessero non la supremazia ma la competizione nei campi dove più è necessaria l’intelligenza ovvero la crisi demografica, la fame, la dignità dell’essere uomini, il rispetto delle risorse comuni per un avvenire che togliesse dal futuro le maledizioni del caso. Questa speranza, ricorda Rostropovich che suonava Bach presso la porta di Brandeburgo, era senza nazione, era fatta di una spinta alla cooperazione e al discutere delle proprie idee, all’abbattere muri. Una sorta di scuola di Atene, non un preludio al belligere. Le parlo di quello che accadde nel 1989 e continuò sino al 1993, e che coinvolse molti giovani che ora sono quasi vecchi come me e lei e che magari occupano posti di decisione e comando, oppure semplicemente sono vissuti, come è accaduto a tanti, dentro questo sogno. In Russia, con la creazione di una nuova federazione di Stati a cui aderirono solo una parte delle repubbliche che prima facevano parte dell’U.R.S.S. sembrava ci fosse aria nuova. E ci furono trattative, patti e assicurazioni reciproche tra l’occidente impersonato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla N.A.T.O. e quello che stava diventando la Russia. Non fu così, dietro alle parole di pace e di cooperazione c’erano pensieri di dominio, ne nacque un groviglio geopolitico irrisolto nei due canoni fondamentali che governano il mondo ovvero essere potenza e in quale grado.

Lei, mi dirà cosa c’entri tutto questo con le mie paure e con i motivi per cui vengo a stendermi sul lettino. Il fatto è, dottore, che per la prima volta ho paura della morte più stupida che ci sia, ovvero quella determinata da persone che detengono un potere inarrivabile, che non hanno principi etici ma solo calcoli di dominio e nessuna remora per considerare le vite perdute, danni collaterali. Che mascherano gli errori che compiono trasformandoli in necessità e che detengono il potere di uccidere senza limite e che nessuna persona di buon senso può affidare ad altri secondo un sistema di governo, qualunque esso sia.

Capisco che l’alternativa di salvare – e salvarci – le vite nostre e di chi ci è caro, è solo la pace, cioè l’inizio di un cambiamento radicale del mondo. Ma mi sento vecchio e impotente nell’agire, mi manca l’afflato di appartenere alla terza specie di potenza del mondo, perché attorno la sento debole e senza il nerbo necessario a infiammare cuori e menti sulla possibilità di avere un mondo giusto, equo, in pace e seppur diverso nelle idee, cooperante. Quella potenza costituita dai deboli, dai giovani, da chi ama la vita propria e altrui, dal sentire l’ingiustizia nel mondo come parte propria dell’agire quotidiano. Il potere del dire di no, del rispetto dell’umanità e della sofferenza, questo mi manca e mette la mia paura nella solitudine. Non c’è giorno nella notte dell’anima se non quando in altri si ritrova la stessa paura, la stessa notte. Questo tempo angoscia, dottore, e non so cosa pensare che rimetta in ordine la serenità dell’essere.

Siamo in molti a provare le stesse cose e non è una malattia, è il rifiuto dell’indifferenza. Come si guarisce dalle malattie dell’anima, insieme? Come si parla agli altri per capire chi ha la stessa sofferenza? Questo dovrebbe dirmi, ma temo che anche lei abbia paura e che semplicemente la tenga a bada. Siamo come nel quadro di Brueghel della parabola dei ciechi dove la caduta dell’ultimo di essi nel fossato, sta trascinando tutti gli altri che si tengono l’un l’altro. Vedere la realtà e mutare è un processo individuale, caro dottore, ma se esso non coinvolge chi ha la stessa necessità, allora è sterile e rivela la sua impotenza. La stessa che sento e che capisco che da soli non ci si salva.

Per questo ho paura e temo che sia la solitudine a renderla più profonda e neppure lei serve a molto, per diradarla se non puntando verso uno stoicismo che aveva maggiore possibilità di consolazione in altro tempo. Il suo Maestro era uno stoico? Quando lasciò Vienna, salvò se stesso e non le due sorelle che furono internate e uccise. Mai come ora per salvare noi stessi dobbiamo salvarci assieme, in questo serve più la sua psicoanalisi oppure la mia sociologia così precaria e vituperata? Abbiamo bisogno di processi collettivi e di paure vitali che ci portino a responsabilità, grandi e sopportabili. Me lo lasci almeno come sogno, dottore, ci saranno persone che lo condividono. Ne sono sicuro e sui sogni si costruisce la vita, ma questo lei lo sa.

tutto facile?

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Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.

Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.

Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.

Hai passeggiato con i piedi tra le foglie?
E il vento è scivolato sul viso carezzando?
Qui l’aria è mite.
Dai tavolini all’aperto,
parole brevi, sussurrate, protese,
tra sorsi piccoli di cioccolata,
sfiorare di dita e sorrisi,
mentre attorno il giallo invade l’aria.
Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi:
c’è un desiderio di gesti semplici,
necessari e pieni di dolcezza.

i pensieri dell’attesa: in cerca di casa

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Dopo tanto dibattere serve una tregua, forse è il non sapere dove andare o il sentirsi limitati che provoca questo senso di girare attorno ai problemi, alle cose, a se stessi.

Oggi volevo entrare in un bar e sedermi come facevo un tempo. Non penso sempre al contagio, un tempo di più. Accadono, sono accadute tante cose che ora non è più il Covid la minaccia principale, ma la realtà non è più la stessa.

I tavoli sono vicini, riemergono liberi I sentimenti e le persone che si sussurrano le parole dei primi incontri, mi inteneriscono con una punta di amarezza. Cosa accadrà all’allegria, in questo tempo d’indifferenza, me lo chiedo senza riuscire a tirare fuori l’autoironia che un tempo mi salvava dall’età, dai percorsi dei ricordi. Si può cantare l’ amore, sussurrare, tenerlo a memoria e poi lasciarlo andare, perché vuol volare. Ma anche raccontarlo mentre il caffè si fredda e il sole gioca con la luna, e gli occhi non si stancano di parlare. Vorrei fosse sempre così, per sempre così.

Nella scuola Alessandrina la misura dell’amore non tollerava teoremi, solo quel piccolo assoluto quotidiano che era anzitutto gesto, ma anche sguardo, carezza, attesa, desiderio e soddisfazione. Né più né meno di un punto fermo che s’allineava ad altri e formava un segmento, una curva e infine diventava cerchio infinito di ogni attesa pensata, esaudita, concessa, rubata e gloriosamente donata.

Il mondo è inquieto, incerto, non ha strade definite, solo tracce e speranza. Forse mi sento triste di ciò che troppo spesso accade e volevo ringraziare chi dirada la vista del cuore, scrive poesia o dipinge colori per sentire perché mirabilmente la descrivono questa necessità d’amore, di sentirsi voluti bene, magari strappando anche un sorriso di leggerezza.

Il mantra d’augurio che offro è che la complicità sovrapponga i desideri, dipinga lo stesso sorriso sulle labbra, tenga la mano come nessuno mai e poi faccia sentire che tutto l’universo quantistico può essere contenuto nell’impalpabile parola amore, ma nessuno lo potrà mai spiegare, solo vivere.

campi arati e musica classica

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Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.

borbottio

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Anziché parlare ultimamente borbotto, i pensieri mi salgono alle labbra, alla penna e li ascolto. Non ho nessuno in particolare a cui rivolgermi, sono un droghiere che nel suo negozio odoroso di legni, agrumi e vernici, lambicca conti, previsioni, scaffali da vuotare, proposte da allineare. Ci sono molti tipi di silenzio, il borbottio è quello più innocuo, si capisce che qualcosa non va ma non è chiaro cosa sia. Ho sempre apprezzato quelle persone che hanno poche idee ma chiare, che sanno dove dirigersi, quando fermarsi, gli altri si muovono come i gas, sbattono contro le pareti, non si capisce mai per davvero dove sono. Precedono la meccanica quantistica traslandola nei pensieri. Chissà se qualcuno ci ha pensato di verificare se noi, non i computer di nuova sperimentazione, pensiamo quantisticamente, ovvero trasformiamo indifferentemente onde in particelle, pensieri in atti concreti e viceversa. E l’entaglement forse ha un corrispondente nell’emozione simultanea, sia essa un amore o altro, che si comunica a distanza attraverso l’intuizione e l’idem sentire. La telepatia è stata il sogno e l’incubo di chiunque volesse conoscere i pensieri di chi era per lui importante. Sappiamo che sprazzi di coincidenze statisticamente compatibili si verificano assieme a eventi di cui non si spiega la nascita se non con il caso. Ma cos’è il caso che sembra interagire pesantemente con le nostre vite e non trova ragione se non esaminando tutte le forze che contemporaneamente determinano un momento del vivere. Si dice con allegria o minaccia che trovarsi nel posto giusto al momento giusto sia parte del tempo e della necessità, ma questo cosa c’entra con i miei silenzi?

Forse dovrei fare un passo indietro e raccontare ciò che determina il tacere o il borbottio. Detto con parole semplici è il disallineamento tra le attese e ciò che accade perché questo influisce e soprattutto fa comprendere che noi siamo sì signori del nostro destino, ma solo del nostro, nel mentre tutto il resto procede per suo conto e se le cose sembrano condurre verso esiti non desiderati allora diviene evidente quanto e cosa contiamo per davvero. Una ridimensionata all’ego non fa male, ma ci sono altre cose che l’ego sorregge, il libero arbitrio ad esempio. Possiamo essere liberi se non siamo davvero padroni delle nostre azioni e quanto di tutto questo lievita e diviene un insieme che condiziona le vite di tutte. Accade in politica, nei posti di lavoro, nella vita relazionale, negli amori, un po’ dappertutto ciò che è lievitato ingloba la società precedente e la riordina in nuove priorità, in obblighi sconosciuti fino a quel momento, speriamo anche in nuove piacevoli esperienze di vita. Certo che con un pianeta doppiamente in pericolo per la nostra specie si dovrebbe stare cauti nel far lievitare la realtà secondo possibilità negative. Insomma noi siamo contemporaneamente soggetti alla legge di Boltzmann ma anche a un universo reale e deterministico che ci obbliga in una direzione quando troppo trascina da quella parte.

