presunzione d’amore

Sembrò, parve, ma non era.

Forse un desiderio s’era fatto strada,

così forte da essere convincimento,

come quando si segue ciò che sembra lieto e facile,

e ricco di soddisfazioni senza costo.

Semplicemente s’esaurisce tutto ciò che eccede il vero,

compie una parabola,

a volte una capriola

e il viso che s’alza poi sorride per l’impresa, o piange,

ma non dura e passa ad altro pensiero

che tenga assieme il ricordo nello sgangherato corpo.

 

https://music.youtube.com/watch?v=0Ri9T6vEC1Q&feature=share

 

buon anno

Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.

Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?

Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.

La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.

Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.

 

mantra della sera

Non parlo di me. Conosco i miei limiti.

Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.

Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.

Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.

Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa. 

Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto. 

Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita. 

Sempre si nasce purché lo si voglia.

le ragioni dell’albero

Chi mena il can per l’aia pensa e non rincorre; distrattamente segue e attentamente pensa. Poco vede, l’attenzione è altrove persa: perdere un filo, un pensiero denso, una silloge che mai si ripeterà uguale è il senso del tenere ben stretto a sé il pensiero. E il cane corre attorno, l’han portato fuori, e vuole, pretende qualcosa che conosce. Un osso, una palla sgonfia, un bastone mezzo morso. Poi si ferma, il cane, spruzza d’orina puzzolente un albero, e riparte mentre il pensiero neppure lo nota. Oppure se lo fa sorride. E nessuno difende le ragioni dell’albero che per altro è nato e altro dona senza chiedere d’uscire o correre o riportar la palla.

Solo un aia di mattoni senza grano, è la scena. Un uscio, dei vasi un po’ sbeccati, qualche dalia sparsa, il muro con l’intonaco che sgrana. Ridosso a una finestra delle rose punterebbero alla grondaia, ma ogni anno qualcuno le castiga. Cura d’altri e il pensiero prosegue mentre il cane ora corre per cerchi più larghi come fosse in festa. Forse anche lui ha un pensiero, si rafferma, guarda perplesso, e poi riprende corsa e attesa. Perché si può correre aspettando, ma queste sono cose che lui solo sa.

la tazza

Dalla gentilezza di una barista d’ hotel è arrivata una tazza per un bere lungo e caldo. Ha la forma aggraziata di chi è stato pensato per essere marchio riconoscibile di un luogo e di un pensiero d’impresa. La bocca, più larga del fondo, invita a sorseggiare. Il manico più ansato e profondo, a tener tra le dita il contatto con il calore. Il colore, bianco e azzurro pastello sembra posato da una pennellata larga e vogliosa di trama, ma ha una storia già in testa perché s’interrompe per lasciare posto all’ansa del manico che dev’essere bianco su bianco. La impreziosisce e rende inequivocabilmente femmina, il rosso bordo, una traccia che può simulare un rossetto corallo carnoso lasciato apposta e spalmato per essere condiviso.

Ha la presenza sommessa di chi aspetta la fine di una lettura, l’alzar d’occhi sorpreso dalla stanza e ancor preso dalla storia. Il bisogno di qualcosa di caldo che accompagni e racchiuda i pensieri ha allungato una mano. Ha cercato la tazza fumante, che ama quel silenzio e profumando l’aria. Il sapore si sofferma in bocca nei piccoli sorsi e ora gli occhi cercano. Manca solo una finestra con i vetri incorniciati nei riquadri di legno, il mare poco lontano che s’abbruna, mentre piccole creste d’onda rabbrividiscono di spuma alla sera. Dentro e fuori e poi ancora più dentro, i pensieri si sono arresi, abbandonati in balia del sogno e della realtà che parlottano tra loro.

non finisce

finisce e non finisce,

ciò che prima eccedeva, manca nel poco.

Era generoso e non me ne sono accorto,

ora si nasconde avvolto in cartocci malfatti,

si concede con parsimonia, si nasconde,

prezioso.

Di tanto splendore attorno,

del verde intriso dalla notte

del blu, soffuso prima che l’ultima luce lo lasci,

resta l’incanto sospeso e una domanda inevasa.

Non è lo stesso.

Sarà che andare è più fatica,

e lo è il tornare che non sia vecchia abitudine:

le età hanno dato e attorno molto è mutato.

