minimi pensieri 4

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Questo non dovrebbe essere il luogo in cui si scrivono cose serie o personali, al più campari e patatine. Lo dico con una discreta malinconia perché non c’è nulla in queste piattaforme che trattenga il buono che viene risucchiato in un gorgo che nulla restituisce. Nulla resta. Non la politica, non la poesia, neppure l’analisi della realtà o le sensazioni personali. Le foto si sovrappongono, esattamente come le parole, resta un sentore di buono che riguarda alcuni e un’indifferenza crescente per altri. Le conferme trovano soddisfazione, le verità parziali o le falsità sono piene di follower, alla fine, quando si spegne lo schermo, non resta nessuna immagine negli occhi. Certamente non lo sdegno ma neppure il sorriso, perché di tutto ciò che è passato attraverso gli occhi e la mente al più resta un vago ricordo. È l’apparire che conta, l’immortalità che ha tutto ciò che non è definitivo e illude che si sia raggiunto qualcosa ma è solo lo sguardo che seguiva il volo di una mosca.

minimi pensieri 3

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Di cosa abbiamo paura? Della fine, della morte. Nostra e di chi ci è caro. Spesso questo si trasforma in inquietudine o in ipocondria e condiziona il modo di vedere cose, rapporti, la stessa vita nel suo ordinario svolgersi. Esistono antidoti, il principale è l’amore sia quello fisico che quello mentale, oppure l’autoanalisi, l’ironia portata su se stessi, il senso del relativo. Ciascuno di questi farmaci ha un effetto transitorio, da rinnovare costantemente. Abbiamo bisogno di continue dosi di richiamo che da un lato generino serenità e dall’altro che siano nuove e rassicuranti, frutto del ragionamento. Come mettere in competizione la ragione con l’irrazionale, come porre in secondo fila l’istinto di conservazione che attinge ad ogni indicazione che deriva dalla conoscenza e ancor più dall’ignoranza? Non si può, per questo l’amore e il suo sovvertimento dell’io, diventa la soluzione quando esso appare ed è condiviso.

minimi pensieri 2

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Non c’è nulla da espiare, non gli errori compatibili con il vivere, non le colpe presunte che sono state ritagliate da figurine ormai desuete. Di certo non il vissuto e la vita condotta con mano spesso incerta, le scelte alla fine sono venute. Un tempo si pensava il diavolo agli incroci perché comunque scegliere scarta ciò che potrebbe essere buono in cambio dell’agevole oppure del complesso, ma comunque rispondente ad un progetto. Di tutto questo scegliere, lo potessimo raffigurare dall’inizio del vivere, verrebbe un infinito labirinto dove le vie s’intersecano e non di rado si tornerebbe a qualche casella precedente. Dal gioco dell’oca della vita dovremmo imparare che saltare un giro spesso non è una penalità, ma un’occasione per capire come evolvono le cose e che tutta la fretta che viene premiata è così effimera da correre per suo conto, trascinando anche noi dove non vorremmo mai essere giunti. Può consolare che il relativo supera di gran lunga l’assoluto e che ben poche cose possiamo tenere strette. Decidere quali siano, forse è l’unica decisione vera del vivere serenamente e spesso felici.

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È ora di proclami sommessi, di fatti senza propositi, di tempi regolati su scansioni interiori. Le parole sono voci nella nebbia, definiscono presenze, chiedono sentire agli umani, timore all’ignoto e raccontano solitudini interiori. Del trovarsi altrove nessuno riesce e non fidatevi di tante sicurezze ostentate, sono abiti belli per vuoti che hanno paura di vedersi davvero. Sconnettere le apparenze e i virtuali fugaci ci salva dal vuoto del dire senza ombra di senso.

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Tra il crescere armonioso del bambino, con i suoi imperiosi desideri di vita e piacere, e l’essere adulti non ci è stata data scelta. Come se la seconda età dovesse per necessità sottrarre il bello e lo spontaneo alla prima. Il bambino resta in noi, inascoltato e in ciò molta infelicità si genera.