lettera 9

In evidenza

Caro Dottore, siamo organismi complessi, interconnessi e reciprocamente influenzanti. Posso aggiungere che appartenendo a culture definite, è un’anomalia che il pensiero, pur essendo singolare e particolare, abbia la capacità di espandersi verso la comprensione di altre culture in modo egualitario. E’ sempre ciò che ci differenzia che prende il sopravvento su ciò che ci rende uguali, anche se siamo uguali e il riconoscimento della differenza ci fa sentire a posto con la coscienza. Voglio dirle, Dottore, che la nostra comune, piccola patria sarà un motivo di orgoglio ma è anche una barriera verso ciò che non sentiamo nostro. Solo la scienza, pare, riesca a superare questi limiti e a vedere il prodotto dell’uomo esaltandone la differenza. Forse perché cerca di comprendere il meccanismo costruttivo e vuole procedere oltre ad esso e perfezionarlo o rivoluzionarlo, piuttosto che limitarsi alla replica. Lei non mi chiede mai nulla, ma le mie domande sono le sue e nessuna ha una risposta certa. Se ci chiediamo cosa facciamo qui, in questo pianeta, quale scopo ha la coscienza e le domande che essa genera, al più dobbiamo chiedere aiuto. Anche nella solitudine chiediamo aiuto perché ogni artificio o realtà che troviamo in noi per dare una risposta, alla fine traballa e si rivela incapace di essere una soluzione definitiva. Siamo pulsioni, fame, necessità di branco e solitudine, sesso, conoscenza, paura di ciò che non conosciamo.

Di cosa abbiamo paura Dottore? Perché è chiaro che la paura la portiamo dentro ed è anzitutto il timore inane di non restare integri, di perdere la vitalità o quello che per noi coincide con l’essere vivi. Questa paura è il sentimento più diffuso nella società ed è così efficace che si adopera molto, sia per intimorire, ridurre al silenzio i singoli, ma anche per unire verso un nemico che quasi mai esiste. La paura si insinua negli interstizi del pensiero, investe e avvolge le azioni, ma soprattutto si manifesta nella solitudine. Essere soli è una scelta e ben più spesso una condizione. Se è una scelta, e la volontà ha gli elementi per considerarla come un modo per raggiungere l’equilibrio e il benessere (con la complessità che ci attornia e che portiamo dentro di noi), allora la solitudine riesce a confinare la paura, ma se essa è il risultato del rifiuto, dell’essere messi da parte o del non avere successo allora diviene patologia interiore ed esteriore. Le parlo della paura, Dottore, perché essa, nei suoi vari gradi passa dal collettivo all’individuale, se si riferisce alla salute diviene ipocondria, se si riferisce al lavoro o al proprio futuro, non di rado sconfina nell’angoscia. Allora la si copre, la si imbelletta o relativizza. Se si riesce a raggiungere il cinismo necessario, la si giudica un prodotto del vivere e della società. Diviene l’homini lupus che dovrebbe giustificare le nefandezze che si tolgono da un esame delle cause e ancor più spesso dalla considerazione che la minaccia non è necessaria. Come mettiamo insieme tutto questo, Dottore, con ciò che viene considerato giusto, naturale, ovvero un mondo in cui c’è l’onestà, l’onore, il rispetto, l’eguaglianza tra gli uomini. E’ la differenza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è la realtà che genera la paura, che non lascia tregua al pensiero che non sono bastati 400.000 anni di Specie per raddrizzare le cose, che i filosofi e i profeti hanno convinto chi gli stava attorno ma non hanno vinto sulla totalità. Il sospetto ì, il pregiudizio, la tendenza a verificare le verità degli altri sono tutte armi che ci rendono più deboli, indifesi rispetto a un mondo che non capiamo appieno, ma soprattutto indifesi verso noi stessi.

