la ripresa dei lavori

Le cose furono lasciate a mezzo. Per mesi. Non c’era stata un’interruzione programmata, semplicemente i lavori furono fermati perché gli operai servivano altrove. Un badile rimase piantato nel mucchio di sabbia finché la pioggia e il vento lo permisero, poi s’adagiò piano, come per riposare e rimase fuori una mezzaluna di metallo, dapprima lucente e poi arrugginita. C’erano buche poco profonde che si riempirono d’acqua. In una, più grande, un bambino o un adulto, che andava in vacanza, gettò un pesce rosso, che cominciò a guizzare tra le erbe e mangiare i piccoli insetti che si posavano incauti. Nella baracca degli operai fu forzata una finestra e qualche attrezzo trovò nuova vita altrove. Anche i rotoli di rete metallica, prima di arrugginire, presero altre destinazioni. Restavano i mucchi di sassi, di porfido in pezzi, per la pavimentazione a incerto, lo spezzato di cava per sottofondi, i sassi e le scaglie bianche e colorate che resistevano e pazienti proseguivano l’attesa. Poi, in una mattina d’improvvisa vacanza dalla scuola causa disinfezione per invasione di pidocchi, i mucchi furono scoperti dai gruppi di ragazzetti che tornavano a casa anzitempo e visto che il pranzo era distante, pensarono che un bel tiro a segno poteva ingannare l’attesa. Presero di mira tutto quello che si poteva colpire e infine, con i sassi più piccoli, fu ingaggiata una battaglia che non ebbe né vincitori né vinti ma solo visi soddisfatti e gambe, braccia e ginocchia oltremodo sporche. Ma era argilla e terra, così le madri si lamentarono il giusto senza ricorrere a mezzi più pesanti delle parole. Intanto il cantiere si era spianato e uno strato sottile di sassi piccoli e tondi era ovunque.

Passarono altri mesi, s’ approssimava la data delle elezioni, l’assessore fece una reprimenda al tecnico comunale che si sfogò con l’impresa. Quest’ultima, a fronte delle minacce di multe per i giorni di ritardo nella conclusione dei lavori, riprese con tutti gli operai disponibili. Arrivarono betoniere che stesero un primo manto su parte del piazzale, fu posata parte della pavimentazione, create aiuole, piantati alberi e siepi, messe due panchine e imbullonate al cemento. Non c’era tempo per finire e quindi si procedette all’inaugurazione parziale della piazza con discorsi e grandi disegni esposti che ne mostravano il compimento. Suonò la banda, ci furono le classi quinte delle vicine elementari presenti, e non pochi degli alunni riconobbero e ricordarono, sorridendo felici, la battaglia e la giornata del pidocchio. Alla fine dei discorsi ci fu anche un piccolo rinfresco che le autorità assaggiarono appena, travolti dall’entusiasmo dei ragazzini. Pizzette, sfoglie salate, aranciate e biscotti finirono in tempi troppo brevi per lasciare quell’impressione di satolla felicità nei visi che accompagna ogni inaugurazione ben vissuta. Forse i ragazzini ne ne parlarono a casa della taccagneria dell’amministrazione, forse per questo il sindaco perse le elezioni, ma certamente era solo una goccia in un vaso già colmo.

Così il cantiere si fermò nuovamente, i successori volevano lasciare la loro impronta e diedero a nuovi progettisti l’incarico di ridisegnare la piazza. Sulle due panchine si fermavano anziani e innamorati, le siepi fiorirono, gli alberi messi a dimora nelle aiuole misero foglie con molta buona volontà.Quasi tutto funzionò nel verde, eccettuati un paio d’alberi che non gradirono l’ambiente e la compagnia e si seccarono con l’estate. Il pesce rosso si era salvato assieme alla sua buca, era su un lato e doveva accogliere il pozzettone per le acque bianche. Per mesi i ragazzini si erano esercitati a pescarlo senza successo, finché un operaio venuto a recintare i lavori, lo vide, lo prese con il vaglio della sabbia e lo portò a casa a suo figlio, ma sopratutto alla pozza che aveva in giardino perché è noto che i pesci mangiano le larve di zanzara e una fastidiosa specie era comparsa a infastidire le serate all’aria aperta. Dopo mesi di discussioni in consiglio comunale, una sera fu approvato il nuovo progetto con l’opposizione (che prima era maggioranza) che abbandonò l’aula alle parole del sindaco: avevate fatto una banale piazza, sorgerà un luogo di cui i cittadini saranno fieri. Ripresero i lavori. E se passate da quelle parti li vedrete ancora in corso.

