abitudini

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Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.

 

steinway cd 318 e altro

Un gran concerto CD 318 non vola, lui invece, il pianoforte lo pensava, ma non era così. Lo scoprì cadendo, come succede per la banale imperizia di chi non è abituato a distinguere ciò che è prezioso e si fece molto male. Eppure lui aveva volato a lungo con Glenn Gould. Almeno dieci anni tra il 1960 e il 1970 incidendo gran parte dell’opera clavicembalistica di Bach.

Era stato uno strumento rifiutato il CD 318 Steinway, messo nell’angolo di un grande magazzino a Toronto, in attesa della rottamazione, dopo aver suonato a lungo con diversi concertisti. Cambiati i gusti per i pianoforti sembrava superato nella sua gentilezza, ora serviva potenza di suono e meccaniche più rigide su cui esercitare la forza delle dita. Avete mai visto Gould suonare? Dalla sua leggendaria sedia, fatta e montata dal padre, ormai ridotta a un rottame dall’uso, si metteva in una posizione squinternata rispetto alla compostezza dei concertisti, era in basso e la testa quasi si appoggiava alla tastiera. Il braccio non sovrastava il pianoforte, ma lo interpellava e lo abbracciava, quasi danzando assieme. Gould era in perenne ascolto della corrispondenza tra ciò che suonava e ciò che aveva dentro. Suonava nel pensiero e si aspettava che il pianoforte fosse un infedele tramite, ma che questa infedeltà non impedisse l’amore.

Ci sono punti dove il genio non può accettare altro che lo strumento che lo esprime e strumento e persona si cercano. Con pazienza e furia come accade in ogni amore che si trasforma in passione. Ci fu poi un tramite, un accordatore semicieco che vedeva i suoni come colori e capiva ciò che Gould chiedeva, era Verne Edquist, una persona eccezionale perché altri non poteva essere chi entra in sintonia con un genio. E fu lui che tentò di ripristinare il CD 318 dopo che praticamente era stato sfasciato dalla caduta. Fatica immane, quasi coronata da successo. Quasi perché il CD 318 non era più lo stesso. Cose che solo chi cerca le corrispondenze tra l’anima e le cose può avvertire, ma era così e anche Verne non vedeva più gli stessi colori, sfumature certo, ma per un semicieco erano linguaggio e differenze che non potevano passare inosservate. Così Gould incise poco e con difficoltà ancora sullo Steinway. L’ultima edizione delle variazioni Goldberg fu suonata dalla solita sedia ma su uno Yamaha.

Ci sono cose che restano proprio perché si assomigliano ma non sono ciò che erano all’inizio, così può essere il modo di sentire una passione tanto da identificarsi con essa. La passione non è sempre la stessa, può scemare, trasformarsi oppure diventare un tentativo di assoluto. Se Gould voleva suonare Bach come neppure Bach avrebbe esplorato se stesso, anche il pianoforte avrebbe dovuto essere altro da sé. La passione funziona così, nel coincidere con essa si diventa ciò che non si sarebbe mai stato, quindi altro da sé. Come nelle follie creative, nel racconto di ciò che dentro urge e non trova le parole che esprimano leggerezza e potenza nel giusto grado, ossia che coincidano con il pensiero. E non con un pensiero che sfugge ma con quello che sembra radicarsi e invece è il prodotto della ricerca nel profondo. Estratto da esso, portato alla luce tanto che inizialmente è un po’sorpreso di essere in un luogo che non ha mai visto, con una luce inusitata ed esso stesso finalmente consapevole di coincidere con chi lo conservava in sé. Parole e note si sovrappongono nei significati. Nessuna parola può sostituire un’emozione, può ricrearne la parvenza ma non andare oltre, le note possono farlo. Possono ripetere le emozioni e andare oltre ad esse, superare chi le aveva scritte nel significato profondo. Questo pare provasse a fare Gould, e nel suo cercare di seguirlo, anche il CD 318, cercava di essere uno strumento che non esisteva ovvero un pianoforte che suonava in modo nuovo. Non un clavicembalo in forma di pianoforte, come aveva voluto farsi costruire Wanda Landowska, perché mai avrebbe potuto esserlo, ma veloce e preciso, leggero nei tasti perché il tocco era l’accento della parola, ma anche ripieno nei bassi a fornire terreno compatto e fertile su cui dispiegare la melodia. Per questo il CD 318 con Gould volava e cantava con lui. La loro era una passione senza nome né limite, incontrata per caso, come accade a ciò che non finisce ma che si esalta ad ogni incontro e in questo amore aveva trovato chi era in grado di assicurare ad entrambi la corrispondenza, Verne Edquist, che non era solo un grande accordatore ma capiva lo stesso lessico che mette assieme pensiero e suono. Chi ha avuto modo di ascoltare Gould e i non pochi altri che si mossero poi sulla sua scia interpretativa sa che un genio resta unico e spinge innanzi l’umanità, senza volerlo né con un metodo che lo renda felice per questo: gli mancherà sempre qualcosa. Ma per tutti gli altri che non hanno a disposizione altro che udito e capacità di ascolto, ci sarà una nuova sfumatura di luce, un colore che prima non esisteva, un volo che sembrava impossibile eppure è andato avanti a lungo, guardando il mondo dall’alto, anche se lo sguardo di chi ha trovato in sé quel modo di volare, spesso, era parallelo alla tastiera, con la bocca che parlava ai tasti, le spalle a seguire il dispiegare del suo, ogni volta unico, volo. 

