caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

seconda decade di ottobre

Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni,  importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.

Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva  festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene. 

Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.

La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello,  ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.

 

cannelle

Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.

Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.

Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.

Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.

dei molti inizi e indizi

Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.

Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie.  Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?

Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.

dall’altra parte della barricata 1.

Non sapevo bene cosa significasse, ma quel primo pomeriggio di luglio ero diventato situazionista. Così nel sole, senza preavviso, su una panchina davanti al fiume, con la digestione che chiudeva gli occhi e le righe di “Quindici” che mi ballavano davanti. Capivo che quell’Europa, così grande e diversa di popoli e abitudini, così difficile per i confini da valicare, così complicata per i visti, le lingue e i passaporti, era il mondo perché il resto diventava atlante e una macchia confusa e barbara. Eppure da qualche parte, nel suo cuore, quell’Europa fremeva impaziente, mentre ragazzi poco più grandi di me, si agitavano ancora di più. Alla Freie Universitad di Berlino, leggevo che protestavano, si battevano, discutevano. Ma dov’era la Freie Universität? E Berlino non era una città isola dentro la Germania Democratica, come mai lì la libertà diventava contestazione e non solo necessità? Capivo quello che leggevo e vedevo la distanza dal mio mondo, da quel pomeriggio sospeso di sole, con i pesci che saltavano a pelo d’acqua. Mi sembrava che ciò che leggevo fosse grande, che questo accorciasse le distanze e se avevo caldo, sonno, voglia di andare in piscina o al mare, restava la necessità di capire perché altrove si coagulasse il futuro.

E mentre facevo fatica a tenere alta l’attenzione mi rendevo conto che un piccolo salto in avanti era stato fatto nella mia piccola vita. Nella testa anzitutto, perché per capire, per esserci, bisognava si accendesse l’attenzione, ma soprattutto attorno capivo che c’erano cose che altri discutevano e capivano ed erano totalmente diverse da quelli che fino a quel momento erano stati i miei interessi.

Nella sonnolenta Padova, così simile al torpore post prandiale, non accadeva nulla, ma altrove scomposte e ritmiche code di sauri di scontravano e diventavano altro. Situazionismo, cosa voleva davvero dire? Forse, ma non solo, essere nel presente e mescolare anarchismo e marxismo, vedere la realtà e la sua miseria là dove si viveva, smontare l’attuazione dei sogni attraverso l’analisi di ciò che quei sogni avevano prodotto, vedere i limiti del socialismo attuato e rifiutare il capitalismo. Per me significava discutere con mio padre, con i miei pochi amici che pensavano altro, significava non farsi capire perché non c’era nulla da capire, bastava guardare la realtà e per renderla evidente ancor più, creare situazioni.

Non c’entravo con quanto accaduto ma alla messa in duomo per la commemorazione di Mussolini, un paio di artisti avevano versato 5 litri di ammoniaca pura nella pila dell’acqua santa. La chiesa era stata evacuata, tutti piangevano, tutti erano indignati e la realtà si era mostrata. Così pensavo. I simboli erano urticanti, scomodi e conflittuali. I simboli non erano acqua fresca e come tali si dovevano leggere nel loro produrre cambiamento, nel contrasto con il sonno, il lassismo del non impicciarsi. Era scoccato il mio ’68, anche se mancavano ancora un paio d’anni e non lo sapevo. Neppure dopo l’avrei saputo bene, però capivo che se c’era coincidenza tra desideri, soddisfazione e libertà, si andava verso una situazione di collettiva euforia, di cambiamento, con momenti di felicità.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali.