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Posted on willyco.blog 27 dicembre 2015

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Le cose s’avvolgono d’ un silenzio immoto e greve,

di luce umida di nebbia,

nel pigro scorrere di ore dei giorni di festa.

Sazi di cibo e di parole, s’ascoltano echi:

ti voglio bene, ci sei,

è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,

di certo sarà buono, o almeno migliore,

forse.

L’ indecisione si fa casa,

nel sonno da tepore e d’aria respirata,

mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale,

così gialle sono le luci e il freddo penetra dove c’è calore..

È passato il tempo che sempre si rincorre,

non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.

Neppure la neve.

Così si rammarica il cuore

forse è l’anima, o il semplice sentire, d’aver perso un treno,

ma da molto non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo i pensieri fuggono via dalle feste,

da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.

Forse per questo, o per altro,

ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,

e stupito ascolta parole che capisce a stento,

immagina, intuisce, guarda,

mentre attorno scavano fossati.

cuori lasciati a sé

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La terra, le stoppie tinte dal sole rosso radente:

su questa terra c’è attesa,

il soverchio ha spezzato in profondità, ma il nuovo non è giunto,

c’è solo il freddo di bora che sposta foglie pesanti di fango.

Case attorno ad alberi e boschetti di pioppi

s’affacciano su pozze ghiacciate senza grida di bimbi,

I buoni borghesi celebrano ludi carnali in case di coccio,

qui c’è pietra di fiume, pelle ruvida di lavoro e zuppe fumanti,

vampe di legna, profumo nell’aria d’inverno.

Nei passi pesanti di ricordo il fango semina,

ma non lascia traccia in questo suolo

gelato di cuori lasciati a sé.

racconti per notti di vigilia: puer natus est

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Foglie di platano a mucchi. Sono mani palmate, croccanti, aliene, grandi, secche, in quel color tabacco che fa voglia di fumare. Sensuali come sigari arrotolati da mani femminili, o sminuzzate dentro fornelli di pipa a cui s’è accostata la brace d’un ramo tolto dal camino. Ma sono foglie, e questa è voglia di fumare, accende mezzo sigaro e guarda. Foglie a mucchi, ai lati dei marciapiedi. Ai piedi degli alberi. In distanza si vede il giallo della tuta dello spazzino con una buffa scopa, una grande L, che manda avanti le foglie. Un suo collega, anche lui in tuta, si muove come un pendolo dalla strada verso il marciapiede, ha sulle spalle una macchina che soffia, e spinge le foglie verso la scopa.

Soffia, foglie, scopa, mucchi.

E’ mattino presto, l’insonne fumatore cammina, è uscito da poco. Guarda e nella testa ripete come un mantra: soffia, foglie, scopa, mucchi. E sorride mentre il vento le risparpaglia distratto. Sorride ai due cani che si rotolano nelle foglie felici, all’auto che ci parcheggia sopra.

Vento, foglie, scopa, mucchi, è l’equivalente di: si nasce, vive, muore, il resto sono chiacchiere. E così sorride ai pochi passanti che semplicemente passano verso qualcosa di definito. Non notano. Neppure il suo sorriso, notano.

Di mattina presto la città è diversa, emergono uomini che poi si rintanano nel giorno. Ognuno dove ha scelto, la necessità è una scusa, si rintanano e basta. E così guarda, accumula in testa. Ripete: soffia, foglie, scopa, mucchi come fosse il riassunto di un modo privato del sentire. Poi scivola di pensiero, si ricorda perché è uscito: ci s’innamora d’autunno. Pensa. E prende a calci qualche foglia sparsa. Ci si innamora e poi si attende. Può succedere una cosa e il suo contrario, la felicità o la disperazione, tutto in poco tempo e in una noce d’energia. Come un big bang, ma ordinato e se tutto schizza ovunque c’è  un procedere pieno di contrasti. Magari ci fosse il caos e basta, l’emozione, c’è l’ordine delle scelte. Entropia positiva, o almeno pare. Urgenze frenetiche, tempi dolci di certezze, abissi d’attese, insicurezze improvvise. E poi domande. Domande, sempre domande, presagi di qualcosa che sarà gioia o delusione. Non voglio la delusione, si dice, ma accade.  E così mi difendo. Metto ragioni, incredulità, speranze deluse, tutto a far da freno. Però non funziona, la somma delle cadute pregresse non è un antidoto alla voglia di correre. Semplicemente tutto ricomincia. Solo in amore non c’è un prima e un dopo. Non c’è almeno per quell’attimo magico in cui tutto è possibile.

S’è alzato di buon mattino dopo una notte passata tra sogni e risvegli. Sogni fastidiosi, aggressivi che sembravano accordarsi alla sensibilità della veglia. Attorno, nel buio temperato dalle spie d’interruttori, rumori, schiocchi, pensiero di topi o di qualche preesistenza. Le case che hanno avuto altre vite portano impronte del sentire. Lì qualcosa, di certo, era avvenuto. Parole scambiate, ira, risate, era stato fatto l’amore, consumati rapporti frettolosi, delusioni, rabbie, rassegnazioni, speranze, obiettivi, piccoli passi di figli, risvegli, abitudini, pasti stanchi, veglie. Tutto accumulato in energia che s’era infiltrata tra i mattoni assieme ai desideri sino ad esplodere in rivoli di scelte, di alternative, di stanchezze soddisfatte, di vuoti, d’improvvise felicità. Tutto lì dentro, in pochi metri quadrati, nell’infinito campionario degli usuali modi di vivere. E nella sua veglia cosa restava? Un senso di bisogno, un’ assenza forte, un moto d’amore, un guardare il soffitto nel buio, un muoversi dentro, fatto di attese e di piccoli estranei rumori che generavano inquietudine.

