L’ auto s’inerpica nella sera,
le curve si susseguono,
i fari illuminano case spente,
alberi fitti come palizzate.
Gli alberi sono alti e giovani,
la storia dei boschi antichi è svanita dal ricordo,
la pianura e il monte, erano un mare
un’immensa distesa di verde
labirinto e simbiosi di vegetale e animale.
Per curve ripide, si sale,
e il bosco circonda sasso e asfalto,
fino alla spianata dei cimiteri,
dopo la strada prosegue senza più case.
Fino in cima.
Qui combatterono a lungo fanti che venivano da diverse pianure e mare,
lingue diverse,
diverso modo di tagliare il pane.
Spesso non sapevano perché dovevano morire,
e tutti avevano un amore a cui tornare.
La guerra è semplice,
non ama gli uomini e le cose
ed entrambi uccide.
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gente di pianura
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Viviamo vite quasi eguali in pianura,
perduti in città sonnolente con troppi turisti,
la povertà e le paure si mescolano
tra impoveriti e periferie maltrattate,
bambini senza cortili
e troppi bar senza amici.
Dove le case diventano ornamento di strade,
I camion e le auto passano veloci,
lasciano veleni nell’aria
e sembra non ci sia nulla da vedere.
Dietro la quinta di case e supermercati,
ci sono orti e quartieri e poi la campagna.
Terra arata, fossi e canali.
Luoghi da camminare senza fatica,
un po’ di veleni nell’acqua e nei campi,
alle scarpe s’attacca un fango
grigio, marrone, pesante e privo di storie,
e le rane da due anni sono sparite dal fosso.
Campi arati e piccole aree industriali,
con stipendi tirati a fatica,
gavette e panini nei bar,
e dove lavorare fa male,
C’è un tempo che capisci dove vivi,
molto del mio tempo era al lavoro.
La notte arrivava e gli occhi erano stanchi,
spegnevo la luce
e dall’alto seguivo i fari sulla tangenziale,
poi lo sguardo saltava la città e si perdeva nei monti,
Immersi nel buio con i tornanti tracciati dai fari.
Un poeta avrebbe trovato l’uomo e il lavoro,
tra luci gialle e fumi di fabbriche che non fermavano mai,
Vedevo solo la fatica,
sentivo i pensieri per chi era a casa,
il viaggio, i bimbi, la cena,
le parole prima di dormire,
il sonno e il risveglio.
Di nuovo la fabbrica che non si fermava
che non sentiva il freddo e la nebbia,
il caldo che si sommava,
solo il tempo in cui fare in fretta le cose
destinate a un altrove.
Li un tempo c’erano campi,
e aie, e case e galline,
Non erano meno poveri e neppure più felici
Ma era la terra lavorata da sempre,
la fatica e il vino cattivo d’osteria.
Serve un poeta per sgranare dagli uomini, lo spirito dalle cose,
per vedere nelle strade le case,
il lavoro, nel crescere, le vite
Non sono adatto.
Ma c’era poesia in quella fatica
che bagnava la terra
e disperazione ad ogni grandinata
in ogni malattia, in ogni albero che non fruttava.
C’era disperazione e speranza
e fegati e schiene dissolte dalla fatica.
La pianura era l’arte che legava il tralcio col salice
ma la fame era la stessa di chi si perdeva
tra pennellii e colori,
tra assenzio e cocaina,
in tuguri dove il genio faceva.
Qui c’era solo vino e fatica,
sudore infinito diluito con la fame
E nessuno che scrivesse
dei dannati senza gloria,
dei margini della città,
del lavoro senza sosta,
fatica è sapere e condanna
e chi ne ha frutto non vede
e neppure conosce.
briciole
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Dopo la pioggia, la luce si è distesa, è satura di riflessi,
illumina l’aria ancora indecisa se portare l’annuncio del freddo,
però gli uccelli, che sanno la stagione, s’avvicinano a casa.
Ricordano le briciole dell’anno passato,
la porta che s’apre di primo mattino,
l’umido caldo della notte che esce,
e le mie parole che parlano loro
ma sono solo suono.
Sono tornati indecisi d’incontro,
prenderanno coraggio
verranno vicino alla porta,
piegheranno il capo per scrutarmi
e poi si fideranno.
Viviamo in tempi complicati,
pieni di pieghe e d’anfratti dove la luce infeltrisce:
in essi s’annida rassicurante il passato,
ma molto muta,
è rapida la stagione del mondo.
Si saggiano equilibri,
nefandezze e grida d’aiuto,
emergono altrove entusiasmi,
ma nulla è silente agli spiriti liberi.
Netto il confine del nuovo,
feconda la possibilità dell’umano
con meno dolore e ingiustizia,
ma è anche baratro del male,
in cui si trascina il peggio dell’uomo.
La mia generazione pensava di aver qualche merito, nell’esser vecchia e stancamente felice,
ora misura la sua forza residua nelle piazze,
dopo aver molto dissipato,
chiede umanità e vita per aver qualcosa da dare,
si chiede cosa lasciare che non possa essere annientato.
Vorrebbe non essere responsabile,
generazione stanca e pasciuta,
di miti geometri che misurano speranza e buone parole.
Ma solo resistere e difendere il buono
è continuità della specie.
Tornano gli uccelli,
nel profumo di caffè, attendono briciole,
si fa strada un pensiero:
Tu che puoi fa che la memoria non sia mai delusa dal nuovo.
otobre
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De otobre gò na rasòn vecia, quasi antica,
fata de odor de tera smossa,
de caminar pai campi,
de ale spaurie,
sbatue via dal volar suo.
Chissà cossa pensa l’oseo che scampa da un sciocco e dai baini,
da un movere de foje, da un sciopo,
col core ch’el vola verso el cielo sperando,
de scampar, nea paura sua,
che un dio a sò misura gabia un poca de atension,
par lù poareto
che poco el pesa ma el canta e el vive.
Non pol dir gnanca otobre maledeto,
nol gà i mesi, un lunario picà in casa,
solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,
miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè
e intanto el scampa, sperando
e con l’oseo anca noantri speremo
che’el cazàdor sia un fià orbo,
o almanco sbalà nel tràre.
De otobre che xe l’aria colma de odori sciaresai dal primo fredo:
de fumo lontan,
de caldo vizin na fiama,
de altro e pur tanto,
che mai se podaria metare dentro ‘na fotografia.
però el ghe xè, e basta snasar e vardar
almanco un fiantenin,
solo par capir dove se zè,
dove semo rivà,
dove se podarave ‘ndar.
De otobre gò scarpe piene de fango,
que’o che deventa duro come piera,
gò el brivido in tea schina,
del primo fredo che zà el conta ‘a sera,
gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,
‘a vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.
De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna,
na siarpa, un primo paletò,
gò l’acqua del fosso che varda de matina ‘a brina,
el rosso del tramonto che ga pressa de impisare ‘a notte,
gò tuto queo che ghe xè
e no poco manca
ma questo miga dipende da lù,
da otobre,
dipendarà pur da mì
e cussì meo godo pensando
che no xè passà un mese,
na stagion,
ma n’altra de novo xè rivà.
la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco. È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.
Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,
fatta di odore di terra smossa,
di camminare per i campi,
di ali impaurite,
gettate via dal loro volare.
Chissà cosa pensa l’uccello che scappa da uno schiocco,
da un muovere di foglie, da un fucile,
col cuore che batte forte verso il cielo sperando,
di scampare, nella sua paura,
che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione
per lui, poveretto.
Non può neanche dire ottobre maledetto,
non ha i mesi, un lunario appeso in casa,
solo quel pochino di vita che però gli pare molto,
non pensa a quel che sarà, ma quello che è,
e intanto scappa, sperando,
e con l’uccellino, anche noi speriamo
che il cacciatore sia un po’ orbo,
o almeno squilibrato (sballato) nel tiro.
In ottobre l’aria è colma di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:
di fumo lontano,
di caldo vicino alla fiamma,
di altro e pure tanto,
che mai si potrebbe mettere in una fotografia,
però c’è, e basta annusare e guardare,
almeno un pochetto,
solo per capire dove si è,
dove siamo arrivati,
dove si potrebbe andare.
In ottobre ho scarpe piene di fango,
quello che diventa duro come pietra,
ho il brivido nella schiena,
del primo freddo che già racconta la sera,
ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,
la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.
In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,
una sciarpa, il primo paletot,
ho l’acqua del fosso che guarda di mattina la brina,
il rosso del tramonto che ha fretta di accendere la notte,
ho tutto quello che c’è
e non poco manca,
ma questo mica dipende da lui,
da ottobre,
dipenderà pure da me,
e così me lo godo pensando
che non è passato un mese,
una stagione,
ma un’altra di nuova è arrivata.
11 ottobre
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A sera il pensiero acuisce,
libera ricordi,
all’impossibile dire
aggiunge imperfette parole,
poi il silenzio distilla le malinconie.
Penso a Te, insieme a chi amavi,
o da sola,
com’è stato per molto tempo.
Mi bastava saperti in buona salute,
cosa facevi di giorno, di notte
il tuo render nuove le abitudini,
i dialoghi strani e gli incontri fortuiti.
E mi sentivo sicuro nel mondo,
perduto nelle mie corse,
in quel perenne rincorrere la realtà
che lasciava spossati.
Mi chiedevo, negli anni più tardi,
a cosa pensavi,
la tua socievolezza aveva molte ore in cui eri con te,
e la televisione l’accendevi la sera.
Però s’invecchia se si lascia che il tempo ci metta in disparte,
a te non accadeva
e quando venivo a trovarti
mi accudivi come se la vita non fosse per entrambi passata.
Hai guidato con amore le vite,
anche quando eri sola,
tenevi la tua libertà,
difficile e piena,
restando un porto dove trovare rifugio.
Alle nostre distrazioni,
offrivi l’illimitata fiducia dell’amore,
ma cosa pensavi mentre gli anni passavano,
e piano, sfumava il lavoro.
Sfogliavi album e foto nella tua casa,
scorrevano anni e ricordi,
ma era adesso il tuo tempo,
tenevi fede al bisogno di pulizia,
cucinavi, mai per te sola,
e mentre arrivava la sera,
nasceva il bisogno d’una chiamata, per solo sentirci le voci.
Adesso mi manchi ogni giorno,
e sento che di noi tutti sono rimasto l’ultima traccia,
ma il filo di amore che ci avvolgeva le vite,
non s’è mai disciolto,
e ora trasforma la malinconia
nella gioia d’essere amato
e mi pare d’averti ancora vicina.
primo ottobre
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Il banco era troppo alto, eppure ero alto per la mia età, ed era troppo nero, troppo scomodo.
La panca di legno era parte del banco, anch’essa dura e troppo alta.
Ero scomodo e prigioniero di un ordine non mio.
Dietro le tende color ocra c’era il sole
gli spazi in cui correre e giocare,
ma tutto era stato inghiottito da un gorgo, ero in un altro mondo.
Avevo pianto poco, era bastato un abbraccio.
Mia madre aveva un bel tailleur principe di Galles, era commossa e bellissima, ed ero fiero di lei.
Mio padre mi aveva baciato prima del lavoro, avevamo condiviso amore e caffé latte, poi ciascuno per la strada sua.
Cose da uomini.
Eravamo tanti davanti alla scuola,
la generazione della speranza, nati dopo la guerra, conoscevo gli amici dei giardini, dei grandi, infiniti giochi, ma quanti altri bambini esistevano che non conoscevo.
Saliti gli scalini, percorso l’immenso corridoio, condotto alla porta della classe, era emerso lo sconcerto della novità. Ammucchiati come pecore eravamo in attesa d’un luogo dove andare. L’appello e l’altezza avevano assegnati I posti e, seduti, si era sperimentata l’attesa nel
vuoto del fare.
Poi I bell’italiano della maestra,
con un salmodiare per frasi brevi, ricche di parole inusuali.
La mia lingua madre veniva accantonata, ma non lo sapevo ancora. Sarebbe stata la prima violenza a cui resistere, forse la più facile e una delle poche davvero vinta.
Gli alberi del giardino della scuole
scuotevano chiome in via di dissolvimento, volavano foglie e rami secchi, l’occhio esperto valutava la graniglia e lo spessore del terreno, poco buona per correre veloce, ottima per togliere la pelle.
Sarebbe stato un giardino precluso,
tolto dalla didattica, e riservato alle rare adunate collettive.
Eppure in esso c’era il tempo, le stagioni, la libertà vista dalle finestre.
Vicina, possibile, lontana.
Con una macchia iniziava la mia scuola, maldestra la mano, traditore il pennino, infingardo l’inchiostro.
Per cancellare il primo degli innumeri sbagli, ho tolto la pagina,
e invece l’insegnamento era che nessuna pagina doveva essere tolta,
che ogni cosa ci apparteneva, e aveva un posto in quell’aggiungere infinito che iniziava.
Ma questo l’ho capito molto dopo.
E il banco restava scomodo come il dover essere altro.
Alle 12.30, in buon ordine si usciva e mia nonna mi aspettava.
notte e giorno
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Le mani di notte sentono la tela,
stropicciano la trama tra le dita,
è sussurro che lega il sogno,
all’arreso serrare dei fili.
Un risveglio nel buio
accompagna i pensieri,
con una resurrezione irta di ricordi,
e sangue scommesso che canta nelle vene.
Tornare oltre ciò che fa male,
che non muta e assale,
ascoltare la casa che s’assesta,
e abbraccia
già dimentica della vampa dell’estate.
Tornare e non conoscere la strada,
solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia,
anche il riposo ha senso.
Così s’allinea il sogno al giorno,
come era un tempo,
nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno,
e la voce quieta che risvegliava il giorno.
Allora il profumo del pulito era casa
e annunciava un ordine facile,
a cui si uniformava il mondo,
essere era la gioia della luce,
mai negata dal fresco dell’ombra
e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore.
Notte e giorno
a dar vita al tempo.
estati bambine
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L’estate cantava con le cicale
e nel cotone delle tende da sole,
entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali,
poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole,
le cicale in un ossesso finire,
le tele in solerti pomeridiani silenzi.
