dall’altra parte della barricata 1.

Non sapevo bene cosa significasse, ma quel primo pomeriggio di luglio ero diventato situazionista. Così nel sole, senza preavviso, su una panchina davanti al fiume, con la digestione che chiudeva gli occhi e le righe di “Quindici” che mi ballavano davanti. Capivo che quell’Europa, così grande e diversa di popoli e abitudini, così difficile per i confini da valicare, così complicata per i visti, le lingue e i passaporti, era il mondo perché il resto diventava atlante e una macchia confusa e barbara. Eppure da qualche parte, nel suo cuore, quell’Europa fremeva impaziente, mentre ragazzi poco più grandi di me, si agitavano ancora di più. Alla Freie Universitad di Berlino, leggevo che protestavano, si battevano, discutevano. Ma dov’era la Freie Universität? E Berlino non era una città isola dentro la Germania Democratica, come mai lì la libertà diventava contestazione e non solo necessità? Capivo quello che leggevo e vedevo la distanza dal mio mondo, da quel pomeriggio sospeso di sole, con i pesci che saltavano a pelo d’acqua. Mi sembrava che ciò che leggevo fosse grande, che questo accorciasse le distanze e se avevo caldo, sonno, voglia di andare in piscina o al mare, restava la necessità di capire perché altrove si coagulasse il futuro.

E mentre facevo fatica a tenere alta l’attenzione mi rendevo conto che un piccolo salto in avanti era stato fatto nella mia piccola vita. Nella testa anzitutto, perché per capire, per esserci, bisognava si accendesse l’attenzione, ma soprattutto attorno capivo che c’erano cose che altri discutevano e capivano ed erano totalmente diverse da quelli che fino a quel momento erano stati i miei interessi.

Nella sonnolenta Padova, così simile al torpore post prandiale, non accadeva nulla, ma altrove scomposte e ritmiche code di sauri di scontravano e diventavano altro. Situazionismo, cosa voleva davvero dire? Forse, ma non solo, essere nel presente e mescolare anarchismo e marxismo, vedere la realtà e la sua miseria là dove si viveva, smontare l’attuazione dei sogni attraverso l’analisi di ciò che quei sogni avevano prodotto, vedere i limiti del socialismo attuato e rifiutare il capitalismo. Per me significava discutere con mio padre, con i miei pochi amici che pensavano altro, significava non farsi capire perché non c’era nulla da capire, bastava guardare la realtà e per renderla evidente ancor più, creare situazioni.

Non c’entravo con quanto accaduto ma alla messa in duomo per la commemorazione di Mussolini, un paio di artisti avevano versato 5 litri di ammoniaca pura nella pila dell’acqua santa. La chiesa era stata evacuata, tutti piangevano, tutti erano indignati e la realtà si era mostrata. Così pensavo. I simboli erano urticanti, scomodi e conflittuali. I simboli non erano acqua fresca e come tali si dovevano leggere nel loro produrre cambiamento, nel contrasto con il sonno, il lassismo del non impicciarsi. Era scoccato il mio ’68, anche se mancavano ancora un paio d’anni e non lo sapevo. Neppure dopo l’avrei saputo bene, però capivo che se c’era coincidenza tra desideri, soddisfazione e libertà, si andava verso una situazione di collettiva euforia, di cambiamento, con momenti di felicità.

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.

per altri e per sé

L’estate s’era definitivamente raccolta nei baccelli ormai secchi. Tempo di castagne, fagioli messi a seccare per tempo sul balcone, ora bollivano in pentola con il sedano, la cipolla, l’aglio e qualcuno di quegli aromi che ancora resistevano nei vasi. Ma poco. Le mani avevano una intelligenza che si muoveva libera, mentre l’altra intelligenza, pensava, guardava, ricordava. Il tempo veniva progettato a breve in un contenitore lungo, la vita. Un tempo infinito fatto di segmenti dovuti, necessari, piacevoli. C’era la domenica, il sabato la preparava, qualche festa disseminata sul calendario, il pranzo che mutava seguendo la stagione e ciò che essa offriva. Le pietanze possedevano intelligenza e saggezza, in ogni molecola c’era un profumo da estrarre, un nutrimento da elargire, un prepararsi alla trasformazione. E a questo serviva tutto quel mondare, ridurre in parti eguali, pigiare, distendere, attendere. La lentezza del nutrimento era connaturata al suo farsi altro, diventare parte di quella cultura trasmessa che aveva nomi particolari, tempi necessari, segreti. Ogni famiglia aveva un segreto che aggiungeva sapore, identità, e che pur attingendo alla stessa fonte rendeva il gustare differente, particolare, desiderato e ricordato. In questo stava la saggezza del preparare un pranzo, un dolce, una conserva. Era anche la stagione delle passate di pomodoro, dei pentoloni colmi di quel mare rosso pieno di futuri connubi. Un mare pericoloso che lasciava segni nelle pentole d’alluminio, che doveva essere travasato in fretta, chiuso nei vasi e messo a riposare per la scorta d’inverno. In tutto questo non c’era la pornografia del cibo attuale, la ricerca del sapore e della forma del benessere si metteva nei piatti secondo il bisogno, attente quelle mani a dare ciò che era appena più che necessario. Al servizio di chi si nutriva senza sopraffare, condividendo un’ approvazione in cui non c’era un dominus ma un dialogo che poteva anche mutare il piatto, ma alla pari, con creanza. Della calda stagione restavano le conserve, le marmellate, i legumi seccati con perizia, le farine, i tuberi e le mele. Il resto si sposava, amalgamava, bolliva e sobbolliva, come quelle carni che restavano tanto a lungo sulle cucine economiche da essere sempre tenerissime. E non si conservava se non per poco, quindi tutto era a misura come gli abiti. In una famiglia si sapeva quanto sarebbe stato consumato e il tempo era breve per tenere da parte e lento nel fare. Pazienza, misura, conoscenza, insomma le parole della cura. Forse per questo era tutto al femminile, dal preparare sino al porgere, con il gesto gentile che sottolineava un rapporto. Non c’era esibizione ma intimo compiacimento, segreti da conservare, astuzia, confidenza da trasmettere e da portare con sé: il preparare un pranzo, allietare una festa o scandire una giornata, il nutrire era qualcosa che si portava ovunque, appresso. Come la gentilezza e l’educazione, la dignità e la consapevolezza d’essere parte di un unicum che si snodava nelle generazioni passate, su, su, fino alla notte di un qualcosa che aveva generato ciò che si era. Per altri e per sé, questo il senso dell’esserci e della cura.

ne dicevano tante


Ne dicevano tante, talmente tante che poi non le ricordavano tutte, ma le principali sì, ed erano quelle che si ripetevano nei pranzi delle feste comandate che facevano tutt’uno con le cene. Pranzi padani, intrisi di nebbia e di freddo, nella cucina dei nonni surriscaldata dalla stufa e dalle presenze. Pranzi fatti di lessi infiniti, oca in onto, arrosti, polente, radicchi di campo in padella, pollastri in umido, fondi di carciofo, patate al forno, sughi, salami cotti alla brace, risotti fumanti e capelli d’angelo in brodo per preparare lo stomaco e altro, tanto d’altro, in una gara di gusti, quantità, ricette antiche tramandate più per abitudine che per scelta. Un’ordalia destinata agli stomaci d’acciaio, reduci da fami antiche e recenti di guerra. E ciò che dicevano “i grandi”, seguiva il cibo, dal più leggero al più greve, in un galleggiare dentro e sopra i profumi, conformando e accompagnando le parole, più che i pensieri, nei racconti fatti a voce un po’ più alta del normale e punteggiati da omeriche risate.

Ne dicevano tante che noi piccoli, nella tavola bassa, stavamo zitti ad ascoltare. Sia i racconti di cui conoscevamo la parola successiva, sia quelli che spuntavano freschi da qualche recesso di ricordo. Invariabilmente infiorettati di varianti, con l’eroe raccontante, il motto di spirito, il particolare al limite dell’ascolto per la pruderie connessa, la fine gloriosa oppure così cupa da aspirare le voci in un silenzio che necessitava di una svolta ilare, erano il dire atteso delle feste. E c’era sempre un gotico emergere tra le risate, tra i viaggi compiuti e i progetti in corso, ed era quello dei racconti dell’orrore. C’era sempre qualche fantasma senza pace sentito distintamente in case lontane, qualche presenza o spirito inquieto, ma soprattutto c’era la paura della morte apparente e così i giramondo parlavano di usi stranieri, americani, di punture letali da iniettare nel cuore, dopo morti per morire definitivamente. E quando qualcuno dei piccoli, che ascoltavano in silenzio col boccone sospeso, osservava che se uno era morto l’iniezione non serviva e se invece era vivo lo ammazzava, c’era un attimo di sospensione ma poi chi raccontava si riscuoteva dicendo che tanto non c’era speranza ed era meglio essere sicuri piuttosto che avere dubbi. E i particolari macabri si rincorrevano, parlavano di esperienze, di racconti sentiti da altri, ma assolutamente veri, in un’orgia di terrore che ammutoliva e toglieva ogni dubbio: sì era meglio un’iniezione e finire davvero.

