case

Le case nelle città medie stanno vicine, soprattutto nel centro si sorreggono a vicenda. Hanno stili diversi, rappresentano ceti sociali differenti perché raramente i ricchi si facevano affiancare dai ricchi, casomai li guardavano dall’altro lato della strada, quindi si alternano le case, nei colori e nelle presenze umane. Un tempo era così. I colori erano secondo estro, qualcuno decideva di assomigliare o di staccarsi nettamente dal vicino. Il colore che diventa un blasone, un’appartenenza a una famiglia e rivelatore del carattere. Ma le case non sanno fare a meno della vicinanza, tanto più che il portico le unisce e crea l’occasione dell’incontro, della conversazione, del saluto di chi le abita. Si sono fatte da sole, le case, per somiglianza e perizia comune, per quella voglia di essere soli e assieme nello stesso tempo, di essere famiglia e fortilizio, ma anche finestra e lenzuola o tovaglie stese ricamate da mostrare. Per quella voglia di vedere senza essere troppo visti, un po’ da guardoni discreti che capiscono molto perché conoscono e assimilano i fatti di una cronaca minuta fatta di vicinanze senza parere, di fatti propri e d’altri mescolati, di termini di paragone e di consolazioni. A questo servono le finestre oltre a portare luce: a vedere ed essere visti secondo la misura scelta.

Stamattina uno sciame di passeri s’è levato nella piazza d’aria che c’è nel vicolo, na sbrancà, un pugno, di farina o d’altro, si direbbe nel dialetto antico della città e nella mente si formerebbe il gesto che trattiene a stento nella mano chiusa il contenuto da spargere o versare, oppure da gettare contro il cielo come fossero coriandoli a carnevale, Così imparano a fare i bimbi pescando nel sacchetto e ridendo del poco che gettano nell’aria o addosso al cappotto di chi gli sta vicino. E così quei passeri erano di un’allegria insperata e libera, levati tutti assieme da una finestra sbattuta o da un’improvviso apparire, eppure non impauriti ma in attesa di capire e nuovamente posarsi assieme. Insieme e ciascuno per suo conto, come le case. Intanto la pioggia finalmente rigava i vetri.Lasciava lunghe scie d’acqua grossa, che rendevano le case di fronte un po’ tremolanti, ma solo per poco finché la goccia sceglieva il percorso per confluire con le altre.

La bora ha soffiato per quattro giorni, cacciando le nubi in corse folli nel cielo, aggregando e disfacendo. Pensavo a Trieste, all’Istria quando s’increspa il mare in minuscole onde che contrastano la marea ed è un dipinto che riluce, fatto da un pennello grosso, quel tanto da tracciare segni dove di solito non ci sono, da opporre al bianco un diverso bianco, incresparlo di schiuma, intriderlo di finezze impossibili da non sentire come un dono che ci viene fatto e che poi si porta dentro per ogni giorno di bora ovunque noi saremo. Com’era venuto il vento s’era calmato e aveva lasciato libere le nubi di mettersi assieme e piovere. L’aria, già pulita, s’era caricata d’una freschezza insperata, come una donna che si profuma e sorride offrendosi al pensiero più che allo sguardo. Annusare, chiudere gli occhi, immaginare. Attorno non c’erano rumori, solo il ticchettare dell’acqua che cadeva dalla grondaia lungo il pluviale per poi perdersi nella terra. L’asfalto era diventato nero, assorbita la prima acqua aveva poi stabilito le gerarchie di rivoli, le pozze da traboccare in confluenze verso il chiusino. E anche la grata aveva dismesso la patina di ruggine per diventare un oro antico, un ocra caldo mischiato con il grigio della ghisa. Non si è riformata la pozza fatta a cuore. Dei lavori di rifacimento del manto (bello che le strade si coprano con un manto e proteggano i sassi piccoli e tondi di fiume, lo spezzato di cava e la terra che hanno sotto) non hanno rispettato la pozza che riluceva col lampione e si allargava a cuore. A me è sembrato ci sia stata un’insensibilità, l’incuria nel vedere e nell’immaginare che anche una pozza fa la differenza e racconta gli amori delle case che le stanno attorno, si fa riconoscere dagli amanti o dalla gentilezza, aggiunge a chi rientra un sorriso inatteso. La trovavo al suo posto in ogni giornata di pioggia e la sera aveva il colore caldo del lampione, era una presenza segreta, un modo per riconoscere che insieme agli altri eravamo casa.