Lei ha paura Dottore? Paura di non farcela. Paura di perdere ciò che è prezioso per vivere. Paura di morire. Lei ha queste paure oppure le ha superate e insegna a superarle. Lo stoicismo o la saggezza che ho incontrato in Africa, in Medio Oriente, l’affidarsi e l’accettare è ciò che anche Lei considera come unica strada per sconfiggere il timore che ci prende di notte e che rende i pensieri più pesanti della stessa solitudine? Una sua risposta rimetterebbe in ordine le cose. Io sarei il paziente e lei il medico, ma con una relazione nuova, con una serie di conseguenze che risalirebbero a monte delle infinite paure che tacito e che fanno capolino nel lavoro, nel rapporto con gli altri, in quello che conosco e soprattutto in ciò che non conosco di me stesso. Credo che ci siano poche pulsioni fondamentali e che queste si trasformino poi in gesti concreti, in decisioni. Abbiamo abolito il fato e ci troviamo a scegliere e poi a trarne le conseguenze. Un tempo la colpa veniva inoculata per cose ben più importanti delle attuali, 1800 anni di precetti l’hanno sparsa nei nostri gesti e in ciò che ad essi segue. Tutto questo, se scaviamo, viene ricondotto a un meccanismo primordiale di minaccia e Lei dovrebbe dirmi dove questo si inattiva, come ci fosse un interruttore virtuale che toglie il timore preventivo, che libera la scelta e con essa la libertà di ciascuno. Non voglio dire che non debba esistere una correlazione tra causa ed effetto, ma che essa debba essere vista nel contesto in cui avviene e matura. Insomma Lei dovrebbe insegnare come ci si perdona come meccanismo interiore per scegliere liberamente e trarne le conseguenze. Quando sono venuto da Lei, non volevo ripetere errori precedenti. Credevo fosse questo il motivo, insieme al concetto di fallimento che è insito in quello di successo. Ne abbiamo già parlato, ma se adesso guardo indietro vedo che non è questo il motivo reale del nostro incontro, capisco che alla base c’era un giudizio su me stesso e sulle opere compiute che voleva essere trasformato in successo. Mi creda, non c’era nulla di narcisistico, ma il senso di voler fare bene, di scegliere bene e di portare a compimento ciò che giudicavo importante. Era un modo per fare i conti con il passato e di passare al nuovo dimostrando di aver imparato oppure apprendere i meccanismi, le modalità per scegliere bene tra più opzioni ? Credo di aver confuso le cose, perché non avevo considerato il timore di fallire come una limitazione all’agire e non ero risalito all’origine della paura. Non avevo considerato che tutti abbiamo paura, anche Lei, e che questo ci rende aggressivi o remissivi, che i meccanismi di relazione diventano modalità di governo e poi fatti, oggetti concreti. Non l’avevo considerato perché non l’avevo capito, ora bisognerebbe sistemare le cose apprese, farne un bel fascicolo ordinato e leggere la sequenza di ciò che è stato sotto nuova luce. Insomma accettarsi per quello che si è diventati senza giudizi e pretese. Credo sia questo che dovrei fare, che ne dice Dottore?

“L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”

ritorni

In evidenza

Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.

la corretta pronuncia dell’amore

In evidenza

Posted on willyco.blog 31 ottobre 2016

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Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E la e finale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

ciò che si riesce a dire è sempre incompleto

Fuori l’aria s’ è riempita di piccole infiorescenze. Questo annuncio d’estate porta profumi intensi e notturni, la stagione del tiglio è tornata. Le stagioni erano prevedibili ora sorprendono sempre, e sono diverse perché assieme mutiamo. Un tempo i tigli erano un’ondata di profumo per le passeggiate serali e poi una poltiglia scivolosa che attendeva la cura degli spazzini, adesso sono un piccolo segreto che non si condivide. Ricco di sottigliezze e sensazioni. È il tempo vissuto che fa questi scherzi. Scorrono le nostre piccole virtù e con esse le abitudini a cui con l’età è difficile rinunciare tanto esse ormai coincidono con noi. Anche nelle persone che si amano ci sono aree di fatica, sordità e cose scontate. In fondo ci conosciamo col limite della curiosità e non siamo obbligati ad essere costantemente aperti e curiosi. Le passioni, dopo il tempo in cui tutto sembrava sovrapporsi, divergono. Non vanno distante, come per i bimbi che sperimentano le loro indipendenze, restano a tiro di voce e ogni tanto gli occhi si alzano e cercano il corpo noto e amato. Così non si parla di ciò che si pensa annoi o non sia sentito con altrettanta passione: forse è questa la stanza tutta per sé di cui si sente la necessità, anche se c’è disillusione se la porta non viene mai bussata.

Chissà che significano per gli altri le cose a cui dedichiamo tempo e attenzione. Mi sono dedicato per anni a mestieri come la politica, irti di spinosità e rade soddisfazioni, cosa emergeva delle notti insonni, delle piccole vittorie, delle immani cadute, quando ciò per cui avevo lottato, naufragava. Ogni sconfitta era un raccogliersi. Un dirsi che ci sarebbe stato altro tempo, che esso mi/ci avrebbe dato ragione e intanto passavano gli anni. Si poteva pretendere che il mondo a me/noi più vicino stesse fermo, che attendesse? No di certo, eppure nella sconsideratezza che accompagna ogni passione, la rende grande a noi e la giustifica, quell’irrazionale attesa da qualche parte c’era e doveva ogni volta essere rintuzzata, ricondotta a ragione.

Così ci si abitua a capire che le vite proseguono parallele e si toccano comunque, e nella sublime geometria dei sentimenti ciò che è separato non lo è mai davvero o del tutto. C’è un incomunicabile amoroso che rispetta e lascia crescere, guarda e anche quando non capisce bene l’importanza, accetta e lo mette sotto il nume tutelare della fiducia. Anzi ne fa materia sorridente, specificità d’un rapporto. Questa credo sia l’incomunicabilità fisiologica del non dire ciò che si agita dentro e che non ha voglia di raccontarsi perché neppure lui davvero si capisce, ma vorrebbe essere capito, ma pure viene ( a volte) accettato. E nulla di questo ha a che fare con l’indifferenza, sino alla consapevolezza che ciò che si riesce a dire è sempre incompleto (e a suo modo esaustivo).

lettera 2

Gli scaffali sovraccarichi di libri e oggetti, l’ordine che li poneva in quel preciso luogo era cosa sua, caro Dottore. Una mappa della sua mente che non mi sono certo peritato di decifrare. Di sicuro una mappa differente dalla mia che non siamo riusciti a percorrere fino in fondo. Forse perché non c’era un fondo, oppure le deviazioni erano tali e tante che non bastava come nei labirinti girare sempre dalla stessa parte perché comunque in qualche posto si sarebbe giunti. Lei metteva oggetti e libri sugli scaffali, io facevo lo stesso, qual era la differenza? Quello che cerchiamo, e lei non si può escludere dalla moltitudine, è che ci sia un nesso che lega le cose: se questo è troppo debole non serve a nulla, se invece è troppo forte allora diviene come un romanzo cioè un insieme di azione e reazione preordinata, un determinismo che ci impedisce di agire differentemente e che non è più un legame ma una ossessione. Lei mi aveva spiegato la provenienza di tutti quegli oggetti che erano apparentemente in buona parte giocattoli, erano doni dei suoi clienti e ognuno di essi, ma questo lei non l’ha detto, era la rappresentazione di un sé, lo stesso che lei indagava o meglio ascoltava nel suo spiegarsi. Spiegare è una bella bella parola, assomiglia all’aprirsi di un libro prima della lettura, un togliere le cose dallo scrigno in cui erano racchiuse. Spiegare è anche il gesto del dorso della mano che liscia un foglio piegato, nella vana presunzione di portare via le pieghe e rimetterlo nella sua originaria bellezza. Lei mi spiegava con poche parole o più spesso domande, quello che il mio discorso aveva tracciato. Torniamo al labirinto perché questo era il mio percorrere i meandri di un passato che aveva ricordi e connessioni col presente, come vi fosse un ponte tibetano che congiungeva l’accaduto con lo stare. Per entrare nel labirinto, non tutti abbiamo la fortuna di sedurre un’Arianna che ci fornisca il filo che consentirà di uscirne, quindi serve più coraggio e accettare anche la mancanza di senso, i trabocchetti della mente, i mi pareva che nascondevano sotto un apparente senso, qualcosa di differente. Gli oggetti dei suoi clienti erano una sintesi di quello che essi pensavano di sé, non un tutto ma un bisogno. Forse per questo c’erano tante bambole e burattini. Dietro agli oggetti c’erano i libri della sua saggezza. Per quanto l’ho conosciuta, penso che ella fosse critico e non poco su ciò che faticosamente si era aggiunto come certezze allo spiegare i percorsi della mente. Mi chiedevo, oltre allo star bene, ritrovare il benessere e l’equilibrio, e io non ero venuto per quello da lei, cosa motivava se non la sofferenza il distendersi, lasciarsi andare e raccontare di sé. Non importa se vero o falso ciò che veniva detto, ma l’atto del raccontare, dello spiegare non era già esso stesso un sottomettersi per trovare il senso di ciò che non andava e faceva soffrire? Credo che la cosa avesse molto a che fare con gli obblighi, la repressione dei desideri, l’impossibilità di conciliare un senso a ciò che seguiva meno la volontà e più il piacere. Lei sapeva tutte queste cose, sapeva che il senso non era possibile se non c’era decisione, del resto in maniera più o meno contraddittoria me lo ripeteva che salvare capra e cavoli non solo non era possibile , ma ci riconsegnava a quella difficile mediazione tra essere e poter essere. Non era colpa degli altri e questa era già una gran bella acquisizione ,dipendeva da noi, da me che stavo steso e guardavo oggetti, soffitto, scaffali o più spesso chiudevo gli occhi.

