contro il troppo

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Tutte queste parole, queste immagini, questi concetti su cui riflettere
sono franati sulla capacità di discernere a sufficienza,
c’è troppa ragione senza sbocco
e poco tempo per apprendere ed elaborare.
La dittatura del conoscere dei social annichilisce la scelta,
costruisce un senso di colpa che impedisce il riposo degli occhi e del ragionare.
Costruire una rete di pochi amici,
è esercizio d’amore per sé e per gli altri.
Il tempo torna ad essere dolce,
sufficiente per dare spazio al sentire
gustare con tutti i sensi
e capire quello che si può.
I sentimenti sono semplici nella loro complessità,
esistono in gradienti di colore,
dal rosso al blu,
e così l’apprendere e l’elaborare è un sentiero senza fretta,
tutto ciò che si lascia nell’uscire dalla bulimia
diviene parte di noi.
Vivere è permettere di assomigliarci,
di costruire un tempo che è nostro e ci riguarda,
dove ha posto la corsa, la noia, il riposo,
il conversare e il ridere,
e guardare il soffitto.

https://youtu.be/_8NOVGHJmRs?is=evYgizv3Z4pt8Frw

la terra

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Quindici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest. Non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro casa. Al caldo. Parole in una lingua di cui capivo solo la musica. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, aveva una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza. Un bellissimo mosaico di epoca romana, un pavimento del tempo di Tito imperatore, occupava l’intera stanza. Mostrava con migliaia di tessere colorate, una grande geografia con navi e pesci nel mare, coste e deserti, strade, luoghi e i nomi delle città in greco. Molte di queste città erano state potenti, ricche di cultura e monumenti, ma erano scomparse. Quel villaggio era quanto rimasto di una città, particolarmente grande, con rovine che si ergevano ben oltre le poche case.
Le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi.
Per alcuni di questi uomini quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato le tradizioni proprie e preteso rispetto, ma anche l’avevano restituito e gli uomini, i linguaggi, la cultura si erano mescolati nelle famiglie e nel lavoro. Chi si era fermato, diceva che era la sua terra.
Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti.
Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra che avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita.
La loro terra era piccola, appena fertile e bastava appena per vivere con dignità, soddisfacendo bisogni semplici, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto necessità di qualche pecora, l’erba necessaria e poi di vivere in pace con chi c’era.
La mia terra non è bagnata del mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a capire che quella terra era di chi condivideva la vita con lei. La terra li possedeva se erano con essa.
Erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare: soldi, ricchezza, non cibo e vita.
Potevano essere fratelli, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.

le meraviglie del possibile

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La silloge dei futuri Incompiuti si affolla di tracce,
cassetti, scatole, scaffali accolgono,
le vite desiderate.
Passioni aggiunte a passioni,
facili alcune, ardue le altre
percorse con l’eccessiva fiducia che fornisce lezioni, e ferite
quasi tutte guaribili
assieme a verità scomode.
I futuri vivono in universi allegri,
attendono, e galleggiano in mari affollati,
interrogano il tempo dondolando,
e al suono dolce di risacca chiedono clemenza,
sono frequentatori di eternità,
di speranze stese al vento del possibile,
bandiere d’una gioia promessa e mezza goduta,
si rinnovano e con noi vivono.
A tutto questo circo del possibile
nuove priorità s’aggiungono,
e allora doveri e fascinazioni si confrontano,
la vita cheta è miraggio d’approdo davvero mai perseguito,
come se costruire il possibile fosse parte del vivere
e il suo riposo un impari confronto con la noia
del rifiuto d’mondo da mutare.

interstizi di tempo

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L’amore degli interstizi di tempo trascorso,
tra un diniego taciuto e una voglia.
L’amore dell’ombra che cova il sole
quando cattura particelle di polvere e acari danzanti,
struscia i dorsi dei libri,
compita lettere curioso solo del segno,
e tradisce, traduce svelando,
gli sforzi reticenti,
di accurate amorose storie
già state, ma fiere d’essere
da alcuni ricordate.
Come chitarre mal compiute,
che danno suoni imprecisi,
ascoltati prima del sonno, liberati
nell’aria. Denudati
perché solo il corpo, a fatica,
si capisce.