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

mantra della bellezza

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Nel mattino lasciaci vedere il tempo che rallenta,
del suo procedere non darci peso.
Solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza e sorridi ai nostri occhi
regalandoci la luce che ci vede.

Della nostra bellezza insegnaci la cura,
il nutrimento che la fa felice,
la serenità della paziente attesa
nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti

Raccontaci il vedere dentro e fuori di noi,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
ma trova il filo che cuce assieme il tempo.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo lo sguardo del cavallo
ha scomposto in piccoli inoffensivi frammenti la realtà:
ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
che prima s’ era occultato.

Aiutaci a capire dov’è la serenità
e a ciò che ci duole,
riserva il fastidio che scaccia la molestia.
Fa che finalmente sappiamo se conta più l’amare o l’essere amati.
E alla bellezza che ci chiede dell’amore che coltiviamo,
mostra l’innocenza del nostro cuore.

scritture

Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.

Tra le tante solitudini ve n’è una che non si supera ed è la sensazione di non essere ascoltati. Parlare, scrivere, dipingere, far uscire ciò che urge dentro, è comunque un bisogno ma se esso non riceve attenzione sembra perdersi in noi, tornare indietro. Questa è la solitudine afona che si genera e che è un grido nella notte, un incubo in cui al richiamo nessuno risponde. Ed è una paura che accompagna chiunque metta a disposizione un poco di sé, lo liberi dalla prigione del tenere tutto dentro.
Cosa c’entrasse questo con lo scrivere o con altre forme di comunicazione non lo capivo bene. Di alcuni particolari della casa, dei suoni che avvertivo tra veglia e sonno e venivano dalla strada capivo che facevano parte di un racconto ritmato sulle dita mentre i pensieri vagavano. E la sentivo la mano che scandiva il ricordo di un vissuto che si era poi trasfuso in altro:una tenerezza infinita verso di me e il desiderio di abbracciare chi non c’era. Un’emozione che si ripeteva e che aveva tanti testimoni silenti dentro a farmi compagnia.
Così si torna a quando i calzoni erano corti e le ginocchia sbucciate e alle meraviglia d’allora. Al cinese che aveva una valigia di fibra e vendeva cravatte vicino alla biglietteria nella grande piazza, nella confusione delle persone stanche che attendevano di prendere una corriera che le avrebbe portati a casa. C’era un addensarsi continuo di questi uomini e donne di tutte le età che avevano sguardi imbambolati dalla fatica e diventavano mucchio per poi sparire dentro una corriera che arrivava davanti a loro. In disparte si mettevano assieme le ragazze, che a gruppetti, parlavano e ridevano spesso. Qualcuna ascoltava e basta ma assentiva col capo e le piaceva la compagnia. Erano operaie, sarte, le commesse arrivavano dopo ed erano più attente al vestire, con il rossetto e quei profumi che venivano per poco ma lasciavano una presenza e si facevano notare. Tutte, prima o poi, parlavano di ciò che avrebbero fatto la domenica, di vestiti visti, di feste che erano in attesa d’ezsere organizzate. E si invitavano, si chiudevano a crocchio, arrossivano, dandosi di gomito ai complimenti dei ragazzi che poi si sarebbero seduti al loro fianco in corriera e non pensavano alla cena. Erano ragazze che come le altre persone venivano dai paesi attorno. Abitavano in case diverse da quelle di città. C’era un accenno di parsimonia nel vestire, un bisogno che si traduceva nella realtà dei maglioni fatti in casa, nei cappotti e nei vestiti costruiti da sarte volenterose. L’idea di un ritorno ai profumi forti delle cene, alle cucine scure con luci fioche per risparmiare, le rendeva magre, anche perché non c’era mai troppo da dividere con gli uomini che facevano lavori sempre pesanti ed erano di bocca buona. Nessuna di loro aveva idea di cosa accadesse vicino a loro, nel Paese e tantomeno nel mondo, aspetravano che la vita mantenesse le promesse. Se arrivavano prima e non di corsa per non perdere la corriera, si avvicinavano al cinese quando dovevano fare un regalo al moroso. E allora lo vedevano, si accorgevano con sorpresa che era piccolo, giallo e vestito di tutto punto, elegante e sempre allo stesso modo. Tutto in piccolo fuorché il nodo della cravatta, grosso, spesso sgargiante, all’americana, oppure con righine sottili, all’inglese. Come non ci fosse un modo italiano di mettere insieme i disegni di quella striscia colorata. Si accorgevano che la cravatta era un po’ rialzata dal fermacravatte e spariva in un panciotto della stessa stoffa del vestito, che sostituiva le erre con la elle e che sembrava sorridesse sempre. E che la valigia era grandissima per lui e che poggiava su una di quelle seggioline di legno con la tela a righe che si usano al mare e dentro la valigia c’era un tripudio di colori arrotolati che aumentavano a dismisura le possibilità di scelta. Quasi nessuno comprava e verso le otto e mezza, con l’ultima infornata di commesse inghiottita dalle corriere, la piazza si svuotava. Noi ancora finivamo i giochi d’estate, a lato della piazza c’era il sagrato della chiesa, così mentre tornavo verso casa a volte lo vedevo rimettere in ordine le cravatte, le spille sciorinate e fatte brillare come fossero oggetti di gioielleria e mi fermavo per vedere come avrebbe chiuso quell’enorme valigia. Il cinese, disponeva senza fretta, guardava il risultato e poi abbassava il coperchio, faceva scattare le serrature e come per magia, compariva un piano con ruote. Vi metteva sopra la valigia, la fissava con lo spago e ripiegato il seggiolino, lo infilava sottobraccio. Così si avviava per la salita verso il canale e spariva.
Domani, il cinese, ci sarebbe stato di nuovo, era una certezza, come le corriere e le ragazze.

