la piccola torre

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La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 2

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Stava guardando quella stella luminosa appiccicata a un portafiori di metallo. Quanto kitsch sono le menti, pensò, e quanto il kitsch riflette un bisogno insoddisfatto, un ricordo mal digerito, un’assenza. Quella stella chissà cosa rappresentava nella testa di chi aveva fatto la fatica di metterla su un balcone e di accenderla. Lanciava un messaggio, ma era una richiesta di aiuto o un affermare qualcosa? Magari era solo il ripetersi di un indefinito bisogno, un’assenza per l’appunto. Natale era diventata la festa dell’assenza che chiedeva di essere presente prima a qualcuno e poi a qualcosa. E non era forse uno dei tanti rapporti insoddisfatti con il bisogno d’amore  che si manifestava? Quello che si sarebbe voluto e che si cercava, approssimando e approssimandosi e difficilmente si trovava esauriente e completo nel tempo.

Approssimarsi è una parola almeno bisenso, definisce un avvicinarsi a qualcosa e un cercare di essere aderenti al vero che si rappresenta. Come fosse facile, pensò, io li invidio i sicuri, quelli che sanno con precisione e non si pongono problemi d’ interpretazione. Hanno una visione chiara del mondo e di se stessi. Prima andavano in chiesa e mangiavano il panettone con la famiglia, adesso se hanno soldi, se ne fregano della pandemia, vanno in montagna o ai tropici e festeggiano in altro modo. In fondo la festa è solo l’atto del festeggiare, dello stare assieme con chi approssima il bisogno. Ma se ci sono troppi significati, loro, gli invidiati, li derubricano dalla testa. Inutili perdite di tempo per oziosi, li definiscono. E lì finisce.

Però qualcuno aveva fatto la fatica di mettere quella stella cometa, come ci fosse una direzione da indicare, un luogo. E il luogo non poteva essere che il cuore, ossia quello che chiamiamo cuore e che in realtà è un groppo di sensazioni, bisogni, desideri, sentimenti, relazioni che tutte ruotano sempre su qualcosa che è desiderato. Sentiva affine quel mettere fuori un segnale che dicesse: ci sono anch’io, con gli stessi dubbi, le stesse attese che hai tu, ma sono anche diverso. Ho un mio vissuto che non t’assomiglia. Ciascuno s’ approssima per suo conto, con sue motivazioni, eppure il luogo è lo stesso. Quella stella kitsch era più una traccia che una festa ed era meglio dei tanti alberi monocromi che si vedevano nelle case, esibiti tra tende aperte e luci calde. Alberi da vetrinisti in bianco, in rosso, in blu. Alberi tutti in verde non ne aveva visti, come pure il giallo e il viola o l’indaco erano banditi; il colore è anch’esso bisogno ed espressione, indica una moda e un approccio, una visione di sé. Il rosso era diventato il colore delle feste, associato ad una eroticità che metteva il tempo libero assieme al lasciarsi andare. Il cibo, il bere e il sesso, i motori dell’uomo che complica poi le cose col ragionamento. Alberi rossi e mode di case sfolgoranti, ma non solo, perché altri sceglievano il bianco come ci fosse un bisogno di quiete, altri ancora il blu, con la necessità di apparire formali e a posto, in ordine con se stessi e il mondo. I decori come stato d’animo e bisogno; meglio gli alberi di un tempo, fatti di fragilità e di palle colorate, di aggiunte progressive che si costruivano con l’apporto dei piccoli, insegnando a stare attenti. Pensava a tutti gli alberi della sua vita. Non che li ricordasse, ma il loro costruirsi, la liturgia dello scegliere, gli addobbi recuperati dal sonno annuale, il fare dove prima era stato spettatore, poi attore partecipe. E gli alberi erano mutati negli anni, mantenendo un loro angolo di centralità: erano il luogo del dono e della festa visibile, l’accordare il dentro e il fuori.