E quando si ha comprensione di tutto questo che si può fare? Qui si aprono due strade o il rifiuto del determinismo, cioè ci si oppone a ciò che sembra rafforzarsi come necessario se questo riguarda le nostre possibilità di vita e felicità. Rifiutare il determinismo significa andare in piazza e dire che non si è d’accordo, che bisogna che le cose cambino, che la vita è più importante di ogni convulsione del potere. L’altra strada è quella del silenzio e del borbottio individuale, ovvero il rifiuto di essere parte di qualcosa di negativo che ci riguarda. Se il nostro cervello funziona secondo le ipotesi della meccanica quantistica non c’è nulla di determinato ma una realtà che è il succedersi statistico di momenti in sequenza. Le cose possono mutare, tornare indietro, essere favorevoli anche se esiste la possibilità contraria. Le cose cominciano dalla nostra testa e da essa dilagano anche senza parlare, conta ciò che facciamo, ciò che rendiamo reale.

n.b. la quantità di forse che costella questa pagina dà misura di quanto poco solidi siano i presupposti e le conseguenze tratte, ma di una cosa sono sicuro: o attraverso il silenzio di massa che pesa come un macigno o attraverso la protesta urlata ciò che sembra determinato ed è esiziale per noi e per le nostre vite può ancora essere mutato, prima di trasformarci davvero in una vibrazione.

utile è la vita e quello che essa genera

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Pensare ciò che è utile a chi si ama è quasi una necessità. Bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede, per averne, di rimando, il calore.
Penso, ma non da ora, che si trascuri come fosse dovuto e naturale, tutto il bene creato e dato, l’amore generato che dovrebbe rendere fieri non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena. Se hai amato, ami; vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra perché serve esserci. È bello percorrere con la mente serena, il cammino fatto è aver voglia di camminare ancora, di volare con la fantasia e con il desiderio, dentro e fuori di noi. Ascoltando la meraviglia di vivere con passione la vita.

Utile è la vita e quello che essa genera. Inshallah.

vicino al fiume

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C’era l’aria torbida vicino al fiume, con un cielo basso, che quasi toccava l’acqua. Lungo il viale, dopo i platani, i bar tenevano i tavolini all’aperto tutto l’anno, usavano quei funghi a gas che riverberavano calore verso il basso. I tavolini tondi di alluminio, le coppie spalla a spalla, sedute dalla stessa parte, dividevano tè caldo e spezzavano i biscotti, offrendoseli l’un l’altra. Spezzare i biscotti era un gesto di amore, anche se riportava a chi sapeva, il ricordo di vecchie penurie, corridoi adattati a refettorio per i doposcuola, suore che lesinavano i biscotti semplici chiedendo fioretti e piccole rinunce. Così i biscotti si spezzavano per farli durare più a lungo e si mettevano tra le labbra succhiando li prima di masticarli perché il dolce durasse a lungo. Oggi non era così e condividere era parte dell’allegria amorosa, li guardava con tenerezza, seguendo un ricordo che riscalda a il cuore.

Si mise in un tavolo d’angolo da cui vedeva sia la strada con i tavolini e i giovani visi intenti a parlare e ad ascoltare, sia il piazzale, l’acqua e la porta antica. Questa era già illuminata sotto l’arco, in un preannuncio di sera. La porta del bar, aperta, mandava l’odore dei toast e del caffè, si sentiva spesso macinare i chicchi, lo sbuffo del vapore che schiuma a il latte, sotto questi odori improvvisi e forti, c’era il profumo del legno del perlinato che avvolgeva pareti e la terrazza esterna. Il suono delle voci giovani, i richiami a chi passava, si mescolavano con le risate e il tintinnare dei bicchieri. Era un entrare giovane e allegro, nella sera che compiva lezioni e studio.

Per scacciare l’odore dolciastro delle sigarette e degli spinelli, si accese mezzo sigaro, guardando il fumo denso che usciva dalle sue boccate. Alcuni ragazzi sottovento si voltarono a guardarlo, improvvisamente zitti. Sembravano sul punto di dire qualcosa, cambiò traiettoria al fumo soffiando lungo il muro, non dissero nulla, solo spostarono di poco le sedie e ripresero a parlare.
Il pensiero si era disteso come un’ovvietà che riposa e pensare ciò che è utile a chi si ama gli sembrava inconcludente. Quasi offensivo per mancata generosità. Forse bisognava sentirne il limite, si disse, il limite di ciò che è utile e senza fatica lasciare che scorra sino a ciò che diventa difficile o privo di ragione. Fino alla felicità che nasce com’essa crede, e non ha pensiero di durata o contraccambio, ma solo, di rimando, il calore. Solo il calore di sentirsi avvolti dall’attenzione amorosa.
Fumava, pensava, ascoltava e beveva guardando la luce che diminuiva sul fiume. I tavolini si svuotavano, altri si sedevano ma in minor numero, i ragazzi andavano verso altri luoghi di incontro. Era tutto così naturale in ciò che vedeva, nelle attenzioni, nei sorrisi, nei baci, che solo l’educazione doveva aver reso arduo l’amore, difficile la sincerità e la comunicazione profonda tra persone che arzigogolavano, usavando modi di dire per lasciare che l’altro intuisse I sentimenti oltre le parole ed erano inutilmente timidi o sfacciati. Sbagliavano toni e tempi per incapacità a lasciarsi andare e pensò alla malinconia successiva degli incontri sconclusi, che era un modo per contemplare l’inadeguatezza propria e altrui nel rompere quella cattiva educazione a celare il tumulto del sentire.
Sarebbe bastato dirsi che veniva trascurato, tutto il bene creato e dato, l’amore generato, la gioia di sentire se stessi nell’altro, il desiderio, la riservatezza di ciò che solo una persona poteva davvero udire e capire. Tutto quello che avrebbe dovuto rendere fieri, non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena, veniva deviato e trattenuto.

Dire ad alta voce che hai amato, ami, e vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra era una forza eversiva che il mondo confina a nelle età giovanili o nei poeti, mentre era patrimonio di tutti. Ma erano parole senza modestia, che avrebbero irritato o messo a disagio, che avrebbero cambiato i modi di vivere per l’intensità sovversiva che si contrappone all’usuale, al ripetuto. Un ritorno all’ordine che era perdere spontaneità e colori, essere coerciti e coercire mentre il vuoto toglieva prima senso e poi le stesse parole, per sostituirle con altre, innocue e senza suono. Per quello restavano dentro, le parole, per quello le conversazioni si interrompevano e non si sapeva che dire che fosse insieme una verità e un eufemismo dell’amore.


Neanche stasera un tramonto decente. Sorrise, il sigaro era finito, nel posacenere, un cilindro grigio, consistente e grezzo attendeva di dissolversi in polvere. Era un’immagine dei pensieri irti, dei dovrebbe che erano stati e non erano più. Annusò la sera e l’odore dell’acqua lenta che calava con l’umidità. Tornarono altri ricordi. Sotto la porta antica la luce, gialla e calda lo richiamava. Si alzò e si avviò in quella direzione. Ricordava ed era bello vivere e aver vissuto.


È bello il percorso che fai,
vola dentro e fuori di te,
non soccombere a ciò che ferisce.
Ascolta la meraviglia del vivere con passione, e ama senza ritegno, ama.

tornare al rift

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La strada che dall’ altopiano dove si trova Asmara conduce a Massaua, corre spesso parallela alla ferrovia che fu realizzata dagli italiani durante il periodo coloniale. La strada è ricca di curve che permettono l’ascesa ai 2300 metri dell’altopiano, la ferrovia era più ardita e spesso si gettava a capofitto verso la pianura. La mattina in cui feci quella strada partendo da Asmara, in una curva a gomito un vecchio camion Lancia, carico di pomodori, si era rovesciato su un fianco creando una larga pozza rossa scivolosa che invadeva l’intera strada e gocciolava oltre il ciglio verso il burrone. Il pulmino oltrepassò il camion e poi l’autista scese a chiedere se serviva aiuto. Ne approfittammo tutti per andare a vedere i tratti di ferrovia che erano oltre il ciglio della strada e ci accorgemmo di quanto ardita fosse stata la collocazione. L’altopiano scendeva per balze scoscese, era una sorta di tronco di cono e sul fondo si vedevano i resti di camion e altre ferraglie indistinte. A qualcuno parve di riconoscere una motrice di “littorina” che era stata trasformata in casa. C’erano piccole aperture nella roccia, caverne che sembravano anch’esse abitate. Attorno al camion si affollavano persone che caricavano ceste di pomodoro e se ne andavano, l’autista, disperato, urlava senza che nessuno gli badasse. Credo fosse contento che il camion si fosse ribaltato verso la montagna e non fosse finito nel burrone e che la sua preoccupazione fosse quella di rimetterlo sulle ruote. Cercava volontari e pali per sollevarlo, quindi il carico era un buon contraccambio per la fatica da compiere. L’impresa mi sembrava pericolosa e disperata, visto il peso e la strada in discesa, così cominciai a parlare con un vecchio signore che parlava italiano e stava seduto su una traversina diventata panca, sotto la pergola di una casa osteria. Anche lui era convinto che l’impresa fosse difficile ma confidava nel buon volere di Allah. Era una mattinata di sole, non faceva troppo caldo e senza fretta, forse, le cose si sarebbero sistemate. Gli chiesi dei camion finiti nel burrone, se qualcuno si preoccupava di soccorrere i camionisti. Mi guardò con gentilezza e mi disse che c’erano almeno 800 metri di salto, nessuno sopravviveva e ai corpi ci pensavano gli animali. Poi qualcuno degli abitanti delle grotte li avrebbe seppelliti. Quando un camion volava giù dalla strada se c’era cibo, in molti avrebbero mangiato, poi sarebbe toccato alle cose caricate e infine, i pezzi di motore sarebbero stati recuperati e venduti a qualche interessato.

Non volevo fare troppe domande, ma gli chiesi quante persone vivevano sul dorso dell’altopiano, la risposta fu che erano molte, poche, dipendeva dal cibo e dal motivo per cui si erano trasferiti lì. Capii che non erano eremiti, ma persone che sfuggivano alla leva obbligatoria, qualche ricercato o chissà chi altro, ma erano cose di cui non si parlava, nelle grotte c’era acqua e tanto bastava. Intanto i lavori di quelli che si portavano a casa le ceste di pomodori e dei possibili facchini, procedevano. Noi risalimmo sul pulmino e proseguimmo verso Dogali e Massaua.

Ho ripensato al Corno d’Africa e alla Dancalia, nei giorni scorsi, quando gli scenari di un inverno nucleare hanno cominciato a farsi più frequenti. Noi qui possiamo manifestare perché tacciano le armi e finisca la guerra in Ucraina, credo sia la cosa più concreta che i popoli possano chiedere a chi gli governa, ovvero portare a un tavolo di trattativa e di pace le due nazioni in guerra. L’efficacia di questa azione sarà proporzionale alle manifestazioni e alla coscienza che un conflitto con l’impiego di armi atomiche non avrebbe vincitori, ma porterebbe alla scomparsa della nostra e di molte altre specie animali e vegetali. Dopo un’esplosione nucleare e dopo la distruzione di uomini e cose, una immensa quantità di polvere si alza verso il cielo e la stratosfera. L’oscuramento della luce solare comporta un brusco abbassamento della temperatura, la fotosintesi viene inibita, ciò che piove è acqua radioattiva, a parte i governi e i privilegiati che potranno andare nei rifugi, il resto di persone, animali, piante non si possono salvare. Uno scenario apocalittico che da solo dovrebbe far mettere al bando ogni arma atomica. Di sicuro ogni civiltà, ogni opera d’arte, ogni bellezza, verrebbe annullata con la vita. Forse, qualcuno sopravviverebbe perché distante dalle esplosioni, perché non troppo colpito dalle piogge radioattive. Per quello ho pensato al Corno d’Africa, alla Dancalia dove la temperatura è di 50, 60 gradi, ma qualcuno ci vive oltre agli scorpioni, ho pensato al Rift da cui l’uomo è venuto e che è ancora abitato con difficoltà. Nessuno di questi uomini sarebbe in grado di dire cosa c’era di bellezza e di tecnologia nel mondo, sono i dannati della terra che sopravvivono in condizioni estreme. Non si pensa mai alla miseria del mondo, degli uomini che potrebbero essere salvati, ma immani somme di denaro sono investite in armamenti, è ora che la civiltà decida di vivere e far vivere. Di aiutare chi è in difficoltà eliminando le difficoltà al vivere. Il bivio è questo e ciascuno può scegliere se essere per una vita migliore oppure aiutare l’apocalisse. Spero ce ne ricorderemo nei prossimi giorni, riempiendo le piazze, manifestando perché tacciano le armi e si arrivi alla pace e al disarmo, perché il tempo a disposizione diminuisce e ancora si può tornare indietro, poi non più e credo che nessuno di noi voglia tornare al rift.

p.s. due giorni dopo tornai all’Asmara per la stessa strada, il camion era ancora su un fianco, i pomodori non c’erano più, qualche tornante più in basso avevamo trovato un secondo camion fuori strada, ma era finito in un fossato. Intorno non c’era più nessuno, neppure il vecchio seduto sulla traversina, solo la macchia di pomodoro, seccata al sole, aveva formato una crosta sull’asfalto che veniva via a pezzi. .

la sera è il mondo

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Da qualche tempo un branco di lupi attraversa l’altopiano, attacca qualche preda facile, un vitello, un asino, anche i ghiri e poi si sposta nell’altopiano vicino. Fanno così anche gli orsi. Stasera camminavo al limite del bosco, pieno di verde e intricato di cespugli, guardavo la bellezza delle macchie di colore, i grappoli di bacche rosse del Sorbo, il verde del muschio ch’era velluto d’ombre vive, pensavo ai lupi e all’ambiente che si assestava dopo tanta rapina di case sempre vuote. Il bosco, gli animali, rioccupavano gli spazi lasciati liberi e trovavano nuovi equilibri.

La sera avanza in fretta sui monti, regala gli ultimi spettacoli di rosso e poi cede al blu intenso. La sera ha in sé la nostalgia del riparo e del sonno, credo che l’istinto della tana preceda l’uomo, ma ha, in questo raccogliersi, il pensiero che spazia attorno e mentre vede la meraviglia sente che non può appartenere a nessuno, che è connessa alla quiete e quindi alla pace. I pensieri mettono assieme le notizie e sentono la minaccia che incombe su di noi, su chi ci è caro, sull’intera specie. I pensieri seguono il passo, sono lenti, non fuggono ma pesano e si pongono domande senza risposta:non c’è ragione all’irragionevole, non c’è giustificazione alla minaccia dell’estinzione.

Penso che attorno a Cernobyl ora la foresta ha ripreso ciò che le era stato tolto, che i luna parck arrugginiscono e tetti e pavimenti si sfondano mentre alberi crescono dentro le case. Penso agli animali che sono tornati e rioccupano gli spazi degli uomini, entrano nelle aule, guardano indifferenti, una frase lasciata a mezzo sulla lavagna, i banchi rovesciati, i gessi colorati sparsi sulla cattedra. Penso ai pochi uomini che abitano quei luoghi e attendono che si concluda la vita perché non saprebbero dove andare. Ho letto molto di ciò che è rimasto, visto documentari, fotografie, è la bellezza rovesciata, senza un occhio che la apprezzi, senza una ragione che non sia quella di essere.

Sull’orlo del vulcano si può tornare indietro, bisogna chiederlo incessantemente, perché la nostra sera non sarà la sera del mondo ma quella del capire la bellezza, dell’esistente per produrla, in un sorriso di vecchio, nelle parole di un bambino, nella forza di un amore che coinvolge e travolge. Alla sera del mondo deve essere posto l’argine della luce, della volontà di vivere, dell’amore che non può morire. Non così. Non può essere questa la sera del mondo.

ma io che ci faccio qui? ovvero istruzioni personali per scrivere e leggere

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Quante volte me lo sarò chiesto a fronte dei silenzi e degli equivoci, delle parole ricevute per rasserenare ciò che non si rasserena. La risposta, poi, avrà abbozzato, oppure tirato in lungo fino a trovare una ragione per tornare a scrivere e raccontare le stesse diverse cose che tanti hanno vissuto, ma ciascuno a loro modo. Le vite si assomigliano, ma non tanto. Pare che l’ominide si sia affrancato dalla condizione di branco esposto ai capricci del fato attraverso il raccontare, che questa sia stata pian piano l’origine di una consapevolezza superiore, di una coscienza che evolveva. Quindi è una perdita quella del non saper più raccontare e se altri sono i modi per trasmettere conoscenza, nessuno ha le peculiarità di un dire che è come il DNA, unico. Non significa che sia buono o cattivo, è unico, il giudizio sull’abilità e sull’eccellenza viene poi e quelli che davvero sanno raccontare e trasmettere il sentire sono pochi, ma ciò non può elidere la necessità del dirsi.

Nei pomeriggi in cui leggevo sino ad avere le guance che scottavano, quando scrivevo versi senza un senso che non fosse mio, sentivo il tempo che premeva ad una porta che avevo chiuso. Sapevo che sarebbe entrato avvolgendomi di colpe per il “dovere” trascurato, per i compiti che attendevano assieme allo studio. Allora uscivo nella sera e cercavo, nei visi, nelle luci che si accendevano fioche (in quel tempo non si illuminava molto), una conferma della tristezza che montava dentro, nata in un dividere ciò che desideravo da ciò che era necessario. Volevo che ci fosse un barlume di condivisione in quei passi veloci verso casa, in quel soffermarsi nei negozi per l’ultimo acquisto. Sembrerà strano ma vedevo solo nei seduti ai tavolini dei bar, le vite che erano rifuggite da un senso che fosse comune. Parlavano, ridevano, sciupavano il tempo senza timore, erano spenditori di parole vacue, di racconti quasi verosimili, ristretti a un uditorio di due o tre sodali attratti più dagli aperitivi e dalle patatine che dalla qualità delle storie. Erano perditempo, anch’io lo ero e se rivendicavo una differenza, era in un sentire e in una solitudine generata dal non poter comunicare ciò che mi sembrava grande e forte, mentre mi avrebbero chiesto conto di ciò che non facevo.

Anche oggi mi accade e lo sento più acuto perché i doveri non ci sono più, una buona parte del vivere ha avuto il suo senso e le sue scelte, se scrivo da troppo tempo conosco il mio limite e la sottigliezza che rende grandi, so che non è la combinazione delle parole ma la forza che esse emanano a condurre verso una meta, colui che legge. Allora mi chiedo, non se ne sarò mai capace, delle mie limitatezze ho coscienza, ma se il luogo sia adatto, se la fatica che impongo all’eventuale lettore, ovvero quella di capire non solo il senso, ma ciò che sta oltre lo scrivere, sia giustificata.

Chi scrive è un’anima persa, che è vibrazione e rappresenta la tensione del diventare materia, ma all’inizio è unicamente vibrazione. Questi sono i sentimenti a senso unico se si provano davvero e scrivere è un sentimento a senso unico. Non ha alcuna utilità apparente, scrivere, molto soddisfa quando trova chi lo comprende ma è una voce senza risposta. Il narcisismo lo si può mettere da parte, non è mai stato amore, la comunicazione profonda è altra cosa, ricevere un complimento fa e dà piacere, ma si esaurisce in attimo. Cerini che rischiarano angoli di notte. La scelta è sempre tra stare e andare sapendo che l’una equivale l’altra, che un’assenza viene rimpiazzata da altro e che solo pochi, pochissimi, conserveranno una traccia di ciò che è stato un sentire rivestito di un corpo invisibile. Così si decide se andar via, con difficoltà e trovando ragioni per restare e parlarsi addosso, perché un distacco è una fatica e una solitudine che si aggiunge.

Però c’è il mondo reale e questo ha urgenze che esulano dai perditempo, dallo scrivere e dal solipsistico vedere il proprio sentire tradotto in parole. Strana condizione quella di un mondo che esalta i rapporti e usa a man salva nella pubblicità i sorrisi, le immagini serene che traboccano nelle felicità e al tempo stesso colloca tutto questo in una sorta di meta universo perché poi viene il telegiornale oppure il film, oppure il pezzo di teatro che riporta sulla terra i sognatori per 10 minuti. Non so se l’abbiate notato ma tutto deve restare in superficie perché se il mondo, le notizie venissero raccontate con i sentimenti che contengono ci sarebbe una ribellione immediata. I vecchi piangono come i bambini, perché manca loro l’amore non la sua narrazione, ma si accontentano di quello che passa il convento e soprattutto devono restare innamorati della vita senza ancorarsi al loro raccontare che è sempre più esigente della realtà. Per questo mi chiedo spesso che ci faccio qui e la risposta è interlocutoria, per andar via servono almeno tre condizioni, una spinta forte, una strada o un sentiero, un luogo che si costruisce nella testa e che non si raggiungerà mai ma motiverà il camminare.

