venti lettere mai spedite

venti lettere mai spedite

Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia il perseguire un altro da sé, una sorta di perversione dell’io che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che lo muta in peggio, mentre spesso, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dall’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido, e comunque molto viene perdonato. Con l’accumularsi degli anni le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia e che si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro fino a quando ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro? Non parliamo della politica dove il cambio di casacca testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale e ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, nei giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato ed era stato mascherato da progresso, tanto che ora che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che ora la spersonalizzazione è più forte e disperata. Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e con la stessa parola si definisca con molta meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutti a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi vengono capiti, giustificati, suscitano approvazione e partecipazione, mentre nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e chi invece cerca la realizzazione di sé, mettendo tutto in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica, mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, a emanare regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

presbiopia

presbiopia

Le cose si sono ricomposte seguendo percorsi che stanno sotto la ragione. Fanno sempre così le cose, hanno una loro intelligenza che non insegna. E invece dovrebbero insegnare, diventare coscienza e prevedibilità possibile, non lasciarci spettatori di quello che pare il mare del caso e poi ficcandoci dentro ad esso.

Non sai nuotare, impara…Come servisse saper nuotare se non hai una direzione. Si resta a galla, ci si salva, ma il posto dove costruire non è il mare del caso, è la terra dove poggi i piedi, dove senti, vedi e prevedi.

Le cose si ricompongono, diventano leggibili, ma passa un sacco di tempo e si accumula dell’altro, che a volte c’entra e a volte è solo conseguenza, finché subentra un po’ di calma.

Si penserà, poi, con malinconica meraviglia, a come eravamo, ma avremmo preferito saperlo allora. Insomma nell’adesso, non ci si vede bene. Forse perché ciò che pare realtà non lo è mai davvero, salvo in momenti particolari e c’è bisogno di quiete che non hai, di distanza per vedere bene e non c’è.

Presbiopia. Era comunque diversa la realtà percepita da quella degli altri. Ciascuno ci aggiungeva di suo, ti mostrava qualcosa che sembrava attraente e si mescolava con te, e così le cose avevano punti di vista. Hai mai provato a farti raccontare una cosa che ricordi bene, che hai vissuto, da un altro che c’era? Ne viene fuori qualcosa di così differente che alla fine non cerchi i fatti ma le cose comuni. Ti sforzi per avere uno straccio di ricordo uguale e non è detto che tu ci riesca.  Eppure le cose erano quelle e se le abbiamo vissute diversamente, certamente non si poteva dire allora. Ti avrebbero preso in giro: ma non vedi, ti avrebbero detto, è evidente… Dimostra tu che l’evidenza non è proprio così evidente e comune.

Forse era l’eccessiva fedeltà a sé che travisava. Le convinzioni costruite con fatica, i desideri spasmodici dell’età che mascheravano i bisogni, le notti insonni, i giorni attoniti, le parole eccessive come i silenzi e le offese. Le rabbie, l’incapacità di capire, la presunzione di sapere, la negazione o l’esasperazione dell’intuito, tutto gonfiato in una lente che avvicinava, selezionava, scartava, teneva da conto fatti, cose e sciocchezze marginali. E ora come si è ricombinato tutto questo nei ricordi?

Mah, se si vuole uscire da quella sensazione d’aver sbagliato troppo spesso un particolare che ha rovinato l’evolvere, bisogna leggere o sentirsi raccontare storie di passioni sconcluse da altri. Ascoltare. Lì c’è un confronto con qualcosa che pare d’aver vissuto anche se non è la stessa cosa. E non è la passione per i fallimenti che ridisegna i terreno dei fatti, delle cose accadute, ma la consapevolezza che altrove è accaduto qualcosa di analogo, un ricordo quasi comune che fa compagnia, che toglie l’onnipotenza, la preveggenza, la forza invincibile della volontà e ci consegna a un limite.

Noi siamo un limite, e quando lo capisci, è una cosa che improvvisamente sembra bella, perché non ti sei adagiato, hai continuato a sbagliare, di poco, di un nonnulla e le cose che già erano incastrate nel reale, non le hai perse. Estrai da un sacco il buono che si è composto per capire quello che si ricompone ora. Nel limite, hai fatto, hai portato avanti senza la vista a fuoco e se resta un dirsi nostalgico per l’età perduta, non è per i momenti mancati, perché capisci che ne verranno altri. E sbaglierai, di poco, ancora, perché è la possibilità che interessa non il percorso che non si è fatto e tantomeno quello che non si farà.

conoscenza

conoscenza

nor

Tu conosci l’erba e il sasso,

la terra che rapprende nell’ abbraccio,

conosci ciò che libero genera

e l’ oscuro suo incedere.

