l’oppio dei popoli è la disperazione del cambiare davvero

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Li conosco i soddisfatti, i lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchiere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: il populismo ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed è stato pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta. La conservazione sceglierà i suoi. Il resto, l’opposizione, poco abituata ad esserlo è confusa, ricorda un passato furbo in cui non occorreva il consenso per avere il potere, ma ora? Nell’ombra si muovono appena i pupari, basta poco perché le cose vadano secondo quello che si aspettano. Neppure liscia o il pelo al gatto di turno, non ne hanno bisogno : chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccella in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.

Nel Pd, moti browniani, la fisica e la politica sono ricche di similitudini, un po’ di altezzosità e gestione di ciò che si può. Ciò che si deve da tempo non esiste più e chi dovrebbe capirlo si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di qualunquismo e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo.  Hanno contratto quella malattia che nel Pd è nella sinistra, si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero  il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.

Quando cadrà la destra ex missina? Difficile dirlo, forse l’economia che cede, oppure l’inflazione e il lavoro sempre più povero, o ancora gli avvenimenti europei. Spero cada sulla riforma costituzionale in fieri, ma vorrebbe dire che gli italiani amano questa libertà ricevuta gratis dai nonni, temo le trappole del centro perché strizzano l’ occhio ai poteri esecutivi rafforzati e ai presidenzialismo, scordando che è l*equilibrio dei poteri che difende la democrazia e i suoi diritti dagli autocrati. Sanno i professionisti dei poteri forti che in un paese determinato a risolvere i suoi problemi, cadranno tutti, perché si reggono sul contrasto e non sulle idee di futuro e sulla proposta vincente di un cambiamento che affronti la diseguaglianza crescente.

Forse per questo il conservatorismo dei privilegi ancora reggerà, perché genera un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi, dove il lavoro povero non permette che le persone abbiano speranza di crescita sociale. Qualcuno si ricorda dopo Berlinguer, Moro, Occhetto e Prodi, qual’è stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea è di 15 anni fa. Ecco, il male è dentro questa assenza di risposte che diano un motivo alla sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere. E non mi piacciono quelli che avevano sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.

una corsa verso l’indeterminato

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Tre ragazzi seduti sulle scale si alzano a fatica per lasciar passare. Neppure alzano gli occhi, uno mormora un “buonasera”, si sostano appena e proseguono le chat sugli smart phone. Sono annoiati più che infastiditi dal passaggio, si risiedono. È un condominio modesto, abitato da pensionati e da persone che un tempo avevano un reddito medio, tutti ora vivono dei risparmi passati, di lavoro e pensioni, rispettando il minimo di festa. Un eterno presente costellato di ricordi, rimuginati in qualche angolo di casa, poltrone, tv da risintonizzare, ninnoli, storie importanti in più lingue. Quando i libri erano molto più che una merce, ci sarebbe stata una miniera di fatti ed emozioni da raccontare, ora ascoltano se stessi. I ragazzi sulle scale sono saliti su un treno di tempo che corre verso l’indeterminato. Tirano avanti, fumano, fanno le cose che tutti i ragazzi fanno, anche i Bangla che sono ovunque nel quartiere. Uno di l’ora, un giovane bengalese nato in Italia, ne ha tratto un film e una serie Netflix, belli per la dolcezza del sentire e colmi di una normalità che mescola l’età con la difficoltà di avere un lavoro che non sia occasionale.

L’ascensore sociale non funziona più, anche se qui la spinta a vivere con una prospettiva supera l’uggia del sentirsi oggetto da usare. Vite normali, senza i risultati attesi e poi senza attesa. Eppure attorno c’è un brulicare di negozietti, di piccolo commercio che apre e chiude. Tutti vendono le stesse cose cinesi o vietnamite, tutti non hanno orari.

Quando esistevano le classi sociali che distingueva o secondo aspettative, reddito, lavoro, la differenza era netta. Anche nei pensieri oltre che nelle scelte. Ora esistono i poveri, gli impoveriti, i precari, gli isolati dalla società, ma non contano e quindi sembra non abbiano un pensiero comune. Sono isolati in monadi e lo strumento di primo approccio sociale è il silenzio o la carità. La società dei due terzi si è trasformata nella società del 50%, metà viene tutelata e metà è precaria e invisibile. La solidarietà che si esercita è una toppa su un vestito liso che non copre più, che non muta la situazione. Sarebbe complicato descrivere qualche scenario a cui dovrebbe corrispondere coscienza e cambiamento, ma così non va perché il futuro è risucchiato dal presente.

Il governo, dopo aver molto promesso in campagna elettorale, allarga le braccia e premia chi già è tutelato. Non si sente reazione forte, ma cova l’indifferenza che muta in rabbia. Inane è inefficace nella protesta, se non in piccole parti della politica. Si fatica a descrivere ciò che può accadere perché ad ogni privazione, caduta di reddito viene proposta una giustificazione. Le Cassandre non sono amate da nessuno, neppure dai poveri, ed è difficile parlare di futuro tacendo la crescita delle diseguaglianze e della precarietà.
Oggi si pensa al Natale ma la povertà e la precarietà dura tutto l’anno e quello che emerge non riguarda i ristoranti, le località di villeggiatura, ma un sistema che non regge più, che si fonda sul nero, che non guarda a ciò che produce e neppure ai bisogni di chi lavora. Ci saranno i ricchi e i miseri, dove ricco significa garantito da chi ha il potere e il come non importa, basta essere solvibili economicamente e socialmente. E voi vi aspettate che questa società aspetti il Natale serenamente, senza covare uova di serpente? Pensateci e pensiamoci, sapendo che sarà un cammino lungo verso il cambiamento della società, ma bisogna uscire da una dissipazio che toglie speranza e solo consuma, cose e vite.

oggi è l’anniversario dei morti sul lavoro alla Tyssen

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Oggi è l’ anniversario dei morti nella fonderia della Tyssen di Torino. È stata definita una tragedia. Lo è stata certamente per i loro familiari, per chi ogni giorno rischia la vita nel luogo di lavoro, per chi non può fare a meno di continuare a lavorare in condizioni precarie e malsane.

Ascoltando la voce di due donne, l’ una moglie e l’ altra madre di due operai morti bruciati, ho pensato al fatto che questo dolore per loro non ha fine. Ho pensato a una giovane amica che si occupa di trovare lavoro a chi non ce l’ ha, ai compagni del sindacato che fanno fatica a far capire che lavorare non deve uccidere. Ho pensato alla Fornero che non sapeva cosa volesse dire stare su un tetto con il mal di schiena a 60 anni e forse nessuno lo sa in parlamento, a chi si alza all’ alba o va a letto a quell’ ora per lavorare. Sono gli stessi che lavorando restano poveri, non riescono ad arrivare alla fine del mese e non pensano più alla pensione. Ho pensato alle fabbriche che ho visto, agli operai che ho conosciuto e all’ inquinamento che c’era ed è tornato nei luoghi di lavoro. Ho pensato che è cambiato poco, quasi nulla e che spesso ora si sta peggio, tanto che un buon padrone è quello che paga a fine mese non quello che ti dà un lavoro dignitoso.
È triste questa Italia dove qualcuno si può vantare della precarietà generata dal job act e dalle tante leggi che favoriscono chi ha il potere di dare un lavoro ma non chi lo compie. Ho pensato a cos’è oggi il lavoro, alla sua funzione, alle sacche di privilegio che si sono allargate e a chi paga le pensioni a chi ha lavorato. Ho pensato a tutti questi anni inutili in cui i diritti si sono affievoliti e non hanno fermato l’emorragia di giovani che vanno  all’estero e non hanno creato nuovi posti di lavoro sani e stabili, con nuove competenze.

