elogio del disordinato risvegliarsi

In evidenza

La notte ha arruffato i corpi,
in un confondere di pose e ricerca d’aria fresca.
Così si è messa quiete al giorno scorso,
e fatica e sudore hanno trovato accordi,
entrambi avvinti dalle logiche dei sogni.
Poi la luce s’è svegliata nell’abbaiar dei cani,
qualche finestra ha schiuso,
e l’aria è sembrata frizzare di freschezza,
mutando il sonno nel sopore grato.

A giorni alterni portano via i rifiuti,
i bidoni attendono composti,
il camion si ferma e poi riparte,
e nel suo percorrere le case
la mente ascolta
ed enumera i vicini.
Ormai è giorno pieno
e il calore già sorregge l’aria,
torna il sudore e il tempo.
Alzarsi è accogliere il nuovo che già urge,
il benvenuto è nei gesti usati,
il profumo del caffé che sale,
lo sguardo sul verde,
che si posa,
e ora curioso pensa e interroga
della sublime confusione nei minuscoli giardini,
del naturale stare accanto,                    e assieme attendere luce nuova e acqua.
Vivere sin nell’intrecciare di radici,
in misteriosi abbracci,
mentre a noi è difficile
il pensiero dello stare accanto.
Le forzate simmetrie e il diniego     non seguono l’ energia vitale,
lei, libera e muta, accompagna,
e al nostro rifiuto,
non obbliga, si ritrae e lascia fare,
cosi si costruisce l’inquietudine,
nel negare la libertà di stare accanto
per crescere assieme
secondo desiderio e voglia.

il pesce nella pozza

In evidenza

l’età ci confeziona vestiti un po’ sformati
mai davvero giusti,
oltre l’illusione del momento
chiedono conferma.
Manca qualcosa e qualcosa è troppo,
un disagio privo di nome, si fa strada.
Accade d’eccedere,
c’è un confronto
una gloria d’attimo
che la realtà dissente,
ma è artificio e mite assenzio
che rinvia ed incanta I sensi.
Se la vita fosse trionfo d’obiettivi
o cadute lievi di dolore
verrebbe il tempo del sentire senza fretta,
del riconoscersi ed esserne felici.
Il torrente accetta il sasso,
la sete che lo sbianca,
l’erodere la riva,
e mentre culla il pesce nella pozza,
gli testimonia il cielo
nel ramo che si sporge,
gli trasfigura il suono
e il balenare del riflesso,
Guarda, vive, accoglie
e muta,
e se a noi continuano le età trascorse,
per l’acqua il momento è il tempo stato.
Solo dell’amore
è lo sconnesso desiderio,
il bastar mai dell’innocenza
che ci muta,
sinché attori e pubblico
vediamo la commedia
ed è arte del vivere
darle garbo
al non essere di noi farsa.

ancora il ragioniere

Ero lì a cena l’antivigilia di natale,
le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, 
si mangiavano verze e cotechino
e questo faceva ridere parecchio.
Entrò un’orchestrina di fiati.
Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba.
Uno strepito incredibile
nell’ambiente ridotto e pieno di persone.
La cosa mise un’irrefrenabile allegria
gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli
urlando e poi ridendo,
assordati, c’affrettammo a dare mance generose
e loro, i musicisti, riprendevano
con un bis di ringraziamento,
finché ci fu uno scambiare di sfottò
tra le note di un’allegria generale.
Solo il ragioniere 
era rimasto imperturbabile.
Mangiava il suo brodo
e alzava appena gli occhi,
poi rivolgendosi al vuoto
distintamente disse:
ma come l’è, di nuovo il natale?
E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito
che la mia solitudine era un lusso.

uomini e case 1

La porta a due battenti, le due palme, il viale
sassi bianchi di torrente,
sono ingresso alla vita che si srotola,
corsia di fatti, trama e ordito.
Una foto color seppia ritrae la casa,
l’ uomo al centro stringe una borsa
come l’urgenza che lo chiama ad andar via,
ai suoi lati moglie e figli.
sorridono stupiti per la fotografia.
I pensieri si sono rappresi allora
e se anche il loro tempo si sforza
non potrà tornare.

La casa del dottore aveva una porta ad arco,
due finestre ovali ai lati,
un viale di sassi bianchi arrotondati dall’acqua di un torrente,
due alte palme si guardavano prima del selciato,
tappeto prima della casa,
era di trachite grigia a rettangoli spaziosi,
aveva accolto giochi e tavoli d’estate,
timidezze prima del bussare,
occhi bassi e sorrisi al cielo
nell’andare.

Al dottore nel 1927 la bicicletta
fu rubata, mentre di notte
aiutava un parto complicato.
Tra luci fioche la vita faticava a uscire,
e lui ragionava, cercava soluzioni
nell’ arte appresa mai per ciascuno eguale.
Infine tutti erano immersi nel sudore
la mamma, il bimbo appena nato, il dottore.
Del furto parlarono I giornali,
ma non dissero ch’era tornato
a piedi nella nebbia,
tra capezzagne e fossi,
nel buio Il cappello grigio era ben calcato.
Più della pioggia, i pensieri, la soddisfazione,
dai salici il viso carezzato,
con la borsa stretta in mano,
nella notte vagava tra campagna e case.
Cercava il ricordo d’una strada
e ancora udiva del nuovo nato il pianto
stretto alla camicia di mamma
come la sua madida di sorriso
e bianco.

Tornava spesso tardi,
dalla casa, sul sasso bianco di torrente,
si sentiva il passo,
nella notte sempre atteso e stanco.


La casa ora resta sola,
dopo la tangenziale,
isola tra case,
e dietro il muro di mattoni,
c’è il piccolo viale,
tondi sassi di torrente,
due palme e un selciato,
sulla porta nessun nome,
solo la foto color seppia
a ricordare che molto era dovuto
a chi qui era vissuto.

incerte direzioni

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre un’ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

quasi amoroso il tempo

Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.
Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente,
la falla beffarda nell’ordine.

Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,
riconoscendo altrove l’impossibile definire,
troviamo noi
e la diversità che gli appartiene:
lì, c’è un definitivo stupore.
e quella chiara differenza, così perfetta e desiderabile.

È noi non ancora avvenuto,
assurdo nella sua fragilità
e forte d’ansia d’essere,
definitivamente appartenente e parallela,
che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.

Tu non eri ordine, ma l’ infinita pazienza della contraddizione.
Eri l’abbandono e l’abbraccio,
il trovare col barlume del conosciuto,
la certezza del diverso.
Eri l’impossibile che non si racconta,
la paura che si spegne nella pozzanghera di luce.
Cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva,
eri parola che arrossiva la voce,
che rendeva dubbioso l’accento,
silenzio mormorante, desideroso d’ombra.

Eri la solitudine cercata,
il corpo riunito
in tutto ciò che ti era accaduto,
e nulla sembrava più naturale della spinta di un caso
che ricomprendeva tempo .
Eri l’incontro che gettava reti
forse per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco,
ad ogni carezza.

Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,
e dei piaceri non si ha memoria,
ma solo rimpianto del possibile
di ciò che non hanno generato.

Così accoglievo il tuo disordine in me,
lo mescolavo al mio,
ne vedevo l’infinita forza
e il porre ogni cosa nella sua importanza.
E il disegno appariva, nitido e naturale,
finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.

una giornata

Non ho una poesia dell’alba,
forse s’è consumata
appresso nell’ umida notte.
La prima luce ha liberato,
l’aria impregnata
di buio e calore mischiato,
e il possibile tenero
nel primo accenno di chiaro.

