passioni

Ci sono passioni che diventano vita e, in un certo senso, lavoro. Esse prendono e in un
dipanarsi continuo di scelte successive, rendono chi le prova, conoscitore dei infiniti
cammini. La peculiarità ai queste passioni, perché altre ve ne sono e di altra natura, ed
effetto, è il loro inesauribile prendere, accumulare nozioni, particolari, che a loro volta si combinano in conoscenza totalmente nuova.

Il cremisi di un francobollo si sposa con la misura della dentellatura e il particolare
carattere e la disposizione usata per la scritta. In fondo, a destra, si nota appena il nome
dell’incisore e in trasparenza la filigrana definisce una validità e insieme la singolarità di
quel pezzo che, sebben descritto ad altri appassionati, diventerà oggetto di desiderio per la poca tiratura, il timbro che l’ha annullato, la busta che è stata affrancata e spedita.
Sparisce totalmente il contenuto che quell’oggetto ha accompagnato a destinazione, esso è di fatto inutile alla passione, segno che le vite possono divergere anche
nell’accompagnarsi. Come per un francobollo, può essere una moneta, oppure un
pigmento particolare descritto assieme alla tecnica che l’ha generato.

Ho conosciuto, e sono rimasto affascinato, da esperti di araldica che con le loro parole strane e scelte, erano in grado di descrivere vite, narrare storie ed evoluzioni di casati, che a loro volta avevano costruito piccoli domini, generato figli e patrimoni, li avevano sposati e dissipati in altrettante vite che via via modificavano l’arme, aggiungevano bande, arricchivano o anche perdevano il blasone.

E ancora ho conosciuto esperti di colori antichi e moderni, buoni chimici, in grado di dare nome alla sfumatura. In grado di riconoscere granulosità, connubio e trasformazione dei materiali differenti messi assieme dopo accurate proporzioni e macinature nel mortaio, di riconoscere diluizioni con olio di lino o di altre erbe e l’intervento di componenti inusitati messi per prova o per antica conoscenza trasmessa. Colori che magari non disdegnavano l’uovo scomposto tra albume e tuorlo e che venivano poi stesi sul fondo preparato di una tavola ben lisciata e pronta a tenere il colore e farlo poi sfavillare e mutare per anni teoricamente infiniti.
Di sculture in legno per esempio trovai a Lvov un esperto, di un artista di cui non si sapeva nulla o quasi. Forse proveniente dal Sud Tirolo o dal Trentino che aveva fatto molte pale d’altare e decorazioni a figura piena o ad alto rilievo di altari nella città di Lvov e nei paesi vicini. Di queste sculture che sembravano la concreta raffigurazione della pittura di El Greco, non era rimasta che una parte e di questa, la persona che conobbi, era in gradi di illustrare l’umore che aveva accompagnato la sgorbia, il mazzuolo o lo scalpello, l’errore intenzionalmente voluto, quello riparato con segatura accuratamente incollata e ricoperta di foglia d’oro.
Poteva parlarmi dell’occhio restante di una testa che al tempo non era orba e aveva per sé riservato il lapislazzuli, scavando poi le guance in un moto di sofferenza che si rifletteva nell’occhio rimasto. Una gran parte di queste sculture era stata ammassata in una chiesa divenuta magazzino, accatastate, messe le une sulle altre oppure disposte in un nuovo ordine per creare crocchi e conversazioni tra santi e donatori, forse per irridere ciò che un tempo le aveva prodotte, nel nuovo clima areligioso post rivoluzionario. Forse per lo stesso motivo e per ignoranza, non poche di queste sculture erano state usate per scaldare le case vicine e un posto di ritrovo militare dove sostava la pattuglia di turno per la notte.
Della passione che questo professore (tale egli era nella locale importante scuola d’arte), aveva messo per rintracciare, ricomporre opere di cui si aveva labile traccia, era rimasta una piccola mostra organizzata nella città, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, e in due, ma forse erano di più, pubblicazioni malfatte che avevano preceduto la mostra e che con essa avevano avuto la pretesa di essere vendute, mentre si erano accumulate
nell’appartamento del professore e nei magazzini dell’editore.

Quest’ultimo le aveva mandate al macero dopo non molto tempo dalla pubblicazione, per cui di tanta passione, analisi e scrivere erano rimaste le copie possedute dal professore.
Questi continuava i suoi studi quando lo conobbi, ormai la passione per questo quasi
ignoto scultore, aveva assorbito ogni altra attrazione e davanti ad un caffè e a un dolce
pieno di miele e noci, in una caffetteria del centro, con arredi vecchi e lampade basse
ricoperte di pergamena, egli mi raccontava dei particolari dei volti, del significato del tanto scavare i corpi e torcerne le posture, di colori apposti sul legno con qualche segreto intento, mentre la figura vicina veniva solo lisciata e trata con olio di noce.
Mi parlava con un italiano parlato sui libri, che si mescolava con parole tirolesi che dovevo farmi tradurre oppure lasciavo fluire il discorso intuendone il significato.
Il suo sogno era che a quell’ignoto geniale artista fosse dedicata una mostra in Italia, che gli fossero accostati maestri coevi, che da essa venisse il percorso di idee e di forze che si erano scontrate nel passare le alpi e poi raddolcita nell’impero, ma senza rinunciare ai significati. Ecco perché quella postura poteva essere eretica a Roma, mentre lì non lo era, e quel mettere insieme santi particolari, insistere su Giacomo e sulla Maddalena, apriva uno spiraglio su una contesa che da sempre era circolata in modo sotterraneo o esplicito nella Chiesa e aveva ricongiunto arte e credere passando dai Bogomili sino ai Catari ma ancor prima radicandosi nella Camargue e nel Cammino di Santiago e ancora avanti era scesa verso il sud della Spagna, ancora moresca e risalita verso il nord della Francia.
Tutto questo era rintracciabile in opere diverse, così diceva, ed enumerava, come vi fosse stato un confluire in quella passione che lo aveva preso scoprendo e salvando sculture sino ad assorbire ogni altro interesse e farne in lui la storia di secoli e di radici che affondavano in un bujo indeterminato, ma ben orientato da cui ricevevano senso e
nutrimento.
Delle passioni si dovrebbe dire il rispetto che esse meritano, dell’infinito catalogo di
conoscenza che esse generano e che viene tenuto, conservato o dissipato, per poi
riapparire in altre teste o in altre vite. E’ l’inutilità che rende grande la passione, non
arricchisce di danaro chi la prova e nel particolare scavato, scoperto, fatto proprio, rendeonnipotente chi lo possiede.
Di questo parlavo con un venditore di bastoni animati di Buenos Aires, mentre mi illustravala forma e le impugnature lavorate in avorio, in metallo o in legno di ebano o di cirmolo,che dovevano servire alla doppia funzione ovvero quella del sorreggere e quella delladifesa, nel caso fosse stata estratta la lama nascosta nel bastone. Chi era con me necomprò due e credo siano ancora nel portaombrelli vicino alla porta d’ingresso di casa sua. Poi si spostò ad osservare un finto spettacolo di tango. Io non ne presi nessuno e chiesi al venditore se potevo offrirgli un caffè nel bar d’angolo della piazza. Accettò ed entrando mi disse che in quel caffè spesso sostava Borges e che più di una volta avevano parlato assieme. Mi accompagnò al tavolo di marmo ove il grande scrittore sedeva e restava a conversare a lungo con gli amici o con la moglie che da quando ci vedeva poco lo accompagnava e mi disse il venditore di bastoni, che il poeta con la mano voleva sentire il pomello di ciò che egli vendeva, i pezzi migliori che venivano dai patrimoni disfatti nelle successive “rivoluzioni” che si erano susseguite negli anni che avevano preceduto Peron e tastava, percorreva con le dita, decifrava incisioni e intagli, descrivendo con voce bassa ciò che apprezzava.
Io guardavo dalle alte finestre, con le tende di lino ecrù, aperte il necessario per far da barriera al sole, vedevo la strada che poi sbucava nella piazza, i vetri colorati di una casa d’angolo, l’albero che s’intravvedeva al centro del patio, dopo il volto d’entrata dal portone spalancato. E assentivo, chiedevo, ma la mente era in quel luogo vent’anni prima, e il lungo bancone di marmo e lo sbuffo di vapore della tonda macchina di caffè alla francese con l’aquila d’oro in cima, me lo confermava.

in fuga da sé

Si vuole andar via da un’insufficienza sentita come una colpa, da un giudizio, oppure seguendo una incoercibile curiosità, un bisogno di sapere chi si è. E il bisogno in qualche modo s’intreccia al giorno, genera insoddisfazione e poi rende meno vero ciò che si fa. lo rende inutile e non finisce finché non ci si trova, cosa che forse mai potrebbe accadere. Per questo molti se ne fanno una ragione e restano dove non stanno bene, dove non sono.
Quando si capisce che si fugge da sé, dalla radicalità delle domande e delle scelte che dovrebbero essere compiute, non si sa più dove andare e il sauro che è dentro di noi vorrebbe mimetizzarsi, sparire in uno sfondo dove nessuno ci veda come si è. Diventare erba, foglia, asfalto, folla. Diventare apparenza e basta restando ciò che da vita. Essere in un luogo e pensare di vivere altrove. La chiamano fantasia, ma è una dislocazione del sé, un trovarsi che segue un sentiero, una strada. Quale sia il percorso non è chiaro perché si inoltra dentro dove sembra regni l’oscurità e invece è il confronto con ciò che si poteva essere ma non si è stati e quindi, sembra, non si sarà mai. Questo confronto, questa accettazione del limite invece apre una finestra, una porta, induce ad andare oltre e trovare le ragioni della differenza tra ciò che si è diventati e tutte le scelte che l’hanno determinato. Non c’è una definitività in questo, è il bello della vita, il suo infinito procedere che lascia tutto il tempo necessario. Non è mai tardi anzi riconoscere ciò che ci approssima e il fare ciò che serve a diventarlo, spalanca il tempo. Nel flusso si segue una corrente che trasporta il mondo, il suo divenire, ma come si diventa in esso dipende da noi. Sembra il contrario, ma pensare di avere tempo consente di cominciare, infinitamente cominciare ad assomigliarci. Approfittiamo di questi giorni di silenzio forzato, di apparenza inutile per entrare in noi e capire cosa ci fa bene. 

case

Le case nelle città medie stanno vicine, soprattutto nel centro si sorreggono a vicenda. Hanno stili diversi, rappresentano ceti sociali differenti perché raramente i ricchi si facevano affiancare dai ricchi, casomai li guardavano dall’altro lato della strada, quindi si alternano le case, nei colori e nelle presenze umane. Un tempo era così. I colori erano secondo estro, qualcuno decideva di assomigliare o di staccarsi nettamente dal vicino. Il colore che diventa un blasone, un’appartenenza a una famiglia e rivelatore del carattere. Ma le case non sanno fare a meno della vicinanza, tanto più che il portico le unisce e crea l’occasione dell’incontro, della conversazione, del saluto di chi le abita. Si sono fatte da sole, le case, per somiglianza e perizia comune, per quella voglia di essere soli e assieme nello stesso tempo, di essere famiglia e fortilizio, ma anche finestra e lenzuola o tovaglie stese ricamate da mostrare. Per quella voglia di vedere senza essere troppo visti, un po’ da guardoni discreti che capiscono molto perché conoscono e assimilano i fatti di una cronaca minuta fatta di vicinanze senza parere, di fatti propri e d’altri mescolati, di termini di paragone e di consolazioni. A questo servono le finestre oltre a portare luce: a vedere ed essere visti secondo la misura scelta.