Pensare ciò che è utile a chi ci legge è quasi una necessità. Ma bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede in noi, lasciare che il flusso non si arresti, per averne, di rimando, il calore.
Nel raccontare/raccontarsi non trascurare il bene creato e dato, l’amore generato, far sentire la bellezza come si può e che già averla colta dovrebbe rendere fieri, e ancor più averla vissuta. Forse tutto si può riassumere in poche parole: hai amato, ami, vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra. Raccontare l’inutile e la bellezza del percorso che si fa, volare dentro e fuori di noi. Non attendere nulla che molto ci verrà dato, anche se non sarà l’atteso e ascoltare, raccontando, la propria voce che parla della meraviglia di vivere con passione.

autunno

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Ciascuno di noi ha un suo autunno personale. Come per tutte le stagioni, una è particolare e diventa un contenitore di sensazioni, colori, profumi, leggerezza dell’aria. E’ una sorta di campione depositato nel nostro ufficio internazionale dei pesi e delle misure, quella su cui tutti gli autunni verranno confrontati e con un giudizio un po’ crudele si attenderà che un altro prenda il suo posto, ma persuasi che ciò sia difficile.

Il ricordo rende uniche le stagioni, ma tende a sovrapporsi per cui una stagione è quasi il riassunto dei fatti di tutte le precedenti. Come vi fosse una contemporaneità del passato. In fondo la vita è rappresentazione e l’unità di tempo, luogo e spazio, permette di capire noi come sommatoria di tutto ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere.

L’auto corre veloce sull’autostrada, è mattina e non c’è traffico. Quando è accaduto ancora qualcosa di simile?

Andare verso Belluno è accedere alle dolomiti, tutto quello che c’è prima sembra sminuirsi. L’altezza, i colori, la scabrosità della roccia nuda, le persone montanare per davvero, le spigolosità che generano i silenzi e gli inverni freddi, le valli che legano strade verso i paesi e le case abbarbicate. Tutto questo fa dimenticare che prima c’è una bellezza eguale, dove ciò che non è aspro è dolce, dove a qualcosa si innalza verso il cielo, corrisponde ciò che s’ abbassa e accoglie. Sono arrivato dalla pianura, e questa e le prealpi, iniziano a tingersi d’autunno, ciò che è vivo muta colori che la roccia non riuscirà ad eguagliare. La vita prende il dominio sulla bellezza algida e aspra, attrae con i suoi colori e la fa rifulgere.

Il sole a mezzogiorno illumina il lago di santa Croce. Dal Fadalto, il lago è sotto i nostri piedi. Siamo arditi e sicuri sulla terrazza che si getta sul vuoto. Le tavole sono apparecchiate, è ancora bello pranzare fuori. C’è profumo di legna e di arrosto. Stamattina, venendo, c’era una nebbia gialla, molliccia e veneziana, più da canale di valle che da terraferma. La prima nebbia di stagione, ancora incerta se essere fumo. L’ho poi vista in basso, ma era già bianca e forse nube, ai lati dell’autostrada che s’inerpicava sulle arditezze impudiche dei ponti. Su, finché s’è aperto il cielo e si è chiuso l’orizzonte, incassato tra valli e il bruno verde giallo degli alberi. C’era già qualche macchia di rosso. Muta la stagione e adesso il lago è vapore sospeso di luce e di indeterminatezza. Fa caldo, guardiamo muti, ciascuno per suo conto. Dopo ci saranno parole, piccole nervose risate, necessità di scomporre la bellezza per ritrovare le nostre piccole identità soverchiate. L’autunno, in montagna arriva prima, eccede di sensazioni e colori molto più che al mare dove invece ingrigisce. Qui la luce diventa sottile, un filo che lega le cose, lì si spampana in mille rivoli e riflessi d’acqua.

Per l’ animale di città, l’autunno scende tra palazzi e campi, mescola l’acqua di fiumi nervosi, ha il fumo delle caldarroste, si scioglie nelle nebbie bianche che colmano le piazze di pianura. Guardo ancora il lago, siamo già alti e c’è più luce, ma la sera viene prima e non ha la stessa accoglienza per gli amanti di città. Qui il calare della luce spinge verso le case, le strade si vuotano, le finestre si accendono. E’ un bisogno di calore, cibo, di sicurezza nel sentore di cose conosciute. Adesso in città, ci sarà un rincorrere l’ultimo tepore della giornata, i ragazzi resteranno tra i tavolini nelle piazzette, e riempiendo di voci l’aria cancelleranno i gridi degli uccelli tra le case. Sul fiume il sole darà spettacolo, gli sguardi passeranno da un volto cercato, amato, all’albero sul greto, fino al rosso che trionfa veloce verso la notte.

E’ autunno.


Posted on willyco.blog 23 settembre 2014

civil servant ovvero la politica dal punto di vista del cittadino

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Troppo facile riflettere sulle elezioni cercando colpe e capri espiatori, francamente mi interessano poco i riti dei congressi, la distribuzione delle responsabilità, le analisi che alla fine lasciano tutto com’è. Il vero cambiamento sarebbe che chi ha perso cambia mestiere e torna al suo lavoro vero nella società: la politica non è un lavoro ma un servizio. Non accadrà perché nessuno vuole mutare se stesso, rinunciare ai privilegi e davvero capire le ragioni della sua sconfitta. Ci sono motivi che non si discutono nei talk show e nei salotti, ma che si riassumono in due parole: adeguatezza ed esercizio estenuato del potere. Chi non capisce chi è il suo elettorato, chi non è adeguato all’evolvere degli eventi, chi si racchiude nel potere che la funzione genera anziché sul buon esercizio di essa, alla fine verrà sconfitto dalla realtà.

Sulle cause della crescita della destra, sul disfarsi dei partiti è tutto, o quasi, noto. Nessuna cosa in politica è improvvisa ma si addensa per tempo, lancia segnali che se non vengono raccolti mutando, prefigurano l’avverarsi delle profezie. Già le profezie oggi si chiamano sondaggi e si gonfiano delle loro ragioni, sino a far smarrire il profondo senso che fa mutare d’opinione le persone, dimenticare le conseguenze dei gesti che verranno originati dal voto. Da cosa nasce cosa, in politica come ovunque, soprattutto se manca un’educazione pubblica ad essere non gestore di un potere, ma un civil servant della casa comune. Farebbero molto meno timore le idee se esse fossero collegate alle soluzioni che rispettano la dignità di tutti. Questa del servire è bene supremo della politica, che si unisce alla lungimiranza nel vedere il benessere comune adesso e innanzi. Se ciò non accade non è per la giusta contrapposizione delle idee con cui quel benessere deve essere realizzato, ma per l’esercizio distorto del potere rispetto ai fini enunciati. Conculcare gli uni per far prevalere le ragioni degli altri non è il governo della polis ma il suo contrario, è la divisione tra chi detiene il potere e chi subisce. I cittadini diventano sudditi. Ma i cittadini vorrebbero, e a volte pensano, che la politica dovrebbe essere soluzione ai loro problemi e servizio alla società comune. La differenza tra l’io e il noi è il grande spartiacque dell’essere civil servant e della distinzione tra destra e sinistra.

Sarà così il prossimo governo, con le sue nere reminiscenze e i compromessi con il passato, oppure ci penserà la realtà a riportarlo sulla necessità. I fatti e ciò che accade dentro e fuori il Paese, sono discriminanti per chi si appresta a governare. Lo sapremo presto perché tre questioni vitali minacciano la società e la minaccia sarà più grave per chi è più debole. La guerra in Europa con le sue conseguenze crescenti sia economiche che di esistenza fisica per interi popoli e quindi come il potere verrà adoperato per favorire la pace prima dell’abisso. La questione del lavoro e del reddito che originano povertà e diseguaglianze crescenti ormai trasversali tra le età, dove nulla è più sicuro e il futuro non si costruisce come una proiezione del presente ma come una precarietà portata a condizione perenne. Il disastro ambientale in atto, le sue conseguenze sul clima e sulla possibilità di una vita normale in tutto il Paese. La siccità, le inondazioni, il surriscaldamento e la scomparsa di vaste aree fertili, mettono in discussione il produrre e il risiedere.

Su questi temi è possibile che le soluzioni siano al servizio di tutti, che non si operi attraverso i privilegi e che il potere sia un servizio e non una manifestazione di potenza e di servaggio? Attenzione e conoscenza sono l’esatto contrario dell’arroganza e della sufficienza. Questo vale per chi ora ha la maggioranza e per chi ha perso e deve capire come mutare se stesso per non diventare inane appendice di un potere che si nutre di se stesso e diventa violenza.

Cominceremo presto a saggiare la realtà, a vedere ciò che si è creato, se il nuovo è quel civil servant che è rispetto del bene comune oppure esercizio della forza. Si partirà dalle cose semplici come i diritti civili, il welfare, la dignità delle persone, ma già da questo si capirà quale sarà il ruolo e la posizione del Paese sulle grandi questioni enunciate. Ciò che si fa si disfa, ma mai senza macerie.

lettera 10

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Caro dottore, ho riflettuto molto in questi mesi di cambiamento sociale e politico, a come questo clima cambi i rapporti tra persone e i sentimenti che ciascuno prova. Una sorta di prova del nove che verifica se ciò che abbiamo moltiplicato dentro e fuori di noi risponde al risultato che abbiamo attorno. Oppure sia un conformarci a ciò che accade, appesi ad una inermità che non ci rende innocenti, ma piuttosto fornisce la reale dimensione di ciò che contiamo. Mi chiedo come si sia arrivati così vicini all’orlo del baratro, con una minaccia nucleare che sembrava scongiurata, con il clima che degrada l’ambiente che noi per primi abbiamo degradato, con l’avvento della destra ideologica in Italia e non solo. Dove eravamo quando si preparava tutto questo, cosa facevamo oltre a dire che non era nostro compito, che non potevamo, che le cose si sarebbero aggiustate da sole e da ultimo, che la pandemia ci avrebbe mutati. Invece non solo non siamo mutati ma abbiamo accresciuto l’indifferenza collettiva. Il noi è diventato un contenitore di distanze e di impotenze senza volontà, non una costruzione collettiva che muta il mondo.

Questo mutare mi porta all’io e mi chiedo se, e come, nel profondo, sono mutato. Non sono il paradigma di nulla ma capisco che i sentimenti mutano come fossero vasi comunicanti, che se aumenta la paura, diminuisce la disponibilità, che un rubinetto regola la selezione rigorosa su chi è davvero amico e chi lo è meno. In questo periodo di pandemia è rimasto l’essenziale del sentire, le verità hanno soverchiato le speranze e il loro tempo di elapse. Ciò che sembrava solido è stato saggiato nel mortaio delle idee fondanti, dei sentimenti che contano davvero. Siamo tutti più soli e normali di una normalità mutata. Forse la resilienza è questo apparente non mutare in superficie ma cambiare le fibre e le strutture del sentire.

