parole sul vento

In evidenza

Vorrei parlarti del mio vento d’aprile
che colma golfi così ampi
e campi verdi,
che mai sazi s’imbevono del suo respirare.
Tra essi lo sguardo che si perde,
e I versi crepitanti, odorosi di resine,
bruciano, nei fuochi di stoppia e sarmento.
Il mio vento d’aprile,
è dolce d’orizzonte, vicino di collina,
sornione scruta dalle altezze d’albero,
e poi scende lieto a fiotti nel verde.
Gioca e spinge nubi nel blu dei cieli
poi s’atterra in tinte pastello, e nei bruni dei campi.
Scuote alberi, erbe e cose
li spinge allegro verso il nero d’anfratti, di vicoli e case:
e tra pianura, monte e mare,
muove la vita nei bianchi di calcare,
nei grigi di selce,
gioca col rumore di sassi,
dei mitili vuoti smossi dall’onda,
e la spuma che si scioglie
la prende e l’ invola.
Di questo, e del vento
che tenero accarezza le foglie
prima di portarle con sé geloso
nella ritrovata libertà dell’aprile,
ti racconto del suo percuotere lamiere,
del fischiare con voce di basso
tra case e imposte che sbattono sui muri.
Di tutto questo vorrei dirti appieno,
ma le parole
sono bulimici segni ciechi di senso
che divorano
e si perdono nel gusto che sosta e assapora.
Per questo non so dire,
né dirti, se non un silenzio d’arie che muove
e nei miei occhi canta
qui nella città, dove a notte ogni passo suona
e già si spande forte del tiglio il profumo.

oggi, vivere

In evidenza

Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

riflessioni poco utili

In evidenza

Dovrei considerare ciò che si vive,
se sia luogo utile alla vita,
al crescere voluto.
Il tempo liquefa e s’assottiglia,
non è più il sangue grosso
che tumulta, spuma,
e si perde allegro
nelle mille luci d’un momento.
Il tempo è lama affilata,
che rade il superfluo e il necessario,
seziona, classifica,
mentre segue e ci precede.
Assomigliare è immagine che ci cambia,
che trasale e semina timore,
è fatica,
penso inutile,
E il nostro mordere il presente,
non è lo stesso che ubriaca?
Alla fine resta poca sostanza
a render quieta la notte.

esercizi di gattitudine

In evidenza

Il gatto possiede l’utile e l’indifferenza,
insieme le esercita vivendo soddisfatto:
non riusciremo mai ad approssimarlo
tanto da poter dire
nella naturalezza della verità banale:
amo la casa
il mio star bene
e il tuo amore tengo da conto.

E ci sarà sempre un sole da godere
e un tempo da lasciar andare.

La mia finzione all’attento mostrerà verità,
che seminano dubbi,
ma lasciatemi fare,
ho un sogno da proseguire,
un’avventura da consumare,
e vite piene d’apparente annoiato scialo.

silenzi

In evidenza

Il silenzio fa suonare la via,
il tacco percuote le pietre,
s’accorda nel fischio che trabocca
da un’imposta mal chiusa.
Mezze luci sulla vetrina,
la ragazza riordina,
è l’ultima fatica della festa,
canticchia blue velvet
ed è nel cielo che scende
a far compagnia.
Profumo di cena,
nessuno per strada,
ha pudore il rumore,
dipana lontano
a scavare la notte
nel sudore dei locali
e nei balli bagnati.
Con la notte crollerà il cielo sulle pietre,
sarà morbido e clemente,
non scioglierà dubbi e destini
tenendo e lasciando
secondo il suo tempo,
sino al mattino
e alla prima porta che sbatte.

camere d’albergo

In evidenza

Le camere d’albergo s’assomiglian tutte.
Anche in quelle a super stelle.
riempite di gentilezza finte,
d’amori di paglia e gadget,
l’odore non va via.
Odorano di polvere,
di moquette intrecciate al tempo
delle vite di chi vi ha respirato
e I muri hanno guardato muti
muoversi le passioni
ma ne conoscevano il tempo
e la pazienza necessaria
a lasciar vivere se stessi.
Quante volte cuori e parole hanno ecceduto,
le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi,
i pensieri sfociati in confusioni
sempre ardue da onorare.
Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia,
è grasso e soda messe a bollire
e poi colate in candidi
parallelepipedi di buono.
Sanno di infanzia senza calcolo,
di pranzo assieme,
dei no pronunciati senza tema,
il resto che si è svolto
è stata vita e stanchezza senza sonno.
Diceva il cameriere al piano,
che nella stanza del solista non mancano mai i fiori,
coprono l’odore delle sale da concerto,
i colpi di tosse nei pianissimo,
la passione costruita pezzo a pezzo
e mai capita per davvero,
ma poi stesi si sente tutto
e il passato strattona ogni presente.
La stanza a fianco celebra allegrie:
è quello che non hanno udito
che odora dentro.
Strana cosa il ricordo
dev’essere Il suo odore a non avere
un luogo.
Un luogo vero,
che lascia stare,
ma non demorde e non si lava via.

risvegli

In evidenza

gli occhi sono feriti dalla luce,
come l’uscire dalla terra
dopo un sonno senza sogni,
sparso di vita
frammentato di respiri.
Il sole sorge troppo presto,
è una lama sguaiata,
invade l’aria vittorioso:
dopo Il buio primordiale della notte,
non ha rivali.
La coscienza imperfetta si riconosce
e mai nulla è compiuto,
come un nascere è doloroso e dolce,
ovattato nel capire,
la vista si sofferma sulle cose,
che senza distanza non rammentano,
sono mute.
Fuori è un dove che riposa dentro,
un brusio che mescola la violenta luce
e rende tiepido l’enumerare.
Lo sguardo si perde in ciò ch’era importante,
e per un tempo lo è stato,
ora solo ferisce la quiete
il tempo dissipato.

attesa

In evidenza

Tiri su il cappuccio della felpa,
attendi un auto,
saltellano i tuoi occhi sulle luci,
ma è attesa senza desiderio.
L’accadere segue code di lucertola,
si staccano per capriccio,
si riformano mai eguali.
Il sole già scalda
odora di onda e di meriggio
quando le creme non servono più
ed è così il vissuto.
Attende il corpo nella felpa calda
e il pensiero di un sorriso
è cosa tua, ferita ormai solo segno,
come la prima acqua di stagione sulla pelle,
e il sogno che hai già fatto.
Tu puoi dare a tutto un senso,
ancora 5 minuti,
il tempo di due rossi di semaforo
poi la vita prenderà un altro verso
dietro l’angolo.

pomeriggio di festa

In evidenza

Le strade sono vuote,
il sole illumina l’assenza,
dilaga tra prati ordinati,
case allineate, finestre chiuse.
La vigilia di Pasqua
le donne stendevano tovaglie ricamate,
Il profumo di farina lievitata usciva
invadeva le strade strette,
bussava ad altre porte.
Dire era solo un prima di dare,
e la parola diveniva lenta e lieve,
come il pensiero della primavera
che era
e serviva al cuore.
Dicono che le città siano colme,
I treni pieni,
qui non c’è nessuno
e il pensiero di te è
l’ago che toglie la spina.

ricercare

In evidenza

La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ la lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo.  È facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo di rumore e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.
Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di temperare la condizione dell’agnostico col desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che l’altro è anche il suo dolore, che capirlo modifica le vite, e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.
Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi, ed è una decisione personale, dire se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.
La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.
Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di Pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’esplodere della vita nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.
Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in questo simbolismo, anche senza credere in un soprannaturale; cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.
Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per emergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e navigare nella propria insicurezza, questa è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.
L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.


https://youtu.be/XVx84Es_YGo?si=OezUNyLz5QviCgAM