17 agosto 1917

In evidenza


Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

d’estate, il vicolo

In evidenza

Il vicolo, d’estate, ha finestre che sbattono
tovaglie e lenzuola stese,
biancheria intima nascosta come i sussurri la notte,
le stoviglie fanno il rumore del mezzogiorno e della sera,
come le voci che ascolto tra i voli delle rondini,
nel frullo dei pipistrelli che escono a sentire i muri.
D’estate tutto s’arroventa in questa piazza d’aria
che attende la notte,
come fosse un amore ripetuto e nuovo,
sente il vento come carezza mai data,
un dire nascosto e intriso di dolcezza.
Al mattino riprendono altre voci,
prima un cantiere,
poi il caffèlatte e il litigio,
mai finito, della coppia che fa piangere i bambini.
Quella voce che d’inverno il vetro trattiene,
ora urla, la rabbia di non essere ascoltata.

buon ferragosto

In evidenza

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale. Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.

i padroni del vapore

In evidenza

Nella mia vita professionale, ho avuto anche qualche incarico che comportava decisioni non banali, ho conosciuto molte persone, alcune ricche e altre di potere. Erano – e sono – influenti nella città e spesso nella regione e oltre, cioè ne determinano il futuro attraverso le decisioni e la proprietà. Sono persone rispettabili, perseguono i loro affari, conoscono le persone che servono al loro lavoro. La Repubblica li onora con commende e cavalierati e loro ne sono felici perché si sentono parte della societa nella sua parte migliore. Mi ricordano i quadri di Rembrandt sui notabili dei drappieri o degli orefici, il loro essere importanti nel portamento, nel ritrovarsi, nelle espressioni. Un tempo alla città, i ricchi davano lustro di palazzi ora la speculazione edilizia li vede partecipi, non vengono istituite fondazioni per ricordare la loro munificenza, anzi le fondazioni in difficoltà fanno parte degli affari. Per chi ha molto denaro, qualcuno con il consiglio per il buon affare, si trova sempre. Non di rado sono le stesse banche o i mediatori che frequentano le aste fallimentari, a proporre. Così il potere si estende, immobili svenduto aumentano di valore e trovano nuove destinazioni e compratori. E la catena prosegue verso l’alto e vincola strade, beni comuni, pezzi di verde.
Queste persone pensano di essere brave persone, e lo sono perché non esiste un’etica comune. Salutano volentieri il potere, lo tengono amico perché a loro serve, ma creano posti di lavoro, promettono sviluppo e sono tenuti in grande considerazione.
Adesso che non conto nulla ma sono la stessa persona, se li incontro, mi salutano. Sono gentili, si informano su ciò che faccio e quando rispondo che mi occupo di inutilità, hanno un loro sorriso, come chi la sa lunga e non crede a ciò che gli viene detto. Ma se per caso accade di essere creduto, ti chiedono qualche opinione su qualcosa che conosci, perché i buoni affari li può generare anche chi segue l’inutile e non capisce il valore delle cose. Allora ho un fugace divertimento nel negare, nel togliere importanza, nel dire che mi infastidiscono le manovre sulla città. E sempre gentilmente ci si saluta ma lo si capisce bene quando si è depennati da una lista e ciò che non capiranno mai, è che questo genera una profonda libertà e soddisfazione.

sera d’agosto

In evidenza

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le Pleiadi faranno fatica a mandare messaggi stanotte, così i desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora in cui l’aria e la luce radunano i ricordi che, solerti, si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel ” sicuro” porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

I veneziani, alzando gli occhi dalle galee, avrebbero detto che il mare era il loro pavimento e il cielo il tetto della casa in cui abitare.

del deludere

In evidenza

Dovrei essere abbastanza plasmato dalla vita e dall’esperienza per sapere che la delusione ne fa parte. A volte è palese, quasi la preferisco, spesso è subdola, si forma col tempo in una somma infinita di equivoci che non sono tali ma infingimenti, piccole deviazioni della verità, cose che si nascondono.
Le persone che si raccontano diverse da come sono, le situazioni quando contraddicono la logica e l’evidenza, la riproposizione dell’arroganza nei rapporti personali.

In politica è ancora peggio perché il potere fa aggio sulla credibilità, alza il livello della promessa, dell’essere ciò che non è, cosicché i delusi si moltiplicano in relazione al distacco tra parole e fatti. E questo non si limita a generare un giudizio, ma diventa un modo di pensare che avendo l’autorevolezza del potere, dilaga tra le persone, diventa una perversione dell’etica.
L’assenza della stima per l’umanità, per il gesto buono, per il rispetto, sono opzioni di un mondo di furbi dotati del potere di ammaliare.
Così lo spregio della funzione pubblica affidata e piegata a fini di parte diviene lecito, anzi parte dello stesso successo in politica.

Molti accadimenti hanno prima del loro succedere, indizi di delusione imminente, avvertimenti, con cause distanti che maturano finché una goccia in eccesso renderà visibile il distacco tra realtà e racconto, fola o come si dice adesso, narrazione. Magari quell’ultima goccia viene ritenuta responsabile di una complessità che era stata banalizzata. Le cose importanti (lo so anche per mestiere), sono poche, ma ad esse si affiancano molte altre che rendono fragile ciò che non lo era, inaffidabile chi era ritenuto sicuro e attaccano persino le cose che deludono perché si dimostrano diverse da ciò che promettevano.

Questo deludere e diffidare diventa parte di un’etica pratica che investe la vita di tutti, dove la negazione di ciò che si era detto, dell’amore ricevuto, della passione profusa è parte del vivere. In fondo, se ben analizziamo, la delusione ha un effetto che tocca l’attenzione e l’ amore: quello per la verità, per i rapporti limpidi, per le cose dette e mantenute. È lo stesso sentire che quando non c’è delusione ci fa sentire accuditi. La nostra impotenza verso le azioni altrui, discerne e coglie la somma di ciò che non è stato amore e piange perché senza cura siamo abbandonati e soli.
Deludono le persone e ancor più ciò che esse generano perché alla fine è difficile vivere nella sguaiatezza, nella protervia, nella volgarità, nella negazione dell’umana bellezza.

mozziconi

In evidenza

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia raccontano,
improvvise passioni che
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe delle vite,
di ciò che s’è fatto e ciò che si farà.
Così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti
alla piccola gloria sognata, e persino al farsi quotidiano che si perde,
appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra i tavolini
e nel sorso delle bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un film di Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
perché la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare necessità al presente e alle vite.
Togliere a sera il rimorso lieve dell’uggia del non fare che in silenzio consuma.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie principii, desideri, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse, scompare il ricordo del mutare assieme
nell’attenzione d’un momento,
e persino l’incapacità d’affrontare la fatica di negare,
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

sempre condividerò

In evidenza

Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.

ma cosa sono questi errori?

In evidenza

Le persone pensiamo, a volte, cambino perché noi siamo cambiati, ma non è così. O almeno non è accaduto allo stesso modo.
Più passa il tempo e più penso che un dialogo profondo si possa avere solo tra pochi. Questo non mi toglie la curiosità di capire gli altri di sentirne il valore e la bellezza, ma capisco che le vite sono scie che hanno le loro traiettorie e destini d’incontro. Con chi ho conosciuto ed è stato molto vicino, anche nel comune sentire, oltre il piacere di vedersi sento che non ci potrà più essere quello che magari c’è stato un tempo. Neppure la gentilezza ha quello speciale carattere e dolcezza che la tolgono dal dovuto e la rendono unica. Quasi una sorta d’amore senza richieste ma solo il piacere d’esserci.
Quando questo reincontrarsi è così differente dall’attesa, ho la sensazione di un fallimento, d’ essermi sbagliato anche allora, e so che non è vero, non perché le cose accadute tra noi non fossero intense e piene di verità, ma perché io ne ho visto una sorta di eternità e ne ho conservato una bellezza che non è condivisa.
Curare che restasse la bellezza di ogni stagione del vivere, oltre il ricordo che modifica il sentire di allora e le circostanze, perché la vita non può essere tutto apprendimento attraverso errori. E di cosa parlano poi questi errori, di quale realtà che non c’è stata e non abbiamo capito? Anche di questo si dovrebbe discutere con noi stessi, perché le scelte, giuste o sbagliate, non sono mai state errori, ma il tentativo, a volte doloroso, di andare avanti, di capirsi di più ed essere veri in ogni nostra storia che si faceva pescando nella mente e nella carne viva.

diventa esatto ciò che è stato

In evidenza

Nel muro, tra pietre, una è un ricciolo che s’aggroviglia,
fiore d’una mano antica che lo pose a rincorrere i fratelli,
un frontone, forse, o l’alzata d’un uscio.
Il limes del dentro e fuori la casa,
cioè il nulla che guarda
e ci lascia indenni, attraversando la soglia.
Dentro, il pensiero che prima spingeva,
si quieta, s’interroga o trema
mentre le parole diventano inesatte
o insufficienti a dire,
a raccontare, ciò che muta il cuore.
È sorprendente come ciò che è stato si ripeta
e ogni volta sia insoddisfatta l’attesa.
Le parole mutano e diventano esatte
dopo che il tempo è già stato.

indifferenze come ideologie

In evidenza

Sarà il caldo inusitato, ma ormai è vietato pensare in auto, anche ascoltare la radio o musica è a rischio, a ogni passaggio pedonale c’è una bici che sfreccia e prima era dietro di te. Ti ho tagliato la strada, embè, stai attento. I vecchi col caldo dovrebbero stare dentro ai supermercati non per strada. Raddoppiare le attenzioni e pensare che l’indifferenza per gli altri dilaga e non importa il rischio. Credo che ci stiamo abituando a tutto quello che era maleducato oppure privo di attenzione, come si gestirà una società senza cura, senza un noi che prevalga sull’io? Finita la musica ora c’è il giornale radio e i toni sono roboanti, strafottenza e alterigia forse rassicurano chi deve comunque farsi votare, ma dove si trova quella piccola parte di verità che è il possibile adesso, il presente che risolve e prepara il futuro?

Ma non avvertite anche voi il fastidio di questo gioco delle parti, di queste indifferenze che diventano ideologie e una politica che si nutre di piccole rivincite, che non ha grandi ideali da offrire e tantomeno cambiamenti profondi e giusti della società, bensì solo un presente fatto di elargizioni, di privilegi ed elemosine? Non c’è un’idea di Paese da costruire, urgenze che se affrontate, tolgano le persone dalla sofferenza, un futuro che appassioni e meriti lo sforzo di essere parte di una nazione. Ho visto un manifesto che si richiamava ai patrioti. CI sono i patrioti, quelli che hanno una patria, un luogo fatto di tradizioni, di valori, di sentimenti condivisi assieme al loro cambiamento. Un luogo dove ci sia il progresso e il cambiamento, non solo le cose che si importano , ma quelle che si costruiscono e di cui essere orgogliosi. Sono questi i patrioti oppure sono quelli della caccia all’immigrato e che in tanti si mettono a picchiare due ragazzi che si tengono per mano. Penso che patria è il luogo in cui si cresce e si vive, la si ama perché essa si prende cura di cambiare il presente e il futuro e renderlo più condiviso, partecipato, eguale nella differenza di ciascuno. Per questo penso e credo che siano le cose che fa la politica e ciascuno di noi che danno un senso alla differenza tra l’essere di sinistra o di destra, perché un senso esiste ma implica che si scelga con chi stare, chi difendere davvero e come rendere egualitaria la società.

Ciò che è accaduto in corso di pandemia (mai finita per davvero e che non finirà finché non ci sarà una vera vaccinazione nei paesi poveri, incubatori di varianti) è divenuto lo specchio di ciò che comporta cambiare perché non è più possibile continuare come l’insieme dei rapporti sociali propone. Il benessere si ritorce contro di noi e diventa una variante sociale che anziché modificare in senso più sano le vite, renderle più belle e mostrarci ciò che è bello, toglie vita e sicurezza, presente e futuro. L’epidemia ha reso le strutture ospedaliere inadatte allo scopo per cui erano state costruite, ha ritardato cure che non potevano aspettare e riversato la paura e il peso dove il contagio si manifestava senza mutare nulla. E continua perché il ricco sta bene in tre giorni e al povero non si chiede se è ammalato. Dovevamo uscirne diversi, più forti e determinati a risolvere i problemi che erano atavici, ne siamo usciti più poveri e precari.

Ora con una epidemia che va per suo conto, una crisi economica enorme che incombe e una guerra in corso a due passi da casa, si arriva ad elezioni con un Paese stremato socialmente. Di che parleranno i partiti in questi poco meno di due mesi? Di quale futuro e di come gestiranno il presente delle crisi aziendali, oppure ci spiegheranno che sono i problemi dei tassisti e dei balneari la priorità in cui riconoscerci? Ci sarà qualcuno che parlerà della precarietà diffusa e di come intende affrontarla, del peso che aumenta nelle famiglie per vivere e di come ridurlo e riportando in auge una parola che non si pronuncia più: equità. Parola che spesso evoca e chiede si elimini l’ evasione fiscale. Ci sarà qualcuno che parlerà dei costi umani e sociali di una guerra che la diplomazia non ha voluto risolvere e della necessità della pace? Su cosa dovrebbero progettare i giovani e perché dovrebbero aiutare una comunità che chiede loro senza dare. Sono meno patrioti quelli che scelgono di emigrare perché qui non si vive più, non si può formare una famiglia senza l’aiuto dei genitori, non si paga il dovuto per chi esprime professionalità ma gli si offrono stages non pagati e lavoretti? Temi come il ricambio generazionale, ci saranno nei programmi elettorali e parleranno del modello di società da trasmettere per mutarla, con che tempi e con il contributo di chi? Cosa verrà trasmesso? L’ odio del diverso, la dignità come disvalore, l’illegalità del più furbo come intelligenza?
Sarà questo il discutere di politica e di futuro? Oppure saremo dentro la noiosa rappresentazione di una tragedia per vecchi biliosi, incapaci di cogliere un senso al loro essere assieme?
Il fastidio è per questo essere presi per il naso, guidati allegramente verso il precipizio della solitudine sociale, della protesta senza risposta, e vedere che c’è chi ci crede, chi applaude, chi pensa di avere un vantaggio se uno più disgraziato di lui annega nel Mediterraneo.

Ho evitato ogni ciclista e ogni pedone, adesso ascolto musica a casa, l’auto me la potrò permettere sempre meno perché carburante e autostrade sono aumentate, forse è questo il cambiamento di cui non si parla, ovvero che stiamo diventando più poveri e forzatamente ecologisti, ma non credo che sarà materia di scontro elettorale.

la mail e la lettera

In evidenza


Le cose si disfano e si fanno, incessantemente. Nei nodi c’è chi taglia di netto e chi con pazienza districa, punta al senso della fune che potrà riannodarsi, creare un nuovo legame. Era il mito di Gordio che con il suo nodo prefigurava l’unione tra il timone del carro, l’andare terreno e il moto del cielo. Così, il nostro, fidando del ripetersi delle cose e diffidando delle novità, riguardava quella mail che lampeggiava invitante, ma senza aprirla. Finché era chiusa poteva contenere una cosa e il suo contrario. E lui per innato senso di cortesia, rispondeva sempre e l’avrebbe di certo fatto, ma non ne aveva voglia, era stanco di parole, o sentiva che le domande lo colpivano esigendo risposte, spesso dove le risposte non c’erano. Diceva il possibile secondo i codici che intuiva discreti e non convenzionali. Nelle parole c’era la ricerca di un equilibrio tra il dire e il comunicare significati. Il secondo era quel trasmettere sensazioni, ciò che si sentiva. Scrivere lettere era cosa diversa dal trionfo delle parole della rete, gli spazi più consolidati e antichi, generavano un’affinità che assomigliava molto al deja vu dove in un altro momento della vita c’era stato un incontro. Questo rispondere alle lettere, era parte di quella conversazione che metteva assieme le proprie necessità con quelle di chi le ascoltava leggendo. Ascoltare perché c’era un modo colloquiale del dire che se si era conosciuta profondamente la persona che scriveva e nel leggerla si sentiva il tono della voce, la cadenza e il calore che l’accompagnava.
Rispondere, dire, comunicare, aprire una finestra che mostrasse ciò che vedeva e sentiva, questo era una lettera e non era quello scambio veloce delle mail. Ci si conosceva mai definitivamente eppure nel profondo, là nel luogo dove nascono e risplendono le passioni. Questo andava oltre ai corpi, al piacere, alla linea dell’amore, era ciò che più assomigliava all’essenza. E non correva ovunque, ma sceglieva, ordinava come le parole e ciò che con tenevano, fossero un bouquet da tenere per giorni in vista. C’era un giusto ritegno che accompagnava la scrittura, essa poteva diventare esibizione se travalicava il senso di un rapporto, le discese agl’inferi, erano possibili con pochissimi interlocutori ed esigevano un percorso reciproco. Bastava saperlo e dare ciò che era richiesto e si sentiva di dare. Questa era una lettera, la mail era altra cosa.

in fondo

In evidenza

In fondo la cosa più semplice è parlare di noi. Oppure degli altri. Di chi pensiamo di conoscere, insomma, e invece non conosciamo.

Quando arrivavo era mattina e il sole colpiva montagne, capannoni, case e alberi e campi. Indifferentemente. Raccoglievo i pensieri in un ordine che mi pareva sequenziale, cosa dire e fare prima e cosa fare dopo. Un’agenda insomma che doveva, a fine giornata, lasciare meno problemi e decisioni di quante ne avevo trovate al mattino. Poi ciò che vedevo, che mi veniva sottoposto, annullava quei pensieri che erano sbucati assieme a me dalla notte, mi lasciavo prendere da ciò che vedevo e sentivo. Mutavo atteggiamento, ascoltavo, cioè non parlavo a qualcuno di qualcosa ma lasciavo che la vita che era trascorsa parallela irrompesse è cercavo di capire modi e relazioni di essa con me. Così cominciava la giornata di incontri, di lavoro, di decisioni, e parlavo di quello che pensavo di conoscere e man mano lo dicevo mi accorgevo che mancava sempre qualcosa, che c’era qualche imprecisione, ma l’edificio si compensava e stava in piedi.

Quando tornavo era ormai notte, davanti avevo la strada, il tramonto d’estate e la nebbia d’inverno. Ed ero contento, stanco, spesso insoddisfatto, perché?

Guardavo le auto, i fari, pensavo e ascoltavo musica, poi ci sarebbe stata casa, la cena e la notte, per poi ricominciare la mattina dopo.

la corretta pronuncia dell’amore

In evidenza

Posted on willyco.blog 31 ottobre 2016

IMG_2387

Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E la e finale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

lettera 8

In evidenza

Quando è il momento di dire e quando quello di tacere? Per Lei è una spinta terapeutica che si attiva nell’oscuro equilibrio tra la voglia di guarire e quella di restare come si è. C’è un disagio, altri lo definirebbero un piccolo dolore che ha l’aspetto piacevole della conoscenza, di esso si sa cosa provoca, dove si ferma e persino il punto in cui lo si può sostituire con altro. Manca il benessere, resta il lamento, che è una risorsa personale e nazionale, per non mutare nulla, per non essere ciò che diciamo dovremmo desiderare di essere. Ma c’è il bisogno di regolare i conti con noi stessi e ci sono due possibilità:tutto ti è rimesso e ci salutiamo caro dottore, oppure rammendiamo assieme. Entrambe le possibilità hanno infinite sfumature e ripensamenti, ma ci sono ed è già molto saperlo.

A lei, caro Dottore, interessano i fatti e i moventi delle cose accadute che sembrano avere un significato che lega il disagio a qualcosa di profondo. e invece ne hanno un altro, non le parlerò né degli uni né degli altri, perché stavolta sento importanti i meccanismi che ora, sembrano, aver costituito un legame tra ciò che accadde e come lo vivo e ricordo. Ho pensato che Lei mi fa tornare pescatore. Gettavo la lenza, attaccato all’amo c’era un boccone succulento e aspettavo con curiosità di vedere cosa si sarebbe lasciato prendere. Piccoli movimenti del galleggiante prima del suo repentino innabbissamento e allora contava il colpo in risposta del polso e il lento tira e molla del riavvolgere la lenza per ficcare il pesca. Che non sempre c’era anzi non mancavano le spazzature, qualche residuo di inciviltà privo di significato apparente, però a volte c’era il pesce e quello valeva l’attesa e il tempo. Tempo mio, non d’altri che come tale era ben speso. Il pesce lo slamavo cercando di non fargli male e lo gettavo in acqua per una seconda vita. Chissà cosa pensava il pesce e se imparava qualcosa. Era una bella metafora, ma a quei tempi non ci pensavo:quante vite ci sono donate e cosa ne facciamo?

Sto divagando come al solito. Quand’è ora di dire ciò che si è trovato nel profondo e quanto questo ci cambia? Nella vita quotidiana la verità fa meno male, anche quella difficile collegata ai sentimenti diviene un tempo del dolore o del disagio che ha una durata e se cambia, gli effetti sono di un apprendimento, nel nostro caso le cose sono diverse, perché dopo non si è uguali, si è mutati nel profondo. Forse è questo profondo che fa paura (meccanismo) e induce a sopportare il malessere o ad attenuarlo, perché eradicarlo significherebbe entrare in un abisso.

Credo che sia ora di dire quando non se ne può più dei nodi che condizionano troppo è il momento di estrarre quello a cui si è girato attorno, lo si è diluito nei sogni, si è celato negli esempi e nelle finte rivelazioni. (necessità)

E bisogna essere pronti, non so se assomigli a un parto ma di sicuro qualcosa si chiude e qualcosa nasce. Serve una buona levatrice, Lei ha ancora voglia di fare questa operazione che è come la politica, vita, ma anche sangue e altro. Bisogna essere in due o si provvede da soli, vedremo caro Dottore, vedremo.

on poco de queo che se ghe dise

In evidenza

Ci si lamenta anche nel descriversi. Male perché il lamento è una richiesta di comunicazione inevasa o comunque non soddisfacente che aggiunge malessere senza dare soddisfazione. Quando si nascondevano i sentimenti profondi per educazione, si dissimulava un poco di apparenza buona per aiutare il disagio ad evolvere. Neppure questo andava bene e comunque l’epoca dell’educazione e della discrezione è passata, travolta con il romanticismo, con le guerre, le passioni che si sono spente. Ora ci si da del tu, si racconta tutto e non si riesce a dare un nome alla carenza di comunicazione che si nasconde sotto il troppo comunicare, forse per questo si parla d’altro oppure ci si lamenta.

Sembra che i vestiti che l’età ci confeziona non siano mai giusti. Tornano alla mente le parole: Manca qualcosa o qualcosa è troppo, entrambi accentuano un disagio privo di nome. Oppure c’è la gloria, propria o altrui, come se la vita fosse un trionfo di obiettivi raggiunti. L’adolescenza è l’età del desiderio sconnesso, non finisce mai, ma come ogni commedia a lungo andare, diventa farsa.

P. S. Un poco de queo che se ghe dise era l’innominata decenza che doveva accompagnare i gesti e il dire, frenare con l’educazione l’eccesso.

il senso del tempo

In evidenza

LA VERA OPERA

Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta.

~ WENDELL BERRY ~

Ho cercato nella mia vita, di tagliare di netto con ciò che mi era entrato nella mente, non ci sono mai riuscito. Neppure invidio chi ci riesce, anche se penso viva meglio il presente e il futuro. C’è chi lascia che le cose accadano e poi passa ad altro. Che sia un lavoro, un luogo, un amore, nulla è così stabile da impedire che le cose mutino con rapidità, i ricordi si dissolvano, la vita inizi di nuovo.

So bene che le cose non sono così semplici ma identifico la leggerezza con questa capacità e penso fortunato chi ad essa unisce la profondità. Sono pochi e credo sia qualcosa di innato come l’abilità nell’uso delle mani per la meccanica o quella del senso dei colori nel disegno, una capacità naturale che la vita si incarica di sviluppare e che io chiamo il senso del tempo proprio, ovvero il saper aprire e chiudere le porte dentro di sé.

Poi ci sono altri che per strane combinazioni di circuiti neuronali, hanno un’ asincronia col tempo. Vivono le cose come fossero spettatori partecipanti e per loro il sipario non cala mai, anzi la commedia viene costantemente riscritta variandone di poco la trama. Vivono, si adattano, vociano quando c’è da vociare. Non sono cattivi, né troppo diversi dal nero che confina con l’innocenza. Sono molti e medietà, a nessuno piacerebbe essere chiamato così ma ogni volta che ci si gira da un’altra parte, non si riflette perché si grida e a chi, si casca in quel conformarsi che non procura né fastidi né passioni. È un modo per guardare il mondo e gli altri lasciando che le idee, il discernere e l’unicità posseduta, pian piano si allontanino. A queste persone, e non sono poche, basta guardare e seguire, qualcosa ne verrà e se non era ciò che avevano desiderato, pazienza, se ci si adatta si sa sempre cosa fare.

