traversando l’appennino

Lunghe file di alberi sulle creste, l’appennino è anche così: un vecchio tappeto di rocce consumate, di muschi soffici ed erbe alte, ferite di cave di tufo e case, fatte con la pietra delle colline. Nella mia terrazza sopra il catrame che la rende impermeabile, ho messo più tappeti. Il primo era di fibra grezza vegetale, mani forti d’uomo l’avevano tessuta, ma si è sciolta col tempo. Segno che gli anni sciolgono tutti i nodi. Ad aiutare il tempo, ci si son messe le erbe, le borse del pastore, i semi d’acrostide e d’erbe matte sfuggiti agli uccelli, per un verde a chiazze, selvaggio ma con radici orizzontali pronte a nutrirsi del disponibile.
Il tappeto antico è finito nella raccolta differenziata, sostituito da uno fatto d’ erba finta di plastica e ancora una volta le erbe vere si sono insinuate, hanno scavato e fatto chiazze di verità, irridendo quel finto verde che voleva loro somigliare e non fioriva, non figliava, insomma non viveva. La natura ha le sue incontrovertibili ragioni, vince sempre e si plasma, si modella con quello che ha a disposizione. Nell’appennino, il vento ha reso dolci le colline, ha sparso sabbia e sali nei terreni, si è ricoperto di boscaglia per rendersi arduo alle futilità del coltivare irrispettoso. E ha assimilato il brutto, il disordine di campi apparentemente regolari ma prigionieri della proprietà, con il bello d’un verde composito, fatto di differenti forze e silenti accordi perché a ciascuno resti qualcosa per crescere e prosperare.
Le case intonacate di giallo, sono solitarie sulle creste e poi, improvvisamente, radunate a mucchi. L’una sull’altra perché gli uomini hanno bisogno di calore e di vicinanza. Come le erbe e gli alberi di tratto in tratto diventati macchia, solo che il verde non compie gesti inconsulti, pensa il tempo come scorrere in avanti e usa il presente per tenere da conto ciò che può esserci davvero di buono per sé e per altri.
È strano che in natura il brutto, il disarmonico, l’imprevidente e lo stupido non esistano. Neppure la falsità esiste e neanche le promesse vane. Segno di un amore per il vero che è naturale, senza fatica. Così in queste colline dolci, dove l’uomo pensa d’essere comunque signore delle cose, esse si consumano e attendono d’essere altro. Per necessità e per amore, annodando l’una e l’altro in un bisbigliare di dolcezza senza assillo del tempo.

non senza fadiga si giunge a la fine

Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.

È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.

Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.

C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.

C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.

C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.

C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.

C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.

C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno. 

C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.

C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.

C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.

C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.

C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.

Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.

Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro.  Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.

C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.

A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.

andare via o restare fa lo stesso

...” Qui raramente le persone si abbracciano quando s’incontrano per strada, raramente si stringono affettuosamente l’un l’altro. Perché mai dovrebbero, visto che s’incontrano di continuo. Col passare dei mesi, degli anni, non accade mai nulla di nuovo. Qualcuno di qua o di lá muore, qualcuno nasce, qualcuno si trasferisce, se ne vanno quelli che possono o che devono. Non so se vuol dire che qui nessuno manca a nessuno o che qui la gente è priva di aspirazioni, non ne ho idea, forse ci sono quelli che aspirano a qualcuno o a qualcosa, probabilmente ci sono, perché sarebbe totalmente irragionevole e inconcepibile che qui non ci fossero assolutamente quel tipo di persone. Ma forse gli uomini dei nostri giorni sono così, nutrono le proprie emozioni interiormente, raccolti in sé, in solitudine, spaventati che le proprie emozioni possano scivolare via da loro, pensando che in quel caso scoppierebbe un putiferio, un violento smacco per la propria (fittizia) apparenza. …”

