tempo e maritozzi

C’è un tempo in cui s’impara tutto, una tempesta  di saperi viene dentri e s’accoglie alla rinfusa. A sera sembra che la giornata sia stata piena ma già manca il domani che sarà meglio e che si pregusta assieme alla stanchezza. L’ordine delle cose è quello delle tasche ricolme di oggetti che hanno valori immensi se si perdono, solo per poco però, poi si dimenticano e continuano la loro vita. Della vita degli oggetti spesso mi sono chiesto: dove vanno, con chi sono, se davvero da qualche parte ci attendono. Magari sono  in un luogo che è quello che ricordiamo, oppure  non è quello eppure  non importa perché tanto ci sono e vivono.   

Altre volte gli oggetti e ciò che s’impara viene prestato o rubato e ci dispiace tantissimo perché sappiamo che non tornerà più e non sapremo mai se chi lo avrà lo riconoscerà col suo passato, se le cose saranno  tenute da conto o buttate. Tutte le mie collezioni di ragazzo hanno fatto questa fine e ancora mi chiedo se proprio tutto è finito in discarica oppure se qualcosa vive altrove, in un altro contesto, con la stessa attenzione felice.

Accade anche a ciò che si impara e poi si trasmette, e in particolare alle parole, che sono davvero nostre  quando stratificano  significati, e sono freschissime quando sono apprese e attendono di sfolgorare per amore, prima d’essere affidate. Chissà in altri pensieri che fine faranno, che luce avranno, e in fondo non importa perché la loro meraviglia è che generano sempre qualcosa di nuovo. Per questo mi piacciono i testi che evolvono, che sono imperfetti, che si aggiungono e trovano nuove sensibilità e vite. Insomma ciò che nasce quando si chiude un libro. E mi piace da sempre perché anche da ragazzo avevo le guance rosse per l’emozione e non volevo finisse. C’è poi un’ eroticità forte nella parola, preannuncia, sente, racconta, desidera, non si ripete mai eguale. E così accade, è accaduto anche tra chi conta con sistemi numerici differenti, e preferisce la nettezza del binario, al massimo gli ordinali, mentre ad altri, a me piacciono le frazioni che generano numeri sorprendenti perché dopo uno ce ne sarà un altro e poi un altro ancora, magari più grande del precedente e poi chissà.

Era così, imparando e applicando che avevamo iniziato a credere di capirci oppure era già tutto chiaro? Sembrava tutto così netto anche se non è mai così, però consolano le cose chiare anche se hanno sempre qualcosa che tengono dietro la schiena e non vogliono mostrare. Non mostrano fino in fondo, ci sfidano a indovinare ma sono chiare e i colori chiari rasserenano.

Ad esempio la panna del maritozzo di stamattina rasserenava, cercava di nascondersi dietro una moderata dolcezza, mentre svillaneggiava la paziente cedevolezza del maritozzo, faceva la prima donna, ma cos’è una prima donna senza un contesto che le sorrida? Ecco questo faceva il maritozzo, le sorrideva accogliendola, si faceva piccolo e bruno per esaltare la sua bianchezzaa e la consistenza del suo sorriso di densa beatitudine, ma senza di lui, quella panna sarebbe stata aria, acqua e grasso emulsionati. Alla fine eccessivi persino all’apparenza,  stomachevoli.

È  l’equilibrio di chi lascia passare e di chi accompagna, di chi si perde e chi si ritrova. E chi impara non smette mai, anche quando non ha più i calzoni corti e ancora sorride perché sa ciò che ha in tasca, ha collezioni a casa di cui è contento,   sa di qualcosa che ha perduto ma è sicuro che lo aspetta da qualche parte ed è paziente.

Perché finché si impara si prova e si vive e la vita è amore, poi non si sa, ma lo sappiamo che non si smette mai di imparare. Se si vuole.

questione di stile

piccoli peccati

 

