le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

mantra della bellezza

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Nel mattino lasciaci vedere il tempo che rallenta,
del suo procedere non darci peso.
Solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza e sorridi ai nostri occhi
regalandoci la luce che ci vede.

Della nostra bellezza insegnaci la cura,
il nutrimento che la fa felice,
la serenità della paziente attesa
nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti

Raccontaci il vedere dentro e fuori di noi,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
ma trova il filo che cuce assieme il tempo.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo lo sguardo del cavallo
ha scomposto in piccoli inoffensivi frammenti la realtà:
ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
che prima s’ era occultato.

Aiutaci a capire dov’è la serenità
e a ciò che ci duole,
riserva il fastidio che scaccia la molestia.
Fa che finalmente sappiamo se conta più l’amare o l’essere amati.
E alla bellezza che ci chiede dell’amore che coltiviamo,
mostra l’innocenza del nostro cuore.

soliloqui

 

Spesso parlo nella mia mente, succede a tutti, immagino. Anche a te. Mi sono accorto che ci sono diverse qualità di dialogo interiore. Uno molto libero che associa bisogni e risposte, che muove decisioni. Un altro che oziosamente spazia tra diversi problemi personali irrisolti e ne cerca le radici, vi si sofferma, porta alla luce ricordi e motivi che erano stati accuratamente messi in disparte. Un terzo, ma non è l’ultimo, dialogo , è circolare, cerca la soluzione a problemi contingenti, che devono essere risolti-. Lo chiamo la mosca nella bottiglia perché oltre le tecniche di problem solving c’è sempre qualcosa che riporta daccapo e fa capire che si possono convincere gli altri e anche noi stessi, ma non a lungo e mai per sempre.

Per quest’ultimo dialogare interiore, che spesso gli altri sovrasta e sostituisce, ho capito che mancano da tempo gli obbiettivi definiti, le scalette che si devono onorare, gli impegni che comportano responsabilità di persone. Certo c’è la responsabilità di chi ci è vicino per sentimento e amore, ed è inclusa nella vita che si sceglie, quindi il suo ruolo è una costante con molte variabilità, ma c’è sempre. Ma il resto, che un tempo si chiamava lavoro, impegno politico, in cosa si è trasformato?

Come nell’età in cui si studiava e ci si innamorava della vita e delle persone e le idee erano così forti da sembrare possibili, mi scruto allo specchio, mi guardo dentro e vedo che ho molta più materia per annodare fili, per riconoscere cosa è andato davvero storto e cosa invece ha lasciato un segno, una cicatrice che non fa male anzi è ormai una runa dolce che piega il sorriso. Guardarsi con quella misericordia felice che si dovrebbe usare per passato e presente, come quando si mischia un mazzo di carte. Guardo nello specchio, il viso ha pian piano scavato le piste di un percorso, e si vedono anche le possibilità lasciate cadere. Il corpo è sempre lungo, qualche chilo in più per i miei gusti, anche se non ci sono più le zingarate di un tempo, gli eccessi fatti di notti insonni e di molta strada percorsa nel buio. Però si può ancora accettare, questo fa parte della misericordia, i capelli sono pochi e ricci e ormai molto chiari, i muscoli fanno il loro dovere. Con fatica, ma lo fanno. E ogni piccolo acciacco ricorda la sublime indifferenza per cui era un merito non lamentarsi mai delle piccole cose. De minimis non curat praetor.

Questo autoguarirsi era ben presente un tempo, ma da qualche parte la macchinetta si usura e ora funziona meno, così l’ipocondria diventa il nemico da cui difendersi. E adesso che sappiamo tutto, abbiamo più paura di ciò che non si conosce. Ci ascoltiamo troppo, guardiamo troppe mappe e così non ci si perde più, peccato perché lasciarsi andare, ora è più importante che mai. Lasciarsi cullare dalla vita e non giudicare e non giudicarsi.

Nel dialogare a fior di labbra vorrei mettere il tempo lento e la cura. Di me stesso e dei pochi che ancora mi sopportano. Ascoltare mi è sempre piaciuto e anche parlare. Non tanto di me stesso ma delle cose che mi entusiasmavano. In fondo sono rimasto un sognatore bacato che si annoia con facilità. Parlavo qualche giorno fa del progetto che si era affacciato e da realizzare in Kenia: un’area industriale e una cittadina vicino a uno dei più grandi campi profughi dell’Africa, per aiutarli davvero a casa loro. E mi veniva da raccontare come lo avevo pensato e come erano nate le prime proposte. I dialoghi che erano nati e il confronto tra ciò era necessario fare prima, cosa privilegiare e come rispettare persone e territorio. E non finivo di parlare perché poi mi tornava a mente Ottana e i progetti che si erano fatti sul disinquinamento dell’area e sulla creazione di nuovo lavoro. E il curriculum del fare e del fatto era un bel volume che si mostrava con la voglia di spiegare che non era finita e che si poteva fare di più. Era un piacere sapere che tutto era ancora possibile, anche se le cose progettate che non erano andate avanti ora sono ancora più sono difficili. Qui, mi accorgevo, che come nel corpo c’erano i punti di frizione, quelli che fan male per assenza di adeguata carne e che molte cose ormai non si potranno più fare anche se sono possibili e raccontarle le rende un poco vere.

Ma a chi parlo, amica mia, tu neppure mi leggi e bene pochi interloquiscono con i sogni altrui. Di ben altro ci sarebbe bisogno e a volte nel lasciarsi andare c’è anche una stanchezza amara. Sai, questa è un’età in cui moltissimo è possibile, ma non raddrizzare ciò che per volontà o caso, non è andato per il giusto verso. Chi tira le somme della vita, sbaglia sempre i conti perché non vede che il buono vale moltissimo e gli errori erano quasi inevitabili per come si era, solo che adesso non basta più, e allora arrivano le conclusioni che tolgono la pazienza dai rapporti e lasciano più soli. In compagnia o lasciati, sempre molto soli. Abbiamo bisogno di misericordia felice e di aver ancora il coraggio di progettarci così come siamo. Insomma amarci più di prima. Anche quando con sincerità rovistiamo la soffitta e i bauli che portiamo dentro e che sono zeppi di noi.

 

frequentare il banale

Frequentare il banale. Per noia, incapacità, stanchezza, genio. Frequentare il banale sapendo che prima non lo era e che il tocco distratto lo rende tale. La risata inopportuna il pensiero affrettato e liquidatorio. Frequentare il banale in pochi versi che emergono dalla memoria: singulti d’una bellezza mai davvero intuita nel suo nero. Osservare il banale che annega nel gorgo della bellezza e lascia vuoti. Impossibilitati ad agire. Si dice inani ed è la sensazione che si prova dinanzi alla miseria quotidiana di ciò che contraddice giustizia, pietà, umanità. Ma il tempo è largo e contiene. Tutto. La bellezza, il pensiero, ciò che è fuggito, ed era un attimo d’intelligenza, quello che si ripete e non si guarda mentre si mostra. Il banale ha un’anima? La nostra, forse, e con questo dovremmo elevarlo, dargli il posto che merita e toglierlo da quel nome che lo condanna senza merito perché non è lui ad essere banale, ma noi.

Se, come un tempo, vi fosse un amore per ciò che ci seguirà, coltiveremmo la memoria e il nuovo nello stesso giardino e useremmo la nostra “povera casa di scarsa considerazione” * per lasciare una traccia che aggiunge e preserva. Ovvero renderemmo il banale alla sua storia, lo indagheremmo per vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno, così in una penna o in un vivere attento e lieve c’è il pensiero. E tutto attende d’essere riconosciuto.

*Antonio Barbaro così edificò la memoria della sua casa a Santa Maria del Giglio

scritture

Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.

Tra le tante solitudini ve n’è una che non si supera ed è la sensazione di non essere ascoltati. Parlare, scrivere, dipingere, far uscire ciò che urge dentro, è comunque un bisogno ma se esso non riceve attenzione sembra perdersi in noi, tornare indietro. Questa è la solitudine afona che si genera e che è un grido nella notte, un incubo in cui al richiamo nessuno risponde. Ed è una paura che accompagna chiunque metta a disposizione un poco di sé, lo liberi dalla prigione del tenere tutto dentro.
Cosa c’entrasse questo con lo scrivere o con altre forme di comunicazione non lo capivo bene. Di alcuni particolari della casa, dei suoni che avvertivo tra veglia e sonno e venivano dalla strada capivo che facevano parte di un racconto ritmato sulle dita mentre i pensieri vagavano. E la sentivo la mano che scandiva il ricordo di un vissuto che si era poi trasfuso in altro:una tenerezza infinita verso di me e il desiderio di abbracciare chi non c’era. Un’emozione che si ripeteva e che aveva tanti testimoni silenti dentro a farmi compagnia.
Così si torna a quando i calzoni erano corti e le ginocchia sbucciate e alle meraviglia d’allora. Al cinese che aveva una valigia di fibra e vendeva cravatte vicino alla biglietteria nella grande piazza, nella confusione delle persone stanche che attendevano di prendere una corriera che le avrebbe portati a casa. C’era un addensarsi continuo di questi uomini e donne di tutte le età che avevano sguardi imbambolati dalla fatica e diventavano mucchio per poi sparire dentro una corriera che arrivava davanti a loro. In disparte si mettevano assieme le ragazze, che a gruppetti, parlavano e ridevano spesso. Qualcuna ascoltava e basta ma assentiva col capo e le piaceva la compagnia. Erano operaie, sarte, le commesse arrivavano dopo ed erano più attente al vestire, con il rossetto e quei profumi che venivano per poco ma lasciavano una presenza e si facevano notare. Tutte, prima o poi, parlavano di ciò che avrebbero fatto la domenica, di vestiti visti, di feste che erano in attesa d’ezsere organizzate. E si invitavano, si chiudevano a crocchio, arrossivano, dandosi di gomito ai complimenti dei ragazzi che poi si sarebbero seduti al loro fianco in corriera e non pensavano alla cena. Erano ragazze che come le altre persone venivano dai paesi attorno. Abitavano in case diverse da quelle di città. C’era un accenno di parsimonia nel vestire, un bisogno che si traduceva nella realtà dei maglioni fatti in casa, nei cappotti e nei vestiti costruiti da sarte volenterose. L’idea di un ritorno ai profumi forti delle cene, alle cucine scure con luci fioche per risparmiare, le rendeva magre, anche perché non c’era mai troppo da dividere con gli uomini che facevano lavori sempre pesanti ed erano di bocca buona. Nessuna di loro aveva idea di cosa accadesse vicino a loro, nel Paese e tantomeno nel mondo, aspetravano che la vita mantenesse le promesse. Se arrivavano prima e non di corsa per non perdere la corriera, si avvicinavano al cinese quando dovevano fare un regalo al moroso. E allora lo vedevano, si accorgevano con sorpresa che era piccolo, giallo e vestito di tutto punto, elegante e sempre allo stesso modo. Tutto in piccolo fuorché il nodo della cravatta, grosso, spesso sgargiante, all’americana, oppure con righine sottili, all’inglese. Come non ci fosse un modo italiano di mettere insieme i disegni di quella striscia colorata. Si accorgevano che la cravatta era un po’ rialzata dal fermacravatte e spariva in un panciotto della stessa stoffa del vestito, che sostituiva le erre con la elle e che sembrava sorridesse sempre. E che la valigia era grandissima per lui e che poggiava su una di quelle seggioline di legno con la tela a righe che si usano al mare e dentro la valigia c’era un tripudio di colori arrotolati che aumentavano a dismisura le possibilità di scelta. Quasi nessuno comprava e verso le otto e mezza, con l’ultima infornata di commesse inghiottita dalle corriere, la piazza si svuotava. Noi ancora finivamo i giochi d’estate, a lato della piazza c’era il sagrato della chiesa, così mentre tornavo verso casa a volte lo vedevo rimettere in ordine le cravatte, le spille sciorinate e fatte brillare come fossero oggetti di gioielleria e mi fermavo per vedere come avrebbe chiuso quell’enorme valigia. Il cinese, disponeva senza fretta, guardava il risultato e poi abbassava il coperchio, faceva scattare le serrature e come per magia, compariva un piano con ruote. Vi metteva sopra la valigia, la fissava con lo spago e ripiegato il seggiolino, lo infilava sottobraccio. Così si avviava per la salita verso il canale e spariva.
Domani, il cinese, ci sarebbe stato di nuovo, era una certezza, come le corriere e le ragazze.

la memoria dell’acqua

Vorrei avere la chiarezza della goccia che cade,
che non pensa alla sua forma perfetta e si lascia carezzare dall’aria,
neppure la trasparenza sollecita il suo orgoglio,
nulla dice della sua complessa struttura.
Cade in una pozza, in un bacile,
è la lacrima d’una fontana senza il timore dell’addio. 
Lascia cerchi perfetti e si confonde,
eppure resta sè nella folla,
cosciente d’essere e mutare la sola apparenza.
Sa che non finisce, che cambia
e con gioia scorre o vola,
è l’infinita semplicità che non scorda,
l’essere da sempre universo e se stessa.

