Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome, né il momento, e neppure il fatto. Del piacere non resta memoria, forse dell’aria, dell’ora, della luce, e qualche dettaglio che emerge poi. Il dispiacere si comporta male, artiglia per sanare, così dice, mentre toglie ed è carne che non ricresce, ferite che per loro conto evolvono. Maestro è il sentire di epifanie senza pretesa e a lui ci si rivolge per un accordo, dicendogli giungi e racconta: il giorno è specchio ed essenza mostrami la vita che prometti.
Fotografare con le parole, annotare, e il pensiero liquefa, diventa nuvola, piove, bagna, si disperde, resta una leggero pulviscolo, oro nella luce, è polvere che danza. Fotografare con le lenti dell’anima, che non ha di sé prova né misura. Eppure un fremito, la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire, sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto, crivello del prescelto, desiderato e poi perduto. Le storie falsano i momenti, ma il passato crea e non si strappa, è il futuro che si lacera, che nega ciò che gli dà vita. Questo nostro tempo è sensore, somma ciò che è con ciò che non è stato, nel vibrare quantico che oscilla e genera energia. Le probabilità, come in ogni scelta, si coagulano: nell’apparenza della necessità e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle, e trasalire del cuore, che è quando precede l’accadere.
Per vuotare la testa, infrangi I circoli di oscure necessità, ferma il passo sulla pietra, ascoltala mentre racconta. Lascia percorrere lo sguardo c’è un portone graffiato dall’uso, a cui forse gatti e cani hanno chiesto udienza, sopra una finestra un numero inciso sulla chiave della volta rende inutile il tempo dei pensieri urgenti: 1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.
Noi così inutili e a noi stessi necessari, sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero, trattiene anse d’ombra e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare, ciò che cuce la loro trama è l’infinito scorrere di pause e di ripetersi: cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza, e una felicità che non pretende. Mi perdo in questo nulla che ogni stanchezza divora. e s’arrende la ragione lasciando che il bandolo si smarrisca.
Vorrei parlarti del mio vento d’aprile che colma golfi così ampi e campi verdi, che mai sazi s’imbevono del suo respirare. Tra essi lo sguardo che si perde, e I versi crepitanti, odorosi di resine, bruciano, nei fuochi di stoppia e sarmento. Il mio vento d’aprile, è dolce d’orizzonte, vicino di collina, sornione scruta dalle altezze d’albero, e poi scende lieto a fiotti nel verde. Gioca e spinge nubi nel blu dei cieli poi s’atterra in tinte pastello, e nei bruni dei campi. Scuote alberi, erbe e cose li spinge allegro verso il nero d’anfratti, di vicoli e case: e tra pianura, monte e mare, muove la vita nei bianchi di calcare, nei grigi di selce, gioca col rumore di sassi, dei mitili vuoti smossi dall’onda, e la spuma che si scioglie la prende e l’ invola. Di questo, e del vento che tenero accarezza le foglie prima di portarle con sé geloso nella ritrovata libertà dell’aprile, ti racconto del suo percuotere lamiere, del fischiare con voce di basso tra case e imposte che sbattono sui muri. Di tutto questo vorrei dirti appieno, ma le parole sono bulimici segni ciechi di senso che divorano e si perdono nel gusto che sosta e assapora. Per questo non so dire, né dirti, se non un silenzio d’arie che muove e nei miei occhi canta qui nella città, dove a notte ogni passo suona e già si spande forte del tiglio il profumo.
Nella piazza stamattina, festeggia il vento d’aprile che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise. Siamo in tanti, bambini e vecchi, donne che reggono i colori della pace, visi e sorrisi che stringono insieme ricordi, parole, le vite. Ci sono anni che non puoi più rivivere, i ricordi feroci, e neppure le gioie ricevute, o il cuore che arrossava I visi. Come nel primo sentire torna la voglia di fare, d’essere di partecipare. Allora erano parole forti di speranze mischiate al dolore per chi non c’era ad ascoltare. Chi allora riempiva la piazza, insegnava lieta la gloria del resistere e la normalità dei giorni e della paura. Raccontavano I padri quando senza libertà ci si opponeva, ogni pensiero era una scelta, ogni atto una forza, eppure stanchi, affamati, nella paura e nel coraggio c’era speranza e rivolta. E sentivo stamattina nel sole l’unione di allora, non erano le parole di adesso, non solo, era la speranza che aveva plasmato le vite, anche la mia, nella libertà d’essere liberi, col tempo che accoglie e costruisce docile, amico, genera speranze mai usate, e nel buio traccia una luce. No pasaran. Stamattina la piazza era piena, i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento che chiede pace, e resiste, sa di essere forte e resiste, vuole giustizia e amore e resiste.
Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto, non il nome, non il peso maturato ma l’essenza. E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie, e se non parlerò dei macellai di carne umana, delle intelligenze vocate al male, del male certo e altrove, ho l’esecrare, il dire il mai che corrisponde al fare, al pensare, e alla paura che si mischia nell’incerta sicurezza. Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni, parlo di dove torniamo perché sempre si torna, fosse una persona, un luogo, una memoria. E non è detto ci attenda, ma c’è, o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati, con la disponibilità che accoglie, pur altra dal pensiero di chi torna, ma pur sempre vera. Le cose sono l’ultima coscienza prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive, come quegli angoli di verde incolto che i progettisti dimenticano e nessuno fa più suoi, ma così diventano liberi pieni di fiori e d’erbe ribelli ospiti munifici d’altrove, e dimora d’animali che proseguono le vite. Se questo impastare giorni e sdegno, sentimenti, percezioni e andare, ha pur senso, e genera passioni e voglia di cambiare è perché siamo confusione, imperfetto vivere e contraddizione, dolci e tesi nel conservare umanità, e nessuno replicherà ciò che muove o tiene fermi i pensieri, nessuno potrà dire d’essere eguale. È la nostra imperfezione a donarci unicità e insieme la bellezza d’una solitudine senza eguali che sa essere stella e parte d’universo certo di sua luce.
Dovrei considerare ciò che si vive, se sia luogo utile alla vita, al crescere voluto. Il tempo liquefa e s’assottiglia, non è più il sangue grosso che tumulta, spuma, e si perde allegro nelle mille luci d’un momento. Il tempo è lama affilata, che rade il superfluo e il necessario, seziona, classifica, mentre segue e ci precede. Assomigliare è immagine che ci cambia, che trasale e semina timore, è fatica, penso inutile, E il nostro mordere il presente, non è lo stesso che ubriaca? Alla fine resta poca sostanza a render quieta la notte.
Il gatto possiede l’utile e l’indifferenza, insieme le esercita vivendo soddisfatto: non riusciremo mai ad approssimarlo tanto da poter dire nella naturalezza della verità banale: amo la casa il mio star bene e il tuo amore tengo da conto.
E ci sarà sempre un sole da godere e un tempo da lasciar andare.
La mia finzione all’attento mostrerà verità, che seminano dubbi, ma lasciatemi fare, ho un sogno da proseguire, un’avventura da consumare, e vite piene d’apparente annoiato scialo.
Il silenzio fa suonare la via, il tacco percuote le pietre, s’accorda nel fischio che trabocca da un’imposta mal chiusa. Mezze luci sulla vetrina, la ragazza riordina, è l’ultima fatica della festa, canticchia blue velvet ed è nel cielo che scende a far compagnia. Profumo di cena, nessuno per strada, ha pudore il rumore, dipana lontano a scavare la notte nel sudore dei locali e nei balli bagnati. Con la notte crollerà il cielo sulle pietre, sarà morbido e clemente, non scioglierà dubbi e destini tenendo e lasciando secondo il suo tempo, sino al mattino e alla prima porta che sbatte.
Le camere d’albergo s’assomiglian tutte. Anche in quelle a super stelle. riempite di gentilezza finte, d’amori di paglia e gadget, l’odore non va via. Odorano di polvere, di moquette intrecciate al tempo delle vite di chi vi ha respirato e I muri hanno guardato muti muoversi le passioni ma ne conoscevano il tempo e la pazienza necessaria a lasciar vivere se stessi. Quante volte cuori e parole hanno ecceduto, le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi, i pensieri sfociati in confusioni sempre ardue da onorare. Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia, è grasso e soda messe a bollire e poi colate in candidi parallelepipedi di buono. Sanno di infanzia senza calcolo, di pranzo assieme, dei no pronunciati senza tema, il resto che si è svolto è stata vita e stanchezza senza sonno. Diceva il cameriere al piano, che nella stanza del solista non mancano mai i fiori, coprono l’odore delle sale da concerto, i colpi di tosse nei pianissimo, la passione costruita pezzo a pezzo e mai capita per davvero, ma poi stesi si sente tutto e il passato strattona ogni presente. La stanza a fianco celebra allegrie: è quello che non hanno udito che odora dentro. Strana cosa il ricordo dev’essere Il suo odore a non avere un luogo. Un luogo vero, che lascia stare, ma non demorde e non si lava via.