nascere a novembre

In evidenza

Nascere a novembre penso includa la pazienza della primavera,
il pensiero che guarda oltre i vetri appannati,
che vede i fiori e le foglie sugli alberi spogli,
e i prati bruni desiderosi di verde.
Sarà per questo che tu, come mai nessuno,
hai sopportato le mie malinconie,
il senso di fallimento
dei progetti diventati rovine, oppure da altri sottratti.
Sei stata in silenzio davanti al mio silenzio, ma il tuo parlava e rassicurava che c’era il tuo amore,
il tentativo immane di capire ciò che non si può capire.
Hai accompagnato la ricerca di qualcosa che mi pareva
e non sapevo bene cosa fosse,
hai ascoltato le mie speranze,
letto le prose non meno astruse dei versi, eppure li hai trovati belli
mentre io ne sapevo il piccolo valore.
Sei stata accanto e lo sei,
oltre ogni aspettativa,
mi tieni assieme quando mi scioglierei nel nulla,
cogli il senso di ciò che faccio e che a me sfugge.
Adesso so che non si fanno felici gli altri,
neppure quelli che amiamo,
ma che loro costruiscono con pazienza
ciò che serve per essere talvolta felici
e che questo è reciproco.
È così profonda questa comunicazione
che trova novità nell’abitudine,
il bello dove si nasconde,
la gioia di essere vivi perché c’è ancora attesa
e siamo stati salvati dalla solitudine.

vicoli che accolgono l’anima

In evidenza

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo.

Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari.

Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa facendo proprio un percorso aperto. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e neppure il vicolo non si può più percorrere, anche la vista verso l’alto è stata preclusa. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato giocato vicino nei pomeriggi d’estate. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora divenuto un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, poi una saracinesca di garage con un altro telecomando e salgono nelle case con il loro esterno fatto di pensieri, sensazioni che si adegua al vicolo chiuso, alla casa: ora sono prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il portico di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti adulti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di banale lamiera, senza la creanza d’un fabbro e gli alberi, che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia, sembrano guardare oltre. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, è tutto così stretto che le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo che rende inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Camminando con intenzione curiosa, mi accorgo che la città che ho in testa non è la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, che scambiano e confrontano; quella che vedo è una città che fugge da sé. Non la città dei futuristi, che sale verso un nuovo, sferragliante avvenire e neppure la città storica, pur così presente in queste strade, ma è una città che si chiude, che gira il capo e non ascolta.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, per far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi, per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, si potrebbero coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere che accoglie ed è parte del fluire verso la città comune. Le parole non hanno mai un senso a caso.

4 novembre, i morti perdono sempre

In evidenza

Mio Nonno il 4 novembre 1918 non lo vide mai. Già dall’anno precedente, era morto e sepolto. Alla fine di quella quarta settimana di agosto 1917, avrebbe dovuto essere avvicendato al fronte, ma non era tornato insieme a metà dei suoi compagni; dopo mesi di inutile carneficina, aveva perduto vita, affetti, speranze in una di quelle doline che in 12 battaglie sull’Isonzo si portarono via più di 100.000 uomini.

Ogni tanto passo a salutarlo a Redipuglia, un colle come quelli da cui era venuto e da cui la famiglia sarebbe nuovamente emigrata. La famiglia così glorificata, riempita di pompose e inutili parole, questa volta era rimasta senza maschi adulti ed erano le donne e bambini ad andare verso l’ignoto. Quella guerra, che faceva piangere ogni famiglia e disfaceva quello che si era conquistato con fatica, costringeva a riprendere da capo le vite. Più deboli, più fragili, più soli: dov’era la vittoria? La nostra famiglia impiegò due generazioni a ritrovare serenità.

A questo dovrebbero pensare quelli che hanno il potere di dichiarare guerra, di trasformare l’omicidio e la morte in atti eroici o in danni inevitabili: che disfare è semplice ma rimettere assieme è complicato, lungo, doloroso, mai uguale.

La guerra la dovrebbero fare i ricchi, perché sono loro che si dividono il surplus di benessere del mondo. Sono loro a cui non basta mai la terra perché non la lavorano, le case perché non le costruiscono, gli agi e le ricchezze perché non nascono dal sudore e dalla fatica di vivere. I poveri o quelli che vivono del loro lavoro, dopo la guerra, se va bene resteranno come prima ma quasi sempre ne usciranno ancora più poveri, maltrattati, retrocessi a miseri.

