per altri e per sé

per altri e per sé

L’estate s’era definitivamente raccolta nei baccelli ormai secchi. Tempo di castagne, fagioli messi a seccare per tempo sul balcone, ora bollivano in pentola con il sedano, la cipolla, l’aglio e qualcuno di quegli aromi che ancora resistevano nei vasi. Ma poco. Le mani avevano una intelligenza che si muoveva libera, mentre l’altra intelligenza, pensava, guardava, ricordava. Il tempo veniva progettato a breve in un contenitore lungo, la vita. Un tempo infinito fatto di segmenti dovuti, necessari, piacevoli. C’era la domenica, il sabato la preparava, qualche festa disseminata sul calendario, il pranzo che mutava seguendo la stagione e ciò che essa offriva. Le pietanze possedevano intelligenza e saggezza, in ogni molecola c’era un profumo da estrarre, un nutrimento da elargire, un prepararsi alla trasformazione. E a questo serviva tutto quel mondare, ridurre in parti eguali, pigiare, distendere, attendere. La lentezza del nutrimento era connaturata al suo farsi altro, diventare parte di quella cultura trasmessa che aveva nomi particolari, tempi necessari, segreti. Ogni famiglia aveva un segreto che aggiungeva sapore, identità, e che pur attingendo alla stessa fonte rendeva il gustare differente, particolare, desiderato e ricordato. In questo stava la saggezza del preparare un pranzo, un dolce, una conserva. Era anche la stagione delle passate di pomodoro, dei pentoloni colmi di quel mare rosso pieno di futuri connubi. Un mare pericoloso che lasciava segni nelle pentole d’alluminio, che doveva essere travasato in fretta, chiuso nei vasi e messo a riposare per la scorta d’inverno. In tutto questo non c’era la pornografia del cibo attuale, la ricerca del sapore e della forma del benessere si metteva nei piatti secondo il bisogno, attente quelle mani a dare ciò che era appena più che necessario. Al servizio di chi si nutriva senza sopraffare, condividendo un’ approvazione in cui non c’era un dominus ma un dialogo che poteva anche mutare il piatto, ma alla pari, con creanza. Della calda stagione restavano le conserve, le marmellate, i legumi seccati con perizia, le farine, i tuberi e le mele. Il resto si sposava, amalgamava, bolliva e sobbolliva, come quelle carni che restavano tanto a lungo sulle cucine economiche da essere sempre tenerissime. E non si conservava se non per poco, quindi tutto era a misura come gli abiti. In una famiglia si sapeva quanto sarebbe stato consumato e il tempo era breve per tenere da parte e lento nel fare. Pazienza, misura, conoscenza, insomma le parole della cura. Forse per questo era tutto al femminile, dal preparare sino al porgere, con il gesto gentile che sottolineava un rapporto. Non c’era esibizione ma intimo compiacimento, segreti da conservare, astuzia, confidenza da trasmettere e da portare con sé: il preparare un pranzo, allietare una festa o scandire una giornata, il nutrire era qualcosa che si portava ovunque, appresso. Come la gentilezza e l’educazione, la dignità e la consapevolezza d’essere parte di un unicum che si snodava nelle generazioni passate, su, su, fino alla notte di un qualcosa che aveva generato ciò che si era. Per altri e per sé, questo il senso dell’esserci e della cura.

2 pensieri su “per altri e per sé

  1. Un tempo il preparare, cucinare e conservare per l’inverno erano considerati molto più importanti e prioritari rispetto ad ora.
    Le pietanze erano più semplici e soprattutto più genuine, con le materie prime quasi sempre autoprodotte;
    ed era normale dedicare lunghissime ore alla loro preparazione.

    Quando capita di poter assaggiare ancora quei cibi, magari preparati con le ricette originali (custodite frequentemente in quaderni ingialliti scritti con cura a mano), sappiamo già in anticipo che ci riporteranno alla memoria ricordi cari d’infanzia, storie familiari, coccole, tradizioni e usi che sopravvivono quasi solo dentro di noi.

    Grazie Will, buona notte,
    un sorriso
    :-*
    Ondina

  2. Quella cucina era cura e identità, parsimonia e festa.
    È un tempo che per alcuni è passato, per altri riscoperta. Ma non nei ristoranti stellati dove i cuochi si chiamano chef, piuttosto dove il dare ha senso ed è con dividere.
    Buona notte Ondina, 😊🌙

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