Tra i fatti e noi c’è molto usato, le attese che hanno paura della realtà si occultano. C’è una misura che ci definisce, dovremmo accettarla per avere il molto che essa contiene, ma l’ansia del limite la cancella. Non è stato sempre cosi era diverso un tempo. Ora la stanchezza curva le spalle, sembra che esserci nel mondo basti e che non sapere cosa accade sia un fatto transitorio. È questione di età, del governare la vita con le energie che restano. Abbiamo bisogno di piccoli solidi inizi, e di tempo per capire. L’increspatura in un angolo, il ramo che appena spunta nel campo visivo, l’ultima lama di sole che sfuma l’ oscurità: è il giorno con un po’ di quiete, che si duole per i libri e le passioni, abbandonate sugli scaffali. Ma ciò che aveva un senso ora ne ha uno differente, e il mondo è sconosciuto per questi testimoni un po’ severi, maestri del dover essere sbagliato d’apparenza, e bisognoso di essenza. Se capire oltre è da indovini, allora la misura di sé è un rifugio, è la nostra modesta verità.
Tu sai l’aria che ruba il canto all’allodola, la luce che tocca timida le case, il suono della notte che sospira la campana del mattino. Tu dormi e distribuisci le tue carte ai sogni, ne guardi il gioco, e non senti l’attesa di chi ozia il vuoto, non vedi il luogo dove avviene ciò che ti riguarda. Sei solo sguardo e memoria, che cerca tracce nei silenzi mentre sono polvere I pensieri pestati nel mortaio coi ricordi, farina da spargere nell’aria che ricade attendendo il vento. Il tuo passo è importante anche se non ha direzione, cammini al centro delle strade dove la città vecchia pudica si copre d’ombra e nell’incuria ha perso la memoria. Cerchi cosa c’era oltre il muro dei giardini, guardi con gli uccelli della notte la luce che filtra dai balconi schiusi, e pensi agli impossibili amori, alle paure e le corse sui selciati. E il sostare per dar tempo, alle domande che facevi, perché era poi amato attendere la voce dolce al cuore.
Nei pomeriggi in cui trabocca la pena del mondo, basta una fotografia, o un testo che racconta dolore per acuire l’inanità del fare contrapposto all’amare. Cerco nelle cose un aiuto che non viene, ma tutto viene in uggia e il pensare è insufficienza dell’essere. Emerge il bisogno di quiete per lenire, rendere più lieve l’emozione, e anche se non è giusto, cerco di scordare nel sopire e mi vengono a trovare brevi sogni che a volte portano altrove la mente. È questo alleviare che cerco, ma non sempre accade e mi risveglio nel pianto e devo uscire portare altrove l’inutile, cercare in qualcosa di noto, un distogliere che giustifichi Il vivere dove mi trovo. Un tempo era più facile, il presente trasudava passioni, metteva assieme gioia del vivere ed ideale nel fare. Cambiare era ad un passo, il mondo sarebbe stato più giusto, l’indifferenza sconfitta, vita e serenità, un diritto. Oggi penso al poco che siamo, agli amori gettati in un falò di passioni, allora non so come fai, anche se di certo ti è costato fatica vivere altrove, buttare alle spalle tutto il bene donato, ed ora rendi relativo il possibile, macini parole e vite come necessità, esiste solo il mondo in te e sorridi, con una forza che non possiedo, né voglio avere. Illuso credo ancora che dal dolore ci sia riscatto, che il sogno non sia disgiunto dal mondo, che tutto possa cambiare anche solo per vivere e il tuo sorriso mi ferisce come il chiedermi cos’erano le nostre passioni e le vite vissute.
L’estate cantava con le cicale e nel cotone delle tende da sole, entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali, poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole, le cicale in un ossesso finire, le tele in solerti pomeridiani silenzi. Il tessuto aveva un odore di cotto diverso da quello della pietra e del legno, la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio, quando i giochi finivano, e la pelle odorava di sudore e di polvere, poi l’acqua a rigare il sapone, le ferite da pulire, il bacio e le lenzuola di lino piene di fresco per il corpo e la notte.