Nella scenografia dell’acqua che accompagna i passaggi, accanto ai segni di pietra e d’acciaio, ci sono polle sussurranti che impreziosiscono le superfici d’acqua. Acciaio corten intagliato dal laser e colori di lacche sulle pareti. Richiami erotici si mescolano all’ideologia della fretta e del consumare. A questo servono i piccoli bar con pochi tavolini, menù precotti, cibi sempre uguali per menti che non pensano al cibo e assolvono ad una abitudine. Onorano, come possono, la loro funzione. La sera e la notte servirà ad altri stereotipi.

Nessun sguardo vede mentre cammina, mette assieme il suo tempo, lo mescola con uno scopo, non cerca una ragione del perché sia necessario mutare. Cessare d’essere utili e vicini a ciò che si è. Non c’è tempo. Tutto scorre attorno, flussi di corpi che chiacchierano, scambiano parole, necessità, umori, banalità senza fatica. Nulla è semplice, nulla è profondo., mentre a bada si tiene la coscienza. Ma a volte questa irrompe, diviene domanda, paura e tutto sgretola senza risposta. Era questa la vita che avrei voluto vivere? Ed io chi sono se non cose che fanno da perimetro a un corpo e lasciano una scia di vento senza ricordi.

Vorrei avere la memoria dell’acqua, il suo semplice farsi ed essere stato che include il futuro. Poi la notte rallenta i flussi, si svuotano i bar, si danno le brioches di cartone ai barboni. E mentre la città si chiude, in alto s’addensano nuvole d’acqua. Pioverà.

in breve

Il cronografo meccanico ritarda di trenta secondi al giorno. 3 ore in un anno. Devo decidere se metterlo a posto o lasciargli vedere il futuro un po’ prima di me. Questa piccola passione per gli orologi meccanici s’è tramutata in un desiderio soddisfatto, come fosse il tempo e la sua misura imprecisa ad attrarre l’attenzione e questo bastasse. Poi quando il tempo si capisce lo si considera come un affettuoso discolo che fa quel che meglio crede ma ci vuol sempre bene.

Oggi a Venezia il tempo non contava, ce ne siamo andati dal ristorante che non c’era più nessuno e anche i camerieri, tolta la divisa, ci raccontavano storie e confidenze belle. Mi verrebbe da definirle bellissime per la loro rarità e per il portarci in mondi lontani. Un cameriere vede gli uomini, li capisce e li colloca nel loro posto. Ha una sensibilità particolare nell’intuire e una soddisfazione nel guidare e soddisfare. Era bello starli a sentire e intrecciare i loro discorsi con i nostri.

Così il tempo non scorreva e l’amicizia si riempiva di quel fulgore raro che accade quando tutto è sincero e si sta bene assieme. Ci sono grandi o piccole cose da fare innanzi, ma verranno comunicate senza fretta. Meditate, saranno l’occasione per nuovi incontri e per quel sentire che costruisce progetti, dà loro forma, ed è un eterno divenire che non dipende neppure da noi. Al più siamo agenti di un bellissimo andare per suo conto.
La pioggia è arrivata quando doveva, ormai a Padova. Eravamo tutti al coperto e dispersi in un fazzoletto di pianura, le nubi si sono sovrapposte e rinserrate e poi hanno piovuto con dolcezza. Ho pensato che gli animisti hanno un rispetto infinito per ciò che accade e non possono determinare e capiscono le altre religioni, gli dei, gli atei e gli agnostici lasciando a ciascuno il compito di trovare un equilibrio e una pace con il mondo. Con ciò che vive e ciò che apparentemente non lo fa, ma è solo un’impressione.

Tutto vive e di tutto noi possiamo chiedere allegria e misericordia in un abbraccio che ci contamina solo di vita.

 

piccole pozze di buio

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Se hanno fatto una scala degli uragani, se esiste un luogo mitico vicino a Parigi dove c’è una barra di platino iridio che a temperatura controllata misura esattamente un metro, se in un qualche laboratorio di Heidelberg qualcosa misura la risonanza tra due atomi per trarne un intervallo di tempo oppure una unità derivata, non può non esserci una scala degli amori, del sentire, dell’esserci e del mancare. Solo che questa scala è soggettiva e a nessuno è permesso mettere in dubbio come ci sente. Che si risponda bene o male, o il più esaustivo così così, è sempre un comunicare qualcosa di affine ma non confrontabile.

