mattina

Dalla finestra chiude lo sguardo un muro,
mattoni e pietre antiche,
rovine del tempo che donano rifugio
a case di lucertole e transito d’uccelli.
Nel mattino una donna si pettina in terrazza,
lo sguardo ripercorre i sogni della notte,
si sofferma, scuote il capo
poi le dita, con delicatezza, tolgono
dal pettine i capelli,
ora alza gli occhi al cielo che promette pioggia
e pensa al giorno
che s’è fatto senz’aver fatica.
Così torna al suo primo caffè
e già il muro rinserra della libertà, il pensiero.

naufragare

Tutti siamo naufraghi, di un pezzo di vita che non s’afferra, di un ricordo di futuro irrealizzato. S’ostinano a chiamarlo rimpianto, ma è stato un naufragio. E noi ci siamo salvati. In diverso modo arrivati ad un isola che salva, dove si gode la vita ritrovata, il sole che scalda dentro, lo stupore di ciò che muta nelle abitudini. Poi ci sarà un consolidare di pensieri che si ripetono, ma non nell’approdo, non nella sensazione d’aver ritrovato una possibilità. Le generazioni oggi mutano in fretta, rarefà ciò un tempo era solido appiglio; il mutare, lo stesso naufragare, è condizione ripetuta. L’insoddisfazione cresce e l’isola raggiunta non basta più. Anche per chi ha successo e ha raggiunto obiettivi a lungo perseguiti, resta una sensazione che è fatica restare nella giostra, che si deve correre perché il fermarsi è già fine annunciata. Intanto s’affievolisce la speranza, non di salvarsi, perché ci sarà sempre un’isola, ma che essa davvero risolva ciò che manca nell’algoritmo che a fatica si compone. È la vita. Un tempo più fissata, scandita e stabile, con un posto in cui tornare, oggi senza appartenenze e che glorifica l’andare. Quell’andare che è un po’ fuggire, da cosa e chi sembra chiaro, ma a scavare un poco non è poi così certo sia quello il motivo. Naufragare era un tornare, un circolare percorso verso sé, ora che dire che non sia già inutile nel pronunciare? Scorticando le apparenze, si trovano le poche cose che contano davvero. I bisogni che non sono solo desideri, e poi resta poco ma è solido e preciso nel suo chiedere. È il bisogno d’amore, la serenità di sentire che il tempo è avanti, che esso crea per noi l’accadere con dolcezza buona. È il calore che c’è nella certezza di avere qualcuno che ascolta, capisce e accompagna. Questo il bagaglio che si dovrebbe salvare in ogni naufragio, perché si riprenda poi a viaggiare. Senza timore d’andare e poi tornare.

viaggiatore

Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo.  Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.

 

 

 

 

 

tra noi parole ovvero senzafissadimora

Diceva che per lui un libro da scrivere si doveva formare tutto nella sua mente. Poco per volta cresceva, aggiungeva, lasciava cadere o innalzava, i personaggi, le situazioni, finché raggiungeva un senso che giustificava tutto ciò che si sarebbe espresso con parole. Poi diventava facile, bastava ricordare.
Ma questo era lui, un grande, uno Scrittore, ma per gli altri che scrivono per sé e per chi legge, con difficoltà e dubbi, con pazienza e cadute, lasciandosi condurre dalla ricerca di un senso che solo a volte si trova, per questi come funziona?

Non lo so come funziona, a me bastava un filo dopo un attacco. Un filo che tenesse assieme il divagare, la necessità di soffermarmi sui particolari che non contano. Quelli erano parte del piacere di guardare le cose come nuvole da un prato, la giusta distanza, e le persone, attraverso quel gesto che si protende per capire, che tiene una mano e ne sente la dolcezza o l’asprezza, perché una mano dice tantissimo, ha una storia intera che parla del passato e del presente e da come stringe dice anche il futuro, le sue paure, le sue attese, il divenire di un non detto  che vuole essere capito. Questo prendere la mano, era la giusta vicinanzaMa è così che si scrive? Guardando le cose e le persone? Forse lo è per me, che cerco di non ripetere i modi con cui si inizia un discorso, il come stai? ho fatto questo, quest’altro. E nel dire c’è una ricerca di sincerità, di sostanza, ma soprattutto di sapere davvero: la curiosità senza morbosità, nei confronti dell’altro, l’empatia. Anche se non è vero che non dico più queste formule, i discorsi cominciano così, ma dipende se ciò che dico lo penso davvero, se mi interessa come sta un altro, se quello che ho fatto, e che racconto, aveva un’anima che lo riguarda.