Si era vestito con cura. Prima guardando il corpo nudo allo specchio e constatando che le immagini non corrispondono mai alla testa. Servirebbe, pensò, un farsi secondo ciò che si vede, un modificare per piccoli tratti quello che c’è e aggiungere il mancante. Chissà da dove vengono questi modelli. Sorrise. Stava leggendo un libro sulla paleogenetica e di come i DNA antichi dimostrassero che la prima forma di integrazione fosse stata il sesso. Un’infinita sequenza di rapporti sessuali che lasciavano tracce di specie homo scomparse, mentre altre ora presenti, erano ben distanti dall’identità che governi e ideologie facevano credere. Tutti mescolati, malamente o meno ma tutti con una carta d’identità talmente composita da capire che solo il mescolarsi era stata la risorsa vitale della specie. Pensieri sparsi in cerca della biancheria. Da aggiungere piano perché c’è un piacere del pulito che ci riguarda prima di essere un modo per vedere ed essere visti con quella vista particolare che è l’olfatto. La vestizione continuava con la camicia. Chiara, meglio i quadretti. Piccoli e azzurri. I calzini lunghi, scuri e si era fermato sui pantaloni. Chiari certamente. Potevano andare bene anche i jeans, ma meglio un color corda. Quando si chiudeva la cintura c’era un misto di soddisfazione e proposito, non era ingrassato, doveva dimagrire. Si dimagra per sé, pensava, per quel senso di leggerezza che ha un corpo più leggero, con i muscoli che funzionano bene. Si guardò le mani. Grandi, mai così abili come avrebbe voluto, ma silenziose e disponibili ancelle. Il linguaggio delle mani è raramente fatto di utilità. Persino quando lavorano provano quel misto di soddisfazione che rende ciò che si fa una dimostrazione di abilità o di goffaggine, ma non sono mai indifferenti. Hanno capacità espressive incredibili, portano la carezza e lo schiaffo, ma soprattutto hanno un tatto così diffuso e una capacità incredibile di disegnare con le dita e con il palmo. Raccolgono, tengono, sfiorano, restano a un millimetro da un’altra pelle e si sentono. Allacciano e sciolgono. Respirano la tenerezza e la paura, sono calde o fredde mai indifferenti. Si ha sempre una difficoltà a mettere le mani in modo armonico, persino la notte quando si dorme. Di giorno, pensò, devono aver inventato le tasche per dar loro un posto altrimenti sarebbero state svolazzanti e rivelatrici propaggini di sé. Gli piacevano le sue mani, le unghie appena rosa, corte, sempre pulite. Erano una parte di sé che non avrebbe mutato. Ormai era ora di mettere la giacca. Gli piacevano le giacche scure e quelle pastello, le tinte unite con una piccola idiosincrasia per il marrone che stava tra il bruciato e il nocciola. Quel marrone insipido che sta bene solo alle foglie secche, che non si sposa con nulla se non con se stesso, anche se non rifiuta l’azzurro e il nero. Forse gli ricordava quegli infagottamenti che un tempo si mettevano addosso ai bambini come cappotti ed erano il residuo di cappotti adulti adattati. Forse era il ricordo di qualcosa che lo respingeva, che lo riportava alle fanghiglie e ai rimproveri. Forse. Comunque fosse il marrone, quel marrone ovvero il pantone 130, nel suo guardaroba non c’era. La giacca, abbiamo detto scura, si ripeté, e scura venne tra le mani, tra il blu e il nero. C’è un piacere nel mettere la prima manica e nel cercare la seconda, sono le spalle che funzionano a dovere, i muscoli che con la loro intelligenza fanno il movimento e la mano sbuca tranquilla e con essa un centimetro di camicia da regolare con le dita e poi c’è quel movimento sincrono che aggiusta le spalle e veramente indossa la giacca, la mette sul corpo non sulla camicia. Diventa parte di noi, pensò. Non bastava, faceva ancora freddo, aggiunse un impermeabile corto, azzurro scuro, quasi blu. Sportivo e con il cappuccio. Ricordò che suo Padre aveva un bellissimo impermeabile bianco, doppio petto, lungo al ginocchio e con cintura in vita, fatto di quel cotone pesante che si usava un tempo. Inglese come si doveva per un regalo, ed era stato un regalo. Gli piaceva l’idea di quell’avvolgere che hanno i soprabiti ampi, ricordo dei mantelli e dell’abbraccio. Chissà che fine aveva fatto quell’impermeabile, pensò, non per un nostalgico uso ma perché le cose, anche quelle belle si perdono. Traslochi, vita, e spariscono, resta la sensazione di qualcosa che aveva un significato e che da qualche parte possa ancora esistere, ma si sa che non è vero. Ossia, pensò, non sempre è vero. Le scarpe, nere. Mancava poco ad uscire. Allacciava le scarpe sul pianerottolo, appoggiando il piede a uno scalino e piegando bene la schiena. Da qualche tempo gli doleva per vecchi insulti rinfrescati di recente. Aveva fatto un gran servizio quella colonna, aveva retto, tenuto alta la testa e dritti gli occhi. Importanti entrambi, anche se da tenere con la giusta riservatezza: la testa e gli occhi rivelano molto e indagano di più. Meglio la seconda funzione da usare sempre con accoglienza intelligente, mentre la prima dev’essere riservata, pensò, a ciò che ci lega o può legarci. Uno sguardo che lascia perplesso l’interlocutore è lo sguardo che si perde o che maschera, o ancora che non dice nulla, meglio dire la verità, ossia che abbiamo idee per nostro conto. Nel frattempo aveva legato anche la seconda scarpa e il lacci avevano bisogno di essere cambiati. Alzò lo sguardo verso il lucernario. Non pioveva e il vento muoveva le nubi. Chiuse la porta e cominciò a scendere le scale. Fuori c’era la città, questa era la casa e una città è fatta di tante case che corrispondono a tante vite che un poco si assomigliano e un poco no. Dipende dalle scelte. Lui non assomigliava, pensò, ma saperlo non era subito la felicità, era la coscienza che si poteva trovare dell’altro in sé. Una piccola lieta, fatica.

