lettera 10

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Caro dottore, ho riflettuto molto in questi mesi di cambiamento sociale e politico, a come questo clima cambi i rapporti tra persone e i sentimenti che ciascuno prova. Una sorta di prova del nove che verifica se ciò che abbiamo moltiplicato dentro e fuori di noi risponde al risultato che abbiamo attorno. Oppure sia un conformarci a ciò che accade, appesi ad una inermità che non ci rende innocenti, ma piuttosto fornisce la reale dimensione di ciò che contiamo. Mi chiedo come si sia arrivati così vicini all’orlo del baratro, con una minaccia nucleare che sembrava scongiurata, con il clima che degrada l’ambiente che noi per primi abbiamo degradato, con l’avvento della destra ideologica in Italia e non solo. Dove eravamo quando si preparava tutto questo, cosa facevamo oltre a dire che non era nostro compito, che non potevamo, che le cose si sarebbero aggiustate da sole e da ultimo, che la pandemia ci avrebbe mutati. Invece non solo non siamo mutati ma abbiamo accresciuto l’indifferenza collettiva. Il noi è diventato un contenitore di distanze e di impotenze senza volontà, non una costruzione collettiva che muta il mondo.

Questo mutare mi porta all’io e mi chiedo se, e come, nel profondo, sono mutato. Non sono il paradigma di nulla ma capisco che i sentimenti mutano come fossero vasi comunicanti, che se aumenta la paura, diminuisce la disponibilità, che un rubinetto regola la selezione rigorosa su chi è davvero amico e chi lo è meno. In questo periodo di pandemia è rimasto l’essenziale del sentire, le verità hanno soverchiato le speranze e il loro tempo di elapse. Ciò che sembrava solido è stato saggiato nel mortaio delle idee fondanti, dei sentimenti che contano davvero. Siamo tutti più soli e normali di una normalità mutata. Forse la resilienza è questo apparente non mutare in superficie ma cambiare le fibre e le strutture del sentire.

Un tempo mi chiedevo com’era l’amore, intendendo con questo ciò che è profondamente rivoluzionario, al tempo in cui viviamo e pensando che vi fosse un sentire comune, ora lo penso solo come una zattera in cui si possono rifugiare quelli che sono così vicini da essere fidati. Le tante rotture di amicizie di questi tempi divisivi non sono forse questo distanziarsi da alcuni e porre la propria paura in mani che si sentono come sicure. La fede del fidarsi non è forse lo scudo con cui ci si trova insieme e si dice tu sì, tu no, tu fino a questo punto e poi basta. L’amore al tempo dell’anatra zoppa sull’orlo del vulcano è la mano che tiene e quella che ha bisogno di noi e ciò rassicura, anche se è l’isolarsi nel noi. Mettiamo in comune ciò che può essere condiviso ma non è vitale, quello che non ci farà cadere nel rischio. Ma l’amore è rischio, come la mettiamo dottore?

Questi pensieri disordinati mi fanno scivolare nel ricordo, in ciò che è stato e in ciò che avrebbe potuto essere e mi chiedo se in me ci sia del rancore che cambia la percezione delle cose. Certo, ricordo episodi e ingiustizie subite, sono sicuro che rimuovo quanto io sono stato fonte di ingiustizia, anche se episodi e persone mi tornano a mente. Chissà se mi hanno perdonato, ma è la parola rancore che mi fa paura e non perché posso esserne oggetto, ma perché lo percepisco come un motore potente di negatività. Come qualcosa che toglie vita e annulla il buono che posso aver fatto. Sugli altri non posso ormai far nulla, la storia castiga chi non coglie il momento in cui è necessario agire e già questa è una punizione, ma su me stesso posso ancora agire.

Non riesco a capire se provo rancori, non mi pare, non credo, ci sono ferite non rimarginate bene, questo sì, ma non tali da farmi dire che siano queste il senso dell’aver fallito nel fidarmi, nel porre le mie decisioni nelle mani sbagliate. Però sento il bisogno di perdonarmi ossia di avere misericordia per gli errori compiuti, di poterli trasformare in positività, Ci sono stati momenti in cui il convergere di spinte diverse mi hanno posto di fronte a una scelta oppure hanno messo altri di fronte a una scelta e ho scelto, hanno scelto. In qualche modo ho fatto ciò che pensavo fosse opportuno. In fondo se io stesso ho avuto dubbi o non mi sono considerato abbastanza, oppure non ho lottato per ciò che credevo mi spettasse, oltre a esserci un po’ di verità, può essere stato il sentire simmetrico di chi poteva darmi ciò che volevo. Un’assunzione di responsabilità comune che mi riporta a chiedermi com’ero negli occhi e nel sentire altrui, ma che non può essere il motivo per avere rancore.

