sfarina il nostro tempo

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L’indifferenza di questo tempo,
di questa estate malata,
contagia la luce,
e sfarina il nostro tempo
in briciole di ciò che ancora sembra uguale:
raccogliamo il necessario,
le piccole cose che pensano il ritorno.
Rada l’acqua attende l’autunno,
le spiagge e i vuoti ghiaioni,
poi piano, aprirà serrature di pietra con le chiavi del nostro gelo,
si farà strada nella convinzione delle stagioni future,
e il colore puro avrà occhi diversi, sarà ricordo che si sfoglia,
mosso da un vento distratto che non legge e consuma,
piano o forte, secondo capriccio
prima del nulla.

Il tempo dei giovani scandisce il bisogno,
tutto gli viene sottratto,
anche il necessario,
la luce, l’ordine sconnesso
ciò che è gettato con noncuranza,
come vivessero di cascami del nostro tempo.
Mendichi e miseri in mezzo a ricchezze
sguaiate e oscene,
persino una tempesta ha più rispetto,
e se stacca una lamiera malferma
dopo averla fatta a lungo suonare,
l’illude del volo
e la posa dove mani amiche possano chiedere
di lei, del suo essere altrove,
persino del suo ritornare.

Non ora, solo il freno della volontà
moltiplicata per centinaia di bocche,
fusa in pensieri semplici e potenti
può colmare la protervia
insana e terribilmente efficiente
dell’ineluttabile senza ragione:
non fare più nulla,
resistere al moto,
celebrare silenti i diritti,
ma soprattutto rifiutare ogni connivenza,
perché tutto l’amore è stato consumato
e solo la fiamma che vive
nel cuore di ognuno
genera un nuovo universo.

verranno ancora

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Ho scritto parole, ovunque.
Sulle tovagliette dei bar,
appena oltre l’insalata
e tra le macchie d’olio.
Sul bordo dei letti delle camere d’albergo,
aspettando un campari che non arrivava.
Ho scritto poggiando il foglio 
sui tronchi rugosi,
sono uscite parole sghembe
e contente
dell’odore dei funghi nel bosco.

Dal sedile dell’auto
sul ciglio di strade di campagna, 
ho raccolto pensieri già dissolti
in lettere incerte,
contenti d’esistere prima di sparire.
Ho sopportato le risatine,
i commenti, le richieste,
e ho strappato ciò a cui tenevo,
per timidezza e l’orgoglio
di non sporcarlo di disattenzione.
Ho scritto versi dopo aver fatto l’amore,
oppure li ho messi al suo posto
per parlare col desiderio
e sono nate parole senza destino,
versi che dovevano parlare al cuore.

Ho usato caratteri che a me solo 
avevano significato, 
lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.

Cercando parole pubbliche e segrete, 
le ho spogliate con tenerezza,
e assaggiate con voluttà,
hanno scaldato le tempie
nella passione
che traboccava da quei segni neri, prima di tracciarli.

Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti,
e mi sono alimentato
dei miei versi senza valore,
felice solo d’esser vivo.

Ho tenuto a bada,
chi tirava la mia giacca
per togliermi la fantasia
e le parole sono diventate cani felici
innoqui agli uccelli di brughiera.
È per questo che ho scritto su ritagli di giornale,
su foto e carte fini,
con penne che si pavoneggiavano del tratto,
dell’inchiostro e del mistero d’un significare,
e il corsivo m’ha seguito
attento agli scarti dell’umore e dell’età.
Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita.
Un rosario infinito
che nutre e non disseta,
che disegna e non conserva.
Un germoglio.
Una pianta, talora,
spesso l’attesa di un fiore
ch’era a me bello
e ancora non lo sapevo.

la nostra povera casa

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In queste distese d’azzurro e grumi di bianco,
nel cieli immensi di luce
mettiamo le attese che la stagione ci dona.
Ha un senso l’oro del grano allo sguardo,
il suo essere seme,
e poi verde
e fatica di crescere ritto,
ma ora balla nel vento
e racconta di Mesopotamia,
di laghi di terra e di canne
dove l’acqua bacia le sponde
e la sera I pesci balzano
all’aria che profuma di fresco
a cogliere petali dal vento.
E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra,
leggendo l’antica sua scrittura
nell’abitudine nata dall’uso,
e la cura che resta e riceve
percorsa dal gelo e dall’erba,
pulita dalle piogge che versa al profondo.
Tutto ritrova il suo luogo,
nell’esatto comporre del silenzio, le cose,
dove il suono è ornamento
e l’appartenere un canto felice.
Essere parte che sente la cura,
del molto ch’è stato
e dell’immenso che attende.
Un mostrarsi alla luce,
donato a chi vuole capire
e non dice di sé, umiltà
ma la pratica
sorridendo nel dare,
grato per ciò che riceve.
Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue,
coltiveremmo il nuovo e la memoria
nello stesso giardino
e la nostra povera casa di scarsa considerazione,
sarebbe rifugio che aggiunge e preserva.
Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia,
compitato e accolto con rispetto
a vederne la bellezza nascosta.
Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno,
così in una penna
o nel vivere attento e lieve
c’è il pensiero che resta.
E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto
dai nostri infiniti mondi possibili.

