parliamo di sinistra

In evidenza

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

il sangue e la terra

La casa del Galiazzo era all’angolo di quattro strade, appena fuori della strada che portava al mare. Era una casa di campagna, grande, con una mura alta di mattoni e un largo portone di legno robusto che immetteva in un’aia di terra battuta. Su due lati c’erano le stalle e magazzini, i Galiazzo allevavano e commerciavano cavalli da carne, quelli pronti per il macello o utili ai lavori pesanti, li tenevano vicini a casa. Sul lato verso strada, c’era l’abitazione. Facevano anche i macellai e vicino al portone, c’era un bugigattolo di stanza, con le pareti imbiancate a calce, i ganci appesi al soffitto e un bancone di marmo, che serviva da negozio. Lì vendevano la carne al minuto, spesso ceduta a credito, che serviva per fare domenica alle famiglie della strada.

Dopo la casa dei Galiazzo, c’era un villino di mattoni faccia vista, abitato dal medico di condotta, con un bel giardino davanti e due siepi di bosso che dal cancello di ferro battuto portavano all’ingresso. Il villino era la più bella casa dell’intera strada che si dipanava tra i campi per curve e rettilinei, a tratti affiancata da un fosso e da una sequela di costruzioni basse con l’orto in bella vista, spesso a un piano o al massimo due. Le chiamavano le case di poenta e tocio, perché venivano costruite al sabato pomeriggio e la domenica, con mattoni e materiali recuperati altrove, portati di notte con carretti a mano e ammucchiati in attesa del sabato successivo. Crescevano lentamente, quando c’erano soldi per pagare la calce e le travi. La mano d’opera era costituita da parenti e vicini che ricevevano in cambio del lavoro, un pranzo abbondante di polenta e carne (poca) e molto sugo da intingere. La fatica e il cibo venivano dissetati con un vino duro, pieno di tannino che colorava labbra e bicchieri come inchiostro, era il grinton, fatto in casa, certamente genuino e senza pari per confronto di asprezza, ma in mancanza d’altro, aveva i suoi estimatori. Quelle case si aggiungevano le une alle altre, lungo la strada, occultando i campi retrostanti, dai quali era stato acquistato il lotto minimo necessario. Erano costruzioni con i pavimenti di mattoni o di graniglia pepe sale, molto abitate di uomini stanchi e donne sfatte dalle gravidanze, ricche di bambini che correvano a gruppi e bande lungo la strada e avevano sempre fame dopo pomeriggi passati a impolverarsi nei campi oppure portavano a casa mal di pancia e febbre, per la frutta acerba mangiata dai vicini che erano al lavoro in città e non potevano difendere la frutta sugli alberi.

La casa dei Galiazzo era un’ anomalia per dimensioni, ma anche loro, molti fratelli con un padre socialista come i figli, erano un’anomalia. La gente della strada, aveva imparato a non dire, a non essere, a rinunciare alla poca libertà posseduta prima e bisbigliava nelle case, ricordi di guerra e speranze di un futuro migliore, ma quasi tutti andavano ai raduni, più per curiosità che per adesione e quelli che non chiedevano l’iscrizione al partito fascista, erano come gli altri, silenti in osteria e decisi in casa a insegnare a non farsi coinvolgere.

I Galiazzi, erano tanti e li chiamavano al plurale, loro non avevano taciuto: erano socialisti da prima e tali erano rimasti. Così quando i fascisti avevano voglia di picchiare, quando volevano insegnare ai silenti dov’era finita l’Italia, andavano da loro, entravano con il camion, scendevano, inseguivano con i manganelli di legno duro. Le madri si nascondevano con i bambini. mentre i maschi, quelli che non riuscivano a scappare per le finestre in strada o per i campi, cercavano di difendersi, ma erano sempre pochi e gli altri troppi. Il sangue di quelli che restavano a terra, in mezzo alla polvere, scendeva fuori dal portone, fino alla strada, fino al fosso. Bastonavano forte i fascisti, anche se i ragazzi si difendevano e avevano muscoli e poca paura, non c’era storia, erano uno contro cinque, sei, sette, e a picchiare troppo non conveniva perché i manganelli spaccavano le teste ma le rivoltelle uccidevano.

