soliloqui

 

Spesso parlo nella mia mente, succede a tutti, immagino. Anche a te. Mi sono accorto che ci sono diverse qualità di dialogo interiore. Uno molto libero che associa bisogni e risposte, che muove decisioni. Un altro che oziosamente spazia tra diversi problemi personali irrisolti e ne cerca le radici, vi si sofferma, porta alla luce ricordi e motivi che erano stati accuratamente messi in disparte. Un terzo, ma non è l’ultimo, dialogo , è circolare, cerca la soluzione a problemi contingenti, che devono essere risolti-. Lo chiamo la mosca nella bottiglia perché oltre le tecniche di problem solving c’è sempre qualcosa che riporta daccapo e fa capire che si possono convincere gli altri e anche noi stessi, ma non a lungo e mai per sempre.

Per quest’ultimo dialogare interiore, che spesso gli altri sovrasta e sostituisce, ho capito che mancano da tempo gli obbiettivi definiti, le scalette che si devono onorare, gli impegni che comportano responsabilità di persone. Certo c’è la responsabilità di chi ci è vicino per sentimento e amore, ed è inclusa nella vita che si sceglie, quindi il suo ruolo è una costante con molte variabilità, ma c’è sempre. Ma il resto, che un tempo si chiamava lavoro, impegno politico, in cosa si è trasformato?

Come nell’età in cui si studiava e ci si innamorava della vita e delle persone e le idee erano così forti da sembrare possibili, mi scruto allo specchio, mi guardo dentro e vedo che ho molta più materia per annodare fili, per riconoscere cosa è andato davvero storto e cosa invece ha lasciato un segno, una cicatrice che non fa male anzi è ormai una runa dolce che piega il sorriso. Guardarsi con quella misericordia felice che si dovrebbe usare per passato e presente, come quando si mischia un mazzo di carte. Guardo nello specchio, il viso ha pian piano scavato le piste di un percorso, e si vedono anche le possibilità lasciate cadere. Il corpo è sempre lungo, qualche chilo in più per i miei gusti, anche se non ci sono più le zingarate di un tempo, gli eccessi fatti di notti insonni e di molta strada percorsa nel buio. Però si può ancora accettare, questo fa parte della misericordia, i capelli sono pochi e ricci e ormai molto chiari, i muscoli fanno il loro dovere. Con fatica, ma lo fanno. E ogni piccolo acciacco ricorda la sublime indifferenza per cui era un merito non lamentarsi mai delle piccole cose. De minimis non curat praetor.

Questo autoguarirsi era ben presente un tempo, ma da qualche parte la macchinetta si usura e ora funziona meno, così l’ipocondria diventa il nemico da cui difendersi. E adesso che sappiamo tutto, abbiamo più paura di ciò che non si conosce. Ci ascoltiamo troppo, guardiamo troppe mappe e così non ci si perde più, peccato perché lasciarsi andare, ora è più importante che mai. Lasciarsi cullare dalla vita e non giudicare e non giudicarsi.

Nel dialogare a fior di labbra vorrei mettere il tempo lento e la cura. Di me stesso e dei pochi che ancora mi sopportano. Ascoltare mi è sempre piaciuto e anche parlare. Non tanto di me stesso ma delle cose che mi entusiasmavano. In fondo sono rimasto un sognatore bacato che si annoia con facilità. Parlavo qualche giorno fa del progetto che si era affacciato e da realizzare in Kenia: un’area industriale e una cittadina vicino a uno dei più grandi campi profughi dell’Africa, per aiutarli davvero a casa loro. E mi veniva da raccontare come lo avevo pensato e come erano nate le prime proposte. I dialoghi che erano nati e il confronto tra ciò era necessario fare prima, cosa privilegiare e come rispettare persone e territorio. E non finivo di parlare perché poi mi tornava a mente Ottana e i progetti che si erano fatti sul disinquinamento dell’area e sulla creazione di nuovo lavoro. E il curriculum del fare e del fatto era un bel volume che si mostrava con la voglia di spiegare che non era finita e che si poteva fare di più. Era un piacere sapere che tutto era ancora possibile, anche se le cose progettate che non erano andate avanti ora sono ancora più sono difficili. Qui, mi accorgevo, che come nel corpo c’erano i punti di frizione, quelli che fan male per assenza di adeguata carne e che molte cose ormai non si potranno più fare anche se sono possibili e raccontarle le rende un poco vere.

