de lusione

Cosa accomuna l’offerta musicale, la luce del sole ormai indiretta che proviene da una finestra sul tetto, il susseguirsi delle mail e dei messaggi di whatsapp della giornata? Nulla, penserai, se non che i primi due, pur cangianti sono come te li aspetti. Anche nella sorpresa che può indurre un’ esecuzione nuova o il particolare angolo di rifrazione della luce che sceglie chi e cosa illuminare mentre percorre la stanza. Ma se pensi a ciò che riceviamo e magari non è in risposta a una nostra mail, allora i messaggi si collocano in un idea che ti eri fatto di una persona, di un gruppo, di una situazione. Penserai che sono troppo vecchio, per intravvedere un esito che muti le attese quando esse si sono consolidate. O corrispondono o de ludono. Non importa che esse siano conformi esattamente all’attesa ma è essenziale non la capovolgano. In fondo ciò che costruiamo negli altri, nelle situazioni è una nostra immagine che poi si codifica come un gioco, un ludus dove le parti sono ben determinate e le sorprese sono nel vincere o perdere, ma anche nel ridere o nel dispiacersi. Tutto dura lo spazio di una partita, dalla quale poi si smette o si ricomincia con le stesse regole.

Penso, che le cose avvengono così anche nei rapporti umani: ci sono delle regole, che si presuppongono comuni, sulle quali costruire un dialogo, una comunicazione. Queste ultime si approfondiscono e si apprezza l’altro, lo vede nelle parti che non sono immediatamente esposte perché i silenzi, le mani, le espressioni del viso, le parole che scivolano senza controllo, precisano il quadro e stabiliscono quella cosa che si chiama fidarsi. Ci si fida l’uno dell’altro dopo un rodaggio comunicativo come si fa con il gioco e non si bara. Quel quadro che si è costruito nella nostra testa e che ha molte corrispondenze, non è parte del gioco è la condizione del gioco stesso e non lede la libertà dell’altro, casomai ne è una rappresentazione che si corregge in corso di conoscenza. È l’inatteso assoluto che ribalta l’immagine, guasta la comunicazione e toglie la condizione del gioco, ovvero la fiducia.

Ecco sei deluso, penserai. È vero, hai ragione, penso all’eccesso di fiducia e quindi sono deluso da me stesso. L’altro non è mutato, sono io che ho sbagliato e che ho creduto d’aver compreso o peggio mi sono attribuito la capacità di mutare le cose in modo che ciò che dissonava diventasse sequenza inattesa ma concepibile e sorprendente della melodia. Questo è ciò che fa l’offerta musicale, che inventa il nastro Moebius senza che esso fosse nato e anche il sole lo fa, giocando con le cose che fa scoprire e testimoniando l’ignoranza di ciò che ancora non si è colto. Quindi esiste un perseverare del bello, del vero che sorprende anche nel comunicarlo. Cosa differente la delusione che annulla la comunicazione successiva, ne impedisce la ripetizione senza giudizio; e quando subentra il giudizio la delusione si è già fatta strada, la comunicazione diventa circospetta: non si gioca più, non ci si fida più.

Così impari, penserai, ma non è vero, sarebbe buona cosa ricordarsi che illudere e deludere accompagnano le vite e che i facili entusiasmi riguardano il bisogno di una innocenza che si è perduta nel calcolo. Una comunicazione senza calcolo, senza secondi fini, ci sorprende e rivela bellezze non considerate, ma perché diventiamo diffidenti. E in fondo, mostra la nostra incapacità di cogliere tutto il vero e ciò che non lo è. Ma non è questo il peso, piuttosto è il non aver compreso che altro si celava dietro quel comunicare acerbo e che non ho voluto vedere, così mi riporto alla delusione di me. Non ho capito a tempo eppure i segnali erano evidenti e c’era un modo per non restare delusi: evitare l’illusione e non giocare. Ma che vita sarebbe quella che non ha un rischio d’essere delusi? Non mi lamento, non ridere e ascolta.

avarietà

Durante la lunga camminata, durata 3 ore, comprese le soste varie all’ombra, ebbe modo di pensare alla letteratura spagnola e francese, al problema della mobilità e delle città imperfette, all’idiosincrasia per la complessità farlocca, al contenuto del frigo. Questi pensieri non avevano necessariamente questo ordine e neppure si staccavano gli uni dagli altri con quella necessaria limpidità e nettezza che fa di un argomento un insieme conchiuso anche quando lascia la porta aperta alla successiva elaborazione, erano piuttosto un passar di palo in frasca seguendo la sollecitazione momentanea, la spesa da fare, la necessità di onorare un impegno che l’avrebbe costretto a smontare un ragionamento e poi a rimontarlo, mentre quel ragionamento lo sentiva tirato per le motivazioni e affrettato nelle conclusioni. Eh sì, la complessità davvero lo respingeva e non quella che si muoveva dentro una scheda di un computer oppure in tutta quella parte del sapere che solo poteva intuire esistesse, ma piuttosto, solo per fare un esempio, ciò che si celava in uno strumento finanziario che incorporava spazzatura e brillanti e vendeva entrambi come fosse solo composto dai secondi.

Non pioveva da troppo tempo, il fiume era basso e mostrava resti di murature dentro all’alveo, forse mulini, oppure pile di ponti abbattuti da piene o magari case perché quel fiume, come tutti quelli serpeggianti nella pianura, era pensile e quindi era stato soggetto alle precipitazioni delle stagioni di mezzo, finché non si era arginato. Questo aveva determinato vari effetti, la strada di sommità arginale su cui camminava, ad esempio, che gli impolverava scarpe e abiti, ma anche non pochi tronchi morti, ovvero anse del fiume che erano state rettificate e avevano generato delle isole virtuali, circondate dal vecchio tracciato e al cui centro stavano le case che prima erano in riva e poi si erano trovate ad essere in mezzo a terreni nuovi da coltivare. In questo regimentare, rettificare, lui trovava una ragione semplice, una utilità immediatamente comprensibile, anche se non era stato propriamente così perché la velocità di corrivo, ovvero lo scorrere che ogni bambino conosce quando mette una barchetta di carta in un rigagnolo che confluisce in una pozzanghera o un tombino, era aumentata e il fiume aveva portato in mare e in laguna sedimenti che prima si sarebbero disseminati per strada, contribuendo al progressivo interramento della foce e alla creazione di barene che prima semplicemente non c’erano. Come tutto questo c’entrasse con la letteratura spagnola e in particolare con Marias era da chiedere a quella complessità su cui non indagava mai e che era costituita dalle misteriose connessioni che sinapsi, messaggi elettrici, scorrimenti ormonali mettevano assieme nel cervello e in tutte le altre parti del corpo destinate a ricordare e ad elaborare qualcosa. Quello che gli pareva particolarmente confacente al percorso che stava facendo era il racconto che proprio Marias, faceva della finta traduzione che due interpreti facevano a due ministri che s’incontravano. Lui uomo e lei donna come i due traduttori però a parti invertite e come alle frasi formali e strettamente inerenti ai rapporti tra governi, d’improvviso uno dei traduttori introducesse parole non dette e che si riferivano alla vita normale della ministra e che il gioco proseguisse con il garbo e la discrezione che queste cose devono avere per non essere fasulle, mettendo nella risposta dell’altro discrezione e al tempo stesso un rivelare un proprio sentire. C’era cioè, una verità semplice che si nascondeva nella complessità e questa era  riferita al vivere comune, alle difficoltà che tutti conosciamo e al lasciarsi andare ad una speranza che diventava comunicazione intima. Confidenza insomma, perché accanto alla complessità di un codice verbale che doveva essere decrittato, messo in relazione alle infinite subordinate dell’ordine che si esprime in un governo, in una società e nelle relazioni che essa ha con altre società e altri governi formando alla fine un meccanismo di pesi e contrappesi in cui l’immobilità mobile sembra il bene da raggiungere, come la minaccia senza esecuzione o la promessa senza il coinvolgimento, tutto questo, pensava, aveva a che fare con un fiume rettificato che aveva prodotto effetti collaterali e con la vita di alcune famiglie che si erano trovate separate da quelle che erano le loro abitudini e persino dal loro lavoro precedente, dovendo tener conto di nuovi ostacoli per portare i mezzi agricoli all’interno dell’isola che si era creata attorno a loro.

Tutto questo cosa avesse a che fare con quell’impegno che si era preso di scrivere una relazione sull’evolvere di una parte della città e più precisamente della zona industriale che stava mutando funzioni e che si spopolava di aziende senza che nulla venisse fatto per trattenere il lavoro e le competenze che si erano formate e che ne avevano fatto la fortuna nel tempo, non gli era ben chiaro. Ciò che gli sembrava evidente era che sarebbe tornato con i negozi chiusi e che il frigo era scombinato come i suoi pensieri e se certamente qualcosa si sarebbe potuta mettere assieme questa sarebbe stata una immagine, purtroppo veritiera, della sua incapacità ad essere un buon ospite e a stupire la persona che avrebbe cenato con lui. Persona di cui conosceva davvero poco i gusti e le idiosincrasie e che ne avrebbe tratto un’impressione falsata di noncuranza dell’essere accolta. Quindi il pensiero si spostava su come combinare le cose scombinate e trarne un insieme credibile per rappresentare un’abilità. Concluse che sarebbe stato un disastro e che la cosa più semplice non era dire la verità, che avrebbe testimoniato la scarsa cura che aveva messo nel predisporre l’incontro, ma lasciar parlare le cose e parlar d’altro. Togliere dalla testa il pensiero della relazione da scrivere con tutte le sue criticità e girare il tacco. Sì la cosa migliore era tornare indietro e concentrarsi sul verde che vedeva prorompente vicino all’acqua e su cosa avrebbe costruito per dare un senso al piacere di vedersi, all’accoglienza, alla relativa marginalità del cibo rispetto ai discorsi. Avrebbe iniziato con un calice di vino rosso e una musica che gli piaceva, sperando non fosse astemia e che i suoi gusti musicali non fossero troppo distanti. Una musica sincera per ciò che mostrava e un vino che dicesse con allegria il benvenuta che gli si era formato dentro e che cresceva ad ogni passo. Di questo si accorse perché non solo il passo si era fatto più veloce, ma che il cuore un po’ gli batteva e non solo per lo sforzo. E questo certo avrebbe portato alla necessità di una doccia e di un lasciarsi andare al non pensiero di ciò che lei avrebbe pensato ma solo al piacere che fosse lì con lui. 

capitolo primo: l’attesa che qui non continua

Ogni decadere comincia per tempo. È sempre una frattura che non si ricompone appieno, che introduce un nuovo difficile da accettare e così viene rifiutata come tutto ciò che sembra togliere un’integra normalità. Avevano ragione gli artigiani zen che aggiustavano le cose preziose mettendo oro a saldare le fratture. Kintsugi, una pratica che chissà se ancora viene fatta oppure è solo perduta come il tempo di Mishima, travolto da un eterno correre che cammina su malintese progressività verso qualcosa che non prevede di aggiustare nulla. Un tempo era normale tenere assieme le cose, i corpi, ciò che si univa con una proiezione del tempo. Non si viveva meglio, mancava sempre qualcosa ma mi chiedo ora cosa significa essere normali. Non volevo essere normale. Nessuno di noi lo voleva. Certamente non quelli che se ne sono andati in cerca di una armonia che gli pareva di aver dentro. Ad esempio PieroPeter, imbarcato in una carboniera verso l’America, sceso in Argentina e poi ricomparso nel Texas con una moglie americana. Laureato tardi a Dallas, ma lì non ci badavano, con borsa di studio e alloggio per sposati, e poi insegnante. Adesso, sarà in pensione, in una di quelle case con l’erba da falciare il sabato per preparare il prato al barbecue della domenica.

Lui di erba ne ha fumata tanta e mi spiegava che solo con quella, l’armonia si ricomponeva dentro in qualcosa di nuovo e lui aveva bisogno di quella musica. Ha imparato giusto a tempo, in zona “Cesarini” quello che serviva. Molto di quello che s’impara si risolve presto, nel senso che sbiadisce, è connessione, un lento confondere, ricordare, scordare a pezzi, il resto non s’impara più oppure diventa passione e allora è altra cosa. ha bisogno di far largo, di mettere da parte il resto che neppure vede. Piero così aveva fatto. Via tutto quello che non serviva per seguire un sogno che poi si era trasformato in una vita come tutte, ma era un sogno, accidenti, non una rimasticatura imposta dalle volontà altrui. Aveva un talento particolare nel voler vivere alla grande. Non in campeggio e neppure dormire in macchina durante le vacanze nate per caso durante un discorso e portate avanti per sfida. In albergo, si deve dormire, in albergo e fare colazione seduti a un tavolo la mattina dopo. Fiutava il limite di ciò che avevamo in tasca e poi trovava luoghi improbabili, persi in paesetti dove non andava nessuno, pensioni che venivano occupate l’estate da 5 famiglie che ci soggiornavano ogni anno da generazioni. Entrava come fossimo al grand hotel e mi diceva: guarda la moquette. Io la guardavo la moquette, la guardavano anche gli altri e sarebbe stato meglio non averla vista perché era piena di macchie, lisa davanti al banco del portiere e in ogni camminamento interno. Era una mappa consunta da cento piedi in trent’anni che si dirigevano verso la sala da pranzo, le scale, l’ascensore, la scala verso la cantina. Scommettiamo che nelle camere la moquette ha il pelo folto. Aveva ragione ed era sempre piena di polvere e altro pelo che nessun aspirapolvere avrebbe mai aspirato. Moquette verdi con disegni marrone, moquette arancio, tinta unita. Persino sulla testiera del letto la mettevano. Moquette da asmatici in cerca di asfissia, paradiso di acari che neppure un detersivo radioattivo avrebbe distrutto e lui ci camminava a piedi nudi, così alla fine lo facevamo tutti. Insomma in questi alberghi locande c’era la gran vita e un’insegna che alle 23 spegnevano per non consumare corrente, così se andavamo in giro fino a notte tardi, c’era il rischio di non trovare neppure più la casa e la porta giusta. E accadde e finì a secchiate d’acqua o altro. Speriamo fosse acqua. Dopo due giorni era ora di cambiare aria, ormai ci conoscevano tutti e non c’era più nulla da vedere oltre l’osteria. I ritorni, sempre notturni, erano la parte migliore del viaggio, i grill con il banconiere assonnato che faceva anche da cassiera, erano il luogo dei risvegli e delle colazioni alle 2 di notte. PieroPeter riusciva a stritolare due Brioches e fonderle nell’unica che pagava, aveva talento ma si bevevano cose pessime. Miscugli. Fernet perché scaldava e risvegliava, piano da sorseggiare fino all’uscita, con il barista che ci guardava con attenzione che non rubassimo salamelle o cioccolata nel tragitto tra il bancone e la porta. Entravamo in città a giorno fatto, dopo aver visto tutta la sequenza della luce e parlato dell’alba con cognizione di causa. Avevamo un sonno che ci avrebbe portato al pranzo. La bocca impastata dal fumo, dai cappuccini e dall’ultimo Underberg, preso per pulire la bocca prima di entrare in casa, con una risposta per quel dove siete stati a cui era impossibile dire la verità. Alla fine arrivò la politica, non quella sognata che animava le nostre passeggiate, quella letta su “Quindici”, ma quella nelle piazze, PieroPeter se ne andò dopo non molto, aveva dato l’esame di maturità come tutti noi che ora eravamo all’univertà. Lui no, partì, chissà se quel diploma gli è servito.

Sono così tristi i raduni fatti per forza, non sai mai chi e cosa troverai. Cerchi scuse per settimane, ma c’è sempre qualcuno che fa da collante entusiasta. Qualcuno che è il kintsugi di un capolavoro che eravamo tutti assieme. Non è vero che lo eravamo, ma ci pareva di esserlo e le fratture di allora si sono tutte sanate, quello che rimane è la voglia di tirare fuori un passato immaginario che ciascuno ha vissuto per suo conto. Lo so che il nostro kintsugi ha cercato anche Peter e che forse l’ha trovato, ma non ne era sicuro. Il nostro inglese non è quello dei ragazzi di adesso e al più serviva per parlare con una tedesca, chi gli ha risposto al telefono, così mi ha detto, masticava ogni parola e non ha neppure capito chi era lui, così è rimasto lo spelling di un nome da trasmettere al padre, marito, amante, boh, con un numero di telefono. Ne abbiamo riso parecchio su quello che deve aver detto al padremaritoamante e abbiamo concluso che forse era solo una badante o una cameriera. Una mamies, magari PieroPeter ha fatto soldi, speculato in borsa, si è risposato tre volte o magari il numero era sbagliato e non era neppure casa sua. Quello giusto, magari, viveva in Florida in un resort per anziani. Giocava a golf e aveva una sider rossa, italiana. Con il foulard e l’abito di lino, circondato da esuli cubani a cui non poteva raccontare la sua gioventù e la passione che avevamo per Castro e il “Che”. Ridevamo ma non riuscivo a scriverla questa parola: anziani. È così che siamo adesso? E allora che senso ha mettere assieme un gruppo di vecchi che si sono tenuti distanti per una vita, che ricordano cose diverse dello stesso fatto , che ridono per piccole avventure vissute assieme, per banalità che allora erano eccezionali e poi sono diventate normalità. Eravamo nell’800 e non lo sapevamo. I Beatles e i gruppi di casa nostra, il tornare a casa a mattina, il sacco a pelo e la tendina a due posti, gli alberghetti sporchi a poco prezzo. Erano pezzi di vita allegra allora, ma diventano tristezze misurate con gli occhi di adesso. Come andare in quattro in giro per l’Italia in ‘500 e guidare di notte perché si fa più strada. Ma che sciocchezze dovrebbe tenere assieme il kintsugi, sarebbe oro sprecato, anche se è vita vera dove i silenzi contavano quanto e più delle parole e le scelte erano sempre tagli di passato. Non è meglio tacere, conservare ciascuno il ricordo di ciò che è stato, sentire le piccole enormi vergogne di allora, le timidezze, il non voler crescere come ci era stato chiesto di fare. Tutto ha un senso ma nel tempo in cui avviene, poi diventa aneddoto, storia, curiosità che si disperde con le parole appena pronunciate perché le vite sono andate ciascuna per loro conto e nessuna delle ragazze che ci piacevano ci ha sposato e tutte hanno sbagliato e fatto giusto. Ciascuno ha vissuto vicino o lontano, ma intorno a quel baricentro che era la nostra città e ora non ci sono neanche le case che conoscevamo, tutto è talmente mutato da essere irriconoscibile per chi torna dopo tanti anni. In attesa di Peter, la cosa sta rallentando, meglio. Lui era il coraggioso, quello che vivendo con madre e sorella, il padre era sparito e lui non ne parlava, si poteva permettere cose per noi inconcepibili, come prendere e andarsene durante l’anno scolastico e poi tornare e raccontare un sacco di balle ai professori e magari riuscire a farsi rimandare e poi promuovere.