Passare così la giovinezza era duro anche per chi aveva idee forti e ci furono emigrazioni, restarono i necessari per sopravvivere, i più forti che speravano che tutto quel nero finisse e che il sangue non inzuppasse più la terra di casa. Hanno resistito più del fascismo, alcuni dall’estero, erano tornati per la resistenza, tutti hanno festeggiato, ovunque fossero, per la libertà ritrovata. E la grande casa si era ripopolata perché dei tornati erano rimasti, il mestiere era rimasto il solito e attorno le case erano cresciute e fatte più belle. Qualcuno della strada era emigrato e poi tornato abbastanza ricco da iniziare un lavoro nuovo, anche il comune se n’era accorto e la strada era stata asfaltata, inglobando tutto quel sangue antico versato per le idee di fratellanza e di giustizia. La scuola era piena di bambini come una volta e i giochi per un po’ di tempo, furono gli stessi. Nella grande casa, come ovunque, i giovani d’un tempo, s’erano fatti anziani e le nuove famiglie dei figli non restavano con i genitori, chi era distante tornava una volta all’anno per vedere i vecchi. Anche il commercio era cambiato come i consumi, così alla fine la casa era rimasta quasi vuota e, sistemati i vecchi, fu venduta facilmente per l’ottima posizione. Adesso al suo posto c’è un condominio molto grande che sembra già superato ed è sempre stato anonimo, anche se gli appartamenti hanno i bagni e l’acqua corrente. All’inizio della strada è rimasto il capitello con l’immagine del Cristo che c’era allora, Il condominio è stato arretrato di qualche metro perché nessuno ha avuto il coraggio di togliere anche quell’identità alla strada.

Le vecchie storie sono finite come il grande fosso: tombate e trasformate in strada asfaltata, nessuno sentiva il bisogno di raccontarle e ritrovata la parola al bar e in osteria, ciò che si sussurrava un tempo in casa, ora era motivo per alzare la voce, ma senza la paura di un tempo. Molti pensavano che la libertà ritrovata fosse stata anche merito loro, per quelli che votavano adesso, ma non era così, avrebbero dovuto riconoscere chi si era fatto spaccare la testa per le proprie idee come un benefattore di tutti e invece, per loro, erano restati macellai e commercianti di cui raccontare le botte subite come un aneddoto, ma senza una relazione con la democrazia conquistata.

Sono tornato più volte in quei luoghi, la casa del dottore c’è ancora e anche le altre case sono rimaste, la speculazione ha eretto condomini che nulla avevano a che fare con gli orti e le casette, ma non ha infierito per carenza di domanda, così è come non fosse avvenuto nulla, che tutto quanto accadde allora fosse stato nelle teste di chi se n’è andato. Anche il ricordo si sfrange in un relativo che non è storia, non è terra, non è niente; e non è bene.

la via

Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa il taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senz’interesse personale e che solo questo è un partito definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senz’ansia del giudicare. Sommessamente ma distintamente, dire:appartengo a me stesso e a ciò che amo. Con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

sognando la realtà

Quelli della mia età che ancora guardano il mondo sanno bene cosa significa omettere, deviare, passare attraverso principi attenuati dal tempo che muta la società. Conoscono il buono del liberalismo che li ha riguardati e le lotte contro di esso che erano passioni. Non erano condizioni di vita, erano passioni. Tornano le parole di Di Vittorio quando parlando del faticoso patto sul lavoro raggiunto tra sindacati, padronato e governo, fece una digressione sulla sua vita dicendo che lui, le condizioni dell’indigenza le aveva conosciute personalmente. Erano parte della società in cui viveva e stigma di classe. Ora chi potrebbe dire altrettanto che voglia cambiare l’ingiustizia e ne abbia il potere?

E noi dove abbiamo sbagliato quando, socchiusa la porta, si sono lasciate entrare le ragioni del liberismo ammantate di libertà civili che sarebbero finite nel fango della condizione quotidiana del vivere. Abbiamo vissuto un sogno e l’abbiamo confuso con la realtà perché quel sogno aveva conseguenze, cambiava il mondo e le vite, a partire dalle nostre, ma per farlo doveva diventare realtà.

e si discute dei posti da occupare in ristorante

Non è la prima volta che i mezzi, a furor di popolo, generano i fini, cioè rovesciano la politica che non è fatta di annunci, ma neppure solo di fatti. Perché i fatti muoiono o generano altri fatti, ma mai un progetto. Se star bene in molti, è un progetto, ci sono priorità e conseguenze. Avere tutto subito è prerogativa dei bambini che sperimentano il limite, a volte piangono a volte li accontentano, ma è così casuale l’effetto che il limite stranamente si fa solido ed emerge interiormente da solo, ovvero si sa cosa si può chiedere e quando. Guardatevi attorno: distinguere la necessità dal superfluo, la discussione oziosa da quella che va al cuore delle cose è igiene mentale personale e collettiva.

Ma chiedetevi quanto vale davvero la vita umana, perché viviamo tutti di luoghi comuni e le vite umane oggi valgono molto meno delle parole con cui le si circonda e compatisce. Chiediamoci se il nostro senso di umanità non sia per caso, proporzionale alla distanza e se questa non aiuti gli uomini a diventare numero. Mancando una guida morale forte e comune che lasci correre la libertà sino al limite di non far male all’altro, che consideri giustizia ed equità collegate, serve un ripensare a ciò che si dice e conseguentemente si fa.

Un’etica comune costruisce un popolo. Forse anche di questo parlava la festa della Repubblica. Dalle nostre parti si è rovesciato l’assioma di chi educa chi e a educare la politica dovrebbe essere il popolo, chiamarla alla realtà di ciò che si promette. Non è una acquisizione recente, è nella Costituzione perché i padri costituenti sapevano da dove venivano e con chi avevano a fare. Ma non è andata così e abbiamo assistito, complici o ignavi, al più grande fallimento della politica da quando è nata la repubblica, ovvero la sua incapacità di essere progetto e azione conseguente.

Draghi non è un prodotto dei cattivi maestri ma il risultato di una politica che a furia di personalismi, proclami, inettitudini ha formato dei leader che blandiscono, accarezzano i desideri, promettono, e incuranti disfano ciò che la fatica di tutti costruisce. Sarebbe bene chiarirla questa cosa perché quando si vive a debito significa che qualcuno continua a spendere ciò che con fatica altri guadagna, significa che la cuccagna finisce con la credibilità delle formichine, significa che la politica non governa ma accarezza il pelo. Per questo si parte dai mezzi, veri o annunciati, per arrivare ai fini.

Questo paese purtroppo si è spesso impantanato, non perché gli altri sono cattivi ma per carenza di un progetto che sia condiviso e reale. Vivere a debito è facile finché il creditore non chiede la restituzione, ricordiamolo ora che il liberi tutti cancella la realtà, ricordiamo che il problema non sono i posti a tavola al ristorante, ma il fatto che da 30 anni massacrando la stessa idea di lavoro e i lavoratori il tasso di produttività non cresce, le idee innovative scarseggiano, non esiste più una grande industria che metta insieme manufatti complessi.

Se questo Paese vuole avere un futuro tutti devono pretendere che dopo il covid le cose cambino, che ci sia un lavoro che sia pagato dignitosamente, che le tasse siano progressive, che il sistema pubblico di salvaguardia della salute e del sociale sia garantito ovunque e che i giovani non se ne debbano andare. Insomma alla politica non si devono chiedere quanti posti si possono occupare in ristorante ma il progetto di vivere meglio, con giustizia ed equità, pagando i debiti.

Il resto sono chiacchiere.

