la quarta settimana d’agosto

Mentre passava la quarta settimana d’agosto, mio Padre tornava al lavoro. Le giornate erano diverse, continuavamo a pescare, a inerpicarci sulle dune, a giocare a carte la sera dopo lunghi bagni di mare. Tenevo il sale addosso e si vedeva sulla pelle scurissima. Non pensavo ancora alla casa di città. Gli amici dispersi dovunque. Per i racconti sarebbe bastato settembre. Il pomeriggio, nelle ore bollenti, quando non si riusciva a fuggire, stavo disteso nel letto a guardare la danza della polvere e degli acari nella luce. E in quel raggio che si faceva strada tra le imposte accostate, sembrava ci fosse un mondo mai fermo che era solo desiderio senza oggetto. Ma era la vita che premeva ovunque e beveva la realtà d’un sorso. Solo il desinare, senza mio Padre a commentare, sembrava meno sapido e noi più soli.

cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

non se ne esce

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Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

Allumer

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Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati.

Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Dall’una e dall’altra parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternava il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer, il miniaturista, che metteva tra le parole, le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto era stato acceso e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce.

mia Cara

Questa è la prima di alcune lettere che potevano essere scritte in famiglia. Gli scritti rimasti sono pochi, dispersi in innumerevoli traslochi e in bombardamenti, ma anche in tempo di pace lo scrivere era frequente e limitato all’oggetto, cioè bastava sapere come si stava, scambiarsi notizie e questo conoscere era sufficiente. La prima lettera la scrive mio nonno alla nonba. Non avrebbe superato la censura ma sono abbastanza certo che la pensasse così 

Mia cara,

i giorni sono molto eguali e per sfortuna, a volte, diseguali. I gesti e le cose si ripetono:le corvee, le guardie, il rancio, le guardie, la posta, l’attesa. La paura. Quella aleggia sempre e cresce col cognac, perché porta l’attacco. Spesso, l’attacco, non serve a nulla. I metri guadagnati si riempiono di morti, di nuove buche, di feriti e fango. I reticolati hanno qualche varco. Molti brandelli. Di cose, di stoffa, di carne. È un correre, sparare, urlare, gettarsi a terra e poi, dopo un tempo infinito c’è un ordine e si ritorna. Chi è vivo e può camminare, ritorna. I feriti vengono raccolti quando e come si può. I morti aspettano. Dentro la trincea la vita riprende con la felicità di essere vivi e lo sporco che nessuno riesce a togliere. È un odore che abbiamo tutti. Puzziamo di vita e di morte.
C’è un momento che dura a lungo. È dopo la battaglia. Ci sono ancora i lamenti, la nebbiolina dell’esplosivo, le ultime pallottole che volano. Quelle della sfortuna e degli stupidi. Perché sparare ancora, è finito, ma lo fanno. Poi sembra subentri una tregua per raccogliere i feriti, ma non è vero. Molti barellieri sono feriti e sembra che non finisca mai. Invece finisce e a poco a poco tutto si calma, le cose riacquistano la loro forma. Ci sono i gridi che sembrano scavare nel sangue di chi è vivo e sa che è solo fortuna. Si va verso la notte e il silenzio aumenta per le voci chesi spengono. Quelli raccolti e quelli che è inutile raccogliere. Resterà un rotolino di carta tolto dal cilindretto che portiamo al collo. Serve per il ruolino di reparto e poi per la famiglia. Ne mancano sempre molti, troppi fi cui si sa tutto ma non possono dire con certezza. I dispersi. Qui ci sono più dispersi che morti, ma sono tutti morti e verranno messi da qualche parte. Quando si potrà.
Ti dicevo di quel momento che dura a lungo, in cui le voci si affievoliscono e sembra ci sia il silenzio. Non è il silenzio perché i pochi alberi rimasti si muovono al vento. Vedere il vento che muove le foglie, sentire l’aria, è una sensazione fortissima di vita. Che continua. Continuerà. Oltre la follia che uccide senza motivo, per un ordine. Cos’è un ordine, è una volontà dpesso senza ragione che decide se la vita continuerà oppure no. Una cosa così insensata che la nstura non l’ascolta. Il vento continua e nessun ordine lo può fermare. Fa quello che vuole, quello che ritiene giusto. Quando cala il vento, si sente che la terra è calda, ribolle di presenze e di sangue, ma neppure ad essa può essere ordinato di restare asciutta. Il vento, la terra, la pioggia non obbediscono agli ordini, deve dispiacere molto a chi comanda e noi ne ricaviamo una consolazione. Le cose semplici che conosciamo non obbediscono e allora penso che anche l’amore non obbedisce e nessuno può impedirmi di amare, di pensare, di cercare di essere vivo. Tra pochi giorni avremo il cambio, questa, mi dicono, sia l’undicesims battaglia dell’Isonzo. È cominciata a giugno e siamo ad agosto. Praticamente non ci siamo mossi, ci siamo solo ammazzati per restare nello stesso posto.
Avremo il cambio e questo lo pensiamo ogni sera. Lo aspettiamo ogni mattina. Più del caffè, più del rancio, più della posta, anche se tutti questi momenti aiutano a confinare la psura di non arrivarci.
Bacia i bambini. Ti abbraccio. Mi manca la nostra vita, la casa, voi mi mancate. Infinitamente mi mancate. Penso alla Germania, a quando siamo stati mandati via. Ci sarà modo di tornare? Se non ci vorranno resteremo tra i monti da cui siamo partiti. Ricominceremo. Come allora. Era bello lavorare e avere tempi per noi. Qui il tempo va per suo conto. Dipende dagli ordini. Ma finirà e tutto ritornerà normale. Anche il tempo e basta ordini! Mai più ordini.
Ti abbraccio ancora. Sempre. Sto bene, stai bene, state bene.

Il 22 agosto 1917, 3 giorni dopo aver compiuto 34 anni e due giorni prima dell’avvicendamento, mio Nonno Antonio moriva nel Carso, località Dolina delle bottiglie. Un luogo che neppure esiste nella carta geografica. È sepolto a Redipuglia, ma non voleva morire lì. 

le notti delle pleiadi

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così I desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. Ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio  scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento.che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte,. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.

mantra della bellezza

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Nel mattino lasciaci vedere il tempo che rallenta,
del suo procedere non darci peso.
Solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza e sorridi ai nostri occhi
regalandoci la luce che ci vede.

Della nostra bellezza insegnaci la cura,
il nutrimento che la fa felice,
la serenità della paziente attesa
nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti

Raccontaci il vedere dentro e fuori di noi,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
ma trova il filo che cuce assieme il tempo.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo lo sguardo del cavallo
ha scomposto in piccoli inoffensivi frammenti la realtà:
ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
che prima s’ era occultato.

Aiutaci a capire dov’è la serenità
e a ciò che ci duole,
riserva il fastidio che scaccia la molestia.
Fa che finalmente sappiamo se conta più l’amare o l’essere amati.
E alla bellezza che ci chiede dell’amore che coltiviamo,
mostra l’innocenza del nostro cuore.

il vestito da pioggia

Il cielo è diventato d’un azzurro polveroso e l’aria si è riempita di pagliuzze sollevate dalle macchine che fanno balle di fieno. Avevo un vestito di questo colore, lo abbinavo con camicie candide o con righe sottili e una cravatta di quel colore indefinibile che solo i francesi sanno costruire. Era il mio vestito da pioggia, per qualche misterioso motivo sin dalla prima volta, se lo mettevo asi sarebbe bagnato.

Da giugno fino alle vacanze, m’invitavano a manifestazioni all’aperto. Se la manifestazione o gli organizzatori non mi piacevano, mettevo il mio vestito da pioggia. Mi sedevo nel posto riservato dopo il breve aperitivo e attendevo conversando coi vicini. Spesso queste manifestazioni non avevano luoghi alternativi ed erano quelle che mi piacevano di più perché ne conoscevo la dinamica dopo le prime gocce. Anche le altre manifestazioni, quelle che pomposamente si fregiavano della nota che in caso di pioggia la serata si sarebbe tenuta con identico programma nel vicino… erano socialmente interessanti ma avevano una diversa meccanica e confusione, ed erano meno godibili. Poi spiegherò il perché.

Il vestito da pioggia funzionava infallibile quando la manifestazione era al clou. Vedevo la prima goccia che si stampava sui calzoni e trasformava l’azzurro in blu scuro, poi la seconda, e via in un crescendo che poteva comprendere anche la grandine. Per prime fuggivano le signore, con i loro tulle e i tubini colorati, cercando riparo. I compagni, mariti, fidanzati tentavano di impossessarsi dei pochi ombrelli messi a disposizione dall’organizzazione, ma ormai la ressa rendeva salvabile solo il prefetto e il sindaco, per gli altri c’era il prendi arraffa.

Restavo seduto ancora un poco a guardare il trambusto, finché sentivo l’acqua che ruscellava giù per la schiena, poi lentamente mi avviavo verso l’auto. Attorno al palco i musicisti cercavano di salvare gli altoparlanti immensi, gli amplificatori, gli strumenti. Della cantante nessuno si curava e neppure delle indossatrici, se era prevista una sfilata, qualcuno si occupava. Il buffet veniva ricaricato sul camion, tavoli e tovaglie rivelavano la loro miseria oltre l’apparenza. Solo i giornalisti venivano curati dall’organizzazione perché pur nel diluvio il positivo della serata doveva emergere.
Se c’era un luogo sostitutivo, doveva essere vicino e allora alle prime gocce c’era l’indecisione: sarebbe piovuto e si andava verso il riparo oppure sarebbe passato subito? Dopo 5 minuti non c’erano dubbi e un flusso tumultuoso si riversava verso sedie e tavoli al coperto. Si mescolava tutto e le gerarchie sociali ne erano sconvolte, qualcuno cercava di preservare i vicini, ma quella difficile, alchemica funzione che doveva lenire le antipatie, sopire contrasti atavici e odi recenti veniva annullata. Ci si accostava dove c’era posto e a volte funzionava, c’erano rappacificazioni momentanee, ma altre volte la vicinanza acuiva il disagio e non si arrivava al dolce.
Tutto era connesso con il mio vestito azzurro polvere, tessuto d’uragani e filato d’acqua e venti. Ha sempre funzionato, per questo l’ho usato con parsimonia, per misericordia nei confronti di chi m’invitava e mia, visto che tornavo zuppo.

Adesso che non m’invitano più, dagli inviti ricevuti si sa quanto si conta nella fiera delle vanità, lo uso in favore del cambiamento climatico, quindi se vedete un signore discretamente alto, camminare in una giornata di sole, lungo un viottolo di campagna, non fidatevi del tempo, questo è mutevole come la vanità e il potere.

vorrei

 

Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
che parla col cielo che muta ed è solo bello di sé,
poi diventare per magia d’amore, la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.

Ancora vorrei fossimo il riflesso d’un sogno che muta,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.