Noi restavamo, a parte qualche trasgressione contrattata, camminavamo assieme per ore, prima in centro a salutare ragazze e gli altri che si fermavano con noi, poi un gelato per cena e un saltare da un posto all’altro fino a una panchina in quella piazza che non è mai stata tale ma un viale largo con tanta ghiaia e erba ai lati. Erano già evidenti in tutti noi le insofferenze che sarebbero arrivate l’anno dopo. Era quella la rottura riconosciuta e l’alternativa era stare o andare. E lui se n’è andato, con i jeans larghi, la camicia a quadri, due magliette e il sacco a pelo. Su una carboniera come operaio in sala macchine. E adesso dovrebbe tornare, ma a vedere chi? Un gruppo di anziani che bevono, mangiano e raccontano di un tempo che neppure è esistito, perché è così, quel tempo non è esistito, c’è la musica, l’arte, i libri, le passioni, i cortei, le occupazioni, gli amori, le notti insonni, le avventure, quelli che si sono persi per strada, a ricordarlo ma non è esistito. Accade lo stesso a ogni cosa che diventa oggetto e poi si va a vedere, si immagina, ma non c’è più nulla che ne certifichi l’esistenza, è tutta un’ipotesi perché esiste il presente e il futuro ma il passato è un insieme di strati di vissuti, di scorie, di bellezze incomunicabili, di ideali, di errori, soprattutto errori e la costruzione di un’identità che è quella di adesso, ma che allora non era così. E perché dovrebbe tornare Peter e diventare Piero, adesso è altro, anzi è diventato altro quando è partito e non c’è nessun kintsugi che lo possa saldare a noi che siamo rimasti.

Ci si arrampica nel terreno che ci è dato, come si può. Magari senza curvare la schiena e così che l’eterno dualismo tra un presente fugace e interpretabile e un futuro che da solo si costruisce a suo modo diventa un modo di sentire che c’è una scissione. Da qualche parte accade. È accaduto. E sappiamo che mai tutto si consuma davvero. Continuiamo a scinderci, alla fine diventeremo atomi di pensiero, e si dimostrerà che era una favola l’idea che i profluvi di parole, le cose che sono avvenute, tutto quello che si è svolto nel tempo, nell’aria o in contenitori grandi o piccoli non è rimasto attaccato agli intonaci, alle pietre e se io sento di notte gli scricchiolii delle travi, o un vento improvviso che mi accarezza il corpo, non sono gli echi di chi c’era prima, i pensieri che non si sono svolti, le parole pronunciate, i tabù abbattuti che ritornano con altre vesti e che continuano la fatica di ricostruire un cielo fatto di nuove costellazioni. È bello pensarlo che nulla si crea e nulla sparisce, ma in realtà ci scindiamo e tendiamo a ripetere, perché è più semplice, come accade per i modi di dire che non attendono una verifica e in fondo ci rendono accettabile tutto ciò che non vediamo ma che sta attorno a noi e non ha sempre bisogno di domande.

Ci sono miei tratti del carattere in questo diventare solitario. C’erano anche allora, con i modi di esprimere sentimenti, i silenzi che facevano tornare dentro parole che forse stavano meglio all’aria e questo lo avverto anche nelle mie “terapie”. Lo scrivere, l’osservare, l’ascoltare sono state terapie importanti. Fondamentali. La mia carboniera verso l’America, ma non era la stessa cosa e ora non bastano. Come non sono bastate in altri momenti della vita, quando capivo il mio limite e ciò che non riuscivo a fare, mi superavo. Partivo verso l’ignoto. E quel riuscire era compensativo di un desiderio, di un quasi amore che voleva sbocciare, oppure di un premere eccessivo del lavoro, delle scelte che avrei dovuto prendere. Le cose in fondo sono semplici e tutto si chiude tra un si e un no, con lo spazio infinito di punti che collega questo segmento del decidere. Tutto ciò che sta in mezzo, lenisce ma non risponde e alla fine si capisce che se lì, alla radice di una risposta netta, una possibilità si è spenta. Allora tutto ciò che la sostituisce è in fondo insufficiente. A meno di non essere dei geni e nasce un’opera d’arte, ma non è il mio caso.

Un mediocre scrittore e un banale fotografo, affidarsi all’istinto è una bussola per sé ma non per altri. Non aver più voglia di stupire e usare l’arte del contraddirsi come carta per ogni scrittura, non basta. Non basta  per fugare il dubbio se ci fosse stata stoffa, se il talento sia stato tradito oppure sia stata tutta fuffa, incommensurabile fuffa come quella che, dissimulata, tra righe di lirica competenza, di stupore attonito, alla fine lascia una doppia sensazione: che avrà detto, ma se è pur bella l’accozzaglia, decrittarla è fatica inutile. Non c’è nulla se non nel talento vero, ma quello è altra cosa. Altra sofferenza per estrarre qualcosa che davvero sia superiore al momento, all’accadere, alla stessa percezione del vivere. L’universale e il banale hanno più punti di congiunzione di quanto si pensi, ma così annoiano. Annoiano e si passa ad altro. E dovremmo riunire tutti, dirci cose che non facciano male. Peter dovrebbe tornare dal Texas o dalla Florida. Gli altri arriverebbero dai posti in cui hanno fatto famiglie e carriere per un pranzo, due giorni assieme e poi salutarci con gli occhi umidi perché i vecchi sono facili a commuoversi, dicendosi che il prossimo anno, alla stessa ora, nello stesso posto, mentre tutti pensano ad altro, a cosa accadrà, a cosa racconteranno a casa di questo riunirsi e dell’essere di nuovo un insieme, un gruppo coeso, un ‘opera. Intanto si aspetta la telefonata di Piero Peter, ho detto con forza che senza di lui sarebbe poca cosa, meglio non fare. Si aspetta e se chiama in americano il nostro kintsugi allora sarà da ridere.

 

da Wikipedia : Il kintsugi (金継ぎ AFI: [kʲĩnt͡sɨᵝɡʲi]), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.[1]

L’arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza.[2][3]

 

l’abitante

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Non accadeva nulla. Il sentiero saliva, a destra il bosco, a sinistra il rudere di un tentativo di abuso edilizio. All’interno di quello che forse sarebbe stato un soggiorno era nato un albero ora grande e pieno di foglie. L’abitante senza vicini umani e con molti uccelli e piccoli voli tra i rami. Salendo non accadeva nulla che non fosse ripetibile, qualcosa di così memorabile da costituire un ricordo singolare. La vita scorreva con il ritmo del respiro e non aveva una trama che potesse diventare narrazione: avrebbe ripetuto i passi, la scaglia del calcare che spuntava tra il muschio, il resto di un reticolato con un fiocco di lana, erba, fiori incauti e rami seccati. Lontano il suono di una campana. E’ un vecchio dilemma quello dell’artificiosità delle storie, dei ricordi che si intrecciano con la necessità di interessare, di rappresentare una singolarità in cui ci sono protagonisti, decisioni, eventi che si configurano come emblematici. E’ il tema del divenire, il bisogno di un passato per costruire un futuro mentre siamo nell’entità più inafferrabile e banale per la grandissima parte della vita, ovvero l’adesso. Così il sentiero che si muoveva tra bisogni lavorativi dei boscaioli e le abitudini di escursionisti. Di certo portava da qualche parte, quasi certamente era, o un percorso circolare da case a case oppure un andare e ritornare su se stesso tracciato dal bisogno e dal piacere non dall’utilità e dal programmare futuri percorsi.

Ciò che fa la differenza è la persona che percorre il sentiero non la traccia e ciò che le sta attorno. Sono i pensieri diversi di ciascuno, il movimento degli occhi, il collegare le cose, la congiunzione dell’adesso con il conosciuto, il nuovo intreccio che esso può provocare nel passato. Oppure, i più bravi, vuotano di pensieri la testa e lasciano che ciò che è all’esterno entri e non diventi solo esperienza, ma vita, modo d’essere.

Il bisogno che accada qualcosa testimonia la lotta diurna contro il vuoto della noia, la forza vivifica dell’accadere contrapposta al succedere; nella prima c’è l’idea di poter influenzare le cose, nella seconda esse semplicemente si succedono senza un nesso che ci riguardi ma con una fortissima logica interna. A quella logica, che poi sarebbe quella del fluire, si può appartenere o meno, ma ciò che dovrebbe essere chiaro è che essa è disgiunta dalla felicità.

Non si è felici per caso, questa era la tesi che mi seguiva anche in quel sentiero, ma per volontà di voler mettere assieme cose disparate e controverse oppure per abbandono, per una resa così incondizionata che, come per il bimbo coccolato ogni movimento dell’accadere diventa carezza e occasione di allegria, in noi diventa un lasciarsi andare allegro e meravigliato.
Quasi sempre non accadeva nulla e questa era la storia, quella vera, quella che i 17 miliardi di individui che dalla comparsa del genere homo hanno abitato il mondo, hanno vissuto, con qualche rada eccezione che a pedate ha spinto innanzi tutto il genere. Non accadeva nulla e non avevo la facoltà di entrare nel pensiero altrui. Di questa seconda consapevolezza ero contento, non perché mi dispiacesse indovinare un desiderio di chi mi è caro o capire meglio chi ho di fronte, ma per il semplice motivo che gran parte dei pensieri sono sconclusionati, saltano di palo in frasca, sono ossessivi nel ripetersi, cercano soluzioni a problemi spesso privi di senso e stare nella testa di un altro a condividere il guazzabuglio che già ben conosco non aveva nulla di attraente. Se viene glorificata l’utilità del pensare e del fare, è perché essa genera plusvalore per qualcuno, ma anche e soprattutto perché il pensiero è fondamentalmente privo di essa, è anarchico e vitale come l’istinto, si muove per meandri sconosciuti, ma soprattutto è indifferente a ciò che dovrebbe provocare reazioni immediate. Insomma agisce per suo conto ed è pure duro di comprendonio. Se così non fosse giustizia e bellezza sarebbero perseguite e invece capitano per caso, come accidenti più che per volontà comune. Come quell’albero, unico abitante della casa in rovina e nato per caso dove doveva esserci altro, che faceva altra utilità rispetto a quella umana, ma era successo e ne aveva approfittato. Semplicemente vivendo.

non c’è fretta

Non c’è fretta, ma ci sono quelli a cui non basta mai e allora la fretta è poco, una risposta senza attenzione non basta, il tempo si comprime come una molla. Non c’è fretta e intanto sembra tutto accada, quello che svoltava una vita. Forse. O solo un segmento, ma era importante. Quanto era importante? Tantissimo, ma allora c’era fretta perché ciò che si è rotto restasse intero. Fragile, controverso, delicato e già altro, ma intero. Ora non c’è più fretta, magari la prossima volta. Tutto assume la sua dimensione, perde colore e consistenza, diventa un mare di piccole increspature del se. È tutto così normale, ripetuto, banale sino al midollo che fa pensare che tutto lo sia. Non è così, sarà per la prossima volta. Ora non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

la vita semplice

La vita semplice è un desiderio che segue il flusso, che si lascia cullare dall’acqua del tempo, sa che esso circonda le pietre e a volte le rotola con piccole spinte gentili. Senza parere, le fa scivolare nella sua direzione e sempre le consuma.

La vita semplice ha risposte semplici per domande in altri complicate, trova nel giorno che si ripete, un senso. Gli aromi seguono le ore, le abitudini sono appigli solidi come i passi, i saluti, le necessità che si succedono.

C’è un senso di giusta misura nei gesti, le parole non debordano dai confini e non provocano guai. Il nuovo si affianca e deve aver tempo per convincere mentre la corrente accompagna con dolcezza. Così le cose si succedono, cosa molto più grata al pensiero, sembra, di quando esse per loro conto accadono.

Oggi c’è il sole, come da mesi ormai. La temperatura non è mai scesa troppo e nella terra il sonno non è arrivato.L’inverno che non si è di fatto veduto, ha messo tutti in attesa e in dormiveglia, i sogni sono stati leggeri, come particelle disciolte nell’aria. E così le rose e il mandorlo hanno pensato bene di mettere boccioli sull’avviso. Ma non siamo quieti quando si alza la nebbia e il mattino mostra l’azzurro e il sole. L’inquietudine è una serpe che si occulta, non avvelena e non si palesa per davvero mostrando la lingua e i denti, resta e fa sapere che c’è lasciando lunghe tracce tra l’erba che non è mai diventata scura, non è gelata e da tempo ha le prime prataiole che la costellano. Anche gli insetti sono indecisi, non sanno bene che fare e sono facile preda di uccelli rimasti senza emigrare. Sembra che tutti si chiedano se questo sia ora il flusso del tempo e se ciò che era semplice abbia nuove regole ignote. 

La vita semplice segue la corrente e non ama le forti passioni, conta sulle dita di una mano ciò che le serve, si misura con sentimenti forti che poi chiama istinti. Lo fa per essere assolta degli errori commessi ma li dimentica presto. Considera poco necessaria la memoria che cambia il futuro e si attende che tutto sia come l’ha lasciato il giorno precedente. Forse per questo i sogni della notte non diventano mai spinta per il giorno. È un punto d’arrivo la vita semplice, che rende poco sensibile il cuore a ciò che si muove velocemente, che ascolta e confronta l’utile con l’azzardo, la necessità con l’abitudine. Ma poi decide, lasciandosi andare. 

Il mondo muta in fretta, per suo conto, sembra, eppure ha ricevuto spinte immani. Scompaiono specie, le stagioni rovesciano le attese. Come accade in altre parti del mondo quando non è mai freddo e la notte diventa rigida per mancanza di sole. Allora si accendono fuochi, finché c’è legna, si beve l’acqua raccolta nei pozzi lontani. Le donne arrostiscono i frutti del caffè cresciuto sugli altipiani e lo macinano piano prima di metterlo a bollire a lungo in pentolini dal lungo manico e dal collo stretto. Una schiuma si raccoglie in superficie, ma non è quella che conta e il dorso della mano la spazza sul fuoco. Così il profumo si diffonde attorno, in attesa di bere il caffè che sobbolle. Poi sul fondo della tazza, qualcuna leggerà il futuro e com’esso s’ addensi sul capo degli uomini. E una paura sottile prenderà le palpebre che già scivolano nel sonno, mentre attorno al fuoco si scaldano i corpi e le anime ignare.

Chi legge il futuro, ascolta il rumore tra l’erba e la terra, sente il fruscio che porta il muoversi degli animali, ode il richiamo e il sibilo che lo spegne. E non pensa che la vita sia semplice se non ha una mano che la conduce, un pensiero che la rispetti, un ordine che definisca ciò che è giusto e non fa male ad altri.

 

 

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

la commedia dell’innocenza, scena quarta

Scena quarta:

Il palcoscenico si è ora trasformato in una carrozza di un treno veloce. I passeggeri sono seduti a coppie e rivolti verso la sala. Il protagonista è seduto in prima fila e sta leggendo, ha uno smartphone sotto il libro, a volte lo guarda e scrive brevemente. Gli occhi si spostano fuori dal finestrino. Masse di verde si alternano a gruppi di case, campi, colline, capannoni, guarda e cerca di riconoscere, poi torna al libro. Al suo fianco, una donna, anch’essa intenta a leggere. Non sappiamo se siano una coppia o li abbia messi insieme il caso. Dietro e a fianco, c’è rumore di conversazioni e telefonini. Alcune persone si alzano e prendono cose dagli zaini e dalle valigie. Verso il fondo si vedono persone che mangiano e un paio attendono che si liberi la toilette. Una voce sintetica annuncia stazioni d’arrivo, pubblicità della compagnia che gestisce il treno e la velocità raggiunta.

Il protagonista dice tra sé che bisogna essere responsabili, ma non di tutto e non per sempre. La memoria senza il perdono diventa un peso progressivo, ma se fuori di noi c’è al più l’indifferenza, la rimozione, è con noi che dobbiamo sistemare i conti. Togliere il giudizio è tornare all’innocenza. O forse questa non esiste perché la memoria la impedisce. Solo lo smemorato ha a disposizione un’altra vita e così ricomincia. Chi è leggero e immemore si limita a dissipare, l’iperattivo trasfonde nell’esperienza l’ansia del suo fallire, del non essere abbastanza e così facendo aggiunge memoria e vacuità. Ma chiunque si sia, cosa sanno gli altri di ciò che accade davvero? Nulla o quasi, vedono fatti, interpretano, li riconducono a categorie che conoscono, devono trovare il loro posto in ciò che accade e questo lo fanno per differenza. Vorremmo tornare all’assenza di memoria, al punto zero, ma non è possibile. Eppure ci sono vite che ricominciano, ma per questo serve la purezza della passione e dell’amore.

Attorno al protagonista il mondo si muove, in fondo è lui che sta fermo. Scambia qualche parola con la donna a fianco, riprende a leggere, guarda il telefono e fuori dal finestrino. Medita sul non dire, sul tacere come privazione e punizione per chi non lo ascolta. Andarsene non è mettere un silenzio tra chi si vorrebbe e non si ha, tra il desiderio e la sua attuazione? Però avere ancora qualcosa da dire significa essere conseguenza e novità di se stessi, pensa, servirebbe la mossa del cavallo che scarta e guarda di sguincio, cioè il vedersi prima e non essere prevedibile poi, neppure a se stessi. E procedere andando a lato. 

È diventato irrequieto e vorrebbe abbandonarsi, prendere sonno e arrivare, perché sa che è a una svolta della convinzione. Dopo non sarà uguale a prima, qualche abitudine acquisita con fatica, dovrà cessare. Pian piano invece, la consapevolezza prende forma. In fondo è partito per questo e sa che ciò che pensa lo costringerà a mutare rapporti, a decidere almeno per un tempo che sembrerà sempre infinito, ma avrà bisogno perenne di riconferme. E il pensiero è ormai questo:

Bisognerebbe procedere con l’ indifferenza del volare sopra, perché questa non tiene conto, cioè non calcola e s’imbeve di vita vecchia e nuova reimpastata assieme. È questo che reinterpreta la memoria, che la sottrae al giudizio della conformità e dell’ immagine.

E comunque non è possibile l’ innocenza fuori dell’ amore e della passione, oppure bisogna finire nella follia. Non si può fuggire e neppure restare. E solo nella forza primeva dell’ appartenere riconoscendoci nell’altro, unico per noi, che ci si libera da ciò che sembrava importante e non lo era. Per questo bisogna avere passioni per parlare, bisogna amare per fare il nuovo. Solo in questo ci può essere innocenza e cancellazione d’ ogni fallimento, d’ogni errore e quindi della colpa.

La vita è una sinfonia scritta con le note sbagliate, che si assomiglia e approssima nell’essere suonata. Bisogna cercare l’armonia nella dissonanza, liberare il suono dalla prigionia dell’esecutore maldestro, sottrarsi al critico che non suona, che non scrive, che ha solo studiato, oppure ha fretta o mestiere. E solo l’amore e la passione ricompongono un disegno in cui sembra di aver visto oltre, ma in realtà è ancora tutto da scoprire, leggere, vedere. 

È nervoso e sereno assieme, vorrebbe mettere tutto in parole, ma l’altoparlante annuncia che la sua stazione è prossima. Chiude il libro, si alza, prende i bagagli e si appresta a scendere.

 

la commedia dell’innocenza

Scena prima:

il palcoscenico simula una strada con un caffè che vi si affaccia. Dietro i vetri del caffè si vedono sagome di persone che parlano, ridono, a piccoli crocchi. C’è chi è seduto e chi in piedi, conversazioni diverse che sembrano far stare bene. Nel marciapiede davanti alle vetrine, tavolini e altre persone che parlano e sorridono. La strada è attraversata a volte, da piccoli flussi che si disperdono. Il protagonista principale sta conversando con una donna, piacevole sia per ciò che dice che per l’aspetto curato, con lineamenti fini e belli. Le guarda il viso e osserva i movimenti dolci, sembra attento e ascolta più che dire.

Ci avviciniamo per ascoltare: gran parte dei discorsi parlano di fatti che accadono, di attese e di persone di comune conoscenza. L’atmosfera è a tratti leggera e più raramente riflessiva. Non mancano commenti salaci e gossip che riguardano comuni conoscenze. Il protagonista, che non sa di essere tale e non è neppure il protagonista principale, sembra cerchi di sbrogliare qualcosa di non proprio semplice, cerca le parole. L’atteggiamento di ascolto esprime attenzione e difficoltà. È in atto una riflessione interiore, e si chiede come essere coinvolto nei progetti che la donna gli sta spiegando.

Di tanto in tanto, tra chi passa e chi è seduto ci sono riconoscimenti e saluti, l’atmosfera è piacevole, il pomeriggio è tiepido e i vestiti non pesanti. Tutto fa pensare a una tranquilla giornata d’autunno che punta verso la sera con altri appuntamenti e attività che saranno comunque altrove.

La conversazione tra il protagonista presunto e la donna prosegue, gli echi delle conversazioni vicine e gli scoppi d’allegria arrivano e a volte li distraggono. Ad un certo punto tra le parole della donna, scivolano dei riferimenti a impressioni e a giudizi accennati da altri, sul protagonista e il suo passato. Sono solo accenni che però contengono una negatività non espressa, il protagonista non chiede di più. Come sapesse o fosse indifferente. Poi la conversazione prosegue su altro fino al momento in cui i due si alzano e dopo un breve tragitto sulla strada si lasciano verso impegni diversi.

Il protagonista ora è solo, cammina lentamente per la strada e sta pensando a quei riferimenti che lo riguardano, li mette assieme ad altri pensieri fatti su di sé nei giorni e nei mesi precedenti. È confuso, vorrebbe una soluzione perché vive male nell’apparenza di una tranquillità interiore che non c’è. Pensa, come ha ripetutamente fatto ultimamente, a cambiare ambienti e interessi con un brusco uscire di scena che gli permetta di puntare verso una vita nuova. Sparire a chi lo conosce come inizio per scrivere una nuova pagina, come in una commedia di Pirandello. I pensieri degli ultimi mesi lo hanno portato a esaminare ripetutamente, situazioni e fatti che lo riguardano. Ha esaminato il vissuto degli ultimi anni, ne ha ricavato impressioni contrastanti. Vorrebbe sistemare ciò che è accaduto in un insieme coeso, fatto di scelte e necessità e che arrivi a un presente senza pesi e senza un continuo riandare a situazioni e decisioni precedenti. Sa che l’interpretazione propria e altrui, è intrisa sempre di un vissuto non reale, di un pregiudizio, e che le vite si conformano raramente ai fatti e molto più spesso al pregiudizio e al consenso altrui. Riflette ad alta voce sul concetto di colpa e di innocenza. Si chiede se esse esistano e se vi sia uno stato nativo, lentamente esce di scena.

Scena seconda:

ora il palcoscenico ha ristretto la strada, ci sono meno persone che passeggiano e il caffè ha occupato gli spazi che si sono liberati. Ci sono più tavolini all’esterno e più animazione all’interno. Le persone sembrano dividersi tra chi ha fretta e chi invece ha tempo. Ci sono delle coppie che si sono ricavate degli spazi di intimità e si parlano in un fluire parallelo, che non si mescola a quello dei crocchi di persone attorno ai tavolini o in piedi. I discorsi in questi gruppetti, continuano ad essere leggeri, parlano di persone assenti, di fatti locali, il tono è spesso sardonico e non mancano gli sfottò tra tavoli. Sembrano conoscersi tutti e c’è un tenersi leggeri che non incide sui rapporti. Le battute più pesanti vengono dette sottovoce e subito alleggerite con un riferirsi ad altro o a sé. Nessuno parla in profondità di se stesso, ma trapelano i desideri come possibilità senz’ansia, si capisce che esiste un mondo differente desiderato e per larga parte coincidente, ma nessuno ha voglia di far fatica e in fondo quello che hanno è sufficiente per la vita attuale. Giudizi e apprezzamenti non implicano nessun coinvolgimento e parlare di una festa o di un fatto politico ha in fondo lo stesso tono. È chiaro che le vite realizzate e i problemi veri, come i desideri, sono altrove, questo è il luogo dello scambio in cui si condivide un consenso leggero, si parla di tutto e di tutti ma senza essere realmente coinvolti. Seguendo le conversazioni si vede una graduatoria di temi dove primeggiano i desideri economici, il lavoro e gli amori e poi la vita fatta di tempo libero, di appuntamenti, viaggi. Il caffè è un appuntamento quotidiano o quasi, il luogo dell’accadere esterno alle case. Qualche domanda distratta riguarda il protagonista assente, si chiede ragione della sua scomparsa, si chiede senza intenzione e si passa ad altro.

Scena terza:

C’è uno sfondo indefinito di paesaggio, con davanti un gruppo di case. Una di queste ha una grande porta aperta aperta e mostra il protagonista alle prese con qualcosa che sta su un tavolo. Il contorno di oggetti e di mobili è modesto, dietro al protagonista c’è una presenza che si muove, appare e scompare. Lui è seduto, sta leggendo o annotando a mano. Forse una lettera, perché alza la carta e cerca meglio la luce per leggere, è silenzioso e intento. Posa il foglio. Ha fatto delle scelte che non hanno dissolto i pensieri e in questi mesi di assenza si è misurato con la possibilità che per davvero si possa iniziare qualcosa di totalmente discontinuo dalla storia precedente. Non sembra soddisfatto e lo dice, ma non come rimpianto bensì come considerazione generale sulla vita che si è generata. Fa paralleli e considera se sin dall’infanzia sia tutto determinato. Alterna pensieri ad alta voce e sommessamente, come volesse fare delle chiose al pensiero. Si è chiesto se l’innocenza sia lo stato in cui le relazioni non hanno uno svolgersi obbligato e un giudizio morale e quindi sono ancora prive del concetto di colpa. Ha capito che il procedere della memoria ha aggiunto vita e giudizi e quello che lui ha emesso nei confronti di altri gli è ritornato. Sono pensieri semplici ma irrisolvibili e volendo sfuggire a un ordine dato capisce che bisogna diventare autosufficienti in tutti i sensi e demiurghi di se stessi. Questo lo dice con voce ferma, come fosse un programma. E più sommessamente commenta che questo si può fare in quel luogo in riva al mare, distante da processi sociali complicati, dove la sua presenza è sorretta dall’ autonomia economica.  Lì la vita costa poco e sembra che nessuno si preoccupi particolarmente di lui. Adesso si vede che c’è una donna dietro, quindi ha scelto una vita nuova anche affettiva. Non ci sono affettuosità particolari, si capisce che si sente solo e dubbioso. Chiede alla donna di fermarsi nelle faccende e di sedersi. Parlano delle incombenze di casa, poi di alcuni fatti accaduti in paese. Lui le chiede se sia felice e lei risponde di sì. Si abbracciano mentre arriva la consegna della posta. C’è una lettera. Lei è curiosa e gli chiede notizie, legge il mittente, ride e diventa seria. Forse è della donna con cui il presunto protagonista parlava al caffè mesi prima. Quindi ha lasciato un collegamento e non è sparito del tutto. Quel filo seppure esile, riporta quel mondo dal quale voleva e vorrebbe affrancarsi. Apre la lettera e legge. La donna si allontana. 

Scena quarta

 

 

 

 

 

 

 

 

il tempo del gatto

Se mettessi in fila le cose fatte, i fatti accaduti, i pensieri positivi e gli incubi, gli amori possibili e quelli reali, le emozioni provate e quelle rifiutate, ne verrebbe fuori uno scorrere arruffato, incoerente, che ha una direzione in forza di necessità ma che potrebbe rovesciarsi all’indietro come la cresta dell’onda che ghermisce e si ritira.
E tutto questo sarebbe il passato e quell’oggetto di maquillage che chiamiamo memoria? Pensò. Tutto questo gomitolo arruffato da un gatto, noi lo pensiamo lineare e consequenziale con un prima e un dopo? Ma che stupidaggine presuntuosa, pensò, che modo di semplificare ciò che in realtà è un fronte grigio e compatto che investe e sbatte a terra il presente mentre con dita da orologiaio scaviamo in questa massa apparentemente uniforme ed estraiamo ciò che potrebbe servire a una difficile gestione del presente. Insomma troviamo giustificazioni a ciò che accade come succede nelle famiglie deboli che cercano non la differenza per gli scapestrati ma qualcosa che ne giustifichi l’irrequietezza. E scavano nel passato alla ricerca di una similare anomalia, senza rilevare che l’antenato che poteva sfogarsi in Africa ed esplorare a piacimento oppure cimentarsi in una guerra delle tante che servivano a dare un senso agli imperi era si irrequieto ma anche seguiva una singolarità che in casa non trovava posto. E se non c’era qualche esistenza irregolare per la bisogna persino un monsignore, un prete di rango o uno storico erano utili purché avessero quel giustificare dell’essere controcorrente che sarebbe venuto dopo in se.
Ecco allora che il caso si riduceva a poca cosa, che il libero arbitrio era la scelta se conformarsi o meno. Che il sentimento giustificava il piacere o la sua negazione e in questa creatura così ricca di possibilità e imprevedibile, cosa veniva seguito, perché approvato, se non l’utile che pur si poteva estrarre. E per lui poteva essere vero, allora, solo la fuga nell’inutile come atto di ribellione senza futuro. Utile e inutile al medesimo tempo. Come il bicchiere di rosso bevuto con una occasionale conoscenza che si rivelava più del necessario nell’effetto dell’alcol, oppure nel mormorio delle parole che tracciavano segreti e risatine, nei tavoli vicini, o ancora nei particolari visti, nei colori, nei segni che sembravano preludere a qualcosa che sarebbe forse accaduto.

Di tutto questo ciarlare basso, di molto d’altro che non si poteva descrivere se non accettandolo in blocco come la pietanza cucinata di cui si riconosce profumo, consistenza e gradevolezza, ma non il singolo aroma mutato dal calore o la cottura improvvida o sapiente generata da distrazione o amore, se non nel risultato,  di tutto questo, pensò, si poteva solo dire che era quella particolare realtà che gli apparteneva. E non era d’altri che sua. Ricca o povera agli occhi di chi con distrazione la notava, quella realtà era ciò che possedeva e mischiava col passato e col futuro in un gomitolo multicolore e inutile. Un gomitolo privo di senso se non per il gioco del vivere. E allora si senti libero come un gatto, gestore di desideri che si appagavano o spegnevano ma così intrisi della sua gattesca natura da essere l’unica cosa possibile. Anche nella scelta restava se stesso, unico e irripetibile. E se lo ripeté per riempire d’aria i polmoni con questa consapevolezza: unico e irripetibile.