scritture con tratti grossi e sottili

Come l’ uccello femmina che si tuffa nel profondo, senza timore cerchi, trovi, e riporti in superficie ciò che s’era nascosto.

Al mio richiamo non rispondeva, non c’era, non era, sembrava un abbaglio. Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge, il cielo senza luce.

Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria, pare sussurri parole desiderate, ma accendere la luce, illuminerebbe solitudini difficili.

Eppure, credo, e tu lo confermi, che il nome di ciò che si sente è ciò ch’esso contiene, e che non sia perduto, ma attenda la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza.

Leggero il polso, sublime il tatto, scrive parole grosse e sottili che si stendono, restano, penetrano, sollevano. E in quell’attimo infinito pare ci sia la felicità.

in parole povere

Quando si conclude la lettura di un libro ben scritto resta un senso di assenza, quasi un dispiacere. I libri che lasciano traccia, che spingono a pensare, che fanno scattare l’identificazione, non sono molti nella lettura contemporanea e non sono privi di conseguenze. Il primo effetto è che annullano molto di quanto si è letto recentemente. In un certo senso, ricollocano i valori e danno una dimensione a chi si è letto. Non si tratta di un giudizio, quello già nasce durante la lettura ed è legato al piacere di essa, ciò di cui parlo è che perdere qualcosa di scritto bene è vissuto (lo vivo) come una perdita interiore. Qualcosa che poteva farmi fare un passo avanti l’ho accantonato in favore di altro che mi ha lasciato com’ero. Il secondo effetto è che chi legge a volte scrive, non pochi di quelli che leggono si sono formati un’autostima su quello che, con fatica e piacere, è uscito dalla loro testa. questo è un processo personale che ha almeno due aspetti: la soddisfazione di un bisogno e la sensazione di avere un pensiero originale che può essere tradotto in parole. Entrambi gli aspetti sono positivi e credo vadano perseguiti come meglio ciascuno crede. Per quanto mi riguarda, mettendomi nella parte bassa dei bisognosi dello scrivere, dopo aver letto qualcosa di importante e bello, considero che le mie sono parole povere, che possono essere scritte ed espresse ma devono avere la loro dimensione di familiarità. Scrivere quasi per se stessi, per i pochi che avranno la pazienza di leggere, pubblicare a proprie spese ciò che di sé verrebbe disperso, è un’azione misericordiosa nei confronti di quel poco che si riesce a trarre da ciò che si è. C’è una dimensione tra l’ascolto e il dire che ci riporta dentro di noi, che ci fa riflettere e a volte prepara una risposta, ma i grandi libri e il conversare profondo non producono risposte, ci mettono davanti alla profondità di ciò che non abbiamo esplorato e mentre cechiamo una mano da stringere, un pensiero che ci accompagni, subentra una grande gratitudine perché la bellezza del mondo è stata riconosciuta. Non scritta da noi, ma riconosciuta e questo non può che renderci un po’ felici di esistere.

storielle d’universi paralleli

Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.

Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.

Scrittore

Scrittore. Una parola che significa qualcosa se ciò che scrivi interessa qualcuno.

Scrittore. Quando si inizia a mettere insieme delle lettere, formarne parole e farle corrispondere a delle cose. Inizia per fatica e per gioco, per comunicare si adoperava altro e a provare sentimenti si era iniziato prima, ma non c’erano le parole giuste. Le emozioni, invece, le parole le avevano, ed erano associate al pianto, al riso, alla testa altrove.

Scrittore. È qualcosa che inizia per bisogno, per scherzo, per euforia, per narcisismo e per disperazione. È qualcosa in cui bisogna credere e mentre ci si crede si sa che non ci si crederà mai per davvero, però diventa una droga e non si riesce a farne a meno. Si scrive per assuefazione e per saturazione interiore.

Scrittore. Prendere in mano un vocabolario e cercare una parola, vedere la successiva e poi un’altra e sentire che esiste un mondo che non si conosce e magari ti descrive, ma è sempre parziale, imperfetto, come la lotta contro il significato profondo della parola da estrarre e della frase da comporre. Non sono mai come dovrebbero. Se può consolare si capisce che ciò che dà un dizionario un vocabolario digitale non lo darà mai: la curiosità del dopo e della sequenza insperata.

Scrittore. Pensare che una parola suoni per come la scrivi e usare la lentezza necessaria, osservare come l’inchiostro si assorbe nella porosità della pagina, lasciare che il pensiero divaghi dentro la parola scritta, dentro le lettere e osservare che le t non vengono sempre tagliate, le e e le a si assomigliano troppo, le asole si restringono o si allargano con l’umore. Sono solo diversivi per lasciare che la parola parli.

