buon compleanno Papà

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Ciao Papà, oggi è il tuo compleanno, ne sono passati di anni ma tu continui a vivere con noi, a parlarci di cose che avevamo messo in disparte e a illuminarle di significato attuale. Ci parli anche di futuro e noi lo facciamo con te. Diversamente da un tempo, perché siamo diversi ma siamo uniti dallo stesso amore. È stato un anno strano e difficile, la pandemia si è insinuata dappertutto e ha cambiato le nostre vite anche se siamo riottosi a capirlo e appena si apre uno spiraglio ci intrufoliamo in quella che sembra essere una normalità. Ho notato che abbiamo perduto la nozione di tempo, che i progetti si sono disfatti in cose più semplici, che si adeguano al presente. Viviamo di presente e tutto il resto sembra lontano anche se accade e ci sorprende in continuazione.

Chissà se è accaduto anche a Te con la spagnola. Eri piccolo e il peso di capire cosa accadeva, l’ha portato la Nonna. Un peso immane dal quale Lei ha tolto ciò che era necessario per vivere e per crescerti ma ha conservato il resto dentro di sé trasformandolo in fatica e forza per sopportarla. Come avrai vissuto quegli anni, Papà, me lo sono chiesto spesso perché essere un ragazzo e avere già responsabilità, fare un lavoro pesante, era difficile e Tu, non solo l’hai risparmiato a noi, ma ci hai circondati della protezione e amore che dovevano evitarci quanto era stato per Te, emotivamente pesante e difficile da vivere. Nei tuoi occhi, nel tuo bel viso c’era la calma delle parole necessarie e il silenzio dell’ascolto. Ho spesso pensato che tu ascoltassi anzitutto l’amore che ti circondava e lo travasassi dentro di te per colmare quei vuoti che la guerra e la spagnola avevano creato. Sapevi ridere Papà, capivi profondamente che essere semplice non è facile ma è sempre possibile, e che le risposte non avevano bisogno di giri di parole e tantomeno di menzogne.

Finivi i tuoi lavori e apprezzavi la bellezza dove essa si manifestava. Poteva essere una situazione nuova, una cosa ben fatta, una giornata di vacanza, una partita di calcio o di carte, ben giocata. Forse per questo ti sentivo sereno e forte, perché con delicatezza camminavi nel tuo tempo e lo condividevi con noi.

Ho avuto modo di vedere la tua abilità e precisione nel lavoro. Per Te non esisteva un lavoro malfatto oppure lasciato a mezzo. C’ho pensato molto Papà, guardando alla mia vita, dove i lavori che non si sono compiuti come avrei voluto non sono stati pochi. Le circostanze, si dice così, non l’hanno permesso, ma la sensazione è che ho messo poca della caparbietà che mi hai insegnato nel fare le cose. Mi sarebbe servito ben più a lungo, il tuo aiuto e consiglio Papà, e sarebbe servito anche a mio Fratello, ben più bravo di me, ance se per altre cose, perché lui t’assomiglia e le sue imprese le conclude bene.

Ho pensato che attraversare il secolo delle grandi passioni non solo era difficile nel vivere, ma lo era ancor più nel farlo, mantenendo le proprie idee. E le tue erano idee difficili, giuste e controcorrente, forse da questo conservarsi integro sono maturati i tuoi silenzi, il non vantarsi mai, il difendere la famiglia e noi tutti contro ciò che ci poteva nuocere. Proteggere, pensare diversamente e vivere del proprio lavoro, una vita piena dove non c’era tempo se non per godere della bellezza di stare assieme o di vedere le cose nella loro perfezione.

Hai vissuto troppo poco per noi e per Te, ma così intensamente che il tuo segno è nei pensieri che abbiamo e non ci accorgiamo dove nascono, nelle cose che condividiamo con Te sentendole anche tue.

