al tempo di …


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Viviamo in tempi di mutamento sociale e politico. È accaduto ripetutamente nel secolo scorso, gli esiti sono storia, le ragioni, pur indagate, danno spiegazioni mai del tutto convincenti, come vi fosse sempre un ulteriore che determinò i fatti e questo non era la casualità.

Cio che m’interessa capire è se i mutamenti riguardano non solo la politica, la forma degli stati, le migrazioni, i rapporti tra economie, ma se investono la vita quotidiana, i sentimenti. Ad esempio com’è mutato l’amore al tempo dell’ Europa che esce dal sogno di una unità di popoli, al tempo dell’ Italia che oscilla tra renzismo, grillismo o salvinismo. Come mutano i sentimenti quando cresce l’indifferenza?

Se non esiste un futuro forte e condiviso, ti amo e ti amerò finché si potrà. È questo il pensiero? La mancanza di sogni collettivi forti come influenzerà le vite? Perché il vissuto comune comunque, entra nel personale e lo condiziona. Allora le poche passioni esterne, la mancanza di una differenza forte, di un limes che c’e nella società porterà il relativo nelle vite. Non che sia un male, anzi, solo che il processo che muta il sentire dovrebbe essere governato, almeno portato nella coscienza. Dopo un’ età di passioni e di speranze è subentrato altro che ha spalancato le vite all’ indifferenza possibile. Eppure non è tutto eguale, gli amori non sono relativi, aspirano all’assoluto e l’assoluto non ha a che fare col tempo ma con ciò che solleva, muove, cambia.

Da troppo tempo i sentimenti sono specchio di una difficoltà anziché essere motore di un cambiamento, e così le vite sono subite non agite. Lo testimonia l’eccesso d’uso della parola amore, il suo scindersi dall’agire di conseguenza.

Quando tutto è relativo l’immenso sottofondo d’amore che c’è negli uomini si assopisce. E intanto attende che qualcosa riconosca la sua forza di mutamento, che se ne serva per mutare i destini individuali e collettivi.

Siamo in una stagione che muta il mondo, dove essa andrà dipenderà dalla consapevolezza e dalla passione che ciascuno esprime, a partire dalle vite quotidiane. Non è tutto uguale, non lo siamo noi, non deve esserlo il mondo che vorremmo.

Lucrezio Caro: nulla si perde



 

Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
poiché una cosa dall’altra la natura ricrea,
e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un’altra

Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena

 

Nulla perisce, né le cose, né gli uomini, né i ricordi eppure tutto si dissolve in altro. Cogliere la trasformazione induce un senso del relativo, toglie dall’ immediato. Eppure non solo non impedisce di godere del giorno, della sua felicità fatta di piccole consapevolezze. Ma lo riporta in un tutto. Nulla si perde ma tutto si trasforma e in questo si colgono i contrari: ciò che viene lasciato non si ripresenterà piu, ciò che verrà conterrà un poco di quello che a suo tempo non fu scelto o continuato.

C’è un’ immensa positività nel procedere e un senso della dimensione che non annichilisce, ma dona serenità. Sono ciò che scelgo, ciò che sono stato, ciò che amo. Nulla è perso se sono nel flusso della vita.

 

canzone

Poggia le tue mani sulle mie
ho nozioni imprecise,
e non so cosa tu sentì. 
Se annuso la tua pelle
la sento rabbrividire,
ma non son sicuro di nulla:
credo sia il grigio che dilaga attorno.
Posso solo ascoltare
e fraintendere te, non me.
Ho nozioni imprecise
e ciò che non ho imparato
non l’imparerò mai più da me.
Insegnami di te,
mentre molto accade intorno,
mi basta saperti dalla pelle,
dal tuo sussurro se ti lasci andare:
sarà il calore che mi parlerà di te.

