il lunedì s’andava via

Il lunedì s’andava via. Ovunque purché non fosse la solita vita a casa. Si puntava al mare. O ai monti vicini, in qualche osteria con comodo di prato. Tanto era lo stesso: le corse, il pallone, le risate, il vino, l’aria nuova, il sole, a volte uno spruzzo di pioggia, poi le parole stesi o i silenzi. Era lo stesso per la timidezza, ciò che non si diceva, le risate troppo forti e il voler dimostrare qualcosa. Era lo stesso per quel mondo che stazionava nel profondo e attendeva sornione, ogni spiegazione che giustificasse l’esser fuori fuoco come in una fotografia malfatta dove le dita e l’avvicinare l’impreciso lo dovrebbero rendere noto, ma non è così: al più sembra ma non è. Il mondo profondo scuoteva la testa e sapeva ciò che entrambi sapevamo, la timidezza non si pasce di corse, salame e vino ma attende un cenno, vuole una certezza e poi diventerà un diluvio di parole e di silenzi. Ma il segno non veniva ed era lunedì, una festa con una storia di cose da fare e tutto poteva attendere: ogni verità intera, ogni slancio senza pretesa di successo e tutto si sarebbe ammucchiato in grida, fiori o sabbia, mare o erba, non avrebbe fatto differenza per una stanchezza da costruire e far finire cantando. In coro, assieme, fino al freddo delle notti d’aprile, fino al sudore che gelava sulla pelle. Fino al ritorno, ancora cantando, parlando, ridendo per allontanare il martedì che veniva e sarebbe stato uguale se non avesse avuto un’avventura, un gioco, un fatto inusitato da raccontare. Era lunedì di Pasquetta, da riempire di cibo, giochi e allegria, la sensazione d’aver perduto un’occasione poteva attendere. Anche le malinconie del non essere come si voleva potevano attendere. E la settimana sarebbe stata più corta e riempita da un sol giorno. Per questo non si stava a casa, neppure se pioveva.

oscuro andante con brio

Diventano oscuri i tratti di strada tra case, s’accende una luce di lampione che poco illumina, è un cono sul selciato e le rare presenze quasi la evitano, così diventano ombre e riflessi che rompono per un attimo la compattezza del buio e poi sembrano non aver contato, se non per l’inquietudine del non vedere più nulla. S’aguzzano gli occhi, cercano e poi si distraggono nei pensieri. Così le parole che nascono, sollecitate dal silenzio tuo che sembra baluginare nel buio, prendono forma, divengono discorsi, si soffermano attendendo risposte e poi tacciono inseguendo altro. Ricordi, malintesi, omissioni o gesti lasciati a mezzo? Riprendono le parole silenti dei pensieri, dicendo tutto, ma proprio tutto, s’arrabbiano, scendono nell’assenza. Non capiscono. Oppure è il silenzio che le provoca, che impedisce di comprendere. Sono i bagliori di chi passa e viene quasi visto, quasi riconosciuto, colto in un riflesso di luce, che senza sapere dà traccia di sé. È stato così che un dialogo si è spento oppure è l’oscuro che per un attimo ha capito e ti è tenuto stretto il mistero. In realtà, forse, non c’era nulla da capire ed è stata la solita presunzione dell’intuire che ha messo insieme parole, segnali, gesti in un bisogno che non c’era. Ovvero era da una parte solamente mentre l’altra passava e non si curava di lasciare traccia.

non so che dirti di un addio

Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda
ma non è uguale, mentre ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
grazie dire all’amore che non si consuma e gioire del bello
che sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.

volavamo seguendo una canzone

Con ironia prendere sul serio ciò che avvince,
l’amore esagera sempre
genera il riso e il pianto
non tiene in buon conto il visto, l’amato, il fatto,
ma genera
e di ogni cellula sente il canto,
di quando eravamo uccelli
e volavamo seguendo una canzone.

piccoli atti d’attenzione

Persa tra gli anni la tua casa penso, il verde, la collina
la terra e il posto dell’orto.
La breve salita, gli alberi
il fiume da basso,
il tetto al bordo del campo.
E quel sentiero paziente di luce sul ciglio d’una arena di gessi,
nella sera, l’ombra e il freddo che regolano l’ora,
la stufa che attende e intanto riscalda.
È fedele la legna che arde,
le cose hanno un legame che sconfina nell’affetto.
Lo fa il soppalco, il letto,
l’armadio che aspetta d’essere rovistato,
il vestito prescelto.
In fondo le cose prefigurano i corpi,
le attese, persino negli spigoli abrasi
ci sono le delusioni inattese.
Guardano le cose, con occhi di finestra,
la luce che s’abbassa,
tu che arrivi e attendono il gesto,
forse un pensiero che sia d’attenzione amorosa.
Sono curiose e discrete, le cose, non dicono e pensano,
tenerezze piccole, intense, come può fare un legno che arde per te,
un piumone che ti avvolge e veglia i tuoi sogni.
Hanno pensieri di cose, dove l’utile è un legame per te sola,
una forma che si compone e ti abbraccia,
senza altro chiedere che essere sé e molto per te.

kintsugi

 

l’intero si fonde nella parte,
testimone il kintsugi di ciò che è stato nell’attenta rinascita,
perché nascere è il nuovo e l’antico,
seminato, cresciuto e ri composto.
Il tatto sente il leggero curvare, 
d’ un corpo che si rapprende in sé, e suona.
Fosse così il cuore quando si rabbercia
nel sentire che si quieta 
e smussa la punta d’un desiderio che ancora non tace. 
Silenzio di parola, profumo lieve d’essenza
di metallo che sfalda e tocca il gusto per l’ attimo del sentire,
come pensiero che non pensa, guarda e ascolta, 
la spirale compiuta che fugge,
e avvolge, il mio tiepido cuore.

leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

domani smetto

Tutto questo dire, parlare di sé nella prima o nella terza persona singolare, fatto di parole cercate, accumulate in pile ordinate come fossero moneta sonante. Usate per acquisire, scambiare, cedere. Oh sì cedere, nella consapevolezza che il cedere è sempre un avere l’inatteso altro che parte dal muovere all’ascolto e confluisce nel contrattare silente. E che dire delle sparizioni, che poi sono silenzi certamente pieni di contenuti sciorinati altrove, di piccoli tradimenti delle attese, di consequenzialità interrotte, scomposte, riformulate in novità: tutto serve a nascondere le evidenze e ciò che non si vuol dire. Deve sembrare quel confessare virtuale che non è mai tale, irto com’è di reticenze e deviante; non è la confessione orale degli antichi che azzerava lo spirito su una linea d’innocenza e poi poteva iniziare una nuova narrazione, ma una sorta di glorificazione di sé al negativo che si auto limita e riduce a grigio il nero profondo del non dire.

E chi avrebbe mai questa pretesa del vero, del nascosto, del mai rivelato ad altri? Nessuno, non foss’altro che per la reciprocità che poi verrebbe pretesa, ma tutto si muove e alzando virtualmente la mano al cuore qualcuno dice: in verità. Mentre tutto è in attesa di un riscontro; che chi è davvero interrogato parli. Insomma diventa un parlare di sguincio, evitando di vedersi allo specchio e scoprirsi davvero.

Lo specchio non mente e accoglie, rimette ordine tra le rughe dell’anima, le enumera e dà loro un senso, indaga le espressioni, il tirar su il sopracciglio, scandaglia il sorriso e lo porta ad essere ciò che è, ovvero l’ironia nascosta delle cose che abbiamo fatto e che sono rimaste impigliate dentro. Lo specchio accetta il giudizio e lo migliora, ma solo se si vuole e si guarda disarmati. Cosa ben diversa dall’apparire, lo specchiarsi è vedersi rovesciato eppure essere lo stesso. Rivela perché guarda dentro e racconta, ma non esiste un luogo virtuale delle verità, forse perché sarebbe un insieme di atolli e di naufraghi felici. 

Ancora parlo, mangio aria, attivo sinapsi, cerco ciò che non so dove sia eppure ha una traccia in me, quindi esiste. Vana immagine d’un suono, riproduzione che non rispetta l’acutezza di ciò che vorrebbe avere rappresentazione. Così si dice: basta piccole verità nascoste tra le righe, nessuno interpreta, è ora, domani smetto. E sono minuscole bulimiche vanità.

 

 

ausencia

La potenza generativa di un algoritmo umano, fatto di vene, di sangue veloce, di connessioni elettriche e di mediatori chimici, di misteri che si annodano, di serpi e di code di gatto, di ricordi, di meraviglie spalmate su un tempo che è presente eppure è già futuro e passato assieme. Ciò è ansia, intrisa d’attesa e di rilassato lasciar fluire.

Il fiume ci trascina e ci guardiamo, perché siamo riva e acqua che discriminano, separano e dicono ciò che resta e ciò che scompare indietro. E di questo tempo rimane ciò che ha la forza di guizzare assieme, un moto d’acqua nel pensiero e l’algoritmo s’acqueta, diviene solida certezza, speranza condivisa e soprattutto amorosa relazione. Ciò che si perde nel vortice improvviso era sale destinato ad andare altrove, sciolto in un tenersi, assaggiarsi, ma le cose poi hanno separato. Poteva, ma non è stato. È triste l’addio che non si consuma, che non diventa parte di un vissuto comune, che non s’acquieta nel sogno. Se non accade c’è l’infingere che parla d’altro, ma era finito il percorso, sciolto l’arcano e ora il mistero è svelato, rivelando il poco rimasto.

Tristezza nelle cose micragnose, consumate per trascuratezza, come in una reazione chimica veloce in cui tutto decade per assenza d’ossigeno, È stato un veleno che ha impedito il coagulare, che ha rinfocolato l’ impazienza di andare senza capire o salutare, e un altro algoritmo ha portato ad altra soluzione. Così si è ripartita la responsabilità in una reazione che non avviene e forse è maggiore d’una parte rispetto all’altra, ma che importa, non è avvenuto e ciò che non avviene non esiste se non nella nostra mente. Non nella corrente, non sulla riva, ma solo in quella potente macchina che immagina e connette ciò che non ha capi, la memoria, e solo lì poi improvvisamente si svela, prima di sedimentare in strati di ricordo. Ma è già finito: prima d’iniziare s’è compiuto. A suo modo perché nulla si compie per davvero se non in una fusione di molecole che altro genera. Ciò che prima non c’era e ora c’è. Può bastare tutto questo per dire che non c’è stato? 

tornerà tutto come prima?

