la piccola torre

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La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

racconti per notti di vigilia: puer natus est

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Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.

Soffia, foglie, scopa, mucchi.

E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le risparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.

Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.

Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è  un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade.  E così mi difendo. Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.

S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.

Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.

Aveva sorriso, davanti allo specchio. Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio. E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla.  E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.

Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, leggeri, senza muoversi volano, e allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.

Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.

Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora.

Il nostro insonne capisce che è inutile rovistare ricordi, il pensiero torna su ciò che manca, ed è sempre il giusto amore. Un eufemismo per definire l’innamoramento come condizione perenne e la solitudine che circonda l’assenza di sentirsi amati sino a traboccare e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare nessuno, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare per far qualcosa e ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desiderio di caldo e freddo. Punta verso un bar. Dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio. 

Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est. Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Soprattutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche i pensieri dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.

E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?

A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

Posted on willyco.blog

monte Corno


Posted on willyco.blog 25 ottobre 2015

Dove ora fiorisce la camomilla,
l’accompagna il timo selvatico, e il cardo piumoso,
così le bacche sfolgorano
più rosse tra le pietre.
Dov’era la trincea
ora è profumo d’erbe d’autunno ,
e più avanti, sul ciglio d’infinito,
l’avamposto diruto
ancora guarda la piana.
Attorno, schegge di bianco puro calcare,
nel silenzio d’antiche granate non conta di chi fosse in quella ruga, che il declivo conquista
ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma, hanno accolto allora gli sguardi
e ancora nell’aria c’è traccia
d’antica paura e speranza.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava l’orizzonte d’acque e riflessi, ,
ed era la bellezza
inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore
e la vita.

altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

le mie estati erano spinose

Le mie piccole estati erano spinose con punte che si conficcavano ovunque, anche se prediligevano mani e piedi. La sera, mia madre arroventava uno spillo sul fornello e poi estraeva le spine. Avevo prima imparato a non piangere e tanto meno ad aver paura e poi a farlo da solo. Mi sembrava una prova di coraggio ma anche un governare me stesso in ciò che facevo. Andavamo a un mare semidisabitato, ricco di colonie, di case di suore e preti e di ospedali per cure elioterapiche. La casa era in spiaggia ma il mare aveva messo duecento e più metri di dune e sabbia caldissima prima del mare. Un terreno di giochi infinito dove il vento aveva disseminato semi di piante spinosissime, creato ginepri di rovi di more dolci e acuminate e soprattutto aveva elevato le dune ad altezze inverosimili da scalare per le nostre piccole gambe. Ed era un correre continuo, con il costume che continuamente scivolava dai finanche magri finché lo si usava come palla da lanciare iin quelle risalite e discese a pelle nuda. I piedi riuscivano a trovare dei piccoli globi duri, irti di spine, su cui zoppicare e da togliere pungsndo anche le mani. Ciò che non si riusciva a capire era la frequenza di questa spinosità diffusa, come se le piante si difendessero dagli uomini o da qualche sconosciuto predatore. E di certo tutti quegli spini a cui non badavamo se non per le parti del corpo più delicate, erano rivolti a noi perché gatti, topi, lepri e altri animali di caria stazza e velocità entravano e uscì ano dai cespugli, si muovevano nelle macchie verdi irte di punte, con una naturalezza che non imparavamo. Giocare un intero giorno in quei luoghi, mescolandoli al mare, al salso sulla pelle da stendere al sole, creava due felicità difficili da spiegare: una libertà illimitata e gioiosa del proprio corpo e dell’esistente e una dimensione del tempo e dei pensieri che era regolata dalla fame e dal sole. Si rientrava per pranzare e dopo un finto pisolare, si riprendeva fino a ora di doccia e di cena. Ogni giorno era una raccolta di spine, risate e scoperte che sembravano isolare agosto dall’estate e questa dalle stagioni: non c’era nulla di paragonabile nella meraviglia dell’anno e neppure il ricordo assisteva nel raccontarlo. C’era solo l’attesa che si sarebbe ripetuta, con i suoi rituali, le scorribande, le nuove avventure, la scoperta delle ragazze che prendevano il sole nude dentro casotti di cannucciato ben permeabili agli occhi e alle prime maliziose curiosità. E le spine che attendevano di conficcarsi i pelle tenera. Ma non erano un problema, casomai un capriccio della natura che non occorreva capire, solo togliere senza piangere. Ed era naturale come il diventare scuri in pochi giorni, avere la pelle che mutava nel sole e nell’acqua, sentire il corpo che era tutt’uno con i desideri e i pensieri, con i gridi e i sorrisi, con i piccoli segreti raccontati sottovoce, con il gelato della passeggiata serale. Un pinguino prima della notte e del sonno, che aveva un solo scopo:far nascere un altro giorno tutto nostro, tutto mio.

mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

un fazzoletto di verde

Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.

buon primo maggio 2020

 

Quest’anno no.

