la storia di un corpo

la storia di un corpo

La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.

 

 

vi ho pensato

vi ho pensato

Vi ho pensato, voi che siete nel cuore. Ciascuno è arrivato vicino, come per caso, e ho sentito che ci mancava tanto, le parole non dette, i gesti mancati e quelli eccessivi, gli egoismi che non erano tali ma solo voglia di non perdere il poco che teneva assieme l’essere speciali. Vi ho pensato nelle vostre solitudini che sono la dimensione di ciò che davvero siamo. Vi ho pensato senza gelosie per chi vi amava, per chi condivideva la vostra unicità. Vi ho pensato concreti, con le paure che tutti abbiamo, con i dubbi su ciò che si è fatto e che ancora sembra dirigere la vita. Alcune di voi le ho pensate con i differenti amori, vi ho volute felici perché la felicità è vostra come di ciascuno. Vi ho pensato nelle scelte che non condivido, confesso che ho accettato e capito che davvero siamo differenti. Ho discusso silenziosamente con voi del corpo e dell’ immateriale, ho trovato le mie ragioni che scadono ma intanto, ho pensato, sono ottime per vivere. Vi ho pensato dopo i pranzi comandati quando il cibo rarefa le parole e si vorrebbero mettere sogni e stanchezza assieme, vi ho pensato discutere o correre tra l’erba, vi ho pensato sorridenti e rabbuiati dall’ improvvisa pioggia sul prato. Vi ho pensati in compagnia, circondati d’affetto. Ma ciò che ho sentito in voi è la solitudine di qualcosa che sfugge e manca, ho amato la vostra solitudine. L’ ho profondamente amata e sentita simile alla mia, anche se ciascuno è per suo conto felice e solo.

Che ci siano i pensieri buoni, le risate, le persone che volete con voi, che la bellezza che si rinnova vi accompagni e  che di ogni consapevolezza ci sia l’antidoto felice che la rende solo un passo, non il cammino.

solo un fazzoletto pulito

solo un fazzoletto pulito

Guardando e ascoltando le tortuosità d’una scelta, pensavo che ognuno ha le sue felicità, che non so nulla dell’evidenza e di ciò che essa cela. Che tutto avviene per qualche casuale incrocio, poi mettere assieme le sensibilità funziona solo tra chi si sceglie o non si perde.  Oltre il banale, la superficie, il consueto per le persone che restano c’è una scelta. Che è fatica e sfida a tutto ciò che è abitudine o convenienza. Come scalare, come voler essere di più per approssimare ciò che si può essere. Mi sembrava presa dalla sua vita scelta quando la osservavo, spesso felice, ma adesso mi diceva che non era così. E che i momenti di felicità si erano persi in un dover fare quotidiano, in mille necessità che coinvolgevano e allontanavano. Anche dire era difficile e per questo dopo un po’ si diventava zitti, non silenti, ché il discorso continuava dentro e si sfogava in mille piccole distrazioni. Per non pensare che la vita poteva essere altra e non era. E non valeva dire:passerà, perché quel passare era una perdita. Così le alternative si allontanavano e restava una solitudine in compagnia e poi un fastidio di sé. Per non aver capito a tempo, non aver scelto altrimenti. Così mentre la guardavo lei radunava lo zucchero spanto vicino alla tazzina e le serviva un fazzoletto pulito. E solo quello potevo darle.

vecchi amanti

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.

la politica non è solo un’opinione

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

chi è l’amico

chi è l’amico

Tenersi un amico non è un atto di possesso ma di rispetto. Per lui, per noi. È conservare un legame, approfondire un affetto, permettere che una comunicazione si mantenga ed evolva. Ma per tenersi un amico bisogna averne cura, esserci il giusto: né troppo né poco. Avere un interesse vero, che si rinnova, ma non esclusivo perché quest’ultimo è riservato all’amore. È una bella favola che le cose si riannodino subito dopo anni di silenzio, serve a tranquillizzare le nostre assenze. Ci si rincontra e si parla delle vite che sono scivolate in avanti ma è leggere un libro perché quelle vite non sono state la nostra vita.

Mi sorprende chi mi chiama caro amico e poi scompare, per riapparire dopo mesi, prima di una nuova assenza. Mi sorprende che non senta che non condividere qualifica l’amicizia, ma mi sorprenderebbe anche il contrario, ovvero l’essere troppo addosso che nasconde un bisogno non espresso. Comunque è l’apparire/scomparire che qualifica i legami, ci siamo se quella persona conta e risuona in noi, così riserviamo l’amicizia a chi la considera importante, diciamo a questi amico caro, il resto sono visi noti nella folla.