kiev, ma ne è passato del tempo

Era l’albergo degli ufficiali dell’armata rossa e occupava il lato ovest di Maidan, ma l’URSS non c’era più. La prima volta che sono stato a Kiev, alloggiavo al terzo piano. Arrivavo tardi, ore piccole, dopo essermi fatto riconoscere dal portiere, aver rifiutato di andare a giocare al casinò annesso all’albergo e superata l’offerta di compagnia per la notte, finalmente mi concedeva di prendere l’ascensore. Non da solo, quasi nulla avveniva in solitudine, però bastava una piccola mancia per essere consegnato alla responsabile del piano. Una donna bionda, che aveva la chiave della camera ed era vestita come un militare. Era bella, quasi giovane e odorava, a giorni alterni di borsh o di minestra di cavolo e vodka. Mi accompagnava alla mia porta e mi faceva entrare, c’era un sorriso rapido e ancora una piccola mancia. Ogni piano aveva un responsabile che abitava in un piccolo appartamento e custodiva le chiavi delle stanze. Il mio buon odorato capiva qual’era stata la sua solitaria cena, non si sentivano voci d’uomo né bambini, forse il lavoro li escludeva. La mia stanza era grande, sufficientemente pulita, datata per gli arredi, con un grande letto matrimoniale e un copriletto rosso di raso, una scrivania a fianco della finestra con l’occorrente per scrivere e dei fiori. Mi colpiva piacevolmente questo uso di trovare ovunque dei fiori che erano parte del saluto e del benvenuto, c’era una gentilezza e un amore per il colore della bellezza. Dalle finestre vedevo la colonna di Maidan, la guardavo la notte prima di dormire e la mattina appena svegliato. Era dietro due tende di velluto pesante e polveroso, anch’esse rosse come il copriletto. Poi la colazione sugli stessi tavoli che la notte ospitavano i giocatori di poker e poi gli impegni e la città. Il convegno durava 5 giorni, occupava una piccola parte della giornata, a latere i colloqui di lavoro, la mia relazione su ambiente e aree industriali era il secondo giorno, appena dopo pranzo. L’ora migliore in cui nessuno ascolta nessuno. Questo mi dava una grande serenità e mi permetteva di discutere nei colloqui, senza voler imporre nulla di che non si addattasse alla situazione. Per questo mi accompagnavano a vedere vecchie enormi fabbriche vuote e in vendita, appartamenti che potevano essere trasformati in uffici o abitati e avendomi sopravvalutato, pensavano fossi interessato all’ acquisto di oggetti importanti per l’arredo: uno Steinway a coda, dei mobili in quercia intarsiati, dei quadri di pittori sconosciuti. Erano sempre molto gentili e l’interprete, non ho mai capito se traducesse davvero tutto, comunque i prezzi che mi prospettavano facevano ridere entrambi e bere immediatamente un bicchiere di vodka con peperoni, cetrioli e pesce salato. Sembrava una cerimonia preliminare a cui ci si doveva sottoporre, dove il valore era ampiamente trattabile ma gli interlocutori non erano quelli giusti. Capivo che mi stavano valutando e che pur dicendo la verità, non ero in realtà creduto. Un ricevimento all’ambasciata mi dava un’importanza che non avevo e il fatto di vendere know how non era ben compreso, si aspettavano che acquistassi qualcosa o che fossi l’emissario di un gruppo che avrebbe fatto affari, mentre ero lì per vendere conoscenza applicata. La parte libera della giornata era notevole e potevo andarmene per la città. Le persone erano di fretta oppure ferme nei caffè all’aperto, mi spingevo fino al Dnepr, ma senza fretta, poi la contrattazione con il taxi per tornare a Maidan. Una sera, in compagnia con altri congressisti, andai al casinò dell’albergo. Era passata mezzanotte, ma non c’era nessuno oltre al croupier, due guardie armate e tre ragazze poco vestite. Facemmo un paio di puntate alla roulette e poi ci sedemmo a bere una birra. Il rumore della pallina che veniva fatta correre sulla roulette doveva invitarci a giocare ancora. Era una serie di colpi secchi che sembravano altro, il casinò aveva solo i tavoli illuminati e il resto sprofondava in oscurità dense che sembravano riflettere il rumore. Era un suono inquietante. Le ragazze tentarono un approccio, volevano bere con noi champagne, ma la cosa finì subito davanti al rifiuto, una disse: va bene, sarà per dopo. Restammo il necessario per non essere scortesi, ancora una puntata, la mancia e poi attraversando i soliti pesanti tendaggi di velluto rosso, affrontammo la trafila con il portiere, il piano, la custode della camera e l’odore di borsch.

