
La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti,
ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna,
ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi.
Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie,
i ragazzi hanno sentito il richiamo
e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri
di colori misti a sorridenti parole.
Così la città si è arresa,
le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce,
e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo,
le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio,
e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua,
si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce.
La città vecchia è ricca di vicoli,
di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra,
erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie
ora sono portoni di muta ricchezza
gelosi dei giardini c’erano campi di bocce,
Della mia giovinezza seguo le tracce,
la luce le cerca nei negozi di telefonia,
nelle boutique agghindate,
il ricordo è età dei numeri confusi,
delle solite domande invase,
e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino,
come manca il fumo denso del toscano,
ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero.
La luce annoda le primavere,
gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno,
è lezione per chi ricorda
e non vede come nasce il futuro,
fertile di sfumature inattese,
mentre tutto sgomita vita.
In pianura arrivano venti dal nord,
portano lo scherzo del profumo di neve,
nessuno degli alberi ci crede,
neppure le palme che si scuotono con rumore di lame,
neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose
incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme.
E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano,
qui le case sulla via si protendono,
si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce,
sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni,
hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca,
hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite,
ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede,
così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire.
Nei giorni di festa per andare si segue la luce,
il mare e il monte sono vicini
e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente,
ma sempre cerca l’inatteso conosciuto.
Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie,
hanno lavorato nella notte,
li ho visti, i fari
e sentito i motori dei trattori possenti,
ora la terra è grana di sabbia e di roccia,
ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina,
materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita
e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole.
Le luci si accendono tardi la sera,
le margherite si preparano alla notte,
un meccanismo oscuro muove le cose
fin nel profondo accade ciò che deve accadere
e ogni molecola conosce il suo compito,
è così meraviglioso questo mondo corale
e acuto sorge il desiderio
che la primavera racconti a tutti la vita.io


