Uscirne del tutto non può accadere, conviveremo, se va bene, con una nuova influenza, che muterà di anno in anno e ci sarà un vaccino che la inseguirà. Troppo arduo vaccinare il mondo e rinunciare agli egoismi. Troppo difficile debellare una cosa semplice, apparentemente rozza come un pugnale di selce e con effetti variabili. La luce in fondo al tunnel parla di una nuova normalità, ancora da definire, che si aggiusta per suo conto e in forza di ciò che le viene lasciato a disposizione. La “grippe” o la febbre inglese che per qualche anno alla fine del 1400 fece più morti di una pestilenza, sparì com’era venuta e sopportata da uomini che non potevano capire solo sperare passasse, ma avevano a disposizione un mondo che era assieme passato e futuro, ora sembra che solo il presente sia a disposizione e che questo sia necessario per costruire colossali fortune. Parlano di questo quando parlano di normalità? Oppure ci si riferisce a un seguirsi di abitudinio e di possibilità note che pian piano vengono inglobate nell’algoritmo globale, nella politica di potenza di calcolo, dove chi possiede gli archivi e ciò che serve per elaborarli è in grado di controllare le abitudini e le vite. Oppure, ancora, la normalità è un susseguirsi di possibilità che non vengono esercitate, ma che fanno compagnia alla libertà presunta in cui ci pare di nuotare?. Comunque sia una normalità arriverà e sarà nuova, come cambierà il mondo velocemente, ma se in pace o in sussulti e conati di violenza dipenderà dalla formazione di una coscienza comune. Dovremmo elevarci e guardarci dall’alto, vedere il nostro egoismo sciocco e pensare che solo nella misura dei rapporti positivi con chi ci è vicino, con la società in cui viviamo, con il genere e con le specie c’è una possibilità di armonia e quindi di una normalità buona, mutevole, che fa bene. Ma ciò non avviene e lo stare nella stessa barca è solo un’immagine che serve per chiedere qualcosa a chi è vicino. La fragilità ci mostra come siamo, era ora, perché ci credevamo onnipotenti, ma questo non basta a cambiare per chi il delirio di onnipotenza lo confonde con l’identità. Cambiare, mutare forma e colore alla luce significa uscire dal tunnel e vedere un mondo nuovo, cose da giganti e se volessimo ognuno di noi lo è quando allarga lo spirito e vede nelle cose piccole l’intero universo, sente in un rapporto il bene che si fa materia, ascolta in un suono che è armonico la lingua che ci accomuna. I sensi, adoperiamoli tutti, mettiamoli insieme alla libertà, uniamo ciò che è sensibilità ed è stata negletta. Guardiamo, tocchiamo, ascoltiamo, annusiamo e assaporiamo ogni cosa, ogni rapporto fatto di senso, aggiungiamo ciò che non ha nome eppure ci fa sentire il mondo e ciò che abbiamo vicino. Usiamo il sogno e togliamo il giudizio, ma preserviamo l’uomo, rendiamolo persona, non moltitudine o cosa, diamogli l’infinito valore che ha e comportiamoci quietamente di conseguenza. Basta un saluto, un bene gratuito, un gesto amoroso, un’attenzione che rimetta in moto la meraviglia. Così ogni giorno e senza accettare che qualcuno ci dica cosa bisogna fare per essere parte di un gruppo, di una nazione, di una specie. Lo sappiamo, è dalla normalità che deve essere tolta la differenza negativa, quella che toglie ai molti per dare ai pochi, non l’inventiva, non la volontà di capire, non l’intelligenza dei sentimenti, dell’amore. È questa una luce possibile in fondo al tunnel, che ci farà vedere il mondo diversamente e ci fornirà gli elementi di un nuovo vivere. Poi anche il virus capirà e sarà sconfitto, ma dal nuovo, non dal vecchio che viene promesso come la normalità di un mondo fatto di ingiustizie e diseguaglianze, di disamore. Dicono le statistiche che si sciolgono convivenze, che i matrimoni vanno in crisi per la vicinanza, nessuno sopporta la verità vivendola se essa non gli appartiene, altrimenti diventa altro, finzione, convenienza, equilibrio cercato altrove. Ciò che resiste alla prova è luce nel tunnel, è riscoperta, attenzione, piccola verità da consumare assieme. Ogni situazione di limite ci rivela a noi stessi, per questo non approfittare di questo vedersi è un’occasione sprecata, immolata a un come prima impossibile da raggiungere, perché quel prima non esiste più. Guardiamo dentro e avanti e forse il disaccordo si accorderà alla sintonia, con noi stessi. La domanda è proprio questa, siamo in sintonia con noi, ci assomigliamo in questa presunta normalità? E la risposta non è nel testo, ma nel commento.