Allora, caro dottore, penso che quest’opera di rimozione dell’impressione negativa su un passato sia compito certamente mio, ma anche suo e non si tratta di ricevere rassicurazioni, ma di attivare quella forza che necessita per dire ciò che tengo davvero caro. E’ ciò che mi serve ora, che servirebbe a tutti quelli che vogliono in qualche modo contribuire a rendere diverso il presente e il futuro: uscire dal personale, dalla colpa e guardare al buono che c’è attorno, a quello che si possiede e metterlo in comune. Come si può, senza onnipotenze, ma con l’idea che aver vissuto sia stato complessivamente positivo e che vivere lo possa essere ancora.

Insomma, caro dottore, per mettere a posto il mio noi, lei mi deve aiutare a mettere in ordine il mio io e allargarlo quanto serve perché il sentire, i sentimenti siano adeguati al bello che certamente ci deve essere in questa età della paura, oltre la piccola visione che posso avere. E senza smarrirmi nella domanda: ma come siamo finiti in questa situazione, perché sarebbe un socializzare la colpa, il modo per non chiedersi cosa si può fare di piccolo ma utile, per cambiare ciò che non va in noi e fuori di noi.

apolidi

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Siamo apolidi, o quasi lo siamo
senza identità comune,
apolidi nelle città,
i cittadini sono i topi
a volte i cinghiali e le bisce d’acqua,
ha più diritti una nutria d’un argine,
un auto di un bambino.
Siamo apolidi e l’erba ha più forza,
s’aggrappa alle pietre, buca l’asfalto,
ottiene senza chiedere,
nessuno ci vuole perché non vogliamo nessuno,
il timore di perdere ciò che non si possiede ha cancellato le parole.
Scrivono sui muri non sui quaderni,
e sono guaiti di disperazione
bottiglie senza messaggio,
battigia di fiume, fango e pance di pesci arrovesciate,
scrivono sui telefonini,
l’azzurro illumina visi nella notte,
attese di risposta di nessuno a nessuno.
Avere a tema se stessi,
il tempo in cui si vive,
riconoscere il simile,
usare parole, mani, espressioni del viso,
chiedere con gentilezza,
ascoltare e riconoscere il suono,
riconoscersi, prima di essere apolidi,
prima della fuga, prima d’ogni priorità,
riconoscersi, parlare, vivere in pace.
Vivere in pace, sconfiggere il topo.
Vivere in pace, colmare la voragine.
Vivere in pace, sentire il luogo,
la lingua, le parole, i visi.
Vivere in pace, fidarsi dell’amore,
anche quello che tradisce ha in sé il bene,
fidarsi ed essere noi stessi
perduti in un noi più grande,
stanco di guerra, di parole sbagliate,
di scritte sui muri,
di baci mai dati, di abbracci temuti,
di cuori affranti, silenti,
seduti su un marciapiede
senza sapere che fare, che dire per essere amati.
Stanchi di non essere, di non avere pace,
di contare meno del topo, della buca,
dell’immondizia che un camion preleva
e perde per strada.

la percezione del limite

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La depressione nasce dal senso di impotenza che generano desideri sproporzionati rispetto alle possibilità. In una spirale che spinge a coltivare e acquisire ciò che sembra interessante e alla portata della propria volontà, si accumulano le sollecitazioni attorno a sé. Ciò che eccita la vita ne mostra, inesorabilmente, il limite e questo confine, che viene sentito come una gabbia, fa sì che la volontà immemore superi continuamente la soglia. Così, nei momenti di stanchezza lucida si sente la sopravvalutazione di ciò che si può essere e fare.

Esiste un momento in cui inizia la percezione del limite. Non si sarà mai lo scrittore che lascia una traccia, il politico che cambia le cose, l’amico che non si scorda, il pensatore che scopre nuovi assoluti al pensiero, ma neppure un lettore di talento, un buon chimico o un intellettuale modesto. E restando in un ambito più ristretto, i dubbi sul proprio apporto alla famiglia, al cambiamento di ciò che sta attorno, divengono più coscienti e forti. Si sarebbe potuto fare diversamente, nelle condizioni in cui si è scelto oppure in altre che si sarebbero potute creare.

