hallelujah per quattro voci maschili precarie

C’erano molti in chiesa e altrettanti non sono venuti per paura. Oggi il sentimento dominante è questo, la paura, oppure l’indifferenza. Ne abbiamo un po’ parlato nelle poche conversazioni possibili, dietro mascherine chirurgiche e guanti di lattice eravamo pur sempre due amici che si ritrovavano dopo 50 anni. Cos’è accaduto in questi anni di divaricazione? I primi barlumi di un ricomporre e poi tutto è precipitato. Ci siamo visti ancora a parlare di musica per non parlare di te se non per quelle frasi brevi e così intollerabili che necessitano di banalità e di speranza per essere colmate. 

Non ce la faccio più, hai detto, ad un certo punto bisogna dire basta.

Ho sperato che non fosse così, che il corpo si ribellasse e invece ti ha assecondato. E la tua mancanza torna in altri modi. Si intreccia con la mia vita di allora. La illumina, anche se è difficile dopo tanti anni di avere la limpidezza che motiva le azioni, le scelte. Bisogna accontentarsi di angoli pieni di polvere, di ragni che scappano veloci. Si deve far la punta alle matite e osservare i trucioli prima di scrivere. Si può essere un campo di battaglia a vent’anni come a settanta, ma le battaglie sono diverse e anche il miles è differente, e non è solo questione di stanchezza ma di ricordi sovrapposti in strati che quando si torna indietro sono cerotti che strappano pelle apparentemente sana. Ho ricordato e ricorderò moto di quei sette anni in cui accade di tutto in ogni essere che cresce. Le persone hanno ripreso sembianza, le voci, i suoni, i sogni si sono dotati di consistenza. Fuori infuriava il cambiamento. Anche dentro accadeva ma eravamo distanti di pochi anni ed è un’epoca quando accade qualcosa di grande, che riguarda tutti. Così mi appello alla dolcezza della voce di tua mamma, a noi quattro assieme per parlare di quasi tutto, alle cose scontate che tali non erano. Mi appello alla clemenza dei ricordi che hanno sempre una via d’uscita anche quando sono solo un angolo di polvere. Polvere buona , basta soffiare e sotto appare qualcosa, un fatto, una scorribanda, dei colori che si piegano in figura e diventano cose, apprendistato. I colori dovrebbero restare puri dopo una certa maturazione, essere il segno granuloso di un pensiero che è esistito, la mano che ha tenuto il pennello come doveva, la tela o il legno o il vetro che hanno accolto. Dovrebbero, ma non sono, nuvole che assomigliano e nel particolare sono qualsiasi cosa, un viso che ammicca, un corpo che si rivela, un segno antropomorfo della coincidenza di molecole che allora era un complesso grumo di pensieri, di desideri, di cose dette e di molte non dette. Neppure pensate. Adesso che non ci sei più per ascoltare forse avrei potuto spiegare le ragioni facili, non quelle difficili. Sono stato accolto, ci può essere altro sentimento che non si ricomprenda in questo e che non abbia una sua ragione conseguente.

Sto ripercorrendo la genesi che mai è un colpo di magia, ma un farsi che si relaziona tra volontà e accoglienza e ha così tanti rivoli che quell’angolo di ragnatele conta sino a un certo punto mentre sono i ragni che aiutano a discoprire. Che portano altrove e congiungono cose e fatti, persino i pensieri presunti e le voci mettono assieme. Gli sguardi i desideri sopiti, le nefandezze lievi e le paure che furono attraversate ma non eradicate. Un aiuto fondamentale come nel costruire la propria casa sono le travi e i plinti, la mia era simile a quelle che si vedono nelle vecchie città del nord, quelle risparmiate dalle bombe e che mostrano le travi incrociate nelle facciate, sepolte nella calce e integrate nella pietra. Scatole che si tengono in piedi da sole, basta appoggiarle a terra, pensateci bene perché ci chiedono di costruirci così e non di guardare dentro dove c’è oscurità, stanze che attendono la luce, pavimenti di legno solido. Siamo di quercia, di pietra o di incannucciato? E i colori sono puri oppure scivolano come i pensieri, scurendo e mutando riflessi, lungo pendii scivolosi che portano verso un incognito nulla, tale perché scoprirlo è fatica e genera paura.

