calura

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la luce ha perso la sua brillantezza,
schiacciata dal sole,
si stende come lacca stanca che occlude.
Mostra i colori,
ma è un campionario senza voglia
che offende il gusto per i particolari.
Oppresso dalla calura,
nel campo vedo un piccolo cerchio d’uccelli,
cerca nella terra arata l’improbabile pranzo,
poi, senza fretta, altrove se ne vanno.
Nei centri estivi
I bimbi attendono la sera,
e imparano il tempo che continua tra mura.
Nella mia casa lavoravano tutti,
siamo stati uccelli sudati
da giardini pubblici e patronati,
eppure l’estate sembrava non finire mai,
era una diversa libertà
del fare, di regole e ore
ora è un tempo sospeso
che si carica d’ansie senza riposo.
Il caldo annega la luce,
la getta contro muri e finestre
compito parole ed equazioni
concetti che volano altrove,
così m’incanto tra un ricordo e un sentire
e penso siano fresche distrazioni
che ricordano d’essere vivi
e capaci di futuro.
La vita è una buona maestra
sempre rimanda
e poi promuove.

la piuma e il volo

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Qualcosa l’avrò pur fatto
inutile a me e buono ad altri,
così metto tra righe di memoria
briciole per I passeri.
E ciò che resta dovrebbe essere pietra,
ma penso alla piuma,
al suo essere parte del volo,
e la pena è l’aria che non è più la stessa
l’azzurro e il verde differenti
Ora è ricordo e via di cielo.

Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa
sbagliare non è stato facile
e viverlo neppure.
Se abbiamo gioito dell’amore
e ancora lo facciamo,
è perché non è mai abbastanza.

la forma delle cose

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La forma delle cose non è superficie,
colore o consistenza,
ma il succo che contengono,
veleno o nettare che sia. 
Occorre pazienza per una goccia,
coraggio e gusto
onesto a sé per l’assaporare,
con attenzione, silenzio
e tempo.

Il tempo comune è sempre poco,
così sembra, ma è una scelta,
il tuo non è così arrogante,
si stende lento,
si dipana secondo le tue mani.
Mani fatte di pensieri,
di gusto,
mani che accarezzano le cose,
le aprono,
ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.

Tutto rallenta nella carezza,
che percorre un oggetto,
c’è sapienza nel trattenere il tempo,
nel cogliere il pensiero a chi guarda.
Ho imparato per mio conto
le storie dei minuti
che s’allungano e s’accorciano,
ma è stato altrove,
e senza sentire dove fossero diretti.
Anche quello che ho imparato è poco,
quando mi piaceva distillare essenze,
e già c’era la pazienza
che è il gusto dell’attesa. 
Le cose restano in attesa,
allacciate al cuore che le ha colte
mormorano memorie
e leniscono con amarezze lievi.
Ma tu conosci la lingua delle cose?
Il loro parlare lieve
al tatto e al cuore,
mentre pazienti raccontano ciò che sanno.

adolescenza

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In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

epifanie senza pretesa

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Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome,
né il momento,
e neppure il fatto.
Del piacere non resta memoria,
forse dell’aria, dell’ora, della luce,
e qualche dettaglio che emerge poi.
Il dispiacere si comporta male,
artiglia per sanare,
così dice, mentre toglie
ed è carne che non ricresce,
ferite che per loro conto evolvono.
Maestro è il sentire
di epifanie senza pretesa
e a lui ci si rivolge per un accordo,
dicendogli
giungi e racconta:
il giorno è specchio ed essenza
mostrami la vita che prometti.

oggi, vivere

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Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

riflessioni poco utili

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Dovrei considerare ciò che si vive,
se sia luogo utile alla vita,
al crescere voluto.
Il tempo liquefa e s’assottiglia,
non è più il sangue grosso
che tumulta, spuma,
e si perde allegro
nelle mille luci d’un momento.
Il tempo è lama affilata,
che rade il superfluo e il necessario,
seziona, classifica,
mentre segue e ci precede.
Assomigliare è immagine che ci cambia,
che trasale e semina timore,
è fatica,
penso inutile,
E il nostro mordere il presente,
non è lo stesso che ubriaca?
Alla fine resta poca sostanza
a render quieta la notte.

silenzi

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Il silenzio fa suonare la via,
il tacco percuote le pietre,
s’accorda nel fischio che trabocca
da un’imposta mal chiusa.
Mezze luci sulla vetrina,
la ragazza riordina,
è l’ultima fatica della festa,
canticchia blue velvet
ed è nel cielo che scende
a far compagnia.
Profumo di cena,
nessuno per strada,
ha pudore il rumore,
dipana lontano
a scavare la notte
nel sudore dei locali
e nei balli bagnati.
Con la notte crollerà il cielo sulle pietre,
sarà morbido e clemente,
non scioglierà dubbi e destini
tenendo e lasciando
secondo il suo tempo,
sino al mattino
e alla prima porta che sbatte.

attesa

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Tiri su il cappuccio della felpa,
attendi un auto,
saltellano i tuoi occhi sulle luci,
ma è attesa senza desiderio.
L’accadere segue code di lucertola,
si staccano per capriccio,
si riformano mai eguali.
Il sole già scalda
odora di onda e di meriggio
quando le creme non servono più
ed è così il vissuto.
Attende il corpo nella felpa calda
e il pensiero di un sorriso
è cosa tua, ferita ormai solo segno,
come la prima acqua di stagione sulla pelle,
e il sogno che hai già fatto.
Tu puoi dare a tutto un senso,
ancora 5 minuti,
il tempo di due rossi di semaforo
poi la vita prenderà un altro verso
dietro l’angolo.

pomeriggio di festa

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Le strade sono vuote,
il sole illumina l’assenza,
dilaga tra prati ordinati,
case allineate, finestre chiuse.
La vigilia di Pasqua
le donne stendevano tovaglie ricamate,
Il profumo di farina lievitata usciva
invadeva le strade strette,
bussava ad altre porte.
Dire era solo un prima di dare,
e la parola diveniva lenta e lieve,
come il pensiero della primavera
che era
e serviva al cuore.
Dicono che le città siano colme,
I treni pieni,
qui non c’è nessuno
e il pensiero di te è
l’ago che toglie la spina.