transiti apolidi

Tirar fuori la bellezza, dopo la notte
accogliere la luce, fidenti del giorno che s’appresta.

Dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi,
siamo seduti in attesa d’un vento che risvegli
anche l’ultima cellula dispersa e la ridoni

al mondo, come luce ogni mattina.

Ma soprattutto a noi che usiamo abitudini,
orecchie cieche,
spirali per dire l’insofferenza priva di nome. E luogo.

 

l’abitante

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Non accadeva nulla. Il sentiero saliva, a destra il bosco, a sinistra il rudere di un tentativo di abuso edilizio. All’interno di quello che forse sarebbe stato un soggiorno era nato un albero ora grande e pieno di foglie. L’abitante senza vicini umani e con molti uccelli e piccoli voli tra i rami. Salendo non accadeva nulla che non fosse ripetibile, qualcosa di così memorabile da costituire un ricordo singolare. La vita scorreva con il ritmo del respiro e non aveva una trama che potesse diventare narrazione: avrebbe ripetuto i passi, la scaglia del calcare che spuntava tra il muschio, il resto di un reticolato con un fiocco di lana, erba, fiori incauti e rami seccati. Lontano il suono di una campana. E’ un vecchio dilemma quello dell’artificiosità delle storie, dei ricordi che si intrecciano con la necessità di interessare, di rappresentare una singolarità in cui ci sono protagonisti, decisioni, eventi che si configurano come emblematici. E’ il tema del divenire, il bisogno di un passato per costruire un futuro mentre siamo nell’entità più inafferrabile e banale per la grandissima parte della vita, ovvero l’adesso. Così il sentiero che si muoveva tra bisogni lavorativi dei boscaioli e le abitudini di escursionisti. Di certo portava da qualche parte, quasi certamente era, o un percorso circolare da case a case oppure un andare e ritornare su se stesso tracciato dal bisogno e dal piacere non dall’utilità e dal programmare futuri percorsi.

Ciò che fa la differenza è la persona che percorre il sentiero non la traccia e ciò che le sta attorno. Sono i pensieri diversi di ciascuno, il movimento degli occhi, il collegare le cose, la congiunzione dell’adesso con il conosciuto, il nuovo intreccio che esso può provocare nel passato. Oppure, i più bravi, vuotano di pensieri la testa e lasciano che ciò che è all’esterno entri e non diventi solo esperienza, ma vita, modo d’essere.

Il bisogno che accada qualcosa testimonia la lotta diurna contro il vuoto della noia, la forza vivifica dell’accadere contrapposta al succedere; nella prima c’è l’idea di poter influenzare le cose, nella seconda esse semplicemente si succedono senza un nesso che ci riguardi ma con una fortissima logica interna. A quella logica, che poi sarebbe quella del fluire, si può appartenere o meno, ma ciò che dovrebbe essere chiaro è che essa è disgiunta dalla felicità.

Non si è felici per caso, questa era la tesi che mi seguiva anche in quel sentiero, ma per volontà di voler mettere assieme cose disparate e controverse oppure per abbandono, per una resa così incondizionata che, come per il bimbo coccolato ogni movimento dell’accadere diventa carezza e occasione di allegria, in noi diventa un lasciarsi andare allegro e meravigliato.
Quasi sempre non accadeva nulla e questa era la storia, quella vera, quella che i 17 miliardi di individui che dalla comparsa del genere homo hanno abitato il mondo, hanno vissuto, con qualche rada eccezione che a pedate ha spinto innanzi tutto il genere. Non accadeva nulla e non avevo la facoltà di entrare nel pensiero altrui. Di questa seconda consapevolezza ero contento, non perché mi dispiacesse indovinare un desiderio di chi mi è caro o capire meglio chi ho di fronte, ma per il semplice motivo che gran parte dei pensieri sono sconclusionati, saltano di palo in frasca, sono ossessivi nel ripetersi, cercano soluzioni a problemi spesso privi di senso e stare nella testa di un altro a condividere il guazzabuglio che già ben conosco non aveva nulla di attraente. Se viene glorificata l’utilità del pensare e del fare, è perché essa genera plusvalore per qualcuno, ma anche e soprattutto perché il pensiero è fondamentalmente privo di essa, è anarchico e vitale come l’istinto, si muove per meandri sconosciuti, ma soprattutto è indifferente a ciò che dovrebbe provocare reazioni immediate. Insomma agisce per suo conto ed è pure duro di comprendonio. Se così non fosse giustizia e bellezza sarebbero perseguite e invece capitano per caso, come accidenti più che per volontà comune. Come quell’albero, unico abitante della casa in rovina e nato per caso dove doveva esserci altro, che faceva altra utilità rispetto a quella umana, ma era successo e ne aveva approfittato. Semplicemente vivendo.

nostalgie operose

Il pensiero torna a terre che mi sono care,

declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.

Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.

Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,

un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.

Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.

Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.

Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,

dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,

un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.

non c’è fretta

Non c’è fretta, ma ci sono quelli a cui non basta mai e allora la fretta è poco, una risposta senza attenzione non basta, il tempo si comprime come una molla. Non c’è fretta e intanto sembra tutto accada, quello che svoltava una vita. Forse. O solo un segmento, ma era importante. Quanto era importante? Tantissimo, ma allora c’era fretta perché ciò che si è rotto restasse intero. Fragile, controverso, delicato e già altro, ma intero. Ora non c’è più fretta, magari la prossima volta. Tutto assume la sua dimensione, perde colore e consistenza, diventa un mare di piccole increspature del se. È tutto così normale, ripetuto, banale sino al midollo che fa pensare che tutto lo sia. Non è così, sarà per la prossima volta. Ora non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

scontento inverno

In qualche momento inizia la nostra “stranezza”, ovvero l’asincronia con chi ci sta attorno. È qualcosa che emana da un alito profondo. Un collocarsi sbagliato che diventa abitudine. E sposta le lettere delle parole, altera accenti e senso, il discorso si frantuma in tanti piccoli coriandoli colorati. Con le mani ci si protende per raccogliere, per non gettar via. Oppure farlo per volontà propria non per accidente.

Dov’è la ragione? La scoperta dell’unicità che ci portiamo appresso, genera spesso  scontento e gioia assieme. Basta per movimentare una vita, per donare all’istinto nobiltà sconosciute e per rinnovare i sogni. Loro ci conoscono, ma parlano lingue e frequentano gentaglia che di giorno non s’incontra, così scivolano nella rappresentazione. Il vero come commedia ed eterno rinnovo di speranze sconosciute fino alla notte precedente. 

Stanotte la luna era persino eccessiva, illuminava le colline intorno, attirava senza pudore lo sguardo e faceva sentire la solitudine di febbraio.

La luce della luce è meglio condividerla, parlando sommessamente, con molti silenzi. Ecco la preziosità del non dire se non a chi chiede davvero, ho pensato, del sentire il silenzio, del darlo come abbraccio. E di un viaggio conservare ciò che non è accaduto, il possibile che non è stato e che ora nella luce si rivela: era cosa senz’aggettivi, solo differente e altissima nel suo poter generare.

Il possibile è sempre gravido di noi, del nostro amarlo senza reticenza.

Che sia scontento ogni inverno che non coltiva in sé la primavera.

 

ouverture

Ho lasciato entrare la sera, i mobili si sono scuriti,

le cose hanno preso la confidenza del sussurro.

Così un bisbiglio è diventato racconto

e gli specchi hanno mostrato le brune macchie del tempo.

In quell’intravvedere c’è la folla ch’è passata,

ciò ch’ era urgente ed è diventato ricordo.

Dei visi si sono scritti sul mio viso,

altri sono rimasti prigionieri dei fatti, delle sensazioni che furono sospese.

Ora chiedono di proseguire vita e destino,

reclamano i momenti che il cuore a loro doveva.

La finestra aperta risucchia la luce,

leggo, anche se gli occhi seguono l’ombra:

da qualche parte il destino è proseguito,

ha dato senso a un rifiuto

oppure  è tornato a percorrere strade già usate.

Ora la notte rende morbide le cose,

avvolge i ricordi con l’attenzione delle commesse a natale,

e la carta ben tesa mostra il colore cilestrino

nella misericordia d’essere stato.

Danza il pensiero, s’abbandona a onde di carezze gentili,

mentre un sogno già gocciola sul limitare del giorno.

di febbraio, la sera

Un febbraio, solo più caldo, il tempo delude le attese. Lo fa sempre e non chiede mai scusa. Per questo lo travestiamo d’impegni, di necessità fugaci. È trascurabile sapere gran parte delle cose importanti, ma del cuore si sanno solo le sensazioni. E la scia densa di nulla che esse lasciano. Non è così che si misura l’assenza e il fastidio della presenza quando si vorrebbe essere altrove? 

Questo altrove che non ha un atlante, una mappa che consenta almeno di sapere da dove si parte. L’altrove che si riconcilia nel sonno, se viene. Che frequenta il transfert d’ogni sogno sognato. Che include la speranza e la diluisce nella possibilità. Bibita a pronto effetto, ma non toglie la sete così a lungo da dire: lo sai che ho intrapreso?

C’è un gesto largo che non fa più nessuno, era quello del seminatore che andava incontro al tramonto e sparpagliava con giusta misura l’attesa.

