Tu sai l’aria che ruba il canto all’allodola, la luce che tocca timida le case, il suono della notte che sospira la campana del mattino. Tu dormi e distribuisci le tue carte ai sogni, ne guardi il gioco, e non senti l’attesa di chi ozia il vuoto, non vedi il luogo dove avviene ciò che ti riguarda. Sei solo sguardo e memoria, che cerca tracce nei silenzi mentre sono polvere I pensieri pestati nel mortaio coi ricordi, farina da spargere nell’aria che ricade attendendo il vento. Il tuo passo è importante anche se non ha direzione, cammini al centro delle strade dove la città vecchia pudica si copre d’ombra e nell’incuria ha perso la memoria. Cerchi cosa c’era oltre il muro dei giardini, guardi con gli uccelli della notte la luce che filtra dai balconi schiusi, e pensi agli impossibili amori, alle paure e le corse sui selciati. E il sostare per dar tempo, alle domande che facevi, perché era poi amato attendere la voce dolce al cuore.
Fragili d’anni e di dubbi dischiusi ora sono i mesi, e la loro sequela morbida d’ore cerca conferme nel tempo, dell’autunno che viene. I sensi cercano, e ogni antica traccia per poco rassicura, ma il volo degli uccelli descrive le indecisioni: il luogo in cui tornare muta. È conflitto tra abitudine e assenza, a cui manca l’impalpabile essenziale, eppure le cose sono le stesse, solo altre e mutate. Così nessuno decide, d’ abbandonare la speranza che altri regolino l’orologio del mondo, che il nuovo e il conosciuto siano sodali. Si resta in attesa che tutto s’accordi, ma nude sono le coscienze inermi al capire, e sull’orlo di paure racchiuse in impervie solitudini.
Nei pomeriggi in cui trabocca la pena del mondo, basta una fotografia, o un testo che racconta dolore per acuire l’inanità del fare contrapposto all’amare. Cerco nelle cose un aiuto che non viene, ma tutto viene in uggia e il pensare è insufficienza dell’essere. Emerge il bisogno di quiete per lenire, rendere più lieve l’emozione, e anche se non è giusto, cerco di scordare nel sopire e mi vengono a trovare brevi sogni che a volte portano altrove la mente. È questo alleviare che cerco, ma non sempre accade e mi risveglio nel pianto e devo uscire portare altrove l’inutile, cercare in qualcosa di noto, un distogliere che giustifichi Il vivere dove mi trovo. Un tempo era più facile, il presente trasudava passioni, metteva assieme gioia del vivere ed ideale nel fare. Cambiare era ad un passo, il mondo sarebbe stato più giusto, l’indifferenza sconfitta, vita e serenità, un diritto. Oggi penso al poco che siamo, agli amori gettati in un falò di passioni, allora non so come fai, anche se di certo ti è costato fatica vivere altrove, buttare alle spalle tutto il bene donato, ed ora rendi relativo il possibile, macini parole e vite come necessità, esiste solo il mondo in te e sorridi, con una forza che non possiedo, né voglio avere. Illuso credo ancora che dal dolore ci sia riscatto, che il sogno non sia disgiunto dal mondo, che tutto possa cambiare anche solo per vivere e il tuo sorriso mi ferisce come il chiedermi cos’erano le nostre passioni e le vite vissute.
Viene per sentieri misteriosi, e nessuno l’attende, forse per questo, a volte, non verrà, o più spesso giungerà in ritardo nell’esausta età dell’insoddisfazione. Sine nomine, è la consapevolezza che c’è bellezza in noi. Qualcosa che non ha nome e che da noi esce per incontrasi con simile bellezza, così pensiamo l’assomigli. Quando si percepisce che c’è altra, più grande essenza, senza prigionia d’una natura, e avvolge le cose, parla con linguaggi sconosciuti a un noi profondo che l’intende, allora l’eternità si mostra lascia traccia, e mai eguale si ripete. Si radica in noi una pace inusitata, in un cielo d’anima percorso di lampi e quiete. E il divino ci accoglie, avvolge e protegge allora sentiamo che c’è speranza e nessun misfatto d’uomo potrà prevalere.
