felici d’esser felici

felici d’esser felici

C’era una sublime confusione d’acque spartite,

di procelle imminenti e infinite risate.

I pensieri vorticosi inghiottìvano dubbi,

dopo girevoli porte d’hotel

e poi tornavano su te, su me,

nell’aria che sapeva d’ombra, di folla, di buono.

Si può amare molto un caffè imboccandosi il dolce,

e sommessi ridendo,

sincronizzare il passo prima d’una corsa,

per scherzo, per bere il respiro dalla bocca
per stringere più forte la pelle
e dire quel mio che luccica d’ acciaio.

Così nasceva e si compiva ogni giorno una parabola,
un razzo a solcare la notte e
una prua a dividere ciò che si riuniva
dietro noi,

perché non c’era un prima ma solo il giorno
e le stelle ad accennare una via.

Imprecisi come il vivere, dicevamo:
non ho mai chiesto alla rosa d’essere altro da sé,
e questo era in ogni parola, ogni carezza, ogni bacio.
Felici d’esser felici.

ci sono momenti

ci sono momenti

Ci sono momenti in cui la commozione ti assale, basta un fatto, una parola che evoca, e qualcosa si gonfia, riempie, sale agli occhi, libera le sacche lacrimali e ti senti scemo e inerme, inadeguato all’ indifferenza, al reale senza etica. Poi piano il cuore si sgonfia e si normalizza, resta una sensazione strana di diversità, come un essere più umani. Eppure non ti inorgoglisce ma ciò che senti ti fa sentire tutta la tua limitatezza. Bisognerebbe parlarne, ma le parole sono insufficienti: che vuoi raccontare di ciò che è evidente. Siamo circondati da problemi e sofferenze, lo sappiamo talmente tanto che bisogna mettere in stand by la condivisione. Però a volte qualcosa, inopinatamente, fa breccia e quell’air bag che si gonfia dentro per una volta ci ricorda che siamo vivi e ci salva la vita.

il diritto a una storia

il diritto a una storia

Quattro mesi fa, per il mio compleanno, ho raccolto una serie di scritti che avevo pubblicato su questo blog e ne ho fatto un libretto, senza velleità letterarie, da regalare agli amici. Era un riassumere impressioni e ricordi, neppure i più rilevanti, ma quelli che avevano a che fare con alcune parti della mia storia. Bisogna insistere su questa parola: storia perché vita spesso si riempie di connotazioni esterne, quasi un subire ciò che accade anziché esserne protagonista. Per mia fortuna ho conosciuto non poche persone portatrici coscienti della propria storia e non occorreva andare a chissà quali celebrità, anzi, erano persone singolari che sceglievano e conducevano una storia che assomigliasse a loro. Per quanto possibile. Non accade così a tutti in amore, ad esempio, dove le scelte diventano futuro, dove ci si radica dentro per decidere e alla fine quello che ne esce coinvolge non poco le vite. Quindi il creare la propria storia è di tutti e la scelta è tra il lasciarsi decidere da altri oppure procedere in proprio. Questo conta poco per la felicità, per il successo, ma un merito ce l’ha, ovvero quello di avere una storia. Riflettevo su questo dopo aver legato un commento a quanto scrivo con un pensare alla mia storia. Il commento, riferito a quel libretto, parlava di una malinconia soffusa. Poi i termini si attenuano, la malinconia può diventare gentile, pensierosa, contorta, leggera. Insomma gli aggettivi rifuggono dagli ossimori che invece esprimono bene le dualità che possediamo e che il mondo esterno tende a semplificare. Mi sono chiesto, ma la mia, seppure aggettivata, è una storia malinconica? È il dis farsi delle cose che prevale? Oppure il senso dell’incompiutezza che impedisce di accogliere il momento? E in questo analizzare sono giunto a una conclusione che ha tutti i pregi del dubbio: la mia storia è fatta di momenti malinconici e di scelte dovute, di allegrie inconsulte e di gioie meritate, di errori madornali e di intuizioni felici, di permanenze fortissime e di oblii misericordiosi. E potrei continuare parlando della ricerca della leggerezza, della fortuna della memoria, dell’intuizione e dell’analisi di quanto si vede in uno sguardo largo. Potrei dire delle insoddisfazioni e dei fallimenti, ma questo offuscherebbe il molto che mi è stato dato, le esperienze scelte, le radicalità e le mediazioni costruite. Insomma ne verrebbe fuori una storia parziale, questa sì immeritata. Quindi rassicuro me stesso: la mia storia non è malinconica, ha l’allegria e l’ironia che l’accompagna, cerca la felicità anche quando si rende conto che essa è transitoria e difficile, persegue la leggerezza e l’inutile mentre si dà da fare con la concretezza e la dura lezione del reale. Nessuno di noi, penso, si merita una storia parziale, ha la propria. E in qualsiasi momento di quel lasso di tempo in cui siamo senzienti, e che chiamiamo vita, può decidere, fare, prendere una strada anziché un’altra, sapendo che può costruire qualcosa che nessun altro potrà fare e che lo riguarda così da vicino che è meglio gli assomigli. Ecco, questa è la propria storia e in fondo possiede tutti gli aggettivi e non merita giudizi, ma solo allegra consapevolezza d’aver vissuto e voler vivere.

per altri e per sé

per altri e per sé

L’estate s’era definitivamente raccolta nei baccelli ormai secchi. Tempo di castagne, fagioli messi a seccare per tempo sul balcone, ora bollivano in pentola con il sedano, la cipolla, l’aglio e qualcuno di quegli aromi che ancora resistevano nei vasi. Ma poco. Le mani avevano una intelligenza che si muoveva libera, mentre l’altra intelligenza, pensava, guardava, ricordava. Il tempo veniva progettato a breve in un contenitore lungo, la vita. Un tempo infinito fatto di segmenti dovuti, necessari, piacevoli. C’era la domenica, il sabato la preparava, qualche festa disseminata sul calendario, il pranzo che mutava seguendo la stagione e ciò che essa offriva. Le pietanze possedevano intelligenza e saggezza, in ogni molecola c’era un profumo da estrarre, un nutrimento da elargire, un prepararsi alla trasformazione. E a questo serviva tutto quel mondare, ridurre in parti eguali, pigiare, distendere, attendere. La lentezza del nutrimento era connaturata al suo farsi altro, diventare parte di quella cultura trasmessa che aveva nomi particolari, tempi necessari, segreti. Ogni famiglia aveva un segreto che aggiungeva sapore, identità, e che pur attingendo alla stessa fonte rendeva il gustare differente, particolare, desiderato e ricordato. In questo stava la saggezza del preparare un pranzo, un dolce, una conserva. Era anche la stagione delle passate di pomodoro, dei pentoloni colmi di quel mare rosso pieno di futuri connubi. Un mare pericoloso che lasciava segni nelle pentole d’alluminio, che doveva essere travasato in fretta, chiuso nei vasi e messo a riposare per la scorta d’inverno. In tutto questo non c’era la pornografia del cibo attuale, la ricerca del sapore e della forma del benessere si metteva nei piatti secondo il bisogno, attente quelle mani a dare ciò che era appena più che necessario. Al servizio di chi si nutriva senza sopraffare, condividendo un’ approvazione in cui non c’era un dominus ma un dialogo che poteva anche mutare il piatto, ma alla pari, con creanza. Della calda stagione restavano le conserve, le marmellate, i legumi seccati con perizia, le farine, i tuberi e le mele. Il resto si sposava, amalgamava, bolliva e sobbolliva, come quelle carni che restavano tanto a lungo sulle cucine economiche da essere sempre tenerissime. E non si conservava se non per poco, quindi tutto era a misura come gli abiti. In una famiglia si sapeva quanto sarebbe stato consumato e il tempo era breve per tenere da parte e lento nel fare. Pazienza, misura, conoscenza, insomma le parole della cura. Forse per questo era tutto al femminile, dal preparare sino al porgere, con il gesto gentile che sottolineava un rapporto. Non c’era esibizione ma intimo compiacimento, segreti da conservare, astuzia, confidenza da trasmettere e da portare con sé: il preparare un pranzo, allietare una festa o scandire una giornata, il nutrire era qualcosa che si portava ovunque, appresso. Come la gentilezza e l’educazione, la dignità e la consapevolezza d’essere parte di un unicum che si snodava nelle generazioni passate, su, su, fino alla notte di un qualcosa che aveva generato ciò che si era. Per altri e per sé, questo il senso dell’esserci e della cura.

a sera tornare, ma verso cosa ?

a sera tornare, ma verso cosa ?

Lui scriveva cose minuscole. Perdeva accenti sullo smartphone, metteva apostrofi alle maiuscole, coagulava serie di piccoli punti. Diceva: c’è il sole con quel punto esclamativo che voleva forse dire ti penso. A che volte sembrava un tiamo, d’un fiato non abbastanza coraggioso. Lei leggeva, sorrideva, non rispondeva. Più per paura di lasciar correre un sentimento che per pudore. Si vedevano spesso, facevano cose assieme, andavano in vacanza, oppure si mescolavano nelle serate tra amici tenendo le tenerezze per la successiva notte. Separati da diversi ex amori, conducevano il tempo senza progetti, con molte silenti aspettative e altrettante paure. La notte non mancava mai un messaggio che pareggiasse il conto breve della solitudine, una lucina intermittente per quel poco che lenisce un cisonoetucisei? 

A lungo possono andare avanti le vite a questo modo: senza certezze grammaticali, senza amori che si gettano nel fuoco senza un progetto che superi il giorno, la settimana. Possono procedere senza muoversi, sedute in una eterna panchina nello spogliatoio della vita. Possono vivere di abitudini e di gesti indecisi che non sembrano neppure esserci stati. Chissà cosa resta poi di quel sole che c’era, di quel facciamo assieme la marmellata di ciliegie o dell’andare al mare. Un asciugamano steso accanto, il sole che arroventa la pelle, le parole intinte di ricordo e i calamari ai ferri, la sera.  E al ritorno, la luce del cruscotto che illumina appena il volto, liscia l’espressione intenta, getta verso un domani senza data una domanda: tornare sì, ma verso cosa?

vuoi un kleenex ? ovvero pensieri contorti tra il 29 e il 30 settembre

vuoi un kleenex ? ovvero pensieri contorti tra il 29 e il 30 settembre

Le si era rotta la macchina e Louise aveva appena fatto più di 2 km a piedi a 13 gradi sotto zero. Arrivata a casa, suo marito Tiny, stava armeggiando con una stufa rubata e non la guardò neppure.

Lui non si era nemmeno preoccupato di quanto erano freddi i piedi e le mani di Louise.

Lei, aveva acceso il forno, cercando di cacciare il gelo che le toglieva ogni sensibilità e con il calore i tessuti cominciarono a far male. Piangeva sommessamente.

” Vuoi un Kleenex?” aveva domandato Tiny.

Voglio la separazione” aveva risposto lei. 

(Tom Drury, La fine dei vandalismi, NNE)

Poi il libro continua ed è un bel leggere che consiglio. Mi soffermo sulla disattenzione che è incompatibile con l’amore, con lo stare assieme, con l’avere davvero qualcosa da dirsi.

Divago da queste parole che sono l’esame di qualsiasi vivere comune: avere qualcosa da dirsi, implica attenzione, lettura sbagliata o giusta del pensiero, preoccupazione, affetto. Sono affetto da te, si dovrebbe dire, non sono innamorato di te (e di me). Sono affetto dalla necessità del tuo benessere, dai tuoi errori che non vedo e dalle qualità che solo io scorgo. Ma questo muta, si diluisce e diventa altro se manca una educazione ai sentimenti, e non importa sia raffinata, basta che l’attenzione ci sia e il bene dura. Comunque vada la vita. Per questo dovremmo pensare e dire: ti vedrò sempre, non diventerai mai invisibile per me. In fondo un poca di attenzione è naturale, è cortesia, l’altra attenzione che si aggiunge è quel progressivo dare splendore a ciò che conta. Se non mi vedi, non conto nulla per te. Magari non è vero ma nella grammatica dei sentimenti, vedere l’altro è indispensabile e solo l’essere visti fa cadere il pudore, altrimenti non ci si mostra, si chiude pian piano la confidenza ( con fidare, significa credere nell’altro) e resta la forma, il corpo, finché dura ed è interessante.

Siccome sono contorto, divagante e âgé, finendo il libro e guardando il calendario, ho pensato a 29 settembre di Battisti Mogol, la più famosa canzone del ’67. Cantata innumerevoli volte, maestra di comportamento per una generazione, col suo racconto di un tradimento light. In fondo la tentazione del nascondersi la presenza dell’altro è in agguato ( seduto in quel caffè, io non pensavo a te), ma non è questo che conta, sono invece le parole recitate da una sola parte a essere sbagliate. Parole che pur con tutti gli stereotipi di quegli anni non sono diverse adesso: l’uomo che prima si smarrisce (di colpo lei sorrise), che percorre immemore l’avventura, ma poi  si sveglia, soffre e infine sceglie la sicurezza dell’amore consolidato. Storie come tante, ma allora nessuno si chiese che fine avesse fatto la ragazza del sorriso. E infatti scomparve, divenuta trasparente. E neppure adesso lo si chiede troppo. In una educazione sentimentale invece, la trasparenza non è ammessa perché la trasparenza è dilagante e muta in ipocrisia e se rinserra le domande in una certezza di scelta, non le risolve. Nella disattenzione non è importante solo il fatto che fa diventare cosa un’altra persona ma l’accadimento, il risveglio e il pensare a te dopo. Cosa cambia in un’autoassoluzione che evita le domande? Nulla, riaccadrà.  Se quella canzone divenne famosa era perché parlava di ciò che accadeva -e accade davvero- e lisciava il pelo nella moralità della scelta. Non si poteva pretendere troppo da una generazione che cominciava appena a parlare di sesso, ma non ancora della persona. Si sarebbe dovuto iniziare ad approfondire se l’amore era avere qualcosa di profondo da dirsi, e non il possesso dell’altro e quando il sentimento finiva cosa accadeva. Invece come per Tiny si cominciava dalle lacrime e dal vuoi un Kleenex, mentre era il corpo che si stava gelando per disattenzione.

Mi piaceva molto 29 settembre cantata dall’Equipe 84, perché diceva che se si sbaglia non casca il mondo, però mancava un passaggio ed era: purché si veda l’altro.  

 

21 settembre e oltre: diario d’una settimana d’autunno

21 settembre e oltre: diario d’una settimana d’autunno

 

 

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Questo post si costruirà giorno per giorno in una settimana particolare, quella dell’equinozio d’autunno. Saranno osservazioni sparse, una sorta di diario in cui mettere ciò che mi colpisce e che si lega alla mia storia, quindi sarà una lettura lunga e noiosa per ripetitività, ma la vita è così e rileggersi fa bene per capire quanto e come lo sguardo si muova davvero attorno.

22 settembre

Ogni anno qualcuno festeggia in questo Stato fariseo e baciapile, dove le elezioni si vincono o perdono in Vaticano, la breccia di porta Pia. Ho il dubbio che non sia stata l’Italietta dei Savoia ad annettere Roma e lo stato dei Papi, ma viceversa, e allora cosa c’è da festeggiare se non il fallimento dello stato laico?

Sul balcone di questa casa in cui sono ospite, giustamente non c’è una bandiera ma un vaso che ospita del basilico dalle foglie minuscole e dall’intenso profumo, dispensa molecole di bellezza attraverso il vento che lo agita e che si insinua tra i suoi rami. Sullo sfondo un immenso muro di mattoni e tufo con una finta finestra e sopra il cielo, ora azzurro, ora scuro di nubi dense d’acqua. Questa pianta è un insieme di pensieri che vanno dall’elargire, alla forza dell’indifferenza, e nessuno di questi pensieri si conclude in cambiamenti di paradigmi. Il paradigma è quanto di più simile ai pensieri ossificati conosca, fondamenti che attendono pazientemente d’essere contraddetti e nel frattempo divengono comode abitudini da non discutere. La vita è fatta di paradigmi e intime insofferenze come se la sconsideratezza del cambiare dovesse sempre trovare una ragione superiore che le impedisca di farlo, e se questo genera l’ inquietudine, solo chi ama molto riesce a scordare. Intanto il basilico s’agita e sciala la sua anima, come usano fare i pazzi e i poeti, regalando sorpresa alla vita.

In Catalogna ribolle la richiesta di autonomia dalla Spagna. I catalani mi sono simpatici, non so se abbiano ragioni sufficienti ma se per i matrimoni si è riusciti a superare il vincolo dei patrimoni, perché non dovrebbe accadere per gli Stati? Dicono che valga il principio di una redistribuzione della ricchezza entro i confini di quel corpo che si chiama confine di stato, penso che il problema della ineguaglianza non lo affronti davvero nessuno e tantomeno gli Stati che si sono formati, in forza di conquiste o convenienti matrimoni, piuttosto è un problema di un potere che si pensa più forte, non in ragione del consenso ma della dimensione geografica. Un concetto arcaico, uno Stato che possegga molta tecnologia, un uso sapiente delle sue risorse, una gestione accurata dei problemi e dell’amministrazione dei beni pubblici ha molto più potere e durata di uno stato che è solo un corpaccione su cui si alimentano furbi e corvi. Basta guardare l’atlante dell’ultimo secolo per vedere quanto siano mutati i confini e l’idea di futuro dei popoli. Insomma se esiste un problema, esiste una soluzione che può essere contrattata, altrimenti le posizioni esacerbano e ciò che era una collaborazione su nuove basi diviene divisione e odio. È la democrazia, bellezza, non sempre è un prato su cui riposare.

Stamattina ho camminato tra strade incongrue, determinate da antiche speculazioni edilizie. Nei varchi, tra le case, si vedevano sfondi di muri e terrazze con l’incuria che accompagna la bruttezza. Questo quartiere ha meno di un secolo eppure è un fagotto di case in cui si trovano a loro agio etnie differenti, lingue e culture diverse. In fondo sono loro che hanno dato un tono e un’identità che superasse la borgata, e se mancano servizi decenti, se tutto s’accumula come la spazzatura sui e fuori dei cassonetti, è quell’esercizio del potere distratto, incapace e interessato all’ altro, che va sotto accusa, ma questo potere è il terminale di altri poteri che non erano dissimili in passato e allora bisognerebbe che chi costruisce le opinioni, osservasse la realtà, e proponendo critiche e soluzioni facesse davvero il suo mestiere e non rilevasse il dito ma la luna che esso nasconde.

Il fatto è che dopo oltre un secolo e mezzo, l’Italia laica è muta e quella farisaica e baciapile trova sempre un compromesso per non mutare natura.

23 settembre

Attorno, per le strade, c’è un disordine del cuore. Non ci sono argini, penetra nei vestiti, resta appiccicato sotto le scarpe, vorremmo si fermasse sulla porta di casa. Anche per questo togliamo le scarpe, per sentire un qualcosa di nostro, una consistenza diversa: la natura viene dal pavimento, ci pare, ma la membrana osmotica che impedisce al disordine di entrare ha larghi buchi e cosi, in piedi o sdraiati mentre pensiamo d’essere salvi, un dubbio ci percuote in un momento incongruo: chi c’è là fuori?

Di allegria dovremmo discutere non di esorcismi, di risate che seppelliscono il potere di chi si sostituisce all’immaginazione, la mortifica. Non capisci che vorrebbero un mondo grigio in cui tu possa dipingere solo con i colori che ti vengono venduti? Un mondo in cui lo scandalo delle strade sconnesse, della spazzatura che si insinua negli angoli, dell’ incapacità di rispondere alla vita degli esseri umani sembri solo un prodotto del caso e della necessità. Quando i bersaglieri superarono Porta Pia mica sapevano che quella porta confinava un potere che sarebbe dilagato, e non è colpa della chiesa o degli epigoni di un messaggio che era radicale e parlava d’altro, ma di chi si serve di questo per entrare nelle coscienze, per dire che non esiste responsabilità, che si può accettare l’inaccettabile e sperare, che qualcosa o qualcuno ci metterà una pezza. La vera differenza tra uno Stato che si costruisce è uno che si disfa è la cura con cui esso ascolta e provvede. Non assolve e spera, ma  ascolta e provvede.

A volte vorrei che la naturalezza buona del basilico che elargisce e non si cura di chi aspira il suo profumo, fosse nella nostra anima profonda e diventasse cura gratuita, indifferente di chi ne fruisce. Cura che trova necessità nell’essere e nel divenire, cura che accomuna, tiene assieme e indica regole, raccoglie una carta buttata, rende lindo un marciapiedi perché è naturale, è bello e basta, e di questo costruisce un substrato di felicità possibile.

oznor

 

24 settembre

Ieri ho incontrato Gianni Cuperlo in stazione, aveva il sorriso e la cortesia che si manifesta quando l’interlocutore sta in quella zona della mente in cui c’è il conosciuto ma non ancora l’identificato. Poi ha detto che andava a Imola, gli ho risposto che speravo fosse Trieste la meta. Mai come ora, in Friuli, la sinistra è stata priva di città da governare, di idee per il futuro da mostrare, di uomini che divengano simbolo di un fare politica che nasca dal basso. Ci siamo salutati con l’arrivederci che si riserva alle battaglie comuni. Avrei dovuto dirgli che il pd mi è distante, che non vedo salvazione in quella chiesa. Così, come per ripetere un antico adagio che tiene unite le parti e il peggio che esse contengono: extra ecclesia nulla salus, ma se l’ecclesia fomenta la contraddizione, annulla la critica e il futuro condiviso cosa resta di questa parola? Davanti a fatti importanti e decisivi che il mondo ci getta addosso servirebbero menti forti, spiriti indomiti e zeppi di futuro, disinteresse per il sé e amore per il noi. Questo sarebbe poi il ritratto degli statisti se si unisse pazienza, principi fermi e prudenza, ma non è così e molti si accontentano di ciò che trovano tra le pieghe di un discorso. Non è il caso di Cuperlo, abituato a leggere il presente e capirne la direzione. Mi chiedo erò perché quando eravamo nello stesso partito, nelle conclusioni arrivasse ad un penultimatum, come a dire che non ci si può staccare ed è meglio attendere che qualcosa mostri l’evidenza. Non è accaduto e lo vedo solo, mi spiace per lui e per la sua grande intelligenza non apprezzata nella corte dei consenzienti.

Fuori  c’era la grande stazione con un fuorilegio di pareti vetrate a specchio, la parte in basso rifletteva alberi e piccole case, un cavalcavia malmesso e intasato, come a sancire un confine tra un dentro luminoso e impenetrabile e un fuori che si alimenta di quotidianità, di autobus affollati e pare, frequentati da abbonati, perché sul mio in circa 40 persone solo in tre avevamo fatto il biglietto. Ma poi a sera le persone, escono da dietro lo specchio, percorrono quelle strade, vedono i cavalcavia sconnessi, sentono l’incuria e la sporcizia che si appiccica. Non c’è una bellezza che riscatti l’affollare senza regole, lo strombazzare dei clacson, i cartelli che annunciano pizzerie e pasti a basso prezzo sovrapposti e sguaiati, e come si può vivere bene nella città della bellezza se questa è diventata orpello, se s’è nascosta, se si offre al turista con la sciatteria del tutto permesso perché in fondo ciò che resta di bello è comunque unico.  È imbarazzante credo, la vita dell’archeologo, se scopre qualcosa sa già che finirà sepolta oppure in magazzino, perché non c’è modo di proteggerla. In fondo ciò che si vede è la pornografia del bello ovvero ciò che non ha sentimento per la sua nudità. Poi di notte tutto dirada, le pietre illuminate prendono un altro spessore, nulla è aperto, ma ciò che si vede riacquista l’umanità che aveva perduto e si può pensare che infinite vette di passione e di amore declinato sino all’odio, si sono svolte, hanno creato, provocato le vite successive. Ciò che ci si mostra è un segno che attende d’essere decifrato, riportato in quella modernità che nessuno o quasi più indaga. Siamo lettori distratti di segni e ci accontentiamo di rimasticature facili del vedere. Come non avessimo occhi e intelletto.

 

25 settembre

Portici e percorsi in cui le auto rispettano chi va a piedi sono un segno di civiltà. Magari è l’affermazione della gentilezza di chi può, ma come distinguerla dalla comprensione del forte verso il debole? Se ne prendono i frutti e li si consumano assieme, questa è la civiltà. Da ieri sera si susseguono le valutazioni sul risultato delle elezioni in Germania. Qualcuno festeggia, ridurre l’alterigia di chi ha dettato le regole per anni procura una intensa soddisfazione. Eppure Frau Merkel è stato un punto di indipendenza e di dignità per l’Europa, si è comportata con i potenti della terra senza timore. Da ultimo Trump non è stato risparmiato nel suo sguaiato mettere i piedi nel piatto altrui e rimesso a posto. Ha svolto un’azione di equilibrio che credo continuerà a svolgere anche con una diversa alleanza con i Verdi e i Liberali. Ho una qualche conoscenza dei Verdi tedeschi, avendone frequentato una roccaforte, Friburgo, e il suo Sindaco. Sono persone determinate e coerenti, che portano avanti una politica alternativa, non necessariamente di sinistra, ma attenta al futuro del pianeta. In questo casca l’asino italiano che non ha saputo far evolvere, né un movimento verde che fosse consistente, né una sinistra verde che nell’alternatività dei modelli economici trovasse un nuovo umanesimo da perseguire. Eppure siamo un Paese squassato dai problemi ambientali. Fa pena la polemica tra governo e regione veneto sui PFAS, sapendo da anni qual è l’industria che li produce, dove, e come continui a sversare nelle falde. Tutto ciò è avvenuto, come per le banche venete, sotto gli occhi della politica che non è intervenuta ma anzi è stata il luogo in cui l’intraprendenza e i successi sono stati vantati come una identità collettiva. Questa identità porta a far denaro a scapito della salute, a spese dei più piccoli e non solo non è identitaria ma è parte di quella visione di rapina che caratterizza il mondo dell’economia senza regole né etica. C’è una responsabilità che nessun codice penale persegue ed è quella che fa compartecipe chi governa del proprio territorio, del suo benessere, della sua evoluzione. In questo l’autunno del positivismo e dell’età in cui tutto era possibile si consuma e coincide con questo autunno. La sinistra ha il compito di risollevare le bandiere dell’eguaglianza, dell’equità, della legalità, della solidarietà, gettate nel fango da tanta ignavia consumata in questi anni. Se la sinistra in Europa cerca affannosamente modelli e speranze in qualche successo elettorale sbaglia di grosso perché è dentro di sé che deve cercare le proprie ragioni di esistere, vedere i problemi nella loro realtà e dimensione, non aver paura di dire e di opporsi, fornire un futuro possibile e migliore alle generazioni attuali e future. Già il fatto che si dia per scontato che i nostri figli e nipoti vivranno peggio dei padri non è sinistra, ma accettazione della logica che per pochi eguali servono tantissimi diseguali e sofferenti.

Capisco che queste note sono poco allegre, che in esse si prefigura fatica e impegno. Capisco che nella visione del mio piccolo mondo vedo ciò che stride, ma a valorizzare ciò che è buono, ciò che lotta ci pensa la speranza e forse la testa di ognuno. Attorno ci sono bellezze inenarrabili, uomini forti, speranze che crescono eppure anch’esse soffrono di un isolamento senza pari. Faticano a contaminare e non divengono movimento, parte buona del cambiamento. Il capolavoro dell’unica ideologia rimasta: il capitalismo, è stato quello di far credere che da soli è meglio, che il successo non si possa condividere, la ricchezza non sia spartibile. Ha proceduto, e procede, per cooptazione ed espelle gli inadeguati. Si mostra, attrae di luccichii e di immortalità presunte chi vede, ma è un mondo chiuso che non pratica la pietà e l’umanità. Sono passato da una città all’altra, vedo più cura nella mia, strade asfaltate di fresco, maggior rispetto delle regole, eppure gli uomini non sono differenti e le menti sono rigorosamente chiuse. Fa sorridere la chiusura delle feste di partito di ieri, ciascun leader ha rivendicato un primato per governare il Paese, ma nessuno ha detto che lo farà mettendo assieme le persone. Nessuno ha sostenuto la necessità di una maggiore unità per uscire dal pantano in cui ci troviamo. Forse era emblematico che il segretario del maggior partito riformista parlasse da una festa che curiosamente portava il nome del giornale che ha lasciato fallire e chiudere: l’Unità. Quella parola dovrebbe essere declinata appieno perché solo essa serve e invece viene usata come una vestigia del passato. Che tristezza.

sdr

26 settembre

Sceglievano i sassi con dimensioni più o meno uguali e colori da armonizzare dal chiaro allo scuro, li prendevano da largo secchio di ferro, da muratore. Stavano seduti su uno sgabellino bassissimo e con una sola gamba centrale. Prendevano il sasso, ne studiavano la forma per un attimo e poi lo infilavano in un letto di sabbia grossa stesa sulla terra lasciando attorno, un filo di spazio che sarebbe stato riempito ancora con sabbia e argilla macinata. L’avrebbero sparsa alla fine, col gesto del seminatore, né troppa né poca, ma intanto con un martello strano, quasi una piccozza, spingevano il ciottolo a fondo, fino a incontrare la terra sottostante. In cinque anni li ho visti una volta aggiustare la strada davanti alla scuola, facevano lavori che duravano nel tempo. Quella stessa strada ha ancora i sassi passati per quelle mani antiche. Non l’hanno asfaltata ed è una delle sue bellezze. Le altre sono il nome, Agnusdei, le case, che seppure rimodernate, sono quelle di un borgo del centro, la scuola, grande, che occupa quasi tutto il lato destro della strada. Di fronte alla scuola c’è il cancello dell’asilo Montessori, si sentono le grida gentili dei bimbi che giocano, le corse sulla ghiaia, mentre dalla scuola viene il silenzio delle prime giornate dell’anno scolastico. I finestroni hanno ancora gli stessi infissi di legno, c’è il tasso da cui sognavo di ricavare un ramo per farne un arco, l’ampio androne con la scalinata. Ora è una scuola media, con qualche classe di liceo, segno che la buona scuola non è ancora arrivata a dipanare i grovigli degli spazi. Era una elementare di città, importante quanto basta, frequentata dai figli di una società commista: professori universitari, impiegati, artigiani, operai, poveri senza lavoro. La scuola iniziava ad ottobre, noi che abitavamo vicino ci aggiravamo attorno con fare strafottente per scacciare il timore di quelle aule e per capire come sarebbe stato poi l’inverno, il chiuso, il peso di una disciplina rigorosa. Non credo che la scuola fosse davvero meglio allora, c’erano insegnanti dotati per il loro mestiere, altri meno, però lo standard era alto. Quello che in realtà differenziava era l’approccio, la classe correva con i primi e il resto si perdeva per strada. C’era un senso diffuso d’indifferenza di chi eravamo in realtà, o meglio di chi potevamo essere. La scuola riproduceva, figliava una seconda volta i pargoli dei professori, degli impiegati, degli artigiani, degli operai. Dei poveri proprio non si curava se non attraverso una mensa a mezzogiorno, che assicurava loro un pasto caldo e alla scuola un perenne odore di minestra di fagioli e patate. Camminando su quei ciottoli fatti per le ruote dei carri, pensavo che la scuola dovrebbe essere la maggiore preoccupazione di uno Stato, il tesoro da cui attingere il futuro e quindi da amministrare con dinamica attenzione. Fissato un impianto giuridico, che significa avere un fine preciso, costruire un edificio in grado di dare ciò che ci si attende. Ma cosa si attende dalla scuola? Che essa crei cittadini amanti del sapere, attenti alla legalità, in grado di applicare a se stessi e agli altri, quando ne avranno modo, quei principi che tengono assieme lo stato e che vengono racchiusi nella carta costituzionale. Uomini, liberi, rispettosi delle leggi, solidali, amanti della conoscenza. Se questo è il fine, ciò che ci sta attorno testimonia un fallimento, forse non della scuola ma della sua importanza. Ecco, credo che relativizzando la scuola, rendendo soli i bambini e poi gli uomini, creando una competizione basata sul possesso materiale, nessuno di quei principi immateriali di cui sopra dicevo, diventa reale. La scuola fallisce perché lo Stato, la società, la negano nei fatti. Le tolgono l’autorevolezza, la rendono un rito di passaggio, anziché essere lo strumento che permetterà poi di discutere, di edificare, di controllare il proprio destino, insomma l’essere individuale e collettivo.

I miei sono pensieri datati, come il mio corpo, come gli occhi che guardano quelle finestre grandi e vedono altro. Come i sassi che percorro volentieri in questa giornata settembrina di sole e di aromi ormai estenuati. C’era il basilico nella terrazzetta di casa, l’odore dei quaderni e della boccetta nuova di inchiostro: blu royal. C’erano voci che sono solo dentro di me e il cuore si stringe. Poi accelero il passo perché non va bene che ti venga chiesto cosa ti commuova.

27 settembre

Infilata tra la campana della raccolta vetro e un muretto, c’è una testiera d’un vecchio letto da una piazza e mezza. È di legno impiallicciato, fatta tra le due guerre, o forse prima. A fianco le stanghe che coprivano la rete. Alte come si usava un tempo perché sui letti si saliva più che buttarcisi. La testiera è in buono stato, con preziosismi d’intarsio e traforo, il legno è stato piegato col vapore per simulare la piccola onda che poggiava al muro ed era destinata a sorreggere il secondo cuscino, quello alto, per leggere o respirare meglio. La piediera si intravvede seppellita dalle stanghe e ripete in modo più semplice e simmetrico la testiera. Era un letto comune nelle famiglie borghesi, riservato ai parenti rimasti zitelli e agli ospiti. Non un lettuccio ma neppure un matrimoniale, perché anche nelle famiglie allargate c’era una gerarchia. Era il king size degli inglesi, forse più abituati ai zitellaggi maschili. La provenienza del mobile si vede in una casa in restauro, poco lontana, un tempo i muratori portavano a casa il legno per bruciarlo, ora con i riscaldamenti centralizzati sarebbe un inutile “intrigo”, come ben esprime il dialetto e quindi l’hanno sistemato vicino al cassonetto. Però non finirà in discarica, a notte, prima che passino i mezzi della nettezza urbana, vedo spesso una prima raccolta di “rifiuti” interessanti che finiscono su camioncini di rumeni o moldavi. Recuperano, rimettono a nuovo oppure portano direttamente nei mercati del bric a brac, per offrirli a signore interessate e finti esperti compassati, in cerca dell’affare. Accade anche con i libri, con cartoline e corrispondenza che emergono quando liberano soffitte o case da quello che un tempo era simbolo di conoscenza e affetto. E i collezionisti scartabellano tra mucchi di carte, valutano rilegature, leggono lettere e buste di persone che forse non avrebbero gradito tanta attenzione, cercano tra le fotografie qualcosa che poi sarà messo in una raccolta o ancora rivenduto. Una volta al mese si scatenano i cercatori d’affari e meraviglie e neppure si pongono la domanda da quale discarica d’affetti venga il pezzo raro che hanno tra le mani. In questa terra in cui spesso si sono smarrite le memorie, oppure non ci sono proprio state, per i nuovi benestanti spesso non è conveniente cercare in casa chi c’era davvero prima e così ho visto fotografie spacciate come foto d’antenati, mobili restaurati e palesemente falsi, il tutto ficcato in un presente opulento e farlocco che voleva rispondere alla necessità che ci fosse un onorevole prima. Spero che questo aiuti il gusto della memoria anche se parte da storie approssimative. In fondo il gusto di alterare il passato è connaturato con l’uomo, mi basta si trasmettano i brandelli di un ricordo apparentemente povero, perché nel culto del presente non siamo nessuno, neppure il prodotto delle nostre fatiche se manca il contesto.

28 settembre

La stagione muta i colori, cominciano le tinte calde che colorano in un ultimo sforzo vitale alberi e strade. Nessun colore è come prima e neppure il tempo ovvero la vita ha gli stessi modi di attendere. Lo vedo nella differenza tra il giallo e il verde che si manifesta sul balcone: l’elicriso perenne ha ripreso il suo colore dopo essersi estenuato nei fiori e nel profumo, mentre il girasole si spegne con la stagione. Due diversi modi di durare e di essere e dell’uno e dell’altro c’è insegnamento sul tempo. 

Ha chiuso la furiosa estate il girasole 

e mentre l’elicriso ritrova il suo verde senza fiore,

il giallo dei grossi fiori s’è mutato in bruno.

L’elicriso ancora spande liquerizia,

imbeve le ore del meriggio,

e dialoga con l’aria,

accanto ascoltano e guardano, gli steli del lungo girasole: 

ora piegano il capo che non pensa al corpo,

e in quell’esile verde si consuma il loro tempo, 

ma altro si prepara, e dopo la caduta, una nuova vita.

Basta attendere, non è ora,

ma i semi sono sulla terra,

penserà ad essi l’acqua,

Il freddo che sminuzza piccole zolle,

la mano che li ricopre e aspetta,

mentre il vicino verde e la liquerizia

risplendono negli ultimi soli. 

 

oznor

 

Si chiude un pezzo lungo che è partito in un luogo e si è svolto in spirale sino al balcone: equinozio, il giorno ha la stessa lunghezza della notte. Ora già non è più così e mentre ora il tempo sembra ridurre le occasioni, a noi è data la possibilità di guardare cosa attendiamo, quale giorno vorremmo, cosa siamo stati e come vorremmo essere.