non sono come tu mi vuoi

Le parole seguivano i pensieri. Erano lisce, precise. Se si fermavano era per raccogliere una spinta dal silenzio, senza alcuna furbizia.

In fondo le cose che ci riguardano sono semplici. Le copriamo di strati di complessità che poi divengono armature, croste di un passato che non ha attribuzione. Chi è stato il mandante? Chi l’esecutore? E come il controllo è continuato? Vedi. Se scopri che il controllo è stato affidato a te, a ciascuno di noi, ti chiedi ragione del perché qualcuno voglia controllarti e magari risali all’esecutore. E se questo coincide con te, con il controllore, allora hai trovato il meccanismo della colpa.

C’è molta presunzione nel costruire la propria maschera: quella che vogliamo mostrare agli altri. Cerchiamo di intuire ciò che sarebbe gradito e quello che non ci espone troppo, formiamo un ritratto in cui restare noi stessi e farci disvelare poco a poco. Se ci sarà attenzione e curiosità, la manifestazione dell’interesse ricevuto, sarà una piccola carezza all’autostima e all’ego. 

Altrimenti avremmo dovuto assomigliare a qualcos’altro, ripetere il precedente consolidato, fare poche domande e sufficientemente vaghe da consentire risposte generiche.

Ti faccio anch’io una domanda: qual è la relazione tra il non essere mai per davvero veri sino in fondo e la colpa?  E le cose che accadono in conseguenza, intendo quelle materiali, di cui ci circondiamo, e quelle che produciamo con le scelte, ma ancor più quelle che si materializzano nelle relazioni, quanto risentono di questa presunzione di essere o invece sono esse davvero vere? Io credo ci sia molta verità nelle cose e nei particolari se si sanno leggere con la giusta pazienza. Che in essi ci sia una parte del ritratto di noi stessi che non viene rivelata. In un rapporto, in una comunicazione profonda si connettono le cose con le motivazioni, Si capisce perché qualcosa accade e qualcos’altro attende, ed entrambi sono importanti anche se all’apparenza banali. È l’uso distratto che rende banali le cose, le piccole scoperte su ciò che ci sembrava di conoscere dell’altro. 

Non sono come tu come mi vuoi, ma come mi vorresti: come una cosa che ti accade e che assomiglia oppure come qualcosa che ha una sua vita e produce differenze. Cosa ti affascina? La differenza, e ciò che permette di scambiarla o la prevedibilità?

Comunque se si percorre strada assieme, togliamo la colpa dai nostri passi; togliamola piano come si pulisce un cristallo prezioso che sotto ad esso ci siamo noi.

tu sai

dav

 

Tu sai cos’è il profumo della nostalgia

lo sai nell’ora incerta

in cui la luce cede al velluto l’evidenza,

alla forza del sogno la realtà.

Tu sai che le pietre ricordano,

conosci il profumo della carta,

il sottile erotismo delle parole,

ascolti l’inquietudine del giorno.

E se compi,

il gesto netto del direttore d’orchestra,

dell’inchiostro che decide,

del pensiero che s’arresta,

la musica continua,

la pagina attende.

Tu tornerai come credi

perché tu sei

e t’attendo.

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.

e tu come stai?

Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?

scrivo lettere che non spedisco

Con il tempo molto si mette in ordine, si quieta, per stanchezza forse oppure per usura, anche se mi convinco che l’una regge l’altra ed entrambe si giustificano.

I miei percorsi sono una spirale, così sembra andare il tempo, non lineare e non circolare ma una mistura di entrambi che procede facendoci guardare il passato e spingendoci verso il futuro. La consapevolezza è il presente, così ricco di assoluti e di noia, di fatiche e di idiosincrasie che ci permettono di godere, di desiderare ciò che abbiamo o altro, ma che interroga e inquieta. In questo presente ci accorgiamo che il passato sembra poco utile, che ciò che è stato non ritorna, ma ancor di più ciò che non è avvenuto ha perduto la sua possibilità. Era di questo che parlavi nel condensare tutto in una parola: rimpianto? Si perde un sacco di tempo a giustificare ciò che non è accaduto e man mano ci si convince che quella era la scelta migliore, ma sappiamo che non è così. Era ciò che costava meno, che non buttava all’aria le sicurezze, ma c’era una possibilità di mutare la vita e la si è rifiutata. Non c’è nessun giudizio su tutto questo, anzi è la dimostrazione di quel procedere nella spirale dove tutto è compatibile.

Le cose ci cambiano, ciò che accade ci cambia, restringe e precisa le vite finché lo sguardo vede ciò che conosce, frequenta meno il rischio e la meraviglia che esso include. Forse per questo dovremmo conservare la curiosità della fanciullezza, lasciare che il differente si lasci capire, per vivere vite differenti.

Abbiamo grandi risorse nelle passioni, tu hai ancora passioni oppure una vita ordinata fatta di sicurezze e abitudini? Io cerco di lasciarmi trasportare dentro le cose, non so se siano queste le passioni che mi sono concesse. Non perseguo più l’utile esteriore, forse è anche questo che le passioni odierne mi concedono assieme alla sensazione che nulla si ripete.

Ti parlo di un presente che si costruisce e si alimenta non piu nell’esperienza ma nella certezza che la società si sia riscaldata e con essa le vite che accettano di farlo. Ricordi che c’era questa classificazione in sociologia tra società fredde e società calde. Le prime erano quelle stabili in cui mutava poco, i figli avevano le abitudini dei genitori, le vite sussistevano con quello che era possibile e si riproducevano. Questo ha funzionato ripetutamente per secoli, ha dato ruoli e consistenza alle persone. Poi qualche rivolgimento generale, qualche passione collettiva ha messo in moto e in discussione tutto, e il personale si è alimentato del cambiamento collettivo. Sono le società del coraggio che spingono le vite a mutare e allora la spirale accelera. Credo che oggi siano presenti entrambe le opzioni, si può restare nel freddo oppure scegliere il caldo. Quello che mi viene da pensare è che seguire il daimon sia già una guida e di certo tu ha seguito il tuo. Hai rallentato la spirale, guardato ciò che c’era, e scelto. Va bene così, nulla è uguale, e tanto basta.

un bovolo

Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vorticein cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.

Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.

Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.

Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.

Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.

la storia di un corpo

La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.