Penso le mie storie camminando, scrivo dentro la testa, poi molto spesso dimentico tutto. So che le cose mi ricorderanno pezzi di ragionamento, forse per questo faccio itinerari che mutano di poco. Vorrei raccontare la città come l’ho conosciuta e com’è. Seguire il filo di un sentimento di amore che ingloba storie, le espande, cerca nessi, annoda particolari, si mette in ascolto. Questo raccontare riassume, c’è un ben presente assieme a un mettersi in discussione: capisco che quando accadde non ho capito, però ho le tracce di ciò che è accaduto e so che ancora non capirò per davvero se non lo scrivo, se non mi guardo dall’esterno nel mio camminare dentro le cose e tra le persone. Presumere e presunzione sono legati strettamente quando si racconta, perdono il connotato negativo che diventa giudizio e diventano un protagonista terzo, che non esiste ma è verosimile, che si affaccia tra i pensieri, sceglie le parole che lo descrivono, addita ciò che lo interessa. E questo protagonista pensa con ciò che capiamo, con la nostra testa che s’interroga. Allora conta moltissimo ciò che di lui non si vede, però agisce e perché lo faccia, quale storia o banalità metta in quell’incrocio del caso che lo spinge avanti nel fare, viene lasciato al nostro presumere.

Per me raccontare è un’immagine di un vissuto di molto tempo fa: una signora piccola, leggera, vestita di nero che camminava svelta nella bora fortissima di un giorno terso a Trieste. Guardavo il mare che si corrugava come un tessuto spinto da due mani lente e costanti che carezzavano un corpo allegro. Sorridevo e salivo verso san Giusto. Mi dovevo attaccare ai corrimani. Ridevo per il vento che mi spostava, mi lasciavo prendere dal momento, ne godevo, mentre lei andava sicura, mettendo i passi giusti, scivolando tra le folate come chi sa correre nella sua vita. Raccontava una storia  di sicurezze, incurante di controllare ciò che già conosceva, ansiosa di tornare a casa o fare altro. Era libera dagli eventi che prendevano me, la sua era una storia che si svolgeva non che capitava.

In una via, che un tempo era molto più animata, di notte cammino in fretta, un velo di timore mi accompagna. Sento i miei passi risuonare tra i palazzi vuoti, nei cortili deserti. Anche le piazze sembrano diverse. Di giorno sono affollate di persone, di bancarelle, di studenti che bighellonano, parlano, amoreggiano, la notte gli spazi trovano una fisionomia austera che prende distanza dagli uomini, s’impone, li sovrasta con il peso della storia vissuta, dell’essere fatti di edifici e di pietre ingegnose, di progetti antichi e soprattutto di storie. Gli spazi hanno assistito all’evolvere che mutava la città e sono contenitori di moltitudini di vite. Mi guardo attorno, ogni porta e cancello sono sbarrati, non riuscirei più correre a lungo se qualcuno m’inseguisse, è questa l’insicurezza?

Da ragazzo non ho mai avuto paura, da quando mi è stato permesso, e l’ho strappato quel permesso, restavo fuori fino a notte fonda. Qualche volta ho visto l’alba. Si fidavano. Ispiravo fiducia. Tornavo sempre in tempo per fare altro il mattino seguente. Mia Nonna mi parlava appena entravo, mi chiedeva come stavo, se volevo un caffè. Voleva sapere davvero come stavo e io le rispondevo volentieri, ma raccontavo poco delle mie peregrinazioni notturne. Solo ciò che pensavo potesse interessarla, una casa, un’osteria in cui mi aveva portato da bambino a vedere la televisione, posti dove avevo giocato mentre lei mi guardava. Parlavo raramente di persone, perché in città non conosceva più nessuno o quasi. Solo la cerchia degli affetti le interessava, ma quelli di notte dormivano. Così le parlavo dei luoghi e lei, a volte, ricordava ciò che era stato, io le raccontavo ciò che era adesso.