Ma a chi parlo, amica mia, tu neppure mi leggi e bene pochi interloquiscono con i sogni altrui. Di ben altro ci sarebbe bisogno e a volte nel lasciarsi andare c’è anche una stanchezza amara. Sai, questa è un’età in cui moltissimo è possibile, ma non raddrizzare ciò che per volontà o caso, non è andato per il giusto verso. Chi tira le somme della vita, sbaglia sempre i conti perché non vede che il buono vale moltissimo e gli errori erano quasi inevitabili per come si era, solo che adesso non basta più, e allora arrivano le conclusioni che tolgono la pazienza dai rapporti e lasciano più soli. In compagnia o lasciati, sempre molto soli. Abbiamo bisogno di misericordia felice e di aver ancora il coraggio di progettarci così come siamo. Insomma amarci più di prima. Anche quando con sincerità rovistiamo la soffitta e i bauli che portiamo dentro e che sono zeppi di noi.

 

piccole pozze di buio

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Se hanno fatto una scala degli uragani, se esiste un luogo mitico vicino a Parigi dove c’è una barra di platino iridio che a temperatura controllata misura esattamente un metro, se in un qualche laboratorio di Heidelberg qualcosa misura la risonanza tra due atomi per trarne un intervallo di tempo oppure una unità derivata, non può non esserci una scala degli amori, del sentire, dell’esserci e del mancare. Solo che questa scala è soggettiva e a nessuno è permesso mettere in dubbio come ci sente. Che si risponda bene o male, o il più esaustivo così così, è sempre un comunicare qualcosa di affine ma non confrontabile.

Amore è piangere le tue lacrime, accendere lo stesso sorriso, guardare le stesse cose e vederle.

Qui ci si può fermare perché non si è detto nulla che non dovrà essere dimostrato attraverso mille piccole cose e non sarà mai finita né sufficiente se da qualche parte esiste un foro. Un piccolo buco che non si riempie e che si è originato quando forze incaute e bambine si sono scontrate con precetti e modi d’essere. Qualcuno, spesso in parecchi, hanno stabilito dove fosse il nostro ufficio pesi e misure e quanto dovevamo assomigliare alle unità di misura in esso depositate.

Dovremmo dire che assomigliare a un metro piega la volontà che voleva essere più lunga o corta e neppure essere un segmento ma un continuum in cui non essere altro che sé. Questo scontro di forze genera piccole pozze di buio che ciascuno riempie come meglio crede, solo che non si riempiono e l’unico modo per capirne la profondità è immergersi in esse. Cosa paurosa perché se si sa che li dentro ci siamo noi, non è chiaro a quale profondità ci si trovi: annegheremo prima? Allora si cerca di riempire dall’esterno, senza arrischiare e quelle piccole pozze apparentemente si colmano ma poi ritornano intatte a specchiare il volto che le guarda. L’amore aiuta, distrae portandoci fuori di noi stessi, cambiando i vincoli. È l’amore che rovescia le cose, che altera il tempo e la sua misura e impone di assomigliarsi, di essere differenti e insieme uguali. Dovremmo essere sempre innamorati e corrisposti e gli analisti di qualsiasi razza e fede avrebbero ben poco da fare. 

Mi sono spesso chiesto dov’era la rottura che aveva generato quel mutare. Necessario per il sociale, rassicurante per ricevere amore, ottimo curriculum per fare strada nella vita a patto di trovare il giusto mescolarsi di conformismo e originalità. La rottura è distante, posso anche collocarla per tempo sapendo che non è avvenuto in un giorno e che dopo è stato tutto un aggiustare che ben poco aveva a che fare con il kintsugi. Il puzzle attinge alla fantasia di Mary Shelley più che alle perfezioni apollinee o alla stessa bellezza. Ne esce un qualcosa di imperfetto che è l’equilibrio delle forze possibili, che è noi come si può.

Per questo non si dovrebbe dar troppo credito agli assoluti, accontentarsi evolvendo come predicava Darwin. A volte ciò che ne esce vola, a volte corre, a volte si mimetizza e scompare. Tutto ciò che vive in equilibrio con sé ha già fatto un grandissimo lavoro per essere uguale e insieme differente. Ma cosa saremmo stati senza quelle piccole pozze di buio?

Voglio raccontarti una storia vera che apparentemente non ha relazione con il ragionare un po’ ozioso che ho portato innanzi sinora. Il corbezzolo non si è ripreso ed è morto. La sua lotta con la palma che aveva invaso la sua vasca è stata il motivo per cui con cura l’ho travasato cercando di conservare le radici e la loro terra. Ma non è bastato. Se non l’avessi toccato certamente vivrebbe ancora, con le sue fatiche a crescere in competizione, ma ci sarebbero stati i suoi frutti rossi, dolcissimi a rallegrarmi e forse alla fine un compromesso l’avrebbe trovato con chi aveva invaso il suo terreno. Per tentare da dargli vita alla fine gliel’ho tolta e ora le sue foglie secche penzolano dai rami, l’acqua e il concime non hanno fatto miracoli. Neppure l’affezione che gli porto gli è servita. Mi spiace. Molto. E se ora capisco che bisogna lasciar fare, che gli scontri e gli equilibri si trovano nel fondo delle pozze, nelle radici, tra la terra e il suo comunicare, ciò non toglie il dispiacere di non aver lasciato fare alla vita. Quel corbezzolo aveva viaggiato con me in auto e in aereo e poi nuovamente in auto. Era venuto dalla costa sarda in un fine di maggio e dopo notti passate in stanze aperte da poco alla stagione. Le coperte avevano quel lieve sentore di muffa che si accumula nei posti di mare e così anche una di loro aveva fatto l’esperienza del sole e della spiaggia. Nelle calette non c’era nessuno, per il poco tempo che potevo dedicare allo svago, lasciavo che il sole scaldasse la pelle e che il mare la riempisse di brividi. La magia è trovare se stessi in un tempo che non era previsto, in una solitudine perfetta d’aria e luce, in un incontro spostato, in una trattativa non conclusa. Ricordo molto di quei giorni, potrei descrivere la granulosità della sabbia bianchissima, in certi tratti quasi polvere. Da tenere in mano e lasciare che scivolasse dal pugno chiuso, come fosse la mano una clessidra che dettava il tempo e invece portava distante i pensieri. Li racchiudeva in piccole bolle di desiderio, li osservava con tenerezza mentre ancora non subentrava il dovere. E li vedeva volare. Attorno all’albergo c’erano corbezzoli e altre piante da terra e sasso. Li vedevo come la rappresentazione di quel momento del vivere. Ci fu tempo, ore diurne e notturne, prima di rifare una valigia, prendere un’auto, e così ci fu il voler portare con sé una traccia di quel tempo privo d’una costrizione. C’era il mercato, acquistai una piccola pianta di corbezzolo e due di mirto che vennero con me, anche loro viaggiatori e apolidi di una casa. Perché la casa è il luogo del presente che s’imbeve di segni noti a chi li ha generati. E piantando quelle piante ho sperato si fossero affezionate al luogo dove vivevo perché  erano segni vivi d’un vissuto interiore ma soprattutto era vita che voleva crescere.

Per  essere troppo premurosi, per dare un ordine alle cose, si forzano i destini e questo non si dovrebbe fare. Questo mi racconta il corbezzolo che avrebbe voluto lottare con la palma e seppure in sofferenza avrebbe cercato di prevalere. Lui aveva scrutato nella sua pozza di buio e lì attingeva le forze, forse avrebbe stretto un patto, forse le radici si sarebbero rispettate, ma di sicuro avrebbe cercato di essere se stesso senza aiuto.

Spero ancora mi contraddica, spero in un pollone che mi ricordi che devo stare attento a mettere limiti a ciò che ha un suo vivere. Ma ciò che capisco è che in quelle piccole pozze di buio non c’era e non c’è solo il timore di ciò che si è, ma il vivere che ha i suoi lati ilari e spesso allegri. C’è la forza che deve trovare equilibri, c’è il crescere e l’andare secondo la propria pazzia. Quella che dovrei rispettare di più e concederle la possibilità di essere, di vivere, di assomigliare e assomigliarmi.

 

 

il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita  quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. MI auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita che scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere. 

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.

 

ad una qualsiasi ora

Ad una qualsiasi ora della luce o del buio, il pensiero di te mi prende. Pioggia rada o sole in raggio, entrambi scelgono nell’indeterminato mucchio e così io vedo.

Si cuce il pensiero, fila, trova col dito il segno d’una ferita antica. Solo i sorrisi sembrano non lasciar traccia, eppure nei racconti, d’essi si parla, ma non di ciò che dopo è stato. Così attendo che la compagnia ritorni, e ciò che a suo tempo non compresi, si renda chiaro. Nel caffè si mescola il tempo e lascia piccole tracce sulla tazza: ora una linea sembra un volto, la scia della bruna polvere, una foresta di parole e il venir tuo, d’improvviso, riannoda eventi e cose.

Le vecchie botteghe dei garzoni fannulloni non ci sono più, la polvere ch’ aggiungeva valore e sembrava far fare buoni affari, non è più parte degli oggetti d’acquistare : tutto è pulito e luccica ammiccando. Solo il pensiero di te, scava una ruga e poi la spiana, come se il mondo si srotolasse agli occhi e prendesse insieme, mistero e senso. 

 

de lusione

Cosa accomuna l’offerta musicale, la luce del sole ormai indiretta che proviene da una finestra sul tetto, il susseguirsi delle mail e dei messaggi di whatsapp della giornata? Nulla, penserai, se non che i primi due, pur cangianti sono come te li aspetti. Anche nella sorpresa che può indurre un’ esecuzione nuova o il particolare angolo di rifrazione della luce che sceglie chi e cosa illuminare mentre percorre la stanza. Ma se pensi a ciò che riceviamo e magari non è in risposta a una nostra mail, allora i messaggi si collocano in un idea che ti eri fatto di una persona, di un gruppo, di una situazione. Penserai che sono troppo vecchio, per intravvedere un esito che muti le attese quando esse si sono consolidate. O corrispondono o de ludono. Non importa che esse siano conformi esattamente all’attesa ma è essenziale non la capovolgano. In fondo ciò che costruiamo negli altri, nelle situazioni è una nostra immagine che poi si codifica come un gioco, un ludus dove le parti sono ben determinate e le sorprese sono nel vincere o perdere, ma anche nel ridere o nel dispiacersi. Tutto dura lo spazio di una partita, dalla quale poi si smette o si ricomincia con le stesse regole.

Penso, che le cose avvengono così anche nei rapporti umani: ci sono delle regole, che si presuppongono comuni, sulle quali costruire un dialogo, una comunicazione. Queste ultime si approfondiscono e si apprezza l’altro, lo vede nelle parti che non sono immediatamente esposte perché i silenzi, le mani, le espressioni del viso, le parole che scivolano senza controllo, precisano il quadro e stabiliscono quella cosa che si chiama fidarsi. Ci si fida l’uno dell’altro dopo un rodaggio comunicativo come si fa con il gioco e non si bara. Quel quadro che si è costruito nella nostra testa e che ha molte corrispondenze, non è parte del gioco è la condizione del gioco stesso e non lede la libertà dell’altro, casomai ne è una rappresentazione che si corregge in corso di conoscenza. È l’inatteso assoluto che ribalta l’immagine, guasta la comunicazione e toglie la condizione del gioco, ovvero la fiducia.

