case

Le case nelle città medie stanno vicine, soprattutto nel centro si sorreggono a vicenda. Hanno stili diversi, rappresentano ceti sociali differenti perché raramente i ricchi si facevano affiancare dai ricchi, casomai li guardavano dall’altro lato della strada, quindi si alternano le case, nei colori e nelle presenze umane. Un tempo era così. I colori erano secondo estro, qualcuno decideva di assomigliare o di staccarsi nettamente dal vicino. Il colore che diventa un blasone, un’appartenenza a una famiglia e rivelatore del carattere. Ma le case non sanno fare a meno della vicinanza, tanto più che il portico le unisce e crea l’occasione dell’incontro, della conversazione, del saluto di chi le abita. Si sono fatte da sole, le case, per somiglianza e perizia comune, per quella voglia di essere soli e assieme nello stesso tempo, di essere famiglia e fortilizio, ma anche finestra e lenzuola o tovaglie stese ricamate da mostrare. Per quella voglia di vedere senza essere troppo visti, un po’ da guardoni discreti che capiscono molto perché conoscono e assimilano i fatti di una cronaca minuta fatta di vicinanze senza parere, di fatti propri e d’altri mescolati, di termini di paragone e di consolazioni. A questo servono le finestre oltre a portare luce: a vedere ed essere visti secondo la misura scelta.

Stamattina uno sciame di passeri s’è levato nella piazza d’aria che c’è nel vicolo, na sbrancà, un pugno, di farina o d’altro, si direbbe nel dialetto antico della città e nella mente si formerebbe il gesto che trattiene a stento nella mano chiusa il contenuto da spargere o versare, oppure da gettare contro il cielo come fossero coriandoli a carnevale, Così imparano a fare i bimbi pescando nel sacchetto e ridendo del poco che gettano nell’aria o addosso al cappotto di chi gli sta vicino. E così quei passeri erano di un’allegria insperata e libera, levati tutti assieme da una finestra sbattuta o da un’improvviso apparire, eppure non impauriti ma in attesa di capire e nuovamente posarsi assieme. Insieme e ciascuno per suo conto, come le case. Intanto la pioggia finalmente rigava i vetri.Lasciava lunghe scie d’acqua grossa, che rendevano le case di fronte un po’ tremolanti, ma solo per poco finché la goccia sceglieva il percorso per confluire con le altre.

La bora ha soffiato per quattro giorni, cacciando le nubi in corse folli nel cielo, aggregando e disfacendo. Pensavo a Trieste, all’Istria quando s’increspa il mare in minuscole onde che contrastano la marea ed è un dipinto che riluce, fatto da un pennello grosso, quel tanto da tracciare segni dove di solito non ci sono, da opporre al bianco un diverso bianco, incresparlo di schiuma, intriderlo di finezze impossibili da non sentire come un dono che ci viene fatto e che poi si porta dentro per ogni giorno di bora ovunque noi saremo. Com’era venuto il vento s’era calmato e aveva lasciato libere le nubi di mettersi assieme e piovere. L’aria, già pulita, s’era caricata d’una freschezza insperata, come una donna che si profuma e sorride offrendosi al pensiero più che allo sguardo. Annusare, chiudere gli occhi, immaginare. Attorno non c’erano rumori, solo il ticchettare dell’acqua che cadeva dalla grondaia lungo il pluviale per poi perdersi nella terra. L’asfalto era diventato nero, assorbita la prima acqua aveva poi stabilito le gerarchie di rivoli, le pozze da traboccare in confluenze verso il chiusino. E anche la grata aveva dismesso la patina di ruggine per diventare un oro antico, un ocra caldo mischiato con il grigio della ghisa. Non si è riformata la pozza fatta a cuore. Dei lavori di rifacimento del manto (bello che le strade si coprano con un manto e proteggano i sassi piccoli e tondi di fiume, lo spezzato di cava e la terra che hanno sotto) non hanno rispettato la pozza che riluceva col lampione e si allargava a cuore. A me è sembrato ci sia stata un’insensibilità, l’incuria nel vedere e nell’immaginare che anche una pozza fa la differenza e racconta gli amori delle case che le stanno attorno, si fa riconoscere dagli amanti o dalla gentilezza, aggiunge a chi rientra un sorriso inatteso. La trovavo al suo posto in ogni giornata di pioggia e la sera aveva il colore caldo del lampione, era una presenza segreta, un modo per riconoscere che insieme agli altri eravamo casa.

