la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.

qualcuno dentro di me narra qualcosa

La notte faccio sogni strani, avversi o concordi, spesso interessanti. Finiscono con naturalezza come avessero detto tutto quello che c’era da dire. E se li interrompo riprendono. Qualcuno dentro di me narra qualcosa, mescola le carte, fa giochi di prestigio, sembra un professionista di un’altra realtà. Ha delle regole che non riesco ad intuire bene, ma qualcosa ormai ho compreso.

Il giorno è anarchico di volontà, oblomoviano e ripetitivo, la stessa parola anarchico è troppo seria per definirlo, ha  consuetudini che si mescolano e che danno origine ad impegni. Tutti labili e faticosi, nessuno o quasi che davvero sia importante, c’è la consapevolezza d’un naufragio avvenuto e di un salvamento che non è salvazione, ma una vita è stata regalata. Che faremo di noi, viene da dirlo per diluire la responsabilità, ma ciascuno davvero farà di sé ciò che gli viene. Per scelta o ignavia, come sempre, l’importante è capire che tutto ciò che assomiglia al prima non è autentico, sono cattive imitazioni di ricordi.

Prima non era così e non era neppure bello, possiamo salvare la giovinezza perché ha generato ciò che ne è venuto: amori, passioni, delusioni ed errori senza pensarci troppo. Tutto maturato in un’età che procedeva per suo conto, con grandi decisioni ( così pareva) e la percezione che qualcosa se ne andava mentre altro arrivava. Il difetto stava nell’essere tutto in questa realtà, mentre trascuravamo l’altra, quella dei sogni.  Per questo ora si ripresentano a chiederci se abbiamo ancora voglia di vedere le cose impossibili, di praticare inutilità e di tenerci stretta la capacità di sognare un mondo differente. Dentro di me qualcuno mi narra di un mondo con regole che non fanno male e ammaestramenti lievi, mi parla di un compagno di strada che cammina con me, con noi noi, e ha voglia di ridere facendo cose serie.

ad una qualsiasi ora

Ad una qualsiasi ora della luce o del buio, il pensiero di te mi prende. Pioggia rada o sole in raggio, entrambi scelgono nell’indeterminato mucchio e così io vedo.

Si cuce il pensiero, fila, trova col dito il segno d’una ferita antica. Solo i sorrisi sembrano non lasciar traccia, eppure nei racconti, d’essi si parla, ma non di ciò che dopo è stato. Così attendo che la compagnia ritorni, e ciò che a suo tempo non compresi, si renda chiaro. Nel caffè si mescola il tempo e lascia piccole tracce sulla tazza: ora una linea sembra un volto, la scia della bruna polvere, una foresta di parole e il venir tuo, d’improvviso, riannoda eventi e cose.

Le vecchie botteghe dei garzoni fannulloni non ci sono più, la polvere ch’ aggiungeva valore e sembrava far fare buoni affari, non è più parte degli oggetti d’acquistare : tutto è pulito e luccica ammiccando. Solo il pensiero di te, scava una ruga e poi la spiana, come se il mondo si srotolasse agli occhi e prendesse insieme, mistero e senso. 

 

retrobottega

Ci sono attese senza oggetto preciso, incontri che conservano la piacevolezza del vedersi, nell’ascoltare la voce. C’è un persistente affetto, ricordi comuni, qualche passione condivisa e passata. Le parole possono entrare nell’intimità eppure ad una lettura più attenta si rivelerebbero scambi usuali di notizie. Solo che hanno un significato, un calore piacevole e una persistenza nel futuro. Generano, fanno intuire l’attesa di qualcosa che potrebbe accadere e non accade. Credo che questo motivi ancor più la voglia di vedersi. In fondo trattiamo cose al limite della libertà e del piacere, ciò che si ripete ci costringe all’insofferenza, abbiamo un costante bisogno di certezza perché tutto è insieme sicuro e precario. La tranquillità è la condizione che non fa temere, che aggiunge tempo alla riflessione, motiva il gesto, colloca le priorità. E invece ben oltre a chi ci regala fiducia, si sceglie costantemente l’equilibrio instabile del correre, del provare con paura, non che se ne possa fare a meno ma c’è una misura che viene superata e da quel momento sembra impossibile fermarsi. Si rimandano cose importanti, le passioni sottostanno all’imperio del dover essere più che al mostrarsi come si è. Un giudizio costante sembra necessario e ci toglie la piacevolezza innata del fidarsi. Oscura quello che viene considerato poco adeguato, l’ingenuità e la sua bellezza. Come dovessimo essere/avere comunque altri e altrove. Così non si hanno ragione per le stanchezze senza apparente fatica, per i malesseri difficili da narrare e magari basterebbe lasciarsi andare in quella fiducia che ci regala il mare nel sostenerci, l’amore nel suo naturale confermarsi. Soggetti al bene di vivere, dare ad esso il giusto merito e coglierne la costante serenità.

È il riposo tra le cose che teniamo nel retrobottega, dove nessuno, oltre a noi, dovrebbe entrare e tanto meno l’ordine. È il luogo dove le cose si affidano a noi, sanno che le conosciamo, che il loro posto è definito, che ci fidiamo di loro. Sono cose, anche noi abbiamo dentro cose che attendono, che conoscono il nostro amore per loro. Non c’è nulla da mostrare e tutto è utile, serve, magari non subito, forse un giorno o forse mai, ma sapere che le cose esistono ci permette di cercarle. E non mancano mai le sorprese perché, sembrerà strano, dentro e intorno a noi, c’è molta pazienza e gioco nell’attesa di essere scoperti. 

 

 

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tempo perso

Tempo perso quello degli amori scombinati, delle attese insoddisfatte, delle attenzioni gettate, dei pudori che già scelgono, delle scuse e dei pretesti, del non essere pronti, delle mezze bugie che sono sempre una bugia intera, delle parole importanti non dette, di quelle incautamente pronunciate.

Tempo perso e non recuperabile in speranze che erano nuove per davvero, tempo sbriciolato oltre il limite che avremmo tollerato, ma che era impossibile usare altrimenti. Tempo atteso, trepidato, mille volte consultato su un orologio riottoso. Tempo dove le alternative si spegnevano come i sensi di colpa, tempo senza limite che pure aveva già esaurito il suo tempo. Tempo che non aveva alternative, eppure ce le rammentava tutte. Tempo che si chiudeva in sé come in uno scrigno, che generava un ricordo, che non voleva una ragione mentre si accantonava. Solo tempo parte dell’infinito tempo.

Possiamo dirci che si sarà almeno tentato, e tentare è mettere davanti a una scelta un fatto, qualcosa di concreto, ciò che mette da parte ciò che poi non è venuto.

Resta l’altro tempo che usa la ragione e vorrebbe un motivo per come eravamo. Cosa possiamo raccontargli se non che senza il tempo perso noi non saremmo ciò che siamo: una speranza che non accetta di essere mai delusa senza un ulteriore tentativo.

avarietà

Durante la lunga camminata, durata 3 ore, comprese le soste varie all’ombra, ebbe modo di pensare alla letteratura spagnola e francese, al problema della mobilità e delle città imperfette, all’idiosincrasia per la complessità farlocca, al contenuto del frigo. Questi pensieri non avevano necessariamente questo ordine e neppure si staccavano gli uni dagli altri con quella necessaria limpidità e nettezza che fa di un argomento un insieme conchiuso anche quando lascia la porta aperta alla successiva elaborazione, erano piuttosto un passar di palo in frasca seguendo la sollecitazione momentanea, la spesa da fare, la necessità di onorare un impegno che l’avrebbe costretto a smontare un ragionamento e poi a rimontarlo, mentre quel ragionamento lo sentiva tirato per le motivazioni e affrettato nelle conclusioni. Eh sì, la complessità davvero lo respingeva e non quella che si muoveva dentro una scheda di un computer oppure in tutta quella parte del sapere che solo poteva intuire esistesse, ma piuttosto, solo per fare un esempio, ciò che si celava in uno strumento finanziario che incorporava spazzatura e brillanti e vendeva entrambi come fosse solo composto dai secondi.

