così si perdono i treni

Apparentemente le cose si complicano. Ogni scelta dovrebbe tenere conto di variabili conosciute e sconosciute, di interessi contrapposti che emergono solo al momento della decisione. Così si procrastina e ciò che era chiaro s’intorbidisce, insinua il dubbio, manda innanzi attendendo di capire. È così che si perdono i treni, per affievolita passione. E si rientra nel rango dei capi stazione che di treni ne vedono passar tanti e non ne prendono nessuno.
Ti ricordi la canzone di Battisti che cantavano assieme: le discese ardite e le risalite? Il nostro aereo, in paralleli diversi viaggia tranquillo, sopra le nubi, dove c’è sempre il sole e se ha qualche scossone turbolento è quando punta a terra. Ascoltando una flebile amica, sentendo i suoi dubbi sul fatto che ci siano amori stabili e tumultuose passioni contemporanee, pensavo che tutto è lecito se fa bene, ma che il bene è molto simile alla felicità. Transita e si prende,  sapendo  che c’è una stazione d’arrivo di cui si percorreranno  marciapiedi e corridoidi, la sala d’attesa, e  dala caffetteria dai  caffè lunghi di pensieri e nostalgia di ciò  che non c’è ‎stato e c’è. Ascoltare è mettere a disposizione un abbraccio sincero, un silenzio che parla e un calore che spesso si protrae in un numero di telefono.
Ascoltare è ciò che possiamo fare per chi ci interpella. Ascoltare è ciò che, con difficoltà e ad elevato prezzo, possiamo fare dentro di noi, con noi, perché poi le verità emergono e le scelte diventano indifferibili. Non ci raccontiamo più storie e falsità benevole, dopo sappiamo molto, quasi tutto di ciò che ci riguarda e salire o meno su quel treno non sarà mai neutro.

andante moderato, poco meno allegro, quasi recitativo

Dopo la porta, il breve vialetto. Piccoli mattoni rettangolari tra lingue di terra, foglie sparse, gli alberi eccessivi delle case a schiera, siepi ed escrementi notturni di gatto. Un segno da percorrere sino al marciapiede, poi altro. Il mio tempo, da parecchio, è dettato dagli impegni: quelli necessari, quelli voluti, quelli che si formano perché manca qualcosa di poco raggiungibile. Questi ultimi li chiamerei tacitanti. Sono volontari, assorbono l’attenzione, non hanno molto di definitivo. Sono tappe disseminate nel foglio del vivere, con un loro senso, ma sono un placebo che non guarisce. Anni fa, quando avevo bisogno di altri feticci, costruivo sulla carta un grafo. Dentro agli ellissoidi i nomi degli impegni, ad essi collegate le azioni per ottenere un risultato parziale. A lato un timing del fare. Un intermedio di lavoro. Lo chiamavo così, ma era un intermedio di pensiero, una sospensione della lotta contro ciò che premeva dall’esterno. Una diga sotto cui sedersi e fare un ordine distratto. Senza ansia. Non quello che fanno le donne quando sentono l’urgenza di risistemare l’armadio, vuotare e diversamente riempire un cassetto, buttare e tenere le cose che devono avere un significato. Ho pensato che quell’ordine corrisponda a un bisogno affettivo, un disordine dell’anima che non ha sotto controllo ciò che dovrebbe andare altrimenti e che il gesto esteriore del mettere a posto taciti gli assalti interiori di ciò che non va, non vuole andare verso un equilibrio, una quiete, un benessere. Benessere. Questa parola la ritroverò spesso perché vivere è una ricerca circolare. Alla fine lì si casca: il desiderio di un benessere affettivo e fisico che consenta il lasciarsi andare al non temere. Ciò che dovrebbe essere racchiuso nelle parole: sto bene. Le ultime parole di mio Padre mentre salutava un amico d’infanzia, nei luoghi dov’era cresciuto. C’era andato da solo per la sua passeggiata, non era lontano da dove abitavamo. Era pomeriggio e dicembre, faceva freddo. Tutto troppo per Lui. Anche per noi, ma dopo, quando non c’era più nulla da dire.

