contro il troppo

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Tutte queste parole, queste immagini, questi concetti su cui riflettere
sono franati sulla capacità di discernere a sufficienza,
c’è troppa ragione senza sbocco
e poco tempo per apprendere ed elaborare.
La dittatura del conoscere dei social annichilisce la scelta,
costruisce un senso di colpa che impedisce il riposo degli occhi e del ragionare.
Costruire una rete di pochi amici,
è esercizio d’amore per sé e per gli altri.
Il tempo torna ad essere dolce,
sufficiente per dare spazio al sentire
gustare con tutti i sensi
e capire quello che si può.
I sentimenti sono semplici nella loro complessità,
esistono in gradienti di colore,
dal rosso al blu,
e così l’apprendere e l’elaborare è un sentiero senza fretta,
tutto ciò che si lascia nell’uscire dalla bulimia
diviene parte di noi.
Vivere è permettere di assomigliarci,
di costruire un tempo che è nostro e ci riguarda,
dove ha posto la corsa, la noia, il riposo,
il conversare e il ridere,
e guardare il soffitto.

https://youtu.be/_8NOVGHJmRs?is=evYgizv3Z4pt8Frw

le meraviglie del possibile

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La silloge dei futuri Incompiuti si affolla di tracce,
cassetti, scatole, scaffali accolgono,
le vite desiderate.
Passioni aggiunte a passioni,
facili alcune, ardue le altre
percorse con l’eccessiva fiducia che fornisce lezioni, e ferite
quasi tutte guaribili
assieme a verità scomode.
I futuri vivono in universi allegri,
attendono, e galleggiano in mari affollati,
interrogano il tempo dondolando,
e al suono dolce di risacca chiedono clemenza,
sono frequentatori di eternità,
di speranze stese al vento del possibile,
bandiere d’una gioia promessa e mezza goduta,
si rinnovano e con noi vivono.
A tutto questo circo del possibile
nuove priorità s’aggiungono,
e allora doveri e fascinazioni si confrontano,
la vita cheta è miraggio d’approdo davvero mai perseguito,
come se costruire il possibile fosse parte del vivere
e il suo riposo un impari confronto con la noia
del rifiuto d’mondo da mutare.

scivolar d’ala

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La tristezza è questo fuoriuscire d’anni,
d’ali esauste verso sera,
nei voli stanchi,
nei pensieri articolati male,
Parole usurate suonano del vuoto
di speranze e passioni,
lise da troppo volo,
è questa inquietudine che da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno, come sarebbe stato,
innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato.
E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene,
lo smorto sole che raschia l’anima alle cose,
è una porta disegnata su un muro che non s’apre,
è pietra che contiene, finestra che mi guarda.
Sul cuscino qualche riccio:
filo che cuce della notte i sogni brevi,
l’aria è già frizzante, poche stelle
strappano un sorriso.
In chi distratto guarda
sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali,
l’abbraccio alle nuvole rosate,
e il saltare da una macchia di sole
a quella appresso ch’è in sé già stella.

la città vecchia

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Tu sai l’aria che ruba il canto all’allodola,
la luce che tocca timida le case,
il suono della notte che sospira
la campana del mattino.
Tu dormi e distribuisci le tue carte ai sogni,
ne guardi il gioco,
e non senti l’attesa di chi ozia il vuoto,
non vedi il luogo dove avviene ciò che ti riguarda.
Sei solo sguardo e memoria,
che cerca tracce nei silenzi
mentre sono polvere I pensieri
pestati nel mortaio coi ricordi,
farina da spargere nell’aria
che ricade attendendo il vento.
Il tuo passo è importante
anche se non ha direzione,
cammini al centro delle strade
dove la città vecchia pudica si copre d’ombra
e nell’incuria ha perso la memoria.
Cerchi cosa c’era oltre il muro dei giardini,
guardi con gli uccelli della notte
la luce che filtra dai balconi schiusi,
e pensi agli impossibili amori,
alle paure e le corse sui selciati.
E il sostare per dar tempo,
alle domande che facevi,
perché era poi amato attendere
la voce dolce al cuore.

https://youtu.be/XZdsIvEA9K4?is=UvbKqLEGVjLaaeFr

l’aria del mattino

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L’aria immota, affaticata, attende,
passa veloce un canto di passero,
mescola il silenzio
attonite si sente, ascolta,
poi tace, è frullo di vento.
Il cielo è una terra di nessuno,
con l’umore che sale
e si misura con il sole,
non vincerà ma resiste,
s’oppone, ricorda la fatica della notte,
il mondo che vive
e s’agita nelle vite e gli amori.
La luce sosta sulla soglia,
e appena graffia d’ombra la via,
sfiora la terra gravida di umori,
gentili e attenti
come i tuoi pensieri.
Ancora non s’allinea la giornata,
il possibile è tenerezza
per ciò che accade
e conserva amore,
come una carezza tra i capelli,
il profumo d’un pane sfornato,
il passo indeciso
e senza meta
che sente scorrere il buono della vita.

lievi arroganze

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Al mattino riempio la brocca d’acqua fresca,
la trasparenza contiene la trasparenza,
non trattiene la luce eppure è luce.
Nei gesti che attendono, riposa il pensiero,
si muove nel sopore del tempo
seguendo sogni d’alterità,
si ordina, posticipa,
è trasparenza che guarda.
Ci sarà tempo costretto e anche fatica, ma verrà poi
con rumore di ferro
e l’odore della ruggine
maturata nel buio
di attese non tue.
Ora le cose parlano,
nella cura del primo caffè,
sento che il piacere viene sempre donato,
e così è il sorseggiare profumato che guarda
ed è guardato:
il verde che splende, la pioggia attesa,
le estati passate,
le ore che attendono d’essere colmate.
Attorno le cose pensano al modo dei gatti
quiete, pronte al balzo e alla carezza.
Tutto inizia altrove
e prima,
tra lievi arroganza d’essere e disporre,
nelle mattine di altre attese,
ora sento una coltre di pensieri,
d’altri e miei,
e in essa il tempo si rapprende.

la nostra povera casa

In queste distese d’azzurro e grumi di bianco,
nel cieli immensi di luce
mettiamo le attese che la stagione ci dona.
Ha un senso l’oro del grano allo sguardo,
il suo essere seme,
e poi verde
e fatica di crescere ritto,
ma ora balla nel vento
e racconta di Mesopotamia,
di laghi di terra e di canne
dove l’acqua bacia le sponde
e la sera I pesci balzano
all’aria che profuma di fresco
a cogliere petali dal vento.
E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra,
leggendo l’antica sua scrittura
nell’abitudine nata dall’uso,
e la cura che resta e riceve
percorsa dal gelo e dall’erba,
pulita dalle piogge che versa al profondo.
Tutto ritrova il suo luogo,
nell’esatto comporre del silenzio, le cose,
dove il suono è ornamento
e l’appartenere un canto felice.
Essere parte che sente la cura,
del molto ch’è stato
e dell’immenso che attende.
Un mostrarsi alla luce,
donato a chi vuole capire
e non dice di sé, umiltà
ma la pratica
sorridendo nel dare,
grato per ciò che riceve.
Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue,
coltiveremmo il nuovo e la memoria
nello stesso giardino
e la nostra povera casa di scarsa considerazione,
sarebbe rifugio che aggiunge e preserva.
Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia,
compitato e accolto con rispetto
a vederne la bellezza nascosta.
Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno,
così in una penna
o nel vivere attento e lieve
c’è il pensiero che resta.
E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto
dai nostri infiniti mondi possibili.

il pesce nella pozza

l’età ci confeziona vestiti un po’ sformati
mai davvero giusti,
oltre l’illusione del momento
chiedono conferma.
Manca qualcosa e qualcosa è troppo,
un disagio privo di nome, si fa strada.
Accade d’eccedere,
c’è un confronto
una gloria d’attimo
che la realtà dissente,
ma è artificio e mite assenzio
che rinvia ed incanta I sensi.
Se la vita fosse trionfo d’obiettivi
o cadute lievi di dolore
verrebbe il tempo del sentire senza fretta,
del riconoscersi ed esserne felici.
Il torrente accetta il sasso,
la sete che lo sbianca,
l’erodere la riva,
e mentre culla il pesce nella pozza,
gli testimonia il cielo
nel ramo che si sporge,
gli trasfigura il suono
e il balenare del riflesso,
Guarda, vive, accoglie
e muta,
e se a noi continuano le età trascorse,
per l’acqua il momento è il tempo stato.
Solo dell’amore
è lo sconnesso desiderio,
il bastar mai dell’innocenza
che ci muta,
sinché attori e pubblico
vediamo la commedia
ed è arte del vivere
darle garbo
al non essere di noi farsa.

il bosco

Nel bosco la notte arriva prima,
ma nei fiori vegliano cespi di luce,
lampade accese per sconosciuti inquilini.
Qui tutto è ospite
e ciò che muta si sovrappone e alimenta,
il bosco ricorda e serba traccia,
sentieri antichi sono sotto le radici,
il prima attende che qualcosa torni,
ma senza fretta,
Il tempo è pietra liscia e mutazione,
non è acqua che scorre via veloce,
è oscura profondità che medita.
Dal sasso emerge la valva della conchiglia,
eoni di vite sovrapposte e mutare in pietra,
dove la serpe fa nido era salso e corallo,
tutto attende con curiosità il mutare
anche se non lo riguarda,
nulla è indifferente,
e si fondono le ife nelle forre senza fondo,
lampadari di fili bianchi protesi nel buio,
cercano e trovano
eppure, lontano, parlano col cielo
dove convivono il falco e l’ape.
Memoria senza fretta,
I lupi si prendono il necessario dalle mandria,
poi rientrano nella notte
che il bosco dona senza chiedere.
È presto per chi riempie le strade,
beve e parla a voce alta,
a tornare c’è tempo,
sarà per stanchezza e vuoto,
occhi rossi e l’acido sapore dell’ultima birra.
Tornano per abitudine,
perché non c’è luogo dove andare,
o per l’ultima parola detta,
vuota e acuminata ma vera.
Tra poco pioverà,
il bosco attende e si scuote nel vento,
il racconto delle mie notti è una sequela di lampi,
di cose che mi osservano,
di loro sguardi che proseguono nel sonno,
breve, incespicato di risvegli,
finché la luce e l’allodola
ridaranno ordine al piccolo mio tempo.

quiete

Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.