Non pioveva da troppo tempo, il fiume era basso e mostrava resti di murature dentro all’alveo, forse mulini, oppure pile di ponti abbattuti da piene o magari case perché quel fiume, come tutti quelli serpeggianti nella pianura, era pensile e quindi era stato soggetto alle precipitazioni delle stagioni di mezzo, finché non si era arginato. Questo aveva determinato vari effetti, la strada di sommità arginale su cui camminava, ad esempio, che gli impolverava scarpe e abiti, ma anche non pochi tronchi morti, ovvero anse del fiume che erano state rettificate e avevano generato delle isole virtuali, circondate dal vecchio tracciato e al cui centro stavano le case che prima erano in riva e poi si erano trovate ad essere in mezzo a terreni nuovi da coltivare. In questo regimentare, rettificare, lui trovava una ragione semplice, una utilità immediatamente comprensibile, anche se non era stato propriamente così perché la velocità di corrivo, ovvero lo scorrere che ogni bambino conosce quando mette una barchetta di carta in un rigagnolo che confluisce in una pozzanghera o un tombino, era aumentata e il fiume aveva portato in mare e in laguna sedimenti che prima si sarebbero disseminati per strada, contribuendo al progressivo interramento della foce e alla creazione di barene che prima semplicemente non c’erano. Come tutto questo c’entrasse con la letteratura spagnola e in particolare con Marias era da chiedere a quella complessità su cui non indagava mai e che era costituita dalle misteriose connessioni che sinapsi, messaggi elettrici, scorrimenti ormonali mettevano assieme nel cervello e in tutte le altre parti del corpo destinate a ricordare e ad elaborare qualcosa. Quello che gli pareva particolarmente confacente al percorso che stava facendo era il racconto che proprio Marias, faceva della finta traduzione che due interpreti facevano a due ministri che s’incontravano. Lui uomo e lei donna come i due traduttori però a parti invertite e come alle frasi formali e strettamente inerenti ai rapporti tra governi, d’improvviso uno dei traduttori introducesse parole non dette e che si riferivano alla vita normale della ministra e che il gioco proseguisse con il garbo e la discrezione che queste cose devono avere per non essere fasulle, mettendo nella risposta dell’altro discrezione e al tempo stesso un rivelare un proprio sentire. C’era cioè, una verità semplice che si nascondeva nella complessità e questa era  riferita al vivere comune, alle difficoltà che tutti conosciamo e al lasciarsi andare ad una speranza che diventava comunicazione intima. Confidenza insomma, perché accanto alla complessità di un codice verbale che doveva essere decrittato, messo in relazione alle infinite subordinate dell’ordine che si esprime in un governo, in una società e nelle relazioni che essa ha con altre società e altri governi formando alla fine un meccanismo di pesi e contrappesi in cui l’immobilità mobile sembra il bene da raggiungere, come la minaccia senza esecuzione o la promessa senza il coinvolgimento, tutto questo, pensava, aveva a che fare con un fiume rettificato che aveva prodotto effetti collaterali e con la vita di alcune famiglie che si erano trovate separate da quelle che erano le loro abitudini e persino dal loro lavoro precedente, dovendo tener conto di nuovi ostacoli per portare i mezzi agricoli all’interno dell’isola che si era creata attorno a loro.

Tutto questo cosa avesse a che fare con quell’impegno che si era preso di scrivere una relazione sull’evolvere di una parte della città e più precisamente della zona industriale che stava mutando funzioni e che si spopolava di aziende senza che nulla venisse fatto per trattenere il lavoro e le competenze che si erano formate e che ne avevano fatto la fortuna nel tempo, non gli era ben chiaro. Ciò che gli sembrava evidente era che sarebbe tornato con i negozi chiusi e che il frigo era scombinato come i suoi pensieri e se certamente qualcosa si sarebbe potuta mettere assieme questa sarebbe stata una immagine, purtroppo veritiera, della sua incapacità ad essere un buon ospite e a stupire la persona che avrebbe cenato con lui. Persona di cui conosceva davvero poco i gusti e le idiosincrasie e che ne avrebbe tratto un’impressione falsata di noncuranza dell’essere accolta. Quindi il pensiero si spostava su come combinare le cose scombinate e trarne un insieme credibile per rappresentare un’abilità. Concluse che sarebbe stato un disastro e che la cosa più semplice non era dire la verità, che avrebbe testimoniato la scarsa cura che aveva messo nel predisporre l’incontro, ma lasciar parlare le cose e parlar d’altro. Togliere dalla testa il pensiero della relazione da scrivere con tutte le sue criticità e girare il tacco. Sì la cosa migliore era tornare indietro e concentrarsi sul verde che vedeva prorompente vicino all’acqua e su cosa avrebbe costruito per dare un senso al piacere di vedersi, all’accoglienza, alla relativa marginalità del cibo rispetto ai discorsi. Avrebbe iniziato con un calice di vino rosso e una musica che gli piaceva, sperando non fosse astemia e che i suoi gusti musicali non fossero troppo distanti. Una musica sincera per ciò che mostrava e un vino che dicesse con allegria il benvenuta che gli si era formato dentro e che cresceva ad ogni passo. Di questo si accorse perché non solo il passo si era fatto più veloce, ma che il cuore un po’ gli batteva e non solo per lo sforzo. E questo certo avrebbe portato alla necessità di una doccia e di un lasciarsi andare al non pensiero di ciò che lei avrebbe pensato ma solo al piacere che fosse lì con lui. 

steinway cd 318 e altro

Un gran concerto CD 318 non vola, lui invece, il pianoforte lo pensava, ma non era così. Lo scoprì cadendo, come succede per la banale imperizia di chi non è abituato a distinguere ciò che è prezioso e si fece molto male. Eppure lui aveva volato a lungo con Glenn Gould. Almeno dieci anni tra il 1960 e il 1970 incidendo gran parte dell’opera clavicembalistica di Bach.

Era stato uno strumento rifiutato il CD 318 Steinway, messo nell’angolo di un grande magazzino a Toronto, in attesa della rottamazione, dopo aver suonato a lungo con diversi concertisti. Cambiati i gusti per i pianoforti sembrava superato nella sua gentilezza, ora serviva potenza di suono e meccaniche più rigide su cui esercitare la forza delle dita. Avete mai visto Gould suonare? Dalla sua leggendaria sedia, fatta e montata dal padre, ormai ridotta a un rottame dall’uso, si metteva in una posizione squinternata rispetto alla compostezza dei concertisti, era in basso e la testa quasi si appoggiava alla tastiera. Il braccio non sovrastava il pianoforte, ma lo interpellava e lo abbracciava, quasi danzando assieme. Gould era in perenne ascolto della corrispondenza tra ciò che suonava e ciò che aveva dentro. Suonava nel pensiero e si aspettava che il pianoforte fosse un infedele tramite, ma che questa infedeltà non impedisse l’amore.

Ci sono punti dove il genio non può accettare altro che lo strumento che lo esprime e strumento e persona si cercano. Con pazienza e furia come accade in ogni amore che si trasforma in passione. Ci fu poi un tramite, un accordatore semicieco che vedeva i suoni come colori e capiva ciò che Gould chiedeva, era Verne Edquist, una persona eccezionale perché altri non poteva essere chi entra in sintonia con un genio. E fu lui che tentò di ripristinare il CD 318 dopo che praticamente era stato sfasciato dalla caduta. Fatica immane, quasi coronata da successo. Quasi perché il CD 318 non era più lo stesso. Cose che solo chi cerca le corrispondenze tra l’anima e le cose può avvertire, ma era così e anche Verne non vedeva più gli stessi colori, sfumature certo, ma per un semicieco erano linguaggio e differenze che non potevano passare inosservate. Così Gould incise poco e con difficoltà ancora sullo Steinway. L’ultima edizione delle variazioni Goldberg fu suonata dalla solita sedia ma su uno Yamaha.

Ci sono cose che restano proprio perché si assomigliano ma non sono ciò che erano all’inizio, così può essere il modo di sentire una passione tanto da identificarsi con essa. La passione non è sempre la stessa, può scemare, trasformarsi oppure diventare un tentativo di assoluto. Se Gould voleva suonare Bach come neppure Bach avrebbe esplorato se stesso, anche il pianoforte avrebbe dovuto essere altro da sé. La passione funziona così, nel coincidere con essa si diventa ciò che non si sarebbe mai stato, quindi altro da sé. Come nelle follie creative, nel racconto di ciò che dentro urge e non trova le parole che esprimano leggerezza e potenza nel giusto grado, ossia che coincidano con il pensiero. E non con un pensiero che sfugge ma con quello che sembra radicarsi e invece è il prodotto della ricerca nel profondo. Estratto da esso, portato alla luce tanto che inizialmente è un po’sorpreso di essere in un luogo che non ha mai visto, con una luce inusitata ed esso stesso finalmente consapevole di coincidere con chi lo conservava in sé. Parole e note si sovrappongono nei significati. Nessuna parola può sostituire un’emozione, può ricrearne la parvenza ma non andare oltre, le note possono farlo. Possono ripetere le emozioni e andare oltre ad esse, superare chi le aveva scritte nel significato profondo. Questo pare provasse a fare Gould, e nel suo cercare di seguirlo, anche il CD 318, cercava di essere uno strumento che non esisteva ovvero un pianoforte che suonava in modo nuovo. Non un clavicembalo in forma di pianoforte, come aveva voluto farsi costruire Wanda Landowska, perché mai avrebbe potuto esserlo, ma veloce e preciso, leggero nei tasti perché il tocco era l’accento della parola, ma anche ripieno nei bassi a fornire terreno compatto e fertile su cui dispiegare la melodia. Per questo il CD 318 con Gould volava e cantava con lui. La loro era una passione senza nome né limite, incontrata per caso, come accade a ciò che non finisce ma che si esalta ad ogni incontro e in questo amore aveva trovato chi era in grado di assicurare ad entrambi la corrispondenza, Verne Edquist, che non era solo un grande accordatore ma capiva lo stesso lessico che mette assieme pensiero e suono. Chi ha avuto modo di ascoltare Gould e i non pochi altri che si mossero poi sulla sua scia interpretativa sa che un genio resta unico e spinge innanzi l’umanità, senza volerlo né con un metodo che lo renda felice per questo: gli mancherà sempre qualcosa. Ma per tutti gli altri che non hanno a disposizione altro che udito e capacità di ascolto, ci sarà una nuova sfumatura di luce, un colore che prima non esisteva, un volo che sembrava impossibile eppure è andato avanti a lungo, guardando il mondo dall’alto, anche se lo sguardo di chi ha trovato in sé quel modo di volare, spesso, era parallelo alla tastiera, con la bocca che parlava ai tasti, le spalle a seguire il dispiegare del suo, ogni volta unico, volo. 

 

post scriptum: queste parole sono solo l’espressione, parziale e imperfetta, di una predilezione per Glenn Gould che mi ha regalato, e regala, molto. Mi infonde serenità e aiuta a capire quanto piccola sia la comprensione che posso esprimere, ma anche in questa piccolezza mi fa vedere la bellezza. E ciò credo sia importante in questo tempo di incertezza perché solo la passione ci aiuta a vedere quello che può cambiare questo mondo.

insicurezza

L’insicurezza non se n’è andata. Forse perché già prima c’era e nell’oggettività della pandemia ha trovato una sua espressione esterna ma è l’interiore che conta per capire la realtà. Tanto più c’è una comprensione profonda di sé tanto più la realtà si semplifica, mette in ordine le importanze e ciò che è complicato si apre in scelte binarie, o un sì oppure un no. La realtà resta interpretabile e fuggente, quando parliamo dello stesso fatto, e ancor più se si tratta di un ricordo, più persone raccontano realtà differenti eppure erano tutte sullo stesso posto, ma l’hanno vissuto in modo diverso. Sentire ed emozione hanno cambiato l’oggettività dei fatti che, alla fine, sembrano essere vissuti in un presente comune e sfuocato dove le certezze si fanno traballanti.

Perché non dovrebbe esserlo ora quando è l’esterno che ci bombarda di saperi che non sono tali e neppure consistenti, viene detta una cosa e il suo contrario e ogni giorno ha la sua verità. Così le speranze prendono il sopravvento sulle analisi e sul dubbio perché è meglio aver qualcosa da raccontare piuttosto che l’insicurezza di non sapere davvero dove andare.

Questo è il punto che forse destabilizza di più, non c’è un posto dove andare e quindi non resta che attendere e guardarsi dentro per capire cosa è importante per noi. E si torna alla grande divisione tra certi e dubbiosi, sapendo che le sicurezze possono essere dissimulate, negate, sostituite, accettate con fatalismo oppure annegate in uno stagno di presente che non offre idea di futuro, anche se ha il gran pregio di essere un incontro tra desiderio e piacere, oppure tra inazione e fatalità. Quindi il tempo dell’insicurezza, nobilitato spesso (dove si può) nel dubbio ci ricorda che questa nostra epoca felice è immemore dell’insicurezza costante delle stagioni passate, non ha percezione del tempo ma confida nella scienza e dopo averla maltrattata le dice di tirarci fuori dai guai.

Nessuno, neanche un vaccino, ci toglierà da noi stessi, dall’ipocondria crescente, dalle depressioni che serpeggiano, dall’attesa miracolistica di qualcosa che sistemata la pandemia sistemi anche l’economia. L’insicurezza assume il tempo che trova , l’uomo che trova e si adatta con gli strumenti che ha a un presente da tenere a bada. Si pensa d’essere immersi e in realtà si galleggia su una superficie fatta di stimoli. Una giostra dove si percorre con un trenino una finzione e tutto è insieme reale e falso, perché l’incertezza è in noi e lì si dovrebbe risolvere ed evolvere in una nuova serenità che mai abbiamo perseguito. Non ci siamo abituati, non ci è stato insegnato e ci servirebbe così ognuno s’arrangia come può.

 

e adesso…

A Friburgo ci dovevo andare in autunno, e adesso…

Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.

Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.

Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.

Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo… 

un fazzoletto di verde

Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.