Fotografare con le parole, annotare, e il pensiero liquefa, diventa nuvola, piove, bagna, si disperde, resta una leggero pulviscolo, oro nella luce, è polvere che danza. Fotografare con le lenti dell’anima, che non ha di sé prova né misura. Eppure un fremito, la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire, sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto, crivello del prescelto, desiderato e poi perduto. Le storie falsano i momenti, ma il passato crea e non si strappa, è il futuro che si lacera, che nega ciò che gli dà vita. Questo nostro tempo è sensore, somma ciò che è con ciò che non è stato, nel vibrare quantico che oscilla e genera energia. Le probabilità, come in ogni scelta, si coagulano: nell’apparenza della necessità e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle, e trasalire del cuore, che è quando precede l’accadere.
La pena è un vento senza vela né riparo, è polvere degli interstizi del pensiero. Ciò che depone uova di serpe lo fa secondo arbitrio, non usa chiedere e se lo fa è perché dietro ogni angolo s’acquatta una scelta, animale per brevi consolazioni, o risvolto da comprendere appieno. Il dolore ha i segni del silenzio, e chi sente il calore che toglie, ha rispetto, distoglie lo sguardo: è il pudore che vede ed attende che la carta muti il suo segno.
Posare la fatica del giorno nel verde che la notte ha inghiottito, eppure c’è, popolato di vita e di sonno. Guardo il buio in esso c’è la luce ardua che non mostra il pulsare dei cuori e anche le case sono mute. Figure per un attimo popolano finestre, sono il tempo probabile di chi m’assomiglia. Fatiche, passioni e amori si separano, rosari tra dita, tracciano linee, pensieri e sentire, un dolore che non sovrappone, né comunica fine. Regala la notte un grido d’uccello, forse un rapace che celebra le paure nella caccia notturna e volgo lo sguardo al cielo d’inverno cercando nelle stelle il rumore dell’erba.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
La porta a due battenti, le due palme, il viale sassi bianchi di torrente, sono ingresso alla vita che si srotola, corsia di fatti, trama e ordito. Una foto color seppia ritrae la casa, l’ uomo al centro stringe una borsa come l’urgenza che lo chiama ad andar via, ai suoi lati moglie e figli. sorridono stupiti per la fotografia. I pensieri si sono rappresi allora e se anche il loro tempo si sforza non potrà tornare.
La casa del dottore aveva una porta ad arco, due finestre ovali ai lati, un viale di sassi bianchi arrotondati dall’acqua di un torrente, due alte palme si guardavano prima del selciato, tappeto prima della casa, era di trachite grigia a rettangoli spaziosi, aveva accolto giochi e tavoli d’estate, timidezze prima del bussare, occhi bassi e sorrisi al cielo nell’andare.
Al dottore nel 1927 la bicicletta fu rubata, mentre di notte aiutava un parto complicato. Tra luci fioche la vita faticava a uscire, e lui ragionava, cercava soluzioni nell’ arte appresa mai per ciascuno eguale. Infine tutti erano immersi nel sudore la mamma, il bimbo appena nato, il dottore. Del furto parlarono I giornali, ma non dissero ch’era tornato a piedi nella nebbia, tra capezzagne e fossi, nel buio Il cappello grigio era ben calcato. Più della pioggia, i pensieri, la soddisfazione, dai salici il viso carezzato, con la borsa stretta in mano, nella notte vagava tra campagna e case. Cercava il ricordo d’una strada e ancora udiva del nuovo nato il pianto stretto alla camicia di mamma come la sua madida di sorriso e bianco.
Tornava spesso tardi, dalla casa, sul sasso bianco di torrente, si sentiva il passo, nella notte sempre atteso e stanco.
La casa ora resta sola, dopo la tangenziale, isola tra case, e dietro il muro di mattoni, c’è il piccolo viale, tondi sassi di torrente, due palme e un selciato, sulla porta nessun nome, solo la foto color seppia a ricordare che molto era dovuto a chi qui era vissuto.
C’è il momento in cui il molo s’appressa, acqua e scafo assistono, il corpo che s’issa bagnato, e nella luce più dolce della terra il suono risente. Quella terra che lo sorregge, mentre s’alza, ne accompagna la pelle, e lo cosparge di carezze lievi di polvere. La terra racconta, lenisce e sussurra mentre accoglie ogni piccola piega del corpo. È casa senza misura, ospite generosa, che dona calore e fresco alito di brezza. Ora sono distanti e al cuore vicini, gli affetti, è il tenere sé che rende dolce il restare, sospeso il pensiero e sogno l’andare.
Poi si capisce che non si sa molto, e quel poco, ha avuto importanza un tempo, quel che è rimasto consente di continuare perché la notte è appena fuori e chiede senza mai dar risposte.
Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle, e solo quelle, andavano bene. Tutto si sistemava in percorsi senza inutili sospensioni, il silenzio era parte del discorso, serviva a rapprendere le suggestioni, ma era la pulizia delle frasi che rendeva bello il capire.
Come in una recita dove l’attore diviene il personaggio interpretato, si vedeva nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi, che l’armonia era parte di un ragionare acquisito e profondo. Sono cose che conformano il corpo e il viso, rendono gli occhi luminosi, come accade ad ogni bellezza, meritata o meno.
C’era nel raccontare, nella persona, la fusione di quella cultura ordinata dalle letture, dallo studio come mestiere e piacere. Era il buon profumo del sapere che è legno, cuoio, inchiostro, carta. E quel leggero sentore d’aria che viene dalla finestra appena aperta che si posa sugli abiti e rende morbide le lane.
Ed è già tempo e già sole col suo sentire, tostato di luce.
Pensavo in questo piacere che ascoltavo e che anch’io avevo desiderato, ma confusamente, e poi praticato con passioni poco educate e collocate nel disordine. Le mie carenze erano un vissuto mescolarsi di colpe, sudore, piacere, ricordi, fatiche abborracciate nella scarsa soddisfazione di allora. Avevo disseminato il mio tempo senza risparmio, trattenuto con rabbia il poco e perduto altrove il molto ricevuto. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel ragionare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.