Willyco

in alto, senza parere

Willyco

mozziconi

In evidenza

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia raccontano,
improvvise passioni che
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe delle vite,
di ciò che s’è fatto e ciò che si farà.
Così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti
alla piccola gloria sognata, e persino al farsi quotidiano che si perde,
appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra i tavolini
e nel sorso delle bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un film di Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
perché la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare necessità al presente e alle vite.
Togliere a sera il rimorso lieve dell’uggia del non fare che in silenzio consuma.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie principii, desideri, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse, scompare il ricordo del mutare assieme
nell’attenzione d’un momento,
e persino l’incapacità d’affrontare la fatica di negare,
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

un cavalier dalla losca figura

Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

la realtà non mente

La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.

La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono. 

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.

Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.

parliamo di sinistra

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

giallo e grigio

Nella piazza ci sono tavolini ovunque. Le persone sedute godono del primo pomeriggio e del sole ancora tiepido. Aperitivi e chiacchiere con un brusio che si riflette nei palazzi bianchi del potere e nella mole del palazzo della Ragione. Questa è una delle più belle piazze della città dedicata alle erbe che arrivavano dal contado. Divisa dalla grande mole del Salone e simmetrica alla piazza dei frutti, anch’essa dedicata i prodotti agricoli che alimentavano la città senza terre e proprietà. Entrambe le piazze, come le altre vicine e strade e vicoli sono immolate ai riti dello spritz e del cibo veloce. E’ come se nella città governassero i baristi e il commercio, il potere politico è accondiscendente e il voto, invariabilmente, estende l’occupazione del suolo pubblico. I commercianti sono una faglia che vanta diritti d’occupazione e confonde la vita con la capacità economica, pretende l’uso esclusivo di ciò che è di tutti, ma nulla fa perché la città sia più bella. E così nulla viene offerto allo sguardo che compensi la bellezza della piazza vuota.

Nell’angolo della piazza, negletto, vicino alla fontana dove per gioco, bimbi e colombi si bagnavano i piedi, c’è un piccolo sopralzo giallo con l’addobbo che riporta all’Afghanistan. Un palchetto che viene attorniato da chi ricorda che c’è una tragedia in atto. Giovani e meno giovani mostrano cartelli per dare un messaggio a chi passa od osserva distratto dai tavolini. Si succedono discorsi che riportano i numeri di una tragedia che dura da talmente tanto da sembrare un sempre, ed è immane negli adulti senza speranza, devastante nei bambini. Si muore di freddo a Kabul, di sete, di fame e di regole senza appello, né ragione. Scorre nelle parole, un riepilogo della disperazione e della miseria di luoghi senza pace. Tutto è confinato in queste 50 o poco più persone, mentre attorno le conversazioni continuano sorridenti e tutto l’armamentario seduttivo della vita opulenta si svolge tranquillo.

La piazza è lastricata di trachite grigia, in rettangoli regolari e il giallo del palco risalta formando un’armonia che ingentilisce le parole delle testimonianze, ma non toglie loro un significato terribile, giallo come un’epidemia che invade i cuori, grigio come il pensiero che non vede altri che se stesso. Intanto i tavolini più vicini al palco si sono vuotati, l’altoparlante, forse le parole, infastidiscono. Solerti i camerieri spostano altrove tavoli e sedie: prima che scenda la sera il fatturato dovrà avere il senso del giorno di festa.

Adesso sul palchetto, c’è musica dal vivo, una cantautrice si accompagna con la chitarra e narra storie di donne. Una parla di violenza subita, un’altra di un amore difficile e negato, ancora il desiderio di essere altrove emerge dalle parole: le donne che fuggono vorrebbero restare. Sembrano cose d’altri tempi, momenti di ribellione che hanno attraversato i giovani e tutto ciò che era nuovo e cultura in occidente. Interessi improvvisi per civiltà di cui si pronunciavano a fatica i nomi. E quel meditare, protestare, chiedere basato sulle libertà negate altrove portava nuove consapevolezze e libertà nella società in cui si viveva. Senza un internazionalismo di sentimenti, il mondo greve e incrostato d’ottocento e d’imperialismo in cui si viveva, sarebbe rimasto eguale. Quindi il mondo dei vinti ha regalato non poco a tutti, ma ora questa consapevolezza si è perduta.

Resta la minaccia ambientale che dovrebbe rimettere in ordine i sistemi produttivi predatori e lo scialo immane della terra su cui posiamo i piedi, è strano che debba essere il pianeta a ricordarci le iniquità che vengono perpetrate. Ciò che è apparentemente inanimato si anima e con una sua intelligenza ricorda che siamo piccola cosa. Procedere per ecatombe e disastri non ha nulla di razionale, l’umanità lasciamola come processo che deve investirci se vogliamo avere giustizia ed equità nel vivere, ma comunque sia il pensiero profondo della terra esso porta inevitabilmente a ciò che è necessario perché vi sia vita degna. E allora mi chiedo in quest’aria chiara e tiepida se l’umanità non abbia gradienti che non solo sono inversamente proporzionali alla distanza ma se anche nel vicino, nel pianerottolo di casa, non si chiudano le orecchie alle parole e tutto si chiuda in piccole vite che non lasceranno traccia. Come per la riva del mare, la terra s’incarica di alzare la voce e spianare i castelli di sabbia, ogni sera e qui, nell’indifferenza la luce scema ed è sera.

ora tocca ai vecchi

Diciamo la verità: questi vecchi non sono mai piaciuti. E non di rado anche dentro la cerchia familiare. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno la testa nell’altro secolo, capiscono quello che vogliono e sopratutto non mollano il potere. Siamo obbiettivi, a chi gliene importa qualcosa della saggezza, del sapere accumulato in studi e intuizioni, in una società dove vale il singolo. Per l’io, che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso.

