nell’ora buia

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Quando nella notte il sonno si ritrae,
il sogno è fatica,
l’oscurità prende la ragione,
è forte il desiderio della luce,
unica salvezza per discernere,
per capire se vi sia tempo alla vita.
Se le dita della bellezza
potranno scorrere
meditando ciò che avvicina gli uomini,
nell’unità che trabocca dal bisogno. Sappiamo troppo del mondo
e solo l’apparenza
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze.
Parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue.
Baratri d’odio vengono aperti,
male che s’accumula ovunque,
e d’umanita fa spazzatura buttata.
Odio che toglie luce ben oltre la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio senza amore che redime.
Sappiamo per provare la pietà,
per capire che tutto questo ci riguarda
ed qualcosa che esige da noi un risveglio,
un accendere la luce dentro,
guardarsi attorno,
vedere gli affetti che respirano nei sogni, sentire che il giorno porta tempo e luce
ed energia da spendere,
per fermare l’abisso,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.

la piuma e il volo

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Qualcosa l’avrò pur fatto
inutile a me e buono ad altri,
così metto tra righe di memoria
briciole per I passeri.
E ciò che resta dovrebbe essere pietra,
ma penso alla piuma,
al suo essere parte del volo,
e la pena è l’aria che non è più la stessa
l’azzurro e il verde differenti
Ora è ricordo e via di cielo.

Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa
sbagliare non è stato facile
e viverlo neppure.
Se abbiamo gioito dell’amore
e ancora lo facciamo,
è perché non è mai abbastanza.

la forma delle cose

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La forma delle cose non è superficie,
colore o consistenza,
ma il succo che contengono,
veleno o nettare che sia. 
Occorre pazienza per una goccia,
coraggio e gusto
onesto a sé per l’assaporare,
con attenzione, silenzio
e tempo.

Il tempo comune è sempre poco,
così sembra, ma è una scelta,
il tuo non è così arrogante,
si stende lento,
si dipana secondo le tue mani.
Mani fatte di pensieri,
di gusto,
mani che accarezzano le cose,
le aprono,
ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.

Tutto rallenta nella carezza,
che percorre un oggetto,
c’è sapienza nel trattenere il tempo,
nel cogliere il pensiero a chi guarda.
Ho imparato per mio conto
le storie dei minuti
che s’allungano e s’accorciano,
ma è stato altrove,
e senza sentire dove fossero diretti.
Anche quello che ho imparato è poco,
quando mi piaceva distillare essenze,
e già c’era la pazienza
che è il gusto dell’attesa. 
Le cose restano in attesa,
allacciate al cuore che le ha colte
mormorano memorie
e leniscono con amarezze lievi.
Ma tu conosci la lingua delle cose?
Il loro parlare lieve
al tatto e al cuore,
mentre pazienti raccontano ciò che sanno.

esercizi di respiro

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Dopo la pioggia vince il sole,
l’aria è ricca di fresco calore,
flusso di semi e di pollini
che estrae da profumi e colori
aiuta i voli delle impollinatrici.
Tenere gocce scivolano dalle foglie,
sono etere che sgrana e discioglie
il grumo che scordato pesava
e ora è molecola
respiro che parla col sangue.
Vivo, origlia umori,
li sparge nel profondo
con l’amore che cura
e ha pazienza di raccolto.
Ascolta,
c’è una consapevolezza che annuncia
ed è misura d’un nuovo
che accade
e vuol essere compreso.

adolescenza

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In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

epifanie senza pretesa

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Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome,
né il momento,
e neppure il fatto.
Del piacere non resta memoria,
forse dell’aria, dell’ora, della luce,
e qualche dettaglio che emerge poi.
Il dispiacere si comporta male,
artiglia per sanare,
così dice, mentre toglie
ed è carne che non ricresce,
ferite che per loro conto evolvono.
Maestro è il sentire
di epifanie senza pretesa
e a lui ci si rivolge per un accordo,
dicendogli
giungi e racconta:
il giorno è specchio ed essenza
mostrami la vita che prometti.

fotografare non basta

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Fotografare con le parole,
annotare,
e il pensiero liquefa, diventa nuvola,
piove, bagna, si disperde,
resta una leggero pulviscolo,
oro nella luce,
è polvere che danza.
Fotografare con le lenti dell’anima,
che non ha di sé prova né misura.
Eppure un fremito,
la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire,
sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto,
crivello del prescelto, desiderato e poi perduto.
Le storie falsano i momenti,
ma il passato crea e non si strappa,
è il futuro che si lacera,
che nega ciò che gli dà vita.
Questo nostro tempo è sensore, 
somma ciò che è con ciò che non è stato,
nel vibrare quantico che oscilla
e genera energia.
Le probabilità, come in ogni scelta,
si coagulano:
nell’apparenza della necessità
e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle,
e trasalire del cuore,
che è quando precede l’accadere.

quiete

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Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.

oggi, vivere

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Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

riflessioni poco utili

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Dovrei considerare ciò che si vive,
se sia luogo utile alla vita,
al crescere voluto.
Il tempo liquefa e s’assottiglia,
non è più il sangue grosso
che tumulta, spuma,
e si perde allegro
nelle mille luci d’un momento.
Il tempo è lama affilata,
che rade il superfluo e il necessario,
seziona, classifica,
mentre segue e ci precede.
Assomigliare è immagine che ci cambia,
che trasale e semina timore,
è fatica,
penso inutile,
E il nostro mordere il presente,
non è lo stesso che ubriaca?
Alla fine resta poca sostanza
a render quieta la notte.