Mi sono domandato spesso se ne saremmo usciti da questo girare attorno, se bastava la consapevolezza di un attimo per rimettere a posto il puzzle, oppure se scendere un livello, aprire una scatola, vedere ciò che conteneva, leggere un foglio che narrava qualcosa, non implicasse sfondare il fondo e andare in un altro livello che avrebbe avuto sempre un enigma, un ricordo, un rifiuto, una trasgressione. Trasgressione di qualcosa che veniva da un’ autorità senza discussione e che diceva cos’era essere e cosa non lo era, definiva il buono e il cattivo, tracciava la strada obbligata per giungere ad una innocenza che (e qui sentivo odore di tradimento) che già era posseduta. Ciò che a suo tempo mi era stato offerto era una guida Michelin, un senso e un punto d’arrivo. Se avessi avuto sufficienti talenti e fortuna, avrei potuto permettermi di godere dei passaggi intermedi che erano ricchi di gusto e di senso sociale. Sa cosa penso, caro dottore, che non solo dobbiamo accettare l’errore, il fallimento, ma anche il fatto che non vi sia un senso che eccede ciò che ci viene dai rapporti personali. Come mettere assieme il sentirsi tradito, non compreso, con la necessità di andare comunque avanti, come cucire la riprovazione o lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ha, con la vita quotidiana. Lei mi diceva di scegliere e non sempre le stesse soluzioni, ma quelle che potevano non fare male, forse risolvere. Non c’era nulla di definitivo e mancando il senso che poteva venire solo da chi agiva, da chi sceglieva, capivo, o almeno questo l’ho capito, che non solo non finiva mai, ma che era il nuovo che avrebbe modificato il vecchio, il già stato. Il ponte tibetano si percorreva nei due sensi e quello che avrei fatto ora cambiava quello che era stato allora. Solo la meccanica quantistica ci poteva aiutare per capirlo oppure il fatto che il labirinto iniziava adesso e quello di prima era stato solo una prova. No, alla Borges, ciò che bisognava capire era che i labirinti erano infiniti e iniziavano ogni volta che avrei compiuto una scelta. Devo dire che quando uscivo dalla sua porta avevo quasi sempre capito qualcosa in più, qualcosa che mi sembrava importante, poi bastavano le scale, il sottoportico, la strada e la mia infanzia mi tornava a mente. La libreria era poco oltre, comprare un libro, mi apriva un mondo di possibilità e rasserenava. Il libro non era una risposta ma un placebo che toglieva la tensione e riportava le cose a un rapporto interno esterno, cosa necessaria per avere un labirinto da percorrere.

lettera 1

Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

correzioni di rotta

Cara L. credo tu sia in qualche parte degli Stati Uniti o magari in un’isola del Pacifico in qualche base astronomica. Di fatto, a parte qualche accenno di comuni conoscenti, non so più nulla di te dal viaggio a Lviv, e dal tuo stage in Germania presso il Comune gemellato. Conoscevi il russo e questo te lo invidiavo molto, pur sapendo che era stata una fatica non da poco per un’americana. Eri la nostra interprete della delegazione che ci vide assieme a Lviv. Ora anch’io la chiamo così, allora era per me Leopoli ed ero sicuro che fosse il nome giusto per una città che aveva un leone nello stemma e che aveva cambiato nome spesso girandoci attorno. Mi piacerebbe adesso sapere cosa pensi di questa guerra in corso e cosa di essa arriva dove sei. Mi dicono che negli Stati Uniti è percepita come lontana e che altri sono i problemi che attraggono l’opinione pubblica che ragiona di se stessa e del proprio Paese. La pandemia ad esempio, so che è al centro di non poche discussioni e attenzioni e così l’attesa delle elezioni di medio termine. Insomma la considerate una questione europea e vi immagino alla finestra in casa e guardate fuori ciò che accade. E così vedete l’Europa, terra di vacanze ora rarefatte dalle limitazioni del Covid 19, ma anche abitata da popolazioni strane e poco comprensibili nelle loro litigiosità. In fondo se voi siete gli Stati Uniti d’America, noi, Inghilterra a parte, non siamo mai riusciti metterci assieme per davvero pur avendo ben più interessi di voi per farlo. Anche la lingua comune che manca non ci ha aiutato e tutti siamo gelosi dei nostri dizionari. Ne parlavamo allora e io ti dicevo che questa era una ricchezza non un limite, adesso la tecnologia ci aiuterebbe a essere diversi eppure assieme. Ma non è di questo che volevo parlarti, credo che siamo stati sempre distanti e che le cose non si misurano con la bellezza posseduta o con la potenza militare, ma con il sentire comune. Se non riusciamo a sentirci noi vicini, come possono farlo gli altri? Poi per partecipare alle vicende di un continente non è solo questione di sensibilità, ma di distanza e ci deve essere una legge emotiva per cui la partecipazione diminuisce con il quadrato della distanza fisica. Se insegni Tedesco o germanistica in qualche università, probabilmente sei informata e attenta per ciò che accade in Europa, ma se la tua passione è rimasta per l’astrofisica, allora non credo che siamo particolarmente interessanti.

Assistemmo nel teatro dell’Opera di Lviv a un Barbiere di Siviglia, cantato in russo. Il baritono era bravo, il conte d’Almaviva appena sufficiente, Rosina discreta e poco birichina. Fu una piacevole sorpresa essere in un edificio progettato da un italiano e immergersi in una realtà che era così differente da quella che conoscevo. Non c’erano che pochi vestiti da sera e l’odore di naftalina si mescolava con il taglio un po’ d’epoca, ma il teatro era gremito e l’attenzione e il calore, altissimi. Guardavo le persone, nel foyer, mi sembravano tutti russi, anche se i lineamenti erano sia europei che euroasiatici, forse era perché parlavano russo quando lo feci capire tutti si affrettarono a spiegarmi che non era così, che le etnie erano differenti e forti, ciascuna orgogliosa della sua cultura e lingua ma tutti erano ucraini. Fosse solo per le religioni presenti: tutti cristiani ma Uniati o Orientali i cattolici, gli ortodossi reduci da uno scisma recente tra russi e greci, poi evangelici e protestanti di varie confessioni. Solo gli ebrei erano pochi, in gran parte finiti nello sterminio della Shoah o emigrati. Mi sembrava strano tutto questo fervore religioso per un Paese che aveva avuto l’ateismo di stato come interpretazione delle questioni spirituali, fino a pochi anni prima. Le chiese erano piene e la domenica mattina i fedeli erano in gran numero sin nel sagrato che ascoltavano le messe. Cose mai viste in Italia e neppure da te, mi dicevi. C’era stato un riavvicinarsi alle questioni spirituali che forse per chi abitava la città era naturale, per me era la reazione a tanti anni in cui era mancata la libertà di risolvere i propri problemi spirituali, pubblicamente e appartenendo a qualcosa.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi ora dell’Ucraina oggi. Eravamo assieme all’università americana, quella più a est, dicevi con orgoglio, quando iniziarono le manifestazioni e gli scontri con il movimento arancione. Ci capivo poco perché parlavo con professori universitari, con persone di cultura e artisti che avevano stipendi davvero ridicoli, ma una serie di servizi gratuiti, compresa la casa, anche se mancava la manutenzione dappertutto e gli infissi, i muri, avevano bisogno di cura e l’acqua non c’era tutto il giorno dappertutto. Pensavo, quando parlavamo nei bar con i nomi italiani e il caffè espresso, che giustamente l’occidente che vedevano attraverso le televisioni o nei film, era un eldorado per chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma l’Università privata costava 10,000 dollari all’anno e non capivo come si sarebbero potuto avere un diritto allo studio per tutti. C’era molta corruzione e molte rimesse dall’estero, ma poteva bastare per costruire un paese? E quali erano le idee che non lo rendessero un paese in cui trasferire le lavorazioni a basso costo e nocive approfittando della quantità di manodopera a basso prezzo? Poi c’è stato un po’ di tutto, rivolgimenti, rivoluzioni vere o fasulle, interessi crescenti che trasformavano il Paese. In meglio o peggio, non so, ma certamente in fretta. Sono tornato altre volte, ma il mio progetto non reggeva la situazione e certamente non ero all’altezza di portarlo avanti, però vedevo le cose cambiare, ho ascoltato altre opere a teatro e le mise erano più eleganti. Insomma non era la musica ma anche una nuova agiatezza che voleva mostrarsi. Le auto erano tedesche e c’era una notevole presenza di grandi società occidentali. Non faceva per me e ho cambiato itinerari.

Ora sono impaurito e perplesso di quanto accade in luoghi che ho un po’ conosciuto. Impaurito perché capisco che le cose sono sfuggite di mano e che gli interessi e la partita tra una concezione del mondo basata sui poteri e le sfere di influenza si svolge altrove. Un gioco fatto di azzardi come negli scacchi, che possono sacrificare l’uno o l’altro pezzo in vista della vittoria finale. Negli scacchi la vittoria o la sconfitta vede sempre la scacchiera con pochi pezzi, ciò che manca è davanti a ciascun giocatore e servirà per la prossima partita, ma per il momento sancisce ciò che è già avvenuto sul campo. In questo trae origine la mia paura, che l’intera Europa da pezzo fondamentale, da Re, sia diventata una componente del gioco che è sacrificabile in vista di un vantaggio futuro. E l’Ucraina è solo un pezzo della scacchiera.

La perplessità, invece, si alimenta con la differenza tra ciò che vedemmo di quel Paese e la rappresentazione che ora ne viene data. Di certo l’aggressore è la Russia e ciò che viene invocato a giustificazione non ne ha ed è enormemente sproporzionato al costo di vite, sofferenze, distruzioni che stanno avvenendo. Chi viene colpito non c’entra nulla e se non si è voluto risolvere diplomaticamente le questioni in campo, sicuramente c’era un elemento che ha a che fare con il potere e la sua capacità di ignorare gli uomini che verranno sacrificati. Se come penso è una dottrina condivisa tra concezioni diverse del potere, allora m’impaurisco ancora di più perché quando verrà risolta questa guerra, le case ricostruite, pianti mai a sufficienza i morti, non ci sarà una ragione che s’acquieta ma il tutto sarà vissuta come un episodio di qualcosa che continua e che usa sempre gli stessi mezzi per essere risolto, cioè le armi.

Tu mi parlavi dell’oscurità che aveva seguito la seconda guerra mondiale quando il riordino delle capacità delle singole nazioni di essere Stato e di vantare reali libertà erano state subordinate a un nuovo ordine mondiale con un confine dove si scontravano due sistemi economici: gli alleati nemici, li chiamavi, e pur facendo affari tacitamente, tenevano come propri e coincidenti, mercati e potere d’influenza. Insomma una lotta tra botteganti o tra bulli che volevano avere il predominio sull’intero quartiere il tutto governato dal denaro e dal potere che consentiva di farlo. La dissoluzione dell’ U.R.S.S. come potenza ideologica aveva reso appetibili gli immensi mercati dell’est. Per me la cultura era un bene imprescindibile, unificante che doveva unire i popoli mantenendo le diversità. Tu sorridevi e mi dicevi ch’ero un sognatore. Mancava molto a questa prospettiva, gli stipendi in Ucraina erano a 100 dollari al mese, ma c’erano già le caffetterie piene di persone a qualsiasi ora, si facevano affari senza ancora un codice commerciale, per acquistare una casa bastava pochissimo oppure serviva tantissimo, dipendeva da chi si conosceva. Avevi ragione, credo che in questi anni le cose si siano normalizzate e occidentalizzate, un Paese che aveva il 50% del PIL assicurato dalle persone che erano emigrate pur essendo il granaio d’Europa e avendo risorse minerarie e industria pesante, doveva riassestare in fretta la propria composizione sociale e assomigliare a quei paesi in cui badanti e operai lavoravano e mandavano a casa buona parte di ciò che ricevevano. Ora però il mondo è cambiato e c’è chi pensa di conquistare il mondo con la tecnologia e con i mercati e pian piano rende tutti dipendenti oltre a togliere ambiente e aria, terra e acqua. Non so come l’Ucraina entri in tutto questo e neppure capisco dove sarà la prossima crisi, per questo mi interesserebbe capire cosa ne pensi, cosa pensano i tuoi colleghi nella tua Università o i vicini di casa. Se sanno come il tuo Paese si muoverà in questa nuova scacchiera che non ha più gli stessi pezzi. Ora le pedine sono antichissime e hanno un suono secco quando vengono messe sul terreno di gioco. Anche la scacchiera ha un’estetica e un legno che la esalta come se ciò che si gioca lo meritasse, non come noi straccioni europei che andavamo a giocare alla guerra con le scarpe di cartone. Sarà il mahjong o forse qualche altro gioco, ma in cui non mi piacerebbe essere né giocatore né giocato.

spirale

La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

non ricordo il nome

Era già adolescenza. Le giornate si ripetevano negli stessi luoghi, le stesse persone. I primi anni delle superiori, il sentirsi grandi e insieme inermi, con il mondo che correva e non bisognava perderlo. Era necessario scoprire molto e in fretta e poi ancora scoprire d’essere ignoranti, di non capire le emozioni forti e ciò che accade. A scuola insegnavano avere una dimensione delle cose, un approssimare la realtà che almeno aveva il pregio di essere simile al vero.

Di lui, ricordo il cognome, una scena che si ripeteva mentre gli insegnavano ad andare in bicicletta. Rideva, e puntava la bici contro al muro pedalando piano e senza frenare, lì si fermava in uno scontro che faceva ridere tutti. Anche lui rideva, era una bella risata, già da grandi. Ed era più grande di noi, bravo a scuola, ragioneria. Quasi ragioniere. Ricordo il colore della bicicletta, verde, e non ricordo il suo nome. Ricordo che quando gli avevano chiesto in un’interrogazione di Merceologia a cosa serviva il nylon, lui aveva esitato e poi, ridendo aveva risposto: a fare le mutande delle donne? E a sentirlo raccontare, ridevamo tutti. Però non ricordo il nome e questo deve pur significare qualcosa, perché so dove abitava, i suoi genitori conoscevano i miei e credo di ricordarne il lavoro.

Era già grande, con una bella risata e un corpo magro. Vestito come capitava a tutti noi prima dei jeans, con giacca, camicia e cappotto d’inverno. Quando guardo una foto in cui stiamo uscendo da scuola d’inverno, siamo tutti uguali, grigi o marroni, con le sciarpe e molto da dire tra noi, ma in un freddo che rende più veloci le parole. Ci assomigliamo rivendicando la diversità ad ogni passo. Lui era timido e rideva quando gli ricordavano, prendendolo in giro, la morosa presunta e gli chiedevano, i grandi sul serio, se la portava al cinema, se ci amoreggiava sul serio. Lui taceva e sorrideva. Mi ricordo anche il nome della presunta morosa ma non il suo. Non ne parlava mai, eppure lo stuzzicavano per cavargli fuori una qualche vanteria, lui arrossiva e sorrideva e smozzicava qualche parola così generica che nemmeno un enigmista avrebbe connesso il senso con un amore.

Era già primavera inoltrata, maggio mi pare, c’era aria di esami di maturità e l’apprensione che generavano quando a luglio si portava tutto, scritti e orali di ogni materia. Noi, più giovani, ascoltavamo i racconti dei grandi che già studiavano la sera, che ridevano a denti stretti e che non giocavano più volentieri a carte nel pomeriggio. La vita includeva anche questo muoversi di incertezze che risalivano dal fondo fangoso delle memorie. I racconti si intrecciavano tra scuola e lavoro, perché alcuni di quelli che avevano smesso di andare a scuola ancora venivano la sera, dopo il lavoro e avevano storie di difficoltà da mettere in comune. Facevano lavori precari, chi era garzone di bottega o apprendista d’officina, ma tutti con una serie infinita di angherie da narrare, Per noi studenti era un mondo in cui saremmo finiti se la vicenda della scuola si concludeva malamente, e pure nell’incoscienza che ha quell’età, si capiva che era meglio evitare di finirci dentro. Lui ascoltava poco, andava a casa per studiare, la maturità si avvicinava, e sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso: i ragionieri andavano in banca o in una azienda. Portavano giacca e cravatta e si sposavano con belle ragazze, con l’appartamento da pagare col mutuo e una vita tranquilla davanti.

Maggio finiva e il caldo già faceva pensare alla piscina e alle sere infinite che scivolavano nella notte. Non sarebbe mai stata ora di andare a letto, i desideri si sarebbero acuiti e con essi l’inerme innocenza che conosce ogni adolescente. Sogni, parole, silenzi. Ma l’estate era una porta spalancata in cui tutto poteva realizzarsi perché la vita spingeva per farci crescere tra malinconie, risate e nuove consapevolezze.

Accadde un sabato e apparve sul giornale il giorno seguente, una colonna nelle pagine locali, con le notizie essenziali e una frase che usava parole usate e ipotesi consumate. Lo avevano trovato nel fiume che dal Bassanello va verso le chiuse. Non capimmo allora, anche parlandone a bassa voce, e forse non c’era niente da capire, perché la sua risata, i sorrisi, i silenzi ci davano risposte che erano le nostre, la mia, ma nessuna di queste era la verità. Quello che si agita dentro, dopo qualcosa che è accaduto o non è accaduto, è la storia di quella persona. Solo sua e da rispettare religiosamente, come religiosa è la vita che soffre e sceglie. Per lui erano vere le parole di Majakovskij e di Pavese, vent’anni dopo, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Ci furono i funerali e la tristezza dei giorni seguenti. L’estate ancora non arrivava, le scuole stavano per finire e la luce permetteva di stare in compagnia più a lungo, ma tra noi c’era un cercare di non pensare apparente. Di quegli anni molto ho dimenticato, ma quel ricordo non è mai svanito, anche se non mi ricordo il nome. Solo il cognome e molto altro.