Amore è piangere le tue lacrime, accendere lo stesso sorriso, guardare le stesse cose e vederle.

Qui ci si può fermare perché non si è detto nulla che non dovrà essere dimostrato attraverso mille piccole cose e non sarà mai finita né sufficiente se da qualche parte esiste un foro. Un piccolo buco che non si riempie e che si è originato quando forze incaute e bambine si sono scontrate con precetti e modi d’essere. Qualcuno, spesso in parecchi, hanno stabilito dove fosse il nostro ufficio pesi e misure e quanto dovevamo assomigliare alle unità di misura in esso depositate.

Dovremmo dire che assomigliare a un metro piega la volontà che voleva essere più lunga o corta e neppure essere un segmento ma un continuum in cui non essere altro che sé. Questo scontro di forze genera piccole pozze di buio che ciascuno riempie come meglio crede, solo che non si riempiono e l’unico modo per capirne la profondità è immergersi in esse. Cosa paurosa perché se si sa che li dentro ci siamo noi, non è chiaro a quale profondità ci si trovi: annegheremo prima? Allora si cerca di riempire dall’esterno, senza arrischiare e quelle piccole pozze apparentemente si colmano ma poi ritornano intatte a specchiare il volto che le guarda. L’amore aiuta, distrae portandoci fuori di noi stessi, cambiando i vincoli. È l’amore che rovescia le cose, che altera il tempo e la sua misura e impone di assomigliarsi, di essere differenti e insieme uguali. Dovremmo essere sempre innamorati e corrisposti e gli analisti di qualsiasi razza e fede avrebbero ben poco da fare. 

Mi sono spesso chiesto dov’era la rottura che aveva generato quel mutare. Necessario per il sociale, rassicurante per ricevere amore, ottimo curriculum per fare strada nella vita a patto di trovare il giusto mescolarsi di conformismo e originalità. La rottura è distante, posso anche collocarla per tempo sapendo che non è avvenuto in un giorno e che dopo è stato tutto un aggiustare che ben poco aveva a che fare con il kintsugi. Il puzzle attinge alla fantasia di Mary Shelley più che alle perfezioni apollinee o alla stessa bellezza. Ne esce un qualcosa di imperfetto che è l’equilibrio delle forze possibili, che è noi come si può.

Per questo non si dovrebbe dar troppo credito agli assoluti, accontentarsi evolvendo come predicava Darwin. A volte ciò che ne esce vola, a volte corre, a volte si mimetizza e scompare. Tutto ciò che vive in equilibrio con sé ha già fatto un grandissimo lavoro per essere uguale e insieme differente. Ma cosa saremmo stati senza quelle piccole pozze di buio?

Voglio raccontarti una storia vera che apparentemente non ha relazione con il ragionare un po’ ozioso che ho portato innanzi sinora. Il corbezzolo non si è ripreso ed è morto. La sua lotta con la palma che aveva invaso la sua vasca è stata il motivo per cui con cura l’ho travasato cercando di conservare le radici e la loro terra. Ma non è bastato. Se non l’avessi toccato certamente vivrebbe ancora, con le sue fatiche a crescere in competizione, ma ci sarebbero stati i suoi frutti rossi, dolcissimi a rallegrarmi e forse alla fine un compromesso l’avrebbe trovato con chi aveva invaso il suo terreno. Per tentare da dargli vita alla fine gliel’ho tolta e ora le sue foglie secche penzolano dai rami, l’acqua e il concime non hanno fatto miracoli. Neppure l’affezione che gli porto gli è servita. Mi spiace. Molto. E se ora capisco che bisogna lasciar fare, che gli scontri e gli equilibri si trovano nel fondo delle pozze, nelle radici, tra la terra e il suo comunicare, ciò non toglie il dispiacere di non aver lasciato fare alla vita. Quel corbezzolo aveva viaggiato con me in auto e in aereo e poi nuovamente in auto. Era venuto dalla costa sarda in un fine di maggio e dopo notti passate in stanze aperte da poco alla stagione. Le coperte avevano quel lieve sentore di muffa che si accumula nei posti di mare e così anche una di loro aveva fatto l’esperienza del sole e della spiaggia. Nelle calette non c’era nessuno, per il poco tempo che potevo dedicare allo svago, lasciavo che il sole scaldasse la pelle e che il mare la riempisse di brividi. La magia è trovare se stessi in un tempo che non era previsto, in una solitudine perfetta d’aria e luce, in un incontro spostato, in una trattativa non conclusa. Ricordo molto di quei giorni, potrei descrivere la granulosità della sabbia bianchissima, in certi tratti quasi polvere. Da tenere in mano e lasciare che scivolasse dal pugno chiuso, come fosse la mano una clessidra che dettava il tempo e invece portava distante i pensieri. Li racchiudeva in piccole bolle di desiderio, li osservava con tenerezza mentre ancora non subentrava il dovere. E li vedeva volare. Attorno all’albergo c’erano corbezzoli e altre piante da terra e sasso. Li vedevo come la rappresentazione di quel momento del vivere. Ci fu tempo, ore diurne e notturne, prima di rifare una valigia, prendere un’auto, e così ci fu il voler portare con sé una traccia di quel tempo privo d’una costrizione. C’era il mercato, acquistai una piccola pianta di corbezzolo e due di mirto che vennero con me, anche loro viaggiatori e apolidi di una casa. Perché la casa è il luogo del presente che s’imbeve di segni noti a chi li ha generati. E piantando quelle piante ho sperato si fossero affezionate al luogo dove vivevo perché  erano segni vivi d’un vissuto interiore ma soprattutto era vita che voleva crescere.

