pioggia di novembre

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La timida pioggia ha concentrato i colori sugli alberi,
I gialli, gli aranciati, I marroni delle foglie hanno soverchiato il verde che li attornia.
In questa stagione i corpi si vestono e le anime si denudano,
e riflettere è guardarsi sospesi su di sé,
con timore e necessità curiosa.
Costellazioni di no si misurano
con difficili equilibri,
l’irrisolto è un animale poco socievole
e par di sentire il suono che le dita usano nello sciogliere,
ma anche vedere che le matasse restano grumi di mistero.
I colori aiuteranno a sistemare le passioni,
in fondo le purezze perdute sono tavole periodiche
che descrivono il trasmigrare  dell’indecisione in nuovi elementi.
Qualcosa si sarà ma non l’attesa,
il desiderato,
e mentre la sera mette in ordine le sue cose,
guardare ciò che si trasforma
induce una certezza:
molto di grande si muove
e non risponde all’illusione
d’essere altro da noi.

la terra

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Quindici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest. Non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro casa. Al caldo. Parole in una lingua di cui capivo solo la musica. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, aveva una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza. Un bellissimo mosaico di epoca romana, un pavimento del tempo di Tito imperatore, occupava l’intera stanza. Mostrava con migliaia di tessere colorate, una grande geografia con navi e pesci nel mare, coste e deserti, strade, luoghi e i nomi delle città in greco. Molte di queste città erano state potenti, ricche di cultura e monumenti, ma erano scomparse. Quel villaggio era quanto rimasto di una città, particolarmente grande, con rovine che si ergevano ben oltre le poche case.
Le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi.
Per alcuni di questi uomini quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato le tradizioni proprie e preteso rispetto, ma anche l’avevano restituito e gli uomini, i linguaggi, la cultura si erano mescolati nelle famiglie e nel lavoro. Chi si era fermato, diceva che era la sua terra.
Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti.
Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra che avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita.
La loro terra era piccola, appena fertile e bastava appena per vivere con dignità, soddisfacendo bisogni semplici, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto necessità di qualche pecora, l’erba necessaria e poi di vivere in pace con chi c’era.
La mia terra non è bagnata del mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a capire che quella terra era di chi condivideva la vita con lei. La terra li possedeva se erano con essa.
Erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare: soldi, ricchezza, non cibo e vita.
Potevano essere fratelli, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.

scivolar d’ala

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La tristezza è questo fuoriuscire d’anni,
d’ali esauste verso sera,
nei voli stanchi,
nei pensieri articolati male,
Parole usurate suonano del vuoto
di speranze e passioni,
lise da troppo volo,
è questa inquietudine che da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno, come sarebbe stato,
innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato.
E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene,
lo smorto sole che raschia l’anima alle cose,
è una porta disegnata su un muro che non s’apre,
è pietra che contiene, finestra che mi guarda.
Sul cuscino qualche riccio:
filo che cuce della notte i sogni brevi,
l’aria è già frizzante, poche stelle
strappano un sorriso.
In chi distratto guarda
sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali,
l’abbraccio alle nuvole rosate,
e il saltare da una macchia di sole
a quella appresso ch’è in sé già stella.

bisognerebbe parlarne

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Bisognerebbe parlarne,
magari a sera,
quando le voci seguono un pensiero messo in disparte
e la stanchezza della luce toglie difese allo sguardo.
Allora le cose sono nuove e vere, colme d’ombra e mistero.
Bisognerebbe parlarne
anche se le parole sono insufficienti per ciò ch’è evidente.
I problemi e sofferenze dati per scontati,
saputi con l’arroganza della realtà,
che non sa cosa sia condividere.
A sera, a volte, qualcosa fa breccia,
e a tradimento il cuore si gonfia
ci ricorda che siamo vivi,
e che ci salva la vita,
senza merito.
Per caso.

sine nomine

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Viene per sentieri misteriosi,
e nessuno l’attende,
forse per questo, a volte, non verrà,
o più spesso giungerà in ritardo
nell’esausta età dell’insoddisfazione.
Sine nomine,
è la consapevolezza
che c’è bellezza in noi.
Qualcosa che non ha nome
e che da noi esce
per incontrasi con simile bellezza,
così pensiamo l’assomigli.
Quando si percepisce che c’è altra,
più grande essenza,
senza prigionia d’una natura,
e avvolge le cose,
parla con linguaggi sconosciuti
a un noi profondo che l’intende,
allora l’eternità si mostra
lascia traccia,
e mai eguale si ripete.
Si radica in noi una pace inusitata,
in un cielo d’anima
percorso di lampi e quiete.
E il divino ci accoglie,
avvolge e protegge
allora sentiamo che c’è speranza
e nessun misfatto d’uomo
potrà prevalere.

sera di settembre

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Come i buoni romanzi, letti e riletti
con le parole da ripetere lente
c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima,
altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo
geloso esso d’amore esclusivo,
e goloso degli anfratti di senso.
Tutto convince così poco che solo il sentire resta,
e anch’esso ha bisogno di verità.
Con le mani lavate due volte:
la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza
posso dire, non sono stato io, 
mentre si confondono i visi,
mentre cala la luce,
e scompaiono prima le rughe, poi le bocche
e senza rumore sbiadiscono i sorrisi.
Camminando nell’aria d’un settembre d’estate,
s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere,
sono imprecisi i ricordi:
a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore,
un bacio anche sul bordo d’un treno.
Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita,
oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole
e nel tempo
e ne resta solo l’eco smarrita.

È l’ora in cui la sera esita,
e nulla attorno accade,
un televisore parla per persona interposta,
sono notizie e fanno male,
non come a chi le ha subite,
non come a chi è davvero coinvolto,
e forse per un attimo,
ci pensiamo innocenti,
poi confusi, sovrapposti,
indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro.
Così unici
e così poco necessari per molti.

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In un addensare di nubi,
di raggi che forano il cielo,
posa la nostra dimensione,
e l’attonita meraviglia
mescola consapevolezza
all’orgoglio d’essere vivi.
Attorno, ed entro noi
v’è un immenso desiderio
di queta, incoercibile, bellezza.

sfarina il nostro tempo

L’indifferenza di questo tempo,
di questa estate malata,
contagia la luce,
e sfarina il nostro tempo
in briciole di ciò che ancora sembra uguale:
raccogliamo il necessario,
le piccole cose che pensano il ritorno.
Rada l’acqua attende l’autunno,
le spiagge e i vuoti ghiaioni,
poi piano, aprirà serrature di pietra con le chiavi del nostro gelo,
si farà strada nella convinzione delle stagioni future,
e il colore puro avrà occhi diversi, sarà ricordo che si sfoglia,
mosso da un vento distratto che non legge e consuma,
piano o forte, secondo capriccio
prima del nulla.

Il tempo dei giovani scandisce il bisogno,
tutto gli viene sottratto,
anche il necessario,
la luce, l’ordine sconnesso
ciò che è gettato con noncuranza,
come vivessero di cascami del nostro tempo.
Mendichi e miseri in mezzo a ricchezze
sguaiate e oscene,
persino una tempesta ha più rispetto,
e se stacca una lamiera malferma
dopo averla fatta a lungo suonare,
l’illude del volo
e la posa dove mani amiche possano chiedere
di lei, del suo essere altrove,
persino del suo ritornare.

Non ora, solo il freno della volontà
moltiplicata per centinaia di bocche,
fusa in pensieri semplici e potenti
può colmare la protervia
insana e terribilmente efficiente
dell’ineluttabile senza ragione:
non fare più nulla,
resistere al moto,
celebrare silenti i diritti,
ma soprattutto rifiutare ogni connivenza,
perché tutto l’amore è stato consumato
e solo la fiamma che vive
nel cuore di ognuno
genera un nuovo universo.

il bosco

Nel bosco la notte arriva prima,
ma nei fiori vegliano cespi di luce,
lampade accese per sconosciuti inquilini.
Qui tutto è ospite
e ciò che muta si sovrappone e alimenta,
il bosco ricorda e serba traccia,
sentieri antichi sono sotto le radici,
il prima attende che qualcosa torni,
ma senza fretta,
Il tempo è pietra liscia e mutazione,
non è acqua che scorre via veloce,
è oscura profondità che medita.
Dal sasso emerge la valva della conchiglia,
eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra,
dove la serpe fa nido era salso e corallo,
tutto attende con curiosità il mutare
anche se non lo riguarda,
nulla è indifferente,
e si fondono le ife nelle forre senza fondo,
lampadari di fili bianchi protesi nel buio,
cercano e trovano
eppure, lontano, parlano col cielo
dove convivono il falco e l’ape.
Memoria senza fretta,
I lupi si prendono il necessario dalle mandria,
poi rientrano nella notte
che il bosco dona senza chiedere.
È presto per chi riempie le strade,
beve e parla a voce alta,
a tornare c’è tempo,
sarà per stanchezza e vuoto,
occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra.
Tornano per abitudine,
perché non c’è luogo dove andare,
o per l’ultima parola detta,
vuota e acuminata ma vera.
Tra poco pioverà,
il bosco attende e si scuote nel vento,
il racconto delle mie notti è una sequela di lampi,
di cose che mi osservano,
di loro sguardi che proseguono nel sonno,
breve, incespicato di risvegli,
finché la luce e l’allodola
ridaranno ordine al piccolo mio tempo.

voici venir la nuit

La sera era l’infinito della prima lucciola,
dal suo mistero nasceva la nostalgia di quiete,
e del capire
e in questo soffermarsi
era l’attimo che incontrava
il richiamo agli affetti.
C’erano state, ma prima,
ripetute grida nel buio,
quel buio che non c’era nell’ultimo gioco,
nella confidenza bisbigliata,
nel sedersi accanto,
e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé,
del primo brivido di solitudine.
E si stupivano gli occhi
per le pozze di luce gialla
tracciate dai lampioni
erano il dentro e il fuori della notte.
I marciapiedi, luce riflessa,
e scia verso casa,
nel buio trafitto dal grido d’un rapace,
forte batteva il cuore nell’ansia della corsa.
Era così bello il rimprovero
contenuto nell’abbraccio,
Il vedere che le cose avevano atteso
e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale,
come il gatto quando ci guardava,
tranquillo, per capire.