Le mani di notte sentono la tela, stropicciano la trama tra le dita, è sussurro che lega il sogno, all’arreso serrare dei fili. Un risveglio nel buio accompagna i pensieri, con una resurrezione irta di ricordi, e sangue scommesso che canta nelle vene. Tornare oltre ciò che fa male, che non muta e assale, ascoltare la casa che s’assesta, e abbraccia già dimentica della vampa dell’estate. Tornare e non conoscere la strada, solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia, anche il riposo ha senso. Così s’allinea il sogno al giorno, come era un tempo, nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno, e la voce quieta che risvegliava il giorno. Allora il profumo del pulito era casa e annunciava un ordine facile, a cui si uniformava il mondo, essere era la gioia della luce, mai negata dal fresco dell’ombra e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore. Notte e giorno a dar vita al tempo.
Il 12 settembre del 2001 cadeva polvere e amianto controluce, tratteneva attimi e molecole d’esistenze sminuzzate. Il gigante era attonito, già urlava e si rendeva conto, ma la polvere cadeva, sussurrava e poi risollevava, grida mute e sospiri contro ogni ragione. Come nelle rappresaglie atroci, venne deciso, il nazismo scorre ovunque e ci sarebbero stati gli innocenti, dieci per uno, per pareggiare il conto. Inconsapevoli gli uni e gli altri, che esistono ancora sacrifici umani, e il dio è la pubblica opinione, e l’orgoglio ben misto alla vendetta. Ogni volta si prepara con cura l’ecatombe, poi si procede, l’inerme attende e spera che la morte scelga altrove, ma sempre piange colpe mai compiute. Poi distribuiranno medaglie ai carnefici e memorie cancellate dall’orrore perché non resti traccia dell’infamia.
Il 12 settembre del 1973, a Santiago, cercavano nelle taverne e nelle case, nelle aule e in mezzo alla campagna, chi aveva cantato votando era colpevole d’aver sperato, e morto il Presidente ora veniva ammassato come grano a giugno nello stadio, scelto e torturato. Tagliate le dita colpevoli d’aver suonato, le gole perché avevano cantato, I corpi per aver gioito I ventri delle madri per aver partorito. Gettati I corpi nell’oceano, perché serviva aver gli aerei e i piloti da addestrare al futuro orrore da servire a lungo. Una immensa mensa di sangue e di dolore da strappare vivo dal corpo del popolo sovrano, grida alte che si sentivano lontano, ma senza I nomi, solo assenze per i vivi dove crescere l’angoscia. Il Presidente è morto combattendo, chi l’ha ucciso è morto nel suo letto, la forza delle cose non è mai stata giusta, solo la data o il caso che vede dentro al tempo, mette ordine e ricorda che nessuno mai paga per davvero. Forse questa è democrazia o forse qualcos’altro. E c’è un giorno dopo che non è mai innocente, un giorno in cui tutto è dolore eppure a molti è indifferente, guarderanno il sole, la giornata, continuerà la vita come sempre è stata.
Tutto quello che non ho fatto da giovane non lo farò da vecchio, c’è ancora qualche bella sorpresa come usa la benevolenza del tempo, le età della vita fanno compagnia al capire e al fraintendere, restano gli ideali della giovinezza, e il commuovermi senza trascurare lo sdegno. Ciò che mi attornia rassicura, quanto trovo, ancora mi stupisce, non la mia ignoranza, quella accompagna, vociante delle mai espiate colpe. Mi dolgo delle parole non dette a tempo, e di quelle inutili e sbagliate, ora parlo in silenzio a chi se n’è andato e ogni giorno manca un poco e tanto, il tempo è generoso di ricordi, ammaestra rendendosi prezioso, fare ed essere si parlano, con la radicalità nata con gli anni, nel vedere più a fondo, che le cose sono fatti e ogni furbizia infastidisce. Vivere è equilibrio che non rinuncia, ma che conosce il limite. Chi ha visto dovrebbe raccontare, con verità, dicendo chi è davvero, ma nessuno, o quasi, ascolta, I vecchi sono noiosi anche quando intuiscono il futuro. A suo modo ciascuno vuol sbagliare, perché c’è gioia nell’errare se è nostro e non di vite altre. Spesso parlo con me stesso e se non mi basta, ascolto.
