soliloqui

 

Spesso parlo nella mia mente, succede a tutti, immagino. Anche a te. Mi sono accorto che ci sono diverse qualità di dialogo interiore. Uno molto libero che associa bisogni e risposte, che muove decisioni. Un altro che oziosamente spazia tra diversi problemi personali irrisolti e ne cerca le radici, vi si sofferma, porta alla luce ricordi e motivi che erano stati accuratamente messi in disparte. Un terzo, ma non è l’ultimo, dialogo , è circolare, cerca la soluzione a problemi contingenti, che devono essere risolti-. Lo chiamo la mosca nella bottiglia perché oltre le tecniche di problem solving c’è sempre qualcosa che riporta daccapo e fa capire che si possono convincere gli altri e anche noi stessi, ma non a lungo e mai per sempre.

Per quest’ultimo dialogare interiore, che spesso gli altri sovrasta e sostituisce, ho capito che mancano da tempo gli obbiettivi definiti, le scalette che si devono onorare, gli impegni che comportano responsabilità di persone. Certo c’è la responsabilità di chi ci è vicino per sentimento e amore, ed è inclusa nella vita che si sceglie, quindi il suo ruolo è una costante con molte variabilità, ma c’è sempre. Ma il resto, che un tempo si chiamava lavoro, impegno politico, in cosa si è trasformato?

Come nell’età in cui si studiava e ci si innamorava della vita e delle persone e le idee erano così forti da sembrare possibili, mi scruto allo specchio, mi guardo dentro e vedo che ho molta più materia per annodare fili, per riconoscere cosa è andato davvero storto e cosa invece ha lasciato un segno, una cicatrice che non fa male anzi è ormai una runa dolce che piega il sorriso. Guardarsi con quella misericordia felice che si dovrebbe usare per passato e presente, come quando si mischia un mazzo di carte. Guardo nello specchio, il viso ha pian piano scavato le piste di un percorso, e si vedono anche le possibilità lasciate cadere. Il corpo è sempre lungo, qualche chilo in più per i miei gusti, anche se non ci sono più le zingarate di un tempo, gli eccessi fatti di notti insonni e di molta strada percorsa nel buio. Però si può ancora accettare, questo fa parte della misericordia, i capelli sono pochi e ricci e ormai molto chiari, i muscoli fanno il loro dovere. Con fatica, ma lo fanno. E ogni piccolo acciacco ricorda la sublime indifferenza per cui era un merito non lamentarsi mai delle piccole cose. De minimis non curat praetor.

Questo autoguarirsi era ben presente un tempo, ma da qualche parte la macchinetta si usura e ora funziona meno, così l’ipocondria diventa il nemico da cui difendersi. E adesso che sappiamo tutto, abbiamo più paura di ciò che non si conosce. Ci ascoltiamo troppo, guardiamo troppe mappe e così non ci si perde più, peccato perché lasciarsi andare, ora è più importante che mai. Lasciarsi cullare dalla vita e non giudicare e non giudicarsi.

Nel dialogare a fior di labbra vorrei mettere il tempo lento e la cura. Di me stesso e dei pochi che ancora mi sopportano. Ascoltare mi è sempre piaciuto e anche parlare. Non tanto di me stesso ma delle cose che mi entusiasmavano. In fondo sono rimasto un sognatore bacato che si annoia con facilità. Parlavo qualche giorno fa del progetto che si era affacciato e da realizzare in Kenia: un’area industriale e una cittadina vicino a uno dei più grandi campi profughi dell’Africa, per aiutarli davvero a casa loro. E mi veniva da raccontare come lo avevo pensato e come erano nate le prime proposte. I dialoghi che erano nati e il confronto tra ciò era necessario fare prima, cosa privilegiare e come rispettare persone e territorio. E non finivo di parlare perché poi mi tornava a mente Ottana e i progetti che si erano fatti sul disinquinamento dell’area e sulla creazione di nuovo lavoro. E il curriculum del fare e del fatto era un bel volume che si mostrava con la voglia di spiegare che non era finita e che si poteva fare di più. Era un piacere sapere che tutto era ancora possibile, anche se le cose progettate che non erano andate avanti ora sono ancora più sono difficili. Qui, mi accorgevo, che come nel corpo c’erano i punti di frizione, quelli che fan male per assenza di adeguata carne e che molte cose ormai non si potranno più fare anche se sono possibili e raccontarle le rende un poco vere.