Daša Drndic´ Leica format ed. La nave di Teseo

Attorno si restringe, diventa un cerchio e chi vi appartiene sono sempre gli stessi. Quando si è scambiata l’ultima emozione appena fuori del primo sé, quando si è gioito assieme, riso di gusto, mangiato con il gusto del cibo, trasgredito ridendo e senza tracce di colpa? Quando è stata l’ultima volta che si è pensato che il presente fosse un’anticipazione del futuro? È per questo che si va via, anche restando dove si è. Si va via quando non si litiga più per poi abbracciarsi, quando tutto diventa relativo, quando i volti si assomigliano ma non sono gli stessi anche se tutti non vanno oltre i convenevoli. Si va via scappando dalle feste, dai ricordi di ciò che non è stato, si scappa dall’infingardaggine del non detto o del ripetuto. Si va via da ogni stanco sì, dai no sussurrati, dalle abitudini che non fanno più sorridere. Si va via dal silenzio che parla, dalle cose prevedibili e si corre verso un altrove che sembra non avere lo stesso tempo, gli stessi riti, lo stesso scadere scritto sulla scatola. Si scappa dalle piccole città e si corre nelle grandi, oppure ci si perde tra i campi e le montagne, si va al mare per starci, pensando sia una vacanza e ci si porta dietro il malessere sperando scompaia. Che si diluisca nel nuovo, nei colori che non si conoscono (ancora), nei volti sconosciuti, nelle lingue o nelle cadenze da imparare. Si scappa e si è apolidi. Oppure si resta, e si è apolidi lo stesso perché ciò che era non è più e bisognerebbe cambiare, rifiutarsi di ripetere, alterare gli orari, far l’amore con gusto,  lasciare che la tenerezza ci nevichi addosso, sopprimere la furia di non essere. Non dimostrare nulla, non cercare di aver ragione, perdere tempo per ritrovarlo. E come questo scrivere, aver la coscienza di essere inutili e per questo moderatamente e sempre in modo nuovo, felici.

 

mattina

Dalla finestra chiude lo sguardo un muro,
mattoni e pietre antiche,
rovine del tempo che donano rifugio
a case di lucertole e transito d’uccelli.
Nel mattino una donna si pettina in terrazza,
lo sguardo ripercorre i sogni della notte,
si sofferma, scuote il capo
poi le dita, con delicatezza, tolgono
dal pettine i capelli,
ora alza gli occhi al cielo che promette pioggia
e pensa al giorno
che s’è fatto senz’aver fatica.
Così torna al suo primo caffè
e già il muro rinserra della libertà, il pensiero.

naufragare

Tutti siamo naufraghi, di un pezzo di vita che non s’afferra, di un ricordo di futuro irrealizzato. S’ostinano a chiamarlo rimpianto, ma è stato un naufragio. E noi ci siamo salvati. In diverso modo arrivati ad un isola che salva, dove si gode la vita ritrovata, il sole che scalda dentro, lo stupore di ciò che muta nelle abitudini. Poi ci sarà un consolidare di pensieri che si ripetono, ma non nell’approdo, non nella sensazione d’aver ritrovato una possibilità. Le generazioni oggi mutano in fretta, rarefà ciò un tempo era solido appiglio; il mutare, lo stesso naufragare, è condizione ripetuta. L’insoddisfazione cresce e l’isola raggiunta non basta più. Anche per chi ha successo e ha raggiunto obiettivi a lungo perseguiti, resta una sensazione che è fatica restare nella giostra, che si deve correre perché il fermarsi è già fine annunciata. Intanto s’affievolisce la speranza, non di salvarsi, perché ci sarà sempre un’isola, ma che essa davvero risolva ciò che manca nell’algoritmo che a fatica si compone. È la vita. Un tempo più fissata, scandita e stabile, con un posto in cui tornare, oggi senza appartenenze e che glorifica l’andare. Quell’andare che è un po’ fuggire, da cosa e chi sembra chiaro, ma a scavare un poco non è poi così certo sia quello il motivo. Naufragare era un tornare, un circolare percorso verso sé, ora che dire che non sia già inutile nel pronunciare? Scorticando le apparenze, si trovano le poche cose che contano davvero. I bisogni che non sono solo desideri, e poi resta poco ma è solido e preciso nel suo chiedere. È il bisogno d’amore, la serenità di sentire che il tempo è avanti, che esso crea per noi l’accadere con dolcezza buona. È il calore che c’è nella certezza di avere qualcuno che ascolta, capisce e accompagna. Questo il bagaglio che si dovrebbe salvare in ogni naufragio, perché si riprenda poi a viaggiare. Senza timore d’andare e poi tornare.

viaggiatore

Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo.  Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.