Un tempo mi chiedevo com’era l’amore, intendendo con questo ciò che è profondamente rivoluzionario, al tempo in cui viviamo e pensando che vi fosse un sentire comune, ora lo penso solo come una zattera in cui si possono rifugiare quelli che sono così vicini da essere fidati. Le tante rotture di amicizie di questi tempi divisivi non sono forse questo distanziarsi da alcuni e porre la propria paura in mani che si sentono come sicure. La fede del fidarsi non è forse lo scudo con cui ci si trova insieme e si dice tu sì, tu no, tu fino a questo punto e poi basta. L’amore al tempo dell’anatra zoppa sull’orlo del vulcano è la mano che tiene e quella che ha bisogno di noi e ciò rassicura, anche se è l’isolarsi nel noi. Mettiamo in comune ciò che può essere condiviso ma non è vitale, quello che non ci farà cadere nel rischio. Ma l’amore è rischio, come la mettiamo dottore?

Questi pensieri disordinati mi fanno scivolare nel ricordo, in ciò che è stato e in ciò che avrebbe potuto essere e mi chiedo se in me ci sia del rancore che cambia la percezione delle cose. Certo, ricordo episodi e ingiustizie subite, sono sicuro che rimuovo quanto io sono stato fonte di ingiustizia, anche se episodi e persone mi tornano a mente. Chissà se mi hanno perdonato, ma è la parola rancore che mi fa paura e non perché posso esserne oggetto, ma perché lo percepisco come un motore potente di negatività. Come qualcosa che toglie vita e annulla il buono che posso aver fatto. Sugli altri non posso ormai far nulla, la storia castiga chi non coglie il momento in cui è necessario agire e già questa è una punizione, ma su me stesso posso ancora agire.

Non riesco a capire se provo rancori, non mi pare, non credo, ci sono ferite non rimarginate bene, questo sì, ma non tali da farmi dire che siano queste il senso dell’aver fallito nel fidarmi, nel porre le mie decisioni nelle mani sbagliate. Però sento il bisogno di perdonarmi ossia di avere misericordia per gli errori compiuti, di poterli trasformare in positività, Ci sono stati momenti in cui il convergere di spinte diverse mi hanno posto di fronte a una scelta oppure hanno messo altri di fronte a una scelta e ho scelto, hanno scelto. In qualche modo ho fatto ciò che pensavo fosse opportuno. In fondo se io stesso ho avuto dubbi o non mi sono considerato abbastanza, oppure non ho lottato per ciò che credevo mi spettasse, oltre a esserci un po’ di verità, può essere stato il sentire simmetrico di chi poteva darmi ciò che volevo. Un’assunzione di responsabilità comune che mi riporta a chiedermi com’ero negli occhi e nel sentire altrui, ma che non può essere il motivo per avere rancore.

Allora, caro dottore, penso che quest’opera di rimozione dell’impressione negativa su un passato sia compito certamente mio, ma anche suo e non si tratta di ricevere rassicurazioni, ma di attivare quella forza che necessita per dire ciò che tengo davvero caro. E’ ciò che mi serve ora, che servirebbe a tutti quelli che vogliono in qualche modo contribuire a rendere diverso il presente e il futuro: uscire dal personale, dalla colpa e guardare al buono che c’è attorno, a quello che si possiede e metterlo in comune. Come si può, senza onnipotenze, ma con l’idea che aver vissuto sia stato complessivamente positivo e che vivere lo possa essere ancora.

Insomma, caro dottore, per mettere a posto il mio noi, lei mi deve aiutare a mettere in ordine il mio io e allargarlo quanto serve perché il sentire, i sentimenti siano adeguati al bello che certamente ci deve essere in questa età della paura, oltre la piccola visione che posso avere. E senza smarrirmi nella domanda: ma come siamo finiti in questa situazione, perché sarebbe un socializzare la colpa, il modo per non chiedersi cosa si può fare di piccolo ma utile, per cambiare ciò che non va in noi e fuori di noi.

l’opa ostile sul lavoro

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Comprare ed essere comprati. Un tempo era una grande preoccupazione, oggi la sensibilità è stata abbassata sino a non averne cognizione. In fondo non occorrebbe molto, basterebbe dire: non sono in vendita. Ci penso in questi giorni in cui la tempesta spesso batte ai vetri. Il lavoro come funzione sociale è dignità personale per la liberazione dal dipendere, è in discussione da troppo tempo travolto da assenze di regole. L’ho sperimentato a suo tempo. in una estenuante altalena dove le proposte che mettevo in campo erano sempre fuori mercato, eppure rispettavano le leggi e i costi. Trattative estenuanti dove venivano accantonati non solo gli utili, ma il giusto nella gestione. E ricomincia a tutto da capo. Così diventa marginale il lavoro e la sua funzione, ma anche la qualità delle opere. In realtà il problema non era il mercato, ero io. E’ triste pensarlo adesso, era come vi fosse in corso un’opa ostile in cui si fissava un prezzo e man mano si mangiavano, prima i consenzienti, poi gli indecisi, infine i riottosi. Ma bastava dire di no e andarsene quando era diventato impossibile gestire il lavoro. È andata così, perché tutti hanno un valore, una priorità, un’urgenza che non giustifica rinunciare a ciò che si ritiene giusto. Si era chiuso un periodo, ci penso ora che non è stato un fallire.

la vigilia delle elezioni

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Siamo partiti da Roma dentro a un sole indeciso, che poi s’è trasformato in pioggia. Il caffè fatto di fresco ha il profumo del mattino e delle partenze, rende allegro il ritardo d’ogni volta, le cose stipate nell’auto.

È la vigilia delle elezioni, il ritorno è per votare, ho visto gli ultimi sondaggi, sempre gli stessi, sempre sconfortanti, ma le cose non accadono per caso. Il traffico, l’Appennino, l’ultimo verde dell’estate che cede di fronte alla forza del giallo e del rosso. Non è così in politica e già se ne parla al passato. Come fosse una buriana che deve passare ed è già metabolizzata, lascerà tracce ma non ci piegherà. Siamo piccola cosa, derivati di ideali non voliamo, guardiamo.

Lontano, vicino la guerra infuria, in Iran le donne si ribellano e noi siamo troppo indifferenti e inermi. Inermi. Inermi.

l’infanzia dei desideri

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Alberi diversi rispettavano l’autunno. Diventavano rosse e gialle le foglie, poi seccavano e cadevano. Imparavamo colorando malamente la carta di Fabriano, ma nessuno, neppure i più bravi, vedevano che s’era scisso un legame con la pianta e che questo attendeva che il nuovo arrivasse nel giusto tempo.
Tu avevi le scarpe già pesanti, noi ancora le Superga di tela. Stavi attento al fango e ai rimproveri, restando in disparte, correndo piano, centellinando il sudore e i giochi. La tua casa era preclusa, i pavimenti erano specchi, si correva nel cortile, sino al richiamo di tua madre.
Noi allora andavamo sotto al ponte del corso, tagliandoci le dita per raccogliere vetri colorati. Piccoli tesori da nascondere e scambiare. Attraversavamo luoghi che non avresti conosciuto, le gambe erano una fornace d’ortiche.
Crescevamo senza sapere, con grandi immotivate passioni che spesso finivano a sera. Tutto sarebbe venuto dopo, era l’infanzia dei desideri, ma già allora il giorno non bastava.

apolidi

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Siamo apolidi, o quasi lo siamo
senza identità comune,
apolidi nelle città,
i cittadini sono i topi
a volte i cinghiali e le bisce d’acqua,
ha più diritti una nutria d’un argine,
un auto di un bambino.
Siamo apolidi e l’erba ha più forza,
s’aggrappa alle pietre, buca l’asfalto,
ottiene senza chiedere,
nessuno ci vuole perché non vogliamo nessuno,
il timore di perdere ciò che non si possiede ha cancellato le parole.
Scrivono sui muri non sui quaderni,
e sono guaiti di disperazione
bottiglie senza messaggio,
battigia di fiume, fango e pance di pesci arrovesciate,
scrivono sui telefonini,
l’azzurro illumina visi nella notte,
attese di risposta di nessuno a nessuno.
Avere a tema se stessi,
il tempo in cui si vive,
riconoscere il simile,
usare parole, mani, espressioni del viso,
chiedere con gentilezza,
ascoltare e riconoscere il suono,
riconoscersi, prima di essere apolidi,
prima della fuga, prima d’ogni priorità,
riconoscersi, parlare, vivere in pace.
Vivere in pace, sconfiggere il topo.
Vivere in pace, colmare la voragine.
Vivere in pace, sentire il luogo,
la lingua, le parole, i visi.
Vivere in pace, fidarsi dell’amore,
anche quello che tradisce ha in sé il bene,
fidarsi ed essere noi stessi
perduti in un noi più grande,
stanco di guerra, di parole sbagliate,
di scritte sui muri,
di baci mai dati, di abbracci temuti,
di cuori affranti, silenti,
seduti su un marciapiede
senza sapere che fare, che dire per essere amati.
Stanchi di non essere, di non avere pace,
di contare meno del topo, della buca,
dell’immondizia che un camion preleva
e perde per strada.

giù dalle colline verso la pianura

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Posted on willyco.blog 31 ottobre 2013

Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo e non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde. l

La natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare, presi dalla quantità di bellezza e bisogna lasciare tempo per accoglierla, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non crocchiano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un segno dell’essere, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi, invece, resterà la sensazione a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso.

Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

Elogio del piccolo

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Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi, come superfluo. Sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza, al più, pensiamo, di subirne le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità.

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma che non abbia altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo modo piccolo di esserci, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie sulla capacità di fare cose grandi assieme. Epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, non si considera che sono tanti piccoli comportamenti a costruire il cambiamento vero. Si preferisce il racconto del futuro che magicamente si compie piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo

scuse

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Mi scuso con i miei pochi, ma per me importanti, lettori e amici, per la scarsa qualità della piattaforma WordPress. Il post precedente è arrivato a 8 revisioni prima dello sfinimento del sottoscritto. Questa piattaforma fa quello che vuole, raddoppia i paragrafi, non cancella quello che le chiedo di togliere, mi fa gestire le foto come fossimo ai tempi di Daguerre.

Mi chiederete perché non cambio, visto che tra l’altro, la pago. Primo perché ci sono 15 anni di scritti miei e di commenti vostri che magari sono difficili da recuperare ma che bontà di WordPress, spesso riappaiono. Secondo perché non si riesce a trasportare circa 3500 pagine con facilità altrove. Terzo perché anche le altre piattaforme non sono esenti da difetti.

