due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

la tazza

Dalla gentilezza di una barista d’ hotel è arrivata una tazza per un bere lungo e caldo. Ha la forma aggraziata di chi è stato pensato per essere marchio riconoscibile di un luogo e di un pensiero d’impresa. La bocca, più larga del fondo, invita a sorseggiare. Il manico più ansato e profondo, a tener tra le dita il contatto con il calore. Il colore, bianco e azzurro pastello sembra posato da una pennellata larga e vogliosa di trama, ma ha una storia già in testa perché s’interrompe per lasciare posto all’ansa del manico che dev’essere bianco su bianco. La impreziosisce e rende inequivocabilmente femmina, il rosso bordo, una traccia che può simulare un rossetto corallo carnoso lasciato apposta e spalmato per essere condiviso.

Ha la presenza sommessa di chi aspetta la fine di una lettura, l’alzar d’occhi sorpreso dalla stanza e ancor preso dalla storia. Il bisogno di qualcosa di caldo che accompagni e racchiuda i pensieri ha allungato una mano. Ha cercato la tazza fumante, che ama quel silenzio e profumando l’aria. Il sapore si sofferma in bocca nei piccoli sorsi e ora gli occhi cercano. Manca solo una finestra con i vetri incorniciati nei riquadri di legno, il mare poco lontano che s’abbruna, mentre piccole creste d’onda rabbrividiscono di spuma alla sera. Dentro e fuori e poi ancora più dentro, i pensieri si sono arresi, abbandonati in balia del sogno e della realtà che parlottano tra loro.

la crisi occulta del noi

Il liberismo è una prigione dolce. Si alimenta di privilegi, rende naturale la diseguaglianza, fa dimenticare l’ingiustizia. Rende gli uomini soli, trasformando il rapporto tra io e noi in un solo contenitore: se stessi. Scompone le agende delle priorità, affievolisce l’etica e la compassione. Colloca l’uomo in secondo piano, lo rende accessorio non solo del produrre ma anche condizione del benessere di altri uomini. Realizza il desiderio e il piacere attraverso le cose, ne vuole il possesso e non si limita agli oggetti ma in esso racchiude gli uomini e poi i sentimenti. Non abbiamo più ideologie che almeno indichino l’avversario e che così che facciano emergere l’antidoto e neppure ciò che implica una dialettica e un confronto. Così si perde la speranza di un cambiamento, di un futuro che ricomprenda la sconfitta dell’egoismo. Noi viviamo in una parte del mondo in cui le ingiustizie più acute non hanno la misura sconfinata di altre ben presenti nei Paesi oggetto di guerra, di dominio, di sfruttamento illimitato delle risorse e dell’uomo e questo dovrebbe essere un vantaggio per elaborare un mondo diverso che sia esteso alle altre parti meno fortunate, ma non è così. Una sinistra che non immagina più un futuro differente, che accetta come naturale la scomparsa del “noi”, diventa parte integrante del sistema non il suo elemento di contraddizione che lo cambia. Anche ora, nella pandemia che sembra rendere tutti uguali, le differenze si accrescono. Nella cura, nella possibilità di isolamento, nella disponibilità economica, nelle ricchezze che crescono ancora senza limite a vantaggio di pochi che con i mezzi per combattere il virus traggono profitto. I sistemi che più si spostano verso il liberismo spinto lasciano le persone a se stesse. In essi si cura solo di chi può pagare perché questo alimenta il lucro sulla salute. Non esistono più diritti fondamentali, un accesso alla salute che guarda solo all’essere persone, ma è la disponibilità economica a fare la differenza. Questo si proietta in avanti e andrà a generare il nuovo ordine mondiale. Dovremmo chiederci se è questo il mondo che vogliamo, se è in esso che l’uomo può realizzarsi e progredire. La crisi occulta del noi è l’asservimento dell’io, la sua riduzione a dipendenza, perché ci sarà sempre qualcosa in grado di comprarlo o di ridurlo al silenzio.

tra pioggia e portici

La pioggia aveva spinto tutti sotto i portici. Chi col bicchiere in mano, altri con la compagnia dell’affanno d’una corsa recente, pochi con la cartella o un fascio di giornali. Bagnati i maglioni a righe grosse, i capelli e il viso, la barba; la pioggia era un gel che s’era abbarbicato ai peli. Bagnati gli impermeabili, fastidiosi gli ombrelli che non si sapeva mai dove mettere e appesi al braccio gocciolavano nelle scarpe. Imperava su tutto una musica nuova e insieme antica: un vociare sovrapposto, come di animale che dorme e alita rumoroso, risuonando riflesso dalle volte a botte o a crocera dei portici. Tutti avevano da dire e tutti nello stesso tempo, così s’incagliavano i discorsi, le voci si alzavano e spezzavano i ragionamenti. Nessuno ascoltava davvero, neppure quelli zitti, tutti presumevano e andavano alle conclusioni non dette e replicavano. Ciò che non era ancora detto diventava asserzione senza padrone. E così tutti avevano da dire, o assentivano o negavano in un muoversi di mani e di teste davvero singolare, da studiare in una specialità comunicativa nuova, ovvero quel dire contemporaneo e sovrapposto di teste e bocche e braccia che erano in competizione verbale ed esprimevano un senso e uno stile che ricomprendeva un’età. 

Le ragazze erano parte di questo mescolarsi di voci e bagnato. Meglio attrezzate, con cappucci e impermeabili di nylon, si esponevano di più, erano impavide, consce e già pronte ad andarsene per loro conto a casa di qualcuna. Non avevano bisogno dei maschi, non di tutti. Di quelli interessanti sì, e forse di qualcuno in particolare, ma era cosa loro. Avevano idee e consapevolezze nuove, libertà inusitate che stupefatti capivamo in un senso semplice: era finita un’idea su cui non avevamo mai riflettuto, quella dei vantaggi dell’essere maschio e il nuovo, loro, ci ricomprendevano in modo diverso. Questo ci confondeva, ma anche affascinava profondamente, come un’avventura di cui non vedevamo il limite. Era un orizzonte senza una linea che lo contenesse con infiniti colori che ne descrivevano la voglia di andarci. Comunque, le ragazze, se ne sarebbero andate, tutte o quasi, e chi restava si sarebbe ricomposto e ammucchiato a discutere e bere, finché finiti i soldi, sarebbe rimasto il parlare, il freddo incipiente e la pioggia, e il restare, perché le case a cui tornare non sembravano mai accoglienti ma erano una tana. Un rifugio, per poche ore e poi fuori di nuovo, all’aria, alla pioggia. Immemori e colpevoli degli impegni non onorati, delle fatiche evitate, alla ricerca del desiderio che diventasse concretezza e poi fare, essere, soddisfazione, dubbio, novità e problema. Animali senza una traccia da seguire che non fosse quella usata per anni e poi arricchita in aggiunte di amici, di bere, di fumo, di discorsi senza limiti che comprendevano l’utopia e la ragione. Parole, approfondimenti, incazzature e rotture infinite, in un prendersi e lasciarsi che spingeva in avanti il discorrere e l’andare in una specie di formalizzazione di ciò sarebbe accaduto. Un flow chart delle azioni essenziali di quella nostra età, per poi raccontarlo e capire che era un non essere mai andati via, ma solo un argomento e un sogno da realizzare in una vita ancora aperta e piena di possibilità. Un luogo del tempo, della stagione, del ridere e della miseria della condizione giovanile. Questo era il tema che assorbiva tutto: la miseria della condizione vissuta, con libertà piene sulla bocca dei più vecchi e invece piccole prigioni da cui fuggire per chi era consapevole che era prima di tutto un esercizio verbale. Una costruzione di mondi possibili, di speranze e di delusioni infinite che si spaccavano in mille maledizioni e poi ricominciavano daccapo.

 

