passioni

Ci sono passioni che diventano vita e, in un certo senso, lavoro. Esse prendono e in un
dipanarsi continuo di scelte successive, rendono chi le prova, conoscitore dei infiniti
cammini. La peculiarità ai queste passioni, perché altre ve ne sono e di altra natura, ed
effetto, è il loro inesauribile prendere, accumulare nozioni, particolari, che a loro volta si combinano in conoscenza totalmente nuova.

Il cremisi di un francobollo si sposa con la misura della dentellatura e il particolare
carattere e la disposizione usata per la scritta. In fondo, a destra, si nota appena il nome
dell’incisore e in trasparenza la filigrana definisce una validità e insieme la singolarità di
quel pezzo che, sebben descritto ad altri appassionati, diventerà oggetto di desiderio per la poca tiratura, il timbro che l’ha annullato, la busta che è stata affrancata e spedita.
Sparisce totalmente il contenuto che quell’oggetto ha accompagnato a destinazione, esso è di fatto inutile alla passione, segno che le vite possono divergere anche
nell’accompagnarsi. Come per un francobollo, può essere una moneta, oppure un
pigmento particolare descritto assieme alla tecnica che l’ha generato.

Ho conosciuto, e sono rimasto affascinato, da esperti di araldica che con le loro parole strane e scelte, erano in grado di descrivere vite, narrare storie ed evoluzioni di casati, che a loro volta avevano costruito piccoli domini, generato figli e patrimoni, li avevano sposati e dissipati in altrettante vite che via via modificavano l’arme, aggiungevano bande, arricchivano o anche perdevano il blasone.

E ancora ho conosciuto esperti di colori antichi e moderni, buoni chimici, in grado di dare nome alla sfumatura. In grado di riconoscere granulosità, connubio e trasformazione dei materiali differenti messi assieme dopo accurate proporzioni e macinature nel mortaio, di riconoscere diluizioni con olio di lino o di altre erbe e l’intervento di componenti inusitati messi per prova o per antica conoscenza trasmessa. Colori che magari non disdegnavano l’uovo scomposto tra albume e tuorlo e che venivano poi stesi sul fondo preparato di una tavola ben lisciata e pronta a tenere il colore e farlo poi sfavillare e mutare per anni teoricamente infiniti.
Di sculture in legno per esempio trovai a Lvov un esperto, di un artista di cui non si sapeva nulla o quasi. Forse proveniente dal Sud Tirolo o dal Trentino che aveva fatto molte pale d’altare e decorazioni a figura piena o ad alto rilievo di altari nella città di Lvov e nei paesi vicini. Di queste sculture che sembravano la concreta raffigurazione della pittura di El Greco, non era rimasta che una parte e di questa, la persona che conobbi, era in gradi di illustrare l’umore che aveva accompagnato la sgorbia, il mazzuolo o lo scalpello, l’errore intenzionalmente voluto, quello riparato con segatura accuratamente incollata e ricoperta di foglia d’oro.
Poteva parlarmi dell’occhio restante di una testa che al tempo non era orba e aveva per sé riservato il lapislazzuli, scavando poi le guance in un moto di sofferenza che si rifletteva nell’occhio rimasto. Una gran parte di queste sculture era stata ammassata in una chiesa divenuta magazzino, accatastate, messe le une sulle altre oppure disposte in un nuovo ordine per creare crocchi e conversazioni tra santi e donatori, forse per irridere ciò che un tempo le aveva prodotte, nel nuovo clima areligioso post rivoluzionario. Forse per lo stesso motivo e per ignoranza, non poche di queste sculture erano state usate per scaldare le case vicine e un posto di ritrovo militare dove sostava la pattuglia di turno per la notte.
Della passione che questo professore (tale egli era nella locale importante scuola d’arte), aveva messo per rintracciare, ricomporre opere di cui si aveva labile traccia, era rimasta una piccola mostra organizzata nella città, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, e in due, ma forse erano di più, pubblicazioni malfatte che avevano preceduto la mostra e che con essa avevano avuto la pretesa di essere vendute, mentre si erano accumulate
nell’appartamento del professore e nei magazzini dell’editore.

