dove si spiegano le cose, a volte

Li ricordo quei luoghi, quei muri di mattoni spazzolati e senza intonaco, i soffitti altissimi, le colonnine di ghisa che svettano sottili, esili e forti su basamenti di cotto e marmo a sostenere gli archi. E le librerie, bellissime, con scaffali grandi, di materiale composito, bianche o color canna di fucile che non piegano al peso. Poggiate ai muri o rese divisori ariosi, senza paura nel loro essere tenute assieme da tiranti in acciaio in bella vista. Acciaio inox 18/10 e non può essere altrimenti perché lì il mare si sente ed è appena oltre la porta e la banchina. Sciacqua di un rumore placido e ritmato, è cuore che pensa la terra profonda e quando sale per la marea, diventa gatto domestico che vuole attenzione prima di riprendere a sonnecchiare. Ma c’è e ha i suoi artigli.

Dentro si sente il mare che sonnecchia e trasuda salso sui muri. C’è il mare con la sua forza chimica che scioglie i minerali e li ricombina, anche se sembra davvero terra ferma e i pavimenti sono di piastrelle grandissime a scacchiera negli uffici e si danno un contegno quando escono in corridoi fatti di corsie lunghe di marmo polito. La luce piove dall’alto, dai lati, si riflette, sembra tracciare una strada mentre è diffusa e alzando lo sguardo si riconoscono, tra piccole finestre, i lampadari di chi ha fatto la storia del design italiano. Pendono fiocchi di luce, si staccano dai muri, proiettano temperature di colore precise, ma sembrano messi per caso in quel finto dedalo di uffici dove ognuno ha uno spazio ben oltre la necessità. Sembrano democratici, in una uniforme diversa bellezza, ma oltre le segreterie, la truppa di rango, ci sono i piccoli capi. Le teste in carriera che hanno il loro riquadro nei vecchi magazzini, ora splendenti di restauro.

Chissà cosa si sarà stipato tra quelle mura, seta in matasse e in balle, metalli, sacchi di caffè o spezie, barili di vini liquorosi? Ora ci sono grandi scrivanie di acciaio e cristallo, piazze su cui scrivere e appoggiare le braccia pensosi, illuminati da un portatile, rigorosamente Apple e sempre acceso, mentre ai bordi s’accalcano piccole pile di libri d’arte e pubblicazioni scientifiche.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra.

Ci si arriva, in quei luoghi, per marmi corrosi dal salso; tracce di razzie perché qui le pietre erano preziose, che si rivelano nelle vecchie ammoniti. Marmi compositi come un mosaico, che furono prima di bellezza e poi d’uso, su cui si leggono ricordi di ruote di carretti cerchiate di ferro. Strade e spazi ora larghi, ma un tempo corti per le merci e le contrattazioni prima di giungere alle banchine. Adesso è stato tutto trasformato in luogo di direzione, ma anche di scienza e pensiero, anche se la proprietà è ancora del porto.

Si arriva e si cerca tra le simmetrie dei fondaci sino a trovare la giusta porta. È di acciaio corten, inserita in un arco di mattoni, vetri e acciaio. Lei, la porta, ha una semplicità senza compromessi, con il compito di raccontare che qui si pensa, e si dirige, e non ci sarà mai tempo per studiare abbastanza fino a capire tutto. Oltre c’è la prima entrata ed è già un accogliere, meravigliare, per il nitore delle cose. Il finto poco e prezioso, che è frutto di una scelta alta. Un usciere, che non sembra tale, ti chiede chi sei e con chi vorresti parlare. E poi ti dice, s’accomodi, (tu preferiresti usasse l’antico parlare: el se comoda, paron, vardo e rivo) e ti indica una poltrona bianca prima di sparire. Si attende.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra…

Le attese sono il modo per farti capire dove sei, per studiare i particolari. Anche se ci sei stato diverse volte, c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare. Poi torna il finto usciere a prenderti e t’accompagna. Sei qui per capire una cosa apparentemente strana, che nessun paron di vapor o barca o campi, si sarebbe posto come quesito: val la pena di consigliare un investimento a lungo termine che vincolerà un territorio? Un tempo si pensava lungo e si contava sulla stabilità, l’accidente era tale, ma c’era una normalità del rendere. Fosse pesce, grano od uva, una resa media nel tempo ci sarebbe stata, sufficiente a remunerare l’investimento e la miglioria. Ma oggi è tutto più aleatorio e qui forse più che altrove.