Mi avvicinavo alla piazza a piedi o in bicicletta. Nelle città di pianura si cammina molto oppure si va in bicicletta e quando si incontra qualcuno con cui si ha voglia di parlare, ci si siede sulla canna e si conversa. Spesso anche lui è in bicicletta e fa le stesse cose, si parla di quello che accade, si chiede di persone che entrambi conosciamo, si commenta ciò che succede. Spesso c’è qualche rivelazione inattesa, poi alla fine ci si saluta e ciascuno va per la sua parte oppure, se c’è tempo, s’appoggiano le biciclette e si prosegue in un’osteria o in un caffè.

Quest’anno no.

La piazza dei Signori segue quella delle erbe e quella della frutta, sono una per lato della grande mole del Palazzo della Ragione. La nostra cattedrale laica che è da sempre il centro su cui ruota la città. Proprio quest’anno celebra i suoi 800 anni di vita. Una lapide dice che questa mole Pietro Cozzo ideò e Padova repubblica romanamente compì. Era il 1200 più o meno, con la sublime imprecisione che in quegli anni accompagnava il tempo.

Da una di queste piazze già sentivo il brusio della manifestazione, una piccola strada e sarei entrato nel tripudio di bandiere e palloncini rossi che contornava i discorsi dal palco. E subito le persone da salutare e abbracciare, con i bambini che correvano tra le gambe, il sole che splendeva e l’orologio astronomico del Dondi a fare da sfondo sornione a ciò che era festa.

Quest’anno no, ma in maniera diversa, perché questo primo maggio è comunque consapevolezza che siamo insieme, che quanto accade minaccia il lavoro di molti, lo toglie a tanti e impoverisce chi vive della propria testa e delle proprie braccia.

Tutto ciò che viviamo si è adeguato, a suo modo, alla minaccia, al senso di timore che accompagna ogni incontro, alla permanenza nei luoghi chiusi, all’assenza dei gesti della stima e dell’affetto che devono essere tradotti in parole.

Gli altri anni quando stavo per arrivare in piazza avevo sempre un senso di attesa e di timore, su quanti saremmo stati, se i discorsi avrebbero colto la fatica di chi il lavoro non lo trovava, se trasmettere la dignità del lavorare sarebbe stata sufficiente durante l’anno per motivare una manifestazione, uno sciopero, una lotta. Tutto quello che serviva a chi subiva un sopruso ma anche -e soprattutto- per essere uniti. Poi mi scioglievo nei saluti, nel riconoscere i compagni di sempre e nel vederne di nuovi. Un battere sulle spalle, un ricordare, ma anche un vedere oltre. Perché senza vedere in avanti non si capisce cosa accadrà, non si vede il troppo che manca, il positivo su cui impegnarsi e ci si sente più soli. Anzi si è soli. Quella condizione che ci è stata raccontata come gloriosa competizione e rappresentazione del successo delle vite, ma che in realtà ci ha reso deboli e senza speranza quando si prova a entrare nel mondo del lavoro o se ne viene cacciati. Provate a pensare a cosa serve tutta questa esaltazione del sé competitivo nella bufera di virus e solitudini in cui siamo. Pensate a cosa accadrà dopo, quando la pandemia sarà sconfitta ma alle spalle avrà lasciato più povertà, disoccupazione, precarietà, minori diritti. E si dovrà cambiare il mondo per fondarlo su altri principi che non siano il solo profitto. Pensateci bene e poi capirete perché quest’anno il primo maggio è differente ed è una rinascita della centralità del rapporto tra uomo e società, tra dignità e mezzi per vivere, tra lavoro e precarietà.

Vi auguro il primo maggio come l’ho augurato ai miei concittadini e che il prossimo anno la festa sia doppia: in piazza e inondata di sole e di speranza.

Buon primo maggio a chi il lavoro ce l’ha e a chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato e gli è stato rifiutato. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende e buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo. Buon primo maggio ai bambini che non sanno dove andare e che saranno i lavoratori di domani. Gli altri anni erano al mare o ai monti ma anche in piazza dei Signori tra i palloncini e le bandiere. Buon primo maggio a chi lavora nelle zone industriali, a partire dalla nostra, e non sa quale sarà il suo futuro. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti.