luce radente

In evidenza

Una striscia di luce rimbalzava sui vetri della trifora del palazzo di fronte e illuminava d’una luce ocra le bottiglie che stavano dietro al bancone del bar. Il barista era appoggiato al ripiano dei dolci e ogni pomeriggio sorrideva perché quella lama di luce gli diceva l’ora secondo la stagione. Faceva caldo ed era solo maggio. Aveva messo fuori, sotto il portico, i tavolini e le sedie di alluminio. C’era sempre qualche coppia o un gruppo di amici che si fermava a bere e l’ora della luce ocra era il tramonto sui tetti della via stretta, una sorta di richiamo per stare in compagnia.

Per evitare d’essere sommersi dalle chiacchiere e dalle risate dei vicini, si eravano messi sull’ultimo tavolino tondo. Lei mescolavi distrattamente il cappuccino, iui guardava il colore intenso dello spritz, rigorosamente al campari, come diceva con una protervia che lo infastidiva mentre si ascoltava e si chiedeva perché il poco ghiaccio era sempre eccessivo nel bicchiere. Tra i cubetti che mandavano lampi di luce stazionava la fettina d’arancia. Il suo colore più intenso lo aveva fatto voltare e aveva visto l’intero percorso della rifrazione: sole, vetri, portico, bottiglie.

Questo incontro, finto fortuito, era stato preparato con cura, come fanno i timidi, due parole di saluto, come stai, sei in centro, hai tempo per un caffè, anche adesso se puoi. In realtà entrambi sapevano che uscivano a quell’ora e che le strade in una città media sono sempre le stesse. Vengono date in dotazione alla nascita, poi c’è l’avventura di uscire dal piccolo ambito permesso, la scoperta che non c’è molto di nuovo, anche nelle strade che sembrano diverse, oltre l’abitudine e la necessità, si capisce che in quel nuovo, sono collocati i momenti del crescere, gli incontri, le trasgressioni, le sicurezze di avere un posto in cui tornare, le malinconie dell’assenza e la sorpresa del ritrovarsi.

Lei aveva cominciato a parlare, del figlio che cambiava lavoro, della noia dei colleghi che dicevano sempre le stesse cose, come ci fosse un’eterna prosecuzione del liceo. Lui la seguiva nel discorso e inframmezzava domande dirette. Sei felice? No, sono serena e mi va bene così. Così le raccontava di sé, delle cose nuove che faceva e di quelle vecchie che non finivano mai. Ridevano. E tu dove andrai in vacanza? La domanda lo colse impreparato. Un po’ rabbuiò e lei lo vide, cercò di spiegarle che si era reso conto che la vacanza era sempre la stessa anche quando era diversa, però non voleva darle l’idea dello sfigato malinconico, quindi aveva arricchito i luoghi con qualche singolarità che li rendessero un po’ invidiabili. In realtà avrebbe preferito non fare nulla e lasciare che l’estate passasse senza ricordi e fatiche. Era la fatica di fare delle cose che dovevano rappresentare la vacanza che lo impaurivano e lo mettevano in uno stato d’ansia. idealizzava altri tempi in cui si andava all’avventura, in cui c’erano molte libertà e meno impegni, meno riti, soprattutto. Gli occhi erano scivolati dal suo viso bello alle mani. Aveva abiti leggeri. Diceva, ho sempre caldo, e anche adesso precedeva la stagione con una camicetta colorata e maniche al gomito. Aveva notato sia il pallore della pelle come le arterie ben visibili, i polsi sottili e le mani. In particolare le mani, erano investite dalla luce che oltre a renderle di un colore intenso, rivelava ogni piega o taglietto attorno alle nocche delle dita. Pensò che aveva le mani giuste, piccole rispetto alle sue, naturalmente, ma della misura che sembra adatta ad essere felici in due. In fondo delle mani, da soli, si pensa all’utile, le si adopera, mentre in due le loro possibilità si accrescono indefinitamente. Come il resto del corpo, pensò.

Adesso la conversazione proseguiva nel passato, ricordavano fatti comuni, ma con molta circospezione come non volessero svegliare ricordi che invece erano ben svegli e attivi. La luce era risalita al collo, là dove si vedono gli anni e già le prendeva il volto. C’erano delle piccolissime rughe, ma erano segni gentili di una mobilità d’espressione. Aveva preso la tazza con entrambe le mani, come a farsi schermo dell’atto del sorbire piano. Prima, con il cucchiaino aveva assaporato la schiuma come fosse panna e aveva sorriso. Per entrambi il pensiero era stato lo stesso, ci si conosce dai particolari e sono questi ad essere la mappa che si precisa nelle vite. Quel gesto di bere con entrambe le mani non glielo aveva mai visto fare. Era una novità nata altrove, forse generata da altri modi di stare assieme o di consumare cibi nuovi. Era più un gesto da tazza che contenesse un sapore orientale che un banale cappuccino. Lei gli aveva parlato di yoga, di un ristorante vegano dove i sapori erano esaltati dalle preparazioni semplici. Diceva, come non fossimo più abituati al fatto che i cibi hanno un sapore proprio che invece anneghiamo nei soli sapori forti. Gli pareva gli avesse parlato anche del fatto che il contenitore non era solo un fatto estetico ma parte integrante del piacere del cibo. Avevano riso entrambi parlando dell’eroticità che il cibo e ciò che lo contiene porta con sé. Poi avevano cambiato discorso.

Il barista era ormai al buio, la luce s’era spostata nello scaffale superiore e le bottiglie illuminate dalla luce radente facevano danzare pulviscolo colorato. Era una scena così quieta che sfiorava la perfezione. Luce, polvere ed acari che ballavano, un viso e un avambraccio nell’ombra, sembravano osservare una lanterna magica.

Le chiese se voleva prendere ancora qualcosa, sapendo che ci sarebbe stata una risposta negativa, ma erano finite sia le patatine che le noccioline tostate. Non voleva disturbare il barista e lo spettacolo che stava avvenendo dentro al bar, così si alzò ed entrò nella penombra per chiedere direttamente un supplemento di piccoli veleni di cui, poi, si sarebbe certamente pentito. Siamo così prevedibili e incoerenti, pensò. La sala era vuota e se i tavoli e le sedie, il bancone, la macchina del caffè erano ben visibili, lo spettacolo della luce che illuminava i liquori colorati era incantevole: una striscia orizzontale che sembrava volesse leggere le etichette, indagava lo scaffale, mostrando le carte infilate di taglio e persino la licenza incorniciata veniva nobilitata dalla luce, ora color d’ambra. Si incantò a guardare, ma per poco e allo sguardo interrogativo del barista, si riscosse: chiese di avere altre noccioline.

Mentre usciva con una ciotola colma di semi lucidi d’olio e sale, pensò a come venivano tostate le noccioline, da dove provenivano e l’immagine dei corpi grassi, sformati, che sempre più si vedevano nei film americani, lo fece sentire a disagio. Pensò a come si diventava così, oppure come ci si distruggeva al contrario, in una lotta tra il piacere e la misura che investiva per i più svariati motivi le menti e trasformava i corpi. Guardò i ragazzi seduti nei primi tavoli, ridevano, le birre nei bicchieri, la giovinezza che non è mai cosciente per davvero di se stessa ma vive e quei corpi erano belli anche quando non lo erano, perché c’era un’attenzione, una cura, che forse non erano solo conformità a un canone, ma il prodotto di un’idea di sé. O almeno sperava fosse così. La strada, oltre il portico, era affollata di biciclette, ognuno aveva una meta, ma a parte i raider, nessuno aveva fretta. Andando verso il suo tavolo, vide la sua nuca in ombra mentre i capelli s’erano accesi controluce. Portava i capelli corti. L’aveva sempre vista con i capelli corti, ma adesso le lasciavano scoperta la nuca. L’hennè, gli pareva di ricordare l’usasse, trasformava i capelli in terminali luminosi, come sciogliesse la massa compatta in singoli fili distinti e serrati gli uni con gli altri. Era un colore che si mescolava con la gradazione di luce che smorzava i toni accesi, la rendeva particolare tra il rosso, l’ocra e il mogano. Aveva inventato un nuovo Pantone, peccato non riuscire a fissarlo su pellicola, un Pantone valeva centinaia di migliaia di dollari. Una vincita al super enalotto. Sorrise al pensiero che avevano diviso la schedina per molto tempo, con il patto che sarebbero stati ricchi entrambi, ma non avevano mai vinto nulla oltre il piacere di attendere ciò che doveva per forza accadere: non se lo meritavano forse? E poi alla fortuna cosa gli costava farli felici? Ormai era alle sue spalle, gli parve bella come sempre, anzi di più e fu colto da una nostalgia mista a gelosia che lo fece sobbalzare e fermare. Non erano cose da lui queste.

Lei lo accolse con un sorriso. Vedo che non perdi le cattive abitudini. Sei sempre uguale. Non era un rimprovero, lo prese come un riandare ad altri tempi e ad altre condivisioni. Si erano conosciuti molto e queste piccole cose facevano parte dei discorsi, degli impegni, delle risate sulla ciccia e brufoli, erano una sorta di basso continuo in un concerto che lasciava liberi gli strumenti ad arco di tracciare melodie e di sorprendere. La nostalgia prese il sopravvento, ma non poteva lasciarlo trasparire, non era nei taciti patti e poi sapeva bene quali sarebbero state le parole seguenti. Meglio tacere, come se tutto il necessario fosse stato detto e ogni aggiunta diventasse un eccesso. Peggiori la tua situazione, le aveva detto, una volta, ridendo.

Si sedette in quello scomodo alluminio e sentì il freddo del tavolo. Adesso erano quasi in ombra e la luce le illuminava gli occhi e la fronte. Mi conti le rughe? Disse lei, sorridendo. Non ne hai e sei molto bella con questa luce. Lei rise. Solo con questa luce, allora dovrò farmi delle lampade particolari. Risero entrambi e mentre le guardava la bocca piena di allegra ironia, un lampo attraversò l’aria e rimasero nella penombra. Una finestra della casa di fronte si era aperta e la luce era fuggita altrove a illuminare altri portici. L’incanto era ripiegato dentro le sensazioni, allungò la mano e coprì la sua, avvolgendola, mentre sentiva crescere la malinconia.

Ho freddo, disse lei, e devo andare. Le mani si staccarono, si alzarono. Pagò rapidamente, salutando il barista che aveva acceso le luci nella sala. Uscì. Fecero un tratto di strada assieme, cercando di trovare la luce del tramonto sotto i portici. Prima di lasciarsi lei disse, ritieniti abbracciato. Anche tu, rispose. E si sentì triste e banale mentre la guardava andarsene verso casa.

minimi pensieri 5

Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana

Tutto allora si fa per paura della solitudine?

È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?

È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.

E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?

Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia  e prendendo partito per noi stessi?

p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.

domani smetto

Tutto questo dire, parlare di sé nella prima o nella terza persona singolare, fatto di parole cercate, accumulate in pile ordinate come fossero moneta sonante. Usate per acquisire, scambiare, cedere. Oh sì cedere, nella consapevolezza che il cedere è sempre un avere l’inatteso altro che parte dal muovere all’ascolto e confluisce nel contrattare silente. E che dire delle sparizioni, che poi sono silenzi certamente pieni di contenuti sciorinati altrove, di piccoli tradimenti delle attese, di consequenzialità interrotte, scomposte, riformulate in novità: tutto serve a nascondere le evidenze e ciò che non si vuol dire. Deve sembrare quel confessare virtuale che non è mai tale, irto com’è di reticenze e deviante; non è la confessione orale degli antichi che azzerava lo spirito su una linea d’innocenza e poi poteva iniziare una nuova narrazione, ma una sorta di glorificazione di sé al negativo che si auto limita e riduce a grigio il nero profondo del non dire.

E chi avrebbe mai questa pretesa del vero, del nascosto, del mai rivelato ad altri? Nessuno, non foss’altro che per la reciprocità che poi verrebbe pretesa, ma tutto si muove e alzando virtualmente la mano al cuore qualcuno dice: in verità. Mentre tutto è in attesa di un riscontro; che chi è davvero interrogato parli. Insomma diventa un parlare di sguincio, evitando di vedersi allo specchio e scoprirsi davvero.

Lo specchio non mente e accoglie, rimette ordine tra le rughe dell’anima, le enumera e dà loro un senso, indaga le espressioni, il tirar su il sopracciglio, scandaglia il sorriso e lo porta ad essere ciò che è, ovvero l’ironia nascosta delle cose che abbiamo fatto e che sono rimaste impigliate dentro. Lo specchio accetta il giudizio e lo migliora, ma solo se si vuole e si guarda disarmati. Cosa ben diversa dall’apparire, lo specchiarsi è vedersi rovesciato eppure essere lo stesso. Rivela perché guarda dentro e racconta, ma non esiste un luogo virtuale delle verità, forse perché sarebbe un insieme di atolli e di naufraghi felici. 

Ancora parlo, mangio aria, attivo sinapsi, cerco ciò che non so dove sia eppure ha una traccia in me, quindi esiste. Vana immagine d’un suono, riproduzione che non rispetta l’acutezza di ciò che vorrebbe avere rappresentazione. Così si dice: basta piccole verità nascoste tra le righe, nessuno interpreta, è ora, domani smetto. E sono minuscole bulimiche vanità.

 

 

cuore d’intendimento

Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.

Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.

appunti

Il luogo dei corpi é il luogo dei confronti reali

Il resto è storia, storie. Quante storie generiamo che non riusciamo a raccontare e che restano dentro sino a trasformarsi in desideri delusi. 

L’esperienza dell’amore
non è la sua conoscenza e non fornisce certezze. La durata dipende da entrambi, ma esistono amori che non siano asimmetrici?  Ovvero ognuno ama qualcosa che non coincide con ciò che è amato. Forse è così che i corpi e i desideri si uniscono.

Supponiamo l’eguaglianza, ma la differenza ci affascina e ci sconcerta perché diversa dalle nostre vite.

Vedere il cervello nudo, i pensieri allo stato puro. L’erotismo è una condizione dell’anima, non del desiderio. O almeno non solo.

Sacerdoti di un rito in cui basta comprare, contare i soldi in tasca e ancora comprare. Con la carta di credito non c’è limite al rito. E’ come un lavacro di consenso, togliere i divieti, saturare le papille acquisitive. Poi il dubbio: sarà bello? È ciò che volevo? L’acquisto successivo cancella il precedente. Vorrebbero che le nostre vite, la loro etica fosse un eterno acquisto immemore. Vorrebbero chi? Individuare i mandanti e verificare se sono dentro di noi.

 

di mammut, piccoli fallimenti, ideologie e altro

Una zanna di mammut vale dai 30 ai 50 mila dollari e dove si trovano è diventato un terreno di caccia alla Jack London, nella Siberia estrema. Si scioglie il permafrost ed emergono le carcasse dei vecchi mammut. Come si fosse rotto il congelatore mentre eravamo in vacanza ed ora la carne marcisce. Quest’estate si sono toccati i 38 gradi, un po’ tanto per posti dove la pelliccia era anche nel costume da bagno. Così ci sono tre sciami di pensatori che si stanno incrociando in questi luoghi : i cercatori di zanne, i metereologi, i biologi molecolari in cerca di un pezzo di dna intero per tentare di clonare un mammut. Stranamente non sono in concorrenza, anzi pare si diano una mano. Qualche giorno fa un cercatore di avorio tirando una bella zanna si è visto emergere l’intero mammut con pelliccia e carne attaccata. Come accade in spiaggia quando uno pensa, ma che bel collare perduto e attaccato c’è il cane. Chiamati i biologi, a cui gli ossi non servono molto, c’è stato un movimento convulso che ha prelevato campioni a ripetizione, pare con buona probabilità di successo. Quindi,con la giusta pazienza magari il mammut ricompare e caracollerà per la Siberia, mentre noi ci accingiamo a scomparire. I metereologi carotano, cioè con le loro trivelle tirano fuori cilindri di terreno in profondità e ci avvertono da tempo che il permafrost non ha dentro solo mammut, ma praticamente tutto il biologico che c’era qualche centinaio di migliaia di anni fa, virus compresi. Passi per il biologico ma il permafrost è soprattutto è un serbatoio di anidride carbonica e metano in grado di cambiare in poco tempo, se liberato, l’atmosfera. Un paio di scienziati russi, aveva proposto di fare uno sforzo mondiale per congelare il tutto. C’era da spendere una bella somma ma il terreno sarebbe rimasto gelido. La proposta è sparita tra i risolini dei fautori del presente, che il metano non lo vogliono neppure nell’auto e che continueranno a girare con i loro suv condizionati a benzina o gasolio o elettrici con corrente prodotta da carbone o petrolio. Quindi poca speranza per il futuro, il trumpismo ha un fascino che è difficile da scalzare anche quando vincono i democratici. Forse il problema lo risolveranno gli stessi biologi molecolari se abitueranno i nostri polmoni a respirare le nuove misture, e magari se lo faranno con qualche milione di specie animali e vegetali che avranno problemi analoghi.

Nel giorno che segue l’equinozio, la notte comincia a guadagnare terreno, la luce si rintana. In realtà gioca a nascondino con noi, ci invita a cercare nelle ombre che si allungano dove abbiamo messo le passioni, le speranze che si gettavano impavide nel tempo, i piccoli segreti da condividere con chi non solo li conservava ma li considerava preziosi. C’è un mostrare e un celare che ha preziosità incredibili e non ha contraddizioni con la verità del dire. Si potrebbe pensare che siamo in ossimori da acrobati della parola, politicanti da strapazzo insomma, invece parlo del confidare profondo, del dire a pochissimi, del perseguire ideali fuori moda ma estremamente duraturi. Come il rosso e il blu. Insomma in quella strana mistura che sono le nostre vite ci sono comunicazioni profonde e particolari che uniscono, che fanno battere più forte il cuore e che non badano molto alla luce ma si alimentano di qualcosa che ciascuno dona: la fiducia. E per parlare della fiducia bisogna aprire una tenda oltre la quale si possono nascondere la delusione e il fallimento. Se considerassimo che sono questi due momenti, quelli che spingono a fare, che se superate, riaprono a un nuovo inesplorato, forse la vita verrebbe considerata per intero. Nessuno ha avuto tutto quello che si aspettava, ma chi ha detto che ne aveva automatico diritto? E se da una delusione nascesse non un modo duro di vedere il mondo, una corazza, ma un’esperienza che aiuta a intraprendere una nuova strada, a conoscere meglio persone che prima avevano solo parte della nostra attenzione. Se quel sipario aperto in realtà mostrasse noi stessi, la nostra verità e l’incapacità di vederla fino a quel momento, non tutto sarebbe perduto e avrebbero senso le pozze d’ombra che meritano d’essere esplorate, le foglie che si muovono in mulinelli, le vetrine illuminate per gli oggetti e le persone ma rivolte a noi. Tutto questo percepire, se fosse nuovo, toglierebbe quella parola che spesso pesa e ci fa rivolgere indietro, fallimento. Una curiosità dolorosa e fattiva, un togliere al termine il peso del tempo ed ecco che fallire è l’eterno percorso del conoscere, dell’essere differente perché si aggiunge alla vita nuova esperienza, nuovo desiderio, felicità che attendevano e non sarebbero venute a noi.

Non so se riusciranno a clonare il mammut, neppure se ci salveremo, ma sono sicuro che molti ci proveranno e riproveranno facendo piccoli passi innanzi, sapendone di più e infine qualcuno dirà: questo funziona, non era facile ma adesso lo è.