Nelle case che furono abitate dalla famiglia, non di rado occupavamo -e occuparono- il piano alto. Le scale erano sempre anguste, scalini arrotondati, da rinfrescare prima di Pasqua con la calcina, fatti di pietra di Nanto, friabile e calda nel suo consumarsi secondo i piedi che la percorrevano in fretta o piano. Dipendeva dalle età e dalle emozioni lo scendere e il salire, ma il fazì pian pae scale era d’obbligo ad ogni uscita. Scale sempre poco illuminate, che si conoscevano a memoria, anche di notte in punta di piedi e senza luce per non far capire l’ora di rientro. Scale sommesse, con le voci dei piani a fare da portolano per capire l’umore delle famiglie e il respiro della casa; affannoso o ilare, intriso di profumi e odori di cucina o di bucato, di liti infinite e di risate sonore, d’ansimi e pianti, di racconti detti a mezza voce sulla porta. Le scale erano un percorso delle vite parallele che vivevano le une sopra le altre. La congiunzione umana, tangibile, carnale delle vite diverse che poi si assomigliano, ma mai abbastanza da non sentirsi differenti. Abitavamo sempre all’ultimo piano e in quelle case non mancava mai di piovere dal tetto. I coppi hanno questa vita propria, si muovono secondo le stagioni, i gatti, il vento. Lasciano posto ai nidi, al correre dei topolini, allo scavare dei colombi, ospitano terra che si riempie d’erba e qualche arbusto tenta pure di crescere tra una fila e l’altra. Non era un gran problema, bastava un catino e una ripetuta protesta al proprietario, poi chi avrebbe messo a posto il succedersi ordinato dei coppi, col suo peso qualcuno ne avrebbe rotto, e nell’ultimo scavalco verso l’abbaino ne avrebbe smosso un altro e così sarebbe di nuovo piovuto dentro, ma non subito e da un’altra parte. Ci sarebbe stata l’illusione di una normalità e poi la bora o i temporali d’estate avrebbero ribadito che qualcosa in cielo mancava o non si era distratto nel fare il suo lavoro. E xe case vecie, cossa vuto fare, bisognaria rifare tuto. Con questo riprendeva il ciclo della protesta e dell’attesa, ma senza ansia: era così e basta.

Di queste case per esperienza diretta potrei parlare di alcune, a partire da quella in cui sono nato, però mi piace di più stasera, ricordare una casa che ho visto e che fu abitata dalla mia famiglia. Era una casa stretta e alta, le finestre davano sulla strada e sul cortile d’una casa patrizia che fu usata come casa di tortura dai repubblichini e dai tedeschi. Era una casa a cui furono sbarrate le finestre che davano sul cortile per non vedere i prigionieri, anche se di notte, d’estate le urla si sentivano forti assieme alle bestemmie e i silenzi. Ne ho il racconto in testa fatto con pudore da mia Nonna, quella casa era un porto in cui era confluita la somma dei navigli delle vite, gli ultimi armadi, la pendola, i comò di noce, una tavola della vecchia osteria, la specchiera, l’ottomana di raso rosso e quei lampadari dove mai tutte le flebili lampadine funzionavano. Era un succedersi di stanze, con le scale in mezzo e l’intera casa era abitata da antifascisti e partigiani. Strano vivere così vicino al pericolo, eppure erano tutti silenti e solidali. Su quel tetto cadde un sacco di bombe a farfalla gettato da un ricognitore inglese notturno e mia Nonna, che dormiva, si ritrovò in cucina per lo spostamento d’aria con l’intero letto. Il cornicione crollò in strada e il cielo irruppe nella stanza. Mia Nonna non s’era fatta troppo male, così ripararono alla meno peggio, aspettando finisse la guerra. Quella casa l’ho vista da bambino, alcune cose erano rimaste là dopo il trasloco, ma nessuno in famiglia le ha più cercate. Le nominavano passandoci davanti o fermandosi a salutare chi era rimasto.

In cento metri da quella casa c’erano due osterie, una trattoria, la mia scuola elementare, una macelleria, un orologiaio, un ciabattino, una latteria, un negozio di libri usati, una torrefazione di caffè, due negozi di alimentari non molto forniti, un falegname e un fruttivendolo un po’ disonesto nel prezzo e nel peso, ma molto di chiesa. Insomma era un villaggio eppure era una strada fatta di case che si mescolavano nei ceti e nelle attese d’una rimessa in ordine. Le persone si conoscevano tutte e anche le case si conoscevano e si trasmettevano l’un l’altra le crepe. Stavano assieme come gli ubriachi che si appoggiano per non cadere, ma nessuno di loro fece mai la spia e se tra gli abitanti di quella casa fu poi fucilato un partigiano, medaglia d’argento al valore, fu perché preso in combattimento. Case per bene con gente per bene che amava la libertà di stare vicini.

alla ricerca dello yoghurt perduto

Le latterie non esistono più. Qualcuna ne porta ancora il nome ma è altro da quei luoghi fatti di una stanza con le pareti di bianche piastrelle, 20×20, fino ad altezza braccio teso verso l’alto. Là dove lo straccio imbevuto di varecchina e l’invocazione per l’artrite incontravano una cornice blu che chiudeva l’ambito del pulito. Sopra tutto, vegliava e illuminava il neon da 40 watt e ad esso, in campagna, s’aggiungeva il rotolo di carta moschicida coperto di incauti insetti. Presidio igienico del cielo per sanare l’ambiente.

In latteria si comprava il latte, sia quello non pastorizzato da versare in recipienti portati da casa che quello in bottiglia, pastorizzato. Erano bottiglie costolute, dal collo largo, coperte da un tappo di stagnola con la data di scadenza e vuoto a rendere. Rompere la bottiglia del latte per strada portava male, non che avesse influssi sul futuro, ma poteva comportare qualche sberla utile ad incarnare l’attenzione, quindi massima cura nel trasporto e sulle scale da fare con attenzione. Il lattaio portava anche il latte a casa, ma c’era un sovrapprezzo e quindi si preferiva la libera latteria. In questa stanza bianchissima, impudica dietro una vetrina spoglia di cose, oltre al latte c’erano dolcetti de poche: pescetti, cordoni di liquirizia, farina di castagne in bustine, pastiglie alla menta, boli gommosi, “more“di vari colori. In bella mostra delle paste secche sotto una campana di vetro o in una vetrinetta, erano dolci che resistevano al tempo, occhi di bue con marmellate dure al centro, frolle a losanga o tonde, con ciliegia o senza, sfoglie perplesse che piano perdevano consistenza, e c’era anche un’ imitazione del millefoglie farcito con una crema bianchissima e appiccicosa. Queste dolcezze non erano prive di effetti secondari in relazione alla vetustà e al caldo di stagione. Le mamme le proibivano, e ciò ne aumentava il fascino ben sapendo che chi sgarrava veniva punito o meno dal caso e dalla pancia.

Le latterie più evolute avevano anche la macchina per il caffè, erano un quasi bar già presagio sulla loro evoluzione. Altre, più ruspanti affiancavano dolci da fetta, fatti in casa, con un inconfondibile odore di uova poco fresche e una densità elevata. Se ci fosse stato allora un test granulometrico per dolci, queste fette avrebbero potuto fare da unità di misura: tutto quello che si poteva produrre in casa, avrebbe avuto densità inferiore e qualità maggiore. Anche di questo le mamme e le nonne andavano fiere. E mentre distinguevano bisbigliando i dolci portati in omaggio, tra quelli di pasticceria e quelli di latteria, con fierezza non li compravano. Nella latteria erano poi allineati, sul banco di vetro e su uno scaffale, dei vasi esagonali di dimensioni importanti che contenevano biscotti secchi dai nomi esotici, marie, petite beurre, oswego, baicoli, savoiardi ma anche dei biscottoni enormi da inzuppo e meraviglia delle meraviglie, i wafer. Uno per premio se accompagnati, due se da soli e si riusciva a fare la cresta sul prezzo del latte. Il gesto con cui la lattaia col suo camice bianco, apriva il vaso e con le stesse dita che avrebbero ricevuto monetine e banconote consunte, prendeva con delicatezza il biscotto e lo porgeva, sembrava un rito che produceva già dal gesto il piacere dello sgranocchiare successivo. Piano, a bocconcini piccoli, si mangia per piacere non per fame. È vero, la fame era altra cosa e si sarebbe saziata con cose molto più consistenti, ma il piacere fugace e immediato aveva una sensualità che prefigurava cose oscure di cui non si sapeva nulla, ma che certamente c’erano nell’età in cui, liberi, si sarebbe potuto avere la completa sazietà del proibito.

Poi in contenitori da mezzo litro e da un quarto, negli anni ’50, apparve un’ evoluzione del latte, lo yoghurt. Anch’esso in recipiente dalla bocca larga ma con una densità molto maggiore del latte e una vena acidula che dapprincipio lo faceva respingere, ma che poi il gusto chiedeva di riprovare. Quel sapore, donato come assaggio da una bella ragazza in un camice aderente e bianchissimo, era stata la scoperta in una di quelle fiere campionarie che portavano le novità dal mondo al nostro Paese Fu classificato in casa come americanata e ciò bastava per l’embargo, ma di fronte alle innumerevoli proprietà benefiche che venivano enumerate, magari un assaggio si poteva fare. Assaggio, rifiuto, embargo, contingentamento. Ovvero come rendere piacevole una cosa altrimenti da scartare, collocandola nell’olimpo dei desideri. Ne parlavamo tra noi ragazzini, e c’era chi lo mangiava ogni giorno senza grandi benefici però il fatto che tra le virtù ci fosse quella di far scomparire gli incipienti bruffoli pre adolescenziali lo rendeva comunque un oggetto del desiderio. Così una volta a settimana una bottiglietta di yoghurt veniva acquistata e consumata. Effetti prossimi allo zero, ma se anche le ragazzine se lo spalmavano sulla pelle per rendere morbido ciò che già era morbido come essere da meno?

Parlo di uno yoghurt che non assomiglia minimamente alle bevande e ai prodotti di culto odierni. Acidulo e denso ma non solido, con un sapore persistente e un senso di sazietà che durava almeno per l’intero contenuto e che era un’ evoluzione del solito latte mattutino, un omaggio alla modernità che avanzava e che proprio da quelle nuove bevande cambiava le latterie. Infatti nelle vetrine prima spoglie, sulle mensole di vetro cominciarono a vedersi cioccolatini di vero cacao e non più quei cremini di surrogato di cioccolato per la merenda delle 16. Scatole di caramelle che sbiadivano in attesa di compratori, persino uova di Pasqua piccolette che superavano indenni la festa, ma la latteria evolveva, e adesso vendeva coca cola da un frigo rosso a pozzetto, aggiungeva cose salate e manteneva, per gli estimatori, i biscotti nei barattoli. La vetrina si arricchiva di giocattoli minuscoli in plastica, si consegnavano raccolte a punti, e da sotto il banco il caffè veniva corretto con prugna o con fernet. Insomma con lo yoghurt si era spalancata l’evoluzione della latteria che era un po’ l’evoluzione della specie.