Quella stella era una traccia di qualcosa che si era svolto e voleva svolgersi. Ognuno aveva natali pieni di attese poi deluse, travolti da un conformismo di massa svuotato di senso che non fosse quello del rito e della festa. Prima c’era stata la religione, che pure di contenuti ne aveva, poi scortecciando i significati era emerso il bisogno di essere assieme, il dono che era un’attenzione aggiunta, poi disperdendosi i partecipanti ci si era stretti in un chiedersi, in un riflettere perché mancava qualcosa. Certo le cose si ripetono, ma se non c’è sostanza sotto, significa che prevale l’assenza. E l’assenza si tampona col rumore, col frastuono, col portare la testa altrove. Quelli come lui che non credevano più, dovevano giustificare a se stessi il perché c’era una festa che comunque li riguardava. Forse per questo gli altri, quelli che invidiava un poco, se ne andavano altrove, coprivano tutto di altre sensualità, di leggerezze transitorie che facessero doppiare le domande come fossero uno scoglio periglioso da tenere alla larga.

Camminava in mezzo alle luminarie della città più vuota del solito per i divieti mal rispettati. Oggi le amministrazioni fanno sfoggio di luce, pensava che non badavano a spese perché ci doveva essere una festa visibile e comune, anche nelle strade deserte e di notte. Un tempo c’erano i pranzi dei poveri, adesso erano rimasti i poveri. Pensava al fastidio che suscitavano nei benpensanti quelli che chiedono l’elemosina, il giudizio che radiografava l’abito, il modo di chiedere, la presenza o meno di un telefonino. Come se chiedere la carità fosse una professione e non una condizione. Ieri l’aveva fermato un uomo, aveva forse meno di 50 anni, vestito con cura, ma troppo leggero per il freddo, all’inizio l’aveva ascoltato preparandosi a un rifiuto. Quest’uomo gli aveva detto di essere un medico che veniva da Aleppo e che aveva perso tutto. Che la moglie era morta durante l’assedio. Mentre gli stava dando delle monete, pensava che cambiare condizione di vita è un dolore che si aggiunge, che la speranza di una fuga poi si risolve in una delusione. Diamo per scontata la solidarietà quando si è nel bisogno, pensava, è così che si chiede l’attenzione a chi ci è amico. Ma tutto si chiude in una cerchia, quelli che sono dentro hanno diritto a un sentimento, gli altri sono fuori e si eliminano attraverso il giudizio. La pandemia e il suo allontanare i corpi aveva fatto il resto. Anche a Natale. Anzi di più a Natale perché si aggiungevano contraddizioni e bisognava invece che tutto apparisse bello e lucente.  Per questo ci sono sindaci che fanno ordinanze contro chi chiede l’elemosina e profughi respinti nel gelo con i cannoni ad acqua alle frontiere. Ci sono naufraghi senza porti sicuri e persone che s’ammassano sulle rive in attesa di un natale altrove. Danno fastidio i poveri, i profughi, ma a cosa? Alla religione? Al senso di una festa?

Quella stella cometa che aveva visto sul balcone indicava una semplicità, c’era il bisogno di approssimarsi, anche nella parte negativa, riconoscersi e dirsi se davvero ci si piaceva. Questo era un bisogno che forse la festa poteva racchiudere, perché la festa era tale se apriva, se tirava una linea da cui ripartire. Se almeno la festa diventava un porto sicuro da cui ricominciare la vita. Fatti nascere di nuovo.

i venti dell’est

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Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa col taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senza interesse personale e solo questo è un vivere definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senza l’ansia del giudicare e dicendo: appartengo a me stesso e a ciò che amo, con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

Di questa stanza ormai c’è solo un insieme di rovine, Martini ad Aleppo era un ristorante- locanda con secoli di voci e sorrisi accumulati, mobili antichi e il patio interno coperto da una vetrata a riquadri. Sarà caduta alla prima granata, le pareti divelte assieme ai marmi dei pavimenti e poi il silenzio. Sui muri che avevano stratificato le presenze, ascoltando discrete le lingue che si sommavano, guardato curiose le vesti diverse che entravano, sentiti i fruscii delle sete pesanti per l’inverno. Gli occhi rossi dei bracieri si saranno consumati attendendo le mani che portavano il freddo esterno e si preparavano al cibo e agli sguardi. La scala interna che puoi vedere riflessa sullo specchio, i suoi legni intagliati, gli scalini arrotondati dall’uso, mostravano le venature del sole antico ricevuto e il segno impercettibile delle babbucce. una discesa e un salire discreto con gli occhi che parlavano. Un salire e scendere come se il tempo fosse percorribile dai soli istanti che ci appartengono e poi passi leggeri che scivolavano sul pavimento prima di sedere nella bellezza di esserci.

Tutto si conserva come radiazione nell’universo che ci racchiude e ritorna. In qualche modo ritorna anche se non si parla più della Syria, anche se nulla si vuol conoscere dei Curdi. Tutto il passato è racchiuso in una noce di presente che attende il suo momento e accumula energia. Non c’è il caso ma stati progressivi dell’universo e noi siamo in questo stato irripetibile come tutti gli altri, ma consapevoli della spinta di tutto ciò che ci ha preceduto e gentilmente ci chiede conto e al tempo stesso propone di essere felici del molto che possiamo condividere.

Ci si deve compromettere, le scelte sono necessarie, farlo con la bellezza che si possiede, con ciò in cui si crede, con le passioni che ci animano, i desideri che ci scuotono è comunque una sequenza di no e pochi sì, ma è necessario perché la bellezza non si perda e non diventi oggetto di derisione e rovina. Io l’ho vista la rovina, ho visto il Mantegna, il Guariento e il Semitecolo polverizzati agli Eremitani, li ho visti crescendo nella grande fabbrica che ricostruiva il possibile e ricopriva il grande spazio con la carena rovesciata di una nave. Quel soffitto era il paradigma di ciò che era avvenuto, una nave si era rivoltata e di essa erano rimaste solo gli irti frammenti del legno antico, ora bisognava ricreare il possibile di quel passato che comunque non voleva sparire. Forse per questo la grande chiesa priva di gloria è così piena di tempo indeciso, così forte nel chiedere che i vuoti restino silenzi dell’anima. Crescendo ho capito che quando Lutero si era fermato a dormire in quel convento, in cui avevo giocato, qualcosa aveva lasciato. Qualcosa che si scriveva con inchiostri strani, qualcosa che era coscienza d’essere in un luogo dove le cose avevano spinto in avanti il mondo e non era stato pacifico tutto ciò, come non era pacifica la distruzione che annullava, anzi pensava di annullare ciò che era stato. Non è così, per fortuna, ma bisogna scegliere, non scordare la bellezza e non scordare gli uomini. Mai come ora è necessario, mai come ora siamo inconsciamente coinvolti in ciò che deve essere il futuro come piccolo passo di questo presente che gioca sull’orlo del vulcano.

Ci sono cose che sembrano indifferenti
e il loro suono è vuoto
come una lingua priva di sorrisi,
solo la paura impedisce di scorgerne in noi
la luce.

mandala e scarichi d’auto

La sera sentiva i saluti di tutti mentre uscivano. Ricambiava. Si alzava dalla scrivania e guardava fuori. C’era un panorama di capannoni, poi la città con le cupole delle chiese e i radi grattacieli, infine i colli e le montagne.

Nelle giornate limpide si poteva vedere il riflesso della neve, mentre a notte, dalle curve delle strade che scendevano verso la pianura, venivano bagliori di fari. Auto che tornavano in città o se ne andavano verso i ristoranti. Ricordava i cibi. Sempre quelli. Le balere trasformate in night per le figlie e i figli dei turisti che venivano con la scusa delle terme.

Bastava poco tempo la sera per essere solo, nessuno aveva mai un lavoro da finire e l’ufficio si vuotava, le stanze erano buie, le ultime parole erano : chiude lei vero? Era così ogni sera, sentiva le risate per scale. Se avesse aperto la finestra gli sarebbero arrivati i rumori della tangenziale e delle voci che si attardavano a bere al bar. Poi chiudeva anche il bar e restava la tangenziale e i camion che caricavano.

Guardava fuori i tramonti bellissimi che solo la pianura padana e l’inquinamento riesce a regalare e aspettava. Spesso, nell’attesa, si rimetteva a lavorare accendendo la luce da tavolo, scorreva le carte, i prospetti. I problemi venivano riassunti scrivendo a mano il tema e le annotazioni. Metteva un cd di musica nel computer oppure provava a cercare qualcosa su you tube. Scriveva corrispondenza inevasa già godendosi la perplessità di chi l’avrebbe ricevuta guardando l’ora d’invio.

Le dita allineavano pensieri come briciole. faceva dei piccoli disegni a margine delle relazioni e sui fogli A4 scriveva a sinistra, una parte che non arrivava a metà foglio, come fossero temi d’italiano. L’altra metà veniva riempita di glosse e di pensieri che non c’entravano nulla, ma aiutavano a mettere a fuoco e a stabilire un equilibrio tra qualcosa che dentro esigeva e che non trovava corrispondenza con ciò che faceva.

Le dita spostavano cose, ritagliavano articoli, sottolineavano. Componevano disegni che attaccava alle pareti dell’armadio, con fotografie, frasi, scritte a penna. Qualcuno avrebbe chiesto il significato e lui avrebbe tergiversato sull’apparenza. Intanto si faceva buio e allora si alzava di nuovo, spegneva la luce e guardava fuori. Si vedevano gli stop delle auto che s’accendevano e spegnevano. Come una danza o un segnale criptato. Una danza è un enigma, un mimo evidente che ne nasconde un altro. Ma sono sempre gli stessi, l’amore, la felicità, la delusione, il distacco, il finire.

Lo sguardo era già lontano e il filo della giornata galleggiava con i pensieri nella notte. Sentiva i rumori delle sponde dei camion, dei motori che si avviavano verso luoghi ignoti e distanti, ma erano sempre magazzini e capannoni. Pensava a quando era lontano e ancora guidava a quell’ora; l’attendeva una riunione a cena oppure una stanza d’albergo. Anche quelle erano tutte uguali. E pensava che il tempo scorreva senza far male se si aveva un fine da raggiungere. Ci sarebbe stata la mattina, le colazioni con le brioches di cartone oppure il pane caldo scongelato, il caffè. Tanto caffè e poi il giorno così pieno che non lasciava spazi per annotare quello che gli veniva in testa, così pensava di ricordare per la sera e la notte. Tornare e fare le solite cose.

C’era stato un tempo, neppure tanto lontano dove quest’ora, in cui non accade nulla, era il luogo del raccogliersi, del misurarsi con ciò che non era. Come adesso che guardava fuori e vedeva gli stop delle auto che s’ accendevano e spegnevano in una danza che qualcosa doveva pur voler dire. Guardava dal buio, spegneva la musica. Il pensiero galleggiava nei fumi degli scappamenti, sui radicali liberi, nelle catene di azoto e carbonio che si spezzavano nei motori.

Forse era il suo mandala da completare.

Non sapeva dove tornare.

entropie allegre

Chi non ha un segreto non ha nulla di allegro da raccontare. L’allegria quella mattina si spandeva sulla lunga piazza e i segreti dovevano essere tanti. In realtà la piazza era un viale molto largo ma da quando le auto non correvano più, era ridiventata la piazza ch’era stata un tempo. Sotto i portici, nel cono d’ombra dei pilastri, ragazzi amoreggiavano. I bar erano pieni e il sole veniva preso in vari modi, chi si stendeva sulla sedia e offriva il viso, chi s’accontentava di quello che arrivava dai varchi degli ombrelloni, chi aveva deciso che era vacanza e si era steso sui gradini dell’antico porto e mostrava più pelle poteva alla luce. C’era un gran disordine, capannelli di discussioni, risate e attraversamenti a slalom tra biciclette e persone che andavano in tutte le direzioni, ma lentamente. Insomma un festina lente realizzato dove la percezione di ciascuno era parte di un tutto dai fini sconosciuti. Molecole di pensiero nell’aria, discussioni sulla freschezza dei tramezzini e bevande poco o medio alcoliche che venivano sorseggiate per punteggiare discussioni. Si parlava di tutto, dagli esami imminenti, ai risultati del campionato di calcio, si facevano progetti sul fine settimana e si approfondivano simpatie sull’orlo di traboccare in qualcos’altro. Si poteva discutere su come si assapora all’ombra della volta di un portico, il mezzo uovo, già un po’ verdastro, con l’acciuga arrotolata e il cappero stanco, redento dal vino bianco ghiacciato che velava il bicchiere. Si poteva chiamare ripetutamente il gestore del bar a testimone di una scena avvenuta sere prima, incresciosa ed ilare per ubriachezza non molesta ma nemmeno modesta e non ottenere risposta, tanto la cosa era ancora viva nel ricordo e nelle tracce sulla saracinesca del locale. Poco prima di mezzogiorno si era formata una lunga fila in attesa davanti alla focacceria, pizzeria e nel rispetto delle distanze, il chiacchiericcio allegro continuava. Una caratteristica della focaccia piegata a mezzo era il colare sulle magliette attraverso i pertugi della carta paglia in cui era avvolta, per cui la fontana aveva un gran daffare e le risate scomposte accompagnavano l’additare, formando nuove aggregazioni in cerca di asciugarsi al sole. Da una delle strade laterali era apparso il trio klezmer che suonava alle lauree, un contrabbasso, una fisarmonica e una tromba e aveva iniziato a sparare motivi balcanici, sperando in un’attenzione accompagnata da qualche moneta. E arrivavano le monete perché aggiungevano confusione allegra.  Anche troppa e per tacitare la tromba, qualcuno comprò una focaccia e gliela portò fumante.

Nella piazza allegra si mescolava la giovinezza, il guardar sottile dei perditempo seduti nelle sedie d’alluminio, il viavai delle biciclette di passaggio e un suono di folla scomposta a distanza di sicurezza che faceva vibrare l’aria. Così il rintoccare del mezzogiorno dalla campana posta nella cella sopra la porta, sembrò scivolare su un tappeto di pensieri, di chiacchiere, di aspettative e desideri, di appuntamenti e di ritrosie, di promesse sussurrate e di voglia di restare. Convinta di prolungare nell’infinito del qui e ora quella mescolanza di rimbalzi disordinati e allegri, l’aggregarsi per simpatie e per ricerca di vicinanza, l’entropia aveva bisogno di spontaneità e di scuse, di sigarette offerte, di parole senza peso e di conversare profondo. Si muoveva a ondate l’entropia e riempiva lo spazio, rimbalzava sulle case, cercava il cielo, dove le nuvole benevole e bianche osservavano come i non giovani erano lieti di quel muoversi, bevevano e pensavano che nel disordine allegro c’è la vita.

che accade all’amore?

Se ne andava con la pazienza di chi guarda, tra strade improvvisamente meno frequentate e indifferenti. C’era tutto quello che serviva, palazzi, portici, pietre improvvisamente bianche  per carenza di smog e radi passanti. Per lo più studenti che non avevano voluto tornare a casa. Pensò, al perché si va via e poi si torna. Alle vite che hanno stagioni diverse e non più confrontabili. Alle età che si stratificano e trascinano in confusioni che assomigliano ad edifici in cui l’opera si aggiunge e sembra una comodità, una bellezza aggiunta ma in realtà rende meno intelleggibile il confine e le età della vita come gli stili diventano indefinite. Non c’è più un’età dell’andare e del tornare con esperienze nuove che facciano crescere chi è rimasto, ma piuttosto un’inquietudine da cercare che sposta in avanti il mometo in cui fermarsi. Così, con facilità, ora l’umanità occidentale, e non solo, s’era messa in movimento ed era diventata nomade rifiutando le stanzialità, ma portando con sé le caratteristiche che poi le lingue non mimetizzavano, le città non annullavano, neppure la difficoltà che accompagnava ogni nuovo stare, nascondeva nella speranza di un meglio che si contrapponeva al luogo da cui si era partiti, perché tutti abbiamo un luogo, una savana o una foresta vicino al cuore. E quel sentire, che in fondo caratterizza la specie, che si traduce in binomi difficili come amore, abbandono, appartenenza e libertà erano una serie di verbi da coniugare in nuovi e antichi modi. Come a dire che l’essenza delle cose resta tale e in fondo ciò che conta è come si ama e come si è amati. Così gli venne in mente un passo di Americanah:

Come hai potuto farmi questo? Sono stato così buono con te!

Già guardava alla loro relazione con la lente del passato. La sconcertò come l’amore romantico fosse capace di trasformarsi, con che rapidità la persona amata potesse diventare un estraneo. Dove andava a finire l’amore? Forse l’amore vero era quello familiare, in qualche modo collegato al sangue, dato che l’amore per i figli non moriva come l’amore romantico.

E questo delimitare l’amore in quello romantico non era forse l’incapacità di una evoluzione che non c’era statat e che ora, nella pandemia diventava un serrare le fila, un fidarsi di pochi, com’era accaduto  ai tempi dell’aids e ancor prima in ogni momento in cui fidarsi era il portare fuori l’amore che c’era dentro.

Cosa stava accadendo per davvero? Ce lo stavamo chiedendo oppure ci rifugiavamo in territori dove la sicurezza viene assicurata da altri. Il vaccino oppure il suo rifiuto, la banalizzazione o il terrore della malattia. E i bollettini giornalieri che effetto avevavno nei confronti di chi era attento oppure di chi voleva ignorare. Come tornare nel buio dell’umanità sapendo che ovunque si era c’er auna possibilità e un pericolo e che la scienza poteva salvare chi credeva in essa ma anche chi non la stimava. Tutto questo per avere una possibilità di una normalità nuova dove gli aspetti fondamentali del vivere avessero un senso, anche una prospettiva. E con chi ci si schierava, con chi voleva arginare o con chi spingeva verso un nuovo distopico e senza alcuna garanzia?

Camminare nella vecchia città dava una dimensione alle cose, non alle persone. Le persone al tempo della pandemia avevano scelte binarie, passioni improvvise e necessità di capire di chi fidarsi. Non bastava la mascherina perché il distanziamento, sepur selezionando doveva cadere per alcuni o alcune. Ci doveva essere un ritorno alle funzioni, ai desideri, alla spinta delle pulsioni che si combinasse con il pericolo per un po’, ma anche evolvesse verso qualcosa di più solido dell’amore romantico. E rivolgersi alla specie non era sbagliato, come non era sbagliato andare e parlare lingue nuove. C’era un sottointeso mutare che prendeva consistenza e diventava società. Era stato così più volte nella storia dell’umanità ma mai con così tanti mezzi in campo e tanta indeterminatezza del futuro. La domanda da porre e porsi era: come poteva essere nuovo il mondo senza un nuovo uomo e senza un amore dato e ricevuto che aggregasse, rendesse più vivibile la vita. In fondo tutto questo era accaduto per ignavia, per non aversi saputo opporre a un mondo divorato dagli interessi di pochi e se questi fossero continuati avrebbero divorato gli uomini e l’amore. Così capiva che il tradimento banale che aveva originato quel dialogo in Americanah, era stato un incespicare nella difficoltà di avere idee chiare su di sé. E le idee chiare nascevano dal coraggio di scavare dentro ovunque si fosse, non solo dall’andare. Che la morale stessa, le forme dell’amore potevano nascere solo dalla ricerca che avveniva in ciascuno che cercava un altro che avesse lo stesso sentire e lo stesso afflato verso il mondo. Insomma l’amore al tempo della pandemia evolveva con questa e aveva il pregio di essere una cosa che dipendeva da ciascuno, non solo un insieme di norme e comportamenti. Che accadeva all’amore quando si sarebbe cambiato il permanere in un essere cambiati e nomadi. Questo dava una prospettiva a un nuovo genere umano che si spargeva ovunque e trovava risposte nette per sé. E tutto questo gli pareva si fosse messo in moto e mutasse il mondo. 

scritture

Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.