elogio della perfezione imperfetta

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A tutti, l’insegnamento della perfezione, e del perfettibile, viene inoculato con la crescita. Ci si misura tra ignoranza e fare, tra modelli e realtà, così l’ansia da perfezione si trasforma in ansia da prestazione. Con un ottimo curriculum di pressapochista, di fancazzista di talento, di inesperto nelle arti maggiori e minori si può aspirare a scalare i più alti gradi della scala sociale, di collocarsi in quella sfera prevista dal principio di Peter, dove il dubbio sulla capacità e l’incompetenza si fondono, ma sono già collocati così in alto da essere poco scalfibili. Credo dipenda tutto dallo scarso uso del riso e della serietà della satira sostituiti dal dileggio e dal gossip, entrambi non solo inefficaci nel far vedere i veri limiti del soggetto, ma soprattutto laudativi del potere di esso e quindi rafforzativi di un potere che se si merita l’attenzione e il sussurro dovrà pur essere importante. Conoscendo bene le qualità dell’incompetente per personale esperienza, posso affermare che solo l’ego può mettere argine alla patacca reiterata e che solo la brutta figura diventa un deterrente credibile a chi ha una fiducia illimitata nel farla franca. Allora raccontiamola bene: esistono due tipi di umanità, gli inadatti consapevoli e quelli inconsci, ma la differenza vera è che entrambi si distinguono in realtà nella speranza di farla franca. Per questo le università si riempiono di esperti, di sapienti, di competenze che producono inesperti, tuttologi, incompetenti rispetto allo studio effettuato e in piccola misura, invece, nascono inventori, professionisti capaci, specialisti che saranno coordinati spesso dalla prima categoria di incompetenti. Da ciò, se le premesse sono giuste, se l’esperienza non ci inganna, se ne dovrebbe dedurre che una società sostanzialmente pressapochista e un po’ cialtrona, ha al proprio interno un oscuro collante che la tiene assieme e la fa evolvere. Solo che raramente il collante viene riconosciuto e osannato mentre l’onesta mediocrità ha il potere, guida, governa, legifera, promuove, giudica, affonda e innalza secondo suoi criteri e convenienze. Quindi sembra che il mondo abbia una serie di falsi obbiettivi: un’ansia da prestazione su cose che produrranno ben poco, un focalizzarsi sul gesto, sul particolare e non sulla somma delle cose fatte. Mentre se si parla di prestazione si dovrebbe considerare lo specifico e l’insieme, la riproducibilità e l’inventiva, l’errore che genera il nuovo ma questo esige che chi governa queste cose sia fattore di unione, abbia visione ampia, veda l’errore e lo sani, governi essendo un capo, cioè colui che anche l’ultimo dei suoi riconosce come tale. Così la prestazione non bara, ha un valore economico, è competenza e non è patacca.

Ma che conta tutto questo se invece di inoculare l’idea della prestazione si passa all’idea della perfezione, cosa ben più dinamica e misericordiosa della prima? L’idea della perfezione si può misurare con qualsiasi cosa, è un rapporto con sé prima d’ogni altro, accantona gli insuccessi, non li mostra e soprattutto tratta bene chi ha gli stessi problemi. La perfezione, sapendo di non poterla raggiungere, porta con sé la pazienza, spesso l’ironia che porta a ritentare. Si sa sin dall’inizio che è un processo asintotico, che quanto più bravi ed esperti si diventa, tanto più si vorrebbe trasmettere la piccola competenza raggiunta perché l’opera venga continuata da altri. In questa continuità c’è la dimensione della ricerca della perfezione, ma questo non ha grandi riflessi sulla società perché la perfezione non è di serie e quindi non ha un valore economico di massa. È un procedere per cultori, per iniziati e se lo sono davvero, non hanno l’ansia da prestazione ma l’ironia del far bene, dello stare assieme, del condividere ciò che si può. In fondo chi cerca la perfezione sa di essere ignorante, poco intelligente, scarsamente preparato, chi invece ha la sensazione del ruolo, del potere, della mansione riconosciuta pensa di essere adeguato e di poter aspirare a più di quello che ha. Il fatto è  che la perfezione è un dialogo con se stessi, mentre la prestazione è un dire ad altri cosa devono fare non sapendolo fare.

aria d’autunno

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La città si riempie di giovani attese:

riaprono le scuole

e son finiti i giorni delle strade vuote

nell’ indifferente calura.

C’è un tempo in cui si smarriscono le fragili virtù:

che s’allontanano da noi,

lasciando il suono delle foglie

nell’aria d’autunno.

Così tra folate di traffico improvvise,

il ricordo diviene passatempo,

e il futuro, un’attesa, senz’ ansia di risposte,

allora penso, incauto e allegro,

a mettere il tempo al posto suo giusto.

quisquilie

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Mettere a posto un particolare, una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale seguendo un pensiero. Accanirsi nel riparare un oggetto che non vale nulla, eppure vale. Cose importanti a noi, in quel momento, urgenze che celano la mania. Qual era la mania che ci avrebbe fatto grandi, quella che se portata a compimento avrebbe colmato quella crepa con il noi  irrealizzato? Ed essa che relazione ha con la felicità? La stessa felicità  che s’affaccia quando tutto va a posto e ritrova un ordine solo nostro, una tranquillità e un deporre le armi.

Quisquilie

tre minuti

Chiamato a raccontare in tre minuti cos’è per me la vita, per uno e mezzo stetti in silenzio: bisognava dar tempo alla vita di nascere.

Poi aggiunsi un sospiro, che non era indecisione e neppure stanchezza, ma soffio. Come fa la vita bambina che scherza col sonno del bimbo che dorme ed è comunicazione, aggregazione, dolcezza dell’amor vicino.

Così mezzo minuto lo usai per dire che per costruire qualcosa, vita compresa, bisognava mettere assieme, stabilire una relazione tra diversità apparenti, usare la tenerezza del congiungere con legami forti e deboli.

Lasciai mezzo minuto di silenzio per pensare. Sono lunghi trenta secondi, ma servivano a capire.

Mi restava mezzo minuto, sorrisi prima di concludere, perché era difficile mostrare che viver bene è più che vivere.

E allora dssi che per farlo serviva tentare di realizzare la vita aggregandola con armonia.

E che quando accadeva era un ordine o un disordine comune che faceva scorrere mentre rasserenava.

Forse avevo usato più parole del necessario e il tempo s’era concluso.

La vita perdonerà, perché in realtà non c’era molto da dire, bastava vivere.

mi spiace

A volte mi spiace, ma non so bene di cosa.

Apparentemente è qualcosa di non fatto, un non essere come tu mi vuoi, oppure semplicemente l’ assentire forzato che considero obbligato. Mi adatto a fatica, non sono molto adattabile. Non è una qualità, l’uomo dovrebbe adattarsi all’ambiente in cui vive o adattare l’ambiente a sé. Io al più convivo con esso.

Eppoi sono geloso del mio tempo, mi creo un ordine in testa che mette alcune cose prima e altre poi. Dirai: lo fanno tutti, ma il mio è solo mio. Credo che anche questo accada a tutti, però così gli ordini non sono sovrapponibili. E non è solo importanza è un equilibrio faticosamente raggiunto.

A volte emerge, nel bene, un sottile ricatto: la paura d’essere lasciati soli si trasforma in una priorità di attenzioni. Non credo di funzionare così, la mia attenzione c’è e si esprime secondo le modalità che conosco. È  qui forse nasce quel mi spiace che si nutre di sensazioni, quella tra tutte di non corrispondere come mi verrebbe richiesto. 

Assomiglio più a un rivolo, a una vena d’acqua che a un onda, il molteplice sono io non ciò che m’investe. E per capire mi chiuderei in un silenzio profondo, per rimettere il mio ordine dentro. Con un silenzio che è una pausa alle risposte. A tutte le risposte che si devono dare pro bono pacis.

Siccome non do ragione dei miei malumori in parole, poi mi spiace. E cerco d’aggiustare l’incrinatura, di spiegare l’inspiegabile, il parziale, l’imperfetto, cioè me. Fatica aggiuntiva e improba, giustificata e poco utile, perché la sensazione tornerà.

Ma vorrei rassicurarti: non sei tu la fonte del dispiacere.

il richiamo della foresta

Su Internazionale, Goffredo Fofi, parla de il richiamo della foresta di Jack London. Mi ha leggermente emozionato questa sintonia su un autore che per me è stato importante. E lo è ancora. Forse sono discorsi che con l’età vengono più facili, ma è come si fosse ricordata, tra amici, una ragazza amata da entrambi e che mai è stata dell’uno o dell’altro, per cui è rimasta la bellezza e il piacere di averla conosciuta.

Per me, Jack London era l’altra faccia di Pavese, di Melville, di Fenoglio. Quello che precedeva Hemingway senza la dolce vita e il mito maledetto dello scrittore. Era il Salgari che viveva davvero le sue storie. Era il rosso, il socialista, senza teoria. Colui che aderiva al cuore della rivoluzione perché questa era la vita realizzata per un momento, per un anno, per quel tanto che ancora restava ideale in realizzazione. Era il John Reed che correva in Messico e poi a Mosca. Era la somma di tutto questo e insieme ciò che è bello essere in quell’idea di uomo e d’avventura che spinge di una forza incontrollabile uomo e popolo verso un destino più alto e bello, verso un buono e un giusto da condividere. Poi si sa come è andata, ma vivere all’interno di questa spinta era l’idea di vita che da giovani si coltivava. E c’era amore, molto amore, e scoperta, natura, confronto, solitudine e l’essere forti e bastevoli con i piedi posati su solidi principi.

Leggetelo nuovamente London, e non solo il richiamo della foresta, è l’invito a restare giovani per sempre vivendo cio in cui si crede. Ma è anche il racconto eroico della solitudine dell’uomo che si misura con se stesso e ne esce forte, tentando di darsi una risposta, anche se le domande non si esauriscono mai.

frammenti

(Ci) Sono sempre frammenti da ricomporre anche se pare tutto intero.
E tutto quello che non scegli mica si dilegua.
Ma ogni tanto torna. E queste storie che sembrano compiute non si compiono per davvero.
Capisci che c’è un principio e un’apparente fine.
Ma qualcosa torna sempre. Resta ed è un fantasma piccolino che sorride e poi scompare. E tu mica hai capisci cos’è rimasto ancora.
A volte mi par d’essere la stazione degli autobus. Sono tutti così uguali.
E magari chi parte ti pare di conoscerlo perché sembra quello che da poco è arrivato.
Invece è diverso com’è per ogni storia nuova. O almeno così sembra.
E allora penso all’Africa, ai suoi pulmini colmi di persone, di fagotti di cui non è possibile far senza, però se lo perdono mica ci pensano poi troppo.
Forse è nostalgia di colori e di precarietà che si respira assieme, di profumo di persone che sperano così forte che si sente, e ti contagia come un’allegria.
Oppure è quel viaggiare che va in ogni posto e non si ripete mai, che riapre storie.
È che ognuno raggiunge qualcosa di suo, quando deve, ma quando si può chissà se mai finisce.                                           E forse loro non han frammenti da riattaccare. E neppure gran motivi per restare in quel posto che sembra non bastare.
E forse neppur hanno i fantasmi piccolini che gli fanno compagnia di tanto in tanto.
Forse.
Ma magari è differente e non si capisce bene.
E allora penso che non ci sia una regola.
Non una che vale poi per tutti.