Adesso lo yoghurt lo faccio in casa, è bello denso, ricco di fermenti e di probiotici, gli enzimi fanno il loro lavoro silente e allegro, ma ciò che ogni volta voglio ricreare è il sapore di quello yoghurt che non fanno più da nessuna parte, che non faceva passare i bruffoli, che sembrava essere il nuovo che entrava in un mondo ancora con la carta moschicida e le paste secche. Non mi riesce e non si trova perché non ci sono più le latterie, e allora per chi lo farebbero quello yoghurt, quelle bottiglie di vetro spesso con la bocca larga e il tappo di stagnola? E che novità avrebbero questi luoghi per i sazi, i soddisfatti che hanno miriadi di biscotti e dolci da rifiutare. Ecco perché credo che con lo yoghurt siano cominciate a morire le latterie, era il nuovo che si spostava altrove e rendeva inutile tutto quel bianco, quel pulito di piastrella, quei dolci rari, poco buoni ma  semplici che erano il preannuncio di altri desideri e piaceri. E sarebbero venuti a loro tempo, come la libertà di viverli, questa era la speranza che chiudeva all’età passata e apriva alla nuova.

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.

Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.

Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.

E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.

Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.

cose un po’ fruste

 

A volte mi commuovo. Senza una ragione apparente, si affolla ciò che è stato ed è poi altrimenti evoluto oppure s’è spento senza far rumore, come accade a chi parte e poi non torna. C’erano state promesse e speranze, ma sin dall’inizio si sapeva che quel salutarsi era un addio. Un chiudere che l’illusione e la speranza rendevano meno doloroso, ma era nell’aria, nelle parole trattenute, nello scambio che durava molto più di quanto sembrasse necessario. Questo è il farsi delle scelte, del caso e di ciò che accade, la testimonianza di aver conosciuto e profondamente vissuto che resta dentro di noi con quell’insoluto che ogni scelta ha comportato, ogni pienezza ha generato, ogni cosa ha incorporato. Dovrebbe bastare, ma non è mai abbastanza come accade in tutti gli amori, compreso quello per ciò in cui si è creduto con tale forza da piegare il desiderio, da posticipare la necessità. Di questo, nella mente e attorno a me c’è larga traccia e così mi prende una vaga nostalgia per il contenuto delle cose che non sono mai davvero tali per chi le conosce per davvero. Per chi le ha scelte, le ha tenute appresso e consumate con l’attrito che genera quel rapporto che non è mai solo uso, ma piuttosto un parlarsi, un gettare tra l’inanimato e il sentito, un dialogo.

Guardavo fuori, la campagna che s’accosta alla città, che si ricorda di ciò che era nei fossi e nei campi appena arati. Che ha piccole macchie d’alberi selvatici, testimoni di litigiose eredità oppure d’attese di cambi di piani regolatori già troppo permissivi. Nel tramonto guardavo il cielo che s’aranciava di luce e nubi strette, il pensiero andava al rumore del legno che brucia nei fuochi improvvisati nella spiaggia e vedeva, e sentiva, il crepitio dell’alta catasta dell’inutile che bruciava a bordo del campo.

Nei ricordi e nel presente, ho un filo e nessuna traccia, uno svolgere che non tesse perché non conosce chi sia all’altro capo. Non è forse questo il gioco di ciò che è ancora in attesa di noi, che aspetta per dirci, non il consueto e l’abitudine ma il nuovo che vorrà coinvolgerci? Parlo a me, alle cose, al buio e alla luce. Ricordo. Un ricordo qualsiasi.

Quella mattina era poco dopo l’alba quando cominciammo a camminare. Era luglio e il caldo ci avrebbe colti per strada, ma con buona parte del cammino fatta. Era già un’avventura fare colazione mentre fuori c’era la notte. Fremevo impaziente, nei calzoncini corti avevo i pochi soldi per il ritorno in treno, un coltellino, uno zainetto di tela verde con l’acqua e due panini. Chissà come avevo convinto mia madre che sarebbe stata una camminata lunga e sicura. Forse perché eravamo in tre coetanei e le madri si parlano e si sorreggono nel convincersi. Uscimmo e andammo. Poi, appena usciti dalla periferia, c’era la strada, polvere, campi, paesi sconosciuti, fontane con acqua fresca e una meta. Quanto parlammo. Mi resta solo l’impressione del parlare perché avvenne ed eravamo in fila, scherzando ininterrottamente su quella strada con tre diversi motivi per farla. Chi voleva ringraziare per la promozione ottenuta, chi per dimostrare l’indifferente vigore fisico, chi, ed ero io, il bisogno d’esserci senza avere un merito né qualcosa per cui ringraziare. Forse volevo connettere qualcosa che da tempo era disgiunto e non trovava sintesi. Un sentire differente che implicava un passaggio attraverso qualcosa di banale e più grande, com’è per ogni iniziazione. E io non sapevo cos’erano le iniziazioni, non sapevo nulla delle discontinuità del tempo, dello strapparsi della tela che mi sembrava così determinata, conseguente e sicura nel suo andare da qualche parte e poi improvvisamente ti lasciava solo davanti a te.

