Lucrezio Caro: nulla si perde

Lucrezio Caro: nulla si perde



 

Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
poiché una cosa dall’altra la natura ricrea,
e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un’altra

Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena

 

Nulla perisce, né le cose, né gli uomini, né i ricordi eppure tutto si dissolve in altro. Cogliere la trasformazione induce un senso del relativo, toglie dall’ immediato. Eppure non solo non impedisce di godere del giorno, della sua felicità fatta di piccole consapevolezze. Ma lo riporta in un tutto. Nulla si perde ma tutto si trasforma e in questo si colgono i contrari: ciò che viene lasciato non si ripresenterà piu, ciò che verrà conterrà un poco di quello che a suo tempo non fu scelto o continuato.

C’è un’ immensa positività nel procedere e un senso della dimensione che non annichilisce, ma dona serenità. Sono ciò che scelgo, ciò che sono stato, ciò che amo. Nulla è perso se sono nel flusso della vita.

 

3 pensieri su “Lucrezio Caro: nulla si perde

  1. Ti confesso, @Will, che leggere i versi di @Lucrezio …. mi dà i brividi !
    Erano gli anni ‘sessanta, quando, giovane studente di Ingegneria alla Sapienza di Roma, mi recavo nelle aule del biennio, ubicate nell’ edificio che ospitava i colleghi di Matematica e Fisica … l’ Istituto “Castelnuovo” . Per farlo, dovevo passare accanto al palazzo della Facoltà di Lettere … e ogni mattina la nostalgia del Liceo, ormai lontano, mi prendeva … sempre più forte, Perchè, in quelle occasioni, il mio amore per il Greco antico mi riaccendeva il cuore . Allora, salivo i gradini di marmo che portavano all’ entrata di quella bella ( e rimpianta ) Facoltà e sostavo presso l’ ingresso . C’ era, su uno dei due lati, una lapide marmorea che recava inciso :

    MAGNE SACERQUE LABOR VATUM
    OMNIA FATO ERIPIS ET DONAS
    POPULIS TERRARUM IMMORTALITATEM

    Fresco di studi classici, m’ era assai facile tradurli con :

    O grande e sacra fatica dei poeti
    (che) tutto strappi al destino, e doni
    ai Popoli della Terra l’ immortalità .

    Ma solo una ventina d’ anni dopo, amico mio, riuscii a capire che il destino delle cose NON era la morte, bensì l’ oblio …. e che per questo la fatica dei Poeti era, per @Lucrezio, “grande e sacra”, poichè essi, coi loro versi, strappavano gli uomini al loro destino, accendendo la Memoria dei posteri, onde gli eroi sarebbero divenuti immortali … almeno “finchè il sole brillerà sulle sciagure umane” !
    Grazie, @Willy …. per avermi dato l’ occasione di emozionarmi ancora, e scusami la lunghezza del commento !

  2. Non so se sia un vantaggio dell’età ma le parole dei classici acquistano una profondità nuova. È un approfondire il senso con ciò che si è vissuto, pensato, maturato. E questa corrispondenza ha una poesia propria come se il il senso aprisse mondi nuovi.
    Quando facevo ingegneria a Padova più o meno negli stessi anni tuoi spesso finivo a lettere a seguire lezioni di letteratura italiana e mi sembrava che ci fossero due mondi, quello del piacere della lingua che ti portava nella profondità dell’uomo e quello del linguaggio della scienze del biennio che ti conducevano nella complessità semplice della tecnica. Mi sembrava che da una parte ci fosse una gioia e dall’altra un lavoro. Poi la vita mi ha portato a fare cose diverse ma credo che unire questi due mondi, oggi come allora, sia un grande problema dell’ uomo e che in questo la lettura dei classici sarebbe un grande integratore.
    Buona giornata Cavaliere, grazie per il tuo pensiero che ne ha sollevati altri 🙂

  3. Ed altri ne solleverà, mio caro Amico e collega … quando ti avrò detto che a Padova si laureò in lettere antiche il mio adorato ( e rimpianto …. ma sempre con me ovunque io vada, benchè Egli sia morto ormai da 30 anni ) Professore di Greco ( ed anche di Latino ), il Prof. Mariano Poletto, natio di Vicenza . Ed a Padova, ai suoi tempi, insegnavano il Fubini e, soprattutto, Manara Valgimigli, il più grande grecista del ‘900, mentre era Rettore Magnifico di quella eroica Università, il leggendario Concetto Marchesi . E’ alla sua straordinaria Storia della Letteratura Latina ( due volumi – edizione Bompiani ) che dobbiamo la massima conoscenza del Poeta-Scienziato Lucrezio, morto giovanissimo … e che, tuttora, è l’ unico Scienziato ( rigorosissimo ) che abbia scritto il suo trattato in versi, dimostrando che la Poesia sovrintende, e cioè guida ed ispira, ogni ricerca scientifica, compresa la Matematica, una materia che imparai ad amare all’ Università, e che ora insegno per passione – insieme al mio adorato Greco-antico – a giovani in gamba che vogliano addentrarsi, con appassionata curiosità, al mondo scientifico concreto …. lasciando ad altri le scempiaggini delle tecnologie virtuali pseudo-moderne

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