il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

Scrittore

Scrittore. Una parola che significa qualcosa se ciò che scrivi interessa qualcuno.

Scrittore. Quando si inizia a mettere insieme delle lettere, formarne parole e farle corrispondere a delle cose. Inizia per fatica e per gioco, per comunicare si adoperava altro e a provare sentimenti si era iniziato prima, ma non c’erano le parole giuste. Le emozioni, invece, le parole le avevano, ed erano associate al pianto, al riso, alla testa altrove.

Scrittore. È qualcosa che inizia per bisogno, per scherzo, per euforia, per narcisismo e per disperazione. È qualcosa in cui bisogna credere e mentre ci si crede si sa che non ci si crederà mai per davvero, però diventa una droga e non si riesce a farne a meno. Si scrive per assuefazione e per saturazione interiore.

Scrittore. Prendere in mano un vocabolario e cercare una parola, vedere la successiva e poi un’altra e sentire che esiste un mondo che non si conosce e magari ti descrive, ma è sempre parziale, imperfetto, come la lotta contro il significato profondo della parola da estrarre e della frase da comporre. Non sono mai come dovrebbero. Se può consolare si capisce che ciò che dà un dizionario un vocabolario digitale non lo darà mai: la curiosità del dopo e della sequenza insperata.

Scrittore. Pensare che una parola suoni per come la scrivi e usare la lentezza necessaria, osservare come l’inchiostro si assorbe nella porosità della pagina, lasciare che il pensiero divaghi dentro la parola scritta, dentro le lettere e osservare che le t non vengono sempre tagliate, le e e le a si assomigliano troppo, le asole si restringono o si allargano con l’umore. Sono solo diversivi per lasciare che la parola parli.

Scrittore. Scrivere così in fretta per timore che scappi la giusta sequenza delle parole che si sono formate da sole in testa. Bisogna far corrispondere le parole a quello che si genera dentro.

Scrittore. Leggere molto e capire che quello che durerà di tante parole, sarà nulla o quasi, che di valore c’è la fatica e che questa è dentro un processo economico. Ma se lo scrivere è disinteressato, allora perché scrivere? Sapere che è un bisogno non basta, si pensa che ciò che si scrive durerà più a lungo di noi, che comunque sarà una traccia. In fondo, a parte pochi fortunati o fantasiosi, c’è talmente poco di ciò che ci ha preceduto che scrivere diventa un messaggio in bottiglia che qualcuno potrebbe trovare interessante.

Scrittore. Si rivolge a qualcuno che non è mai reale fino in fondo. La stessa realtà in cui avviene la scrittura non è reale allo stesso modo per chi legge e per chi scrive, tantomeno se non viene letta. Ad esempio: dico che ho sognato e ne ho la traccia vivida al mattino, non mi viene chiesto cosa sogno, eppure i sogni dicono molto. Bunuel nel racconto del soldato in uno dei suoi film più belli, mette una realtà parallela a confronto con quella apparente e tutti lo ascoltano. In ogni libro sacro ci sono tracce di sogni e del loro racconto, come premonitori oppure come parte della stessa realtà che modificano. Il sogno è un racconto per eccellenza, sfrenato e ricco di parole con profondità inaudite, con un legame che si definisce simbolico ma è coerente con ciò che è relazione e profondità. Uno scrittore dovrebbe tenere in gran conto il sogno e raccontarlo.

Scrivere. Mandare lettere a persone, su carta bianca e con penne e inchiostro. Mentre si scrive chi leggerà prende forma nella mente, suscita emozioni, porta a chiedere e a raccontare di più. Se si ha confidenza la scrittura a mano, libera il sentire, fa dire cose difficili e mentre si scrivono le fa capire, solo le convenzioni, il pudore, il timore di eccedere fermano la scrittura diretta.

Scrivere e pensare di essere capiti, letti. Anche tra le righe. Anche dove viene celato ciò che per essere detto attende un permesso. Superare la riga che limita e scrivere senza altro scopo che mettere insieme l’immagine e la sostanza. Non la storia, quella serve per tenere l’attenzione, ma il racconto, dove viene chiesto aiuto, amore, plauso, comprensione. E non sapere se questo avviene. Per questo scrivere è un gesto gratuito e insieme necessario, ha in sé l’inutilità dell’incompiuto che cerca i pezzi che gli mancano ed è felice di qualcosa che s’aggiunge.

mandala e scarichi d’auto

La sera sentiva i saluti di tutti mentre uscivano. Ricambiava. Si alzava dalla scrivania e guardava fuori. C’era un panorama di capannoni, poi la città con le cupole delle chiese e i radi grattacieli, infine i colli e le montagne.

Nelle giornate limpide si poteva vedere il riflesso della neve, mentre a notte, dalle curve delle strade che scendevano verso la pianura, venivano bagliori di fari. Auto che tornavano in città o se ne andavano verso i ristoranti. Ricordava i cibi. Sempre quelli. Le balere trasformate in night per le figlie e i figli dei turisti che venivano con la scusa delle terme.

Bastava poco tempo la sera per essere solo, nessuno aveva mai un lavoro da finire e l’ufficio si vuotava, le stanze erano buie, le ultime parole erano : chiude lei vero? Era così ogni sera, sentiva le risate per scale. Se avesse aperto la finestra gli sarebbero arrivati i rumori della tangenziale e delle voci che si attardavano a bere al bar. Poi chiudeva anche il bar e restava la tangenziale e i camion che caricavano.

Guardava fuori i tramonti bellissimi che solo la pianura padana e l’inquinamento riesce a regalare e aspettava. Spesso, nell’attesa, si rimetteva a lavorare accendendo la luce da tavolo, scorreva le carte, i prospetti. I problemi venivano riassunti scrivendo a mano il tema e le annotazioni. Metteva un cd di musica nel computer oppure provava a cercare qualcosa su you tube. Scriveva corrispondenza inevasa già godendosi la perplessità di chi l’avrebbe ricevuta guardando l’ora d’invio.

Le dita allineavano pensieri come briciole. faceva dei piccoli disegni a margine delle relazioni e sui fogli A4 scriveva a sinistra, una parte che non arrivava a metà foglio, come fossero temi d’italiano. L’altra metà veniva riempita di glosse e di pensieri che non c’entravano nulla, ma aiutavano a mettere a fuoco e a stabilire un equilibrio tra qualcosa che dentro esigeva e che non trovava corrispondenza con ciò che faceva.

Le dita spostavano cose, ritagliavano articoli, sottolineavano. Componevano disegni che attaccava alle pareti dell’armadio, con fotografie, frasi, scritte a penna. Qualcuno avrebbe chiesto il significato e lui avrebbe tergiversato sull’apparenza. Intanto si faceva buio e allora si alzava di nuovo, spegneva la luce e guardava fuori. Si vedevano gli stop delle auto che s’accendevano e spegnevano. Come una danza o un segnale criptato. Una danza è un enigma, un mimo evidente che ne nasconde un altro. Ma sono sempre gli stessi, l’amore, la felicità, la delusione, il distacco, il finire.

Lo sguardo era già lontano e il filo della giornata galleggiava con i pensieri nella notte. Sentiva i rumori delle sponde dei camion, dei motori che si avviavano verso luoghi ignoti e distanti, ma erano sempre magazzini e capannoni. Pensava a quando era lontano e ancora guidava a quell’ora; l’attendeva una riunione a cena oppure una stanza d’albergo. Anche quelle erano tutte uguali. E pensava che il tempo scorreva senza far male se si aveva un fine da raggiungere. Ci sarebbe stata la mattina, le colazioni con le brioches di cartone oppure il pane caldo scongelato, il caffè. Tanto caffè e poi il giorno così pieno che non lasciava spazi per annotare quello che gli veniva in testa, così pensava di ricordare per la sera e la notte. Tornare e fare le solite cose.

C’era stato un tempo, neppure tanto lontano dove quest’ora, in cui non accade nulla, era il luogo del raccogliersi, del misurarsi con ciò che non era. Come adesso che guardava fuori e vedeva gli stop delle auto che s’ accendevano e spegnevano in una danza che qualcosa doveva pur voler dire. Guardava dal buio, spegneva la musica. Il pensiero galleggiava nei fumi degli scappamenti, sui radicali liberi, nelle catene di azoto e carbonio che si spezzavano nei motori.

Forse era il suo mandala da completare.

Non sapeva dove tornare.

leggere nel flusso

Ho letto i libri sbagliati. Quelli che facevano immaginare, che arrossavano le guance, che illuminavano i mondi. Mi sono rinvoltolato nelle cose che m’incuriosivano, in ciò che era segreto, nelle tecniche del sapere parallelo. Eppure ricordo – e ricordavo – cos’era giusto fare, dov’era la logica, il crescere con un obbiettivo, ma io non avevo un fine che non coincidesse con me. Anche se mi toccava frequentarlo di straforo, quello era il fine. Ho perso il tempo che serviva ad altro per privilegiare il tempo rubato. Così i libri attorno si sono moltiplicati perché la porta della curiosità mostrava mondi sterminati, lasciava vedere quello che c’è oltre la collina. I miei amici ci andavano in auto, anzi la saltavano la collina ed io andavo a piedi, seguendo le righe allineate in pagine nuove o già consunte.

Cos’è il flusso quando l’uggia pomeridiana frena le cose, spinge i doveri da parte, mette indietro il tempo, le cose che si dovrebbero fare scivolano via e basta una pagina, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ho imparato a leggere nel flusso, ad uscire dalla solitudine e a sentire chi era accanto silente o vociante. A dargli il giusto peso. Per me naturalmente. Si scoprono segreti importanti leggendo, e ancor più scrutando negli altri i vizi accennati, le rivelazioni che li fanno sentire grandi o piccoli. Ho imparato a non giudicare. O almeno a tentare di non farlo. Non volevo essere giudicato, questo era lo scopo, per le mie innumerevoli mancanze, per le lacune che dovevo riempire d’inventiva, di deduzione. Deduzione e logica ovvero la capacità di seduzione verso se stessi: basta crederci profondamente e libertà insperate si aprono. Nel flusso ciascuno nuota, si lascia trasportare, lotta contro corrente. Leggere insegna ad andare controcorrente, a riempire le crepe d’oro fuso, a sfogliare i petali senza toccarli e ad ammirarne la trasparenza. Poi arrivano i ceffoni della vita, ma sono piccola cosa se si ha un segreto, se i pomeriggi e le notti sono state riempite di pensiero apparentemente altrui che è diventato nostro. E non era lo stesso, non era uguale nel profondo perché qualcosa dentro rielaborava e trasformava una realtà in qualcosa di personale che nessuno può imitare.

A chi lo puoi raccontare dentro al flusso? A qualcuno che ti somiglia, che alterna silenzi a troppe parole, i sogni alla realtà. Difficile, ma comunque è nato uno sguardo nitido, che vede il particolare e l’oggetto nel suo insieme e un sentire che va oltre il suono. Per questo ci si riconosce. Oppure ci sembra che altri nel flusso la pensino più o meno allo stesso modo. Più o meno. È così che nasce la delusione ed è nei libri che hai letto, nella vita che hai vissuto di conseguenza mescolandoli con te e la realtà, che la delusione ha tutte le sue sfumature sino al tradimento. Parola difficile da vedere in positivo, nel flusso, ma cosa contiene il tradimento della tua realtà. Chieditelo perché solo tradendo te stesso non avrai requie, non potrai assolverti. Prova a pensare perché delusione e tradimento si toccano, perché l’una sconfina nell’altro, perché il giudizio altrui dovrebbe essere più importante del tuo male. Importante è non fare il male ad altri come importante è non farti del male, è in questo equilibrio che trovi una ragione per superare ciò che si chiama colpa. Non bisogna arrivarci nel flusso alla colpa perché annegheresti, e allora leggi, fai quello che senti dentro, fai cose inutili e ripetile finché non diventano inutili a te. Poco interessanti, indifferenti. E cerca chi capisce tutto questo. Lo sai già che sarà uno che legge i libri sbagliati e che butta via il suo tempo. Lo sai perché è questo cercare di assomigliarsi che porta la asincronia apparente con l’utile. Ed è il gesto gratuito, inutile, che lo fa riconoscere, che lo rende una propaggine del bello. Quello che non delude e non tradisce, ma che è sbagliato per gli altri, non per te.

