n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

riflessi e abbagli

All’imbrunire il sole gioca con i vetri e secondo le regole esatte della rifrazione, spedisce i raggi a illuminare l’ombra.

E combina guai, perché la piccola merla ha inseguito il raggio tra i fiori che volano nel vento, fino a sbattere contro la vetrata del giardino. Un suono sordo, neppure un grido ed è a terra. Ogni anno milioni di uccelli si rompono l’osso del collo contro le vetrate dei grattacieli in ogni città del mondo, ma qui siamo al piano terra e la minaccia maggiore è l’interesse immediato di un gatto certosino che pregusta una caccia senza fatica. Gatti da casa, da crocchette, che scappano facilmente ad un batter di mani.

Intanto la merla agita piano le zampe, l’occhio aperto mi guarda. Forse si chiede cos’è accaduto e se quell’intontimento è la fine oppure un momento che passa.

Qual è il tempo degli uccelli, come scorre e come si misura se non attraverso le necessità vitali: mangiare, cantare allegri o tristi, riprodursi con piacere, cercare di costruire qualcosa che duri il necessario. Un vivere senza regole che non siano legate all’istinto e al conoscere. Non credo che la merla pensi a tutto questo mentre ancora sta rovesciata sulle ali e mi guarda senza timore.

Chissà cosa vede di noi, un uccello. Una testa e un corpo giganteschi, animale strano, poco offensivo nel mio caso, accudente di briciole mattutine, ma non credo che ci sia altro interesse oltre la stranezza e la possibile offesa.

Il gatto gira al largo e attende che mi tolga di torno, la merla tenta di capire come sta e con discreta fatica si gira per portare le zampette al suolo. Ma ancora non si muove, resta ferma, a lungo. Un tempo che per lei dev’essere il necessario, poi quando ho avvicino la mano per prenderla e portarla sull’albero, mi guarda e con un frullo d’ali vola oltre la siepe. Là dove ci sono nidi d’uccelli ed è difficile per i gatti penetrare l’intrico dei rami. Ha fatto un paio di versi con il becco aperto, forse a schiarirsi la voce e a ringraziare la vita che continua nella sera. Tra l’erba, margherite e fiori di pero, un punteggiare di primavera che l’aria diffonde.

CANTO DEI FIORI DI SALICE

Lievi volano

  non portati dal vento.

Lievi cadono

  non sfiorando la terra.

In ridda confusi, danzano

  nel limpido spazio:

sì che libero vaga

  il mio pensiero.

Liu Yu-hsi

da venti “quartine brevi” cinesi del periodo T’ANG

Sansoni Firenze 1954


					

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?

abbiamo bisogno di rassicurazioni

Non riesco ad immaginare la tua vita adesso. Le solitudini e le compagnie degli animali di cui ti circondi. C’è sempre qualcosa di vivo che zampetta o dorme, oppure si struscia, litiga, cerca compagnia e cibo, gironzola e aspetta. Non riesco ad immaginare i tempi dettati dalle esigenze di creature vive che hanno bisogno e lo manifestano, ma sono anche pazienti e sentono quello che avviene attorno a loro. Compresa la possibilità di essere soddisfatti.

Non riesco ad immaginare la tua attività, la scansione della giornata, gli appuntamenti della settimana, lo svolgersi degli affetti, le speranze. Hai speranze urgenti? L’ordinato programmare delle cose necessarie e dei divertimenti ormai brevi, circoscritti e limitati negli spostamenti. Hai qualcuno che ti fa battere il cuore, che ogni tanto aspetti, la cui voce apre il sorriso e muove qualche muscolo interiore? E nel sentire la tua vita portata innanzi cosa ti spinge, il tempo, la determinazione, la pazienza che attende che finisca e una vita differente abbia modo di esprimersi?

Non riesco ad immaginare gli effetti di questo periodo che non finisce, sulle passioni, quelle minuscole e quelle più forti. Se lo facessi lo farei sulle mie passioni, sul relativo che via via ha preso il posto della visionarietà, dello smalto, delle realtà accessorie che ciascuno porta con sé e che costituiscono il pullulare di vite lasciate da parte ad ogni bivio.

Le attenzioni acuite che avevi le hai ancora? Forse sono diventate più forti e ti circondano di percezione, di piccole simbologie che dialogano con l’estrema praticità di un vivere soli. Le domande che mi pongo per te in fondo sono generali e nella diversità di ciascuno, riguardano quelle persone che non hanno rinunciato a sentire emozioni, a sperare, a fare sogni, a costruire mondi possibili e in ogni problema pratico, in ogni pericolo hanno sviluppato la capacità di conservare tesori che mantengano questa possibilità. Un insieme di opportunità vitali, non sopravvivenze, e che sia pronto a esplicare i suoi effetti. A dire se si è in grado di vedere la bellezza, se la si coglie in se stessi per quanto basta a star bene, se ci si sente a posto con il proprio mondo, se tutto ciò che muta non riesce a demolire i principi su cui si è costruita la capacità di stare con gli altri. Se tutto questo ci rassicura nell’inquietudine, ci permette di alzare lo sguardo e vedere il verde, l’azzurro, il grigio, attendere l’acqua dal cielo e che i fiori eccessivi di questa primavera si spargano attorno nel prato e ai piedi dell’albero. Lo sguardo che avevi li vedeva assieme e uno per uno, sentivi che la vita si muoveva sopra e sotto l’erba e la sentivi dentro in un percepire difficile da raccontare. Ma qualche volta ci hai provato. Ma adesso com’è il mattino e la sera? Sono ancora il ripetersi di una corsa che lascia cadere a notte la stanchezza e sogna?

Non so immaginare come le onde abbiano spianato la spiaggia. Mi raccontano che il mare la divora e se la porta nelle profondità, nutre pesci e crostacei e riduce la terra agli uomini, li castiga per tutte le loro malagrazie estive color pastello, per il silenzio deturpato da voci che non parlano più perché sanno solo tacere o urlare. Mi dicono che gli alberghi deserti hanno portieri e cameriere solerti che tolgono ogni giorno la polvere dai tavoli e puliscono i tappeti, lucidano i rami in cucina, perché in qualche modo deve venire sera. E che la vista del mare dalle finestre aperte, fa loro male perché non è affollata di ombrelloni, non odora di creme e di abbronzanti e la cucina non sforna fritture di paranza a profusione per persone che non si mescolano e sono solo impazienti di attendere con le posate in mano sulle tovaglie bianche mentre il cestino del pane è stato vuotato. Ma tu sceglievi un mare più solitario, ricco di scogli e con la tua compagnia cercavi posti dove star soli. Della spiaggia e dell’abbronzatura non ti sei mai curata se non per dire che la natura faceva cosa mirabili e ci trasformava come trasformava le rive. E ora che sono anni che le tue vacanze le passi in orto cosa farai che differenzi questo tempo che s’avvicina? Forse nulla e lo lascerai sfuggire via, perché ci sarà una nuova normalità fatta di attenzioni differenti, ma i tuoi amici animali non lo sanno e vorranno fare come prima. Poco male per loro, ma tu dove cercherai la speranza e la bellezza, chi ti parlerà con voce convincente che il mondo e la vita ti saranno amici e che anche in questa nuova avventura le cose che contano resteranno le stesse. Accetterai che il tuo cuore riprenda a battere forte e non ti curerai del tempo passato. Quello che ha scavato così tanto dentro di te e che hai respinto nel profondo perché facesse i conti con ciò che eri davvero. Una guerra di silenzi e di lotte senza quartiere dove tu hai cercato la tua vita, i tuoi equilibri e da cui è venuta quella sensibilità così acuta e bella capace di imporporare le guance, ma anche di avere giudizi sferzanti su di te.

Abbiamo bisogno di rassicurazioni, di sapere che non mutiamo, che ciò che ci dà identità a noi stessi è integro e forte. Abbiamo bisogno di tempi definiti e di scenari possibili, abbiamo necessità di sentirci protagonisti delle nostre vite e di non subire, di non essere travolti per ignavia. Abbiamo bisogno di speranza che si fa materia di sogno e poi cosa concreta.

Non so come vivi ma non sarà accaduto tutto invano. Non deve essere accaduto invano tutto ciò che ci investe e costringe a guardare altrove, e vedere quello che magari tu hai visto da molto tempo e che non ti ha stupito. Lo aspettavi, ma sono sicuro che non era così e che anche tu hai bisogno di essere rassicurata.

che accade all’amore?

Se ne andava con la pazienza di chi guarda, tra strade improvvisamente meno frequentate e indifferenti. C’era tutto quello che serviva, palazzi, portici, pietre improvvisamente bianche  per carenza di smog e radi passanti. Per lo più studenti che non avevano voluto tornare a casa. Pensò, al perché si va via e poi si torna. Alle vite che hanno stagioni diverse e non più confrontabili. Alle età che si stratificano e trascinano in confusioni che assomigliano ad edifici in cui l’opera si aggiunge e sembra una comodità, una bellezza aggiunta ma in realtà rende meno intelleggibile il confine e le età della vita come gli stili diventano indefinite. Non c’è più un’età dell’andare e del tornare con esperienze nuove che facciano crescere chi è rimasto, ma piuttosto un’inquietudine da cercare che sposta in avanti il mometo in cui fermarsi. Così, con facilità, ora l’umanità occidentale, e non solo, s’era messa in movimento ed era diventata nomade rifiutando le stanzialità, ma portando con sé le caratteristiche che poi le lingue non mimetizzavano, le città non annullavano, neppure la difficoltà che accompagnava ogni nuovo stare, nascondeva nella speranza di un meglio che si contrapponeva al luogo da cui si era partiti, perché tutti abbiamo un luogo, una savana o una foresta vicino al cuore. E quel sentire, che in fondo caratterizza la specie, che si traduce in binomi difficili come amore, abbandono, appartenenza e libertà erano una serie di verbi da coniugare in nuovi e antichi modi. Come a dire che l’essenza delle cose resta tale e in fondo ciò che conta è come si ama e come si è amati. Così gli venne in mente un passo di Americanah:

Come hai potuto farmi questo? Sono stato così buono con te!

Già guardava alla loro relazione con la lente del passato. La sconcertò come l’amore romantico fosse capace di trasformarsi, con che rapidità la persona amata potesse diventare un estraneo. Dove andava a finire l’amore? Forse l’amore vero era quello familiare, in qualche modo collegato al sangue, dato che l’amore per i figli non moriva come l’amore romantico.

E questo delimitare l’amore in quello romantico non era forse l’incapacità di una evoluzione che non c’era statat e che ora, nella pandemia diventava un serrare le fila, un fidarsi di pochi, com’era accaduto  ai tempi dell’aids e ancor prima in ogni momento in cui fidarsi era il portare fuori l’amore che c’era dentro.

Cosa stava accadendo per davvero? Ce lo stavamo chiedendo oppure ci rifugiavamo in territori dove la sicurezza viene assicurata da altri. Il vaccino oppure il suo rifiuto, la banalizzazione o il terrore della malattia. E i bollettini giornalieri che effetto avevavno nei confronti di chi era attento oppure di chi voleva ignorare. Come tornare nel buio dell’umanità sapendo che ovunque si era c’er auna possibilità e un pericolo e che la scienza poteva salvare chi credeva in essa ma anche chi non la stimava. Tutto questo per avere una possibilità di una normalità nuova dove gli aspetti fondamentali del vivere avessero un senso, anche una prospettiva. E con chi ci si schierava, con chi voleva arginare o con chi spingeva verso un nuovo distopico e senza alcuna garanzia?

Camminare nella vecchia città dava una dimensione alle cose, non alle persone. Le persone al tempo della pandemia avevano scelte binarie, passioni improvvise e necessità di capire di chi fidarsi. Non bastava la mascherina perché il distanziamento, sepur selezionando doveva cadere per alcuni o alcune. Ci doveva essere un ritorno alle funzioni, ai desideri, alla spinta delle pulsioni che si combinasse con il pericolo per un po’, ma anche evolvesse verso qualcosa di più solido dell’amore romantico. E rivolgersi alla specie non era sbagliato, come non era sbagliato andare e parlare lingue nuove. C’era un sottointeso mutare che prendeva consistenza e diventava società. Era stato così più volte nella storia dell’umanità ma mai con così tanti mezzi in campo e tanta indeterminatezza del futuro. La domanda da porre e porsi era: come poteva essere nuovo il mondo senza un nuovo uomo e senza un amore dato e ricevuto che aggregasse, rendesse più vivibile la vita. In fondo tutto questo era accaduto per ignavia, per non aversi saputo opporre a un mondo divorato dagli interessi di pochi e se questi fossero continuati avrebbero divorato gli uomini e l’amore. Così capiva che il tradimento banale che aveva originato quel dialogo in Americanah, era stato un incespicare nella difficoltà di avere idee chiare su di sé. E le idee chiare nascevano dal coraggio di scavare dentro ovunque si fosse, non solo dall’andare. Che la morale stessa, le forme dell’amore potevano nascere solo dalla ricerca che avveniva in ciascuno che cercava un altro che avesse lo stesso sentire e lo stesso afflato verso il mondo. Insomma l’amore al tempo della pandemia evolveva con questa e aveva il pregio di essere una cosa che dipendeva da ciascuno, non solo un insieme di norme e comportamenti. Che accadeva all’amore quando si sarebbe cambiato il permanere in un essere cambiati e nomadi. Questo dava una prospettiva a un nuovo genere umano che si spargeva ovunque e trovava risposte nette per sé. E tutto questo gli pareva si fosse messo in moto e mutasse il mondo. 

non capisco

Ci sono movimenti nell’anima che non capisco
timori e tenerezze che si confondono.
Per suoi profondi e rossi venti muove l’indole,
mentre i pensieri passano dal calore d’una tana alla voglia della corsa:
tutto questo ribolle o atterra
mostrando quanto sia debole l’ordine che a fatica s’è costruito
e insieme forti le aspirazioni e i bisogni d’amore.

il lunedì s’andava via

Il lunedì s’andava via. Ovunque purché non fosse la solita vita a casa. Si puntava al mare. O ai monti vicini, in qualche osteria con comodo di prato. Tanto era lo stesso: le corse, il pallone, le risate, il vino, l’aria nuova, il sole, a volte uno spruzzo di pioggia, poi le parole stesi o i silenzi. Era lo stesso per la timidezza, ciò che non si diceva, le risate troppo forti e il voler dimostrare qualcosa. Era lo stesso per quel mondo che stazionava nel profondo e attendeva sornione, ogni spiegazione che giustificasse l’esser fuori fuoco come in una fotografia malfatta dove le dita e l’avvicinare l’impreciso lo dovrebbero rendere noto, ma non è così: al più sembra ma non è. Il mondo profondo scuoteva la testa e sapeva ciò che entrambi sapevamo, la timidezza non si pasce di corse, salame e vino ma attende un cenno, vuole una certezza e poi diventerà un diluvio di parole e di silenzi. Ma il segno non veniva ed era lunedì, una festa con una storia di cose da fare e tutto poteva attendere: ogni verità intera, ogni slancio senza pretesa di successo e tutto si sarebbe ammucchiato in grida, fiori o sabbia, mare o erba, non avrebbe fatto differenza per una stanchezza da costruire e far finire cantando. In coro, assieme, fino al freddo delle notti d’aprile, fino al sudore che gelava sulla pelle. Fino al ritorno, ancora cantando, parlando, ridendo per allontanare il martedì che veniva e sarebbe stato uguale se non avesse avuto un’avventura, un gioco, un fatto inusitato da raccontare. Era lunedì di Pasquetta, da riempire di cibo, giochi e allegria, la sensazione d’aver perduto un’occasione poteva attendere. Anche le malinconie del non essere come si voleva potevano attendere. E la settimana sarebbe stata più corta e riempita da un sol giorno. Per questo non si stava a casa, neppure se pioveva.

l’attesa

Nel pomeriggio appena iniziato, sono le due, le persone si accalcano fuori e dentro il portone. Attendono un vaccino che hanno prenotato. Il distanziamento è approssimativo e internet fa le bizze, così altri si aggiungono. Un assembramento da cui uscire al più presto. I pensieri sono quelli dell’attesa con una piccola aggiunta di apprensione. penso ad altri giorni di vigilia della festa. Alle tovaglie bianchissime, stese al sole che attendono di essere raccolte e stirate. Alle case con le finestre aperte e i rumori delle stoviglie, i profumi dei pranzi per il giorno dopo, le voci che trovano un accento di primavera nelle parole usuali e assomigliano agli alberi carichi di fiori che si preparano a nevicare allegramente sui ritagli di terra che li ospitano. Penso alla vigilia nelle isole, quando i riti si sono consumati nel dolore e ora le chiese hanno le porte aperte e le luci delle candele che delimitano i Sepolcri. Con mia nonna facevamo un giro per la città, come una commissione giudicante, per dirci qual era il più bello o il più ricco e spesso le cose non coincidevano. C’erano sacrestani indaffarati che preparavano la messa di mezzanotte, odore di cera e di fiori che si disfacevano. Similitudini del disfare prima della trasformazione. Quindi allegrie contrapposte a silenzi e preghiere mormorate a fior di labbra. Un dentro e un fuori. Fino alla cerimonia della luce dopo la tenebra dell’assenza di vita. Qualche giorno fa ho sentito Augias che parlava del Cristo uomo e di come la divinità teologica ne avesse messo in ombra gli aspetti enormi della testimonianza. La nascita di qualcosa di uguale, di una società in cui non conta il censo o il denaro ma solo la giustizia e l’amore era un messaggio talmente forte che bisognava toglierlo all’uomo e metterlo alla divinità perché essa poteva raggiungere quei traguardi non la società degli uomini. Così il messaggio rivoluzionario è stato quasi subito depotenziato, ha ammesso non la comprensione della differenza ma la sua legittimità in termini di potere. Gli uomini non potevano essere eguali e insieme diversi, ma ordinati, sottoposti a un potere gerarchico che non solo guidava i rapporti tra essi, ma li metteva gli uni sopra gli altri.
Nel pomeriggio del giorno prima della festa c’è l’attesa, anch’io attendo, anzi tutti lo fanno cambiando l’oggetto che viene atteso. Il mondo è un infinito attendere che si realizzi l’ lndicibile, ciò che da gioia e insieme serenità, la realizzazione di ciascuno e insieme il rispetto per gli altri. Nel buio dell’attesa fuori ci sono i preparativi della festa. L’essere assieme, immaginare che tutto andrà bene anche se poi le persone non saranno mutate e scoppieranno i nervosismi, le noie, la voglia di essere altrove. Ebbene, nulla di tutto questo è l’attesa, come le candele non sono la luce, i fiori che si disfano non sono la gloria, il simbolo si perde e viene soverchiato da cose che saturano, alimentano i corpi, donano ad essi la sensazione tattile dell’essere vivi. Molti anni fa la notte di Pasqua ero a Regensburg. Nevicava e non c’era nessuno per strada. Mancava poco alla mezzanotte ed entrai nella cattedrale. Era stipata di persone in silenzio. Lontano, nell’abside c’era la celebrazione. Solo quella parte della chiesa era illuminata. Poi anche gli officianti tacquero e si spensero le luci, C’erano solo le candele a illuminare un leggio e dei volti. Il canto gregoriano nacque dal nulla, dall’oscurità, una voce parlava cantando fino alla parola che indicava la resurrezione. In quel momento l’intera chiesa fu illuminata, il coro e l’organo intonarono l’Halleluja. E insieme ci fu un gran strepito di cose sbattute assieme. Come a scacciare il dominio del buio, definitivamente. Un rito apotropaico per sconfiggere la paura. Ho capito il senso dell’attesa in quel momento. Che tutti noi attendiamo e capire cosa, ci fornisce la misura di noi. I simboli parlano allo spirito profondo, non hanno intermediari, entrano a gamba tesa e ci dicono chi siamo, poi faremo come vorremo. E’ la libertà, non la felicità. Quest’ultima verrà a volte assieme alla serenità ma dopo che si è capito chi si è.
Così il pomeriggio del giorno avanti la festa doveva essere dedicato al silenzio, a capire cosa siamo noi come umani e poi ci sarebbe stata l’esplosione della luce, della speranza. Dopo poco uscii nella neve che cadeva fitta e non mi curavo molto di correre al riparo. Avevo bisogno di conservare la comprensione di qualcosa che poi si sarebbe smarrito nelle cose che fanno la festa.
Mi è tornato a mente nell’attesa di un vaccino, di una salute che riguarda tutti, nel timore che il mondo non ci ami più, mentre l’attesa è rimasta la stessa e non abbiamo compiuto la mutazione che ci rende uguali, vivi, rispettosi e solidali. Dopo 2000 anni gli uomini attendono ancora e non sanno dare parole all’attesa, ma solo sperano che si passi dal dolore al riscatto del mondo. Buona Pasqua a tutti.

oscuro andante con brio

Diventano oscuri i tratti di strada tra case, s’accende una luce di lampione che poco illumina, è un cono sul selciato e le rare presenze quasi la evitano, così diventano ombre e riflessi che rompono per un attimo la compattezza del buio e poi sembrano non aver contato, se non per l’inquietudine del non vedere più nulla. S’aguzzano gli occhi, cercano e poi si distraggono nei pensieri. Così le parole che nascono, sollecitate dal silenzio tuo che sembra baluginare nel buio, prendono forma, divengono discorsi, si soffermano attendendo risposte e poi tacciono inseguendo altro. Ricordi, malintesi, omissioni o gesti lasciati a mezzo? Riprendono le parole silenti dei pensieri, dicendo tutto, ma proprio tutto, s’arrabbiano, scendono nell’assenza. Non capiscono. Oppure è il silenzio che le provoca, che impedisce di comprendere. Sono i bagliori di chi passa e viene quasi visto, quasi riconosciuto, colto in un riflesso di luce, che senza sapere dà traccia di sé. È stato così che un dialogo si è spento oppure è l’oscuro che per un attimo ha capito e ti è tenuto stretto il mistero. In realtà, forse, non c’era nulla da capire ed è stata la solita presunzione dell’intuire che ha messo insieme parole, segnali, gesti in un bisogno che non c’era. Ovvero era da una parte solamente mentre l’altra passava e non si curava di lasciare traccia.