altra spiaggia altro mare

Le pietre sembravano tartarughe assopite nella spiaggia. Le parole dei pochi seduti sulla terrazza, s’ammucchiavano in malo modo, interrotte da silenzi erano fiotti per riempire l’aria. L’aria separa, a volte più del vetro o di un muro, dipende da quanto ci si potrebbe abbracciare, ma questo accade ad alcuni e di rado. Davanti, e a fianco, giaceva la sabbia che teneva ben strette le conchiglie, rimasugli di cose e piccoli pezzi di vetro levigati, da far rilucere al bisogno. Sulla diga passeggiavano, illudendosi d’aver spartito il mare. Nei cuori c’erano sentimenti misti e vari, distratti dal luogo. Quasi nessuno guardava nel posto giusto e di ciò che mancava sembrava non ci fosse speranza di ritorno. Le meduse pulsavano tra le pietre frangiflutti, e a parte qualche bimbo che le additava era come non ci fossero. Eppure mai si erano viste così tante e così vicine. Un pittore dipingeva un capanno con una grande rete. La rete, ironica, lo guardava invitandolo a contare l’aria e a raccontare i fili che cambiavano colore perché in mezzo c’era il sole e nubi assortite come i pensieri di ciascuno. Ma le nubi avevano l’ordine e l’armonia dell’innocenza e così passeggiare era prendere possesso di qualcosa che fatalmente si sarebbe perduto. Ma così distratti e leggeri, a nessuno sembrava di perdere nulla e badava solo a scansare persone e qualche temeraria bicicletta impegnata a non andare in mare.

mantra della strada e della pazienza

Faccio finta di sapere, ma non so che fare,
il tempo è un lento appuntire di matite
Sono pronte a scrivere parole che restano segni,
e ai miei piedi, e sul tavolo di legno
s’accumulano trucioli e fragili pensieri.
Passerà, basta avere pazienza e cercare degli amori la forza,
passerà e si ricuciranno gli squarci di solitudine nei corpi. Resteranno cicatrici da scorrere col dito, ma non faranno così male e passerà.
Passerà mi dicevi ed era già passato.
Vorrei avere la tua pazienza quieta, Nonna,
quella che dopo aver la vita districato,
scioglieva nodi
e per la fiducia teneva il necessario.
Cps’era rimasto?
Un ago da lana, poco cibo, qualche dolcetto,
molto amore e il pensiero di ciò ch’era stato.
Memoria dolce che rendeva indifferente la strada e la fatica,
e il tempo, pazienza e l’ utile annodare.
Oh, non mancava nulla e tutto procedeva,
come gli pareva, così sembrava,
ma era l’affidarsi a sé e all’amore che guidava.
Manca il diario di bordo,
tengo a memoria, come tu facevi
e sento il fluire di ciò che consegue
ma non sono bravo, imparo,
trovo il bandolo e non so che fare, ancora.
Della pazienza, sento i tesori per acquietare il cuore,
conservo piccole dolcezze,
m’affido alla docile lama per appuntire matite e colori.
Ne nasceranno segni, poi parole.
Di molto m’importa e ho bisogno:
hai ragione pazienza è non è attesa
ma è la strada per l’amore
che tutto tiene assieme e rassicura.

mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.

radici

Non potete dirmi che non sia stato educatamente curioso. Anche se per me erano storie erano molto più belle delle fiabe che mi raccontavate prima di dormire. E poi non avevano mai una fine, perché c’erano altre domande e Voi lo sapevate che sarebbero state tagliate dal sonno e dalla stanchezza delle corse e dei giochi. Cominciava a cena e chiedevo chi erano quei parenti strani che ogni tanto comparivano in casa nostra. Parenti che tu, Mamma, amavi poco, ma ne parlavi. Mi mettevate a letto, e ancora chiedevo. Chi c’era vicino rispondeva con la sua diversa modalità del porgere, in quella lingua che era così bella e dolce. Imparavo vocaboli nuovi, con significati spesso oscuri perché si riferivano ad azioni e cose che non c’erano più attorno e tantomeno in città. Così immaginavo, mettevo assieme con le illustrazioni dei libri di scuola, ancora così ingenue in quell’Italia che era mezza agricola e mezza industriale, mezza ricostruita e mezza ancora a pezzi. E così alle vostre storie aggiungevo altre storie, fatte di mestieri antichi, di luoghi che certamente si perdevano oltre le mura. Erano luoghi di cui raccontavate, spesso molto distanti oppure vicini, ma ben oltre l a mia esperienza, fatta di poche strade e di un grande parco e quindi potevano essere ovunque, su una stella o sulla luna che non sarebbe cambiata la distanza. Le storie di cui Vi chiedevo erano sui parenti, su chi era venuto prima, oppure sulle Vostre vite. Degli anni in cui eravate ragazze, dei lavori fatti, dei viaggi che erano stati emigrazioni, anche se non sapevo cosa fossero per davvero quelle città, quei laghi, quello spostarsi e andare stabilmente altrove. Ogni storia veniva ripetuta e non mi bastavano mai i particolari. Certo il quadro era chiaro, ma neppure le conclusioni erano così ferme da non essere oggetto di nuove precisazioni.