La vita conosci

che scarta e muta eppure continua

mentre tiene e lascia,

e sempre conserva nei nascosti pensieri,

traccia, di ciò che sembra stato

e invece l’ occaso del divenire, attende.

antico amico caro

antico amico caro

Abbiamo passato notti a fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto essere e diventare. Essere, in quel momento, che pareva sempre incompleto, essere per riuscire a dar sfogo all’ immensa energia che serpeggiava e ribolliva. Essere, per trovarsi oltre l’ apparenza abbandonata in quelle lunghe chiacchierate. Parlando, comunicavamo davvero perché qualcosa diventava urgente, chiaro e possibile. E prima non lo era. Eravamo dentro la nostra determinazione di essere ossimori felici, grandi e ricchi di indecisioni e sfumature. Perduti in un presente e ansiosi di costruire il futuro, nostro e altrui. Quello era il diventare, il sogno ad occhi aperti che diventava urgente e plausibile. A volte mi tornano a mente quei ragionamenti, quella necessità di essere, ora e domani assieme. Si arrossava il viso, parlando, e la testa ribolliva, e ogni difficoltà sembrava sciogliersi, come cera che spandendosi, ravvivava la fiamma. Dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore e tu mi parlavi del tuo voler essere un chimico che costruiva nuovi materiali. Facevamo le stesse cose, studiavamo sugli stessi libri e le vite si realizzavano nel giorno ma anche nella prospettiva. Quanto rispetto e consapevolezza avevo per le tue doti, per la rapidità nel capire cose che mi costavano fatica e, credo, lo stesso facessi tu con la mia capacità di mettere assieme cose parallele e apparentemente scombinate. Mi chiedevi il nesso di un accostare ardito e discutevi, come io facevo per quanto riguardava un processo oppure una relazione acido/base al limite della comprensione. E quanto in una definizione di valenza, dalla materia e dai legami trasbordava in quel quotidiano che poco si capiva e in cui eravamo immersi. Chissà se i pesci si chiedono del mare e dei suoi flussi oppure se ne lasciano permeare e si formano in essi secondo natura e attitudine.

Attorno accadeva di tutto, ne eravamo partecipi e discutevamo: si sentiva, la necessità di capire cosa stava nascendo perché in esso saremmo diventati altro,  ma non da soli, in tanti.

Eravamo una somma di desideri e di possibilità che, ci pareva, sarebbero stati la nostra generazione e il mondo. Sapersi generazione comportava una gran quantità di novità comuni, di desideri condivisi, cose da fare, idee da pensare, tanto che quei materiali a cui tu pensavi per me diventavano lo zucchero colorato delle sagre, estruso in lunghi bastoncini colorati. Dolce, fragile e continuo, questo era il futuro che nasceva da un presente fatto di parole, di entusiasmanti fatiche senza orari, di scoperte e necessità di raccontare ciò che accadeva per capirlo. Non è forse questa la comunicazione, il dire profondo che interagisce? Eravamo consci di non sapere, felici di scoprire, di avere sogni e un’ energia che correva l’un l’altro, dappertutto. E c’erano gli amori timidi e forti, le tristezze infinite e le gioie immotivate, c’erano le parole difficili da dire e quelle che uscivano incaute ed erano così enormi che poi ci si doveva abituare alla loro realtà. C’erano i sogni di una generazione colma di rivolta e di voglia di fare, c’era un noi che sperimentavano ovunque e ci pareva che solo così potesse essere.

Che ne abbiamo fatto del nostro diventare? Il tuo più determinato si è realizzato a suo modo, il mio ha trovato strade così tortuose che spesso mi ha fatto pensare d’ essermi smarrito. Certo, non ho realizzato il diventare di allora, ma il noi e l’ essere sono rimasti e con essi la voglia di cambiare. Mi chiedo quanto siamo stati utili alle  nostre vite, alle nostre felicità, e quanto a quelle degli altri. Insomma quanto siamo cresciuti tutti assieme e quanto stiamo meglio. Allora sembrava naturale che i figli potessero avere più desideri dei padri, che ciò che a loro non era stato possibile, si potesse diversamente realizzare. E  ognuno aggiungeva a sé, ma anche ad altri, il nuovo. Certo esistevano le stesse invidie , favoritismi, incapacità glorificate in immeritate posizioni. Ma ci faceva ribrezzo e non volevamo assomigliare a quel familismo che pensava al singolo, che toglieva e diventava ingiustizia da combattere. Eppure assieme al rivoltarsi c’erano attese semplici e conformismi, eravamo la coda staccata della lucertola del romanticismo. Forse era questa vitalità indomabile che spingeva a un diverso comune, al cambiare radicale che i padri non capivano, ma che non li eliminava del tutto e non lo sapevano. Nessuno uccideva i padri e però mettevamo assieme la mediocrità e il sublime che sempre accompagna gli uomini con quel noi che c’è ogni crescita comune, gloriosa di piccole cose e cambiamento.  Oggi ho l’ impressione di un noi frantumato, di una Magna carta fatta coriandoli e gettata al vento. Cos’ è rimasto di tutto questo? E senza voler invadere chi è venuto dopo, c’è ancora la smania di capire dove siamo, in quale mare nuotiamo ed esiste ancora, la più grande cosa, che oltre all’ amicizia, ci siamo scambiati allora: vogliamo ancora capire il mondo per quanto possibile e diventare in esso, magari, a volte, felici?

il concerto

il concerto

Aveva il vestito delle occasioni importanti, la cravatta e la giacca. Attorno, a parte i maggiorenti cittadini e qualche altra persona attenta alle tradizioni, era tutto un fiorire di felpe, di camice a quadri, di abiti da mezza stagione e jeans. Molti i giovani che erano lì per la musica e non per salutarsi e farsi riconoscere, da una parte all’altra delle file di poltrone rosso fuoco. Lui era vestito bene, magari con un po’ di ferro da stiro la piega e la giacca sarebbero stati più freschi però era suo agio perché la sera meritava un vestito per l’occasione. Dopo alcune parole del direttore la musica era cominciata e il pensiero oscillava tra la vista di tutti quei musicisti sul palcoscenico e la musica che essi producevano. Gli sembrava strano che da quel muoversi, quel soffiare, battere a tempo venisse fuori qualcosa di così armonico che sembrava non avere relazione con chi lo produceva. Riconosceva gli strumenti, sentiva l’assonanza e la dissonanza, coglieva nella massa di note un flusso che lo trasportava dentro qualcosa che sembrava prescindere da quelle persone, eppure tutto era connaturato, legato: l’interpretazione, lo spartito, la direzione. C’erano stati momenti lunghi nella sua vita, in cui la musica era stata il luogo in cui sciogliere le tensioni e tenere assieme il bello col presente. La musica era stata un veicolo fortissimo di emozioni, poi le emozioni erano venute da altre parti, ma la musica aveva conservato una magia particolare che solo qualche libro aveva eguagliato. Era questione di sintonia, aveva pensato, di comprensione senza mediazione. Nessuno gli aveva spiegato nulla, le cose erano venute per loro conto, poi la ricerca, ma sempre in subordine perché troppa analisi sembrava sporcare ciò che le note provocavano. Si sorprese con gli occhi chiusi, lo faceva per lasciar entrare, per non distrarsi con il pensiero dei gesti che vedeva, per farsi sorprendere anche se conosceva la sinfonia che stavano eseguendo.

Il tempo scorreva per suo conto, in quell’udire/sentire c’era il tempo musicale che aveva caratteristiche diverse dal tempo ordinario. Era un lasciarsi vivere, condurre. Si sorprese a coincidere con il palmo, le irruzioni degli attacchi, l’entrata dei timpani, il chiudere di un assolo. Si ricompose e aprì gli occhi, l’orchestra era lì davanti e affrontava l’ultimo movimento. Lì guardò con meraviglia, sapeva che si emozionavano anche loro, ma adesso sembravano coincidere nel fluire che si gonfiava e poi restava teso, staccando improvviso in silenzi senza tempo, come un trattenere il fiato per poi riprendere. Chiuse nuovamente gli occhi e si lasciò immergere nel suono che così sembrava più corposo. Era dentro un pensiero collettivo, ma con la sua individualità, con il suo essere se stesso nelle sensazioni che provava. Ormai la sinfonia volgeva alla fine e negli ultimi tre assoli che si smorzavano in un sempre più piano, sentiva la vita dell’autore che sfuggiva. Sentiva il suo sentire, ma anche il raccontare qualcosa che riguardava tutti. Parlava della vita e del suo mutare in altro, parlava del dialogo della vita con le passioni e con la morte che le aspirava in un silenzio così ricco di mistero e buio che nulla trapelava da esso. Una lacrima cadde sulla mano ora ferma, poi un’altra. Piangeva senza sapere perché e non voleva aprire gli occhi e neppure asciugarsi il viso: si sentiva estenuato dall’emozione, ma aveva timore del ridicolo. Il finale assorbì l’ultima nota, così leggera che tutta la sala tese l’orecchio per capire se ce ne sarebbe stata un’altra. Non c’era un’altra nota, lo sapeva, e ascoltò il silenzio lunghissimo, che sembrava non finire mai e assorbiva il fiato. Aprì gli occhi e vide la mano del direttore che piano scendeva verso il leggio, e nessuno si mosse sinché non fu posata. Poi, un timido battere di mani, poi altri si unirono, finché liberatorio, l’applauso riportò la realtà e il tempo. Applaudendo scorse i sorrisi soddisfatti, gli strumenti, ora staccati dal corpo, dei musicisti, e guardando con attenzione vide che sul viso di qualcuno la luce rifrangeva. Forse era sudore o forse una lacrima simile alle sue. Pensò che fossero lacrime d’emozione e che quelle parole, che si scrivono alla fine di un racconto del sentire, non concludevano nulla, ma riportavano all’eterna ruota della vita.   

piccoli segni

piccoli segni

 

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.

 

due giorni a cent’anni

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.