Nei notiziari si enumerano i posti di lavoro che crescono, non si parla di come si lavora e comunque in questa corsa si tace di quelli perduti e del lavoro sottopagato

È  triste pensarlo in questo giorno che ricorda chi è morto perché hanno risparmiato sulle manutenzioni alla Tyssen e che altrove ancora accade perché questa indifferenza verso che lavora non è mutata e questo Paese ancora attende un piano che ne definisca la crescita e nel quale chi lavora e chi trae profitto da quel lavoro siano davvero alla pari.

ascoltare il necessario del presente

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C’è chi si ferma sui numeri impietosi delle elezioni, non per quanto ha guadagnato la destra ma per quanto ha perduto la sinistra, governando il Paese. C’è chi attende il disastro del governo Meloni scordando che esso accentuerà la povertà dei ceti medi e renderà insostenibile la vita ai poveri. Ci sono gli appassionati di sondaggi, che attendono la resa dei conti dentro alla destra, che i travasi già avvenuti si ripetano all’inverso e quindi scatenino le battaglie del fuoco amico. Nessuno pare si renda conto che le questioni fondamentali per ripartire sono la pace e l’emergenza ambientale. Gli accrocchi della politica politicante non funzionano più con queste due minacce fondamentali che comunque cambieranno la società mondiale in una scelta tra ancora più divisiva tra ricchi e poveri oppure, se le cose prendessero la piega della ragione, in una nuova concezione dell’economia dove vivere coincida con il diritto inalienabile della dignità e del necessario e quindi nella redistribuzione dei beni comuni ora di pochi.

Queste considerazioni semplici non spiegano perché l’Italia e il continente stia smottando verso destra, ovunque ci sono popoli che hanno problemi. In Italia questi si chiamano lavoro, un ascensore sociale fermo, un benessere decrementante e una povertà crescente. E nonostante queste condizioni viene scelta, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo ciò che più mi convince è che il votante non sa più come salvarsi e che manca una politica radicale di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica disgiunta dal presente e senza speranza di cambiamento. Allora vorrei soffermarmi sulla base delle questioni epocali che stiamo vivendo, pace e emergenza ambientale, su una parola molto usata a sinistra: compatibilità. È una parola che si è esercitata attraverso le leggi unicamente verso il basso, cioè si è chiesto ai poveri o a quelli che stavano per diventarlo, di essere compatibili con i bisogni dei ricchi o degli straricchi. Di mantenere una diseguaglianza che diviene iniquità. Questo evidentemente ha provocato un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Ha alterato una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. Escludendo il conflitto e il confronto con i bisogni e la realtà, il conflitto perde oggetto ma si radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia ma ora l’intera Europa e non solo, perché la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro senza trattativa.

Di fatto è una specie di guerra che si aggiunge alla guerra che sta rimodellando il potere nel mondo, che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, che rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, altera la verità a favore di chi ha il potere di creare una realtà non verificabile, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali. Naturalmente non tutti sono così ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentir pronunciare e si è annullato il passato, la ragione, la logica della diplomazia nei conflitti combattuti.
È la dittatura del presente in cui alberga di tutto, la glorificazione di una democrazia che si applica a chi fa comodo per ragioni di potere, l’esaltazione immemore del furbo che cancella i suoi misfatti in cambio di un aiuto per conservare lo status quo, la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.
Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati per mitigare il costo dell’energia o con il moderato aumento di beni necessari, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra, deve cioè rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli che ci sono, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.

Deve scegliere la pace come obiettivo inalienabile per la vita e il progresso dell’equità del vivere in una logica sovranazionale, planetaria, che salvi la specie dalla emergenza climatica, passando dallo sfruttamento indiscriminato alla necessità e utilità di ciò che si produce, scambiando beni e risorse.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme il pensiero di molti, senza far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari, non è tutto uguale. Neppure il presente è uguale per tutti e bisogna che questo cambiamento venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il Paese continui a smottare verso la destra nell’ attesa di un uomo forte che sostituisca la politica. Già dai primi provvedimenti, dall’alterigia che alza il capo e si somma alla condizione più becera del potere: io posso, stiamo assistendo a ciò che è stato creato ovvero la peggiore destra da quando è nata la Repubblica, al potere.

civil servant ovvero la politica dal punto di vista del cittadino

Troppo facile riflettere sulle elezioni cercando colpe e capri espiatori, francamente mi interessano poco i riti dei congressi, la distribuzione delle responsabilità, le analisi che alla fine lasciano tutto com’è. Il vero cambiamento sarebbe che chi ha perso cambia mestiere e torna al suo lavoro vero nella società: la politica non è un lavoro ma un servizio. Non accadrà perché nessuno vuole mutare se stesso, rinunciare ai privilegi e davvero capire le ragioni della sua sconfitta. Ci sono motivi che non si discutono nei talk show e nei salotti, ma che si riassumono in due parole: adeguatezza ed esercizio estenuato del potere. Chi non capisce chi è il suo elettorato, chi non è adeguato all’evolvere degli eventi, chi si racchiude nel potere che la funzione genera anziché sul buon esercizio di essa, alla fine verrà sconfitto dalla realtà.