Se conosci il tuo interlocutore sai che vale molto. La sua opinione produce effetti nelle decisioni della politica e dell’economia. Se parliamo è per conoscenza antica, quando tu eri altra funzione e lui giovane esperto. Mi parla del mutamento del clima, dello sciacquio che a volte diventa minaccioso, di ciò che è accaduto a 30 chilometri due anni fa, a 70/100 chilometri due mesi fa. Ci sono tutte le ragioni perché ciò che accade, accada. Le racconta in modo ineluttabile come se non ci fosse quasi nulla da fare, ma non è così. Il mare si riscalda e d’inverno la temperatura non cala abbastanza, si scontrano le correnti calde del deserto e quelle artiche, prendono velocità, generano turbini e correnti impetuose, veri fiumi d’aria che prendono vigore dal mare e lo portano sulla terra, s’incanalano, abbattono, ammucchiano secondo i principi della minor resistenza ai fluidi. Mi mostra carte e mappe di ciò che è accaduto. Penso che elementi semplici come l’aria e l’acqua detengono un’ intelligenza sorda all’uomo e che trovano le loro soluzioni a ciò che si crea contro di essi. Convivere o ammansire che è poi il modo per rendere transitorio amico chi ha molta pazienza ma anche molta furia se lo si tradisce.

Mi parla degli interventi per mitigare perché ormai il danno è fatto e occorrerà molto tempo per ritrovare un equilibrio amico, una pace tra noi e gli elementi. Racconta dei convegni, delle analisi presentate per tempo, dei passi fatti con una politica sorda e parolaia che preferisce affidarsi al caso e all’eccezione piuttosto che alla cura e alla prevenzione. Parole sagge e fatti pochi, perché tra chi decide davvero e chi predice c’è uno scarto che non si colma mai. È la condanna di Tiresia, prevedere non essere creduti, neppure con l’evidenza. 

Si parla e divago col pensiero, è così bello il luogo e la pace che ha in sé. Il tappeto antico, la lampada, la forza che emana la competenza. Un po’ d’invidia per ciò che non ho realizzato e che altri hanno costruito con la comprensione profonda e furba di come funzionavano le cose. Pensieri oziosi di un ozioso che ora ha deciso di dire a chi l’ha inopinatamente consultato, la verità: rischia se vorrai veder frutto ma non c’è nulla di certo. Il rischio è alto.  E così finirà la consulenza. Per fortuna.

Ci salutiamo e i saluti dicono sempre le stesse cose: ci si vede, troviamo il modo, ti ricordi, è stato bello, adesso non lasciamo passare troppo tempo. Mi accompagna, lodo il posto e gli arredi, sorride: il bello è un investimento sul futuro, dice. Ci salutiamo e fuori il cielo è ancora azzurro. Lontani e vicinissimi i monti, non piove da mesi. Cammino sui marmi, lentamente per aspirare il salso e vado verso le auto.

Tu dirai che c’entra tutto ciò? C’entra. C’entra…

Poco distante da qui c’è la riva, i palazzi che un tempo avevano le autorità, i savi addetti a modificare gli equilibri. Erano lenti e paludati, consci della loro importanza, mischiavano potere politico e competenza e prima di cambiare un equilibrio provavano lentamente. Discutevano di cose che per fortuna non sono accadute, ad esempio come portare una strada fino alla Basilica, per arrivarci in carrozza. Oppure interravano i canali sbagliati, e chi sbagliava pagava, ma se c’era un errore disfacevano, tornavano indietro perché il patto tra sapere, natura e uomo non si rompesse. Gli accidenti erano proprio tali, capricci degli dei che si dovevano interpretare, per questo la sapienza era lenta perché conosceva la sua ignoranza. Poi quel patto tra sapere e politica si è rotto e a chi sapeva sono stati date torri ben arredate, perché non disturbassero le decisioni che producevano utili. Scienza e politica hanno continuato a parlarsi, la seconda ha incensato la prima per quanto le serviva e scartato il resto. Pensare tra cose belle è una grande opportunità e un sottile ricatto: quello che hai e quello che sei lo puoi perdere. Puoi dire, ma devi lasciare spazio al dubbio se ciò che dici modifica troppo gli interessi in corso. Così le coscienze critiche diventano più silenti.