Il benessere va costruito in avanti, con la cura lieve che l’accompagna, forse per questo  lo associo alla sensazione di un equilibrio, alla quiete che segue la passione. La memoria a volte ci aiuta, fornisce pretesti su dove andare a perdere tempo, il che non è una brutta cosa in sé ma bisogna capire cosa sostituisce. Sul benessere in avanti, ci arriveremo poi, perché questo è un ragionamento circolare, che ci porta fuori con tutto il nostro bagaglio di desideri, aspettative, ricordi e volontà. O almeno questo è ciò che penso nell’andare breve che si snoda durante il giorno. La notte faccio sogni strani, sempre diversi. Non ho mai sognato così tanto.In uno di questi sogni ero seduto sotto una diga che conosco, sulla sabbia, appoggiato alle pietre grandi che rinforzano dal mare. C’era un calore tiepido e stavo bene. La mente vagava dentro un ordine distratto: sapevo cosa avrei fatto dopo e ne sentivo la serenità quieta. Mi piacciono questi sogni, vengono comunque, anche se alterno le sveglie prima dell’alba al proseguire nel giorno fatto il restare a letto. È una libertà non da poco e che poco viene scalfita dai radi lavori in corso e dal necessario ordine delle cose, perché alcune accadono con orari precisi, ma molte sono una nuvola di opportunità che attende di piovere e quasi mai gocciola davvero. Il vialetto finisce con un cancello, oltre c’è la strada e poco lontano il verde, canali di irrigazione, aironi cinerini, alberi. Lontano una sbrancà, un pugno di fabbriche che resistono nel mito del nord-est. Parlavo dell’est con un’amico, qualche sera fa. Sindaco che non ha voluto ricandidarsi stanco del reggere la fatica dei propri alleati, e così il  comune è passato alla destra. quella che rassicura il capitale, gli lascia fare ciò che crede e intanto ferma tutto ciò che costruisce un noi dal basso o almeno lo rallenta perché chi parla molto di patria e invece segue il denaro, diventa uno strano apolide. Un cittadino del mondo parallelo, quello dove in pochi si dividono le risorse di tutti, vicino a casa o altrove, non importa perché è la filosofia sottesa che conta, ovvero il mondo è di chi può comprarlo. L’est sta mutando, le grosse aziende tengono abbassando i salari, usando tutti gli artifici che gli sono stati dati per dare un lavoro secondo occorrenza, sempre precario e con i poveri in concorrenza tra di loro. Mi raccontava che chi lavora e ha più figli, non di rado scivola nell’indigenza perché il mercato è tarato su chi ha più soldi da spendere. Nelle medie aziende ci sono emorragie di competitività, non si vuol dire, ma molto benessere dipendeva dai tedeschi e ora anche loro sono in crisi. Dissimulano, ma tagliano i prezzi sulle forniture e il loro est traballa economicamente e politicamente. L’amico, ex sindaco, parlava del guasto, del vuoto che si crea tra le persone, che induce a non rischiare perché il futuro non è chiaro e spinge fuori dai sogni di una crescita infinita. Mentre parlava mi ricordavo di Buzzati e il suo deserto dei tartari. Non è forse questo che si sta creando attorno alla nostra fortezza Bastiani? Un guasto che invece di abbattere case e alberi per vedere più avanti, taglia i legami tra le persone. Basta pensare un po’ diversamente e già emerge l’isolamento attorno. Questa indifferenza alle idee di chi amministra purché prometta o dia un briciolo di soluzione immediata, precipita nella dittatura del presente, fa prevalere unicamente le paure e non stabilisce gerarchie nei bisogni. Tutti poveri e tutti soli. Questa consapevolezza mi colpisce e mi fa sentire, per mia parte, colpevole di non aver capito a tempo, di aver creduto oltre il limite, che sempre si conosce ma si respinge un po’ per onnipotenza e un po’ perché esso è duro da accettare. Abbiamo, ho, creduto che le cose potessero mutare senza valori forti, senza cambiamenti radicali. Affidati tutti a un mercato come un gregge che ha un valore oscillante, ma non ha diritti quando non pensa e non crea il proprio destino comune.

In questa mattina piena di scirocco, le cose si stagliano nette. C’è un ordine nelle cose che supera ciò che può essere fatto. La prospettiva di governare il destino, la predisposizione, il daimon è l’assalto gentile e fermo al futuro che fa superare il presente. Leggevo un pensiero di Gramsci qualche giorno fa:

Antonio Gramsci, Lettera al fratello Carlo del 12 Settembre 1927.
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“[…] Perché ti scrivo tutto questo? Perché ti convinca che mi sono trovato altre volte in condizioni terribili, senza per questo disperarmi. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze, non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo.”

e capivo che la forza incrollabile di quelle Persone, si era smarrita nelle pieghe dell’abitudine quotidiana. Generazioni di rivoluzionari hanno generato indifferenza, come fosse questa la reazione verso i padri che non hanno saputo cambiare davvero. Possibile che sia stato così? Dal tutto è possibile purché assieme si scali il cielo al peso immane posto sulle spalle di chi, da solo e contro tutti, dovrebbe passare nella realtà parallela. quella dei potenti, quella di chi possiede il mondo, la città, la fabbrica, le case di una via. Il benessere così diventa un mito: non si può stare bene se si è costretti sempre a correre. Non mi sto lamentando, nessuno può risolvere i miei problemi o darmi la serenità se non provvedo per mio conto. Se non le aiuto. Gramsci in ben altre, terribili, condizioni, continuava a credere negli altri pur provvedendo a se stesso, mantenendo la propria integra speranza.