Nelle case che furono abitate dalla famiglia, non di rado occupavamo -e occuparono- il piano alto. Le scale erano sempre anguste, scalini arrotondati, da rinfrescare prima di Pasqua con la calcina, fatti di pietra di Nanto, friabile e calda nel suo consumarsi secondo i piedi che la percorrevano in fretta o piano. Dipendeva dalle età e dalle emozioni lo scendere e il salire, ma il fazì pian pae scale era d’obbligo ad ogni uscita. Scale sempre poco illuminate, che si conoscevano a memoria, anche di notte in punta di piedi e senza luce per non far capire l’ora di rientro. Scale sommesse, con le voci dei piani a fare da portolano per capire l’umore delle famiglie e il respiro della casa; affannoso o ilare, intriso di profumi e odori di cucina o di bucato, di liti infinite e di risate sonore, d’ansimi e pianti, di racconti detti a mezza voce sulla porta. Le scale erano un percorso delle vite parallele che vivevano le une sopra le altre. La congiunzione umana, tangibile, carnale delle vite diverse che poi si assomigliano, ma mai abbastanza da non sentirsi differenti. Abitavamo sempre all’ultimo piano e in quelle case non mancava mai di piovere dal tetto. I coppi hanno questa vita propria, si muovono secondo le stagioni, i gatti, il vento. Lasciano posto ai nidi, al correre dei topolini, allo scavare dei colombi, ospitano terra che si riempie d’erba e qualche arbusto tenta pure di crescere tra una fila e l’altra. Non era un gran problema, bastava un catino e una ripetuta protesta al proprietario, poi chi avrebbe messo a posto il succedersi ordinato dei coppi, col suo peso qualcuno ne avrebbe rotto, e nell’ultimo scavalco verso l’abbaino ne avrebbe smosso un altro e così sarebbe di nuovo piovuto dentro, ma non subito e da un’altra parte. Ci sarebbe stata l’illusione di una normalità e poi la bora o i temporali d’estate avrebbero ribadito che qualcosa in cielo mancava o non si era distratto nel fare il suo lavoro. E xe case vecie, cossa vuto fare, bisognaria rifare tuto. Con questo riprendeva il ciclo della protesta e dell’attesa, ma senza ansia: era così e basta.

Di queste case per esperienza diretta potrei parlare di alcune, a partire da quella in cui sono nato, però mi piace di più stasera, ricordare una casa che ho visto e che fu abitata dalla mia famiglia. Era una casa stretta e alta, le finestre davano sulla strada e sul cortile d’una casa patrizia che fu usata come casa di tortura dai repubblichini e dai tedeschi. Era una casa a cui furono sbarrate le finestre che davano sul cortile per non vedere i prigionieri, anche se di notte, d’estate le urla si sentivano forti assieme alle bestemmie e i silenzi. Ne ho il racconto in testa fatto con pudore da mia Nonna, quella casa era un porto in cui era confluita la somma dei navigli delle vite, gli ultimi armadi, la pendola, i comò di noce, una tavola della vecchia osteria, la specchiera, l’ottomana di raso rosso e quei lampadari dove mai tutte le flebili lampadine funzionavano. Era un succedersi di stanze, con le scale in mezzo e l’intera casa era abitata da antifascisti e partigiani. Strano vivere così vicino al pericolo, eppure erano tutti silenti e solidali. Su quel tetto cadde un sacco di bombe a farfalla gettato da un ricognitore inglese notturno e mia Nonna, che dormiva, si ritrovò in cucina per lo spostamento d’aria con l’intero letto. Il cornicione crollò in strada e il cielo irruppe nella stanza. Mia Nonna non s’era fatta troppo male, così ripararono alla meno peggio, aspettando finisse la guerra. Quella casa l’ho vista da bambino, alcune cose erano rimaste là dopo il trasloco, ma nessuno in famiglia le ha più cercate. Le nominavano passandoci davanti o fermandosi a salutare chi era rimasto.

In cento metri da quella casa c’erano due osterie, una trattoria, la mia scuola elementare, una macelleria, un orologiaio, un ciabattino, una latteria, un negozio di libri usati, una torrefazione di caffè, due negozi di alimentari non molto forniti, un falegname e un fruttivendolo un po’ disonesto nel prezzo e nel peso, ma molto di chiesa. Insomma era un villaggio eppure era una strada fatta di case che si mescolavano nei ceti e nelle attese d’una rimessa in ordine. Le persone si conoscevano tutte e anche le case si conoscevano e si trasmettevano l’un l’altra le crepe. Stavano assieme come gli ubriachi che si appoggiano per non cadere, ma nessuno di loro fece mai la spia e se tra gli abitanti di quella casa fu poi fucilato un partigiano, medaglia d’argento al valore, fu perché preso in combattimento. Case per bene con gente per bene che amava la libertà di stare vicini.

4 pensieri su “case

  1. LA GRANDISSIMA ESTENSIONE DELLA MIA CITTÀ, ROMA, HA SEMPRE POSTO, NEI SUOI ABITANTI, UNA GRANDE DIFFICOLTÀ NEL DEFINIRE IL CONCETTO DI “CENTRO”: ABITARE IN CENTRO, QUANDO ERO RAGAZZA, VOLEVA DIRE ABITARE NEI PRESSI DI LUOGHI QUALI VIA DEL CORSO, PIAZZA NAVONA, IL COLOSSEO, INSOMMA LÀ DOVE C’ERA UN QUALCHE IMPORTANTE RIFERIMENTO STORICO. IO, CHE ABITAVO NEL QUARTIERE TRIESTE, QUARTIERE IN CUI HO ABITATO SINO AD UN ANNO FA, NON AVEVO LA PERCEZIONE DI ABITARE IN UNA ZONA “CENTRALE” RISPETTO ALLE TANTE PERIFERIE ROMANE. LA DOMENICA, GIORNO IN CUI SI ANDAVA CON TUTTA LA FAMIGLIA A VISITARE UNA NONNA CHE ABITAVA IN PRATI, SEMBRAVA QUASI DI FARE UNA GITA FUORI ROMA: TANTA MI APPARIVA LA DISTANZA TRA IL MIO QUARTIERE E QUELLO DELLA NONNA E IL VASSOIO DELLE PASTARELLE CHE OSCILLAVA NELLE MIE MANI MI FACEVA DESIDERARE DI ARRIVARE PRESTO ALLA GRANDE CASA CHE ERA STATA ANCHE LO STUDIO MEDICO DEL NONNO E LA CASA D’INFANZIA DI MIO PADRE, POSTO AL PRIMO PIANO. MIO PADRE MI RACCONTAVA SEMPRE CHE, DURANTE L’OCCUPAZIONE TEDESCA, LUI, CHE ERA MOLTO PICCOLO, UN GIORNO DI PRIMAVERA, IN CUI LE FINESTRE ERA APERTE, INIZIÒ A CANTARE L’INNO PATRIOTTICO DEGLI AMERICANI, SENTITO PER RADIO, PROPRIO MENTRE PASSAVANO DEI TEDESCHI SOTTO CASA. MI RACCONTAVA DELLO SGUARDO INCENERITORE DI SUO PADRE.PER FORTUNA LA SUA VOCE NON GIUNSE ALLE ORECCHIE DEGLI ODIATI NAZISTI.PIÙ AVANTI, NELL’ADOLESCENZA, TUTTO PRESE DELLE FORME E DELLE DIMENSIONI PIÙ RIDIMENSIONATE: TUTTO SI RIMPICCIOLÌ EPPURE QUEI RICORDI OCCUPANO SEMPRE UN GRANDE SPAZIO DENTRO DI ME.

  2. Che bel ricordo, grazie. Nelle città medie il centro si attraversa in 20 minuti e la periferia è solo un altro modo di vivere la città. Questo è difficile in città grandi come Roma, dove i quartieri sono essi stessi piccole città.

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