 

post scriptum: queste parole sono solo l’espressione, parziale e imperfetta, di una predilezione per Glenn Gould che mi ha regalato, e regala, molto. Mi infonde serenità e aiuta a capire quanto piccola sia la comprensione che posso esprimere, ma anche in questa piccolezza mi fa vedere la bellezza. E ciò credo sia importante in questo tempo di incertezza perché solo la passione ci aiuta a vedere quello che può cambiare questo mondo.

insicurezza

L’insicurezza non se n’è andata. Forse perché già prima c’era e nell’oggettività della pandemia ha trovato una sua espressione esterna ma è l’interiore che conta per capire la realtà. Tanto più c’è una comprensione profonda di sé tanto più la realtà si semplifica, mette in ordine le importanze e ciò che è complicato si apre in scelte binarie, o un sì oppure un no. La realtà resta interpretabile e fuggente, quando parliamo dello stesso fatto, e ancor più se si tratta di un ricordo, più persone raccontano realtà differenti eppure erano tutte sullo stesso posto, ma l’hanno vissuto in modo diverso. Sentire ed emozione hanno cambiato l’oggettività dei fatti che, alla fine, sembrano essere vissuti in un presente comune e sfuocato dove le certezze si fanno traballanti.

Perché non dovrebbe esserlo ora quando è l’esterno che ci bombarda di saperi che non sono tali e neppure consistenti, viene detta una cosa e il suo contrario e ogni giorno ha la sua verità. Così le speranze prendono il sopravvento sulle analisi e sul dubbio perché è meglio aver qualcosa da raccontare piuttosto che l’insicurezza di non sapere davvero dove andare.

Questo è il punto che forse destabilizza di più, non c’è un posto dove andare e quindi non resta che attendere e guardarsi dentro per capire cosa è importante per noi. E si torna alla grande divisione tra certi e dubbiosi, sapendo che le sicurezze possono essere dissimulate, negate, sostituite, accettate con fatalismo oppure annegate in uno stagno di presente che non offre idea di futuro, anche se ha il gran pregio di essere un incontro tra desiderio e piacere, oppure tra inazione e fatalità. Quindi il tempo dell’insicurezza, nobilitato spesso (dove si può) nel dubbio ci ricorda che questa nostra epoca felice è immemore dell’insicurezza costante delle stagioni passate, non ha percezione del tempo ma confida nella scienza e dopo averla maltrattata le dice di tirarci fuori dai guai.

Nessuno, neanche un vaccino, ci toglierà da noi stessi, dall’ipocondria crescente, dalle depressioni che serpeggiano, dall’attesa miracolistica di qualcosa che sistemata la pandemia sistemi anche l’economia. L’insicurezza assume il tempo che trova , l’uomo che trova e si adatta con gli strumenti che ha a un presente da tenere a bada. Si pensa d’essere immersi e in realtà si galleggia su una superficie fatta di stimoli. Una giostra dove si percorre con un trenino una finzione e tutto è insieme reale e falso, perché l’incertezza è in noi e lì si dovrebbe risolvere ed evolvere in una nuova serenità che mai abbiamo perseguito. Non ci siamo abituati, non ci è stato insegnato e ci servirebbe così ognuno s’arrangia come può.