Altri hanno voglia di cominciare la vera opera che ci riguarda, e questa inizia o per entusiasmo e chiarezza d’intenti, oppure quando sembra che attorno e dentro, le prospettive si svuotino. Quest’ultimo è il meditare senza saperlo, che poi lascia che emerga quel profondo che dormiva e che rende nuovi i colori e il cammino. Il vuoto, c’è lo insegna la meccanica quantistica, non solo è affollato ma è l’impalcatura dell’universo e il terreno su cui camminiamo. È da esso che nasce la strada prima ignota e nel vederla, l’io risvegliato si guarda attorno, finalmente libero di essere ciò che è e di crescere.

curo le parole

In evidenza

Curo parole, le aggiusto,
spesso sono ferite e non lo sanno,
zoppicano come fosse naturale,
si lasciano mutare, perdono colore,
smalto e per piacersi ancora non si guardano più dentro.
Aggiusto le parole, ascolto il sospiro lieve,
il profumo di erbe odorose,
l’aria che riempiono,
chiedo loro di non parlare
per respirare il sospiro afono e il profumo,
e sussurro loro il significato le guarisce.
Guardo le parole e i mondi che offrono all’udito,
sento i suoni di lontane voci,
crepitio di legna che arde,
bivacchi e rabbrividire di cavalli.
Ascolto ciò che non vuole andare,
quello che è diverso e uguale,
conto le parole nel silenzio
nei pensieri timorosi che le formano,
sento che tacciono in attesa
d’una carezza, un abbraccio delle labbra,
un cuore che le accolga.

il primo caldo del cambiamento climatico

In evidenza

L’aria non riesce a girare imprigionata dal caldo, le finestre sono una scelta tra zanzare e circolazione d’aria. Tutto chiuso, scuri compresi, come quand’ero bambino e la casa arroventava a partire dai muri. Il tavolato dei pavimenti schioccava dilatando e i mobili di legno pieno, la notte si assestavano allargando le fessure. Scricchiolii, rumore di zampette di scarafaggi, pronti a fuggire con la luce accesa in una confusione comica di spinte e capovolgimenti. Il giorno dopo una mano di mordente e di alcool puro avrebbe mandato chissà dove gli abitanti dei tramezzi e dei cannicciati. Altri anni e altre case che nella loro età conservavano stagioni, sospiri, presenze che si erano susseguite per secoli, spostando muri, aprendo e chiudendo finestre, ricoprendo di infinite mani di calcina e poi di colori i muri mai dritti. Erano uno scrigno di presenza che nei catasti urbani si vedevano con altre vite e soprattutto con altre idee di famiglia e di lavoro.

Questa casa è stata costruita negli anni ’50 con i residui recuperati dai bombardamenti,ci sono mattoni pieni, persino quelli di epoca romana ma non è l’altra casa, qui ci sono state poche occasioni di di mettere assieme famiglie e di seguire il muoversi delle persone verso altre nuove case, qui non è invecchiato nessuno, i nonni non hanno atteso i nipoti a Natale per il pranzo dei parenti, altre vacanze e abitudini hanno portato altrove e anziché mettere assieme in luoghi che diventassero parte dell’infanzia, hanno aggiunto esperienze di popoli e lingue distanti. Il dialetto non si imparererà più e certi piccoli segreti e abilità si perderanno. Non c’è nostalgia, quello che è nuovo è anch’esso abilità ed esperienza e i nonni adesso sono più giovani con la stessa età: si spostanovolentieri, vivono in posti per loro nuovi come fosse una vacanza per tutti.

Mi perdo e divago, penso a come è cambiata la percezione dello stare in un luogo nell’arco della mia vita, come si è passati da una famiglia fatta di appuntamenti in case che erano pezzi di vita per ciascuno, verso un migrare che dipende dal lavoro e da come la vita si rende possibile a ciascuno. Con l’ascensore sociale fermo, i figli o vanno distanti o restano in casa, ma in entrambi i casi è mutato un contesto culturale basato sulla trasmissione orale e del fare verso qualcosa che separa le abilità tra chi usa la tecnologia e chi ne è escluso. E anche i figli insegnano ai nonni, portano nozioni che apprendono con facilità in menti abituate a ragionare per un apprendimento lento, da incasellare col precedente. Gente da libri, insomma.

Il caldo arriva a ondate che la televisione annuncia trionfalmente, di temporali non se ne parla e si affrota quello che arriva con i mezzi a disposizione. Nel pomeriggio la penombra delle stanze rende morbidi i colori. Cosa ci si potrà togliere perché la pelle sia fresca? Il condizionatore borbotta ma non basta. Chissà di che si lamenta, forse del costo dell’energia e delle politiche di pace che non vengono costruite. Questo caldo così acuto è a ondate, sorprende e atterra. Se si esce la città si rifugia nell’ombra dei portici, i tavolini dei bar seguono la corsa dell’ombra, così i camerieri cercano consumazioni secondo percorsi nuovi. fanno un po’ pena vestiti troppo per stare all’aperto e allora li vedi che occhieggiano dal fresco dell’interno se si siede un nuovo avventore.

Mi è sempre piaciuta l’immagine di fresco che dà un bicchiere di birra appena spinato, la brina lo avvolge e le gocce che scendono mostrano la bellezza del colore dell’orzo, oro avvolto di schiuma e di vetro. Da bambino, mia Nonna mi portava fuori la sera per fuggire al calore che si annidava in casa, andavamo verso le piazze che erano ben piene di persone, lì dove avrei trovato i miei amici del giorno per i giochi della notte. C’era però una sosta che si sarebbe fatta prima di tornare a casa, Lei avrebbe bevuto una birra piccola in una birreria famosa del centro e per me ci sarebbe stato un sorso e un dolce fatto di arachidi e pasta croccante con una piccola cerimonia. Il banconiere che stava dietro a un bancone di marmo sempre fresco e sempre bagnato, avrebbe chiesto a mia Nonna: el picolo lo fazemo morire de sen? ( il piccolo lo facciamo morire di sete?) e mia Nonna sorrideva e gli diceva: daghe na spuma, ma picola ( dagli una spuma ma piccola) e intanto mi faceva assaggiare la sua birra con l’anice che avrebbe reso ancora più dolce e fresca la spuma in arrivo.

Il calore adesso arriva a ondate che hanno un nome, porta sabbia e fa entrare il cuneo salino nel Po, steso nel letto ascolto l’aria sulla pelle e penso all’Africa, anche lì il mare entrava nei fiumi e rendeva tutto sterile attorno, i popoli si spostavano e cercavano un luogo nuovo in cui stare. Migranti peer necessità. Solo le mangrovie resistevano e facevano barriera, c’era un programmma di piantarne decine di migliaia ma i soldi erano più lenti del mare e il sale entrava nella terra e nei pozzi. Per questo penso che ciò che già è accaduto altrove può assumere un altro nome da noi, ma cambierà le vite e non basterà chiudere gli scuri di giorno per aprirli la notte.

sassi sulla riva

In evidenza

Non posso pensare che tu pensi a me,
non come vorrei,
solo che mi sembra strano che non accada
e ciò dipende da quel sentimento che sembra rendere tutti eguali,
ma mi sbaglio,
e ad ogni errore sento che un pezzo s’è staccato.
Così nasce un piccolo dolore,
un’ asincronia tra ciò che sono e ciò che sei
anche se la ragione, con pazienza, spiega
l’inutile pretesa d’essere investigato
e compreso nelle pieghe dei desideri,
questo rivela almeno a me la complessità dei mondi che costruisco,
e ne vedo la bellezza e gli enigmi.
Resta la distanza del desiderio da ciò che accade,
e così sgorga la solitudine:
tra pensieri e sassi variopinti sulla riva,
che si calpestano incuranti,
d’essere stati loro vivi ben prima d’ogni nostro sentire. .

a proposito di buone maniere

In evidenza

Di chi era la colpa, allora?

Di tutti, di nessuno escluso: la colpa appartiene all’esperienza di ogni vita, lo insegna anche qualsiasi melodramma, ciò che avremmo voluto e potuto fare per gli altri e non abbiamo fatto, ciò che gli altri avrebbero potuto fare per noi o non avrebbero dovuto fare, e invece. I sospesi, gli errori, gli squarci, le parole di troppo e quelle di meno, i gesti brutti che generano traiettorie indelebili tra un corpo e l’altro, una mente e l’altra, un destino e l’altro, e restano lì, incandescenti per sempre, per sempre nitidi e osceni come certe incisioni sulla pietra, graffiti della vergogna che è impossibile sfregare via.

Simona Vinci L’altra casa pg 51 Einaudi

e C.G. Jung

“Se io mi intrometto (nel loro destino e nelle loro scelte), loro non hanno alcun merito. Il nostro sviluppo psicologico può veramente progredire soltanto se ci accettiamo quali siamo e se viviamo con il necessario impegno la vita che ci è stata affidata.

I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo.

Se, dopo aver sentito qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo punto di vista, un uomo se ne va e non ne tiene alcun conto, io non lo richiamo indietro.

Potrete accusarmi di non comportarmi cristianamente, ma non m’importa.
Io sto dalla parte della natura.

L’antico libro di saggezza cinese dice:
«Il Maestro ha parlato una sola volta. Egli non corre dietro alle persone, non serve a nulla. Coloro che devono capire – perché è questo il loro destino – capiranno, e gli altri non capiranno.»

Perciò io non insisto mai su una mia affermazione. Potete accettarla, ma se non lo fate, va bene lo stesso.»

(C.G Jung)


Le profondità che sono state dischiuse dalle scienze della mente, dalle varie accezioni della psicanalisi avevano lo scopo di guarire o di renderci migliori? Guarire nel senso di conformarci alle regole, di mistificare il mistificabile in carte luccicanti che lo rendesse sempre un dono anche quando dentro si nascondeva l’acrimonia, il giudizio o peggio il rancore, oppure la guarigione doveva essere davvero ciò che si è, compresa la capacità di sbagliare. Jung si esprime nel secondo modo e parla di lasciare che sia chi riceve il consiglio a decidere. Con sincerità, schiettezza e la forza di andare controcorrente, se necessario. Si tratta perciò di lasciare che gli uomini obbediscano solo all’etica del non nuocere ad altri con la propria libertà, oppure precipitare in un ottudimento di conformità che fa le cose giuste ma contrarie alla propria natura e ottiene approvazione scambiandola per amore.

La colpa è ciò che ci schiaccia se non c’è la possibilità che essa sia ricompresa nell’errore, nella costruzione del vivere attraverso sbagli che insegnano e che verranno ripetuti, ma la cui somma porterà alla fine un segno positivo e sarà quel segno il vivere. Certo ci si può dolere di molto omesso, del coraggio mancato, dell’essere stati altri da noi, ma c’è un momento in cui la verità viene improvvisamente alla luce, ed è quando irrompe l’amore, con il suo tempo alterato, le convenzioni ridotte a ciò che sono, ovvero manierismi di convenienza, con la sua maleducazione, perché l’amore è maleducato e rispetta solo se stesso. Ebbene questa forza immane di verità, annulla la colpa, rende possibile ri iniziare un percorso che sembrava chiuso e noioso.

L’amore agisce per istinto, poggia su una pulsione, genera desiderio, una triade così potente da sovvertire le cose e da investire esso stesso dimostrando se è vero oppure è una finzione della mente.

Su questa affermazione che può sembrare fuorviante e gratuita rispetto alle citazioni, fermo ulteriori considerazioni, ma si potrebbe proseguire occupandoci anche dei sentimenti e cercare di capire perché essi siano meno rivoluzionari dell’amore, discernere senza cattiveria tra ciò che si tiene e ciò che si lascia dopo l’amore, ma ciò che accomuna il tutto è come nell’errore e nella sua considerazione non sia questione di buone maniere e che una educazione da sempre manca non sul far bene o il far male le cose, ma piutttosto su quanto queste mutino le vite e le avvicinino o allontanino da ciò che siamo veramente. Chi ci interessa dovrebbe conoscerci quel tanto che basta per capire che c’è qualcosa di profondo oltre l’apparenza e che ciò che costruisce nell’ uno può essere la decostruzione nell’altro se non lo capise a tempo.

l’ordine ha fretta

In evidenza

L’orlo dell’inquietudine è tagliente
e arduo,
come certe lettere dove scivola il pensiero,
mentre dicono cose grandi, immense
tanto da far chiudere gli occhi
e predisporre labbra e cuore.
Sta in equilibrio sull’a di amo e corre sino all’o
dove scivolare è facile,
vive dello sperare o dell’attendere,
e rivela che è l’ansia di perfezione,
che trascina nell’abisso il cuore inquieto.
Solo il disordine sa attendere,
e sorride nell’incompiuto spingendo il passo,
l’ordine ha fretta, dispone le cose
come dovesse partire verso un dove che non sa.
Quieto è dentro al cuore, l’incompiuto amore.

scritture con tratti grossi e sottili

In evidenza

Come l’ uccello femmina che si tuffa nel profondo, senza timore cerchi, trovi, e riporti in superficie ciò che s’era nascosto.

Al mio richiamo non rispondeva, non c’era, non era, sembrava un abbaglio. Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge, il cielo senza luce.

Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria, pare sussurri parole desiderate, ma accendere la luce, illuminerebbe solitudini difficili.

Eppure, credo, e tu lo confermi, che il nome di ciò che si sente è ciò ch’esso contiene, e che non sia perduto, ma attenda la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza.

Leggero il polso, sublime il tatto, scrive parole grosse e sottili che si stendono, restano, penetrano, sollevano. E in quell’attimo infinito pare ci sia la felicità.

la vita altra

In evidenza

Si è levato un forte vento che scuote gli alberi del giardinetto. Il vento si vede così, nello scuotere di foglie, nel sollevare mantelli che ormai non ci sono più e nel pulire le cose e l’aria. La vita queta osserva da dentro casa, dai bar, dalle finestre di alberghi in cui resteremo qualche notte. A volte una. Quanti alberghi ho cambiato durante gli anni dei vari lavori, stanze linde stili che riflettevano il Paese, luoghi al limite dell’accettazione in Africa o in Medio Oriente. Il vento continua a folate e mi torna a mente un albergo sul Carso Triestino che aveva una finestra che guardava il golfo verso Muggia. Le folate di bora increspavano l’acqua in modo uniforme e il riflesso la rendeva un tessuto dalla plissettatura infinita. Ho una particolare predilezione per il golfo di Trieste, per me è uno dei luoghi che nel mondo si dovrebbero vedere e assaporare, la città lo accoglie con il vestito della festa ed è un susseguirsi di piazze e palazzi che guardano il mare. In piccolo, questa struttura che assomiglia ad un abbraccio si ripete nei piccoli paesi che sono lungo il crinale carsico, come vi fosse un invito al vento e una necessità di vedere nella sua interezza l’arco del golfo. E’ una cosa strana per chi viene dalla pianura ed è abituato alle piazze che si chiudono in se stesse e nei palazzi che le circondano, vedere questo mostrarsi al mare è una generosità reciproca che accoglie e chiede protezione.