La nozione dell’ignoto, chissà davvero quando si matura, diventa una scelta che accende le guance, rende urgente l’andare, chiude ciò che precede e spinge incoercibilmente oltre. Per alcuni non viene mai ma lei, la nozione, ci prova e quando si è bambini o poco più, accade che ci sia un protrarsi dell’insufficienza propria, del sentirsi inadeguati, né una cosa né l’altra soddisfano appieno. Allora servirebbe ci fosse chi capisce che si è sull’orlo dell’ignoto, chi aiuta a decifrare le parole che non si conoscono, chi ridà un senso a ciò che si rifiuta e renderà fulgida parte della vita che si vive e si vivrà. Ma così non accade e non era così quella  mattina, né lo è stato per molto tempo innanzi e forse neppure ora. I segni di un’antica lotta non si cancellano mai, al più s’imbellettano sotto altro finché non diventano cari.

Comunque, con i piedi stanchi e gonfi arrivammo, facemmo il lungo portico in salita. Ci inginocchiammo nella chiesa. Ciascuno pensò qualcosa, ma non per molto, e uscimmo. Fuori c’era il sole a picco del mezzogiorno, una vasca colma sotto la fontana in cui immergere i piedi a turno, l’acqua fresca e un prato in cui stendersi sotto un albero a piedi nudi a guardare il cielo tra le foglie. Ricordo il silenzio tra scoppi di parole. I propositi per la sera, le prese in giro scherzose e quel silenzio in cui ciascuno metteva l’utile e l’inutile di quei 40 chilometri di fatica. Il senso. Perché c’era un senso che riguardava ognuno di noi. Non me ne accorgevo ma le vite un po’ si separavano. Una bocciatura, un andare al lavoro prima d’altri, un percorso di vita che seguiva per ciascuno un daimon differente. Eravamo amici e lo restammo a lungo, ma le vite andavano seguendo un filo di cui si aveva solo il capo dopo che i nodi dell’infanzia, delle prime avventure, si erano sciolti in piccole distanze. Avevo un coltellino rosso, piccolo e affilato quanto bastava per fare la punta a un bastoncino. Lisciarlo della corteccia e lanciarlo verso il cielo, oppure ricavarne una fionda per future imprese. Credo di averlo fatto anche allora, ridendo perché ormai eravamo troppo grandi per quelle cose. Nel primo pomeriggio tornammo verso la stazione, e in treno verso casa. Già la sera non fummo insieme. Quel coltellino c’è ancora, consumato e messo in un cassetto. Non può dire nulla a nessuno se non a me, non può sciogliere nessun nodo se non i miei. Forse per questo a volte, senza ragione mi commuovo, perché le cose un po’ fruste e invecchiate con me mi ricordano altro ed è difficile, forse un delitto buttar via, parlo dei ricordi, ciò che per poco non è stato, oppure lo è stato davvero ma non come avremmo voluto.

Sono i nostri piccoli fallimenti, le ferite che c’hanno fatto male e insegnato, che tracciano una mappa di ciò che abbiamo camminato. La nostra mente conosce bene quella mappa, la dispiega, e se la guarda bene, vede che sono loro, i nodi di ciò che siamo, che ci chiedono di camminare ancora. 

 

il blu e l’indaco

Di cosa mi stupisco? Dell’utile portato a paradigma, della distrazione verso i particolari, dell’incapacità di vedere l’insieme ovvero l’apparenza e ciò che la sottende. Mi stupisce il disamore povero, quello senza ragioni, privo di carezze virtuali e virtuose. Mi sorprende l’attenzione su ciò che si ripete e non s’impara, l’idea del tempo che sovrasta il vivere. Mi sorprende guardare lo specchio e riconoscermi, ora come allora, certamente differente ma privo di giudizio serio perché lo ritengo inutile. Anzi un ulteriore spinta al disamore. Eppure noi tutti abbiamo bisogno d’amore, perché allora non stupirsi di tanta inadeguatezza e confusione. Perché in definitiva, siamo così poveri nel dare e bisognosi nel ricevere e di questa semplice equazione non troviamo soluzioni? Perché ci si accontenta quando ben altro è a disposizione. È così, ma solo a volte, perché il caso, la volontà, la paura, la stessa voglia ci si mettono in mezzo.

