un sogno in blu

Il blu non è così diffuso in natura. Oltre al problema che i nostri occhi sono limitati e vedono quello che vogliono, pare vi siano questioni concrete di legami ionici e di strutture cristalline, così che un animale, ma anche un minerale, fatica meno a diventare terra di Siena oppure cinabro, piuttosto che essere blu. Poi con fatica e metodo magari blu riesce a diventarlo, ma non nella pelliccia, nella corazza o nella pelle, e si accontenta come l’ornitorinco, di un naso e di una coda blu mentre il resto funziona per suo conto in cerca della facilità dell’esistente. Certo che tipi bizzarri che pervicacemente scelgono il blu, ce ne sono, ma puntano anch’essi sul verde blu o sull’azzurro carico, come le balene oppure mescolano i colori dedicandosi al pastello che mettono in tavolozza sul corpo, pesci e scimmie compresi. Il blu è difficile in ciò che vive e si nasconde sornione tra colori più frequenti come il verde acceso o il marrone, mentre è più frequente nei minerali, complice il rame. Ben pestato in mortaio, il lapislazzuli ha dato consistenza a molti manti di santi nei dipinti, rivaleggiando con il rosso. Il problema del blu è che si associa al veleno, viagra a parte, e che ci sono ben pochi cibi blu. Le trote e qualche patata che insospettisce prima di saziare, i mirtilli, il formaggio blu danese e il cavolo, ma anche un astice ogni 2 milioni, nasce blu. Difficile contestare l’eleganza al colore che implica l’assorbimento del non facile spettro per lasciare la sua presenza, però stanotte imperversava nei miei sogni. E cosa voleva raccontarmi quel blu che faceva capolino tra una storia e la successiva. Forse la sua rarità che attrae, o forse l’anello di mio padre che da troppo tempo non porto, oppure la cautela con cui maneggiare le cose che hanno a che fare con la mia vita, attraenti ma al tempo stesso pericolose come le passioni andate a male.. Le passioni sono rosse, acceso o spento sia il colore, prendono dal sangue che fanno correre la loro tinta, diventano blu quando si raffreddano, quando non sono così mobili come dovrebbero e sono state raggiunte dalle muffe delle finzioni o falsità che contenevano. Allora il blu diventa un segnale su cosa contiene, o meglio può contenere il futuro, e quanto il discernerlo dipenda dai nostri occhi interiori. Quelli del sogno, ad esempio, che sempre vedono il futuro nel passato e che, come l’indole, hanno l’eleganza del muovere il corpo se l’animo è in sintonia. Quindi quel blu era un segno che chiedeva qualcosa che all’alba sarebbe diventato altro. Leggere i segni significa leggere se stessi, il proprio profondo e sbagliare, tracciarli e dar loro un significato che si capisce proprio attraverso l’errore così nel blu ho visto il suo complementare, l’arancione. Era l’alba, l’inizio, cominciava qualcosa e il cielo era di un blu intenso che sembrava contenere l’universo e le sue storie ancora da scrivere.

altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

vocazione

Si può dire solo come si vive, senza confronto, e si può solo ascoltare. Se esiste un obbligo di giudizio per appartenere a qualcosa, questo riguarda noi, la nostra sicurezza di essere come siamo. Così quello che ci attornia, la profondità di un rapporto, la stessa libertà del darsi fa parte della conformità a noi stessi.

C’è un daimon che attende di essere compreso, che determina le vite. La nostra anzitutto. E genera insoddisfazione finché non è nella strada giusta, quando ricerca di qualcosa nel posto sbagliato, oppure anche nel rapporto giusto. Sempre ci chiede di essere noi. Di mostrarci a noi stessi e di vederci.

Non è da tutti amare la ricerca di ciò che si è; meglio il conformismo, la leggerezza del posarsi appena, l’approvazione scambiata per amore nel come tu mi vuoi. Meglio conservare il certo e poco che indagare l’incerto. Non è questione d’età, ma di difficoltà. Scendere nel profondo di noi stessi, genera dubbi, mostra i limiti, ma anche la vera natura che dev’essere assecondata, sviluppata, dominata. Così il daimon diviene vocazione, determinazione a raggiungere la propria coincidenza, e ci si libera, per quanto possibile, della sovrastruttura di ciò che ci è stato insegnato come modalità di stare assieme, ma che corrisponde solo a soggezione a un senso comune privo di ragione e autore. E che costringe a piegare la felicità che è in noi, al caso.