In ogni albergo c’era una poltroncina e ovunque mi sono seduto vicino alla finestra, per leggere il libro che avevo con me o per completare una relazione e gli occhi, ogni tanto, si sollevavano dalle parole e guardavano fuori. Spesso era sera, prima di cena e il cielo si scuriva, rendeva diverse le cose, una parola, l’ultima lettta, voleva dire di più. Essere scavata nel significato e messa in quel luogo come un segnalibro della mente. Da una parola è facile saltare ad altro, evocare un ricordo che apparentemente non ha relazione con nulla di ciò che attornia, oppure la parola trasformata suscita un sentimento e questo cerca una corrispondenza dentro di sé e al tempo stesso in ciò che gli occhi vedono in quel paesaggio strano che sono i panorami fuori delle finestre degli alberghi. Così il cielo non è più estraneo, le cose sembrano già viste e gli uomini hanno lo stesso linguaggio, le stesse passioni che sento, ma cambiate e ognuna riportata in una casa , in un angolo dove ci si siede per leggere, in mobili che non conosco ma che a quella persona sono familiari. Ciò che ci unisce è il sentire le emozioni, la forma dei desideri prima che vengano distorti da ogni educazione, la capacità di pensare e riflettere. Ciascuno a suo modo e con la sua profondità e nulla è banale o scontato.

Molti anni or sono, stavo facendo una traversata a piedi dell’appennino e giunto sul passo trovai due case, l’una di fronte all’altra, in una c’era un negozio emporio, piccolo, con la porta a vetri incorniciati e il campanello che suonava quando qualcuno entrava. C’era di tutto disposto su scaffali di legno, il cibo era su un tavolo di marmo che fungeva da bancone e i panini erano veramente ottimi, curiosai in mezzo alle tante cose e c’erano gli oggetti non venduti di un passato che si era accumulato pacificamente in attesa. La casa di fronte era del 1500, solida e con la forma di un edificio che doveva durare. Una lapide accanto alla porta riportava il nome di un antico, forse famoso, proprietario, che al servizio del Granduca di Toscana ritornava a questa casa per essere se stesso. E lì aveva trascorso gli anni della vecchiezza in studi e pensieri nuovi. Mi aveva colpito come in tempi in cui non c’era nessuna comodità vicina, ci fosse stata una scelta di quel genere e come Montaigne l’immaginai in una poltrona vicino alla finestra e attorniato dai suoi libri, che confrontava il suo tempo e la sua casa con ciò che passava per una strada di passo.

Penso che da qualche parte, in ciascuno, esista una casa interiore, un luogo dove essere accolto e che quella casa abbia un angolo di desiderio di quiete da cui guardare se stessi e fermare il tempo delle cose per essere in sintonia con il tempo nostro. Il kairos interiore che ripropone la vita, il significato dell’occasione, la pace e l’equilibrio del sentirsi parte di qualcosa di molto più grande ma di essere unici e irripetibili. Non c’è nostalgia in questo tempo, solo il mettere i sensi al suo servizio e cogliere il vento, le luci che s’affiocano, il libro, le parole che sussurrano di altre vite e il tepore di questa casa interiore dove domina la quiete e l’attesa del buono.

ho paura

In evidenza

A parte gli occidentali ciechi e quelli ideologici, che tracciano una linea invalicabile tra bene e male, mettendo l’uno tutto da una parte e l’altro riservandolo ai “nemici”, penso che chi investiga un poco sul mondo in cui vive, abbia paura. Per i propri cari e per sé. Mai come in questo tempo si sono concentrate e intrecciate minacce globali che esigerebbero approcci in un clima di equilibrio cooperante. La devastazione climatica del pianeta, la pandemia in atto, le guerre in corso e in particolare la guerra in Ucraina sono tre problemi che si rafforzano l’un l’altro. Il clima è passato in secondo ordine e sembra sia un problema di auto eletttriche mentre le centrali per produrrre energia hanno ricominciato a bruciare carbone e olio pesante. La pandemia risorge in estate, cosa che nessuno aveva previsto ma se si va a spulciare quanti vaccinati ci sono nei paesi poveri, si scopre che un miliardo di dosi di vaccino promesse non sono state consegnate ed è il 50% di quello che doveva essere dato per arginare varianti e malattia. Ora la malattia viene considerata una affezione ordinaria che ha vincoli contro il contagio basati sulla buona volontà o timore delle persone. Poi la guerra in Ucraina ha messo in luce che il mondo non è così in equilibrio come si pensava e che non bastano i commerci e la globalizzazione per definire scambi e interesse alla pace. La NATO modifica la sua strategia e diventa soggetto globale di difesa per gli aderenti, ma anche di offesa se questa si intende come eliminazione di una minaccia. Per far aderire Svezia e Finlandia che venivano rifiutate dalla Turchia, vengono dalle prime, firmati impegni a consegnare esponenti del PKK Curdo, considerati terroristi dalla Turchia. Basterebbe pensare a quanti peana sono stati indirizzati allae donne e agli uomini delle forze Curde nella lotta contro il Califfato per rendersi conto che viene sacrificato un intero popolo a cui dovremmo essere solo grati per il sangue versato.

Quello che si fa strada in occidente e nella pallida Europa, che rafforza i suoi armamenti e non esercita un proprio ruolo di pace, è un relativismo sulle questioni che contano e sugli equilibri necessari perché vi sia un mondo pacificato. Anzi circola una sorta di rimozione o indifferenza sulle dichiarazioni per la presunta necessità di una guerra globale per stabilire il predominio dell’occidente. Altri, che si ritengono realisti, teorizzano nuovamente l’equilibrio del terrore come negli anni 50 e 60, ovvero il fatto che nessuno userà l’arma nucleare perché sarebbe la fine per tutti, ma non solo l’incidente, bensì l’addensarsi delle minacce unite all’indifferenza, diventano esse stesse fattori di possibile deflagrazione di un conflitto nucleare. E’ come fossimo tornati nella primavera del 1914 quando le capitali europee si interessavano delle novità della tecnologia e dei nuovi balli mentre si preparava il conflitto globale. Il ruolo della Gran Bretagna in questa visione che sceglie altre vie rispetto a quella diplomatica per la soluzione del conflitto, fa sparire i problemi della Brexit e l’instabilità governativa di cui gode dopo l’uscita dalla U.E. anzi detta a quest’ultima l’agenda delle azioni e delle priorità. Si dirà che i principi, l’autodeterminazione dei popoli vengono prima di ogni altra cosa e con essi la piena sovranità, sarebbe interessante scavare su questi diritti che valgono per alcuni e non per altri e di quale sovranità godono i governi e gli Stati che sotto il ricatto economico e/o quello dei vincoli dei trattati firmati in ben altri contesti, sono a sovranità comunque limitata. Può ben testimoniare la Grecia di cosa stia parlando, dopo la cura della Troika. Comunque la si pensi, l’euforia che circola è ingiustificata e ognuno dei problemi evocati è suscettibile di provocare disastri di migrazioni o peggio.

Alla conferenza di Vienna sulle armi Nucleari (ICAN Nuclear Ban Forum) di 15 giorni or sono, oltre alla necessità di mettere al bando ogni ordigno nucleare e lo sviluppo di queste armi è stato evidenziato dalle relazioni degli scienziati sulla guerra nucleare che queste non lasciano scampo né immediatamente né nel tempo con “l’inverno nucleare” che farebbe morire di fame chi fosse scampato alle esplosioni e al fall out radioattivo. Eppure la rilevanza che è stata data a questi 65 Paesi che chiedono di togliere questa minaccia aper l’intera umanità dagli arsenali, è stata marginale rispetto alle altre notizie sui media.

Questo ancor più mi convince di un clima di indifferenza o peggio di un preferire che le questioni siano risolte per via bellica. Trovo fuori di ogni ragione che questo accada e che non si faccia ogni sforzo per riattivare la via diplomatica alla soluzione dei problemi, che oggi riguardano apparentemente l’Ucraina, ma in realtà trattano del riconoscimento di potenza nel mondo dei tre blocchi che si sono formati in questi anni a partire essenzialmente dal 1991. Per questo scivolare in una logica di guerra, ho paura e ormai basta un nonnulla perché vi sia l’inizio di una reazione a catena. Poi il tanto peggio diventerà tanto meglio per chi avrà l’illusione di salvarsi.

Pensiamo a un mondo in cui non vi sia cooperazione, che vada verso il conflitto e chiediamoci che libertà potranno esserci in “democrazie” vincolate al pensiero unico? Quali economie e che progresso potranno essere usati per risolvere i problemi del clima e delle nuove malattie, Forse i luoghi più disgraziati saranno risparmiati, forse l’inverno nucleare e il fall out si dimenticheranno in una distopia inane delle parti meno accessibili del mondo, ma la specie farebbe un balzo indietro immane.

Anch’io ho un sogno e spero, vorrei, che Biden, come presidente degli Stati Uniti e leader dell’occidente chiedesse alla Russia e alla Cina di stabilire un equilibrio, che le armi in Ucraina tacessero e cominciasse il negoziato. Questo è quello che non avvenne lo scorso secolo, solo che ora non basta l’Europa, c’è il mondo che deve essere riequilibrato. Continuo invece a sentire i perenni giustificazionismi di una politica di potenza e predominio spacciata per libertà e questo mi fa capire che la discesa è cominciata.

E ho paura.

lettera 7

In evidenza

Caro Dottore, ricorderà, giugno era la stagione dei temporali, violenti e pieni di grandine, sembravano gli sfoghi giovanili di una stagione riottosa, profuma vano di fresco, di calcia strappata ai muri e di vestiti bagnati. Ne ho visti tanti, ovunque, anche se quelli di casa avevano un sapore particore, quelli dell’acqua che si faceva strada dal tetto attraverso la soffitta, a quelle furie improvvise risalgono ricordi dei miei primi anni. Vedevo dalla finestra di casa, le saette che si scaricavano sui parafulmini dell’ Università, che era oltre al canale. Un lampo e il tuono quasi assieme, tremavano i vetri della casa in cui ero nato, mia nonna era tranquilla, mia madre molto meno. Si diceva che l’acqua attirasse i fulmini, quindi dovevamo essere tranquilli, ma gli scuri venivano sbarrati e lo spettacolo finiva. Poi il canale è stato interrato con i suoi ponti romani e la casa dove sono nato è ora una residenza di pregio dove di certo non piove dentro, ma i temporali non ci sono più. È rimasta la consuetudine di finire la scuola prima del Santo, il 13 giugno, e questo mese credo abbia la funzione strana di essere estate senza esserlo e di preparare la vacanza che non c’è ancora.

Noi due siamo abbastanza legati alle abitudini da rispettare questa consuetudine scolastica e gli incontri aspetteranno settembre, però sappiamo entrambi che il riposo è una conquista e una predisposizione. La predisposizione l’ho perduta per strada, con la giovinezza e così devo costruirla sapendo che la vacanza ha un bagaglio in più con sé: i problemi nostri o altrui ricevuti in dotazione, che ci accompagnano. Questo riguarda me, non lei che avrà altri pesi da scaricare ed equilibri da riconquistare.

Dovrei parlarle di quanto mi ha influenzato la casa dove sono nato. I ricordi che ne ho, sono frammenti naturalmente, un balcone su cui posa a il piatto e venivo imboccato, l’ottomana foderata di rosso bordeaux su cui dormivo in attesa di chi mi mancava, il secchiaio di granito vicino a una finestra. Le scale di pietra di Nanto consumate e il portone al centro del portico. Credo importi anche il fatto che ci sia un asse del camminare che unisce la casa a quella parte di città, a come sono cresciuto, cosa ho visto e capito allora. Questa relazione con quella casa ho tentato di riprenderla, ma la proprietaria, oltre a trattarmi in malo modo, mi ha rifiutato di venderla e temo, dal tono, che ci fosse qualcosa di personale. Forse l’attività politica o un bagno di realtà a fronte di una romanticheria. Comunque lle cose sono andate altrimenti dai desideri e a me restano i ricordi.