Il cielo promette pioggia e l’aria assume quel colore che l’anticipa, è l’idea di un grigio che non si stempera. Come fosse il modo di vedere il mondo. Mi riprometto di camminare a lungo. Lo faccio spesso, anche se poi mi fermo e mi perdo ad osservare i particolari. Penso che in essi si annidi il senso delle parole non dette da chi ha compiuto l’opera. Il pensiero che ci sta dietro è una costante dei nostri rapporti, le frasi muoiono nei tre puntini di sospensione, ma il pensiero continua, scrive, opera e lascia tracce. Mi piace leggere tra le righe dove lo spazio ritrova il suo posto perché non è solo il volume, l’apparenza a dire cos’è la bellezza, ma l’intero discorso, le annotazioni sussurrate, le glosse che sembrano casuali. Marginalia dove la mente scorre libera da vincoli e molto attenta a chi ascolta. Li sceglie ed è pronta subito ad abbandonarli, gli interlocutori, vuole solo essere ascoltata. Questi pensieri mi fermano quando l’occhio coglie qualcosa di non visto prima e si interrompe il ritmo del passo, mi fermo. Chi corre o marcia fa solo quello. Risponde al dio della corsa e al benessere endorfinico che questi gli elargisce, chi, come me, si perde, gode del benessere della scoperta, del sentirsi unico nell’aver intravisto geometrie dell’anima. Ma il benessere che perdura è altro. Da quanto tempo non stai davvero bene? E perché? in fondo questa è la domanda fondamentale a cui dovremmo rispondere perché le scelte vengono di conseguenza. Ieri sera ero a concerto. Me lo sono goduto assai, per la novità di alcuni pezzi, per la bravura della solista, per il riascolto della quarta sinfonia di Brahms. Quando penso a Brahms, penso a Clara Schumann, a suo marito Robert e a Kleiber. Carlos Kleiber. Al suo essere davvero unico, anche nelle contestazioni, nel suo scomparire e poi riapparire quando aveva bisogno di denaro. Come quei pugili che conoscono il mestiere ma sanno che fa male e sono stanchi di ricevere pugni e allora combattono solo quando gli serve. Accade agli artisti e ai geni di vivere due vite parallele, una personale e paragonabile a tante altre e una fatta di apparenza e regole ferree, dove si deve dare molto per conservare l’altra vita nascosta e integra. Non accade così anche agli amanti? Anche qui l’amore è altrove e una condizione sostiene l’altra con passaggi arditi e dubbi infiniti. Non è il tuo caso forse, amica mia, che mi chiedi di me e vuoi parlare di te?

Ho scritto un libro che raccoglie un pochi dei miei versi e l’ho stampato in dodici copie. Che in realtà sono 15. Distribuite già in gran parte, ma senza una preclusione. L’importante è non avere preclusioni e cancellare i giudizi dalla testa, qui si trova una serenità che assomiglia molto alla stanchezza, ma non è ancora il benessere. Quello bisogna costruirlo giorno dopo giorno, con pazienza e voglia di vedere nel presente il futuro che ci fa bene e ci riguarda. 

 

 