Il tessuto aveva un odore di cotto
diverso da quello della pietra e del legno,
la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio,
quando i giochi finivano,
e la pelle odorava di sudore e di polvere,
poi l’acqua a rigare il sapone,
le ferite da pulire,
il bacio e le lenzuola di lino
piene di fresco
per il corpo e la notte.
In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole,
nella casa vuota di noi,
ma piena di schiocchi di legni e di cose.
Ballava la polvere in lame di luce,
si mescolavano I profumi
dei vecchi mobili
delle loro storie e case vissute,
volti confusi in fotografie
infilate nei vetri.
Cose in attesa osservavano
l’alternare della luce e del buio.
Nulla ci mancava,
e la vacanza travolgeva,
neppure troppo lontano.
Il mare, le dune, le nuove abitudini
portavano profumi diversi,
conosciuti dagli anni passati,
ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori,
noi cambiavamo senza sapere,
come se tutto quel mondo di piante
di sabbia, d’acqua salsa, di cose
arroventate dal giorno,
nel buio spendesse I suoi roridi umori
in amplessi dolci, lunghi e silenti.
Qualcosa accadeva
sommerso dai giochi,
emergeva nello scoprirsi nuovi
anche negli sguardi scambiati.
Atttese senza nome,
pensieri curiosi, potenti,
senza parole adatte,
ancora innocenti.
Tornavamo a settembre,
le case avevano vissuto,
qualcosa non era al suo posto,
ci si ritrovava nei profumi,
nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio,
nelle verdure d’estate nei piatti,
nei giochi che la casa
riannodava a noi e alle cose.
Settembre già odorava di carta e d’inchiostro,
di banchi scrostati,
di fatiche e complicate promesse.
Vivevamo in giorni a mezzo
cavando dall’incoscienza
giorni di corse felici,
di tempi infiniti,
di estati passate senza timore d’autunno.
E la tenda da sole ci rassicurava,
con il suo profumo di cotone bruciato,
con il calore che ancora fermava.
Non cantavano più le cicale
ma finché lei restava
non sarebbe finita l’estate.

pleiadi
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Il cielo si è coperto di nubi,
ora è azzurra la linea dei monti
e c’è calma di vento
a quest’ora i marinari guardano l’orizzonte
e vedono la casa,
i volti amati, la cena sulla tavola.
Sale la nostalgia dell’essere lontani,
l’amore è sentire che lega
e che lascia,
un luogo dove approdare.
Tra le cime sfolgora la luce
si riflette l’ombra nella valle,
tornano dai boschi i villeggianti,
nel verde che incupisce,
i cani si chiamano tra le case,
le auto s’affrettano verso qualcosa.
La sera sospende la luce,
e ogni creatura lo sente,
è il tempo di raccogliere il giorno,
nel silenzio che scende con la notte,
adesso altre voci si rincorrono,
sbagliano il tono
e si sospendono indecise.
Attendono.
Stanotte le pleiadi manderanno messaggi,
si rinnoverà il mistero,
e più forte la speranza,
qualche scia taglierà il buio,
e i visi verso l’alto additeranno
ciascuno gemmando un segreto
e un sorriso che non si vedrà.
la nostra povera casa

In queste distese d’azzurro e grumi di bianco,
nel cieli immensi di luce
mettiamo le attese che la stagione ci dona.
Ha un senso l’oro del grano allo sguardo,
il suo essere seme,
e poi verde
e fatica di crescere ritto,
ma ora balla nel vento
e racconta di Mesopotamia,
di laghi di terra e di canne
dove l’acqua bacia le sponde
e la sera I pesci balzano
all’aria che profuma di fresco
a cogliere petali dal vento.
E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra,
leggendo l’antica sua scrittura
nell’abitudine nata dall’uso,
e la cura che resta e riceve
percorsa dal gelo e dall’erba,
pulita dalle piogge che versa al profondo.
Tutto ritrova il suo luogo,
nell’esatto comporre del silenzio, le cose,
dove il suono è ornamento
e l’appartenere un canto felice.
Essere parte che sente la cura,
del molto ch’è stato
e dell’immenso che attende.
Un mostrarsi alla luce,
donato a chi vuole capire
e non dice di sé, umiltà
ma la pratica
sorridendo nel dare,
grato per ciò che riceve.
Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue,
coltiveremmo il nuovo e la memoria
nello stesso giardino
e la nostra povera casa di scarsa considerazione,
sarebbe rifugio che aggiunge e preserva.
Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia,
compitato e accolto con rispetto
a vederne la bellezza nascosta.
Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno,
così in una penna
o nel vivere attento e lieve
c’è il pensiero che resta.
E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto
dai nostri infiniti mondi possibili.