Non avremmo parlato di questo e neppure di chissà quante altre cose accadute nel silenzio del cosmo che ognuno possiede e riempie di deità personali. Avremmo. Avevi iniziato, parlando di passioni. In questi pochi incontri ho ascoltato curioso e mai sazio, ma c’era poco tempo ogni volta e nell’ultimo incontro stavi già troppo male. Volevo stessi bene perché il tuo mondo non ti avrebbe mai annoiato e nella tua voce emergeva l’entusiasmo di allora per le cose da fare, per quelle conosciute. Un solido sistema di valori e di conoscenza non impedisce che vi sia una insaziabile curiosità e questo era uno dei tuoi doni di cinquant’anni prima. Conoscere il rigore e la misericordia, la conoscenza e l’ignoranza e metterli assieme in una gara dove ciò che conta è sapere oltre. Forse non dentro, quella era cosa mia, ma per il tuo mestiere di formatore era essenziale comunicare questo competere con il sapere, con la gioia che esso provoca e lo smarrimento ch’esso sia sempre parziale e insufficiente. Così mi hai parlato del tuo metodo educativo, dell’entusiasmo che provocava nei ragazzi e dei risultati eccellenti che otteneva sollevando nuvole d’interesse in età in cui la distrazione è facile ma la competizione è campo che ciascuno può frequentare. Capisco la difficoltà dei tuoi colleghi a seguirti perché questo modo d’insegnare era fatto di lezioni che si rinnovavano costantemente ed era impossibile ripetere. Questo tuo parlarmene mi riportava alla mente le giornate passate assieme allora, la spinta a sapere, a scoprire che era la regola del gioco per stare assieme e che aggiungeva in continuazione l’ironia al sapere qualcosa in più, in una gara non dichiarata dove, a mio modo ho imparato a pensare e a considerare la relatività degli assoluti.

Non c’è stato il tempo di rimettere insieme gli universi che si erano svolti per loro conto, ma hai riaperto una stanza che forse non è unica e nel buio mostra coincidenze e cose, annoda e scioglie, rigenera curiosità assopite. È un dono che si somma a quelli ricevuti allora e di questo ti sono grato, come dello sguardo che hai sollecitato, delle domande che mi sono fatto e che nascono inarrestabili seguendo quei ragni che portano altrove e insegnano l’arte dell’annodare fili apparentemente esili. Nel buio dei luoghi comuni, nell’assodato ritrovo ragioni, dubbi e molto presente.

Tu che avevi un orecchio assoluto per la musica, avresti sentito in quell’ halleluja, non le stonature, quelle fanno parte del cantare, ma l’esitazione e poi la rincorsa a rimettere in ordine la melodia, avresti sentito l’incastro meraviglioso delle voci e il loro deviare, perché non era possibile fare altrimenti. E avresti notato e sorriso. Ho capito nel tempo che ciò che non si può fare bene una volta non è perduto per sempre, che la prossima sarà meglio o peggio ma sarà comunque un capire di più, un tentare per una volta la perfezione. Già, la perfezione, quella cosa dinamica che dura un attimo e lascia tracce indelebili, ma non s’accontenta di ciò che è stato e aggiunge e riprova, perché c’è sempre un’altra occasione e un meglio sconosciuto. Questo ho pensato di te e di ciò mi hai donato. Grazie, ancora grazie.

ausencia

La potenza generativa di un algoritmo umano, fatto di vene, di sangue veloce, di connessioni elettriche e di mediatori chimici, di misteri che si annodano, di serpi e di code di gatto, di ricordi, di meraviglie spalmate su un tempo che è presente eppure è già futuro e passato assieme. Ciò è ansia, intrisa d’attesa e di rilassato lasciar fluire.

Il fiume ci trascina e ci guardiamo, perché siamo riva e acqua che discriminano, separano e dicono ciò che resta e ciò che scompare indietro. E di questo tempo rimane ciò che ha la forza di guizzare assieme, un moto d’acqua nel pensiero e l’algoritmo s’acqueta, diviene solida certezza, speranza condivisa e soprattutto amorosa relazione. Ciò che si perde nel vortice improvviso era sale destinato ad andare altrove, sciolto in un tenersi, assaggiarsi, ma le cose poi hanno separato. Poteva, ma non è stato. È triste l’addio che non si consuma, che non diventa parte di un vissuto comune, che non s’acquieta nel sogno. Se non accade c’è l’infingere che parla d’altro, ma era finito il percorso, sciolto l’arcano e ora il mistero è svelato, rivelando il poco rimasto.

Tristezza nelle cose micragnose, consumate per trascuratezza, come in una reazione chimica veloce in cui tutto decade per assenza d’ossigeno, È stato un veleno che ha impedito il coagulare, che ha rinfocolato l’ impazienza di andare senza capire o salutare, e un altro algoritmo ha portato ad altra soluzione. Così si è ripartita la responsabilità in una reazione che non avviene e forse è maggiore d’una parte rispetto all’altra, ma che importa, non è avvenuto e ciò che non avviene non esiste se non nella nostra mente. Non nella corrente, non sulla riva, ma solo in quella potente macchina che immagina e connette ciò che non ha capi, la memoria, e solo lì poi improvvisamente si svela, prima di sedimentare in strati di ricordo. Ma è già finito: prima d’iniziare s’è compiuto. A suo modo perché nulla si compie per davvero se non in una fusione di molecole che altro genera. Ciò che prima non c’era e ora c’è. Può bastare tutto questo per dire che non c’è stato? 

il sole sotto il portico

Il sole sotto il portico, illuminava colonne scrostate,

segni di gesso e un viva Coppi di un vecchio tour,

anche d’inverno, la porta dell’osteria era sempre aperta, 

e sopra era scritto: agli amici,

come un tempo si diceva. 

Fuori, in attesa, c’era un sacco di patate da 40 chili,

la sera veniva un pugile e lo portava dentro,

poi si beveva assieme,

mentre ai tavoli si cenava e si giocava a carte.

Qualcuno, in fondo alla sala, cantava con la cuoca,

e le voci erano più forti mentre scorrevano le ore e il vino.

Fino alla chiusura nessuno se andava

s’aggiungevano mezzilitri e sedie

fino a notte fonda poi,

nell’aria fresca, si sentiva che l’odore di baccalà

e di spezzatino avrebbe danzato col cappotto e con la notte,

anche a casa, togliendo il pensiero di spiegare troppo.

Appena dopo c’era la casa, la porta di legno coi vetri disegnati,

il corridoio stretto e scuro, la porta, le scale.

Si saliva solo per andare al bagno, 

l’amicizia avveniva lì, in un pianoterra, 

tra un divano e una stanzetta che s’apriva sul giardino minuscolo.

Come le cose che ho scritto nella vita,

e ancor più di quegli anni,

così difficili da raccontare e così asimmetrici:

un fiore nell’asfalto,

ma era vita mia, scelta con la felicità degli errori da pagare dopo

come chi ha ancora tutto da leggere e ancor più da scrivere

di sé e del mondo

così bello prima d’essere capito.

La signora Lolli era una brava cuoca e una grande madre. Con poche cose, in una minuscola cucina, allestiva un pranzo, che poi raccontavo a casa e incuriosiva senza invidia. Noi si mangiava altro. La signora Lolli era gentile e aveva la curiosità di capire chi le stava attorno, ma anche la fermezza di guidare il tempo suo e dell’unico figlio con una libertà e un rispetto raro.

La pensione di vedova, convivere con la famiglia della sorella, le era bastato. I ragazzi erano nati in tempo di guerra, ed era rimasto vivo solo il cognato. Così le sorelle si erano riunite, i legami rafforzati, i ragazzi cresciuti assieme. Un clan in cui ero stato accettato, giovane, forse troppo, ed entrato con la pervicacia che accompagna il fascino di chi è un po’ più grande di te. Ho appreso molto tra quelle mura, solo il mio tempo era sbagliato, come può esserlo per chi lo sfida, ma ne ho un ricordo che ora affiora e riempie le ore in cui dormo poco. Non è l’unico, certo, ma quelle strade, quei discorsi portati innanzi con la spavalderia di un ragazzo che cresceva, il parlare di tutto e tutti, sognare che il mondo fosse a disposizione, ora tornano. E devo ringraziare la sapienza di chi era più grande e assennato per avermi dato passioni nuove e misura del poco ch’ero. Quella strada, quegli amici lasciati quando la rivolta era più adatta a me che a loro, mi sono rimasti dentro, ciascuno col suo posto e anche la loro voce a volte sento. Della signora Lolli m’ è rimasta la dolcezza, ma mi sfugge il tono delle parole e così lo cerco. Forse si nasconde in un altro ricordare, tra i particolari di una parete, un mobile, una poltrona, o forse com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.

tornerà tutto come prima?

