Le mani di notte sentono la tela, stropicciano la trama tra le dita, è sussurro che lega il sogno, all’arreso serrare dei fili. Un risveglio nel buio accompagna i pensieri, con una resurrezione irta di ricordi, e sangue scommesso che canta nelle vene. Tornare oltre ciò che fa male, che non muta e assale, ascoltare la casa che s’assesta, e abbraccia già dimentica della vampa dell’estate. Tornare e non conoscere la strada, solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia, anche il riposo ha senso. Così s’allinea il sogno al giorno, come era un tempo, nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno, e la voce quieta che risvegliava il giorno. Allora il profumo del pulito era casa e annunciava un ordine facile, a cui si uniformava il mondo, essere era la gioia della luce, mai negata dal fresco dell’ombra e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore. Notte e giorno a dar vita al tempo.
L’estate cantava con le cicale e nel cotone delle tende da sole, entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali, poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole, le cicale in un ossesso finire, le tele in solerti pomeridiani silenzi. Il tessuto aveva un odore di cotto diverso da quello della pietra e del legno, la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio, quando i giochi finivano, e la pelle odorava di sudore e di polvere, poi l’acqua a rigare il sapone, le ferite da pulire, il bacio e le lenzuola di lino piene di fresco per il corpo e la notte.
In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole, nella casa vuota di noi, ma piena di schiocchi di legni e di cose. Ballava la polvere in lame di luce, si mescolavano I profumi dei vecchi mobili delle loro storie e case vissute, volti confusi in fotografie infilate nei vetri. Cose in attesa osservavano l’alternare della luce e del buio. Nulla ci mancava, e la vacanza travolgeva, neppure troppo lontano. Il mare, le dune, le nuove abitudini portavano profumi diversi, conosciuti dagli anni passati, ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori, noi cambiavamo senza sapere, come se tutto quel mondo di piante di sabbia, d’acqua salsa, di cose arroventate dal giorno, nel buio spendesse I suoi roridi umori in amplessi dolci, lunghi e silenti. Qualcosa accadeva sommerso dai giochi, emergeva nello scoprirsi nuovi anche negli sguardi scambiati. Atttese senza nome, pensieri curiosi, potenti, senza parole adatte, ancora innocenti.
Tornavamo a settembre, le case avevano vissuto, qualcosa non era al suo posto, ci si ritrovava nei profumi, nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio, nelle verdure d’estate nei piatti, nei giochi che la casa riannodava a noi e alle cose. Settembre già odorava di carta e d’inchiostro, di banchi scrostati, di fatiche e complicate promesse. Vivevamo in giorni a mezzo cavando dall’incoscienza giorni di corse felici, di tempi infiniti, di estati passate senza timore d’autunno. E la tenda da sole ci rassicurava, con il suo profumo di cotone bruciato, con il calore che ancora fermava. Non cantavano più le cicale ma finché lei restava non sarebbe finita l’estate.
Il cielo si è coperto di nubi, ora è azzurra la linea dei monti e c’è calma di vento a quest’ora i marinari guardano l’orizzonte e vedono la casa, i volti amati, la cena sulla tavola. Sale la nostalgia dell’essere lontani, l’amore è sentire che lega e che lascia, un luogo dove approdare.
Tra le cime sfolgora la luce si riflette l’ombra nella valle, tornano dai boschi i villeggianti, nel verde che incupisce, i cani si chiamano tra le case, le auto s’affrettano verso qualcosa.
La sera sospende la luce, e ogni creatura lo sente, è il tempo di raccogliere il giorno, nel silenzio che scende con la notte, adesso altre voci si rincorrono, sbagliano il tono e si sospendono indecise. Attendono. Stanotte le pleiadi manderanno messaggi, si rinnoverà il mistero, e più forte la speranza, qualche scia taglierà il buio, e i visi verso l’alto additeranno ciascuno gemmando un segreto e un sorriso che non si vedrà.
In queste distese d’azzurro e grumi di bianco, nel cieli immensi di luce mettiamo le attese che la stagione ci dona. Ha un senso l’oro del grano allo sguardo, il suo essere seme, e poi verde e fatica di crescere ritto, ma ora balla nel vento e racconta di Mesopotamia, di laghi di terra e di canne dove l’acqua bacia le sponde e la sera I pesci balzano all’aria che profuma di fresco a cogliere petali dal vento. E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra, leggendo l’antica sua scrittura nell’abitudine nata dall’uso, e la cura che resta e riceve percorsa dal gelo e dall’erba, pulita dalle piogge che versa al profondo. Tutto ritrova il suo luogo, nell’esatto comporre del silenzio, le cose, dove il suono è ornamento e l’appartenere un canto felice. Essere parte che sente la cura, del molto ch’è stato e dell’immenso che attende. Un mostrarsi alla luce, donato a chi vuole capire e non dice di sé, umiltà ma la pratica sorridendo nel dare, grato per ciò che riceve. Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue, coltiveremmo il nuovo e la memoria nello stesso giardino e la nostra povera casa di scarsa considerazione, sarebbe rifugio che aggiunge e preserva. Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia, compitato e accolto con rispetto a vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno, così in una penna o nel vivere attento e lieve c’è il pensiero che resta. E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto dai nostri infiniti mondi possibili.
Non sappiamo nulla degli altri, poco di chi ci sta vicino. I pensieri, le attese, i bisogni nascosti nell’umore, con la cura si coglie la superficie e si parla al profondo dell’amare ma è anche un messaggio a noi stessi, alle speranze, al timore, all’incertezza, che ci accompagnano.
Le cose buone aiutano gli altri e meno noi stessi che conosciamo il limite, cosa potevamo fare e dove ci siamo fermati. Accettare la misura e la sconsideratezza, la razionalità e la follia leggera come quando si beve a un torrente di montagna. Cogliere la nostra innocenza nell’acqua fresca e limpida, diventa la realtà, nel sapore che sa di pietra e antico, e riallaccia la certezza di un bene che esiste e ci accompagna.
Così nell’andare e nel fare la cura mette assieme il conosciuto l’attesa, lo sconosciuto e fa qualcosa che si pensa buono. Questo volevo dirti perché leggera era l’aria e a tratti profumata, e c’era ragione di sentirsi vivi per questo e molto altro, con il futuro dentro un presente che rideva di nulla, e nel timore agiva facendo di sé alba di luce e giorno da inventare.
la luce ha perso la sua brillantezza, schiacciata dal sole, si stende come lacca stanca che occlude. Mostra i colori, ma è un campionario senza voglia che offende il gusto per i particolari. Oppresso dalla calura, nel campo vedo un piccolo cerchio d’uccelli, cerca nella terra arata l’improbabile pranzo, poi, senza fretta, altrove se ne vanno. Nei centri estivi I bimbi attendono la sera, e imparano il tempo che continua tra mura. Nella mia casa lavoravano tutti, siamo stati uccelli sudati da giardini pubblici e patronati, eppure l’estate sembrava non finire mai, era una diversa libertà del fare, di regole e ore ora è un tempo sospeso che si carica d’ansie senza riposo. Il caldo annega la luce, la getta contro muri e finestre compito parole ed equazioni concetti che volano altrove, così m’incanto tra un ricordo e un sentire e penso siano fresche distrazioni che ricordano d’essere vivi e capaci di futuro. La vita è una buona maestra sempre rimanda e poi promuove.
Tra un paio di settimane ci sarà il primo congresso nazionale della associazione Sinistra Futura, di cui sono segretario. Parlerò di come sento l’approssimarsi a questo momento di incontro e di analisi della realtà e del fare. Rischierò la vostra noia, ma questi sono spazi in cui c’è una libertà non da poco: quella di scegliere cosa leggere. In ogni partecipazione sociale e politica c’è una dimensione collettiva e una personale. Sono inscindibili, anche se ben distinte e sono il nostro modo di vedere e di essere nel mondo. Credo che la dimensione personale abbia radici profonde in ciò che la nostra coscienza ritiene essenziale per la comunità in cui si vive.