Sulle nostre teste, pettinate con cura dalle madri, la paura attirava le dita a scavare il timore tra i capelli, ad allontanarlo, a trovare altri argomenti del parlare e alla fine eravamo confusi e scarruffati, contenti d’essere ripresi, portati in una dimensione in cui uno scappellotto faceva davvero meno paura dei racconti appena uditi.

Ne dicevano tante e ne arrivavano di nuove, finché i racconti s’annodavano nelle voci, e l’uno riprendeva l’altro, lo proseguiva, e si sovrapponevano le versioni e i finali, spesso differenti. E allora le voci si alzavano perché ciascuno voleva avere ragione e l’altro era svanito, o già avanti col vino. Quel vino rosso che inondava le tovaglie nella foga delle mani, dove intingevano l’indice e lo portavano al lobo o al retro dell’orecchio per evitare la sfortuna dello spandere, quel vino che era quasi precluso alla tavola bassa, ma che colorava l’acqua e faceva dire: un giosseto cossa vuto ch’el ghe fassa: bon sangue. ( un goccio cosa vuoi che gli faccia: buon sangue) E a noi, che adesso ridevamo, pareva una trasgressione da riservare al disinibito raccontare, al cibo sconfinato, alle risate accumulate sino al mal di pancia. Ma non perché davvero tutti capissimo tutto della sfrenata allegria che scoppiava, ma perché se gli altri ridevano era intelligente aver compreso e ridere con loro. Come andava bene stare zitti, aspettando la fine dei racconti e l’inizio dell’immaginazione e dei sogni paurosi, per ottemperare un facile obbligo di deferenza agli adulti, poi presto violato nei cicalecci e negli scherzi tra cugini.

Ne dicevano tante e continuavano finché le bottiglie e i piatti erano vuoti. Fino alle focacce, al caffè corretto, e al resentin con la grappa. Finché le donne liberavano la tavola, accumulando pile impossibili di piatti nel secchiaio per il mattino successivo. La conversazione con le digestioni immani in atto, era più quieta, i racconti leggeri, quasi informazioni, insomma ne dicevano di meno, perché tutti sapevano che nel torpore cominciava il rito comune: la tombola. L’altro divertimento.

il tempo e la corsa

Il senso del tempo, allora, era fatto di secondi sminuzzati come coriandoli e di velocità. Con gli orologi delle prime comunioni dei più abbienti, venivano misurati tempi dove il mezzo secondo era un’opinione, come la distanza percorsa, ma chi aveva vinto era certo. Erano sempre scontri impari e c’era sempre un secondo che rincorreva e che era pieno di gloria se mancava di poco la vittoria. Ci sarebbe stata un’altra occasione, la teologia della speranza coincideva con quella del secondo, dello sconfitto di poco che mentre riconosceva il più forte affinava la volontà per un’altra volta.
E sempre emergeva, quel tempo meccanico e malfermo, che sembrava  tutt’uno con una velocità ancora irrazionale, frutto di talento innato, senza allenamenti costanti, ma legata profondamente a quella gioia di correre che conosce ogni bambino. Quella velocità che spinge le gambe e chiede ansante una verifica numerica perché alla gioia è bello dare un numero, una misura anche se si sente che essa è nel gesto e pervade tutto ed è totale. La gioia del correre era la risposta a un bisogno prima di qualsiasi gioco o gara, era lo scaricare sul terreno, nel movimento più o meno coordinato di gambe e braccia, la necessità di sentirsi veloci, di generare il vento. Era l’energia di quella scoperta recente, il corpo, che voleva uscire allegramente, trasformarsi in possibilità, forza, misura. E il sudore, la sensazione di fatica, la gola che bruciava d’aria nel correre, erano in quei numeri, senza correlazione certa, che qualcuno diceva: cento metri (ma erano davvero cento oppure novanta o cento e cinque? ) in 13 secondi e 5. Quel tempo così preciso diventava il desiderio di possederlo, di poter misurare la velocità di sé e di qualsiasi altra cosa e avere un cronometro fatto di lancette scattanti, pulsanti che fermavano l’istante, quadranti da interpretare, era un sogno. Il sogno di misurare il tempo, la velocità e quindi dominarlo e dominarla. Adesso gli strumenti di misura sono precisissimi, i nostri erano adeguati più ai minuti che ai secondi e bisognosi di frequenti allineamenti ai segnali orari dell’istituto Galileo Ferraris di Torino che li trasmetteva per radio. Oggi è l’oscillazione di qualche atomo trasmessa da un centro di ricerca tedesco regola simmetricamente gli orologi in tutto il mondo. E adesso che la velocità di due gambette impastate di sudore e polvere sarebbe traguardabile in un oggetto da polso o da tasca in modo precisissimo, non interessa più a nessuno. I ragazzini si mostrano telefonini, giochi, conversazioni, foto, ma avere un orologio che misura la velocità non gli interessa più. Corrono perché qualcuno glielo dice, guardano le olimpiadi e il tempo è un’app.
Per un analogico, quale io sono, che insinua l’errore nella misura, c’è la sensazione che il tempo non sia lo stesso, che sia mutato con gli anni e che nessun desiderio o soddisfazione , possa racchiuderlo. Così vado con tenerezza al ricordo di quel: prontiii, via! Il primo, strascicato per racchiudere  tutta l’attenzione e il cuore e il secondo, secco, che per dare inequivocabile inizio a corsa e tempo. E allora le scarpe superga in tela e para, cominciavano a percuotere il terreno, magari non facevano arrivare primo ma riempivano di una gioia istantanea che dai piedi arrivava ai ricci e alla fronte sudata. Si era corso, anzitutto, e il tempo sarebbe diventato più corto domani, dopodomani, chissà quando, ma l’importante era gioiosamente, in modo scalmanato, correre.