 

 

 

 

 

tra noi parole ovvero senzafissadimora

Diceva che per lui un libro da scrivere si doveva formare tutto nella sua mente. Poco per volta cresceva, aggiungeva, lasciava cadere o innalzava, i personaggi, le situazioni, finché raggiungeva un senso che giustificava tutto ciò che si sarebbe espresso con parole. Poi diventava facile, bastava ricordare.
Ma questo era lui, un grande, uno Scrittore, ma per gli altri che scrivono per sé e per chi legge, con difficoltà e dubbi, con pazienza e cadute, lasciandosi condurre dalla ricerca di un senso che solo a volte si trova, per questi come funziona?

Non lo so come funziona, a me bastava un filo dopo un attacco. Un filo che tenesse assieme il divagare, la necessità di soffermarmi sui particolari che non contano. Quelli erano parte del piacere di guardare le cose come nuvole da un prato, la giusta distanza, e le persone, attraverso quel gesto che si protende per capire, che tiene una mano e ne sente la dolcezza o l’asprezza, perché una mano dice tantissimo, ha una storia intera che parla del passato e del presente e da come stringe dice anche il futuro, le sue paure, le sue attese, il divenire di un non detto  che vuole essere capito. Questo prendere la mano, era la giusta vicinanzaMa è così che si scrive? Guardando le cose e le persone? Forse lo è per me, che cerco di non ripetere i modi con cui si inizia un discorso, il come stai? ho fatto questo, quest’altro. E nel dire c’è una ricerca di sincerità, di sostanza, ma soprattutto di sapere davvero: la curiosità senza morbosità, nei confronti dell’altro, l’empatia. Anche se non è vero che non dico più queste formule, i discorsi cominciano così, ma dipende se ciò che dico lo penso davvero, se mi interessa come sta un altro, se quello che ho fatto, e che racconto, aveva un’anima che lo riguarda.

Penso le mie storie camminando, scrivo dentro la testa, poi molto spesso dimentico tutto. So che le cose mi ricorderanno pezzi di ragionamento, forse per questo faccio itinerari che mutano di poco. Vorrei raccontare la città come l’ho conosciuta e com’è. Seguire il filo di un sentimento di amore che ingloba storie, le espande, cerca nessi, annoda particolari, si mette in ascolto. Questo raccontare riassume, c’è un ben presente assieme a un mettersi in discussione: capisco che quando accadde non ho capito, però ho le tracce di ciò che è accaduto e so che ancora non capirò per davvero se non lo scrivo, se non mi guardo dall’esterno nel mio camminare dentro le cose e tra le persone. Presumere e presunzione sono legati strettamente quando si racconta, perdono il connotato negativo che diventa giudizio e diventano un protagonista terzo, che non esiste ma è verosimile, che si affaccia tra i pensieri, sceglie le parole che lo descrivono, addita ciò che lo interessa. E questo protagonista pensa con ciò che capiamo, con la nostra testa che s’interroga. Allora conta moltissimo ciò che di lui non si vede, però agisce e perché lo faccia, quale storia o banalità metta in quell’incrocio del caso che lo spinge avanti nel fare, viene lasciato al nostro presumere.

