quiete

In evidenza

Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.

oggi, vivere

In evidenza

Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.

silenzi

In evidenza

Il silenzio fa suonare la via,
il tacco percuote le pietre,
s’accorda nel fischio che trabocca
da un’imposta mal chiusa.
Mezze luci sulla vetrina,
la ragazza riordina,
è l’ultima fatica della festa,
canticchia blue velvet
ed è nel cielo che scende
a far compagnia.
Profumo di cena,
nessuno per strada,
ha pudore il rumore,
dipana lontano
a scavare la notte
nel sudore dei locali
e nei balli bagnati.
Con la notte crollerà il cielo sulle pietre,
sarà morbido e clemente,
non scioglierà dubbi e destini
tenendo e lasciando
secondo il suo tempo,
sino al mattino
e alla prima porta che sbatte.

pomeriggio di festa

In evidenza

Le strade sono vuote,
il sole illumina l’assenza,
dilaga tra prati ordinati,
case allineate, finestre chiuse.
La vigilia di Pasqua
le donne stendevano tovaglie ricamate,
Il profumo di farina lievitata usciva
invadeva le strade strette,
bussava ad altre porte.
Dire era solo un prima di dare,
e la parola diveniva lenta e lieve,
come il pensiero della primavera
che era
e serviva al cuore.
Dicono che le città siano colme,
I treni pieni,
qui non c’è nessuno
e il pensiero di te è
l’ago che toglie la spina.

pioggia nel tramonto

In evidenza

Splende il tramonto
luce di rossori lontani,
e la pioggia inizia a cadere,
fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena.
È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto,
così temerari e innocenti nel contraddire il cielo,
sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua
che accarezza margherite e alberi,
e pulisce con materna carezza
foglie bambine e fragili steli.
È l’acqua senza timori che alza I cappucci
genera sorrisi e sguardi scambiati
nei fugaci ripari.
Dice d’essere dolcezza d’amore
mostrata al tramonto stupito,
e ai cuori confusi dall’inutile fretta
chiede una sosta:
finalmente un vedersi
in tanta donata bellezza.

https://youtu.be/KcuRr47AGvQ?is=WrMA1Tt6em_z6xey

isole a navigare

In evidenza

Indifferente il mandorlo
è fiorito senza pena,
ha sparso fiori rosa
sull’ indecisa salvia,
e sulle margherite
a indicare la strada
e il buono che dovrà accadere.
La stagione s’è rimessa in moto,
a ciascuno per suo modo
s’è scosso il meditare che guardava a terra
e lo sguardo s’è proteso al cielo.

Nella sera isole a navigare,
sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi,
tra tintinnare di rami e foglie nuove,
e chiedono all’universo di scorrere
come accade alla vita
che si guarda mentre si vive.

Mentre il tempo scorre il suo futuro,
il presente somma volontà voraci,
ma è solo questione di misura
e in questo andare lento
dove tutto si sospende
quiete è fare il giusto,
lasciare lo sguardo al petalo che cade
mentre il vento scrive
desideri che s’infrangeranno
sui selciati.

la permanenza del donare

Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.

Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.

Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.

Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi.
Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.

gennaio

Fuori c’era il sole limpido
rosso di pomeriggio
come il viso dopo una corsa di bambini,
il vento accarezzava con piccole raffiche fredde
e tra l’una e l’altra,
c’era illusione che fosse ormai quieta
la gelida tramontana,
ma gli abeti si scuotevano,
e i faggi vibravano,
in una danza dionisiaca d’elfi giganti
intenti a sciupare vita e ultime foglie.
Mucchi di rametti secchi,
lasciati dall’autunno attorno ai tronchi
con foglie e aghi
si disperdevano in colonne e mulinelli
danzando le raffiche di vento.
Guardando questo inverno
ancora povero di neve
attorno ai ricordi m’aggiravo
e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato,
come in uno specchio d’acqua
che si confonde per il salto d’una rana,
e poi ritorna immoto
sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni,
fatti d’abitudini e di gesti,
ma ancora imprevedibili nel vento del presente,
e scordati nel loro risultato,
stupiva la radio che parlava ancora
della forza del più forte e del suo arbitrio,
e di Venezuela
come se l’uomo non fosse speranza e attesa,
desideri e carne.
Usando degli affini il noi,
desideravo l’abitudine
e del mondo giustizia e quiete
per le certezze d’umana identità
e il nuovo che in essa si produce.
Intanto chiuso s’era il tramonto
e nel tiepido del forno
tra i pensieri densi
infornavo il pane
solo per avere un profumo amato
e un porto a cui approdare.

ancora il ragioniere

Ero lì a cena l’antivigilia di natale,
le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, 
si mangiavano verze e cotechino
e questo faceva ridere parecchio.
Entrò un’orchestrina di fiati.
Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba.
Uno strepito incredibile
nell’ambiente ridotto e pieno di persone.
La cosa mise un’irrefrenabile allegria
gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli
urlando e poi ridendo,
assordati, c’affrettammo a dare mance generose
e loro, i musicisti, riprendevano
con un bis di ringraziamento,
finché ci fu uno scambiare di sfottò
tra le note di un’allegria generale.
Solo il ragioniere 
era rimasto imperturbabile.
Mangiava il suo brodo
e alzava appena gli occhi,
poi rivolgendosi al vuoto
distintamente disse:
ma come l’è, di nuovo il natale?
E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito
che la mia solitudine era un lusso.

il ragioniere

Mi piaceva quel posto,
c’arrivavo la sera da un corso,
mai solo e con molta allegria.
Mi piacevano le tovaglie pulite,
il cotone pesante,
gli antichi lini un po’ lisi, alle feste,
le stoviglie retrò, le pesanti posate.
Mi piaceva il menù consigliato
la cucina milanese e toscana,
la cassoeula ed i pici,
il parlarsi tra i tavoli,
le vecchie glorie sulle pareti,
il fiasco di chianti al consumo,
la scelta del pane tra sciapo o salato.
Tra muri bianchi rivestiti di legno
un angolo di fotografie,
e un tavolo singolo per il ragioniere.
Col cappotto addosso
d’inverno cenava,
d’estate un gessato,
la cravatta col nodo stretto
mai fatto di fresco.
A monosillabi ordinava,
un sopra ciglio o l’indice alzava,
e non i piatti ma una sequenza
del suo menù personale
in cui c’era solo L’inverno e l’estate.
D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile,
poi patate lesse e costatina Ben cotta. 
Un minestrone d’estate, a volte insalata
o verdura cotta e il pollo lessato,
un bicchiere di vino, il fernet e il caffè.
Sempre solo, in mezz’ora mangiava,
alzava lo sguardo mentre i denti puliva,
poi il cappello metteva e salutando usciva.
Il mercoledì il posto alle otto era vuoto
più tardi arrivava.
C’era il varietà e al ragioniere piaceva,
le ballerine com’erano?
Il cameriere ammiccava
il ragioniere taceva.
Sorridevano entrambi.
E la cena iniziava.

https://youtu.be/1r7s8sdrZxc?si=zKhwh4-M5rtmfQsI