Tu, nostra radice assieme alla Mamma e a chi vi ha preceduto. Nuovi e al tempo stesso eredi di un amore senza limite, di storie che si sono innalzate nel giorno e che poi hanno percorso la notte. Eredi di un gioire del vivere che vorremmo trasmettere ai nostri nipoti, ai tuoi pronipoti, che avranno altri tempi da percorrere ma vorremmo lo facessero con intensità e passioni giuste, con lunghe vite e molte opere compiute. Così, sempre in avanti nel segno di un discendere che trattiene il buono e il bello e lo consegna ai suoi figli. Come tu hai fatto con noi.

Buon compleanno Papà e grazie della vita donata che non finisce e ancor più capisce.

ciao come stai?

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Ciao, come stai? Qui la giornata è uggiosa, con molti pensieri, il tempo si sbriciola e assomiglia molto all’indifferenza che esso ha per le cose degli uomini. Pesa questo periodo in cui i progetti diventano piccoli, anzi scompaiono e hanno orizzonti temporali che non dipendono da noi. Essendo le giornate fatte di incombenze e consuetudini, scopro che mi addormento per non pensare, ovvero per entrare in una realtà diversa. Questo non costruire che sembra figlia dell’uggia nella sua definizione di noia mista a inquietudine, sembra una risposta ad una sorta di impotenza che si è scordata cosa deve fare e ne ha la sensazione ma non la forza né il ricordo preciso o la voglia.

Diversa la condizione di chi deve e penso a te nel nel tuo vivere non facile, e che intuisco, comunque pieno, tra figli e lavoro. Così sento che i miei sono problemi da poco, i progetti si sciolgono nel raccontarli e la stessa società è distante e imbelle nel mutare, così da generare per davvero una voglia di cambiamento. Però ho bisogno di fare cose, di esprimermi, e se la scrittura diventa un esercizio in cui cerco di mettere verità e sentire, cerco altre forme del comunicare. Prima ho ripreso in mano la macchina fotografica. La fotografia per me, è una delle tante cose di cui mi accontento, pur avendola amata e ancora amandola, del succedaneo di uno smartphone. Gli attrezzi, esigono impegno e attenzione, ragionamento, non basta il colpo d’occhio alla Cartier-Bresson, bisogna costruire e allora mi concentro sull’inquadratura, sul particolare, sul significato che le cose assumono per me come luoghi del vedere e della memoria. Guardo siti di fotografia e ne sono affascinato. Vedo che le persone, che a me piace fotografare, sono trasfigurate in immagini che restano. Come se ogni opera fosse davvero corrispondente a un’idea. Questo mi fa sentire inconcludente persino nei miei poveri tentativi in quest’arte apparentemente tecnica ma in realtà appartenente al comunicare profondo.
Ci sono troppe cose attorno e troppi pensieri e sento che dovrei acchiappare il vivere silente e confuso di questa stagione, per farlo più mio. Trasformare in spazio la necessità di silenzio e di distanza, togliere le troppe parole prive di contenuto e lasciare che prenda forma in poche piccole attività della mente, una nuova comprensione di sé. Una clausura senza porte che non siano quelle del bisogno di riordinare e dare importanza a ciò che accade.

Ho capito una cosa che dovrebbe essere banale e che ci riguarda ma che forse è una modalità della vita. Penso alle amicizie che si sono succedute e che ora rarefanno, anche con coloro a cui, in un determinato tempo, siamo stati molto vicini. Accade a tutti credo e certamente tra persone che sentono il bisogno dell’altro, che poi questa vicinanza si faccia meno forte e infine diventi solo un pensiero. Un pezzo di vita vissuta. Lo so che è naturale sia così ma capisco che accettare che lo sia, mi toglie qualcosa, mi fa sentire sbagliato nelle meccaniche delle relazioni. Ormai sono passati gli anni in cui saltavo da un pensiero al successivo e questo cercare di capire il bisogno di comunicare diventa più forte.

A Natale e Pasqua, un tempo, a casa, si scrivevano cartoline che compravamo nelle bancarelle delle piazze, c’erano immagini allegre di villaggi pieni di neve o di pulcini ansiosi di uscire dal guscio, e le parole erano sempre le stesse, una richiesta di com’era la salute, una finta ansia di vedersi presto, i saluti e gli auguri. Ti sembrerà strano ma questo filo esile e retorico, una fatica che mi veniva assegnata, teneva assieme persone distanti con DNA collegati, affetti tenui e ricordi antichi che affondavano in molti decenni precedenti. Quando si è gradatamente smesso di scriverci le vite si sono slegate e sono volate come palloncini lasciando al caso e alla buona volontà di comunicare le notizie su come davvero andavano le vite. Poi più nulla, come si fossero sciolti i vincoli che tenevano assieme storie e famiglie. Dobbiamo arrenderci a questo processo che ora sembra accelerare e se succede con la gran parte degli antichi amici, dispiace accada alcune persone, poche, che ciò che sembra una legge sui rapporti interpersonali sia così ferrea e che tutto si riduca al fatto di chi prenderà l’iniziativa per scrivere o fare una telefonata. Nell’epoca in cui non è mai stato così facile comunicare i rapporti diventano ancora più labili, si condensano in bolle e piccoli grumi che poi si dissolvono nel gran solvente della miriade di sollecitazioni da cui veniamo attratti. Così non so davvero di te e tu non sai di me ed è un discorso interrotto che ha lasciato molto da dire.

È un pensiero forse egoista, ma credo che le persone che restano siano poche e che questo dipenda da noi.
Fuori il tramonto ha dimostrato la sua capacità di rendere bello l’inquinamento, ma nei prossimi giorni il tempo peggiorerà e tornerà il grigio e il freddo, com’è giusto sia.

Buona serata e che la tua vita sia piena di presente che si fa futuro.

4 novembre

Pubblicato su willyco.blog 3 novembre 2015

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

buon compleanno Mamma, buon compleanno Nonna

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Quest’anno Vi scrivo a entrambe, Nonna e Mamma, nate lo stesso giorno e parte essenziale del mio sentire e vedere il mondo. Buon compleanno e grazie della vita che diversamente mi avete dato. Grazie per l’immenso amore ricevuto, per le domande a cui avete risposto e per i silenzi che mi avete insegnato.

Tu, Mamma, sei nata che finiva una pandemia, la spagnola, mentre tu, Nonna, l’hai passata tutta, ne sei stata contagiata con i tuoi figli e hai aggiunto una morte e un lutto a quello del Nonno. Tragedie mai davvero superate, ma rese parte della tua vita, che non ti sei rifiutata di vivere.

Come si è vissuto nel secolo breve, tra rivolgimenti di governi, guerre, timori e agiatezze disperse da trasformare in lavoro, in coscienza di sé e di chi vi stava vicino? Un secolo vissuto tra città e campagna, tra cose che mutavano rapidamente, viaggi interminabili, lingue straniere e poi rimpatri e difficoltà che sembravano essere alle spalle, per Te, Nonna. I tuoi figli piccoli, il Nonno in guerra, per finire ucciso in una dolina del Carso, la difficile ricostruzione di un luogo dove vivere, tenere assieme gli affetti, la capacità di cominciare a lavorare per vivere. Credo tu sia vissuta molto per quel figlio che ti era accanto: farlo crescere, dargli una educazione e un senso della dignità e della libertà, non era una cosa facile, ma l’hai fatta in modo esemplare.