La politica è un dialogo con sé stessi e una forma d’amore, l’appartenenza a una idea sociale organizzata è l’adesione a un progetto che è molto più grande di ciascuno. La giustizia sociale, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, la solidarietà, sono sentire che si realizza nel fare, non sono principi astratti, ma un percorso di coerenza, di verità, di azioni. Questo penso. Nella mia storia politica personale ho già provato a descrivere un momento del mio sentire politico. Ne era nato un blog, essilio, presto sospeso per la difficoltà di avere tempo per capire e meditare ciò che provavo e nel trovare le parole per dirlo. Vediamo come andrà questa volta, perché le decisioni comunque verranno a maturare. Importanti ma non eccessive, si uniranno alle emozioni e assorbiranno tempo, sentire ed energie. Il tempo in cui viviamo esige comprensione, pietas e fedeltà all’umano. Non sempre tutto è chiaro, ci mancherebbe, ma la confusione è uno stato che vuole da noi comprensione, e coagula o deposita, diventa solido, un punto rappreso su cui poggiare, o un liquido chiaro attraverso cui vedere. Il capire è fatto di intensità diverse, essere onesti è anche sentire la propria ignoranza, darsi il tempo per agire, sapere che si può far meglio e che ciò che si fa è il possibile. Quando sono inquieto, sento che passo da una cosa all’altra, ricordo troppo allora di sera, o di giorno, il calore mi spinge fuori, la città è materna con me, sussurra ricordi nelle vecchie strade, mi tranquillizza e sembra che camminare aiuti a mettere ordine. Come avere principi e ideali, aiuta a camminare nella vita e ad assumere responsabilità. Resta sempre l’alito della confusione, dei pensieri senza il riposo delle parole, ma i luoghi conosciuti e il nuovo che emerge finché mi guardo attorno, portano l’attenzione altrove. Subentra una pace sospesa che radi lampi illuminano. Ciò che sembra dovere e spinge in una direzione, a volte è solo timore, considerazione del proprio lavoro come indispensabile. Non è così, anche se nel rispondere a sé stesso e agli altri è più facile trascurare le proprie necessità e quelle di chi ti è vicino. Partecipare e fare con passione ed equilibrio.
Sono convinto che sarà un buon congresso e che aiuterà a far nascere nuove energie. Come molti, ho paura di quanto accade nel mondo e nel nostro paese, e sono convinto che analizzando e discutendo sulla realtà, leggendola alla luce dei principi che mettono assieme le persone, le rispettano, assicurano dignità e giustizia, emerga il che fare. Con fiducia, avanti. Al lavoro e alla lotta.
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.
Poi qualcuno decise.
Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Questa era già la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
Nella piazza stamattina, festeggia il vento d’aprile che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise. Siamo in tanti, bambini e vecchi, donne che reggono i colori della pace, visi e sorrisi che stringono insieme ricordi, parole, le vite. Ci sono anni che non puoi più rivivere, i ricordi feroci, e neppure le gioie ricevute, o il cuore che arrossava I visi. Come nel primo sentire torna la voglia di fare, d’essere di partecipare. Allora erano parole forti di speranze mischiate al dolore per chi non c’era ad ascoltare. Chi allora riempiva la piazza, insegnava lieta la gloria del resistere e la normalità dei giorni e della paura. Raccontavano I padri quando senza libertà ci si opponeva, ogni pensiero era una scelta, ogni atto una forza, eppure stanchi, affamati, nella paura e nel coraggio c’era speranza e rivolta. E sentivo stamattina nel sole l’unione di allora, non erano le parole di adesso, non solo, era la speranza che aveva plasmato le vite, anche la mia, nella libertà d’essere liberi, col tempo che accoglie e costruisce docile, amico, genera speranze mai usate, e nel buio traccia una luce. No pasaran. Stamattina la piazza era piena, i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento che chiede pace, e resiste, sa di essere forte e resiste, vuole giustizia e amore e resiste.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.