A sera il pensiero acuisce,
libera ricordi,
all’impossibile dire
aggiunge imperfette parole,
poi il silenzio distilla le malinconie.
Penso a Te, insieme a chi amavi,
o da sola,
com’è stato per molto tempo.
Mi bastava saperti in buona salute,
cosa facevi di giorno, di notte
il tuo render nuove le abitudini,
i dialoghi strani e gli incontri fortuiti.
E mi sentivo sicuro nel mondo,
perduto nelle mie corse,
in quel perenne rincorrere la realtà
che lasciava spossati.
Mi chiedevo, negli anni più tardi,
a cosa pensavi,
la tua socievolezza aveva molte ore in cui eri con te,
e la televisione l’accendevi la sera.
Però s’invecchia se si lascia che il tempo ci metta in disparte,
a te non accadeva
e quando venivo a trovarti
mi accudivi come se la vita non fosse per entrambi passata.
Hai guidato con amore le vite,
anche quando eri sola,
tenevi la tua libertà,
difficile e piena,
restando un porto dove trovare rifugio.
Alle nostre distrazioni,
offrivi l’illimitata fiducia dell’amore,
ma cosa pensavi mentre gli anni passavano,
e piano, sfumava il lavoro.
Sfogliavi album e foto nella tua casa,
scorrevano anni e ricordi,
ma era adesso il tuo tempo,
tenevi fede al bisogno di pulizia,
cucinavi, mai per te sola,
e mentre arrivava la sera,
nasceva il bisogno d’una chiamata, per solo sentirci le voci.
Adesso mi manchi ogni giorno,
e sento che di noi tutti sono rimasto l’ultima traccia,
ma il filo di amore che ci avvolgeva le vite,
non s’è mai disciolto,
e ora trasforma la malinconia
nella gioia d’essere amato
e mi pare d’averti ancora vicina.
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poi lo celebrano il maggio
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.
Poi qualcuno decise.
Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Questa era già la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
19 marzo
Scrivono cose bellissime sui padri,
meno dei loro dubbi sull’essere adeguati,
e non si parla dei timori
per le vite da far crescere.
La serenità è una richiesta
che riporta il sorriso e il sonno,
si protende come una mano,
che non ha ora o limite,
basta un richiamo
e i padri la devono trovare
nel sentire che contiene amore.
e senza sapere s’impara a vivere
come si è già vissuto
ma con la libertà che innova.
Di te Papà, ho l’amore testardo che viola il tempo,
la carezza fresca e preoccupata nelle poche malattie di bimbo,
il sorriso timido quando tornavi a sera, mai stanco d’ascoltarmi.
In primavera, di domenica mattina
stavo tra le tue braccia sulla bicicletta,
mi mostravi dove anche tu eri stato bimbo,
e mi guardavi mangiare I dolci che non avevi avuto.
Esserti accanto è stato immensamente bello,
e non è mai bastato,
nell’inventario degli amori necessari
mai te ne sei andato.
Dopo venivi nei sogni,
ero grande e anch’io padre,
mi svegliavo, gli occhi colmi di pianto,
per l’amore mai interrotto,
che chiedeva al bene
di esser ancora detto.
Di te caro Papà ho molto,
ho suoni di tosse e la voce gentile,
la sigaretta scambiata quando credevo d’essere adulto,
discussioni politiche lunghe e tenaci,
il poco lavoro fatto assieme.
La vita e l’amore
era nei silenzi pieni di parole,
e in quella lettera dell’ultima estate
di te mai lontano a noi vicini.
L’amore si mescola,
ma trattiene i colori,
e il tuo è limpido
come i tuoi occhi chiari,
riluce mentre dentro mi stringi
nell’abbraccio,
e ci sei,
ci siamo, assieme, tutti.
Sono rimasto a custodire un amore che non muore,
e s’assomma
con quello da te ricevuto,
ma non mi sento solo
e se trasmetto dubbi e sicurezze,
aggiungo amore
all’amore che mi hai dato,
prezioso e accogliente,
nell’abbraccio che ancora mi protegge.
avete lasciato la vostra traccia in noi

Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo.
Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva in esse ma non restava traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme.
Neppure una certezza, solo la speranza che la morte fosse stata immediata. Che non avesse pensato e sofferto troppo.
Nella concitazione della battaglia e nel silenzio che la seguiva, di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia così restò il nome. Morto definitivo.
Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che lo sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati. Si difendeva nascondendo I semi nella polvere e nel sangue, mostrandosi petraia bianca, aspra. Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde.
Di Te non restava nulla oltre al nome, con quello ti hanno sepolto.
Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, quelli che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma loro vi volevano, vi vogliono? Gliel’avete mai chiesto?
Immagino che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline tra voi soldati. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme. E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati.
Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio, con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro.
Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto senza di Te ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque.
Tutti avete lasciato traccia in noi.
Voi tutti.
Siete.
15 ottobre
Eri tu e l’amore,
nei sogni di una ragazza,
che già custodiva I sentimenti
per traversare giovane, gli anni.
Come allora mi commuove il ricordo delle tue lacrime discrete,
e rischiara il tempo la certezza dei tuoi giorni d’allegria.
Si ricorda e si piange a sera
che non è il cader del giorno,
ma il cuore che rammenta ciò che tace.
Quanto hai atteso.
il ritorno di chi amavi,
e la certezza non bastava
per distendere il tuo volto.
Ci sarebbe stato tempo
per la quiete e l’abitudine,
il ricorrere delle feste
annullava la fatica.
La cura messa nel lavoro
era la stessa dell’amore dato,
a noi, nella presenza e nell’attesa.
Non guardavi lo scorrere e il mutare
e gli anni non erano peso,
ogni giorno era un inventare
fedele a te
curiosa del divenire e di chi amavi.
La tua vita non si ripeteva uguale,
eppure ero sempre bimbo nel tuo abbraccio,
accolto ad ogni strana ora e accudito.
Si impara ad amare, amati,
e l’amore tutti univa.
D’estate c’era per noi tutti sabbia e acqua
ed era festa in quel mare ricucito al gioco,
scoprivo il piacere,
immerso nel profumare di salso ed erbe,
che è aria che si posa
sulla pelle e l’ama.
Il preannuncio di calma della cena,
nel momento che durava,
tutti assieme,
uniti e queruli d’allegra vicinanza e amore,
così i giorni della festa si protendevano nell’anno,
e ogni dolcezza era una attesa confermata.
Abitavamo sempre in alto,
avevi bisogno d’aria e cielo,
non pesavano le scale.
Nelle vecchie case si ripetevano
muri segnati da chissà quali mani
e gradini di pietra tenera scavata.
Innumeri passi,
innumere presenze andate
che si rintanavano nei sogni,
volevi muri bianchi di calcina
e arabeschi rossi e cilestrini,
tutto sembrava nuovo,
come il pulito che tanto amavi
e il cuore ritmava
canzoni da te salendo.
i ricordi sono casa

La sera durava sino all’infinito racchiuso nella prima lucciola,
e una punta di nostalgia di quiete,
incontrava il richiamo agli affetti.
C’erano state, ma prima,
ripetute grida nel buio,
ma quel buio non c’era nell’ultimo gioco,
nella confidenza bisbigliata sedendosi accanto,
e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé,
poi improvviso nel primo brivido di solitudine
era stato evidente, il buio.
E si stupivano gli occhi
per le pozze di luce gialla
che ora tracciavano i lampioni
li c’era dentro e il fuori della notte.
I marciapiedi erano luce riflessa,
la scia verso casa,
con la corte trafitta dal grido d’un rapace,
e il cuore nell’ansia della corsa.
Era bello il rimprovero
contenuto nell’abbraccio,
vedere le cose che avevano atteso
e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale
come il gatto quando ci guardava,
tranquillo, per capire.
28 giugno 1914, è sera a Karlsruhe
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Lui e’ un uomo giovane per noi ma già maturo nella sua epoca. Ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati, pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a casa, sui colli, a gestire la locanda, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, animali da cortile, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.
Di Sarajevo, di quello che è accaduto la mattina, non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna la sera dopo, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Bosnia Erzegovina è già difficile da pronunciare, chissà dov’è. Sono paesi oltre il mare, agricoli, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina d’Italia. Tutto è lontano dal Baden. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne di male a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.
Loro hanno lavorato senza risparmiarsi, vengono da anni prosperi e felici, sono persone normali e un po’ speciali, hanno coraggio: il futuro sarà positivo.
Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata di Germania e Austria ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, credo, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Chiudendo casa con i mobili, le cose della vita costruita con fatica e dicendo ai vicini che sarebbero ritornati. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina sul Carso, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava poco, ma le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di centoundici anni fa.
cose

La stanza in cui sono stato all’Asmara, aveva pochi mobili. Un piccolo armadio di legno massiccio, il letto con la testiera di ferro, i comodini alti, anch’essi di legno pieno e scuro, un tavolino e una sedia. Sul ripiano del tavolo le mani, i bicchieri, unghie nervose, avevano lasciato il segno, il caffè forte e scuro aveva tracciato cerchi che si intersecavano. Una parte del legno era rimasta al riparo della luce e delimitava un rettangolo entro cui si era scritto, lasciato libri aperti, letto.
Alle pareti bianchissime di calce, erano appese due stampe con spiegazioni in tigrino. In un angolo della stanza, su entrambi i lati, erano stati dipinti un cammello e una palma che arrivavano a metà altezza, con un colore che andava dall’ocra al marrone. Il cammello guardava curioso verso il ripiano dello scrittoio, la palma era carica di datteri. Un abitante della stanza aveva lasciato il segno ed era stato conservato. I mobili erano resti della dominazione italiana, venivano dalle case lasciate o forse erano sempre stati in quella casa. La cucina, dove facevo colazione e qualche volta cenavo, era ariosa, con una porta finestra che dava su un cortile e poi sull’orto. Sulla parete di sinistra stava una grande cappa, sotto c’era il fornello a due fuochi che occupava parte di una lastra, forse di pietra tenera, dipinta ad olio di un rosso acceso. Su parte di quel ripiano, la signora che mi accudiva, faceva fuoco e cucinava. Non ho mai sentito odore di fumo, il camino aspirava benissimo. Quasi per ultimo, in continuità con il ripiano rosso, c’era il secchiaio di granito, incassato nel muro. Aveva un robinetto di ottone, come quelli che si vedono ancora in qualche giardino. Non sempre, ma quando c’era, l’acqua si lasciava cadere in un flusso sottile, senza turbolenze, un cono che s’assottigliava in filo e che comunicava un senso di fresco. Tagliare con le dita quella consistenza trasparente faceva nascere la voglia di bere all’antica, porgendo la bocca con la testa di lato. Laddove il flusso batteva, c’era l’area chiara dell’acqua che detergeva la pietra e stabiliva la sua dolce, tenace, differenza. Una geografia dell’uso, che rassicurava sulla persistenza delle cose, della percezione del mondo. Il mondo si divide tra chi si aggrappa alle sicurezze del passato e chi si getta nel nuovo. Tutti hanno i loro motivi, ma nessuno è privo di radici e queste ovunque trovano linfa a cui attingere per nutrire il pensiero quieto del vivere.
Sopra il secchiaio, c’era una mensola con davvero pochi piatti e bicchieri, le stoviglie, erano dentro un vaso di terracotta forato, nell’angolo della vasca. Il tavolo, con l’incerata a quadri, stava al centro. C’erano quattro sedie di legno, proprietarie di una scomodità per me nuova e che testimoniavano a chiunque la loro costante presenza nel sedersi, come non ne fossero contente e volessero limitare l’uso di sé. Sulla parete destra c’era la credenza. Di legno, con i vetri molati nel sopralzo, con lo stesso stile primo novecento degli altri mobili di casa. Gli spazi e le pareti erano vuoti, l’aria correva allegra, le finestre sbattevano, non c’erano tracce di presenze pittoriche notevoli come in camera. Però si sentiva che molti lì avevano abitato, era stata la loro casa, avevano pensato, trafficato, costruito progetti e fantasie.