I giorni di vacanza da adulto, avevano bisogno di una settimana di decompressione. La chiamavo così come fosse un riemergere, perché in essa c’erano ancora tutte le presenze della vita ordinaria, il lavoro, le questioni aperte che riguardavano il personale e il collettivo, il telefono. Per anni mi sono lasciato prendere dal mito del non chiudere mai il telefono, di esserci sempre. Lo faccio anche adesso ma lo metto talmente distante da dove dormo che potrebbe essere spento, solo che superare questa abitudine mi costerebbe almeno una riflessione interiore che mi spedirebbe indietro nel tempo e ad alcuni miti che comunque ho lasciato si creassero. Quello del non dormire mai nelle ore canoniche, ad esempio, altrimenti come facevo a camminare di notte per la città o a rientrare che albeggiava da qualche incontro che era avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. Conosco il canto dell’allodola ma non sono Romeo. Quella vita era intessuto di miti e deliri di onnipotenza che dovevano servire a rappresentare la responsabilità del capo ai miei collaboratori, ma in realtà penso che non solo non mi prendessero sul serio come esempio, ma che scuotessero la testa pronunciando qualche frase pesante nei miei confronti oppure che pensassero a qualche seconda vita che avrei vissuto a loro spese.

Lei ha già capito che questi non sono che in parte nodi che rimandano a un antico senso del dovere e alla cattolica etica del sacrificio, così come mi era stata insegnata, con le dovute trasgressioni. E’ l’idea del mare e della montagna, i comunisti al mare e i democristiani in montagna, poi non era così, ma tra un mare libertino e una montagna castigata era chiaro cosa doveva essere preferito. Al mare si andava con la famiglia o da malaticci, in montagna per scelta libera e autonoma. Io andavo al mare, da solo, in compagnia, con la famiglia, ma al mare. La libertà era ovunque ma bisognava maturarla questa libertà prima di poterla vivere e capire che per essere liberi non serve il consenso altrui. Questi nodi del dovere e del farsi carico rimandano a cose più profonde e questa è una lettera non è una seduta in cui lasceremo svolazzare questo nodo, che fortunatamente non è diventato scorsoio ma qualche danno l’ha fatto.

Il danno maggiore lo connetto alla difficoltà di mettersi davanti, a far emergere l’io come priorità e trarre da esso tutti quei no che dovevano essere pronunciati a tempo. Il mancato no è corresponsabile delle delusioni successive, ma non ne è l’artefice. Le delusioni nascono da una forzatura del reale, da una cecità e naturalmente, dall’idea di poter comunque risolvere i problemi. Parlare di delusioni mi sarebbe facile nella casistica che rimanda a ferite aperte, ricostruzione della fiducia, necessità di ricomporre le coordinate per ricominciare a camminare. Lei credo conosca Puer eternus di Hillmann e la sua spiegazione della delusione e del tradimento, pensi che quel libro mi convinse talmente che ne regalai almeno 5 copie. Forse era ancora quando pensavo che se un libro cambiava il mio modo di vedere l’avrebbe fatto anche con altri. Emergeva l’entusiasmo dell’adolescente che scopriva i sentimenti, ma non funzionava così e penso che chi lo riceveva non ne traesse alcun beneficio personale ma continuava nella sua vita reale. Se in Hillmann la delusione e il tradimento fa parte del rito di iniziazione ad un diverso rapporto con chi aveva avuto la piena fiducia, posso aggiungere che mentre nel racconto del rapporto tra la fiducia del figlio e il tradimento del padre, esso viene comunque controllato, ossia il figlio si fa male nella caduta ma non troppo, nel mio caso questo paragrafo era stato omesso e ogni delusione è stata senza paracadute. Poi si parla del tradimento e di come questo può/deve essere inglobato nel vivere attraverso una sua maturazione che non lascia le cose come sono ma le evolve. Beh la teoria taglia la carne e nell’inglobare queste piccole batoste le ho messe tra i fallimenti.

Non c’è titolo a questo sentire, è parte della vita, come non c’è un nome vero a ciò che fa male, è una sensazione negativa lunga che sembra aspirare la speranza che le cose mutino. Ho capito che non si può stare fermi e che camminare muta le cose, non in meglio o peggio, quello si decide dopo, ma la mutazione avviene. Star fermi invece non cambia nulla, semplicemente attende che si ripeta la delusione e al tempo stesso la nega. Andare avanti, contare su se stessi, cercare il nuovo che può accadere, senza rinunciare a nulla. Ho una immagine di me bambino che in altri modi si replica da adulto: sono sopra una montagnola ed è fatta di terra, radici, piante, trucioli e sassi. La salgo di corsa e altrettanto di corsa la discendo. Altre volte è un’alta d’una di sabbia da scalare e dalla cui cima si vede il mare prima di lasciarsi scivolare avvolto da mille granelli di luce.

Buone vacanze Dottore, ci sarà tempo per risentirci senza parlare.

attese

In evidenza

Ho atteso non poche persone che non sono arrivate qunado dovevano. Segno di un talento che avrei potuto sviluppare: togliere scopo all’attesa e a ciò che essa nscondeva. Quando queste persone arrivavano, se arrivavano le scuse addotte erano banali: il traffico, un contrattempo improvviso, la batteria scarica del telefono oppure la cabina telefonica guasta che impediva di avvisarmi. Qualcuno, a suo modo onesto, mi diceva, gorni dopo, che se l’era scordato e che gli serviva un’agenda, entrambe le cose erano un’offesa ma mi rendevano allegro perché non aveva mentito su quanto contassi per lui. Devo anche precisare che non chiedevo nulla, non sollecitavo risposte, per cui alcuni incontri non avvenuti già determinavano il loro esito come fossero avvenuti davvero. Se non erano importanti per l’altro non lo erano neppure per me.

I luoghi In cui attendevo dopo i primi 5 minuti, m’imbarazzavano. Se erano bar mi sedevo e mi sentivo obbligato a prendere qualcosa, un caffè o almeno un’acqua minerale, poi quando mi portavano via la tazzina o il bicchiere, prendevo un aperitivo o un birrino. Nel frattempo estraevo, una penna stilografica, un taccuino e scrivevo. Scrivevo di tutto senza un fine che non fosse quello di portarmi altrove. Ho un cassetto pieno di questi taccuini dell’attesa. Mi sembrava che attendere fosse un tempo sospeso, di elapse, tolto dall’elaborazione della vita e che quindi non contasse per davvero. Quindi negli anni tutte queste attese dovevano essere tolte e messe in una vita parallela che aveva bena latri contenuti: quelli dei taccuini ad esemio, oppure quelli dell’osservazione delle persone che mi stavano attorno con le loro storie, così simili alle mie, che immaginavo e trascrivevo. Questo tempo che non contava faceva parte della vita diversa che ciascuno vorrebbe vivere, ma poi riprendevo coscienza di altri impegni e mettevo un limite all’attesa. Guardavo ripetutamente l’orologio, il telefono, l’orologio del bar e dopo aver dato 5 minuti oltre il limite che mi ero concesso, pagavo e me ne andavo. A quel punto speravo che la persona che dovevo incontrare non arrivasse più perché avrei dovuto ascoltare le scuse, sorridere, risedermi e prendere un’altro caffè. Credo fosse per quel secondo caffè e non per il ritardo che diventavo nervoso, ansioso di chiudere l’incontro, fare in modo che non avvenisse come avevo desiderato per ritrovare una libertà che mi sembrava mi fosse stata donata,.Mi alzavo, cominciavo i saluti, rinviavo a momenti con più tempo le cose da decidere e se la persona si offriva di accompagnarmi,declinavo con cortesia, dicendo la verità :avevo bisogno di pensare prima di arrivare altrove. Un incontro aveva smarrito un senso e riordinare, senza farsi prendere da rabbie inutili, la vita successiva esigeva un riprendere possesso di quel me che avevo messo a disposizione.

Ho scoperto che facevo lo stesso con l’attesa di una lettera o di una telefonata. Se l’attesa non provocava ansia per il particolare legame con la persona, aspettavo con curiosità, facendo altro. Subentrava il gioco del chiamo io o attendo che chiami tu ed era un buon crivello che, superata la cortesia dei convenevoli inutili, lasciava come necessità solo chi importava davvero. Se c’era un feeling comunicativo, i messaggi erano folti, rimbalzavano dall’uno all’altro con una loro necessità e sintonia itrinseca che li rendeva sempre urgenti e insufficienti. Poi si avvertiva la parabola discendente, era stata fatta una scelta, non era avvenuto quello che si era preparato attraverso la comunicazione e la delusione cominciava a farsi strada, rarefaceva, telefonate, messaggi e contenuti sino a scomparire. Non era più necessaria.

Ciò che è necessità per un lasso di tempo è il contrario dell’attesa inutile, è pieno di contenuti, di speranze di evoluzione, di costruzioni del possibile. Si nutre di simboli, tempi e alimenta in continuazione il presente e il ricordo. Comunque determina decisioni che diventano irreversibili, nella freccia del tempo sono un prima che non cessa di produrre effetti, anche se il suo scopo apparente non lo raggiunge. Ho conosciuto persone che hanno costruito la vita su una possibilità che era sfumata e non posso dire che, apparentemente, fossero vite meno piene o soddisfacenti. Si erano basate su un’attesa dando ad essa un significato assoluto e continuavano ad attendere.

p.s. non sono mai riuscito a spiegarmi bene questa assenza di insofferenza all’attesa, una risposta me la sono data sul fatto che chi mi faceva attendere apparteneva a una vita complessivamente poco importante, ma un’altra spiegazione era più radicale ovvero che quelle persone diventavano più o meno importanti in relazione al loro giudizio su di me. Chi mi faceva attendere mi considerava non determinante per la sua vita e la comunicazione al più sarebbe stata formale, avrebbe usato il mio tempo senza profondità e rispetto, questo li collocava nella mia mente tra quelli che non avrebbero avuto interesse, anche se non poche volte poi mi sono accorto di aver sbagliato.

perdere i treni, gli aerei, e andar via

In evidenza

Dalla finestra entra una luce di lato, alla Hopper, illumina e ingentilisce i profili delle case mentre rende indistinti quelli delle persone controluce. Non dovrebbero esserci assembramenti ma ci sono frotte di famiglie e amici che usano le stesse piccole strade e allora nel distanziarmi guardo i capelli che diventano masse e le ombre che s’allungano, mentre sbiadiscono i colori. Ripenso alle domande senza risposta, quelle che si annegano nelle parole perché non si può tacere oppure il silenzio diventerebbe assenso. Ci sono domande che ne nascondono altre e che vorrebbero una risposta che vada al giusto livello di comunicazione, ma quasi mai siamo/sono disponibile a dire cosa non va davvero oppure spiegare il dubbio e la sua natura, ciò che ferma un entusiasmo mentre il desiderio s’alimenta, lo squilibrio che esiste tra ciò che verrà fatto e quello che si era pensato e voluto.

Si potrebbe pensare ad una propensione all’insoddisfazione, ma non è così, da qualche parte la pienezza esiste, come la bellezza quando viene colta. Solo che a volte si vorrebbe essere altrove, in quel luogo dove tutto questo è facile, naturale, conseguente. Per tutta la vita ho avuto fama di ritardatario e ci ho sempre riso sopra, ma non ho mai perso un aereo, un treno, un appuntamento importante, ebbene ora capisco che bisogna perderli i treni per far accadere altre cose, che gli aerei possono attendere e che il luogo in cui portano non era quello che avremmo voluto. Capisco che le persone importanti, ne ho conosciute molte che si ritenevano tali e si comportavano di conseguenza, non sono poi importanti per davvero. Comprendo che molte cose lasciate a un filo dall’essere concluse non sono state non finite per caso e che la fuga, come ci insegnava Laborit, è il primo istinto che aiuta la specie a salvarsi. Lo penso ora, e credo che sotto traccia, l’ho sempre pensato, come un disordine interiore che si ribellava alla costrizione ma pretendeva più verità. Il coraggio si costruisce su cumoli di piccoli errori, qualche viltà veniale, di verità precarie conquistate con fatica e con i gesti che rimettono tutto in ordine dentro di noi. Così ho anche pensato, mentre la luce aveva perso la sua brillantezza, al gusto per i particolari, a quanto essi rivelano e come sono capaci di andare a dormire quando nessuno più li guarda. Un particolare è un pensiero realizzato, privo di contesto nello sguardo, ma funzionale al tutto. E’ una metafora della vita quasi perfetta perché ha un posto e una funzione, ma non sgomita per apparire essenziale. E può essere non terminato per lasciare la possibilità che la mente completi ciò che manca.

Davvero dobbiamo mettere in ordine la vita esteriore, fare l’esame di maturità ogni volta che ci guardiamo indietro, completare le età? I nostri curricula fortunatamente incompleti, racchiudono la possibilità dell’incontro, del mutamento e insieme a questo c’è la possibilità di essere sereni perché si è vissuto come si è potuto, ma quell’enorme mucchio di cose fatte e rifatte non appartiene a una sola età bensì a tutte e tutte ha continuato a far vivere. In diverso modo, con intensità che che crescono oppure diventano ciò che sono: polvere che si perde.

Il passato si fonde con il presente e con le età in ciò che sono diventato e non ho un giudizio su di me, casomai il bisogno aumentato di assomigliare a qualcosa che mi porto dentro da quando ho iniziato ad articolare i pensieri, a mescolarli con gli altri sensi e farne un essere che si cercava. La vita diviene un flusso in cui si nuota e se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiuderlo ma solo di vivere. Tanto si è quello che si è in ogni momento, la somma di tutto ciò che si è stati e saremo.

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita ed erano incapaci di una carezza, la riconquista dell’affettività senza tempo è una grande consapevolezza che lascia aperte molte porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le sciocchezze sono passate, erano in maggioranza negazioni di ciò che ero davvero, solo il ridicolo interiore mi fa paura e addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. L’autoironia e una risata libererà gli uomini, questo ho capito e mi piacerebbe molto venisse insegnato non dall’esperienza ma dall’amore.

entomologia politica

In evidenza

Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.

No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.

Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.

Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.

Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.

lettera 6

In evidenza

Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.

ciò che si riesce a dire è sempre incompleto

In evidenza

Fuori l’aria s’ è riempita di piccole infiorescenze. Questo annuncio d’estate porta profumi intensi e notturni, la stagione del tiglio è tornata. Le stagioni erano prevedibili ora sorprendono sempre, e sono diverse perché assieme mutiamo. Un tempo i tigli erano un’ondata di profumo per le passeggiate serali e poi una poltiglia scivolosa che attendeva la cura degli spazzini, adesso sono un piccolo segreto che non si condivide. Ricco di sottigliezze e sensazioni. È il tempo vissuto che fa questi scherzi. Scorrono le nostre piccole virtù e con esse le abitudini a cui con l’età è difficile rinunciare tanto esse ormai coincidono con noi. Anche nelle persone che si amano ci sono aree di fatica, sordità e cose scontate. In fondo ci conosciamo col limite della curiosità e non siamo obbligati ad essere costantemente aperti e curiosi. Le passioni, dopo il tempo in cui tutto sembrava sovrapporsi, divergono. Non vanno distante, come per i bimbi che sperimentano le loro indipendenze, restano a tiro di voce e ogni tanto gli occhi si alzano e cercano il corpo noto e amato. Così non si parla di ciò che si pensa annoi o non sia sentito con altrettanta passione: forse è questa la stanza tutta per sé di cui si sente la necessità, anche se c’è disillusione se la porta non viene mai bussata.

Chissà che significano per gli altri le cose a cui dedichiamo tempo e attenzione. Mi sono dedicato per anni a mestieri come la politica, irti di spinosità e rade soddisfazioni, cosa emergeva delle notti insonni, delle piccole vittorie, delle immani cadute, quando ciò per cui avevo lottato, naufragava. Ogni sconfitta era un raccogliersi. Un dirsi che ci sarebbe stato altro tempo, che esso mi/ci avrebbe dato ragione e intanto passavano gli anni. Si poteva pretendere che il mondo a me/noi più vicino stesse fermo, che attendesse? No di certo, eppure nella sconsideratezza che accompagna ogni passione, la rende grande a noi e la giustifica, quell’irrazionale attesa da qualche parte c’era e doveva ogni volta essere rintuzzata, ricondotta a ragione.

Così ci si abitua a capire che le vite proseguono parallele e si toccano comunque, e nella sublime geometria dei sentimenti ciò che è separato non lo è mai davvero o del tutto. C’è un incomunicabile amoroso che rispetta e lascia crescere, guarda e anche quando non capisce bene l’importanza, accetta e lo mette sotto il nume tutelare della fiducia. Anzi ne fa materia sorridente, specificità d’un rapporto. Questa credo sia l’incomunicabilità fisiologica del non dire ciò che si agita dentro e che non ha voglia di raccontarsi perché neppure lui davvero si capisce, ma vorrebbe essere capito, ma pure viene ( a volte) accettato. E nulla di questo ha a che fare con l’indifferenza, sino alla consapevolezza che ciò che si riesce a dire è sempre incompleto (e a suo modo esaustivo).

, con alcuni riferimenti precisi e contestabili, per discernere se esista la possibilità di felicità

In evidenza

Ci sono età che possono non finire mai, ma se per caso o volontà non rara, accade ch’esse finiscano, si sgretola un pezzo di ciò che ci costruisce. L’adolescenza e la giovinezza, ad esempio, consentono di avere illimitata fiducia nell’amore e nella poesia. Tutto in esse è possibile e spesso gratuito. Non c’è consequenzialità tra azione ed effetto se non per insegnamento esterno, spesso sporcato di buona volontà e sentimenti, ma distante dall’unica nozione che dovrebbe essere insegnata ovvero la distinzione tra bene e male e non fare ad altri ciò che a te fa male. Quando prevale l’età sui condizionamenti, la magia può essere integra nel generare sentimenti, desideri, gioie apparentemente immotivate, passioni. Non tutto è eguale, ma forse è l’età più vicina al sentire del possesso di un’etica interiore che conduce alla felicità. Il bene e il male, ovvero la costruzione del vivere e il tradimento si affrontano, ma ciò che ne esce non è mai definitivo, anzi ha spesso una riserva oltre la disperazione. Però è anche la stagione degli assoluti, dove tutto si acutizza, dove servirebbe aiuto e non precetti e più profonde divengono le influenze di chi cerca di inculcare, sostituire morale a vita, evitando il dubbio e il senso del bene e del male. Nella ricerca dell’innocenza connessa al proprio vivere, la disponibilità all’ascolto è elevata, viene chiesto di formare un sistema di valori dove il grave sia davvero tale e il lecito sia molto esteso e clemente per chi impara a vivere. Perseguire un bene nell’età della ricerca di sé, ricorda l’ uccello che si tuffa nel profondo, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto. E lo sente come un valore grande, perché coincide con sé. La domanda quando ci si stende nel lettino dell’analista è: chi ci ha tolto tutto questo, chi l’ha deviato, trasformato, chi ha fatto diventare male ciò che era bene e ha piegato il giudizio non verso una maggiore innocenza ma verso la paura che ciò che si vorrebbe fare non solo non è lecito ma è gravido di conseguenze.

Ognuna di queste domande attira fatti e parole, individua luoghi e interi sistemi di vita che sono stati offerti come soluzione e salvezza al prezzo non del discernere tra bene e male, ma dell’aderire a un conformarsi dell’essere e del vivere. E’ sempre una lotta impari e la via che faticosamente viene trovata è un compromesso che lascia macerie, ma permette una scelta: quanto della mia adolescenza e giovinezza voglio portare nella mia vita?

Nel meditare convulso che precede una scelta, la quantità di giovinezza rimasta fa la differenza, mantiene una fantasia e apre al futuro. Il richiamo che obbligava alla prova dei fatti, non c’era. Era un abbaglio. Dovremmo dire quante volte ci è accaduto di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fuggiva, il cielo che perdeva luce perché questi sono indici di perdita della possibilità d’essere se stessi.

Di notte c’era sembrato che una voce pronunciasse una parola desiderata, ma sapevamo che accendere la luce, avrebbe illuminato la nostra solitudine difficile, proprio perché qualcosa si era smarrito in un baratto senza contraccambio. Ma se quell’età, così libera e poetica, è rimasta in noi, anche se poca, può ricominciare a vivere e attendere la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza. E si capisce che nel nostro profondo c’è la libertà di quell’attimo infinito contiene la felicità.


scipione

In evidenza

Ormai c’è questa abitudine di dare un nome non solo agli uragani, ma anche alle condizioni meteo particolari e pare che stiamo scivolando nelle mani di scipione, ossia un gigantesco risucchio di temperature dai deserti del nord Africa che arroventeranno l’Europa e l’Italia nei prossimi giorni. Una decina di gradi in più per questa pianura padana che già spara sul granoturco e le culture l’acqua che ha, ma che non sa prevedere o vedere ciò che l’attende per il futuro. Terra di fiumi, di temporali, di grandine e di sole cocente, con nevi e ghiaccio d’inverno, ora si chiede, la pianura, cosa accada che altera il suo succedere di stagioni e di cieli. Oggi era grigio, ma ieri e l’altro ieri non c’era una nuvola. Mi è tornata a mente una visita in Palestina di parecchi anni fa, quando la mattina mi alzavo e guardavo il cielo di un azzurro intenso, senza neppure una nube, le prime mattine ero contento, poi cominciavo a sentirmi a disagio e pur percorrendo da Gaza a Nablus il territorio, mi sembrava che oltre alla minaccia sospesa per aria ci fosse una angoscia lieve ed inespressa. Non c’era minaccia di pioggia, faceva caldo, ogni incontro era in ambienti in cui c’era aria condizionata.

Dovrei aggiungere che la presenza di armi, esercito, milizie un po’ ovunque accresceva l’idea che ci fosse una disgiunzione tra la natura e i monumenti, spesso bellissimi, il cielo, la pioggia, il verde, l’erba che non c’era e invece altrove cresce spontanea e s’ingrassa dei nutrimenti che stanno nell’acqua. Quello che capivo allora erano le anomalie dei “mari” interni che si svuotavano a vista d’occhio e quelli che addirittura sparivano. Dov’era il mare di Tiberiade, quello in cui pescava Pietro, se ormai era poco più che una depressione umida. Un ministro palestinese mi disse: la prossima guerra la faremo per l’acqua prima che per la terra. Ciò che capivo allora è la stessa sensazione che provo adesso quando vedo le secche del Po, le isole che emergono in mezzo al fiume, la sabbia che si lascia prendere dal mare che ormai risale per decine di chilometri la foce e insterilisce ciò che tocca perché il cuneo salino ha bisogno d’altri alberi e altro verde.

Guardo il cielo grigio che gronda umidità, ma non piove e aspetto scipione che farà lievitare il prezzo del pane, della verdura, della carne. Abbiamo chiuso gli occhi e comprato condizionatori, ci siamo chiusi in fortilizi che restano gabbie e non migliorano l’ambiente esterno. Se i soldi delle ristrutturazioni a fini energetici fossero finiti in nuovi bacini di raccolta per le acque di prima pioggia, se i livelli delle falde fossero stati tenuti come preziosi e non inquinati dai nostri rifiuti, allora anche scipione sarebbe più clemente, ma abito in una regione dove tre province e oltre un milione di persone si è bevuto con l’acqua del rubinetto gli PFAS prodotti da una azienda che oltre a inquinare con i propri scarti vendeva prodotti destinati a essere irrorati sulle culture agricole. Quindi doppio inquinamento, protrattosi anche oltre l’evidenza. Ora li abbiamo nel sangue un po’ di quei composti chimici, e quelli che abitano vicino al patrimonio UNESCO delle colline del prosecco avranno altri composti nel sangue, perché comunque il prodotto irrorato non verrà mai recuperato interamente prima di finire nel ciclo dell’acqua.

Perché dovremmo preoccuparci di scipione che fa il suo mestiere, ovvero riempie i vuoti lasciati dai nuovi cicli delle alte e basse pressioni. Non ci preoccupiamo, come non pensiamo alla Siberia in fiamme o al permafrost che si scioglie. Sono le persone potrebbero riprendere in mano il proprio destino e il ciclo del clima, quelli che non hanno difese né condizionatori, quelli a cui l’acqua manca già da ora ed è inquinata. In fondo tutto questo non vedere, girarsi altrove è sintomo che la cultura del presente sta vincendo sulla specie, che il signore del mondo esercita la signoria contro se stesso e ignora, vuole ignorare, che ogni azione ha una conseguenza, solo che un tempo c’era modo di riparare ora sembra tocchi ad altri e chi siano questi altri non riesco a pensarlo. Le mie sono considerazioni che tutti conosciamo, banali nel loro incedere sulla carta e le stesse parole sono insufficienti per dare una speranza, una via d’uscita che non sia radicale. Mi resta la sensazione che ciò che stiamo trasmettendo ai nostri figli contenga una colpa grave, che non c’eravamo e abbiamo visto quando tutto questo è accaduto, allora davanti alla domanda : ma tu cos’hai fatto, resteremo muti perché abbiamo solo assistito e rimosso, quando ancora il destino non era scritto.

il bisogno e la differenza

In evidenza

Spesso sono gentilmente sgradevole. Percepisco la differenza tra domanda e risposta e sento la sgradevolezza dell’asintonia. Può accadere anche a me stesso, quando non mi sopporto, quando vedo il tempo sfuggire e ciò che volevo si dissolve. C’è il bisogno e la differenza della risposta al suo esaudirsi o mettersi da parte. Già il fatto che questa condizione del mettere da parte si ripeta, testimonia non solo che viene riempito il vaso dell’insoddisfazione, ma che i bisogni sono mal diretti, che la loro genesi ha elementi di guasto che li rendono ardui perché prima dovrebbero riparare se stessi.

Sono spesso gentilmente sgradevole per insoddisfazione. Non pare perché l’educazione e la gentilezza sono delle ottime maschere, ma sono asincrono rispetto al discorso, alla presenza, alla voglia di essere in quel posto, con quelle persone, in quel momento e rendersene conto è quasi un ribadire una convinzione, silenziosa, che si oppone, non facendo. Tutti raccattiamo globi scuri di negatività. Contrattempi, deviazioni del tempo e dello spazio dalle nostre agende, ma è anche l’implicito, il dovuto, il molto non richiesto, ciò che genera scontento. Dove confluisca questo nostro scontento è difficile sapere, sceglie la via più breve: chi è debole, chi per amore o distrazione, non si difende, comunque si manifesta con chi è vicino.

C’è la scelta tra l’assenza, cioè l’essere distante mentalmente e l’essere troppo diretto nelle parole, mostrando i sentimenti che le muovono. Qualcosa che metta una barriera senza metterla, che giustifichi il silenzio o il parlar d’altro, le scelte inattese, i rifiuti o l’improvvisa acquiescenza dopo essere stati contrari.

Silenzi e parole si equivalgono, sono entrambi rappresentazioni di qualcosa che non è andato per il giusto verso e non può essere detto. Sembra tutto così naturale e sbagliato perché questo mostrare due verità attraverso una finzione, un rifiuto, un’assenza, è insieme, bisogno di comunicazione profonda e la sua violazione, anzi il salto, delle regole che sovraintendono i rapporti tra le persone. Vorrei dire fino in fondo i motivi del mio malessere ma mi metterei in imbarazzo e lo trasmetterei, perché ciò che emergerebbe è la vera visione di ciò che sono, desidero, vorrei essere. Conosco -e conosciamo- la natura dei silenzi che non riflettono pensiero ma si sentono macinare speranze, attese, pensieri intrisi di concretezza, come fossero carne viva. Li sentiamo questi silenzi colmi di imbarazzo e di parole, sintatticamente perfetti, devianti e sfumati nelle risposte vaghe che tendono a troncare l’ulteriore discorso.

Spesso sono gentilmente sgradevole per inadattabilità, per coscienza di una differenza che ha valore per me solo e che stancamente dice di sì solo per evitare la fatica dell’ennesimo obbligo a spiegare prima di una negazione. Questo fa pensare che essere non conformi, poco adatti, arrogarsi una differenza, sia una fatica che molti vantano ma pochi praticano e conducono nel profondo di se stessi.

Essere poco adatti significa vivere in un universo sfasato e bisogna capire che non adattarsi ha un prezzo anche quando ciò che si fa è utile e senza richieste. Tutto dovuto? No, se si sceglie di seguire se stessi, sapendo che in questo caso la tranquilla sicurezza dei doveri sfuma e resta la responsabilità di armonizzare ciò che si è davvero con chi vogliamo sia parte di questo fare ed essere comune. Spesso non funziona e c’è la solitudine. Le idee non lasciano traccia perché sono altre le regole, esplicite o implicite a regolare gli schemi di cooptazione, di accoglimento nel gruppo o nel dialogo. Allora si diventa sgradevoli nel grado che la gentilezza o il bisogno d’amore permette. Essere diretti ha un significato che taglia tutto quello che non è necessario e stabilisce un discrimine d’interesse. Chi lo sente. avverte il fastidio proprio, giudica negativamente una presenza, un rapporto, in fondo ha capito ma il salto ulteriore, ovvero comunicare, è una sua scelta. Resterà un’impressione, altrimenti, oppure quella sgradevolezza si scioglierà in qualcosa di profondo che riguarda entrambi, perché due simili si sono riconosciuti.

il vento del caso

In evidenza

 

il vento del caso soffia dove c’è un golfo che lo accoglie,

un albero che agita le sue foglie per riceverlo,

una terra che vuole essere accarezzata,

e uomini che guardano il mare

sentendo il corpo che toglie peso.

Giocano con un pensiero

lo lasciano mutare in piccole gocce di senso,

poi allargano le mani, chiudono gli occhi,

e spesso vedono il futuro.

 

lettera 5

In evidenza

caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.

Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.

Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.

Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.

Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.

Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.

polvere come talco e ferro

In evidenza

Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 4

In evidenza

Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.

Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.

Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.

I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.

Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.

Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.

Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.

silloge1

In evidenza

C’è festa nel tempo. Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo.

“Diversità è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince, non funziona, ne ho trovata uno molto convincente: unicità.

L’ascolto è il più grande atto rivoluzionario, accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano convenzioni”

Versi scomposti
Parole scomposte che mondo s’è creato. Eravamo distratti, spero stessimo facendo l’amore mentre le macchine automatiche prendevano gli angoli delle strade e le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie. Eravamo ignari, dolci, indifesi. Con piccoli lapis dell’ikea scrivevamo numeri senza memoria, che ci assicuravano il costo di una cena. Vennero poi parole d’ordine, non più numeri, ma lettere e altro, purché non ci fossero accenti per aprire i file, noi ci baciavamo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro. I numeri, le password divoravano il tempo, quello sempre poco, che apparteneva alla tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti. In fila, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.

Poi stanotte ho sognato che l’azienda in cui lavoravo era stata venduta. Venivano i nuovi lavoratori, le stanze venivano vuotate. Dei lavoratori precedenti non si conosceva il futuro, qualcuno, un capo, assicurava che non sarebbero stati licenziati. Questo futuro era più una curiosità partecipe per me, sentivo che mi riguardava ma senza essere determinante. C’era una sorta di passaggio di consegne che avveniva nelle grandi stanze dove prima c’erano i calcolatori, ma ora sembravano vuote. C’erano nuovi corridoi, color nocciola, con molte porte e stanze in sequenza. In una di queste, una ragazza si stava per vestire e mentre aggiustava il vestito mi chiedeva di sistemarle la cerniera sulla schiena. Intanto mi dava delle indicazioni, ma le altre stanze avevano le porte chiuse. Andando verso le pareti perimetrali, mi accorgevo che la struttura dell’edificio si stava aprendo, le travi si allontanavano dai pavimenti. Non c’era un pericolo immediato ma l’edificio sarebbe crollato su se stesso. Avvisavo le persone del pericolo e mi avviavo verso l’uscita. Non avevo nulla da salvare, mentre altri si attardavano per riempire scatole e portarle con sé. Mentre uscivo vedevo che le crepe si allargavano, ero tranquillo ma sarebbe imploso. Fuori cercavo la mia auto che non ricordavo dove avevo parcheggiata. Nel piazzale c’erano persone che guardavano in alto, io cercavo tra file d’auto ordinatamente disposte, un ricordo che permettesse di ritrovare la mia.

Interpretazioni varie che partono dalla mia identificazione con l’edificio che rappresenta ciò che lascio. In esso comunque albergano desideri che porto con me nel rapporto con altri. Non ricordare dov’è l’auto significa non sapere dove andare.

Da ozioso, quale sono, ho messo assieme pensieri in libertà. I pensieri non si liberano, sono liberi, vengono e vanno come desiderano, seguono l’andamento dei desideri e della necessità.

I pensieri sono liberi ma nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età. Cercano di mettere la briglia ai pensieri e ci riescono. Pensiamo collettivamente , anche quando andiamo in direzione ostinata e contraria.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale che parte dalla libertà del pensiero e si traduce nell’azione senza scopo, nell’apparentemente inutile. Ma è un atto di volontà e neppure davvero libero dal contesto. La libertà diviene un percorso e non porta la felicità, ma la serenità interiore. Ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perché la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, una le comprende tutte ed è nel pensiero che si misura con il bene e naturalmente col suo opposto, il male. Scegliere il bene è un atto di libertà, non è la libertà. Le altre libertà si sono create nel tempo, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono Stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Questo incide sul pensiero che ha tutte le sue potenzialità ma ci chiude in una gabbia e getta la chiave. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perché tra le libertà che ci consentono di stare assieme, l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di esprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, questo non mi impedisce di essere tutto ciò che vorrei essere. Posso diventare ciò che voglio, posso scegliere tra bene e male, ma solo la libertà che mi fa crescere e non nuoce è comunicazione, carisma, vita che trova un senso libero. Se ciò accade è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà personale (di scelta) e comune, sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irreggimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Quella che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

Una goccia e la mia libertà è tale prima d’essere pioggia, fiume, lago, mare e poi ancora goccia, nell’infinito ciclo dell’essere. Sento la profonda forza che s’inerpica sulla perfezione, non mia, non nobis domine, ma di molti che diversamente cercano se stessi e ciò che non accontenta, spinge verso l’alto. Pensavo alle mie cadute, e a quanta bellezza è stata usata per fare la percezione del mondo bella come è. Diversa e intellegibile, tenera e accudente, con i doni che porta ed elargisce la bellezza è qualcosa che si è imbevuto di comprensione, di libertà di vedere oltre. La libertà è invulnerabile, ci consola e coincide con ciò che fa bene al vivere.

Ho sognato, sogno, che ogni mia parola sia muta, che coincida con la tua e ne sia contenuta mentre la contiene. Non sono come vorrei ma posso esserlo, mai compiuto, mai perfetto, sarebbe così noioso esserlo. Mi affido alla parola che smuove e contiene e se non sono come vorrei, penso che ciò che è compiuto non vive appieno senza la mia povera cura. Essere libero di coincidere con me e con te, come tu fai.

il luogo dell’amore

In evidenza


C‘è un luogo dove l’acqua trasfonde in terra,
evapora in piccole, inconsistenti nubi,
soffici di dolore e felicità inattesa.
Sono prive di tempo perché la durata è un’offesa,
e lì il vissuto, è amore

mantra della bellezza

In evidenza


Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta, del suo procedere non darci peso, 
solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza. 
Della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici, nelle lunghe giornate ricche di gesti nervosi.
Guarda dentro e fuori di me,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
trova il filo che ci tiene assieme
è accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo con lo sguardo di chi volge a lato,
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti.
Ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno:
prima era occultato e ora sei tu che mi rassereni.
Fa che reagisca con serenità
alle cose usuali poco necessarie.
A questo serve la bellezza
che aiuta a capire
se conta più essere belli o essere sani.
E con dolcezza chiedimi, della bellezza che coltivo,
quanta è mia poi per davvero.

lettera 3

In evidenza

Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.

Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.

Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.

Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.

Che la sera sia buona per entrambi, dottore.

normalità

In evidenza

Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema. Questo sintetizza la differenza tra chi pensa a un mondo normale basato sulla diseguaglianza, sulla dissipazione del pianeta, sulla prevalenza del furbo, sulla logica di potenza. In definitiva su chi è servo e chi è padrone. Forse questa è la differenza tra destra e sinistra, tra chi si lamenta e pensa al mondo di privilegi che ritiene dovuto e chi quel mondo lo sente come nemico e lo vuole modificare. C’è una dimensione nuova della politica che si affaccia, inquietante per potenza e distanza rispetto ad ogni regola che, sia pure formalmente, prima veniva condivisa. Un potere che sovrasta i poteri e determina ricchezza e povertà, di fatto prende gli uomini eguali e li diseguaglianza. Le politiche nazionali, la nostra ad esempio, con il suo cavaliere bianco, tirato per la giacca dai grandi organismi di potere bancario e finanziario internazionale, a mettere ordine in un paese indeciso, senza bussola e poca speranza, cosa sta generando nei partiti se non la sensazione di una funzione ornamentale, marginale rispetto alle decisioni. Non è nato nessun statista negli ultimi anni, non c’è stato un passaggio del guado in cui si è trovata la Repubblica quando ha riconosciuto il proprio essere corrotta da caste e da privilegi. Il marciume che è emerso nel creare fortune e nel convivere con una malavita che pervade i sistemi che sembravano indenni, non ha creato reazioni ma nuove povertà, precarietà, dipendenze. Avere degli statisti veri significa considerare che qualcuno si schiera con essi, li sorregge, distingue tra buono e ciò che non lo è, porta al centro della propria partecipazione politica la voglia di cambiare la situazione, di rendere più equa, giusta la società. Ebbene questi statisti non ci sono, non hanno il coraggio di mettere l’interesse di tutti sopra l’interesse di parte. Allora vanno bene i partiti che portano il nome del segretario, che attendono benefici, nuovi privilegi se questo vincerà. Ma guardate il mondo, rendetevi consapevoli che mai siamo stati in una situazione così pericolosa per la specie umana, che il cambiamento climatico non è una moda, che la guerra nucleare comincia ad essere vista come una forma di conquista del potere, che l’economia non genera benessere ma diseguaglianze crescenti. Guardatevi attorno e siate consapevoli che quello che accade contiene anche noi, i nostri figli, ciò che conosciamo come bello e anche l’etica della pace come bene supremo assieme all’eguaglianza. La politica vi aiuta a leggere questa realtà? Oppure esiste un’opinione molto più diffusa che diventa realtà ed è meno coerente con ciò che davvero è importante, ovvero , la pace, la giustizia, l’eguaglianza tra i popoli? La politica oggi sembra più libera perché non legata dall’ideologia, ma è più vincolata dal bisogno di dare benefici e di restare in ambiti che riguardano una appartenenza, un io collettivo non un noi. Lo sbriciolarsi della democrazia così come l’abbiamo intesa come rappresentanza e corpus di diritti universali a favore di una costellazione di micro realtà che convergono, che si sentono vicine prima per bisogno che per pensiero. Il pensiero verrà poi, come dopo ogni naufragio, il primo imperativo è la salvezza e il noi seleziona il vicino, il compagno e poi si espande verso una forma di potere dal basso che chiede. La forma del chiedere è la differenza, se si chiede per sé, per il proprio gruppo il noi si restringe, diventa clan. Se invece la richiesta è più radicale, identitaria, egualitaria, generatrice di interessi e bisogni comuni, allora il noi si allarga, diventa necessità di cambiamento. Trasforma il bisogno in rivendicazione e ha bisogno di nuove costituzioni, di pace, di equità, di lavoro utile e pagato, di contributi che devono essere commisurati all’intelligenza, al potere posseduto, a ciò che può essere dato senza mettere in discussione la propria capacità, identità. Questo noi nuovo, largo, è di sinistra per collocazione ampia, ma è anzitutto società e l’individuo è parte di essa. Non più elemento fuori di essa ma parte integrante e necessaria. Realizza il richiamo di John Donne e la campana interpella, dovrebbe svegliarci e ricordare a tutti chi siamo.

Nulla è pari al suono della paura,

per chi la sente vicina e per chi ne è consapevole,

essere distante non libera da essa.

Qui le parole si susseguono, non mutano l’essenza delle cose,

e in più hanno un difetto: devono essere lette.

Capisco allora chi sceglie la musica, la pittura, la fotografia

o niente,

perché in ogni approssimazione ciò che può avvicinare alla verita,

al fare, alla sintesi, all’essere qualcosa che non sia passivo spettatore,

è solo ciò che per poco smuove gesti e coscienze, il fare insomma.

E sembrerà assurdo, ma per chi vorrebbe mutare le cose,

niente è un motore che non lascia quieto,

che mostra la sua misura, così piccola e dipendente

che solo la disperazione la contiene.

un cavalier dalla losca figura

In evidenza

Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

lettera 2

In evidenza

Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

luce radente

In evidenza

Una striscia di luce rimbalzava sui vetri della trifora del palazzo di fronte e illuminava d’una luce ocra le bottiglie che stavano dietro al bancone del bar. Il barista era appoggiato al ripiano dei dolci e ogni pomeriggio sorrideva perché quella lama di luce gli diceva l’ora secondo la stagione. Faceva caldo ed era solo maggio. Aveva messo fuori, sotto il portico, i tavolini e le sedie di alluminio. C’era sempre qualche coppia o un gruppo di amici che si fermava a bere e l’ora della luce ocra era il tramonto sui tetti della via stretta, una sorta di richiamo per stare in compagnia.

Per evitare d’essere sommersi dalle chiacchiere e dalle risate dei vicini, si eravano messi sull’ultimo tavolino tondo. Lei mescolavi distrattamente il cappuccino, iui guardava il colore intenso dello spritz, rigorosamente al campari, come diceva con una protervia che lo infastidiva mentre si ascoltava e si chiedeva perché il poco ghiaccio era sempre eccessivo nel bicchiere. Tra i cubetti che mandavano lampi di luce stazionava la fettina d’arancia. Il suo colore più intenso lo aveva fatto voltare e aveva visto l’intero percorso della rifrazione: sole, vetri, portico, bottiglie.

Questo incontro, finto fortuito, era stato preparato con cura, come fanno i timidi, due parole di saluto, come stai, sei in centro, hai tempo per un caffè, anche adesso se puoi. In realtà entrambi sapevano che uscivano a quell’ora e che le strade in una città media sono sempre le stesse. Vengono date in dotazione alla nascita, poi c’è l’avventura di uscire dal piccolo ambito permesso, la scoperta che non c’è molto di nuovo, anche nelle strade che sembrano diverse, oltre l’abitudine e la necessità, si capisce che in quel nuovo, sono collocati i momenti del crescere, gli incontri, le trasgressioni, le sicurezze di avere un posto in cui tornare, le malinconie dell’assenza e la sorpresa del ritrovarsi.

Lei aveva cominciato a parlare, del figlio che cambiava lavoro, della noia dei colleghi che dicevano sempre le stesse cose, come ci fosse un’eterna prosecuzione del liceo. Lui la seguiva nel discorso e inframmezzava domande dirette. Sei felice? No, sono serena e mi va bene così. Così le raccontava di sé, delle cose nuove che faceva e di quelle vecchie che non finivano mai. Ridevano. E tu dove andrai in vacanza? La domanda lo colse impreparato. Un po’ rabbuiò e lei lo vide, cercò di spiegarle che si era reso conto che la vacanza era sempre la stessa anche quando era diversa, però non voleva darle l’idea dello sfigato malinconico, quindi aveva arricchito i luoghi con qualche singolarità che li rendessero un po’ invidiabili. In realtà avrebbe preferito non fare nulla e lasciare che l’estate passasse senza ricordi e fatiche. Era la fatica di fare delle cose che dovevano rappresentare la vacanza che lo impaurivano e lo mettevano in uno stato d’ansia. idealizzava altri tempi in cui si andava all’avventura, in cui c’erano molte libertà e meno impegni, meno riti, soprattutto. Gli occhi erano scivolati dal suo viso bello alle mani. Aveva abiti leggeri. Diceva, ho sempre caldo, e anche adesso precedeva la stagione con una camicetta colorata e maniche al gomito. Aveva notato sia il pallore della pelle come le arterie ben visibili, i polsi sottili e le mani. In particolare le mani, erano investite dalla luce che oltre a renderle di un colore intenso, rivelava ogni piega o taglietto attorno alle nocche delle dita. Pensò che aveva le mani giuste, piccole rispetto alle sue, naturalmente, ma della misura che sembra adatta ad essere felici in due. In fondo delle mani, da soli, si pensa all’utile, le si adopera, mentre in due le loro possibilità si accrescono indefinitamente. Come il resto del corpo, pensò.

Adesso la conversazione proseguiva nel passato, ricordavano fatti comuni, ma con molta circospezione come non volessero svegliare ricordi che invece erano ben svegli e attivi. La luce era risalita al collo, là dove si vedono gli anni e già le prendeva il volto. C’erano delle piccolissime rughe, ma erano segni gentili di una mobilità d’espressione. Aveva preso la tazza con entrambe le mani, come a farsi schermo dell’atto del sorbire piano. Prima, con il cucchiaino aveva assaporato la schiuma come fosse panna e aveva sorriso. Per entrambi il pensiero era stato lo stesso, ci si conosce dai particolari e sono questi ad essere la mappa che si precisa nelle vite. Quel gesto di bere con entrambe le mani non glielo aveva mai visto fare. Era una novità nata altrove, forse generata da altri modi di stare assieme o di consumare cibi nuovi. Era più un gesto da tazza che contenesse un sapore orientale che un banale cappuccino. Lei gli aveva parlato di yoga, di un ristorante vegano dove i sapori erano esaltati dalle preparazioni semplici. Diceva, come non fossimo più abituati al fatto che i cibi hanno un sapore proprio che invece anneghiamo nei soli sapori forti. Gli pareva gli avesse parlato anche del fatto che il contenitore non era solo un fatto estetico ma parte integrante del piacere del cibo. Avevano riso entrambi parlando dell’eroticità che il cibo e ciò che lo contiene porta con sé. Poi avevano cambiato discorso.

Il barista era ormai al buio, la luce s’era spostata nello scaffale superiore e le bottiglie illuminate dalla luce radente facevano danzare pulviscolo colorato. Era una scena così quieta che sfiorava la perfezione. Luce, polvere ed acari che ballavano, un viso e un avambraccio nell’ombra, sembravano osservare una lanterna magica.

Le chiese se voleva prendere ancora qualcosa, sapendo che ci sarebbe stata una risposta negativa, ma erano finite sia le patatine che le noccioline tostate. Non voleva disturbare il barista e lo spettacolo che stava avvenendo dentro al bar, così si alzò ed entrò nella penombra per chiedere direttamente un supplemento di piccoli veleni di cui, poi, si sarebbe certamente pentito. Siamo così prevedibili e incoerenti, pensò. La sala era vuota e se i tavoli e le sedie, il bancone, la macchina del caffè erano ben visibili, lo spettacolo della luce che illuminava i liquori colorati era incantevole: una striscia orizzontale che sembrava volesse leggere le etichette, indagava lo scaffale, mostrando le carte infilate di taglio e persino la licenza incorniciata veniva nobilitata dalla luce, ora color d’ambra. Si incantò a guardare, ma per poco e allo sguardo interrogativo del barista, si riscosse: chiese di avere altre noccioline.

Mentre usciva con una ciotola colma di semi lucidi d’olio e sale, pensò a come venivano tostate le noccioline, da dove provenivano e l’immagine dei corpi grassi, sformati, che sempre più si vedevano nei film americani, lo fece sentire a disagio. Pensò a come si diventava così, oppure come ci si distruggeva al contrario, in una lotta tra il piacere e la misura che investiva per i più svariati motivi le menti e trasformava i corpi. Guardò i ragazzi seduti nei primi tavoli, ridevano, le birre nei bicchieri, la giovinezza che non è mai cosciente per davvero di se stessa ma vive e quei corpi erano belli anche quando non lo erano, perché c’era un’attenzione, una cura, che forse non erano solo conformità a un canone, ma il prodotto di un’idea di sé. O almeno sperava fosse così. La strada, oltre il portico, era affollata di biciclette, ognuno aveva una meta, ma a parte i raider, nessuno aveva fretta. Andando verso il suo tavolo, vide la sua nuca in ombra mentre i capelli s’erano accesi controluce. Portava i capelli corti. L’aveva sempre vista con i capelli corti, ma adesso le lasciavano scoperta la nuca. L’hennè, gli pareva di ricordare l’usasse, trasformava i capelli in terminali luminosi, come sciogliesse la massa compatta in singoli fili distinti e serrati gli uni con gli altri. Era un colore che si mescolava con la gradazione di luce che smorzava i toni accesi, la rendeva particolare tra il rosso, l’ocra e il mogano. Aveva inventato un nuovo Pantone, peccato non riuscire a fissarlo su pellicola, un Pantone valeva centinaia di migliaia di dollari. Una vincita al super enalotto. Sorrise al pensiero che avevano diviso la schedina per molto tempo, con il patto che sarebbero stati ricchi entrambi, ma non avevano mai vinto nulla oltre il piacere di attendere ciò che doveva per forza accadere: non se lo meritavano forse? E poi alla fortuna cosa gli costava farli felici? Ormai era alle sue spalle, gli parve bella come sempre, anzi di più e fu colto da una nostalgia mista a gelosia che lo fece sobbalzare e fermare. Non erano cose da lui queste.

Lei lo accolse con un sorriso. Vedo che non perdi le cattive abitudini. Sei sempre uguale. Non era un rimprovero, lo prese come un riandare ad altri tempi e ad altre condivisioni. Si erano conosciuti molto e queste piccole cose facevano parte dei discorsi, degli impegni, delle risate sulla ciccia e brufoli, erano una sorta di basso continuo in un concerto che lasciava liberi gli strumenti ad arco di tracciare melodie e di sorprendere. La nostalgia prese il sopravvento, ma non poteva lasciarlo trasparire, non era nei taciti patti e poi sapeva bene quali sarebbero state le parole seguenti. Meglio tacere, come se tutto il necessario fosse stato detto e ogni aggiunta diventasse un eccesso. Peggiori la tua situazione, le aveva detto, una volta, ridendo.

Si sedette in quello scomodo alluminio e sentì il freddo del tavolo. Adesso erano quasi in ombra e la luce le illuminava gli occhi e la fronte. Mi conti le rughe? Disse lei, sorridendo. Non ne hai e sei molto bella con questa luce. Lei rise. Solo con questa luce, allora dovrò farmi delle lampade particolari. Risero entrambi e mentre le guardava la bocca piena di allegra ironia, un lampo attraversò l’aria e rimasero nella penombra. Una finestra della casa di fronte si era aperta e la luce era fuggita altrove a illuminare altri portici. L’incanto era ripiegato dentro le sensazioni, allungò la mano e coprì la sua, avvolgendola, mentre sentiva crescere la malinconia.

Ho freddo, disse lei, e devo andare. Le mani si staccarono, si alzarono. Pagò rapidamente, salutando il barista che aveva acceso le luci nella sala. Uscì. Fecero un tratto di strada assieme, cercando di trovare la luce del tramonto sotto i portici. Prima di lasciarsi lei disse, ritieniti abbracciato. Anche tu, rispose. E si sentì triste e banale mentre la guardava andarsene verso casa.

lettera 1

In evidenza

Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

basta con i mesi

In evidenza

Basta con i mesi, promettono e non mantengono più,

erano diversi, un tempo, grandi generatori di domande sulla vita,

preghiere mute del nuovo che nasce e continua il mondo.

Ora tacciono o sono altro

anche se ancora mi chiedo cosa spinga il pero a fiorire,

piccoli fiori bianchi screziati di rosso,

donando bellezza ben oltre le mie poche cure.

Mi domando cosa metta assieme petalo per petalo, la bellezza della rosa,

e perché infine essa s’abbandoni all’erba presa da languore.

Forse ha lo stesso cuore del mite soffione che impavido vola

o quello ben fermo, del ciocco d’alloro che pur tagliato riprova a raggiungere il cielo,

sembrano concordi e si parlano, forse, nel creare bellezza del vivere

perché in essa s’intuisce una gioia.

Solo un melo s’è stancato e ha ferito il legno, per mostrare il suo cuore

così ha rivelato l’estrema compattezza di chi per coraggio rinuncia.

Impudico e ferito s’è mostrato alle margherite, alla menta e alle viole,

come a raccontare la gloria e il coraggio delle cose,

che pur stanche restano se stesse,

incuranti del cielo che vorrebbe piovere,

ma non riesce a farlo.

l’imprecisione dell’amore

Posted on willyco.blog 3 agosto 2017

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri tumultuosi
a tacere e dire assieme,
con un colore per ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.