A sera il pensiero acuisce,
libera ricordi,
all’impossibile dire
aggiunge imperfette parole,
poi il silenzio distilla le malinconie.
Penso a Te, insieme a chi amavi,
o da sola,
com’è stato per molto tempo.
Mi bastava saperti in buona salute,
cosa facevi di giorno, di notte
il tuo render nuove le abitudini,
i dialoghi strani e gli incontri fortuiti.
E mi sentivo sicuro nel mondo,
perduto nelle mie corse,
in quel perenne rincorrere la realtà
che lasciava spossati.
Mi chiedevo, negli anni più tardi,
a cosa pensavi,
la tua socievolezza aveva molte ore in cui eri con te,
e la televisione l’accendevi la sera.
Però s’invecchia se si lascia che il tempo ci metta in disparte,
a te non accadeva
e quando venivo a trovarti
mi accudivi come se la vita non fosse per entrambi passata.
Hai guidato con amore le vite,
anche quando eri sola,
tenevi la tua libertà,
difficile e piena,
restando un porto dove trovare rifugio.
Alle nostre distrazioni,
offrivi l’illimitata fiducia dell’amore,
ma cosa pensavi mentre gli anni passavano,
e piano, sfumava il lavoro.
Sfogliavi album e foto nella tua casa,
scorrevano anni e ricordi,
ma era adesso il tuo tempo,
tenevi fede al bisogno di pulizia,
cucinavi, mai per te sola,
e mentre arrivava la sera,
nasceva il bisogno d’una chiamata, per solo sentirci le voci.
Adesso mi manchi ogni giorno,
e sento che di noi tutti sono rimasto l’ultima traccia,
ma il filo di amore che ci avvolgeva le vite,
non s’è mai disciolto,
e ora trasforma la malinconia
nella gioia d’essere amato
e mi pare d’averti ancora vicina.
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17 agosto
In evidenza
Ieri avresti compiuto gli anni,
e continuerai a farlo finché qualcuno si ricorderà di te,
o compiterà per caso la targa di bronzo che ti ricorda
tra i centomila che ti fanno compagnia.
Poi nessuno immaginerà del prima
e di ciò che dopo è accaduto:
persone si sono susseguite,
vite che oggi portano traccia di te
e tu l’hai sperato e voluto.
Lasciare memoria ormai si usa poco,
i racconti non li ascolta nessuno,
ma tu sei stato
e come ogni realtà hai generato realtà e vita.
Ho cercato la dolina delle bottiglie,
dove cinque giorni dopo il tuo compleanno,
t’hanno ammazzato.
Adesso è in Slovenia,
e non so s’era proprio quella,
c’erano le pietre bianche, aguzze,
un grande avallamento da granate,
tra alberi stenti una casa,
dall’altro lato il bosco.
È passato così tanto tempo,
e gente, che il nome s’è perduto,
però era giusto cercare,
farti arrivare che chi non hai conosciuto ti pensava,
perché la continuità ha radici,
e tempo,
e storie che nessuno ascolta più.
Come ciò ch’è accaduto
e ciò che non è stato
ma ha continuato.
Altrove, in altro modo.
Se io sono è grazie a te,
buon compleanno nonno.
I natali passati

Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.
15 ottobre
Eri tu e l’amore,
nei sogni di una ragazza,
che già custodiva I sentimenti
per traversare giovane, gli anni.
Come allora mi commuove il ricordo delle tue lacrime discrete,
e rischiara il tempo la certezza dei tuoi giorni d’allegria.
Si ricorda e si piange a sera
che non è il cader del giorno,
ma il cuore che rammenta ciò che tace.
Quanto hai atteso.
il ritorno di chi amavi,
e la certezza non bastava
per distendere il tuo volto.
Ci sarebbe stato tempo
per la quiete e l’abitudine,
il ricorrere delle feste
annullava la fatica.
La cura messa nel lavoro
era la stessa dell’amore dato,
a noi, nella presenza e nell’attesa.
Non guardavi lo scorrere e il mutare
e gli anni non erano peso,
ogni giorno era un inventare
fedele a te
curiosa del divenire e di chi amavi.
La tua vita non si ripeteva uguale,
eppure ero sempre bimbo nel tuo abbraccio,
accolto ad ogni strana ora e accudito.
Si impara ad amare, amati,
e l’amore tutti univa.
D’estate c’era per noi tutti sabbia e acqua
ed era festa in quel mare ricucito al gioco,
scoprivo il piacere,
immerso nel profumare di salso ed erbe,
che è aria che si posa
sulla pelle e l’ama.
Il preannuncio di calma della cena,
nel momento che durava,
tutti assieme,
uniti e queruli d’allegra vicinanza e amore,
così i giorni della festa si protendevano nell’anno,
e ogni dolcezza era una attesa confermata.
Abitavamo sempre in alto,
avevi bisogno d’aria e cielo,
non pesavano le scale.
Nelle vecchie case si ripetevano
muri segnati da chissà quali mani
e gradini di pietra tenera scavata.
Innumeri passi,
innumere presenze andate
che si rintanavano nei sogni,
volevi muri bianchi di calcina
e arabeschi rossi e cilestrini,
tutto sembrava nuovo,
come il pulito che tanto amavi
e il cuore ritmava
canzoni da te salendo.
valori in custodia 1.
Si alzava all’alba. A nord il sole, già a settembre faceva fatica a svegliarsi e i monti attorno ne custodivano la luce a lungo prima di lasciarlo sorgere. Un caffè, del pane e burro, le poche parole possibili da scambiare con il marito, il saluto e poi scendeva verso il lago. Qui il racconto si interrompeva, forse rivedendo i luoghi, ascoltando il ricordo di quelle parole nella lingua sconosciuta, ripensando al tempo e a ciò che ne era venuto. La sollecitavo. Ancora. Sorrideva e mi guardava, riprendendo la narrazione da una umidità che si sovrapponeva sui vestiti e che veniva tenuta a bada dal mantello e dallo scialle. Camminava in fretta fino al piccolo molo. Acqua e nebbia. La barca lunga, di legno, su cui saliva e se trovava posto sedeva, ma più spesso restava in piedi. Lo preferiva per vedere quello che accadeva e come le sponde si riempivano di colore quando la nebbia si alzava.
Iniziava la traversata e la barca scivolava in un’acqua scura, densa di profondità e di umori, era raro che vi fosse troppo vento, ma la pioggia era frequente e gli scialli si alzavano sulle teste mentre i mantelli assorbivano l’acqua. Una sera le mostrai una illustrazione dei promessi sposi dove c’era la barca su cui salgono Lucia ed Agnese, e lei la guardò con attenzione. Si, assomigliava. C’era una sorta di copertura su parte della barca, ma la sua barca era molto più lunga e grande. Tra sedute e in piedi, c’erano almeno una ventina di donne e due uomini al remo. Uno davanti che spingeva e uno dietro, che indirizzava la prua con il remo. Non si stupiva più di tanto, a Venezia si remava così. La traversata durava quasi un’ora e poi scendevano parlando e ridendo nel sole di settembre. Sarebbero tornate nel tardo pomeriggio con la stessa barca, contente di avere una casa che le attendeva. Lavoravano tutte nella stessa fabbrica e alle sette erano già al lavoro. Prima c’era la vestizione, accurata, con grandi camici bianchi da indossare. Lavavano le mani, più volte e poi indossavano guanti di filo, i capelli venivano raccolti in una cuffia che lasciava solo il viso scoperto. Poi avrebbero messo una mascherina di garza fitta su bocca e naso. Restavano fuori gli occhi. Non si parlava e gli occhi sorridevano solo nelle pause. Era una fabbrica di medicinali, esigente per la pulizia, che controllava salute e modo di lavorare, la precisione e la costanza nei gesti. Alla precisione e alla sua costanza nelle mani, era abituata da quando aveva lavorato a dipingere ceramiche fin da ragazzina. La pazienza di fare cose complicate e l’abitudine al nuovo erano venute col tempo. Credo abbia lavorato per almeno tre anni in quella fabbrica, prima di passare dalla Svizzera alla Germania. Ricordava quegli anni con il piacere di aver fatto un lavoro inusuale e bello. Si capiva dal sorriso che emergeva riandando a quando era ragazza e aveva un marito che la amava. Attraverso il suo narrare parco e legato ai sentimenti vedevo il mondo di famiglia dell’inizio secolo che si dipanava davanti a me. Ed era semplice come le sue parole che descrivevano con dolcezza cose grandi e piccole. Attraversare un lago all’alba per andare a lavorare e poi tornare la sera era un gioco e un’avventura, mentre era una certezza l’amore che l’attendeva e la casa calda.
Era mia nonna e l’amo come allora. Nella sera mi sembra di sentirla narrare e guardo il buio che si cala, ascoltando la sua voce.
absenzia
Arriveranno pensieri, auguri, inviti,
le cose belle si mischieranno all’assenza,
ma l’ accesa stagione non colmerà i vuoti. E se d’intanto in tanto, il verde,
occhieggerà imperioso,
e il marrone sembrerà passato,
pronto a tramutarsi in rosso cuore,
resterà l’assenza, la sera, soprattutto,
quando sospende l’ultimo canto degli uccelli di luce
quando c’è un silenzio in cui si colloca ogni attesa,
e non è il buio della notte,
e non è il cielo ancora pieno di chiaro,
ma è il cuore che si guarda dentro
e non trova.