È diventata una mia cattiva abitudine, l’uso di questa piattaforma, che con qualche fatica riesco quasi sempre a rabberciare. Se dovete prendervela con qualcuno, fatelo con entrambi, è piu equo, ma se dovete iniziare da zero, ammesso che a qualcuno interessi ora scrivere attraverso un blog, cercatevi qualcosa di più amichevole. E soprattutto contate sulla pazienza di chi vi legge, come faccio anch’io.

Grazie e non vogliatemene, sulla carta me la cavo meglio.

librerie

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Nella mia casa ci sono libri e librerie ovunque. Cosa abbia messo assieme questi milioni di parole sintatticamente importanti e legate è oscuro. Il fatto che li abbia acquistati corrisponde a più bisogni e interessi. Gli interessi si sono divisi tra il genere che ricomprende romanzi o saggi con preferenze precise e dentro al genere, le scelte sono nate in libreria oppure nel sentire l’autore alla radio o in una delle manifestazioni che propongono autori e libri. Pordenone legge ad esempio oppure il festival della letteratura a Mantova o altre che hanno attirato il mio interesse. Questo bisogno di libri so quando è nato e come l’ho sviluppato fino a diventare esorbitante per gli spazi occupati e per la stessa capacità di leggere. Il bisogno non solo non si soddisfa ma ha mutato senso rispetto all’utile o al necessario ed è diventato una sorta di totem di eternità, determinata dal possesso e dalla disponibilità. Per questo quando vedo cataste di libri usati trattati come carta, o peggio ammucchiati vicino ai cassonetti, provo una sofferenza che deriva dall’abbandono che è stato perpetrato da chi ha giudicato inutile ciò che in qualche altra vita era prezioso. Il senso del leggere l’ho scoperto senza fretta ma in un crescendo vorticoso e famelico, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che riguarda la vita.

È uno stupore che ancora non passa, che si immerge in queste vite, storie, mondi paralleli che vengono mescolati all’esperienza e che fanno trepidare una fine che sia in sintonia con il nostro mondo. Mondi e conoscenza che trovano gli appigli per dire sono fuori di questa casa, capisco cose che non sospettavo esistessero, che c’è una vita che pullula diversamente da qualche parte nel mondo.
L’amore per il leggere si è autoalimentato, come un incendio, e con esso l’idea della conoscenza che non si esaurisce, la varietà delle vite altrui, le storie che rendono diverso il scegliere che mi riguarda.

Ero un ragazzo e nel pomeriggio trascuravo i compiti, le orecchie diventavano rosse di concentrazione, gli occhi scorrevano righe, si soffermavano su parole inusitate, sentivo il fascino del reale che si mescolava con la fantasia. Leggevo vicino alla finestra finché c’era luce. Uscivo dalla lettura frastornato, riemergevo alla realtà, lo sguardo perso, assente. Era ora di cena e faticavo a posare il libro. I compiti malfatti e lo studio approssimativo, facevano di me un cattivo scolaro. Solo la storia è l’italiano mi attraevano e nel resto sapevo che avrei pagato le mie scorribande sui libri e nelle biblioteche che avevo scoperto. Ero bulimico di parole, di senso, di fantasia e nessuno sarebbe riuscito a guarirmi. Avere libri è cominciato allora e non è mai finito.

è tutta una bugia

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È tutta una bugia, quella raccontata per anni, che eravamo portatori di valori universali, di umanità, di rispetto della vita. Non è vero, non è mai stato vero. Se andiamo oltre le affermazioni collettive, scopriamo che non crediamo in nulla che non sia il denaro. Le religioni, le fedi sono una consolazione per i delitti e l’ignavia ma nessuno ci crede davvero.

La verifichiamo, questa grande impostura, nei bimbi, nelle donne e uomini, lasciati morire di sete e di fame in mezzo al mare. Ci sono gli avvisi, le richieste di aiuto, ma nessuno risponde. Non i sostenitori della vita e non si dica che non si sapeva, la verità è che impera l’egoismo, e le leggi sono fatte per sostenerlo. Si lasciano spegnere le vite di persone inermi e ci si commuove a una fotografia. No, qui non troverete mai quelle foto che dovrebbero cambiare le cose e invece sono pornografia di morte.

Quante vite si sono lasciate spegnere in mare, nel gelo dei confini di terra davanti alla Polonia, alla Grecia, alla Croazia, all’Italia. Il conto di questa colpa collettiva diventa un numero, tutti colpevoli nessun colpevole, ma nessuna legge giustifica l’omicidio, il lasciar morire l’inerme.

Abbiate la decenza, voi che parlate ai tanti, di non evocare simboli religiosi in favore di consenso elettorale per giustificare od omettere che queste morti non sono uguali alle altre. Non c’è nessuna civiltà, nessun valore in ciò che dite. E non voglio sentir più le parole di chi si tira fuori perché avrebbe detto o fatto qualcosa che non ha cambiato nulla.

No, nessuno è innocente e nessuno può dire che questo non è il mondo in cui chi ha potere uccide. Non raccontate più favole, dite la verità, ditela agli odiatori, ditela a chi ritiene giusto lasciare morire i bambini, ditegli che non c’è speranza e che la disumanita è un tarlo che divora dentro, che toglie una vita che vuole solo vivere e potrebbe essere quella necessaria a salvare il mondo. Non c’è nulla di civile in questa civiltà, solo orrore per noi stessi, per ciò che siamo diventati e se vogliamo un perdono non basta commuoversi, bisogna rimuovere il male che si maschera da legalità.

Oggi Giovanni XXIII non direbbe più come nel discorso della luna, portate ai vostri bambini il bacio del Papa, ma direbbe di portare amore e misericordia agli altri bambini. Quelli che non sono a casa, quelli ricoperti di salsedine e gasolio, quelli che piangono al buio, con le loro madri, quelli a cui viene tolta la vita nel terrore. Portate aiuto, direbbe ogni persona che abbia ancora il senso della pietà, a quelli che non hanno nessuna protezione, nessuna umanità che li accolga, ami, difenda. Ma queste voci sono flebili, non sono il potere e neppure l’istituzione. Che Europa può nascere nella menzogna sui valori, che giustizia, che governi. Nessuno toglierà le colpe collettive nel lasciar dire e fare, il tempo non ci perdonerà.

la memoria dell’aria

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Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato di capire, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano hanno mandato molecole al viso e al corpo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

Mentre il quadro, lui fermo, che faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano per essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili, inconsapevole, e oscuramente in sintonia lieta con l’universo.

la percezione del limite

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La depressione nasce dal senso di impotenza che generano desideri sproporzionati rispetto alle possibilità. In una spirale che spinge a coltivare e acquisire ciò che sembra interessante e alla portata della propria volontà, si accumulano le sollecitazioni attorno a sé. Ciò che eccita la vita ne mostra, inesorabilmente, il limite e questo confine, che viene sentito come una gabbia, fa sì che la volontà immemore superi continuamente la soglia. Così, nei momenti di stanchezza lucida si sente la sopravvalutazione di ciò che si può essere e fare.

Esiste un momento in cui inizia la percezione del limite. Non si sarà mai lo scrittore che lascia una traccia, il politico che cambia le cose, l’amico che non si scorda, il pensatore che scopre nuovi assoluti al pensiero, ma neppure un lettore di talento, un buon chimico o un intellettuale modesto. E restando in un ambito più ristretto, i dubbi sul proprio apporto alla famiglia, al cambiamento di ciò che sta attorno, divengono più coscienti e forti. Si sarebbe potuto fare diversamente, nelle condizioni in cui si è scelto oppure in altre che si sarebbero potute creare.

In fondo la depressione è una delusione che origina altrove ma ci riguarda profondamente perché il tempo è passato e ciò che si può vivere deve aggiungere una tale quantità di nuovo da scardinare abitudini, rompere abulie, non fare, soprattutto non fare, gesti consolatori. Una costruzione di qualcosa che trovi gli elementi per conciliare tempo e crescita interiore, senza attese, né obiettivi.

Percepire il limite è fermarsi nella china che ci rassicura con gli oggetti e con i riti, scoprire cos’è nuovo davvero e dargli possibilità di crescita. Ciò che agisce come disperazione è il tempo e la misura della bellezza, entrambi sono parte del limite perché si ha una visione di dominio di essi. Dominare il tempo o lasciare che esso scorra mentre l’inutile agli altri, ma necessario per noi, diventa passione nuova. Come in una conversione, in una rinascita ciò in cui si crede sgorga impetuoso, diviene entusiasmo. Rinchiude perché gli altri, anche vicini, non capiscono, ma è un felice scoprire che si è universo e centro e parte di un tutto. La depressione è l’esplodere della sfiducia, del tradimento, della delusione di ciò in cui si era creduto. La gabbia, il limite che si è sempre voluto superare era proprio ciò in cui si credeva e che si sentiva insufficiente per spiegare se stessi. Ora quel limite è altra cosa, è il senso di ciò che utile a noi, di ciò che è bello, di quello per cui vale il vivere. Ho la sensazione che esista uno iato tra ciò che rende liberi e ciò che ci viene insegnato come libertà. Che bisogna liberare la libertà di essere, di fare, di diventare e riconciliarla con il proprio tempo che non è più nemico ma contenitore: ciò che faccio in modo soddisfacente è ben fatto e non risponde a nessuno. Così nessuno resterà deluso e non esisterà una meta ma un percorso. Avere un cammino toglie il limite e rende compatibile la scelta che viene fatta. Forse è questa la pazzia dei vecchi, la libertà che rende liberi.

la città

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Di questa città pensavo di conoscere molto, l’ho percorsa e amata di giorno e di notte. Mi è entrata dentro, senza chiedere permesso, sin da bambino. Quatta quatta si è confusa con me, con il sentimento che genera un luogo in cui tornare. La città è andata oltre la stessa casa in cui avevo depositato parte di me, l’ha ricompresa, diventando cornice di un modo di vedere il mondo. Anche viaggiando non poco, si è fatta sentire, ancorandomi a questo sentir le cose, che è un guardare dal medio al grande, dal bello conosciuto alla meraviglia sconosciuta. Vivere in una media città ha quasi tutto, la storia, i servizi, le bellezze che si scoprono crescendo, ma è anche la lingua e una particolare conformazione dell’essere che include quanti scelgono di non essere stranieri. Di appartenere restando liberi.