Mi dico che è solo il cuore che batte irregolare,

che ancora s’ emoziona nel traboccar di stelle,

occhi stretti nel dormiveglia,

lampi di nervi e difficile sonno.

I sogni si sono raggrumati in pallottole di spago e di stracci,

da dipanare se si volesse capire il vivere,

cosi l’attesa della luce è la stanchezza della bilancia,

del faticoso equilibrio,

d’un coltello triangolare che senza piacere posa nell’incavo d’agata:

aggiungono pesi sui piatti,

o tolgono, senza rammarico, quello che ora sembra eccedere,

e prima non bastava.

Ciò ch’era sin troppo ora manca,

e se non finisce, si trasforma come ogni cosa:

difficile consapevolezza che al cuore poco consola.

Serve tempo, raccolto a mani aperte,

tempo stretto a pugni nel mucchio

da lasciare con dolcezza perché tale resti l’incompiuto.

Completare le frasi sino al punto e pensare,

ancora pensare mentre batte il cuore piano, e il corpo si posa,

ch’esso su di sé ora s’adagia,

e fila il tempo e la bilancia è immota;

dopo inizierà un’altra frase,

un altro discorrere di cose ormai quiete,

nel dire sommesso di pensieri che vagano oltre

le nuove cose e insieme l’antico.

Ciò che sembrava lasciato torna senza chiedere conto o ragione

e così giunge, il mattino,

impallidisce la luna

e il cielo s’imporpora nel pudore della notte

vissuta assieme a una stella.

identità

Mi facevi notare che a volte scrivevo in seconda o terza persona. Eri indecisa se parlassi di me o d’un altro che m’assomigliava. Non è semplice spiegarlo se non ci si è abituati, semplicemente mi osservavo e cercavo di dire ciò che vedevo. Anche i pensieri osservavo. E così le passioni, i desideri, le sconfitte, le attese di futuro, le speranze. Osservavo il tempo, sentivo il suo incalzare, se era gestito da altri e diventava un’imposizione, mentre ne vedevo la lentezza del suo scorrere in me. Mi sembrava d’essere sempre un poco indietro, di capire in ritardo e allora assistere diventava naturale. Lo sai che cambiare in fretta è difficile. Ti sei mai chiesta perché lo sia e invece lo si pretenda dagli altri, dalle situazioni. Forse è quell’essere indietro, quell’accumulare ricordi, che ci lega a un vissuto comparativo. Le cose sono spesso accadute, le situazioni, ripetute e pur desiderando il nuovo, credendo fortemente che ogni volta sarà diversa, qualcosa ci frena. Un attrito interiore che mette in moto l’esperienza e al tempo stesso la nega, una bella condizione per un moto lento e meditato. Dovremmo apprezzarlo anche se tutto attorno ci chiede di correre. Le cose scorrono in una direzione che poi la chiamiamo Karma o Daimon poco cambia, è una sequela di noi stessi. Un approssimarsi che dovrebbe fornirci un ritratto veritiero di ciò che siamo, che vorremmo essere e trovarne una sezione aurea che che si chiami moderata consapevolezza o felicità di esistere perché siamo noi. Quel noi che intuiamo e che nel mio caso, ma non credo sia l’unico, anzi, osservavo e osservo. A volte stupito e molto più spesso annoiato del conoscermi. Nel mutare solo il caso ci aiuta, e non so se sia bene, perché esso, come un sauro ha spesso gli occhi chiusi, la pelle a scaglie e repentini moti di coda. Si muove per suo conto con una logica tellurica e mai consequenziale secondo la nostra povera ragione intrisa di sentimento e di attese. Comunque nell’uso della seconda o terza persona singolare, non calcolavo nulla e neppure attendevo molto. Solo che le cose trovassero un loro ordine, anzi che si allineassero alle parole e trovassero un senso così forte da essere univoche nel loro esprimere ciò che esse raccontavano. C’è sempre uno scarto tra la consapevolezza e la realtà, come vi fossero due realtà disponibili: quella sentita e quella che va per suo conto e sembra ignorarci. Tu di che realtà facevi parte quando mi ascoltavi, mi leggevi? Posso risponderti con discreta certezza: eri nella tua realtà. Sembra banale, ma quella realtà la facciamo coincidere con quella di chi ci parla e invece quasi sempre si agisce per percorsi consolidati, non si seguono vie corte e lineari. E se ci sono difficoltà che ci riguardano si mettono in fila le scelte su tortuosità compatibili. Ciò non tocca la verità, anzi in un qualche modo la crea, precisandola. E allora usare la seconda o meglio la terza persona singolare permette di porre domande gentili, di far avvicinare le realtà. Si può rispondere o meno, essere d’accordo o discutere perché entrambi parliamo di qualcosa che conosciamo, che avrà i suoi punti deboli, ma anche qualche modesta qualità, riconosciuta da entrambi. E così facile trovarsi d’accordo sugli altri ed è invece un esercizio di pazienza reciproca e di comprensione profonda trovarci d’accordo su noi. Trovare i tempi giusti, superare i modi di dire, lasciare che l’intuito abbia un posto importante ma non sia tutto. Ebbene, tutto questo questo scivolava fuori dall’io e andava verso la terza persona, ma non quando eravamo vicini e soprattutto quando mi rivolgevo a un ascoltatore che potevi essere tu ma anche un po’ più indeterminato. Tu non solo non lo capivi ma sembrava darti un leggero fastidio questo modo di scrivere e anzi sembrava un volersi dare tono mentre in realtà lo toglieva. Credo che in ogni conversazione che voglia avere una sua profondità, e quella non l’affidiamo a un blog o a uno scritto che chiunque può interpretare a suo modo. Carrère proprio in questi giorni ha dovuto dire che ciò che nei suoi libri era riferito a se stesso o a chi gli stava vicino non era la verità. E poteva dire altro? Anche se fosse stato così, e certamente lo era, ci sono punti di noi che raccontati da altri, fanno male. Il masochismo nel vedersi dentro e fuori, è un’arte difficile, che, anche se praticata, spesso viene occultata e chiamata con altri nomi, sulla quale vorremmo sempre essere contraddetti, ma in meglio. Cioè vorremmo che gli altri che ci interessano ci vedessero meglio di come ci vediamo noi, almeno per farci venire un dubbio. E questa in fondo è una cosa allegra, cioè avere un’analisi e un’opinione propria e sperare di essere contraddetti per sorprenderci sulla nostra identità. Così come viene percepita e magari convincersene. Insomma un po’ di realtà altrui a volte fa pure bene, anche se parliamo in seconda o terza persona singolare.

sillabari

Libro destinato alla dissoluzione prima della fine dell’anno. Ricco di figure, di lettere in corsivo tracciate con cura. Silloge di esercizi per il polso, per le dita perennemente inchiostrate, per la testa che anziché star dritta tendeva ad appoggiarsi su una spalla preferita. La mia era la destra. Guardando sottecchi, al limite dell’assopimento vedevo, con volonterosa disperazione, l’inabilità assoluta al tenere insieme penna, inchiostro, carta, mano, mentre il pennino tracciava una curva in prospettiva, l’asta che svettava oltre il dovuto, puntando al cielo. Non le bastava essere tagliata per avere moderazione ma finiva sulla riga sopra. A curiosare cosa avessero fatto prima altre lettere e come si fossero raccolte in crocchi di piccoli significati. Ma non era sufficiente per i piccoli mezzi che avevo poiché c’era un verticale scendere di altre lettere che non s’accontentavano della propria curiosa forma di superficie ma si tuffavano in apnea verso l’abisso e volevano pescare altrove pesci riottosi a lasciarsi scrivere. Nuove lettere. Nuovi impervi significati. Pensieri trasversali. Al richiamo del dovere, il mondo del sillabario e del quaderno ritrovano un’ orizzontalità di segni e il confronto era impietoso. Là un nitore di segni, di piccoli disegni che ammaliavano le parole con i colori dei frutti, degli oggetti, persino di qualche figura che faceva gesti semplici. Qui un insieme di segni picchiettati da piccole tracce di nero inchiostro che con fatica rinserravano le fila di un esercito sconfitto; radunato in plotoni sghembi, privi di quella guida sicura che di certo aveva quello che aveva scritto il sillabario. Fantasticavo di crescere e di scrivere a mia volta sillabari, di tracciare lettere difficili, di corredarle di disegnini esplicativi, di mettere nelle righe la perfezione delle forme, l’opulenza delle curve e il verticale arrampicarsi o scendere delle aste, ma tutto con altri e nuovi significati. Perché oltre a riconoscere il gatto, la mela, il grappolo d’uva, il bimbo che corre, il tavolo e molto semplice altro, mancavano nei disegni e nelle parole tutti i sogni e le cose che affollavano il mio lessico quotidiano. La paura ad esempio non era raffigurata, il sonno era sempre tranquillo sotto coperte scozzesi privo dei piccoli incubi dell’età, la corsa non aveva le tracce sanguigne che rigavano le mie ginocchia e le conversazioni erano recite che non assomigliavano alle discussioni, invariabilmente seguite da rovinose sconfitte, che costellavano ogni mia deviazione da un protocollo di divieti dove il bello e il buono erano vietati e permessi solo la fatica, l’immobilità e rumore quieto, senza gioia e alle domande era preferibile il silenzio. Quindi nei miei sillabari, quelli che avrei scritto, doveva esserci spazio per lettere nuove, per vocaboli inusitati e molto vicini alla realtà di quando m’azzuffavo con qualche compagno. Lettere che esprimessero non la staticità e la compostezza ma la dinamicità delle gambe che non erano mai ferme neppure da seduto, i pensieri che vagavano e si stupivano di ogni cosa nuova, l’attenzione che si doveva porre in ogni nuovo gioco, la curiosità impertinenti per le discussioni e le parole dei grandi. Insomma dovevano crearsi libri e quaderni nuovi, zeppi di lingua e movimento, di fughe, di avventure e di tenerezze cercate a casa tra le braccia della mamma o della nonna. Le monellerie che non erano poi tali ma semplici digressioni di una vita altrimenti monotona e priva di stimoli, dovevano trovar posto e voce in questi sillabari, che avrebbero contenuto la vita bella e avrebbero dialogato con quelli che si disfacevano in corso d’anno, maestri di un’altra vita da combinare e tenere assieme a quella vera.