assenze/presenze

Quello che manca si mostra all’improvviso. Per segni e mai intero. È una sedia vuota, un appuntamento che sfuma, ciò che ci doveva essere e c’era, ma ora non c’è. È importante ciò che è assente, a volte non se ne ricorda l’intera presenza, ma basta un pezzo, una sensazione e si capisce che qualcosa è perduto, già mutato, evoluto.

Davvero tutto corre in avanti, anche ciò che manca. E anche all’indietro: questo è più difficile sentirlo.

Però si mescola tutto finché emerge che l’assenza è un pezzo della nostra solitudine, dell’amor nostro che deve mutare. Che dobbiamo mutare perché l’assenza diventi presenza. Per esserci ancora, mostrandosi nella verità che nulla nasconde.

Si passa la vita a non capire nulla di ciò che serve perché non ci serve in quel momento, ma solo quando ne sentiremo la mancanza. Poi uno spintone, con poca grazia, ci indica una lista: quello che doveva essere e non è stato, quello che ora siamo, vedendoci davvero. Resta uno spazio bianco da riempire: ciò che saremo. A noi la scelta di quanti vuoti lasciare in futuro e di cosa rivedere degli antichi vuoti che hanno ora un nuovo significato.

Basta una sedia che attende, un oggetto fuori posto, un colpo di tosse prima di mettere la chiave nella serratura e c’è un albero che ha perso le foglie. C’erano, ci sono a loro modo, chiedono attenzione.

Infiniti segni ho catalogati nel cuore,

attesi, sognati,

tornati per chiedere e mai ripartiti,

ma nessuno è una colpa,

nessuno ha voluto altro che attenzione.

Era ciò che poteva essere dato,

forse di più o diverso,

ma non c’era l’assenza a creare misura

e forse ciò che mi parve allora non fu sufficiente.

Ma ora, solo ora.

Mi resta il futuro e la memoria

e non è poco. 

il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita  quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. MI auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita che scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere. 

la stessa musica

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Penso che dovrei cambiare musica. È sempre la stessa ma mai eguale e non mi stanco. O forse sono più pigro della stanchezza. Immagino gli amici di Cioran che salivano la sua scala e già erano felici di quello che stava per accadere. Del cibo e del buon bere, del parlare quieto, profondo e largo. Dell’uscire a tarda notte e ancora aver voglia di udire parole su cui mettere le proprie. Sento che ci stiamo stringendo in discorsi che hanno pudore della propria voce: l’intelligenza è una cosa allegra. Mette assieme le menti, fa compiere al tempo una capriola che neppure conosceva perché lo manda avanti e indietro e lo mescola, lo contorce e poi lo ripresenta unitario e fluido come quei dolciumi colorati che un tempo si trovavano nelle fiere e lasciavano la bocca buona. La grande dissipazione di intelligenza di questi anni ha fatto alzare la voce, ma non ha portato nessuna ragione. Si sono strangolate tra le dita le idee che infastidivano il potere e i gruppetti si sono sciolti. Era bello il contrasto su qualcosa che a priori non si conosceva e così i fili venivano annodati, i versi estratti dalla memoria, le citazioni, contrastate. Ieri ho letto una frase che mi sembrava bella, ma era priva di contesto. Non sapevo cosa c’era dopo e sembrava finire, mentre il pensiero non finisce. Così era un precetto, un comandamento. Ecco a che si riducono le aporie, non strade da percorrere gioiosamente in cerca d’una uscita ma norme di vita espunte da qualche citazione di vite antiche. Vite non banali scritture, magari contabili. Sono banali le scritture contabili? No, anzi rappresentano presente e passato ma hanno in sé il fallimento perché misurano l’uomo. Le dinastie degli affari sussistono, per un poco o un molto resistono, poi falliscono. Il pensiero e chi lo genera non fallisce mai, neppure quando viene superato, contraddetto, maledetto perché sempre qualcosa si occuperà di lui e quando scompare, riemerge altrove. Ma il miracolo si compie solo quando ci sono scale da salire, una cena da dividere, osservazioni nuove che spalancano la realtà, le danno ampiezza e infinito orizzonte. da questo nasce l’impressione duratura d’essere stati bene in qualcosa che si ripeterà. Diversamente, ma si ripeterà. Ecco ciò che manca. Il che vorrebbe anche dire che manca un significato alle parole e quindi alle loro conseguenze, cosicché tutto si sbriciola in notizie. Continue. E l’una elide l’altra, sempre, di seguito, ogni giorno e ogni notte. Non resta nulla. Di tutto questo dire, delle parole scolpite nella rete, non resta che un indistinto rumore di fondo che mischia foto di gatti e disastri, dolori e foto di persone che nessuno conoscerà mai. Non resta nulla, meno di un simbolo, meno di un graffito, solo la pena e la solitudine che tutto questo esprime: Una voce che non vorrebbe essere flebile e comunque ascoltata. Mentre le scale che salivo per altre sere piene di attesa e di luce, non mi lasciavano mai solo quando tornavo, non avevo macerie dietro di me, ma parole e passioni su cui riflettere, conclusioni parziali da trarre, provare e poi ricominciare. E questa che ascolto non è la stessa musica perché apre a tutta la musica che ancora non ho sentito, le parole che hanno cambiato significato in un contesto che lo ha illuminato. Non è mai lo stesso, ma mi manca la scala o la saletta di un bar o la voglia di essere nello spirito dei tempi. Quelli larghi che accolgono lo sguardo di chi li vede e si offrono senza addurre complessità fittizie, amori impossibili, macerie spacciate per relazioni. Il nodo della musica ora diventa pensiero, desiderio, ricordo, voglia incontenibile di andare.

ora tocca ai vecchi

Diciamo la verità: questi vecchi non sono mai piaciuti. E non di rado anche dentro la cerchia familiare. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno la testa nell’altro secolo, capiscono quello che vogliono e sopratutto non mollano il potere. Siamo obbiettivi, a chi gliene importa qualcosa della saggezza, del sapere accumulato in studi e intuizioni, in una società dove vale il singolo. Per l’io, che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso.

L’eugenetica surrettizia si esercita in tanti modi, ma sono sempre gli stessi: una parte più forte fa i propri comodi e si dimentica degli altri. Certo ci sono vecchi e vecchi, provate a toccare i “capitani coraggiosi”, quelli che svernano il covid all’estero o in Italia in ville blindate. Questi sono preziosi per ricchezza propria e quindi (che strana cosa) per la nazione. Anche se fossero come Paul Getty, che conservava le proprie urine e le catalogava, non ci sarebbe mai nulla che davvero li definisca bizzarri, sono i vecchi delle rsa che da 4 mesi non vedono un parente che lo sono e non dovrebbero sentirsi abbandonati in questa tempesta di cui neppure portano responsabilità.

Che ne farete di questo Paese senza vecchi? Chi si occuperà dei vostri sentimenti visto che ormai la società ne è priva. Come cresceranno i vostri figli già orfani del vostro tempo, senza un sapere che non ricordate più, senza una parola di dialetto. Sarete migliori o peggiori?

Sarete e basta e neppure vi basterà perché le ultime lotte per avere un paese decente le facevano i vecchi, quelli che ancora hanno la capacità di indignarsi di fronte all’ingiusto, quelli che hanno pietà e cercano di vedere un futuro migliore. Quella capacità che voi non avete più.

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

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