L’assenza di superfluo nelle stanze, mi faceva pensare alla casa dov’ero nato. C’era un modo di pensare comune che si muoveva nelle funzioni delle cose e negli spazi. Nella mia casa, cucina e soggiorno coincidevano in una stanza grande, quadrata, e c’erano mobili simili a quelli dell’ Asmara, una cappa, la cucina economica e nell’angolo, vicino alla finestra, il secchiaio. La stanza si completava con la credenza e l’aggiunta di un’ottomana rossa, di legno massiccio e ben imbottita per diventare un luogo per il riposo pomeridiano. Le pareti erano imbiancate ogni anno da mio Padre, che ingentiliva la calcina con un rullo intinto nel blu o nel rosso pompeiano e che riproduceva un disegno damascato. Una stampa solitaria era in disparte, era un particolare della “tempesta” del Giorgione. Poi null’altro, le mie manate venivano cancellate accuratamente e così qualche piccolo disegno a matita, prima che la pedagogia di allora mi insegnasse che il bianco non si tocca. Al centro della stanza il tavolo, che con le sedie e la credenza, veniva dall’osteria del bisnonno. Quei mobili avevano percorso traslochi e vicende di famiglia, muovendosi su carri e poi camioncini, ma allora bastava poco per traslocare.
All’Asmara, mi chiedevo quando le cose avessero cominciato a vivere con noi, a occupare spazi, a soddisfare desideri oltre l’utile e generare ricordi. Capivo che le case erano grandi perché ero bambino, avevo pochi pensieri, molto da capire e da apprendere, ma potevo correre perché c’era spazio e giocare sotto la tavola. E non era proibito se non durante i pasti.
Non ho un giudizio sulle cose, accadono come i fatti. Hanno una sequenza, un ricordo, si accumulano e si accalcano, mettono in disparte l’utile e il necessario. Sono mute ma parlano e nel silenzio della notte, chiacchierano di più. I loro suoni hanno il senso delle stagioni. I materiali ricordano le loro origini, mostrano i nostri distratti sentimenti. Quando si disfano, chiedono soccorsi che ormai il consumo nega e finiscono. Finire è ciò che accompagna l’essere delle cose. Come il loro avere amore e poi sentire che è solo memoria.
in bici con papà
Di te ho la gioia dell’aria,
del sole condiviso,
d’una guancia, la tua,
posata sulla mia.
Sulla bicicletta assieme,
era domenica mattina
e m’aveva morso un cane,
lo cercammo e tu mi consolavi,
ma ero felice, lo sentivi?
Quelle strade erano tue,
tue le parole
scambiate nella luce,
tuoi gli amici antichi,
e mio il tuo amore
che dagli occhi traboccava.
E l’inattesa cioccolata
scacciava ogni paura,
sarebbero venuti i giorni
per piccoli dolori,
ma avevo te
chi mi poteva mai far male?
allora, sera
Si spengono i fiori di mandorlo
e a terra si stende la luce:
in anfratti d’erba riposa la sera.
Tra lucertole assonnate
chiude il giorno,
che ancora rincuora
e quiete le cose,
preparano la notte.
Tu torni,
è la sera che benedice il passo,
per te è il calore che ti abbraccia,
il profumo di legna e di ferro,
l’acqua che bolle
e il catino che attende il viso
dopo le mani offerte all’inverno.
Così è caldo il volto,
e i tuoi occhi limpidi cercano
dopo la cura di sé, il bacio.
Nel profumo della cena la parola,
accarezza il verbo, la lingua antica,
e caccia nella tana, le paure.
Tu sapevi del vivere aspro
e mi donavi del tempo
la notte e il coraggio del sogno.
Il mio cuore sereno,
in te, dormiva.