Di quei giorni ho sensazioni che sono rimaste, certamente errate perché intrise di emotività, il buio, la luce forte degli spazi all’aperto, le persone che sembravano distinguersi tra quelli che aspettavano come iniziare una nuova vita e quelle che avevano già scelto e facevano affari. Poco lontano dall’albergo c’erano i negozi occidentali che sembrava portassero la modernità e l’opulenza, oltre e attorno, una città da mantenere, vendere, abitare, demolire per togliere le fabbriche e mettere grattacieli. Magari piccoli grattacieli, ma adatti al nuovo che sembrava buono. Nei mercatini di cose usate si vendeva di tutto, reperti nazisti, sovietici, icone, foto di famiglia, matrioske, samovar, tappeti, materiale ottico militare, bussole, strumenti musicali ma anche fiori, uova, pane, latte, cipolle. Le persone si fermavano, contrattavano. L’ho fatto anch’io, ma più per gioco che per voglia vera di fare affari. Mi tornavano aalla mente le pozze di oscurità e la pallina che lanciava il suo rumore secco sulla roulette, in un ambiente vuoto e con poca speranza e questo mi rendeva triste. Non ho mai capito perché, ma era così.

8 febbraio 1944

I rifugi antiaerei in città erano di vario tipo, da quelli appositamente costruiti, alcuni talmente solidi che esistono ancora, altri erano cantine, gallerie ricavate sotto le piazze o le strade, oppure ricoveri sotto le mura cinquecentesche. Uno di questi era sotto il bastione “impossibile” vicino alle scuole Raggio di sole. Poco dopo la mezzanotte, l’8 febbraio 1944, le sirene antiaeree svegliarono gli abitanti e nel buio di una città oscurata, anziani, donne, bambini si avviarono ai rifugi o scapparono verso la campagna. Dobbiamo immaginarli, si muovono nel buio con le coperte addosso, un po’ di cibo, i pochi oggetti di valore e quelli che si fidano dei ricoveri, entrano in queste gallerie, dove nei corridoi sono disposte panche che li terranno stretti gli uni agli altri fino al cessato allarme. Nel rifugio Raggio di sole si affollano centinaia di persone.

Quella notte 45 bimotori Wellington sganciarono 72 tonnellate di bombe sulla città, una di queste colpì il terrapieno sovrastante la volta del rifugio, che non fu più tale. La volta in mattoni venne rotta e perforata dalla bomba che esplose nella sala sottostante. E’ un ambiente chiuso, l’onda d’urto è tremenda e le schegge vanno tutt’attorno, il bastione si apre ma non crolla, il disastro nella sala e nei corridoi a terra è immane. I morti non sono mai stati accertati con precisione, almeno duecento, forse cento di più. Sotto c’è una confusione terribile, i vivi sono assordati dallo scoppio, c’è un’ oscurità piena di urla dei feriti, di persone che si chiamano, di silenzi, di pianti dei bambini e degli adulti. C’è chi cerca chi aveva accanto e che lo spostamento d’aria ha tolto, le persone che si possono muovere cercano i loro cari e una via d’uscita, brancolano nel terrore che accompagna il buio. I soccorsi arriveranno dopo ore facendosi strada tra le macerie e poi i corpi. Bisogna portare via i feriti e chi è sopravvissuto. E’ un lavoro massacrante e orribile, poi verrà cercato un po’ di ordine per capire chi è rimasto ucciso, nel frattempo bisogna aiutare i vivi. Il bombardamento e la strage del rifugio Raggio di Sole, passerà di bocca in bocca senza notizie ufficiali, occultato dalla propaganda nei giorni successivi per non impaurire e demoralizzare la popolazione, perché già i primi due bombardamenti dei mesi precedenti avevano causato molte vittime e distruzioni, in particolare all’ Arcella.

Di quel bombardamento quand’ero piccolo, si parlò in casa. Una mia cugina era diventata tale a seguito dell’adozione da parte di una zia, mentre il fratello restò in orfanatrofio fino ai 18 anni e poi, dopo il militare e con un lavoro, venne a vivere a pensione a casa di mia nonna. Erano i figli di una coppia morta sul colpo e i bimbi si erano salvati forse protetti dai corpi dei genitori. Di quella notte non so se ricordassero qualcosa, di certo essa rimase in loro e nel proseguo delle vite, pur essendo persone amabili e di rara gentilezza. I miei zii furono amati di amore filiale e accuditi come meglio non si sarebbe potuto. A volte, nelle nostre case distanti, accanto al racconto di un successivo bombardamento che aveva distrutto la casa dei miei genitori, c’era il ricordo che, a mezza voce, riferiva della strage a Raggio di Sole. Naturalmente senza la presenza dei cugini e con l’intenzione di non impressionarci ma egualmente erano racconti scarni e terribili. Forse doppiamente terribili per i pochi particolari che facevano capire perché le persone non si potessero tutte identificare e perché emergeva anche la miseria degli sciacalli, come in ogni bombardamento.

