L’aria immota, affaticata, attende, passa veloce un canto di passero, mescola il silenzio attonite si sente, ascolta, poi tace, è frullo di vento. Il cielo è una terra di nessuno, con l’umore che sale e si misura con il sole, non vincerà ma resiste, s’oppone, ricorda la fatica della notte, il mondo che vive e s’agita nelle vite e gli amori. La luce sosta sulla soglia, e appena graffia d’ombra la via, sfiora la terra gravida di umori, gentili e attenti come i tuoi pensieri. Ancora non s’allinea la giornata, il possibile è tenerezza per ciò che accade e conserva amore, come una carezza tra i capelli, il profumo d’un pane sfornato, il passo indeciso e senza meta che sente scorrere il buono della vita.
Al mattino riempio la brocca d’acqua fresca, la trasparenza contiene la trasparenza, non trattiene la luce eppure è luce. Nei gesti che attendono, riposa il pensiero, si muove nel sopore del tempo seguendo sogni d’alterità, si ordina, posticipa, è trasparenza che guarda. Ci sarà tempo costretto e anche fatica, ma verrà poi con rumore di ferro e l’odore della ruggine maturata nel buio di attese non tue. Ora le cose parlano, nella cura del primo caffè, sento che il piacere viene sempre donato, e così è il sorseggiare profumato che guarda ed è guardato: il verde che splende, la pioggia attesa, le estati passate, le ore che attendono d’essere colmate. Attorno le cose pensano al modo dei gatti quiete, pronte al balzo e alla carezza. Tutto inizia altrove e prima, tra lievi arroganza d’essere e disporre, nelle mattine di altre attese, ora sento una coltre di pensieri, d’altri e miei, e in essa il tempo si rapprende.
In queste distese d’azzurro e grumi di bianco, nel cieli immensi di luce mettiamo le attese che la stagione ci dona. Ha un senso l’oro del grano allo sguardo, il suo essere seme, e poi verde e fatica di crescere ritto, ma ora balla nel vento e racconta di Mesopotamia, di laghi di terra e di canne dove l’acqua bacia le sponde e la sera I pesci balzano all’aria che profuma di fresco a cogliere petali dal vento. E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra, leggendo l’antica sua scrittura nell’abitudine nata dall’uso, e la cura che resta e riceve percorsa dal gelo e dall’erba, pulita dalle piogge che versa al profondo. Tutto ritrova il suo luogo, nell’esatto comporre del silenzio, le cose, dove il suono è ornamento e l’appartenere un canto felice. Essere parte che sente la cura, del molto ch’è stato e dell’immenso che attende. Un mostrarsi alla luce, donato a chi vuole capire e non dice di sé, umiltà ma la pratica sorridendo nel dare, grato per ciò che riceve. Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue, coltiveremmo il nuovo e la memoria nello stesso giardino e la nostra povera casa di scarsa considerazione, sarebbe rifugio che aggiunge e preserva. Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia, compitato e accolto con rispetto a vederne la bellezza nascosta. Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno, così in una penna o nel vivere attento e lieve c’è il pensiero che resta. E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto dai nostri infiniti mondi possibili.
l’età ci confeziona vestiti un po’ sformati mai davvero giusti, oltre l’illusione del momento chiedono conferma. Manca qualcosa e qualcosa è troppo, un disagio privo di nome, si fa strada. Accade d’eccedere, c’è un confronto una gloria d’attimo che la realtà dissente, ma è artificio e mite assenzio che rinvia ed incanta I sensi. Se la vita fosse trionfo d’obiettivi o cadute lievi di dolore verrebbe il tempo del sentire senza fretta, del riconoscersi ed esserne felici. Il torrente accetta il sasso, la sete che lo sbianca, l’erodere la riva, e mentre culla il pesce nella pozza, gli testimonia il cielo nel ramo che si sporge, gli trasfigura il suono e il balenare del riflesso, Guarda, vive, accoglie e muta, e se a noi continuano le età trascorse, per l’acqua il momento è il tempo stato. Solo dell’amore è lo sconnesso desiderio, il bastar mai dell’innocenza che ci muta, sinché attori e pubblico vediamo la commedia ed è arte del vivere darle garbo al non essere di noi farsa.