E tu Mamma, quando hai incontrato quell’uomo gentile, eri una giovane donna, come sei sempre rimasta. Penso al primo pranzo a casa della Nonna, alla tovaglia buona e al conoscersi tra Voi. Non avete fatto fatica a mettere assieme senso di responsabilità, amore per quello che facevate e la vita, anche se il secolo breve apriva un’altra guerra e spediva di nuovo gli uomini in luoghi dove non si capiva perché si morisse e per chi. La storia di mio Padre è sempre la vostra, fino alla decisione di mettere assieme la famiglia. Difficile per una giovane sposa, anche di necessità dopo un bombardamento che aveva tolto tutto. Ancora una volta, ma queste erano cose, non vite. Fu anche una scelta, difficile per due spiriti liberi, ma per me bellissima perché cresciuto con entrambe, con un amore sconfinato a proteggermi e a riempire la testa delle storie del secolo che trascorreva. C’era sempre la città e la campagna nelle vite, poco distanti, frammiste di incontri, eppure così diverse: mio fratello cresceva con gli altri nonni, altre storie. Gli amori si incrociavano nello stare assieme tra noi e c’era un frammischiare le vite, diverse per esperienze, ma così vicine e silenti che parlando si apprendeva ciò che non veniva detto.

Tornavo in città, d’estate, la sera, stanco e pieno di un mondo che il secolo inghiottiva ma esisteva ancora ed era così diverso dal mio solito che capivo di non avere esperienza se non c’era una guida. La guida eravate Voi, con le spiegazioni e le vostre vite, così diverse, ma accumunate da gesti semplici, “vola on cafè” Sì ma de queo, bon”. “Lo meto su”. Non era la cuccuma che bolliva incessantemente tutta la settimana e che tu, Nonna, ravvivavi con tre cucchiaini di caffè la mattina e bevevi spesso, aggiungendo poi acqua. No, era il caffè della napoletana, fatto con cura e con un po’ di torta che lo accompagnava. Era il vostro modo di fermare le occupazioni diverse, di parlare, di immaginare i giorni che venivano. Credo che queì riti, assieme a tanti altri, vi abbiano tenuto vicine oltre le parole, anche quando ogni necessità di stare assieme era superata. Ed è stata una scelta non facile per due spiriti liberi come i Vostri.

Le Vostre vite si sono incrociate per una storia d’amore, ma ciascuna vita ha conservato i suoi punti di identità, le libertà e le esperienze così diverse. Vivere una vita mantenendo le proprie convinzioni, crescendo se stessi, i figli, i nipoti e poi sempre avendo il riferimento di essere portatrici di un disegno proprio, non è cosa facile. O magari lo è e lo fanno in molti, forse tutti, ma io ho sperimentato l’amore generato e aggiuntivo, su di me. Ho sentito il diverso sentire, farsi insegnamento, diventare vita e sentimento, ho avuto sempre la sensazione che oltre alla guida e alla sicurezza che ricevevo da Voi, mai fosse messa in discussione una mia strada, una crescita che poteva riguardare solo me, perché entrambe, come mio Padre, avevate un senso della libertà, dell’essere se stessi, che il secolo non aveva scalfito e da questo nasceva un antifascismo naturale che non aveva bisogno di spiegazioni: non subire imposizioni alle proprie idee. Forse è questo il significato dell’educazione, ovvero un lasciar crescere fornendo delle sicurezze e delle regole che aiutino a capire chi si è e dove ci si trova.

Oggi è il Vostro compleanno anche se ormai da troppo tempo gli anni si sono fermati. Non l’amore, mie Care, e se Vi sento nei miei gesti migliori è perché nessun amore ci lascia mai davvero e continua a parlare in noi.

Buon Compleanno Mamma. Buon Compleanno Nonna.

vocazione

Si può dire solo come si vive, senza confronto, e si può solo ascoltare. Se esiste un obbligo di giudizio per appartenere a qualcosa, questo riguarda noi, la nostra sicurezza di essere come siamo. Così quello che ci attornia, la profondità di un rapporto, la stessa libertà del darsi fa parte della conformità a noi stessi.

C’è un daimon che attende di essere compreso, che determina le vite. La nostra anzitutto. E genera insoddisfazione finché non è nella strada giusta, quando ricerca di qualcosa nel posto sbagliato, oppure anche nel rapporto giusto. Sempre ci chiede di essere noi. Di mostrarci a noi stessi e di vederci.