Per me raccontare è un’immagine di un vissuto di molto tempo fa: una signora piccola, leggera, vestita di nero che camminava svelta nella bora fortissima di un giorno terso a Trieste. Guardavo il mare che si corrugava come un tessuto spinto da due mani lente e costanti che carezzavano un corpo allegro. Sorridevo e salivo verso san Giusto. Mi dovevo attaccare ai corrimani. Ridevo per il vento che mi spostava, mi lasciavo prendere dal momento, ne godevo, mentre lei andava sicura, mettendo i passi giusti, scivolando tra le folate come chi sa correre nella sua vita. Raccontava una storia  di sicurezze, incurante di controllare ciò che già conosceva, ansiosa di tornare a casa o fare altro. Era libera dagli eventi che prendevano me, la sua era una storia che si svolgeva non che capitava.

In una via, che un tempo era molto più animata, di notte cammino in fretta, un velo di timore mi accompagna. Sento i miei passi risuonare tra i palazzi vuoti, nei cortili deserti. Anche le piazze sembrano diverse. Di giorno sono affollate di persone, di bancarelle, di studenti che bighellonano, parlano, amoreggiano, la notte gli spazi trovano una fisionomia austera che prende distanza dagli uomini, s’impone, li sovrasta con il peso della storia vissuta, dell’essere fatti di edifici e di pietre ingegnose, di progetti antichi e soprattutto di storie. Gli spazi hanno assistito all’evolvere che mutava la città e sono contenitori di moltitudini di vite. Mi guardo attorno, ogni porta e cancello sono sbarrati, non riuscirei più correre a lungo se qualcuno m’inseguisse, è questa l’insicurezza?

Da ragazzo non ho mai avuto paura, da quando mi è stato permesso, e l’ho strappato quel permesso, restavo fuori fino a notte fonda. Qualche volta ho visto l’alba. Si fidavano. Ispiravo fiducia. Tornavo sempre in tempo per fare altro il mattino seguente. Mia Nonna mi parlava appena entravo, mi chiedeva come stavo, se volevo un caffè. Voleva sapere davvero come stavo e io le rispondevo volentieri, ma raccontavo poco delle mie peregrinazioni notturne. Solo ciò che pensavo potesse interessarla, una casa, un’osteria in cui mi aveva portato da bambino a vedere la televisione, posti dove avevo giocato mentre lei mi guardava. Parlavo raramente di persone, perché in città non conosceva più nessuno o quasi. Solo la cerchia degli affetti le interessava, ma quelli di notte dormivano. Così le parlavo dei luoghi e lei, a volte, ricordava ciò che era stato, io le raccontavo ciò che era adesso.

Allora non avevo paura di chi trovavo di notte; ubriachi alla seconda sbronza, qualcuno che rientrava a casa dopo essere stato in una casa non sua,  persone che uscivano in fretta dalla lama di luce della serranda chiusa di un bar in cui si perdevano stipendi e fortune, i senzafissadimora che dormivano con la testa piegata di lato su una sedia o stesi sulle panche di pietra del municipio. C’erano insonni vaganti che aspettavano l’ultima osteria da chiudere, un litro di vino, due bicchieri e un tavolino all’aperto. Sotto la mole del Salone, oppure tra i portici delle strade che andavano verso il fiume vagavano persone. Sempre le stesse, con nomi che tutti conoscevano e ricordi favolosi. Vite che si ammantavano di fiaba. Chi era stato un fascista convinto poi inebetito dalla disfatta e dall’alcool, chi aveva avuto padri sconosciuti e madri incerte ed era cresciuto tra i carretti che di notte i fruttaroli ammassavano in depositi, i facchini ormai stanchi, con racconti smozzicati dal troppo vino cattivo. C’erano altri che vestivano sempre lo stesso abito e ripetevano sempre le stesse frasi sino a essere queste il loro nome e si arrabbiavano quando venivano presi in giro. Prendevano una rincorsa, correvano, incespicavano, ridevano, ti chiedevano una sigaretta già dimentichi del perché s’erano arrabbiati. Ce n’erano parecchi di questi personaggi che non chiedevano la carità, gli veniva pagato un contributo alla rappresentazione che facevano di sé e del mondo. Non dicevano mai che era poco, casomai chiedevano un altro mezzo litro, erano gentili o irosi, ma  ringraziavano se era il caso di farlo.

