In questi giorni che dovrebbero essere di riflessione sul dolore degli uomini, sul male del mondo che subisce violenza, il pensiero della necessità della pace è più forte. Non so cosa accadrà in Iran nelle prossime ore, nessuno di noi lo sa, ma con maggiore chiarezza emerge la furia sanguinaria e atroce del potere, della forza, della distruzione. Chi pensa che l’uomo sia sacro, come ogni bene comune non sarà mai complice di tutto questo, ma ne subirà, già ne sopporta, le conseguenze. Partecipiamo a ogni manifestazione per la pace, manifestiamo il nostro totale dissenso verso ogni connivenza con l’orrore. Non in nostro nome, non in nome dell’uomo, si distruggono civiltà, si uccidono civili, donne, bambini. Nulla di tutto questo ci appartiene e anche nell’angoscia di essere nelle mani di pazzie di onnipotenza manteniamo la nostra determinazione a difendere chi è debole, chi non ha diritti, chi vuole vivere. Tra bene e male, tra giusto e ingiusto facciamo ciò che possiamo per un mondo diverso e di pace. Mai assieme a chi giustifica la morte, a chi la considera una necessità per il potere e il profitto. Mai.
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La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ la lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. È facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo di rumore e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.
Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di temperare la condizione dell’agnostico col desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che l’altro è anche il suo dolore, che capirlo modifica le vite, e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.
Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi, ed è una decisione personale, dire se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.
La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.
Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di Pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’esplodere della vita nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.
Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in questo simbolismo, anche senza credere in un soprannaturale; cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.
Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per emergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e navigare nella propria insicurezza, questa è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.
L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.
altrove, il vento
In evidenza
Anime che cadono in vortici a spirale,
sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite,
immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.
Insinua orrende storie.
ride dell’amore e dei sogni,
che ancora raccontano trame intessute d’aghi di pino,
altro vento graffia intonaci
e rompe le illusioni
perifrasi di vuoto.
Dopo ha aperto una porta,
sbattuto una finestra,
ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.
Qui la notte è tiepida di pace,
nel vicolo una bottiglia di plastica corre ,
giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri,
è solo vento che pulisce l’aria,
rimette ordine,
sparpaglia carte
mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno..
È la primavera che musica le case,
porta pezzi di note,
si lascia derubare dagli sguardi,
nello svolazzare di gonne e di cappotti.
Dentro al bar, guardo oltre la vetrina.
Aspetto,
mi parlano, e sento le parole che vanno
via nel vento,
senza traccia, né memoria.
Resta il pensiero d’un altrove
fatto d’eguali
dove le speranze vengono spente
come in una maledizione
che rovescia e schiaccia
nella polvere, le candele accese.
I natali passati

Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.
dove ero e dove sono
Dov’ero il primo settembre 2004? E nei due giorni successivi che facevo? Dove sono oggi, cosa faccio da anni sentendo l’orrore di Gaza? Ho risposte a entrambe le domande e una vergogna: allora ascoltavo le notizie con il distacco che provoca, anche in chi è attento, il sovrapporsi della cronaca nera al vivere comune. Non per espungere ciò che potrebbe toccare il nostro idilliaco mondo, ma l’eccessiva presenza di disgrazie ci fa abituare alla violenza che non riguarda il mondo vicino, ci si assuefa e si delimita il mondo tra un dentro e un fuori, come se la violenza fosse il rumore di fondo del mondo, il suo cigolio del ruotare, ma riguardasse altri.
In Russia la scuola inizia il primo settembre. In Ossezia, repubblica autonoma della federazione Russa, il primo giorno dell’anno scolastico, era una festa. I bambini più grandi, quelli che finivano il ciclo, accompagnavano i piccoli nelle classi e questi davano un fiore a quelli che avrebbero fatto un’altra scuola. Era un accogliere e un lasciare che aveva un grande significato simbolico di trasmissione del crescere tra età. La festa a Beslan, nell’istituto n.1, era stata preparata con cura, come in ogni altra scuola. Bambini, mamme, insegnanti, nonne, papà, bidelli, più di mille persone. E i bambini avevano il profumo della scuola, del nuovo che iniziava. Mentre ciò accadeva, da un posto imprecisato, si stavano avvicinando su auto e camion, 32 persone, tra essi, due donne. Erano armati, avevano grandi quantità di esplosivo. I ceceni non amano gli ossezi, questioni antiche, ma non c’era un odio quale quello che i primi avevano per i russi. Chissà perché scelsero una scuola osseta, non russa. I primi spari sembravano palloncini che scoppiano, nessuno capiva cosa accadeva, poi i primi morti, una ventina. Tra essi molti bambini. Il resto della cronaca, compreso l’eccidio finale, potete leggerlo sulle molte fonti in rete, che mettono in luce, anche le contraddizioni e i misteri di quella strage. Alla fine i bambini uccisi furono 186 e 148 gli adulti ostaggi, poi altri morti furono tra i terroristi, le forze speciali, i soccorritori.
