c’è un’ora ma potrebbe essere di più

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

foglie a settembre

foglie a settembre

Dico che non mi stanco, ma non è vero, 

parla il bimbo che nega d’essersi sbucciato e il sangue che rapprende, nel gioco ormai non conta,

ma c’è una stanchezza che ogni volta lascia centimetri al tuo tempo ,
e tutto si raccorcia,
la pazienza o le parole che si perdono prima d’esser dette,

finché restano i si e più spesso i no,
senza spiegazioni.

Le foglie di settembre non si fidano del tempo,

restano, guardando, mentre la stanchezza si traveste,

e assume forme nuove per bisbigliare

che questo l’hai già visto, e l’hai vissuto,

quest’altro già ti è stato detto.

Forse per questo, prima di volare altrove, si distraggono le foglie:

per la stanchezza d’un ripetere che non ha dell’abitudine il calore,

e neppure è nuovo,

ma se tu mi chiedessi se davvero sono stanco,

negherei col capo perché è tutto un gioco

e ci sarà la primavera dopo aver sognato un volo.

tre pezzi quasi facili 1.

tre pezzi quasi facili 1.

Vicino a casa stavano costruendo un pavimento a mosaico: era di un interesse straordinario. Giorno per giorno il cemento si copriva di tasselli multicolori, piccoli, quadrati. Non avevo mai visto un pavimento così liscio e allegro. I terrazzari mi regalavano i pezzettini di ceramica avanzata e io mi riempivo le tasche di un tesoro intriso di malta. Mia madre non apprezzava il risultato, mia nonna tollerava la nuova ricchezza che possedevo. Bastava fermarsi a guardare, non intrigare (dar fastidio) e rispondere sorridendo alle domande dei terrazzari che stavano seduti su buffi sgabelli monogamba, piccoli e bassissimi e battevano con dei cilindri di legno col manico (erano mazzuoli ma allora non lo sapevo) i fogli di mosaico sulla malta fresca. 

La mattina l’avevo cominciata con il caffelatte, la sveglia senza premura di mia nonna, il profumo del sugo per il mezzogiorno. Fuori c’era sole e caldo, era settembre e la scuola sarebbe venuta tra due settimane. Per questo avevo fatto le scale saltando i gradini, era ancora vacanza, libertà di essere e di fare. Poco lontano da casa c’era una piccola cartolibreria, ero entrato, sniffando per bene il profumo di inchiostro e matite di cedro che aleggiava fin oltre la porta aperta. La scusa dei nuovi libri di scuola in arrivo, mi dava un motivo, ma in realtà mi piacevano così tanto i colori e profumi di quel posto minuscolo, e mi piaceva la signora, che oltre che bella, era tollerante verso uno strampalato compratore di pennini, e mi permetteva di toccare, chiedere prezzi per me inarrivabili, di saggiare su una carta le intensità dei colori di prova. Lei non lo sapeva ma quel profumo mi sarebbe rimasto, assieme alla sua eleganza, nel prosieguo degli anni e credo abbia motivato gli acquisti sconsiderati di cancelleria della mia vita.

Il nuovo palazzo dai grandi portici e con il suo pavimento a mosaico, era poco oltre, sulla strada verso i giardini. Era la mia strada e passavo da piacere a interesse, una bella mattina. Quel palazzo aveva preso il posto di qualcosa di antico, abbattuto in poco tempo, era così nuovo, razionale, signorile con grandi vetrate che contrastavano con tutto ciò che lo precedeva: le case, i negozietti, incorniciati da vetrine dai profili in ferro battuto con volute liberty, i portici più bassi, le pavimentazioni in trachite sconnesse. Insomma era il progresso che entrava in una via del centro, una nave incurante dei flutti e delle vecchie isole, un rompighiaccio che cambiava ben più che la vecchia via. Infatti non pochi palazzi simili avrebbero sostituito case antiche ma modeste, i palazzi del ‘700 senza più nobili, avrebbero riempito giardini e cortili col cemento del nuovo che cresceva in fretta.