La politica e il capitale si sono comprati la tecnologia,  così per la scienza oggi c’è meno forza e libertà, mentre avremmo bisogno di tutte le sue capacità di critica a ciò che accade. Ecco perché c’entra: in un mondo fatto di congressi e titoli accademici, la prudenza diventa un peccato, a parlare troppo chiari a tutti, si perde qualcosa e si viene emarginati, mentre servirebbero decisioni rapide e correttivi in lavorazione. Anche se finisse la prudenza ed emergessero le priorità, forse è già tardi e convincere l’aria e l’acqua non sarà facile, se poi ci si mette anche la terra, diventerà impossibile rimediare.

Farà da solo il mondo e riporterà le cose alla sua dimensione perché lui sa come trovare gli equilibri senza compromessi, non ha politiche a cui obbedire e i suoi interessi non hanno posto in qualche paradiso fiscale.

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.

sono solo parole

La voce alterna momenti di quiete ad accenti di forza, incespica, torna indietro, precisa e ripete con più forza. Le immagini commentate mostrano edifici integri e rovine, ciò che c’era e ciò che è rimasto dopo una furia. Le furie. La leziosità delle dissolvenze, degli accostamenti eruditi, non toglie nulla alla drammaticità delle macerie. La voce racconta e la mente immagina, ricorda ciò che ha visto, associa momenti, letture, fatti, odori, sensazioni provate. La letteratura, il già letto di altre distruzioni, assiste un’idea insita nel dis farsi, come se la storia e la stessa identità spesso evocate nelle parole, fossero già scomparse da molto tempo, colpite da una maledizione che ha reso immemori i custodi. Chi si duole per tanta rovina è chi conosce e ricorda, spesso lontano e straniero, mentre chi è nato, vissuto accanto alla bellezza, non ne è stato contagiato, non è migliore ma indifferente. Per molti dei presunti eredi di un mondo che sta sui nostri libri di arte e di storia, quel passato non è mai esistito.

La voce continua ad esplorare le immagini e a cumuli di pietre si sovrappongono altri cumuli, finché tutto diventa indistinto e grigio, come se la natura, la roccia si fosse ripresa ciò che era stato a lei tolto, scavato, inciso, abbellito, per diventare segno d’intelligenza e di sapere acquisito alla ricerca di un’immortalità presunta che già aveva abbattuto e consumato ciò che l’aveva preceduta. Tracce che scompaiono. È la raffigurazione di un mondo senza l’uomo: c’era una stanza in cui le passioni e l’ira si sono scontrate, i mobili sono divenuti riparo e oggetti contundenti e alla fine nulla si è salvato. Non ha vinto nessuno. Non ci sono neppure i corpi, le ferite evidenti nella carne, c’è il vuoto, l’assenza che ha concluso una storia difficile e comune dove le rovine sono solo pietra che non dice nulla, o quasi della fine. Certo c’è qualche rocchio di colonna scanalato, la voluta di un capitello, una testina staccata malamente da una scheggia.  Lì vicino ricordo un cammello che si coccolava al cammelliere, la grossa testa che cercava carezze e i grandi occhi che sbattevano buoni. Era tutto falso, bastava sparire dietro una colonna e il bastone si alzava e picchiava sulla gobba, sulla testa per togliere quell’attenzione non voluta. Era questa la cultura che veniva dalle sabbie, che si era radicata in possanza di archi, in templi immani, in teatri perfetti? Questi erano i predoni che avevano già depredato e poi s’erano fermati incapaci di andare altrove, vivevano perché giusto vivere ovunque ci sia un posto in cui fermarsi. La voce parla delle razzie ulteriori, dei collezionisti che acquistano ciò che viene trafugato, pezzi che verranno nascosti in caveau, testimonianze prive di contesto, divenute eccezione, abbellimento e privilegio. Wunderkammer per ricchi in cerca di meraviglie, per pochi sodali che forse capiranno oppure semplicemente giudicheranno un’eccentricità quell’accumulare oggetti alieni.

Chi ha convissuto è stato privato della memoria di una bellezza che ora vaga in cerca di salvezza e non si cura di nulla, non è importante. La normalità è con rovine e pecore, quella è la pace: come nelle incisioni del Piranesi.

Una voce commossa chiede delle città morte alla voce che narra. Bombardate anch’esse, cancellate, perché in esse ci poteva essere vita. Non è una metafora è la realtà, e le parole sono solo parole.

E già questo era troppo:

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lontano vicino

Al centro della piazza c’era una grande vasca circolare col bordo arrotondato, era vuota d’acqua anche se al centro c’era una chiazza d’umido che la calura forte non riusciva a prosciugare e veniva da una canna per lo zampillo di rame ossidato con un color ramarro umido dove l’acqua non si vedeva ma da qualche parte ancora arrivava e perdeva. Il bordo veniva usato come panchina, sin dalla prima mattina, da chi riusciva a conquistarne un pezzetto su cui sedere e davanti c’erano quelli in piedi, che conversavano con uno di quelli seduti e attendevano che si liberasse un posto sotto il sole. Si alternavano, seduti e in piedi diversi, perché c’erano quelli che andavano altrove verso incombenze misteriose, però le conversazioni non finivano e non parlavano tutti della stessa cosa. Si capiva dall’animazione di alcuni e dalla calma di altri, dai silenzi asincroni, dai gesti che animavano diversamente le mani e i corpi. L’insieme generava un ronzare forte di voci, di sillabe e consonanti aspirate e si protraeva sino al mezzogiorno, quando la piazza si vuotava per il pranzo.

Su un lato della piazza c’era un armadio di metallo per i contatti telefonici. Era sempre aperto e ogni mattina, davanti, c’erano due operai in tuta che discutevano animatamente. Uno di questi aveva una grossa cornetta telefonica nera, di gomma, in cui parlava e contemporaneamente dava ordini all’altro operaio, che metteva pinzette e tranciava fili da grosse trecce colorate che spuntavano dal terreno. Spesso discutevano tra loro e con qualcuno che stava all’altro capo del telefono. A volte sembrava arrivassero al limite della lite e l’operaio che aveva il tronchese e le pinzette, tagliava dei fili che facevano imbestialire l’altro operaio. Allora tutto si fermava e la discussione assumeva toni concitati, sinché trovavano un accordo e la conversazione attraverso la cornetta riprendeva. Anche loro sparivano a mezzogiorno  e lasciavano per terra una miriade di pezzetti di fili di colori diversi che i ragazzini provvedevano a far sparire. In 20 giorni di passaggi per quella piazza ho sempre visto la stessa scena e a casa il telefono e la connessione funzionavano secondo algoritmi misteriosi, quasi mai di giorno e a volte verso sera e di notte, come se l’accordo tra loro fosse per una tregua notturna. 

Sul lato della piazza si apriva un grande viale alberato di palme altissime, con tende bianche per proteggere i tavolini dal sole a picco nei bar migliori; negli altri le persone e i tavolini si assiepavano sul lato in ombra e spostavano sedie di ferro e tavolini tondi seguendo l’andamento del sole. Finché potevano, poi si trasferivano all’interno in sale piene di polvere e di vecchi tavoli di legno. Nell’angolo c’era il bancone con poche bottiglie alle spalle e una vasca piena di pezzi di ghiaccio in cui galleggiavano i colli delle bottiglie di birra. Di prima mattina, quando la calura era accettabile, giravano dei carretti coperti con un cofano di lamiera zincata, da cui venivano estratte delle stecche di ghiaccio lunghe e pesanti. Le prendevano in due uomini, con degli uncini molto appuntiti, uno dei due aveva un sacco di juta sulla schiena, e con un movimento morbido si piegava a fianco del carretto, si metteva sotto la stecca di ghiaccio, e la ruotava  posandola sulla juta tenendo l’uncino piantato. Veniva scambiata una parola e l’altro toglieva da sotto il proprio uncino, così la stecca gocciolante cominciava a muoversi con piccoli passi verso le ghiacciaie dei bar o dei macellai. Vista controluce, lanciava dei bagliori che la infuocavano e con l’uomo piegato quasi a novanta gradi, formava un misterioso carattere cinese che nella mia immaginazione mescolava gli opposti fuochi del sole e del gelo in un unico sentire. Per terra una scia di gocce segnava i percorsi sulla polvere gialla e sottile e guardando il corso si poteva scorgere una sorta di spina enorme d’ un pesce misterioso che aveva propaggini nei negozi dell’una e dell’altra parte.