Allora non avevo paura di chi trovavo di notte; ubriachi alla seconda sbronza, qualcuno che rientrava a casa dopo essere stato in una casa non sua,  persone che uscivano in fretta dalla lama di luce della serranda chiusa di un bar in cui si perdevano stipendi e fortune, i senzafissadimora che dormivano con la testa piegata di lato su una sedia o stesi sulle panche di pietra del municipio. C’erano insonni vaganti che aspettavano l’ultima osteria da chiudere, un litro di vino, due bicchieri e un tavolino all’aperto. Sotto la mole del Salone, oppure tra i portici delle strade che andavano verso il fiume vagavano persone. Sempre le stesse, con nomi che tutti conoscevano e ricordi favolosi. Vite che si ammantavano di fiaba. Chi era stato un fascista convinto poi inebetito dalla disfatta e dall’alcool, chi aveva avuto padri sconosciuti e madri incerte ed era cresciuto tra i carretti che di notte i fruttaroli ammassavano in depositi, i facchini ormai stanchi, con racconti smozzicati dal troppo vino cattivo. C’erano altri che vestivano sempre lo stesso abito e ripetevano sempre le stesse frasi sino a essere queste il loro nome e si arrabbiavano quando venivano presi in giro. Prendevano una rincorsa, correvano, incespicavano, ridevano, ti chiedevano una sigaretta già dimentichi del perché s’erano arrabbiati. Ce n’erano parecchi di questi personaggi che non chiedevano la carità, gli veniva pagato un contributo alla rappresentazione che facevano di sé e del mondo. Non dicevano mai che era poco, casomai chiedevano un altro mezzo litro, erano gentili o irosi, ma  ringraziavano se era il caso di farlo.

Ora, come allora gli stessi ciottoli e ponti, manca un fiume all’appello, è stato interrato per farne una strada. A volte hanno un silenzio stupido le strade che sostituiscono qualcosa che c’era, rappresentano un’utilità, forse neppure quella, una speculazione sul concetto di moderno e di denaro che è dilagata dalla strada e ha investito palazzi e case, li ha abbattuti con cemento e serramenti anodizzati, e ha fatto diventare tutto vecchio e banale, anzitempo. Hanno storie negative queste strade, vivono per sottrazione. Per questo non le faccio, seguo giri più larghi, le piazzette con alberi che ospitano allodole pronte a cantare, le case con finestre spente o i movimenti degli insonni, luci che si accendono e spengono. È come allora ma mancano le persone. È vuota la città di notte, tutti rintanati nelle case, a parte qualcuno nel sacco a pelo, sotto i portici steso sui cartoni. Si agitano nel sonno i nuovi senzafissadimora coperti di stracci, preferisco sia così, ho paura quando stanno troppo fermi. Non si sa se sono vivi, non si sa che fare.

Parlare con gli ubriachi era difficile, complicato se si voleva trovare un senso, imparavo la gestione del silenzio e l’accumulo interiore delle domande, lasciavo fare. Ma non c’era paura, arrivavano i netturbini, vuotavano bidoni, non chiedevano nulla, al più da accendere o un sorso di vino.

Senzafissadimora erano gli abitanti della notte, quelli che non avevano casa e quelli che l’avevano ma erano stretti nell’inquietudine, nel capire che non trovava il bandolo, nel sonno che non arrivava se non per sfinimento. I pensieri dei senzafissadimora e le pietre, il luogo e la corda lunga dei cani a catena che girano intorno alla casa, tutto cucito assieme, vicino al cuore e sulla pelle per sentire meglio il bisbiglio che si confonde, che dice e poi tace come una sofferenza lieve e inutile che però non passa e s’indovina; si deve indovinare perché mai si racconta. Eppure, sotto c’è sempre una storia che non giustifica nulla, ma si ferma o scivola in avanti. Incessantemente. Ecco di questo mi piacerebbe scrivere e raccontare.

 

dove si spiegano le cose, a volte

Li ricordo quei luoghi, quei muri di mattoni spazzolati e senza intonaco, i soffitti altissimi, le colonnine di ghisa che svettano sottili, esili e forti su basamenti di cotto e marmo a sostenere gli archi. E le librerie, bellissime, con scaffali grandi, di materiale composito, bianche o color canna di fucile che non piegano al peso. Poggiate ai muri o rese divisori ariosi, senza paura nel loro essere tenute assieme da tiranti in acciaio in bella vista. Acciaio inox 18/10 e non può essere altrimenti perché lì il mare si sente ed è appena oltre la porta e la banchina. Sciacqua di un rumore placido e ritmato, è cuore che pensa la terra profonda e quando sale per la marea, diventa gatto domestico che vuole attenzione prima di riprendere a sonnecchiare. Ma c’è e ha i suoi artigli.