https://youtube.com/watch?v=GaKPo_Ngv2s&is=da_drp8ceOopVUp3

gente di pianura

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Viviamo vite quasi eguali in pianura,
perduti in città sonnolente con troppi turisti,
la povertà e le paure si mescolano
tra impoveriti e periferie maltrattate,
bambini senza cortili
e troppi bar senza amici.
Dove le case diventano ornamento di strade,
I camion e le auto passano veloci,
lasciano veleni nell’aria
e sembra non ci sia nulla da vedere.
Dietro la quinta di case e supermercati,
ci sono orti e quartieri e poi la campagna.
Terra arata, fossi e canali.
Luoghi da camminare senza fatica,
un po’ di veleni nell’acqua e nei campi,
alle scarpe s’attacca un fango
grigio, marrone, pesante e privo di storie,
e le rane da due anni sono sparite dal fosso.
Campi arati e piccole aree industriali,
con stipendi tirati a fatica,
gavette e panini nei bar,
e dove lavorare fa male,
C’è un tempo che capisci dove vivi,
molto del mio tempo era al lavoro.
La notte arrivava e gli occhi erano stanchi,
spegnevo la luce
e dall’alto seguivo i fari sulla tangenziale,
poi lo sguardo saltava la città e si perdeva nei monti,
Immersi nel buio con i tornanti tracciati dai fari.
Un poeta avrebbe trovato l’uomo e il lavoro,
tra luci gialle e fumi di fabbriche che non fermavano mai,
Vedevo solo la fatica,
sentivo i pensieri per chi era a casa,
il viaggio, i bimbi, la cena,
le parole prima di dormire,
il sonno e il risveglio.
Di nuovo la fabbrica che non si fermava
che non sentiva il freddo e la nebbia,
il caldo che si sommava,
solo il tempo in cui fare in fretta le cose
destinate a un altrove.
Li un tempo c’erano campi,
e aie, e case e galline,
Non erano meno poveri e neppure più felici
Ma era la terra lavorata da sempre,
la fatica e il vino cattivo d’osteria.
Serve un poeta per sgranare dagli uomini, lo spirito dalle cose,
per vedere nelle strade le case,
il lavoro, nel crescere, le vite
Non sono adatto.
Ma c’era poesia in quella fatica
che bagnava la terra
e disperazione ad ogni grandinata
in ogni malattia, in ogni albero che non fruttava.
C’era disperazione e speranza
e fegati e schiene dissolte dalla fatica.
La pianura era l’arte che legava il tralcio col salice
ma la fame era la stessa di chi si perdeva
tra pennellii e colori,
tra assenzio e cocaina,
in tuguri dove il genio faceva.
Qui c’era solo vino e fatica,
sudore infinito diluito con la fame
E nessuno che scrivesse
dei dannati senza gloria,
dei margini della città,
del lavoro senza sosta,
fatica è sapere e condanna
e chi ne ha frutto non vede
e neppure conosce.

cielo

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‌Questo cielo, così profondo e azzurro,
penso, lo meriti il passero,
il pesce del fosso che lo vede oltre il mondo suo,
e gli innumeri insetti che alacri si preparano all’inverno.
La cicala attende 17 anni per cantare la sua estate
e far l’amore che mantiene la sua specie,
non ha il tempo della formica,
e neppure quello della pecora,
però gode con loro del cielo,
nelle notti in cui il caldo è alito d’alberi e di terra.
Del mondo tengono l’equilibrio difficile,
parlando tra loro, gli animali e le rocce,
anche vulcani e terremoti sono parte dell’unione del mondo.
Ma il tempo d’amare noi dove l’abbiamo collocato?
Dov’è nel bordo degli anni più grevi,
portatori di memoria e d’istinto,
di cui ben sanno le nubi?  
È per tenere da conto l’azzurro
che abbassiamo il capo a scacciare la pena,
d’aver permesso che il presente ci fosse rubato,
e con esso l’attimo
che Intinge il pennello dell’essere eterni nell’ altro
prima d’ogni possibile bellezza.

amica mia

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S’adagiano le nubi sui loro pensieri,
sentono l’aria e l’acqua ch’è loro natura,
il volo delle foglie lontane,
I frulli delle alate creature,
vedono l’erba che balla nel vento,
e le corse, gli animali e le impronte,
e gli uomini, il fare convulso,
le strade affollate di macchine,
i cortili dove I bimbi sono chiamati alla cena.
Vedono e sentono, e a ciascuna cosa danno un nome,
ripetono parole tra gocce e cristalli
e con altri occhi guardano il cielo.
Le stelle non sono mai silenti,
la luna è parte del giorno,
altri I nomi e un infinito cullare,
I venti le fanno sognare.
Le nubi addensano o sfioccano
e tengono pensieri fedeli alla loro natura,
uniscono morbide pezzi di cielo,
sono sentire che goisce d’esistere.
Una voce cerca le parole,
qualcuna arriva in ritardo
altre si sono perdute per strada,
sono accenti lontani d’un mondo che muta, sgretola I nomi,
mentre arruffa grammatiche stanche
ora I pensieri sono più brevi,
ma è solido il sentire,
ed è dolce il tuo bene che avvolge la voce.
Come le nubi guardi l’erba, le foglie,
ancora conosci I nomi dei fiori,
il tuo gatto ti accarezza col pelo
e posa le morbide zampe sul collo,
desideroso d’abbraccio.

https://youtu.be/NNmHJGUnu1s?is=lX5tJNVmk9uPxYzH

è tornata l’ora della sera

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Intanto dissemina foglie e piccoli rami,
è incerta la fredda stagione.
Aggiunge freddo, ma è estate sui corpi,
aggrega a crocchi sotto le luci,
sbocciano risa, la gioia dell’essere all’aria,
uccelli che hanno pensieri leggeri
e ancora I voli d’estate.
Appena in disparte, una coppia si bacia,
si stringono I corpi, ma non basta,
cercano attorno, si fermano,
indecisi si guardano
poi s’allontanano nella fretta d’un pensiero che cresce.
Colpisce il ricordo, la sera,
si esalta il colore del cielo,
e nel cuore conficca parole
che vorrebbero ascolto,
si fermano tra labbra indecise
e timide accantonano dinieghi.
Sono fruscio di foglie che ondeggiano, resistono, cadono
poi mulinano in vortici
nell’ irrisolto ancora tiepido vento.
Le voci, I corpi si muovono,
ciascuno cerca un sé glorioso,
un piacere che venga a scompigliare le ore,
le libertà si sottraggono prima dell’incontro,
poi è la sorte che a volte benigna
ricolmerà il colore dei giorni,
li enumererà d’infinito,
e nulla mancherà alla parabola che si fa vita.

limes

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Una porta chiusa è un limite assoluto,
fa scivolare lo sguardo sulla superficie,
a cercare ciò che lo mitiga,
sosta lo sguardo e fraintende,
ma il significato è quel ferro che già ossida nella carne,
l’occultato che si è fatto strada.
Inerme il corpo al tempo, al mondo,
a sé stesso,
all’abitudine,
le difese erbette non cancellano il rifiuto,
che emerge e toglie,
con precisione molecolare il velo steso sulla realtà del sentire eguale.
È la precisione la misura che salva,
ciò che si sente ha un nome,
non è ancora la giustificazione piena
che consegna il ricordo al tempo.
Sfumerà tutto,
sfumerà in un vapore di sovrapposizioni,
tempo al senso,
e aria pregna di domande,
prima del ricordo lucente e fragile.
Se nuovo amore percorrerà la pelle e il cuore
allora la faticosa misura rivelerà il suo limite.
La bellezza che non lascia scampo,
è bussola del vero,
portolano e poesia
che coincide con la nudità dell’essere.
Mettersi inermi davanti alla realtà profonda del sentire
è dargli forma e vita.
Ogni volta.
Instancabili e d’ammirazione, muti.

scivolar d’ala

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La tristezza è questo fuoriuscire d’anni,
d’ali esauste verso sera,
nei voli stanchi,
nei pensieri articolati male,
Parole usurate suonano del vuoto
di speranze e passioni,
lise da troppo volo,
è questa inquietudine che da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno, come sarebbe stato,
innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato.
E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene,
lo smorto sole che raschia l’anima alle cose,
è una porta disegnata su un muro che non s’apre,
è pietra che contiene, finestra che mi guarda.
Sul cuscino qualche riccio:
filo che cuce della notte i sogni brevi,
l’aria è già frizzante, poche stelle
strappano un sorriso.
In chi distratto guarda
sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali,
l’abbraccio alle nuvole rosate,
e il saltare da una macchia di sole
a quella appresso ch’è in sé già stella.