Non è da tutti amare la ricerca di ciò che si è; meglio il conformismo, la leggerezza del posarsi appena, l’approvazione scambiata per amore nel come tu mi vuoi. Meglio conservare il certo e poco che indagare l’incerto. Non è questione d’età, ma di difficoltà. Scendere nel profondo di noi stessi, genera dubbi, mostra i limiti, ma anche la vera natura che dev’essere assecondata, sviluppata, dominata. Così il daimon diviene vocazione, determinazione a raggiungere la propria coincidenza, e ci si libera, per quanto possibile, della sovrastruttura di ciò che ci è stato insegnato come modalità di stare assieme, ma che corrisponde solo a soggezione a un senso comune privo di ragione e autore. E che costringe a piegare la felicità che è in noi, al caso.

Sapere che questa è la continuità sociale non basta per far emergere quella identità profonda che può rendere sereni e a volte felici, ma che è anche la condizione per dare un contributo vero agli altri, a chi si ama, ai nostri principi, a quella briciola di mondo che noi possiamo rendere differente. Per questo seguire la propria vocazione è importante e spesso controcorrente. E genera apparente solitudine per la difficoltà di trovare ascolto. Noi siamo forma e sostanza. Entrambe le cose, quando ci corrispondono, non generano colpa bensì vita che tenta, prova ad assomigliarsi, a sorridere fin nel profondo, a lasciarsi andare con fiducia a se stessi e a essere coscienti di ogni ricordo, ogni ruga, come un tentativo di vedere oltre l’apparenza.

Rileggendo cose scritte negli anni, alcune le raccolgo in cafeoulivre.wordpress.com, ritrovo un percorso fatto di tentativi, sconfitte, approssimazioni e importanze che si sono distillate in poche, essenziali certezze. Eppure posso dire due cose che mi riguardano, vedo il mio passato come un’acquisizione difficile di vita e sento che la ricerca non è conclusa. Ciò che ha occupato molta parte del mio tempo si è dissolto e ne sono uno dei pochi testimoni, ma questo non è importante in sé, lo è invece l’accorgersi e il capire quante delle presunte identità pubbliche sia stata forma e come esse siano esondate nel privato, dettando vincoli e comportamenti.

il sangue e la terra

La casa del Galiazzo era all’angolo di quattro strade, appena fuori della strada che portava al mare. Era una casa di campagna, grande, con una mura alta di mattoni e un largo portone di legno robusto che immetteva in un’aia di terra battuta. Su due lati c’erano le stalle e magazzini, i Galiazzo allevavano e commerciavano cavalli da carne, quelli pronti per il macello o utili ai lavori pesanti, li tenevano vicini a casa. Sul lato verso strada, c’era l’abitazione. Facevano anche i macellai e vicino al portone, c’era un bugigattolo di stanza, con le pareti imbiancate a calce, i ganci appesi al soffitto e un bancone di marmo, che serviva da negozio. Lì vendevano la carne al minuto, spesso ceduta a credito, che serviva per fare domenica alle famiglie della strada.

