l’imprecisione dell’amore

l’imprecisione dell’amore

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
che poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri
a tacere e dire assieme,
riservando un colore ad ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed ecco cos’era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.

il giorno in cui finiscono le risorse del mondo

il giorno in cui finiscono le risorse del mondo

Le pozze s’asciugano,
per primi se ne sono andati i ragni d’acqua,
questione di densità e tensione superficiale, pare,
o forse eran troppo puliti per posare le zampette nell’acqua fangosa,
poi sono spariti gli animaletti piccoli e guazzanti,
forse son cresciuti, ho pensato,
e ora si nascondono nel verde delle piante d’acqua.
Sono rimasti pesci guizzanti, senz’ali né zampe,
affamati e prigionieri  d’un tempo che non è più amico,
e ignari che oggi è il giorno in cui le risorse del mondo
gia sono consumate.
A loro basta una pioggia
per l’orgoglio di muoversi sicuri,
mentre a qualcuno di noi viene l’angoscia
di sapere dove sono i ragni d’acqua.

andare

andare

Andare dove il sasso viene tradito dalla languida carezza dell’acqua
e del gelo,
là dove il vento agita le erbe e sparge colori tra i rami,
mettere il passo dove le voci ascoltano e gli animali scordano il vivere dell’uomo,
andare seguendo un pensiero che si radica,
e oscilla tra terra e cielo, indeciso.
Andare inseguiti dal futile e in cerca di appigli,
andare sapendo dove s’annida la verità,
vicina alla vipera e al ronzare delle mosche,
presente e minacciosa perché muta la percezione,
e andare ad essa che avvelena i pozzi dell’acqua di città.
Andare dove la radice prende la forma della serpe e la sua fatica si somma
e si sottrae al tempo,
andare sapendo l’ignoranza di sé e stupirsi d’ogni bellezza che impudica si palesa.
Andare come a un difficile amore
che cambia
e nuovo ti fa ritornare.

ti parlo della pioggia

ti parlo della pioggia

Questa notte, era prima dell’alba, è iniziata una pioggia violenta, continua. Si sentiva sul tetto in lamiera, sulle persiane chiuse. Insisteva per scrosci e ventate. Nel cortile c’era un rumore di ruscelli che si congiungevano verso la grande grata in ferro. Sembrava trascinassero le piccole pietre aguzze divelte dalla terra, tolte dall’asfalto, le foglie strappate, gli aghi di pino accumulati in piccoli mucchi e nulla si fermava in questa violenza d’acqua che inzuppava il terreno e ne traboccava, con rumori che si confondevano e diventavano un tutt’uno che sembrava travolgere ogni cosa. La tempesta è durata a lungo, ha smesso che era già luce piena e il cielo si è illuminato di sole e d’azzurro, lasciando vedere le tracce d’una lotta notturna, una baruffa tra cose dove qualcuno aveva resistito, altro era prevalso, ma il tutto si era ricomposto in un nuovo ordine che attendeva d’essere asciugato e reso stabile. Ho pensato, ai racconti di città che riportano una forza più stabile delle cose: non ci raccontiamo dello smottare, del confondersi di rami e dell’impotenza delle case, piuttosto pensiamo alle sicurezze degli spazi che si sono consolidati, alle cantine che a volte s’allagano, ma rendono stabili le case. Ci rendiamo conto che gli edifici dell’uomo sono conficcati come rocce e di rado, nelle nostre pianure, se ne vanno per loro conto. Forse per questo non ne parliamo e ci sembra naturale sia così, ma stanotte non sembrava fosse tutto così stabile e persino il bosco poco distante si muoveva e aveva rumori strani di terra strappata, di rami che si staccavano e venivano portati altrove.
Non è accaduto nulla d’importante e forse per questo, più tardi, tutto s’è oscurato nuovamente. Il grigio ha inghiottito sole e azzurro, ed è diventato del colore delle terre di fonderia, come avesse esaurito la sua capacità di dare cose utili e ora attendesse solo di cadere esausto al suolo. E così è stato, in una nuova bufera d’acqua e grandine che scaricava le nubi del grigio ma ancora non si contentava. Pioveva da un cielo bianco, candido di nubi rapprese e spesse, pioveva con violenza e grandinava. Guardavo la casa poco lontana e la sua grondaia che traboccava ondate d’acqua e grandine, come usano fare i pescatori sul pesce preso e disposto in cassette, quando buttano la graniglia di ghiaccio e sale, senza risparmio, così, allo stesso modo, i tetti distribuivano sui cortili, sull’erba, sui terrazzi inermi, ciò che veniva dal cielo.
In questi giorni si parla spesso di siccità, si vedono terreni arsi dal caldo, piante avvizzite, questa violenza d’acqua sembrava essere la loro conferma perché si sarebbe esaurita presto e dispersa in fognature, in fiumi che s’ingrossano d’un nulla mentre i laghi restano vuoti e le fonti tacciono. Pensavo agli animali che erano sui prati e che ieri s’azzuffavano per bere in una pozza e ora si rifugiavano stretti gli uni agli altri ma di certo non avrebbero avuto grande beneficio da tutto quello scrosciare, anzi il passo sarebbe diventato malfermo. I declivi per un poco sdrucciolevoli, sarebbero stati pericolosi, mentre intanto il terreno carsico avrebbe inghiottito tutto fino ad un nuovo secco.
Questo procedere per scossoni d’acqua e sole, m’ha fatto pensare alle nostre rincorse fatue, al cercare equilibri difficili e momentanei in attesa che qualcosa consolidi l’ordine delle cose. E se le cose non avessero un ordine che ci piace, mi sono chiesto? Dovremmo adattarci ma non tutti riusciremmo e la riottosità non servirebbe a nulla o quasi. Dovremmo leggere le cose nel loro divenire, anche se sembra sempre così difficile perché nelle nostre vite attendiamo un nuovo che ci sia amico. Lo vogliamo così forte che quando non c’è o ritarda ci sembra di cancellare il buono che abbiamo e che ci attornia e allora disperiamo. Accontentarsi non è una virtù, è una resa al passato, a ciò che è stato.
Pensavo a cose che entrambi conosciamo, ad esempi che ciascuno potrebbe invocare a propria giustificazione per il non fatto, per ciò che si è evitato per paura o dolo e così evitiamo in egual misura gioie e dolori per lo stesso timore ovvero che la delusione ci prenda e ci annichilisca nelle forze nel tentare qualcosa di diverso.
Intanto l’acqua cominciava a scemare, procedeva per scrosci e mentre ne zittiva uno se ne preparava un altro, ma sempre più debole e meno convinta. Come la furia si quietava e lasciava tracce attorno, non c’era un nuovo stabilirsi del futuro: si era sfogata e ora guardava indifferente. Priva di colpa e di un progetto che non fosse l’essere guidata, se la si voleva amica. Anche nell’indifferente quiete aveva molto da dire e io ho pensato che se mai ti sia capitato d’insegnare questa parte del caso, che è apparente, ed è in realtà solo fatica e ignavia per il nostro non volerlo vedere. Come per gli amori indecisi, ho pensato, che hanno bellezza e struggimento, ma poi si spengono altrove e non se ne capisce il motivo semplicemente perché non si è indagato nel semplice divenire delle cose che non si ripetono e lasciano rimpianto. E allora ho pensato che nella bellezza e nel momento in cui accade bisogna capire d’esserci e che tutto, anche nella tempesta, assomiglia alla fine della sesta di Beethoven condotta da Kleiber, così definitiva da lasciare intuire, a chi l’aveva ascoltata, la bellezza nel suo divenire e di come essa possa essere quando venga messa nel giusto ordine. Allora la consapevolezza ci lascia ammutoliti e indecisi se manifestare la gioia che si è generata oppure se tenerla dentro di sé in un attimo che dura all’infinito. Pensieri incongrui alla furia e al bene dell’acqua caduta: ora nel prato giocano i bambini e tutto sembra nuovo. Perdona il divagare che si sofferma sulle cose, però mi auguro che un poco del fresco che ora avvolge tutto il verde, che lo rende splendente, ti arrivi e sia come un dire sommesso che non si capisce bene cosa racconti, ma è caro al cuore e accarezza.