In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole, nella casa vuota di noi, ma piena di schiocchi di legni e di cose. Ballava la polvere in lame di luce, si mescolavano I profumi dei vecchi mobili delle loro storie e case vissute, volti confusi in fotografie infilate nei vetri. Cose in attesa osservavano l’alternare della luce e del buio. Nulla ci mancava, e la vacanza travolgeva, neppure troppo lontano. Il mare, le dune, le nuove abitudini portavano profumi diversi, conosciuti dagli anni passati, ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori, noi cambiavamo senza sapere, come se tutto quel mondo di piante di sabbia, d’acqua salsa, di cose arroventate dal giorno, nel buio spendesse I suoi roridi umori in amplessi dolci, lunghi e silenti. Qualcosa accadeva sommerso dai giochi, emergeva nello scoprirsi nuovi anche negli sguardi scambiati. Atttese senza nome, pensieri curiosi, potenti, senza parole adatte, ancora innocenti.
Tornavamo a settembre, le case avevano vissuto, qualcosa non era al suo posto, ci si ritrovava nei profumi, nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio, nelle verdure d’estate nei piatti, nei giochi che la casa riannodava a noi e alle cose. Settembre già odorava di carta e d’inchiostro, di banchi scrostati, di fatiche e complicate promesse. Vivevamo in giorni a mezzo cavando dall’incoscienza giorni di corse felici, di tempi infiniti, di estati passate senza timore d’autunno. E la tenda da sole ci rassicurava, con il suo profumo di cotone bruciato, con il calore che ancora fermava. Non cantavano più le cicale ma finché lei restava non sarebbe finita l’estate.
Che sarà rimasto dell’aria che conteneva Il mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley? Le molecole per accoglierlo si sono spostate, dei neutrini forse hanno attraversato indifferenti, qualcun altro s’è avvicinato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere. E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco, l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza. C’erano voci attorno, alcune normali, altre sussurrate, avranno sospinto l’aria con atomi di sé. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto. E del viso che s’è allora girato, degli sguardi per un attimo incrociati, del particolare che ha stupito, cos’è rimasto?
Il quadro immobile, faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto, che pian piano diventava un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, e dipingeva un particolare a suo modo, metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria? Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano altrove e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni e atomi, mescolati assieme a pulviscolo, danzavano. Era la memoria dell’aria, che finiva in uno stipo dell’universo dove il momento e il possibile si archiviavano in attesa, d’un nuovo presente e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili. Bellezze che durano e mutano oltre ogni sguardo, oltre ogni pensiero e non si curano neppure d’essere a noi, tali.
Come i buoni romanzi, letti e riletti con le parole da ripetere lente c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima, altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo geloso esso d’amore esclusivo, e goloso degli anfratti di senso. Tutto convince così poco che solo il sentire resta, e anch’esso ha bisogno di verità. Con le mani lavate due volte: la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza posso dire, non sono stato io, mentre si confondono i visi, mentre cala la luce, e scompaiono prima le rughe, poi le bocche e senza rumore sbiadiscono i sorrisi. Camminando nell’aria d’un settembre d’estate, s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere, sono imprecisi i ricordi: a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore, un bacio anche sul bordo d’un treno. Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita, oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole e nel tempo e ne resta solo l’eco smarrita.
È l’ora in cui la sera esita, e nulla attorno accade, un televisore parla per persona interposta, sono notizie e fanno male, non come a chi le ha subite, non come a chi è davvero coinvolto, e forse per un attimo, ci pensiamo innocenti, poi confusi, sovrapposti, indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro. Così unici e così poco necessari per molti.