Mi hai detto che il mio umore era blu, colore facile da portare in società, difficile per il cuore, per i pensieri, per le stesse mani se non trovano la giusta carezza. Di quel blu vorrei scomporre il rigore del freddo che l’accompagna dal flusso che indica lo scorrere pulito. Quello che facevano le nostre nonne quando al bucato fatto con la cenere e da essa ingrigito, aggiungevano l’indaco nello sciacquare perché la sua vena abbagliasse e indicasse il bianco e il pulito. Ecco, se tu non l’avessi capito, per poco amore diventiamo blu, non abbiamo un indaco da estrarre e si raffredda l’animo, si spegne l’arancio nello sguardo, lasciando che il freddo risalga anziché nuotare nella corrente che ha lo stesso colore ma non ci bagna il cuore. Il blu dev’essere fuori noi, la pulizia solenne dell’amore che non ha misura, tempo, luogo. E l’indaco non sia altro che il pensiero, il corpo e il sangue, la pulizia e il lucore che nega ogni eccesso di verità, e quindi di menzogna, a ogni pensiero che finalmente può andare ovunque tanto non si perde ed è in ciò fedele. A sé e all’amore dato, ricevuto, voluto.

 

 

 

d’inverno, gli storti con la panna

 

Preso per mano nel pomeriggio di domenica,
ad aggiunger festa, ci pensava mamma,
della mia bocca, nella sciarpa rossa, in attesa,
prima dello sfavillar della gelateria,
guardavo il fiato che si rapprendeva.
E tutto era dolce e di sapore pieno,
come l’anno appena nuovo,
senza lunedì di pena.
Mi chiedi d’adesso,
del vivere che ha impastato creta e gesso,
dei dolori e delle gioie rifiutate,
della speranza troppo spesso vilipesa
d’esser portata appresso,
posso dirti che fa compagnia
a chi fedele è restato,
fosse uno slancio, una fantasia, un abbraccio,
il resto se n’è andato col vecchio che ha pesato,
ed ora penso a ciò che potrà essere vissuto,
con la smemoratezza del bimbo
dagli storti con la panna, appagato.

apolidi

Tra valzer vaporosi e champagne in calici scintillanti si chiuse un’epoca e si apri una nostalgia. E come tutte le nostalgie era il prolungamento piacevolmente masochista di un’assenza che non si sarebbe sanata col ritorno.

Negli stessi anni il sangue tumultava dentro i corpi. Per milioni fu fuori di essi, e correva tra idee infuocate e un noi che a volte sembrava solidale come mai. Era un sangue anonimo, disperso assieme all’intelligenza di ciascuno, disperso nel terreno assieme alle ossa, nei cuori che sopravvivevano e avevano visto, nelle domande tardive, nella storia che non è storie. Noi eredi consapevoli, così credo, a poco a poco, siamo diventati apolidi, di un’idea, di una patria, di un motivo per cui vivere con entusiasmo e gioiosa rabbia. Nelle nostalgie c’è penombra e sole che tramonta, bisogni senza luogo d’esistenza, amori consumati da sé stessi. Nelle nostalgie ci sono le strade non percorse, le ipocrisie giustificate, le idee calpestate. C’è un vivere che non s’accontenta perché è la bulimia a fare da padrona nella realtà: non è mai abbastanza e quindi divoriamo anche la falsità. Così allora, come ora. Come fosse una condanna che da soli ci infliggiamo, anche se a ben vedere non è così e si può ben dire che ad una scelta non fatta non corrisponde una vita altrimenti felice, ma quella vita che c’è adesso. La felicità è un sentire che ha l’odore di ferro come il sangue e la dolcezza del pomeriggio che scivola nell’orizzonte. Non ha una misura è una sensazione che da un valzer passò a una carica di trincea, da un calice di champagne al cognac prima di un assalto, ma chi non aveva mai ballato oppure riso per il pizzicorio al naso, non aveva nostalgie e neppure scelta, solo una vita da tenere stretta. Neppure sua, e questo lo capiva, e gli sembrava l’insulto più grande ricevuto.

l’attesa

Ognuno ha le sue attese. Spesso silenti. Molto spesso con radici lontane. Qualcosa è accaduto e ciò che doveva essere non è stato. E si continua ad attendere che una magia rimetta a posto le cose, riscriva tutte le pagine sbagliate della vita, aggiusti le crepe dell’anima,tolga le sciocchezze assieme a ciò che non si vorrebbe mai aver fatto. Eppure lo si è fatto forse perché sembrava giusto, oppure già non lo era ma diventava inevitabile. Anche essere peggiori è una condizione dell’esistere. Non siamo santi di nessuna religione, a volte siamo più in sintonia con quello che pare giusto. E l’attesa è un bel motore, permette di posticipare il desiderio, lo colloca nella vita, persino include la delusione, sia pure sottotraccia, perché non accadrà quello che si sarebbe voluto. Ma cosa si vuole davvero? Io credo sia il fatto di essere sorpresi ed amati assieme, di sentire che non ci conosciamo mai abbastanza e che quello che può emergere ci fa bene. L’attesa è qualcosa di caldo, di raccolto, di profondo, di intimo e di condivisibile. Nell’attesa c’è il bimbo che portiamo in noi e l’adulto che è sazio di ciò che può fare per sé, che ha sperimentato e si erge sulla vetta del cumolo dei suoi errori. Come Gengis Khan a Samarcanda, che guardandosi attorno, mirando i lapislazzuli delle cupole, gli osservatori degli astronomi, le case belle o misere, sentiva di essere l’Asia e insieme nulla, perché non basta il denaro, la potenza, se l’attesa non ci riguarda davvero. Se non viene soddisfatta e fa abbassare le difese, se non ci fa sentire tutt’uno con il desiderio e il suo compiersi.