Guardare le cose sapendo di avere una storia alle spalle, permette di gustare la differenza, di non fare confronti e di aggiungere mondo a quello che ci ha visti nascere. Insomma è un modo di crescere senza fine che è pieno di sentire, che ha i cinque sensi allenati a percepire la differenza. Così si sentono profumi, cadenze, si vedono differenze nel costruire e nel camminare. Una città ricca di portici è più lenta, si mostra nell’apparenza, chiede di acquistare in un camminare che guarda, ma essa non è in vendita, vende ed è orgogliosa di avere i suoi cittadini in mezzo ai “foresti” che magari sono solo quelli dei comuni di un’altra provincia. Come nel Gianni Schicchi è la campagna che affluisce in città e viene assorbita, ma la arricchisce, quasi la obbliga a essere bella, come un albero fiorito.

Di questa città, in cui sono nato, conoscevo persone, storie, palazzi, le strade e i giardini nascosti, questo mi ha fatto pensare che il suo mondo avesse per me, sempre un tratto conosciuto. Anche le persone che avevano la mia età, mi sembravano parte di una conoscenza collettiva. Era presunzione e me ne sono accorto che già ero avanti con gli anni.

Nelle manifestazioni, allo stadio, per strada, conoscevo sempre gli stessi. Non erano pochi perché avevo unito conoscenza naturale alla vita pubblica, ma mi accorgevo che la gran parte delle persone erano diventate sconosciute. Questo mi ha fatto pensare due cose, che gli abitanti cambiavano con il passare del tempo, e io non aumentavo la rete di conoscenze nate in certi quartieri ormai mutati. Ero stato presuntuoso nel credere di conoscere perché camminavo di giorno e di notte, guardando i palazzi e i giardini: avevo vissuto la città e mi ero accontentato dell’amore reciproco. Il fatto che la città mi avesse coccolato, concedendosi alle mie perlustrazioni curiose, nascondeva una parte che non era fatta di vie e di ricordi, ma era più profonda. Mi sfuggiva la sua essenza, il suo sommare vite e attese dentro le case, ciò che essa perdeva in silenzio e come essa mutava.

Eppure l’avevo vista cambiare, ma senza l’attenzione che si trasforma in dolore, così avevo visto abbattere palazzi pieni di storie, chiudere corsi d’acqua, trasformare i giardini, in cui giocavo da bambino. Al loro posto erano sorti condomini tutti uguali, pieni di persone che erano attirate dalla città e dalle occasioni che essa offriva. Avevo visto scomparire la campagna poco oltre le mura, riempita di villette con piccoli giardini, intervallate da condomini, ma scollegate dal tessuto di relazione e di portici che metteva insieme le persone ogni giorno. Erano le case dei “geometri” fatte con lo stampino, che assicuravano benesseri nuovi e ne perdevano altri. Le strade avevano nomi nuovi, come i quartieri. Al loro centro erano nate chiese magniloquenti che dovevano ospitare i nuovi fedeli, ben presto si erano rivelate eccessive per dimensioni, ma erano diventate l’unico luogo con una piazza per un incontro, un mercato. I nuovi quartieri pullulavano di una vita inquieta, che mutava la socialità, pieni di non luoghi e supermercati, cambiavano le destinazioni iniziali e deperivano con i condomini e le villette che sembravano vecchi senza storia.

In pochi anni le autostrade avevano cinto la città e portavano ovunque, l’università si riempiva di studenti che venivano da ogni dove e restava famosa in Italia per storia e talenti. La modernità smantellava linee di tram (che ora stanno rifacendo) , chiudeva fabbriche che avevano fatto la rivoluzione industriale. Scomparivano interi quartieri, con la scusa di risanare parti centrali della città, mentre li inzeppavano di palazzoni che nulla avevano a che fare con la storia e con ciò che li attorniava, Così deportavano abitanti nelle periferie in un esodo da quello che prima era stato un tessuto di malsane case medioevali. Anche la lingua mutava, perduti i gerghi tipici delle osterie che non erano usciti dai confini del quartiere, il parlare si impoveriva, scomparivano parole, mestieri, persino i visi non avevano più l’ammiccare che aveva contraddistinto l’aggiunta ai gerghi e al dialetto. Si erano chiuse le sale dove si riunivano “cappati” delle fraglie e delle corporazioni, per decidere beneficenze e casse peote. Chiuso tutto questo l’essenza della città si era nascosta in luoghi impensati, ritratta come un animale ferito che aspetta passi il malessere che le impedisce di vivere.

E questo sfuggire della sua essenza, che non afferravo, era il suo sommare delle vite e delle attese dentro le case. Quello che la politica non avrebbe mai sentito pulsare era un cuore vivo che si difendeva e interpretava il futuro. Che lo riportava dentro di sé e lo elargiva piano a chi sapeva ascoltare e non solo abitare.

C’è uno spirito della città che non muore e si veste del tempo in cui vive, ma resta profondo, come una radice, chiedendo di essere unico e amato. Questo era ed è, il carattere da decifrare, composto di molte suggestioni, che si racchiude in una bellezza che tutto comprende e rende irripetibile l’altrove.

nessuna novità

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È una pressione continua. Una notizia elide la precedente e tutto alla fine si sovrappone, si mescola e sembra uguale al grigio che assorbe i colori. Chi produce realtà sa che bisogna alzare la posta, colpire l’immaginazione e il sentire, perché le notizie vengono e svaniscono subito. Siamo finiti in una dittatura del presente senza futuro.

Sembra che il rifiuto della condizione di incertezza produca una bulimia di nuovo senza conclusione. Ed è aria mossa da chiacchiere che si sovrappongono, di cui non resta traccia se non in quel senso di mancanza che fa capolino quando ci si ferma e sembra che non si sia davvero fermi ma che una ricerca continui sotto traccia. Senza volontà, per disagio, bisogno di completezza, perché la coscienza si acquieti.

. Anche tutto questo connettersi, il mi piace sciorinato perché è più facile dare nulla che essere Inerti. È un gradire senza il contrario, la conversazione momentanea, che è chiudersi al rischio del rapporto profondo, alla domanda del che fare di noi.

Come dire la delusione se il rapporto è talmente esile che non c’è attesa, condivisione, scavare reciproco, realtà. La severa maestra è fuori dal virtuale e quindi non si impara, non si accumula esperienza, ma solo fatti che neppure hanno il pregio della verità anche quando sono veri.

È sommamente triste dipendere dalla velocità di una risposta e dalla riconferma che se l’indeterminato altro esiste allora, forse, anch’io esisto. Ecco l’incosistenza poco virtuosa dell’altro essere.

metafore sugli scacchi

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C’è un modo particolare di mettere le dita, con l’indice e il pollice che stringono il pezzo che verrà mosso sulla scacchiera. Sia esso re, pedone o altro, le dita assaporano il legno liscio e lavorato, lo alzano di quel tanto che è necessario e con un accenno della bocca, percuotono il pezzo avversario, abbattendolo prima di toglierlo dal campo. I legni fanno un suono particolare, secco e breve, quasi un lamento che si mischia al sussurrato grido di conquista, poi tutto tace e il campo attende la mossa successiva.
Accade così anche in alcune amicizie o amori giunti a fine, che il gioco tolga l’altro dal futuro e lo metta a lato, in attesa di diventare ricordo o protagonista in una successiva partita. Questo mescola disperazione e speranza, esse, viste dal legno, che pur rappresenta vita, azione, possibilità, quelle dita sembrano il destino che l’intelligenza compie e non di rado, sbaglia.
Nello svolgersi del caso, esistono regole precise, colme di alternative, è la passione o l’intelligenza, che qualcuno innalza mentre altri abbatte, a scegliere.

Così funzionano le cose, per recondita necessità, e non ci sarebbe da dolersi, neppure al suono che abbatte e sancisce l’esser messo da parte, perché in qualche tempo la partita ricomincerà con diversi attori.

ricordi come lacca

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Passavano i giorni del sole e delle corse fino a sera, iniziava l’anno tra profumi d’inchiostri, di carta e di matite Giotto. Aule già fredde, anticipavano l’inverno su teste chine, grembiulini neri e fiocchi azzurri su colletti bianchi. Lontano, verso la lavagna, dietro una cattedra fortezza e nave, si generavano parole, inusitate alcune, altre comuni, tutte con un’ autorità senza spiegazioni. Andava così che dopo un po’ mi distraevo e lasciavo scorrere lo sguardo verso le finestre oppure sul foglio desolato di biancore. Senso del limite, imparato presto, ma in cambio tenevo i sogni ben stretti tra le dita piccole e d’inchiostro, i tinti polpastrelli. Sembravo, ma non ero l’unico, uno stralunato reo dopo l’arresto, pronto per le impronte e per l’accusa di non fare quel di più che avrei potuto ma pervicacemente negavo. Eppure quei luoghi li ho amati, come la polvere che danzava nei raggi di sole, i banchi di legno e lo sporco dei muri e degli angoli che non se ne andava mai.

Poi, come lacca, le età si sono stese, lucenti di ricordo. Solide, ancora promettono il meglio, se ci sarà attenzione a ciò che muta, ma ora hanno aggiunto una solitudine colma d’immobile incomunicabilità se non si coglieranno più i sogni e le attese.

Cosa sognano le età che sono accumulate, cosa vedono gli occhi che del vedere non sono mai sazi, cosa pensa la testa nelle notti diversamente insonni? Di tutto un po’ senza la spavalderia d’un tempo, preso tra limite, frenesia, un poco di rimpianto per le passioni devastanti che aravano giorni, realtà, impegni e notti.
Che mondo s’è creato. Non io solo, ma eravamo distratti quando è accaduto, impegnati a vivere più che a prevedere. Spero stessimo facendo l’amore mentre le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie immobiliari e i bar toglievano i tavolini dove parlare per trasformarsi in wine qualcosa e ristorantini pretenziosi. Fumavamo molto, eravamo ignari, dolci, indifesi, con piccoli lapis scrivevamo poesie dappoco e numeri di telefono, cercando amici meno squattrinati che ci assicurassero il costo di una cena.
Vennero poi parole d’ordine nuove, età inesplorate, non più numeri, ma libri, lettere di passione, disperata dalle assenze e altro, ma non c’erano ancora password e accenti da evitare per aprire i file, solo carta da annusare e poi rileggere.
Noi ci baciavamo felici, impegnati a costruire un mondo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro.
Dopo, in un’altra età, sono venute le cose complicate, le parole muta vano significato e forma, si abbreviavano, quasi acronimi di senso. La tecnologia divorava il poco tempo, che era della tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti con molta potenza di calcolo a disposizione.
Anche in questo settembre, riassumo nostalgie, le nostre vite piccole e grandi, il terribile e il quotidiano che negli anni è accaduto altrove. Già scordato, come Beslan, le guerre in Africa e in Oriente, le due torri, l’URSS e la DDR e mentre tutto si sovrappone e genera confusione tra realtà e virtuale, ricordo che è tutto vero e non basta sia stato lontano per non colpire il cuore.

