lettera 3

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Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.

Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.

Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.

Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.

Che la sera sia buona per entrambi, dottore.

un cavalier dalla losca figura

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Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

lettera 2

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Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

lettera 1

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Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

basta con i mesi

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Basta con i mesi, promettono e non mantengono più,

erano diversi, un tempo, grandi generatori di domande sulla vita,

preghiere mute del nuovo che nasce e continua il mondo.

Ora tacciono o sono altro

anche se ancora mi chiedo cosa spinga il pero a fiorire,

piccoli fiori bianchi screziati di rosso,

donando bellezza ben oltre le mie poche cure.

Mi domando cosa metta assieme petalo per petalo, la bellezza della rosa,

e perché infine essa s’abbandoni all’erba presa da languore.

Forse ha lo stesso cuore del mite soffione che impavido vola

o quello ben fermo, del ciocco d’alloro che pur tagliato riprova a raggiungere il cielo,

sembrano concordi e si parlano, forse, nel creare bellezza del vivere

perché in essa s’intuisce una gioia.

Solo un melo s’è stancato e ha ferito il legno, per mostrare il suo cuore

così ha rivelato l’estrema compattezza di chi per coraggio rinuncia.

Impudico e ferito s’è mostrato alle margherite, alla menta e alle viole,

come a raccontare la gloria e il coraggio delle cose,

che pur stanche restano se stesse,

incuranti del cielo che vorrebbe piovere,

ma non riesce a farlo.

buon primo maggio

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Buon primo maggio a chi ha il lavoro in questo periodo difficile ed è solidale con chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi lavora per salvare gli altri, in mare, negli ospedali, in terra, di notte e di giorno. Buon primo maggio a chi pensa e fa qualcosa perché gli uomini siano riconosciuti come persone, portatrici di speranze, di dolori, di un passato da ricordare e di un futuro da creare. Buon primo maggio a chi opera in silenzio per dare a chi non conosce la possibilità di avere cibo e servizi accettabili. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato da poco o da tanto, senza perdere la speranza e ancora gli viene rifiutato, ma continua a cercarlo. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo, ma vuole che le cose cambino. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende perché le fabbriche seguono il denaro non gli uomini o ciò che producono. Buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo quotidiano, dove non è possibile accettare che la vita sia un prezzo per lavorare. Buon primo maggio ai bambini che oggi non sanno dove andare, che vivono in una terra che vuol essere straniera e che però saranno i lavoratori di domani. Buon primo maggio a chi vuole la pace, un lavoro, una casa e un futuro per sé e per i suoi cari. Buon primo maggio a tutti quelli che lottano perché ci sia la pace, i diritti che consentono di vivere con dignità, la prospettiva che il domani sia migliore di oggi. Buon primo maggio ai profughi che non vorrebbero essere tali, ma portano con sé la speranza e sono cittadini del mondo. Buon primo maggio a chi lavora con la mascherina e suda ogni ora di fatica, ai pendolari delle zone industriali, a partire dalla nostra. Buon primo maggio a chi non sa quale sarà il suo futuro ed è un nostro compagno in questo pianeta devastato. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti quelli che vogliono ci sia un primo maggio di libertà, diritti, eguaglianza, dignità, lavoro.

la cura del corpo

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La cura del corpo muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il nostro dimenticato organismo0 ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso quest’ultimo, la serenità dimentica di chi può pensare ad altro. Se non è troppo, gli si chiede la bellezza che si muta nel fascino nell’alone di chi sta bene con sé. Con l’età c’è più sincerità e misura, si intuiscono le diverse intelligenze racchiuse in noi, subentra la comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati che resta in superficie, ma sentire le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Il corpo e la comprensione del mondo, delle relazioni, le intelligenze si parlano e chiedono, cosa inusitata, il nuovo, il ricordo, l’amore, l’ascolto, la bellezza e il silenzio. Tutto assieme e tutto in noi per come lo interpretamo e viviamo, allora il tempo non è un problema perché accompagna con dolcezza.

nessuno nasce libero

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pensieri in libertà
Posted on willyco.blog 25 aprile 2016


Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, pur volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, per cui conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo sembra acquisito e lontano, che riflettere sulla libertà assomiglia a un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato nel nostro Paese, ma in esso e pochi altri perché altrove essere liberi comporta un rischio altissimo. In Italia, le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato e reso concreto nella sua potenzialità umana e sociale, il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto, nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. Un recinto in cui le libertà soggette alla diseguaglianza economica, alla coercizione degli interessi dei gruppi multinazionali, hanno perduto consistenza e la miseria crescente nei nostri pur evoluti Paesi, ne è dimostrazione. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. E se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà e nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto di questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha, è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

colori

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La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
li mischio col verde e col giallo del campo, scelgo un rosmarino, l’erba già alta, il tarassaco e la viola. tutto è troppo, reclama attenzione, eppure è sempre insufficiente la tavolozza d’amore.

Però m’accontento e steso nell’erba, perdo lo sguardo nell’azzurro, lo trovo tra il bianco di nubi che abbracciano il cielo, così nel cuore tutto si fonde ed esulta.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce, pronto alla carezza e alla passione.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce, lo tiene stretto
e aspira il fresco dell’aria, sapendo che i sensi mettono assieme la gioia e l’impossibile.

Si rende ape, il cuore, e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa,
a me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e nell’inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

pasque al mare

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Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.