Quest’ultimo le aveva mandate al macero dopo non molto tempo dalla pubblicazione, per cui di tanta passione, analisi e scrivere erano rimaste le copie possedute dal professore.
Questi continuava i suoi studi quando lo conobbi, ormai la passione per questo quasi
ignoto scultore, aveva assorbito ogni altra attrazione e davanti ad un caffè e a un dolce
pieno di miele e noci, in una caffetteria del centro, con arredi vecchi e lampade basse
ricoperte di pergamena, egli mi raccontava dei particolari dei volti, del significato del tanto scavare i corpi e torcerne le posture, di colori apposti sul legno con qualche segreto intento, mentre la figura vicina veniva solo lisciata e trata con olio di noce.
Mi parlava con un italiano parlato sui libri, che si mescolava con parole tirolesi che dovevo farmi tradurre oppure lasciavo fluire il discorso intuendone il significato.
Il suo sogno era che a quell’ignoto geniale artista fosse dedicata una mostra in Italia, che gli fossero accostati maestri coevi, che da essa venisse il percorso di idee e di forze che si erano scontrate nel passare le alpi e poi raddolcita nell’impero, ma senza rinunciare ai significati. Ecco perché quella postura poteva essere eretica a Roma, mentre lì non lo era, e quel mettere insieme santi particolari, insistere su Giacomo e sulla Maddalena, apriva uno spiraglio su una contesa che da sempre era circolata in modo sotterraneo o esplicito nella Chiesa e aveva ricongiunto arte e credere passando dai Bogomili sino ai Catari ma ancor prima radicandosi nella Camargue e nel Cammino di Santiago e ancora avanti era scesa verso il sud della Spagna, ancora moresca e risalita verso il nord della Francia.
Tutto questo era rintracciabile in opere diverse, così diceva, ed enumerava, come vi fosse stato un confluire in quella passione che lo aveva preso scoprendo e salvando sculture sino ad assorbire ogni altro interesse e farne in lui la storia di secoli e di radici che affondavano in un bujo indeterminato, ma ben orientato da cui ricevevano senso e
nutrimento.
Delle passioni si dovrebbe dire il rispetto che esse meritano, dell’infinito catalogo di
conoscenza che esse generano e che viene tenuto, conservato o dissipato, per poi
riapparire in altre teste o in altre vite. E’ l’inutilità che rende grande la passione, non
arricchisce di danaro chi la prova e nel particolare scavato, scoperto, fatto proprio, rendeonnipotente chi lo possiede.
Di questo parlavo con un venditore di bastoni animati di Buenos Aires, mentre mi illustravala forma e le impugnature lavorate in avorio, in metallo o in legno di ebano o di cirmolo,che dovevano servire alla doppia funzione ovvero quella del sorreggere e quella delladifesa, nel caso fosse stata estratta la lama nascosta nel bastone. Chi era con me necomprò due e credo siano ancora nel portaombrelli vicino alla porta d’ingresso di casa sua. Poi si spostò ad osservare un finto spettacolo di tango. Io non ne presi nessuno e chiesi al venditore se potevo offrirgli un caffè nel bar d’angolo della piazza. Accettò ed entrando mi disse che in quel caffè spesso sostava Borges e che più di una volta avevano parlato assieme. Mi accompagnò al tavolo di marmo ove il grande scrittore sedeva e restava a conversare a lungo con gli amici o con la moglie che da quando ci vedeva poco lo accompagnava e mi disse il venditore di bastoni, che il poeta con la mano voleva sentire il pomello di ciò che egli vendeva, i pezzi migliori che venivano dai patrimoni disfatti nelle successive “rivoluzioni” che si erano susseguite negli anni che avevano preceduto Peron e tastava, percorreva con le dita, decifrava incisioni e intagli, descrivendo con voce bassa ciò che apprezzava.
Io guardavo dalle alte finestre, con le tende di lino ecrù, aperte il necessario per far da barriera al sole, vedevo la strada che poi sbucava nella piazza, i vetri colorati di una casa d’angolo, l’albero che s’intravvedeva al centro del patio, dopo il volto d’entrata dal portone spalancato. E assentivo, chiedevo, ma la mente era in quel luogo vent’anni prima, e il lungo bancone di marmo e lo sbuffo di vapore della tonda macchina di caffè alla francese con l’aquila d’oro in cima, me lo confermava.

il corpo

Il corpo ci parla sempre, a volte sommessamente, spesso conversa e racconta, raramente urla. Anche il suo silenzio ci parla, i suoi rifiuti, la spinta che esso dà in una direzione anziché in un’altra. Ci parla la postura quando non rappresenta ciò che siamo per davvero, lo fa con la stanchezza di una sua parte, con la richiesta di quiete o di movimento. Ha scelte proprie, antipatie e immotivate simpatie, ci dice che una strada è conveniente anche se essa viene dubitata dalla mente, e spinge in quella direzione poi, contrariato, tace di fronte alla nostra scelta. Se lo strapazziamo troppo attende pazientemente che la smettiamo finché non ne può più e allora s’ammala. Dovrebbe dialogare con la mente, meno con la ragione. Pare dipenda da noi che questo scambiarsi di opinioni e il chiacchierare amabilmente tra corpo e mente, s’instauri. Anche se non è così naturale dopo una certa età, che è quella dell’istinto e dell’assenza di vincoli particolari, e allora cambiare poi costa silenzio e fatica. Quando non ci sono limiti, il corpo impara dagli errori, dal dolore che prova toccando ciò che è sconosciuto, ha paura e piacere, esprime emozioni native, semplici, non artefatte.

In questo periodo di cattività il tempo per pensare non manca e anche l’emergere dei fastidi che s’accantonano nei momenti in cui è facile mascherare le insofferenze diventa più naturale.  Tutto si riduce all’essenziale, ai bisogni, alla qualità e su questi e questa, si instaurano canoni di accettazione e di rifiuto. Leggevo un bell’articolo di Parise del 1974 che rifiutava il consumismo e la massificazione. La finta ricchezza degli stracci passati per moda e il mistificarsi dei significati nei rapporti, nella politica, nelle relazioni tra persone. Un elogio di una povertà fatta della capacità di distinguere, di dare un valore, di stabilire il buono e il necessario. Temi di quegli anni inascoltati, che riportano all’attualità di Berlinguer quando parlava di politica del rigore e di austerità. Ma oggi il corpo che riprende il suo posto non ci parla di questa essenzialità, non giudica la realtà e la vede per quello che è ovvero una grande finzione, in cui le persone devono per forza essere altro da sé, perché tutto si sostenga. Non è questa l’economia dei consumi che contraddice la conversazione dei corpi? Allora mi rendo sommessamente conto di quante cose vengano fatte senza lo spirito che inizialmente le aveva sostenute, di quanto vuoto ci sia nel tempo perché i legami si sono sciolti. Il senso dell’attendere una verifica da parte di qualcuno che non chiama o non scrive, non è forse la misura di un bisogno affievolito, di una decisione già presa e che il corpo già conosce ma che la mente, per le sue costruzioni sapienti d’artificio, fatica a cogliere. Non siamo solo istinto ma se c’è la necessità di semplificare, un significato profondo c’è : la complessità non solo non rende felici ma oscura ciò che è necessario ed è utile al piacere rispetto a ciò che è solo apparenza. Rimettere assieme e sciogliere alla fine porta a una nuova situazione in cui ciò che è importante ci muta e ciò che non lo era, più semplicemente, diviene ricordo. Importante per ciò che è stato ma che non sarà mai. Semplificare il futuro attraverso un presente che riscopra il corpo, i limiti che divengono opportunità, cambiamento, voglia di sperimentare e approfondire, perché il corpo non s’accontenta e non mente, al più porta pazienza, ma non per sempre.

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alla ricerca dello yoghurt perduto

Le latterie non esistono più. Qualcuna ne porta ancora il nome ma è altro da quei luoghi fatti di una stanza con le pareti di bianche piastrelle, 20×20, fino ad altezza braccio teso verso l’alto. Là dove lo straccio imbevuto di varecchina e l’invocazione per l’artrite incontravano una cornice blu che chiudeva l’ambito del pulito. Sopra tutto, vegliava e illuminava il neon da 40 watt e ad esso, in campagna, s’aggiungeva il rotolo di carta moschicida coperto di incauti insetti. Presidio igienico del cielo per sanare l’ambiente.

In latteria si comprava il latte, sia quello non pastorizzato da versare in recipienti portati da casa che quello in bottiglia, pastorizzato. Erano bottiglie costolute, dal collo largo, coperte da un tappo di stagnola con la data di scadenza e vuoto a rendere. Rompere la bottiglia del latte per strada portava male, non che avesse influssi sul futuro, ma poteva comportare qualche sberla utile ad incarnare l’attenzione, quindi massima cura nel trasporto e sulle scale da fare con attenzione. Il lattaio portava anche il latte a casa, ma c’era un sovrapprezzo e quindi si preferiva la libera latteria. In questa stanza bianchissima, impudica dietro una vetrina spoglia di cose, oltre al latte c’erano dolcetti de poche: pescetti, cordoni di liquirizia, farina di castagne in bustine, pastiglie alla menta, boli gommosi, “more“di vari colori. In bella mostra delle paste secche sotto una campana di vetro o in una vetrinetta, erano dolci che resistevano al tempo, occhi di bue con marmellate dure al centro, frolle a losanga o tonde, con ciliegia o senza, sfoglie perplesse che piano perdevano consistenza, e c’era anche un’ imitazione del millefoglie farcito con una crema bianchissima e appiccicosa. Queste dolcezze non erano prive di effetti secondari in relazione alla vetustà e al caldo di stagione. Le mamme le proibivano, e ciò ne aumentava il fascino ben sapendo che chi sgarrava veniva punito o meno dal caso e dalla pancia.

Le latterie più evolute avevano anche la macchina per il caffè, erano un quasi bar già presagio sulla loro evoluzione. Altre, più ruspanti affiancavano dolci da fetta, fatti in casa, con un inconfondibile odore di uova poco fresche e una densità elevata. Se ci fosse stato allora un test granulometrico per dolci, queste fette avrebbero potuto fare da unità di misura: tutto quello che si poteva produrre in casa, avrebbe avuto densità inferiore e qualità maggiore. Anche di questo le mamme e le nonne andavano fiere. E mentre distinguevano bisbigliando i dolci portati in omaggio, tra quelli di pasticceria e quelli di latteria, con fierezza non li compravano. Nella latteria erano poi allineati, sul banco di vetro e su uno scaffale, dei vasi esagonali di dimensioni importanti che contenevano biscotti secchi dai nomi esotici, marie, petite beurre, oswego, baicoli, savoiardi ma anche dei biscottoni enormi da inzuppo e meraviglia delle meraviglie, i wafer. Uno per premio se accompagnati, due se da soli e si riusciva a fare la cresta sul prezzo del latte. Il gesto con cui la lattaia col suo camice bianco, apriva il vaso e con le stesse dita che avrebbero ricevuto monetine e banconote consunte, prendeva con delicatezza il biscotto e lo porgeva, sembrava un rito che produceva già dal gesto il piacere dello sgranocchiare successivo. Piano, a bocconcini piccoli, si mangia per piacere non per fame. È vero, la fame era altra cosa e si sarebbe saziata con cose molto più consistenti, ma il piacere fugace e immediato aveva una sensualità che prefigurava cose oscure di cui non si sapeva nulla, ma che certamente c’erano nell’età in cui, liberi, si sarebbe potuto avere la completa sazietà del proibito.