pomeridiana solitudine festiva

Costellati d’indifferenza, forse il peggio è invecchiare senza un senso che non sia fatto di cose, che non mastichi il tempo d’inutilita.
Chewing Gum per avere una notte in cui sognare e un mattino ancora pulito d’abitudine. Nessuno sogna questa vita, eppure dei sogni si attua poco o nulla, quello che ha fatto la fortuna della scimmia uomo pian piano lo distrugge perché lo rende conforme a qualcosa, qualcuno, con cui condividere un’espressione del viso, un modo di dire, un sorriso che ha radici differenti. Le pene sono altro, ma è questo brodo che prima addolora e poi rende insensibili. Nella fisica quantistica almeno si può essere da una parte o dall’altra senza una predestinazione, al più una probabilità, come nella confusione dei matti che ci sono ma sembrano non contare e invece contano assai. E non sono così i santi o quelli che perseguono il male privo di ragione e ne portano magari vanto, ci sono e rappresentano ciò che per fortuna non saremo mai appieno ma conteniamo in qualche recesso. Circondati di segni d’ingiustizia assoluta posticipiamo l’azione a un cavaliere su un bianco cavallo che rimetta ordine alle cose. È lo stesso che ogni matto sa che giungerà per dimostrare che il mondo non è quello che si mostra, ma bensì quello che non si dice.
Lo stare assieme altera l’altro perciò non posso misurare la sua conformità ai miei desideri, non posso avere la misura dell’amore o dell’indifferenza assieme e a questa indeterminazione appendo la speranza, come un abito che copra la nudità interiore di non sapere chi siamo senza fare qualcosa che lo dimostri. A noi anzitutto ma non solo.

desiderio

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
mentre parla col cielo che cambia ed è solo bello di sé,
essere la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.
E il riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.

ricostruire il paese e la società

Quando si governa si trasformano le cose, alla fine non può essere tutto come prima o peggio. Credo che una questione nodale sia il non accontentarsi, che non significa non avere limiti. Solo gli stupidi o i mentitori non hanno limiti. Ma cambiare è possibile ed è necessario che il motore sia la passione non l’interesse di una parte piccola rispetto ai molti. Voglio fermarmi su questo tema della passione perché non poca parte del nostro paese è da ricostruire e con le cose si ricostruisce una società. Mai come oggi siamo stati divisi gli uni dagli altri, poveri messi contro poveri, privati di un futuro comune. Per stare assieme si lavora assieme: infrastrutture, territorio, fabbriche, pezzi enormi di città devastate da una edificazione selvaggia e priva di qualità. Per fare tutto questo ovvero ricostruire a misura d’uomo e ambiente, serve passione. Onestà, lavoro, assenza di interesse illecito. Credo che questa opera così grande dovrebbe entusiasmare i cittadini, dovrebbe rendere nuova la politica anche nel suo concetto di limite. Penso che tutto quello che porta distante da questa grande opera di ricostruzione che darà benessere e dignità al lavoro, troverà nuovi materiali, cambierà i cicli produttivi rendendoli più umani e redistribuirà reddito, tutto questo sia un’opera collettiva che non ha alternative se non nelle solite ruberie, privilegi e nuove povertà. Se mi chiedessero cosa sia sinistra ora, direi che sono quelle persone che si mettono assieme per dare a sé stessi e ai propri figli un paese migliore, più equo, giusto, nuovo e fatto da tanti. Perché sinistra è popolo anzitutto e solidarietà.

non ce ne siamo accorti

Un caffè di troppo, uno è sempre in più,
come il passo che s’allunga,
la mano che s’aggrappa al volante,
nell’impazienza del semaforo:
rallenta chi ci precede in coda,
mentre s’accorciano i secondi
e noi ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
perché la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
che non ce ne siamo accorti.

chiedimi se sono felice

C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade. 

Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere  la possibilità di essere più forti assieme.

Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza  cosicché il nemico diviene l’altro povero.  Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.

Il problema di questa bolla di malcontento  è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.

Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi.   Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.

Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.

Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione  ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.

È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non  lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?

Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?

Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante,  se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.

Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono  essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa. 

Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?