Dentro si sente il mare che sonnecchia e trasuda salso sui muri. C’è il mare con la sua forza chimica che scioglie i minerali e li ricombina, anche se sembra davvero terra ferma e i pavimenti sono di piastrelle grandissime a scacchiera negli uffici e si danno un contegno quando escono in corridoi fatti di corsie lunghe di marmo polito. La luce piove dall’alto, dai lati, si riflette, sembra tracciare una strada mentre è diffusa e alzando lo sguardo si riconoscono, tra piccole finestre, i lampadari di chi ha fatto la storia del design italiano. Pendono fiocchi di luce, si staccano dai muri, proiettano temperature di colore precise, ma sembrano messi per caso in quel finto dedalo di uffici dove ognuno ha uno spazio ben oltre la necessità. Sembrano democratici, in una uniforme diversa bellezza, ma oltre le segreterie, la truppa di rango, ci sono i piccoli capi. Le teste in carriera che hanno il loro riquadro nei vecchi magazzini, ora splendenti di restauro.

Chissà cosa si sarà stipato tra quelle mura, seta in matasse e in balle, metalli, sacchi di caffè o spezie, barili di vini liquorosi? Ora ci sono grandi scrivanie di acciaio e cristallo, piazze su cui scrivere e appoggiare le braccia pensosi, illuminati da un portatile, rigorosamente Apple e sempre acceso, mentre ai bordi s’accalcano piccole pile di libri d’arte e pubblicazioni scientifiche.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra.

Ci si arriva, in quei luoghi, per marmi corrosi dal salso; tracce di razzie perché qui le pietre erano preziose, che si rivelano nelle vecchie ammoniti. Marmi compositi come un mosaico, che furono prima di bellezza e poi d’uso, su cui si leggono ricordi di ruote di carretti cerchiate di ferro. Strade e spazi ora larghi, ma un tempo corti per le merci e le contrattazioni prima di giungere alle banchine. Adesso è stato tutto trasformato in luogo di direzione, ma anche di scienza e pensiero, anche se la proprietà è ancora del porto.

Si arriva e si cerca tra le simmetrie dei fondaci sino a trovare la giusta porta. È di acciaio corten, inserita in un arco di mattoni, vetri e acciaio. Lei, la porta, ha una semplicità senza compromessi, con il compito di raccontare che qui si pensa, e si dirige, e non ci sarà mai tempo per studiare abbastanza fino a capire tutto. Oltre c’è la prima entrata ed è già un accogliere, meravigliare, per il nitore delle cose. Il finto poco e prezioso, che è frutto di una scelta alta. Un usciere, che non sembra tale, ti chiede chi sei e con chi vorresti parlare. E poi ti dice, s’accomodi, (tu preferiresti usasse l’antico parlare: el se comoda, paron, vardo e rivo) e ti indica una poltrona bianca prima di sparire. Si attende.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra…

Le attese sono il modo per farti capire dove sei, per studiare i particolari. Anche se ci sei stato diverse volte, c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare. Poi torna il finto usciere a prenderti e t’accompagna. Sei qui per capire una cosa apparentemente strana, che nessun paron di vapor o barca o campi, si sarebbe posto come quesito: val la pena di consigliare un investimento a lungo termine che vincolerà un territorio? Un tempo si pensava lungo e si contava sulla stabilità, l’accidente era tale, ma c’era una normalità del rendere. Fosse pesce, grano od uva, una resa media nel tempo ci sarebbe stata, sufficiente a remunerare l’investimento e la miglioria. Ma oggi è tutto più aleatorio e qui forse più che altrove.

Se conosci il tuo interlocutore sai che vale molto. La sua opinione produce effetti nelle decisioni della politica e dell’economia. Se parliamo è per conoscenza antica, quando tu eri altra funzione e lui giovane esperto. Mi parla del mutamento del clima, dello sciacquio che a volte diventa minaccioso, di ciò che è accaduto a 30 chilometri due anni fa, a 70/100 chilometri due mesi fa. Ci sono tutte le ragioni perché ciò che accade, accada. Le racconta in modo ineluttabile come se non ci fosse quasi nulla da fare, ma non è così. Il mare si riscalda e d’inverno la temperatura non cala abbastanza, si scontrano le correnti calde del deserto e quelle artiche, prendono velocità, generano turbini e correnti impetuose, veri fiumi d’aria che prendono vigore dal mare e lo portano sulla terra, s’incanalano, abbattono, ammucchiano secondo i principi della minor resistenza ai fluidi. Mi mostra carte e mappe di ciò che è accaduto. Penso che elementi semplici come l’aria e l’acqua detengono un’ intelligenza sorda all’uomo e che trovano le loro soluzioni a ciò che si crea contro di essi. Convivere o ammansire che è poi il modo per rendere transitorio amico chi ha molta pazienza ma anche molta furia se lo si tradisce.