Ora, come allora gli stessi ciottoli e ponti, manca un fiume all’appello, è stato interrato per farne una strada. A volte hanno un silenzio stupido le strade che sostituiscono qualcosa che c’era, rappresentano un’utilità, forse neppure quella, una speculazione sul concetto di moderno e di denaro che è dilagata dalla strada e ha investito palazzi e case, li ha abbattuti con cemento e serramenti anodizzati, e ha fatto diventare tutto vecchio e banale, anzitempo. Hanno storie negative queste strade, vivono per sottrazione. Per questo non le faccio, seguo giri più larghi, le piazzette con alberi che ospitano allodole pronte a cantare, le case con finestre spente o i movimenti degli insonni, luci che si accendono e spengono. È come allora ma mancano le persone. È vuota la città di notte, tutti rintanati nelle case, a parte qualcuno nel sacco a pelo, sotto i portici steso sui cartoni. Si agitano nel sonno i nuovi senzafissadimora coperti di stracci, preferisco sia così, ho paura quando stanno troppo fermi. Non si sa se sono vivi, non si sa che fare.

Parlare con gli ubriachi era difficile, complicato se si voleva trovare un senso, imparavo la gestione del silenzio e l’accumulo interiore delle domande, lasciavo fare. Ma non c’era paura, arrivavano i netturbini, vuotavano bidoni, non chiedevano nulla, al più da accendere o un sorso di vino.

Senzafissadimora erano gli abitanti della notte, quelli che non avevano casa e quelli che l’avevano ma erano stretti nell’inquietudine, nel capire che non trovava il bandolo, nel sonno che non arrivava se non per sfinimento. I pensieri dei senzafissadimora e le pietre, il luogo e la corda lunga dei cani a catena che girano intorno alla casa, tutto cucito assieme, vicino al cuore e sulla pelle per sentire meglio il bisbiglio che si confonde, che dice e poi tace come una sofferenza lieve e inutile che però non passa e s’indovina; si deve indovinare perché mai si racconta. Eppure, sotto c’è sempre una storia che non giustifica nulla, ma si ferma o scivola in avanti. Incessantemente. Ecco di questo mi piacerebbe scrivere e raccontare.

 

dove si spiegano le cose, a volte

Li ricordo quei luoghi, quei muri di mattoni spazzolati e senza intonaco, i soffitti altissimi, le colonnine di ghisa che svettano sottili, esili e forti su basamenti di cotto e marmo a sostenere gli archi. E le librerie, bellissime, con scaffali grandi, di materiale composito, bianche o color canna di fucile che non piegano al peso. Poggiate ai muri o rese divisori ariosi, senza paura nel loro essere tenute assieme da tiranti in acciaio in bella vista. Acciaio inox 18/10 e non può essere altrimenti perché lì il mare si sente ed è appena oltre la porta e la banchina. Sciacqua di un rumore placido e ritmato, è cuore che pensa la terra profonda e quando sale per la marea, diventa gatto domestico che vuole attenzione prima di riprendere a sonnecchiare. Ma c’è e ha i suoi artigli.

Dentro si sente il mare che sonnecchia e trasuda salso sui muri. C’è il mare con la sua forza chimica che scioglie i minerali e li ricombina, anche se sembra davvero terra ferma e i pavimenti sono di piastrelle grandissime a scacchiera negli uffici e si danno un contegno quando escono in corridoi fatti di corsie lunghe di marmo polito. La luce piove dall’alto, dai lati, si riflette, sembra tracciare una strada mentre è diffusa e alzando lo sguardo si riconoscono, tra piccole finestre, i lampadari di chi ha fatto la storia del design italiano. Pendono fiocchi di luce, si staccano dai muri, proiettano temperature di colore precise, ma sembrano messi per caso in quel finto dedalo di uffici dove ognuno ha uno spazio ben oltre la necessità. Sembrano democratici, in una uniforme diversa bellezza, ma oltre le segreterie, la truppa di rango, ci sono i piccoli capi. Le teste in carriera che hanno il loro riquadro nei vecchi magazzini, ora splendenti di restauro.

Chissà cosa si sarà stipato tra quelle mura, seta in matasse e in balle, metalli, sacchi di caffè o spezie, barili di vini liquorosi? Ora ci sono grandi scrivanie di acciaio e cristallo, piazze su cui scrivere e appoggiare le braccia pensosi, illuminati da un portatile, rigorosamente Apple e sempre acceso, mentre ai bordi s’accalcano piccole pile di libri d’arte e pubblicazioni scientifiche.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra.

Ci si arriva, in quei luoghi, per marmi corrosi dal salso; tracce di razzie perché qui le pietre erano preziose, che si rivelano nelle vecchie ammoniti. Marmi compositi come un mosaico, che furono prima di bellezza e poi d’uso, su cui si leggono ricordi di ruote di carretti cerchiate di ferro. Strade e spazi ora larghi, ma un tempo corti per le merci e le contrattazioni prima di giungere alle banchine. Adesso è stato tutto trasformato in luogo di direzione, ma anche di scienza e pensiero, anche se la proprietà è ancora del porto.

Si arriva e si cerca tra le simmetrie dei fondaci sino a trovare la giusta porta. È di acciaio corten, inserita in un arco di mattoni, vetri e acciaio. Lei, la porta, ha una semplicità senza compromessi, con il compito di raccontare che qui si pensa, e si dirige, e non ci sarà mai tempo per studiare abbastanza fino a capire tutto. Oltre c’è la prima entrata ed è già un accogliere, meravigliare, per il nitore delle cose. Il finto poco e prezioso, che è frutto di una scelta alta. Un usciere, che non sembra tale, ti chiede chi sei e con chi vorresti parlare. E poi ti dice, s’accomodi, (tu preferiresti usasse l’antico parlare: el se comoda, paron, vardo e rivo) e ti indica una poltrona bianca prima di sparire. Si attende.

Che c’entra dirai. C’entra, c’entra…

Le attese sono il modo per farti capire dove sei, per studiare i particolari. Anche se ci sei stato diverse volte, c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare. Poi torna il finto usciere a prenderti e t’accompagna. Sei qui per capire una cosa apparentemente strana, che nessun paron di vapor o barca o campi, si sarebbe posto come quesito: val la pena di consigliare un investimento a lungo termine che vincolerà un territorio? Un tempo si pensava lungo e si contava sulla stabilità, l’accidente era tale, ma c’era una normalità del rendere. Fosse pesce, grano od uva, una resa media nel tempo ci sarebbe stata, sufficiente a remunerare l’investimento e la miglioria. Ma oggi è tutto più aleatorio e qui forse più che altrove.

Se conosci il tuo interlocutore sai che vale molto. La sua opinione produce effetti nelle decisioni della politica e dell’economia. Se parliamo è per conoscenza antica, quando tu eri altra funzione e lui giovane esperto. Mi parla del mutamento del clima, dello sciacquio che a volte diventa minaccioso, di ciò che è accaduto a 30 chilometri due anni fa, a 70/100 chilometri due mesi fa. Ci sono tutte le ragioni perché ciò che accade, accada. Le racconta in modo ineluttabile come se non ci fosse quasi nulla da fare, ma non è così. Il mare si riscalda e d’inverno la temperatura non cala abbastanza, si scontrano le correnti calde del deserto e quelle artiche, prendono velocità, generano turbini e correnti impetuose, veri fiumi d’aria che prendono vigore dal mare e lo portano sulla terra, s’incanalano, abbattono, ammucchiano secondo i principi della minor resistenza ai fluidi. Mi mostra carte e mappe di ciò che è accaduto. Penso che elementi semplici come l’aria e l’acqua detengono un’ intelligenza sorda all’uomo e che trovano le loro soluzioni a ciò che si crea contro di essi. Convivere o ammansire che è poi il modo per rendere transitorio amico chi ha molta pazienza ma anche molta furia se lo si tradisce.