 

ogni giorno una cronaca

Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare  che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.

Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.

I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.

Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.

p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.

 

25 aprile 2020

Questa festa della Liberazione ce la ricorderemo. Per il tempo che viviamo, perché tutto è uscito dall’abitudine, per le troppe parole d’odio che circolano, per la libertà minacciata in molti paesi e perché da troppo tempo è meno considerata anche da noi. Ce la ricorderemo questa giornata con le piazze e le strade vuote, con quel pezzo di Parlamento seduto, lega e fratelli d’Italia, mentre si commemorava il 25 aprile.

Ce la ricorderemo con così tanta Bella Ciao che mai si era sentita prima, dai balconi, nelle case, nella rete, dentro le persone, sulle labbra; sussurrata, cantata a piena voce, commossa, stupita e orgogliosa di essere da tempo non più solo italiana ma di tutti quelli che vogliono la libertà. Non se ne andrà Bella ciao perché non è un saluto ma una promessa, che ritma il cuore e il passo, che tiene insieme i pensieri quando non si capisce cosa accada attorno, che fa mettere la mano sulla spalla del vicino e lo fa sentire compagno con un sorriso. 

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, perché non basta sentirla la libertà, bisogna volerla, cercarla nelle azioni che si fanno e in quelle che si subiscono, e bisogna che la libertà sia dentro di noi, amata non solo pretesa.

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, con il Presidente che da solo sale all’altare della Patria. Sembrava solo ma mai era stato così tanto accompagnato dai pensieri di chi ama la libertà e mai ha avuto migliore compagnia.

Ce lo ricorderemo questo 25 aprile, che non somiglia a nessun altro, ne ricorderemo l’intensità e ne avremo bisogno per i tempi che verranno perché non è ancora arrivata la rossa primavera e ci lasciamo confondere da troppe necessità che si dimenticano di chi soffre, ha meno del necessario, non ha più speranza.

Ne avremo bisogno di questa festa della Liberazione per resistere e cambiare questo mondo che ammala, coercisce, toglie, impoverisce, nega la giustizia e l’eguaglianza mentre ruba a tutti vita e libertà. Ne avremo bisogno per essere fieri di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato la vita sui monti e nelle città, di chi è tornato e in silenzio ha fatto e sperato e troppo spesso è stato deluso.

Quella di oggi sarà una festa di Liberazione che non scorderemo, così diversa da non essere una celebrazione, ma una promessa, una consegna per il futuro. Un appello al cuore e all’intelligenza per uomini che amano la libertà, come allora, e adesso per costruire un mondo diverso, solidale e finalmente libero e giusto.

un segno

Con parole altisonanti o sommesse, verticali od orizzontali, capaci di rigare un vetro o una superficie polita d’acciaio sicché poi lo sguardo non possa non curarsene e il dito voler percorrere la rigatura, sentirne il flebile rientro, la sbavatura del limite e il freddo che in esso incespica, così ogni sera ci parlano.

Un segno la riga, lo striscio. Un’attrazione che vede la rottura di un ordine, d’una unità che distrae attraendo. Distrae dall’usuale, dal previsto, sgretola il concreto, la massa del reale che si scompone e in più piccoli pezzi interroga, ma ormai è solo frammento, parte della domanda. Che poi essa è una e come l’assenza riempie, non si espande: è già piena di sé, di significato, di futuro intriso di presente. Una parola a scelta da far scendere o salire, non importa, l’universo , il nostro universo, non ha un alto e un basso, solo un prima che diventa un dopo e spiegazza le vite e il pianeti come lenzuola in cui qualcosa deve avvenire. Oppure qualcos’altro. Non importa. Così la domanda si riduce a una parola. Perché. Quando. Dove. Cosa. Domani. O si frange nel balbettio che precede il silenzio, perché chissà quant’altro s’annida nel noi collettivo e nella risposta conosciuta e difficile. Una risposta fatta a brani dall’archetipo di belva, dal profondo che non vuol cedere.

Basterà? Sarà sufficiente ridurre un poco, rallentare, cambiare qualcosa che non costi troppo all’abitudine, all’idea del prima? Ci sarà un’età dell’oro per chi non l’ha mai vissuta? Basterà ci siano nuove regole, perché i delicati meccanismi che portano a costruire un orologio o una locomotiva, che fanno seminare a un contadino povero dell’Egitto o dell’India del cotone, facendolo crescere, raccogliendolo in balle e consegnandolo a un treno, a una nave che lo porti a filare, a tingere, farne tessuto e poi ancora portandolo altrove a tagliare, cucire, diventare altro prima d’essere infine prezzo, guadagno, uso e ancora straccio e fibra da sfibrare per altro essere. Basterà mutare di poco tutto questo oppure non basterà più?

E la parola che ha rigato vetro e acciaio sarà sufficiente a segnare l’intelligenza e il cuore di un solo segno che faccia capire? Aprirà nuove strade per ricomporre in diverso modo quel perfetto orologio del produrre che dimentichiamo, segna il tempo già passato e dove pagano sempre le altre specie, il pianeta, il povero, il debole. Ci sarà un futuro che ci riguarda dove ciò che è di tutti non viene accaparrato da pochi, usato, rivenduto, ripreso e alla fine sperperato e tramutato in veleno nella catena che non si ferma mai?

È questa la fase due o è solo il prolungarsi dell’eterna prima fase che mai rimette in discussione se stessa e che dei segni non si cura finché non è il segno a diventare prepotente e a pretendere il dovuto? Ecco, questo non so, anche se so che cambierà e il dopo non sarà il prima.

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

e così si è consumato il giorno

E così si è consumato il giorno. Color perlaceo come il cielo di questa giornata con una pioggia attesa ma rada. Spruzzo per i vetri, gocce che si rincorrono, il tremolare rapido delle immagini che poi tornano limpide. Neppure un acquazzone, solo acqua dispersa, complice un po’ di vento e così la terra è appena bagnata. Non piove da troppo tempo e sempre più mi rendo conto della situazione. Dovrei dire che il presente senza oggetto in cui viviamo, ora un oggetto ce l’ha ed è pure preciso: è già nella fase due ma non ha una soluzione visibile. Possiamo compiere notturni atti di trasgressione, infrangere regole senza pericolo per altri, ma è solo per il gusto di farlo perché ciò che comunque detta legge è la distanza sociale, che tradotta nell’umore significa malinconia.

E comunque l’avventura è diventata intorno a casa, la scoperta da esteriore si porta verso il trascurato per mancanza di tempo, verso il particolare. Basta una frase, un pensiero che ne rincorre un altro e come una nube, l’acchiappa, si mescola, allora ne nasce un’intuizione che apre una porta. Oltre c’è l’azzurro, i prati, il mare, la sabbia, i pini, ma tutto fuso, indistinto com’è nelle possibilità che hanno come unica realtà una strada malamente tracciata tra l’erba. Ed è facile perdersi, deviare, guardare per aria o nel posto sbagliato. Trovarsi con la sensazione che sia passato qualcosa d’importante, magari non così tanto da cambiare il mondo o solo noi stessi, ma originale, mai pensato prima e che quel sentiero sia finito in un nulla d’erba che ancora rasserena eppure non è la stessa cosa. Non si tengono le parole per la coda quando sono colme di significato, bisogna lasciarsi andare a loro, immergersi in esse, seguirle senza metterci nulla o quasi di pensato e loro ti conducono, ti portano in luoghi che avrebbero bisogno di sviluppo, di tempo senza tempo, di storie per nascere e poi crescere, nostre prima di diventare autonome e d’altri.

Eravamo alla fine di un cammino lungo, fatto di scarpe impolverate, sete e ombra alle spalle. Una grande radura, dei segnali imprecisi che indicavano la direzione e il sentiero che si sdoppiava: puntava in una direzione e poi nell’altra fino a farci trovare al punto di prima. Era la fine o quasi di una traversata e Fiesole il punto d’arrivo, ma non si vedeva. C’erano dei colli e molto verde, alberi, arbusti alti che mascheravano le direzioni. Parlammo dopo molti silenzi che testimoniavano di non sapere e ci sembrò fosse rimasto un sentiero nell’erba. Una direzione già percorsa, ma poi abbandonata. La seguimmo fino a capire che stavamo entrando nella tana di un cinghiale, ne seguì una corsa sconnessa all’indietro, una paura di zanne, di piccoli disturbati, di una madre inferocita, finché tornati nella radura, tornammo a ridere. Di noi, dell’incapacità di vedere l’evidenza e quindi l’errore e ancora di legare i tanti passi fatti con qualcosa che li completasse. Bisognava fermarsi, seguire il pensiero nuovo, lasciare che maturasse e divenisse direzione, così trovammo la strada.