28 giugno 1914, è sera a Karlsruhe
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Lui e’ un uomo giovane per noi ma già maturo nella sua epoca. Ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati, pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a casa, sui colli, a gestire la locanda, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, animali da cortile, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.
Di Sarajevo, di quello che è accaduto la mattina, non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna la sera dopo, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Bosnia Erzegovina è già difficile da pronunciare, chissà dov’è. Sono paesi oltre il mare, agricoli, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina d’Italia. Tutto è lontano dal Baden. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne di male a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.
Loro hanno lavorato senza risparmiarsi, vengono da anni prosperi e felici, sono persone normali e un po’ speciali, hanno coraggio: il futuro sarà positivo.
Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata di Germania e Austria ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, credo, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Chiudendo casa con i mobili, le cose della vita costruita con fatica e dicendo ai vicini che sarebbero ritornati. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina sul Carso, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava poco, ma le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di centoundici anni fa.
le discese e le risalite

L’antica contrada delle beccherie scendeva verso il fiume, diventava piccolo porto e poi le pescherie. Il ponte continuava la strada medievale tra le case e congiungeva palazzi e torri. Le poche rimaste. Anche la torre a fianco dell’antico albergo al bo era stata prima privata della lanterna, rinforzata con catene e raccorciata, ma teneva ancora le campane che suonavano a carillon l’inizio e la fine delle lezioni e battevano le ore. La casa che guardava le pescherie e il fiume era sorretta dalle altre case vicine. Un crocchio di eterne ragazze che ospitavano artigiani, piccoli commercianti, botteghe, operai. La via era la traccia di un retroporto romano appena fuori delle prime mura medievali e poi inglobata nel reticolo di strade che riempivano di case e orti lo spazio tra i palazzi di professori e nobili.
La notte, complici le ristrettezze comunali, l’oscurità era morbida e si spingeva sotto i portici seguendo le imprecazioni degli ultimi arrivi dal lavoro o dall’osteria. C’era il silenzio che solo le città possiedono. Animato, robusto e sornione, custode di vite che si ritengono appartate e condividono i sospiri. La torre batteva le ore, in mezzo ad esse un respiro profondo di basso si gonfiava e poi espirava il fiato già caldo dei muri. Su quel ritmo e con quell’accompagnare, ogni canto diventava sommesso, ogni nota appropriata, ogni voce era piena di promesse e di possibilità.
Le prime voci che ancora ricordo, furono quelle della mamma, sudata, affranta, contenta. Di mia nonna, che bestemmiò piano perché non ero una bambina, di mio padre che era felice come solo lui sapeva essere. La voce di mio fratello, che uscì dal sonno e in piedi sul lettino cercò di capire il trambusto inusuale, venne appena dopo, Ed era interrogativa. Chi era arrivato a quest’ora di notte?
Se esiste una tavola periodica dei suoni che li sistema assieme ai sentimenti, quelle voci erano nella parte primigenia, quella che trasforma l’energia in materia e nella sua semplicità costruisce l’evolvere delle cose. La complessità di ciò che si estrae dalle possibilità delle vite attinge a quei suoni che sono i primi uditi, tenuti stretti come buoni, conservati per discernere le vicende di ciascuno.
O almeno così io credo sia. E a quei suoni, tanto amati e tenuti da conto, unisco ciò che era fuori di quella stanza con le imposte socchiuse e le finestre aperte. Metto la notte che percorreva la via e che ha ascoltato il mio primo strillo. Unisco il rintoccare delle tre nella campana piccola della torre, i passi di qualcuno che andava verso casa. E senza avere nessuna pretesa di capire, penso che il tempo nato allora, abbia stabilito relazioni con quei suoni, tracciato segni per ritrovare una strada su cui tornare. Sono i suoni dentro che lasciano andare e correre, gioire, capire, dispiacersi, piangere, ricominciare. Quei suoni sono una perfetta circonferenza che riporta il tempo dove è nato e dove ha acquistato il nostro senso. Ognuno di noi li ha.