Uscirne del tutto non può accadere, conviveremo, se va bene, con una nuova influenza, che muterà di anno in anno e ci sarà un vaccino che la inseguirà. Troppo arduo vaccinare il mondo e rinunciare agli egoismi. Troppo difficile debellare una cosa semplice, apparentemente rozza come un pugnale di selce e con effetti variabili. La luce in fondo al tunnel parla di una nuova normalità, ancora da definire, che si aggiusta per suo conto e in forza di ciò che le viene lasciato a disposizione. La “grippe” o la febbre inglese che per qualche anno alla fine del 1400 fece più morti di una pestilenza, sparì com’era venuta e sopportata da uomini che non potevano capire solo sperare passasse, ma avevano a disposizione un mondo che era assieme passato e futuro, ora sembra che solo il presente sia a disposizione e che questo sia necessario per costruire colossali fortune. Parlano di questo quando parlano di normalità? Oppure ci si riferisce a un seguirsi di abitudinio e di possibilità note che pian piano vengono inglobate nell’algoritmo globale, nella politica di potenza di calcolo, dove chi possiede gli archivi e ciò che serve per elaborarli è in grado di controllare le abitudini e le vite. Oppure, ancora, la normalità è un susseguirsi di possibilità che non vengono esercitate, ma che fanno compagnia alla libertà presunta in cui ci pare di nuotare?. Comunque sia una normalità arriverà e sarà nuova, come cambierà il mondo velocemente, ma se in pace o in sussulti e conati di violenza dipenderà dalla formazione di una coscienza comune. Dovremmo elevarci e guardarci dall’alto, vedere il nostro egoismo sciocco e pensare che solo nella misura dei rapporti positivi con chi ci è vicino, con la società in cui viviamo, con il genere e con le specie c’è una possibilità di armonia e quindi di una normalità buona, mutevole, che fa bene. Ma ciò non avviene e lo stare nella stessa barca è solo un’immagine che serve per chiedere qualcosa a chi è vicino. La fragilità ci mostra come siamo, era ora, perché ci credevamo onnipotenti, ma questo non basta a cambiare per chi il delirio di onnipotenza lo confonde con l’identità. Cambiare, mutare forma e colore alla luce significa uscire dal tunnel e vedere un mondo nuovo, cose da giganti e se volessimo ognuno di noi lo è quando allarga lo spirito e vede nelle cose piccole l’intero universo, sente in un rapporto il bene che si fa materia, ascolta in un suono che è armonico la lingua che ci accomuna. I sensi, adoperiamoli tutti, mettiamoli insieme alla libertà, uniamo ciò che è sensibilità ed è stata negletta. Guardiamo, tocchiamo, ascoltiamo, annusiamo e assaporiamo ogni cosa, ogni rapporto fatto di senso, aggiungiamo ciò che non ha nome eppure ci fa sentire il mondo e ciò che abbiamo vicino. Usiamo il sogno e togliamo il giudizio, ma preserviamo l’uomo, rendiamolo persona, non moltitudine o cosa, diamogli l’infinito valore che ha e comportiamoci quietamente di conseguenza. Basta un saluto, un bene gratuito, un gesto amoroso, un’attenzione che rimetta in moto la meraviglia. Così ogni giorno e senza accettare che qualcuno ci dica cosa bisogna fare per essere parte di un gruppo, di una nazione, di una specie. Lo sappiamo, è dalla normalità che deve essere tolta la differenza negativa, quella che toglie ai molti per dare ai pochi, non l’inventiva, non la volontà di capire, non l’intelligenza dei sentimenti, dell’amore. È questa una luce possibile in fondo al tunnel, che ci farà vedere il mondo diversamente e ci fornirà gli elementi di un nuovo vivere. Poi anche il virus capirà e sarà sconfitto, ma dal nuovo, non dal vecchio che viene promesso come la normalità di un mondo fatto di ingiustizie e diseguaglianze, di disamore. Dicono le statistiche che si sciolgono convivenze, che i matrimoni vanno in crisi per la vicinanza, nessuno sopporta la verità vivendola se essa non gli appartiene, altrimenti diventa altro, finzione, convenienza, equilibrio cercato altrove. Ciò che resiste alla prova è luce nel tunnel, è riscoperta, attenzione, piccola verità da consumare assieme. Ogni situazione di limite ci rivela a noi stessi, per questo non approfittare di questo vedersi è un’occasione sprecata, immolata a un come prima impossibile da raggiungere, perché quel prima non esiste più. Guardiamo dentro e avanti e forse il disaccordo si accorderà alla sintonia, con noi stessi. La domanda è proprio questa, siamo in sintonia con noi, ci assomigliamo in questa presunta normalità? E la risposta non è nel testo, ma nel commento.

la delusione

Conosci la sensazione del sentirti raggirato, ma anche quella dell’aver riposto speranze e viste possibilità dove esse effettivamente c’erano ma poi si sono consumate nel consueto, nel ciarpame ridipinto che maschera i sogni d’accatto. Si sente da una nota nella voce quando una persona mente, lo si vede dagli atti minuti, dalle difficoltà frapposte, quando qualcosa che dovrebbe raggiungere il suo compimento nel mutare la realtà viene mutato, posposto. La delusione assomiglia a un tradimento minore. In fondo nessuno ha tradito l’altro, ma non ha messo la verità che diceva assieme ai pensieri e ai gesti. Non a caso la politica delude spesso, perché la racconta e poi, con mille scuse, procede per propri interessi. E non a caso dove ci sono sentimenti che legano a un lavoro, a una persona, a un gruppo, se non c’è un processo di verità, subentra il non detto, la presunzione, il sospetto che vi sia altro fino a rendere tutto più guardingo e la prima a morire è la fiducia. È chiaro che se scrivo queste parole così generiche, una molla c’è. Qualcosa non è andato per il verso auspicato e dopo aver tentato più volte che ci fosse un raddrizzarsi della situazione, un ripristinare le premesse e le loro conseguenze, alla fine ho constatato che avevo capito male. Mi ero illuso. E che si fa quando un’illusione investe la vita? Quando si capisce che ogni ulteriore passo e sforzo è inutile? Si prende atto e si inizia un paziente lavoro che deve trasformare un fallimento in insegnamento, un vissuto in spinta per fare altro. La realtà è una severa e amorevole maestra e funziona sempre perché essa indica sia ciò che non va in noi, quello che non aderisce al nostro progetto interiore di vita e alle convinzioni che la rendono davvero unica, ma nel farlo scorre in avanti. Evita che la delusione sia il luogo in cui tutto si ferma e invita a guardare con occhi diversi ciò che abbiamo trascurato. Ci fa l’esame interiore per determinare dove sia quel nuovo che abbiamo tralasciato in noi per riporlo in altri. Ci chiede dove vogliamo andare, mentre ci lascia meditare e riflettere. Senza fretta, verso nuovi modi d’attuazione di quell’assomigliarsi che è connaturato con le vite che si prendono tutte. E si perdonano e sono soddisfatte per un poco, ma non s’accontentano perché sanno che per chi ha deluso esiste certamente un altro che non lo farà.

 

la logica del frammento


Arrivano pezzi staccati di passato, intonaco che cade e rivela sinopie, situazioni che si svegliano da sonni polverosi. Ci sono allora, molle che scattano per desideri sopiti, resipiscenze: guardando bene con gli occhi della mente si ricostruiscono fatti che si ripetono. È stanchezza che si scioglie nel riposo di questa forzata cattività, oppure si attivano meccanismi inconsueti, generatori di anelli di incompiute presunte e colpevoli?

Ma tutto si compie e ciò che non raggiunge uno scopo gradito, altri ne raggiunge e c’è una logica in questo affluire di cose apparentemente incongrue. C’è una connessione che descrive, che va in profondità e delimita mettendo avvertenze sugli entusiasmi. Un dirsi che è già accaduto, ma diverso e così, al tempo stesso apre e pensa che non finisce.

Il tempo beffardo si ripete, bisogna cavalcarlo ma prima trovare il senso per andare: non tutte le direzioni si equivalgono e quelle che fan bene sono poche. È questo ora il limite dell’avventura: giudizio, mettere giudizio. Ma chi giudica chi?

presunzione d’amore

Sembrò, parve, ma non era.