La guerra devia le vite dal loro corso naturale e i morti perdono sempre. Gli affetti si trasformano in dolore, ciò che era possibile diviene difficile, spesso impossibile e ogni vita stroncata trascina con sé altri destini, ne segna il futuro. Poi tutto trova un faticoso equilibrio ma prima di ogni guerra, dovrebbe levarsi la maledizione corale per chi la provoca, la inizia, la prosegue: nessuna delle sofferenze sarà senza un responsabile e che esso sia esecrato non glorificato.

l’infanzia dei desideri

In evidenza

Alberi diversi rispettavano l’autunno. Diventavano rosse e gialle le foglie, poi seccavano e cadevano. Imparavamo colorando malamente la carta di Fabriano, ma nessuno, neppure i più bravi, vedevano che s’era scisso un legame con la pianta e che questo attendeva che il nuovo arrivasse nel giusto tempo.
Tu avevi le scarpe già pesanti, noi ancora le Superga di tela. Stavi attento al fango e ai rimproveri, restando in disparte, correndo piano, centellinando il sudore e i giochi. La tua casa era preclusa, i pavimenti erano specchi, si correva nel cortile, sino al richiamo di tua madre.
Noi allora andavamo sotto al ponte del corso, tagliandoci le dita per raccogliere vetri colorati. Piccoli tesori da nascondere e scambiare. Attraversavamo luoghi che non avresti conosciuto, le gambe erano una fornace d’ortiche.
Crescevamo senza sapere, con grandi immotivate passioni che spesso finivano a sera. Tutto sarebbe venuto dopo, era l’infanzia dei desideri, ma già allora il giorno non bastava.

l’ultima settimana di agosto

L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

17 agosto 1917


Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

pasque al mare

DSC05317

Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.

Iniziare a scrivere

A quest’ora tornavo sudato dai giochi, e avevo ancora voglia di correre. Mia nonna mi accompagnava. Mi teneva per mano. Le nostre mani erano piccole, le sue asciutte e con una tenerezza intrinseca. Mani da carezze e che parlavano. Non riuscivo a stare fermo, le giravo attorno finché parlavamo e prendevo l’altra mano. Contavo le pietre su cui camminavamo, stavo attento a non pestare le commessure. Ci fermavamo a guardare i negozi, cambiavamo i discorsi ed entrambi avevamo poca voglia di tornare a casa. I portici alternavano l’ultimo sole con le ombre e già qualche luce s’accendeva. A me sembrava d’essere felice e lo ero, immerso in domande piccole grandi. In attesa delle risposte già altre domande si formavano. Vedere la vita ora e avanti, scoprire il bisogno d’essere coscientemente amato, mettere assieme il presente e tirarlo perché diventasse infinito, privo di obbligo, contenitore di piaceri nuovi e antichi, fidando in ciò che sarebbe accaduto.

A casa c’erano i compiti da fare, la fantasia da tenere a bada, le lettere da far stare dentro le righe, gli svolazzi strani di quelle parole che si ripetevano e che sembravano non dire nulla perché non c’era nulla da dire, ma molto da vivere. Quando ho scoperto la scrittura, quando sono riuscito a connettere l’osservazione dei particolari, la loro scienza, con la fantasia nel correrle dietro e andare fuori tema? La risposta sta nella scoperta della lettura come amplificatore dell’immaginazione. Vicende e mondi si aprivano, mi seguivano a letto con una pila sotto le coperte, potevo raccontarli a mia nonna ed ero sicuro che Lei avrebbe risposto a tono. La lettura apriva una finestra e ciò che vedevo doveva essere fissato perché si perdeva facilmente. Così è nata la scrittura, come un tener traccia, l’essere specchio dei sensi che si esercitavano per loro conto. I compiti erano una cosa che intralciava la fantasia, forse per questo sono stato un pessimo scolaro, riottoso e ribelle. Arrampicato sull’orlo del vulcano, temevo di scivolare giù nella profondità dell’ignoranza e dei voti pessimi. E così accadeva, segno che ciò che si vuol fare accadere, accade. Contavo sulla fortuna e sui voti in italiano, ma non bastava, non sarebbe mai bastato se non a me.