albaro fa omo

Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.

L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.  

Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.

La scarpa.

Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.

Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica. 

buona festa della repubblica

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Possedevo una collezione di cartoline. Erano centinaia e centinaia, formato 15 x 10 , in bianco e nero, alcune colorate a mano, quelle recenti a colori. Le tenevo tutte diligentemente in tre scatole da scarpe, conservate nel mio mobile dei tesori, in soffitta. E lì rimasero in un trasloco poco attento. 

Per costituire la raccolta, conservavo quelle che arrivavano in famiglia, ma la maggior parte le ricevevo in regalo da chi eliminava ricordi o raccoglieva i francobolli e lasciava il resto. Erano per me la scoperta familiare del mondo, le ordinavo per Paese e per città. Qualche volta, con un epidoscopio, le proiettavo sul muro e  guardavo ingranditi, i luoghi immobili, le persone fissate in pose attonite o indifferenti, le fogge d’ abiti e le insegne fuori moda. Le città erano fatte di piazze con statue e caffè, molti Garibaldi e Vittorio Emanuele 2°, tavolini con tovaglie e camerieri in frac, e avventori distratti. Oppure erano chiese, palazzi, presi di mezzogiorno o di notte, quasi sempre vuoti di presenze. Molte terme e file di persone schifate con grandi bicchieri d’acqua in mano. Altre ancora, erano cartoline folcloristiche con donne e uomini in posa nei costumi tradizionali. Il Vesuvio fumava, la curva del Golfo era presa da un angolo che doveva avere un punto geodetico vista la costanza dell’arco. Il mare ovunque fosse, aveva tramonti o albe costanti. Le montagne, a parte qualche appenninica confusione di rocce e bosco, erano scabre: molte tre torri di Lavaredo , oppure le grandi vette del Bianco e del Cervino sbalzate contro il cielo nelle loro nevi immense. Quelle spedite durante il ventennio avevano piazze con edifici squadrati decorati da fasci di marmo e statue del duce. Erano foto di poste, prefetture, case del fascio, in un biancore metafisico che svuotava l’idea che ci fossero state persone attorno. Non poche, durante quegli anni, venivano dalle città nuove dei territori di bonifica: i veneti scrivevano ai parenti rimasti in Veneto. C’erano anche quelle delle colonie che, Asmara a parte, avevano sempre indigeni allampanati con lance e un tucul sullo sfondo. Qualcuna osè mostrava ragazze giovani col seno nudo (a me sembravano bellissime) con un commento allusivo alle libertà sessuali dello scrivente. Venezia era fatta del palazzo Ducale, san Marco, Rialto e la Salute. Torino era la Mole e Palazzo Madama, Milano il Duomo e la Galleria. Firenze, palazzo Vecchio, il David, ponte Vecchio prima della cura. Roma, rigorosamente san Pietro, che in un paio di cartoline facevo fatica a riconoscere in quanto scattate prima dell’apertura di via della Conciliazione. New York  aveva la statua della Libertà, il ponte di Brooklyn, e con Chicago condivideva i grattacieli. Era una iconografia talmente codificata che sembrava uscisse da un libro di geografia. Ma a me sembrava un mondo più vero di quello dei libri, perché qualcuno era partito, aveva visto e spedito una traccia che voleva far conoscere. Guardavo e vedevo città lontane, posti inusitati, due cartoline venivano persino da Tien tsin, la legazione italiana in Cina, ed erano di legno sottile, bamboo penso, senza fotografie e con dei disegni sfumati vagamente montani. 