Ecco sei deluso, penserai. È vero, hai ragione, penso all’eccesso di fiducia e quindi sono deluso da me stesso. L’altro non è mutato, sono io che ho sbagliato e che ho creduto d’aver compreso o peggio mi sono attribuito la capacità di mutare le cose in modo che ciò che dissonava diventasse sequenza inattesa ma concepibile e sorprendente della melodia. Questo è ciò che fa l’offerta musicale, che inventa il nastro Moebius senza che esso fosse nato e anche il sole lo fa, giocando con le cose che fa scoprire e testimoniando l’ignoranza di ciò che ancora non si è colto. Quindi esiste un perseverare del bello, del vero che sorprende anche nel comunicarlo. Cosa differente la delusione che annulla la comunicazione successiva, ne impedisce la ripetizione senza giudizio; e quando subentra il giudizio la delusione si è già fatta strada, la comunicazione diventa circospetta: non si gioca più, non ci si fida più.

Così impari, penserai, ma non è vero, sarebbe buona cosa ricordarsi che illudere e deludere accompagnano le vite e che i facili entusiasmi riguardano il bisogno di una innocenza che si è perduta nel calcolo. Una comunicazione senza calcolo, senza secondi fini, ci sorprende e rivela bellezze non considerate, ma perché diventiamo diffidenti. E in fondo, mostra la nostra incapacità di cogliere tutto il vero e ciò che non lo è. Ma non è questo il peso, piuttosto è il non aver compreso che altro si celava dietro quel comunicare acerbo e che non ho voluto vedere, così mi riporto alla delusione di me. Non ho capito a tempo eppure i segnali erano evidenti e c’era un modo per non restare delusi: evitare l’illusione e non giocare. Ma che vita sarebbe quella che non ha un rischio d’essere delusi? Non mi lamento, non ridere e ascolta.

consapevolezza

dav

 

Di notte, accadde qualche volta, sognavo di volare. Era uno staccarsi da terra fatto di balzi sospesi, che mi faceva restare in aria. Mi svegliavo e avevo una pace discreta e importante che migliorava i rapporti con gli altri. Durava fino alla prima vera difficoltà, ma saper volare sia pure nei sogni, mi pareva un’abilità. Era il mio io che faceva la pace con il suo controllore ?
Coincidono i sogni con i periodi in cui i desideri si fanno sentire, per forza incoercibile o per la loro poca importanza. Sembra, dicono, che c’entri l’autostima. però l’ho saputo dopo. E lì forse ho esagerato, pensando che il tempo fosse infinito e che esso sanasse tutto quando s’incontrava con la volontà. Ma l’uno o l’altra erano spesso occupati altrimenti, per cui le smagliature diventavano strappi e i buchi assenza di tessuto. Si poteva camminare stracciati o scivolarci dentro in sogni maldestri. Peccato.
L’autostima, ho scoperto, è incerta, balbuziente nelle parole che servono quando è in difficoltà e trova un suo soffitto dove sbattere la testa: non ci si fa troppo male ma si riconosce la grandezza altrui, la bellezza che c’interpella discreta o scostumata, e ci mostra il limite per riuscire a goderne. Così persino le trame, i personaggi dei ricordi e del presente che si fa futuro mostrano complessità che non è facile sciogliere. Riconoscere di essere un guitto non significa non recitare più, ma fare il teatro come parte della vita. E accade di sentire che quel volo dipende dalle passioni, che il massimo è fuori portata dall’eccelso, che l’unico non significa per forza di cose eterno.