Ma a chi parlo, amica mia, tu neppure mi leggi e bene pochi interloquiscono con i sogni altrui. Di ben altro ci sarebbe bisogno e a volte nel lasciarsi andare c’è anche una stanchezza amara. Sai, questa è un’età in cui moltissimo è possibile, ma non raddrizzare ciò che per volontà o caso, non è andato per il giusto verso. Chi tira le somme della vita, sbaglia sempre i conti perché non vede che il buono vale moltissimo e gli errori erano quasi inevitabili per come si era, solo che adesso non basta più, e allora arrivano le conclusioni che tolgono la pazienza dai rapporti e lasciano più soli. In compagnia o lasciati, sempre molto soli. Abbiamo bisogno di misericordia felice e di aver ancora il coraggio di progettarci così come siamo. Insomma amarci più di prima. Anche quando con sincerità rovistiamo la soffitta e i bauli che portiamo dentro e che sono zeppi di noi.

 

frequentare il banale

Frequentare il banale. Per noia, incapacità, stanchezza, genio. Frequentare il banale sapendo che prima non lo era e che il tocco distratto lo rende tale. La risata inopportuna il pensiero affrettato e liquidatorio. Frequentare il banale in pochi versi che emergono dalla memoria: singulti d’una bellezza mai davvero intuita nel suo nero. Osservare il banale che annega nel gorgo della bellezza e lascia vuoti. Impossibilitati ad agire. Si dice inani ed è la sensazione che si prova dinanzi alla miseria quotidiana di ciò che contraddice giustizia, pietà, umanità. Ma il tempo è largo e contiene. Tutto. La bellezza, il pensiero, ciò che è fuggito, ed era un attimo d’intelligenza, quello che si ripete e non si guarda mentre si mostra. Il banale ha un’anima? La nostra, forse, e con questo dovremmo elevarlo, dargli il posto che merita e toglierlo da quel nome che lo condanna senza merito perché non è lui ad essere banale, ma noi.

Se, come un tempo, vi fosse un amore per ciò che ci seguirà, coltiveremmo la memoria e il nuovo nello stesso giardino e useremmo la nostra “povera casa di scarsa considerazione” * per lasciare una traccia che aggiunge e preserva. Ovvero renderemmo il banale alla sua storia, lo indagheremmo per vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno, così in una penna o in un vivere attento e lieve c’è il pensiero. E tutto attende d’essere riconosciuto.

*Antonio Barbaro così edificò la memoria della sua casa a Santa Maria del Giglio

piccole pozze di buio

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Se hanno fatto una scala degli uragani, se esiste un luogo mitico vicino a Parigi dove c’è una barra di platino iridio che a temperatura controllata misura esattamente un metro, se in un qualche laboratorio di Heidelberg qualcosa misura la risonanza tra due atomi per trarne un intervallo di tempo oppure una unità derivata, non può non esserci una scala degli amori, del sentire, dell’esserci e del mancare. Solo che questa scala è soggettiva e a nessuno è permesso mettere in dubbio come ci sente. Che si risponda bene o male, o il più esaustivo così così, è sempre un comunicare qualcosa di affine ma non confrontabile.

Amore è piangere le tue lacrime, accendere lo stesso sorriso, guardare le stesse cose e vederle.

Qui ci si può fermare perché non si è detto nulla che non dovrà essere dimostrato attraverso mille piccole cose e non sarà mai finita né sufficiente se da qualche parte esiste un foro. Un piccolo buco che non si riempie e che si è originato quando forze incaute e bambine si sono scontrate con precetti e modi d’essere. Qualcuno, spesso in parecchi, hanno stabilito dove fosse il nostro ufficio pesi e misure e quanto dovevamo assomigliare alle unità di misura in esso depositate.

Dovremmo dire che assomigliare a un metro piega la volontà che voleva essere più lunga o corta e neppure essere un segmento ma un continuum in cui non essere altro che sé. Questo scontro di forze genera piccole pozze di buio che ciascuno riempie come meglio crede, solo che non si riempiono e l’unico modo per capirne la profondità è immergersi in esse. Cosa paurosa perché se si sa che li dentro ci siamo noi, non è chiaro a quale profondità ci si trovi: annegheremo prima? Allora si cerca di riempire dall’esterno, senza arrischiare e quelle piccole pozze apparentemente si colmano ma poi ritornano intatte a specchiare il volto che le guarda. L’amore aiuta, distrae portandoci fuori di noi stessi, cambiando i vincoli. È l’amore che rovescia le cose, che altera il tempo e la sua misura e impone di assomigliarsi, di essere differenti e insieme uguali. Dovremmo essere sempre innamorati e corrisposti e gli analisti di qualsiasi razza e fede avrebbero ben poco da fare. 

