Rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,
con quel tremore che scalpita
ed è già di nuovo sete.
Rendere colmo il giorno
per trovarsi a notte intrisi di fatica,
stanchi d’aver sentito oltre il necessario.
E allora bastarsi
gettando il molto che non serve,
perché sempre ci sarà
un nuovo limite che verrà donato,
ai tuoi, già così alti.
Quel misurare di te che hai chiamato bastioni,
sorridendo,
e sono una città cinta,
da dove lietamente s’esce ed entra,
e c’è festa, lavoro,
scambio d’anime,
e vita in cui liberamente vivere.
A che giova allora l’imposto utile
s’esso diviene limite
di te e del tuo sentire?
S’allunga in questi giorni la luce
come gatto al risveglio,
e s’inarca in nuvole nuove finalmente,
così salire al colmo di te è dolce
e dall’alto guardare la primavera
di libera vita ti riempie.
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chi sono io
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Se la strada mi calpesta,
se il mare mi sommerge,
se il cielo mi schiaccia,
di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria?
Oppure nella mia pretesa individualità,
nella differenza che ostento,
nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato,
in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo
a cui incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è essere
elemento e direzione,
cosa ed essenza,
ghepardo, delfino e aquila.
E uomo.
Tutto e infine, solo uomo.
crescere
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Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.


credo
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Credo alla carezza del vento
che accompagna nell’aria le foglie,
credo all’acqua che canta
mentre gentile riga la terra,
credo alle radici
che abbracciano l’oscuro e la roccia
mentre nutrono il cielo di verde.
Credo alla fossile spirale
innalzata dal mare
per essere pietra di cima,
credo nel respiro della notte stellata
che ristora lo sguardo
stanco del giorno.
Credo negli orizzonti
che mutano al tramonto
e risorgono all’alba
vestiti a festa dalle stagioni.
Credo nel rispetto
che ascolta e che guarda
mentre mormora un canto,
tra labbra che sperano,
ed è quasi una grata preghiera.
inutile

Inutile, come il rintocco lontano,
il ricordo si sveglia
è bronzo pensoso,
traccia d’aria e colore sulle cose.
C’è il borbottio del sole d’inverno,
quello gentile sui vetri,
che talvolta accarezza la neve,
ma s’accontenta di brillare la pioggia,
è dolce senza illudere
mentre mormora la stagione del gelo.
Tra oggetti ora fidati
le cose si sentono scordate,
ma attendono e sono madie ricolme
di pazienze infinite in cui si consumano,
eppure stanno
certe d’essere riprese.
Col tempo s’affilano i mesi,
i minuti stanno al loro posto,
solo gli anni s’ammucchiano
e l’inutile è arco di stupore,
perché molto s’è compiuto
ma ciò che attende è nuovo,
come quel germogliare
di cui non si conosce la foglia
mentre la radice è parte di noi
e beve nel mondo già stato.
Ho amato e il cielo rammenta,
urge la vita in questa unione
in cui ogni segno è curvo
come cuore forte e paziente.
Se stendo le braccia alla luce
ne sento il battere dolce.
suoni ed elegie






Fotografare il profumo del pane caldo,
il rumore croccante che lo spezza,
il pennello che compita la tela,
la tenda che s’intride d’aria,
le chiazze di sole nella piazzetta,
le persone che parlano senza fretta,
l’ondeggiare morbido d’una foglia,
la ragazza che cammina sorridendo,
le pietre rosse che abbracciano i balconi,
l’ombra dei passi dopo la soglia,
le parole ora stanche,
il rossore per un pensiero,
lo stridio muto d’un rapporto che perisce,
un brusio di cose mai dette,
la bellezza difficile dei corpi,
il posarsi della luce sui capelli,
la pozza del remo nell’acqua,
la sera della barca che torna ,
l’utilità nell’inutile,
il suono dello sguardo assorto,
la luce che scava nel cielo.
Il pensiero di te,
che non ha giorni né luogo,
è .
vivere senza pretese


Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,
e finestre chiuse per l’acqua di stravento.
Nei minuscoli giardini s’agitano palme
con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.
Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,
ma non del tutto, restano pertugi
e occhi del tempo altrui curiosi.
In cielo nuvole tozze e grigie,
e raggi di luce che radono i profili.
Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,
mescolano le piume infreddoliti,
la mamma li copre,
prima l’uno poi l’altro, assieme
e guardo loro
e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,
come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.
Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,
così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume,
come porta che resiste al tocco,
e si chiude nel bene che l’attornia.
Si pensa il proprio stare,
terra fertile, nutrice di ricordi
e fiori di campo senza necessità d’un nome,
ma la sera cala come lacrima,
per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.
Storia potente è il vivere e la vita.
domande prive di risposta

Quella che sembrava una testa,
uno sguardo di minaccia,
si rivelò una tenda poco stesa,
gli occhi fiori blu,
pervinche o fiordalisi,
messi in file un po’ banali,
che la luce dipingeva
per mostrare del suo dire, un vero.
Il buio che inzuppava case attorno
sollevava solitudini discrete,
stirando le lenzuola della notte.
Bastò chiudere una persiana,
porre qualche domanda al vento
e, una ad una,
risposte sfilarono in parata.
Conosciute da buon tempo,
allegre, salutavano con mano,
le cullava il sonno,
e, incuranti di tempo e luogo,
furono sogni,
fino ad inaugurare la mattina.
Alzando la persiana,
venne alle spalle profumo di risveglio
e, la tenda, senza più volto e occhi
ora, offriva fiori blu contro la luce
e d’essa si gonfiava, ingorda,
fino a traboccarne i vetri.
Di risposte non v’era traccia,
dalle strade strepito,
che non pareva nulla,
solo il poliestere di finestre a fronte
occultava qualche pensiero,
desiderio
o ansie simile alle mie,
ed era troppo poco
per un sogno nella luce.
esecrare
Ora la violenza del silenzio, della riprovazione, della presenza muta che toglie il sonno al potere cieco.
Ora la consapevolezza che porta l’amore altrove, lo schierarsi senza reticenza e senza passaporto, l’esserci perché non si tollera più la distruzione del presente e del futuro.
Ora la fuga dal servilismo, l’ostentazione muta del diritto violato.
Ora la forza anarchica della risata che confina i potenti nella solitudine del ridicolo.
Non meritano le nostre canzoni, i nostri slogan e allora silenzio, esecrazione. Ogni giorno finché non cambia.
paesaggi







C’era nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli umani la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presume la neve,
l’erba s’oscura,
le luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso, indifferente
non odora di nulla,
se non delle età altrove vissute.
La pace è parola breve,
chiude in sé l’abitudine
mentre s’apre per accogliere il nuovo.
Nel profondo d’ogni dubitare
c’è il germe della tempesta,
ed è un nonnulla improvviso,
un suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete,
e invoca il sogno e il sonno che ripara
mentre nel nulla s’annulla.