Che uso faccio della sera, sapendo che la serenità incosciente d’allora non la posseggo più e che anche le parole spesso vanno a finire nella noia di ciò per cui vengo interrogato, prigioniere delle notizie e al servizio di una opinione. Di cosa parliamo? Se mostrassimo ciò che ci colpisce risalterebbe il fuori tema, la pazzia dolce di chi parla d’altro, ma ciò non è consentito allora si dovrebbe ripiegare nella libertà della scrittura e lasciare che il mondo domestico delle strade e dei pensieri entri dentro con la sua luce che eccita le ombre e forma pozze di freddo e di buio che si attraversano con la stessa altezzosità con cui il primo rompighiaccio annunciava la primavera e la libertà alle navi, tagliando i ghiacci fuori dalla baia di Leningrado. Già San Pietroburgo e ora nuovamente San Pietroburgo. Ci dev’essere qualcosa di talmente immane tra queste due parentesi che racchiudono un nome che ora dev’essere scordato anziché sondato, capito, svolto come una mappa in cui i luoghi del pensiero e dello spirito trovano nome, distanza, via per essere uniti.

Sotto, nel vicolo, arriva in moto, una Bmw, con trasmissione cardanica. Chi la guida ha il viso che esce dall’attesa e il sorriso che incontra chi vuole incontrare. Se ne vanno in un rumore denso di armoniche e di basso con quel frullo d’ingranaggi che è già una partitura solista di meccanico concerto, ma che nessuno scrive. Mi piace l’idea del cardano, c’è molto cervello in questa scelta, in chi la inventò ( già ne parla nel terzo secolo a.C. Filone di Bisanzio) e in chi la sceglie. E’ un giunto che permette ai moti di due alberi di trasmettersi pur essendo disallineati e tutto questo non è il simbolo potente che insegna come cose che hanno diverse necessità possano trovare il modo di connettersi e di andare avanti assieme sommandosi. Anche per le idee servirebbe un cardano che le renda rigide quanto basta ma non impermeabili al disallineamento e al movimento comune. Se avessi raccontato questi pensieri a mia Nonna, avrebbe capito e non avrebbe fatto osservazioni, ma già a scuola tutto sarebbe diventato più difficile.

La sera mi ha sempre regalato una luce che conteneva senza illuminare, è la stessa di allora, così penso, la stessa che usciva dalle finestre e si scambiava con la lampada a centro stanza, mentre già il profumo della cena riempiva la cucina e posavo la testa sul braccio, guardando di sguincio e tentando di scrivere i numeri e le lettere dentro quelle righe che dovevano contenere il pensiero e la scrittura ordinata dalle leggi altrui, ma la mente era altrove. Decisamente ero un pessimo scolaro a cui sarebbe piaciuto usare le parole e tenerle a mente per chissà quale occasione di comunicazione, ma non era tempo allora come non lo è stato dopo.

8 febbraio 1944

I rifugi antiaerei in città erano di vario tipo, da quelli appositamente costruiti, alcuni talmente solidi che esistono ancora, altri erano cantine, gallerie ricavate sotto le piazze o le strade, oppure ricoveri sotto le mura cinquecentesche. Uno di questi era sotto il bastione “impossibile” vicino alle scuole Raggio di sole. Poco dopo la mezzanotte, l’8 febbraio 1944, le sirene antiaeree svegliarono gli abitanti e nel buio di una città oscurata, anziani, donne, bambini si avviarono ai rifugi o scapparono verso la campagna. Dobbiamo immaginarli, si muovono nel buio con le coperte addosso, un po’ di cibo, i pochi oggetti di valore e quelli che si fidano dei ricoveri, entrano in queste gallerie, dove nei corridoi sono disposte panche che li terranno stretti gli uni agli altri fino al cessato allarme. Nel rifugio Raggio di sole si affollano centinaia di persone.

Quella notte 45 bimotori Wellington sganciarono 72 tonnellate di bombe sulla città, una di queste colpì il terrapieno sovrastante la volta del rifugio, che non fu più tale. La volta in mattoni venne rotta e perforata dalla bomba che esplose nella sala sottostante. E’ un ambiente chiuso, l’onda d’urto è tremenda e le schegge vanno tutt’attorno, il bastione si apre ma non crolla, il disastro nella sala e nei corridoi a terra è immane. I morti non sono mai stati accertati con precisione, almeno duecento, forse cento di più. Sotto c’è una confusione terribile, i vivi sono assordati dallo scoppio, c’è un’ oscurità piena di urla dei feriti, di persone che si chiamano, di silenzi, di pianti dei bambini e degli adulti. C’è chi cerca chi aveva accanto e che lo spostamento d’aria ha tolto, le persone che si possono muovere cercano i loro cari e una via d’uscita, brancolano nel terrore che accompagna il buio. I soccorsi arriveranno dopo ore facendosi strada tra le macerie e poi i corpi. Bisogna portare via i feriti e chi è sopravvissuto. E’ un lavoro massacrante e orribile, poi verrà cercato un po’ di ordine per capire chi è rimasto ucciso, nel frattempo bisogna aiutare i vivi. Il bombardamento e la strage del rifugio Raggio di Sole, passerà di bocca in bocca senza notizie ufficiali, occultato dalla propaganda nei giorni successivi per non impaurire e demoralizzare la popolazione, perché già i primi due bombardamenti dei mesi precedenti avevano causato molte vittime e distruzioni, in particolare all’ Arcella.

Di quel bombardamento quand’ero piccolo, si parlò in casa. Una mia cugina era diventata tale a seguito dell’adozione da parte di una zia, mentre il fratello restò in orfanatrofio fino ai 18 anni e poi, dopo il militare e con un lavoro, venne a vivere a pensione a casa di mia nonna. Erano i figli di una coppia morta sul colpo e i bimbi si erano salvati forse protetti dai corpi dei genitori. Di quella notte non so se ricordassero qualcosa, di certo essa rimase in loro e nel proseguo delle vite, pur essendo persone amabili e di rara gentilezza. I miei zii furono amati di amore filiale e accuditi come meglio non si sarebbe potuto. A volte, nelle nostre case distanti, accanto al racconto di un successivo bombardamento che aveva distrutto la casa dei miei genitori, c’era il ricordo che, a mezza voce, riferiva della strage a Raggio di Sole. Naturalmente senza la presenza dei cugini e con l’intenzione di non impressionarci ma egualmente erano racconti scarni e terribili. Forse doppiamente terribili per i pochi particolari che facevano capire perché le persone non si potessero tutte identificare e perché emergeva anche la miseria degli sciacalli, come in ogni bombardamento.

p.s. Da bambino ho giocato molto nella chiesa degli Eremitani, in ricostruzione dopo la distruzione patita in un successivo bombardamento a Padova. In essa ci fu la più grande perdita al patrimonio artistico italiano con la distruzione degli affreschi del giovane Mantegna e del Guariento assieme a gran parte dell’edificio del ‘300. Quindi vedevamo le tracce della guerra ma i nostri erano giochi fatti correndo sui pavimenti di marmo scheggiato, nascondendo le pigne dietro gli altari, una guerra di bimbi fatta di gridi, dove alla fine ci sedevamo sudati e vicini a raccontare le nostre avventure. Non era la guerra che percepivo nei pochi racconti dei genitori a casa, le nostre guerre non facevano male, erano solo una grande gara a rincorrersi in cui la caduta di uno dispiaceva agli altri dopo il primo sorriso. Forse per questo non capivo e quei racconti terribili sono riemersi dopo, da adulto. Avevano lasciato traccia e il solo passare davanti a quel luogo ancor oggi riporta a un dolore immane e senza nessuna giustificazione.

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, porto attenzione anche a come le singole lettere si esprimono, al loro andamento nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del Nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, e a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo sia accaduto in quei tre anni bui, nati alla fine del 1917, dove tutto fu precario o forse dopo, negli innumerevoli passaggi di casa, migrazioni, che comunque carte, mobili, cose, si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui venne ricavato il suo ritratto che lo mostra in un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così bardati, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà del gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia Nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia dopo il rimpatrio affrettato dalla Germania, mantenere una casa propria che non la vedesse ospite. Con la fotografia di sicuro giunse uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la Nonna tenne più cara l’immagine, delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti che si rinnovavano. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il Nonno, muore e viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento. Con molta difficoltà, di recente, sono riuscito a trovarne traccia geografica, ora è oltre il confine, in Slovenia, non molto oltre la zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia. Se sarà possibile andremo a cercarla, noi, i discendenti, come ho fatto altre volte. Spesso è stata una delusione: una dolina è una depressione, una buca più o meno grande, nel terreno pietroso e carsico. Il paesaggio è mutato, solo perché ricco di vigneti che hanno fatto la fortuna di qualche cantina. Terre poco abitate, come allora, prive di attrattive che giustifichino le terribili carneficine che furono perpetrate in quei luoghi. Spesso i villaggi sono abbandonati e le poche case rimaste hanno muri di sasso che si ergono a contenere tetti sfondati e alberi nati all’interno.

Di quest’uomo, mio Nonno, resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia Nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, con il poco edificante epilogo che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il Nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio Padre. Mi mancano i suoi pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa o che si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro, i Nonni.