Sapere che questa è la continuità sociale non basta per far emergere quella identità profonda che può rendere sereni e a volte felici, ma che è anche la condizione per dare un contributo vero agli altri, a chi si ama, ai nostri principi, a quella briciola di mondo che noi possiamo rendere differente. Per questo seguire la propria vocazione è importante e spesso controcorrente. E genera apparente solitudine per la difficoltà di trovare ascolto. Noi siamo forma e sostanza. Entrambe le cose, quando ci corrispondono, non generano colpa bensì vita che tenta, prova ad assomigliarsi, a sorridere fin nel profondo, a lasciarsi andare con fiducia a se stessi e a essere coscienti di ogni ricordo, ogni ruga, come un tentativo di vedere oltre l’apparenza.

Rileggendo cose scritte negli anni, alcune le raccolgo in cafeoulivre.wordpress.com, ritrovo un percorso fatto di tentativi, sconfitte, approssimazioni e importanze che si sono distillate in poche, essenziali certezze. Eppure posso dire due cose che mi riguardano, vedo il mio passato come un’acquisizione difficile di vita e sento che la ricerca non è conclusa. Ciò che ha occupato molta parte del mio tempo si è dissolto e ne sono uno dei pochi testimoni, ma questo non è importante in sé, lo è invece l’accorgersi e il capire quante delle presunte identità pubbliche sia stata forma e come esse siano esondate nel privato, dettando vincoli e comportamenti.

il sangue e la terra

La casa del Galiazzo era all’angolo di quattro strade, appena fuori della strada che portava al mare. Era una casa di campagna, grande, con una mura alta di mattoni e un largo portone di legno robusto che immetteva in un’aia di terra battuta. Su due lati c’erano le stalle e magazzini, i Galiazzo allevavano e commerciavano cavalli da carne, quelli pronti per il macello o utili ai lavori pesanti, li tenevano vicini a casa. Sul lato verso strada, c’era l’abitazione. Facevano anche i macellai e vicino al portone, c’era un bugigattolo di stanza, con le pareti imbiancate a calce, i ganci appesi al soffitto e un bancone di marmo, che serviva da negozio. Lì vendevano la carne al minuto, spesso ceduta a credito, che serviva per fare domenica alle famiglie della strada.

Dopo la casa dei Galiazzo, c’era un villino di mattoni faccia vista, abitato dal medico di condotta, con un bel giardino davanti e due siepi di bosso che dal cancello di ferro battuto portavano all’ingresso. Il villino era la più bella casa dell’intera strada che si dipanava tra i campi per curve e rettilinei, a tratti affiancata da un fosso e da una sequela di costruzioni basse con l’orto in bella vista, spesso a un piano o al massimo due. Le chiamavano le case di poenta e tocio, perché venivano costruite al sabato pomeriggio e la domenica, con mattoni e materiali recuperati altrove, portati di notte con carretti a mano e ammucchiati in attesa del sabato successivo. Crescevano lentamente, quando c’erano soldi per pagare la calce e le travi. La mano d’opera era costituita da parenti e vicini che ricevevano in cambio del lavoro, un pranzo abbondante di polenta e carne (poca) e molto sugo da intingere. La fatica e il cibo venivano dissetati con un vino duro, pieno di tannino che colorava labbra e bicchieri come inchiostro, era il grinton, fatto in casa, certamente genuino e senza pari per confronto di asprezza, ma in mancanza d’altro, aveva i suoi estimatori. Quelle case si aggiungevano le une alle altre, lungo la strada, occultando i campi retrostanti, dai quali era stato acquistato il lotto minimo necessario. Erano costruzioni con i pavimenti di mattoni o di graniglia pepe sale, molto abitate di uomini stanchi e donne sfatte dalle gravidanze, ricche di bambini che correvano a gruppi e bande lungo la strada e avevano sempre fame dopo pomeriggi passati a impolverarsi nei campi oppure portavano a casa mal di pancia e febbre, per la frutta acerba mangiata dai vicini che erano al lavoro in città e non potevano difendere la frutta sugli alberi.