Tra le tante solitudini ve n’è una che non si supera ed è la sensazione di non essere ascoltati. Parlare, scrivere, dipingere, far uscire ciò che urge dentro, è comunque un bisogno ma se esso non riceve attenzione sembra perdersi in noi, tornare indietro. Questa è la solitudine afona che si genera e che è un grido nella notte, un incubo in cui al richiamo nessuno risponde. Ed è una paura che accompagna chiunque metta a disposizione un poco di sé, lo liberi dalla prigione del tenere tutto dentro.
Cosa c’entrasse questo con lo scrivere o con altre forme di comunicazione non lo capivo bene. Di alcuni particolari della casa, dei suoni che avvertivo tra veglia e sonno e venivano dalla strada capivo che facevano parte di un racconto ritmato sulle dita mentre i pensieri vagavano. E la sentivo la mano che scandiva il ricordo di un vissuto che si era poi trasfuso in altro:una tenerezza infinita verso di me e il desiderio di abbracciare chi non c’era. Un’emozione che si ripeteva e che aveva tanti testimoni silenti dentro a farmi compagnia.
Così si torna a quando i calzoni erano corti e le ginocchia sbucciate e alle meraviglia d’allora. Al cinese che aveva una valigia di fibra e vendeva cravatte vicino alla biglietteria nella grande piazza, nella confusione delle persone stanche che attendevano di prendere una corriera che le avrebbe portati a casa. C’era un addensarsi continuo di questi uomini e donne di tutte le età che avevano sguardi imbambolati dalla fatica e diventavano mucchio per poi sparire dentro una corriera che arrivava davanti a loro. In disparte si mettevano assieme le ragazze, che a gruppetti, parlavano e ridevano spesso. Qualcuna ascoltava e basta ma assentiva col capo e le piaceva la compagnia. Erano operaie, sarte, le commesse arrivavano dopo ed erano più attente al vestire, con il rossetto e quei profumi che venivano per poco ma lasciavano una presenza e si facevano notare. Tutte, prima o poi, parlavano di ciò che avrebbero fatto la domenica, di vestiti visti, di feste che erano in attesa d’ezsere organizzate. E si invitavano, si chiudevano a crocchio, arrossivano, dandosi di gomito ai complimenti dei ragazzi che poi si sarebbero seduti al loro fianco in corriera e non pensavano alla cena. Erano ragazze che come le altre persone venivano dai paesi attorno. Abitavano in case diverse da quelle di città. C’era un accenno di parsimonia nel vestire, un bisogno che si traduceva nella realtà dei maglioni fatti in casa, nei cappotti e nei vestiti costruiti da sarte volenterose. L’idea di un ritorno ai profumi forti delle cene, alle cucine scure con luci fioche per risparmiare, le rendeva magre, anche perché non c’era mai troppo da dividere con gli uomini che facevano lavori sempre pesanti ed erano di bocca buona. Nessuna di loro aveva idea di cosa accadesse vicino a loro, nel Paese e tantomeno nel mondo, aspetravano che la vita mantenesse le promesse. Se arrivavano prima e non di corsa per non perdere la corriera, si avvicinavano al cinese quando dovevano fare un regalo al moroso. E allora lo vedevano, si accorgevano con sorpresa che era piccolo, giallo e vestito di tutto punto, elegante e sempre allo stesso modo. Tutto in piccolo fuorché il nodo della cravatta, grosso, spesso sgargiante, all’americana, oppure con righine sottili, all’inglese. Come non ci fosse un modo italiano di mettere insieme i disegni di quella striscia colorata. Si accorgevano che la cravatta era un po’ rialzata dal fermacravatte e spariva in un panciotto della stessa stoffa del vestito, che sostituiva le erre con la elle e che sembrava sorridesse sempre. E che la valigia era grandissima per lui e che poggiava su una di quelle seggioline di legno con la tela a righe che si usano al mare e dentro la valigia c’era un tripudio di colori arrotolati che aumentavano a dismisura le possibilità di scelta. Quasi nessuno comprava e verso le otto e mezza, con l’ultima infornata di commesse inghiottita dalle corriere, la piazza si svuotava. Noi ancora finivamo i giochi d’estate, a lato della piazza c’era il sagrato della chiesa, così mentre tornavo verso casa a volte lo vedevo rimettere in ordine le cravatte, le spille sciorinate e fatte brillare come fossero oggetti di gioielleria e mi fermavo per vedere come avrebbe chiuso quell’enorme valigia. Il cinese, disponeva senza fretta, guardava il risultato e poi abbassava il coperchio, faceva scattare le serrature e come per magia, compariva un piano con ruote. Vi metteva sopra la valigia, la fissava con lo spago e ripiegato il seggiolino, lo infilava sottobraccio. Così si avviava per la salita verso il canale e spariva.
Domani, il cinese, ci sarebbe stato di nuovo, era una certezza, come le corriere e le ragazze.