Furono tre giorni e due notti: noi dove eravamo, cosa facevamo finché tutto accadeva? Non sarebbe cambiato nulla nell’esito, ma se avessimo davvero partecipato saremmo cambiati noi. Ed ora cosa resta di tutto quell’orrore?
Oggi pensavo alla mia scuola, anche allora c’erano feste d’inizio, oggi forse non ci sono più. E allora ho desiderato che in tutto il mondo si ricordassero i bambini di Beslan, che se ne parlasse nelle classi, senza paura, senza sfumare l’orrore, che si richiamasse l’attenzione su Gaza, su quanto accade. E vorrei che qualcuno si assumesse il compito di mostrare che tutto quello che accade è vicino e che tutto ci riguarda. Non dobbiamo cancellare ciò che accade, per non essere soverchiati dal male e combatterlo. Eradicare il male perpetrato, anche oggi, insieme ai pali di confine per l’umanità. Non c’è un dentro il recinto e un fuori di esso. Bisogna capire che non ci dev’essere neppure il recinto e che esso ci limita, non ci difende. E che il cuore dell’uomo non muta se non viene educato a capire.
Questo sarebbe un maestro che accompagna all’apprendere il mondo. E questa sarebbe la festa della scuola e il suo significato. E oggi penso ai ragazzi di Gaza che studiano tra le macerie, perché apprendere è speranza di vita, è un restare in una realtà buona e chi la toglie fa prevalere il male. Chiunque sia, comunque pensi di averne motivo è il male che uccide i bimbi, gli innocenti, il mondo.
acque stanche d’uccelli
Nel pomeriggio la luce s’è accasciata tra I covoni,
stoppie dorate e uccelli in cerca di cibo,
la mente compita parole,
versi d’acqua salmastra,
di canale tra campi,
per loro conto escono parole,
suoni che bevono senso
profondo come una ferita
e povero d’ogni nome.
Le case sono contenitori, esitano, stanno a guardare
il caldo di canna accumulato sulla riva,
tra fango e radici.
Mentre gioca il caldo col sonno
la mente dondola e non assopisce,
esce su realtà parallele,
inoffensive e taciute
silenzio fatto scivolare in correnti che accarezzano,
in libertà senza luogo.
Fuori il vuoto si riempie di calura
e come nel deserto
è l’aria che forma corpi e volumi,
traccia immagini che l’impreciso risucchia.
Vortici di stanchezza inerte,
colore dell’ocra,
fine polvere di lettere sgranate,
sono quelli i pesi che tolgono e danno,
in un mescolarsi di vista e allucinazione.
Ma non è forse ciò che non è, il desiderio,
non è l’ombra di un ritardo che sente il peso delle ore,
vede il sangue e le vite,
i destini spezzati,
e vive in un angolo dove il primo sentire
è polvere, grano nei carri, acque stanche d’uccelli e violenta calura
bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce
Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse un’ inclusione, un’apertura, oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché si sono impiegati 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa distinzione, che comunque conteneva una superiorità, che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Ma si può credere anche solo nell’uomo che salva se stesso e gli altri? Penso sia indispensabile che sia così, per responsabilità, per restare umani. Per cambiare in positivo il mondo.
La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo, e che invece punta a Dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà.
Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni e analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa, perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.
In fondo so ben poco e bisognerebbe parlare solo di ciò che si riconosce in sé che ci assomiglia.
vivere senza pretese


Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,
e finestre chiuse per l’acqua di stravento.
Nei minuscoli giardini s’agitano palme
con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.
Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,
ma non del tutto, restano pertugi
e occhi del tempo altrui curiosi.
In cielo nuvole tozze e grigie,
e raggi di luce che radono i profili.
Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,
mescolano le piume infreddoliti,
la mamma li copre,
prima l’uno poi l’altro, assieme
e guardo loro
e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,
come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.
Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,
così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume,
come porta che resiste al tocco,
e si chiude nel bene che l’attornia.
Si pensa il proprio stare,
terra fertile, nutrice di ricordi
e fiori di campo senza necessità d’un nome,
ma la sera cala come lacrima,
per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.
Storia potente è il vivere e la vita.
Redipuglia 3 novembre

Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove erano finiti. Morti come gli altri. I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta. Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare sui reticolati, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.