il senso del giusto

Cara Rosa, hai lottato quando era difficile, con la forza che derivava dall’ avere un nome gentile. Un nome che evoca il pane accanto alla bellezza, la responsabilità dell’accudire quando si ha un incarico. Anni di vita scortata, la polizia appena fuori casa, le minacce di morte, ma tu non sei tornata indietro, a questo serviva avere principi e valori. Una sindaca d’accatto, così ti consideravano i tuoi avversari di fronte all’inopinata nomina. Pensavano non durassi e intanto avrebbero avuto il tempo per sistemare le cose tra correnti, così saresti dovuta cadere e invece caddero gli altri, i collusi, quelli che venivano comprati e rivenduti. Non avevi paura e denunciasti. Poi la riconferma e il tuo lavoro di sindaco per mutare le cose prima del Parlamento. Anche qui facesti le battaglie di una volta, perché operai si resta anche quando si lavora in altro modo e si capisce che il lavoro va rispettato, che ciò che produce la terra è fatica, dono e anche fortuna di un’annata felice. Ricordo che in quella tua terra così generosa, ma piena di latifondi accanto alle piccole proprietà, chi era bravo soggiaceva al ricatto dei numeri, della forza di chi avrebbe lasciato la produzione marcire nei campi, l’olio inacidire e il vino invecchiare troppo, se non si fosse accettato il suo prezzo. Qui a nord queste cose si sanno in altro modo, ci sono altre sopraffazioni, ma dalle tue parti la ricchezza prodotta, il valore unico del cibo genuino veniva -e viene- dissipato assieme alla fatica. Tu queste cose le capivi attraverso quel crivello che discerne tra vero e falso ed è il senso di giustizia che accompagna la fatica. Così l’hai difeso in campagna, nella spontaneità che faceva unire chi lavorava per una paga misera, così si è trovato nel sindacato il modo di restare assieme, di rivendicare la giustizia di una retribuzione, di un difendere il lavoro e il suo prodotto. Lo stesso facevi in Parlamento, impuntandoti, chiedendo con gentilezza e forza. Forse ti avevano mandato in alto per toglierti di torno, ma tu tornavi a casa ogni settimana. Ti interessavi, ascoltavi prima di parlare, poi dicevi quello che ti era possibile fare, se lo ritenevi giusto. Un modo di agire antico, anche nella politica, con discorsi concreti e molta verità, restava l’alea della speranza, ma anch’essa contenuta nella realtà, come sanno fare quelli che hanno poco e spartiscono il poco sperando che il giorno dopo ce ne sarà ancora generato dalla fatica. Non ti sei fatta ricca con la politica, ricordo la tua casa, dignitosa e pulita, come quelle degli emigranti che erano tornati dopo aver a lungo faticato altrove. Un senso fresco delle stanze, l’acqua ghiacciata con il limone e il vino rosso da bere a cena. Ho la fortuna di averti incontrata in un periodo della mia vita in cui anch’io facevo qualcosa di pubblico, mi hai confermato la dimensione delle cose, la pazienza che è necessaria per incanalare l’entusiasmo, il rigore nei principi che già c’era e la capacità di dire i no necessari. Quanta forza serve per trarsi in disparte quando è ora, eppure lo hai fatto che eri ancora giovane. Sei tornata a casa, a quello che facevi prima: il lavoro, la cura per chi ti era vicino e per gli altri, l’impegno. La politica divarica le vite anziché unirle, ormai accade così spesso che non ci si bada, restano gli amici che hanno magari idee differenti ma si ritrovano nel rispetto. Tu l’hai sempre avuto e anche se non ci vediamo da molto, so che è rimasto con te. Il coraggio di allora servirebbe adesso, assieme alla costanza di sapere che si è dalla parte giusta. Si può sbagliare qualcosa o parecchio, ma la parte è quella che determina con chi si sta per andare avanti. Tu hai difeso chi veniva conculcato, chi cercava un senso per il proprio faticare, e adesso c’è ancora più bisogno di difendere questa parte perché non sono diminuiti i deboli, anzi sono aumentati e non hanno più un senso di appartenenza. Sono ancora più deboli perché soli e disperati si rivolgono a chi li mette gli uni contro gli altri e li rende soli quando serve più che mai essere tanti e uniti, con gli stessi obiettivi, le stesse istanze di equità, lo stesso bisogno di benessere comune e di legalità. Passa il tempo, sembra mutare la politica, oggi ci sono altre regole e i partiti non sono più gli stessi, ma restano i principi i valori per rispondere ai bisogni. Ancor più oggi servono persone che pensino davvero di essere al servizio, come hai fatto tu, con il tuo lavoro giusto che non contraddiceva il nome importante e gentile, difficile da portare con grazia e forza, ma tu ci sei riuscita, amica mia. Grazie.

destra sinistra

Ti ricordi quando è accaduto l’ultima volta? Stavamo parlando e bevendo un aperitivo. Attorno c’era quell’aria di indolenza che regala il pomeriggio inoltrato. Studenti che vociavano tutti assieme, risate a non finire. Si sentiva la voglia di raccontarsi che si ha a quell’età e gli appuntamenti che s’incrociavano, i ragazzi che si alzavano mentre altri chiudevano la bici e si sedevano. Sembrava una stazione più che un bar e noi che discutevamo di cose così generali, di politica, di società, di aspettative personali e collettive. Un po’ mi dispiaceva perché quei ragazzi sarebbero cresciuti, sarebbero andati incontro a una vita fatta di poche certezze, di lavori precari e di sogni che sbiadivano. Sono importanti i sogni, credo di aver detto, e tu hai sorriso ribattendo che i nostri sogni avevano creato questa situazione. Capita che tutto risalga ai padri e credo che nessuno di noi sia innocente, ma non siamo stati tutti uguali. E così quella sera il buio è sceso prima assieme alla voglia di andar via, di ritrovare un libro, una frase da sottolineare, un appiglio solido per dire che non solo non era vero, ma che la ragione, il discernere è ciò che fa capire la realtà, non il banalizzare la lettura del presente. 

Ormai la politica ci allontana, te ne sei accorta? Tra noi di alcuni argomenti non si parla, con altri ci si ferma a tempo o si sfuma. A volte ho l’impressione dell’orlo del precipizio, un balzo e, o si impara a volare o si precipita. Quasi sempre è la seconda eventualità che accade. Senza che ce ne accorgessimo la realtà è mutata e noi con essa, c’è stato un bivio quasi impercettibile, due strade parallele o quasi e lì ci siamo separati ognuno con la sua strada da percorrere convinto. Viviamo immersi in una società che mentre ci atomizza, ci riduce a consumo e competizione, porta a uno stato di singolarità che ci rende sempre più uguali, ma in basso. Carne da mercato e da lavoro, che viene addestrata ad odiare. Quando eravamo ideologizzati, non parlo di te che le ideologie le hai lette nei libri di filosofia o nelle caricature di chi già mentiva sulla realtà perché aveva vinto, avevamo gli avversari, loro e noi, eravamo in tanti per ciascuna parte, ci si contrapponeva. Noi si perdeva quasi sempre però c’era un’altra occasione. Ora non c’è più, ci hanno tolto le occasioni. A tutti.

Per carenza di analisi, per disattenzione. Ecco, siamo stati poco attenti, anche noi, perché non ci siamo detti tutto. Non ci siamo raccontate le rabbie diverse che crescevano. Abbiamo chiuso gli occhi per non vedere come stavano gli altri e mentre peggioravano, raccontavamo di altre volte in cui si era risalita la china, ma non era così perché adesso le soluzioni si erano rarefatte. Non eravamo più davvero assieme, in tanti, ma atomi di pensiero che si aggregavano per interessi fugaci, su interpretazioni ballerine e di convenienza. Ora ci allontaniamo dopo che le idee si sono tanto divaricate da dire, questo però lo pensi tu, che è difficile distinguere il luogo politico in cui si è, che segno abbia. Se quella parola così vituperata e gettata nel fango, sinistra, sia solo imbelle, confusa, incapace di discernere oppure se l’uomo e i suoi bisogni non la contengono più.

Forse è cominciato con l’illusione liberista del tutto a tutti, purché si avessero braccia abbastanza forti da poter cogliere, o è stato per innamoramento del potere che da droga sottile è diventato presunzione prima e protervia, poi. Presunzione di sapere, di avere la verità, di trascurare le periferie delle città e del pensiero. Magari è cominciato partecipando a una festa in cui c’era molta destra, quella non si è mai vergognata di essere quello che era, e si beveva, sorrideva, parlava assieme già trascurando un principio, un’analisi del reale. Oppure è stato a un convegno che sembrava, nel titolo, mettere assieme ragioni diverse e metterle a confronto, si finiva per non dire tutto e per capire le ragioni dell’altro, si sfumavano le proprie. Nei retrobottega del potere si incontrano persone strane, a volte un caffè, spesso una cena, in un luogo poco frequentato oppure molto visto, perché anche la notizia fa parte delle domande che qualcun altro si porrà. Luoghi per mettere assieme una strategia: il nemico del mio nemico è quasi mio amico. È stato lì che si è perduta l’innocenza? E quale innocenza si poteva perdere se gli ideali della gioventù erano già alle ortiche. 

Forse è stato quando il giusto e l’ingiusto hanno cominciato a sovrapporsi? Ma qui è tutto più recente: perdeva il giusto ma era un prezzo da pagare al liberismo, alla globalizzazione, al fatto di non avere elaborato una politica economica alternativa .E allora via l’articolo 18, la scuola che diventava buona mentre anziché occuparsi di come diffondere critica e cultura del presente assieme alla storia di un passato assai inglorioso, si mutava in un’ agenzia di viaggi per insegnanti. Tutto il potere ai direttori, e il popolo, la libertà, l’eguaglianza, dove finivano? Via, nel relativo, assieme ai testi da emendare perché anche Mussolini qualcosa di buono l’aveva fatto. Fosse solo per statistica, nelle tante cose nefande, vuoi che non gli sia scappato qualcosa di buono, chessò la carità a un povero, una generosità senza calcolo. Sarà capitato, l’avrà fatto anche Hitler che amava gli animali ed era vegano, ma da questo riabilitare il fascismo, chi aveva tolto la libertà, messo il dissenso in galera, gettato l’Italia in guerre talmente ingiuste e nefande che dovettero poi inventare la favola dell’italiano buono per non pagare il conto. Tutto questo con l’epilogo del Paese ridotto a un cumulo di macerie per furbizia di stare con chi presumeva avrebbe vinto. Non con il giusto ma con il nefando e pensando a questo non si annullava ogni perdita di tempo sul presunto buono. Bastava dire che c’era stata una parte che aveva tolto diritti e libertà e una parte che l’aveva difesa, che c’era stato chi aveva fatto le leggi razziali e chi le aveva approvate, ma anche chi le aveva subite. Insomma la destra fascista era ed è qualcosa di diverso dall’eguaglianza e dal rispetto dell’umano, semplicemente adopera per fini di interesse il popolo e lo scaglia contro altro popolo. Si esercita con i deboli, sopprime il dissenso e la libertà perché il giusto apparirebbe, sopprime la ragione e glorifica l’apparenza. Ma queste cose le sai e dici di essere d’accordo, anche se ormai, affermi, la destra e la sinistra sono solo comodità del pensiero non una visione del futuro dell’uomo. Adesso vale la dittatura del presente, la meritocrazia, giusto è quello che arriva prima, che è più furbo, che sa usare meglio un pezzo di realtà e la modifica davanti agli occhi degli altri mettendoci suoni e colori che non ci sono. Non si chiama realtà aumentata, ecco questa è la realtà e riguarda il singolo, che vuoi che c’entri l’idea comune, l’essere solidali implica essere in tanti, ora vogliamo essere soli con tutto a disposizione. 