Forse un desiderio s’era fatto strada,

così forte da essere convincimento,

come quando si segue ciò che sembra lieto e facile,

e ricco di soddisfazioni senza costo.

Semplicemente s’esaurisce tutto ciò che eccede il vero,

compie una parabola,

a volte una capriola

e il viso che s’alza poi sorride per l’impresa, o piange,

ma non dura e passa ad altro pensiero

che tenga assieme il ricordo nello sgangherato corpo.

 

https://music.youtube.com/watch?v=0Ri9T6vEC1Q&feature=share

 

dare un nome alle cose che si vedono

 

Scrivono e dimenticano, così riscrivono con le stesse parole altri fatti e situazioni. Giornalisti di una realtà virtuale, compilano dizionari propri, mettono parole che sfuggono appena si sono lette, Più di rado le permutazioni di significato aprono una finestra e fanno entrare una luce che resta e diventa cosa, non parvenza, ma sostanza.

Sarebbe bello andare così, allegramente al cuore delle cose ed esserne amati, pensando che questo sia capacità di tutti, ossia questione di esercizio, di pazienza verso lo sguardo, di soste in panchine scomode o in piazzole di sosta dove la luce della freccia destra aiuta ad annotare frasi su improbabili quadernini. Appunti per un poi che rimetta assieme per magia le sensazioni e i nomi e che lì ritrovino il giusto ordine e siano pensieri.

Per digerire le cose e dare loro il nome del cuore bisogna lasciarle frollare, lasciare che la lingua percoli nel profondo.

L’incanto degli immaginifici si dissolve a fine discorso. Resta un calore, un entusiasmo, ma è impossibile fare un riassunto e le parole giacciono ammucchiate ai nostri piedi. Chi è particolarmente entusiasta direbbe che si sono conficcate nei cuori, ma questo vale per poche idee, in realtà ciò che resta sono le parole che muovono, che aprono, che dividono le acque come fossero il mar Rosso. È ciò che alza lo sguardo e al tempo stesso lo porta all’interno, nel cuore profondo della specie, dove abita la meraviglia e il sauro, e confronta il risultato di ciò che vede e sente, facendo percepire la grandezza e la povertà. Riflettiamo perché sono entrambe spinte importanti per trovare una ragione al fare, sono una sezione all’infinito che ci riguarda e che a volte, unico antidoto alla vanagloria, ci lasciano essere moderatamente soddisfatti di noi.

Dare un nome profondo alle cose è fidarsi che qualcuno sentirà come noi, che ci sarà un momento in cui parlando, la stessa realtà coinciderà. Non basta un discreto corredo di lemmi che la memoria trattiene o altri di cui tiene traccia: guardare attorno non significa sempre saperlo descrivere. Qui nascono le perifrasi, si tingono d’oscuro le parole e ciò che sembrerebbe lampante non ha una comprensione che rassicura, insomma ciò che ha un nome protesta se non viene riconosciuto e allora diviene instabile e non dipinge a sufficienza l’evolvere di ciò che accade. Si usano aggettivi che si spengono nel loro meravigliarsi di esistere, come usa la fiamma di un cerino che si esaurisce nel suo essere per poco e definitivamente. Insomma si gira attorno perché non si sa che dire davvero e servirebbe tempo. C’è una spinta che ancora non ha nome e si ha timore del silenzio. Così l’aria si riempie di parole che non saranno mai vicinanza e forza comune, non si riconosceranno. Resteranno in superficie come fanno le recensioni dei libri che descrivono una trama e tralasciano quella frase potente che illumina un destino. Sembra sia importante dire come inizia e come finisce ma quello che si sente davvero, ed è illuminazione, resta sepolto nella comunicazione. E così ci si sente soli, prigionieri di una meraviglia che spiegherebbe molto di noi ma non ha udito che l’ascolti.

buon compleanno Papà

Vorrei raccontarti di quest’anno di indecisione, di attese protratte verso un futuro che adesso pare abbia un vaccino per questa malattia dal nome strano. Andrà bene, così mi hai insegnato, se adopero la testa. Tu ne sai qualcosa, vi siete ammalati, Tu, la Nonna, e tua Sorella. E questo si è aggiunto a quello che era stata la tragedia della guerra e del Nonno. Poi anche Lina se n’è andata. La Nonna non l’ha mai dimenticata. In qualche modo dovevo essere io che avrei riportato una donna nella famiglia, ma non è andata così e la Nonna mi ha voluto un bene uguale. Infinitamente grande. Ma come eravate rimasti Voi due, dopo una guerra, alle soglie del fascismo, avendo perso tutto o quasi. I tuoi anni da ragazzo sono stati allegri, difficili e insieme responsabili. Eravate in due e comunque c’era una dignità, un’onestà antica da mantenere. Mi sembra di guardare nel buio se penso a come devono essere state le giornate, le notti, i primi lavori, il lavoro della Nonna, la casa da mantenere decente insieme a ciò che era il nome. Il buon nome. E immagino le tue rinunce, il costruire quella tua personalità forte e schiva: non ho mai sentito ti vantassi di qualcosa e potevi farlo, ma era la tua essenza che non ne aveva bisogno, e che ho conosciuto troppo tardi. Le poche parole, il fare bene ciò che si fa, il rispettare le scadenze, non dipendere da nessuno, non avere debiti da onorare. Un costruirti forte, nel fisico e nella mente, avere obiettivi semplici ma raggiungerli e poi passare ad altro. E una determinazione, un coraggio che era più grande di Te. Tutto questo senza perdere la tenerezza, la capacità di parlare poco e di far sentire l’amore, le mani grandi, forti di lavoro duro, spesso difficile, ma pronte alla carezza. E la pulizia esteriore e interiore, poche regole ma rispettate, pochi ideali, ma forti e onorati. A partire dall’antifascismo, dal riscatto di chi, come te metteva la dignità nel proprio lavoro e ne pretendeva il giusto riconoscimento.

Hai fatto la tua famiglia con le stesse regole, la stessa gioia del crescere i figli la mostravi nello stare con noi. Quando potevi, perché spesso il lavoro ti portava distante. Tutto quello che ho imparato dello stare al mondo risale a Voi, a Te, a Mamma e alla Nonna. Costruito il telaio, poi la trama e l’ordito si intrecciano con le idee, diventano tempo, colore, aspirazione, ideali, vita. Tu costruivi telai in cui poi essere liberi di fare.

C’è una storia che racconta Hillman sul tradimento e sul fidarsi: un bimbo vuole fare un salto perché sa che sarà accolto nelle braccia di suo padre e così avviene. Poi il salto è più alto e ancora avviene. Il bimbo si fida e vuole fare un salto ancora più alto e il padre lo lascia cadere. Da quel momento non si fiderà più, non solo del padre, ma di chiunque chieda la sua fiducia senza condizioni. Ebbene, Tu non mi hai mai lasciato cadere e se ho ancora fiducia negli uomini, nel mondo, lo devo a Te.

In questa giornata festeggiavamo, ero già grande ed era bello farlo, mi sembrava di essere già uomo. Adesso ti festeggio nel mio cuore, da dove non te ne sei mai andato e tra uomini ci parliamo. Buon compleanno Papà.

Ero sulla canna della bicicletta,

c’era l’aria di primavera attorno e addosso,

tu pedalavi e parlavi indicandomi gli uomini, le cose.

Abbiamo fatto strada assieme,

ho conosciuto con occhi di meraviglia, luoghi e persone.

Nulla è sfuggito del bene e del tuo sorriso,

di ogni cosa che torna sento il calore,

vedo e leggo cose che allora mi sembravano naturali,

come l’amore ricevuto, l’attenzione, il senso della festa quando c’eri.

Di tutto ciò che è caduto, so che era inanimato,

quello che si pigia nel cuore palpita di vita,

e ogni giorno dovrei renderti un pensiero,

un bacio, una carezza, uno sguardo che ritrova la tua mano,

quella che m’accorgo, non ho mai lasciato.

sul dono

Il cavalluccio era di cartapesta. Aveva un’anima di ferro che gli dava la forma ( ma questa fu una scoperta successiva ) e posava su una tavoletta di legno munita rotelle. Con un anellino di ferro davanti e uno spago rosso prometteva di seguirti su ogni pavimento. I colori del suo corpo erano pastello e uno zoccolo scuro era poggiato sulla punta, come volesse correre o stare in posa. L’avevo trovato vicino alla calza di lana grossa, piena di mandarini, noci e qualche dolcetto. Ero felice e dopo aver giocato tutto il giorno con il cavalluccio, lo portai a letto con me.

Un dono è sempre una proiezione di chi lo fa, una carezza aggiunta a un rapporto d’amore che non è mai eguale a ciò che di esso si può raccontare. Ed è una sorpresa, ovvero rappresenta l’inatteso che va direttamente al sentire e genera una gioia gratuita, forte, persistente. Il dono sbagliato è quello che non ha questa capacità e forse il dono più naturale è quello che ha in sé la mancanza e la semplicità.

Se dopo tanti anni, ancora mi ricordo del cavalluccio, è per l’emozione che esso ha portato con sé, per la sorpresa e per l’instaurarsi di una relazione tra una data, l’epifania, e qualcosa che poteva ancora darmi piacere, meravigliarmi negli anni che sarebbero seguiti. In questo forse sta la ritualità di alcuni giorni e il loro significato ancestrale che sembra dire a chi ama che ci sono momenti in cui l’abitudine cessa e subentra la conferma e il cercare qualcosa di più profondo nel tenersi assieme fatto di gesti, attenzioni, che durano tutto il tempo dell’anno. Il dono è un bisogno che viene pensato, cercato, presentato in modo che lo stesso porgere sia una sorpresa.

Il dono colma qualcosa che manca nel quotidiano: la meraviglia dell’attenzione gratuita. È un pezzo di sé stessi che viene ficcato nel profondo, che non si riporta alla comprensione perché corrisponde a qualcosa che dovrebbe essere nel vivere ma che l’abitudine, la società, ha tolto per la sua potenza eversiva. Il dono è un atto rivoluzionario perché altera il normale svolgersi dei rapporti, li intensifica, li rende esclusivi e complici. Attorno a noi, per chi ci è vicino, il donare assume caratteristiche particolari. Gli oggetti divengono simbolici, sono fatica nel momento in cui sembrano -e davvero è così- aggiungersi al troppo che già ci circonda. Per questo sembra complicato trovare un dono che non sia già posseduto, o in sé banale oppure semplicemente utile.

Dovremmo considerare che il dono è anzitutto rappresentazione, gioco, unione profonda dell’immaginazione con un oggetto e rappresenta l’interpretazione di un bisogno proprio e di chi lo riceve. I doni che restano, che non passano nell’oblio sono proprio questi, perché indovinano qualcosa che unisce nell’assenza e non sono un obbligo. Cose piccole diventano grandi e non saranno cedute facilmente perché sono divenute parte di sé.

Che fine avrà fatto il mio cavalluccio? Di sicuro non è stato soverchiato da altri giocattoli, ha cavalcato a lungo e ha immaginato battaglie e foreste, ha corso per prati sconfinati e si è spesso rintanato sul comodino vicino a me, per fare compagnia. Si è consumato quel poco che è bastato a rivelare la sua anima di ferro, poi è sparito all’improvviso per correre felice da un altro bimbo. A quel tempo i giocattoli passavano di mano in mano appena c’era modo di non farne sentire la mancanza. Al suo posto è arrivato un libro di fiabe e una palla rossa, entrambi cari ma un po’ meno amati.

E qui dovrei rivelare come poi ho interpretato a mia volta il donare. Credo di aver attraversato tutte le varie fasi che si accompagnano a questo gesto, dal dare ciò che mi era piaciuto molto e che pensavo trovasse altrettanta considerazione in chi lo riceveva. Erano libri, autori spesso strani e musica, anch’essa con qualche caratteristica particolare. Oppure era qualcosa che doveva celebrare l’importanza di un accadere e restare come punto di riferimento. O ancora qualcosa di inusitato e strano trovato in un viaggio. E anche l’utile oggetto è stato regalato come modo per rendere più semplice la vita. Di tutti questi doni ciò che veniva dal profondo e ha incontrato l’altro è stato raro. Ho lasciato spesso che ciò che interpretava me diventasse dono e questo non era il modo migliore per mettere assieme l’ assenza che il dono colma. Non era facile uscire dal sé superficiale e andare a quello che ci univa e diventava un noi. Forse qualche volta è accaduto e ne sono stato immensamente felice. Felice insieme a chi manifestava meraviglia e felicità ed ero io che venivo riconosciuto in quel me che non rivelo facilmente: credo che questo sia il massimo che si possa chiedere a chi ci ama.