Stamattina uno sciame di passeri s’è levato nella piazza d’aria che c’è nel vicolo, na sbrancà, un pugno, di farina o d’altro, si direbbe nel dialetto antico della città e nella mente si formerebbe il gesto che trattiene a stento nella mano chiusa il contenuto da spargere o versare, oppure da gettare contro il cielo come fossero coriandoli a carnevale, Così imparano a fare i bimbi pescando nel sacchetto e ridendo del poco che gettano nell’aria o addosso al cappotto di chi gli sta vicino. E così quei passeri erano di un’allegria insperata e libera, levati tutti assieme da una finestra sbattuta o da un’improvviso apparire, eppure non impauriti ma in attesa di capire e nuovamente posarsi assieme. Insieme e ciascuno per suo conto, come le case. Intanto la pioggia finalmente rigava i vetri.Lasciava lunghe scie d’acqua grossa, che rendevano le case di fronte un po’ tremolanti, ma solo per poco finché la goccia sceglieva il percorso per confluire con le altre.

La bora ha soffiato per quattro giorni, cacciando le nubi in corse folli nel cielo, aggregando e disfacendo. Pensavo a Trieste, all’Istria quando s’increspa il mare in minuscole onde che contrastano la marea ed è un dipinto che riluce, fatto da un pennello grosso, quel tanto da tracciare segni dove di solito non ci sono, da opporre al bianco un diverso bianco, incresparlo di schiuma, intriderlo di finezze impossibili da non sentire come un dono che ci viene fatto e che poi si porta dentro per ogni giorno di bora ovunque noi saremo. Com’era venuto il vento s’era calmato e aveva lasciato libere le nubi di mettersi assieme e piovere. L’aria, già pulita, s’era caricata d’una freschezza insperata, come una donna che si profuma e sorride offrendosi al pensiero più che allo sguardo. Annusare, chiudere gli occhi, immaginare. Attorno non c’erano rumori, solo il ticchettare dell’acqua che cadeva dalla grondaia lungo il pluviale per poi perdersi nella terra. L’asfalto era diventato nero, assorbita la prima acqua aveva poi stabilito le gerarchie di rivoli, le pozze da traboccare in confluenze verso il chiusino. E anche la grata aveva dismesso la patina di ruggine per diventare un oro antico, un ocra caldo mischiato con il grigio della ghisa. Non si è riformata la pozza fatta a cuore. Dei lavori di rifacimento del manto (bello che le strade si coprano con un manto e proteggano i sassi piccoli e tondi di fiume, lo spezzato di cava e la terra che hanno sotto) non hanno rispettato la pozza che riluceva col lampione e si allargava a cuore. A me è sembrato ci sia stata un’insensibilità, l’incuria nel vedere e nell’immaginare che anche una pozza fa la differenza e racconta gli amori delle case che le stanno attorno, si fa riconoscere dagli amanti o dalla gentilezza, aggiunge a chi rientra un sorriso inatteso. La trovavo al suo posto in ogni giornata di pioggia e la sera aveva il colore caldo del lampione, era una presenza segreta, un modo per riconoscere che insieme agli altri eravamo casa.

Nelle case che furono abitate dalla famiglia, non di rado occupavamo -e occuparono- il piano alto. Le scale erano sempre anguste, scalini arrotondati, da rinfrescare prima di Pasqua con la calcina, fatti di pietra di Nanto, friabile e calda nel suo consumarsi secondo i piedi che la percorrevano in fretta o piano. Dipendeva dalle età e dalle emozioni lo scendere e il salire, ma il fazì pian pae scale era d’obbligo ad ogni uscita. Scale sempre poco illuminate, che si conoscevano a memoria, anche di notte in punta di piedi e senza luce per non far capire l’ora di rientro. Scale sommesse, con le voci dei piani a fare da portolano per capire l’umore delle famiglie e il respiro della casa; affannoso o ilare, intriso di profumi e odori di cucina o di bucato, di liti infinite e di risate sonore, d’ansimi e pianti, di racconti detti a mezza voce sulla porta. Le scale erano un percorso delle vite parallele che vivevano le une sopra le altre. La congiunzione umana, tangibile, carnale delle vite diverse che poi si assomigliano, ma mai abbastanza da non sentirsi differenti. Abitavamo sempre all’ultimo piano e in quelle case non mancava mai di piovere dal tetto. I coppi hanno questa vita propria, si muovono secondo le stagioni, i gatti, il vento. Lasciano posto ai nidi, al correre dei topolini, allo scavare dei colombi, ospitano terra che si riempie d’erba e qualche arbusto tenta pure di crescere tra una fila e l’altra. Non era un gran problema, bastava un catino e una ripetuta protesta al proprietario, poi chi avrebbe messo a posto il succedersi ordinato dei coppi, col suo peso qualcuno ne avrebbe rotto, e nell’ultimo scavalco verso l’abbaino ne avrebbe smosso un altro e così sarebbe di nuovo piovuto dentro, ma non subito e da un’altra parte. Ci sarebbe stata l’illusione di una normalità e poi la bora o i temporali d’estate avrebbero ribadito che qualcosa in cielo mancava o non si era distratto nel fare il suo lavoro. E xe case vecie, cossa vuto fare, bisognaria rifare tuto. Con questo riprendeva il ciclo della protesta e dell’attesa, ma senza ansia: era così e basta.

Di queste case per esperienza diretta potrei parlare di alcune, a partire da quella in cui sono nato, però mi piace di più stasera, ricordare una casa che ho visto e che fu abitata dalla mia famiglia. Era una casa stretta e alta, le finestre davano sulla strada e sul cortile d’una casa patrizia che fu usata come casa di tortura dai repubblichini e dai tedeschi. Era una casa a cui furono sbarrate le finestre che davano sul cortile per non vedere i prigionieri, anche se di notte, d’estate le urla si sentivano forti assieme alle bestemmie e i silenzi. Ne ho il racconto in testa fatto con pudore da mia Nonna, quella casa era un porto in cui era confluita la somma dei navigli delle vite, gli ultimi armadi, la pendola, i comò di noce, una tavola della vecchia osteria, la specchiera, l’ottomana di raso rosso e quei lampadari dove mai tutte le flebili lampadine funzionavano. Era un succedersi di stanze, con le scale in mezzo e l’intera casa era abitata da antifascisti e partigiani. Strano vivere così vicino al pericolo, eppure erano tutti silenti e solidali. Su quel tetto cadde un sacco di bombe a farfalla gettato da un ricognitore inglese notturno e mia Nonna, che dormiva, si ritrovò in cucina per lo spostamento d’aria con l’intero letto. Il cornicione crollò in strada e il cielo irruppe nella stanza. Mia Nonna non s’era fatta troppo male, così ripararono alla meno peggio, aspettando finisse la guerra. Quella casa l’ho vista da bambino, alcune cose erano rimaste là dopo il trasloco, ma nessuno in famiglia le ha più cercate. Le nominavano passandoci davanti o fermandosi a salutare chi era rimasto.

In cento metri da quella casa c’erano due osterie, una trattoria, la mia scuola elementare, una macelleria, un orologiaio, un ciabattino, una latteria, un negozio di libri usati, una torrefazione di caffè, due negozi di alimentari non molto forniti, un falegname e un fruttivendolo un po’ disonesto nel prezzo e nel peso, ma molto di chiesa. Insomma era un villaggio eppure era una strada fatta di case che si mescolavano nei ceti e nelle attese d’una rimessa in ordine. Le persone si conoscevano tutte e anche le case si conoscevano e si trasmettevano l’un l’altra le crepe. Stavano assieme come gli ubriachi che si appoggiano per non cadere, ma nessuno di loro fece mai la spia e se tra gli abitanti di quella casa fu poi fucilato un partigiano, medaglia d’argento al valore, fu perché preso in combattimento. Case per bene con gente per bene che amava la libertà di stare vicini.

alla ricerca dello yoghurt perduto

Le latterie non esistono più. Qualcuna ne porta ancora il nome ma è altro da quei luoghi fatti di una stanza con le pareti di bianche piastrelle, 20×20, fino ad altezza braccio teso verso l’alto. Là dove lo straccio imbevuto di varecchina e l’invocazione per l’artrite incontravano una cornice blu che chiudeva l’ambito del pulito. Sopra tutto, vegliava e illuminava il neon da 40 watt e ad esso, in campagna, s’aggiungeva il rotolo di carta moschicida coperto di incauti insetti. Presidio igienico del cielo per sanare l’ambiente.

In latteria si comprava il latte, sia quello non pastorizzato da versare in recipienti portati da casa che quello in bottiglia, pastorizzato. Erano bottiglie costolute, dal collo largo, coperte da un tappo di stagnola con la data di scadenza e vuoto a rendere. Rompere la bottiglia del latte per strada portava male, non che avesse influssi sul futuro, ma poteva comportare qualche sberla utile ad incarnare l’attenzione, quindi massima cura nel trasporto e sulle scale da fare con attenzione. Il lattaio portava anche il latte a casa, ma c’era un sovrapprezzo e quindi si preferiva la libera latteria. In questa stanza bianchissima, impudica dietro una vetrina spoglia di cose, oltre al latte c’erano dolcetti de poche: pescetti, cordoni di liquirizia, farina di castagne in bustine, pastiglie alla menta, boli gommosi, “more“di vari colori. In bella mostra delle paste secche sotto una campana di vetro o in una vetrinetta, erano dolci che resistevano al tempo, occhi di bue con marmellate dure al centro, frolle a losanga o tonde, con ciliegia o senza, sfoglie perplesse che piano perdevano consistenza, e c’era anche un’ imitazione del millefoglie farcito con una crema bianchissima e appiccicosa. Queste dolcezze non erano prive di effetti secondari in relazione alla vetustà e al caldo di stagione. Le mamme le proibivano, e ciò ne aumentava il fascino ben sapendo che chi sgarrava veniva punito o meno dal caso e dalla pancia.

Le latterie più evolute avevano anche la macchina per il caffè, erano un quasi bar già presagio sulla loro evoluzione. Altre, più ruspanti affiancavano dolci da fetta, fatti in casa, con un inconfondibile odore di uova poco fresche e una densità elevata. Se ci fosse stato allora un test granulometrico per dolci, queste fette avrebbero potuto fare da unità di misura: tutto quello che si poteva produrre in casa, avrebbe avuto densità inferiore e qualità maggiore. Anche di questo le mamme e le nonne andavano fiere. E mentre distinguevano bisbigliando i dolci portati in omaggio, tra quelli di pasticceria e quelli di latteria, con fierezza non li compravano. Nella latteria erano poi allineati, sul banco di vetro e su uno scaffale, dei vasi esagonali di dimensioni importanti che contenevano biscotti secchi dai nomi esotici, marie, petite beurre, oswego, baicoli, savoiardi ma anche dei biscottoni enormi da inzuppo e meraviglia delle meraviglie, i wafer. Uno per premio se accompagnati, due se da soli e si riusciva a fare la cresta sul prezzo del latte. Il gesto con cui la lattaia col suo camice bianco, apriva il vaso e con le stesse dita che avrebbero ricevuto monetine e banconote consunte, prendeva con delicatezza il biscotto e lo porgeva, sembrava un rito che produceva già dal gesto il piacere dello sgranocchiare successivo. Piano, a bocconcini piccoli, si mangia per piacere non per fame. È vero, la fame era altra cosa e si sarebbe saziata con cose molto più consistenti, ma il piacere fugace e immediato aveva una sensualità che prefigurava cose oscure di cui non si sapeva nulla, ma che certamente c’erano nell’età in cui, liberi, si sarebbe potuto avere la completa sazietà del proibito.

Poi in contenitori da mezzo litro e da un quarto, negli anni ’50, apparve un’ evoluzione del latte, lo yoghurt. Anch’esso in recipiente dalla bocca larga ma con una densità molto maggiore del latte e una vena acidula che dapprincipio lo faceva respingere, ma che poi il gusto chiedeva di riprovare. Quel sapore, donato come assaggio da una bella ragazza in un camice aderente e bianchissimo, era stata la scoperta in una di quelle fiere campionarie che portavano le novità dal mondo al nostro Paese Fu classificato in casa come americanata e ciò bastava per l’embargo, ma di fronte alle innumerevoli proprietà benefiche che venivano enumerate, magari un assaggio si poteva fare. Assaggio, rifiuto, embargo, contingentamento. Ovvero come rendere piacevole una cosa altrimenti da scartare, collocandola nell’olimpo dei desideri. Ne parlavamo tra noi ragazzini, e c’era chi lo mangiava ogni giorno senza grandi benefici però il fatto che tra le virtù ci fosse quella di far scomparire gli incipienti bruffoli pre adolescenziali lo rendeva comunque un oggetto del desiderio. Così una volta a settimana una bottiglietta di yoghurt veniva acquistata e consumata. Effetti prossimi allo zero, ma se anche le ragazzine se lo spalmavano sulla pelle per rendere morbido ciò che già era morbido come essere da meno?

Parlo di uno yoghurt che non assomiglia minimamente alle bevande e ai prodotti di culto odierni. Acidulo e denso ma non solido, con un sapore persistente e un senso di sazietà che durava almeno per l’intero contenuto e che era un’ evoluzione del solito latte mattutino, un omaggio alla modernità che avanzava e che proprio da quelle nuove bevande cambiava le latterie. Infatti nelle vetrine prima spoglie, sulle mensole di vetro cominciarono a vedersi cioccolatini di vero cacao e non più quei cremini di surrogato di cioccolato per la merenda delle 16. Scatole di caramelle che sbiadivano in attesa di compratori, persino uova di Pasqua piccolette che superavano indenni la festa, ma la latteria evolveva, e adesso vendeva coca cola da un frigo rosso a pozzetto, aggiungeva cose salate e manteneva, per gli estimatori, i biscotti nei barattoli. La vetrina si arricchiva di giocattoli minuscoli in plastica, si consegnavano raccolte a punti, e da sotto il banco il caffè veniva corretto con prugna o con fernet. Insomma con lo yoghurt si era spalancata l’evoluzione della latteria che era un po’ l’evoluzione della specie.

Adesso lo yoghurt lo faccio in casa, è bello denso, ricco di fermenti e di probiotici, gli enzimi fanno il loro lavoro silente e allegro, ma ciò che ogni volta voglio ricreare è il sapore di quello yoghurt che non fanno più da nessuna parte, che non faceva passare i bruffoli, che sembrava essere il nuovo che entrava in un mondo ancora con la carta moschicida e le paste secche. Non mi riesce e non si trova perché non ci sono più le latterie, e allora per chi lo farebbero quello yoghurt, quelle bottiglie di vetro spesso con la bocca larga e il tappo di stagnola? E che novità avrebbero questi luoghi per i sazi, i soddisfatti che hanno miriadi di biscotti e dolci da rifiutare. Ecco perché credo che con lo yoghurt siano cominciate a morire le latterie, era il nuovo che si spostava altrove e rendeva inutile tutto quel bianco, quel pulito di piastrella, quei dolci rari, poco buoni ma  semplici che erano il preannuncio di altri desideri e piaceri. E sarebbero venuti a loro tempo, come la libertà di viverli, questa era la speranza che chiudeva all’età passata e apriva alla nuova.

c’è del presente e molto altro nel tempo

Di questo tempo asintotico al presente,
sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento
emerge il narrare di sé o d’altro,
non importa,
così come prima, di che, di cosa,
forse si parlerà di gatti, di cieli stellati
di malinconie sconosciute a chi non scrive,
di cos’è il giorno e la notte
del tempo che scorre a lato
o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo
d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse.
Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato
e ora che davvero solo tale si comprende la finzione:
non era presente quello di prima,
era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata,
l’imposizione d’un despota senza nome,
illusionista lui e illusi noi,
non era il presente, era una sospensione d’un futuro,
un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo,
perché cieco di ciò che stava attorno,
ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.

Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.

Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.

E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.

Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.

la sera e l’acqua fonda

Scurisce l’aria, a onde lunghe, progressive. I fiori del mandorlo sono una macchia che scivola dal rosa al pallido bianco. Un’idea della notte. La stessa che si sprofonda nell’acqua. Che diventa fredda e si cela per gelosia di altra vita: misteriosa minaccia nel suo buio. Sulla riva onde lunghe muovono piccoli sassi e sabbia, spostano conchiglie. Le regalano alla terra e le riprendono. Incessanti e quiete. Il cuore si sintonizza col rumore che diventa suono e s’acquieta. S’accontenta della riva e dei sogni che in essa arrivano già franti: rimasticature d’eventi accaduti. Da ricomporre in nuovi disegni.

E non si ferma il moto mentre l’aria si fa fresca e si gonfia di profumi. Di odori forti. Lì c’è una casa, un’attesa e una luce calda, mancano solo i passi per raggiungerla. Poi tutto ridiventerà normale. Persino la quiete scomparirà d’incanto lasciando un brivido che caccia l’ultimo freddo. Quello ingiusto perché non desiderato, perché non avvolto in un abbraccio. Perché rammenta una solitudine non appresa.

La notte entra per le finestre aperte ad accogliere la luce, entra scurendo gli angoli, smussando le asperità dei ragionamenti e vorrebbe assomigliare all’acqua, ma di essa conserva solo ciò che piano muta. E si cela nel profondo d’ombra. Rinquatta come bestia che cerca il sonno e la protezione della tana.

Il buio avvolge gli ultimi luccicori d’una porcellana, spegne un riflesso sul vetro molato degli specchi. Si stende, riposa,  avvolge. Entra dentro, sussurra che poi ci saranno i sogni, il sonno, l’interruzione del pensare e del dover fare.

In cielo le stelle compongono i loro alfabeti. Da giorni non passano più aerei, resta il silenzio che si sovrappone al vecchio tacere delle cose a sera. Sono onde di silenzio e d’oscurità che il cuore ora apprende e teme per quell’oscuro che non ha nome, ma è gorgo e vertigine di sé che si esplora di rado perché è come fondo che non si vede, come le erbe silenti nel fiume che si muovono sinuose alla corrente, come ciò che s’acquatta tra esse e gioca a rimpiattino con la percezione.

Avere coscienza d’ogni cosa ci è già stato tolto, è rimasta la nostalgia di un’assenza che dev’essere scoperta: si crede contenga felicità quiete. Consapevolezze. Non è così il conoscere che guarda nel buio dentro, ma il pensiero è oltre la riva che carezza il cuore, oltre lo scuro che ora ha invaso le stanze, oltre gli occhi che si chiudono cercando.

 

sollecitudine allegra

Oggi ho letto un testo, bello. Era bello e tenero, parlava delle persone in questi giorni. Delle persone che si riconoscono, dei condomini immensi che si riscoprono pieni di persone, di vite, di bisogni. Non solo rumori, assemblee per trasformare le porte in fortilizi, ma parole scambiate, piccole necessità, premure per sconosciuti. Parlava di una realtà che s’illumina negli smartphone, nei tablet, ma che improvvisamente alza gli occhi e rivede un vicino. Non una porta ma chi ci sta dentro. Mi è sembrato bello perché era positivo, non si fermava al lamento, anzi non si lamentava per niente. Neppure parlava dei tempi della normalità.

Ho pensato, ma qual è la normalità? Perché ci serve un evento per alzare gli occhi e nuovamente vedere e sentire chi ci sta attorno. Questa è la parte malata sul serio di questa società, lascia perdere chi è appena oltre un pianerottolo, chi ha un orario diverso. Non vede e preferisce il rumore alle parole, al capire.

C’era profumo di pane in casa e ho pensato a quando si fa un dolce e se ne offre al vicino. A quando si condivide e a un certo punto le età si confondono, restano i bisogni. Diversi, con urgenze differenti, ma sono sempre una carenza di qualcosa. E ho pensato ai sogni. Ne ho avuti molti. Ancora ne ho. A quanti ne ho condiviso, di quanti ne ho parlato prima di tacere. Di questi sogni poi si è avverato altro, che non era da buttar via, ma era il terreno per altri sogni. E così sono stati i fallimenti che hanno contato più dei silenti successi. Sono stato fortunato, felice, triste, malinconico e chissà quante altre cose. A quante persone davvero l’ho detto, che pure non erano distanti, che potevano capire?

E della mia piccola pazzia, ho lasciato trapelare solo a volte il lato allegro, l’ho condita di troppe parole perché si nascondesse nelle malinconie di tutti. Ecco che assieme al riso si sarebbe potuta condividere la malinconia e i biscotti. Quelli che faccio bene, per mangiarli assieme. E tutto questo senza che ci fosse un evento per alzare la testa, per spingere verso l’altro con allegra sollecitudine.

Di questa parola vorrei tenere il senso dentro e dopo questi giorni: sollecitudine allegra. Un po’ pazza, leggera, tenera, ma sollecitudine per chi vive attorno e sogna. Proprio come me.

lettere dalla zona arancione 3.

Adesso che tutta l’Italia è arancione queste piccole note hanno meno senso, lo sento come una scelta d’altri, dura, necessaria. Tutto è ancora precario e ci si affida a ciò che da sempre ha funzionato con le epidemie: il confinamento e l’attesa. Solo che ora è l’intero paese in quarantena e chissà come questo viene percepito dentro e fuori Italia. Leggo in questi giorni il libro di Laura Spinney 1918 L’influenza spagnola. È un libro di tre anni fa, ma contiene quasi tutto quello che è accaduto e che accadrà, ora si aggiunge la potenza della medicina molecolare, degli antivirali che dovrebbero aiutare moltissimo a uscire dalla pandemia, ma se ascoltassimo di più le meccaniche della biologia e della vita probabilmente il mondo sarebbe più pronto ad affrontare le minacce.

Mi piacerebbe molto che la comunicazione aumentasse. Che il livello profondo di essa superasse l’occasionalità di un evento che diventa tale perché da fatto cambia le vite. Un poco. Quello che basta per rendersi conto dove si è e cosa si sta facendo. Dovremmo scambiarci in questi giorni le impressioni, ciò che si sente di nuovo e ciò che manca in conseguenza di una cattività imprevista. Quelli che non sono malati cercano di non diventarlo. Stamattina sono passato per un laboratorio medico, al posto della ressa e delle 50 persone che abitualmente occupano ogni spazio eravamo in 4. C’era più personale che pazienti, e il personale era bardato di tutto punto. E tossiva dietro alle mascherine tanto che serpeggiava il timore di essere in un posto a rischio pur con tutto il disinfettante e i camici sterili. Se le persone rinviano esami e visite significa che il timore per ciò che non si vede è ben più grande di ciò con cui si convive. Mi hanno confermato che è così ovunque, sia nella struttura sanitaria pubblica che in quella convenzionata, le persone ci vanno solo se l’esame o la visita è indifferibile.

Per strada e al supermercato poche persone. Non ho visto controlli e al bar, a debita distanza, ho parlato con il capo dei vigili che in questo momento si affida anche lui, più al buon senso delle persone che ai blocchi stradali. Qui passano strade di grande comunicazione e sarebbe impossibile, se non per blocco totale imposto, che ci fosse un vero controllo capillare dei motivi per cui le persone si mettono per strada.  

Di questa consapevolezza nuova, se c’è, mi piacerebbe parlare, di come essa muta tra luoghi diversi.  Di come si vive in casa e nell’ambito della necessità ridotte alle funzioni essenziali. Di cosa sia il piacere e l’allegria al tempo della costrizione. Sarebbe interessante ci fosse uno scambio tra parti del Paese, tra percezioni differenti, con particolari e adattamenti diversi. Qui l’arancione è entrato nelle case e ha mutato già qualche comportamento, ma ora è la durata che farà la differenza perché appena i numeri lo consentiranno, le persone si troveranno nella terra di nessuno dell’indecisione.

Questo fatto inaspettato e davvero significativo ha già prodotto un effetto sulla politica. Tutta. Vietando le  riunioni, con le dichiarazioni superate dai fatti, le intemerate che cambiano richieste sino ad ammutolire, la politica muta e regredisce. C’è da chiedersi chi comanda in questo momento in Italia? Il governo certamente, perché ha un potere costrittivo, ma è esso stesso prigioniero dei numeri e dei tecnici. E in Europa perché non accade nulla? La pochezza della politica europea, oltre la gestione della banca centrale, si fa sentire, siamo sull’orlo di una doppia crisi, sanitaria ed economica, ma non c’è una decisione comunitaria. L’Europa si è ritirata nei palazzi e nel silenzio e dopo la vergognosa visita ad Atene, non è neppure in grado di dire cosa farà con quello scempio di speranze, di vite che offende ogni senso di umanità. Strumentalmente Erdogan ha ricordato che il diritto d’asilo è un fondamento dei paesi europei, lui può permettersi di fare ciò che crede perché gli è stato permesso e come in Libia, è stato pagato perché i profughi fossero tenuti a bada nei campi di detenzione anziché affrontarne il problema razionalmente, ovvero come poterli includere nel modello di civiltà capitalista e occidentale. Sono qualche milione di persone che non hanno più nulla da perdere, se non la vita, si pensa ci sia una soluzione umana ed europea? Di questo non si parla più. Credo che sia uno degli effetti, non solo della pandemia, ma della sostanziale mancanza di raffronto tra realtà che dall’informazione transita poi nei discorsi delle persone. Comunque la politica, anche quella molto locale, è annientata dagli eventi, cioè apparentemente tutto funziona, ma i meccanismi di decisione e di controllo non si capisce bene dove siano. È il tempo ideale per l’abuso, perché la distrazione è somma. Non sto dicendo che avviene ma che nessuno se ne accorgerebbe.

La pubblicità continua a mostraci brigate felici di giovani, divertimenti all’aria aperta auto da acquistare, supermercati felici da frequentare. Balocchi e profumi, ma forse è meglio così, le persone pensano che una normalità fatta di acquisti e di tempo libero, di viaggi, di alberghi e di ristoranti sia questione di pochi giorni.