Il mezzogiorno è scivolato sul corpo,
Indagando distratto le curve, la pelle,
il legno di barca,
del colore da scrostare.
Sorrideva della sua forza,
del sudore radunato dall’aria
con vapore d’acqua,
e chiazze di sale.
La nudità s’è persa
nel biancore accecante,
nella luce diritta,
sui casti corpi offerti
al mezzogiorno
che succhia i pensieri
dal nulla dentro disciolto.

L’ombra ha disegnato il pomeriggio,
nel suo silenzio
preciso e mutevole,
che quieta l’ora del rimorso.
Il nulla segue il desiderio,
soddisfatto d’indicibili stranezze
è un cane affettuoso,
immagine d’un compiuto senso,
il mio, messo da parte.
Impotenza del giorno,
fumo e vino spanto,
dopo l’ansia di carezze,
e il travaso d’un nulla
nella luce spenta dalla notte.
Come i pomeriggi d’amore,
stropicciati dal sudore,
e inghiottiti dalla sera.
Gli umori sono equità divise,
spartite tra noi,
bevute con furia
e già senza traccia.
Cosi si spengono le ore,
e ritardo il passo, la casa, me.

Nella notte non credo più a niente,
nella notte ho paura
vedo i papaveri bruni nell’erba
Il rosso che racconta il giorno
e la notte dispera.
Attorno tutto è preciso,
le cose si ergono mute,
si spegne il clamore
e ciò che è fatto ha un senso
che ora chiede conto.
S’aggruma il nero,
gocce di mercurio i pensieri,
è umidità che scivola l’erba,
piega gli steli,
e raccoglie l’afrore di piante assetate.
Il mio è il sonno dei marinai,
che chiudono gli occhi
mentre amache vuote
dondolano in attesa
di casa, d’un sogno sognato,
d’una carezza scordata.

ci sarà pure una legge che…

Suono di campanello, si apre la porta.


“Buon giorno, posso avere una confezione di essenziale?”


Da dietro il banco, un camice bianco si volta e sorride.


“Mi spiace, signore, non ne vediamo da mesi, le ordiniamo e i magazzini neppure ci rispondono. Pensiamo finiscano tutte alla Caritas o a Medici senza frontiere.”

Imbarazzo del cliente, ma anche stizza.

“Questo è il terzo negozio in cui chiedo una confezione di Essenziale e le risposte sono come le sue o più fantasiose. Un suo collega mi ha detto di cercarle in Africa o nei centri profughi.”


Sorriso del camice bianco, aggiustatina agli occhiali. Colpo di tosse di uno dei due clienti che seguono quello al banco.


” Non posso che ripeterle quanto le ho detto, signore, dovrebbe provare da qualche collega di campagna, forse hanno qualche fondo di magazzino in scadenza. Qui abbiamo solo Superfluo, di varie confezioni e prezzi, ma di Essenziale, nulla.”

Mormorii alle spalle del cliente, proteste sottovoce, un cliente guarda l’orologio, riapre la porta. Esce.
Il cliente insoddisfatto fa per voltarsi, è visibilmente contrariato, poi ancora si rivolge al camice bianco.


” C’è una legge, anzi la Costituzione, la madre delle leggi, che mi assicura l’Essenziale, deve essere rispettata, sono un cittadino, pago il dovuto, esigo…”

Il camice bianco non sorride più.


“Cosa può esigere, caro Signore, quello che non c’è non c’è, si rivolga alle assistenti sociali del comune, alle associazioni di beneficenza. Ma lei non guarda la televisione, non legge i giornali, non consulta internet, ha mai visto una pubblicità dell’Essenziale? Ha colto qualche invito all’acquisto o alla sua ricerca. No, c’è solo Superfluo che viene offerto in quantità e qualità differente secondo le ricorrenze e stagioni. Perché anche il Superfluo ha cicli produttivi e una domanda variabile, quindi auto, profumi, orologi a Natale e cibo in grande quantità. Tutto in eccesso per poi alimentare le patologie che assicurano altro spazio ai farmaci di moda. Il Superfluo è ciò che muove la società, che la differenzia al suo interno, che stabilisce l’ordine e le gerarchie. Il Superfluo fornisce autorevolezza e potere, può essere gettato, tenuto in gran conto ma è la libertà, se lei non ha questa libertà, non esiste. “


Ormai i clienti in attesa sono molti, le proteste sono ad alta voce, si sovrappongono, si rafforzano, se non ha i soldi per il Superfluo perché deve intralciare gli altri… sarà il solito ecologista… di persone che vogliono limitare la libertà di consumare ce ne sono troppe… basta, esca e lasci che possiamo acquistare.

Entra un poliziotto.
“Cos’è questa ressa?”


Il camice bianco spiega succintamente i fatti mentre consegna una confezione variopinta di Superfluo al cliente successivo.
Il signore che aveva chiesto l’Essenziale, cerca di sgusciate tra le persone. Lo trattengono. Lo consegnano all’agente. Ci ha fatto perdere un sacco di tempo…è arrogante… pretendeva di avere dei diritti… e ha allungato una mano verso camice bianco, l’ho visto io.


L’agente lo prende in consegna, gli stringe un braccio, l’uomo cerca di divincolarsi. L’agente gli dice che dovrà rispondere di resistenza, mentre escono, gli chiede i documenti.


Persone: non gliela faccia passare liscia… attento sta mettendo una mano dentro la giacca… ha una pistola. L’uomo protesta che sta cercando i documenti. Le voci si alzano, viene immobilizzato, l’agente lo ammanetta.
Commenti entusiasti dentro al negozio.
Aumentano le vendite di Superfluo. Le persone vanno verso casa, sorridendo soddisfatte.

In questo paese c’è ancora una legge…

il tempo, le mattonelle, un tubo e molto d’altro

scena prima

Un tubo dell’acqua, quello principale che collega il contatore alla casa, decide che la resilienza non è una virtù e si fessura. Un ruscello invisibile si fa strada sotto al pavimento del garage, trova la sua via verso un chiusino e lì scroscia allegramente. Chissà che avranno detto gli animali del sottosuolo di fronte a questa nuova meraviglia. Una cascata, finalmente ci hanno portato l’acqua corrente, è da molto che avevo fatto domanda ma nessuno mi dava ascolto. Un brulicare di certo si è spostato mentre, vorticosa, la rotellina del contatore girava giorno e notte. Se l’acqua va altrove, la casa ne è priva, o quasi, la logica porta all’ascolto, al pensiero che qualcosa sta accadendo nel sottosuolo. Che fare? Non è una domanda politica, anche se in parte potrebbe portare a considerazioni sull’economia e sulla rispondenza alle urgenze: si cerca un idraulico. Possibilmente un musicista dotato dell’orecchio assoluto, in grado di trovare dove la perdita si è originata. Tralascio le telefonate e le segreterie telefoniche, alla fine un amico mosso a pietà accetta di venire. E qui nasce la prima domanda filosofica a cui bisogna rispondere: dove si trova il punto di attacco della condotta principale con l’impianto della casa ed esiste una chiave d’arresto che possa isolarla dal flusso che sta deliziando gli animaletti del sottosuolo?

Il tempo passa e l’acqua scorre, le indagini diventano convulse, disperate, sconsolate. Infine la pratica prevale sull’idea platonica di attacco generale. Con il mio desolato consenso, viene autorizzata la ricerca seguendo i tubi. Voi non sapete quante mattonelle si possono rompere per seguire un tubo, come si può scarnificare una parete, cosa sia l’autopsia di un impianto che di certo ha i suoi anni ma poteva vivere allegramente ancora per molto. Esistono degli attrezzi che facilitano il lavoro e pur nella responsabilità etica dell’esecutore sono efficacissimi nel seguire le tracce. Veri segugi i martelli demolitori, non hanno questo nome a caso. Incapace di sostenere questa nuova forma di scultura in negativo, il proprietario si allontana e si raccomanda al buon cuore dell’idraulico.