Poi in contenitori da mezzo litro e da un quarto, negli anni ’50, apparve un’ evoluzione del latte, lo yoghurt. Anch’esso in recipiente dalla bocca larga ma con una densità molto maggiore del latte e una vena acidula che dapprincipio lo faceva respingere, ma che poi il gusto chiedeva di riprovare. Quel sapore, donato come assaggio da una bella ragazza in un camice aderente e bianchissimo, era stata la scoperta in una di quelle fiere campionarie che portavano le novità dal mondo al nostro Paese Fu classificato in casa come americanata e ciò bastava per l’embargo, ma di fronte alle innumerevoli proprietà benefiche che venivano enumerate, magari un assaggio si poteva fare. Assaggio, rifiuto, embargo, contingentamento. Ovvero come rendere piacevole una cosa altrimenti da scartare, collocandola nell’olimpo dei desideri. Ne parlavamo tra noi ragazzini, e c’era chi lo mangiava ogni giorno senza grandi benefici però il fatto che tra le virtù ci fosse quella di far scomparire gli incipienti bruffoli pre adolescenziali lo rendeva comunque un oggetto del desiderio. Così una volta a settimana una bottiglietta di yoghurt veniva acquistata e consumata. Effetti prossimi allo zero, ma se anche le ragazzine se lo spalmavano sulla pelle per rendere morbido ciò che già era morbido come essere da meno?

Parlo di uno yoghurt che non assomiglia minimamente alle bevande e ai prodotti di culto odierni. Acidulo e denso ma non solido, con un sapore persistente e un senso di sazietà che durava almeno per l’intero contenuto e che era un’ evoluzione del solito latte mattutino, un omaggio alla modernità che avanzava e che proprio da quelle nuove bevande cambiava le latterie. Infatti nelle vetrine prima spoglie, sulle mensole di vetro cominciarono a vedersi cioccolatini di vero cacao e non più quei cremini di surrogato di cioccolato per la merenda delle 16. Scatole di caramelle che sbiadivano in attesa di compratori, persino uova di Pasqua piccolette che superavano indenni la festa, ma la latteria evolveva, e adesso vendeva coca cola da un frigo rosso a pozzetto, aggiungeva cose salate e manteneva, per gli estimatori, i biscotti nei barattoli. La vetrina si arricchiva di giocattoli minuscoli in plastica, si consegnavano raccolte a punti, e da sotto il banco il caffè veniva corretto con prugna o con fernet. Insomma con lo yoghurt si era spalancata l’evoluzione della latteria che era un po’ l’evoluzione della specie.

Adesso lo yoghurt lo faccio in casa, è bello denso, ricco di fermenti e di probiotici, gli enzimi fanno il loro lavoro silente e allegro, ma ciò che ogni volta voglio ricreare è il sapore di quello yoghurt che non fanno più da nessuna parte, che non faceva passare i bruffoli, che sembrava essere il nuovo che entrava in un mondo ancora con la carta moschicida e le paste secche. Non mi riesce e non si trova perché non ci sono più le latterie, e allora per chi lo farebbero quello yoghurt, quelle bottiglie di vetro spesso con la bocca larga e il tappo di stagnola? E che novità avrebbero questi luoghi per i sazi, i soddisfatti che hanno miriadi di biscotti e dolci da rifiutare. Ecco perché credo che con lo yoghurt siano cominciate a morire le latterie, era il nuovo che si spostava altrove e rendeva inutile tutto quel bianco, quel pulito di piastrella, quei dolci rari, poco buoni ma  semplici che erano il preannuncio di altri desideri e piaceri. E sarebbero venuti a loro tempo, come la libertà di viverli, questa era la speranza che chiudeva all’età passata e apriva alla nuova.

c’è del presente e molto altro nel tempo

Di questo tempo asintotico al presente,
sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento
emerge il narrare di sé o d’altro,
non importa,
così come prima, di che, di cosa,
forse si parlerà di gatti, di cieli stellati
di malinconie sconosciute a chi non scrive,
di cos’è il giorno e la notte
del tempo che scorre a lato
o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo
d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse.
Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato
e ora che davvero solo tale si comprende la finzione:
non era presente quello di prima,
era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata,
l’imposizione d’un despota senza nome,
illusionista lui e illusi noi,
non era il presente, era una sospensione d’un futuro,
un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo,
perché cieco di ciò che stava attorno,
ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.

oltre l’inverno, la primavera, le stagioni

Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta e del suo procedere non darmi peso,
solleva la tua mano che mi piega il capo
e trasformala in carezza.
Ricordami che della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici.
Rendimi sereno nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti
e aiutami a guardare dentro e fuori me,
le ragioni che mi rendono infelice.
Dammi il senso di ciò che sento come a chi è stanco e rischia d’affogare,
se non trova il filo che lo tiene assieme.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo scartando a lato
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti,
ma ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
prima occultato nel rumore:
così s’è ricomposto il mondo.

Reagisco con fastidio, nei miei gesti non c’é serenità,
accumulo cose che tacciono ogni mio fallimento.

Torna all’essenza, a voce bassa usa la parola,
con dolcezza suggile il nutrire, ridona ad essa la sua perfetta forma.
A questo serve raccontare la bellezza,
vista oltre l’evidenza, ora aiuta a capire
che l’essere sani è dentro noi
e ogni gesto d’amore s’intinge d’innocenza.
Solo allora non giudicherà la mente
e riconoscerà in sé la bellezza libera d’entrare,
nostra, finalmente, per davvero.

foro stenopeico

Vedere il mondo attraverso un buco, vedere immagini rovesciate, colori meravigliosi, ma sfuocati, infedeli, senza densità. Occorrerebbe il pennello creatore di un pittore olandese del ‘600 per dare espressione e senso a ciò che ora non si comprende.

Eppure lo sapevamo che il mondo, da troppo tempo, è un foro stenopeico che ce lo mostra sulla parete bianca: figure piatte che si muovono senza sentimenti. Ora si fa pressante una domanda: prima cosa c’era che davvero abbiamo saputo apprezzare, custodire, mettere assieme? 

Si fanno i conti con ciò che manca eppure c’è sempre moltissimo che attende. In silenzio, senza crucciarsi della scarsa attenzione. E la libertà è solo apparenza sinché non manca.

Ci sono almeno due modi di sentire la mancanza delle cedute libertà alla pandemia. E quello che fa più male è il costante non capire la fragilità del mondo in cui si vive: ci si inebria di presente e non si cura il risveglio che comunque ci attende.

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

nostalgie operose

Il pensiero torna a terre che mi sono care,

declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.

Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.

Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,

un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.

Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.

Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.

Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,

dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,

un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.

la vita semplice

La vita semplice è un desiderio che segue il flusso, che si lascia cullare dall’acqua del tempo, sa che esso circonda le pietre e a volte le rotola con piccole spinte gentili. Senza parere, le fa scivolare nella sua direzione e sempre le consuma.

La vita semplice ha risposte semplici per domande in altri complicate, trova nel giorno che si ripete, un senso. Gli aromi seguono le ore, le abitudini sono appigli solidi come i passi, i saluti, le necessità che si succedono.

C’è un senso di giusta misura nei gesti, le parole non debordano dai confini e non provocano guai. Il nuovo si affianca e deve aver tempo per convincere mentre la corrente accompagna con dolcezza. Così le cose si succedono, cosa molto più grata al pensiero, sembra, di quando esse per loro conto accadono.

Oggi c’è il sole, come da mesi ormai. La temperatura non è mai scesa troppo e nella terra il sonno non è arrivato.L’inverno che non si è di fatto veduto, ha messo tutti in attesa e in dormiveglia, i sogni sono stati leggeri, come particelle disciolte nell’aria. E così le rose e il mandorlo hanno pensato bene di mettere boccioli sull’avviso. Ma non siamo quieti quando si alza la nebbia e il mattino mostra l’azzurro e il sole. L’inquietudine è una serpe che si occulta, non avvelena e non si palesa per davvero mostrando la lingua e i denti, resta e fa sapere che c’è lasciando lunghe tracce tra l’erba che non è mai diventata scura, non è gelata e da tempo ha le prime prataiole che la costellano. Anche gli insetti sono indecisi, non sanno bene che fare e sono facile preda di uccelli rimasti senza emigrare. Sembra che tutti si chiedano se questo sia ora il flusso del tempo e se ciò che era semplice abbia nuove regole ignote. 