p.s. Da bambino ho giocato molto nella chiesa degli Eremitani, in ricostruzione dopo la distruzione patita in un successivo bombardamento a Padova. In essa ci fu la più grande perdita al patrimonio artistico italiano con la distruzione degli affreschi del giovane Mantegna e del Guariento assieme a gran parte dell’edificio del ‘300. Quindi vedevamo le tracce della guerra ma i nostri erano giochi fatti correndo sui pavimenti di marmo scheggiato, nascondendo le pigne dietro gli altari, una guerra di bimbi fatta di gridi, dove alla fine ci sedevamo sudati e vicini a raccontare le nostre avventure. Non era la guerra che percepivo nei pochi racconti dei genitori a casa, le nostre guerre non facevano male, erano solo una grande gara a rincorrersi in cui la caduta di uno dispiaceva agli altri dopo il primo sorriso. Forse per questo non capivo e quei racconti terribili sono riemersi dopo, da adulto. Avevano lasciato traccia e il solo passare davanti a quel luogo ancor oggi riporta a un dolore immane e senza nessuna giustificazione.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, porto attenzione anche a come le singole lettere si esprimono, al loro andamento nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del Nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, e a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo sia accaduto in quei tre anni bui, nati alla fine del 1917, dove tutto fu precario o forse dopo, negli innumerevoli passaggi di casa, migrazioni, che comunque carte, mobili, cose, si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui venne ricavato il suo ritratto che lo mostra in un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così bardati, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà del gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia Nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia dopo il rimpatrio affrettato dalla Germania, mantenere una casa propria che non la vedesse ospite. Con la fotografia di sicuro giunse uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la Nonna tenne più cara l’immagine, delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti che si rinnovavano. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il Nonno, muore e viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento. Con molta difficoltà, di recente, sono riuscito a trovarne traccia geografica, ora è oltre il confine, in Slovenia, non molto oltre la zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia. Se sarà possibile andremo a cercarla, noi, i discendenti, come ho fatto altre volte. Spesso è stata una delusione: una dolina è una depressione, una buca più o meno grande, nel terreno pietroso e carsico. Il paesaggio è mutato, solo perché ricco di vigneti che hanno fatto la fortuna di qualche cantina. Terre poco abitate, come allora, prive di attrattive che giustifichino le terribili carneficine che furono perpetrate in quei luoghi. Spesso i villaggi sono abbandonati e le poche case rimaste hanno muri di sasso che si ergono a contenere tetti sfondati e alberi nati all’interno.

Di quest’uomo, mio Nonno, resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia Nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, con il poco edificante epilogo che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il Nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio Padre. Mi mancano i suoi pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa o che si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro, i Nonni.

la piccola torre

La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

racconti per notti di vigilia: puer natus est

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Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.

Soffia, foglie, scopa, mucchi.

E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le risparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.

Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.

Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è  un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade.  E così mi difendo. Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.

S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.

Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.

Aveva sorriso, davanti allo specchio. Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio. E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla.  E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.

Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, leggeri, senza muoversi volano, e allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.

Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.

Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora.

Il nostro insonne capisce che è inutile rovistare ricordi, il pensiero torna su ciò che manca, ed è sempre il giusto amore. Un eufemismo per definire l’innamoramento come condizione perenne e la solitudine che circonda l’assenza di sentirsi amati sino a traboccare e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare nessuno, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare per far qualcosa e ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desiderio di caldo e freddo. Punta verso un bar. Dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio. 

Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est. Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Soprattutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche i pensieri dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.

E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?

A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

Posted on willyco.blog

monte Corno


Posted on willyco.blog 25 ottobre 2015

Dove ora fiorisce la camomilla,
l’accompagna il timo selvatico, e il cardo piumoso,
così le bacche sfolgorano
più rosse tra le pietre.
Dov’era la trincea
ora è profumo d’erbe d’autunno ,
e più avanti, sul ciglio d’infinito,
l’avamposto diruto
ancora guarda la piana.
Attorno, schegge di bianco puro calcare,
nel silenzio d’antiche granate non conta di chi fosse in quella ruga, che il declivo conquista
ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma, hanno accolto allora gli sguardi
e ancora nell’aria c’è traccia
d’antica paura e speranza.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava l’orizzonte d’acque e riflessi, ,
ed era la bellezza
inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore
e la vita.

altopiano









Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e al bordo del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi: i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali e sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.