elogio del disordinato risvegliarsi

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La notte ha arruffato i corpi,
in un confondere di pose e ricerca d’aria fresca.
Così si è messa quiete al giorno scorso,
e fatica e sudore hanno trovato accordi,
entrambi avvinti dalle logiche dei sogni.
Poi la luce s’è svegliata nell’abbaiar dei cani,
qualche finestra ha schiuso,
e l’aria è sembrata frizzare di freschezza,
mutando il sonno nel sopore grato.

A giorni alterni portano via i rifiuti,
i bidoni attendono composti,
il camion si ferma e poi riparte,
e nel suo percorrere le case
la mente ascolta
ed enumera i vicini.
Ormai è giorno pieno
e il calore già sorregge l’aria,
torna il sudore e il tempo.
Alzarsi è accogliere il nuovo che già urge,
il benvenuto è nei gesti usati,
il profumo del caffé che sale,
lo sguardo sul verde,
che si posa,
e ora curioso pensa e interroga
della sublime confusione nei minuscoli giardini,
del naturale stare accanto,                    e assieme attendere luce nuova e acqua.
Vivere sin nell’intrecciare di radici,
in misteriosi abbracci,
mentre a noi è difficile
il pensiero dello stare accanto.
Le forzate simmetrie e il diniego     non seguono l’ energia vitale,
lei, libera e muta, accompagna,
e al nostro rifiuto,
non obbliga, si ritrae e lascia fare,
cosi si costruisce l’inquietudine,
nel negare la libertà di stare accanto
per crescere assieme
secondo desiderio e voglia.

il pesce nella pozza

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l’età ci confeziona vestiti un po’ sformati
mai davvero giusti,
oltre l’illusione del momento
chiedono conferma.
Manca qualcosa e qualcosa è troppo,
un disagio privo di nome, si fa strada.
Accade d’eccedere,
c’è un confronto
una gloria d’attimo
che la realtà dissente,
ma è artificio e mite assenzio
che rinvia ed incanta I sensi.
Se la vita fosse trionfo d’obiettivi
o cadute lievi di dolore
verrebbe il tempo del sentire senza fretta,
del riconoscersi ed esserne felici.
Il torrente accetta il sasso,
la sete che lo sbianca,
l’erodere la riva,
e mentre culla il pesce nella pozza,
gli testimonia il cielo
nel ramo che si sporge,
gli trasfigura il suono
e il balenare del riflesso,
Guarda, vive, accoglie
e muta,
e se a noi continuano le età trascorse,
per l’acqua il momento è il tempo stato.
Solo dell’amore
è lo sconnesso desiderio,
il bastar mai dell’innocenza
che ci muta,
sinché attori e pubblico
vediamo la commedia
ed è arte del vivere
darle garbo
al non essere di noi farsa.

cose che non si dicono

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Non sappiamo nulla degli altri,
poco di chi ci sta vicino.
I pensieri, le attese, i bisogni nascosti nell’umore,
con la cura si coglie la superficie
e si parla al profondo dell’amare
ma è anche un messaggio a noi stessi,
alle speranze, al timore, all’incertezza, che ci accompagnano.

Le cose buone aiutano gli altri
e meno noi stessi
che conosciamo il limite,
cosa potevamo fare e dove ci siamo fermati.
Accettare la misura e la sconsideratezza,
la razionalità e la follia leggera
come quando si beve a un torrente di montagna.
Cogliere la nostra innocenza
nell’acqua fresca e limpida,
diventa la realtà,
nel sapore che sa di pietra e antico,
e riallaccia la certezza
di un bene che esiste
e ci accompagna.