Nei giorni precedenti la festa, si accumulavano cose buone, pacchetti misteriosi, si aprivano cassetti che attendevano da tempo di mostrare il loro contenuto. In un lato della grande cucina (o ero io che ero piccolo e mi sembrava tale) veniva messo l’albero. Era vicino alla finestra, tra un canapè rosso fuoco che aveva seguito le peregrinazioni di mia nonna e una credenza di noce, anch’essa pellegrina e rifugio di piccoli miei segreti. L’albero si radicava in una pentola grande, piena di sassi e pezzi di piombo. Alto il giusto, non aveva timidezze nel suo reggersi, si vede che la sua mamma si era applicata molto nel richiamarlo a star dritto, proprio come faceva la mia quando mi buttavo da una parte o l’altra in un debosciamento che doveva preoccuparla molto. L’albero veniva ornato per almeno una settimana, ciascuno aggiungeva qualcosa, fino all’apoteosi della punta che veniva posta il giorno della vigilia, assieme alle candeline che sarebbero state accese per poco dopo la messa di mezzanotte. L’attesa era il clima, il contorno di persone, i molti che passavano a salutare, la mattina che faticava ad arrivare assieme alla cioccolata densa servita a letto con i biscotti. Unico giorno dell’anno. L’attesa era un convergere verso qualcosa che stringeva, che andava oltre l’abbraccio. L’attesa era la neve che poteva arrivare, l’interruzione della scuola, la lettera sotto il piatto del Papà. L’attesa era quel dono che sarebbe arrivato portato da un misterioso e magico signore a cui avevo lasciato arance e mandarini e che dovevano essergli piaciuti perché non c’erano più sulla tavola. L’attesa e il giorno che erano entrambi speciali, poco religiosi e molto umani, ma forse l’umano è di per sé religioso quando è amore che trabocca, attenzione e calore che avvolgono. 

Gli anni sono passati e l’attesa non si è mai esaurita. La vita si è costruita, la pazienza esercitata, ma non basta mai il calore che manca e che viene atteso. Quello che so è che esso è vicino e insieme distante, che siamo sempre innamorati di qualcuno più che di qualcosa, che i pensieri indovinati ci meravigliano, che attendere che qualcosa si compia è una porta che si apre. L’attesa è il diverso e il buono che vorremmo ci accadesse, l’inutile che non ha un fine oltre a quello di dire sono per te il simbolo di ciò che sei davvero.

Abbiamo giorni strani davanti, possiamo consegnarli alla malinconia oppure al dono di noi stessi. Anzitutto al bambino che ospitiamo, a chi ci ama, a quell’impalpabile bellezza che è attendere l’amore oltre l’amore, la sorpresa oltre l’abitudine.

Buona attesa a tutti Voi.

 

il pomeriggio del 3 novembre

Il cielo si è scurito e l’aria grigia s’è sciolta in una pioggia fitta che ha investito piante, cose, uomini. Sembrava fosse giunta l’ora di un qualche evento differente che dapprima toglieva luce al cielo e poi alle cose, in un tremore di presagi. Ma non era così.

È solo il tempo che s’è guastato, mi son detto, adesso è finalmente autunno. E il pensiero è andato a quel guasto antico che aveva fatto terra bruciata attorno alle mura d’una casa che non c’era più. Io ero molto in là da venire, allora, però s’erano consumate le cose attorno ed era rimasto il silenzio che accompagna la fine d’un tempo.

D’autunno ero già tornato a scuola, ho pensato, ed era già finito il tempo degli odori cari dell’inizio. Ormai consuete le carte e le matite, restavano gli schiamazzi nei corridoi prima della campanella, le file per tre anche in piccoli percorsi. Il sole avrebbe regalato qualcosa a san Martino, ma ormai era l’avvicinarsi delle feste che contava.

Le feste contavano su di noi per essere celebrate, oscuramente lo sapevo, ci sarebbero stati riti minuscoli di importanza capitale, cerimonie, funzioni e finzioni. Ma intanto era già freddo e mia Madre, la sera, mi metteva in un letto scaldato da vecchia borraccia d’alluminio di mio padre che aveva fatto con lui il percorso a ritroso da Marsa Matruk fino all’Italia. Mi raccontava una storia e mi dava un bacio che avrebbe reso quieto il sonno. In cucina si abbassavano le voci e mia Nonna forse si sarebbe preparata per il giorno successivo. Andare a Monfalcone era un viaggio, ma era un modo per ricucire uno strappo. Così forse le pareva. Certo l’immagino, ma non sono distante dal vero perché Lei, anche se ne parlava poco, mi raccontava della vecchia Redipuglia, dove era difficile trovare una croce con un nome, tra fili spinati e cannoni abbandonati, ma l’aveva trovato e un posto per un fiore e per un discorso c’era stato. Poi era venuta quella nuova Redipuglia, grande e ancora più faticosa. Piena di sé, di pietra grigia e concepita solo monumento per dare un senso a tutte quelle vite deviate che compitavano i nomi sulle scalinate. Era ancora più difficile trovare il nome, impossibile lasciare un fiore, anche se lei ci riusciva, ma di continuare un discorso tra fanfare e altoparlanti non c’era modo. Così, mia Nonna o andava a Redipuglia prima del 4 novembre o si fermava finché il buio e la chiusura la spingevano via.

