vivere altrove

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Nei pomeriggi in cui trabocca la pena del mondo,
basta una fotografia,
o un testo che racconta dolore
per acuire l’inanità del fare
contrapposto all’amare.
Cerco nelle cose un aiuto che non viene,
ma tutto viene in uggia
e il pensare è insufficienza dell’essere.
Emerge il bisogno di quiete per lenire,
rendere più lieve l’emozione,
e anche se non è giusto,
cerco di scordare nel sopire
e mi vengono a trovare brevi sogni
che a volte portano altrove la mente.
È questo alleviare che cerco,
ma non sempre accade
e mi risveglio nel pianto
e devo uscire
portare altrove l’inutile,
cercare in qualcosa di noto,
un distogliere che giustifichi
Il vivere dove mi trovo.
Un tempo era più facile,
il presente trasudava passioni,
metteva assieme
gioia del vivere ed ideale nel fare.
Cambiare era ad un passo,
il mondo sarebbe stato più giusto,
l’indifferenza sconfitta,
vita e serenità, un diritto.
Oggi penso al poco che siamo,
agli amori gettati in un falò di passioni,
allora non so come fai,
anche se di certo ti è costato fatica vivere altrove,
buttare alle spalle tutto il bene donato,
ed ora rendi relativo il possibile, macini parole e vite come necessità,
esiste solo il mondo in te e sorridi,
con una forza che non possiedo,
né voglio avere.
Illuso credo ancora che dal dolore ci sia riscatto,
che il sogno non sia disgiunto dal mondo,
che tutto possa cambiare
anche solo per vivere
e il tuo sorriso mi ferisce
come il chiedermi
cos’erano le nostre passioni e le vite vissute.

sine nomine

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Viene per sentieri misteriosi,
e nessuno l’attende,
forse per questo, a volte, non verrà,
o più spesso giungerà in ritardo
nell’esausta età dell’insoddisfazione.
Sine nomine,
è la consapevolezza
che c’è bellezza in noi.
Qualcosa che non ha nome
e che da noi esce
per incontrasi con simile bellezza,
così pensiamo l’assomigli.
Quando si percepisce che c’è altra,
più grande essenza,
senza prigionia d’una natura,
e avvolge le cose,
parla con linguaggi sconosciuti
a un noi profondo che l’intende,
allora l’eternità si mostra
lascia traccia,
e mai eguale si ripete.
Si radica in noi una pace inusitata,
in un cielo d’anima
percorso di lampi e quiete.
E il divino ci accoglie,
avvolge e protegge
allora sentiamo che c’è speranza
e nessun misfatto d’uomo
potrà prevalere.

notte e giorno

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Le mani di notte sentono la tela,
stropicciano la trama tra le dita,
è sussurro che lega il sogno,
all’arreso serrare dei fili.
Un risveglio nel buio
accompagna i pensieri,
con una resurrezione irta di ricordi,
e sangue scommesso che canta nelle vene.
Tornare oltre ciò che fa male,
che non muta e assale,
ascoltare la casa che s’assesta,
e abbraccia
già dimentica della vampa dell’estate.
Tornare e non conoscere la strada,
solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia,
anche il riposo ha senso.
Così s’allinea il sogno al giorno,
come era un tempo,
nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno,
e la voce quieta che risvegliava il giorno.
Allora il profumo del pulito era casa
e annunciava un ordine facile,
a cui si uniformava il mondo,
essere era la gioia della luce,
mai negata dal fresco dell’ombra
e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore.
Notte e giorno
a dar vita al tempo.