la stessa musica

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Penso che dovrei cambiare musica. È sempre la stessa ma mai eguale e non mi stanco. O forse sono più pigro della stanchezza. Immagino gli amici di Cioran che salivano la sua scala e già erano felici di quello che stava per accadere. Del cibo e del buon bere, del parlare quieto, profondo e largo. Dell’uscire a tarda notte e ancora aver voglia di udire parole su cui mettere le proprie. Sento che ci stiamo stringendo in discorsi che hanno pudore della propria voce: l’intelligenza è una cosa allegra. Mette assieme le menti, fa compiere al tempo una capriola che neppure conosceva perché lo manda avanti e indietro e lo mescola, lo contorce e poi lo ripresenta unitario e fluido come quei dolciumi colorati che un tempo si trovavano nelle fiere e lasciavano la bocca buona. La grande dissipazione di intelligenza di questi anni ha fatto alzare la voce, ma non ha portato nessuna ragione. Si sono strangolate tra le dita le idee che infastidivano il potere e i gruppetti si sono sciolti. Era bello il contrasto su qualcosa che a priori non si conosceva e così i fili venivano annodati, i versi estratti dalla memoria, le citazioni, contrastate. Ieri ho letto una frase che mi sembrava bella, ma era priva di contesto. Non sapevo cosa c’era dopo e sembrava finire, mentre il pensiero non finisce. Così era un precetto, un comandamento. Ecco a che si riducono le aporie, non strade da percorrere gioiosamente in cerca d’una uscita ma norme di vita espunte da qualche citazione di vite antiche. Vite non banali scritture, magari contabili. Sono banali le scritture contabili? No, anzi rappresentano presente e passato ma hanno in sé il fallimento perché misurano l’uomo. Le dinastie degli affari sussistono, per un poco o un molto resistono, poi falliscono. Il pensiero e chi lo genera non fallisce mai, neppure quando viene superato, contraddetto, maledetto perché sempre qualcosa si occuperà di lui e quando scompare, riemerge altrove. Ma il miracolo si compie solo quando ci sono scale da salire, una cena da dividere, osservazioni nuove che spalancano la realtà, le danno ampiezza e infinito orizzonte. da questo nasce l’impressione duratura d’essere stati bene in qualcosa che si ripeterà. Diversamente, ma si ripeterà. Ecco ciò che manca. Il che vorrebbe anche dire che manca un significato alle parole e quindi alle loro conseguenze, cosicché tutto si sbriciola in notizie. Continue. E l’una elide l’altra, sempre, di seguito, ogni giorno e ogni notte. Non resta nulla. Di tutto questo dire, delle parole scolpite nella rete, non resta che un indistinto rumore di fondo che mischia foto di gatti e disastri, dolori e foto di persone che nessuno conoscerà mai. Non resta nulla, meno di un simbolo, meno di un graffito, solo la pena e la solitudine che tutto questo esprime: Una voce che non vorrebbe essere flebile e comunque ascoltata. Mentre le scale che salivo per altre sere piene di attesa e di luce, non mi lasciavano mai solo quando tornavo, non avevo macerie dietro di me, ma parole e passioni su cui riflettere, conclusioni parziali da trarre, provare e poi ricominciare. E questa che ascolto non è la stessa musica perché apre a tutta la musica che ancora non ho sentito, le parole che hanno cambiato significato in un contesto che lo ha illuminato. Non è mai lo stesso, ma mi manca la scala o la saletta di un bar o la voglia di essere nello spirito dei tempi. Quelli larghi che accolgono lo sguardo di chi li vede e si offrono senza addurre complessità fittizie, amori impossibili, macerie spacciate per relazioni. Il nodo della musica ora diventa pensiero, desiderio, ricordo, voglia incontenibile di andare.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.