Finalmente era arrivata mattina, con piccoli accenni di luce dalla veneziana del bagno. La mattina, con le sue abitudini, la colazione lenta, il pane imburrato, il doppio caffè, il latte caldo. Anche se non aveva fame, ogni mattina era così: solo per piacere. Gli animali mangiano per fame, non gli uomini. Tutto secondo il rituale del benessere, del tempo proprio. Come si dovesse indossare la corazza di un piacere per sé che servisse all’esterno. Un difendersi dagli sguardi sapendo che si era altro. E poi usare parole frettolose o distratte, indifferenti o fintamente partecipi, senza badarci troppo, essere banali insomma, per non mostrarsi, per tenere il meglio di sé ben protetto, perché quella era la parte importante, non sacrificabile. Casomai si poteva metterla in mani fidate, condividerla, ma dilapidarla nella banalità, questo no, non sarebbe stato utile a nessuno. E l’utile comunque emergeva nelle vite condivise, il resto erano perle ai porci.

Aveva sorriso, davanti allo specchio. Sono così affascinanti e infedeli gli specchi. Aveva pensato. Hanno dentro qualcosa di quello che vorremmo essere e che però non si vede. Al più c’assomiglia. E’ questo il loro fascino: avere un pezzo di noi e rappresentarlo in un’immagine che a fatica, riconosciamo come coincidente in qualcosa. Sarà per questo che le donne si cambiano davanti allo specchio. E si guardano oltre e tentano di modificarsi perché pensano di avere la capacità plastica di coincidere con l’immagine riflessa. E quando questa capacità di vedersi oltre, di modificarsi, diventa meno soddisfacente, allora concludono che è finita la giovinezza, che sono irrimediabili. Aveva sorriso. Di nuovo. Per lui la giovinezza, come le altre età della vita, non s’ era mai chiusa. Era proseguita nei meandri di possibilità, di sogni, di cose fatte e di insoddisfazioni. Per lui la giovinezza era l’età in cui nulla può davvero soddisfare a lungo, perché le soddisfazioni sono esplosioni di senso, scoperta. Ma anche attese gravide, pesanti, toni cupi, giorni che non sgorgano. Per questo la sua giovinezza non la cercava nell’immagine allo specchio, ricerca inutile del resto perché c’era un viso segnato, labbra usate, occhi spesso stanchi, ma nella capacità d’essere spinto in avanti, nel partecipare, nello sperare e amare. Nel provare che osava, dava credito, salvo poi chiudersi in silenzi offesi, in sofferenze repentine e grandi. Una giovinezza sanguigna e sanguinante, un rito di vitalità prima che di vita. Feconda. Ecco la parola che poteva contenere lui, il giorno, ciò che accadeva, la soddisfazione rada, il desiderio, la responsabilità, i bisogni. Feconda. Tutto senza un fine evidente se non il vivere. Un arrivare come un eterno andare. E un eterno naufragare e un salvarsi. Perché il naufragio è la rottura della previsione, della complessità della macchina in forza di natura, è l’organizzazione certa che fallisce e il doversi ripensare, ricollocare in un luogo e un tempo nuovi. Un inizio. Come l’ora dopo l’amore, il silenzio dopo le parole, l’ansare dopo la fatica, la solitudine dopo la folla.  E’ accaduto, che si fa? Si era ubriacato di solitudini partecipi, ce n’erano talmente tante e parlanti attorno, in cerca di confidenza, di contatto, che aveva cercato sé nei silenzi protratti. Si era ritratto nell’immagine assoluta che veniva dai fallimenti, sapendo che un fallimento era un esito dopo una storia di successi. Facile accadesse, fosse solo per la legge dei grandi numeri. Ed era così che, tra alti e bassi, tra difficoltà a trovar senso sino all’orlo della disperazione, dell’annientamento, aveva costruito una instabile, incompleta, immagine di sé che nessun specchio avrebbe mai potuto restituirgli. Voleva essere, non assomigliare. E così aveva sorriso nuovamente. Quando sorrideva sentiva che gli occhi si aprivano, che c’era una luce divertita dentro. Come un accogliere, un abbracciare per comprensione, non importa cosa, ma c’era disponibilità ad ascoltare e far sua la vita d’altri, esserci in modo inusuale e senza chiedere nulla oltre al calore comune che si creava, la confidenza.

Stanco di casa e tepore, immerso in questi pensieri era uscito. Desiderava essere al mare, l’aveva sognato in uno dei brevi sonni, un mare d’inverno, freddo, inospitale. Un luogo per stringersi più che per contemplare. Fatto di rumori ritmati di risacca, gridi di gabbiani. I gabbiani c’entrano sempre, pensava, sono banali i gabbiani. E sporchi. Mangiano spazzature, Ce n’è ovunque, seguono le discariche. Però al mare quando veleggiano contro vento, leggeri, senza muoversi volano, e allora danno l’impressione della libertà di chi possiede un segreto: il disporre di sé. E diventano il sogno di un prima, di una ingenuità intelligente, di una pulizia interiore vissuta nello sporco, nel compromesso per bisogno. Avrebbe voluto il mare e un abbraccio che non si stacca, un cingere a sé, a fianco. E guardare sino e oltre il limite del freddo, sino alle labbra viola e poi correre in cerca di caldo. Ridendo.

Fuori, invece, c’era la città al mattino e le foglie, i viali ancora semi deserti, le strade come ferite tra le case. Luci di finestre, i primi rumori, la pasticceria che apriva, odore di cose sfatte e profumo di dolce, un altro caffè. Ogni volta si stupiva della differenza di ciò che vedeva di prima mattina, rispetto a un’ora successiva. La vita del primo tram, le persone che aspettavano e quelle che rientravano, i rumori, la luce. Pensava a come la città fosse il luogo dell’occidente, e del ‘900. Mentre altri continenti, l’Asia, l’Africa, il Sud America, ma anche la Russia e la Siberia, avessero la dimensione della terra. La terra come appartenenza ampia, che respira talmente tanto da essere un suono dell’anima. I russi erano stati bravissimi a descriverlo perché lo sentivano. Lo spazio, la terra-madre per il cibo, la sicurezza, il luogo, la bellezza, sino a diventare appartenenza, cultura. La Grande Madre Russia era la terra, e così con altri nomi accadeva ovunque, in Africa, in Brasile. La città era altro, un contenitore di fallimenti, di economie, anche di sentimenti, un limite al futuro, alla libertà. Amore, innamoramento, libertà, condizionamenti, noi insomma.

Quell’attività di persone e cose lo portava verso un distrarsi. Pulizia delle strade, trasporti, serrande che cominciavano ad alzarsi, e le finestre che si aprivano, la luce, un viso che si affacciava, uno sguardo al cielo e all’asfalto. Seguiva le cose che accadevano e le foglie. E desiderava essere al mare con lei, poi in qualche cittadina svuotata di turismo, nelle luci e nel calore dove si sta, Si vive. Sconosciuti agli altri per scoprirsi. E invece camminava solo ed era in una periferia antica, fatta di orti dentro le mura, sequenze di palazzi e di casette intrappolate dalla speculazione. Lì c’erano state cooperative di insegnanti e impiegati che avevano costruito case di mattoni rossi, piantato alberi ormai centenari. Una idea piccolo borghese, con l’orto minuscolo, le rose, la finestra dello studio sulla strada. La sera, passando per quelle strade, si vedevano dalle finestre, luci filtrate da vecchi paralumi, verdi, gialle, e tra le tende, libri. Ma usciva spesso anche odore di minestre, di vecchio, di avvenuto. Pensieri che si erano dispersi in adunate oceaniche, perduti in ideologie forti, stanchezze successive, nuove fedi e fallimenti di vite. Era rimasto l’odore di minestra e a Natale di cotechini, i nipoti in visita ai nonni che erano stati figli di cooperatori, presenze di badanti sollecite dalla parlata strana. In una di quelle case, forse viveva ancora una sua insegnante, quando l’aveva conosciuta lui aveva 20 anni e lei forse 40. Un po’ in carne per l’epoca Twiggy, ma carina. Nessun sogno erotico e neppure troppa confidenza, però si parlava di Parise, Calvino, Pavese, e sembrava amasse Gadda. Una cosa da gourmet per il miscuglio che contenevano quelle scritture e da cui lui era affascinato. Poi era sparita negli anni, vista qualche volta e poi più, ma l’impressione di qualcosa che si sarebbe ancora potuto dire gli era rimasta. Cercava di capire qual era la casa. Per distrarsi, seguendo un interesse che in realtà era altrove, ma non trovava. E anche se l’avesse trovata che avrebbe potuto dire oltre qualche convenevole, qualche ricordo. Per questo non bisognerebbe mai lasciar cadere le opportunità di sentirsi di più, di condividere quando è ora.

Il nostro insonne capisce che è inutile rovistare ricordi, il pensiero torna su ciò che manca, ed è sempre il giusto amore. Un eufemismo per definire l’innamoramento come condizione perenne e la solitudine che circonda l’assenza di sentirsi amati sino a traboccare e allora va verso casa e prende l’auto. Vuole andare via, per non chiamare nessuno, per mettere distanza rispetto a ciò che entrambi conoscono. Un sentimento che nasce. Deve andare per far qualcosa e ascoltando musica, guida. Abitare non distante dalla costa gli dà molti vantaggi, in mezz’ora si arriva al capolinea di un sogno. E finalmente c’è il mare davanti. Un vaporetto e poi la sabbia fredda, spuma, alberi dell’ultima mareggiata, gabbiani intirizziti. Il giaccone pur appiccicato al corpo, non gli tiene il caldo. E’ freddo, umido, una mattinata grigia, la spiaggia vuota. Cammina. Gli pare di aver camminato tutta la vita. La sabbia cede, e lui pensa, ha desiderio di caldo e freddo. Punta verso un bar. Dentro, pescatori che giocano a carte, odore di vino, minestra e ancora di cotechini che stanno bollendo. Come in città. Sorride. Non si scappa davvero mai da sé, tanto valeva stare a letto stamattina. E qui non si parla con nessuno. E’ un “foresto”, il dialetto non basta. In questi posti, d’inverno ci si chiude ancora di più. E non è il freddo. Pensa. Tra poco è Natale. Che solitudine ha in sé il Natale, come un’attesa che non sfocia in un abbraccio. 