Credo che la voglia di costruire un mondo fatto a misura di bambino fosse nella testa che s’appoggiava al braccio, che già s’assopiva per fatica d’ordine e carenza di risultato. E che già conoscesse inconsciamente il significato del corrispondere tra suono, lettera e significato racchiusi in un ideogramma della mente. Quella mente che procedeva per bisogni, desideri, paure e gioie frammiste e li esprimeva, li tracciava con i segni sui muri. Da quel capire nativo ne sarebbe venuto anche un sillabario del bene necessario e di quello superfluo da prendere con parsimonia. Come fosse un medicamento. L’ordine era una medicina che ci avrebbe cambiati, non guariti, forse avrebbe dato un senso alle cose dei grandi sottraendo significati e divertimento da ciò che vedevo e che i miei amici capivano immediatamente: un bastone era una spada o un fucile, una molletta una locomotiva o un vagone, un sasso era una pallina, un tappo era un ciclista che avrebbe corso in una pista fatta di polvere e un pezzo di vetro una lente per guardare il sole. I sillabari che avrei voluto scrivere riguardavano ciò che gli adulti non vedevano, con i segni che avrebbero rappresentato le cose trasmutate in altro. Erano il sentire l’emozione, il muoversi, il corpo che collaborava ed era tutt’uno con la realtà. Ciò che per gli adulti era fantasia e finzione era l’unica realtà che conoscevo a menadito e che se essi non la vedevano era per loro cecità, non per mia o nostra colpa. 

di mammut, piccoli fallimenti, ideologie e altro

Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.

Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.

Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è. 

l’equinozio del laico

Finisce l’estate tra le cannonate di Porta Pia. Polvere, squilli di tromba, passo d’assalto. Sono bersaglieri. Una diceria racconta che il comandante di una delle batterie piemontesi fosse un capitano ebreo, un Segre, che doveva evitare la scomunica a quelli che l’avrebbero seguito nell’abbattere la porta. Storie. I piemontesi in armi erano scomunicati già dalla presa di Bologna del 1860 e questa seconda scomunica che avrebbe aggiunto alla prima? Lo stato laico era alla porta e il Papa si sarebbe ritirato sdegnato. Forse più dai francesi e dagli austriaci che non avevano saputo difenderlo, che da questi liberali ben poco giacobini che venivano da un piccolo regno di chiesone di mattoni rossi e molto baciapile. Mezzi francesi, massoni il giusto, mica ce l’avevano con la Chiesa ma gli serviva un simbolo laico. Roma. La stessa che era stata conquistata con una falsa donazione di un imperatore pagano, Costantino, e usata come cava di pietre e mantenuta con una altalenante, reale, presenza di Papi che aveva avuto del buono e del meno buono. La religione non è democratica e forse neppure la laicità lo è. Comunque la conquista della laicità comportò delle perdite. Da entrambe le parti, e a parte i fantaccini caduti sul campo, ci fu un’acredine nuova che divise. I nobili si chiusero nei palazzi e in segno di lutto sprangarono il portone principale, esponendo un drappo nero. Fuori, invece, bersaglieri e fanti ovunque, in frasche e osterie parate a festa, finiti a rigatoni e “fojette”. I romani non fecero quadrato, ma vinsero e festeggiarono con l’invasore. La laicità economica del regno durò finché ci furono affari da fare con l’acquisizione di proprietà ecclesiastiche, quella politica teoricamente fino al patto Gentiloni, ma già da tempo giravano voti che favoriva l’uno o l’altro dei candidati al Parlamento.