ritratto

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Tutto quello che non ho fatto da giovane non lo farò da vecchio,
c’è ancora qualche bella sorpresa
come usa la benevolenza del tempo,
le età della vita fanno compagnia
al capire e al fraintendere,
restano gli ideali della giovinezza,
e il commuovermi senza trascurare lo sdegno.
Ciò che mi attornia rassicura,
quanto trovo, ancora mi stupisce,
non la mia ignoranza, quella accompagna,
vociante delle mai espiate colpe.
Mi dolgo delle parole non dette a tempo,
e di quelle inutili e sbagliate,
ora parlo in silenzio
a chi se n’è andato
e ogni giorno manca un poco e tanto,
il tempo è generoso di ricordi,
ammaestra rendendosi prezioso,
fare ed essere si parlano,
con la radicalità nata con gli anni,
nel vedere più a fondo,
che le cose sono fatti
e ogni furbizia infastidisce.
Vivere è equilibrio
che non rinuncia,
ma che conosce il limite.
Chi ha visto dovrebbe raccontare,
con verità, dicendo chi è davvero,
ma nessuno, o quasi, ascolta,
I vecchi sono noiosi
anche quando intuiscono il futuro.
A suo modo ciascuno vuol sbagliare,
perché c’è gioia nell’errare
se è nostro e non di vite altre.
Spesso parlo con me stesso
e se non mi basta,
ascolto.

estati bambine

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L’estate cantava con le cicale
e nel cotone delle tende da sole,
entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali,
poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole,
le cicale in un ossesso finire,
le tele in solerti pomeridiani silenzi.
Il tessuto aveva un odore di cotto
diverso da quello della pietra e del legno,
la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio,
quando i giochi finivano,
e la pelle odorava di sudore e di polvere,
poi l’acqua a rigare il sapone,
le ferite da pulire,
il bacio e le lenzuola di lino
piene di fresco
per il corpo e la notte.

In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole,
nella casa vuota di noi,
ma piena di schiocchi di legni e di cose.
Ballava la polvere in lame di luce,
si mescolavano I profumi
dei vecchi mobili
delle loro storie e case vissute,
volti confusi in fotografie
infilate nei vetri.
Cose in attesa osservavano
l’alternare della luce e del buio.
Nulla ci mancava,
e la vacanza travolgeva,
neppure troppo lontano.
Il mare, le dune, le nuove abitudini
portavano profumi diversi,
conosciuti dagli anni passati,
ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori,
noi cambiavamo senza sapere,
come se tutto quel mondo di piante
di sabbia, d’acqua salsa, di cose
arroventate dal giorno,
nel buio spendesse I suoi roridi umori
in amplessi dolci, lunghi e silenti.
Qualcosa accadeva
sommerso dai giochi,
emergeva nello scoprirsi nuovi
anche negli sguardi scambiati.
Atttese senza nome,
pensieri curiosi, potenti,
senza parole adatte,
ancora innocenti.

Tornavamo a settembre,
le case avevano vissuto,
qualcosa non era al suo posto,
ci si ritrovava nei profumi,
nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio,
nelle verdure d’estate nei piatti,
nei giochi che la casa
riannodava a noi e alle cose.
Settembre già odorava di carta e d’inchiostro,
di banchi scrostati,
di fatiche e complicate promesse.
Vivevamo in giorni a mezzo
cavando dall’incoscienza
giorni di corse felici,
di tempi infiniti,
di estati passate senza timore d’autunno.
E la tenda da sole ci rassicurava,
con il suo profumo di cotone bruciato,
con il calore che ancora fermava.
Non cantavano più le cicale
ma finché lei restava
non sarebbe finita l’estate.

la bellezza resta nell’aria

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Che sarà rimasto dell’aria
che conteneva Il mio corpo
davanti al quadro di Bridget Riley?
Le molecole per accoglierlo si sono spostate,
dei neutrini forse hanno attraversato
indifferenti,
qualcun altro s’è avvicinato
e ha intrecciato le aure.
Ma senza volere.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato,
è rimasta solo l’eco,
l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza.
C’erano voci attorno,
alcune normali,
altre sussurrate,
avranno sospinto l’aria
con atomi di sé.
Senza sapere hanno accarezzato un timpano,
ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è allora girato,
degli sguardi per un attimo incrociati,
del particolare che ha stupito,
cos’è rimasto?


