il mio aereo per suo conto non vola

 

 

Il mio piccolo aereo di carta per suo conto non vola,

s’ appoggia svogliato sul vento, e neppure si sforza.

Uccello senza senno, è immeritato custode di folate,

che lo spingono ovunque, cullato dal caso

È la stanchezza d’aver udito troppi canti viandanti,

d’aver visto il tempo che andava senza ritorno,

oppure è stata l’ebbrezza del nuovo che guarda e non si posa.

Lui vola ma il mio è sogno di vecchi piloti,

divenuti elica che scava nel cielo,

e sfida la sorte nell’ebbrezza d’una nube,

chiedendosi lieto se ci sarà ancora una carta in più per la vita.

Perdono i vecchi piloti,

mentre ruotano col passo dell’elica,

e il loro bicchiere resta nei bar degli aeroporti ;

solo le sfide impossibili non han vinte,

ma lottano con forza di vecchi,

stanchi e sapienti, quanto basta, per beffare il caso,

almeno il poco che basta.

Intanto il mio aereo di carta non impara a volare,

s’ appoggia al vento,

gode d’un vento caldo che profuma d’estate e d’autunno

e non merita affatto.

Ma non posa e con le rondini parla la sera,

nei campanili s’infila di notte,

e il mattino m’attende scherzando

su chi davvero ha imparato a volare.

 

l’incontro

È l’ora  che precede la sera, il sole scalda ancora. A settembre s’accorciano le giornate più velocemente ma si vorrebbe fosse agosto e così le prime luci sembrano incongrue e tristi. Come il primo brivido di freddo.
Sono arrivati ciascuno per suo conto. Tempo di pandemia. Saluti sempre troppo distanti, il calore viene affidato alle voci. Notizie, parole sovrapposte, mascherine che si abbassano.
Sulla pietra bianca della porta, in alto sopra la colonna c’è una pianta. Un cespo di verde e d’incuria. La guardavo da seduto sorseggiando, mi piaceva immaginarla vento e seme in cerca di un luogo dopo averne lasciato un altro. Sicuro e banale il primo ai piedi d’un albero, avventuroso il secondo. È la vita che ha ragioni e fa strada, così i meli sono arrivati dal Tagikistan e così sono arrivati le conoscenze inattese. Gli amici sono guardinghi e sorridenti, pronti a sedersi lontano e a tenere le mascherine fino alla birra  e poi rimetterle ai saluti. Lampi d’occhi. Mi dicevi di togliere gli occhiall da sole, perché non si vedeva l’espressione del volto. E del cuore, la vedevi l’espressione di ciò che penso o la sentivi?

Ci vediamo e salutiamo per creanza, i cuori volano col vento e pensavo agli addii insonni, agli arrivederci che non finivano neppure quando il treno era scomparso. Al vuoto che resta e non si colma se non come vuole e non come servirebbe. Le parole e i silenzi diversi dal chiasso per darsi coraggio. Nessuno andava da nessuna parte, nessuno chiedeva una notizia, c’è un prima e un dopo. Come negli amori. E mentre ascolto penso a cio che si prova nell’essere sul ciglio di un amore, alla scelta che porta nel vulcano e quella che fa tornare a un prima che è già impallidito. Il coraggio del seme serve, e la terra, poca, su cui crescere. Una alla volta si alzano,  gli amici e le mascherine. È sera di settembre, ci abitueremo alle luci gialle e a dover andare.

non se ne esce

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Uno ne esce o non ne esce. Non dipende da lui o almeno, non da lui solo. Oppure dipende da lui e non ne ha voglia, volontà, perché star male poco è meglio che niente. È il niente che assale, che sgrana la vita. Mica siamo rocce. E poi si sgranano anche quelle e diventano ciottoli e sabbia di fiume. Giocano con le trote fino al mare, poi con i cefali mentre l’acqua spinge con dolcezza verso il buio.
Non ci si deve sgranare al buio:le cose diventano più grandi e minacciose, il tempo si allunga troppo e non serve a nulla. O almeno a nulla che non metta inquietudine, e cosi non se ne esce. Meglio dormire e pensare che la sabbia torna a riva e si ricompone nei castelli che fanno i bambini. E che luccica di quarzi e ametiste quando la luce è radente. Prima che l’acqua si riprenda tutto. Anche i castelli, i pensieri, e i ricordi. Pochi quelli. Ma mai la bellezza. E siamo vivi.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.

mantra della bellezza

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Nel mattino lasciaci vedere il tempo che rallenta,
del suo procedere non darci peso.
Solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza e sorridi ai nostri occhi
regalandoci la luce che ci vede.