Finisce l’estate con un momento in cui giorno e notte sono uguali. In fondo questo dice la laicità, ovvero che un pensiero non ha prevalenza sull’altro, che la notte dell’uno può essere illuminata dal giorno dell’altro, che la spiritualità è faccenda personale e non di stato, ma ciò non le impedisce di misurarsi e dialogare con altro. Fosse pure la sua negazione. È questo che si è imparato oppure cresce l’insofferenza per le idee altrui e soprattutto crescono le contrapposizioni tra uomini. Un odio spicciolo, virtuale e concreto che pervade il mondo e nulla ha a che fare con il credere o meno ma piuttosto con l’assenza di un ribadire che il noi, l’insieme è un valore assoluto, che i tre principi di eguaglianza, libertà, solidarietà sono una guida laica e spirituale assieme, per le vite e gli Stati. Sogni di vecchio laico, che dovrebbe sapere che depositata la polvere di Porta Pia, già lo stato cercava assoluzioni altrove. Il nuovo è che in quest’anno molesto, la confusione continua e l’uomo si ritrova più piccolo di un pezzetto di virus. Neanche uno intero, basta un pezzetto di qualcosa che neppure sarebbe vita e tutto comincia a scricchiolare. Politica, economia, persino il clima va per suo conto. Vorremmo certezze abbiamo precarietà. Il tema è come rendere gioiosa la precarietà? Dare ad essa la possibilità d’apertura verso nuovi equilibri.

Siamo stati rintanati mentre volevamo volare, prigionieri di libertà consumate, pagatori infedeli, sudditi e poco cittadini. Fino al voto. Non è successo nulla che non fosse segretamente in corso da tempo. Il fatto è che il tempo non è solo quello cronologico, ma quello delle cose, dei fatti che lentamente maturano e pian piano si mettono in moto, scorre come lava sotto il terreno e lentamente spinge in una direzione. All’estate quella direzione non piaceva e chissà cosa ne penserà l’autunno in questo giorno equanime. Credo che abbia le sue risorse, molto tenere e laiche, perché è la stagione della vicinanza, dell’apprendere se pensiamo alla scuola, del sentire la casa dopo le vacanze strane di quest’anno. È la stagione degli amori quieti, delle mani in tasche non proprie a cercar calore, dei baci dati nella luce che scema, nell’incongruità di improvvisi calori e di altrettanto inattesi freddi. È il tempo del profumo della carta e dell’inchiostro, delle luci che s’accendono prima e del camminar più svelto. Un fumo di castagne arroste annuncia l’arrivo del bastimento di foglie seccate, del vento che le spinge come le vele di un clipper pieno di the d’oriente Gli occhi si alzano e vedono il colore che incendia gli alberi prima di consegnarli al sonno. Sul mio tavolo, piccole piante ascoltano e si chiedono se la laicità sia il vivere con lo spirito ma senz’altre regole che non siano quelle proprie e quelle comuni di un’umanità ch’è fatta di eguali bisogni, di solitudini confrontabili, di amori necessari e d’un immane non detto che ognuno porta con sé per timore del riso e del compatire, ma è in realtà ciò che tiene assieme il mondo, ovvero il bisogno e l’attuazione dell’amore. Di ciò che ci manca al riso e al pianto, di ciò che è misericordia verso di sé e consolazione, di ciò che davvero ci rende uguali e laici nel bisogno di capire ed essere compresi, amati, visti, ascoltati.

p.s. Buon equinozio a tutti voi e portate pazienza per un provar mio che seminerà di parole e sentire questi giorni.