Anch’io crescevo in fretta, la scuola era tra due settimane, c’era la nuova libertà di poter andare nei luoghi dei giochi da solo. Quella mattina ero particolarmente contento, cantavo e fischiettavo con quel passo particolare di corsa che metteva insieme anche lo scivolare sulle superfici lisce. Sembrava una perenne rincorsa e se mi fermavo di colpo era perché ero attratto da qualche novità della via. Finché ero stato in vacanza anche il consueto diventava nuovo e dove c’era il vecchio albergo aquila nera, sul lato, era stranamente aperta la stradina di solito sbarrata da un cancello alto. Potevo esplorare. In fondo una tipografia stantuffava biglietti da visita, ma prima, sotto le finestre delle camere dell’albergo, c’era una congerie di oggetti caduti e buttati. Una discarica di pennelli da barba spelacchiati, rasoi a lametta, spazzole, molta carta e giornali illustrati. Uno di questi era in bella evidenza e aveva una ragazza in costume rosso in copertina, mi sembrava bellissima: compitai il nome, era Lucia Bosè. Stavo pensando come fare razzia e con chi scambiare gli oggetti che potevo prendere, quando uscì un facchino che per prima cosa si prese il giornale e poi mi cacciò chiudendo il cancello. Accadeva  che i dessero dimostrazione di forza, bastava schivare sberle e pedate, che neppure ci furono, quindi, poco male e l’umore non cambiò, mi attendevano gli amici e una esplorazione lunga nella maresana del canale, il luogo più proibito che conoscessi. Per le bombe che si diceva potevano ancora esserci e per i pedofili che invece c’erano di sicuro ed erano più pericolosi delle bombe.

L’esplorazione andò bene, tornai a casa intero, ma mi vorrei fermare in quel pezzo di via e in  quella sensazione di settembre che porto ancora dentro: ho le tasche dei calzoncini rossi piene di pezzetti di mosaico, una maglietta bianca e una sensazione di me che mi comprende intero, ossia sento la libertà di correre, di cantare, di essere felice. Mi attendono avventure e ho una casa in cui sono molto amato. So dove andare, sono curioso e intrepido al punto giusto e so dove tornare. In quel momento non lo posso sapere, ma lo scoprirò negli anni successivi, che in quei giorni finisce la fanciullezza. Non è di colpo, continuerò a combinare guai, ad arrampicarmi dove non devo. Farò collezioni strane, preziose e inutilissime. Leggerò moltissimi fumetti, mangerò cose buonissime e rifiuterò categoricamente quello che non mi piace. Ma proprio allora una parola che prima veniva ripetuta a mio fratello, e che io neppure consideravo riguardarmi, mi verrà spiegata e inoculata: responsabilità. Beh, la mia resistenza inizia nello stesso momento in cui capisco che quella parola agisce e volatilizza il piacere come prima scelta, lo rende un processo di ragionamento. Prima non mentivo a me stesso, poi con la responsabilità ho  cominciato a negare l’urgenza, a posticipare le scelte, ma  non sfuggivo ad un senso di mancanza verso qualcuno o qualcosa e quella parola vinceva sempre e faceva finire gli aspetti più liberi dell’età fino allora vissuta.

Ci si barcamena, si cresce, l’età porta carichi di nuovo che devono essere interpretati e fatti propri, si trovano strade aperte prima chiuse, sentieri tra le erbe alte, immaginazioni e sorrisi che dicono più del sorriso, però ho corso sempre meno per la pura felicità di sentire l’aria sul viso.

l’inutile, alla fine

l’inutile, alla fine

cof

Avevo cominciato con quel tono di voce basso che mi viene naturale quando voglio dire qualcosa che è riservato a chi mi sta davanti. Spesso è una riflessione, o un’acquisizione faticosa, oppure un piccolo segreto che prima era stato una paura silente. Attorno c’erano le persone distratte dei bar, il tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, le voci dei baristi che parlavano tra loro di ordinazioni e con i clienti. Noi non abbiamo le atmosfere di Carver e neppure le solitudini di Hooper, quelle le riserviamo alle chiese o ai musei di periferia. Nei bar c’è sempre un motivo per essere in parecchi, perché sono un composito rispondere alle solitudini, credo, comunque il tono della voce era basso e parlava di solitudini, di impossibilità di comunicare per davvero quello che sta sotto il primo strato di sentimenti.