Quando mi provocavi con queste idee, restavo senza parole. Come è accaduto quella sera. Ti ho detto : quando è morto l’unità, il giornale, a te non è interessato nulla, mentre io mi sono sentito senza un appiglio, un luogo in cui con fatica ci si poteva confrontare. Non mi piaceva più l’unità, era diventata un luogo dove parlava solo uno, ma non trovavo di meglio da altre parti. Il Manifesto era una alternativa, ecco forse dovevamo riscoprire chi e perché l’aveva fatto quel giornale, ma non era mai stato un giornale da operai e se anche io non ero operaio, mi piaceva l’idea di qualcuno che riusciva a parlare con loro.

Amica mia eri inciampata nella sinistra perché pareva una cosa ma doveva essere altro. Ti sei sbagliata, non è che non ci sia più e non è che tutti i nostri sogni hanno generato mostri, almeno non uno,: noi eravamo assieme. Mentre ora la solitudine dell’essere individui e non gruppo rende il futuro di ciascuno contendibile con quello del vicino e via via ciascuno ruba pezzi di futuro all’altro, ma non accade a tutti perché ci sono alcuni che il futuro ce l’hanno intero. Basterebbe questo per generare una sinistra, per mettere assieme chi ha la coscienza di essere derubato ora del suo futuro, ma pare abbia più successo chi dice che altri hanno rubato, altri hanno colpa e i problemi crescono, diventano irrisolvibili, immani.

Comunque sia non va bene. Cos’è stare assieme al tempo in cui le parole si rovesciano nei significati? Ma si può fare qualcosa con uno di destra, uno che non sarà un fascista ma … ?  Frequentarlo alla pari, starci assieme, far crescere un’amicizia o qualcos’altro. Credo di no, perché alla fine idee e persona coincidono, e litigare o mandar giù rospi non fa bene. Eppure ormai ne abbiamo in ogni famiglia e si lascia emergere la tolleranza, che poi è la versione buona dell’educazione cattolica. In quelli più illusi emerge la speranza di un convincimento: uno di destra che passa a sinistra è una bella ventata di novità. Siamo troppo avanti nell’odio, non accadrà e dovrebbe bastare la realtà, l’ineguaglianza, la perdita di dignità, il lavoro precario, le libertà che si riducono per far cambiare idea e se non accade significa che si è guastata l’idea di società come bene comune, che ognuno ha delle possibilità e se non sa nuotare annega. E pare che questo diventi il giusto. Così si trasformano le parole e si toglie loro significato e se si chiama dio a testimone significa che siamo oltre ogni possibilità di tornare indietro con la ragione. Per me tutto questo è terribile, per te non lo è abbastanza.

Su una cosa hai ragione, adesso qui a sinistra, viviamo in soffitte zeppe di luoghi comuni, con ragnatele ideologiche abbandonate dai ragni. Anche a noi la realtà è severa maestra. Però è pur sempre casa nostra l’essere dalla parte di chi ha meno, vedere le diseguaglianze, capire che i diritti e i doveri sono per tutti, che la solidarietà è il primo legante sociale e sappiamo che si deve analizzare e proporre soluzioni che convincano. E chi sono quelli che ogni giorno con arroganza ci dicono che abbiamo sbagliato, che potremmo fare così, che non stiamo andando da nessuna parte, ci servono poco perché che abbiamo sbagliato siamo i primi a saperlo sennò non sarebbero questi i rapporti di voto.

Ci siamo lasciati quella sera con l’impressione che nelle strade parallele, ci si incontra. che mai nulla è definitivo, ma vorrei metterti in guardia: sono peggiorato. Ragiono di più e giustifico di meno, le parole diventano per me sostanza. Il diminutivo usato per dileggio, il finto affetto verso l’avversario usato come arma che percuote e chi viene minacciato viene salutato con un ti voglio bene. Il minimizzare la tempesta economica che sta arrivando e così la richiesta di ragioni dell’Europa diventa letterina. L’affermazione che adesso non si muore più attraversando il Mediterraneo sui gommoni mentre i porti sono stati chiusi, sono tutte perversioni della realtà. Sono la negazione di ciò che ci accade attorno e tra noi. È questo che sostituisce la verità, il perenne ribadire il contrario di ciò che è, per sbudellarsi sorridendo. Ma io non sorrido più e resto a sinistra, quella che tu non vedi più.