Allora esce e per la strada vede la sequenza di chiese che guardano la riva, su una c’è scritto: Puer natus est. Che forza ha il latino, pensa, più di un tweet .Soprattutto molto di più di quello che non arriva. Però è nato un bambino. E con lui tutta la possibilità e il futuro in qualcosa che crescerà. E’ bello pensare che nascono i bambini, anche i pensieri dentro sono bambini. Anche l’amore è un bambino.

E così arriva all’imbarcadero per prendere il battello e per tornare. Per tornare dove?

A tutti quelli che attendono, che trovano qualcosa di nuovo che li riguarda, a tutti quelli che camminano, che vogliono innamorarsi, che ascoltano, che crescono senza prevaricare. A tutti quelli che sorridono, che abbracciano, che accolgono. A quelli che tornano e a quelli che ci sono e non ce ne accorgiamo mai quanto sono importanti e li amiamo. Buon natale.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

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Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 2

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Stava guardando quella stella luminosa appiccicata a un portafiori di metallo. Quanto kitsch sono le menti, pensò, e quanto il kitsch riflette un bisogno insoddisfatto, un ricordo mal digerito, un’assenza. Quella stella chissà cosa rappresentava nella testa di chi aveva fatto la fatica di metterla su un balcone e di accenderla. Lanciava un messaggio, ma era una richiesta di aiuto o un affermare qualcosa? Magari era solo il ripetersi di un indefinito bisogno, un’assenza per l’appunto. Natale era diventata la festa dell’assenza che chiedeva di essere presente prima a qualcuno e poi a qualcosa. E non era forse uno dei tanti rapporti insoddisfatti con il bisogno d’amore  che si manifestava? Quello che si sarebbe voluto e che si cercava, approssimando e approssimandosi e difficilmente si trovava esauriente e completo nel tempo.

Approssimarsi è una parola almeno bisenso, definisce un avvicinarsi a qualcosa e un cercare di essere aderenti al vero che si rappresenta. Come fosse facile, pensò, io li invidio i sicuri, quelli che sanno con precisione e non si pongono problemi d’ interpretazione. Hanno una visione chiara del mondo e di se stessi. Prima andavano in chiesa e mangiavano il panettone con la famiglia, adesso se hanno soldi, se ne fregano della pandemia, vanno in montagna o ai tropici e festeggiano in altro modo. In fondo la festa è solo l’atto del festeggiare, dello stare assieme con chi approssima il bisogno. Ma se ci sono troppi significati, loro, gli invidiati, li derubricano dalla testa. Inutili perdite di tempo per oziosi, li definiscono. E lì finisce.

Però qualcuno aveva fatto la fatica di mettere quella stella cometa, come ci fosse una direzione da indicare, un luogo. E il luogo non poteva essere che il cuore, ossia quello che chiamiamo cuore e che in realtà è un groppo di sensazioni, bisogni, desideri, sentimenti, relazioni che tutte ruotano sempre su qualcosa che è desiderato. Sentiva affine quel mettere fuori un segnale che dicesse: ci sono anch’io, con gli stessi dubbi, le stesse attese che hai tu, ma sono anche diverso. Ho un mio vissuto che non t’assomiglia. Ciascuno s’ approssima per suo conto, con sue motivazioni, eppure il luogo è lo stesso. Quella stella kitsch era più una traccia che una festa ed era meglio dei tanti alberi monocromi che si vedevano nelle case, esibiti tra tende aperte e luci calde. Alberi da vetrinisti in bianco, in rosso, in blu. Alberi tutti in verde non ne aveva visti, come pure il giallo e il viola o l’indaco erano banditi; il colore è anch’esso bisogno ed espressione, indica una moda e un approccio, una visione di sé. Il rosso era diventato il colore delle feste, associato ad una eroticità che metteva il tempo libero assieme al lasciarsi andare. Il cibo, il bere e il sesso, i motori dell’uomo che complica poi le cose col ragionamento. Alberi rossi e mode di case sfolgoranti, ma non solo, perché altri sceglievano il bianco come ci fosse un bisogno di quiete, altri ancora il blu, con la necessità di apparire formali e a posto, in ordine con se stessi e il mondo. I decori come stato d’animo e bisogno; meglio gli alberi di un tempo, fatti di fragilità e di palle colorate, di aggiunte progressive che si costruivano con l’apporto dei piccoli, insegnando a stare attenti. Pensava a tutti gli alberi della sua vita. Non che li ricordasse, ma il loro costruirsi, la liturgia dello scegliere, gli addobbi recuperati dal sonno annuale, il fare dove prima era stato spettatore, poi attore partecipe. E gli alberi erano mutati negli anni, mantenendo un loro angolo di centralità: erano il luogo del dono e della festa visibile, l’accordare il dentro e il fuori.

Quella stella era una traccia di qualcosa che si era svolto e voleva svolgersi. Ognuno aveva natali pieni di attese poi deluse, travolti da un conformismo di massa svuotato di senso che non fosse quello del rito e della festa. Prima c’era stata la religione, che pure di contenuti ne aveva, poi scortecciando i significati era emerso il bisogno di essere assieme, il dono che era un’attenzione aggiunta, poi disperdendosi i partecipanti ci si era stretti in un chiedersi, in un riflettere perché mancava qualcosa. Certo le cose si ripetono, ma se non c’è sostanza sotto, significa che prevale l’assenza. E l’assenza si tampona col rumore, col frastuono, col portare la testa altrove. Quelli come lui che non credevano più, dovevano giustificare a se stessi il perché c’era una festa che comunque li riguardava. Forse per questo gli altri, quelli che invidiava un poco, se ne andavano altrove, coprivano tutto di altre sensualità, di leggerezze transitorie che facessero doppiare le domande come fossero uno scoglio periglioso da tenere alla larga.

Camminava in mezzo alle luminarie della città più vuota del solito per i divieti mal rispettati. Oggi le amministrazioni fanno sfoggio di luce, pensava che non badavano a spese perché ci doveva essere una festa visibile e comune, anche nelle strade deserte e di notte. Un tempo c’erano i pranzi dei poveri, adesso erano rimasti i poveri. Pensava al fastidio che suscitavano nei benpensanti quelli che chiedono l’elemosina, il giudizio che radiografava l’abito, il modo di chiedere, la presenza o meno di un telefonino. Come se chiedere la carità fosse una professione e non una condizione. Ieri l’aveva fermato un uomo, aveva forse meno di 50 anni, vestito con cura, ma troppo leggero per il freddo, all’inizio l’aveva ascoltato preparandosi a un rifiuto. Quest’uomo gli aveva detto di essere un medico che veniva da Aleppo e che aveva perso tutto. Che la moglie era morta durante l’assedio. Mentre gli stava dando delle monete, pensava che cambiare condizione di vita è un dolore che si aggiunge, che la speranza di una fuga poi si risolve in una delusione. Diamo per scontata la solidarietà quando si è nel bisogno, pensava, è così che si chiede l’attenzione a chi ci è amico. Ma tutto si chiude in una cerchia, quelli che sono dentro hanno diritto a un sentimento, gli altri sono fuori e si eliminano attraverso il giudizio. La pandemia e il suo allontanare i corpi aveva fatto il resto. Anche a Natale. Anzi di più a Natale perché si aggiungevano contraddizioni e bisognava invece che tutto apparisse bello e lucente.  Per questo ci sono sindaci che fanno ordinanze contro chi chiede l’elemosina e profughi respinti nel gelo con i cannoni ad acqua alle frontiere. Ci sono naufraghi senza porti sicuri e persone che s’ammassano sulle rive in attesa di un natale altrove. Danno fastidio i poveri, i profughi, ma a cosa? Alla religione? Al senso di una festa?

Quella stella cometa che aveva visto sul balcone indicava una semplicità, c’era il bisogno di approssimarsi, anche nella parte negativa, riconoscersi e dirsi se davvero ci si piaceva. Questo era un bisogno che forse la festa poteva racchiudere, perché la festa era tale se apriva, se tirava una linea da cui ripartire. Se almeno la festa diventava un porto sicuro da cui ricominciare la vita. Fatti nascere di nuovo.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 1

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Quando cerchi qualcosa in questa casa non la trovi mai. Vorrei delle viti autofilettanti da ferro, 1.5 x 0,3 testa piatta. Sarebbero meglio inox, ma non si può avere tutto. Mi basterebbero le viti. 3 o 4 e attacco la stella al porta vasi esterno. Una stella luminosa, unico arredo esterno per una festa che dice, anzi chiede, e lascia larghi spazi di vuoto.

Mi succede ogni anno da quando ho smesso di credere nei significati religiosi del Natale, però mi sono tenuto il pensiero di una bellezza infantile. Un clima caldo dentro casa, l’albero e le palle colorate, l’attesa di un regalo che allora c’era sempre, la responsabilità di preparare la tavola e mettere una letterina sotto il piatto.

A volte c’era la neve fuori. Mi piaceva la neve a Natale, mi piaceva nonostante il freddo che entrava nei cappottini più pesanti che caldi. Il freddo che arrivava nei maglioni fatti in casa che pizzicavano la pelle, le scarpe che si bagnavano e che poi avrebbero fumato, piene di giornali vicino alla stufa. Mi piacevano gli amici alla messa con le luci sfolgoranti, il coro. Mi piaceva cantare nel coro. Cosa cantavo… adeste fideles. La canticchio anche ora che cerco le viti e dallo sgabuzzino è emersa una scatola di libri che non mi ricordavo più di avere. Libri di fotografia, tecniche vecchie, ma come stampavano un tempo? Quadricromie costose che ora virano verso i rossi e gli aranciati. Bei tagli. Chissà quanto hanno lavorato in camera oscura, mica erano tutti Cartier Bresson che stampava l’intero fotogramma e fotografava senza farsi vedere. Sì, ma chissà quante ne ha buttate via di foto Cartier Bresson. Che faccio con questi libri, fuori non c’è più posto quindi di nuovo in scatola. A dormire. Usciranno alla prossima ricerca di viti.