La tempesta è arrivata silenziosa, il vento, un respiro lungo e caldo, qualche goccia obesa e poi la grandine, tonda, importante, ritmata, ha fatto risuonare lamiere, legno, plastica, persino la tela delle tende da sole, suonava. Gli alberi, le piante, si sono spogliate del superfluo, in una conta che solo il caso conosce e pratica. Perché è caduto questo frutto e non quello a fianco, e i fiori, le olive, le foglie come hanno trovato un senso, una disposizione che ha disegnato il loro condividere? Le grondaie colme di ghiaccio hanno protestato, anche le auto, i teli strappati, si sono lamentate e come è iniziato tutto è terminato, solo poche gocce d’acqua grosse quasi lacrime per l’opera compiuta, come per i fuochi d’artificio che danno tre botti e il cielo torna buio. Dalle case sono usciti gli uomini, scuotendo il capo per i danni, guardando il cielo in cui è tornato il sole, e una massa scura si spostava verso est, dalle finestre si sono scambiate voci, commenti ripetuti, poi le scope e i bidoni del verde hanno accolto l’imprevisto. Nulla era come prima, era dopo, e iniziava un pensiero d’ordine, un rammarico e un relativo accogliere, solo nei campi vicini, i girasoli e il granoturco non si rialzavano dalla caduta, credo pensassero ch’era immeritata e loro innocenti vittime che neppure avrebbero avuto nome, solo danni.
È il caffè che lasci sfiorire nell’amaro senza senso, un pensiero che molesta, dopo il calore profumato, così l’amore attende in tazze di porcellana, e trasparenti cuori fragili, col tenue segno in cui si legge d’un tempo la fragranza. Una riva e oltre c’era il mare in cui non s’è proceduto.
Siamo la somma di troppo presente, chiunque e comunque, tutto ci è indifferente e il differente fa paura. Non lo sentite questo scontento che alita freddo nei cuori, fuori l’estate si protende, è drago che alita fuoco inzuppa le notti di meritato sudore, stropiccia la luce d’ogni mattina, eppure tutto diventa accettabile verità declassata, opinione è il senso che gira nella ruota del criceto. Assuefatti e in cerca di equilibrio siamo noi a reprimere lo sdegno della pace disprezzata. Indifferenti all’ ingiustizia sociale, al povero, allo straniero inerme, al lavoro gettato come pastura senza dignità, ci lasciamo togliere l’umanità. Non si muove un moto d’orgoglio, e già da tempo i venti di guerra agitano le bandiere, chi fermerà l’ingiustizia somma di perdere di noi la pietà? Chi protesterà la nostra innocenza davanti all’orrore? Ci si assuefa alla rabbia, alle parole senza verifica di senso, dicono sapendo di mentire e il credere si perde nel silenzio della mente cosi nulla trapela dell’ennesimo sconfitta. D’altri il compito, la responsabilità, ma noi dove siamo per non dire dove eravamo. Qui, ora si impasta il presente con il futuro, qui ora, ogni sentire umano ha senso, la vita nostra e di quelli che verranno, dopo finirà questa estate del possibile ch’è già autunno, e sarà l’inverno.
Era l’ora di pranzo, nei pontili gli aperitivi e i sorrisi, un suono di voci che s’avviava, verso tavole imbandite e sdraio. C’era un suono basso di ghiaia e d’onda. un mormorio di sole e voci.
Sul prato vicino è arrivata una frotta di figli, la pelle scura, aiutavano i genitori a stendere tovaglie, le ragazze e ragazzi con magliette e calzoncini, erano allegri e scherzavano tra loro ed entravano tutti in acqua e uscivano ridendo.
Ignaro s’è compiuto un rito, che attingeva al mistero dell’innocenza, all’ombra che ristora e non è assenza di luce. Celebravano i giorni infiniti dell’umana creazione, quando il cuore è leggero di battiti, e non serve ragione per essere vivi. E parevano felici. Senza problemi. Forse siamo noi che abbiamo problemi.