Nel bosco la notte arriva prima, ma nei fiori vegliano cespi di luce, lampade accese per sconosciuti inquilini. Qui tutto è ospite e ciò che muta si sovrappone e alimenta, il bosco ricorda e serba traccia, sentieri antichi sono sotto le radici, il prima attende che qualcosa torni, ma senza fretta, Il tempo è pietra liscia e mutazione, non è acqua che scorre via veloce, è oscura profondità che medita. Dal sasso emerge la valva della conchiglia, eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra, dove la serpe fa nido era salso e corallo, tutto attende con curiosità il mutare anche se non lo riguarda, nulla è indifferente, e si fondono le ife nelle forre senza fondo, lampadari di fili bianchi protesi nel buio, cercano e trovano eppure, lontano, parlano col cielo dove convivono il falco e l’ape. Memoria senza fretta, I lupi si prendono il necessario dalle mandria, poi rientrano nella notte che il bosco dona senza chiedere. È presto per chi riempie le strade, beve e parla a voce alta, a tornare c’è tempo, sarà per stanchezza e vuoto, occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra. Tornano per abitudine, perché non c’è luogo dove andare, o per l’ultima parola detta, vuota e acuminata ma vera. Tra poco pioverà, il bosco attende e si scuote nel vento, il racconto delle mie notti è una sequela di lampi, di cose che mi osservano, di loro sguardi che proseguono nel sonno, breve, incespicato di risvegli, finché la luce e l’allodola ridaranno ordine al piccolo mio tempo.
Per vuotare la testa, infrangi I circoli di oscure necessità, ferma il passo sulla pietra, ascoltala mentre racconta. Lascia percorrere lo sguardo c’è un portone graffiato dall’uso, a cui forse gatti e cani hanno chiesto udienza, sopra una finestra un numero inciso sulla chiave della volta rende inutile il tempo dei pensieri urgenti: 1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.
Noi così inutili e a noi stessi necessari, sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero, trattiene anse d’ombra e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare, ciò che cuce la loro trama è l’infinito scorrere di pause e di ripetersi: cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza, e una felicità che non pretende. Mi perdo in questo nulla che ogni stanchezza divora. e s’arrende la ragione lasciando che il bandolo si smarrisca.
Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto, non il nome, non il peso maturato ma l’essenza. E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie, e se non parlerò dei macellai di carne umana, delle intelligenze vocate al male, del male certo e altrove, ho l’esecrare, il dire il mai che corrisponde al fare, al pensare, e alla paura che si mischia nell’incerta sicurezza. Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni, parlo di dove torniamo perché sempre si torna, fosse una persona, un luogo, una memoria. E non è detto ci attenda, ma c’è, o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati, con la disponibilità che accoglie, pur altra dal pensiero di chi torna, ma pur sempre vera. Le cose sono l’ultima coscienza prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive, come quegli angoli di verde incolto che i progettisti dimenticano e nessuno fa più suoi, ma così diventano liberi pieni di fiori e d’erbe ribelli ospiti munifici d’altrove, e dimora d’animali che proseguono le vite. Se questo impastare giorni e sdegno, sentimenti, percezioni e andare, ha pur senso, e genera passioni e voglia di cambiare è perché siamo confusione, imperfetto vivere e contraddizione, dolci e tesi nel conservare umanità, e nessuno replicherà ciò che muove o tiene fermi i pensieri, nessuno potrà dire d’essere eguale. È la nostra imperfezione a donarci unicità e insieme la bellezza d’una solitudine senza eguali che sa essere stella e parte d’universo certo di sua luce.
Il silenzio fa suonare la via, il tacco percuote le pietre, s’accorda nel fischio che trabocca da un’imposta mal chiusa. Mezze luci sulla vetrina, la ragazza riordina, è l’ultima fatica della festa, canticchia blue velvet ed è nel cielo che scende a far compagnia. Profumo di cena, nessuno per strada, ha pudore il rumore, dipana lontano a scavare la notte nel sudore dei locali e nei balli bagnati. Con la notte crollerà il cielo sulle pietre, sarà morbido e clemente, non scioglierà dubbi e destini tenendo e lasciando secondo il suo tempo, sino al mattino e alla prima porta che sbatte.
Le strade sono vuote, il sole illumina l’assenza, dilaga tra prati ordinati, case allineate, finestre chiuse. La vigilia di Pasqua le donne stendevano tovaglie ricamate, Il profumo di farina lievitata usciva invadeva le strade strette, bussava ad altre porte. Dire era solo un prima di dare, e la parola diveniva lenta e lieve, come il pensiero della primavera che era e serviva al cuore. Dicono che le città siano colme, I treni pieni, qui non c’è nessuno e il pensiero di te è l’ago che toglie la spina.
Splende il tramonto luce di rossori lontani, e la pioggia inizia a cadere, fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena. È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto, così temerari e innocenti nel contraddire il cielo, sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua che accarezza margherite e alberi, e pulisce con materna carezza foglie bambine e fragili steli. È l’acqua senza timori che alza I cappucci genera sorrisi e sguardi scambiati nei fugaci ripari. Dice d’essere dolcezza d’amore mostrata al tramonto stupito, e ai cuori confusi dall’inutile fretta chiede una sosta: finalmente un vedersi in tanta donata bellezza.