La casa è piena di carabattole, di oggetti che potrebbero servire a tre vite e invece ne ho una. Però ho una buona memoria. Infatti ecco il barattolo delle viti. Un giornale e poi si rovescia l’intero contenuto. Me l’ha insegnato mio cugino. Belli quei tempi quando avevo un’officina dove portare l’auto, e dove avevo pure lavorato. Si fa per dire lavorato. In officina mi ero sporcato di nafta e morchia. Ero un ragazzino e più mi sporcavo più mi pareva di dimostrare impegno nel lavoro. Mio cugino era ordinato. Le chiavi e gli attrezzi a posto, non come qui dentro che ci sono cose per attrezzare una fabbrica ma nessuna si vede. Però mi ha insegnato come si trova quello che si cerca in un barattolo: è semplice, non bisogna avere paura della quantità, si rovescia sul tavolo e si separano le cose con la punta del cacciavite, o con la pinzetta a becchi lunghi da officina. Giornale e barattolo rovesciato. Viti di tutti i tipi, alla fine tre uguali ci sono, la quarta è un po’ più lunga e larga ma non si vedrà da fuori. Solo che sono vecchiotte. Taglio e non testa a croce. Serve il cacciavite giusto.

Prima mi faccio un caffè. Polvere, acqua, e dieci gocce per dove finirà il caffè, non bisogna bruciarlo appena esce. E fuoco basso. Intanto cerco il cacciavite, è nella cassetta degli attrezzi, assieme ad altri dieci compagni: perdo memoria delle cose che compro, ma quando le vedo ricordo il periodo. Mi piaceva fare il bricoleur, dovevo dimostrare qualcosa, adesso faccio meno del necessario e m’ illudo di saperlo sempre fare. Bah, mica è vero, ci provo e mi trovo sempre nei guai con tempi sballati, con impegni che si sovrappongono e quello che doveva essere fatto in 10 minuti, dopo un’ora è ancora malfatto e incompleto. Penso sempre che sia un problema di attrezzi e invece è incapacità di valutare le proprie forze. Delirio di onnipotenza. Succede in molte cose. Magari si chiama ottimismo della volontà, ma in realtà quelli che sanno fare sul serio, hanno misura di sé, si muovono con i tempi giusti e hanno il necessario. Il caffè sta uscendo, si sente il profumo. Mettendo il fuoco al minimo sin dall’inizio, esce piano e aprendo il coperchio il profumo esplode nell’aria. Aver vissuto per anni vicino a una torrefazione mi ha condizionato, ne sono certo. Mi mandava mia madre a prendere il caffè, non potevano vendere al minuto ma me lo davano lo stesso: un chilo che macinavano al momento. Finché guardavo i forni dove tostavano i grani, mi regalavano un caffè fatto da una Cimbali enorme. Un caffè buonissimo che non riuscivo a trovare al bar. Ristretto, profumatissimo con un retrogusto rotondo e dolce. Questo magari fosse così. Ci si accontenta col tempo magari vantadosi di essere gourmet. Però il caffè si beve seduti. Sul tavolo ho giornali di due settimane, devo trovare il tempo per liberare. Fosse facile… Ogni volta che vedo qualcosa di scritto m’interessa. Caffè e biscotto caramellato, inzuppare con calma. Il caffè si beve con calma, poi inizierò. Intanto fuori la luce cala in fretta e farà pure freddo.

Trapano, punta da 2,5, fori sul portafiori. Fatti i fori, il prossimo anno basteranno le viti. Sembra semplice, ma fa freddo davvero, le dita si ghiacciano e il metallo non è facile da forare. O è la punta? Primo foro per la stella, poi per fare il secondo dovrò decidere come butta la coda, la mando in orizzontale o verso il basso? Orizzontale. Servirebbe una bolla, ma vado a occhio anche perché il portavasi non ha tutto questo spazio di libertà. Con due fori fatti la stella e la coda sono già a posto. Basterebbe così, aggiungiamo il terzo foro per preziosismo. Mi fermo a guardare il tramonto, in questa parte del mondo il sole fa meraviglie quando scompare dietro ai colli. Però fa davvero freddo e bisogna finire. Mi pare di fare le cose per bene, non è così, però se tutto è accettabile, chi se ne accorge a parte me e la mia insoddisfazione. Ormai è notte e sono pieno di freddo. Potevo farlo stamattina, mi dico, anzi lo dico proprio così lo capisco meglio, e invece rimando finché non ci sono più scuse.

La stella è a posto, il portavasi e le piante pure, e adesso serve il filo elettrico da portare dentro. Una prolunga e si accende. Lo so che questa cometa è una cosa banale, una pacchianeria. Me lo dico da quando l’ho comprata. Il cinese m’ha assicurato che è per esterno. Magari sarà vero, ma speriamo non piova e che non prenda fuoco. Però adesso si accende e potrebbe pure lampeggiare. Sarebbe troppo, un cattivo gusto aggiunto al cattivo gusto. Farei fatica a dormire col pensiero della stella fuori che lampeggia. Siamo sempre prigionieri di quello che pensano gli altri ma questo lo penso anch’io.