Non basta chiudere la casa, immergersi nei libri e nelle parole, spegnere la tv all’ora di pranzo, perché tra poco si vota, ci sono guerre in corso, un pianeta che si consuma per profitto.
Per vivere ricordo e guardo, in fila con altri che hanno la mia età, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.
Non basta ma del poco che ho imparato, perché è vero, potevo fare di più, penso che in questo mondo chi ha solo il tempo fa sempre lunghe file e dimentica ciò che non serve a vivere. E non è poco per la nuova stagione che chiede a tutti di fare il possibile da regalare al giorno che si costruisce, all’amore e alla speranza.

tempo grosso

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Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d, le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con voce baritonale la sua allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo posto il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

Penso a due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Senza giudicare esemplificavano ciò che si consuma è ciò che nasce. Ebbene credo che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro. Ciò comporta il sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere sulla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio della coscienza al reale. E proprio nella loro caricaturale dimensione diventano il segno di una complessità decostruita, ridotta a oggetto che ha una doppia funzione, quella del farsi capire e al tempo stesso portare altrove il pensiero. Il tempo non è un girare di ingranaggi e muovere le lancette secondo convenzioni. I nostri avi avevano un tempo differente, scandito dalla luce, dai bioritmo, dalla necessità. Costruivano astrari giganteschi e li mettevano nella piazza principale perché era più importante conoscere dove erano le costellazioni che l’ora del giorno. Era una complessità che dialogava con l’immaginario che ciascuno contiene, generava auspici, attendeva che si compissero cose grandi che riguardavano tutti e avrebbero mutato le vite. Il tempo grosso prendeva il posto dell’attimo e la precisione diventava tendenza, volontà, necessità di contenuto, perché il tempo senza contenuto non è vita, è un nulla che si scandisce.

lettera 9

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Caro Dottore, siamo organismi complessi, interconnessi e reciprocamente influenzanti. Posso aggiungere che appartenendo a culture definite, è un’anomalia che il pensiero, pur essendo singolare e particolare, abbia la capacità di espandersi verso la comprensione di altre culture in modo egualitario. E’ sempre ciò che ci differenzia che prende il sopravvento su ciò che ci rende uguali, anche se siamo uguali e il riconoscimento della differenza ci fa sentire a posto con la coscienza. Voglio dirle, Dottore, che la nostra comune, piccola patria sarà un motivo di orgoglio ma è anche una barriera verso ciò che non sentiamo nostro. Solo la scienza, pare, riesca a superare questi limiti e a vedere il prodotto dell’uomo esaltandone la differenza. Forse perché cerca di comprendere il meccanismo costruttivo e vuole procedere oltre ad esso e perfezionarlo o rivoluzionarlo, piuttosto che limitarsi alla replica. Lei non mi chiede mai nulla, ma le mie domande sono le sue e nessuna ha una risposta certa. Se ci chiediamo cosa facciamo qui, in questo pianeta, quale scopo ha la coscienza e le domande che essa genera, al più dobbiamo chiedere aiuto. Anche nella solitudine chiediamo aiuto perché ogni artificio o realtà che troviamo in noi per dare una risposta, alla fine traballa e si rivela incapace di essere una soluzione definitiva. Siamo pulsioni, fame, necessità di branco e solitudine, sesso, conoscenza, paura di ciò che non conosciamo.

Di cosa abbiamo paura Dottore? Perché è chiaro che la paura la portiamo dentro ed è anzitutto il timore inane di non restare integri, di perdere la vitalità o quello che per noi coincide con l’essere vivi. Questa paura è il sentimento più diffuso nella società ed è così efficace che si adopera molto, sia per intimorire, ridurre al silenzio i singoli, ma anche per unire verso un nemico che quasi mai esiste. La paura si insinua negli interstizi del pensiero, investe e avvolge le azioni, ma soprattutto si manifesta nella solitudine. Essere soli è una scelta e ben più spesso una condizione. Se è una scelta, e la volontà ha gli elementi per considerarla come un modo per raggiungere l’equilibrio e il benessere (con la complessità che ci attornia e che portiamo dentro di noi), allora la solitudine riesce a confinare la paura, ma se essa è il risultato del rifiuto, dell’essere messi da parte o del non avere successo allora diviene patologia interiore ed esteriore. Le parlo della paura, Dottore, perché essa, nei suoi vari gradi passa dal collettivo all’individuale, se si riferisce alla salute diviene ipocondria, se si riferisce al lavoro o al proprio futuro, non di rado sconfina nell’angoscia. Allora la si copre, la si imbelletta o relativizza. Se si riesce a raggiungere il cinismo necessario, la si giudica un prodotto del vivere e della società. Diviene l’homini lupus che dovrebbe giustificare le nefandezze che si tolgono da un esame delle cause e ancor più spesso dalla considerazione che la minaccia non è necessaria. Come mettiamo insieme tutto questo, Dottore, con ciò che viene considerato giusto, naturale, ovvero un mondo in cui c’è l’onestà, l’onore, il rispetto, l’eguaglianza tra gli uomini. E’ la differenza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è la realtà che genera la paura, che non lascia tregua al pensiero che non sono bastati 400.000 anni di Specie per raddrizzare le cose, che i filosofi e i profeti hanno convinto chi gli stava attorno ma non hanno vinto sulla totalità. Il sospetto ì, il pregiudizio, la tendenza a verificare le verità degli altri sono tutte armi che ci rendono più deboli, indifesi rispetto a un mondo che non capiamo appieno, ma soprattutto indifesi verso noi stessi.

Lei ha paura Dottore? Paura di non farcela. Paura di perdere ciò che è prezioso per vivere. Paura di morire. Lei ha queste paure oppure le ha superate e insegna a superarle. Lo stoicismo o la saggezza che ho incontrato in Africa, in Medio Oriente, l’affidarsi e l’accettare è ciò che anche Lei considera come unica strada per sconfiggere il timore che ci prende di notte e che rende i pensieri più pesanti della stessa solitudine? Una sua risposta rimetterebbe in ordine le cose. Io sarei il paziente e lei il medico, ma con una relazione nuova, con una serie di conseguenze che risalirebbero a monte delle infinite paure che tacito e che fanno capolino nel lavoro, nel rapporto con gli altri, in quello che conosco e soprattutto in ciò che non conosco di me stesso. Credo che ci siano poche pulsioni fondamentali e che queste si trasformino poi in gesti concreti, in decisioni. Abbiamo abolito il fato e ci troviamo a scegliere e poi a trarne le conseguenze. Un tempo la colpa veniva inoculata per cose ben più importanti delle attuali, 1800 anni di precetti l’hanno sparsa nei nostri gesti e in ciò che ad essi segue. Tutto questo, se scaviamo, viene ricondotto a un meccanismo primordiale di minaccia e Lei dovrebbe dirmi dove questo si inattiva, come ci fosse un interruttore virtuale che toglie il timore preventivo, che libera la scelta e con essa la libertà di ciascuno. Non voglio dire che non debba esistere una correlazione tra causa ed effetto, ma che essa debba essere vista nel contesto in cui avviene e matura. Insomma Lei dovrebbe insegnare come ci si perdona come meccanismo interiore per scegliere liberamente e trarne le conseguenze. Quando sono venuto da Lei, non volevo ripetere errori precedenti. Credevo fosse questo il motivo, insieme al concetto di fallimento che è insito in quello di successo. Ne abbiamo già parlato, ma se adesso guardo indietro vedo che non è questo il motivo reale del nostro incontro, capisco che alla base c’era un giudizio su me stesso e sulle opere compiute che voleva essere trasformato in successo. Mi creda, non c’era nulla di narcisistico, ma il senso di voler fare bene, di scegliere bene e di portare a compimento ciò che giudicavo importante. Era un modo per fare i conti con il passato e di passare al nuovo dimostrando di aver imparato oppure apprendere i meccanismi, le modalità per scegliere bene tra più opzioni ? Credo di aver confuso le cose, perché non avevo considerato il timore di fallire come una limitazione all’agire e non ero risalito all’origine della paura. Non avevo considerato che tutti abbiamo paura, anche Lei, e che questo ci rende aggressivi o remissivi, che i meccanismi di relazione diventano modalità di governo e poi fatti, oggetti concreti. Non l’avevo considerato perché non l’avevo capito, ora bisognerebbe sistemare le cose apprese, farne un bel fascicolo ordinato e leggere la sequenza di ciò che è stato sotto nuova luce. Insomma accettarsi per quello che si è diventati senza giudizi e pretese. Credo sia questo che dovrei fare, che ne dice Dottore?

“L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”

del corpo e di altri misteri

In evidenza

La cura di sé muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il corpo ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso questo, una bellezza che muta il fascino nell’alone che ha chi sta bene. C’è più sincerità e misura che deriva dal cambiare delle abitudini, comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati dell’età della fretta, ma sentirne le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Corpo e mente, prima così chiari e assertivi assumono la loro complessità profonda, aprono vie mai esplorate, mettono pozze di significati sul cammino. Soffermarsi, seguire un pensiero nuovo che scava nei significati, usare le parole nel loro turgore di senso, dà un piacere mai provato prima. E si comprende il limite del non sapere oltre la spavalderia che faceva sembrare la conoscenza un luogo in cui scegliere cosa conoscere.

L’utile e l’immediato perdono primati, si ascolta il cuore, quello fisico, quello mentale, ci si chiede cosa sia benessere e si comprende che ciò che è complesso ha una sua intelligente relazione con noi:ci parla e ci invita a capire le sue esigenze, conciliare con le nostre. La sensualità e la bellezza si fondono, divengono percezione profonda, catalogo di ciò che fa stare bene.

Questo io che si innalza a noi, ha il suo posto nelle cose che si fanno, negli amici che diventano o profondi oppure conoscenze, si acquista il senso del limite e il rispetto per l’onnipotenza che non è una presunzione da esercitare ma una costruzione a cui portare un contributo. E si sa che esso sarà relativo, vissuto non per mettersi in luce ma per la piccola soddisfazione di aver capito un poco del nostro grande mistero: cosa ci facciamo qui.

ritorni

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Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.