una felicità

una felicità

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Mi aveva preso una frenesia, una gioia improvvisa, una spinta interna che faceva battere il cuore anzitempo, che muoveva le gambe e faceva canticchiare prima, e poi fischiettare la bocca. C’era nell’aria qualcosa di innominato, ma così pullulante di vita che era impossibile accoglierlo tutto. E allora bisognava correre, scaricare sulle suole di para la velocità delle gambe, sentire che l’aria ti veniva contro, che c’era una gioia profonda anche nel correre, nel passare veloce tra le persone, nel cercare spazio libero, nel pensare che si sarebbe potuto continuare all’infinito.  Quelle gambe mi assistevano, forse sarebbero ancora cresciute, nonostante fossero già lunghe e a scuola mi prendessero in giro storpiando il mio cognome per adattarlo a quell’altezza improvvisa maturata in poco tempo. Due anni o forse meno per crescere di corsa, anche se ero sempre stato alto per le mie età, però allora ero più alto e non me ne rendevo conto, ma gli altri sì. Non me ne sarei mai reso conto, ho lasciato questa incombenza a chi osservava la sua statura rispetto alla mia e ancora oggi non riesco a capire se una persona sia alta o bassa, se non quando essa è davvero molto bassa oppure più alta di me. E adesso che i ragazzi e gli uomini alti sono una consuetudine prodotta forse dall’euforia che coinvolse le generazioni nate dopo la guerra, questa caratteristica, voglio dire, non mi pare né rilevante, né connotante bellezza, ma semplicemente un fatto, come allora. Un fatto dei tanti che ci stanno attorno e coinvolgono per un attimo l’attenzione oppure distraggono. Come quand’ero piccolo, e nella grande piazza dove c’era la stazione delle corriere, si trovavano i venditori di patacche, i magliari dei tre tagli di tessuto per 10.000 lire, in quella piazza dove imparai a fumare, a correre, a giocare e a farmi male senza piangere, c’era un cinese con una valigia di legno e uno sgabello. Era piccolo, giallo e ben vestito, o almeno così a me pareva perché portava la cravatta. Aspettava vicino al bar che si radunassero le persone in attesa di veder apparire il proprio pullman, e allora apriva la valigia e mostrava il contenuto ben disposto in piccoli rotoli colorati. Erano cravatte, serie o sgargianti, all’americana, come si diceva allora, disposte per file verticali e su due ripiani, una tavolozza di colori che m’incantava. Guardavo, mentre il cinese attendeva paziente che qualcuno gli chiedesse il prezzo, e quando accadeva, si apriva la seconda parte dello spettacolo perché parlava con quella elle frequente che sostituiva la erre e altre consonanti, ed io che lo ascoltavo  con meraviglia, pensavo che forse in Cina parlavano tutti così e che per parlare cinese bastasse non parlare dialetto e mettere la elle al posto di qualche consonante. E ridevo tra me, contento del cinese e di questa cosa capita e poi l’avrei raccontato a casa che avevo visto un cinese, e mi avrebbero ascoltato. Perché ce n’era uno di cinese in città, e pochissimi stranieri, ed erano o americano o persone di pelle scura. Dicevano dei mori che fossero somali, o eritrei, o abissini, restati dopo la guerra, ma erano pochi, come erano pochi quelli che erano alti. Però questo fatto di essere alti era più comune e non aveva una caratteristica particolare se non quella di essere beccati sempre quando si faceva qualche marachella a scuola oppure nella difficoltà a dominare quelle gambette che erano sempre fuori baricentro e facevano cadere con facilità. E bisognava non piangere perché altrimenti ci sarebbero stati rimproveri e qualche sberla che non correggeva il baricentro ma doveva insegnare qualcosa che non si capiva bene. Forse neppure chi me la dava lo sapeva, perché non voleva mettere in campo la paura che mi facessi male, che quel correre, giocare, sudare, non avesse un corrispettivo in malattie sconosciute e per questo ancora più paurose. Come se essere troppo felici non andasse bene e quindi bisognava stare attenti e così mi dicevano : cussì n’altra volta te starè più ‘tento. In veneto si aspirava la elle, a volte anche la a, sempre le doppie, ma non eravamo cinesi. Però quel pomeriggio appena iniziato avevo bisogno di correre, di cantare, di fischiare, fino a non avere più fiato e poi, fermatomi, di guardarmi attorno e di respirare ansante, di sentire l’odore dell’aria che entrando, bruciava di fresco le narici, di vedere con occhi nuovi tutto quello che succedeva in quel momento e che coincideva con quello che ancora non aveva un nome dentro. Perché la vita non ha un nome ma è uno stato dell’essere, e io ero vivo, improvvisamente cosciente di esserlo e così felice che dovevo fare qualcosa che mitigasse quella felicità perché nessun caso me la portasse via. In quell’oscura genesi del rapporto con il vivere, i bambini già sanno che ci dev’essere una imprecisione che renda meno piena la felicità che altrimenti coprirebbe tutto, un qualcosa che eviti la botta e la cancelli, e allora si cercava un motivo che non facesse male e che al tempo stesso non impedisse alla felicità d’essere piena. Un motivo piccolo, un dispiacere già passato, i compiti da fare, un brutto voto, insomma un ri equilibratore fittizio che impedisse al maligno di portare via quella pienezza che riempiva tutto e non bastavo per contenerla. Ma il pensiero scaramantico era un attimo perché la felicità non si racconta né si argina e dopo poco cantavo, e fischiavo, e correvo, e sapevo che quello che stava attorno era a disposizione per completare il vivere: subito, adesso, felice.

2 pensieri su “una felicità

  1. Mi è piaciuto tantissimo il tuo descrivere gioioso esperienze bambine di felicità grande, di scoperta di sentimenti e emozioni e di vita quotidiana in città e familiare…
    Mi hai sollevato tanti ricordi e tenerezza.

    Grazie, scrivene ancora 😃 se ti verrà

    Bella giornata Will
    Un sorriso
    Ondina

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