Sulle cause della crescita della destra, sul disfarsi dei partiti è tutto, o quasi, noto. Nessuna cosa in politica è improvvisa ma si addensa per tempo, lancia segnali che se non vengono raccolti mutando, prefigurano l’avverarsi delle profezie. Già le profezie oggi si chiamano sondaggi e si gonfiano delle loro ragioni, sino a far smarrire il profondo senso che fa mutare d’opinione le persone, dimenticare le conseguenze dei gesti che verranno originati dal voto. Da cosa nasce cosa, in politica come ovunque, soprattutto se manca un’educazione pubblica ad essere non gestore di un potere, ma un civil servant della casa comune. Farebbero molto meno timore le idee se esse fossero collegate alle soluzioni che rispettano la dignità di tutti. Questa del servire è bene supremo della politica, che si unisce alla lungimiranza nel vedere il benessere comune adesso e innanzi. Se ciò non accade non è per la giusta contrapposizione delle idee con cui quel benessere deve essere realizzato, ma per l’esercizio distorto del potere rispetto ai fini enunciati. Conculcare gli uni per far prevalere le ragioni degli altri non è il governo della polis ma il suo contrario, è la divisione tra chi detiene il potere e chi subisce. I cittadini diventano sudditi. Ma i cittadini vorrebbero, e a volte pensano, che la politica dovrebbe essere soluzione ai loro problemi e servizio alla società comune. La differenza tra l’io e il noi è il grande spartiacque dell’essere civil servant e della distinzione tra destra e sinistra.

Sarà così il prossimo governo, con le sue nere reminiscenze e i compromessi con il passato, oppure ci penserà la realtà a riportarlo sulla necessità. I fatti e ciò che accade dentro e fuori il Paese, sono discriminanti per chi si appresta a governare. Lo sapremo presto perché tre questioni vitali minacciano la società e la minaccia sarà più grave per chi è più debole. La guerra in Europa con le sue conseguenze crescenti sia economiche che di esistenza fisica per interi popoli e quindi come il potere verrà adoperato per favorire la pace prima dell’abisso. La questione del lavoro e del reddito che originano povertà e diseguaglianze crescenti ormai trasversali tra le età, dove nulla è più sicuro e il futuro non si costruisce come una proiezione del presente ma come una precarietà portata a condizione perenne. Il disastro ambientale in atto, le sue conseguenze sul clima e sulla possibilità di una vita normale in tutto il Paese. La siccità, le inondazioni, il surriscaldamento e la scomparsa di vaste aree fertili, mettono in discussione il produrre e il risiedere.

Su questi temi è possibile che le soluzioni siano al servizio di tutti, che non si operi attraverso i privilegi e che il potere sia un servizio e non una manifestazione di potenza e di servaggio? Attenzione e conoscenza sono l’esatto contrario dell’arroganza e della sufficienza. Questo vale per chi ora ha la maggioranza e per chi ha perso e deve capire come mutare se stesso per non diventare inane appendice di un potere che si nutre di se stesso e diventa violenza.

Cominceremo presto a saggiare la realtà, a vedere ciò che si è creato, se il nuovo è quel civil servant che è rispetto del bene comune oppure esercizio della forza. Si partirà dalle cose semplici come i diritti civili, il welfare, la dignità delle persone, ma già da questo si capirà quale sarà il ruolo e la posizione del Paese sulle grandi questioni enunciate. Ciò che si fa si disfa, ma mai senza macerie.