E così sono le parole nuove che si formano e indicano qualcosa che è appena conosciuto, mai pensato prima in quel modo e già diviene fascino e possibilità, ma serve tempo. Non quello di prima ma quello della realtà di adesso, che non è solo minacciosa, ma riporta le cose e noi alla luce, a ciò che conta e contiene tutto il bello e il suo contrario, ciò che dev’essere scoperto e la banalità che ora non ci attira più nel suo lucore privo di contenuto. Ho la sensazione che la scelta e la sua possibilità emerga ora con più forza e torni a noi. Questo tempo che abbiamo a disposizione, regalato, se non ci indica nulla di nuovo, sarà tempo perso.

bouillabaisse di pensieri

Nelle biologie del tempo pensa a te, raccogli quello che non sai. Guardati. Con attenzione guardati il viso, il corpo, ciò che ti sta attorno.

Chissà dove nasconde il suo orologio, il giuggiolo, che per ultimo mette le foglie e fiorisce dopo aver visto la margherita, il mandorlo, il pero riempirsi di gloria mentre ancora lui pensava alla stagione da venire. Forse come noi, nasconde il suo orologio in una radice che guarda nel buio e mette gli occhi per vedersi, solo quando sa che ciò che è nascosto coincide con il visibile. La verità dell’essere e del potersi vedere dopo aver veduto.

Nei giorni in cui s’ammucchiano le ore, vedere con nettezza porta a decidere cosa tenere di sé in noi, ma soprattutto nelle relazioni con gli altri. Esiste una grammatica delle relazioni, in essa si mescolano regole e sentire, certezze, dubbi e verità. Dovremmo pensare che dove c’è il dubbio la verità si forma ma raramente essa coincide con la certezza. Dovremmo togliere per vedere cosa si nasconde in ciò che viene trascinato. In questo tempo del silenzio occupato da troppe parole senza una indicazione di direzione, è necessario che proprio il silenzio sia un buona bussola.

Guardarsi in silenzio è guardare senza aggettivi, cogliere chi c’è e chi fa finta d’esserci. È un buon momento per lasciar perdere ciò che si trascina. L’inutile peso che frena le vite e non ne impedisce la corsa ma il restare fermi, ne distoglie l’attenzione da ciò che davvero conta. Una pulizia interiore che usa quel lasciar perdere. Proviamo a pensarci a cosa significa davvero e l’immagine è quella di qualcosa che si allontana, che riconquista una piena libertà oltre la forma, lo stanco ripetere dei riti, superando l’incapacità di dirci quel che ha significato perché ci tiene in relazione e ci muta assieme. Ridare una libertà è lasciare che la corda si stacchi e vada libera nell’aria, che se ne avrà la forza, ponga domande che si erano smarrite. Non c’è solitudine nel vedere, c’è consapevolezza e senza di essa la bellezza nostra, altrui, del mondo, si offusca sotto la patina del dover sembrare.

Il corpo cessa di essere una costruzione culturale, il prodotto di una moda e ridiventa nostro. Noi possiamo dare un’immagine o una verità a noi stessi o agli altri, la scelta è solo nostra e in essa c’è la sostanza della relazione. A questo può servire il tempo e l’orologio che si nasconde in noi, a rivelarci ciò che non abbiamo voluto vedere per distrazione o rifiuto, per timore di non essere conformi a qualcosa che era fuori di noi. È un tempo che ci riporta al giusto fiorire, al vedere e al mutare. Perché se ciò che vediamo di noi stessi non ci muta non saremo pronti all’altro mutare, quello che l’esterno ci vorrebbe imporre e che perde importanza proprio come quelle relazioni che si reggono senza comunicare. Lasciar andare ed essere liberi secondo il proprio essere profondo. Non c’è una morale in tutto questo ma un lavoro d’artigiano che cuce assieme i bisogni e le proprie verità, le confronta con ciò che ha di veramente proprio e si accorge dove mutare è possibile, legge i segnali del corpo per essere più conforme a sé. Questo è il tempo del silenzio che comunica nel profondo, un’occasione di cambiamento, un tornare a casa.