Mi sono spesso chiesto dov’era la rottura che aveva generato quel mutare. Necessario per il sociale, rassicurante per ricevere amore, ottimo curriculum per fare strada nella vita a patto di trovare il giusto mescolarsi di conformismo e originalità. La rottura è distante, posso anche collocarla per tempo sapendo che non è avvenuto in un giorno e che dopo è stato tutto un aggiustare che ben poco aveva a che fare con il kintsugi. Il puzzle attinge alla fantasia di Mary Shelley più che alle perfezioni apollinee o alla stessa bellezza. Ne esce un qualcosa di imperfetto che è l’equilibrio delle forze possibili, che è noi come si può.

Per questo non si dovrebbe dar troppo credito agli assoluti, accontentarsi evolvendo come predicava Darwin. A volte ciò che ne esce vola, a volte corre, a volte si mimetizza e scompare. Tutto ciò che vive in equilibrio con sé ha già fatto un grandissimo lavoro per essere uguale e insieme differente. Ma cosa saremmo stati senza quelle piccole pozze di buio?

Voglio raccontarti una storia vera che apparentemente non ha relazione con il ragionare un po’ ozioso che ho portato innanzi sinora. Il corbezzolo non si è ripreso ed è morto. La sua lotta con la palma che aveva invaso la sua vasca è stata il motivo per cui con cura l’ho travasato cercando di conservare le radici e la loro terra. Ma non è bastato. Se non l’avessi toccato certamente vivrebbe ancora, con le sue fatiche a crescere in competizione, ma ci sarebbero stati i suoi frutti rossi, dolcissimi a rallegrarmi e forse alla fine un compromesso l’avrebbe trovato con chi aveva invaso il suo terreno. Per tentare da dargli vita alla fine gliel’ho tolta e ora le sue foglie secche penzolano dai rami, l’acqua e il concime non hanno fatto miracoli. Neppure l’affezione che gli porto gli è servita. Mi spiace. Molto. E se ora capisco che bisogna lasciar fare, che gli scontri e gli equilibri si trovano nel fondo delle pozze, nelle radici, tra la terra e il suo comunicare, ciò non toglie il dispiacere di non aver lasciato fare alla vita. Quel corbezzolo aveva viaggiato con me in auto e in aereo e poi nuovamente in auto. Era venuto dalla costa sarda in un fine di maggio e dopo notti passate in stanze aperte da poco alla stagione. Le coperte avevano quel lieve sentore di muffa che si accumula nei posti di mare e così anche una di loro aveva fatto l’esperienza del sole e della spiaggia. Nelle calette non c’era nessuno, per il poco tempo che potevo dedicare allo svago, lasciavo che il sole scaldasse la pelle e che il mare la riempisse di brividi. La magia è trovare se stessi in un tempo che non era previsto, in una solitudine perfetta d’aria e luce, in un incontro spostato, in una trattativa non conclusa. Ricordo molto di quei giorni, potrei descrivere la granulosità della sabbia bianchissima, in certi tratti quasi polvere. Da tenere in mano e lasciare che scivolasse dal pugno chiuso, come fosse la mano una clessidra che dettava il tempo e invece portava distante i pensieri. Li racchiudeva in piccole bolle di desiderio, li osservava con tenerezza mentre ancora non subentrava il dovere. E li vedeva volare. Attorno all’albergo c’erano corbezzoli e altre piante da terra e sasso. Li vedevo come la rappresentazione di quel momento del vivere. Ci fu tempo, ore diurne e notturne, prima di rifare una valigia, prendere un’auto, e così ci fu il voler portare con sé una traccia di quel tempo privo d’una costrizione. C’era il mercato, acquistai una piccola pianta di corbezzolo e due di mirto che vennero con me, anche loro viaggiatori e apolidi di una casa. Perché la casa è il luogo del presente che s’imbeve di segni noti a chi li ha generati. E piantando quelle piante ho sperato si fossero affezionate al luogo dove vivevo perché  erano segni vivi d’un vissuto interiore ma soprattutto era vita che voleva crescere.

Per  essere troppo premurosi, per dare un ordine alle cose, si forzano i destini e questo non si dovrebbe fare. Questo mi racconta il corbezzolo che avrebbe voluto lottare con la palma e seppure in sofferenza avrebbe cercato di prevalere. Lui aveva scrutato nella sua pozza di buio e lì attingeva le forze, forse avrebbe stretto un patto, forse le radici si sarebbero rispettate, ma di sicuro avrebbe cercato di essere se stesso senza aiuto.

Spero ancora mi contraddica, spero in un pollone che mi ricordi che devo stare attento a mettere limiti a ciò che ha un suo vivere. Ma ciò che capisco è che in quelle piccole pozze di buio non c’era e non c’è solo il timore di ciò che si è, ma il vivere che ha i suoi lati ilari e spesso allegri. C’è la forza che deve trovare equilibri, c’è il crescere e l’andare secondo la propria pazzia. Quella che dovrei rispettare di più e concederle la possibilità di essere, di vivere, di assomigliare e assomigliarmi.