In uno di questi negozi stava un uomo di età matura e non riuscivo a definire come, del resto, mi accadeva per gran parte di quelli che vedevo. Stava sempre appoggiato con i gomiti sul bancone di legno, che credo fosse eucalipto perché il negozio aveva sempre un profumo pungente e gradevole, e leggeva un giornale aperto con una foto sulla destra. Le volte che entrai per acquistare qualcuna delle poche cose che vendeva, mi sembrò sempre la stessa pagina e lo stesso giornale. Alle spalle c’erano su due scaffali, dei barattoli con delle polveri colorate, gialli e rossi accesi, ma anche ocra, blu intensi, verdi di varie tonalità. Poi delle matite, delle bottiglie d’inchiostro Pessi, fasci di canotti di legno per pennini, pennelli sottili e qualche risma di carta di varie pesantezze. Era una cartoleria che vendeva anche giornali. Andavo da lui per avere notizie dall’Italia, ma i giornali erano talmente pochi e vecchi di almeno 15 giorni che spesso mi sforzavo di comprare qualcos’altro per giustificare la conversazione che seguiva l’entrata. Parlava un italiano vecchio, con parole e costruzioni sintattiche che riportavano a molti anni prima. Qualcuna di quelle parole le avevo sentite usare da mia nonna quando usciva dal dialetto e voleva affermare qualcosa con l’autorità della lingua, in lui, invece, c’era tutto il discorso. Parlava lentamente, faceva domande discrete sulla provenienza. Restavo sul vago e lui capiva che non era un argomento di curiosità, allora mi mostrava le cartoline che aveva, i francobolli. Mi sembrava tutto fuori corso, ma mi fidavo e le cartoline sono arrivate. Sostavo per curiosità e per quella nozione di lontano che emanava la situazione. Non avevo giornali, il telefono era praticamente inutilizzabile per i fusi differenti e tutto, a parte gli affetti, sembrava così distante da apparire piccolo e in un mondo parallelo. Mi chiedevo cosa avessero provato gli italiani che erano rimasti lì a lungo. Non quelli che conoscevo e che insegnavano alla scuola italiana o lavoravano all’ambasciata, ma quelli che erano venuti per restarci e che non potevano essere poveri perché il regime non permetteva che i conquistatori fossero poveri, che non potevano mescolarsi con i nativi perché c’era la segregazione razziale, che dovevano vivere come in Italia ed erano distanti tre settimane di navigazione dall’Italia. Naturalmente non parlavo con lui di queste cose però un giorno cercò dentro delle cartelle molto malmesse dei piccoli manifesti, ed erano degli alfabeti per scuole elementari, che mettevano in corrispondenza i caratteri di due lingue diverse con le lettere latine. Ne acquistai due perché le lingue a confronto non erano solo quelle principali, ma ce n’erano altre che si riferivano ad altri conquistatori.

Confusamente gli parlai della nozione di lontano e vicino e lui mi chiese, sempre con quella sintassi strana: ma voi a cosa siete vicino? A qualcosa che è dentro di voi o a qualcosa che dovete per forza vedere fuori? Qualcosa imbastii come risposta e gli dissi quello che mi mancava. E, come non avesse capito, lui ripetè la domanda, poi senza attendere la risposta, arrotolò i manifesti e disse: domani, forse, arrivano notizie nuove, ma saranno già vecchie. Ci impiega tempo, il tempo a raggiungerci.

Ci furono visite successive, dei canotti di bachelite e dei pennini Fila, per identificare un vicino nel lontano, ma non era quel giorno. Fuori c’era un sole a picco e uscendo vidi che tornava con i gomiti sul bancone, al suo giornale e il carretto del ghiaccio non c’era più. Prima della piazza mi fermai a bere una birra ghiacciata e seduto mi misi a guardare gli operai che riparavano i telefoni e litigavano: cos’era lontano e cos’era vicino?