Tutto tornerà come prima è il messaggio e invece ne usciremo diversi, questo è certo. Una situazione simile non è mai stata vissuta dalle generazioni che ora vivono nel mondo occidentale. L’economia e la finanza sono due termometri della normalità farlocca che conosciamo e che fa parte del nostro mondo, e loro danno i segnali di ciò che scricchiola. Quanto tempo impiegherà il nostro Paese a uscire dall’idea di essere un luogo contaminato? E le imprese, che pur lavorano, per quale mondo produrranno? Noi possiamo vedere ciò che ci fa male oppure tornare a un prima che non sarà più lo stesso. Possiamo riflettere e cambiare su due temi fondamentali per l’umanità : i rapporti sociali tra persone e sull’economia del pianeta. E cercare di mutarli in modo da stare meglio. Sarebbe un buon uso di questa situazione se essa aumentasse la consapevolezza delle fragilità su cui camminiamo. Se aggiungessimo ai problemi l’ambiente, se ci si chiedesse se davvero era così che volevamo vivere. Se invece si considererà tutto questo solo un episodio che passa, allora saremo liberi di uscire e di consumare esattamente come prima, per un po’ forse, ma il danno più grande sarà stato l’incapacità di capire che non si vive di solo presente.

lettere dalla zona arancione 2.

In questo secondo giorno di cattività relativa, alcune cose sembrano chiarirsi. Ad esempio chi può muoversi e perché, ma soprattutto la percezione che non è davvero tutto come prima ovvero poco più di un’influenza. Stamattina sono andato in centro, dovevo, ho usato l’auto, il traffico era poco. Tutto il da farsi si è risolto in un tempo inusualmente rapido. Tornando verso casa guardavo i parchi vuoti di bambini, come fossero a scuola e mi sono chiesto cosa penseranno in questi giorni di vacanza che non è tale. Per loro è un’esperienza diversa che per noi adulti, in quanto ancora abituati ai cambiamenti, cosa che per noi, così ricchi di abitudini, è più difficile.

C’è molta discussione sui social, ma è il posto della solitudine che improvvisamente diventa l’agorà della socialità esterna perduta. Questo vale per quella parte di persone che hanno improvvisamente più tempo, mentre gli altri continuano a lavorare. Come prima e con qualche difficoltà in più per chi lavora fuori provincia. Non è visto bene e sembra che lo stigma geografico conti anche tra contigui. È cosa ben diversa dal ritorno in massa verso regioni che finora non hanno avuto episodi importanti di contagi e che hanno strutture meno capienti di queste a nord, ma anche qui si sente un confine. Per il resto sembra non sia mutato nulla o quasi: il cantiere vicino a casa, le aziende della manifattura che non possono lavorare a distanza, i trasporti. C’è la sensazione che sia tutto un po’ meno di prima ma solo per alcune parti dell’area del fare economico. È crollato il turismo, la ristorazione, lo spettacolo, persino la politica ha riti nuovi e frastornati, ma il resto continua a funzionare come prima o quasi.

La chiusura dei bar alle 18 sta avendo effetti strani sulla socialità familiare. Non ci sono solo i giovani che tirano tardi, ma anche quelli che di anni ne hanno di più e magari hanno famiglia. Questo essere in casa cerco di immaginarlo come possa essere percepito e se stia cambiando qualche abitudine. Non ho riscontri, ma credo che ognuno si arrangi e che nuovi equilibri di presenze inusuali, si trovino per amore o per forza. Continuo a pensare che questo è il tempo degli amanti se sono liberi di stare assieme, per gli altri le cose si complicano. 

Ormai si sa che anche i paesi piccoli, di solito fatti di abitudini e di poca trasgressione,  hanno casi di contagio. Il bollettino appare sulle pagine dei tre giornali che riferiscono la cronaca locale, riempita di consigli e fatterelli singolari. Però è difficile che dello stesso fatto si riporti un’unica versione, l’altro ieri una coppia è stata travolta dal treno, le locandine andavano dall’accidente fortuito al suicidio, fino al litigio. Forse per questo sensazionalismo che impera da anni nelle notizie, c’è meno attenzione agli avvertimenti e ai numeri che riguardano la pandemia. A questo si aggiungono norme che sembrano stravaganti e derogabili, quelle sulle distanze ad esempio. Impossibili da rispettare in un bar o in un mercato. Ho colto scetticismo su queste regole che dovrebbero essere sostituite dall’imperativo: state a casa se potete e se dovete uscire state distanti quanto potete dalle persone. Siate puliti, in casa e fuori, cercate di proteggervi da ciò che non si vede e non si sa dove sia.

Nei discorsi sentiti a pezzi tra l’acquisto di un quotidiano e un’attesa alla cassa, qualcuno manifesta un pensiero molto radicato in questi luoghi, ovvero che le norme siano fatte per quelli che non sono furbi. Qui sono tanti ad essere furbi e nessuno si pente quando viene pizzicato, al più pensa che è accaduto, e la prossima volta dovrà stare più attento. In positivo comincia ad emergere il ricordo dell’altra grande preoccupazione invisibile, Cernobyl, quando si lavava di più la frutta e si mangiava più carne nostrana. Solo che allora la minaccia non riempiva gli ospedali, era una condanna differita che si poteva evitare o limitare, mentre ora sono i numeri a impressionare assieme alle mascherine che si vedono in ogni negozio e anche per strada.

C’è una paura sorda, che ciascuno affronta o esorcizza come crede, magari banalizzando oppure pensando che non toccherà a lui. In fondo nelle conte è sempre così, però c’è inquietudine accanto alla trasgressione, le cose non sono uguali, i tram girano vuoti e se ancora la convinzione non è profonda, verrà nei prossimi giorni, spero. O quando si capirà che l’equilibrio di ciò che si può fare ci riguarda personalmente e che stranamente l’egoismo di star bene coincide con la solidarietà del non contagiare chi amiamo.