Io ricordo i miei e così la notte mi parla quando è quieta e nella veglia collega voci e vibrazioni, la prima compagnia, gli amori già prima sbocciati, speciali, mai esauriti.
lettera a te

Figlio caro, questi anni sono scuri, pozze immani di disumanità che sembrano non finire. Non ci sono certezze, mentre vorrei per te una stagione di grandi speranze dove la tua vita, quella dei nipoti e poi avanti nelle generazioni, fossero un crescere di umanità che si riconosce, collabora, convive.
Può essere questa, la migliore delle età, la prima di altri tempi e stagioni buone perché mai come adesso abbiamo conoscenza e tecnologia che possono essere portate al benessere comune.
Come quando eri bambino, la sera, vorrei raccontarti le storie in cui entrambi credevamo, usare le parole squillanti della speranza che ritrovavamo al mattino e invece ho capito che la speranza è una conquista quotidiana, che ha bisogno di riflessione per farsi trovare. Non è che non ci sia, ma ora c’è una fatica maggiore della speranza che la mia generazione non ha conosciuto.
La mia età giovanile ha avuto negli anni ’60 una speranza che non solo alimentava il fare, ma faceva trovare occasioni vere, lavori solidi che permettevano di costruire futuro e progetto personale, ed era lì, ogni mattina che ti attendeva. Per questo forse potevamo criticare così profondamente il sistema, le convenzioni dei nostri padri, il potere, le parole vuote che ci circondavano. Potevamo ribellarci perché il futuro era a portata di mano, lo si poteva toccare e cercare di cambiare, mantenendone la possibilità che ci riguardava. Quella che è stata sottratta a te e ai nipoti è stata anche questa capacità di critica profonda, il credere che cambiando la politica, il potere, cambiassero i rapporti tra le persone, e che insieme si stesse più bene.
Non riesco a capacitarmi come noi, padri, madri, non siamo stati in grado di vigilare mentre il Paese andava a rotoli. Per egoismo, forse, ma ancor più per incapacità di capire, isolati come eravamo, nel pensare alle rivoluzioni tradite, persi nei nostri libri, nella musica che parlava di noi, nel pensare la nostra meglio gioventù, mentre ci sfuggiva la vostra giovinezza, la vostra capacità di creare il nuovo. Noi quel nuovo che cercavate di mostrarci, fatto delle prime difficoltà della nuova stagione della politica, non lo capivamo, eppure avevamo e abbiamo bisogno di voi, ora come allora, ben oltre l’amore. Abbiamo bisogno della vostra freschezza, della vostra visione del reale. Siamo diventati ciechi e la realtà ci sfugge e così ci sfugge la percezione di ciò che è necessario fare. Non può essere altrimenti visto che abbiamo lasciato precipitare la situazione al livello attuale. Un Paese, il nostro, nelle mani della destra e di donne e uomini che non colgono i problemi veri, ecco quello che siamo stati in grado di produrre con il nostro non vedere.
Eravamo già ciechi prima. Quando cadde quel muro la polvere invase tutto. Non solo la politica, ma la vita, quella di tutti i giorni. E tu, voi, eravate piccoli, mentre noi pensavamo, non eravamo, pensavamo che sarebbe finito presto, che si sarebbe riaperto tutto dopo gli anni craxiani della Milano da bere e dei rampanti. E che quell’ondata di pulizia, così diversa dalla nostra, fosse rigeneratrice proprio per quel suo provenire dall’interno, dai giudici per bene, non quelli fascisti che avevano per decenni insabbiato tutto. Un Paese nuovo senza corruzione né raccomandazioni, e questa cosa riguardava anche te, voi, che eravate adolescenti, ma sareste cresciuti in un futuro pulito. Vostro e nostro, assieme. Ci sbagliavamo. Noi, i padri e le madri usi ai cortei, alle manifestazioni, ci sbagliavamo. Quel muro crollato lontano, in realtà travolse noi, non il malaffare e i ladri di futuro, mascherati da giustizialisti uscirono allo scoperto. Chi si era già intruppato ne approfittò per emergere, gli altri, noi, cercavamo di capire. E non capimmo. Le nostre vite si sono riempite di bugie, fuori bugie grandi per occultare, dentro bugie piccole, omissioni, per vedere ciò che ci sarebbe piaciuto. E le bugie oscuravano la realtà.