 

 

la nuova casa sul colle

la nuova casa sul colle


Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno,  i suoi  muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato.
Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo  il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .

felici di non negare la felicità

felici di non negare la felicità

 

Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.

Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.

Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?

E quella nuova, perché l’abbiamo negata?

Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.

 

Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.

 

 

Passerà

Passerà

Passerà la breve rabbia, il dispetto che prende quando ciò che prometteva non mantiene.
Passerà deviando percorsi immaginati,  ripiegando attese.
Servirà giusta distanza e tempo.
Il tempo livella, è galantuomo, sistema con grande attenzione le cose nei cassetti dei ricordi.
Quindi passerà e l’attenzione si sposterà altrove, troverà nuovi motivi, ricombinerà i percorsi e indagando con la lucidità che viene dal guardarsi indietro, troverà le ragioni, i piccoli errori, per ciò che sembrava evidente e non lo era.
Una parte degli uomini crede che ciò che offre, che la capacità espressa e in nuce possano essere di per sé riconosciute; sono persone che non si mettono davanti, che non dicono io alzando la mano. Sono destinati ad essere sottovalutati e se hanno raziocinio vedranno che magari ciò che viene poi fatto, loro, l’avrebbero fatto meglio o più convenientemente. E sbagliano nel non proporsi, ma non è nella loro natura e quindi come biasimarli?
Del presente si può dire sempre molto, ma è così carico di passato da impedire un approccio sereno.
Meglio attendere e nel frattempo fare ciò che viene, esserci, guardare innanzi e immaginare il futuro che piacerebbe o almeno quello che sembra migliore di ciò che si presenta.
Si parla di cose, di fatti, di sentimenti molto meno, eppure in essi si accendono e si spengono umori. Qualche volta il cielo li accompagna, più spesso è un navigar di nuvole e potrebbe essere diverso. E qui il passerà e l’essere riconosciuti funziona molto meno e davvero il tempo dell’occasione rifulge per fatalità e potenza. Passerà lo si dice ad altri, ma noi sappiamo che quel verbo così duplice non farà davvero passare nuovamente ciò che si perde in lontanza.