ciò che non si dice

Il pomeriggio si confonde nella notte. Qui avviene tutto con un anticipo confuso dove ciò che è vero si mescola al farlocco. S’annodano segnali, ma non è la loro natura, dovrebbero essere punte rosse di desideri che ustionano l’indolenza, oppure luci fioche che non illuminano l’ombra che le contiene, o ancora nenie che sono mantra sussurrati a fior di labbra per scacciare demoni importuni. Ma non è così e nulla di tutto questo si stende con facilità. Forse manca la giusta carta, oppure il tratto di penna adeguato, oppure sono le parole che non descrivono il ribollire dei significati. Tutto è asincrono, gettato in avanti di poco. Imminente come un bacio durante l’attrazione se la mente non si mette in mezzo. L’altra notte ho fatto un sogno lungo, con tratti molto erotici, mi sono anche svegliato e poi il sogno è ripreso. Dovrei pensarci, scriverne con dovizia, ma per chi, se non a me che già lo contengo?  In  questo contenersi si  crea una lacca sui pensieri, pennellate pazienti di loto e biacca sul colore, per tenere dentro e scrivere solo con la fantasia di chi interpreta le nubi. Sia per i contenuti che per i simboli.
Ci penserò leggendo tra le righe, là dov’è il punto dove si coincide. Non ci si rincorre ne si aspetta, ci si incontra.

mattina

Dalla finestra chiude lo sguardo un muro,
mattoni e pietre antiche,
rovine del tempo che donano rifugio
a case di lucertole e transito d’uccelli.
Nel mattino una donna si pettina in terrazza,
lo sguardo ripercorre i sogni della notte,
si sofferma, scuote il capo
poi le dita, con delicatezza, tolgono
dal pettine i capelli,
ora alza gli occhi al cielo che promette pioggia
e pensa al giorno
che s’è fatto senz’aver fatica.
Così torna al suo primo caffè
e già il muro rinserra della libertà, il pensiero.

naufragare

Tutti siamo naufraghi, di un pezzo di vita che non s’afferra, di un ricordo di futuro irrealizzato. S’ostinano a chiamarlo rimpianto, ma è stato un naufragio. E noi ci siamo salvati. In diverso modo arrivati ad un isola che salva, dove si gode la vita ritrovata, il sole che scalda dentro, lo stupore di ciò che muta nelle abitudini. Poi ci sarà un consolidare di pensieri che si ripetono, ma non nell’approdo, non nella sensazione d’aver ritrovato una possibilità. Le generazioni oggi mutano in fretta, rarefà ciò un tempo era solido appiglio; il mutare, lo stesso naufragare, è condizione ripetuta. L’insoddisfazione cresce e l’isola raggiunta non basta più. Anche per chi ha successo e ha raggiunto obiettivi a lungo perseguiti, resta una sensazione che è fatica restare nella giostra, che si deve correre perché il fermarsi è già fine annunciata. Intanto s’affievolisce la speranza, non di salvarsi, perché ci sarà sempre un’isola, ma che essa davvero risolva ciò che manca nell’algoritmo che a fatica si compone. È la vita. Un tempo più fissata, scandita e stabile, con un posto in cui tornare, oggi senza appartenenze e che glorifica l’andare. Quell’andare che è un po’ fuggire, da cosa e chi sembra chiaro, ma a scavare un poco non è poi così certo sia quello il motivo. Naufragare era un tornare, un circolare percorso verso sé, ora che dire che non sia già inutile nel pronunciare? Scorticando le apparenze, si trovano le poche cose che contano davvero. I bisogni che non sono solo desideri, e poi resta poco ma è solido e preciso nel suo chiedere. È il bisogno d’amore, la serenità di sentire che il tempo è avanti, che esso crea per noi l’accadere con dolcezza buona. È il calore che c’è nella certezza di avere qualcuno che ascolta, capisce e accompagna. Questo il bagaglio che si dovrebbe salvare in ogni naufragio, perché si riprenda poi a viaggiare. Senza timore d’andare e poi tornare.

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane:

una selva di cuori spezzati,

di cocci mostrati impudichi al sole,

camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,

e polo e maglioni e jeans ed eskimo

e sciarpe d’autunno multicolori

e abbronzature salse di pelle e di mare.

E ancora una selva di cuori spezzati,

ricomposti, trepidanti, incollati.

Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,

graffianti nel cielo

e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,

ma dolcissimi

finché una canzone li avvolge

e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

 

per questo sia anatema

Troppe parole contiene l’ira,

accenti e rossori inutili,

enfasi che si disperdono con tracce sanguinanti. 

Troppe parole contiene il silenzio dell’ira,

che non si spegne e non acquieta:

dov’era tutto questo nero,

questa nube gravida che chiude l’intelletto?

Non basta l’ingiustizia,

e neppure il rifiuto basta a dare un senso, 

alla bocca di belva che s’è aperta

ed ora ha sete d’una assoluta ragione,

senza compromessi

e tiene a testimoni i consenzienti.

Degli altri non importa né ragione,

o umana esistenza, seppur per molto o poco.

È  questo il buio senza fine dell’ira,

o del calcolo in essa può essere dissimulato,

e tra l’iroso vero che poi s’acqueta e pente

o il furbo ipocrita che eccita

e nasconde il braccio e la parola,

preferisco il primo che se stesso usa e consuma

mentre l’altro manipola coscienze e verità.

Per questo esso sia d’umanità, anatema.

 

 

tout les matins (du monde)

Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta  al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.

hanno ragione

Mi coglie spesso il senso del limite. Leggo scritti di grande bellezza, vedo immagini inarrivabili per poesia e tecnica, colgo il senso del ritmo, la densità di significato, nelle poesie di chi davvero è poeta.

Questo induce la bellezza, il capire che la propria originalità può sfrondarsi degli aggettivi importanti e diventare domestica.

Parlare e mostrarsi, è concepibile con questo limite breve da superare, sapendo che l’infinito è altra cosa, ma che anche la fine della strada è altra cosa.

Per chi, scrivere o fotografare, o anche solo parlare, allora, se non per l’esiguo gruppo che legge, guarda e ascolta. E perché non continuare la ricerca del proprio, piccolo assoluto che sarà condiviso o criticato, ma avrà comunque un colloquio, un’attenzione. Scrivere, fotografare, mettere assieme impressioni in limitati versi diviene colloquio profondo con sé e con qualcuno. Basta saperlo, avere la giusta (quale sarà davvero il limite di giusto) autoironia, sapere che resterà poco più di nulla, ma resterà qualcosa. Per poco, per il tempo che dura un discorso che ci lascia soddisfatti di aver parlato e ascoltato: impercettibilmente diversi.

Quando si dice a qualcuno che si è felici del suo esistere, credo dipenda (anche) dal fatto che c’è un filo tenue che unisce ed è il comunicare reciproco. Un mettere a disposizione, assieme, con leggerezza, il senso che l’assoluto è altra cosa, ma che ciascuno ha un modo di porgere il proprio limite e che questo limite è fatica gioiosa. È il bimbo che ci accompagna che si meraviglia e mostra la sua scoperta. Non si cura se ciò che per lui è nuovo, sia o meno conosciuto, ma ne vede la bellezza per la prima volta e di questa novità vuole dire la sua gioia. Il bimbo non sente il limite, non ha timore di essere libero, si stupisce della parola nuova, sente il suono e il significato che la mette in un dire mai sentito prima e la porge. La ripete ad alta voce, l’aggiunge ad altre che la mutano e fanno un discorso, parla di ciò che sente. E sorride 

Hanno ragione, lascia perdere l’universale, accontentati di leggerlo altrove. Guarda il bello e fa in modo che ti pervada, poi quello che ne verrà fuori sarà un’approssimazione. Di te, un po’ profonda anche nella banalità, perché si è ciò che si si scopre di se stessi, non la maschera, l’apparenza, il compiacere. È il senso di un cercarsi e di un dare misura senza pudore. La nudità ingenua che mette assieme senza troppo timore, trattenendo l’eccesso, la sguaiata esibizione.