Mancano le parole giuste, dicevo, perché la comunicazione si è fermata più in superficie e sotto, non aveva bisogno di avere un tramite tra realtà interiore e la sua rappresentazione. Questo, dicevo, motivava il fatto che spesso anche tra persone che si vogliono bene non si riesce a trovare il modo di dirsi la ragione dello scontento o della contentezza profonda, forse perché questa sembra non spiegabile o banale. E comunque quando si cerca di dirla le parole hanno contorni poco netti, si sente il bisogno di aggiungere parole e si fa peggio. Insomma, a bassa voce, cercavo di spiegare quello che chi scava e si cerca dentro, sa, ossia che dopo un po’ ci si ritrova con qualcuno che non si conosce appieno, ed è familiare quel tanto da tenerlo in casa, ma si capisce che è lui che comanda l’umore, che assicura le continuità, che decide se un sentimento può essere adeguato o meno al desiderio.

Parlavo di pulsioni che non si soddisfano, ma capivo che la parola sembrava più uno spintone in una direzione che un accompagnare verso un piacere o un essere più pieno. Ed era questa la consapevolezza in cui incespicavo da tempo ossia quella dell’assomigliarsi. Da lungo tempo avevo concluso che il senso della vita era un cercare di essere simili a ciò che si è davvero, e nonostante i condizionamenti, l’educazione, le regole e la necessità, l’io si contemperasse con un noi. Mi sembrava una buona strada, aveva il pregio di non finire e prometteva di stare sempre meglio con gli anni,  nonostante la memoria accumulasse esperienze, gioie finite e fallimenti, insomma quello che chiamiamo occasioni perdute. C’era sempre abbastanza novità da scoprire nel daimon che rendeva utile ma mai definitivo il passato. Questo assomigliarsi sembrava un’opera che sgorgasse per suo conto: bisognava approfondire la conoscenza ed essa veniva fuori un po’ per volta.

Questo fino a non molto tempo fa, poi mi ero accorto che bisognava partire da una domanda imperfetta con risposte parziali, ma che esigeva una risposta altrettanto parziale e imperfetta: cosa volevo per davvero e chi ero. E là sotto, passato lo strato superficiale, seguendo i meandri di qualcosa che aveva poche parole per essere definito, trovavo contraddizioni apparenti: c’era la realtà percepita da un cieco sensibile e attento che rifiutava ogni scusa o risposta inadeguata. Con lui non si poteva fingere; si poteva fare quello che conveniva, quello che era necessario, e lui, semplicemente sarebbe stato insoddisfatto, avrebbe un po’ mutato l’umore, ma non avrebbe accettato scuse. Insomma era un  motore incessante di cambiamento non di adeguamento. Non gli potevi descrivere la realtà come la vedevi, perché immediatamente ti chiedeva dov’eri in questa realtà, perché la pulsione, lo spintone di cui parlavo, era per lui un motore incessante, ricco di energia che spingeva e chiedeva dimostrazioni tangibili per i desideri.

Dicevo, a voce sempre più bassa, che in fondo noi siamo i nostri desideri per chi ci vede e che la soddisfazione o meno di essi, oltre al nostro scontento, determinava l’idea del fallire qualcosa che ci riguardava. Andava bene sublimare, ma qualche sbocco poi doveva essere trovato. Insomma facevo queste considerazioni e capivo che mi mancavano pezzi e parole, che comunicare è fatica, che muoversi in terreni che riguardavano l’intimità di noi stessi, oltre che essere riservato, diventava complicato per l’attenzione. Perché in fondo tutti vorremmo uscire dalla piscina e dire Eureka, come Archimede, e pensare che tutti capiscano subito la profondità di ciò che si è scoperto, ma in realtà altri daimon stanno stesi al sole o nuotano distrattamente, e sono compresi neri loro pensieri nell’attesa di un aperitivo o di una sera che soddisfi un desiderio.

Poi allineare tanto sentire non è mai cosa facile e per quasi tutti, credo, un’attività inutile.

 

 

conosco l’esperienza del limite

conosco l’esperienza del limite

Conosco l’esperienza del limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
nitida per conoscere il bruno della terra che sta oltre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure si come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità, mentre parlo a me che traccio
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.

cannelle

cannelle

Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.

Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.

Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.

Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.

improvviso

improvviso

Fu come l’amore, qualcosa che non si poteva dire e neppure tacere. Fu una ventana che prese il cuore e il cervello, un segnale che ben altro doveva accadere. Quelli che vissero, partecipando, quei giorni, ne furono presi e segnati per anni. Manifestazioni, voglia di riscatto, speranza, ma anche sconfitte cocenti, arretramenti. E di questo bisognava parlare, bisognava partecipare perché accadesse il buono e non l’epilogo tragico.