Nel tornare alle case, c’è una dimensione che potremmo definire soglia: non si è dentro e neppure fuori. Basta fare un passo e il destino muta. A volte s’accartoccia in silenzio e attende che dpossibilità si veda una palla da calciare distante, oppure una mano che raccolga e col dorso spiani per leggere, curiosa. È solo una possibilità eppure ha una sua piccola arroganza che le viene dall’aver vissuto le innumeri vite raccolte in quell’uno, sa di essere la somma di tutto il buono gettato senza criterio e del mondo che si sciolto senza costrutto.

C’era molto in quel gesto largo che abbracciava la vita e le stagioni. Un pensiero sospeso, la fame che non è mai appetito in chi misura il cibo, la stanchezza che costruisce e attende la notte quando si stende. Ascoltando. Schiocchi di legno che s’adeguano all’aria, piccoli passi d’animale, il respiro che si fa lento e scioglie il vincolo alla tirannia della ragione. E allora il sogno può entrare e saggiare l’abbraccio.

Abbiamo gesti inconsulti, senza speranza di frutto e le braccia non sono più educate delle mani. Il corpo s’assomiglia a qualcosa che sta nella mente, forse per questo l’inquieto sovrasta l’attesa. E urge, bussa, s’agita e pretende, mentre anche il desiderio trova argomenti di discussione e non s’armonizza nel vivere.

L’orologio scandisce le ore come non le sapesse abbastanza. In fondo è una poesia che instancabile si ripete e di tanto clamore rimane la rivoluzione interiore, che un tempo ha arrossato le guance e ha mescolato con vigore, la voglia e i destini: questo il capo del filo per uscire dal labirinto. Oppure era solo d’una mappa che avevamo bisogno?

 

la vita semplice

La vita semplice è un desiderio che segue il flusso, che si lascia cullare dall’acqua del tempo, sa che esso circonda le pietre e a volte le rotola con piccole spinte gentili. Senza parere, le fa scivolare nella sua direzione e sempre le consuma.

La vita semplice ha risposte semplici per domande in altri complicate, trova nel giorno che si ripete, un senso. Gli aromi seguono le ore, le abitudini sono appigli solidi come i passi, i saluti, le necessità che si succedono.

C’è un senso di giusta misura nei gesti, le parole non debordano dai confini e non provocano guai. Il nuovo si affianca e deve aver tempo per convincere mentre la corrente accompagna con dolcezza. Così le cose si succedono, cosa molto più grata al pensiero, sembra, di quando esse per loro conto accadono.

Oggi c’è il sole, come da mesi ormai. La temperatura non è mai scesa troppo e nella terra il sonno non è arrivato.L’inverno che non si è di fatto veduto, ha messo tutti in attesa e in dormiveglia, i sogni sono stati leggeri, come particelle disciolte nell’aria. E così le rose e il mandorlo hanno pensato bene di mettere boccioli sull’avviso. Ma non siamo quieti quando si alza la nebbia e il mattino mostra l’azzurro e il sole. L’inquietudine è una serpe che si occulta, non avvelena e non si palesa per davvero mostrando la lingua e i denti, resta e fa sapere che c’è lasciando lunghe tracce tra l’erba che non è mai diventata scura, non è gelata e da tempo ha le prime prataiole che la costellano. Anche gli insetti sono indecisi, non sanno bene che fare e sono facile preda di uccelli rimasti senza emigrare. Sembra che tutti si chiedano se questo sia ora il flusso del tempo e se ciò che era semplice abbia nuove regole ignote. 

La vita semplice segue la corrente e non ama le forti passioni, conta sulle dita di una mano ciò che le serve, si misura con sentimenti forti che poi chiama istinti. Lo fa per essere assolta degli errori commessi ma li dimentica presto. Considera poco necessaria la memoria che cambia il futuro e si attende che tutto sia come l’ha lasciato il giorno precedente. Forse per questo i sogni della notte non diventano mai spinta per il giorno. È un punto d’arrivo la vita semplice, che rende poco sensibile il cuore a ciò che si muove velocemente, che ascolta e confronta l’utile con l’azzardo, la necessità con l’abitudine. Ma poi decide, lasciandosi andare. 

Il mondo muta in fretta, per suo conto, sembra, eppure ha ricevuto spinte immani. Scompaiono specie, le stagioni rovesciano le attese. Come accade in altre parti del mondo quando non è mai freddo e la notte diventa rigida per mancanza di sole. Allora si accendono fuochi, finché c’è legna, si beve l’acqua raccolta nei pozzi lontani. Le donne arrostiscono i frutti del caffè cresciuto sugli altipiani e lo macinano piano prima di metterlo a bollire a lungo in pentolini dal lungo manico e dal collo stretto. Una schiuma si raccoglie in superficie, ma non è quella che conta e il dorso della mano la spazza sul fuoco. Così il profumo si diffonde attorno, in attesa di bere il caffè che sobbolle. Poi sul fondo della tazza, qualcuna leggerà il futuro e com’esso s’ addensi sul capo degli uomini. E una paura sottile prenderà le palpebre che già scivolano nel sonno, mentre attorno al fuoco si scaldano i corpi e le anime ignare.

Chi legge il futuro, ascolta il rumore tra l’erba e la terra, sente il fruscio che porta il muoversi degli animali, ode il richiamo e il sibilo che lo spegne. E non pensa che la vita sia semplice se non ha una mano che la conduce, un pensiero che la rispetti, un ordine che definisca ciò che è giusto e non fa male ad altri.

 

 

vorrei avvolgerti la mano

Vorrei avvolgerti la mano,

tirar fuori l’indice dal pugno,

tra l’erba, mostrarti, tracce di passato e d’animali

guidarti su sentieri che solo io conosco.

E’ solo un foglio bianco ciò che non hai sognato,

la realtà è la mano che ti stringe,

e quello che vedi è la tua strada,

oppure no, non importa, puoi tornare sempre indietro.

Ciò che conta è la mano che t’abbraccia,

quello che parla è il tuo indice che s’ alza

e ora con dolcezza urgente, interroga.

fragile e duro

Con il passare delle esperienze il corpo si rafforza, diventa meno permeabile. Questo è ciò che ci pare di vedere, a volte di sentire, poi basta poco per scoprire una fragilità. Se il poco può ferirci significa che non è così insignificante e vuol dire anche che l’insicurezza che abbiamo ben riposta sotto la pelle è sempre in attesa di conferme. L’amore aggiusta tutto, il disamore disfa, ruota tutto su questa dualità che si contrappone e annulla per infiniti gradi le attese reciproche, le modifica. Basta una parola e tutto torna da capo, come si fosse in un immenso gioco dell’oca fatto di sentire, di esperienze, di fatti accaduti che dovrebbero aver insegnato. Ed è vero, hanno insegnato, ma non definitivamente perché qualcosa, da qualche parte, ci dice che ciò che si è sbagliato una volta può essere rifatto differentemente, che ciò che ha avuto un esito può averne un altro e così si apre con forza la via dei ghiacci dell’esperienza. Ogni anno un rompighiaccio rompe la morsa che stringe il porto di una città del nord del mondo e apre la strada perché assieme alla bella stagione tornino gli scambi, tutto ridiventi fresco, l’aria trovi quel profumo che da lontano ricorda tutto quello che può essere fatto e si farà in parte. È una metafora che ci riguarda? Penso di sì perché siamo fragili e le nostre fragilità sono un valore immenso in quanto ci permettono di sentire e valutare sfumature che rendono la vita nuova e bella ogni giorno, siamo, in  parte, come quel ghiaccio che improvvisamente si fa sottile, riflette la luce e poi, prima d’essere acqua, si frange. Ma siamo anche duri per paura di soffrire. Conosciamo la sofferenza, ciascuno a suo modo e in un  suo grado, che  nessuno può sindacare su di essa, è una cosa nostra. A volte preziosa perché dimostra il valore di ciò che si perde o muta, anche se sappiamo che ciò che vale davvero non si perde mai, sappiamo anche che non sarà mai più come poteva essere. In questo la durezza è scorza, superficie che tiene sotto il sentire. Duri e fragili come quel ghiaccio che si frange e lascia che irrompa l’acqua, che lo scorrere diventi visibile. Sentimento sentito, provato, percorso con timore e con trepida speranza. Dovremmo, (brutta parola che esprime ciò che non si fa) prendere cura delle nostre incrementanti fragilità. Sapere che gli anni ci rendono esposti alla parola più che alla rissa. Usare le parole e i silenzi con amore verso noi stessi per avere qualcosa da donare a chi è importante per noi. Invece ci si acconcia alla cultura dell’apparire e così non siamo mai nessuno. Non noi che vorremmo essere altro, non quel simulacro che può scivolare nel ridicolo della non età, del non appartenere al nuovo che possiamo esprimere ma alla moda che ci dovrebbe rendere differenti, più fascinosi al mondo. Non siamo più noi se durezza e fragilità davvero non ci rappresentano, nei principi che ci rendono differenti, nella corazza flebile che ci espone all’amore quando esso vuol colpire. Accettare che le fragilità aumentino con la consapevolezza dell’aver vissuto e amato rende quella durezza il morbido comprendere ciò che ci viene detto e ci mantiene saldi su ciò che fa la differenza dei nostri principi, dei sogni da sognare, del nuovo che ancora non sappiamo di poter vivere.