 

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

mi penso un po’ sciupato

Così ti penso, sciupata un poco dentro.
Il viso è bello, il corpo ancora parla lieto,
è il sorriso che s’è spento,
una luce sbarazzina se n’è andata,
e la parola sussurrata nell’incontro,
che un tempo sarebbe subito volata, ora si trattiene,
cerca alternative leggere di significato,
per il cuore appesantito.
L’anello è trattenuto al dito, distratta lo rigiri,
è ancora un palloncino che volerebbe a perdersi,
giocando tra le nubi,
guardi alto col pensiero, è solo un’ombra,
gli occhi hanno il sole ancora dentro.

Così mi penso, un po’ sciupato,
inzuppato nei caffè delle notti sterminate,
tolto all’alba,
rimesso sulla strada affianco,
prima d’aver capito, già ammaestrato,
ma grato, oltremodo grato,
dello scoprire nel decadere, un senso,
il mio anzitutto, di pozzanghera
ritrovata nei sogni squagliati all’alba,
nelle contorte decisioni,
nelle vigliaccherie d’intelligenze fini,
era l’esserci quel tanto che m’è stato regalato.
In fondo sciuparmi non m’è spiaciuto ma è accaduto altrove,
tu che avevi un dono
chissà dove l’avrai portato.

 



 

piccola melancolia

Mi hai chiesto come sto. Ho risposto con il minimo di parole. Non hai indagato, ma stasera stavo un po’ così. Forse hai capito e hai lasciato perdere. Accade, sia di lasciar perdere perché non si ha voglia di caricarsi di un fardello in più, sia perché ci sono altre cose che urgono. Non è disattenzione, è la vita che segue percorsi paralleli. Il mio era infognato in una serie di spirali di riflessioni, ricordi, esame di ciò che accade attorno. Forse era anche un discorso sul tempo. È strano sentir dire per le previsioni che domani sarà bello ed essere inquieti. Il tempo meteorologico si annoda con il tempo fisico. L’umore, si potrebbe pensare. La preoccupazione direi, di aver superato un limite e di non sapere che farci, così si torna tra le riflessioni su di sé, sul senso dell’impotenza. Una parola che mi veniva a mente era scialo, il buttar via ciò che potrebbe servire ad altri, lo sciupio inutile per impotenza, per mancanza di ragione più elevata. Pensavo che la ricchezza non interferisce con i sentimenti, che la capacità di amare è una grande, gratuita, livella che mette tutti sullo stesso piano. Però quando si assiste allo scialare, al dissipare si ha l’impressione che non vengano offese solo le cose e i rapporti sociali, ma qualcosa di più. È l’espressione di una potenza che tocca il profondo, un sentirsi dire: io posso buttare ciò che è utile, indispensabile per qualcuno, ma io lo butto, lo dissipo perché posso. 

Mi aggiravo con questi pensieri, mi guardavo attorno, prendevo in mano un libro tra i tanti che attendono, ne leggevo qualche riga, passavo ad un altro. Il sottofondo di musica, quartetti di Schubert raccoglieva e toglieva voglia di andare, così la melancolia prendeva man mano il sopravvento, si scontrava col mondo esterno, con l’incapacità di mutarlo e poi tornava nelle mura di casa. Contemplava il lasciato da parte e diventava malessere. Quando si sta così, anche conoscendone il motivo, non è meno doloroso, ma che farci con il dolore sordo del non essere? Francamente a me non piace usare questa parola, dolore, neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto è la melancolia, quella la conosco da un bel po’, un conto è il dolore. La parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altro che ha acuzia, che ferisce e slabbra. Il dolore, sia esso fisico o mentale implica energie e risorse diverse, provoca febbre, arrossa il viso.  Mentre, in fondo devo solo fare i conti con me, con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono, tra ciò che accade e ciò che posso portare come contributo per mutare le cose, anche se è proprio la limitatezza di questo contributo che fa sentire l’impotenza e genera melancolia. Però non invidio quelli che pur sapendo, coprono tutto: i satolli, i cinetici, i soddisfatti, gli entusiasti, semplicemente non ho quella testa.

Sentire, vivere senza pelle è una scelta, come tagliarsi un pezzo. Mi veniva in mente Malamud e il commesso che alla fine si fa tagliare il prepuzio Per aderire a qualcosa che lo faccia sentire vicino a sé e a ciò che ama. La scelta di non avere troppi schermi è qualcosa che ti ricorda di continuo un’appartenenza, un essere diverso per elezione propria. Uscire da questa condizione è possibile, basta sentire meno, oppure diversamente. Se sai di cosa sto parlando sai anche che è una droga auto prodotta come le endorfine, che si può scegliere di uscirne, facendo scorza, mutando. E mutare si può, chiudersi, non vedere e coprire tutto d’altro, sia esso un piacere oppure una perdizione,  ma bisogna sceglierlo.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti liberati, credo di aver vissuto questa sensazione nel profondo e di aver capito che il ruolo del sentire era valutato come condizione alta dell’uomo. Conosco la storia, mi piace indagare in essa e so che quest’epoca di idealismi e di sentire acuto non ha impedito eccidi immani, ha scisso le persone tra le idee e gli uomini, facendo passare il peggio e giustificandolo. Ha permesso dislocazioni del sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con l’atrocità. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, erano teneri e ascoltavano Bach e Beethoven, quindi sentire non significa essere buoni, neppure è una vaccinazione, però se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male. Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera fa male ma è anche una terapia. Quindi del secolo scorso (come avessero senso queste distinzioni e non contasse solo come si svolgono le vite) tengo la liberazione dei sentimenti che ho avuto modo di vivere negli anni in cui ero giovane. Anni in cui tutto sembrava improvvisamente possibile, anche la verità, ossia dire ciò che si pensava e viverlo in relazione alla realtà che mutava per questo.

La melancolia viene anche da questa coscienza che è diventata sogno e poi risveglio. Con l’età le parole sono sempre troppe, si spiega ciò che non ha possibilità di essere ascoltato se non in particolari, pochi casi. Per questo si dice che si sta bene, per stanchezza di ricerca dei significati. Perché la condizione del cercarsi, del trovare un limite alla propria inadeguatezza non è dicibile se non con altri linguaggi fisici.

Un porto sicuro le tue braccia,

lo sciogliersi dei capelli nella carezza,

per stare senza pensiero d’altro che non sia il calore,

la presenza 

Mentre fuori si scurisce il giorno

guardiamo con lo stesso sguardo,

la grammatica del cuore.

 

non sono come tu mi vuoi

Le parole seguivano i pensieri. Erano lisce, precise. Se si fermavano era per raccogliere una spinta dal silenzio, senza alcuna furbizia.

In fondo le cose che ci riguardano sono semplici. Le copriamo di strati di complessità che poi divengono armature, croste di un passato che non ha attribuzione. Chi è stato il mandante? Chi l’esecutore? E come il controllo è continuato? Vedi. Se scopri che il controllo è stato affidato a te, a ciascuno di noi, ti chiedi ragione del perché qualcuno voglia controllarti e magari risali all’esecutore. E se questo coincide con te, con il controllore, allora hai trovato il meccanismo della colpa.

C’è molta presunzione nel costruire la propria maschera: quella che vogliamo mostrare agli altri. Cerchiamo di intuire ciò che sarebbe gradito e quello che non ci espone troppo, formiamo un ritratto in cui restare noi stessi e farci disvelare poco a poco. Se ci sarà attenzione e curiosità, la manifestazione dell’interesse ricevuto, sarà una piccola carezza all’autostima e all’ego. 

Altrimenti avremmo dovuto assomigliare a qualcos’altro, ripetere il precedente consolidato, fare poche domande e sufficientemente vaghe da consentire risposte generiche.

Ti faccio anch’io una domanda: qual è la relazione tra il non essere mai per davvero veri sino in fondo e la colpa?  E le cose che accadono in conseguenza, intendo quelle materiali, di cui ci circondiamo, e quelle che produciamo con le scelte, ma ancor più quelle che si materializzano nelle relazioni, quanto risentono di questa presunzione di essere o invece sono esse davvero vere? Io credo ci sia molta verità nelle cose e nei particolari se si sanno leggere con la giusta pazienza. Che in essi ci sia una parte del ritratto di noi stessi che non viene rivelata. In un rapporto, in una comunicazione profonda si connettono le cose con le motivazioni, Si capisce perché qualcosa accade e qualcos’altro attende, ed entrambi sono importanti anche se all’apparenza banali. È l’uso distratto che rende banali le cose, le piccole scoperte su ciò che ci sembrava di conoscere dell’altro. 

Non sono come tu come mi vuoi, ma come mi vorresti: come una cosa che ti accade e che assomiglia oppure come qualcosa che ha una sua vita e produce differenze. Cosa ti affascina? La differenza, e ciò che permette di scambiarla o la prevedibilità?

Comunque se si percorre strada assieme, togliamo la colpa dai nostri passi; togliamola piano come si pulisce un cristallo prezioso che sotto ad esso ci siamo noi.

tu sai

dav

 

Tu sai cos’è il profumo della nostalgia

lo sai nell’ora incerta

in cui la luce cede al velluto l’evidenza,

alla forza del sogno la realtà.

Tu sai che le pietre ricordano,

conosci il profumo della carta,

il sottile erotismo delle parole,

ascolti l’inquietudine del giorno.

E se compi,

il gesto netto del direttore d’orchestra,

dell’inchiostro che decide,

del pensiero che s’arresta,

la musica continua,

la pagina attende.

Tu tornerai come credi

perché tu sei

e t’attendo.

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.