4 novembre

Pubblicato su willyco.blog 3 novembre 2015

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

barcelona gipsy e gli haiku

Vorrei scrivere un Haiku di 700 pagine, non di tre righe, con la leggerezza dello sguardo che scorre. Che vede le pieghe dell’acqua, coglie la bocca del pesce mentre afferra il fiore nella corrente e sente il sinuoso muoversi dell’acqua. E sulla riva, la luce gioca con le foglie, illumina un albero tra i molti, stupisce l’uccello che sente il calore che lo avvolge.

Vorrei la leggerezza di ciò che scende nell’aria e la risale, che si posa e non si fa male. Il sentire dell’anima che parla con altre anime e non sa cosa sia natura perché di essa è parte. Vorrei l’udito che discerne il crepitare del legno che cambia la sua finta immobilità con le stagioni, ascoltare il suo racconto di cose e d’uomini visti passare, gioire, soffermarsi, partire e a volte non tornare.

Vorrei l’odorato del lupo che sente la neve che arriva, che ascolta il cadere delle foglie una ad una, l’ammucchiarsi nelle tane, l’odore del pelo della femmina e la vigile attesa che vi sia per il branco una preda da dividere.

Vorrei il superfluo dell’inutile, la sua sicurezza priva d’ogni calcolo, il borbottare delle cose lasciate in disparte dall’attenzione, il posare della passione quando si riscalda e corre veloce in ogni angolo del corpo.

Vorrei il riflesso dello specchio che racconta la verità e non giudica mai chi guarda, il profumo del caffè che sale, l’attesa del merlo che finirà le generose briciole della mia colazione.

Vorrei la preghiera del silenzio che non ha tempo e luogo, che s’immerge in ogni cosa, che dona ogni pensiero all’aria e che ringrazia distendendosi nel vivere.

Vorrei le parole che scavano nella terra in cerca di senso, che lo trovano in ogni ricordo di chiunque sia vissuto per poi prendere il volo.

Vorrei la sensazione di chi balla a piedi nudi, di chi sente il vento della sera sulla pelle, di chi poggia il bastone accanto all’uscio e si siede per guardare l’ultimo sole di quel giorno.

Vorrei il fuoco che riscalda i visi nella notte, gli stivali che s’incrociano nel sedere a terra, il canto di chi ha camminato a lungo e ora racconta la storia di ciò che ha visto.

Vorrei la mattina che s’inerpica nel canto dell’allodola, il risveglio dell’amante, la luce che ancora esita il colore.

Vorrei che ciò che vola, ruota, corre, sentisse che l’immoto non è tale, ma ha in sé l’universo e l’indifferente suo arrivare, ovunque, come l’onda che mostra il profondo e poi lo toglie, la polvere che s’innalza in colonne nel deserto per coprire e poi svelare, gli atomi e le molecole di vita che scorrono incessanti verso un’origine che è già stata.

Vorrei la leggerezza che non dice, per 700 pagine racconta ma non pesa, la parola zingara che balla e non ha padroni, che sente e mostra mentre è pudica. Vorrei ciò che affina le punte ai rami e fa nascere le gemme e non si cura d’altro ch’essere se stesso.

Hanno pazienza nel giuggiolo, le gemme

senza fretta guardano,

si realizzano in piccoli verdi fiori

e nei dolci frutti dell’autunno.

la perversa assoluta forza dell’amore

La perversa assoluta forza dell’amore,

dimostra la nostra imperfezione.

E che ci sia amore, oppure manchi, esso cambia le vite,

le piega da dentro eppure sta fuori.

Ci guarda, giudica, e considera adeguati,

alle paure che esso genera,

e, se sbaglia, ci consola con un sospiro:

tanto basta sembra dire,

hai avuto più d’ogni speranza prima.

L’amore è fuori di noi e ci investe,

travolge o ignora,

ma noi restiamo a sua disposizione.

Di tutti i sentimenti è il più violento

e nessuno ne verrà risparmiato.

Anche quando non lo si vorrebbe.

mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

espungere

Di alcune persone non resta neppure il bene del telefono e si sa perché. Si è formata l’idea che nel flusso in cui scorrono le vite, l’allontanarsi fosse una cosa naturale. Accade, ma poi anche il filo esile dopo troppe ( quante tre, dieci?) telefonate, messaggi, a vuoto, si sia spezzato. E non giova tener conto delle responsabilità di ciascuno: le persone si perdono come accade a ciò che diminuisce d’ importanza. Se accade anche a luoghi e abitudini dove si andava spesso, perché era un posto di luce, per chi stava attorno, per le parole scambiate e per la voglia di fumare un sigaro senza essere rimproverato e poi anche questo s’allontana perché qualcuno manca, altri prendono altre strade e abitudini, perché non dovrebbe accadere anche alle persone? Flusso. Così il ciangottare ripetuto e profondo diventa trama lisa, poi anche quella si strapperà senza il bene di una telefonata che concluda. Resta aperta una porta . Uno spiraglio ma è un ricordo, non una realtà. Il crivello dei rapporti funziona così, resta l’importante, presente o meno ma questa è la legge meccanica che consente di guardare innanzi. Un tempo si usavano agendine di carta, erano fitte di numeri e preziose. Il mondo e ciò che si era si trovava in quelle pagine, poi altri numeri erano nella mente, persino nei sogni si cercava di formarli.

Perché si perdono le persone? E perché si perdono le cose? Forse una ragione precisa, un flow chart del perdere non esiste e questo consola perché non c’è meccanicità, ma c’è l’abitudine, il non detto, l’interesse che scema oppure che si rinnova altrove. Sono segni che già fanno un fatto. Non danno ragioni ma tracce di un percorso che improvvisamente s’interrompe e passa in archivio. A questo serviamo? Siamo bibliotecari distratti di sentimenti da maneggiare con cautela e nella goffaggine perdiamo il senso e la preziosità di ciò che sfugge? Oppure c’è altro e tutto è così labile attorno ad un nucleo di poche luci che tutto il resto offusca.

n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?

altra spiaggia altro mare

Le pietre sembravano tartarughe assopite nella spiaggia. Le parole dei pochi seduti sulla terrazza, s’ammucchiavano in malo modo, interrotte da silenzi erano fiotti per riempire l’aria. L’aria separa, a volte più del vetro o di un muro, dipende da quanto ci si potrebbe abbracciare, ma questo accade ad alcuni e di rado. Davanti, e a fianco, giaceva la sabbia che teneva ben strette le conchiglie, rimasugli di cose e piccoli pezzi di vetro levigati, da far rilucere al bisogno. Sulla diga passeggiavano, illudendosi d’aver spartito il mare. Nei cuori c’erano sentimenti misti e vari, distratti dal luogo. Quasi nessuno guardava nel posto giusto e di ciò che mancava sembrava non ci fosse speranza di ritorno. Le meduse pulsavano tra le pietre frangiflutti, e a parte qualche bimbo che le additava era come non ci fossero. Eppure mai si erano viste così tante e così vicine. Un pittore dipingeva un capanno con una grande rete. La rete, ironica, lo guardava invitandolo a contare l’aria e a raccontare i fili che cambiavano colore perché in mezzo c’era il sole e nubi assortite come i pensieri di ciascuno. Ma le nubi avevano l’ordine e l’armonia dell’innocenza e così passeggiare era prendere possesso di qualcosa che fatalmente si sarebbe perduto. Ma così distratti e leggeri, a nessuno sembrava di perdere nulla e badava solo a scansare persone e qualche temeraria bicicletta impegnata a non andare in mare.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.