Il quadro immobile,
faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto,
lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto,
che pian piano diventava un foglio
su cui ciascuno scriveva
con caratteri solo a lui conosciuti,
e dipingeva un particolare a suo modo,
metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta
e infine lo lasciava cadere volteggiando
nella pila di fogli della sua memoria?
Poi il corpo si muoveva,
gli occhi cercavano altrove
e occupavano nuovi spazi
mentre vibrazioni e atomi,
mescolati assieme a pulviscolo,
danzavano.
Era la memoria dell’aria,
che finiva in uno stipo dell’universo
dove il momento e il possibile
si archiviavano in attesa,
d’un nuovo presente
e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili.
Bellezze che durano e mutano
oltre ogni sguardo,
oltre ogni pensiero
e non si curano neppure d’essere a noi, tali.

sera di settembre

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Come i buoni romanzi, letti e riletti
con le parole da ripetere lente
c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima,
altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo
geloso esso d’amore esclusivo,
e goloso degli anfratti di senso.
Tutto convince così poco che solo il sentire resta,
e anch’esso ha bisogno di verità.
Con le mani lavate due volte:
la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza
posso dire, non sono stato io, 
mentre si confondono i visi,
mentre cala la luce,
e scompaiono prima le rughe, poi le bocche
e senza rumore sbiadiscono i sorrisi.
Camminando nell’aria d’un settembre d’estate,
s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere,
sono imprecisi i ricordi:
a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore,
un bacio anche sul bordo d’un treno.
Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita,
oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole
e nel tempo
e ne resta solo l’eco smarrita.

È l’ora in cui la sera esita,
e nulla attorno accade,
un televisore parla per persona interposta,
sono notizie e fanno male,
non come a chi le ha subite,
non come a chi è davvero coinvolto,
e forse per un attimo,
ci pensiamo innocenti,
poi confusi, sovrapposti,
indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro.
Così unici
e così poco necessari per molti.

l’amor ormai dato

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È il caffè che lasci sfiorire
nell’amaro senza senso,
un pensiero che molesta,
dopo il calore profumato,
così l’amore attende
in tazze di porcellana,
e trasparenti cuori fragili,
col tenue segno in cui si legge
d’un tempo la fragranza.
Una riva e oltre c’era il mare
in cui non s’è proceduto.

questa estate ch’è autunno

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Siamo la somma di troppo presente,
chiunque e comunque,
tutto ci è indifferente
e il differente fa paura.
Non lo sentite questo scontento
che alita freddo nei cuori,
fuori l’estate si protende,
è drago che alita fuoco
inzuppa le notti di meritato sudore,
stropiccia la luce d’ogni mattina,
eppure tutto diventa accettabile verità declassata,
opinione è il senso che gira nella ruota del criceto.
Assuefatti e in cerca di equilibrio
siamo noi a reprimere lo sdegno
della pace disprezzata.
Indifferenti all’ ingiustizia sociale, al povero,
allo straniero inerme,
al lavoro gettato come pastura
senza dignità,
ci lasciamo togliere l’umanità.
Non si muove un moto d’orgoglio,
e già da tempo i venti di guerra agitano le bandiere,
chi fermerà l’ingiustizia somma di perdere di noi la pietà?
Chi protesterà la nostra innocenza davanti all’orrore?
Ci si assuefa alla rabbia,
alle parole senza verifica di senso,
dicono sapendo di mentire
e il credere si perde nel silenzio della mente
cosi nulla trapela dell’ennesimo sconfitta.
D’altri il compito, la responsabilità,
ma noi dove siamo per non dire dove eravamo.
Qui, ora si impasta il presente con il futuro,
qui ora, ogni sentire umano ha senso,
la vita nostra e di quelli che verranno,
dopo finirà questa estate del possibile
ch’è già autunno,
e sarà l’inverno.

domenica al lago

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Era l’ora di pranzo,
nei pontili gli aperitivi e i sorrisi,
un suono di voci che s’avviava,
verso tavole imbandite e sdraio.
C’era un suono basso di ghiaia e d’onda.
un mormorio di sole e voci.


Sul prato vicino è arrivata una frotta di figli,
la pelle scura,
aiutavano i genitori a stendere tovaglie,
le ragazze e ragazzi con magliette e calzoncini,
erano allegri
e scherzavano tra loro
ed entravano tutti in acqua
e uscivano ridendo.


Ignaro s’è compiuto un rito,
che attingeva al mistero dell’innocenza,
all’ombra che ristora
e non è assenza di luce.
Celebravano i giorni infiniti dell’umana creazione,
quando il cuore è leggero di battiti,
e non serve ragione per essere vivi.
E parevano felici.
Senza problemi.
Forse siamo noi che abbiamo problemi.