La casa dei Galiazzo era un’ anomalia per dimensioni, ma anche loro, molti fratelli con un padre socialista come i figli, erano un’anomalia. La gente della strada, aveva imparato a non dire, a non essere, a rinunciare alla poca libertà posseduta prima e bisbigliava nelle case, ricordi di guerra e speranze di un futuro migliore, ma quasi tutti andavano ai raduni, più per curiosità che per adesione e quelli che non chiedevano l’iscrizione al partito fascista, erano come gli altri, silenti in osteria e decisi in casa a insegnare a non farsi coinvolgere.

I Galiazzi, erano tanti e li chiamavano al plurale, loro non avevano taciuto: erano socialisti da prima e tali erano rimasti. Così quando i fascisti avevano voglia di picchiare, quando volevano insegnare ai silenti dov’era finita l’Italia, andavano da loro, entravano con il camion, scendevano, inseguivano con i manganelli di legno duro. Le madri si nascondevano con i bambini. mentre i maschi, quelli che non riuscivano a scappare per le finestre in strada o per i campi, cercavano di difendersi, ma erano sempre pochi e gli altri troppi. Il sangue di quelli che restavano a terra, in mezzo alla polvere, scendeva fuori dal portone, fino alla strada, fino al fosso. Bastonavano forte i fascisti, anche se i ragazzi si difendevano e avevano muscoli e poca paura, non c’era storia, erano uno contro cinque, sei, sette, e a picchiare troppo non conveniva perché i manganelli spaccavano le teste ma le rivoltelle uccidevano.

Passare così la giovinezza era duro anche per chi aveva idee forti e ci furono emigrazioni, restarono i necessari per sopravvivere, i più forti che speravano che tutto quel nero finisse e che il sangue non inzuppasse più la terra di casa. Hanno resistito più del fascismo, alcuni dall’estero, erano tornati per la resistenza, tutti hanno festeggiato, ovunque fossero, per la libertà ritrovata. E la grande casa si era ripopolata perché dei tornati erano rimasti, il mestiere era rimasto il solito e attorno le case erano cresciute e fatte più belle. Qualcuno della strada era emigrato e poi tornato abbastanza ricco da iniziare un lavoro nuovo, anche il comune se n’era accorto e la strada era stata asfaltata, inglobando tutto quel sangue antico versato per le idee di fratellanza e di giustizia. La scuola era piena di bambini come una volta e i giochi per un po’ di tempo, furono gli stessi. Nella grande casa, come ovunque, i giovani d’un tempo, s’erano fatti anziani e le nuove famiglie dei figli non restavano con i genitori, chi era distante tornava una volta all’anno per vedere i vecchi. Anche il commercio era cambiato come i consumi, così alla fine la casa era rimasta quasi vuota e, sistemati i vecchi, fu venduta facilmente per l’ottima posizione. Adesso al suo posto c’è un condominio molto grande che sembra già superato ed è sempre stato anonimo, anche se gli appartamenti hanno i bagni e l’acqua corrente. All’inizio della strada è rimasto il capitello con l’immagine del Cristo che c’era allora, Il condominio è stato arretrato di qualche metro perché nessuno ha avuto il coraggio di togliere anche quell’identità alla strada.

Le vecchie storie sono finite come il grande fosso: tombate e trasformate in strada asfaltata, nessuno sentiva il bisogno di raccontarle e ritrovata la parola al bar e in osteria, ciò che si sussurrava un tempo in casa, ora era motivo per alzare la voce, ma senza la paura di un tempo. Molti pensavano che la libertà ritrovata fosse stata anche merito loro, per quelli che votavano adesso, ma non era così, avrebbero dovuto riconoscere chi si era fatto spaccare la testa per le proprie idee come un benefattore di tutti e invece, per loro, erano restati macellai e commercianti di cui raccontare le botte subite come un aneddoto, ma senza una relazione con la democrazia conquistata.

Sono tornato più volte in quei luoghi, la casa del dottore c’è ancora e anche le altre case sono rimaste, la speculazione ha eretto condomini che nulla avevano a che fare con gli orti e le casette, ma non ha infierito per carenza di domanda, così è come non fosse avvenuto nulla, che tutto quanto accadde allora fosse stato nelle teste di chi se n’è andato. Anche il ricordo si sfrange in un relativo che non è storia, non è terra, non è niente; e non è bene.

il vento dell’ovest

S’è levato un vento da Occidente che ha iniziato a scuotere piante e fili d’erba. Da noi, i temporali peggiori arrivano dal lago e non sono neppure temporali, ma castighi di grandine e vento, di pioggia a scrosci che vorrebbero atterrare piante e bestie. Gli uomini si rintanano nelle case, mentre gli animali s’impauriscono e stanno attoniti, respirando forte l’aria piena d’ozono prima di mettersi a correre solo per paura, di ferirsi contro le recinzioni, oppure si raggrumano in gruppi che si stringono con zampe, corpi, e teste, incollate come fossero un solo respiro, un solo battere di cuore.

Il vento è continuato indicando l’alto correre di nubi sempre più scure e infilandosi in ogni fessura, e finestra lasciata aperta, alzando le tende, gonfiandole di vita propria, trattandole come vele in mare e mentre le mani spingevano le imposte, tentando di chiudere ogni varco, sentivano la forza immane che fuori s’accumulava. Credo che per lui, il vento, l’immensa pianura d’alberi, fiumi e vite, sia campo d’un gioco di forza e la ricerca d’altri venti da combattere, sollevando polvere e cose solo per impaurirli. Così fino al mare dove si carica di sabbia tagliente e poi continua oltre la riva, la sua fame d’avversari cresce e si colma di vesti paurose, spargendosi nell’acqua e sollevandola in nebbia, andando sempre oltre nella sua cerca cieca e furiosa.
L’ho veduto dall’altra parte del mare, fuso col maestrale in un avvinghiarsi d’aria, che portava a mente le lotte dei bambini con i loro grovigli scomposti di membra e di gridi. Questo rotolare riempiva la superficie dell’acqua di piccoli segni mutevoli. Onde come ciglia o parole brevi di sguardo e il testo parlava di un gioco degenerato in battaglia e della pace fatta, correggendosi l’un l’altro, in continuazione, le frasi e scrivendosi sopra e per traverso, in un narrare allegro fino a riva e oltre ad essa.

O forse non era stata lotta ma amplesso furioso finito nella quiete senza forze che segue il piacere, e le affusolate dita ora tracciavano segni sulla pelle seguendo pensieri soddisfatti e lunghi, che cucivano il momento, l’oblio e la memoria.
Comunque fosse ne ho sentito traccia nel profumo di terra e salso che aveva attraversato il mare e mentre ancora faceva volare ombrelloni, sdraio, trafiggendo i teli, le biancherie sugli alberi, già c’era il placarsi. Il respiro dell’aria diveniva meno rapido e profondo, e ciò che prima era solo cosa, ora diveniva bandiera, orifiamma, che sventolava festoso. Il vento s’era fatto nave ed entrava nella terra con il gran pavese del saluto orgoglioso del ritorno. Ora gli spettava la quiete e il sonno, tra i sorrisi di chi aveva atteso.

la via

Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa il taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senz’interesse personale e che solo questo è un partito definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senz’ansia del giudicare. Sommessamente ma distintamente, dire:appartengo a me stesso e a ciò che amo. Con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

la saggezza non mi interessa

Non vorrei prepararmi ad essere vecchio e saggio,
un signore che abita i suoi pensieri,
e guarda con nostalgia il piacere,
sentendo il dileggio di chi non condivide ciò in cui crede.
Non la vorrei un’età che ha il nome del bisogno,
ma vorrei vivere appieno ciò che ho lasciato in disparte,
riparare alla noncuranza e alla superficialità
delle altre età veloci.
Avere la passione delle meccaniche del cielo e della terra, gli orologi come oggetti e il tempo come amico. 0
Sapere che ogni giornata è ancora nuova,
che ogni anno è un pezzo dell’eternita
consegnata con l’accendersi del pensiero.
Lasciare una traccia in me,
nell’ironia che si riguarda e sente il bello che l’attornia,
godere del tempo, del bene, delle cose e non sentirne colpa.

diario apocrifo

Non ho resistito, il covid pare duri tre ore sulla carta e nella raccolta carta, tra mucchi di bollette, ritagli, giornali, c’erano due agende e due libri in una scatola di cartone. Altri libri erano fuoriusciti ma era paccottiglia di genere che non frequento. I libri ormai li devo distillare, è finita la stagione onnivora e ciò che non m’interessa lo lascio sugli scaffali per non far torto a ciò che attende di essere letto.
Li ho messi su un muretto per altre mani e interessi.
Questo l’antefatto, assieme alla tentazione di rovistare presente in ogni bibliofilo scontento. Ho represso l’impeto, ma le agende le ho prese perché sono un mondo a parte e i libri perché erano annotati. Dopo una pulizia ho iniziato la lettura.
Anno dell’agenda n.1, inizialmente indefinito, anche se l’agenda è del 2003, le annotazioni riportano date differenti, con ora e luogo.
14 Gennaio, ore 23.50. Giornata pesante e leggera, conclusa con una ripetuta bevuta al bar. Ero assieme a L. e ad altri. abbiamo parlato di Eco, di politica, di cosa faremo domenica. Due si sono defilati al nome Trieste. Commento: città triste, ventosa e di vecchi, adatta agli aspiranti suicidi. Siamo rimasti in tre con L., Mario ha promesso di trovare un’amica che sia allegra e che beva non troppo. Proposta accolta per una passeggiata sul Carso. Non ho sonno, penso a L. mi è sembrata contenta e distante. Riesce ad essere due sensazioni allo stesso tempo. Cosa non comune. Domattina la chiamo. Sto leggendo Calvino. A volte mi entusiasmo, spesso mi annoio.
27 Gennaio ore 9.45. Colazione domenicale, ho nausea da ieri sera, ma m’ ingozzo di cibo. Spero mi passi, veleno scaccia veleno. Il corpo reagisce. Espelle. Torno a letto. Vorrei chiamare L. ma ne temo il giudizio. Ieri sera mi ha ripetuto più volte che esageravo. Forse per questo non mi ha invitato ad accompagnarla a casa. Credo di avere la febbre. Dormo.
29 Gennaio ore 17.35 Dovrei parlare della depressione o meglio della melancholia. Ma sono le 17.35 ora in cui in ogni dove qualcosa finisce e non inizia nulla che non sia mettere assieme persone. Forse in Africa qualcosa può intuire di aver inizio a quest’ora. No, neanche in Africa. Anche lì il sole si prepara a calare ma intanto sfolgora. Nei ristoranti improvvisati vicino alla spiaggia puliscono il pesce da arrostire e cacciano le mosche dalla carne. Qui si pensa all’aperitivo, alla strada da fare in bicicletta per arrivare al bar, al fatto che ci sia un posto attorno al tavolo. Vorrei ci fosse L. da sola e poi insieme agli altri, mi sembra sempre che tutto quello che mi viene in testa quando ci lasciamo, sia importante. Più interessante di quello che sono riuscito a dirle. Di sicuro non le parlerò della melancholia e di Dürer.
4 Febbraio ore 9.18 Silenzio attorno. Voglia di ridere. Mancano gli argomenti. L. non si fa sentire. Credo abbia ragione dopo l’ultima serata assieme. Rimedi alla depressione nelle conversazioni: conoscenza diretta, pacca sulla spalla, vicinanza fisica. La depressione è unica e diffusa, ognuno ha la sua per motivi suoi, che vanno dalla predisposizione alla vita trascorsa, da quello che non c’è stato a quello che c’è stato. Faccio parte di quelli che cercano di controllarla quando esagera e che l’apprezzano per le sue capacità aggiuntive quando si accontenta di parlare con me. La profondità di sentire che regala rende diversi, tanto diversi da rischiare l’incomunicabilità. Con chi si può parlare se la Comunicazione vera è solo quella profonda che include fiducia, lasciarsi andare e amore? Con pochi eletti oppure con il proprio silenzio. Non credo di aver nulla da dire se non che la melancholia è qualcosa che non impedisce l’intelligenza e l’ironia, la visione profonda del vivere. E con un poca di autoironia tutto trova un posto, anche la vita.

…continua

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

ci sono cose che non finisco

Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.

Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.