contro il troppo

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Tutte queste parole, queste immagini, questi concetti su cui riflettere
sono franati sulla capacità di discernere a sufficienza,
c’è troppa ragione senza sbocco
e poco tempo per apprendere ed elaborare.
La dittatura del conoscere dei social annichilisce la scelta,
costruisce un senso di colpa che impedisce il riposo degli occhi e del ragionare.
Costruire una rete di pochi amici,
è esercizio d’amore per sé e per gli altri.
Il tempo torna ad essere dolce,
sufficiente per dare spazio al sentire
gustare con tutti i sensi
e capire quello che si può.
I sentimenti sono semplici nella loro complessità,
esistono in gradienti di colore,
dal rosso al blu,
e così l’apprendere e l’elaborare è un sentiero senza fretta,
tutto ciò che si lascia nell’uscire dalla bulimia
diviene parte di noi.
Vivere è permettere di assomigliarci,
di costruire un tempo che è nostro e ci riguarda,
dove ha posto la corsa, la noia, il riposo,
il conversare e il ridere,
e guardare il soffitto.

https://youtu.be/_8NOVGHJmRs?is=evYgizv3Z4pt8Frw

3 novembre

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L’ auto s’inerpica nella sera,
le curve si susseguono,
i fari illuminano case spente,
alberi fitti come palizzate.
Gli alberi sono alti e giovani,
la storia dei boschi antichi è svanita dal ricordo,
la pianura e il monte, erano un mare
un’immensa distesa di verde
labirinto e simbiosi di vegetale e animale.
Per curve ripide, si sale,
e il bosco circonda sasso e asfalto,
fino alla spianata dei cimiteri,
dopo la strada prosegue senza più case.
Fino in cima.
Qui combatterono a lungo fanti che venivano da diverse pianure e mare,
lingue diverse,
diverso modo di tagliare il pane.
Spesso non sapevano perché dovevano morire,
e tutti avevano un amore a cui tornare.
La guerra è semplice,
non ama gli uomini e le cose
ed entrambi uccide.

la terra

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Quindici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest. Non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro casa. Al caldo. Parole in una lingua di cui capivo solo la musica. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, aveva una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza. Un bellissimo mosaico di epoca romana, un pavimento del tempo di Tito imperatore, occupava l’intera stanza. Mostrava con migliaia di tessere colorate, una grande geografia con navi e pesci nel mare, coste e deserti, strade, luoghi e i nomi delle città in greco. Molte di queste città erano state potenti, ricche di cultura e monumenti, ma erano scomparse. Quel villaggio era quanto rimasto di una città, particolarmente grande, con rovine che si ergevano ben oltre le poche case.
Le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi.
Per alcuni di questi uomini quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato le tradizioni proprie e preteso rispetto, ma anche l’avevano restituito e gli uomini, i linguaggi, la cultura si erano mescolati nelle famiglie e nel lavoro. Chi si era fermato, diceva che era la sua terra.
Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti.
Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra che avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita.
La loro terra era piccola, appena fertile e bastava appena per vivere con dignità, soddisfacendo bisogni semplici, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto necessità di qualche pecora, l’erba necessaria e poi di vivere in pace con chi c’era.
La mia terra non è bagnata del mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a capire che quella terra era di chi condivideva la vita con lei. La terra li possedeva se erano con essa.
Erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare: soldi, ricchezza, non cibo e vita.
Potevano essere fratelli, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.

gente di pianura

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Viviamo vite quasi eguali in pianura,
perduti in città sonnolente con troppi turisti,
la povertà e le paure si mescolano
tra impoveriti e periferie maltrattate,
bambini senza cortili
e troppi bar senza amici.
Dove le case diventano ornamento di strade,
I camion e le auto passano veloci,
lasciano veleni nell’aria
e sembra non ci sia nulla da vedere.
Dietro la quinta di case e supermercati,
ci sono orti e quartieri e poi la campagna.
Terra arata, fossi e canali.
Luoghi da camminare senza fatica,
un po’ di veleni nell’acqua e nei campi,
alle scarpe s’attacca un fango
grigio, marrone, pesante e privo di storie,
e le rane da due anni sono sparite dal fosso.
Campi arati e piccole aree industriali,
con stipendi tirati a fatica,
gavette e panini nei bar,
e dove lavorare fa male,
C’è un tempo che capisci dove vivi,
molto del mio tempo era al lavoro.
La notte arrivava e gli occhi erano stanchi,
spegnevo la luce
e dall’alto seguivo i fari sulla tangenziale,
poi lo sguardo saltava la città e si perdeva nei monti,
Immersi nel buio con i tornanti tracciati dai fari.
Un poeta avrebbe trovato l’uomo e il lavoro,
tra luci gialle e fumi di fabbriche che non fermavano mai,
Vedevo solo la fatica,
sentivo i pensieri per chi era a casa,
il viaggio, i bimbi, la cena,
le parole prima di dormire,
il sonno e il risveglio.
Di nuovo la fabbrica che non si fermava
che non sentiva il freddo e la nebbia,
il caldo che si sommava,
solo il tempo in cui fare in fretta le cose
destinate a un altrove.
Li un tempo c’erano campi,
e aie, e case e galline,
Non erano meno poveri e neppure più felici
Ma era la terra lavorata da sempre,
la fatica e il vino cattivo d’osteria.
Serve un poeta per sgranare dagli uomini, lo spirito dalle cose,
per vedere nelle strade le case,
il lavoro, nel crescere, le vite
Non sono adatto.
Ma c’era poesia in quella fatica
che bagnava la terra
e disperazione ad ogni grandinata
in ogni malattia, in ogni albero che non fruttava.
C’era disperazione e speranza
e fegati e schiene dissolte dalla fatica.
La pianura era l’arte che legava il tralcio col salice
ma la fame era la stessa di chi si perdeva
tra pennellii e colori,
tra assenzio e cocaina,
in tuguri dove il genio faceva.
Qui c’era solo vino e fatica,
sudore infinito diluito con la fame
E nessuno che scrivesse
dei dannati senza gloria,
dei margini della città,
del lavoro senza sosta,
fatica è sapere e condanna
e chi ne ha frutto non vede
e neppure conosce.

amica mia

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S’adagiano le nubi sui loro pensieri,
sentono l’aria e l’acqua ch’è loro natura,
il volo delle foglie lontane,
I frulli delle alate creature,
vedono l’erba che balla nel vento,
e le corse, gli animali e le impronte,
e gli uomini, il fare convulso,
le strade affollate di macchine,
i cortili dove I bimbi sono chiamati alla cena.
Vedono e sentono, e a ciascuna cosa danno un nome,
ripetono parole tra gocce e cristalli
e con altri occhi guardano il cielo.
Le stelle non sono mai silenti,
la luna è parte del giorno,
altri I nomi e un infinito cullare,
I venti le fanno sognare.
Le nubi addensano o sfioccano
e tengono pensieri fedeli alla loro natura,
uniscono morbide pezzi di cielo,
sono sentire che goisce d’esistere.
Una voce cerca le parole,
qualcuna arriva in ritardo
altre si sono perdute per strada,
sono accenti lontani d’un mondo che muta, sgretola I nomi,
mentre arruffa grammatiche stanche
ora I pensieri sono più brevi,
ma è solido il sentire,
ed è dolce il tuo bene che avvolge la voce.
Come le nubi guardi l’erba, le foglie,
ancora conosci I nomi dei fiori,
il tuo gatto ti accarezza col pelo
e posa le morbide zampe sul collo,
desideroso d’abbraccio.

https://youtu.be/NNmHJGUnu1s?is=lX5tJNVmk9uPxYzH

briciole

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Dopo la pioggia, la luce si è distesa, è satura di riflessi,
illumina l’aria ancora indecisa se portare l’annuncio del freddo,
però gli uccelli, che sanno la stagione, s’avvicinano a casa.
Ricordano le briciole dell’anno passato,
la porta che s’apre di primo mattino,
l’umido caldo della notte che esce,
e le mie parole che parlano loro
ma sono solo suono.
Sono tornati indecisi d’incontro,
prenderanno coraggio
verranno vicino alla porta,
piegheranno il capo per scrutarmi
e poi si fideranno.


Viviamo in tempi complicati,
pieni di pieghe e d’anfratti dove la luce infeltrisce:
in essi s’annida rassicurante il passato,
ma molto muta,
è rapida la stagione del mondo.
Si saggiano equilibri,
nefandezze e grida d’aiuto,
emergono altrove entusiasmi,
ma nulla è silente agli spiriti liberi.
Netto il confine del nuovo,
feconda la possibilità dell’umano
con meno dolore e ingiustizia,
ma è anche baratro del male,
in cui si trascina il peggio dell’uomo.
La mia generazione pensava di aver qualche merito, nell’esser vecchia e stancamente felice,
ora misura la sua forza residua nelle piazze,
dopo aver molto dissipato,
chiede umanità e vita per aver qualcosa da dare,
si chiede cosa lasciare che non possa essere annientato.
Vorrebbe non essere responsabile,
generazione stanca e pasciuta,
di miti geometri che misurano speranza e buone parole.
Ma solo resistere e difendere il buono
è continuità della specie.


Tornano gli uccelli,
nel profumo di caffè, attendono briciole,
si fa strada un pensiero:
Tu che puoi fa che la memoria non sia mai delusa dal nuovo.

periferia

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Zolle grigie e marroni,
secche, dure,
terreno da uccelli che non migrano,
topi che si rintanano nel fosso.
Era un campo di girasoli,
il taglio ha mostrato la sete,
la fatica impervie dell’estate
riassunta negli stecchi
che attendono il soverchio.
Accanto corrono camion e auto,
lunghe file ogni mattina e sera,
poi i guerrieri radi della notte,
le coppie in cerca di lampioni rotti,
e del vuoto che avvolge fabbriche e case.
L’autunno tiene sopra alte luci strada, le nebbie sottili,
ricami d’acqua che attendono il cuore della notte,
quello che bagnerà la terra, l’erba e l’aria.
Anche l’acqua dei canali
avrà una sua trapunta
che non è acqua, non è aria
eppure si respira e bagna.
Ora tutto ha un ordine,
una bellezza che si protende e unisce,
la natura trionfa mentre gli uomini dormono.

scivolar d’ala

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La tristezza è questo fuoriuscire d’anni,
d’ali esauste verso sera,
nei voli stanchi,
nei pensieri articolati male,
Parole usurate suonano del vuoto
di speranze e passioni,
lise da troppo volo,
è questa inquietudine che da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno, come sarebbe stato,
innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato.
E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene,
lo smorto sole che raschia l’anima alle cose,
è una porta disegnata su un muro che non s’apre,
è pietra che contiene, finestra che mi guarda.
Sul cuscino qualche riccio:
filo che cuce della notte i sogni brevi,
l’aria è già frizzante, poche stelle
strappano un sorriso.
In chi distratto guarda
sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali,
l’abbraccio alle nuvole rosate,
e il saltare da una macchia di sole
a quella appresso ch’è in sé già stella.

bisognerebbe parlarne

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Bisognerebbe parlarne,
magari a sera,
quando le voci seguono un pensiero messo in disparte
e la stanchezza della luce toglie difese allo sguardo.
Allora le cose sono nuove e vere, colme d’ombra e mistero.
Bisognerebbe parlarne
anche se le parole sono insufficienti per ciò ch’è evidente.
I problemi e sofferenze dati per scontati,
saputi con l’arroganza della realtà,
che non sa cosa sia condividere.
A sera, a volte, qualcosa fa breccia,
e a tradimento il cuore si gonfia
ci ricorda che siamo vivi,
e che ci salva la vita,
senza merito.
Per caso.

quasi 30 settembre

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Tra i fatti e noi c’è molto usato,
le attese che hanno paura della realtà si occultano.
C’è una misura che ci definisce,
dovremmo accettarla per avere il molto che essa contiene,
ma l’ansia del limite la cancella.
Non è stato sempre cosi
era diverso un tempo. 
Ora la stanchezza curva le spalle,
sembra che esserci nel mondo basti
e che non sapere cosa accade
sia un fatto transitorio.
È questione di età,
del governare la vita con le energie che restano.
Abbiamo bisogno di piccoli solidi inizi,
e di tempo per capire.
L’increspatura in un angolo,
il ramo che appena spunta nel campo visivo,
l’ultima lama di sole che sfuma l’ oscurità:
è il giorno con un po’ di quiete,
che si duole per i libri e le passioni,
abbandonate sugli scaffali.
Ma ciò che aveva un senso ora ne ha uno differente,
e il mondo è sconosciuto
per questi testimoni un po’ severi,
maestri del dover essere
sbagliato d’apparenza,
e bisognoso di essenza.
Se capire oltre è da indovini,
allora la misura di sé è un rifugio,
è la nostra modesta verità.