la luce ha perso la sua brillantezza, schiacciata dal sole, si stende come lacca stanca che occlude. Mostra i colori, ma è un campionario senza voglia che offende il gusto per i particolari. Oppresso dalla calura, nel campo vedo un piccolo cerchio d’uccelli, cerca nella terra arata l’improbabile pranzo, poi, senza fretta, altrove se ne vanno. Nei centri estivi I bimbi attendono la sera, e imparano il tempo che continua tra mura. Nella mia casa lavoravano tutti, siamo stati uccelli sudati da giardini pubblici e patronati, eppure l’estate sembrava non finire mai, era una diversa libertà del fare, di regole e ore ora è un tempo sospeso che si carica d’ansie senza riposo. Il caldo annega la luce, la getta contro muri e finestre compito parole ed equazioni concetti che volano altrove, così m’incanto tra un ricordo e un sentire e penso siano fresche distrazioni che ricordano d’essere vivi e capaci di futuro. La vita è una buona maestra sempre rimanda e poi promuove.
È ora di mutare stagione anche nella società. Questi ultimi 30 anni sono stati uno smottare di speranze, di chiarezze che opacizzavano, di confusione e di distinguo, se non per il fatto: l’etica ora si basa sul potere e sulla forza. Così si glorifica il furbo, il potente, colui a cui tutto è permesso perché neppure l’infrangere la legge alla luce del sole è un limite se si ha abbastanza potere, perché non ci sarà neppure un giudice a riportare il primato del diritto.
A volte basta chiudere un occhio, a volte entrambi per non cogliere le contraddizioni, come se tutti fossimo conniventi e nulla di ciò che viene detto avesse un qualche valore civile. Siamo lo stato dell’etilometro che impone la tassa sull’alcool, che lucra sul fumo, che guadagna sui carburanti inquinanti, che ha un tasso di corruzione elevato e diminuisce i controlli, che respinge in mare gli emigranti e non controlla le disumane condizioni di lavoro di molti di essi nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Un sentire comune si è fatto strada ovvero che la legalità sia un optional, che la chiacchiera cancella ogni impegno, ogni affermazione precedente, che la sicurezza riguarda solo alcuni e alcune parti del paese, che i servizi pubblici che rendono eguali i cittadini possano diventare accessibili solo per chi può pagarli.
Viene da chiedersi se l’unico discrimine non sia etico o civile (qual è il grado di civiltà di un paese che dice una cosa e ne ne permette un’altra), ma basato sull’utile che può essere tratto da una pratica di massa, da un sentire comune che rende prioritario il proprio desiderio o tornaconto e neppure esamina come evolve la libertà individuale e quella collettiva per i propri atti. Non si può discutere di suicidio assistito ma si può rendere la sanità e il sociale così impervie per i 10 milioni di poveri o quasi tali, da non poter accedere in tempo alle cure o vivere una vita dignitosa. Far morire di attesa un malato diventa lecito, ma non lasciarlo morire se esso lo chiede. In questo pervertirsi del bene comune, nella politica come servizio ad alcuni ci sono le deviazioni di una intera comunità fatta di eccezioni e non di regole. Anche in passato ci sono stati tempi terribili e bui, ma ciò che mi sorprende è che l’indignazione si sia smarrita, che comunque tutto diventi normale e sparisca il legante sociale. Nelle fiabe si dice la verità, il re è nudo. Nelle nostre fiabe, la realtà scompare e con essa ciò che ha valore e può far crescere un popolo, una comunità. Rivoluzionario è scoprire di avere bisogni condivisi, diritti violati da difendere, beni comuni da preservare, ideali e principi che non abbiamo abbandonato e la forza di rompere la solitudine in cui ci siamo lasciati cacciare.
Che inizi la consapevolezza di una nuova stagione, buon solstizio.
Siamo immersi in fatti, situazioni, storie molto più grandi di noi. A noi è stato dato questo tempo meraviglioso e terribile. Pensavamo di essere immuni al male ed eterni nella libertà. E le possibilità della scienza e della tecnica, mai come ora hanno reso possibile affrontare i grandi e i piccoli problemi di ciascuno dando il necessario a tutti.
Eppure mai come ora la ferocia della guerra, il male come offesa ad altro essere umano, all’ambiente in cui vivere, minaccia la distruzione totale. Molti allargano le braccia, confessando la loro impotenza di fronte a decisioni che distruggono il dialogo, annientano le persone, la speranza di giustizia, il futuro.
Eppure ogni gesto, ogni piccola conquista che riporta un sorriso, che costruisce qualcosa che fa star bene vicino a dove viviamo, genera una speranza di un mondo diverso. L’egoismo è pensare che non ci sia abbastanza per altri che non siamo noi, ma non è così. Siamo così fragili che senza l’aiuto di altri non resta che la solitudine e il delirio di onnipotenza.