Di tanti versi che non lo erano, di sogni davvero sognati, di slanci finiti per terra si è tessuta la trama, cucita con parole ch’erano insufficienti o eccessive, di silenzi ricchi d’impotenza, di piccole bugie transitorie, di tempo sbriciolato in secondi eppure erano giorni. A volte anni. Sconfitte da cui rialzarsi e quante volte, mi son chiesto conto di ciò che era evidente nella sua grottesca inadeguatezza. Così, a un consapevole guitto, è stato chiesto qual era il soggetto e se davvero parlasse a qualcuno, se vi fosse un fine al dire, ai silenzi, alle strane parole. Lo chiedo ora a me, al dubbio che ho coltivato, a volte per timore e più spesso per ragione. Lo chiedo a me che non butto nulla e conosco il significato di ciò che dico, a me che non volo più nei sogni e del limite penso il possibile bene. E mi chiedo se nessuno si curi ancora della considerazione di sé in questo mondo dove tutto brucia nel giorno e ci si stringe addosso quel po’ di umano rimasto, senza speranza di vittoria, ma almeno di far pari dopo tante battaglie, fallimenti, fughe. In fondo nei sogni ho volato e poi stavo bene con tutto ciò che era attorno. 

Ho perduto molte cose che m’importavano, ma non te

era impossibile, perché la tua radice intreccia le mie,

Il tuo restare mi segue,

non mi lasci mai e per questo vado, torno, vado,

senz’essere davvero qualcuno,

come s’usa nei sogni.

 

cose un po’ fruste

 

A volte mi commuovo. Senza una ragione apparente, si affolla ciò che è stato ed è poi altrimenti evoluto oppure s’è spento senza far rumore, come accade a chi parte e poi non torna. C’erano state promesse e speranze, ma sin dall’inizio si sapeva che quel salutarsi era un addio. Un chiudere che l’illusione e la speranza rendevano meno doloroso, ma era nell’aria, nelle parole trattenute, nello scambio che durava molto più di quanto sembrasse necessario. Questo è il farsi delle scelte, del caso e di ciò che accade, la testimonianza di aver conosciuto e profondamente vissuto che resta dentro di noi con quell’insoluto che ogni scelta ha comportato, ogni pienezza ha generato, ogni cosa ha incorporato. Dovrebbe bastare, ma non è mai abbastanza come accade in tutti gli amori, compreso quello per ciò in cui si è creduto con tale forza da piegare il desiderio, da posticipare la necessità. Di questo, nella mente e attorno a me c’è larga traccia e così mi prende una vaga nostalgia per il contenuto delle cose che non sono mai davvero tali per chi le conosce per davvero. Per chi le ha scelte, le ha tenute appresso e consumate con l’attrito che genera quel rapporto che non è mai solo uso, ma piuttosto un parlarsi, un gettare tra l’inanimato e il sentito, un dialogo.

Guardavo fuori, la campagna che s’accosta alla città, che si ricorda di ciò che era nei fossi e nei campi appena arati. Che ha piccole macchie d’alberi selvatici, testimoni di litigiose eredità oppure d’attese di cambi di piani regolatori già troppo permissivi. Nel tramonto guardavo il cielo che s’aranciava di luce e nubi strette, il pensiero andava al rumore del legno che brucia nei fuochi improvvisati nella spiaggia e vedeva, e sentiva, il crepitio dell’alta catasta dell’inutile che bruciava a bordo del campo.

Nei ricordi e nel presente, ho un filo e nessuna traccia, uno svolgere che non tesse perché non conosce chi sia all’altro capo. Non è forse questo il gioco di ciò che è ancora in attesa di noi, che aspetta per dirci, non il consueto e l’abitudine ma il nuovo che vorrà coinvolgerci? Parlo a me, alle cose, al buio e alla luce. Ricordo. Un ricordo qualsiasi.