L’eugenetica surrettizia si esercita in tanti modi, ma sono sempre gli stessi: una parte più forte fa i propri comodi e si dimentica degli altri. Certo ci sono vecchi e vecchi, provate a toccare i “capitani coraggiosi”, quelli che svernano il covid all’estero o in Italia in ville blindate. Questi sono preziosi per ricchezza propria e quindi (che strana cosa) per la nazione. Anche se fossero come Paul Getty, che conservava le proprie urine e le catalogava, non ci sarebbe mai nulla che davvero li definisca bizzarri, sono i vecchi delle rsa che da 4 mesi non vedono un parente che lo sono e non dovrebbero sentirsi abbandonati in questa tempesta di cui neppure portano responsabilità.

Che ne farete di questo Paese senza vecchi? Chi si occuperà dei vostri sentimenti visto che ormai la società ne è priva. Come cresceranno i vostri figli già orfani del vostro tempo, senza un sapere che non ricordate più, senza una parola di dialetto. Sarete migliori o peggiori?

Sarete e basta e neppure vi basterà perché le ultime lotte per avere un paese decente le facevano i vecchi, quelli che ancora hanno la capacità di indignarsi di fronte all’ingiusto, quelli che hanno pietà e cercano di vedere un futuro migliore. Quella capacità che voi non avete più.

tutto normale

I tavolini nella piazzetta davanti al bar del ponte erano tutti pieni ieri sera. Come prima, come al solito. Le mascherine ornavano l’ avambraccio, oppure civettuole, appese ad un orecchio. Non pochi le avevano abolite. Tutto normale quindi, anche la distanza era la solita delle conversazioni. Forse si saranno dette poche parole all’orecchio e qualche inutile cattiveria sarà rimasta nei pensieri, ma era una tranquilla serata di giugno all’ora dell’aperitivo. 

Non ho recriminazioni, ciascuno si regola come crede perché questo è il limite della responsabilità e la disciplina esige sanzioni, restrizioni esterne, un diverso stile di vita. Stamattina dicevano per radio che il distanziamento è tra le persone e non sociale, infatti per essere stanziati serve una responsabilità interiore e una fantasia che trova nuovi modi di stare assieme e porta la sicurezza nella fiducia.

Se tu mi ami non ti ammali, fai di tutto perché non accada e non mi contagerai.

Quest’attenzione semplice tiene unite le persone, possibili i baci e gli abbracci ed esamina ciò che invece è consuetudine, abitudine senza un pensiero che la sorregga e la nega come possibilità. Non per sempre ma per un po’. Sempre ieri sera, alla commemorazione di Berlinguer in piazza, eravamo distanti e insieme vicini. Ordinati nel porre un fiore senza nessun discorso ufficiale. Ma appena usciti dalla piazza sono cominciati altri incontri e ancora il tentativo di stringere mani, di annullare gli spazi fisici anche nel parlare. C’è un’impressione di libertà che supera l’attenzione e che è in sé un indice di ciò che verrà. Non parlo delle recrudescenze pandemiche, ma del cambiamento che si sognava negli stili di vita durante il confinamento in casa. L’inquinamento ha ripreso a crescere, il mutamento climatico continua il suo corso e dei piani che si sentono annunciare per la crescita, per l’economia, non c’è nulla che non sia una ulteriore declinazione di un neo liberismo che farà fare a minor prezzo ciò che si produceva prima. Nessun ripensamento vero, il che dimostra, e ciò è particolarmente vero nei paesi che si dicono democratici, che l’economia capitalista governa per suo conto, stabilisce cosa è progresso, ciò che deve piacere e con quanta fatica si dovrà acquistare l’inutile, il transitorio, il nuovo che è solo rappresentazione. Nessuno dei problemi di questo mondo che connette tutto tra ambiente produzione, consumo, viene affrontato. E lo stesso distanziamento sociale diventa rottura tra interessi comuni, tra esistenze. È triste che sia la forza a insegnare le cose e non l’intelligenza. Triste e brutto.

resilienze

La pioggia ha concesso una tregua stanotte, ma ora ha ripreso, fitta, insistente. Rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così. La resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, è stata trasferita all’uomo, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico.
Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica. Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, emerge accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.. Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà. Una resilienza che  qui si nutre di parole e  non fa nulla di concreto oltre ogni prima emergenza. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni  da parte di chi governa e che doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, non è questione di par condicio ma del fatto che gli eventi hanno radici, di questo bisogna parlare e chiedere la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse.

si vive tra un sì e un no

Alcune cose importanti e belle le vedi nascere, crescere, compiersi. Ne siamo parte, le possiamo, con rispetto, custodire in noi. Sentire intero il privilegio e la fortuna di conoscerle, di partecipare ad esse. 

Altre cose le troviamo già fatte, sono apparentemente immutabili, come se la bellezza lo fosse davvero e non mutasse incessabilmente dipendendo da ciascuno di noi, dalla nostra attenzione per essa, dall’amore grato che le riconosciamo. Se l’amore nascente sgorga apparentemente senza motivo, e ci prende con assoluti prima sconosciuti, se evolve con noi, con il nostro accoglierlo e fidarsi di lui oppure si deprime nelle negazioni, nel mettere limiti, fino a estinguersi lasciando quel senso di assoluto perduto che segna le vite, ciò che già esiste ha bisogno d’essere riconosciuto.

Per questo quando torniamo nello stesso luogo amato, lo troviamo mutato, le cose non sono al loro posto, qualcosa è cresciuto, altro è cambiato di posto, attorno cose che prima non c’erano, si sono aggiunte. Ciò che si è negato allora forse era un’attenzione particolare e a quella non c’è rimedio.

L’armonia del ricordo si è rotta, sappiamo che i ricordi non raccontano mai la verità, i rimorsi invece si. Allora bisogna decidere se ripetere diversamente l’errore oppure costruire qualcosa di nuovo che generi una bellezza sconosciuta. In fondo le scelte hanno sempre una grammatica binaria, eppure si cercano compromessi nella zona grigia. Si vive a volte pienamente e spesso a mezzo, basterebbe avere coscienza dell’importanza dei no.

 

 

 

il tempo scorre e noi chissà

In questi giorni ho pensato alla limitatezza che esiste tra bisogno e risposta. Anche alla delusione che piccole cose provocano nel nostro sentire e come queste, accanto a quelle più grandi, erodano. In fondo siamo arenarie che giocano col vento, che si lasciano lavorare dagli elementi e dall’accadere, ma questo non ci rende passivi, anzi, i desideri sono in ogni minuscolo granello che il vento trasporterà chissà dove e quel desiderio, insoddisfatto, ci seguirà in effige nel cuore, o nella mente, o nell’ipotalamo secondo preferenze. Sistemi fragili e friabili che provano sensazioni forti, siano esse gioie o delusioni e le collocano nel tempo, in un come eravamo ricco di alternative bruciate che ora si pone domande. Il pensiero, quindi, scivolava tra adeguatezza al desiderare e persistenza, tra il tempo e il suo mutare.

Se si ama Eraclito, l’oscuro, si sa che il fluire cambia il mondo che ci attornia e lo fa molto più rapidamente del pesce che è immerso nel fiume. Eppure il tempo è lo stesso. È nei rapporti tra persone, nell’affettività, nei desideri, dove il tempo sembra lo stesso eppure si differenzia, muta e come tra il fiume e chi lo vive c’è chi osserva e chi, indifferente, è osservato.

Ci si lascia sempre un po’ dopo esserci incontrati ed è il continuo ritrovarsi che tiene assieme, finché funziona, poi le vite e i tempi divergono perché solo in quell’unità profonda che è durata molto o poco, i tempi avevano trovato la sincronia del diverso. Un sentimento, un amore, quasi mai trova risposte definitive proprio perché include il bisogno e il tempo per essere soddisfatto. Bisogna condividere il senso dello scorrere e il suo tempo e non si può fare con facilità, anzi, essendo un processo voluto è una fatica immane.

Ci si lascia nella visione del momento che da tempo non è più, ma il fiume, il pesce e chi guarda restano. E ogni viaggio è circolare, ritorna, volenti o nolenti su ciò che poteva essere e non è stato.
Questo differenziale di tempo tra lo scorrere attorno e noi poco veloci, non è mai privo di conseguenze, relativizza l’osservatore, lo orienta su altro, assegna ruoli, si rivolge verso il sé e analizza. Ma quasi mai trova risposte definitive proprio perché il bisogno per essere soddisfatto ha la necessità di una interlocuzione profonda che è unità di tempo e desiderio.

Si ha un bel dire che si conosce la scienza degli addii, nel profondo essi non sono mai tali ed è difficilissimo tagliare ciò che è accaduto e diventato parte di noi, perché li si riannodano i tempi.

Si va oltre, come dicono i cinici o gli stanchi, approdi umani che si assomigliano assai. Ci si fa una ragione, anche se è la vita che ci spinge a rifare i conti e a ricordare. Meditare sul tempo che non ha avuto la stessa creanza di scorrere con noi e di lasciarsi alle spalle l’alterità che non esiste più può essere utile solo se ci si ritrova.

Bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe pure riconoscersi ovvero assomigliarsi accettando molto di ciò che ci neghiamo per qualche divieto di cui non abbiamo memoria. Basterebbe essere simili ai desideri e al profondo che possediamo, al tempo che è condiviso ed è davvero nostro, il resto verrebbe di conseguenza.

 

 

 

 

 

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