Non è scritta la fine dell’umanità, della giustizia sociale e in chi si oppone e costruisce c’è forza e speranza. Pensate a quante persone ogni giorno fanno ciò che devono e si muovono nella costruzione di un presente che abbia dignità per loro e per quelli che vivono con loro. Pensate a quanti atti gratuiti e giusti costruiscono la vita quotidiana delle persone. La differenza tra un mondo che opprime e distrugge con quello che invece costruisce la vita degna, esiste ed è pratica di molti che in silenzio fanno.
Essere Sinistra Futura è creare giustizia sociale e pace. Nessuno si illude sia facile, che subito tutto cambierà ma non c’è alternativa al fare quello che si deve e si può, altrimenti l’oppressione crescerà, la libertà diminuirà, l’ingiustizia sociale continuerà a prevalere.
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.
Poi qualcuno decise.
Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Questa era già la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
Qualcosa l’avrò pur fatto inutile a me e buono ad altri, così metto tra righe di memoria briciole per I passeri. E ciò che resta dovrebbe essere pietra, ma penso alla piuma, al suo essere parte del volo, e la pena è l’aria che non è più la stessa l’azzurro e il verde differenti Ora è ricordo e via di cielo.
Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa sbagliare non è stato facile e viverlo neppure. Se abbiamo gioito dell’amore e ancora lo facciamo, è perché non è mai abbastanza.
La forma delle cose non è superficie, colore o consistenza, ma il succo che contengono, veleno o nettare che sia. Occorre pazienza per una goccia, coraggio e gusto onesto a sé per l’assaporare, con attenzione, silenzio e tempo.
Il tempo comune è sempre poco, così sembra, ma è una scelta, il tuo non è così arrogante, si stende lento, si dipana secondo le tue mani. Mani fatte di pensieri, di gusto, mani che accarezzano le cose, le aprono, ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.
Tutto rallenta nella carezza, che percorre un oggetto, c’è sapienza nel trattenere il tempo, nel cogliere il pensiero a chi guarda. Ho imparato per mio conto le storie dei minuti che s’allungano e s’accorciano, ma è stato altrove, e senza sentire dove fossero diretti. Anche quello che ho imparato è poco, quando mi piaceva distillare essenze, e già c’era la pazienza che è il gusto dell’attesa. Le cose restano in attesa, allacciate al cuore che le ha colte mormorano memorie e leniscono con amarezze lievi. Ma tu conosci la lingua delle cose? Il loro parlare lieve al tatto e al cuore, mentre pazienti raccontano ciò che sanno.
Dopo la pioggia vince il sole, l’aria è ricca di fresco calore, flusso di semi e di pollini che estrae da profumi e colori aiuta i voli delle impollinatrici. Tenere gocce scivolano dalle foglie, sono etere che sgrana e discioglie il grumo che scordato pesava e ora è molecola respiro che parla col sangue. Vivo, origlia umori, li sparge nel profondo con l’amore che cura e ha pazienza di raccolto. Ascolta, c’è una consapevolezza che annuncia ed è misura d’un nuovo che accade e vuol essere compreso.
Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido, parla col cielo che muta ed è solo bellezza. Essere la luce che muove le foglie il suo calore che spinge l’aria e tu pensi sia vento di nulla. Riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo, la trasparenza del verde denudato dal chiarore, pace d’essere e stare, apparentemente immoti, mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.
In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa. Andavo a pescare dove la città diradava le case e cedeva ai campi l’aria e il colore. Le anse di fiume erano splendide acque lucenti, acidulo e forte l’odore di riva, come i pensieri che cercavano il senso e la tregua. Tutto era possibile, l’esser d’altri, fatica, così si sommavano ore e risucchiava I pensieri, la luce: ero cosa tra cose, in un fervore di voli, di gridi e di tuffi. L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita, e il futuro era immoto, nella solitudine acerba, allora capivo l’allegria del pesce che balzava a catturare le barbe di pioppo, della sua vita felice d’essere cosa.
Fotografare con le parole, annotare, e il pensiero liquefa, diventa nuvola, piove, bagna, si disperde, resta una leggero pulviscolo, oro nella luce, è polvere che danza. Fotografare con le lenti dell’anima, che non ha di sé prova né misura. Eppure un fremito, la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire, sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto, crivello del prescelto, desiderato e poi perduto. Le storie falsano i momenti, ma il passato crea e non si strappa, è il futuro che si lacera, che nega ciò che gli dà vita. Questo nostro tempo è sensore, somma ciò che è con ciò che non è stato, nel vibrare quantico che oscilla e genera energia. Le probabilità, come in ogni scelta, si coagulano: nell’apparenza della necessità e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle, e trasalire del cuore, che è quando precede l’accadere.