tout les matins (du monde)

Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta  al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.

hanno ragione

Mi coglie spesso il senso del limite. Leggo scritti di grande bellezza, vedo immagini inarrivabili per poesia e tecnica, colgo il senso del ritmo, la densità di significato, nelle poesie di chi davvero è poeta.

Questo induce la bellezza, il capire che la propria originalità può sfrondarsi degli aggettivi importanti e diventare domestica.

Parlare e mostrarsi, è concepibile con questo limite breve da superare, sapendo che l’infinito è altra cosa, ma che anche la fine della strada è altra cosa.

Per chi, scrivere o fotografare, o anche solo parlare, allora, se non per l’esiguo gruppo che legge, guarda e ascolta. E perché non continuare la ricerca del proprio, piccolo assoluto che sarà condiviso o criticato, ma avrà comunque un colloquio, un’attenzione. Scrivere, fotografare, mettere assieme impressioni in limitati versi diviene colloquio profondo con sé e con qualcuno. Basta saperlo, avere la giusta (quale sarà davvero il limite di giusto) autoironia, sapere che resterà poco più di nulla, ma resterà qualcosa. Per poco, per il tempo che dura un discorso che ci lascia soddisfatti di aver parlato e ascoltato: impercettibilmente diversi.

Quando si dice a qualcuno che si è felici del suo esistere, credo dipenda (anche) dal fatto che c’è un filo tenue che unisce ed è il comunicare reciproco. Un mettere a disposizione, assieme, con leggerezza, il senso che l’assoluto è altra cosa, ma che ciascuno ha un modo di porgere il proprio limite e che questo limite è fatica gioiosa. È il bimbo che ci accompagna che si meraviglia e mostra la sua scoperta. Non si cura se ciò che per lui è nuovo, sia o meno conosciuto, ma ne vede la bellezza per la prima volta e di questa novità vuole dire la sua gioia. Il bimbo non sente il limite, non ha timore di essere libero, si stupisce della parola nuova, sente il suono e il significato che la mette in un dire mai sentito prima e la porge. La ripete ad alta voce, l’aggiunge ad altre che la mutano e fanno un discorso, parla di ciò che sente. E sorride 

Hanno ragione, lascia perdere l’universale, accontentati di leggerlo altrove. Guarda il bello e fa in modo che ti pervada, poi quello che ne verrà fuori sarà un’approssimazione. Di te, un po’ profonda anche nella banalità, perché si è ciò che si si scopre di se stessi, non la maschera, l’apparenza, il compiacere. È il senso di un cercarsi e di un dare misura senza pudore. La nudità ingenua che mette assieme senza troppo timore, trattenendo l’eccesso, la sguaiata esibizione.

Hanno ragione, c’è troppo clamore attorno, il cielo viene ripetutamente sfondato e tutto si spegne in fretta. Approssimarsi con pazienza è un fatto personale, da condividere con pochi, con l’urgenza felice che ha ogni scoperta che facciamo su di noi, su quello che ci sta attorno, su come leggiamo la realtà.

C’è un genio minuscolo che ci accompagna e stupisce, basta ricordarsi che è un dono che portiamo dentro. È il nostro modo di crescere, e assomiglia a noi anzitutto, se poi qualcun altro lo condivide questo ci fa sentire meno soli, non meno unici.

 

 

 

 

il fu mattia

Desiderio d’ordine e d’una tregua d’innocenza:

disporre, allineare, tracciare la mappa del muoversi, per ritrovare,

ritrovarsi.

Guardare l’anima nel ricordo per poi andar via.

E sparire, portare sé altrove.

Come fosse un castigo generare un’assenza immemore, la sospensione d’una scia.

E la vita, che non si azzera ogni mattina, col caffè nuovo apre il giorno. Altrove.

Come ora, come allora.

Se mi guardo faccio un passo indietro: dovrei trafiggere qualcuno con una colpa.

Non lasciar scampo, essere ingiusto sino al parossismo,

considerare i miei pochi capelli e poi sciogliermi in un tramonto.

Ma sarebbe perdonarmi, ed io non ho misericordia.

Come Nessuno, come Ulisse, come chi non sarà mai solo marinaio.

 

 

 

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

e così Maria se n’è andata

E così Maria se n’è andata. In silenzio, in una casa di riposo, lei che non riposava a casa e teneva in ordine anche il vicolo. Se n’è andata a un’età che vorremmo in molti, con la consapevolezza di avere vissuto una vita difficile in cui aveva trovato le sue ragioni e il suo posto. Al funerale mancavano quelli che aveva cresciuti come figli, c’erano i figli suoi. Diceva che aveva avuto molto dai primi come affetto e presenza e se non c’erano di certo una ragione ci sarà stata. Ci sono persone che non vanno mai ai funerali, preferiscono non aver nulla a che fare con un commiato collettivo, forse vogliono congedarsi piano piano nella testa. In silenzio. Senza riti o formule che si ripetono. Forse è così.

Maria faceva un risotto di funghi strepitoso, che di certo ricordano quelli che aveva cresciuto come figli, quando lo faceva lo offriva anche ai vicini.  Era una brava cuoca. Credo avesse imparato, come accadeva un tempo, piano piano da tutti quelli che insegnavano nelle case, perché il cibo teneva assieme le famiglie e il desinare era il luogo dello scambio e della quiete comune.

L’ho conosciuta con la sua naturalezza, mi dava del signore e mi rivolgeva la parola la mattina quando uscivo. Mi raccontava di sé, della sua stanchezza accumulata in molti anni difficili, assieme alle parole buone per chi aveva conosciuto profondamente. Erano pochi minuti che mi aggiustavano la giornata, toglievano quelle preoccupazioni che sono inutili prima che le cose vadano per il loro verso. Perché le cose spingono in una direzione e noi lo sappiamo, solo che ci illudiamo di rovesciarle, Maria le aveva assecondate come si liscia il pelo a un gatto, sovrapensiero. Finito di scambiare le parole della mattina, riprendeva la scopa e puliva il vicolo, perché di qualcuno doveva prendersi cura e in questo caso eravamo noi e le cose. C’era una profonda consapevolezza dello stare assieme, del non tirarsi indietro in quello che faceva e insegnava a chi, come me, sembrava preso da cose che escludevano anziché includere. Poi un giorno ha scelto di andarsene in casa di riposo. Non ce la faceva più, diceva, ma nessuno di noi le credeva. Siamo in pochi nel vicolo, cambiavano le persone e forse non le bastavamo più con le nostre disattenzioni. È vissuta diversi anni in quella casa di riposo, segno che la vita le era cara. Poi ha chiesto di tornare un momento nella casa che aveva amato. Ma dopo. E così credo che se ne sia andata solo a funerale avvenuto. Ho pensato che volesse ancora sentire l’aria di questi posti dov’era vissuta. Magari non è così e non c’è nulla che continui, ma è bello pensare che le persone riescano a chiudere le vite come avrebbero voluto.

 

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.