Adesso da dentro si vede la stella cometa illuminata, a frammenti, tra le piante, fuori è intera. Ho preso freddo e ormai è notte piena. Ho preso troppo freddo, come un imbecille. E la casa è rovesciata. Comincio a mettere a posto, mi fermo spesso perché trovo cose inaspettate. Intanto la stella è accesa. Scendo a vederla intera. Non è male. Pacchiana ma un po’ fa festa. Poi quando andrò a letto, chiudo la porta e la spengo. Se non prende fuoco prima.

E’ quasi Natale, quasi, manca il resto.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

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gentile presidente

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al Professor Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Gentile Presidente, vorrei narrarle un fatto che mi è accaduto e che credo, possa giovarle nella Sua opera di ammodernamento e crescita del Paese. Possiedo una vecchia auto, ormai passata al registro storico. Non la muovo molto e la tengo in Umbria, dove abita una parte della mia famiglia. Dovendo fare la pratica che sancisce la storicità dell’auto, questa si è espletata presso la città in cui risiedo e che è nel Veneto, dove è immatricolata l’auto. L’ACI è stata rapida e solerte e in mezz’ora, con 80 euro e due disinfezioni delle mani, sono riuscito a far incollare un adesivo sulla carta di circolazione, che sancisce l’appartenenza dell’auto al registro storico.

Essendo l’auto ferma in Umbria, perché priva di carta di circolazione, per farla circolare ho pensato bene di spedire, tramite raccomandata, il documento aggiornato. Fin qui tutto bene, con due code alle Poste e quattro o cinque disinfezioni di mani sembrava che la cosa si fosse conclusa. Una raccomandata dovrebbe impiegare tre o quattro giorni per arrivare, beh, la mia è stata persa nel tragitto tra l’ufficio postale e Roma. Passa una decina di giorni e consigliato dall’ufficio postale, telefono al call center che si occupa di capire dove si trova la corrispondenza e degli eventuali reclami. Ci ho messo un bel po’ per avere la comunicazione ma alla fine sono riuscito a parlare con un signore molto gentile che in circa mezz’ora di telefonata, mi ha confermato che della mia raccomandata si erano perse le tracce. Mi ha consigliato di fare reclamo. Scarico il modulo dal sito delle Poste e compilo il reclamo, che poi, dopo una adeguata coda e qualche ulteriore disinfezione di mani, consegno all’ufficio postale. Intanto l’auto non si può muovere, allora passo alla Motorizzazione Civile.

Non è facile di questo tempo andare per uffici, bisogna prenotare in internet e non sempre le piattaforme sono un capolavoro di chiarezza, comunque capisco che devo fare denuncia di smarrimento della carta di circolazione ai Carabinieri. Piccola coda, due spruzzate di antisettico ed è fatta la denuncia, poi il sito della Motorizzazione mi dice che devo fare un versamento di 10,20 euro su un conto corrente, quindi ulteriore passaggio all’ufficio postale e infine (questo infine purtroppo non è vero) portare il tutto all’ufficio della Motorizzazione, previo appuntamento. L’appuntamento, non semplice da fissare via internet, è per 10 giorni più tardi, l’auto è sempre ferma. Fiducioso, alla mattina indicata mi presento con moduli compilati, versamento effettuato, denuncia in originale, ma mi viene spiegato, con molta gentilezza, che la pratica non si può fare perché serve l’atto di proprietà dell’auto e il versamento non si fa più dal mese di ottobre in posta, ma attraverso un pagamento particolare che è possibile fare con carta di credito o altro, ma dopo aver scaricato un modulo dal Portale dell’Automobilista, previa registrazione come utente, e che comprende un particolare riquadro QR leggibile con il lettore ottico che hanno gli uffici postali o altri riscossori abilitati. Purtroppo non il tabaccaio presso il quale è ormai possibile fare tutto, compreso giocare al lotto o le fotocopie. Peccato. Beh, caro Professore, se la sera ha voglia di esercitarsi, provi a scaricare dal Portale dell’Automobilista un modulo di pagamento per una pratica, non dubito che Lei sarà molto più bravo di me, ma le assicuro che studiare fisica quantistica la impegnerebbe meno. Comunque alla fine ci riesco, vado all’ufficio postale, due spruzzatine di antisettico sulle mani e con discreta difficoltà del lettore ottico e dell’impiegato, alla fine riesco a pagare i 10,20 euro dovuti. Quelli che avevo già pagato con il bollettino e che il portale della Motorizzazione continua a consigliare di versare.

Problemi di disallineamento delle procedure, mi ha detto l’impiegato, davvero gentile della Motorizzazione, quando gli ho mostrato copia di quanto c’era scritto sul portale informatico. A questo punto con tutte le mie carte e il pagamento, devo ritornare alla Motorizzazione, qui credo mossi a pietà, hanno accettato le carte senza prenotazione e dopo una settimana ho avuto copia della carta di circolazione che ora comprende anche l’atto di proprietà dell’auto. Tra una cosa e l’altra sono passati due mesi abbondanti, ho saltato parecchi passaggi intermedi di richiesta per capire che fare, ma solo per non annoiarla e adesso, ho due pratiche di richiesta di rimborso in corso con le Poste e l’auto è sempre ferma, perché non ci crederà Signor Presidente, ma la nuova carta di circolazione la porterò con le mie mani e sarà il mio regalo di Natale a me stesso.

Io credo che questo Paese stia cambiando, che le cose andranno certamente meglio, che la transizione ecologica si farà, come pure quella digitale (non sono riuscito a calcolare il costo in CO2 dei miei percorsi in auto per andare nei vari luoghi che ha richiesto questo duplicato, né i costi dei collegamenti digitali, né delle telefonate ai due call center, né quelli delle persone coinvolte, né i costi di stampante e del tempo usato in totale), credo anche che sconfiggeremo il Covid 19 perché con tutte le disinfezioni che ho fatto e sto facendo, con tutte le mascherine usate e con le regolari vaccinazioni di sicuro ne usciremo.

Lungi da me darLe consigli Signor Presidente, ma credo che se Lei mettesse assieme un piccolo gruppo di persone che impavide attraversano la burocrazia e le sue modalità, informatiche o meno, otterrebbe un impagabile team di controllo dell’efficacia del PNRR e ancor più della vita comune dei cittadini.

La ringrazio della sua attenzione che mi rendo conto sarà attratta da ben altri problemi, ma mi permetta questa considerazione: questo meraviglioso Paese è la somma delle difficoltà quotidiane dei cittadini di fronte allo Stato meno la gentilezza delle persone che ad esso appartengono e che cercano di diminuire l’altezza della montagna da scalare. Come equazione è semplice, ciò che bisogna ridurre è il primo fattore e quando questo pareggerà il secondo la transizione sarà compiuta. (all’Italiana, ma va bene così)

Con molto rispetto per il suo lavoro

racconti per notti di vigilia:tempo previsto, domenica…

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posted on willyco.blog 16 dicembre 2014

S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.

Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta. Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?

Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò. S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.

Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.

Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.

i venti dell’est

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Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa col taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senza interesse personale e solo questo è un vivere definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senza l’ansia del giudicare e dicendo: appartengo a me stesso e a ciò che amo, con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

Di questa stanza ormai c’è solo un insieme di rovine, Martini ad Aleppo era un ristorante- locanda con secoli di voci e sorrisi accumulati, mobili antichi e il patio interno coperto da una vetrata a riquadri. Sarà caduta alla prima granata, le pareti divelte assieme ai marmi dei pavimenti e poi il silenzio. Sui muri che avevano stratificato le presenze, ascoltando discrete le lingue che si sommavano, guardato curiose le vesti diverse che entravano, sentiti i fruscii delle sete pesanti per l’inverno. Gli occhi rossi dei bracieri si saranno consumati attendendo le mani che portavano il freddo esterno e si preparavano al cibo e agli sguardi. La scala interna che puoi vedere riflessa sullo specchio, i suoi legni intagliati, gli scalini arrotondati dall’uso, mostravano le venature del sole antico ricevuto e il segno impercettibile delle babbucce. una discesa e un salire discreto con gli occhi che parlavano. Un salire e scendere come se il tempo fosse percorribile dai soli istanti che ci appartengono e poi passi leggeri che scivolavano sul pavimento prima di sedere nella bellezza di esserci.

Tutto si conserva come radiazione nell’universo che ci racchiude e ritorna. In qualche modo ritorna anche se non si parla più della Syria, anche se nulla si vuol conoscere dei Curdi. Tutto il passato è racchiuso in una noce di presente che attende il suo momento e accumula energia. Non c’è il caso ma stati progressivi dell’universo e noi siamo in questo stato irripetibile come tutti gli altri, ma consapevoli della spinta di tutto ciò che ci ha preceduto e gentilmente ci chiede conto e al tempo stesso propone di essere felici del molto che possiamo condividere.

Ci si deve compromettere, le scelte sono necessarie, farlo con la bellezza che si possiede, con ciò in cui si crede, con le passioni che ci animano, i desideri che ci scuotono è comunque una sequenza di no e pochi sì, ma è necessario perché la bellezza non si perda e non diventi oggetto di derisione e rovina. Io l’ho vista la rovina, ho visto il Mantegna, il Guariento e il Semitecolo polverizzati agli Eremitani, li ho visti crescendo nella grande fabbrica che ricostruiva il possibile e ricopriva il grande spazio con la carena rovesciata di una nave. Quel soffitto era il paradigma di ciò che era avvenuto, una nave si era rivoltata e di essa erano rimaste solo gli irti frammenti del legno antico, ora bisognava ricreare il possibile di quel passato che comunque non voleva sparire. Forse per questo la grande chiesa priva di gloria è così piena di tempo indeciso, così forte nel chiedere che i vuoti restino silenzi dell’anima. Crescendo ho capito che quando Lutero si era fermato a dormire in quel convento, in cui avevo giocato, qualcosa aveva lasciato. Qualcosa che si scriveva con inchiostri strani, qualcosa che era coscienza d’essere in un luogo dove le cose avevano spinto in avanti il mondo e non era stato pacifico tutto ciò, come non era pacifica la distruzione che annullava, anzi pensava di annullare ciò che era stato. Non è così, per fortuna, ma bisogna scegliere, non scordare la bellezza e non scordare gli uomini. Mai come ora è necessario, mai come ora siamo inconsciamente coinvolti in ciò che deve essere il futuro come piccolo passo di questo presente che gioca sull’orlo del vulcano.

Ci sono cose che sembrano indifferenti
e il loro suono è vuoto
come una lingua priva di sorrisi,
solo la paura impedisce di scorgerne in noi
la luce.