In fondo la depressione è una delusione che origina altrove ma ci riguarda profondamente perché il tempo è passato e ciò che si può vivere deve aggiungere una tale quantità di nuovo da scardinare abitudini, rompere abulie, non fare, soprattutto non fare, gesti consolatori. Una costruzione di qualcosa che trovi gli elementi per conciliare tempo e crescita interiore, senza attese, né obiettivi.

Percepire il limite è fermarsi nella china che ci rassicura con gli oggetti e con i riti, scoprire cos’è nuovo davvero e dargli possibilità di crescita. Ciò che agisce come disperazione è il tempo e la misura della bellezza, entrambi sono parte del limite perché si ha una visione di dominio di essi. Dominare il tempo o lasciare che esso scorra mentre l’inutile agli altri, ma necessario per noi, diventa passione nuova. Come in una conversione, in una rinascita ciò in cui si crede sgorga impetuoso, diviene entusiasmo. Rinchiude perché gli altri, anche vicini, non capiscono, ma è un felice scoprire che si è universo e centro e parte di un tutto. La depressione è l’esplodere della sfiducia, del tradimento, della delusione di ciò in cui si era creduto. La gabbia, il limite che si è sempre voluto superare era proprio ciò in cui si credeva e che si sentiva insufficiente per spiegare se stessi. Ora quel limite è altra cosa, è il senso di ciò che utile a noi, di ciò che è bello, di quello per cui vale il vivere. Ho la sensazione che esista uno iato tra ciò che rende liberi e ciò che ci viene insegnato come libertà. Che bisogna liberare la libertà di essere, di fare, di diventare e riconciliarla con il proprio tempo che non è più nemico ma contenitore: ciò che faccio in modo soddisfacente è ben fatto e non risponde a nessuno. Così nessuno resterà deluso e non esisterà una meta ma un percorso. Avere un cammino toglie il limite e rende compatibile la scelta che viene fatta. Forse è questa la pazzia dei vecchi, la libertà che rende liberi.

la città

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Di questa città pensavo di conoscere molto, l’ho percorsa e amata di giorno e di notte. Mi è entrata dentro, senza chiedere permesso, sin da bambino. Quatta quatta si è confusa con me, con il sentimento che genera un luogo in cui tornare. La città è andata oltre la stessa casa in cui avevo depositato parte di me, l’ha ricompresa, diventando cornice di un modo di vedere il mondo. Anche viaggiando non poco, si è fatta sentire, ancorandomi a questo sentir le cose, che è un guardare dal medio al grande, dal bello conosciuto alla meraviglia sconosciuta. Vivere in una media città ha quasi tutto, la storia, i servizi, le bellezze che si scoprono crescendo, ma è anche la lingua e una particolare conformazione dell’essere che include quanti scelgono di non essere stranieri. Di appartenere restando liberi.

Guardare le cose sapendo di avere una storia alle spalle, permette di gustare la differenza, di non fare confronti e di aggiungere mondo a quello che ci ha visti nascere. Insomma è un modo di crescere senza fine che è pieno di sentire, che ha i cinque sensi allenati a percepire la differenza. Così si sentono profumi, cadenze, si vedono differenze nel costruire e nel camminare. Una città ricca di portici è più lenta, si mostra nell’apparenza, chiede di acquistare in un camminare che guarda, ma essa non è in vendita, vende ed è orgogliosa di avere i suoi cittadini in mezzo ai “foresti” che magari sono solo quelli dei comuni di un’altra provincia. Come nel Gianni Schicchi è la campagna che affluisce in città e viene assorbita, ma la arricchisce, quasi la obbliga a essere bella, come un albero fiorito.

Di questa città, in cui sono nato, conoscevo persone, storie, palazzi, le strade e i giardini nascosti, questo mi ha fatto pensare che il suo mondo avesse per me, sempre un tratto conosciuto. Anche le persone che avevano la mia età, mi sembravano parte di una conoscenza collettiva. Era presunzione e me ne sono accorto che già ero avanti con gli anni.

Nelle manifestazioni, allo stadio, per strada, conoscevo sempre gli stessi. Non erano pochi perché avevo unito conoscenza naturale alla vita pubblica, ma mi accorgevo che la gran parte delle persone erano diventate sconosciute. Questo mi ha fatto pensare due cose, che gli abitanti cambiavano con il passare del tempo, e io non aumentavo la rete di conoscenze nate in certi quartieri ormai mutati. Ero stato presuntuoso nel credere di conoscere perché camminavo di giorno e di notte, guardando i palazzi e i giardini: avevo vissuto la città e mi ero accontentato dell’amore reciproco. Il fatto che la città mi avesse coccolato, concedendosi alle mie perlustrazioni curiose, nascondeva una parte che non era fatta di vie e di ricordi, ma era più profonda. Mi sfuggiva la sua essenza, il suo sommare vite e attese dentro le case, ciò che essa perdeva in silenzio e come essa mutava.

Eppure l’avevo vista cambiare, ma senza l’attenzione che si trasforma in dolore, così avevo visto abbattere palazzi pieni di storie, chiudere corsi d’acqua, trasformare i giardini, in cui giocavo da bambino. Al loro posto erano sorti condomini tutti uguali, pieni di persone che erano attirate dalla città e dalle occasioni che essa offriva. Avevo visto scomparire la campagna poco oltre le mura, riempita di villette con piccoli giardini, intervallate da condomini, ma scollegate dal tessuto di relazione e di portici che metteva insieme le persone ogni giorno. Erano le case dei “geometri” fatte con lo stampino, che assicuravano benesseri nuovi e ne perdevano altri. Le strade avevano nomi nuovi, come i quartieri. Al loro centro erano nate chiese magniloquenti che dovevano ospitare i nuovi fedeli, ben presto si erano rivelate eccessive per dimensioni, ma erano diventate l’unico luogo con una piazza per un incontro, un mercato. I nuovi quartieri pullulavano di una vita inquieta, che mutava la socialità, pieni di non luoghi e supermercati, cambiavano le destinazioni iniziali e deperivano con i condomini e le villette che sembravano vecchi senza storia.

In pochi anni le autostrade avevano cinto la città e portavano ovunque, l’università si riempiva di studenti che venivano da ogni dove e restava famosa in Italia per storia e talenti. La modernità smantellava linee di tram (che ora stanno rifacendo) , chiudeva fabbriche che avevano fatto la rivoluzione industriale. Scomparivano interi quartieri, con la scusa di risanare parti centrali della città, mentre li inzeppavano di palazzoni che nulla avevano a che fare con la storia e con ciò che li attorniava, Così deportavano abitanti nelle periferie in un esodo da quello che prima era stato un tessuto di malsane case medioevali. Anche la lingua mutava, perduti i gerghi tipici delle osterie che non erano usciti dai confini del quartiere, il parlare si impoveriva, scomparivano parole, mestieri, persino i visi non avevano più l’ammiccare che aveva contraddistinto l’aggiunta ai gerghi e al dialetto. Si erano chiuse le sale dove si riunivano “cappati” delle fraglie e delle corporazioni, per decidere beneficenze e casse peote. Chiuso tutto questo l’essenza della città si era nascosta in luoghi impensati, ritratta come un animale ferito che aspetta passi il malessere che le impedisce di vivere.

E questo sfuggire della sua essenza, che non afferravo, era il suo sommare delle vite e delle attese dentro le case. Quello che la politica non avrebbe mai sentito pulsare era un cuore vivo che si difendeva e interpretava il futuro. Che lo riportava dentro di sé e lo elargiva piano a chi sapeva ascoltare e non solo abitare.

C’è uno spirito della città che non muore e si veste del tempo in cui vive, ma resta profondo, come una radice, chiedendo di essere unico e amato. Questo era ed è, il carattere da decifrare, composto di molte suggestioni, che si racchiude in una bellezza che tutto comprende e rende irripetibile l’altrove.

metafore sugli scacchi

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C’è un modo particolare di mettere le dita, con l’indice e il pollice che stringono il pezzo che verrà mosso sulla scacchiera. Sia esso re, pedone o altro, le dita assaporano il legno liscio e lavorato, lo alzano di quel tanto che è necessario e con un accenno della bocca, percuotono il pezzo avversario, abbattendolo prima di toglierlo dal campo. I legni fanno un suono particolare, secco e breve, quasi un lamento che si mischia al sussurrato grido di conquista, poi tutto tace e il campo attende la mossa successiva.
Accade così anche in alcune amicizie o amori giunti a fine, che il gioco tolga l’altro dal futuro e lo metta a lato, in attesa di diventare ricordo o protagonista in una successiva partita. Questo mescola disperazione e speranza, esse, viste dal legno, che pur rappresenta vita, azione, possibilità, quelle dita sembrano il destino che l’intelligenza compie e non di rado, sbaglia.
Nello svolgersi del caso, esistono regole precise, colme di alternative, è la passione o l’intelligenza, che qualcuno innalza mentre altri abbatte, a scegliere.

Così funzionano le cose, per recondita necessità, e non ci sarebbe da dolersi, neppure al suono che abbatte e sancisce l’esser messo da parte, perché in qualche tempo la partita ricomincerà con diversi attori.

ricordi come lacca

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Passavano i giorni del sole e delle corse fino a sera, iniziava l’anno tra profumi d’inchiostri, di carta e di matite Giotto. Aule già fredde, anticipavano l’inverno su teste chine, grembiulini neri e fiocchi azzurri su colletti bianchi. Lontano, verso la lavagna, dietro una cattedra fortezza e nave, si generavano parole, inusitate alcune, altre comuni, tutte con un’ autorità senza spiegazioni. Andava così che dopo un po’ mi distraevo e lasciavo scorrere lo sguardo verso le finestre oppure sul foglio desolato di biancore. Senso del limite, imparato presto, ma in cambio tenevo i sogni ben stretti tra le dita piccole e d’inchiostro, i tinti polpastrelli. Sembravo, ma non ero l’unico, uno stralunato reo dopo l’arresto, pronto per le impronte e per l’accusa di non fare quel di più che avrei potuto ma pervicacemente negavo. Eppure quei luoghi li ho amati, come la polvere che danzava nei raggi di sole, i banchi di legno e lo sporco dei muri e degli angoli che non se ne andava mai.

Poi, come lacca, le età si sono stese, lucenti di ricordo. Solide, ancora promettono il meglio, se ci sarà attenzione a ciò che muta, ma ora hanno aggiunto una solitudine colma d’immobile incomunicabilità se non si coglieranno più i sogni e le attese.

Cosa sognano le età che sono accumulate, cosa vedono gli occhi che del vedere non sono mai sazi, cosa pensa la testa nelle notti diversamente insonni? Di tutto un po’ senza la spavalderia d’un tempo, preso tra limite, frenesia, un poco di rimpianto per le passioni devastanti che aravano giorni, realtà, impegni e notti.
Che mondo s’è creato. Non io solo, ma eravamo distratti quando è accaduto, impegnati a vivere più che a prevedere. Spero stessimo facendo l’amore mentre le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie immobiliari e i bar toglievano i tavolini dove parlare per trasformarsi in wine qualcosa e ristorantini pretenziosi. Fumavamo molto, eravamo ignari, dolci, indifesi, con piccoli lapis scrivevamo poesie dappoco e numeri di telefono, cercando amici meno squattrinati che ci assicurassero il costo di una cena.
Vennero poi parole d’ordine nuove, età inesplorate, non più numeri, ma libri, lettere di passione, disperata dalle assenze e altro, ma non c’erano ancora password e accenti da evitare per aprire i file, solo carta da annusare e poi rileggere.
Noi ci baciavamo felici, impegnati a costruire un mondo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro.
Dopo, in un’altra età, sono venute le cose complicate, le parole muta vano significato e forma, si abbreviavano, quasi acronimi di senso. La tecnologia divorava il poco tempo, che era della tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti con molta potenza di calcolo a disposizione.
Anche in questo settembre, riassumo nostalgie, le nostre vite piccole e grandi, il terribile e il quotidiano che negli anni è accaduto altrove. Già scordato, come Beslan, le guerre in Africa e in Oriente, le due torri, l’URSS e la DDR e mentre tutto si sovrappone e genera confusione tra realtà e virtuale, ricordo che è tutto vero e non basta sia stato lontano per non colpire il cuore.

Non basta chiudere la casa, immergersi nei libri e nelle parole, spegnere la tv all’ora di pranzo, perché tra poco si vota, ci sono guerre in corso, un pianeta che si consuma per profitto.
Per vivere ricordo e guardo, in fila con altri che hanno la mia età, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.
Non basta ma del poco che ho imparato, perché è vero, potevo fare di più, penso che in questo mondo chi ha solo il tempo fa sempre lunghe file e dimentica ciò che non serve a vivere. E non è poco per la nuova stagione che chiede a tutti di fare il possibile da regalare al giorno che si costruisce, all’amore e alla speranza.

ritorni

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Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.

inshallah

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Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

sera d’agosto

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La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le Pleiadi faranno fatica a mandare messaggi stanotte, così i desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora in cui l’aria e la luce radunano i ricordi che, solerti, si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel ” sicuro” porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

I veneziani, alzando gli occhi dalle galee, avrebbero detto che il mare era il loro pavimento e il cielo il tetto della casa in cui abitare.

sempre condividerò

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Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.