Non si copriva d’alberi il guasto attorno alla casa, alla sua casa, c’era un’ interruzione che aveva saccheggiato il prima e il possibile futuro. E se il dolore s’era dato una spiegazione, ciò che ne era venuto era stata un’ accettazione del presente : mio Padre era rimasto il suo tutto, aveva dato senso e direzione alla vita. Al faticare che si inventava il giorno, al non aver paura e non tirarsi indietro. Questo mai.

Poi sono venuti i nipoti, io, ma quello strappo era rimasto e nessuna data o mausoleo avrebbe potuto ricucirlo.

Mia Nonna non si risposò come fece sua sorella, davanti al disastro chiuse le porte, respinse, rinunciò alle decisioni che continuavano battaglie non più sue e lasciò che il suo tempo coincidesse con quello del Figlio.

Sono stato molto amato da Lei, moltissimo. Le parole hanno poco senso nel descrivere gli accrescitivi degli affetti, soprattutto non riescono a descrivere quello che un rapporto trasmette attraverso gesti immateriali e senza tempo. Forse per questo parlo ancora con Lei di queste cose che ci riguardano, come vi fosse la necessità di un procedere tra noi. Senza cercare cose che non ci sono ma restando alla sostanza degli amori.

Sai cos’è l’amore, Nonna, è quel riempire d’alberi il guasto, la terra bruciata attorno, il riedificare la casa, il metterci ciò che è bello e deve procedere. E pensare che Tu capisci e che ne sarebbe contento anche Lui, il Toni, in quella scalinata di pietra grigia da dove vede il mare e sente le stagioni e non ha mai cessato di amare.

A novembre si superava l’anniversario della fine della guerra e poi si puntava sulle feste, tutti assieme, con quello che si aveva. E che mia Nonna aveva colmato tutto ciò che poteva far male ad altri. Così posso dire che l’amore non mi è mai mancato. Mai.

stasera è piovuto forte

Stasera, all’ora di cena, c’è stato un bel temporale. Acqua a rovesci per almeno un’ora e poi piano si è calmato. A Te facevano paura i temporali e ancora più i fulmini, staccavi dalle prese ogni apparecchio elettrico e spesso spegnevi la luce quando cominciava a ballare. C’era un’atmosfera strana, quando accadeva nel tardo autunno, finestre chiuse e niente luce, l’unico chiarore proveniva dalla stufa a legna ed era una luce giallo ocra. Gli occhi ci si abituavano pian piano, i visi erano espressivi e dolci, le parole rade e si ascoltava il temporale che si allontanava. Chi non ha paura dei fulmini. Tutti credo, ma la tua era una paura bambina, passava subito e non lasciava traccia. La vita riprendeva come nulla fosse successo, il tono della voce si alzava e c’era un’allegria senza nome che si spandeva nell’aria.

Di questa stagione già qualche stanza veniva riscaldata. La tua dove lavoravi, di sicuro, per le tante ore in cui stavi ferma, mai seduta su una sedia, ma sempre sul tavolo, finché cucivi e poi alla vecchia Singer, la tua spesa  importante e vanto di quando eri ragazza.

Sapevi fare cose difficili con la stoffa e l’ago, velocemente, con naturalezza. Amavi molto il tuo lavoro perché era un’ estensione di te, un modo per fare uscire l’ingegno che ti era stato dato. Non avevi solo il lavoro, ma non ho mai sentito ti lamentassi per una vita differente e neppure di aver meno di quanto valevi. Lo avevi fatto da giovane, senza paura, per avere i tuoi diritti di lavoratore e c’era il fascismo e il padrone era fascista. Poi avevi avuto una tua indipendenza strana e eri in competizione con te non con gli altri, cercavi di tirar fuori il meglio.

Quanto spesso è accaduto che andassimo a letto e tu eri sveglia per rispettare una consegna. Onorare la parola data, un insegnamento che corrispondeva alla vita pratica. Non hai dovuto ripetermelo, lo vedevo fare in casa. Ti faceva compagnia il Papà, spesso la Nonna, parlavi e lavoravi. Cosa si diceva in quei tempi? Cose di casa, i figli che crescevano, i problemi nel far quadrare un bilancio dignitoso, ma anche cosa accadeva nel mondo. Quante volte mi sono addormentato con le voci che si abbassavano e la testa tra le braccia sul tavolo. Qualcuno mi prendeva in braccio e mi svegliavo la mattina dopo a letto. C’era una cura e un’attenzione alla difficoltà che evitava gli ordini e assecondava il ritmo della vita di un bambino. È stata una cosa molto importante che ho ricevuto, perché conteneva l’amore che si diceva e quello che si taceva.
La pioggia è finita, non ci sono lampi, ora avresti acceso la luce e sorriso. Di sicuro avresti parlato di domani, mai del tempo ma del fare, del vivere, di esserci. Ci sono le stelle, buon compleanno Mamma.