Andando a letto sentivo il fresco delle lenzuola d’estate e il freddo che s’annidava in casa d’inverno. Mi piaceva l’inverno e sapevo che i piedi, in fondo alle coperte, avrebbero trovato, dentro il suo sacchetto di lana una sorpresa calda. Era una borraccia d’alluminio piena dell’acqua che aveva una storia anch’essa. Aveva attraversato un deserto, seguito un viaggio immane fatto di pericoli che ora non c’erano più. Così serviva ad altro e la stufa in cucina, forniva l’acqua bollente che l piedi cercavano, felici di un calore che risaliva per tutto in corpo. Sopra e sotto il pigiamino di fustagno.

Dicevo ‘ancora’, alle Vostre storie, quando già il respiro s’allungava, gli occhi erano chiusi e i sogni irrompevano nella testa, riempiendola di strane fantasie che al mattino ancora non svanivano. I vostri racconti portavano a nonni che erano perduti nel secolo trascorso, raccontavano di inverni in cui non solo i canali, ma persino la laguna era ghiacciata. Parlavano di fatti accaduti nel silenzio delle notti e di fughe sotto i bombardamenti, di città straniere che parlavano in modo strano, di persone che si erano perdute e poi erano state ritrovate. Voi, le mie donne di casa eravate una fonte inesauribile di storia vissuta che non si trovava nei libri, che potevo confrontare con i racconti dei miei amici nelle pause di gioco. Che potevo persino vedere in quella chiesa enorme in cui giocavamo e che era stata distrutta dal bombardamento del ’44. Per le strade o in campagna, quando si facevano gite con tutta la famiglia allargata agli zii e ai cugini, vedevo i carretti con le ruote alte, i campi arati, gli animali nella stalla che confinava con la cucina. Ma questi erano particolari che stabilivano la distanza perché sia la Mamma che la Nonna non erano contadine e ci tenevano alla condizione di essere vissute in città. Come fosse un titolo nobiliare da esibire anche nella lingua che diventava più ricca e ancora più dolce. Ma la campagna si infilava tra le cose d’uso. Era nelle piazze che traboccavano di verdure, di polli e animali da cortile, di farine e legumi secchi, di cesti di vimini, di stoffe grezze, di formaggi, di uova a dozzine e di carni appese sotto le volte di quello che è ancora il più antico centro commerciale del mondo. La campagna, pur assente dalle storie come protagonista, entrava in esse per le distanze, per i possedimenti dissipati, per quelle ‘onoranze’ che arrivavano in autunno come parte di un qualche resto d’eredità ora coltivato da parenti. Erano mandorle, farina da polenta bianca, fichi, uva, fagioli e piselli secchi. Mia Mamma scuoteva il capo e mia Nonna faceva lo stesso perché entrambe pensavano che chi ci mandava quelle cose era più povero di noi e se le avesse tenute per sé non sarebbe stato male, anzi. La fatica era sua e allora i racconti di quel lavorare duro nei colli, con l’asino come aiuto si mescolavano con la diaspora che c’era stata ai primi del ‘900, consumata nel tentativo di cambiare il mestiere antico ereditato nel tenere la locanda, poi risolta nei ritorni precipitosi per la guerra. La prima, quella che aveva distrutto ciò che poteva e aveva lasciato segmenti di una linea che si perdeva indietro nel tempo. A me quella linea interessava e chiedevo. Ricordavo e chiedevo a mia Nonna, ma erano storie che si arrestavano alle soglie del sonno ed erano ricche di gentilezza. Come quelle di mia Madre, così diverse e non di rado allegre, che avevano altre radici. Più vicine, quasi tangibili nella corte di cugini e zii che si riunivano nei giorni di festa dagli altri Nonni. Due donne così diverse per storia, per carattere e per modo di vedere la vita erano vissute assieme per quasi trent’anni, con le giornate condite dai caffè lunghi e dalle parole diverse: più rade quelle della Nonna, più ricche di racconti del quotidiano e della vita, quelle di mia Mamma.

Scoprii, ero già ragazzo, che entrambe, suocera e nuora, compivano gli anni lo stesso giorno e che il diverso, immenso amore che mi portavano era da festeggiare assieme. Allora, non si facevano molti regali per i compleanni e mia Nonna era la custode di un mondo che comprendeva i suoi anni, ma sentire che era per Lei quella torta o quel piccolo dono, le faceva piacere. Mia Mamma amava le feste, lo stare assieme, sorrideva e fingeva di apprezzare gli orrendi profumi che regalavo, ma le piaceva il millefoglie e quello ai compleanni non mancava mai.

In quella terra rossa che innumerevoli generazioni avevano dissodato, depurata dai sassi, resa fertile e coltivata, stavano le radici antiche, ma ancor più esse erano nei racconti che hanno formato una unità forte tra noi. Il desiderio di andare e il luogo in cui tornare. Sono i racconti che a volte cerco ancora di rimettere assieme e che sono Voi, nell’amore immenso che mi avete donato. Qualcosa passerà in avanti e in quelle radici ci sarà del vostro raccontare, pur senza saperlo. Come dev’essere in ogni storia che continua e si fa nuova.

Buon compleanno Mamma. Buon compleanno Nonna.

pulviscolo dorato i giorni

Tanti piccoli fatti si sommano. Ripetuti e singolari, un letto di cose di cui non si tiene memoria eppure sono indizi di vita. Stamattina mi hanno portato un libro ordinato in rete. Mi ha sorpreso quanto male sia stampato. Avere cura di ciò che si produce, diminuisce lo spreco e aumenta la stima nel mondo: sapere che le cose vengono fatte bene fa bene. Ma questo contrasta con il capitalismo, che non è, come dice Barnabè, la teoria che si applica in qualsiasi sistema politico perché è solo la differenza tra chi ha il capitale e i mezzi di produzione e chi ha invece , solo il proprio lavoro, ma è invece lo sfruttamento di qualsiasi cosa possa generare profitto, uomini compresi. E così per il mio libro si usa carta di qualità infima, nella minore quantità possibile perché questo genera guadagno e poco importa se è svilire il bello che quella carta porta impresso su di sé.

La mia rivolta è nei particolari, nei sogni, nei gesti inutili che diluiscono l’impero dell’utile. Credo nella continuità. Mi sembra sia un assioma che non contrasta con il nuovo e che include la discontinuità. Essere parte di qualcosa di più grande, consola. E da cosa dobbiamo/devo essere consolato? Dalla sensazione continua dell’insufficienza, dell’inadeguatezza. Il merito, teoria che parte negativa e diventa positiva sotto la spinta di chi spreme i limoni, è questo continuo premiare e togliere, mettere obbiettivi che devono essere superati e anche quando avviene, sapere che c’è un di più, genera l’insufficienza. Per questo scelgo la continuità, che ha pazienza, riesce a pensare, a vedersi e vedere. Poi quello che ne viene è di una insufficienza diversa, è la consapevolezza che c’è molto di più di ciò che posso fare e conoscere, ma intanto posso portare innanzi un particolare ben costruito.

Stamattina ho raccolto delle noci tra l’erba bagnata di rugiada. Cadono da un albero che avevo piantato nel giardino comune della vecchia casa. Era una pianta che mi aveva seguito, come altre, da una casa precedente. Leggo delle storie inscritte in queste piante che hanno visto molte persone, differenti epoche e sempre hanno dato senza risparmiarsi. Le noci raccolte le ho piantate sperando radichino e ne vengano nuove piante. Facendo queste piccole operazioni di speranza, ho pensato all’amore. Come esso passi e insieme muti e resti con una traccia che continua a riprodursi. Una traccia impersonale che non dipende più da noi, ma è dentro di noi. Iscritta in un dna particolare dei ricordi, del sentire, dei sentimenti. Impalpabile eppure molto fisica, che ha avuto tempi e modi di esprimersi ed ora in altra maniera si esprime. E aggredisce dolcemente quando non si aspetta. Danza in noi come pulviscolo dorato e per un attimo il tempo si ripete, come una domanda sull’infinita possibilità di ciò che non è stato, ma continua ad essere e riprodursi. Storia di tutto ciò che è attraverso noi vissuto. Questa è la continuità che non mente al nuovo e che tiene preziosa la memoria.