la strana storia degli anni bisestili

IMG_20200102_170055Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi  in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.

preghiera laica

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Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere.  Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno.
Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo.
Grazie.

non senza fadiga si giunge a la fine

Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.

È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.

Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.

C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.

C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.

C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.

C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.

C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.

C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno. 

C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.

C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.

C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.

C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.

C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.

Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.

Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro.  Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.

C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.

A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.

lettera della domenica

Vorrei che tu capissi che m’interessa molto la tua vita, eppure non ti scrivo,  anche se spesso lo faccio con la mente.  Dirai che dicono tutti così, che ciò che conta sono solo i fatti, ma ne siamo ben sicuri? E a che servirebbe allora sentire e pensare a chi non c’è? Oggi ti parlerò  di me non per suscitare la tua risposta ma per farti capire dove mi aggiro mentre non so cosa fai, come vivi, cosa pensi.

Non conosco i tuoi desideri, le attese che hai perduto e quelle nuove che sono nate. Basta questo non conoscere, per non sapere nulla? No, perché ci sono altre strade e momenti che hanno lasciato tracce e queste continuano a percorrere la loro vie, tracciare destini, pronunciare parole. Nei tabù che le nostre vite portano con sé ci sono i tanti modi della fuga, le parole che la descrivono, il dialogo che essa sottende e non interrompe. 

È fuga il lasciarsi senza aver detto o mostrato l’ineluttabilità dell’accadere. È fuga il salvarsi quando la minaccia diventa prigione o ancora più provoca la perdita dell’identità. È fuga non pronunciare le parole che si sentono dentro per timore delle loro conseguenze. È fuga il scegliersi dopo aver a lungo cercato. È fuga approdare naufraghi sull’isola del proprio esistere, nudi e con la propria solitudine, di malintesa incomunicabile unicità.  È una fuga creare schermi di parole, raccontarsi storie, rifiutarsi e rifiutare. È fuga lasciarsi scivolare nelle abitudini, nelle sicurezze che inquietano. È fuga accettare il gorgo dell’oblio, il rifiuto della memoria, la cecità per non vedersi cambiare e mutarsi.

Parole e succhi di significato che girano attorno a bisogni. Gli stessi con altri nomi, scoperte conosciute: il corpo non mente ma può essere tacitato, plasmato, ignorato, ricondotto al suo posto presunto. Non è questo il pericolo paventato da tanto pensiero umano incapace di ricucire sensazioni e pulsioni con il concreto accadere delle vite?

È domenica, e molto tempo lo passerò facendo le cose solite che a volte mi lasciano insoddisfatto per il divario tra il molto che mi propongo e il poco che poi faccio.

E tu che farai oggi? È il solstizio d’inverno, la festa della luce che comincia a rischiarare la notte, il buio del cuore. Ho ripreso alcune  vecchie poesie, perché vorrei farne un piccolo libro che mescoli alcune di esse con il presente, col bisogno di parole nette, inequivoche. M’accorgo ancora una volta dei miei grandi limiti e di come essi generino cose che non finiscono mai, ma un aspetto positivo c’è: sono anche porte divelte, impossibilità di fughe. Questo vorrei tu ben capissi di me, non scappo proprio per la mia incompiutezza, per il limite ben presente che anche quando supero ne genera di nuovo.,

Non ti spedisco nulla, ma scrivo e continuo a farlo su carte che m’accompagnano, più per il mio bisogno che per i lettori.
Penso molto e spesso non solo a me ma alle poche persone che mi hanno colpito in questi anni. Penso a come vivono, cosa sperano e si chiedono. Vorrei sapere di più ma comunicare a distanza esige un’ attenzione e un legame particolare, che è quasi una telepatia, un’ affinità che continua e si alimenta reciprocamente. È quel sentire profondo di cui proprio tu mi spiegavi quando raccontavi di un tuo amore appena concluso ma intenso e forte ancora. E io ti dicevo che capivo per analogia, ma non era la stessa cosa ed ora lo comprendo meglio perché le vite sono fatte di ascolto profondo e molto meno di confronto.
Ho pensato che nella mia ricerca di un equilibrio interiore sarò ancora più silenzioso. Ho bisogno di capire meglio le cose e come io mi trovo in esse, mettendoci molto più ascolto, ironia e il distacco necessario.
Mi accorgo anche che il molto ascoltato, le domande fatte e che mi riguardano non bastano. E anche questo è un  modo di non fuggire, perché  queste domande dicono che è difficile essere ascoltati nel modo giusto e che questo dipende dalle attese che si hanno. Anche le attese sono delle fughe? E i desideri sono una risposta al fuggire, un fermarsi a un sé che muta rapidamente,  che si consuma e al tempo stesso consente di riprendere fiato?

La fuga è un sentire profondo che non ha pudori e che nasce da un percorso. Bisognerebbe spiegare anche questo, ma chi ascolta non può fare questa fatica o almeno non la si può chiedere: o viene come una disponibilità oppure non c’è e questo motiva il silenzio di cui mi circondò, lo scrivere che resta segreto e quello più esterno che diventa allusione.
Penso anche che la fuga motivi molti impegni e il parlare d’altro senza passione vera, perché anche a quella serve un noi che dia dimensione alle cose che si fanno, un futuro e uno scambio limpido. Condizioni davvero difficili da realizzare.
Così le mie giornate si annodano di cose, di impegni lievi o forti ma è il muto dialogo interiore che alla fine determina l’umore e quell’apertura al desiderare che, a mio avviso, è propria dell’uomo e lo spinge a comunicare profondamente.
Pensieri solipsistici se non trovano uno sbocco, ma le cose non sono mai così assolute ed è la speranza e la ricerca distratta, si chiama caso, che lancia segnali e spesso si sbaglia, ma non cessa di pensare che da qualche parte il comunicare profondo esista.
Che sia una buona domenica.
Con un abbraccio

 

 

 

l’attesa

Ognuno ha le sue attese. Spesso silenti. Molto spesso con radici lontane. Qualcosa è accaduto e ciò che doveva essere non è stato. E si continua ad attendere che una magia rimetta a posto le cose, riscriva tutte le pagine sbagliate della vita, aggiusti le crepe dell’anima,tolga le sciocchezze assieme a ciò che non si vorrebbe mai aver fatto. Eppure lo si è fatto forse perché sembrava giusto, oppure già non lo era ma diventava inevitabile. Anche essere peggiori è una condizione dell’esistere. Non siamo santi di nessuna religione, a volte siamo più in sintonia con quello che pare giusto. E l’attesa è un bel motore, permette di posticipare il desiderio, lo colloca nella vita, persino include la delusione, sia pure sottotraccia, perché non accadrà quello che si sarebbe voluto. Ma cosa si vuole davvero? Io credo sia il fatto di essere sorpresi ed amati assieme, di sentire che non ci conosciamo mai abbastanza e che quello che può emergere ci fa bene. L’attesa è qualcosa di caldo, di raccolto, di profondo, di intimo e di condivisibile. Nell’attesa c’è il bimbo che portiamo in noi e l’adulto che è sazio di ciò che può fare per sé, che ha sperimentato e si erge sulla vetta del cumolo dei suoi errori. Come Gengis Khan a Samarcanda, che guardandosi attorno, mirando i lapislazzuli delle cupole, gli osservatori degli astronomi, le case belle o misere, sentiva di essere l’Asia e insieme nulla, perché non basta il denaro, la potenza, se l’attesa non ci riguarda davvero. Se non viene soddisfatta e fa abbassare le difese, se non ci fa sentire tutt’uno con il desiderio e il suo compiersi.

Nei giorni precedenti la festa, si accumulavano cose buone, pacchetti misteriosi, si aprivano cassetti che attendevano da tempo di mostrare il loro contenuto. In un lato della grande cucina (o ero io che ero piccolo e mi sembrava tale) veniva messo l’albero. Era vicino alla finestra, tra un canapè rosso fuoco che aveva seguito le peregrinazioni di mia nonna e una credenza di noce, anch’essa pellegrina e rifugio di piccoli miei segreti. L’albero si radicava in una pentola grande, piena di sassi e pezzi di piombo. Alto il giusto, non aveva timidezze nel suo reggersi, si vede che la sua mamma si era applicata molto nel richiamarlo a star dritto, proprio come faceva la mia quando mi buttavo da una parte o l’altra in un debosciamento che doveva preoccuparla molto. L’albero veniva ornato per almeno una settimana, ciascuno aggiungeva qualcosa, fino all’apoteosi della punta che veniva posta il giorno della vigilia, assieme alle candeline che sarebbero state accese per poco dopo la messa di mezzanotte. L’attesa era il clima, il contorno di persone, i molti che passavano a salutare, la mattina che faticava ad arrivare assieme alla cioccolata densa servita a letto con i biscotti. Unico giorno dell’anno. L’attesa era un convergere verso qualcosa che stringeva, che andava oltre l’abbraccio. L’attesa era la neve che poteva arrivare, l’interruzione della scuola, la lettera sotto il piatto del Papà. L’attesa era quel dono che sarebbe arrivato portato da un misterioso e magico signore a cui avevo lasciato arance e mandarini e che dovevano essergli piaciuti perché non c’erano più sulla tavola. L’attesa e il giorno che erano entrambi speciali, poco religiosi e molto umani, ma forse l’umano è di per sé religioso quando è amore che trabocca, attenzione e calore che avvolgono. 

Gli anni sono passati e l’attesa non si è mai esaurita. La vita si è costruita, la pazienza esercitata, ma non basta mai il calore che manca e che viene atteso. Quello che so è che esso è vicino e insieme distante, che siamo sempre innamorati di qualcuno più che di qualcosa, che i pensieri indovinati ci meravigliano, che attendere che qualcosa si compia è una porta che si apre. L’attesa è il diverso e il buono che vorremmo ci accadesse, l’inutile che non ha un fine oltre a quello di dire sono per te il simbolo di ciò che sei davvero.

Abbiamo giorni strani davanti, possiamo consegnarli alla malinconia oppure al dono di noi stessi. Anzitutto al bambino che ospitiamo, a chi ci ama, a quell’impalpabile bellezza che è attendere l’amore oltre l’amore, la sorpresa oltre l’abitudine.

Buona attesa a tutti Voi.

 

andare via o restare fa lo stesso

...” Qui raramente le persone si abbracciano quando s’incontrano per strada, raramente si stringono affettuosamente l’un l’altro. Perché mai dovrebbero, visto che s’incontrano di continuo. Col passare dei mesi, degli anni, non accade mai nulla di nuovo. Qualcuno di qua o di lá muore, qualcuno nasce, qualcuno si trasferisce, se ne vanno quelli che possono o che devono. Non so se vuol dire che qui nessuno manca a nessuno o che qui la gente è priva di aspirazioni, non ne ho idea, forse ci sono quelli che aspirano a qualcuno o a qualcosa, probabilmente ci sono, perché sarebbe totalmente irragionevole e inconcepibile che qui non ci fossero assolutamente quel tipo di persone. Ma forse gli uomini dei nostri giorni sono così, nutrono le proprie emozioni interiormente, raccolti in sé, in solitudine, spaventati che le proprie emozioni possano scivolare via da loro, pensando che in quel caso scoppierebbe un putiferio, un violento smacco per la propria (fittizia) apparenza. …”

Daša Drndic´ Leica format ed. La nave di Teseo

Attorno si restringe, diventa un cerchio e chi vi appartiene sono sempre gli stessi. Quando si è scambiata l’ultima emozione appena fuori del primo sé, quando si è gioito assieme, riso di gusto, mangiato con il gusto del cibo, trasgredito ridendo e senza tracce di colpa? Quando è stata l’ultima volta che si è pensato che il presente fosse un’anticipazione del futuro? È per questo che si va via, anche restando dove si è. Si va via quando non si litiga più per poi abbracciarsi, quando tutto diventa relativo, quando i volti si assomigliano ma non sono gli stessi anche se tutti non vanno oltre i convenevoli. Si va via scappando dalle feste, dai ricordi di ciò che non è stato, si scappa dall’infingardaggine del non detto o del ripetuto. Si va via da ogni stanco sì, dai no sussurrati, dalle abitudini che non fanno più sorridere. Si va via dal silenzio che parla, dalle cose prevedibili e si corre verso un altrove che sembra non avere lo stesso tempo, gli stessi riti, lo stesso scadere scritto sulla scatola. Si scappa dalle piccole città e si corre nelle grandi, oppure ci si perde tra i campi e le montagne, si va al mare per starci, pensando sia una vacanza e ci si porta dietro il malessere sperando scompaia. Che si diluisca nel nuovo, nei colori che non si conoscono (ancora), nei volti sconosciuti, nelle lingue o nelle cadenze da imparare. Si scappa e si è apolidi. Oppure si resta, e si è apolidi lo stesso perché ciò che era non è più e bisognerebbe cambiare, rifiutarsi di ripetere, alterare gli orari, far l’amore con gusto,  lasciare che la tenerezza ci nevichi addosso, sopprimere la furia di non essere. Non dimostrare nulla, non cercare di aver ragione, perdere tempo per ritrovarlo. E come questo scrivere, aver la coscienza di essere inutili e per questo moderatamente e sempre in modo nuovo, felici.

 

facce

 Le facce contengono pensieri. Asincroni rispetto al sorriso, a ciò che viene detto, mai ai silenzi. Dentro covano uova di serpente, cuccioli voraci che devono essere educati, l’istinto ha un limite, l’intelligenza che si scioglie in esso non lo ha. Tutto ruota su una rescissione, il cordone ombelicale, il bisogno di ricevere cura. Di darne, ricambiati. Erigere è una parola che si declina dal banale costruire palazzi o muri, al prevalere su colonne di finti anacoreti che guardano dall’alto e pisciano in basso. Erigere un cerchio di conoscenza, trovare un limite, avere l’amore o la rabbia necessari per superarlo. Guardare le facce in orizzontale, scoprire ciò che sfugge. Che farne? È più solo colui che vede e capisce rispetto all’inconsapevole giulivo, al seguace del pensiero altrui? Se discutiamo di felicità, non di desideri appagati, le facce dicono molto, seguono testi e contesti, si adeguano, si muovono, vanno e tornano da un luogo che non è il posto delle facce, ma dell’inermità che cerca un oggetto per le mani. Le mani erigono, parole, disegni, acquerelli, note, cibo, pulizia, carezze. Poi curiosano, cercano, toccano, vìolano allegre e si lasciano andare. Inermi. La faccia segue le mani, le mani disegnano i pensieri e la faccia che ora diventa viso. L’espressione scrive, attende, sollecita, si posa se accolta, si chiude se rifiutata. Basta poco. Pochissimo. E ridiventa faccia.

 

ciò che non si dice

Il pomeriggio si confonde nella notte. Qui avviene tutto con un anticipo confuso dove ciò che è vero si mescola al farlocco. S’annodano segnali, ma non è la loro natura, dovrebbero essere punte rosse di desideri che ustionano l’indolenza, oppure luci fioche che non illuminano l’ombra che le contiene, o ancora nenie che sono mantra sussurrati a fior di labbra per scacciare demoni importuni. Ma non è così e nulla di tutto questo si stende con facilità. Forse manca la giusta carta, oppure il tratto di penna adeguato, oppure sono le parole che non descrivono il ribollire dei significati. Tutto è asincrono, gettato in avanti di poco. Imminente come un bacio durante l’attrazione se la mente non si mette in mezzo. L’altra notte ho fatto un sogno lungo, con tratti molto erotici, mi sono anche svegliato e poi il sogno è ripreso. Dovrei pensarci, scriverne con dovizia, ma per chi, se non a me che già lo contengo?  In  questo contenersi si  crea una lacca sui pensieri, pennellate pazienti di loto e biacca sul colore, per tenere dentro e scrivere solo con la fantasia di chi interpreta le nubi. Sia per i contenuti che per i simboli.
Ci penserò leggendo tra le righe, là dov’è il punto dove si coincide. Non ci si rincorre ne si aspetta, ci si incontra.

bellezza e difficoltà dell’amore

Di rado, ma succede, ci prende un’ indeterminata inquietudine che, come accade ai crocicchi dove il maligno attende, può sfociare in rabbia. O anche no, dipende da scelte impalpabili e apparentemente prive di relazione. Quando accade non è nulla che non si possa trattenere, ma  come sempre fanno le cose senza oggetto, scuotono e scavano nella roccia. Ci si chiede cosa sia che agita la serenità, la scompiglia  e non la muta nel riso che dovrebbe accompagnare il non prendersi troppo sul serio. Evidentemente c’è qualcosa che non è banale, oppure se lo è, si maschera bene. Spesso è la sensazione di un torto rimosso come tale. Una scarsa considerazione che è poca cura ricevuta. In definitiva una crepa nell’amore. Quella cosa il cui bisogno mai s’esaurisce e che pur frequentando lo stesso legame, analogo tempo e luogo, s’interpreta in modo sempre nuovo e differente. Secondo bisogno e occorrenza. Ebbene quella rabbia senza nome è misura e segno, miei lettori, della difficoltà e bellezza dell’amore e del suo mai essere eguale.

così si perdono i treni

Apparentemente le cose si complicano. Ogni scelta dovrebbe tenere conto di variabili conosciute e sconosciute, di interessi contrapposti che emergono solo al momento della decisione. Così si procrastina e ciò che era chiaro s’intorbidisce, insinua il dubbio, manda innanzi attendendo di capire. È così che si perdono i treni, per affievolita passione. E si rientra nel rango dei capi stazione che di treni ne vedono passar tanti e non ne prendono nessuno.
Ti ricordi la canzone di Battisti che cantavano assieme: le discese ardite e le risalite? Il nostro aereo, in paralleli diversi viaggia tranquillo, sopra le nubi, dove c’è sempre il sole e se ha qualche scossone turbolento è quando punta a terra. Ascoltando una flebile amica, sentendo i suoi dubbi sul fatto che ci siano amori stabili e tumultuose passioni contemporanee, pensavo che tutto è lecito se fa bene, ma che il bene è molto simile alla felicità. Transita e si prende,  sapendo  che c’è una stazione d’arrivo di cui si percorreranno  marciapiedi e corridoidi, la sala d’attesa, e  dala caffetteria dai  caffè lunghi di pensieri e nostalgia di ciò  che non c’è ‎stato e c’è. Ascoltare è mettere a disposizione un abbraccio sincero, un silenzio che parla e un calore che spesso si protrae in un numero di telefono.
Ascoltare è ciò che possiamo fare per chi ci interpella. Ascoltare è ciò che, con difficoltà e ad elevato prezzo, possiamo fare dentro di noi, con noi, perché poi le verità emergono e le scelte diventano indifferibili. Non ci raccontiamo più storie e falsità benevole, dopo sappiamo molto, quasi tutto di ciò che ci riguarda e salire o meno su quel treno non sarà mai neutro.