non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

destra sinistra

Ti ricordi quando è accaduto l’ultima volta? Stavamo parlando e bevendo un aperitivo. Attorno c’era quell’aria di indolenza che regala il pomeriggio inoltrato. Studenti che vociavano tutti assieme, risate a non finire. Si sentiva la voglia di raccontarsi che si ha a quell’età e gli appuntamenti che s’incrociavano, i ragazzi che si alzavano mentre altri chiudevano la bici e si sedevano. Sembrava una stazione più che un bar e noi che discutevamo di cose così generali, di politica, di società, di aspettative personali e collettive. Un po’ mi dispiaceva perché quei ragazzi sarebbero cresciuti, sarebbero andati incontro a una vita fatta di poche certezze, di lavori precari e di sogni che sbiadivano. Sono importanti i sogni, credo di aver detto, e tu hai sorriso ribattendo che i nostri sogni avevano creato questa situazione. Capita che tutto risalga ai padri e credo che nessuno di noi sia innocente, ma non siamo stati tutti uguali. E così quella sera il buio è sceso prima assieme alla voglia di andar via, di ritrovare un libro, una frase da sottolineare, un appiglio solido per dire che non solo non era vero, ma che la ragione, il discernere è ciò che fa capire la realtà, non il banalizzare la lettura del presente. 

Ormai la politica ci allontana, te ne sei accorta? Tra noi di alcuni argomenti non si parla, con altri ci si ferma a tempo o si sfuma. A volte ho l’impressione dell’orlo del precipizio, un balzo e, o si impara a volare o si precipita. Quasi sempre è la seconda eventualità che accade. Senza che ce ne accorgessimo la realtà è mutata e noi con essa, c’è stato un bivio quasi impercettibile, due strade parallele o quasi e lì ci siamo separati ognuno con la sua strada da percorrere convinto. Viviamo immersi in una società che mentre ci atomizza, ci riduce a consumo e competizione, porta a uno stato di singolarità che ci rende sempre più uguali, ma in basso. Carne da mercato e da lavoro, che viene addestrata ad odiare. Quando eravamo ideologizzati, non parlo di te che le ideologie le hai lette nei libri di filosofia o nelle caricature di chi già mentiva sulla realtà perché aveva vinto, avevamo gli avversari, loro e noi, eravamo in tanti per ciascuna parte, ci si contrapponeva. Noi si perdeva quasi sempre però c’era un’altra occasione. Ora non c’è più, ci hanno tolto le occasioni. A tutti.

Per carenza di analisi, per disattenzione. Ecco, siamo stati poco attenti, anche noi, perché non ci siamo detti tutto. Non ci siamo raccontate le rabbie diverse che crescevano. Abbiamo chiuso gli occhi per non vedere come stavano gli altri e mentre peggioravano, raccontavamo di altre volte in cui si era risalita la china, ma non era così perché adesso le soluzioni si erano rarefatte. Non eravamo più davvero assieme, in tanti, ma atomi di pensiero che si aggregavano per interessi fugaci, su interpretazioni ballerine e di convenienza. Ora ci allontaniamo dopo che le idee si sono tanto divaricate da dire, questo però lo pensi tu, che è difficile distinguere il luogo politico in cui si è, che segno abbia. Se quella parola così vituperata e gettata nel fango, sinistra, sia solo imbelle, confusa, incapace di discernere oppure se l’uomo e i suoi bisogni non la contengono più.

Forse è cominciato con l’illusione liberista del tutto a tutti, purché si avessero braccia abbastanza forti da poter cogliere, o è stato per innamoramento del potere che da droga sottile è diventato presunzione prima e protervia, poi. Presunzione di sapere, di avere la verità, di trascurare le periferie delle città e del pensiero. Magari è cominciato partecipando a una festa in cui c’era molta destra, quella non si è mai vergognata di essere quello che era, e si beveva, sorrideva, parlava assieme già trascurando un principio, un’analisi del reale. Oppure è stato a un convegno che sembrava, nel titolo, mettere assieme ragioni diverse e metterle a confronto, si finiva per non dire tutto e per capire le ragioni dell’altro, si sfumavano le proprie. Nei retrobottega del potere si incontrano persone strane, a volte un caffè, spesso una cena, in un luogo poco frequentato oppure molto visto, perché anche la notizia fa parte delle domande che qualcun altro si porrà. Luoghi per mettere assieme una strategia: il nemico del mio nemico è quasi mio amico. È stato lì che si è perduta l’innocenza? E quale innocenza si poteva perdere se gli ideali della gioventù erano già alle ortiche. 

Forse è stato quando il giusto e l’ingiusto hanno cominciato a sovrapporsi? Ma qui è tutto più recente: perdeva il giusto ma era un prezzo da pagare al liberismo, alla globalizzazione, al fatto di non avere elaborato una politica economica alternativa .E allora via l’articolo 18, la scuola che diventava buona mentre anziché occuparsi di come diffondere critica e cultura del presente assieme alla storia di un passato assai inglorioso, si mutava in un’ agenzia di viaggi per insegnanti. Tutto il potere ai direttori, e il popolo, la libertà, l’eguaglianza, dove finivano? Via, nel relativo, assieme ai testi da emendare perché anche Mussolini qualcosa di buono l’aveva fatto. Fosse solo per statistica, nelle tante cose nefande, vuoi che non gli sia scappato qualcosa di buono, chessò la carità a un povero, una generosità senza calcolo. Sarà capitato, l’avrà fatto anche Hitler che amava gli animali ed era vegano, ma da questo riabilitare il fascismo, chi aveva tolto la libertà, messo il dissenso in galera, gettato l’Italia in guerre talmente ingiuste e nefande che dovettero poi inventare la favola dell’italiano buono per non pagare il conto. Tutto questo con l’epilogo del Paese ridotto a un cumulo di macerie per furbizia di stare con chi presumeva avrebbe vinto. Non con il giusto ma con il nefando e pensando a questo non si annullava ogni perdita di tempo sul presunto buono. Bastava dire che c’era stata una parte che aveva tolto diritti e libertà e una parte che l’aveva difesa, che c’era stato chi aveva fatto le leggi razziali e chi le aveva approvate, ma anche chi le aveva subite. Insomma la destra fascista era ed è qualcosa di diverso dall’eguaglianza e dal rispetto dell’umano, semplicemente adopera per fini di interesse il popolo e lo scaglia contro altro popolo. Si esercita con i deboli, sopprime il dissenso e la libertà perché il giusto apparirebbe, sopprime la ragione e glorifica l’apparenza. Ma queste cose le sai e dici di essere d’accordo, anche se ormai, affermi, la destra e la sinistra sono solo comodità del pensiero non una visione del futuro dell’uomo. Adesso vale la dittatura del presente, la meritocrazia, giusto è quello che arriva prima, che è più furbo, che sa usare meglio un pezzo di realtà e la modifica davanti agli occhi degli altri mettendoci suoni e colori che non ci sono. Non si chiama realtà aumentata, ecco questa è la realtà e riguarda il singolo, che vuoi che c’entri l’idea comune, l’essere solidali implica essere in tanti, ora vogliamo essere soli con tutto a disposizione. 

Quando mi provocavi con queste idee, restavo senza parole. Come è accaduto quella sera. Ti ho detto : quando è morto l’unità, il giornale, a te non è interessato nulla, mentre io mi sono sentito senza un appiglio, un luogo in cui con fatica ci si poteva confrontare. Non mi piaceva più l’unità, era diventata un luogo dove parlava solo uno, ma non trovavo di meglio da altre parti. Il Manifesto era una alternativa, ecco forse dovevamo riscoprire chi e perché l’aveva fatto quel giornale, ma non era mai stato un giornale da operai e se anche io non ero operaio, mi piaceva l’idea di qualcuno che riusciva a parlare con loro.

Amica mia eri inciampata nella sinistra perché pareva una cosa ma doveva essere altro. Ti sei sbagliata, non è che non ci sia più e non è che tutti i nostri sogni hanno generato mostri, almeno non uno,: noi eravamo assieme. Mentre ora la solitudine dell’essere individui e non gruppo rende il futuro di ciascuno contendibile con quello del vicino e via via ciascuno ruba pezzi di futuro all’altro, ma non accade a tutti perché ci sono alcuni che il futuro ce l’hanno intero. Basterebbe questo per generare una sinistra, per mettere assieme chi ha la coscienza di essere derubato ora del suo futuro, ma pare abbia più successo chi dice che altri hanno rubato, altri hanno colpa e i problemi crescono, diventano irrisolvibili, immani.

Comunque sia non va bene. Cos’è stare assieme al tempo in cui le parole si rovesciano nei significati? Ma si può fare qualcosa con uno di destra, uno che non sarà un fascista ma … ?  Frequentarlo alla pari, starci assieme, far crescere un’amicizia o qualcos’altro. Credo di no, perché alla fine idee e persona coincidono, e litigare o mandar giù rospi non fa bene. Eppure ormai ne abbiamo in ogni famiglia e si lascia emergere la tolleranza, che poi è la versione buona dell’educazione cattolica. In quelli più illusi emerge la speranza di un convincimento: uno di destra che passa a sinistra è una bella ventata di novità. Siamo troppo avanti nell’odio, non accadrà e dovrebbe bastare la realtà, l’ineguaglianza, la perdita di dignità, il lavoro precario, le libertà che si riducono per far cambiare idea e se non accade significa che si è guastata l’idea di società come bene comune, che ognuno ha delle possibilità e se non sa nuotare annega. E pare che questo diventi il giusto. Così si trasformano le parole e si toglie loro significato e se si chiama dio a testimone significa che siamo oltre ogni possibilità di tornare indietro con la ragione. Per me tutto questo è terribile, per te non lo è abbastanza.

Su una cosa hai ragione, adesso qui a sinistra, viviamo in soffitte zeppe di luoghi comuni, con ragnatele ideologiche abbandonate dai ragni. Anche a noi la realtà è severa maestra. Però è pur sempre casa nostra l’essere dalla parte di chi ha meno, vedere le diseguaglianze, capire che i diritti e i doveri sono per tutti, che la solidarietà è il primo legante sociale e sappiamo che si deve analizzare e proporre soluzioni che convincano. E chi sono quelli che ogni giorno con arroganza ci dicono che abbiamo sbagliato, che potremmo fare così, che non stiamo andando da nessuna parte, ci servono poco perché che abbiamo sbagliato siamo i primi a saperlo sennò non sarebbero questi i rapporti di voto.

Ci siamo lasciati quella sera con l’impressione che nelle strade parallele, ci si incontra. che mai nulla è definitivo, ma vorrei metterti in guardia: sono peggiorato. Ragiono di più e giustifico di meno, le parole diventano per me sostanza. Il diminutivo usato per dileggio, il finto affetto verso l’avversario usato come arma che percuote e chi viene minacciato viene salutato con un ti voglio bene. Il minimizzare la tempesta economica che sta arrivando e così la richiesta di ragioni dell’Europa diventa letterina. L’affermazione che adesso non si muore più attraversando il Mediterraneo sui gommoni mentre i porti sono stati chiusi, sono tutte perversioni della realtà. Sono la negazione di ciò che ci accade attorno e tra noi. È questo che sostituisce la verità, il perenne ribadire il contrario di ciò che è, per sbudellarsi sorridendo. Ma io non sorrido più e resto a sinistra, quella che tu non vedi più.

 

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

a proposito di egoismi

A proposito di egoismi,

oggi la pelle era particolarmente scoperta,

faceva male ed emozionava troppo.

Non va bene, mi diceva, copriti,

aspetta cresca un po’ di scorza,

cambia tempi e modi d’essere,

rallenta e guarda attorno,

non vedi quante maschere e sorrisi allegri?

Anche, le rispondevo, ma non soprattutto

e poi non solo.

In fondo m’interessa poco,

oscilliamo tutti tra chiuso o aperto,

persone binarie d’infinite sfumature nel frammezzo, ma

si può star male per una ferita di troppo

non solo a carnevale.

Chi m’ ha conosciuto non è rimasto indifferente,

le dicevo.

O forse sì,

e se ci penso, è questo che fa male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la misura dell’amore

Ma come facciamo a misurarlo questo bene ? Non si può. Oppure è come quando ce lo chiedevano da piccoli? Quando allargavamo le braccia…

Quanto più si include l’altro e lo si rispetta gli si vuole bene, una misura non è possibile darla, come spesso non è possibile spiegare razionalmente perché vuoi bene o ami una persona. Se tu vuoi un’unità di misura depositata e che va bene per tutti non credo esista perché non c’è una misura dell’anima, ma se ti senti pieno dell’altro e insieme te stesso, tu sei la misura.

Ci sono delle cose, troppe cose che prendono, che affascinano, che attirano, che stimolano, che arrivano da questa persona, allora devo dimagrire o crescere in altezza per avere più spazio per contenere più quantità di bene.

Dovremmo dire che in amore il pieno e il vuoto coincidono quando si dice che si sente un vuoto allo stomaco e al tempo stesso si è pieni di qualcosa di indefinibile.

È il vuoto per una mancanza che magari è solo lontananza o malinconia o nostalgia.

Credo che quel vuoto corrisponda alla parte di noi che è stata messa nell’altro.

Può essere, però nel contempo ti ritrovi e ti senti più pieno.

Ecco questa è la misura dell’amore: una pienezza che cresce e non tollera l’assenza.