la nostra povera casa

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In queste distese d’azzurro e grumi di bianco,
nel cieli immensi di luce
mettiamo le attese che la stagione ci dona.
Ha un senso l’oro del grano allo sguardo,
il suo essere seme,
e poi verde
e fatica di crescere ritto,
ma ora balla nel vento
e racconta di Mesopotamia,
di laghi di terra e di canne
dove l’acqua bacia le sponde
e la sera I pesci balzano
all’aria che profuma di fresco
a cogliere petali dal vento.
E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra,
leggendo l’antica sua scrittura
nell’abitudine nata dall’uso,
e la cura che resta e riceve
percorsa dal gelo e dall’erba,
pulita dalle piogge che versa al profondo.
Tutto ritrova il suo luogo,
nell’esatto comporre del silenzio, le cose,
dove il suono è ornamento
e l’appartenere un canto felice.
Essere parte che sente la cura,
del molto ch’è stato
e dell’immenso che attende.
Un mostrarsi alla luce,
donato a chi vuole capire
e non dice di sé, umiltà
ma la pratica
sorridendo nel dare,
grato per ciò che riceve.
Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue,
coltiveremmo il nuovo e la memoria
nello stesso giardino
e la nostra povera casa di scarsa considerazione,
sarebbe rifugio che aggiunge e preserva.
Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia,
compitato e accolto con rispetto
a vederne la bellezza nascosta.
Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno,
così in una penna
o nel vivere attento e lieve
c’è il pensiero che resta.
E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto
dai nostri infiniti mondi possibili.

cose che non si dicono

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Non sappiamo nulla degli altri,
poco di chi ci sta vicino.
I pensieri, le attese, i bisogni nascosti nell’umore,
con la cura si coglie la superficie
e si parla al profondo dell’amare
ma è anche un messaggio a noi stessi,
alle speranze, al timore, all’incertezza, che ci accompagnano.

Le cose buone aiutano gli altri
e meno noi stessi
che conosciamo il limite,
cosa potevamo fare e dove ci siamo fermati.
Accettare la misura e la sconsideratezza,
la razionalità e la follia leggera
come quando si beve a un torrente di montagna.
Cogliere la nostra innocenza
nell’acqua fresca e limpida,
diventa la realtà,
nel sapore che sa di pietra e antico,
e riallaccia la certezza
di un bene che esiste
e ci accompagna.

Così nell’andare e nel fare
la cura mette assieme il conosciuto
l’attesa, lo sconosciuto
e fa qualcosa che si pensa buono.
Questo volevo dirti
perché leggera era l’aria
e a tratti profumata,
e c’era ragione di sentirsi vivi
per questo e molto altro,
con il futuro dentro un presente
che rideva di nulla,
e nel timore agiva
facendo di sé alba di luce
e giorno da inventare.

calura

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la luce ha perso la sua brillantezza,
schiacciata dal sole,
si stende come lacca stanca che occlude.
Mostra i colori,
ma è un campionario senza voglia
che offende il gusto per i particolari.
Oppresso dalla calura,
nel campo vedo un piccolo cerchio d’uccelli,
cerca nella terra arata l’improbabile pranzo,
poi, senza fretta, altrove se ne vanno.
Nei centri estivi
I bimbi attendono la sera,
e imparano il tempo che continua tra mura.
Nella mia casa lavoravano tutti,
siamo stati uccelli sudati
da giardini pubblici e patronati,
eppure l’estate sembrava non finire mai,
era una diversa libertà
del fare, di regole e ore
ora è un tempo sospeso
che si carica d’ansie senza riposo.
Il caldo annega la luce,
la getta contro muri e finestre
compito parole ed equazioni
concetti che volano altrove,
così m’incanto tra un ricordo e un sentire
e penso siano fresche distrazioni
che ricordano d’essere vivi
e capaci di futuro.
La vita è una buona maestra
sempre rimanda
e poi promuove.

verso il congresso

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Tra un paio di settimane ci sarà il primo congresso nazionale della associazione Sinistra Futura, di cui sono segretario. Parlerò di come sento l’approssimarsi a questo momento di incontro e di analisi della realtà e del fare. Rischierò la vostra noia, ma questi sono spazi in cui c’è una libertà non da poco: quella di scegliere cosa leggere.
In ogni partecipazione sociale e politica c’è una dimensione collettiva e una personale. Sono inscindibili, anche se ben distinte e sono il nostro modo di vedere e di essere nel mondo. Credo che la dimensione personale abbia radici profonde in ciò che la nostra coscienza ritiene essenziale per la comunità in cui si vive.

La politica è un dialogo con sé stessi e una forma d’amore, l’appartenenza a una idea sociale organizzata è l’adesione a un progetto che è molto più grande di ciascuno. La giustizia sociale, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, la solidarietà, sono sentire che si realizza nel fare, non sono principi astratti, ma un percorso di coerenza, di verità, di azioni.
Questo penso.
Nella mia storia politica personale ho già provato a descrivere un momento del mio sentire politico. Ne era nato un blog, essilio, presto sospeso per la difficoltà di avere tempo per capire e meditare ciò che provavo e nel trovare le parole per dirlo.
Vediamo come andrà questa volta, perché le decisioni comunque verranno a maturare. Importanti ma non eccessive, si uniranno alle emozioni e assorbiranno tempo, sentire ed energie.
Il tempo in cui viviamo esige comprensione, pietas e fedeltà all’umano.
Non sempre tutto è chiaro, ci mancherebbe, ma la confusione è uno stato che vuole da noi comprensione, e coagula o deposita, diventa solido,
un punto rappreso su cui poggiare,
o un liquido chiaro attraverso cui vedere.
Il capire è fatto di intensità diverse,
essere onesti è anche sentire la propria ignoranza,
darsi il tempo per agire,
sapere che si può far meglio e che ciò che si fa è il possibile.
Quando sono inquieto, sento che
passo da una cosa all’altra,
ricordo troppo
allora di sera, o di giorno, il calore mi spinge fuori,
la città è materna con me,
sussurra ricordi nelle vecchie strade,
mi tranquillizza e sembra che  camminare aiuti a mettere ordine. Come avere principi e ideali, aiuta a camminare nella vita e ad assumere responsabilità.
Resta sempre l’alito della confusione,
dei pensieri senza il riposo delle parole, ma i luoghi conosciuti e il nuovo che emerge finché mi guardo attorno,
portano l’attenzione altrove.
Subentra una pace sospesa
che radi lampi illuminano.
Ciò che sembra dovere
e spinge in una direzione, a volte è solo timore, considerazione del proprio lavoro come indispensabile. Non è così, anche se nel rispondere a sé stesso e agli altri è più facile trascurare le proprie necessità e quelle di chi ti è vicino. Partecipare e fare con passione ed equilibrio.

Sono convinto che sarà un buon congresso e che aiuterà a far nascere nuove energie. Come molti, ho paura di quanto accade nel mondo e nel nostro paese, e sono convinto che analizzando e discutendo sulla realtà, leggendola alla luce dei principi che mettono assieme le persone, le rispettano, assicurano dignità e giustizia, emerga il che fare.
Con fiducia, avanti. Al lavoro e alla lotta.

poi lo celebrano il maggio

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Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.

Poi qualcuno decise.

Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.

Questa era già la prima violenza.

Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.

Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.

Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.

Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.

I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.

Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.

Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.

Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.

25 aprile

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Nella piazza stamattina,
festeggia il vento d’aprile
che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise.
Siamo in tanti,
bambini e vecchi,
donne che reggono i colori della pace,
visi e sorrisi che stringono insieme
ricordi, parole, le vite.
Ci sono anni che non puoi più rivivere,
i ricordi feroci,
e neppure le gioie ricevute,
o il cuore che arrossava I visi.
Come nel primo sentire
torna la voglia di fare, d’essere
di partecipare.
Allora erano parole forti di speranze
mischiate al dolore per chi non c’era
ad ascoltare.
Chi allora riempiva la piazza,
insegnava lieta la gloria del resistere
e la normalità dei giorni e della paura.
Raccontavano I padri
quando senza libertà ci si opponeva,
ogni pensiero era una scelta,
ogni atto una forza,
eppure stanchi, affamati,
nella paura e nel coraggio
c’era speranza e rivolta.
E sentivo stamattina nel sole
l’unione di allora,
non erano le parole di adesso, non solo,
era la speranza che aveva plasmato le vite,
anche la mia,
nella libertà d’essere liberi,
col tempo che accoglie e costruisce
docile, amico,
genera speranze mai usate,
e nel buio traccia una luce.
No pasaran.
Stamattina la piazza era piena,
i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento
che chiede pace, e resiste,
sa di essere forte e resiste,
vuole giustizia e amore
e resiste.

mani

Ho mani grandi,
che hanno appreso la leggerezza,
per contenere e prendere,
i polsi sono teneri,
non a tutti i pesi indifferenti,
come ai pensieri che debordano, sguaiati.

Aveva mani forti, mio padre,
precise e ad ogni giorno adatte,
parlava il necessario,
ci amava forte senza dirlo troppo.
Mia madre era attenta e delicata,
belle e morbide, le mani,
use a onorare la fantasia d’ogni concretezza.
Mia nonna aveva mani magre,
avezze al lavoro e all’affetto,
sapeva percorrere la mia guancia
con cura leggera,
la stessa con cui aveva percorso il mondo.
Nel loro suono collocava le parole,
figurine d’album dal profumo di violetta
e sorprendeva senza parere, il sogno.
Dell’amore, nella casa, nulla lesinava
così il bene tracimava,
lo si sentiva nell’abbraccio,
nella parola che fioriva anche d’inverno.
Nella febbre di bambino
rinfrescata era la fronte,
nelle prime lettere,
il pennino sostenuto e accompagnato,
dopo un giorno di corse e giochi,
polvere e sudore, venivano lavati.

Nelle mani che sono casa e vita
c’è il compendio dell’amore,
la sua passione,
l’intelligenza e la cura innata,
il sapere,
la parola da tenere a mente,
la frattura che si ricompone,
il pianto deterso e spento.
Se il tempo d’ognuno
converge, mescola e s’unisce,
accade in una carezza
del profondo nostro universo
che non teme di generare un sole.

Sequela

Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso,
portici, selciati e palazzi,
luoghi di voci e memorie felici.
Il cielo ha raccolto amorevole
ha proteso la luce ad avvolgere,
e intese le cose,
perché muto non è il non dire
ma l’indifferenza senza l’ascolto.
Indifferenti a sé prima che ad altri
sepolto l’udito e lo sguardo,
diventano inutili l’azzurro e le nuvole,
eppure non se ne vanno,
è paziente l’attesa,
filo d’acqua che scrive la pietra
e scioglie legami di molecole.
Altrove le sparge
perché continui la vita
e sia fecondo il sentire.
Ecco, che l’attenzione a te nasce
da una parola pensata, non tua,
dal tempo che libero, è stato posato
ed essa ha parlato.
Di te.
Mi sono soffermato,
e mentre intorno scorre la piccola folla,
le case hanno alzato lo sguardo,
il cielo si è unito al pensiero
così si è sciolto l’arcano
e palesata l’unione.
E mai come prima urge
sentire la tua voce,
mentre cantano le cose.

crescere

Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.

felicità diffuse

Tutto era movimento,
tutto era aspettativa,
i desideri confusi
sorreggevano quelli precisi,
le gambe volevano correre,
il cuore tumultuare in petto,
la bocca, cantare e ridere
nelle felicità diffuse.
Ai lati della strada, palazzi e case,
il selciato di tracheite si scaldava al sole,
liscio e grigio animale da inverno
pronto al sonno e alle carezze
delle corse lievi.
Camminar correndo
con il pensiero senza peso,
nella luce sguaiata del meriggio,
a volte con pioggia o neve
o sul ghiaccio da scivolar ridendo.
Troppo lunghe le gambe,
troppo lontano l’equilibrio,
troppo vicino il suolo
e sul corpo chiazze viola
nel freddo che ingoiava il pianto.
Pomeriggi d’inverno
che nulla attendevano,
solo il momento del tuo ritorno
e il diritto alla felicità bambina.