indifferenze come ideologie

Sarà il caldo inusitato, ma ormai è vietato pensare in auto, anche ascoltare la radio o musica è a rischio, a ogni passaggio pedonale c’è una bici che sfreccia e prima era dietro di te. Ti ho tagliato la strada, embè, stai attento. I vecchi col caldo dovrebbero stare dentro ai supermercati non per strada. Raddoppiare le attenzioni e pensare che l’indifferenza per gli altri dilaga e non importa il rischio. Credo che ci stiamo abituando a tutto quello che era maleducato oppure privo di attenzione, come si gestirà una società senza cura, senza un noi che prevalga sull’io? Finita la musica ora c’è il giornale radio e i toni sono roboanti, strafottenza e alterigia forse rassicurano chi deve comunque farsi votare, ma dove si trova quella piccola parte di verità che è il possibile adesso, il presente che risolve e prepara il futuro?

Ma non avvertite anche voi il fastidio di questo gioco delle parti, di queste indifferenze che diventano ideologie e una politica che si nutre di piccole rivincite, che non ha grandi ideali da offrire e tantomeno cambiamenti profondi e giusti della società, bensì solo un presente fatto di elargizioni, di privilegi ed elemosine? Non c’è un’idea di Paese da costruire, urgenze che se affrontate, tolgano le persone dalla sofferenza, un futuro che appassioni e meriti lo sforzo di essere parte di una nazione. Ho visto un manifesto che si richiamava ai patrioti. CI sono i patrioti, quelli che hanno una patria, un luogo fatto di tradizioni, di valori, di sentimenti condivisi assieme al loro cambiamento. Un luogo dove ci sia il progresso e il cambiamento, non solo le cose che si importano , ma quelle che si costruiscono e di cui essere orgogliosi. Sono questi i patrioti oppure sono quelli della caccia all’immigrato e che in tanti si mettono a picchiare due ragazzi che si tengono per mano. Penso che patria è il luogo in cui si cresce e si vive, la si ama perché essa si prende cura di cambiare il presente e il futuro e renderlo più condiviso, partecipato, eguale nella differenza di ciascuno. Per questo penso e credo che siano le cose che fa la politica e ciascuno di noi che danno un senso alla differenza tra l’essere di sinistra o di destra, perché un senso esiste ma implica che si scelga con chi stare, chi difendere davvero e come rendere egualitaria la società.

Ciò che è accaduto in corso di pandemia (mai finita per davvero e che non finirà finché non ci sarà una vera vaccinazione nei paesi poveri, incubatori di varianti) è divenuto lo specchio di ciò che comporta cambiare perché non è più possibile continuare come l’insieme dei rapporti sociali propone. Il benessere si ritorce contro di noi e diventa una variante sociale che anziché modificare in senso più sano le vite, renderle più belle e mostrarci ciò che è bello, toglie vita e sicurezza, presente e futuro. L’epidemia ha reso le strutture ospedaliere inadatte allo scopo per cui erano state costruite, ha ritardato cure che non potevano aspettare e riversato la paura e il peso dove il contagio si manifestava senza mutare nulla. E continua perché il ricco sta bene in tre giorni e al povero non si chiede se è ammalato. Dovevamo uscirne diversi, più forti e determinati a risolvere i problemi che erano atavici, ne siamo usciti più poveri e precari.

Ora con una epidemia che va per suo conto, una crisi economica enorme che incombe e una guerra in corso a due passi da casa, si arriva ad elezioni con un Paese stremato socialmente. Di che parleranno i partiti in questi poco meno di due mesi? Di quale futuro e di come gestiranno il presente delle crisi aziendali, oppure ci spiegheranno che sono i problemi dei tassisti e dei balneari la priorità in cui riconoscerci? Ci sarà qualcuno che parlerà della precarietà diffusa e di come intende affrontarla, del peso che aumenta nelle famiglie per vivere e di come ridurlo e riportando in auge una parola che non si pronuncia più: equità. Parola che spesso evoca e chiede si elimini l’ evasione fiscale. Ci sarà qualcuno che parlerà dei costi umani e sociali di una guerra che la diplomazia non ha voluto risolvere e della necessità della pace? Su cosa dovrebbero progettare i giovani e perché dovrebbero aiutare una comunità che chiede loro senza dare. Sono meno patrioti quelli che scelgono di emigrare perché qui non si vive più, non si può formare una famiglia senza l’aiuto dei genitori, non si paga il dovuto per chi esprime professionalità ma gli si offrono stages non pagati e lavoretti? Temi come il ricambio generazionale, ci saranno nei programmi elettorali e parleranno del modello di società da trasmettere per mutarla, con che tempi e con il contributo di chi? Cosa verrà trasmesso? L’ odio del diverso, la dignità come disvalore, l’illegalità del più furbo come intelligenza?
Sarà questo il discutere di politica e di futuro? Oppure saremo dentro la noiosa rappresentazione di una tragedia per vecchi biliosi, incapaci di cogliere un senso al loro essere assieme?
Il fastidio è per questo essere presi per il naso, guidati allegramente verso il precipizio della solitudine sociale, della protesta senza risposta, e vedere che c’è chi ci crede, chi applaude, chi pensa di avere un vantaggio se uno più disgraziato di lui annega nel Mediterraneo.

Ho evitato ogni ciclista e ogni pedone, adesso ascolto musica a casa, l’auto me la potrò permettere sempre meno perché carburante e autostrade sono aumentate, forse è questo il cambiamento di cui non si parla, ovvero che stiamo diventando più poveri e forzatamente ecologisti, ma non credo che sarà materia di scontro elettorale.

ho paura

A parte gli occidentali ciechi e quelli ideologici, che tracciano una linea invalicabile tra bene e male, mettendo l’uno tutto da una parte e l’altro riservandolo ai “nemici”, penso che chi investiga un poco sul mondo in cui vive, abbia paura. Per i propri cari e per sé. Mai come in questo tempo si sono concentrate e intrecciate minacce globali che esigerebbero approcci in un clima di equilibrio cooperante. La devastazione climatica del pianeta, la pandemia in atto, le guerre in corso e in particolare la guerra in Ucraina sono tre problemi che si rafforzano l’un l’altro. Il clima è passato in secondo ordine e sembra sia un problema di auto eletttriche mentre le centrali per produrrre energia hanno ricominciato a bruciare carbone e olio pesante. La pandemia risorge in estate, cosa che nessuno aveva previsto ma se si va a spulciare quanti vaccinati ci sono nei paesi poveri, si scopre che un miliardo di dosi di vaccino promesse non sono state consegnate ed è il 50% di quello che doveva essere dato per arginare varianti e malattia. Ora la malattia viene considerata una affezione ordinaria che ha vincoli contro il contagio basati sulla buona volontà o timore delle persone. Poi la guerra in Ucraina ha messo in luce che il mondo non è così in equilibrio come si pensava e che non bastano i commerci e la globalizzazione per definire scambi e interesse alla pace. La NATO modifica la sua strategia e diventa soggetto globale di difesa per gli aderenti, ma anche di offesa se questa si intende come eliminazione di una minaccia. Per far aderire Svezia e Finlandia che venivano rifiutate dalla Turchia, vengono dalle prime, firmati impegni a consegnare esponenti del PKK Curdo, considerati terroristi dalla Turchia. Basterebbe pensare a quanti peana sono stati indirizzati allae donne e agli uomini delle forze Curde nella lotta contro il Califfato per rendersi conto che viene sacrificato un intero popolo a cui dovremmo essere solo grati per il sangue versato.

Quello che si fa strada in occidente e nella pallida Europa, che rafforza i suoi armamenti e non esercita un proprio ruolo di pace, è un relativismo sulle questioni che contano e sugli equilibri necessari perché vi sia un mondo pacificato. Anzi circola una sorta di rimozione o indifferenza sulle dichiarazioni per la presunta necessità di una guerra globale per stabilire il predominio dell’occidente. Altri, che si ritengono realisti, teorizzano nuovamente l’equilibrio del terrore come negli anni 50 e 60, ovvero il fatto che nessuno userà l’arma nucleare perché sarebbe la fine per tutti, ma non solo l’incidente, bensì l’addensarsi delle minacce unite all’indifferenza, diventano esse stesse fattori di possibile deflagrazione di un conflitto nucleare. E’ come fossimo tornati nella primavera del 1914 quando le capitali europee si interessavano delle novità della tecnologia e dei nuovi balli mentre si preparava il conflitto globale. Il ruolo della Gran Bretagna in questa visione che sceglie altre vie rispetto a quella diplomatica per la soluzione del conflitto, fa sparire i problemi della Brexit e l’instabilità governativa di cui gode dopo l’uscita dalla U.E. anzi detta a quest’ultima l’agenda delle azioni e delle priorità. Si dirà che i principi, l’autodeterminazione dei popoli vengono prima di ogni altra cosa e con essi la piena sovranità, sarebbe interessante scavare su questi diritti che valgono per alcuni e non per altri e di quale sovranità godono i governi e gli Stati che sotto il ricatto economico e/o quello dei vincoli dei trattati firmati in ben altri contesti, sono a sovranità comunque limitata. Può ben testimoniare la Grecia di cosa stia parlando, dopo la cura della Troika. Comunque la si pensi, l’euforia che circola è ingiustificata e ognuno dei problemi evocati è suscettibile di provocare disastri di migrazioni o peggio.

