adolescenza

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In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

epifanie senza pretesa

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Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome,
né il momento,
e neppure il fatto.
Del piacere non resta memoria,
forse dell’aria, dell’ora, della luce,
e qualche dettaglio che emerge poi.
Il dispiacere si comporta male,
artiglia per sanare,
così dice, mentre toglie
ed è carne che non ricresce,
ferite che per loro conto evolvono.
Maestro è il sentire
di epifanie senza pretesa
e a lui ci si rivolge per un accordo,
dicendogli
giungi e racconta:
il giorno è specchio ed essenza
mostrami la vita che prometti.

oggi, vivere

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Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

riflessioni poco utili

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Dovrei considerare ciò che si vive,
se sia luogo utile alla vita,
al crescere voluto.
Il tempo liquefa e s’assottiglia,
non è più il sangue grosso
che tumulta, spuma,
e si perde allegro
nelle mille luci d’un momento.
Il tempo è lama affilata,
che rade il superfluo e il necessario,
seziona, classifica,
mentre segue e ci precede.
Assomigliare è immagine che ci cambia,
che trasale e semina timore,
è fatica,
penso inutile,
E il nostro mordere il presente,
non è lo stesso che ubriaca?
Alla fine resta poca sostanza
a render quieta la notte.

silenzi

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Il silenzio fa suonare la via,
il tacco percuote le pietre,
s’accorda nel fischio che trabocca
da un’imposta mal chiusa.
Mezze luci sulla vetrina,
la ragazza riordina,
è l’ultima fatica della festa,
canticchia blue velvet
ed è nel cielo che scende
a far compagnia.
Profumo di cena,
nessuno per strada,
ha pudore il rumore,
dipana lontano
a scavare la notte
nel sudore dei locali
e nei balli bagnati.
Con la notte crollerà il cielo sulle pietre,
sarà morbido e clemente,
non scioglierà dubbi e destini
tenendo e lasciando
secondo il suo tempo,
sino al mattino
e alla prima porta che sbatte.

attesa

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Tiri su il cappuccio della felpa,
attendi un auto,
saltellano i tuoi occhi sulle luci,
ma è attesa senza desiderio.
L’accadere segue code di lucertola,
si staccano per capriccio,
si riformano mai eguali.
Il sole già scalda
odora di onda e di meriggio
quando le creme non servono più
ed è così il vissuto.
Attende il corpo nella felpa calda
e il pensiero di un sorriso
è cosa tua, ferita ormai solo segno,
come la prima acqua di stagione sulla pelle,
e il sogno che hai già fatto.
Tu puoi dare a tutto un senso,
ancora 5 minuti,
il tempo di due rossi di semaforo
poi la vita prenderà un altro verso
dietro l’angolo.

pomeriggio di festa

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Le strade sono vuote,
il sole illumina l’assenza,
dilaga tra prati ordinati,
case allineate, finestre chiuse.
La vigilia di Pasqua
le donne stendevano tovaglie ricamate,
Il profumo di farina lievitata usciva
invadeva le strade strette,
bussava ad altre porte.
Dire era solo un prima di dare,
e la parola diveniva lenta e lieve,
come il pensiero della primavera
che era
e serviva al cuore.
Dicono che le città siano colme,
I treni pieni,
qui non c’è nessuno
e il pensiero di te è
l’ago che toglie la spina.

abitudini

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Nella veglia,
ma forse anche nel sonno,
non pochi gesti si ripetono.
Sono echi di significato,
cercano tranquillità nel ripetersi e nel conosciuto,
come accade ai modi di dire,
aggregati di parole
di cui si è smarrito il senso
o forse non s’è mai posseduto.
Eppure emettono giudizi,
guidano le vite;
senza la discrezione del dubbio
scelgono
e pesano sul sentire.
Così carico un orologio meccanico
metto inchiostro nella penna,
guardo la pagina bianca,
e a fatica comprendo che è l’assenza che mi parla,
i miei segni sono passi sulla sabbia
prima della marea,
allora penso a cosa prova la gemma che indomita si apre
e non teme d’esser fiore.

domenica a San Telmo

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La domenica a San Telmo ,
i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio,
danzavano assorte figure da milonga,
passi nel sole a disegnare l’aria,
ma la mattina nella caffetteria Dorrego
si vedevano solo teste sedute,
e giornali spiegati interi
a coprire il lampo dei colori nella piazza.
Luccicavano i vetri,
nello scuro liberty del ferro
e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri,
ma profumato il caffè e buono.
Era un vagone di tavoli
allineati contro la vetrina,
un corridoio tra i bisbigli,
a dividere il bancone lungo, alto e scuro.
Dietro liquori e lustre caffettiere.
Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo,
non distante da quel cortile che sembrava un chiostro,
tavolo tra tavoli,
stesso legno dei ripiani,
e interrotte scacchiere tra le tazze.
Alle regine e gli alfieri già perduti
resistevano le torri e i cavalli,
Jorge Luis l’ avrebbe preferito.
Tra i giornali abbandonati,
col dorso stretto dai listelli scuri,
avvenne l’incontro con Ernesto Sabato,
un pomeriggio o forse era già sera,
e l’aria era vapore e fumi di bevande calde,
animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta.
Non s’amavano,
accade tra i custodi di due grandi mondi
dove si muovevano figure
e fatti di realtà nascent.
Bisbigliarono a lungo
mentre attorno si stupiva il silenzio
tra i bicchieri
e poi si salutarono, forse,
per non vedersi ancora.
Amori che non combaciano
s’osservano sin nel profondo
e con dolore scelgono.
Borges tornava spesso,
già semicieco vedeva I rumori della piazza,
i ballerini e i venditori
d’abusive vecchie memorie,
con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame
e oggetti che estraevano furtivi
raccontando storie.
Di certo li aveva conosciuti,
ora erano solo macchie di gessati
color bruno
tra sbuffi d’organza, volani e brillantina.
Arlt quei bastoni di certo aveva usato,
fuori dalle case dei cretonne sdruciti
e nel tango praticato in vita,
ma non lui, né Bioy Casares,
ad altri salotti abituati
con diverso accostare le labbra
al cristallo o ad altre labbra.
E neppure lo scrivere era eguale
una pagina e poi l’altra
in stanze calde d’inverno
e mai per strada,
senza il timore d’un passo
o d’una lama.
Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate,
il sole ancora prigioniero delle case,
solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto.
ma nel vagone tutti erano ospiti
e il viaggio senza fine,
persino il tempo era indeciso
dove andare o su chi scorrere
e intanto compitava le pagine perplesso
tra un mai passato
e il futuro indeciso d’esser stato.

https://youtu.be/-FzoJVzrO2o?is=QBGmkD5C9t1Tu3ID

ristare

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E’ sera
di tanto muovere le cose e di capire,
ora ho stanchezza.
Nostalgia dei miei scaffali,
delle pagine bianche, 
di ciò che sarà
e adesso è meno che pensiero.
Un singulto d’intuizione
che non si forma,
ancora,
ma paziente attende
confonde il tempo delle cose.
Assenza, e lo sguardo punta ad est, 
dove già nata è la notte
e vive il cuore del sole ancora nuovo. 
Una transitoria  tranquillità m’ha preso
come un torpore d’ambra
E sento che il mio tempo sussurra
nel silenzio:
hai preteso e ora vedi la misura,
cosa chiederai ai tuoi giorni?