Mia nonna ricordava il primo cimitero, la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione e l’odore di morte che riportavano alla necessità di seppellire subito, che non pensavano alla pietà o al sentimento di chi avrebbe cercato un nome caro.
Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva, si riposava in attesa della roulette russa degli assalti. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti. Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.
Quattrocentomila sino al ’17, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.
Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Sacrario, luogo inviolabile che lo conteneva. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era più alto dell’uomo. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. Sacro. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti, mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,
Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo soprastante, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.
Ecco, era un lenzuolo di pietra.
inermi
Ci si svegliava presto al mattino a Hiroshima, gli artigiani, gli scolari, gli operai e gli impiegati facevano colazione e uscivano per raggiungere i luoghi di studio e di lavoro. La bomba fu sganciata alle 8.14 e 45 secondi, impiegò 43 secondi a raggiungere l’altezza di 580 metri dal suolo ed esplose. Come programmato. Il B 29 “Enola Gay” compì una virata di 159° in caduta per 500 metri per prendere velocità e allontanarsi dagli effetti devastanti dello scoppio, previsti e noti. La missione era compiuta e ciò che accadeva poi non riguardava i militari d’equipaggio. I tre aerei tornarono alla base.
Tra 70.000 e 80.000 persone morirono subito, poi si “stima” una cifra totale di 220.000 nelle ore e nei giorni seguenti. Stimare fu difficile perché bruciò tutto, anagrafe compresa e non si conosceva il numero di sfollati e visitatori in una città giudicata relativamente sicura. La stima fu basata sul numero delle magre razioni alimentari necessarie giornaliere.
Numeri, cose che acquistano significato quando enumerano qualcosa e queste erano persone prima vive. Gli animali, i viventi non animali, le cose furono racchiusi nelle parole : distruzione totale.
Fino alle 8.16 e 28 secondi quali erano i pensieri delle persone di Hiroshima.
Quali erano stati i loro sentimenti, attese, dolori e speranze nei giorni precedenti la distruzione assoluta del 6 agosto 1945. Certamente c’era l’attesa della fine della guerra, la normalità delle vite e dei lavori di ciascuno, la scuola, i sentimenti consolidati e quelli che sbocciavano. Tutto cancellato, tolto da ogni possibilità di esistere.
Ho ripensato alle biografie di Fermi, di Oppenheimer e alle tante vite di geniali fisici, matematici, chimici, tecnologi, che si affollarono attorno al progetto Manhattan, per costruire non una ma due bombe. Diverse ed entrambe inumane per la devastazione che avrebbero creato. Ho capito che per molti era una sfida scientifica, un ardimento nello scoprire privo di giudizio etico nonostante gli avvertimenti di Leo Szilard già dal 1938. Sapevano, non il luogo, non il giorno ma conoscevano la potenza letale che avevano inventato. Discussero tra loro, ma non fu una cosa seria perché non decidevano, fu prospettata al Presidente Truman l’opportunità della sola vista dell’effetto dell’arma in un’isola disabitata per indurre alla resa immediata il Giappone. Ipotesi scartata sia dai militari che dalla politica. La strategia di colpire i civili per fiaccare la resistenza del nemico, del resto, era già stata usata in Europa, pianificata con decisione dei comandi politici e militari. Avevano iniziato i tedeschi sull’Inghilterra a Coventry e altrove, gli alleati non avevano fatto da meno in tutta la Germania e non solo, con la nefandezza di Dresda, città senza alcun interesse militare. E ci fu una decisione strategica presa in tal senso, collegialmente per la Germania e i suoi alleati, durante un incontro dei capi di governo in Canada. Fu un ulteriore salto di disumanità con un esito che era più che prevedibile.
Su questo dovremmo riflettere, perché i dissensi tra paesi democratici furono davvero pochi, anche se ci furono, e nel caso del Giappone, la seconda bomba atomica fu un sostanziale esperimento sull’uomo. Il 6 agosto dovrebbe essere consacrato alla riflessione sulla normalità delle vite e sul loro diritto di esistere oltre le decisioni dei loro governanti. Se alla parola civili sostituiamo inermi si dovrebbe capire che ciò che accadde a Hiroshima non fu normale attività bellica, come non lo è a Gaza e non lo è stato in molti altri luoghi dal 1945 ad oggi, uccidere civili inermi è diventato al più un effetto secondario. Questo spinge le menti su quella relatività del giusto che fa compiere efferatezze immani. E non bisogna dimenticare mai che ogni pensiero terribile ha avuto attuazione dopo essere stato formulato.