corri ragazzo corri

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Luce a fior di pelle,
percorrendo curve assassine,
traiettorie
da perderci la testa.
dove il mercurio è misto a sudore,
e gocciola forte, piano
ancora più piano:
non a caso le unghie
sono state affilate.
Rabbie di seta,
tenerezza che avvolge
il giorno che muore
rinasce,
non fa rumore.

minimi pensieri 5

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Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

minimi pensieri 4

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Questo non dovrebbe essere il luogo in cui si scrivono cose serie o personali, al più campari e patatine. Lo dico con una discreta malinconia perché non c’è nulla in queste piattaforme che trattenga il buono che viene risucchiato in un gorgo che nulla restituisce. Nulla resta. Non la politica, non la poesia, neppure l’analisi della realtà o le sensazioni personali. Le foto si sovrappongono, esattamente come le parole, resta un sentore di buono che riguarda alcuni e un’indifferenza crescente per altri. Le conferme trovano soddisfazione, le verità parziali o le falsità sono piene di follower, alla fine, quando si spegne lo schermo, non resta nessuna immagine negli occhi. Certamente non lo sdegno ma neppure il sorriso, perché di tutto ciò che è passato attraverso gli occhi e la mente al più resta un vago ricordo. È l’apparire che conta, l’immortalità che ha tutto ciò che non è definitivo e illude che si sia raggiunto qualcosa ma è solo lo sguardo che seguiva il volo di una mosca.

minimi pensieri 3

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Di cosa abbiamo paura? Della fine, della morte. Nostra e di chi ci è caro. Spesso questo si trasforma in inquietudine o in ipocondria e condiziona il modo di vedere cose, rapporti, la stessa vita nel suo ordinario svolgersi. Esistono antidoti, il principale è l’amore sia quello fisico che quello mentale, oppure l’autoanalisi, l’ironia portata su se stessi, il senso del relativo. Ciascuno di questi farmaci ha un effetto transitorio, da rinnovare costantemente. Abbiamo bisogno di continue dosi di richiamo che da un lato generino serenità e dall’altro che siano nuove e rassicuranti, frutto del ragionamento. Come mettere in competizione la ragione con l’irrazionale, come porre in secondo fila l’istinto di conservazione che attinge ad ogni indicazione che deriva dalla conoscenza e ancor più dall’ignoranza? Non si può, per questo l’amore e il suo sovvertimento dell’io, diventa la soluzione quando esso appare ed è condiviso.

la piccola torre

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La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

minimi pensieri 2

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Non c’è nulla da espiare, non gli errori compatibili con il vivere, non le colpe presunte che sono state ritagliate da figurine ormai desuete. Di certo non il vissuto e la vita condotta con mano spesso incerta, le scelte alla fine sono venute. Un tempo si pensava il diavolo agli incroci perché comunque scegliere scarta ciò che potrebbe essere buono in cambio dell’agevole oppure del complesso, ma comunque rispondente ad un progetto. Di tutto questo scegliere, lo potessimo raffigurare dall’inizio del vivere, verrebbe un infinito labirinto dove le vie s’intersecano e non di rado si tornerebbe a qualche casella precedente. Dal gioco dell’oca della vita dovremmo imparare che saltare un giro spesso non è una penalità, ma un’occasione per capire come evolvono le cose e che tutta la fretta che viene premiata è così effimera da correre per suo conto, trascinando anche noi dove non vorremmo mai essere giunti. Può consolare che il relativo supera di gran lunga l’assoluto e che ben poche cose possiamo tenere strette. Decidere quali siano, forse è l’unica decisione vera del vivere serenamente e spesso felici.

buon nuovo anno

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Abbiamo bisogno di discontinuità e di cambiamento, e questo riguarda le nostre vite. Per questo ci scambiamo così tanti auguri per il nuovo anno, consumiamo parole ed energia, ci ripetiamo senza fastidio perché il messaggio sottostante è che per noi speriamo che le cose buone continuino mentre quelle che ci intristiscono, finiscano. Ecco la discontinuità in un flusso che è per sua natura continuo. Questo dovrebbe farci pensare che il buono sia altrettanto continuo e che si tratti solo di aumentarlo. Oppure, scavando un poco, è quel bisogno d’amore inesauribile di cui abbiamo bisogno e che non si colma, non s’accontenta. Allora lo si cerca nella continuità che ci rassicura e lo si desidera nel nuovo che in quell’amore, non abbiamo ancora esplorato. Ecco la discontinuità.

Ma per dire tutto questo basta dire di cuore buon nuovo anno.

dopo

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Posted on willyco.blog 27 dicembre 2015

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Le cose s’avvolgono d’ un silenzio immoto e greve,

di luce umida di nebbia,

nel pigro scorrere di ore dei giorni di festa.

Sazi di cibo e di parole, s’ascoltano echi:

ti voglio bene, ci sei,

è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,

di certo sarà buono, o almeno migliore,

forse.

L’ indecisione si fa casa,

nel sonno da tepore e d’aria respirata,

mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale,

così gialle sono le luci e il freddo penetra dove c’è calore..

È passato il tempo che sempre si rincorre,

non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.

Neppure la neve.

Così si rammarica il cuore

forse è l’anima, o il semplice sentire, d’aver perso un treno,

ma da molto non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo i pensieri fuggono via dalle feste,

da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.

Forse per questo, o per altro,

ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,

e stupito ascolta parole che capisce a stento,

immagina, intuisce, guarda,

mentre attorno scavano fossati.

racconti per notti di vigilia: puer natus est

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Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.

Soffia, foglie, scopa, mucchi.

E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le risparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.

Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.

Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è  un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade.  E così mi difendo. Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.

S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.

Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.

Aveva sorriso, davanti allo specchio. Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio. E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla.  E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.

Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, leggeri, senza muoversi volano, e allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.

Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.

Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora.

Il nostro insonne capisce che è inutile rovistare ricordi, il pensiero torna su ciò che manca, ed è sempre il giusto amore. Un eufemismo per definire l’innamoramento come condizione perenne e la solitudine che circonda l’assenza di sentirsi amati sino a traboccare e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare nessuno, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare per far qualcosa e ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desiderio di caldo e freddo. Punta verso un bar. Dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio. 

Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est. Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Soprattutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche i pensieri dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.

E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?

A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

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Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.