muta la stagione

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Fragili d’anni e di dubbi
dischiusi
ora sono i mesi,
e la loro sequela morbida d’ore
cerca conferme nel tempo,
dell’autunno che viene.
I sensi cercano,
e ogni antica traccia per poco rassicura,
ma il volo degli uccelli descrive le indecisioni:
il luogo in cui tornare muta.
È conflitto tra abitudine e assenza,
a cui manca l’impalpabile essenziale,
eppure le cose sono le stesse,
solo altre e mutate.
Così nessuno decide,
d’ abbandonare la speranza
che altri regolino l’orologio del mondo,
che il nuovo e il conosciuto siano sodali.
Si resta in attesa che tutto s’accordi,
ma nude sono le coscienze
inermi al capire,
e sull’orlo di paure
racchiuse in impervie solitudini.

sine nomine

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Viene per sentieri misteriosi,
e nessuno l’attende,
forse per questo, a volte, non verrà,
o più spesso giungerà in ritardo
nell’esausta età dell’insoddisfazione.
Sine nomine,
è la consapevolezza
che c’è bellezza in noi.
Qualcosa che non ha nome
e che da noi esce
per incontrasi con simile bellezza,
così pensiamo l’assomigli.
Quando si percepisce che c’è altra,
più grande essenza,
senza prigionia d’una natura,
e avvolge le cose,
parla con linguaggi sconosciuti
a un noi profondo che l’intende,
allora l’eternità si mostra
lascia traccia,
e mai eguale si ripete.
Si radica in noi una pace inusitata,
in un cielo d’anima
percorso di lampi e quiete.
E il divino ci accoglie,
avvolge e protegge
allora sentiamo che c’è speranza
e nessun misfatto d’uomo
potrà prevalere.

notte e giorno

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Le mani di notte sentono la tela,
stropicciano la trama tra le dita,
è sussurro che lega il sogno,
all’arreso serrare dei fili.
Un risveglio nel buio
accompagna i pensieri,
con una resurrezione irta di ricordi,
e sangue scommesso che canta nelle vene.
Tornare oltre ciò che fa male,
che non muta e assale,
ascoltare la casa che s’assesta,
e abbraccia
già dimentica della vampa dell’estate.
Tornare e non conoscere la strada,
solo il cielo e le presenze amate, dove tutto ricomincia,
anche il riposo ha senso.
Così s’allinea il sogno al giorno,
come era un tempo,
nell’arco tra il fresco bacio che precedeva il sonno,
e la voce quieta che risvegliava il giorno.
Allora il profumo del pulito era casa
e annunciava un ordine facile,
a cui si uniformava il mondo,
essere era la gioia della luce,
mai negata dal fresco dell’ombra
e il desiderio seguiva la semplicità dell’amore.
Notte e giorno
a dar vita al tempo.

12 settembre

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Il 12 settembre del 2001 cadeva polvere e amianto controluce,
tratteneva attimi e molecole d’esistenze sminuzzate.
Il gigante era attonito,
già urlava e si rendeva conto,
ma la polvere cadeva,
sussurrava e poi risollevava,
grida mute e sospiri contro ogni ragione.
Come nelle rappresaglie atroci,
venne deciso,
il nazismo scorre ovunque
e ci sarebbero stati gli innocenti,
dieci per uno,
per pareggiare il conto.
Inconsapevoli gli uni e gli altri,
che esistono ancora sacrifici umani,
e il dio è la pubblica opinione,
e l’orgoglio ben misto alla vendetta.
Ogni volta si prepara con cura l’ecatombe,
poi si procede,
l’inerme attende e spera che la morte scelga altrove,
ma sempre piange colpe mai compiute.
Poi distribuiranno medaglie ai carnefici
e memorie cancellate dall’orrore
perché non resti traccia dell’infamia.

Il 12 settembre del 1973, a Santiago,
cercavano nelle taverne e nelle case,
nelle aule e in mezzo alla campagna,
chi aveva cantato votando
era colpevole d’aver sperato,
e morto il Presidente
ora veniva ammassato come grano a giugno nello stadio,
scelto e torturato.
Tagliate le dita colpevoli d’aver suonato,
le gole perché avevano cantato,
I corpi per aver gioito
I ventri delle madri per aver partorito.
Gettati I corpi nell’oceano,
perché serviva aver gli aerei
e i piloti da addestrare
al futuro orrore da servire a lungo.
Una immensa mensa di sangue
e di dolore
da strappare vivo dal corpo del popolo sovrano,
grida alte che si sentivano lontano,
ma senza I nomi, solo assenze
per i vivi dove crescere l’angoscia.
Il Presidente è morto combattendo,
chi l’ha ucciso è morto nel suo letto,
la forza delle cose non è mai stata giusta,
solo la data o il caso che vede dentro al tempo,
mette ordine e ricorda
che nessuno mai paga per davvero.
Forse questa è democrazia
o forse qualcos’altro.
E c’è un giorno dopo che non è mai innocente,
un giorno in cui tutto è dolore
eppure a molti è indifferente,
guarderanno il sole, la giornata,
continuerà la vita come sempre è stata.

estati bambine

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L’estate cantava con le cicale
e nel cotone delle tende da sole,
entrambe, a giugno, avevano condiviso la violenza breve dei temporali,
poi impavide avevano cantato la carezza rovente del sole,
le cicale in un ossesso finire,
le tele in solerti pomeridiani silenzi.
Il tessuto aveva un odore di cotto
diverso da quello della pietra e del legno,
la trama fitta s’illuminava fino alle ore proibite del buio,
quando i giochi finivano,
e la pelle odorava di sudore e di polvere,
poi l’acqua a rigare il sapone,
le ferite da pulire,
il bacio e le lenzuola di lino
piene di fresco
per il corpo e la notte.

In agosto le tende tenevano a bada l’amore del sole,
nella casa vuota di noi,
ma piena di schiocchi di legni e di cose.
Ballava la polvere in lame di luce,
si mescolavano I profumi
dei vecchi mobili
delle loro storie e case vissute,
volti confusi in fotografie
infilate nei vetri.
Cose in attesa osservavano
l’alternare della luce e del buio.
Nulla ci mancava,
e la vacanza travolgeva,
neppure troppo lontano.
Il mare, le dune, le nuove abitudini
portavano profumi diversi,
conosciuti dagli anni passati,
ma erano nuovi gli afrori notturni e i sensuali calori,
noi cambiavamo senza sapere,
come se tutto quel mondo di piante
di sabbia, d’acqua salsa, di cose
arroventate dal giorno,
nel buio spendesse I suoi roridi umori
in amplessi dolci, lunghi e silenti.
Qualcosa accadeva
sommerso dai giochi,
emergeva nello scoprirsi nuovi
anche negli sguardi scambiati.
Atttese senza nome,
pensieri curiosi, potenti,
senza parole adatte,
ancora innocenti.

Tornavamo a settembre,
le case avevano vissuto,
qualcosa non era al suo posto,
ci si ritrovava nei profumi,
nello scorrere dell’acqua dalla cannella d’ottone al marmo del secchiaio,
nelle verdure d’estate nei piatti,
nei giochi che la casa
riannodava a noi e alle cose.
Settembre già odorava di carta e d’inchiostro,
di banchi scrostati,
di fatiche e complicate promesse.
Vivevamo in giorni a mezzo
cavando dall’incoscienza
giorni di corse felici,
di tempi infiniti,
di estati passate senza timore d’autunno.
E la tenda da sole ci rassicurava,
con il suo profumo di cotone bruciato,
con il calore che ancora fermava.
Non cantavano più le cicale
ma finché lei restava
non sarebbe finita l’estate.

la bellezza resta nell’aria

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Che sarà rimasto dell’aria
che conteneva Il mio corpo
davanti al quadro di Bridget Riley?
Le molecole per accoglierlo si sono spostate,
dei neutrini forse hanno attraversato
indifferenti,
qualcun altro s’è avvicinato
e ha intrecciato le aure.
Ma senza volere.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato,
è rimasta solo l’eco,
l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza.
C’erano voci attorno,
alcune normali,
altre sussurrate,
avranno sospinto l’aria
con atomi di sé.
Senza sapere hanno accarezzato un timpano,
ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è allora girato,
degli sguardi per un attimo incrociati,
del particolare che ha stupito,
cos’è rimasto?


Il quadro immobile,
faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto,
lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto,
che pian piano diventava un foglio
su cui ciascuno scriveva
con caratteri solo a lui conosciuti,
e dipingeva un particolare a suo modo,
metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta
e infine lo lasciava cadere volteggiando
nella pila di fogli della sua memoria?
Poi il corpo si muoveva,
gli occhi cercavano altrove
e occupavano nuovi spazi
mentre vibrazioni e atomi,
mescolati assieme a pulviscolo,
danzavano.
Era la memoria dell’aria,
che finiva in uno stipo dell’universo
dove il momento e il possibile
si archiviavano in attesa,
d’un nuovo presente
e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili.
Bellezze che durano e mutano
oltre ogni sguardo,
oltre ogni pensiero
e non si curano neppure d’essere a noi, tali.

sera di settembre

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Come i buoni romanzi, letti e riletti
con le parole da ripetere lente
c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima,
altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo
geloso esso d’amore esclusivo,
e goloso degli anfratti di senso.
Tutto convince così poco che solo il sentire resta,
e anch’esso ha bisogno di verità.
Con le mani lavate due volte:
la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza
posso dire, non sono stato io, 
mentre si confondono i visi,
mentre cala la luce,
e scompaiono prima le rughe, poi le bocche
e senza rumore sbiadiscono i sorrisi.
Camminando nell’aria d’un settembre d’estate,
s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere,
sono imprecisi i ricordi:
a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore,
un bacio anche sul bordo d’un treno.
Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita,
oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole
e nel tempo
e ne resta solo l’eco smarrita.

È l’ora in cui la sera esita,
e nulla attorno accade,
un televisore parla per persona interposta,
sono notizie e fanno male,
non come a chi le ha subite,
non come a chi è davvero coinvolto,
e forse per un attimo,
ci pensiamo innocenti,
poi confusi, sovrapposti,
indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro.
Così unici
e così poco necessari per molti.

tempesta

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La tempesta è arrivata silenziosa,
il vento, un respiro lungo e caldo,
qualche goccia obesa e poi la grandine,
tonda, importante, ritmata,
ha fatto risuonare lamiere, legno, plastica,
persino la tela delle tende da sole, suonava.
Gli alberi, le piante, si sono spogliate del superfluo,
in una conta che solo il caso conosce e pratica.
Perché è caduto questo frutto e non quello a fianco,
e i fiori, le olive, le foglie come hanno trovato un senso,
una disposizione che ha disegnato il loro condividere?
Le grondaie colme di ghiaccio hanno protestato,
anche le auto, i teli strappati,
si sono lamentate
e come è iniziato
tutto è terminato,
solo poche gocce d’acqua grosse
quasi lacrime per l’opera compiuta,
come per i fuochi d’artificio
che danno tre botti e il cielo torna buio.
Dalle case sono usciti gli uomini,
scuotendo il capo per i danni,
guardando il cielo in cui è tornato il sole,
e una massa scura si spostava verso est,
dalle finestre si sono scambiate voci,
commenti ripetuti,
poi le scope e i bidoni del verde hanno accolto l’imprevisto.
Nulla era come prima, era dopo,
e iniziava un pensiero d’ordine,
un rammarico e un relativo accogliere,
solo nei campi vicini, i girasoli e il granoturco
non si rialzavano dalla caduta,
credo pensassero ch’era immeritata
e loro innocenti vittime
che neppure avrebbero avuto nome,
solo danni.

l’aria del mattino

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L’aria immota, affaticata, attende,
passa veloce un canto di passero,
mescola il silenzio
attonite si sente, ascolta,
poi tace, è frullo di vento.
Il cielo è una terra di nessuno,
con l’umore che sale
e si misura con il sole,
non vincerà ma resiste,
s’oppone, ricorda la fatica della notte,
il mondo che vive
e s’agita nelle vite e gli amori.
La luce sosta sulla soglia,
e appena graffia d’ombra la via,
sfiora la terra gravida di umori,
gentili e attenti
come i tuoi pensieri.
Ancora non s’allinea la giornata,
il possibile è tenerezza
per ciò che accade
e conserva amore,
come una carezza tra i capelli,
il profumo d’un pane sfornato,
il passo indeciso
e senza meta
che sente scorrere il buono della vita.

l’amor ormai dato

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È il caffè che lasci sfiorire
nell’amaro senza senso,
un pensiero che molesta,
dopo il calore profumato,
così l’amore attende
in tazze di porcellana,
e trasparenti cuori fragili,
col tenue segno in cui si legge
d’un tempo la fragranza.
Una riva e oltre c’era il mare
in cui non s’è proceduto.