Immaginavo i luoghi e chi le aveva spedite. C’erano molti anni di cartoline, dalle prime ingiallite dell’inizio secolo, con molte stazioni e strutture di ferro, fino agli anni ’60. E non mi accontentavo di guardare le fotografie o i disegni, leggevo l’indirizzo, i nomi, le frasi. Le parole si ripetevano, da quelle formali, più antiche che davano del lei, rassicuravano sulla salute e sull’affetto in corso a quelle più confidenziali e recenti, che parlavano di pensieri inusuali (il tanto si ripeteva molto), di abbracci, di desideri (vorrei tu fossi qui), di baci non meglio specificati. C’erano gli auguri, qualche notizia sul tempo o sulla città (di solito bella o bellissima), notizie sui parenti visitati, sul cibo sempre abbondante, sul clima. Molte, le più recenti, avevano i soli saluti e la firma. Le calligrafie mutavano negli anni e diventavano più appuntite, meno panciute e accurate, non di rado all’inizio, c’erano firme malferme che nel tempo si erano mutate in geroglifici. C’erano cartoline di emigranti in sud America e negli Stati Uniti,  che raccontavano della voglia di incontrarsi e chiedevano notizie.

Fino al 1945, gran parte delle cartoline erano firmate da uomini, oppure da coppie. Erano rare quelle con firme femminili e comunque erano indirizzate sempre a famiglie o altre donne. Insomma le ragazze della mia raccolta, viaggiavano accompagnate, oppure non scrivevano. Immaginavo viaggi e luoghi prevalentemente maschili, avventure di cui però, non riuscivo a percepire le modalità perché non sapevo come si muovessero per davvero. Qui non serviva Salgari, questa era la normalità eccezionale del viaggiare d’allora: c’erano navi, treni, corriere, ma cosa avvenisse durante quei viaggi non lo diceva nessuno. Così mi facevo raccontare. In famiglia si era viaggiato parecchio per lavoro, così emergevano disagi, tempi lunghi, orari molto precari. Capivo però che non era quello che capitava alle mie cartoline. Dovetti leggere per capire di più e per connettere il senso delle frasi che leggevo con le vite. Studiare sociologia mi ha aiutato a ripensare a quel mondo che si muoveva con relativa difficoltà e per il quale ogni viaggio era una cosa singolare da testimoniare. Parecchi anni dopo capii anche perché luoghi, grafie e messaggi erano mutati. Più stringati, più liberi di dire, più frequenti per le mete di vacanza vera, il mare, la montagna. Senza più alcuna restrizione sul destinatario, con allusioni più esplicite al rapporto affettuoso tra chi scriveva e chi riceveva. Dall’Italia Umbertina, si era passati attraverso il fascismo (spesso le cartoline del ventennio riportavano accanto alla data, l’indicazione in numeri romani dell’anno fascista, qualcuna i saluti fascisti), poi nella Repubblica. Le donne e gli uomini avevano cambiato le loro possibilità di movimento, erano più liberi. E cambiavano i soggetti delle fotografie, meno monumenti e più luoghi di vacanza. Insomma si era messa in moto l’Italia e lo scriveva attraverso una cartolina che testimoniava una possibilità, una libertà e non più una necessità.

Non so perché mi sia venuto in mente questo collegamento, ma credo che la festa di oggi c’entri: buona festa della Repubblica a tutti.

l’imperturbabilità del ragno

Per casa girava una correntina fresca. Bassa, a livello pavimento, pian piano raffreddava piedi e caviglie. Tutte le finestre erano sin troppo chiuse, quindi il tutto doveva derivare da quei pertugi, aperti per sicurezza in cucina ad evitare accumuli di gas. Oppure da quella piccola lama d’aria sotto l’ingresso. O ancora, dagli sfiati dei bagni e del fornello. Oppure erano tutti assieme che si parlavano con l’aria, che comunicavano linguaggi misteriosi di molecole, che allegramente si facevano gli affari loro. Che stessero dentro o fuori. Mi sembrava una libertà eccessiva, e a me preclusa, in quanto ben educato, d’inverno non stavo sull’uscio a parlare, ma limitavo al minimo la permanenza nel limite, i convenevoli, anche le affettuosità di saluto.

