il buono inatteso

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Stamattina, un gatto,
nato da poco, piccolino,
era solo nella piazza.
Col passo esitante di chi non conosce mondo
e neppure sa chi è davvero,
s’avvicinava al limite d’una salvezza
priva d’intuizione,
oltre c’era la strada, gremita di fretta e solitudini.
Però le auto si sono fermate,
curiose del gatto intento
a saggiare l’altezza del suo primo marciapiede,
era indeciso, posato su tre zampe,
cercava il fondo
ma così piccolo non finiva il vuoto.
Qualcuno è sceso e l’ha sollevato,
cercando attorno una nidiata che non c’era,
il gatto era stupito,
miagolava piano,
poi una decisione e aveva trovato casa.
Le auto hanno ripreso a scorrere,
ma senza fretta,
un gatto salvato da qualcuno che nessuno conosceva,
aveva fatto sentire il buono,
quello che nella vita insegna
la leggerezza ch’esso genera nei cuori.

la città vecchia

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Tu sai l’aria che ruba il canto all’allodola,
la luce che tocca timida le case,
il suono della notte che sospira
la campana del mattino.
Tu dormi e distribuisci le tue carte ai sogni,
ne guardi il gioco,
e non senti l’attesa di chi ozia il vuoto,
non vedi il luogo dove avviene ciò che ti riguarda.
Sei solo sguardo e memoria,
che cerca tracce nei silenzi
mentre sono polvere I pensieri
pestati nel mortaio coi ricordi,
farina da spargere nell’aria
che ricade attendendo il vento.
Il tuo passo è importante
anche se non ha direzione,
cammini al centro delle strade
dove la città vecchia pudica si copre d’ombra
e nell’incuria ha perso la memoria.
Cerchi cosa c’era oltre il muro dei giardini,
guardi con gli uccelli della notte
la luce che filtra dai balconi schiusi,
e pensi agli impossibili amori,
alle paure e le corse sui selciati.
E il sostare per dar tempo,
alle domande che facevi,
perché era poi amato attendere
la voce dolce al cuore.

https://youtu.be/XZdsIvEA9K4?is=UvbKqLEGVjLaaeFr

l’aria del mattino

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L’aria immota, affaticata, attende,
passa veloce un canto di passero,
mescola il silenzio
attonite si sente, ascolta,
poi tace, è frullo di vento.
Il cielo è una terra di nessuno,
con l’umore che sale
e si misura con il sole,
non vincerà ma resiste,
s’oppone, ricorda la fatica della notte,
il mondo che vive
e s’agita nelle vite e gli amori.
La luce sosta sulla soglia,
e appena graffia d’ombra la via,
sfiora la terra gravida di umori,
gentili e attenti
come i tuoi pensieri.
Ancora non s’allinea la giornata,
il possibile è tenerezza
per ciò che accade
e conserva amore,
come una carezza tra i capelli,
il profumo d’un pane sfornato,
il passo indeciso
e senza meta
che sente scorrere il buono della vita.

ombre che seguono l’ombra

Dalla finestra una luce taglia la stanza e le cose,
Hopper avrebbe messo uno sguardo assorto,
un pensiero lontano,
l’ombra calda del legno
e un cielo discreto.
Qui è impudica la luce,
che scolpisce ombre di case
e arde l’azzurro nel cielo,
ma il calore ingentilisce i profili,
controluce I corpi sfavillano
cancellano età
emergono persone.
Nessuno s’accorge delle carezze indiscrete,
del contrasto che mette un brivido all’ombra.
Nell’attesa della sera i passi
usano le stesse piccole strade,
rallentano nel fresco già usato
prima dei laghi di sole,
dove le figure si stagliano
e i capelli diventano masse di luce, ombre che seguono l’ombra,
e con essa s’allungano,
e divorano piano i colori.
Sembra che ovunque
vi sia un senso
che incespica e cerca
ma non trova riparo.

Sequela

Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso,
portici, selciati e palazzi,
luoghi di voci e memorie felici.
Il cielo ha raccolto amorevole
ha proteso la luce ad avvolgere,
e intese le cose,
perché muto non è il non dire
ma l’indifferenza senza l’ascolto.
Indifferenti a sé prima che ad altri
sepolto l’udito e lo sguardo,
diventano inutili l’azzurro e le nuvole,
eppure non se ne vanno,
è paziente l’attesa,
filo d’acqua che scrive la pietra
e scioglie legami di molecole.
Altrove le sparge
perché continui la vita
e sia fecondo il sentire.
Ecco, che l’attenzione a te nasce
da una parola pensata, non tua,
dal tempo che libero, è stato posato
ed essa ha parlato.
Di te.
Mi sono soffermato,
e mentre intorno scorre la piccola folla,
le case hanno alzato lo sguardo,
il cielo si è unito al pensiero
così si è sciolto l’arcano
e palesata l’unione.
E mai come prima urge
sentire la tua voce,
mentre cantano le cose.

vento d’aprile

Il vento spinge folate di pollini,
generoso lontano li cosparge,
le dita stropicciano,
e s’arrossano gli occhi.
Della passata stagione,
ancora c’è il fresco
ma i fiori che piovono dagli alberi,
son nuovi,e han fatto tappeto 
per insegnarci a non pesare
sulla bellezza e sul tempo.
Nel muro il glicine col gelsomino
abbracciato resiste, 
e attorno l’aria
si profuma di vertigine
e di vita che vive.

primavera a febbraio

Lavava la camicia come s’usava un tempo,

la tela insaponata su se stessa strofinata.

E attorcigliava e risciacquava,

riassumendo attento

mentre parlava con la vita.

Ma non aveva un ruscello a disposizione,

un flusso d’acqua chiara,

solo una bacinella e la rastrelliera

davanti la chiesa dei Cappuccini.

E intanto pioveva a raffiche

mentre lui lavava

immergendo e sbattendo la camicia sulla rastrelliera.

A capo scoperto, cantava

come fosse in chiesa

con parole chiuse in gola,

grumi di vocali buttate

in mezzo a consonanti di saliva.

Cantava strascicando le parole,

per ascoltarne il suono

sotto la pioggia, si fermava,

muto.

E nessuno chiedeva.

dagli ombrelli frettolosi,

dalle paste della domenica,

dai passi sottobraccio.

Il piazzale si vuotava

e per lui già era primavera.

mattina di fine gennaio

op.80 e fantasia

la casa