Mi parla degli interventi per mitigare perché ormai il danno è fatto e occorrerà molto tempo per ritrovare un equilibrio amico, una pace tra noi e gli elementi. Racconta dei convegni, delle analisi presentate per tempo, dei passi fatti con una politica sorda e parolaia che preferisce affidarsi al caso e all’eccezione piuttosto che alla cura e alla prevenzione. Parole sagge e fatti pochi, perché tra chi decide davvero e chi predice c’è uno scarto che non si colma mai. È la condanna di Tiresia, prevedere non essere creduti, neppure con l’evidenza. 

Si parla e divago col pensiero, è così bello il luogo e la pace che ha in sé. Il tappeto antico, la lampada, la forza che emana la competenza. Un po’ d’invidia per ciò che non ho realizzato e che altri hanno costruito con la comprensione profonda e furba di come funzionavano le cose. Pensieri oziosi di un ozioso che ora ha deciso di dire a chi l’ha inopinatamente consultato, la verità: rischia se vorrai veder frutto ma non c’è nulla di certo. Il rischio è alto.  E così finirà la consulenza. Per fortuna.

Ci salutiamo e i saluti dicono sempre le stesse cose: ci si vede, troviamo il modo, ti ricordi, è stato bello, adesso non lasciamo passare troppo tempo. Mi accompagna, lodo il posto e gli arredi, sorride: il bello è un investimento sul futuro, dice. Ci salutiamo e fuori il cielo è ancora azzurro. Lontani e vicinissimi i monti, non piove da mesi. Cammino sui marmi, lentamente per aspirare il salso e vado verso le auto.

Tu dirai che c’entra tutto ciò? C’entra. C’entra…

Poco distante da qui c’è la riva, i palazzi che un tempo avevano le autorità, i savi addetti a modificare gli equilibri. Erano lenti e paludati, consci della loro importanza, mischiavano potere politico e competenza e prima di cambiare un equilibrio provavano lentamente. Discutevano di cose che per fortuna non sono accadute, ad esempio come portare una strada fino alla Basilica, per arrivarci in carrozza. Oppure interravano i canali sbagliati, e chi sbagliava pagava, ma se c’era un errore disfacevano, tornavano indietro perché il patto tra sapere, natura e uomo non si rompesse. Gli accidenti erano proprio tali, capricci degli dei che si dovevano interpretare, per questo la sapienza era lenta perché conosceva la sua ignoranza. Poi quel patto tra sapere e politica si è rotto e a chi sapeva sono stati date torri ben arredate, perché non disturbassero le decisioni che producevano utili. Scienza e politica hanno continuato a parlarsi, la seconda ha incensato la prima per quanto le serviva e scartato il resto. Pensare tra cose belle è una grande opportunità e un sottile ricatto: quello che hai e quello che sei lo puoi perdere. Puoi dire, ma devi lasciare spazio al dubbio se ciò che dici modifica troppo gli interessi in corso. Così le coscienze critiche diventano più silenti.

La politica e il capitale si sono comprati la tecnologia,  così per la scienza oggi c’è meno forza e libertà, mentre avremmo bisogno di tutte le sue capacità di critica a ciò che accade. Ecco perché c’entra: in un mondo fatto di congressi e titoli accademici, la prudenza diventa un peccato, a parlare troppo chiari a tutti, si perde qualcosa e si viene emarginati, mentre servirebbero decisioni rapide e correttivi in lavorazione. Anche se finisse la prudenza ed emergessero le priorità, forse è già tardi e convincere l’aria e l’acqua non sarà facile, se poi ci si mette anche la terra, diventerà impossibile rimediare.

Farà da solo il mondo e riporterà le cose alla sua dimensione perché lui sa come trovare gli equilibri senza compromessi, non ha politiche a cui obbedire e i suoi interessi non hanno posto in qualche paradiso fiscale.

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.