Loro, i pertugi, invece stavano indecisi. Anzi vivevano d’indecisione. Parlavano attraverso essa, cogliendo dell’uno e dell’altro stato. Poi, i più ciarlieri, o dispettosi, adattati dai diametri, diventavano dei tubi Venturi e acceleravano il moto d’aria fino a generare quella lama costante, pur piacevole d’estate, che d’inverno raffreddava caviglie e piedi. Solo quelli, ma l’effetto invadeva il corpo e spingeva a mettere calzini più pesanti. Inutili dopo un primo effetto barriera. Considerata l’ineluttabilità della cosa, assieme all’alzare le estremità, l’assumere pose accoccolate, o orientaleggianti, oppure tornare il ragazzino che privo di voglia di fare i compiti, si dimenava sulla sedia, raccoglieva le gambe, ci si sedeva sopra, e poi si spostava e s’allungava, in un moto che cercava nei gesti la voglia che non c’era e che pertanto mai sarebbe giunta, nonostante tutte queste manovre, dicevo, il pensiero che quell’aria scambiata contenesse un codice d’ una comunicazione mi affascinava. Perché di certo era così, quell’aria mossa e appena fresca era intrisa di significati, e parte di quel misterioso di cui vediamo solo gli effetti, e cogliamo magari un piccolo sollievo o fastidio, ma di cui ci sfugge totalmente la meccanica e la vera essenza che ci sta sotto. Pollini, microscopiche bestiole, granelli di polvere, gas, profumi, ferormoni primaverili, molecole di carbonio e d’azoto, ossigeno in più forme molecolari, fino a micro spray di vapore e oli, quindi acidi grassi e probabilmente basi e chissà quanto d’altro, si scambiavano informazioni indifferenti o interessate. Eh sì, perché sia pure in piccolissima parte, qualcosa si combinava in nuove molecole, qualche esercito d’ acarucci mangiava polvere e residui organici, qualche ossigeno instabile per i temporali di marzo o per l’eccesso di gas di scarico, trovava nell’aria quieta di casa, modo d’accoppiarsi, di mutare stato. E se anche la temperatura s’abbassava di quel tanto, e solo a livello pavimento, da far sentire i suoi effetti, chissà cos’era accaduto al moto dei gas, alle molecole stanziali e pacifiche come me, alla termodinamica generale della casa. E la mia era una casa moderna, con infissi nuovi, ché in altri tempi ben diverso sarebbe stato l’effetto e soprattutto lo scambio.

Ragionare sui modi del comunicare non formale, partendo dai piedi, non era proprio un elegante esercizio di pensiero, e il pensiero che Dickens scrivesse a letto i suoi primi capolavori, attanagliato da spifferi e gelo londinese, di certo non lo nobilitava anzi dimostrava le vite parallele e indifferenti del genio e dell’ambiente. E non essendo il mio caso il primo, ciò mi portava a considerare che i pensieri inutili erano una pigra percezione di quel gps che possediamo tutti e che dovrebbe dirci, oltre al dove siamo, chi siamo davvero, con la divertita autoironica percezione del proprio limite. Poi lo sguardo era corso a quell’angolo vicino alla trave, dove un modellino di biplano sembrava oscillare appena. Ma era un’impressione. E lì c’era una ragnatela, piccola e perfetta, immagino sfuggita alle attenzioni delle pulizie per la fragilità dell’oggetto. E nella ragnatela, un piccolo ragnetto imperturbabile, attendeva, e capiva che in quell’aria accadeva molto. Capiva e attendeva che qualcosa di sufficientemente grosso arrivasse nella sua rete. Non so quale livello di intelligenza abbia un ragno, ma per la sua capacità di attendere e di capire quanto accadeva attorno, di certo era maggiore della mia. E di certo non aveva i piedi freddi. 

senza tema giovinezza

Ero giovane. Pensavo che in principio ci fosse l’equilibrio di una forza conchiusa in sé, l’ordine racchiuso in un guscio di noce, poi il caos e la fatica del ricomporlo. Non pareva una cosa foriera di autoritarismi, anzi, era un bell’esercizio di libertà. E mi sembrava di avere davvero un inizio a cui fare riferimento. Lo traducevo nello scrivere. Avere un inizio ordinato, forte ed equilibrato. Una frase che da sola riassumesse, senza insegnare nulla, era come aprire una porta per intuire e ragionare assieme. Tutto poggiava sulla solidità della logica e l’imprevedibilità dell’intuizione. Venivano fuori cose assolutamente banali: oggi c’è il sole e non è il solito sole, ho attorno un verde che scende dentro, dell’acqua non vorrei conoscere la memoria ma l’intuizione della sua benefica freschezza, la sete è un sentimento così atavico che saliviamo quando scorre un ruscello e della sete di conoscere che dire, se non la commozione davanti ad una biblioteca, e così via. Un inizio aperto in cui poi accadesse tutto: l’equilibrio dell’energia, la sua esplosione, la faticosa ricerca dei cocci.

Mi sembrava che tutto questo avesse un significato profondo, che interconnettesse tante cose apparentemente distanti, che fosse necessaria della pazienza e si sarebbe compreso tutto. O quasi. O almeno quello che davvero interessava.  Ma, lo ripeto, ero giovane e la tentazione di un inizio fulminante era così seduttiva che alla fine ci cascavo. Cosi tutto poi doveva giustificare quell’inizio, essere all’altezza. Consequenziale. Non era così e allora mi stancavo, mettevo tutto da parte e mi affidavo a tempi migliori, a ispirazioni migliori, a intuizioni migliori.

La liberazione dal tema era già stata percorsa, in musica non esisteva più l’armonia, in pittura e scultura la figura e poi neppure la forma, due guerre mondiali e innumerevoli conflitti regionali avevano decostruito il senso benevolo della storia. Per questo anche la provvidenza era entrata nel welfare. Tutto si spezzettava ed era come fosse avvenuta quell’esplosione di cui bisognava rimettere in ordine i cocci. Solo che questi non avevano più un ordine. Era possibile un’era in cui si riscoprisse un senso, visto che erano i frammenti a contare?

Il momento era il dominus della situazione e non per carenza di tempo. Non era la preoccupazione sulla caducità del corpo e della vita che esprimeva il Magnifico, anzi era avvenuto un fatto strano, la giovinezza si spostava in avanti e, più che fuggire, trascinava tutto. Ma chi era al potere l’aveva gia capito: non era incapacità di guardare avanti, era volontà di perseguire il momento dicendo che faceva parte del progetto. Di fatto non si voleva rimettere assieme nulla, e togliere senso significava dare senso. Ma non era il tuo senso. Insomma non c’era un progetto, un traguardo di cui dire le tappe, gli obbiettivi, e soprattutto erano piu importanti le narrazioni della realta’ stessa. Quindi perché raccontare quando altri lo facevano tanto meglio di me? Per la verita? Ma io lavoravo sulle sensazioni, avevo bisogno di un tutto che le contenesse. E siccome non lo trovavo piu, mi misi a meditare sul quant’è bella giovinezza. Cosi mi scoprii vecchio per il prima e per l’adesso.. 

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arïanna,
belli, e l’un dell’altro ardenti;
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegri tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Queste ninfe anche hanno caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate;
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi,
oggi sìan, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi.
Ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core:
non fatica, non dolore!
Ciò che ha esser, convien sia.
Chi vuole esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

ragazzi di fatica

Le case delle maestre avevano facciate rigorose e solide, erano come il sapere, fatte per durare. Assomigliavano alle loro scuole, con soffitti alti, infissi scuri e tende pesanti e se non erano belle nei particolari, si riscattavano nelle proporzioni e nelle misure ampie dei portoni, nelle scale larghe, rigorosamente senza ascensori. Per aspera ad astra. Faceva bene far le scale, era parte di quella ginnastica povera e concreta delle scuole e arrivare col fiatone, incontrare, giusto il necessario, i vicini, scambiare convenevoli, gli esercizi di cortesia, e poi ciascuno nella sua casa, era parte dell’educazione al riserbo.

La lunga facciata guardava una strada larga, nata dopo l’unità d’Italia, nel 1875. Una strada che prima aveva occupato il canale dei Gesuiti, interrandolo e poi aveva lasciato spazio alla modernità della Ferrovia provinciale con la stazione di santa Sofia. Quindi le case erano sorte in un posto nuovo e ben servito, e pur dentro le mura del ‘300, erano aperte alla nuova linfa portata dal positivismo: accanto a piccole case d’artigiani, che conservavano tracce della città vecchia, l’edificio lungo e nuovo degli insegnanti era diventato una nave che si spingeva verso l’altro sapere, quello universitario, un baluardo della città nuova, del nuovo apprendere, della modernità. La facciata era il nuovo confine della città che cresceva e si rinnovava, quindi un fondale per la semplice ripetitività di motivi geometrici. Facevano eccezione per aggiunta d’importanza ai nuovi possessori, ch’erano alfieri d’un mondo di principi e d’eguaglianza fondata su censo e merito, di pochissimi terrazzini, che sancivano un privilegio da condividere. E pertanto, questi, erano condivisi, a cavallo di due appartamenti, ma erano tagliati a metà da elaborate divisioni di ferro battuto che finivano in punte acuminate, come ci fosse qualcosa da difendere da scale d’assedio visto che erano a sei metri d’altezza. In realtà erano solo le difese dai vicini, anche loro insegnanti e pari, ma dotati di bimbi molesti, chiassosi, scherzanti, male educati e incuranti della proprietà privata, un bene che il regno aveva ribadito ed esteso a loro attraverso cooperative e stipendi certi come la casa che abitavano. Non tutti erano insegnanti allo stesso modo e c’era una differenza tra chi figliava e chi si dedicava solo alla scuola, di fatto sposandola e investendo in essa tutta la forza educativa che veniva dalla missione del far apprendere e crescere i cittadini di una nuova Italia. Oltre l’impero austroungarico, oltre la Serenissima, il Regno era il nuovo e l’educazione elementare il suo apparato culturale di massa. Eppure se i maestri si fossero visti nelle case, com’erano davvero, avrebbero notato che quei ferri battuti, quelle punte acuminate, difendevano basilici e rosmarini, rose un po’ stentate, un sostegno per la bandiera, e qualche piccola cianfrusaglia in spazi davvero minuscoli, quindi nulla. Ma nel nuovo regno il privato era rimasto eguale all’impero, era nata una borghesia che era sì modernista in pubblico ma difendeva le sue abitudini e convinzioni, e con esse, piccoli tinelli e tappeti e mobili scuri e note di pianoforti verticali sempre al limite d’intonazione. E il pianoforte e l’enciclopedia erano uno status, che quasi tutti avevano e mostravano. E a volte suonavano (il pianoforte, naturalmente), facendo salotto prima che discussione. E come pesavano quei pianoforti, e posso dirlo per esperienza come pesa e come fa male portare su e giù pianoforti per scalini pepe e sale. Qui il Sommo soccorreva noi venuti tanto dopo, che ci facevamo risate allegre su quelle scale di graniglia, assoldati dal prete o da qualche padre d’amico che avevano ricevuto in eredità casa e oggetti. Così ebbi modo di conoscere i figli vecchi degli insegnanti dell’età umbertina. Di vedere salotti rigorosamente in velluto Bordeaux, i poggiatesta impreziositi di merletti di Burano, lampadari di ferro con i beccucci del gas adattati alle lampadine (sempre fioche, da 20 candele, foriere di generazioni di talpe per risparmio), e le grosse stufe di ghisa, le parisine, messe nell’angolo, per sicurezza, anche se c’erano immensi termosifoni del Silurificio di Napoli, perché non si sapeva mai con questi impianti moderni, vuoi mettere la sicurezza della legna e del carbon coke? 

Le vecchie maestre ci chiamavano tosi o ragazzi (di fatica era sotto inteso), facchini non era appropriato, perche potevamo essere stati loro scolari. Ci offrivano cioccolatini dallo spiccato sapor di muffa, noi eravamo parchi e ben educati, sperando  nell’intestino forte e che fossero solo delle regalie dell’anno prima. Però erano Streglio e La Torinese e superato il primissimo moto di rifiuto, una qualche attrazione l’avevano mantenuta, non sputavamo di nascosto, insomma.. Avevamo sempre fame e questo ci rendeva invincibili. Poi per chiederci qualche piccolo spostamento di mobile, le maestre ci facevano indossare pattine con feltro lucidante e allegramente pattinando su pavimenti in terrazzo veneziano, parquet di noce, mattonelle bianche e nere, sollevavamo ridendo, mobili pesantissimi, rischiando sempre la spaccata sugli strati di cera Fila, deposti con cura maniacale. Eravamo danzatori involontari e irriverenti, ma infine utili. Guardavo i libri rilegati, le edizioni Ricciardi di letteratura, una sontuosa copia dell’enciclopedia Pomba, le librerie invetriate, i cassettoni, i mobili scuri, le specchiere maculate, i tendaggi pesanti che filtravano aria e rumore di strada in una perenne sonnolenta, penombra. Guardavo, finivamo e passavamo al lavoro vero, negli appartamenti di quelli che erano stati i vicini. E portavamo giù per le scale cose identiche a quelle viste, sempre pesantissime, libri e mobili, attaccapanni e pianoforti.

Era l’estate, la stagione dei traslochi d’eredità ai parenti disattenti che volevano far cassa, dei lasciti alla parrocchia. Così finiva un’epoca, si svuotavano gli appartamenti pagati con mutui infiniti, le porte finestre venivano aperte e quei terrazzini ormai abitati solo da piante rinsecchite, rivelavano la prigione in cui erano state costruite le vite.