barcelona gipsy e gli haiku

Vorrei scrivere un Haiku di 700 pagine, non di tre righe, con la leggerezza dello sguardo che scorre. Che vede le pieghe dell’acqua, coglie la bocca del pesce mentre afferra il fiore nella corrente e sente il sinuoso muoversi dell’acqua. E sulla riva, la luce gioca con le foglie, illumina un albero tra i molti, stupisce l’uccello che sente il calore che lo avvolge.

Vorrei la leggerezza di ciò che scende nell’aria e la risale, che si posa e non si fa male. Il sentire dell’anima che parla con altre anime e non sa cosa sia natura perché di essa è parte. Vorrei l’udito che discerne il crepitare del legno che cambia la sua finta immobilità con le stagioni, ascoltare il suo racconto di cose e d’uomini visti passare, gioire, soffermarsi, partire e a volte non tornare.

Vorrei l’odorato del lupo che sente la neve che arriva, che ascolta il cadere delle foglie una ad una, l’ammucchiarsi nelle tane, l’odore del pelo della femmina e la vigile attesa che vi sia per il branco una preda da dividere.

Vorrei il superfluo dell’inutile, la sua sicurezza priva d’ogni calcolo, il borbottare delle cose lasciate in disparte dall’attenzione, il posare della passione quando si riscalda e corre veloce in ogni angolo del corpo.

Vorrei il riflesso dello specchio che racconta la verità e non giudica mai chi guarda, il profumo del caffè che sale, l’attesa del merlo che finirà le generose briciole della mia colazione.

Vorrei la preghiera del silenzio che non ha tempo e luogo, che s’immerge in ogni cosa, che dona ogni pensiero all’aria e che ringrazia distendendosi nel vivere.

Vorrei le parole che scavano nella terra in cerca di senso, che lo trovano in ogni ricordo di chiunque sia vissuto per poi prendere il volo.

Vorrei la sensazione di chi balla a piedi nudi, di chi sente il vento della sera sulla pelle, di chi poggia il bastone accanto all’uscio e si siede per guardare l’ultimo sole di quel giorno.

Vorrei il fuoco che riscalda i visi nella notte, gli stivali che s’incrociano nel sedere a terra, il canto di chi ha camminato a lungo e ora racconta la storia di ciò che ha visto.

Vorrei la mattina che s’inerpica nel canto dell’allodola, il risveglio dell’amante, la luce che ancora esita il colore.

Vorrei che ciò che vola, ruota, corre, sentisse che l’immoto non è tale, ma ha in sé l’universo e l’indifferente suo arrivare, ovunque, come l’onda che mostra il profondo e poi lo toglie, la polvere che s’innalza in colonne nel deserto per coprire e poi svelare, gli atomi e le molecole di vita che scorrono incessanti verso un’origine che è già stata.

Vorrei la leggerezza che non dice, per 700 pagine racconta ma non pesa, la parola zingara che balla e non ha padroni, che sente e mostra mentre è pudica. Vorrei ciò che affina le punte ai rami e fa nascere le gemme e non si cura d’altro ch’essere se stesso.

Hanno pazienza nel giuggiolo, le gemme

senza fretta guardano,

si realizzano in piccoli verdi fiori

e nei dolci frutti dell’autunno.

la perversa assoluta forza dell’amore

La perversa assoluta forza dell’amore,

dimostra la nostra imperfezione.

E che ci sia amore, oppure manchi, esso cambia le vite,

le piega da dentro eppure sta fuori.

Ci guarda, giudica, e considera adeguati,

alle paure che esso genera,

e, se sbaglia, ci consola con un sospiro:

tanto basta sembra dire,

hai avuto più d’ogni speranza prima.

L’amore è fuori di noi e ci investe,

travolge o ignora,

ma noi restiamo a sua disposizione.

Di tutti i sentimenti è il più violento

e nessuno ne verrà risparmiato.

Anche quando non lo si vorrebbe.

n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

il lunedì s’andava via

Il lunedì s’andava via. Ovunque purché non fosse la solita vita a casa. Si puntava al mare. O ai monti vicini, in qualche osteria con comodo di prato. Tanto era lo stesso: le corse, il pallone, le risate, il vino, l’aria nuova, il sole, a volte uno spruzzo di pioggia, poi le parole stesi o i silenzi. Era lo stesso per la timidezza, ciò che non si diceva, le risate troppo forti e il voler dimostrare qualcosa. Era lo stesso per quel mondo che stazionava nel profondo e attendeva sornione, ogni spiegazione che giustificasse l’esser fuori fuoco come in una fotografia malfatta dove le dita e l’avvicinare l’impreciso lo dovrebbero rendere noto, ma non è così: al più sembra ma non è. Il mondo profondo scuoteva la testa e sapeva ciò che entrambi sapevamo, la timidezza non si pasce di corse, salame e vino ma attende un cenno, vuole una certezza e poi diventerà un diluvio di parole e di silenzi. Ma il segno non veniva ed era lunedì, una festa con una storia di cose da fare e tutto poteva attendere: ogni verità intera, ogni slancio senza pretesa di successo e tutto si sarebbe ammucchiato in grida, fiori o sabbia, mare o erba, non avrebbe fatto differenza per una stanchezza da costruire e far finire cantando. In coro, assieme, fino al freddo delle notti d’aprile, fino al sudore che gelava sulla pelle. Fino al ritorno, ancora cantando, parlando, ridendo per allontanare il martedì che veniva e sarebbe stato uguale se non avesse avuto un’avventura, un gioco, un fatto inusitato da raccontare. Era lunedì di Pasquetta, da riempire di cibo, giochi e allegria, la sensazione d’aver perduto un’occasione poteva attendere. Anche le malinconie del non essere come si voleva potevano attendere. E la settimana sarebbe stata più corta e riempita da un sol giorno. Per questo non si stava a casa, neppure se pioveva.

oscuro andante con brio

Diventano oscuri i tratti di strada tra case, s’accende una luce di lampione che poco illumina, è un cono sul selciato e le rare presenze quasi la evitano, così diventano ombre e riflessi che rompono per un attimo la compattezza del buio e poi sembrano non aver contato, se non per l’inquietudine del non vedere più nulla. S’aguzzano gli occhi, cercano e poi si distraggono nei pensieri. Così le parole che nascono, sollecitate dal silenzio tuo che sembra baluginare nel buio, prendono forma, divengono discorsi, si soffermano attendendo risposte e poi tacciono inseguendo altro. Ricordi, malintesi, omissioni o gesti lasciati a mezzo? Riprendono le parole silenti dei pensieri, dicendo tutto, ma proprio tutto, s’arrabbiano, scendono nell’assenza. Non capiscono. Oppure è il silenzio che le provoca, che impedisce di comprendere. Sono i bagliori di chi passa e viene quasi visto, quasi riconosciuto, colto in un riflesso di luce, che senza sapere dà traccia di sé. È stato così che un dialogo si è spento oppure è l’oscuro che per un attimo ha capito e ti è tenuto stretto il mistero. In realtà, forse, non c’era nulla da capire ed è stata la solita presunzione dell’intuire che ha messo insieme parole, segnali, gesti in un bisogno che non c’era. Ovvero era da una parte solamente mentre l’altra passava e non si curava di lasciare traccia.

non so che dirti di un addio

Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda
ma non è uguale, mentre ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
grazie dire all’amore che non si consuma e gioire del bello
che sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.