la crisi occulta del noi

Il liberismo è una prigione dolce. Si alimenta di privilegi, rende naturale la diseguaglianza, fa dimenticare l’ingiustizia. Rende gli uomini soli, trasformando il rapporto tra io e noi in un solo contenitore: se stessi. Scompone le agende delle priorità, affievolisce l’etica e la compassione. Colloca l’uomo in secondo piano, lo rende accessorio non solo del produrre ma anche condizione del benessere di altri uomini. Realizza il desiderio e il piacere attraverso le cose, ne vuole il possesso e non si limita agli oggetti ma in esso racchiude gli uomini e poi i sentimenti. Non abbiamo più ideologie che almeno indichino l’avversario e che così che facciano emergere l’antidoto e neppure ciò che implica una dialettica e un confronto. Così si perde la speranza di un cambiamento, di un futuro che ricomprenda la sconfitta dell’egoismo. Noi viviamo in una parte del mondo in cui le ingiustizie più acute non hanno la misura sconfinata di altre ben presenti nei Paesi oggetto di guerra, di dominio, di sfruttamento illimitato delle risorse e dell’uomo e questo dovrebbe essere un vantaggio per elaborare un mondo diverso che sia esteso alle altre parti meno fortunate, ma non è così. Una sinistra che non immagina più un futuro differente, che accetta come naturale la scomparsa del “noi”, diventa parte integrante del sistema non il suo elemento di contraddizione che lo cambia. Anche ora, nella pandemia che sembra rendere tutti uguali, le differenze si accrescono. Nella cura, nella possibilità di isolamento, nella disponibilità economica, nelle ricchezze che crescono ancora senza limite a vantaggio di pochi che con i mezzi per combattere il virus traggono profitto. I sistemi che più si spostano verso il liberismo spinto lasciano le persone a se stesse. In essi si cura solo di chi può pagare perché questo alimenta il lucro sulla salute. Non esistono più diritti fondamentali, un accesso alla salute che guarda solo all’essere persone, ma è la disponibilità economica a fare la differenza. Questo si proietta in avanti e andrà a generare il nuovo ordine mondiale. Dovremmo chiederci se è questo il mondo che vogliamo, se è in esso che l’uomo può realizzarsi e progredire. La crisi occulta del noi è l’asservimento dell’io, la sua riduzione a dipendenza, perché ci sarà sempre qualcosa in grado di comprarlo o di ridurlo al silenzio.

le vie di mezzo lasciano ferite

Chi si ricorda di Bombacci?

In questi giorni di perenne crisi italiana, dopo una pandemia devastante e già pronta a essere rimossa, si sono attivati gli stati generali. Un affresco del futuro che ci dovrebbe attendere, ben calibrato sul termine ri costruzione dell’economia che di fatto riporta a un prima in crisi e che è favorevole per chi conta e ha gestito sinora destini e privilegi, ma non tocca i temi del diritto alla sanità, all’istruzione. all’abitare, alla mobilità non inquinante, al lavoro come diritto dovere equamente retribuito. Quindi continuerà una progressiva perdita di diritti e di possibilità di uscire dall’indigenza per quelli che già prima erano sull’orlo della crisi.

È una grande occasione questa crisi e in particolare per l’Europa, che però è immobilizzata dalla propria incapacità di essere di più che un aggregato e quindi silente, che cerca di tranquillizzare con molti denari che fanno gola ai soliti aggregati d’interesse la rabbia che cresce al proprio interno. Dobbiamo chiederci quanto c’è per un nuovo che sia davvero tale in economia come in rapporti sociali, che rimetta in moto l’ascensore sociale, riduca l’ineguaglianza, che faccia davvero emergere la volontà di affrontare la sfida ambientale? Nulla, perché non muta il modello neo liberista e la sinistra socialdemocratica si è adattata usando il si ma, ossia quella difficile manovra che di fronte all’impossibilità di dire che ci sarà più equità e speranza, calcia la palla in avanti. Tutto rinviato a nuovi equilibri politici mentre si addensa la paura per i molti che perderanno non solo il posto di lavoro ma la condizione sociale di autosufficienza. La rabbia dovrebbe essere la maggiore preoccupazione  per chi governa perché, alla fine l’opposizione che nulla fa, potrà dire che avrebbe fatto meglio. E verrà creduta portando verso una nuova accelerazione delle disparità e della perdita di diritti.

Tutto questo pensare al dopo covid non arresta i problemi del mondo e dell’Italia. Con l’estate riprenderanno tragedie e sbarchi. Abbiamo ancora i porti chiusi e chi glielo spiega alle donne, violentate nei campi di raccolta libici, che c’è una malattia in Italia che è peggio della loro vita? E gli uomini invisibili, quelli che ora l’agricoltura contingenta, sarebbe interessante andarli a a contare nei campi, sono illegali per legge, creati così dallo Stato che poi si volta dall’altra parte, dov’erano in questi mesi di chiusure: spariti, numeri, pedine di scambio per lavori meno che precari. Quindi esiste ancora il problema dell’immigrazione ma chi lo può affrontare e risolvere non sono i paesi dell’accordo di Visegrad che hanno accolto zero (0) immigrati, e così torniamo all’Europa che vede la realtà e chiude gli occhi, l’Europa dei diritti e dei doveri umani che derubrica il problema. Per ora tutto o quasi tace, finché non esploderà nuovamente visto che nessuna delle guerre è stata risolta, che la fame uccide 5000 bambini ogni giorno, visto che un miliardo di persone sono nell’indigenza nel mondo. Quindi il problema si può derubricare ma è alle porte.