Della nostra bellezza insegnaci la cura,
il nutrimento che la fa felice,
la serenità della paziente attesa
nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti

Raccontaci il vedere dentro e fuori di noi,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
ma trova il filo che cuce assieme il tempo.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo lo sguardo del cavallo
ha scomposto in piccoli inoffensivi frammenti la realtà:
ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
che prima s’ era occultato.

Aiutaci a capire dov’è la serenità
e a ciò che ci duole,
riserva il fastidio che scaccia la molestia.
Fa che finalmente sappiamo se conta più l’amare o l’essere amati.
E alla bellezza che ci chiede dell’amore che coltiviamo,
mostra l’innocenza del nostro cuore.

vorrei

 

Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
che parla col cielo che muta ed è solo bello di sé,
poi diventare per magia d’amore, la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.

Ancora vorrei fossimo il riflesso d’un sogno che muta,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.

frequentare il banale

Frequentare il banale. Per noia, incapacità, stanchezza, genio. Frequentare il banale sapendo che prima non lo era e che il tocco distratto lo rende tale. La risata inopportuna il pensiero affrettato e liquidatorio. Frequentare il banale in pochi versi che emergono dalla memoria: singulti d’una bellezza mai davvero intuita nel suo nero. Osservare il banale che annega nel gorgo della bellezza e lascia vuoti. Impossibilitati ad agire. Si dice inani ed è la sensazione che si prova dinanzi alla miseria quotidiana di ciò che contraddice giustizia, pietà, umanità. Ma il tempo è largo e contiene. Tutto. La bellezza, il pensiero, ciò che è fuggito, ed era un attimo d’intelligenza, quello che si ripete e non si guarda mentre si mostra. Il banale ha un’anima? La nostra, forse, e con questo dovremmo elevarlo, dargli il posto che merita e toglierlo da quel nome che lo condanna senza merito perché non è lui ad essere banale, ma noi.

Se, come un tempo, vi fosse un amore per ciò che ci seguirà, coltiveremmo la memoria e il nuovo nello stesso giardino e useremmo la nostra “povera casa di scarsa considerazione” * per lasciare una traccia che aggiunge e preserva. Ovvero renderemmo il banale alla sua storia, lo indagheremmo per vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno, così in una penna o in un vivere attento e lieve c’è il pensiero. E tutto attende d’essere riconosciuto.

*Antonio Barbaro così edificò la memoria della sua casa a Santa Maria del Giglio

scrivere frasi corte

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Scrivere frasi corte, pennellate, fotogrammi, associazioni di pensiero, ricordi e futuri mescolati. In un fotogramma ci sono talmente tante cose che non si notano, clandestini  beffardi rispetto al pensiero. Animaletti, oggetti utili all’interrogarsi sul perché c’erano. Nessuno li aveva chiamati eppure assistevano ed erano protagonisti rispetto al focus che doveva essere unico. Per questo i professionisti mettono uno sfondo neutro, ma anche loro non vedono tutto ciò che entra, un dente che sorride, una piega dell’orecchio immodificabile, la disposizione delle scarpe che si intrecciano, affiancano, sovrappongono. Per loro conto le cose operano, almeno in parte.

Scrivere frasi corte senza un significato immediato. Chi non segue, non si sforza, è in attesa d’altro: non capirà mai la complessità. Le parole sono complesse e semplici. Non rispondere subito di sì è quasi un negare che dev’essere dissipato. E se non lo è, il silenzio assente o nega? Usare il silenzio come frase corta.

Un tramonto è un tramonto eppure è colore, nubi, atteggiamento, attesa, nervosismo, stato d’animo, distrazione. Nel fotogramma c’è tutto quello che non si vede, c’è l’atteggiamento del non vedere. Parlare d’altro, del poco attinente, dei progetti tra un’ora, di chi non c’è.

Attenersi è linguaggio burocratico. Immagine di foglio A4 legal, un solo argomento per comunicazione. Paura di confondersi, di mischiare il messaggio. La realtà resta fuori delle pagina, è interpretazione. Per questo le cose non si ripetono uguali e c’è una direzione nei fotogrammi che permette ai particolari di entrare e uscire, di aggiungerne di nuovi, di avere nuove vite mentre nulla si sa delle precedenti. Dove esse siano finite, dove riposano o si dissolvono.

Scrivere frasi corte e rispettare la sezione aurea. Qual’è il posto del particolare nella sezione aurea. E dove il ricordo? Finire con una domanda che ha la risposta nell’incipit. Tu dove sei in tutto questo? Ridurre la frase a tu e non sapere di chi si parla.

Tu.

 

 

 

abitudini

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Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.