desideri

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
parla col cielo che muta ed è solo bellezza.
Essere la luce che muove le foglie
il suo calore che spinge l’aria
e tu pensi sia vento di nulla.
Riflesso d’un sogno che muta,
vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
pace d’essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera
dei racconti di noi.

adolescenza

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In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

quiete

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Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.

25 aprile

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Nella piazza stamattina,
festeggia il vento d’aprile
che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise.
Siamo in tanti,
bambini e vecchi,
donne che reggono i colori della pace,
visi e sorrisi che stringono insieme
ricordi, parole, le vite.
Ci sono anni che non puoi più rivivere,
i ricordi feroci,
e neppure le gioie ricevute,
o il cuore che arrossava I visi.
Come nel primo sentire
torna la voglia di fare, d’essere
di partecipare.
Allora erano parole forti di speranze
mischiate al dolore per chi non c’era
ad ascoltare.
Chi allora riempiva la piazza,
insegnava lieta la gloria del resistere
e la normalità dei giorni e della paura.
Raccontavano I padri
quando senza libertà ci si opponeva,
ogni pensiero era una scelta,
ogni atto una forza,
eppure stanchi, affamati,
nella paura e nel coraggio
c’era speranza e rivolta.
E sentivo stamattina nel sole
l’unione di allora,
non erano le parole di adesso, non solo,
era la speranza che aveva plasmato le vite,
anche la mia,
nella libertà d’essere liberi,
col tempo che accoglie e costruisce
docile, amico,
genera speranze mai usate,
e nel buio traccia una luce.
No pasaran.
Stamattina la piazza era piena,
i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento
che chiede pace, e resiste,
sa di essere forte e resiste,
vuole giustizia e amore
e resiste.

oggi, vivere

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Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

riflessioni poco utili

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Dovrei considerare ciò che si vive,
se sia luogo utile alla vita,
al crescere voluto.
Il tempo liquefa e s’assottiglia,
non è più il sangue grosso
che tumulta, spuma,
e si perde allegro
nelle mille luci d’un momento.
Il tempo è lama affilata,
che rade il superfluo e il necessario,
seziona, classifica,
mentre segue e ci precede.
Assomigliare è immagine che ci cambia,
che trasale e semina timore,
è fatica,
penso inutile,
E il nostro mordere il presente,
non è lo stesso che ubriaca?
Alla fine resta poca sostanza
a render quieta la notte.

esercizi di gattitudine

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Il gatto possiede l’utile e l’indifferenza,
insieme le esercita vivendo soddisfatto:
non riusciremo mai ad approssimarlo
tanto da poter dire
nella naturalezza della verità banale:
amo la casa
il mio star bene
e il tuo amore tengo da conto.

E ci sarà sempre un sole da godere
e un tempo da lasciar andare.

La mia finzione all’attento mostrerà verità,
che seminano dubbi,
ma lasciatemi fare,
ho un sogno da proseguire,
un’avventura da consumare,
e vite piene d’apparente annoiato scialo.

silenzi

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Il silenzio fa suonare la via,
il tacco percuote le pietre,
s’accorda nel fischio che trabocca
da un’imposta mal chiusa.
Mezze luci sulla vetrina,
la ragazza riordina,
è l’ultima fatica della festa,
canticchia blue velvet
ed è nel cielo che scende
a far compagnia.
Profumo di cena,
nessuno per strada,
ha pudore il rumore,
dipana lontano
a scavare la notte
nel sudore dei locali
e nei balli bagnati.
Con la notte crollerà il cielo sulle pietre,
sarà morbido e clemente,
non scioglierà dubbi e destini
tenendo e lasciando
secondo il suo tempo,
sino al mattino
e alla prima porta che sbatte.

camere d’albergo

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Le camere d’albergo s’assomiglian tutte.
Anche in quelle a super stelle.
riempite di gentilezza finte,
d’amori di paglia e gadget,
l’odore non va via.
Odorano di polvere,
di moquette intrecciate al tempo
delle vite di chi vi ha respirato
e I muri hanno guardato muti
muoversi le passioni
ma ne conoscevano il tempo
e la pazienza necessaria
a lasciar vivere se stessi.
Quante volte cuori e parole hanno ecceduto,
le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi,
i pensieri sfociati in confusioni
sempre ardue da onorare.
Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia,
è grasso e soda messe a bollire
e poi colate in candidi
parallelepipedi di buono.
Sanno di infanzia senza calcolo,
di pranzo assieme,
dei no pronunciati senza tema,
il resto che si è svolto
è stata vita e stanchezza senza sonno.
Diceva il cameriere al piano,
che nella stanza del solista non mancano mai i fiori,
coprono l’odore delle sale da concerto,
i colpi di tosse nei pianissimo,
la passione costruita pezzo a pezzo
e mai capita per davvero,
ma poi stesi si sente tutto
e il passato strattona ogni presente.
La stanza a fianco celebra allegrie:
è quello che non hanno udito
che odora dentro.
Strana cosa il ricordo
dev’essere Il suo odore a non avere
un luogo.
Un luogo vero,
che lascia stare,
ma non demorde e non si lava via.

mai

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In questi giorni che dovrebbero essere di riflessione sul dolore degli uomini, sul male del mondo che subisce violenza, il pensiero della necessità della pace è più forte. Non so cosa accadrà in Iran nelle prossime ore, nessuno di noi lo sa, ma con maggiore chiarezza emerge la furia sanguinaria e atroce del potere, della forza, della distruzione. Chi pensa che l’uomo sia sacro, come ogni bene comune non sarà mai complice di tutto questo, ma ne subirà, già ne sopporta, le conseguenze. Partecipiamo a ogni manifestazione per la pace, manifestiamo il nostro totale dissenso verso ogni connivenza con l’orrore. Non in nostro nome, non in nome dell’uomo, si distruggono civiltà, si uccidono civili, donne, bambini. Nulla di tutto questo ci appartiene e anche nell’angoscia di essere nelle mani di pazzie di onnipotenza manteniamo la nostra determinazione a difendere chi è debole, chi non ha diritti, chi vuole vivere. Tra bene e male, tra giusto e ingiusto facciamo ciò che possiamo per un mondo diverso e di pace. Mai assieme a chi giustifica la morte, a chi la considera una necessità per il potere e il profitto. Mai.