Bombacci era un socialista rivoluzionario, un fondatore del PCI a Livorno, inizialmente molto radicale, poi negli anni del fascismo si illuse che il regime contenesse un po’ di socialismo,che ci fossero spazi di riformismo e di critica, finì a Dongo con Mussolini. Perché lo dico? Non per infangare la sua memoria ma per far capire che tra due visioni dell’uomo, della società e del suo futuro non ci possono essere sospensioni di giudizio. Ciò che dice l’Europa in termini di principi e di prospettive non rende efficace e lecito ciò che poi avverrà nel cambiare un sistema che non regge più anche se si spartirà gli aiuti, e non risolverà i problemi. Questo consegna responsabilità al governo Italiano, al m5s prigionieri di assiomi contraddetti dalla realtà, ma soprattutto non libera la sinistra e gli uomini di buona volontà dal dire che se non si risolvono i problemi verremo travolti da essi e anche l’Europa e la democrazia verranno travolti. Non basta un po’ di orgoglio nazionale. Orgogliosi di cosa, di quale cambiamento, di quanta equità da spendere in progetti e nuova occupazione?

Bombacci dovette tacitare l’intelligenza e i principi che aveva, con la guerra di Etiopia,  con gli eccidi di preti e civili copti, persone assolutamente innocenti, mentre gli italiani si costruivano il mito di essere brava gente e bombardavano in Spagna le truppe repubblicane, usavano armi chimiche, costruivano un impero invadendo nazioni sovrane. Dovette misurare l’intelligenza e la capacità di analisi con quello che ne venne poi di guerre, compresa quella alla Francia. E perse il rigore, l’aveva già perduto perché non c’erano elementi di giustizia sociale nel fascismo. Il giusto e la diplomazia contro la realtà della forza e la volontà di affermazione personale, non potevano essere corretti in un’opposizione ideologica se poi non si scavava facendo emergere il nero, il pensiero maleodorante che discriminava gli uomini, che generava le leggi razziali, che in colonia le aveva già applicate assieme al madamato e alle spose bambine da comprare. Un regime dove gli uomini che non erano uomini uguali era redimibile? Era una domanda che circolava nei guf, nelle fronde dei giornali universitari, ma solo gli antifascisti al confino o nascosti avevano dato la risposta giusta: no, non lo era. Si poteva solo non vedere la realtà e questa è già una condanna.

Ciò che non trova le soluzioni ai problemi ma afferma la volontà di potenza affascina gli uomini, ma la sinistra non può accettare che non cambi nulla, fermarsi alla superficie del mutamento. Non è più possibile,deve analizzare e indicare alternative.
È questa la funzione di chi ha una visione della società e della storia, dire ciò che pensa ed è conforme a un obiettivo generale, che mette al centro dell’agire il bene comune dei molti e non dei pochi. l’Italia non può essere identica dopo la pandemia, deve scegliere cosa essere e non dire cos’è stata. Il neo liberalismo non è riformabile se non in una chiave di responsabilità sociale, di lavoro ed equità diffusi, di welfare reale e stabile.

Così l’immigrazione deve essere vista, affrontato lo jus culturae, deve vedere gli uomini che circolano nelle città e nelle campagne, che lavorano e sono sfruttati oltre ogni dire. E se abbiamo una civiltà da spendere questa visione deve essere imposta all’Europa, bloccando trattati e crescita dei privilegi finché il richiamo etico non diventerà soluzione.  

Bisogna ricordarsi dei cadaveri buttati in mare, dei pescatori che non vanno più a pescare per timore di incontrare persone da salvare che non sanno come sbarcare e c’è chi non mangia più tonno. Il Mediterraneo è il nostro futuro o la nostra maledizione per l’insensibilità collettiva dimostrata. E non possiamo far finta di niente perché nel futuro ci siamo noi e loro: ci sono quei due cadaveri abbracciati, un ragazzo e una ragazza, morti di fame sul fondo di un gommone o il ragazzino con la pagella cucita nella giacca, ci sono le madri affogate assieme ai figli, e insieme a loro ci sono i salvati che scivolano in una indigenza senza speranza. Ci sono i nostri lavoratori, la nostra società che si disgrega assieme ai diritti faticosamente conquistati. Pensiamoci perché i poveri sono tali per condizione e per ingiustizia e sono brave persone, uomini che il sistema di prima condanna.
Bisogna dire da che parte si è perché non c’è speranza di riformare la destra e per cambiare il mondo non si può tornare a prima. Le vie di mezzo non esistono se si vuole davvero mutare il modello in cui si vive, far vivere meglio le persone, dare un futuro in cui ci siano gli uomini e i bisogni, non solo il denaro.

buon primo maggio 2020

 

Quest’anno no.

Mi avvicinavo alla piazza a piedi o in bicicletta. Nelle città di pianura si cammina molto oppure si va in bicicletta e quando si incontra qualcuno con cui si ha voglia di parlare, ci si siede sulla canna e si conversa. Spesso anche lui è in bicicletta e fa le stesse cose, si parla di quello che accade, si chiede di persone che entrambi conosciamo, si commenta ciò che succede. Spesso c’è qualche rivelazione inattesa, poi alla fine ci si saluta e ciascuno va per la sua parte oppure, se c’è tempo, s’appoggiano le biciclette e si prosegue in un’osteria o in un caffè.

Quest’anno no.

La piazza dei Signori segue quella delle erbe e quella della frutta, sono una per lato della grande mole del Palazzo della Ragione. La nostra cattedrale laica che è da sempre il centro su cui ruota la città. Proprio quest’anno celebra i suoi 800 anni di vita. Una lapide dice che questa mole Pietro Cozzo ideò e Padova repubblica romanamente compì. Era il 1200 più o meno, con la sublime imprecisione che in quegli anni accompagnava il tempo.

Da una di queste piazze già sentivo il brusio della manifestazione, una piccola strada e sarei entrato nel tripudio di bandiere e palloncini rossi che contornava i discorsi dal palco. E subito le persone da salutare e abbracciare, con i bambini che correvano tra le gambe, il sole che splendeva e l’orologio astronomico del Dondi a fare da sfondo sornione a ciò che era festa.

Quest’anno no, ma in maniera diversa, perché questo primo maggio è comunque consapevolezza che siamo insieme, che quanto accade minaccia il lavoro di molti, lo toglie a tanti e impoverisce chi vive della propria testa e delle proprie braccia.

Tutto ciò che viviamo si è adeguato, a suo modo, alla minaccia, al senso di timore che accompagna ogni incontro, alla permanenza nei luoghi chiusi, all’assenza dei gesti della stima e dell’affetto che devono essere tradotti in parole.

Gli altri anni quando stavo per arrivare in piazza avevo sempre un senso di attesa e di timore, su quanti saremmo stati, se i discorsi avrebbero colto la fatica di chi il lavoro non lo trovava, se trasmettere la dignità del lavorare sarebbe stata sufficiente durante l’anno per motivare una manifestazione, uno sciopero, una lotta. Tutto quello che serviva a chi subiva un sopruso ma anche -e soprattutto- per essere uniti. Poi mi scioglievo nei saluti, nel riconoscere i compagni di sempre e nel vederne di nuovi. Un battere sulle spalle, un ricordare, ma anche un vedere oltre. Perché senza vedere in avanti non si capisce cosa accadrà, non si vede il troppo che manca, il positivo su cui impegnarsi e ci si sente più soli. Anzi si è soli. Quella condizione che ci è stata raccontata come gloriosa competizione e rappresentazione del successo delle vite, ma che in realtà ci ha reso deboli e senza speranza quando si prova a entrare nel mondo del lavoro o se ne viene cacciati. Provate a pensare a cosa serve tutta questa esaltazione del sé competitivo nella bufera di virus e solitudini in cui siamo. Pensate a cosa accadrà dopo, quando la pandemia sarà sconfitta ma alle spalle avrà lasciato più povertà, disoccupazione, precarietà, minori diritti. E si dovrà cambiare il mondo per fondarlo su altri principi che non siano il solo profitto. Pensateci bene e poi capirete perché quest’anno il primo maggio è differente ed è una rinascita della centralità del rapporto tra uomo e società, tra dignità e mezzi per vivere, tra lavoro e precarietà.

Vi auguro il primo maggio come l’ho augurato ai miei concittadini e che il prossimo anno la festa sia doppia: in piazza e inondata di sole e di speranza.

Buon primo maggio a chi il lavoro ce l’ha e a chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato e gli è stato rifiutato. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende e buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo. Buon primo maggio ai bambini che non sanno dove andare e che saranno i lavoratori di domani. Gli altri anni erano al mare o ai monti ma anche in piazza dei Signori tra i palloncini e le bandiere. Buon primo maggio a chi lavora nelle zone industriali, a partire dalla nostra, e non sa quale sarà il suo futuro. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti.

 

 

25 aprile 2020

Questa festa della Liberazione ce la ricorderemo. Per il tempo che viviamo, perché tutto è uscito dall’abitudine, per le troppe parole d’odio che circolano, per la libertà minacciata in molti paesi e perché da troppo tempo è meno considerata anche da noi. Ce la ricorderemo questa giornata con le piazze e le strade vuote, con quel pezzo di Parlamento seduto, lega e fratelli d’Italia, mentre si commemorava il 25 aprile.

Ce la ricorderemo con così tanta Bella Ciao che mai si era sentita prima, dai balconi, nelle case, nella rete, dentro le persone, sulle labbra; sussurrata, cantata a piena voce, commossa, stupita e orgogliosa di essere da tempo non più solo italiana ma di tutti quelli che vogliono la libertà. Non se ne andrà Bella ciao perché non è un saluto ma una promessa, che ritma il cuore e il passo, che tiene insieme i pensieri quando non si capisce cosa accada attorno, che fa mettere la mano sulla spalla del vicino e lo fa sentire compagno con un sorriso. 

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, perché non basta sentirla la libertà, bisogna volerla, cercarla nelle azioni che si fanno e in quelle che si subiscono, e bisogna che la libertà sia dentro di noi, amata non solo pretesa.

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, con il Presidente che da solo sale all’altare della Patria. Sembrava solo ma mai era stato così tanto accompagnato dai pensieri di chi ama la libertà e mai ha avuto migliore compagnia.

Ce lo ricorderemo questo 25 aprile, che non somiglia a nessun altro, ne ricorderemo l’intensità e ne avremo bisogno per i tempi che verranno perché non è ancora arrivata la rossa primavera e ci lasciamo confondere da troppe necessità che si dimenticano di chi soffre, ha meno del necessario, non ha più speranza.

Ne avremo bisogno di questa festa della Liberazione per resistere e cambiare questo mondo che ammala, coercisce, toglie, impoverisce, nega la giustizia e l’eguaglianza mentre ruba a tutti vita e libertà. Ne avremo bisogno per essere fieri di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato la vita sui monti e nelle città, di chi è tornato e in silenzio ha fatto e sperato e troppo spesso è stato deluso.

Quella di oggi sarà una festa di Liberazione che non scorderemo, così diversa da non essere una celebrazione, ma una promessa, una consegna per il futuro. Un appello al cuore e all’intelligenza per uomini che amano la libertà, come allora, e adesso per costruire un mondo diverso, solidale e finalmente libero e giusto.

diteci la verità e anche che non la sapete

Questa abitudine che ha sedotto gli italiani, partita con Berlusconi, trionfante con Renzi e poi esaltata attraverso i governi Conte uno e due, deve avere più fascino della realtà tanto che siamo passati da una narrazione alla successiva senza che la verità o almeno una sua rappresentazione fedele prendesse tutti per “incantamento”.

Non ce l’ho con Conte, starà facendo quel che può, e ognuno ha i suoi limiti, ce l’ho con il sistema che esprime questo Paese che non solo non prevede, ma continua a mascherare inefficienza con impossibilità. Ce l’ho con le piccole guerre quotidiane della politica che durano da troppo tempo e hanno rotto il patto di delega con i cittadini. Non mi importa dell’opposizione, dice una cosa e il suo contrario a seconda del momento e lo spettacolo quotidiano ci dice che avrebbero fatto molto peggio e ci avrebbero raccontato che era il meglio. Proprio come è accaduto in Lombardia con l’ospedale in fiera costato 21 milioni di euro, usato contro il governo (ma perché mai, a che fine?), con convocazione di Bertolaso e fatto in tempi rapidi. Solo che non serve e ospita qualche paziente anziché i 500 previsti iniziali ed è meglio così, dice seraficamente l’assessore regionale, perché significa che non ce n’è bisogno. Magari dimentica che alla fine dovranno essere spesi soldi anche per smantellarlo e buttarlo via perché è nel posto sbagliato, dentro una fiera che serve ad altro e non l’appendice di un ospedale, che magari poteva riutilizzarlo. Allora si usano malamente 21 milioni di donazioni mentre a tutt’oggi mancano i tamponi e mascherine per non ammalarsi.

Se tutto ciò che è di primaria importanza manca in quantità sufficiente significa che c’è un problema enorme che ci ostiniamo a non vedere e che non usciremo facilmente da questo disastro. Se si continuano a fare ordinanze che dovrebbero avere un senso comune correlato alla malattia e invece si contraddicono l’un l’altra a seconda della fantasia del legislatore centrale a cui si aggiungono per non essere da meno le volontà dei singoli presidenti di regione si ottiene che in luogo si va a lavorare ma non si entra in libreria, in un’altro non si può correre da soli ma si può stare in fila dal tabaccaio. Se a questo bailamme di norme si aggiunge che tra la proclamazione dello stato di emergenza e il primo paziente riconosciuto passano 20 giorni, un problema ci sarà stato. E quel problema è peggio del virus, lo sostiene e non è stato risolto. E’ annidato nello Stato, nei veti reciproci tra uffici, ministeri e partiti, trova il suo trionfo nella burocrazia che vuole il potere senza responsabilità, nel circuito parallelo dello spreco che favorisce la parte nera del sistema.

Sono arrabbiato perché la consapevolezza si fa strada e capisco che non solo non finirà presto ma non ne usciremo bene. A tutt’oggi il piano per affrontare ciò che già sappiamo ovvero disoccupazione e povertà saranno crescenti, si concentra sulle riaperture dei luoghi di lavoro e sul distanziamento sociale. E se il virus non si suicida da solo come si andrà avanti, a picchi e avvallamenti per tornare a come eravamo prima, solo diminuiti di numero e più poveri? È questo che ci insegna il virus? È così che ci cambia? ovvero tutto inalterato ma più larghi? Certo non sono i 600 euro a risolvere il problema, ma sono l’indice che vivremo di carità statale per sostenere quei consumi che sono calati del 37%.

Sono sconcertato di sapere che nel nominare un’ ulteriore task force l’enfasi è sul fatto che questi esperti lavoreranno gratis, ma non hanno una indicazione del modello su cui assestarsi e che la prima riunione viene dedicata a capire come proteggersi da eventuali accuse di responsabilità. Lo sconcerto prosegue perché pare che il sovrapporsi di poteri e di esperti sul governo e sui singoli ministri pare non preoccupi nessuno. Non almeno quanto il MES senza condizioni, come fossimo ritornati alla capacità di stampare moneta e non comunque a doverla chiederla a prestito.

Non usciremo da questa pandemia con gli annunci e le commissioni, non ne usciremo neppure con i soli esperti che, come giusto, da scienziati dubitano e discutono tra loro, ma soprattutto non ne usciremo con questa burocrazia e senza prendere esempio da chi sta facendo meglio di noi. Siamo diventati un grande esperimento per il mondo, per la scienza, per gli esperti ma non sappiamo quanti sono davvero i contagiati, chi può infettare altri, per quanto tempo, neppure sappiamo perché qui si muore molto di più che altrove. Non si capisce perché ai sanitari, ai medici non vengano fatti tutti i tamponi necessari e si preferisce chiamarli eroi anziché fornire loro gli strumenti per fare il loro mestiere in sicurezza. Neppure si sa perché l’iva sulle mascherine sia quella di un bene voluttuario e perché costino in modo diverso a seconda del posto in cui ci si trova, ammesso che si trovino e siano quelle giuste e non quelle fabbricate nel sottoscala di qualche laboratorio improvvisato.

Magari una risposta c’è e qualcosa si può cambiare in corso d’opera perché chi fa sbaglia ma non sempre e magari impara da quello che fa. Ad una condizione: che cambi se stesso. Questo mi preoccupa perché è difficile ma se non cambierà questo sistema decisionale non mi si venga a dire che la pandemia cambierà la mia vita, perché lo farà in peggio e questa non è una narrazione è la realtà generata da chi aveva -e ha- gli elementi per prevedere e provvedere e non lo fa. 

Non voglio essere inutilmente rassicurato, diteci la verità e anche che non la sapete.