Da queste parti il temporale si preannuncia passando dalla lietezza del sole a un cielo che si fa bianco di nubi, e poi grigio, ma sembra ancora tutto in forse e potrebbe accadere che il cielo si liberi lieto oppure che cessi il vento. E allora siamo a un attimo prima che la pioggia cominci violenta a spazzare tutto. Così allora, ed era lontano, in Cile, ci fu un prepararsi di eventi, un confluire di congiure che noi percepivamo da distante. C’arrivava un’ eco di fatti  banali, di situazioni contraddittorie. Il governo e il parlamento nazionalizzavano le miniere di rame e i grandi proprietari stranieri, americani, reagivano con gli embarghi. Si bloccavano i camionisti, nei negozi sparivano i generi di prima necessità, Salvador Allende ribadiva la via della democrazia alla nazione e parlava, come aveva sempre fatto nella sua vita, di socialismo. Non erano i proclami di Fidel, era un medico che aveva vissuto le miserie del suo popolo e le aveva capite, ora proponeva che un Paese con risorse e voglia di lavorare pensasse a se stesso. Credo che anche Berlinguer e altri leader comunisti, fossero poi colti di sorpresa da ciò che accadde l’11 settembre, perché è vero che s’era in epoca post coloniale, che le aree di influenza erano ancora ben salde nelle mani dei potenti, ma si era anche negli anni ’70, la guerra fredda era stata scaldata dai fatti del Viet Nam, c’era stata una sollevazione mondiale di giovani e di speranze che era partita proprio dagli Stati Uniti. Insomma c’era un cielo pieno di nubi ma tutti speravamo nel sole, anzi ne eravamo certi. Poi avvenne tutto in poche ore, certo ci fu una regia, due mesi prima il comandante in capo delle truppe, un vecchio generale fedele alla Costituzione, René Schneider, era stato ucciso in un tentativo di golpe, e il tentativo di coinvolgimento dei militari nel governo non era andato a buon fine. Anche la nomina di Pinochet a capo dell’esercito, ritenuto da Allende persona fedele alla democrazia fu un errore, l’11 settembre i militari attaccarono il palazzo presidenziale con gli aerei. Allende rimase a difendere ciò che aveva sempre affermato, la legittimità e il diritto e morì. Pinochet prese possesso del Cile in nome e per conto, non dei cileni, non della democrazia, ma degli interessi degli Stai Uniti, con la connivenza di gran parte di quello che allora era detto l’occidente democratico. Insomma non avevamo capito che il mondo non era quello che diceva di essere, che la democrazia non funzionava come libertà del popolo di scegliere, che non bastava la coerenza per mutare una nazione se questa era negli interessi geopolitici ed economici di altre ben più grandi, che arrivare per via democratica al cambiamento non aveva alternative, ma era una debolezza non una forza. Ciò che accadde in Cile scosse il mondo, ma non gli impedì di accadere. Berlinguer scrisse i suoi articoli sul compromesso storico partendo proprio dai fatti del Cile, trovò in Moro un ascoltatore attento e partecipe. Qualcosa di nuovo si delineava anche in Italia, poi ci fu il rapimento e la morte di Moro e venne altro.

Improvviso in politica è qualcosa che sembra una contraddizione e lo è se non si osservano bene le forze che si muovono sotto gli interessi contrapposti. Così mi viene da scuotere il capo quando si respingono i profughi economici mentre anche le nostre aziende depredano l’Africa, quando i piani di aiuti finiscono in minima parte a chi ne ha bisogno, quando si mantiene il sottosviluppo perché interessa la manodopera a basso costo. Certo poi qualcosa accade all’improvviso, ma se pensate bene, raramente mantiene la rotta verso una maggiore giustizia ed eguaglianza. E al contrario di allora, oggi c’è molta meno attenzione e passione, così l’indifferenza lascia passare tutto e nulla muta per davvero in meglio. Con tutto il nostro ragionare, con la convinzione del logico e del giusto, se non c’è passione e un noi che davvero prevalga, alla fine altri ci guidano e l’improvviso diviene solo il temporale.