Per vuotare la testa, infrangi I circoli di oscure necessità, ferma il passo sulla pietra, ascoltala mentre racconta. Lascia percorrere lo sguardo c’è un portone graffiato dall’uso, a cui forse gatti e cani hanno chiesto udienza, sopra una finestra un numero inciso sulla chiave della volta rende inutile il tempo dei pensieri urgenti: 1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.
Noi così inutili e a noi stessi necessari, sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero, trattiene anse d’ombra e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare, ciò che cuce la loro trama è l’infinito scorrere di pause e di ripetersi: cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza, e una felicità che non pretende. Mi perdo in questo nulla che ogni stanchezza divora. e s’arrende la ragione lasciando che il bandolo si smarrisca.
Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto, non il nome, non il peso maturato ma l’essenza. E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie, e se non parlerò dei macellai di carne umana, delle intelligenze vocate al male, del male certo e altrove, ho l’esecrare, il dire il mai che corrisponde al fare, al pensare, e alla paura che si mischia nell’incerta sicurezza. Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni, parlo di dove torniamo perché sempre si torna, fosse una persona, un luogo, una memoria. E non è detto ci attenda, ma c’è, o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati, con la disponibilità che accoglie, pur altra dal pensiero di chi torna, ma pur sempre vera. Le cose sono l’ultima coscienza prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive, come quegli angoli di verde incolto che i progettisti dimenticano e nessuno fa più suoi, ma così diventano liberi pieni di fiori e d’erbe ribelli ospiti munifici d’altrove, e dimora d’animali che proseguono le vite. Se questo impastare giorni e sdegno, sentimenti, percezioni e andare, ha pur senso, e genera passioni e voglia di cambiare è perché siamo confusione, imperfetto vivere e contraddizione, dolci e tesi nel conservare umanità, e nessuno replicherà ciò che muove o tiene fermi i pensieri, nessuno potrà dire d’essere eguale. È la nostra imperfezione a donarci unicità e insieme la bellezza d’una solitudine senza eguali che sa essere stella e parte d’universo certo di sua luce.
Il silenzio fa suonare la via, il tacco percuote le pietre, s’accorda nel fischio che trabocca da un’imposta mal chiusa. Mezze luci sulla vetrina, la ragazza riordina, è l’ultima fatica della festa, canticchia blue velvet ed è nel cielo che scende a far compagnia. Profumo di cena, nessuno per strada, ha pudore il rumore, dipana lontano a scavare la notte nel sudore dei locali e nei balli bagnati. Con la notte crollerà il cielo sulle pietre, sarà morbido e clemente, non scioglierà dubbi e destini tenendo e lasciando secondo il suo tempo, sino al mattino e alla prima porta che sbatte.
Le strade sono vuote, il sole illumina l’assenza, dilaga tra prati ordinati, case allineate, finestre chiuse. La vigilia di Pasqua le donne stendevano tovaglie ricamate, Il profumo di farina lievitata usciva invadeva le strade strette, bussava ad altre porte. Dire era solo un prima di dare, e la parola diveniva lenta e lieve, come il pensiero della primavera che era e serviva al cuore. Dicono che le città siano colme, I treni pieni, qui non c’è nessuno e il pensiero di te è l’ago che toglie la spina.
Splende il tramonto luce di rossori lontani, e la pioggia inizia a cadere, fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena. È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto, così temerari e innocenti nel contraddire il cielo, sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua che accarezza margherite e alberi, e pulisce con materna carezza foglie bambine e fragili steli. È l’acqua senza timori che alza I cappucci genera sorrisi e sguardi scambiati nei fugaci ripari. Dice d’essere dolcezza d’amore mostrata al tramonto stupito, e ai cuori confusi dall’inutile fretta chiede una sosta: finalmente un vedersi in tanta donata bellezza.
Indifferente il mandorlo è fiorito senza pena, ha sparso fiori rosa sull’ indecisa salvia, e sulle margherite a indicare la strada e il buono che dovrà accadere. La stagione s’è rimessa in moto, a ciascuno per suo modo s’è scosso il meditare che guardava a terra e lo sguardo s’è proteso al cielo.
Nella sera isole a navigare, sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi, tra tintinnare di rami e foglie nuove, e chiedono all’universo di scorrere come accade alla vita che si guarda mentre si vive.
Mentre il tempo scorre il suo futuro, il presente somma volontà voraci, ma è solo questione di misura e in questo andare lento dove tutto si sospende quiete è fare il giusto, lasciare lo sguardo al petalo che cade mentre il vento scrive desideri che s’infrangeranno sui selciati.
Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi. Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Ero lì a cena l’antivigilia di natale, le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, si mangiavano verze e cotechino e questo faceva ridere parecchio. Entrò un’orchestrina di fiati. Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. La cosa mise un’irrefrenabile allegria gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli urlando e poi ridendo, assordati, c’affrettammo a dare mance generose e loro, i musicisti, riprendevano con un bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò tra le note di un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto distintamente disse: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò. Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.