Mi parla degli interventi per mitigare perché ormai il danno è fatto e occorrerà molto tempo per ritrovare un equilibrio amico, una pace tra noi e gli elementi. Racconta dei convegni, delle analisi presentate per tempo, dei passi fatti con una politica sorda e parolaia che preferisce affidarsi al caso e all’eccezione piuttosto che alla cura e alla prevenzione. Parole sagge e fatti pochi, perché tra chi decide davvero e chi predice c’è uno scarto che non si colma mai. È la condanna di Tiresia, prevedere non essere creduti, neppure con l’evidenza. 

Si parla e divago col pensiero, è così bello il luogo e la pace che ha in sé. Il tappeto antico, la lampada, la forza che emana la competenza. Un po’ d’invidia per ciò che non ho realizzato e che altri hanno costruito con la comprensione profonda e furba di come funzionavano le cose. Pensieri oziosi di un ozioso che ora ha deciso di dire a chi l’ha inopinatamente consultato, la verità: rischia se vorrai veder frutto ma non c’è nulla di certo. Il rischio è alto.  E così finirà la consulenza. Per fortuna.

Ci salutiamo e i saluti dicono sempre le stesse cose: ci si vede, troviamo il modo, ti ricordi, è stato bello, adesso non lasciamo passare troppo tempo. Mi accompagna, lodo il posto e gli arredi, sorride: il bello è un investimento sul futuro, dice. Ci salutiamo e fuori il cielo è ancora azzurro. Lontani e vicinissimi i monti, non piove da mesi. Cammino sui marmi, lentamente per aspirare il salso e vado verso le auto.

Tu dirai che c’entra tutto ciò? C’entra. C’entra…

Poco distante da qui c’è la riva, i palazzi che un tempo avevano le autorità, i savi addetti a modificare gli equilibri. Erano lenti e paludati, consci della loro importanza, mischiavano potere politico e competenza e prima di cambiare un equilibrio provavano lentamente. Discutevano di cose che per fortuna non sono accadute, ad esempio come portare una strada fino alla Basilica, per arrivarci in carrozza. Oppure interravano i canali sbagliati, e chi sbagliava pagava, ma se c’era un errore disfacevano, tornavano indietro perché il patto tra sapere, natura e uomo non si rompesse. Gli accidenti erano proprio tali, capricci degli dei che si dovevano interpretare, per questo la sapienza era lenta perché conosceva la sua ignoranza. Poi quel patto tra sapere e politica si è rotto e a chi sapeva sono stati date torri ben arredate, perché non disturbassero le decisioni che producevano utili. Scienza e politica hanno continuato a parlarsi, la seconda ha incensato la prima per quanto le serviva e scartato il resto. Pensare tra cose belle è una grande opportunità e un sottile ricatto: quello che hai e quello che sei lo puoi perdere. Puoi dire, ma devi lasciare spazio al dubbio se ciò che dici modifica troppo gli interessi in corso. Così le coscienze critiche diventano più silenti.

La politica e il capitale si sono comprati la tecnologia,  così per la scienza oggi c’è meno forza e libertà, mentre avremmo bisogno di tutte le sue capacità di critica a ciò che accade. Ecco perché c’entra: in un mondo fatto di congressi e titoli accademici, la prudenza diventa un peccato, a parlare troppo chiari a tutti, si perde qualcosa e si viene emarginati, mentre servirebbero decisioni rapide e correttivi in lavorazione. Anche se finisse la prudenza ed emergessero le priorità, forse è già tardi e convincere l’aria e l’acqua non sarà facile, se poi ci si mette anche la terra, diventerà impossibile rimediare.

Farà da solo il mondo e riporterà le cose alla sua dimensione perché lui sa come trovare gli equilibri senza compromessi, non ha politiche a cui obbedire e i suoi interessi non hanno posto in qualche paradiso fiscale.