Dopo la casa dei Galiazzo, c’era un villino di mattoni faccia vista, abitato dal medico di condotta, con un bel giardino davanti e due siepi di bosso che dal cancello di ferro battuto portavano all’ingresso. Il villino era la più bella casa dell’intera strada che si dipanava tra i campi per curve e rettilinei, a tratti affiancata da un fosso e da una sequela di costruzioni basse con l’orto in bella vista, spesso a un piano o al massimo due. Le chiamavano le case di poenta e tocio, perché venivano costruite al sabato pomeriggio e la domenica, con mattoni e materiali recuperati altrove, portati di notte con carretti a mano e ammucchiati in attesa del sabato successivo. Crescevano lentamente, quando c’erano soldi per pagare la calce e le travi. La mano d’opera era costituita da parenti e vicini che ricevevano in cambio del lavoro, un pranzo abbondante di polenta e carne (poca) e molto sugo da intingere. La fatica e il cibo venivano dissetati con un vino duro, pieno di tannino che colorava labbra e bicchieri come inchiostro, era il grinton, fatto in casa, certamente genuino e senza pari per confronto di asprezza, ma in mancanza d’altro, aveva i suoi estimatori. Quelle case si aggiungevano le une alle altre, lungo la strada, occultando i campi retrostanti, dai quali era stato acquistato il lotto minimo necessario. Erano costruzioni con i pavimenti di mattoni o di graniglia pepe sale, molto abitate di uomini stanchi e donne sfatte dalle gravidanze, ricche di bambini che correvano a gruppi e bande lungo la strada e avevano sempre fame dopo pomeriggi passati a impolverarsi nei campi oppure portavano a casa mal di pancia e febbre, per la frutta acerba mangiata dai vicini che erano al lavoro in città e non potevano difendere la frutta sugli alberi.

La casa dei Galiazzo era un’ anomalia per dimensioni, ma anche loro, molti fratelli con un padre socialista come i figli, erano un’anomalia. La gente della strada, aveva imparato a non dire, a non essere, a rinunciare alla poca libertà posseduta prima e bisbigliava nelle case, ricordi di guerra e speranze di un futuro migliore, ma quasi tutti andavano ai raduni, più per curiosità che per adesione e quelli che non chiedevano l’iscrizione al partito fascista, erano come gli altri, silenti in osteria e decisi in casa a insegnare a non farsi coinvolgere.

I Galiazzi, erano tanti e li chiamavano al plurale, loro non avevano taciuto: erano socialisti da prima e tali erano rimasti. Così quando i fascisti avevano voglia di picchiare, quando volevano insegnare ai silenti dov’era finita l’Italia, andavano da loro, entravano con il camion, scendevano, inseguivano con i manganelli di legno duro. Le madri si nascondevano con i bambini. mentre i maschi, quelli che non riuscivano a scappare per le finestre in strada o per i campi, cercavano di difendersi, ma erano sempre pochi e gli altri troppi. Il sangue di quelli che restavano a terra, in mezzo alla polvere, scendeva fuori dal portone, fino alla strada, fino al fosso. Bastonavano forte i fascisti, anche se i ragazzi si difendevano e avevano muscoli e poca paura, non c’era storia, erano uno contro cinque, sei, sette, e a picchiare troppo non conveniva perché i manganelli spaccavano le teste ma le rivoltelle uccidevano.

Passare così la giovinezza era duro anche per chi aveva idee forti e ci furono emigrazioni, restarono i necessari per sopravvivere, i più forti che speravano che tutto quel nero finisse e che il sangue non inzuppasse più la terra di casa. Hanno resistito più del fascismo, alcuni dall’estero, erano tornati per la resistenza, tutti hanno festeggiato, ovunque fossero, per la libertà ritrovata. E la grande casa si era ripopolata perché dei tornati erano rimasti, il mestiere era rimasto il solito e attorno le case erano cresciute e fatte più belle. Qualcuno della strada era emigrato e poi tornato abbastanza ricco da iniziare un lavoro nuovo, anche il comune se n’era accorto e la strada era stata asfaltata, inglobando tutto quel sangue antico versato per le idee di fratellanza e di giustizia. La scuola era piena di bambini come una volta e i giochi per un po’ di tempo, furono gli stessi. Nella grande casa, come ovunque, i giovani d’un tempo, s’erano fatti anziani e le nuove famiglie dei figli non restavano con i genitori, chi era distante tornava una volta all’anno per vedere i vecchi. Anche il commercio era cambiato come i consumi, così alla fine la casa era rimasta quasi vuota e, sistemati i vecchi, fu venduta facilmente per l’ottima posizione. Adesso al suo posto c’è un condominio molto grande che sembra già superato ed è sempre stato anonimo, anche se gli appartamenti hanno i bagni e l’acqua corrente. All’inizio della strada è rimasto il capitello con l’immagine del Cristo che c’era allora, Il condominio è stato arretrato di qualche metro perché nessuno ha avuto il coraggio di togliere anche quell’identità alla strada.

Le vecchie storie sono finite come il grande fosso: tombate e trasformate in strada asfaltata, nessuno sentiva il bisogno di raccontarle e ritrovata la parola al bar e in osteria, ciò che si sussurrava un tempo in casa, ora era motivo per alzare la voce, ma senza la paura di un tempo. Molti pensavano che la libertà ritrovata fosse stata anche merito loro, per quelli che votavano adesso, ma non era così, avrebbero dovuto riconoscere chi si era fatto spaccare la testa per le proprie idee come un benefattore di tutti e invece, per loro, erano restati macellai e commercianti di cui raccontare le botte subite come un aneddoto, ma senza una relazione con la democrazia conquistata.

Sono tornato più volte in quei luoghi, la casa del dottore c’è ancora e anche le altre case sono rimaste, la speculazione ha eretto condomini che nulla avevano a che fare con gli orti e le casette, ma non ha infierito per carenza di domanda, così è come non fosse avvenuto nulla, che tutto quanto accadde allora fosse stato nelle teste di chi se n’è andato. Anche il ricordo si sfrange in un relativo che non è storia, non è terra, non è niente; e non è bene.

il vento dell’ovest

S’è levato un vento da Occidente che ha iniziato a scuotere piante e fili d’erba. Da noi, i temporali peggiori arrivano dal lago e non sono neppure temporali, ma castighi di grandine e vento, di pioggia a scrosci che vorrebbero atterrare piante e bestie. Gli uomini si rintanano nelle case, mentre gli animali s’impauriscono e stanno attoniti, respirando forte l’aria piena d’ozono prima di mettersi a correre solo per paura, di ferirsi contro le recinzioni, oppure si raggrumano in gruppi che si stringono con zampe, corpi, e teste, incollate come fossero un solo respiro, un solo battere di cuore.

Il vento è continuato indicando l’alto correre di nubi sempre più scure e infilandosi in ogni fessura, e finestra lasciata aperta, alzando le tende, gonfiandole di vita propria, trattandole come vele in mare e mentre le mani spingevano le imposte, tentando di chiudere ogni varco, sentivano la forza immane che fuori s’accumulava. Credo che per lui, il vento, l’immensa pianura d’alberi, fiumi e vite, sia campo d’un gioco di forza e la ricerca d’altri venti da combattere, sollevando polvere e cose solo per impaurirli. Così fino al mare dove si carica di sabbia tagliente e poi continua oltre la riva, la sua fame d’avversari cresce e si colma di vesti paurose, spargendosi nell’acqua e sollevandola in nebbia, andando sempre oltre nella sua cerca cieca e furiosa.
L’ho veduto dall’altra parte del mare, fuso col maestrale in un avvinghiarsi d’aria, che portava a mente le lotte dei bambini con i loro grovigli scomposti di membra e di gridi. Questo rotolare riempiva la superficie dell’acqua di piccoli segni mutevoli. Onde come ciglia o parole brevi di sguardo e il testo parlava di un gioco degenerato in battaglia e della pace fatta, correggendosi l’un l’altro, in continuazione, le frasi e scrivendosi sopra e per traverso, in un narrare allegro fino a riva e oltre ad essa.

O forse non era stata lotta ma amplesso furioso finito nella quiete senza forze che segue il piacere, e le affusolate dita ora tracciavano segni sulla pelle seguendo pensieri soddisfatti e lunghi, che cucivano il momento, l’oblio e la memoria.
Comunque fosse ne ho sentito traccia nel profumo di terra e salso che aveva attraversato il mare e mentre ancora faceva volare ombrelloni, sdraio, trafiggendo i teli, le biancherie sugli alberi, già c’era il placarsi. Il respiro dell’aria diveniva meno rapido e profondo, e ciò che prima era solo cosa, ora diveniva bandiera, orifiamma, che sventolava festoso. Il vento s’era fatto nave ed entrava nella terra con il gran pavese del saluto orgoglioso del ritorno. Ora gli spettava la quiete e il sonno, tra i sorrisi di chi aveva atteso.

una giornata di molti anni fa

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. C’era anche una ragazza con loro. Guardò i mobili, pensava al futuro, disse ch’era contenta. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Avevano portato anche delle uova e un pollo. Mia Madre li ringraziò, sapeva il valore del dono e della gentilezza.

Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne, disse mio Padre, forti lo stesso: come il legno massello. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Poi mio Padre andò a prendere la nuova camera, che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era contenta e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

17 agosto 1917

Posted on willyco.blog 17 agosto 2017

Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non  formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

le mie estati erano spinose

Le mie piccole estati erano spinose con punte che si conficcavano ovunque, anche se prediligevano mani e piedi. La sera, mia madre arroventava uno spillo sul fornello e poi estraeva le spine. Avevo prima imparato a non piangere e tanto meno ad aver paura e poi a farlo da solo. Mi sembrava una prova di coraggio ma anche un governare me stesso in ciò che facevo. Andavamo a un mare semidisabitato, ricco di colonie, di case di suore e preti e di ospedali per cure elioterapiche. La casa era in spiaggia ma il mare aveva messo duecento e più metri di dune e sabbia caldissima prima del mare. Un terreno di giochi infinito dove il vento aveva disseminato semi di piante spinosissime, creato ginepri di rovi di more dolci e acuminate e soprattutto aveva elevato le dune ad altezze inverosimili da scalare per le nostre piccole gambe. Ed era un correre continuo, con il costume che continuamente scivolava dai finanche magri finché lo si usava come palla da lanciare iin quelle risalite e discese a pelle nuda. I piedi riuscivano a trovare dei piccoli globi duri, irti di spine, su cui zoppicare e da togliere pungsndo anche le mani. Ciò che non si riusciva a capire era la frequenza di questa spinosità diffusa, come se le piante si difendessero dagli uomini o da qualche sconosciuto predatore. E di certo tutti quegli spini a cui non badavamo se non per le parti del corpo più delicate, erano rivolti a noi perché gatti, topi, lepri e altri animali di caria stazza e velocità entravano e uscì ano dai cespugli, si muovevano nelle macchie verdi irte di punte, con una naturalezza che non imparavamo. Giocare un intero giorno in quei luoghi, mescolandoli al mare, al salso sulla pelle da stendere al sole, creava due felicità difficili da spiegare: una libertà illimitata e gioiosa del proprio corpo e dell’esistente e una dimensione del tempo e dei pensieri che era regolata dalla fame e dal sole. Si rientrava per pranzare e dopo un finto pisolare, si riprendeva fino a ora di doccia e di cena. Ogni giorno era una raccolta di spine, risate e scoperte che sembravano isolare agosto dall’estate e questa dalle stagioni: non c’era nulla di paragonabile nella meraviglia dell’anno e neppure il ricordo assisteva nel raccontarlo. C’era solo l’attesa che si sarebbe ripetuta, con i suoi rituali, le scorribande, le nuove avventure, la scoperta delle ragazze che prendevano il sole nude dentro casotti di cannucciato ben permeabili agli occhi e alle prime maliziose curiosità. E le spine che attendevano di conficcarsi i pelle tenera. Ma non erano un problema, casomai un capriccio della natura che non occorreva capire, solo togliere senza piangere. Ed era naturale come il diventare scuri in pochi giorni, avere la pelle che mutava nel sole e nell’acqua, sentire il corpo che era tutt’uno con i desideri e i pensieri, con i gridi e i sorrisi, con i piccoli segreti raccontati sottovoce, con il gelato della passeggiata serale. Un pinguino prima della notte e del sonno, che aveva un solo scopo:far nascere un altro giorno tutto nostro, tutto mio.