Hanno ragione, c’è troppo clamore attorno, il cielo viene ripetutamente sfondato e tutto si spegne in fretta. Approssimarsi con pazienza è un fatto personale, da condividere con pochi, con l’urgenza felice che ha ogni scoperta che facciamo su di noi, su quello che ci sta attorno, su come leggiamo la realtà.

C’è un genio minuscolo che ci accompagna e stupisce, basta ricordarsi che è un dono che portiamo dentro. È il nostro modo di crescere, e assomiglia a noi anzitutto, se poi qualcun altro lo condivide questo ci fa sentire meno soli, non meno unici.

 

 

 

 

il fu mattia

Desiderio d’ordine e d’una tregua d’innocenza:

disporre, allineare, tracciare la mappa del muoversi, per ritrovare,

ritrovarsi.

Guardare l’anima nel ricordo per poi andar via.

E sparire, portare sé altrove.

Come fosse un castigo generare un’assenza immemore, la sospensione d’una scia.

E la vita, che non si azzera ogni mattina, col caffè nuovo apre il giorno. Altrove.

Come ora, come allora.

Se mi guardo faccio un passo indietro: dovrei trafiggere qualcuno con una colpa.

Non lasciar scampo, essere ingiusto sino al parossismo,

considerare i miei pochi capelli e poi sciogliermi in un tramonto.

Ma sarebbe perdonarmi, ed io non ho misericordia.

Come Nessuno, come Ulisse, come chi non sarà mai solo marinaio.

 

 

 

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

e così Maria se n’è andata

E così Maria se n’è andata. In silenzio, in una casa di riposo, lei che non riposava a casa e teneva in ordine anche il vicolo. Se n’è andata a un’età che vorremmo in molti, con la consapevolezza di avere vissuto una vita difficile in cui aveva trovato le sue ragioni e il suo posto. Al funerale mancavano quelli che aveva cresciuti come figli, c’erano i figli suoi. Diceva che aveva avuto molto dai primi come affetto e presenza e se non c’erano di certo una ragione ci sarà stata. Ci sono persone che non vanno mai ai funerali, preferiscono non aver nulla a che fare con un commiato collettivo, forse vogliono congedarsi piano piano nella testa. In silenzio. Senza riti o formule che si ripetono. Forse è così.

Maria faceva un risotto di funghi strepitoso, che di certo ricordano quelli che aveva cresciuto come figli, quando lo faceva lo offriva anche ai vicini.  Era una brava cuoca. Credo avesse imparato, come accadeva un tempo, piano piano da tutti quelli che insegnavano nelle case, perché il cibo teneva assieme le famiglie e il desinare era il luogo dello scambio e della quiete comune.

L’ho conosciuta con la sua naturalezza, mi dava del signore e mi rivolgeva la parola la mattina quando uscivo. Mi raccontava di sé, della sua stanchezza accumulata in molti anni difficili, assieme alle parole buone per chi aveva conosciuto profondamente. Erano pochi minuti che mi aggiustavano la giornata, toglievano quelle preoccupazioni che sono inutili prima che le cose vadano per il loro verso. Perché le cose spingono in una direzione e noi lo sappiamo, solo che ci illudiamo di rovesciarle, Maria le aveva assecondate come si liscia il pelo a un gatto, sovrapensiero. Finito di scambiare le parole della mattina, riprendeva la scopa e puliva il vicolo, perché di qualcuno doveva prendersi cura e in questo caso eravamo noi e le cose. C’era una profonda consapevolezza dello stare assieme, del non tirarsi indietro in quello che faceva e insegnava a chi, come me, sembrava preso da cose che escludevano anziché includere. Poi un giorno ha scelto di andarsene in casa di riposo. Non ce la faceva più, diceva, ma nessuno di noi le credeva. Siamo in pochi nel vicolo, cambiavano le persone e forse non le bastavamo più con le nostre disattenzioni. È vissuta diversi anni in quella casa di riposo, segno che la vita le era cara. Poi ha chiesto di tornare un momento nella casa che aveva amato. Ma dopo. E così credo che se ne sia andata solo a funerale avvenuto. Ho pensato che volesse ancora sentire l’aria di questi posti dov’era vissuta. Magari non è così e non c’è nulla che continui, ma è bello pensare che le persone riescano a chiudere le vite come avrebbero voluto.