Quella mattina era poco dopo l’alba quando cominciammo a camminare. Era luglio e il caldo ci avrebbe colti per strada, ma con buona parte del cammino fatta. Era già un’avventura fare colazione mentre fuori c’era la notte. Fremevo impaziente, nei calzoncini corti avevo i pochi soldi per il ritorno in treno, un coltellino, uno zainetto di tela verde con l’acqua e due panini. Chissà come avevo convinto mia madre che sarebbe stata una camminata lunga e sicura. Forse perché eravamo in tre coetanei e le madri si parlano e si sorreggono nel convincersi. Uscimmo e andammo. Poi, appena usciti dalla periferia, c’era la strada, polvere, campi, paesi sconosciuti, fontane con acqua fresca e una meta. Quanto parlammo. Mi resta solo l’impressione del parlare perché avvenne ed eravamo in fila, scherzando ininterrottamente su quella strada con tre diversi motivi per farla. Chi voleva ringraziare per la promozione ottenuta, chi per dimostrare l’indifferente vigore fisico, chi, ed ero io, il bisogno d’esserci senza avere un merito né qualcosa per cui ringraziare. Forse volevo connettere qualcosa che da tempo era disgiunto e non trovava sintesi. Un sentire differente che implicava un passaggio attraverso qualcosa di banale e più grande, com’è per ogni iniziazione. E io non sapevo cos’erano le iniziazioni, non sapevo nulla delle discontinuità del tempo, dello strapparsi della tela che mi sembrava così determinata, conseguente e sicura nel suo andare da qualche parte e poi improvvisamente ti lasciava solo davanti a te.

La nozione dell’ignoto, chissà davvero quando si matura, diventa una scelta che accende le guance, rende urgente l’andare, chiude ciò che precede e spinge incoercibilmente oltre. Per alcuni non viene mai ma lei, la nozione, ci prova e quando si è bambini o poco più, accade che ci sia un protrarsi dell’insufficienza propria, del sentirsi inadeguati, né una cosa né l’altra soddisfano appieno. Allora servirebbe ci fosse chi capisce che si è sull’orlo dell’ignoto, chi aiuta a decifrare le parole che non si conoscono, chi ridà un senso a ciò che si rifiuta e renderà fulgida parte della vita che si vive e si vivrà. Ma così non accade e non era così quella  mattina, né lo è stato per molto tempo innanzi e forse neppure ora. I segni di un’antica lotta non si cancellano mai, al più s’imbellettano sotto altro finché non diventano cari.

Comunque, con i piedi stanchi e gonfi arrivammo, facemmo il lungo portico in salita. Ci inginocchiammo nella chiesa. Ciascuno pensò qualcosa, ma non per molto, e uscimmo. Fuori c’era il sole a picco del mezzogiorno, una vasca colma sotto la fontana in cui immergere i piedi a turno, l’acqua fresca e un prato in cui stendersi sotto un albero a piedi nudi a guardare il cielo tra le foglie. Ricordo il silenzio tra scoppi di parole. I propositi per la sera, le prese in giro scherzose e quel silenzio in cui ciascuno metteva l’utile e l’inutile di quei 40 chilometri di fatica. Il senso. Perché c’era un senso che riguardava ognuno di noi. Non me ne accorgevo ma le vite un po’ si separavano. Una bocciatura, un andare al lavoro prima d’altri, un percorso di vita che seguiva per ciascuno un daimon differente. Eravamo amici e lo restammo a lungo, ma le vite andavano seguendo un filo di cui si aveva solo il capo dopo che i nodi dell’infanzia, delle prime avventure, si erano sciolti in piccole distanze. Avevo un coltellino rosso, piccolo e affilato quanto bastava per fare la punta a un bastoncino. Lisciarlo della corteccia e lanciarlo verso il cielo, oppure ricavarne una fionda per future imprese. Credo di averlo fatto anche allora, ridendo perché ormai eravamo troppo grandi per quelle cose. Nel primo pomeriggio tornammo verso la stazione, e in treno verso casa. Già la sera non fummo insieme. Quel coltellino c’è ancora, consumato e messo in un cassetto. Non può dire nulla a nessuno se non a me, non può sciogliere nessun nodo se non i miei. Forse per questo a volte, senza ragione mi commuovo, perché le cose un po’ fruste e invecchiate con me mi ricordano altro ed è difficile, forse un delitto buttar via, parlo dei ricordi, ciò che per poco non è stato, oppure lo è stato davvero ma non come avremmo voluto.

Sono i nostri piccoli fallimenti, le ferite che c’hanno fatto male e insegnato, che tracciano una mappa di ciò che abbiamo camminato. La nostra mente conosce bene quella mappa, la dispiega, e se la guarda bene, vede che sono loro, i nodi di ciò che siamo, che ci chiedono di camminare ancora. 

 

ridondanza e verbosità

cof

L’asciutta prosa scientifica, o il racconto essenziale fatto di frasi piccole, soggettoverbopredicato, e di concetti secchi come staffilate, non m’ appartengono. E qui il discorso potrebbe finire soverchiato dall’evidenza di tanto scrivere anche in questa pagina virtuale.  Eppure c’è stato un tempo in cui pensavo che l’essenziale fosse dire ciò che serviva, ovvero tenere l’utile. Come in un film, togliere tutto  ciò che era abitudine o ripetizione, restare nell’azione che ha un incedere semplice: genesi e sua causa, evolvere, caso, epilogo. Insomma ciò che ogni autore di gialli conosce e ciò che ogni innamorato vive. Non mi bastava e ora penso che nei particolari, nel ripetere con altre parole ci sia una ricchezza che sfugge a chi non ha tempo e voglia. E neppure gli interessa perché non cerca quel dire che si trattiene o si nasconde, ma si basta dell’evidenza.

Però è indubbio che questa osservazione detta da un’amica, sul mio scrivere ridondante e verboso, m’abbia colpito, che l’abbia riconosciuta come vera. Mi ha sorpreso e un po’ rattristato come accade quando ci viene fatta un’osservazione che ci riguarda e non ci piace. Ma il suo essere vera me la ripropone come inscindibile da ciò che sono e non avendo voglia di cambiare se non per scelta, mi fa pensare che il mutare sarebbe un mostrarmi diverso da me stesso o un pezzo di bravura. Quindi un fingere. Resta la genesi di come sono diventato ridondante e verboso, perché questa è una rappresentazione involontaria e fedele di ciò che sono. Qui le ragioni si moltiplicano, diventano meno precise. Per eccesso di immagini forse, oppure per l’inadeguatezza che sento nel raccontarle perché le parole approssimano troppo, o ancora perché in ciò che sento e vedo si nasconde molto non dicibile.

Ho anche pensato che se i termini sono precisi, il pensiero coincidente, non c’è bisogno di spiegare troppo. Un pensiero che non si perde, non divaga e va diritto all’oggetto è di per sé esaustivo. Non lascia ombre. E invece amo immergermi nell’ombra, nello scovare ciò che prima non si vede e poi si precisa. Questo esclude che la prosa possa essere efficace per un comunicato politico, per una presa di posizione. Si riduce il campo di applicazione e il raccontare è sempre un raccontarsi che non copia perché si intinge nell’originale. E questo amore per ciò che si intuisce è una attività da perditempo. Chi usa l’intuito per affiancarlo a ciò che vede e sente, sceglie di approssimare ciò che non si vede. Forse per questo l’ombra diventa fresco rifugio e fonte di attenzione. L’ombra contiene il silenzio di ciò che non vuol apparire e per raccontarlo o usa lo stesso silenzio oppure ci si muove in una linea incerta che tenta di rendere interessante ciò che apparentemente  non interessa. Come conoscere un segreto per alcuni è un peso, per altri una ricchezza.

Non a caso mi attira la spirale, il vedere il passato e il futuro nella spira che precede o segue mentre ci si muove dall’uno verso l’altro e non lo si capisce per davvero. Come per le centurie di Nostradamus dove ci sta tutto e il suo contrario. Ma questo accade quando si vuole interpretare ciò che si vede e non si conosce non quando lo si intuisce.

Di tutte queste parole si potrebbe fare un riassunto:

non ha le parole per dirlo oppure ne ha troppe,

ma solo chi non l’ha abbastanza amato

non ha inteso che ciò che viene raccontato è solo una parte,

e neppure la migliore,

di ciò che in quelle troppe parole viene svelato e celato.