La vita semplice segue la corrente e non ama le forti passioni, conta sulle dita di una mano ciò che le serve, si misura con sentimenti forti che poi chiama istinti. Lo fa per essere assolta degli errori commessi ma li dimentica presto. Considera poco necessaria la memoria che cambia il futuro e si attende che tutto sia come l’ha lasciato il giorno precedente. Forse per questo i sogni della notte non diventano mai spinta per il giorno. È un punto d’arrivo la vita semplice, che rende poco sensibile il cuore a ciò che si muove velocemente, che ascolta e confronta l’utile con l’azzardo, la necessità con l’abitudine. Ma poi decide, lasciandosi andare. 

Il mondo muta in fretta, per suo conto, sembra, eppure ha ricevuto spinte immani. Scompaiono specie, le stagioni rovesciano le attese. Come accade in altre parti del mondo quando non è mai freddo e la notte diventa rigida per mancanza di sole. Allora si accendono fuochi, finché c’è legna, si beve l’acqua raccolta nei pozzi lontani. Le donne arrostiscono i frutti del caffè cresciuto sugli altipiani e lo macinano piano prima di metterlo a bollire a lungo in pentolini dal lungo manico e dal collo stretto. Una schiuma si raccoglie in superficie, ma non è quella che conta e il dorso della mano la spazza sul fuoco. Così il profumo si diffonde attorno, in attesa di bere il caffè che sobbolle. Poi sul fondo della tazza, qualcuna leggerà il futuro e com’esso s’ addensi sul capo degli uomini. E una paura sottile prenderà le palpebre che già scivolano nel sonno, mentre attorno al fuoco si scaldano i corpi e le anime ignare.

Chi legge il futuro, ascolta il rumore tra l’erba e la terra, sente il fruscio che porta il muoversi degli animali, ode il richiamo e il sibilo che lo spegne. E non pensa che la vita sia semplice se non ha una mano che la conduce, un pensiero che la rispetti, un ordine che definisca ciò che è giusto e non fa male ad altri.

 

 

abbiamo bisogno di passioni

Ci si confronta con la densità dei sogni, li si chiama passioni. Si trascura ciò che suggerisce la logica del relativo e si fornisce loro credito. Non sono forse i sogni, e quindi le passioni, che ci liberano da una realtà ripetitiva, che mettono a posto l’oppressione delle consuetudini, che prefigurano una vita differente da quella che ci raccontiamo come interessante ma non è priva di noia?.
Quante volte nel ricordo o nel ripetere stanco emerge quel totalmente differente riferito all’occasione perduta, al dovere eccessivo o solo all’ignavia e all’infingardaggine che accompagnano i codici dell’essere sociale .
A volte, colti dall’entusiasmo per qualcosa di nuovo che ci prende, in uno slancio di bonomia verso noi stessi, chiamiamo amore ciò che nel gradiente degli amori avrebbe un colore rosa, magari acceso, ma non quel rosso semaforico che ci riporta alla decisione di fermarci e ripartire differenti. Sorridendo, allora, ci raccontiamo storie. Con gentilezza e con la credibilità che riserviamo ai bambini quando la logica non ha solidità mentre incombe la necessità. Di dormire, di mangiare, di fare e soprattutto di non fare. Del resto il bimbo che è in noi attende paziente ma esigente, che gli raccontiamo non solo come va, bensì come andrà a finire e ci tira per la giacchetta, dicendoci: ancora, racconta, dimmi.
Di questo muoversi nel confine di ogni attesa, la passione ha un ruolo formidabile, trasforma le cose e il possibile, rende il tempo e la vita paralleli alla realtà che si ripete.
Abbiamo bisogno di passioni, per crescere, illuderci, fallire e riprovare con le gote rosse d’eccitazione e paura. Ne abbiamo bisogno come  delle corse mute a perdifiato, del verde inatteso e solitario, del suono d’una voce amata quando la notte diventa buio d’anima. Abbiamo bisogno di passioni e di follia, per volare e per guardare stesi nell’erba, il cielo. Ne abbiamo bisogno per pensare che tutto muta in noi mentre il corpo funziona come un orologio. In ritardo o in anticipo non conta, ma oltre il tempo banale di una cosa costretta, di un fare non voluto, di una noia da sconfitta preannunciata. Vogliamo essere attori dei nostri gloriosi fallimenti, a questo e a molto altro servono le passioni.