Mi sono chiesto come questo Paese abbia potuto diventare tanto indebitato e ineguale. Sono giunto alla conclusione che l’ineguaglianza è l’indice della perdita della misura del giusto. Mi chiedo dove eravamo mentre la giustizia veniva vilipesa da un uomo che si faceva beffe dei giudici e dei tribunali. Dove eravamo quando le grandi aziende, il sapere del fare cose complicate, venivano vendute. E quando la chiesa riprendeva a dettare le agende di governo, scopertamente, senza ritegno, dove eravamo. E quando cadevano i nostri governi per mano amica, quando non si facevano le leggi sui conflitti d’interesse, quando si taceva sulle quotidiane bugie sull’economia, dove eravamo. Eravamo confusi, sembrava che bastasse attendere e tutto sarebbe passato, che quanto accadeva fosse esterno alle nostre case, che dentro non succedesse nulla. Non era così, Figlio caro, e mentre la muffa fuori ricopriva le cose e le idee, quella stessa muffa penetrava nel nostro modo di vivere. Abbiamo via via accettato l’idea di non essere molti e determinati, ma singoli dentro al nostro naufragio ideologico. Sì, ci siamo lasciati convincere che noi eravamo i naufraghi, il nostro mondo, i nostri valori. Gli stessi che vi avevamo trasmesso e allora abbiamo cercato di proteggervi di più. Ci siamo illusi di potervi bastare, di essere sufficienti perché la muffa non entrasse nelle vostre vite, finché qualcosa, noi o il tempo, avrebbe rimesso in ordine le cose, pulito il mondo comune. Per questo eravamo impegnati a difendervi e difenderci. Ci siamo sbagliati, quel mondo che per noi era sbagliato, stava diventando il vostro. Abbiamo vissuto in un’altra realtà, in altre speranze, ma il mondo vero, in cui agire, era il vostro, quello che diventava sempre più grigio, sempre più chiuso.
Ciò che era stata una conquista, la scuola per tutti, diventava un’ulteriore diseguaglianza tra chi, dopo, avrebbe avuto un “padrino” e chi, invece, sarebbe stato affidato a se stesso. La stessa sanità per tutti, si avviava a non essere tale e diventare fonte di un potere inscalfibile. Questo ci faceva abbarbicare alle cose, al già stato più che immaginare il nuovo. Quello che era il nostro mondo migliorato da tante lotte sembrava non bastare. Eppure noi volevamo per voi vite normali e felici, esistenze che passassero attraverso la realizzazione di sé in una società amica. E invece quel mondo e quella possibilità cambiavano e noi non l’abbiamo capito, forse persi nell’illusione di bastare, di riuscire a conservare il buono raggiunto e cambiare le cose con la volontà.
Ci siamo lasciati separare, scindere le vite e la comunicazione, mentre avevamo e abbiamo bisogno di capire e camminare assieme a voi, di condividere la realtà e la speranza. Quella nuova, quella da costruire. E’ tardi, ma non ancora troppo tardi, siamo vecchi e non domi, tu sei sano, molti di voi sono sani e non ancora rassegnati. Non basta più attendere che passi, abbiamo bisogno di voi. E voi, forse, di noi, perché ci sia qualcosa di nuovo, perché tutto non sia già visto e scontato. E’ con amore che lo penso, l’amore fuori discussione che non impedisce di vedere la realtà.
Il mio può sembrarti un discorso da reduci, ma non siamo tali perché la guerra non è finita e non abbiamo vinta una sola battaglia. E poi sono così noiosi i reduci, raccontano il passato e non sanno vedere il futuro. Spero che tu capisca che abbiamo bisogno di voi e non siete soli, ma che dovremo fare uno sforzo per immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa che spinga avanti, che ci porti fuori dalle case, che faccia cambiare l’umore del Paese. Ne abbiamo bisogno tutti, voi per immaginare un future che vi appartenga, noi per non aver sbagliato troppo. Per questo ti chiedo di camminare assieme, di riprendere ciò che si è lasciato cadere e che sono i nostri ideali, di unirli ai vostri, in una visione del mondo che sia più grande di noi e che meriti i nostri sforzi, il nostro impegno. Con amore e con speranza al lavoro e alla lotta.
allora, sera
Si spengono i fiori di mandorlo
e a terra si stende la luce:
in anfratti d’erba riposa la sera.
Tra lucertole assonnate
chiude il giorno,
che ancora rincuora
e quiete le cose,
preparano la notte.
Tu torni,
è la sera che benedice il passo,
per te è il calore che ti abbraccia,
il profumo di legna e di ferro,
l’acqua che bolle
e il catino che attende il viso
dopo le mani offerte all’inverno.
Così è caldo il volto,
e i tuoi occhi limpidi cercano
dopo la cura di sé, il bacio.
Nel profumo della cena la parola,
accarezza il verbo, la lingua antica,
e caccia nella tana, le paure.
Tu sapevi del vivere aspro
e mi donavi del tempo
la notte e il coraggio del sogno.
Il mio cuore sereno,
in te, dormiva.