Dopo un giorno di ricerche l’araba fenice viene trovata e naturalmente era nel posto più impensabile che potesse essere immaginato: a mezza parete sopra un termosifone. Nel frattempo due carriole di mattonelle e detriti assortiti sono stati portati fuori casa. Il loro trattamento meriterà un discorso a parte. Trovata l’origine della vita, il resto prosegue in fretta e in meno di una giornata l’impianto è ripristinato, l’idraulico e il suo assistente, salutano, il proprietario ringrazia, immagina che si portino via i detriti accumulati nel giardinetto, ma ciò non è possibile perché bisogna consegnarli in una discarica particolare e lo farà il muratore che metterà a posto.

Scena seconda

Abbiamo l’acqua, le cascate sotterranee sono arrestate, gli animali ctoni saranno insoddisfatti ma protesteranno per loro conto al loro acquedotto oppure, indignati, cambieranno di casa. Oltre all’acqua, abbiamo due cumoli di detriti vari, Scilla e Cariddi, alcuni tubi a pezzi, manicotti vari, stoppa in notevole quantità, potrebbe uscirne una parrucca bionda, una verga di tubo da 3/4 di pollice di circa quattro metri, mezzo sacco di cemento idraulico e coperture varie per tubi in poliuretano (sulla natura del polimero mi affido alla mia vecchia scienza). Tutto questo se non assomigliasse a un deposito di detriti in una strada secondaria potrebbe essere un magnifico esempio di arte povera che ingloba parte del tronco del ciliegio. Un pezzo da collezione difficilmente riproducibile che se portato in Biennale potrebbe facilmente occupare un angolo di un padiglione come opera prima.

Questa è la mia visione, ma non quella dei coabitanti che premono perché dentro e fuori si passi dall’arte povera alla normalità delle pareti senza sculture alla Giacometti, alle mattonelle nei pavimenti e nella doccia, alla otturazione di alcuni artistici fori frastagliati che attraversano le pareti. Inizia la ricerca del muratore piastrellista. Questa specializzazione, ovvero quella del manutentore di muri, pavimenti, tetti, è diventata rara come quella dei filatelici o dei numismatici. Ognuna di queste persone, spesso non giovani, hanno una lista lunghissima di appuntamenti, minuti contati e devono trovare ciò che necessita al loro lavoro a disposizione. L’arte di chi ricostruisce è una rarità e ho avuto la fortuna di cercare la persona giusta solo per un paio di mesi. Ha fatto il sopralluogo, ha esaminato con occhio critico la vivisezione dei muri e dei pavimenti, mi ha fatto alcune domande a cui ho risposto con parole vaghe e comunque non soddisfacenti. C’erano mattonelle avanzate 20 anni prima del pavimento, e quelle per la doccia esistevano ancora? Poi altre piccole notizie su cui ero assolutamente impreparato, ovvero se e dove erano le prese d’aria del locale caldaia, anch’esso toccato dal martello demolitore, se esistevano altre linee acqua, ecc.ecc. Ha scosso la testa, chiesto una matita e su un pezzo di cartone mi ha scritto cosa dovevo procurare, la quantità e la pezzatura. Ha osservato qualcosa sulla possibilità di realizzare un mosaico con i pezzi di mattonella e sul fatto che gli idraulici dovrebbero fare gli idraulici e lasciare ai muratori il compito di demolire con il minor danno possibile. Insomma mi ha fatto capire che dovevano intervenire contestualmente e alle mie deboli considerazioni sull’urgenza, ha nuovamente scosso la testa dicendo quello che avrei risentito. Quando si fa così si può anche demolire la casa. Andandosene si è portata via l’opera di arte povera e questo mi è sembrato di buon auspicio.

Scena terza

Con il mio pezzo di cartone e alcuni campioni di mattonelle mi sono messo alla ricerca di qualcosa che assomigliasse ai desiderata del muratore piastrellista. Qui la vicenda prende un verso, nel senso di strada, imprevisto. Primo. Non sapevo che la vista di mattonelle datate e del racconto dei fatti accaduti nonché del probabile futuro, potessero suscitare sentimenti ed emozioni così diverse nei miei interlocutori. Secondo. Non avevo nozione che la logistica delle mattonelle fosse una branca della topologia e avesse a che fare con la teoria delle probabilità. Andiamo per ordine.

Il primo magazzino di mattonelle era sfavillante di luci e colori, affollato da giovani coppie che volevano cambiare bagni e pavimenti o addirittura pareti con il meglio della produzione di Sassuolo e dintorni. Naturalmente la commessa e il proprietario del negozio seguivano questi clienti avvolti dal dubbio e proponevano soluzioni diverse su campionari pesantissimi. Sistemati tutti in circa un’ora, ovvero lasciati alle difficili scelte per la vita, il proprietario è venuto da me e alla vista delle mattonelle e alle mia domanda se era possibile trovare qualcosa di simile, ha dapprima scosso la testa, poi ha chiamato dal magazzino, un paio di persone che potevano avere la mia età e ha cominciato a discutere con loro sull’età delle mattonelle, sul produttore (fallito), sullo spessore e qualità ottica del rivestimento. Mi sono sentito come un archeologo che porta un frammento del mosaico di epoca imperiale scoperto e che vorrebbe ricostruirne un pezzo. La discussione proseguiva tra loro, e sembrava interessante perché ogni tanto uno dei tre mi prendeva la mattonella dalle mani e disquisiva con gli altri. Alla fine mi hanno dato una serie di conclusioni interessanti, ovvero che almeno due delle mattonelle erano già introvabili all’epoca in cui erano state posate: un residuo di magazzino. La terza mattonella semplicemente non esisteva più nel formato, nel senso che quella misura era stata dichiarata fuori da ogni mercato possibile e nessuno, sottolineo nessuno, neppure in Cina, la faceva più. Il proprietario mi ha poi detto che il loro lotto minimo era di dieci scatole, mentre a me ne serviva meno di mezza. Sono stati gentili, i due più anziani continuavano il discorso rammentando la gioventù, il proprietario mi ha sorriso e mi ha dato la mano, come si fa adesso mettendo le nocche e non i palmi. Sono uscito contento, era ormai notte e attorno la zona industriale era piena delle luci rosse degli stop, aleggiava un vento fresco che mischiava l’odore del luppolo fermentato della birreria, con gli scarichi dei camion dell’est. Il camino dell’inceneritore fumava allegramente in fondo al viale. Però avevo un altro indirizzo, dall’altra parte della città e mi sono avviato.

Scena quarta

Trovare un magazzino in quella che era stata una zona industriale abusiva, sorta dopo un bombardamento lungo una ferrovia e ormai semi abbandonata, era un’impresa, ma alla fine il navigatore ha vinto. La porta del magazzino era semichiusa e il tutto era avvolto in un flebile chiarore che veniva da un ufficio a lato dell’ingresso. Sono entrato con le mie mattonelle e il pezzo di cartone. Forse ero al buio e non mi vedevano ma per un tempo non breve nessuno mi ha badato e un signore con il cappotto e il cappello, discuteva ad alta voce con una signora, forse l’impiegata, seduta vicino a una stufa elettrica e che ogni tanto batteva qualcosa su una bellissima Divisumma Olivetti, strappava il pezzo di carta e lo mostrava indicando le sue ragioni. La scena era appassionante, mi sembrava di essere finito in un film neorealista. Alla fine, battendo sui vetri, mi hanno visto e il signore con il cappello mi ha fatto segno di attendere. La discussione è proseguita fino a un momento in cui è sembrato che avessero trovato un accordo e mentre l’impiegata ha iniziato una lunga serie di operazioni, il signore con il cappello è uscito. L’esperienza precedente nel negozio sfavillante, mi ha fatto cambiare approccio e ho cominciato raccontando la storia del tubo.

Qui forse è meglio che riferisca il dialogo.

io. Si è rotto il tubo principale dell’acqua in casa e per trovare l’attacco hanno rotto quattro pavimenti diversi, sto cercando le mattonelle per riparare al danno.

Signore con il cappello (Scc). E non ha venduto la casa? Doveva vendere la casa, sua moglie adesso avrà il terrore che si rompano tubi da altre parti. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, anche se volessi adesso assomiglia a un campo di battaglia.

Scc. Faccia uno sconto al compratore, ma venda ne guadagnerà in salute. Non dica che non l’ho avvisata. Meglio vendere.

io. Ma queste mattonelle (mostro quelle che ormai mi sembrano lacerti di una miseria antica) proprio non si trovano o almeno qualcosa che assomigli.

Scc. (prende le mattonelle) Queste hanno almeno 35 anni e almeno da 30 anni non le fabbrica più nessuno. Se io le do qualcosa che non assomiglierà mai a questi colori, sua moglie ogni volta che le vedrà si lamenterà. Venda la casa, ascolti me, la venda ed eviterà il divorzio. Il divorzio costa, sa…

io. Non posso vendere la casa (mi viene da ridere, la situazione è diventata allegra, mi sembra di vivere dentro una commedia dell’arte), non può proprio aiutarmi con qualcosa che assomigli a queste mattonelle?

Scc. (guarda con sguardo critico le mie mattonelle, ne estrae alcune dalle scatole che si sovrappongono ovunque, me le mostra) Lei di quante mattonelle ha bisogno? (sente le misure scritte sul cartone, sorride) Cerchi di seguirmi nel ragionamento, io devo ordinare a Sassuolo, quattro scatole di mattonelle diverse che assomiglino alle sue. L’ordine viene evaso in un mese. Le sue mattonelle vengono caricate su un pancale, insieme ad altre che ho ordinato io, o altri di questa città. Il pancale viene caricato su un bilico da 16 metri perché le mattonelle pesano e si deve riempire un camion per diminuire i costi. Il camion viene guidato da un camionista dell’est, perché non si trovano più autisti in Italia. Questo autista che conosce un po’ di strade, fa sempre lo stesso giro. Parte, si ferma, scarica, riparte, va nella città successiva e ricomincia. Tutto di corsa perché deve finire in giornata, non gli pagano la notte fuori. Gli ordini piccoli come il suo, una volta su due vanno a finire nel posto sbagliato. E secondo lei, io dovrei cercare dove sono finite le sue mattonelle? Ma non ci penso neppure e così le ordino di nuovo e spero arrivino dopo un altro mese. Lei le pagherà il doppio, sua moglie non sarà contenta. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, non posso tornare senza mattonelle, mi aiuti con qualcosa che ha in magazzino.

Scc. Va bene (estrae alcune mattonelle che assomigliano alle mie, cinque hanno una misura enorme che giustifica dicendo che più grande è la macchia meno si vede. Il tutto lo mette in una scatola e me la infila sotto braccio) gliele regalo, mi pagherà un caffè quando vende la casa. Perché, vedrà, prima o poi la vende.

Sorrido, saluto il signore con il cappello, lo ringrazio ripetutamente. Torno a casa felice e allegro.

Conclusione.

Il muratore dopo un paio di settimane, ha rimesso a posto muri e pavimenti, ha brontolato in silenzio e la casa ora ha un fascino nuovo che mia moglie non condivide appieno. Forse ha ragione il signore con il cappello, meglio vendere la casa che aggiustare un altro tubo.

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