questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

pomeridiana

 

Si chiamano sale del commiato, hanno bisogno di una presenza e si riempiono e vuotano dopo i discorsi, ma in realtà non è mai un chiudere, un salutare per davvero. Stamattina la sala era zeppa di persone, moltissime in piedi, con i discorsi, le canzoni rivoluzionarie cantate assieme e infine l’Internazionale. Colpiscono le biografie raccontate, ci conosciamo e sappiamo tutti che non c’è enfatizzazione, che le cose pubbliche fatte in una vita sono veramente tante. Il privato resta pudicamente da parte ed è bene ci sia questa sfera che un tempo non era ostentata come accade ora nei social. Pensate a cosa accadrebbe se il big data mettesse assieme tutto ciò che abbiamo fatto filtrare di noi, lo riassemblasse in un racconto organico fatto di date e momenti, di fotografie, messaggi, mail e telefonate, di racconti, post, musiche, film e chissà quant’altro e poi lo pubblicasse come la nostra storia, mancherebbe la dimensione del fare taciuto, dell’essere noi per davvero nelle cose. Prevarrebbe l’io, un interminabile io che descrive speranze e solitudini personali, una sorta di racconto che è anche un rappresentarsi, mentre sono i gesti, le cose collettive costruite con pazienza che danno una dimensione vera.

Per questo Compagno l’età non è stata una scusa per tirarsi indietro, c’è stato sempre nella storia. Una storia apparentemente piccola, locale, come si usa nelle città medie dove ancora il quartiere fa la differenza, e un tempo la facevano le mura cittadine. Esser nati “sol sasso” aveva la connotazione della prima certificazione di appartenenza: non sulla terra, in campagna, ma nella città. I quartieri erano piccoli borghi con una identità di mestieri e per chi nasceva negli anni’20 una scelta maturava abbastanza presto, tra l’essere fascisti oppure no. Ammetto che le mie frequentazioni, la mia famiglia era di parte, naturalmente antifascista, ma se si vuole leggere quello che accadde nella guerra e dopo di essa si trova la traccia di un noi condiviso più grande, che si rafforzava ed entrava a fare parte delle vite plasmandole in conformità. Non era un perdere qualcosa ma un acquisire, un essere se stessi e insieme un’idea forte di cambiamento. Questo avveniva con i mezzi forti e semplici della parola, del condividere l’anguria d’estate, del prendersi cura di un vicino, del cantare e mangiare assieme, nel fare politica. Un vedere il mondo uscendo dalla porta e mescolandosi ad esso, non guardandolo dalla finestra. Un assommarsi di umanità che convergevano su persone che rappresentavano con la vita, la coerenza trasfusa nell’etica del bene comune, della giustizia, dell’eguaglianza vera e pratica di chi tende la mano, sia per rialzare, sia per chiedere aiuto.

L’umanità di Guerrino era questo, un essere insieme restando caparbiamente fedele a se stesso e a ciò che era importante per tutti. Stamattina un ex sindaco democristiano che l’aveva avuto come avversario politico, ma insieme amico, ha detto che loro, i giovani DC di allora, invidiavano un po’ questa capacità di essere tra la gente ed insieme di essere gente, che il sentimento di una collettività era un noi fatto di tante individualità. A me veniva in mente l’immagine del fiume che porta innanzi e ha una meta più grande, mentre per strada porta benessere ai luoghi che percorre, che si fa rispettare ma insieme unisce e trasporta e ha un prima che non interferisce col poi. Guerrino rappresentava visivamente la generazione di compagni che avevano semplicemente costruito una società, e con le difficoltà di trovare una sintesi, avevano percorso idee forti. Erano rimasti fedeli all’umanità che avevano attorno e che era lo specchio e la sostanza di ciò che volevano mutare. Così sono sorti parchi, messe panchine, piantati alberi, voluti asili nido, aiutati anziani a vivere nella loro casa. E tutto questo cercando di mutare la città e di capire il mondo. Essere in un contesto che ha una lingua propria non significava avere una barriera per il giusto, per l’equo, per la libertà di chi aveva altra lingua e altro colore della pelle.

In questa cerimonia laica c’era anche il parroco ed era una cosa naturale perché la comunità comprende chi crede e chi non crede, ma entrambi si ritrovano in chi è di fronte al loro: l’uomo e i suoi bisogni. Di Guerrino si è sottolineata la schiettezza e la ruvidità che tradotto significa che era vero, senza infingimenti, poco diplomatico e affidabile in ciò che diceva, perché era il suo pensiero. Aveva mani grandi, da artigiano e da liutaio. Aveva fatto entrambe le cose: mobili e strumenti musicali, poi solo strumenti che dovevano essere un miracolo che trasformava il legno in armonia udibile oltre che belli da vedere. Assieme al suo, sono stati evocati molti nomi di donne e uomini che hanno condiviso questo fare comune, questo lottare per un ideale. Si conoscevano tutti, si frequentavano, erano un insieme di vite vere e di famiglie che mettevano assieme quanto di bello e forte genera il privato. Un’umanità irripetibile che ha costruito molto ed è stata molto assieme. Essere assieme era il senso di una politica e di una vita, una condizione che metteva davanti l’uomo, i suoi bisogni, e il cambiare, tutti, insieme. Per questo Guerrino era amato assieme a molti altri che hanno condiviso e sono stati generosi nel vivere. Non so se tutto questo sia finito, essere stato testimone e in piccola parte dentro quella realtà mi sembra una condizione che debba ripetersi, che l’essere uomini lo esiga. Magari in nuove forme ma che non possa essere che così perché solo assieme si va oltre il bisogno, la solitudine, l’ingiustizia.

Si chiama sala del commiato ma non si lascia mai ciò che si è vissuto come importante e vero. E neppure chi l’ha testimoniato, ci lascia mai, perché sennò saremmo soli e senza speranza, ma non è così. Non è mai così.

 

a sé, in disposizione

Un sogno o una malvissuta paura riga il giorno,

prima d’un crocicchio l’ignoto riposa,

silente ancora dorme con l’illusione e la certezza,

dolcezze che solo il cuore ospita serene, 

distratto, intanto, un lavorio di dita segue una piega di carne,

appallottola un pensiero:

c’è l’abbindolarsi che dell’altalena suona il moto tra terra e cielo, mentre immoto resta,

o il desiderio repentino all’alba, poi  dolce naufrago nel meriggio,

che nell’insoluto s’infratta, e inatteso scuote, di senso, i suoi piccoli sonagli.

La nebbia che non cade mai ci avvolge,

e apre,

all’abbraccio più dolce di dolcezza, e all’inverno il cuore,

come la tua mano, fredda prima e poi calda nella mia

che cerca e cerco. 

Ecco a che servo

e servire è mettersi a sé in disposizione.

 

e così Maria se n’è andata

E così Maria se n’è andata. In silenzio, in una casa di riposo, lei che non riposava a casa e teneva in ordine anche il vicolo. Se n’è andata a un’età che vorremmo in molti, con la consapevolezza di avere vissuto una vita difficile in cui aveva trovato le sue ragioni e il suo posto. Al funerale mancavano quelli che aveva cresciuti come figli, c’erano i figli suoi. Diceva che aveva avuto molto dai primi come affetto e presenza e se non c’erano di certo una ragione ci sarà stata. Ci sono persone che non vanno mai ai funerali, preferiscono non aver nulla a che fare con un commiato collettivo, forse vogliono congedarsi piano piano nella testa. In silenzio. Senza riti o formule che si ripetono. Forse è così.

Maria faceva un risotto di funghi strepitoso, che di certo ricordano quelli che aveva cresciuto come figli, quando lo faceva lo offriva anche ai vicini.  Era una brava cuoca. Credo avesse imparato, come accadeva un tempo, piano piano da tutti quelli che insegnavano nelle case, perché il cibo teneva assieme le famiglie e il desinare era il luogo dello scambio e della quiete comune.

L’ho conosciuta con la sua naturalezza, mi dava del signore e mi rivolgeva la parola la mattina quando uscivo. Mi raccontava di sé, della sua stanchezza accumulata in molti anni difficili, assieme alle parole buone per chi aveva conosciuto profondamente. Erano pochi minuti che mi aggiustavano la giornata, toglievano quelle preoccupazioni che sono inutili prima che le cose vadano per il loro verso. Perché le cose spingono in una direzione e noi lo sappiamo, solo che ci illudiamo di rovesciarle, Maria le aveva assecondate come si liscia il pelo a un gatto, sovrapensiero. Finito di scambiare le parole della mattina, riprendeva la scopa e puliva il vicolo, perché di qualcuno doveva prendersi cura e in questo caso eravamo noi e le cose. C’era una profonda consapevolezza dello stare assieme, del non tirarsi indietro in quello che faceva e insegnava a chi, come me, sembrava preso da cose che escludevano anziché includere. Poi un giorno ha scelto di andarsene in casa di riposo. Non ce la faceva più, diceva, ma nessuno di noi le credeva. Siamo in pochi nel vicolo, cambiavano le persone e forse non le bastavamo più con le nostre disattenzioni. È vissuta diversi anni in quella casa di riposo, segno che la vita le era cara. Poi ha chiesto di tornare un momento nella casa che aveva amato. Ma dopo. E così credo che se ne sia andata solo a funerale avvenuto. Ho pensato che volesse ancora sentire l’aria di questi posti dov’era vissuta. Magari non è così e non c’è nulla che continui, ma è bello pensare che le persone riescano a chiudere le vite come avrebbero voluto.

 

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

di certo ci sarà un senso

Di certo ci sarà un senso profondo nel vento di tramontana che porta freddo e limpidezza, nei palazzi e nelle cose che s’avvicinano luminose.

Di certo avrà un senso un guanto rosso abbandonato che nessuno raccoglie, ma anche il fluire tranquillo delle persone sotto i portici e le finestre aperte ad accogliere il sole avranno un senso se per vie misteriose parlano allo sguardo.

Avrà un senso il soffermarsi a parlare con uno sconosciuto che si scusa per il suo camminare lento e racconta che, adesso a ottantotto anni, vede molte più cose d’un tempo, gode di questo sole di settembre e pensa che ciò che ha attorno è bello e merita la sua attenzione alla vita. Avrà un senso desiderare d’incontrarlo ancora per le sue parole cortesi e tranquille che diventano un dono inaspettato.

Avrà un senso tutto questo tempo che non si spezzetta ed è così pieno di nuovo, che posticipa ciò che non è proprio necessario, che chiede di guardare, di accogliere ciò che prima si nascondeva nella fretta.

Avrà un senso profondo il mettere assieme ciò che sembra disparato eppure interroga con la distrazione di chi sa che nulla si perde, tantomeno il tempo, quando esso ci mette in comunicazione con il mondo.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali.