la commedia dell’innocenza, scena quarta

Scena quarta:

Il palcoscenico si è ora trasformato in una carrozza di un treno veloce. I passeggeri sono seduti a coppie e rivolti verso la sala. Il protagonista è seduto in prima fila e sta leggendo, ha uno smartphone sotto il libro, a volte lo guarda e scrive brevemente. Gli occhi si spostano fuori dal finestrino. Masse di verde si alternano a gruppi di case, campi, colline, capannoni, guarda e cerca di riconoscere, poi torna al libro. Al suo fianco, una donna, anch’essa intenta a leggere. Non sappiamo se siano una coppia o li abbia messi insieme il caso. Dietro e a fianco, c’è rumore di conversazioni e telefonini. Alcune persone si alzano e prendono cose dagli zaini e dalle valigie. Verso il fondo si vedono persone che mangiano e un paio attendono che si liberi la toilette. Una voce sintetica annuncia stazioni d’arrivo, pubblicità della compagnia che gestisce il treno e la velocità raggiunta.

Il protagonista dice tra sé che bisogna essere responsabili, ma non di tutto e non per sempre. La memoria senza il perdono diventa un peso progressivo, ma se fuori di noi c’è al più l’indifferenza, la rimozione, è con noi che dobbiamo sistemare i conti. Togliere il giudizio è tornare all’innocenza. O forse questa non esiste perché la memoria la impedisce. Solo lo smemorato ha a disposizione un’altra vita e così ricomincia. Chi è leggero e immemore si limita a dissipare, l’iperattivo trasfonde nell’esperienza l’ansia del suo fallire, del non essere abbastanza e così facendo aggiunge memoria e vacuità. Ma chiunque si sia, cosa sanno gli altri di ciò che accade davvero? Nulla o quasi, vedono fatti, interpretano, li riconducono a categorie che conoscono, devono trovare il loro posto in ciò che accade e questo lo fanno per differenza. Vorremmo tornare all’assenza di memoria, al punto zero, ma non è possibile. Eppure ci sono vite che ricominciano, ma per questo serve la purezza della passione e dell’amore.

Attorno al protagonista il mondo si muove, in fondo è lui che sta fermo. Scambia qualche parola con la donna a fianco, riprende a leggere, guarda il telefono e fuori dal finestrino. Medita sul non dire, sul tacere come privazione e punizione per chi non lo ascolta. Andarsene non è mettere un silenzio tra chi si vorrebbe e non si ha, tra il desiderio e la sua attuazione? Però avere ancora qualcosa da dire significa essere conseguenza e novità di se stessi, pensa, servirebbe la mossa del cavallo che scarta e guarda di sguincio, cioè il vedersi prima e non essere prevedibile poi, neppure a se stessi. E procedere andando a lato. 

È diventato irrequieto e vorrebbe abbandonarsi, prendere sonno e arrivare, perché sa che è a una svolta della convinzione. Dopo non sarà uguale a prima, qualche abitudine acquisita con fatica, dovrà cessare. Pian piano invece, la consapevolezza prende forma. In fondo è partito per questo e sa che ciò che pensa lo costringerà a mutare rapporti, a decidere almeno per un tempo che sembrerà sempre infinito, ma avrà bisogno perenne di riconferme. E il pensiero è ormai questo:

Bisognerebbe procedere con l’ indifferenza del volare sopra, perché questa non tiene conto, cioè non calcola e s’imbeve di vita vecchia e nuova reimpastata assieme. È questo che reinterpreta la memoria, che la sottrae al giudizio della conformità e dell’ immagine.

E comunque non è possibile l’ innocenza fuori dell’ amore e della passione, oppure bisogna finire nella follia. Non si può fuggire e neppure restare. E solo nella forza primeva dell’ appartenere riconoscendoci nell’altro, unico per noi, che ci si libera da ciò che sembrava importante e non lo era. Per questo bisogna avere passioni per parlare, bisogna amare per fare il nuovo. Solo in questo ci può essere innocenza e cancellazione d’ ogni fallimento, d’ogni errore e quindi della colpa.

La vita è una sinfonia scritta con le note sbagliate, che si assomiglia e approssima nell’essere suonata. Bisogna cercare l’armonia nella dissonanza, liberare il suono dalla prigionia dell’esecutore maldestro, sottrarsi al critico che non suona, che non scrive, che ha solo studiato, oppure ha fretta o mestiere. E solo l’amore e la passione ricompongono un disegno in cui sembra di aver visto oltre, ma in realtà è ancora tutto da scoprire, leggere, vedere. 

È nervoso e sereno assieme, vorrebbe mettere tutto in parole, ma l’altoparlante annuncia che la sua stazione è prossima. Chiude il libro, si alza, prende i bagagli e si appresta a scendere.

 

la commedia dell’innocenza

Scena prima:

il palcoscenico simula una strada con un caffè che vi si affaccia. Dietro i vetri del caffè si vedono sagome di persone che parlano, ridono, a piccoli crocchi. C’è chi è seduto e chi in piedi, conversazioni diverse che sembrano far stare bene. Nel marciapiede davanti alle vetrine, tavolini e altre persone che parlano e sorridono. La strada è attraversata a volte, da piccoli flussi che si disperdono. Il protagonista principale sta conversando con una donna, piacevole sia per ciò che dice che per l’aspetto curato, con lineamenti fini e belli. Le guarda il viso e osserva i movimenti dolci, sembra attento e ascolta più che dire.

Ci avviciniamo per ascoltare: gran parte dei discorsi parlano di fatti che accadono, di attese e di persone di comune conoscenza. L’atmosfera è a tratti leggera e più raramente riflessiva. Non mancano commenti salaci e gossip che riguardano comuni conoscenze. Il protagonista, che non sa di essere tale e non è neppure il protagonista principale, sembra cerchi di sbrogliare qualcosa di non proprio semplice, cerca le parole. L’atteggiamento di ascolto esprime attenzione e difficoltà. È in atto una riflessione interiore, e si chiede come essere coinvolto nei progetti che la donna gli sta spiegando.

Di tanto in tanto, tra chi passa e chi è seduto ci sono riconoscimenti e saluti, l’atmosfera è piacevole, il pomeriggio è tiepido e i vestiti non pesanti. Tutto fa pensare a una tranquilla giornata d’autunno che punta verso la sera con altri appuntamenti e attività che saranno comunque altrove.

La conversazione tra il protagonista presunto e la donna prosegue, gli echi delle conversazioni vicine e gli scoppi d’allegria arrivano e a volte li distraggono. Ad un certo punto tra le parole della donna, scivolano dei riferimenti a impressioni e a giudizi accennati da altri, sul protagonista e il suo passato. Sono solo accenni che però contengono una negatività non espressa, il protagonista non chiede di più. Come sapesse o fosse indifferente. Poi la conversazione prosegue su altro fino al momento in cui i due si alzano e dopo un breve tragitto sulla strada si lasciano verso impegni diversi.

Il protagonista ora è solo, cammina lentamente per la strada e sta pensando a quei riferimenti che lo riguardano, li mette assieme ad altri pensieri fatti su di sé nei giorni e nei mesi precedenti. È confuso, vorrebbe una soluzione perché vive male nell’apparenza di una tranquillità interiore che non c’è. Pensa, come ha ripetutamente fatto ultimamente, a cambiare ambienti e interessi con un brusco uscire di scena che gli permetta di puntare verso una vita nuova. Sparire a chi lo conosce come inizio per scrivere una nuova pagina, come in una commedia di Pirandello. I pensieri degli ultimi mesi lo hanno portato a esaminare ripetutamente, situazioni e fatti che lo riguardano. Ha esaminato il vissuto degli ultimi anni, ne ha ricavato impressioni contrastanti. Vorrebbe sistemare ciò che è accaduto in un insieme coeso, fatto di scelte e necessità e che arrivi a un presente senza pesi e senza un continuo riandare a situazioni e decisioni precedenti. Sa che l’interpretazione propria e altrui, è intrisa sempre di un vissuto non reale, di un pregiudizio, e che le vite si conformano raramente ai fatti e molto più spesso al pregiudizio e al consenso altrui. Riflette ad alta voce sul concetto di colpa e di innocenza. Si chiede se esse esistano e se vi sia uno stato nativo, lentamente esce di scena.

Scena seconda:

ora il palcoscenico ha ristretto la strada, ci sono meno persone che passeggiano e il caffè ha occupato gli spazi che si sono liberati. Ci sono più tavolini all’esterno e più animazione all’interno. Le persone sembrano dividersi tra chi ha fretta e chi invece ha tempo. Ci sono delle coppie che si sono ricavate degli spazi di intimità e si parlano in un fluire parallelo, che non si mescola a quello dei crocchi di persone attorno ai tavolini o in piedi. I discorsi in questi gruppetti, continuano ad essere leggeri, parlano di persone assenti, di fatti locali, il tono è spesso sardonico e non mancano gli sfottò tra tavoli. Sembrano conoscersi tutti e c’è un tenersi leggeri che non incide sui rapporti. Le battute più pesanti vengono dette sottovoce e subito alleggerite con un riferirsi ad altro o a sé. Nessuno parla in profondità di se stesso, ma trapelano i desideri come possibilità senz’ansia, si capisce che esiste un mondo differente desiderato e per larga parte coincidente, ma nessuno ha voglia di far fatica e in fondo quello che hanno è sufficiente per la vita attuale. Giudizi e apprezzamenti non implicano nessun coinvolgimento e parlare di una festa o di un fatto politico ha in fondo lo stesso tono. È chiaro che le vite realizzate e i problemi veri, come i desideri, sono altrove, questo è il luogo dello scambio in cui si condivide un consenso leggero, si parla di tutto e di tutti ma senza essere realmente coinvolti. Seguendo le conversazioni si vede una graduatoria di temi dove primeggiano i desideri economici, il lavoro e gli amori e poi la vita fatta di tempo libero, di appuntamenti, viaggi. Il caffè è un appuntamento quotidiano o quasi, il luogo dell’accadere esterno alle case. Qualche domanda distratta riguarda il protagonista assente, si chiede ragione della sua scomparsa, si chiede senza intenzione e si passa ad altro.

Scena terza:

C’è uno sfondo indefinito di paesaggio, con davanti un gruppo di case. Una di queste ha una grande porta aperta aperta e mostra il protagonista alle prese con qualcosa che sta su un tavolo. Il contorno di oggetti e di mobili è modesto, dietro al protagonista c’è una presenza che si muove, appare e scompare. Lui è seduto, sta leggendo o annotando a mano. Forse una lettera, perché alza la carta e cerca meglio la luce per leggere, è silenzioso e intento. Posa il foglio. Ha fatto delle scelte che non hanno dissolto i pensieri e in questi mesi di assenza si è misurato con la possibilità che per davvero si possa iniziare qualcosa di totalmente discontinuo dalla storia precedente. Non sembra soddisfatto e lo dice, ma non come rimpianto bensì come considerazione generale sulla vita che si è generata. Fa paralleli e considera se sin dall’infanzia sia tutto determinato. Alterna pensieri ad alta voce e sommessamente, come volesse fare delle chiose al pensiero. Si è chiesto se l’innocenza sia lo stato in cui le relazioni non hanno uno svolgersi obbligato e un giudizio morale e quindi sono ancora prive del concetto di colpa. Ha capito che il procedere della memoria ha aggiunto vita e giudizi e quello che lui ha emesso nei confronti di altri gli è ritornato. Sono pensieri semplici ma irrisolvibili e volendo sfuggire a un ordine dato capisce che bisogna diventare autosufficienti in tutti i sensi e demiurghi di se stessi. Questo lo dice con voce ferma, come fosse un programma. E più sommessamente commenta che questo si può fare in quel luogo in riva al mare, distante da processi sociali complicati, dove la sua presenza è sorretta dall’ autonomia economica.  Lì la vita costa poco e sembra che nessuno si preoccupi particolarmente di lui. Adesso si vede che c’è una donna dietro, quindi ha scelto una vita nuova anche affettiva. Non ci sono affettuosità particolari, si capisce che si sente solo e dubbioso. Chiede alla donna di fermarsi nelle faccende e di sedersi. Parlano delle incombenze di casa, poi di alcuni fatti accaduti in paese. Lui le chiede se sia felice e lei risponde di sì. Si abbracciano mentre arriva la consegna della posta. C’è una lettera. Lei è curiosa e gli chiede notizie, legge il mittente, ride e diventa seria. Forse è della donna con cui il presunto protagonista parlava al caffè mesi prima. Quindi ha lasciato un collegamento e non è sparito del tutto. Quel filo seppure esile, riporta quel mondo dal quale voleva e vorrebbe affrancarsi. Apre la lettera e legge. La donna si allontana. 

Scena quarta

 

 

 

 

 

 

 

 

il tempo del gatto

Se mettessi in fila le cose fatte, i fatti accaduti, i pensieri positivi e gli incubi, gli amori possibili e quelli reali, le emozioni provate e quelle rifiutate, ne verrebbe fuori uno scorrere arruffato, incoerente, che ha una direzione in forza di necessità ma che potrebbe rovesciarsi all’indietro come la cresta dell’onda che ghermisce e si ritira.
E tutto questo sarebbe il passato e quell’oggetto di maquillage che chiamiamo memoria? Pensò. Tutto questo gomitolo arruffato da un gatto, noi lo pensiamo lineare e consequenziale con un prima e un dopo? Ma che stupidaggine presuntuosa, pensò, che modo di semplificare ciò che in realtà è un fronte grigio e compatto che investe e sbatte a terra il presente mentre con dita da orologiaio scaviamo in questa massa apparentemente uniforme ed estraiamo ciò che potrebbe servire a una difficile gestione del presente. Insomma troviamo giustificazioni a ciò che accade come succede nelle famiglie deboli che cercano non la differenza per gli scapestrati ma qualcosa che ne giustifichi l’irrequietezza. E scavano nel passato alla ricerca di una similare anomalia, senza rilevare che l’antenato che poteva sfogarsi in Africa ed esplorare a piacimento oppure cimentarsi in una guerra delle tante che servivano a dare un senso agli imperi era si irrequieto ma anche seguiva una singolarità che in casa non trovava posto. E se non c’era qualche esistenza irregolare per la bisogna persino un monsignore, un prete di rango o uno storico erano utili purché avessero quel giustificare dell’essere controcorrente che sarebbe venuto dopo in se.
Ecco allora che il caso si riduceva a poca cosa, che il libero arbitrio era la scelta se conformarsi o meno. Che il sentimento giustificava il piacere o la sua negazione e in questa creatura così ricca di possibilità e imprevedibile, cosa veniva seguito, perché approvato, se non l’utile che pur si poteva estrarre. E per lui poteva essere vero, allora, solo la fuga nell’inutile come atto di ribellione senza futuro. Utile e inutile al medesimo tempo. Come il bicchiere di rosso bevuto con una occasionale conoscenza che si rivelava più del necessario nell’effetto dell’alcol, oppure nel mormorio delle parole che tracciavano segreti e risatine, nei tavoli vicini, o ancora nei particolari visti, nei colori, nei segni che sembravano preludere a qualcosa che sarebbe forse accaduto.

Di tutto questo ciarlare basso, di molto d’altro che non si poteva descrivere se non accettandolo in blocco come la pietanza cucinata di cui si riconosce profumo, consistenza e gradevolezza, ma non il singolo aroma mutato dal calore o la cottura improvvida o sapiente generata da distrazione o amore, se non nel risultato,  di tutto questo, pensò, si poteva solo dire che era quella particolare realtà che gli apparteneva. E non era d’altri che sua. Ricca o povera agli occhi di chi con distrazione la notava, quella realtà era ciò che possedeva e mischiava col passato e col futuro in un gomitolo multicolore e inutile. Un gomitolo privo di senso se non per il gioco del vivere. E allora si senti libero come un gatto, gestore di desideri che si appagavano o spegnevano ma così intrisi della sua gattesca natura da essere l’unica cosa possibile. Anche nella scelta restava se stesso, unico e irripetibile. E se lo ripeté per riempire d’aria i polmoni con questa consapevolezza: unico e irripetibile.

la misura geometrica dell’amore

Un’amica rifletteva sull’amore, e pensando a come andavano le cose, diceva fosse cosa sempre doppia per aver titolo d’esistere. E ancora poneva il fatto che dentro questa parola ci fossero le identità che si trovano, integrano, fondono.

Anche, ho pensato.

Però mi pareva che l’amore fosse pure un segmento che unisce due estremi e che nell’infinita serie di punti che li congiungono, ciascuno si potesse trovare, nella misura e nel senso. E a volte l’uno sorpassava l’altro, altre mancava un pezzo, ma ciò che contava era il fatto dell’andare verso l’altro e che il segmento fosse comune.

E poi la discussione è continuata.

tu per me sei l’Asia

Pensa all’incontro della sera. Ai luoghi che conosce così bene. Alla case con le scritte sui muri. Ai respiri che da esse provengono per antiche conoscenze. Le ha detto.

Tu per me sei l’Asia che sfocia nel Pacifico e nell’oceano Indiano, le vie che contengono la seta, il mistero delle lingue che si trasmettono e mutano. Un immenso bivio di colore e senso. Sei ciò che si vede e che si lascia vedere. Ciò che si concede. 

Guardandosi attorno sente una sensibilità assoluta. Come si fosse fatto d’una strana droga. L’utile si scioglie nell’inutile. Ne sente la potenza passionale fortissima. Potrebbe contare i fili d’erba nei vasi, separarli dai fiori che verranno, cogliere la magia del verde che si fa colore per qualcosa di sconosciuto. Non è solo vibrazione d’onda, è altro quando viene smosso dal vento. È complemento oggetto di qualcosa di misterioso che è insieme parte e tutto. Dimostrazione d’alterità. Capisce cosa deve provare uno scienziato di fronte all’ultimo passo che poi apre a una scoperta: una porta che si spalanca e una luce che entra. Sente l’impazienza del nuovo che sarà seguito da una pace serena, un distendersi e lasciarsi andare nella fiducia. È lo stato di grazia, questo, si chiede? L’attesa può essere parte dell’incontro? Gli sembra di sì. E il pensiero si adagia e si sospende nel vedere. 

Sento il mistero che si svela. Non per mio acume e merito. Non per ragionamento, ma per sensazione e fiducia. Ciò che puoi dirmi è parte di ciò che realmente mi racconti e in questo mi sento privilegiato dalla vita, da ciò che accade. Mi sento accomunato ai tanti che hanno sentito e sentono diversamente ciò che a loro accade. Ricordo un pezzo di strada solitaria molto distante da qui. Potrei sovrapporla ad altri momenti in cui mi accadde la stessa cosa. È quella sensazione di essere già stato in un posto che tutti abbiamo provato almeno una volta. O almeno spero che sia davvero così per tutti, altrimenti ci si dovrebbe preoccupare, che dici? Sorride. In quella strada c’erano cose che non facevano parte delle solite esperienze. Piante non usuali, il paesaggio attorno, la consistenza della strada. Distanti, ma alla vista, c’erano opere d’uomo in rovina. E si sentiva la vita. Quella stata e quella in corso. Capivo che per un po’ di tempo dovevo solo lasciar entrare, permettere alle mie connessioni neuronali di sbagliare. Lo sbaglio è creazione, lo sai vero? Anzi cessa di essere sbaglio e diviene realtà proprio quando partendo da qualcosa che sembra certo, si ricombina e crea una nuova certezza. Lo facciamo tutti. Sono i nostri assiomi. E la differenza è tra chi riesce a metterne insieme di nuovi e quelli che ne restano prigionieri. Ossificati nel pensiero. Mi perdo seguendo il discorso che vorrei farti. In quel luogo, c’era una strada diritta. Non c’erano bivi, capisci, non c’erano scelte. Come se queste fossero già avvenute, risolte. E quelle costruzioni testimoniavano che non solo si era vissuto, ma prosperato in quei luoghi proprio per quelle scelte. E allora mi pareva di percepire che c’era una logica in quello che era accaduto che si ripeteva nel presente. Le scelte lasciavano i bivi alle spalle, rendevano diritta la strada, ma non ne toglievano il mistero. Io ero il mistero e ciò che mi stava attorno. Insieme.

Passa il tempo senza tempo. Sembra ci siano tantissime cose da fare. Tutte urgenti e tutte fuori dell’attesa. Come ci fossero infinite alternative. Perdo tempo, pensa, ma non mi muovo perché questa sensazione di acutezza del sentire è così bella e singolare che nulla è più importante. Si guarda attorno e vede, improvvisamente le stanze, le cose, come le vedrebbe una persona che entra a casa sua. In quel caotico disporre d’oggetti, di libri, di artefatti, di strumenti, c’è lui. Si sente nudo, mostrato com’è nel profondo. Si possono leggere le passioni, i dubbi, le scelte e il loro contrario. Si vedono le paure e le sicurezze. Ciò che è stato predisposto per ciò che non è avvenuto. Sa che il significato di tutto questo può essere banalizzato in un giudizio. Sa che questa nudità contiene non poco narcisismo, che il lasciarsi andare è modificare l’attesa verso il mistero. Non prevedere nulla. Sa tutto questo e si guarda come pensa lei lo guarderebbe. 

Di te ho solo un sentire buono. Un profumo, uno sfiorare che scatena il tatto. Ho il colore prima della forma. Mi è accaduto viaggiando, forse essere lontani ci libera dall’impero del contingente, di vedere il colore denso che parla per suo conto. Che dice qualcosa di misterioso. L’equivalente della lingua che non capivo e che ascoltavo nella sua musicalità. Le parole, quando sono pacate, ancor più nel sussurro, diventano musica. Sono un’estensione del silenzio. Tu sei la musica del silenzio. Il colore che si genera nel cristallo, e non ne è prigioniero. Si sprigiona. Tu sprigioni ondate di mistero, denso e accogliente. Una sensazione di dolcezza calda. Non so come dirla meglio, ma i sensi si passano il testimone in un procedere che assomma. Pennellate di senso che preannunciano una scoperta. E la certezza che ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Senza misura e senza fine.

Si prepara. Sta per finire il tempo dell’attesa. E si apre un’altra attesa, che non finisce. Capisce che in continuazione si gettano ponti tra attese successive e che se queste hanno la scoperta che le accompagna, in questo sta il muoversi della vita. Si guarda attorno. La casa avrà bisogno di essere guardata con i nuovi occhi. Ci saranno dei bivi da superare, scelte che rendono chiara la direzione e al tempo stesso ne accentuano il mistero. Esce. 

 

“SILENTIUM!”
Speak not, lie hidden, and conceal
the way you dream, the things you feel.
Deep in your spirits let them rise
akin to stars in crystal skies
that set before the night is blurred:
delight in them and speak no word.

How can a heart expression find?
How should another know your mind?
Will he discern what quickens you?
A thought once uttered is untrue.
Dimmed is the fountainhead when stirred:
drink at the source and speak no word.

Live in your inner self alone
within your soul a world has grown,
the magic of veiled thoughts that might
be blinded by the outer light,
drowned in the noise of day, unheard…
take in their song and speak no word.
______
Fyodor Tyutchev (1830), translated by Vladimir Nabokov

dialogo tra un venditore di furtive biciclette e un ciclista

DSC04797

Per ambientare il dialogo, si deve pensare ad una grande oblunga piazza, invasa dal sole di fine mattina. Sullo sfondo c’è un’antica porta della città, bianca di marmo e corredata di busti di sconosciuti che nel tempo hanno perso fama e tratti somatici per l’economico secentesco uso della pietra di Nanto. Ai lati della piazza, in lunghe corsie di portici e casette multicolori, si aprono negozi dedicati al commercio fatto di bisogni immediati: focaccerie, bar, librerie di seconda e ulteriore mano, modeste cartolerie specializzate in fotocopie di libri e di tesi universitarie, sale studio, piccoli club molto scuri e pieni di fumo. Il tutto è riempito e percorso da frotte di ragazzi che vanno lenti in bicicletta, oppure camminano conversando, godendosi il sole, sbaciucchiandosi e ridendo assai. Le ultime cose non riguardano tutti e vengono compiute comunque in maniera disgiunta.  A circa metà del lungo rettangolo che costituisce la piazza, circolano le auto e si fermano i parcheggi, meglio sia così perché altrimenti ci sarebbe una notevole confusione. Proprio sul lato del parcheggio, una vecchia renault 5 di quel rosso che solo le renault riescono a raggiungere quando perdono ogni lucentezza, sosta con due biciclette sul portabagagli. Un uomo di corporatura robusta è a lato dello sportello aperto, da cui si vedono accatastati in ordine termodinamico, cestini, pedali, catene, selle, fanalini e altro che essendo coperto dall’evidenza non si può che intuire. L’uomo che si intrattiene con il ciclista potrebbe avere la mia età, o anche no, quindi lasciamo che abbia un’età indefinita, le mani invece sono molto differenti. Le mie hanno dita lunghe e unghie curate e pulite, le sue sono corte e larghe di quella robustezza che già fa presagire un discreto dolore se usate per i ceffoni. Non di meno hanno un allegro color ruggine che dà loro un discreto fascino, come fossero mani truccate per un’opera di teatro d’avanguardia. Le unghie sono cortissime e circondate da una sottolineatura nera, come se col pennarello, la sera immagino, facesse una finitura del trucco per impersonarsi al meglio. Il viso è sorridente, le parole serrate e suadenti, e il tutto si vede che fa breccia nel cuore del ciclista che ascolta e tenta di obbiettare con frasi brevi e disperate di risultato. Il ciclista cavalca una bicicletta da donna, un po’ piccola per la sua statura, ha infatti gambe lunghe da camminatore e un fisico asciutto. Indossa un giubbotto e calzoni chiari puliti, le mani abbarbicate al manubrio non permettono di vederne la dimensione e la cura, ma il colore ambrato del dorso, fa intuire una provenienza mediterranea. La bicicletta è rossa dove la ruggine non ha sostituito il colore e si capisce che è un recente acquisto fatto dal venditore con la renault 5.

Dialogo

venditore: Ti assicuro che hai fatto un ottimo affare, è una bicicletta di marca e funziona benissimo. Se per caso il pedale non gira bene, me la riporti che ci metto un poco d’olio, le gomme non sono nuove ma possono fare tutta la città che vuoi. È meglio che la chiudi sempre perché qui le biciclette le rubano. (sorride con conoscenza di causa)

L’analisi del messaggio è già esaustiva nell’esposizione, non ci sono sottintesi : la bicicletta non va proprio benissimo, l’olio sul pedale avrebbe potuto metterlo subito il venditore, è vero che le biciclette le rubano, anzi questa è stata rubata e adesso sta attendendo una seconda vita.

ciclista: anche l’altra volta mi hai detto così, poi non mi hai rimesso a posto il cambio, avevi sempre altro da fare. Anzi sei proprio sparito e non rispondevi al telefono e comunque quella bicicletta me l’hanno portata via i vigili perché era punzonata. Ma quelle bici che hai sul portabagagli me le fai vedere?

Si capisce che il rapporto tra i due non è casuale, che esiste una continuità di affari e che la provenienza delle biciclette non è un problema per entrambi. Casomai è stato un problema di qualcun altro, magari risolto dallo stesso venditore della renault 5. Quindi sono persone all’interno dello stesso sistema etico sociale, sistema da cui, probabilmente, è stato escluso il malcapitato che ha subito il furto, però anche questo sistema ha delle modalità di contrattazione e di garanzia, infatti c’è il tentativo del ciclista di sostituire l’incauto acquisto con qualcosa che sia migliore: la soddisfazione dell’acquirente non è proprio al massimo.

venditore: l’altra volta ho avuto problemi urgenti e sono stato via per sistemare alcune faccende mie (il viso è sorridente, le braccia tracciano in accordo con le mani piccoli giri che significano affarucci), poi il cambio ti avevo detto che bastava tirare il filo o regolare la vite. Peccato che te l’abbiano portata via, era proprio una bella bicicletta quella, non se ne trovano tante così. 

ciclista: e quelle che hai sul portabagagli?

Il venditore si volta, si vede che non ha voglia di tirarle giù, per lui l’affare è concluso. Con una mano tasta una gomma e mostra che è sgonfia, ad un’altra manca la sella.

venditore: sono molto peggio di quella che hai comprato per 40 euro e comunque non vanno, vedi che sono bucate le gomme. Oggi non si trova più chi tiene bene le bici.

Di certo chi tiene bene le bici ha la tendenza a piangerne di più la sparizione, per cui lo stato medio delle biciclette si è deteriorato. Entrambi, venditore e ciclista, sono rammaricati e leggermente disgustati di questa mancanza di sensibilità da parte dei futuri derubati.

ciclista: comunque questa bici è piccola e non mi va bene, non ha neanche un cestino…

La sensazione di aver fatto un cattivo affare sta prendendo il ciclista che ora si avvicina all’auto per vedere meglio le altre biciclette. Il venditore cerca di tenerlo distante, non ha voglia di rimettere in discussione la transazione. Nel frattempo si sono avvicinati tre ragazzi che sembrano in cerca di un acquisto. Il venditore comincia a parlare con uno di loro. È uno studente del primo anno, ha uno zainetto da superiori in spalla, e chiaramente non ha ancora testato il sistema parallelo con le sue tecniche di contrattazione e acquisto, quindi la richiesta è timida, la prende larga.

venditore: se ti serve una bici forse ho qualcosa per te, bella, quasi nuova, ma viene 80 euro. Però non l’ho qui, o vieni in magazzino oppure ci vediamo nel pomeriggio.

Il ragazzo vorrebbe chiudere subito, comincia a trattare perché 80 euro gli sembrano troppi.

venditore: ma se non l’hai neanche vista. Ti assicuro che li vale tutti eppoi è perfetta, ci puoi fare le corse. 

Il ciclista intanto si protende sul portabagagli, mentre il venditore allarga le braccia e cerca di tenerlo distante. Il ragazzo invece parlotta con gli altri due che sono venuti con lui, ne nasce una conversazione plurima dove c’è una contrattazione che oscilla sullo sconto al buio di 10 euro, il ciclista che cerca di strappare una luce per la sua bicicletta da una delle due del portabagagli, il venditore che lo tiene a distanza come può, ma sta per cedere sul fanalino.

venditore: facciamo 75 euro, e ti do le luci avanti e dietro, di quelle a batteria che sono meglio perché non te le fregano. Se hai i soldi andiamo a prenderla. 

Il ragazzo mostra i soldi e dà un anticipo al venditore, il ciclista, intanto è riuscito a conquistare la lucetta da una delle bici del portabagagli e la prova: non funziona. Si lamenta.

venditore: basta cambiare la batteria 

ciclista: ma costa un euro…

venditore: vieni in magazzino che ne troviamo una su un’altra bici

Si apre un’ ulteriore contrattazione, con parole di vari dialetti e lingue, e diversi interessi. Il terzetto è un po’ preoccupato per l’incauto anticipo, ha fretta di andare a prendere la bici. Attorno, nella vita normale la giornata ottobrina rifulge. Dalla porta cinquecentesca adesso esce un auto della polizia municipale. Il venditore sale nella renault 5 in fretta, dà un appuntamento e se ne va. Restano il ciclista con la lucetta che non funziona e il terzetto che chiede notizie su dove sia il magazzino. Attorno studenti mangiano pizze al trancio, la coda alla focacceria si è allungata, il sole scalda i ragazzi, che seduti vicino alla porta parlottano, ridono e si sbaciucchiano. Fuori scena un pensiero: gli anni non mutano mai se non di numero, ma il contenuto è lo stesso.

Cala il sipario.