Per  essere troppo premurosi, per dare un ordine alle cose, si forzano i destini e questo non si dovrebbe fare. Questo mi racconta il corbezzolo che avrebbe voluto lottare con la palma e seppure in sofferenza avrebbe cercato di prevalere. Lui aveva scrutato nella sua pozza di buio e lì attingeva le forze, forse avrebbe stretto un patto, forse le radici si sarebbero rispettate, ma di sicuro avrebbe cercato di essere se stesso senza aiuto.

Spero ancora mi contraddica, spero in un pollone che mi ricordi che devo stare attento a mettere limiti a ciò che ha un suo vivere. Ma ciò che capisco è che in quelle piccole pozze di buio non c’era e non c’è solo il timore di ciò che si è, ma il vivere che ha i suoi lati ilari e spesso allegri. C’è la forza che deve trovare equilibri, c’è il crescere e l’andare secondo la propria pazzia. Quella che dovrei rispettare di più e concederle la possibilità di essere, di vivere, di assomigliare e assomigliarmi.

 

 

assenze/presenze

Quello che manca si mostra all’improvviso. Per segni e mai intero. È una sedia vuota, un appuntamento che sfuma, ciò che ci doveva essere e c’era, ma ora non c’è. È importante ciò che è assente, a volte non se ne ricorda l’intera presenza, ma basta un pezzo, una sensazione e si capisce che qualcosa è perduto, già mutato, evoluto.

Davvero tutto corre in avanti, anche ciò che manca. E anche all’indietro: questo è più difficile sentirlo.

Però si mescola tutto finché emerge che l’assenza è un pezzo della nostra solitudine, dell’amor nostro che deve mutare. Che dobbiamo mutare perché l’assenza diventi presenza. Per esserci ancora, mostrandosi nella verità che nulla nasconde.

Si passa la vita a non capire nulla di ciò che serve perché non ci serve in quel momento, ma solo quando ne sentiremo la mancanza. Poi uno spintone, con poca grazia, ci indica una lista: quello che doveva essere e non è stato, quello che ora siamo, vedendoci davvero. Resta uno spazio bianco da riempire: ciò che saremo. A noi la scelta di quanti vuoti lasciare in futuro e di cosa rivedere degli antichi vuoti che hanno ora un nuovo significato.

Basta una sedia che attende, un oggetto fuori posto, un colpo di tosse prima di mettere la chiave nella serratura e c’è un albero che ha perso le foglie. C’erano, ci sono a loro modo, chiedono attenzione.

Infiniti segni ho catalogati nel cuore,

attesi, sognati,

tornati per chiedere e mai ripartiti,

ma nessuno è una colpa,

nessuno ha voluto altro che attenzione.

Era ciò che poteva essere dato,

forse di più o diverso,

ma non c’era l’assenza a creare misura

e forse ciò che mi parve allora non fu sufficiente.

Ma ora, solo ora.

Mi resta il futuro e la memoria

e non è poco. 

il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita  quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. MI auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita che scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere.