i cieli immensi narrano

Stasera i cieli erano alti, testimoni d’ una confusione d’aria che mescolava e stracciava le nubi, ma teneri e distaccati nelle loro tinte pastello. I grigi sfumati, gli azzurri tenui, gli aranciati che sfociavano nel giallo, tutto portava verso ovest, come se li vi fosse un richiamo che annunciava la cena, il posto per le luci di casa, mentre il buio s’acquattava tra le macchie di lecci, d’aceri, di rade querce, in attesa della notte. Il cielo era indifferente agli elettrodotti che solcavano i campi, sembrava più attento al giallo delle stoppie, curioso delle macchie di verde che erano orti e coltivazioni di piante medicinali che ora vanno di moda e spesso sono una alternativa al più banale granturco. Ciò che colpiva era il gonfiarsi del cielo, il suo ricomprendere e mutare. M’è tornato a mente un salmo, il xviii, di Benedetto Marcello. Lo cantavo da ragazzo con la schola cantorum. Era una musica gloriosa e potente, come il cielo di stasera, parlava al cuore che assapora un trionfo:

I cieli immensi narrano
Del grande Iddio la gloria,
E ‘l firmamento lucido
A l’universo annunzia
Quanto sieno mirabili
De la sua destra l’opere

Non importava credere, ma mettere da parte il ragionare e meravigliarsi di ciò che era grande e irripetibile. Come stasera.

Oggi non è stata una grande giornata, le battaglie ideali si perdono ben più spesso di quanto si vincano, sono i momenti in cui ci si chiede il senso del persistere nel voler mutare le cose. Se non sia meglio lasciare che altre passioni prendano: il leggere, lo scrivere, l’osservare e l’ascoltare ciò che si tralascia perché altro è urgente. O almeno così sembra. Il cielo parlava per suo conto e forniva una dimensione, anche alla sconfitta, come se altro davvero importasse e seguisse la notte, ma poi ancora il cielo e il giorno.

salmo sulla maleducazione

percuoto i miei pensieri

e non se vanno,

esco cercando e non mi trovo.

Il desiderio di me

riga la limpida luce del giorno

 

Così si muovono spinti dall’insofferenza il corpo e la mente. In filigrana si leggono i gesti, le parole, persino i pensieri che provocano un rifiuto. Cosa generi tutto questo e perché esso ci accompagni oltre la pazienza, la curiosità, l’amore del capire, non è chiaro, ma seguire l’insofferenza è uniformarsi a un istinto che proviene dal profondo e raramente sbaglia. La buona educazione, allora, appare com’essa è, ovvero un miscuglio di piccole bugie unite alla gentilezza e ciò che viene trattenuto, messo in disparte, non è uno stare tra gli altri ma l’occultare la critica feroce del conformismo interiore, della incapacità di dire le cose come stanno.

Per bocca di falsità sembra che solo i superbi, i supponenti, i protervi (e spesso i politici e gli uomini di potere lo sono) abbiano il diritto di dire cose sgradevoli, mentre agli altri, agli educati, ciò non è concesso. Così a volte vorrei una società maleducata nel senso di più vera e rispettosa dei silenzi, delle diversità, più aperta al cuore di ciascuno e alla sua dignità di essere vero.

Sembrerà strano ma non sempre è rispettoso stare, spesso è vero il contrario se non c’è sintonia, È meglio andare, posporre il dire eccessivo, mettere tempo in mezzo per capire cosa sia il demone che ci agita e infastidisce.

Se è il passato, solo noi possiamo fare i conti con esso.

Se è il presente, qualche domanda in più diventa necessaria, che poi si riassume nel davvero voglio dividere il mio tempo in questa situazione? E stranamente si può scoprire che la risposta è, sì indecisa ma propende per il rifiuto. Non è ancora il caso di prendere una decisione ma certamente di mettere distanza. L’istinto, il profondo ci dice qualcosa e la fuga è la risposta a un pericolo, a un perdere il sé chissà dove, per non smarrire il vivere. Anche a questo serve l’altro istinto che spinge al silenzio, perché ogni dire è insufficiente e disturba quando una particolare sensibilità al nostro vero interiore fa rifiutare ciò che lo contraddice. Non è maleducazione andarsene, ma una necessità vitale. Ed è uno di quei casi dove l’io si deve preferire al noi.


prosegue, forse…

 

 

il senso del giusto

Cara Rosa, hai lottato quando era difficile, con la forza che derivava dall’ avere un nome gentile. Un nome che evoca il pane accanto alla bellezza, la responsabilità dell’accudire quando si ha un incarico. Anni di vita scortata, la polizia appena fuori casa, le minacce di morte, ma tu non sei tornata indietro, a questo serviva avere principi e valori. Una sindaca d’accatto, così ti consideravano i tuoi avversari di fronte all’inopinata nomina. Pensavano non durassi e intanto avrebbero avuto il tempo per sistemare le cose tra correnti, così saresti dovuta cadere e invece caddero gli altri, i collusi, quelli che venivano comprati e rivenduti. Non avevi paura e denunciasti. Poi la riconferma e il tuo lavoro di sindaco per mutare le cose prima del Parlamento. Anche qui facesti le battaglie di una volta, perché operai si resta anche quando si lavora in altro modo e si capisce che il lavoro va rispettato, che ciò che produce la terra è fatica, dono e anche fortuna di un’annata felice. Ricordo che in quella tua terra così generosa, ma piena di latifondi accanto alle piccole proprietà, chi era bravo soggiaceva al ricatto dei numeri, della forza di chi avrebbe lasciato la produzione marcire nei campi, l’olio inacidire e il vino invecchiare troppo, se non si fosse accettato il suo prezzo. Qui a nord queste cose si sanno in altro modo, ci sono altre sopraffazioni, ma dalle tue parti la ricchezza prodotta, il valore unico del cibo genuino veniva -e viene- dissipato assieme alla fatica. Tu queste cose le capivi attraverso quel crivello che discerne tra vero e falso ed è il senso di giustizia che accompagna la fatica. Così l’hai difeso in campagna, nella spontaneità che faceva unire chi lavorava per una paga misera, così si è trovato nel sindacato il modo di restare assieme, di rivendicare la giustizia di una retribuzione, di un difendere il lavoro e il suo prodotto. Lo stesso facevi in Parlamento, impuntandoti, chiedendo con gentilezza e forza. Forse ti avevano mandato in alto per toglierti di torno, ma tu tornavi a casa ogni settimana. Ti interessavi, ascoltavi prima di parlare, poi dicevi quello che ti era possibile fare, se lo ritenevi giusto. Un modo di agire antico, anche nella politica, con discorsi concreti e molta verità, restava l’alea della speranza, ma anch’essa contenuta nella realtà, come sanno fare quelli che hanno poco e spartiscono il poco sperando che il giorno dopo ce ne sarà ancora generato dalla fatica. Non ti sei fatta ricca con la politica, ricordo la tua casa, dignitosa e pulita, come quelle degli emigranti che erano tornati dopo aver a lungo faticato altrove. Un senso fresco delle stanze, l’acqua ghiacciata con il limone e il vino rosso da bere a cena. Ho la fortuna di averti incontrata in un periodo della mia vita in cui anch’io facevo qualcosa di pubblico, mi hai confermato la dimensione delle cose, la pazienza che è necessaria per incanalare l’entusiasmo, il rigore nei principi che già c’era e la capacità di dire i no necessari. Quanta forza serve per trarsi in disparte quando è ora, eppure lo hai fatto che eri ancora giovane. Sei tornata a casa, a quello che facevi prima: il lavoro, la cura per chi ti era vicino e per gli altri, l’impegno. La politica divarica le vite anziché unirle, ormai accade così spesso che non ci si bada, restano gli amici che hanno magari idee differenti ma si ritrovano nel rispetto. Tu l’hai sempre avuto e anche se non ci vediamo da molto, so che è rimasto con te. Il coraggio di allora servirebbe adesso, assieme alla costanza di sapere che si è dalla parte giusta. Si può sbagliare qualcosa o parecchio, ma la parte è quella che determina con chi si sta per andare avanti. Tu hai difeso chi veniva conculcato, chi cercava un senso per il proprio faticare, e adesso c’è ancora più bisogno di difendere questa parte perché non sono diminuiti i deboli, anzi sono aumentati e non hanno più un senso di appartenenza. Sono ancora più deboli perché soli e disperati si rivolgono a chi li mette gli uni contro gli altri e li rende soli quando serve più che mai essere tanti e uniti, con gli stessi obiettivi, le stesse istanze di equità, lo stesso bisogno di benessere comune e di legalità. Passa il tempo, sembra mutare la politica, oggi ci sono altre regole e i partiti non sono più gli stessi, ma restano i principi i valori per rispondere ai bisogni. Ancor più oggi servono persone che pensino davvero di essere al servizio, come hai fatto tu, con il tuo lavoro giusto che non contraddiceva il nome importante e gentile, difficile da portare con grazia e forza, ma tu ci sei riuscita, amica mia. Grazie.

tisana

Dalle misture di cui ridevi, ora il giallo,

si spande nel bicchiere,

è accolto, la bocca,

che non ha mai creduto la virtù,

stima il calore, e in buon conto lo tiene.

È il consumato profumo di primavere,

tutte inesorabilmente passate,

che salva il ricordo, 

il sole, il canto d’una casa che guarda il prato,

dei piedi bambini che, tolte le scarpe,

correvano ridendo.

E dietro i larici è già sera

rapida e silente,

prima del chiamo d’una voce.

 

tornare a casa

Tornare a casa, a me stesso, dopo molto girovagare. Saggiare la superficie degli oggetti, ascoltare le vecchie e le nuove sensazioni. Decidere cosa buttare, perchè non ci può accompagnare nel nuovo. Accettare che molto di ciò che dico, evochi pensieri diversi dai miei. Mi piace ascoltare e incantarmi nel sentire il pensiero altrui.

Si torna per ritrovarsi, per mettere in ordine in ciò che non ha avuto tempo di essere capito. E ancora non si capirà ma al ricordo e alle sensazioni provate si permette di agire, di tracciare legami che resteranno misteriosi.

Si torna per deporre le armi, per un poco, per una tregua con se stessi perché di certo abbiamo sbagliato molto ma il giusto e il buono si sono celati sotto una patina di reazioni, di giudizi sommari ricevuti e restituiti. E bisogna ritrovare il buono e il giusto, fosse solo perché ci fanno bene.

Si torna perché non abbiamo più passi e giriamo in tondo. I passi si rinnovano ma hanno bisogno di tempo per formarsi, per vedersi come si è davvero. I passi devono dare il tempo agli entusiasmi perché aprano un pertugio sul futuro e creino nuove volontà e desideri, hanno bisogno di amori che scrivono la loro storia con le nostre mani. I passi ci portano ovunque e intanto indagano dentro di noi con l’affetto di chi ci conosce e capisce, oltre ogni maschera e superficie. I passi hanno una direzione che ci porta verso qualcosa che non siamo ancora, ma possiamo essere e fa parte della nostra bellezza. Ci assomiglia.

Si torna per ripartire. Con la luce e con occhi nuovi, quieti e forti.

si vive tra un sì e un no

Alcune cose importanti e belle le vedi nascere, crescere, compiersi. Ne siamo parte, le possiamo, con rispetto, custodire in noi. Sentire intero il privilegio e la fortuna di conoscerle, di partecipare ad esse. 

Altre cose le troviamo già fatte, sono apparentemente immutabili, come se la bellezza lo fosse davvero e non mutasse incessabilmente dipendendo da ciascuno di noi, dalla nostra attenzione per essa, dall’amore grato che le riconosciamo. Se l’amore nascente sgorga apparentemente senza motivo, e ci prende con assoluti prima sconosciuti, se evolve con noi, con il nostro accoglierlo e fidarsi di lui oppure si deprime nelle negazioni, nel mettere limiti, fino a estinguersi lasciando quel senso di assoluto perduto che segna le vite, ciò che già esiste ha bisogno d’essere riconosciuto.

Per questo quando torniamo nello stesso luogo amato, lo troviamo mutato, le cose non sono al loro posto, qualcosa è cresciuto, altro è cambiato di posto, attorno cose che prima non c’erano, si sono aggiunte. Ciò che si è negato allora forse era un’attenzione particolare e a quella non c’è rimedio.

L’armonia del ricordo si è rotta, sappiamo che i ricordi non raccontano mai la verità, i rimorsi invece si. Allora bisogna decidere se ripetere diversamente l’errore oppure costruire qualcosa di nuovo che generi una bellezza sconosciuta. In fondo le scelte hanno sempre una grammatica binaria, eppure si cercano compromessi nella zona grigia. Si vive a volte pienamente e spesso a mezzo, basterebbe avere coscienza dell’importanza dei no.

 

 

 

settembre

Anche i giorni pieni, guardati in filigrana mentre stai steso sul divano e osservi quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono giorni vuoti e giorni pieni che stranamente s’assomigliano, ci sono tempi in cui ciò che ti spinge non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, e scopri che entrambi sono felici. Dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi, così imprevedibili eppure vivi , lì come settembre che è una stagione e il suo contrario, un ritorno che è già desiderio di partire e cosi la vita si moltiplica e risplende.

 

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come calor d’alcova di domande irto,
solo dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento che urge e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, ma per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi
di propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito che ha paura.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura

Inchiostri che sbiadiscono

 

Scrivo con inchiostri che sbiadiscono. Come i ricordi, i pensieri che non si tengono, le amicizie stinte dalla lontananza. È stato naturale farlo, cioè senza ricerca o fatica. Cosa conserviamo di ciò che siamo, cosa raccontiamo agli altri che dica ciò che conta? Assomigliarsi sempre, rispettare l’avversario che ci accompagna, capire ciò che oggi conta e conterà domani. Il passato e le parole per dirlo sbiadiscono ma non se ne vanno, lievitano e germinano nuovi fiori.

buon ferragosto

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Non c’è un momento per la nostalgia, è una dolce traditrice che ti assale quando sei più inerme, forse perché qualcosa manca e andando ad allora ti sembra ci fosse, magari molto diverso e non necessariamente migliore di quanto c’è oggi. Anzi non è mai così, ma una tela s’è smagliata ed ora il bisogno di riannodare ti sembra che metterebbe a posto. Non può accadere ma la presunzione lo suppone. Dei molti ferragosto passati, alcuni ci vedevano assieme. Io ero sufficientemente piccolo per non avere tutte le libertà, ma le curiosità c’erano, e forti, così la voglia che una festa fosse comunque piena di contenuti e non solo di cibo e chiacchiere di grandi. Eravamo sempre nel mare selvaggio fatto di fine sterminate e acqua salatissima della mia infanzia. La sera prima i pescatori avevano tratto a riva le reti e tutti i pochi villeggianti, comprese le suore e i preti dei misteriosi stabilimenti elioterapici e colonie, avevano aiutato a tirare i canapi, mettendo le gambe bianchissime in acqua e ridendo forte. Poi il grosso della rete s’era gonfiato in una delle secche e i pescatori avevano tratto i pesci più grandi. C’erano un paio di razze, dei tonnarelli, cefali e orate, una tartaruga media. Avevano fatto il loro lavoro, evitando i pericoli delle code acuminate come lance e subito tagliate, divisi i pesci per specie e per dimensione, coslparsi di ghiaccio e sale nelle cassette e infine avevano offerto, come sempre, il pesce piccolo per somme irrisorie a chi li aveva aiutato, così tutti, villeggianti, preti e suore erano tornati a casa con cassette o grossi sacchetti di pesce ancora saltellante. Mia madre ne aveva preso ben più di quanto ne avremmo mangiato ma il giorno successivo, ferragosto, se non si mangiava assieme ad altri si offriva ai vicini.
Nell’ombra della casa di legno e sabbia,veniva allestita una lunga tavola fatta con le tavole dei piccoli locali di vacanza e poi ricoperta di tovaglie che andavano dai quadrettati ai fiori, dai cotoni alle cerate, in un tripudio di colori e allegra confusione. Ciascuno mangiava e scambiava, poi chi restava senza essere vinto dal sonno, continuava chiacchierando, fumando, bevendo caffè e grappa con la ruta. I dolci erano semplici, arraffati da noi ragazzi, già ben sazi di fritti, impanature, polente e smaniosi di tornare a scalare e correre sulle creste franose delle dune.
Sapevamo che tornando, a sera, tutto sarebbe tornato al suo posto. I tavoli, le tovaglie, le persone, ciascuna tornata nelle stanze in affitto, a chiudere il giorno con quella stanchezza strana che è solo del dì di festa. Ma per noi, ignari, era diverso perché se un giorno si toglieva alla vacanza c’era stato qualcosa di incompreso, oltre al nome, che aveva celebrato un rito. Quale esso fosse e il perché, ancora mi sfugge oltre la comprensione dell’origine, dei significati apotropaici o religiosi. Era qualcosa di cui ogni generazione diventava depositaria senza un motivo per metterla in discussione che sanciva un’unione, una sosta comune, un ritorno. Così anche oggi guardando i fuochi che rosolano le carni e i pesci, il cibo scambiato, le corse dei bambini, penso che dietro ci sia un desiderio insoddisfatto di essere assieme, di raccogliersi per dirsi cos’è accaduto mentre eravamo distanti e che il non condividere pesi, faccia sentire soli.