L’estate cantava con le cicale e nel cotone delle tende da sole, entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali, poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole, le cicale in un ossesso finire, le tele in solerti pomeridiani silenzi. Il tessuto aveva un odore di cotto diverso da quello della pietra e del legno, la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio, quando i giochi finivano, e la pelle odorava di sudore e di polvere, poi l’acqua a rigare il sapone, le ferite da pulire, il bacio e le lenzuola di lino piene di fresco per il corpo e la notte.
In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole, nella casa vuota di noi, ma piena di schiocchi di legni e di cose. Ballava la polvere in lame di luce, si mescolavano I profumi dei vecchi mobili delle loro storie e case vissute, volti confusi in fotografie infilate nei vetri. Cose in attesa osservavano l’alternare della luce e del buio. Nulla ci mancava, e la vacanza travolgeva, neppure troppo lontano. Il mare, le dune, le nuove abitudini portavano profumi diversi, conosciuti dagli anni passati, ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori, noi cambiavamo senza sapere, come se tutto quel mondo di piante di sabbia, d’acqua salsa, di cose arroventate dal giorno, nel buio spendesse I suoi roridi umori in amplessi dolci, lunghi e silenti. Qualcosa accadeva sommerso dai giochi, emergeva nello scoprirsi nuovi anche negli sguardi scambiati. Atttese senza nome, pensieri curiosi, potenti, senza parole adatte, ancora innocenti.
Tornavamo a settembre, le case avevano vissuto, qualcosa non era al suo posto, ci si ritrovava nei profumi, nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio, nelle verdure d’estate nei piatti, nei giochi che la casa riannodava a noi e alle cose. Settembre già odorava di carta e d’inchiostro, di banchi scrostati, di fatiche e complicate promesse. Vivevamo in giorni a mezzo cavando dall’incoscienza giorni di corse felici, di tempi infiniti, di estati passate senza timore d’autunno. E la tenda da sole ci rassicurava, con il suo profumo di cotone bruciato, con il calore che ancora fermava. Non cantavano più le cicale ma finché lei restava non sarebbe finita l’estate.
Che sarà rimasto dell’aria che conteneva Il mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley? Le molecole per accoglierlo si sono spostate, dei neutrini forse hanno attraversato indifferenti, qualcun altro s’è avvicinato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere. E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco, l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza. C’erano voci attorno, alcune normali, altre sussurrate, avranno sospinto l’aria con atomi di sé. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto. E del viso che s’è allora girato, degli sguardi per un attimo incrociati, del particolare che ha stupito, cos’è rimasto?
Il quadro immobile, faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto, che pian piano diventava un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, e dipingeva un particolare a suo modo, metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria? Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano altrove e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni e atomi, mescolati assieme a pulviscolo, danzavano. Era la memoria dell’aria, che finiva in uno stipo dell’universo dove il momento e il possibile si archiviavano in attesa, d’un nuovo presente e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili. Bellezze che durano e mutano oltre ogni sguardo, oltre ogni pensiero e non si curano neppure d’essere a noi, tali.
Come i buoni romanzi, letti e riletti con le parole da ripetere lente c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima, altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo geloso esso d’amore esclusivo, e goloso degli anfratti di senso. Tutto convince così poco che solo il sentire resta, e anch’esso ha bisogno di verità. Con le mani lavate due volte: la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza posso dire, non sono stato io, mentre si confondono i visi, mentre cala la luce, e scompaiono prima le rughe, poi le bocche e senza rumore sbiadiscono i sorrisi. Camminando nell’aria d’un settembre d’estate, s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere, sono imprecisi i ricordi: a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore, un bacio anche sul bordo d’un treno. Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita, oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole e nel tempo e ne resta solo l’eco smarrita.
È l’ora in cui la sera esita, e nulla attorno accade, un televisore parla per persona interposta, sono notizie e fanno male, non come a chi le ha subite, non come a chi è davvero coinvolto, e forse per un attimo, ci pensiamo innocenti, poi confusi, sovrapposti, indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro. Così unici e così poco necessari per molti.