Così nell’andare e nel fare
la cura mette assieme il conosciuto
l’attesa, lo sconosciuto
e fa qualcosa che si pensa buono.
Questo volevo dirti
perché leggera era l’aria
e a tratti profumata,
e c’era ragione di sentirsi vivi
per questo e molto altro,
con il futuro dentro un presente
che rideva di nulla,
e nel timore agiva
facendo di sé alba di luce
e giorno da inventare.

lo stagno e il campari

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Conversavamo. Si parlava del passato comune, di allegrie condivise e fatti accaduti, c’era quel tono leggero del porgere dove ciascuno mette il proprio ricordo e sceglie ciò che è piacevole o almeno non crea discussione. Il pensiero era più complesso, perché raramente le cose accadono con precisione condivisa e la descrizione divarica. Ciascuno ne ha una percezione ed emozione differente e come tale la racconta, così muta la stessa trama e l’essenza di ciò che è stato. Come in uno stagno la pietra che solleva l’onda, comunica quiete, ma porta alla superficie anche il fondo con il suo fango. Nel raccontare si omette l’opacità a favore della limpidezza, ma il ricordo contiene l’una e l’altra. E quel fango è stato materia viva, erba e terra, petali e semi, cose che potevano essere altro e invece sono state scartate e poi decomposte, ma di loro, del loro essere state, da qualche parte, in noi, c’è memoria.
La giornata era bella, il sole piacevole si mischiava con l’aria fresca e l’eco di voci vicine, era il presente con la sua carica di possibilità. Ognuno lo rendeva momento di passaggio per un incontro che ci sarebbe stato oppure no, ma era spiacevole pensarlo.
Era bello parlare di allora come fosse un niente, importante solo al piacere d’averlo vissuto e l’adesso un proseguire una retta di vita che in realtà si era ingarbugliata in altro. Non meglio o peggio, la risultante di decisioni giuste quando si erano scelte e sbagliate nel ricordo. Lo stagno macina e mescola, tutto è diventato altro ma il campari è lo stesso. Potenza dei simboli e delle cose.

il bosco

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Nel bosco la notte arriva prima,
ma nei fiori vegliano cespi di luce,
lampade accese per sconosciuti inquilini.
Qui tutto è ospite
e ciò che muta si sovrappone e alimenta,
il bosco ricorda e serba traccia,
sentieri antichi sono sotto le radici,
il prima attende che qualcosa torni,
ma senza fretta,
Il tempo è pietra liscia e mutazione,
non è acqua che scorre via veloce,
è oscura profondità che medita.
Dal sasso emerge la valva della conchiglia,
eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra,
dove la serpe fa nido era salso e corallo,
tutto attende con curiosità il mutare
anche se non lo riguarda,
nulla è indifferente,
e si fondono le ife nelle forre senza fondo,
lampadari di fili bianchi protesi nel buio,
cercano e trovano
eppure, lontano, parlano col cielo
dove convivono il falco e l’ape.
Memoria senza fretta,
I lupi si prendono il necessario dalle mandria,
poi rientrano nella notte
che il bosco dona senza chiedere.
È presto per chi riempie le strade,
beve e parla a voce alta,
a tornare c’è tempo,
sarà per stanchezza e vuoto,
occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra.
Tornano per abitudine,
perché non c’è luogo dove andare,
o per l’ultima parola detta,
vuota e acuminata ma vera.
Tra poco pioverà,
il bosco attende e si scuote nel vento,
il racconto delle mie notti è una sequela di lampi,
di cose che mi osservano,
di loro sguardi che proseguono nel sonno,
breve, incespicato di risvegli,
finché la luce e l’allodola
ridaranno ordine al piccolo mio tempo.

estate

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Come l’ uccello che si tuffa nel profondo,
e senza timore cerca, trova,
e riporta in superficie ciò che s’era nascosto
così si ricompongono passati.
Ciò che al mio richiamo non rispondeva,
non c’era, forse non era,
sembrava un abbaglio.
Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge,
ma era ombra in giorni così densi
e la fatica colava da un cielo senza luce.
Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria,
sembrava sussurrare parole desiderate,
ma accendere la luce,
mostrava le cose attonite,
immerse in solitudini difficili.

voici venir la nuit

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La sera era l’infinito della prima lucciola,
dal suo mistero nasceva la nostalgia di quiete,
e del capire
e in questo soffermarsi
era l’attimo che incontrava
il richiamo agli affetti.
C’erano state, ma prima,
ripetute grida nel buio,
quel buio che non c’era nell’ultimo gioco,
nella confidenza bisbigliata,
nel sedersi accanto,
e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé,
del primo brivido di solitudine.
E si stupivano gli occhi
per le pozze di luce gialla
tracciate dai lampioni
erano il dentro e il fuori della notte.
I marciapiedi, luce riflessa,
e scia verso casa,
nel buio trafitto dal grido d’un rapace,
forte batteva il cuore nell’ansia della corsa.
Era così bello il rimprovero
contenuto nell’abbraccio,
Il vedere che le cose avevano atteso
e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale,
come il gatto quando ci guardava,
tranquillo, per capire.