Alla conferenza di Vienna sulle armi Nucleari (ICAN Nuclear Ban Forum) di 15 giorni or sono, oltre alla necessità di mettere al bando ogni ordigno nucleare e lo sviluppo di queste armi è stato evidenziato dalle relazioni degli scienziati sulla guerra nucleare che queste non lasciano scampo né immediatamente né nel tempo con “l’inverno nucleare” che farebbe morire di fame chi fosse scampato alle esplosioni e al fall out radioattivo. Eppure la rilevanza che è stata data a questi 65 Paesi che chiedono di togliere questa minaccia aper l’intera umanità dagli arsenali, è stata marginale rispetto alle altre notizie sui media.

Questo ancor più mi convince di un clima di indifferenza o peggio di un preferire che le questioni siano risolte per via bellica. Trovo fuori di ogni ragione che questo accada e che non si faccia ogni sforzo per riattivare la via diplomatica alla soluzione dei problemi, che oggi riguardano apparentemente l’Ucraina, ma in realtà trattano del riconoscimento di potenza nel mondo dei tre blocchi che si sono formati in questi anni a partire essenzialmente dal 1991. Per questo scivolare in una logica di guerra, ho paura e ormai basta un nonnulla perché vi sia l’inizio di una reazione a catena. Poi il tanto peggio diventerà tanto meglio per chi avrà l’illusione di salvarsi.

Pensiamo a un mondo in cui non vi sia cooperazione, che vada verso il conflitto e chiediamoci che libertà potranno esserci in “democrazie” vincolate al pensiero unico? Quali economie e che progresso potranno essere usati per risolvere i problemi del clima e delle nuove malattie, Forse i luoghi più disgraziati saranno risparmiati, forse l’inverno nucleare e il fall out si dimenticheranno in una distopia inane delle parti meno accessibili del mondo, ma la specie farebbe un balzo indietro immane.

Anch’io ho un sogno e spero, vorrei, che Biden, come presidente degli Stati Uniti e leader dell’occidente chiedesse alla Russia e alla Cina di stabilire un equilibrio, che le armi in Ucraina tacessero e cominciasse il negoziato. Questo è quello che non avvenne lo scorso secolo, solo che ora non basta l’Europa, c’è il mondo che deve essere riequilibrato. Continuo invece a sentire i perenni giustificazionismi di una politica di potenza e predominio spacciata per libertà e questo mi fa capire che la discesa è cominciata.

E ho paura.

normalità

Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema. Questo sintetizza la differenza tra chi pensa a un mondo normale basato sulla diseguaglianza, sulla dissipazione del pianeta, sulla prevalenza del furbo, sulla logica di potenza. In definitiva su chi è servo e chi è padrone. Forse questa è la differenza tra destra e sinistra, tra chi si lamenta e pensa al mondo di privilegi che ritiene dovuto e chi quel mondo lo sente come nemico e lo vuole modificare. C’è una dimensione nuova della politica che si affaccia, inquietante per potenza e distanza rispetto ad ogni regola che, sia pure formalmente, prima veniva condivisa. Un potere che sovrasta i poteri e determina ricchezza e povertà, di fatto prende gli uomini eguali e li diseguaglianza. Le politiche nazionali, la nostra ad esempio, con il suo cavaliere bianco, tirato per la giacca dai grandi organismi di potere bancario e finanziario internazionale, a mettere ordine in un paese indeciso, senza bussola e poca speranza, cosa sta generando nei partiti se non la sensazione di una funzione ornamentale, marginale rispetto alle decisioni. Non è nato nessun statista negli ultimi anni, non c’è stato un passaggio del guado in cui si è trovata la Repubblica quando ha riconosciuto il proprio essere corrotta da caste e da privilegi. Il marciume che è emerso nel creare fortune e nel convivere con una malavita che pervade i sistemi che sembravano indenni, non ha creato reazioni ma nuove povertà, precarietà, dipendenze. Avere degli statisti veri significa considerare che qualcuno si schiera con essi, li sorregge, distingue tra buono e ciò che non lo è, porta al centro della propria partecipazione politica la voglia di cambiare la situazione, di rendere più equa, giusta la società. Ebbene questi statisti non ci sono, non hanno il coraggio di mettere l’interesse di tutti sopra l’interesse di parte. Allora vanno bene i partiti che portano il nome del segretario, che attendono benefici, nuovi privilegi se questo vincerà. Ma guardate il mondo, rendetevi consapevoli che mai siamo stati in una situazione così pericolosa per la specie umana, che il cambiamento climatico non è una moda, che la guerra nucleare comincia ad essere vista come una forma di conquista del potere, che l’economia non genera benessere ma diseguaglianze crescenti. Guardatevi attorno e siate consapevoli che quello che accade contiene anche noi, i nostri figli, ciò che conosciamo come bello e anche l’etica della pace come bene supremo assieme all’eguaglianza. La politica vi aiuta a leggere questa realtà? Oppure esiste un’opinione molto più diffusa che diventa realtà ed è meno coerente con ciò che davvero è importante, ovvero , la pace, la giustizia, l’eguaglianza tra i popoli? La politica oggi sembra più libera perché non legata dall’ideologia, ma è più vincolata dal bisogno di dare benefici e di restare in ambiti che riguardano una appartenenza, un io collettivo non un noi. Lo sbriciolarsi della democrazia così come l’abbiamo intesa come rappresentanza e corpus di diritti universali a favore di una costellazione di micro realtà che convergono, che si sentono vicine prima per bisogno che per pensiero. Il pensiero verrà poi, come dopo ogni naufragio, il primo imperativo è la salvezza e il noi seleziona il vicino, il compagno e poi si espande verso una forma di potere dal basso che chiede. La forma del chiedere è la differenza, se si chiede per sé, per il proprio gruppo il noi si restringe, diventa clan. Se invece la richiesta è più radicale, identitaria, egualitaria, generatrice di interessi e bisogni comuni, allora il noi si allarga, diventa necessità di cambiamento. Trasforma il bisogno in rivendicazione e ha bisogno di nuove costituzioni, di pace, di equità, di lavoro utile e pagato, di contributi che devono essere commisurati all’intelligenza, al potere posseduto, a ciò che può essere dato senza mettere in discussione la propria capacità, identità. Questo noi nuovo, largo, è di sinistra per collocazione ampia, ma è anzitutto società e l’individuo è parte di essa. Non più elemento fuori di essa ma parte integrante e necessaria. Realizza il richiamo di John Donne e la campana interpella, dovrebbe svegliarci e ricordare a tutti chi siamo.

Nulla è pari al suono della paura,

per chi la sente vicina e per chi ne è consapevole,

essere distante non libera da essa.

Qui le parole si susseguono, non mutano l’essenza delle cose,

e in più hanno un difetto: devono essere lette.

Capisco allora chi sceglie la musica, la pittura, la fotografia

o niente,

perché in ogni approssimazione ciò che può avvicinare alla verita,

al fare, alla sintesi, all’essere qualcosa che non sia passivo spettatore,

è solo ciò che per poco smuove gesti e coscienze, il fare insomma.

E sembrerà assurdo, ma per chi vorrebbe mutare le cose,

niente è un motore che non lascia quieto,

che mostra la sua misura, così piccola e dipendente

che solo la disperazione la contiene.

la realtà non mente

La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.

La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono. 

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.

Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.

parliamo di sinistra

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.