Scrittore. Scrivere così in fretta per timore che scappi la giusta sequenza delle parole che si sono formate da sole in testa. Bisogna far corrispondere le parole a quello che si genera dentro.

Scrittore. Leggere molto e capire che quello che durerà di tante parole, sarà nulla o quasi, che di valore c’è la fatica e che questa è dentro un processo economico. Ma se lo scrivere è disinteressato, allora perché scrivere? Sapere che è un bisogno non basta, si pensa che ciò che si scrive durerà più a lungo di noi, che comunque sarà una traccia. In fondo, a parte pochi fortunati o fantasiosi, c’è talmente poco di ciò che ci ha preceduto che scrivere diventa un messaggio in bottiglia che qualcuno potrebbe trovare interessante.

Scrittore. Si rivolge a qualcuno che non è mai reale fino in fondo. La stessa realtà in cui avviene la scrittura non è reale allo stesso modo per chi legge e per chi scrive, tantomeno se non viene letta. Ad esempio: dico che ho sognato e ne ho la traccia vivida al mattino, non mi viene chiesto cosa sogno, eppure i sogni dicono molto. Bunuel nel racconto del soldato in uno dei suoi film più belli, mette una realtà parallela a confronto con quella apparente e tutti lo ascoltano. In ogni libro sacro ci sono tracce di sogni e del loro racconto, come premonitori oppure come parte della stessa realtà che modificano. Il sogno è un racconto per eccellenza, sfrenato e ricco di parole con profondità inaudite, con un legame che si definisce simbolico ma è coerente con ciò che è relazione e profondità. Uno scrittore dovrebbe tenere in gran conto il sogno e raccontarlo.

Scrivere. Mandare lettere a persone, su carta bianca e con penne e inchiostro. Mentre si scrive chi leggerà prende forma nella mente, suscita emozioni, porta a chiedere e a raccontare di più. Se si ha confidenza la scrittura a mano, libera il sentire, fa dire cose difficili e mentre si scrivono le fa capire, solo le convenzioni, il pudore, il timore di eccedere fermano la scrittura diretta.

Scrivere e pensare di essere capiti, letti. Anche tra le righe. Anche dove viene celato ciò che per essere detto attende un permesso. Superare la riga che limita e scrivere senza altro scopo che mettere insieme l’immagine e la sostanza. Non la storia, quella serve per tenere l’attenzione, ma il racconto, dove viene chiesto aiuto, amore, plauso, comprensione. E non sapere se questo avviene. Per questo scrivere è un gesto gratuito e insieme necessario, ha in sé l’inutilità dell’incompiuto che cerca i pezzi che gli mancano ed è felice di qualcosa che s’aggiunge.

cuore d’intendimento

Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.

Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.

scrivere frasi corte

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Scrivere frasi corte, pennellate, fotogrammi, associazioni di pensiero, ricordi e futuri mescolati. In un fotogramma ci sono talmente tante cose che non si notano, clandestini  beffardi rispetto al pensiero. Animaletti, oggetti utili all’interrogarsi sul perché c’erano. Nessuno li aveva chiamati eppure assistevano ed erano protagonisti rispetto al focus che doveva essere unico. Per questo i professionisti mettono uno sfondo neutro, ma anche loro non vedono tutto ciò che entra, un dente che sorride, una piega dell’orecchio immodificabile, la disposizione delle scarpe che si intrecciano, affiancano, sovrappongono. Per loro conto le cose operano, almeno in parte.

Scrivere frasi corte senza un significato immediato. Chi non segue, non si sforza, è in attesa d’altro: non capirà mai la complessità. Le parole sono complesse e semplici. Non rispondere subito di sì è quasi un negare che dev’essere dissipato. E se non lo è, il silenzio assente o nega? Usare il silenzio come frase corta.

Un tramonto è un tramonto eppure è colore, nubi, atteggiamento, attesa, nervosismo, stato d’animo, distrazione. Nel fotogramma c’è tutto quello che non si vede, c’è l’atteggiamento del non vedere. Parlare d’altro, del poco attinente, dei progetti tra un’ora, di chi non c’è.

Attenersi è linguaggio burocratico. Immagine di foglio A4 legal, un solo argomento per comunicazione. Paura di confondersi, di mischiare il messaggio. La realtà resta fuori delle pagina, è interpretazione. Per questo le cose non si ripetono uguali e c’è una direzione nei fotogrammi che permette ai particolari di entrare e uscire, di aggiungerne di nuovi, di avere nuove vite mentre nulla si sa delle precedenti. Dove esse siano finite, dove riposano o si dissolvono.

Scrivere frasi corte e rispettare la sezione aurea. Qual’è il posto del particolare nella sezione aurea. E dove il ricordo? Finire con una domanda che ha la risposta nell’incipit. Tu dove sei in tutto questo? Ridurre la frase a tu e non sapere di chi si parla.

Tu.

 

 

 

assenze/presenze

Quello che manca si mostra all’improvviso. Per segni e mai intero. È una sedia vuota, un appuntamento che sfuma, ciò che ci doveva essere e c’era, ma ora non c’è. È importante ciò che è assente, a volte non se ne ricorda l’intera presenza, ma basta un pezzo, una sensazione e si capisce che qualcosa è perduto, già mutato, evoluto.

Davvero tutto corre in avanti, anche ciò che manca. E anche all’indietro: questo è più difficile sentirlo.

Però si mescola tutto finché emerge che l’assenza è un pezzo della nostra solitudine, dell’amor nostro che deve mutare. Che dobbiamo mutare perché l’assenza diventi presenza. Per esserci ancora, mostrandosi nella verità che nulla nasconde.

Si passa la vita a non capire nulla di ciò che serve perché non ci serve in quel momento, ma solo quando ne sentiremo la mancanza. Poi uno spintone, con poca grazia, ci indica una lista: quello che doveva essere e non è stato, quello che ora siamo, vedendoci davvero. Resta uno spazio bianco da riempire: ciò che saremo. A noi la scelta di quanti vuoti lasciare in futuro e di cosa rivedere degli antichi vuoti che hanno ora un nuovo significato.

Basta una sedia che attende, un oggetto fuori posto, un colpo di tosse prima di mettere la chiave nella serratura e c’è un albero che ha perso le foglie. C’erano, ci sono a loro modo, chiedono attenzione.

Infiniti segni ho catalogati nel cuore,

attesi, sognati,

tornati per chiedere e mai ripartiti,

ma nessuno è una colpa,

nessuno ha voluto altro che attenzione.

Era ciò che poteva essere dato,

forse di più o diverso,

ma non c’era l’assenza a creare misura

e forse ciò che mi parve allora non fu sufficiente.

Ma ora, solo ora.

Mi resta il futuro e la memoria

e non è poco. 

la stessa musica

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Penso che dovrei cambiare musica. È sempre la stessa ma mai eguale e non mi stanco. O forse sono più pigro della stanchezza. Immagino gli amici di Cioran che salivano la sua scala e già erano felici di quello che stava per accadere. Del cibo e del buon bere, del parlare quieto, profondo e largo. Dell’uscire a tarda notte e ancora aver voglia di udire parole su cui mettere le proprie. Sento che ci stiamo stringendo in discorsi che hanno pudore della propria voce: l’intelligenza è una cosa allegra. Mette assieme le menti, fa compiere al tempo una capriola che neppure conosceva perché lo manda avanti e indietro e lo mescola, lo contorce e poi lo ripresenta unitario e fluido come quei dolciumi colorati che un tempo si trovavano nelle fiere e lasciavano la bocca buona. La grande dissipazione di intelligenza di questi anni ha fatto alzare la voce, ma non ha portato nessuna ragione. Si sono strangolate tra le dita le idee che infastidivano il potere e i gruppetti si sono sciolti. Era bello il contrasto su qualcosa che a priori non si conosceva e così i fili venivano annodati, i versi estratti dalla memoria, le citazioni, contrastate. Ieri ho letto una frase che mi sembrava bella, ma era priva di contesto. Non sapevo cosa c’era dopo e sembrava finire, mentre il pensiero non finisce. Così era un precetto, un comandamento. Ecco a che si riducono le aporie, non strade da percorrere gioiosamente in cerca d’una uscita ma norme di vita espunte da qualche citazione di vite antiche. Vite non banali scritture, magari contabili. Sono banali le scritture contabili? No, anzi rappresentano presente e passato ma hanno in sé il fallimento perché misurano l’uomo. Le dinastie degli affari sussistono, per un poco o un molto resistono, poi falliscono. Il pensiero e chi lo genera non fallisce mai, neppure quando viene superato, contraddetto, maledetto perché sempre qualcosa si occuperà di lui e quando scompare, riemerge altrove. Ma il miracolo si compie solo quando ci sono scale da salire, una cena da dividere, osservazioni nuove che spalancano la realtà, le danno ampiezza e infinito orizzonte. da questo nasce l’impressione duratura d’essere stati bene in qualcosa che si ripeterà. Diversamente, ma si ripeterà. Ecco ciò che manca. Il che vorrebbe anche dire che manca un significato alle parole e quindi alle loro conseguenze, cosicché tutto si sbriciola in notizie. Continue. E l’una elide l’altra, sempre, di seguito, ogni giorno e ogni notte. Non resta nulla. Di tutto questo dire, delle parole scolpite nella rete, non resta che un indistinto rumore di fondo che mischia foto di gatti e disastri, dolori e foto di persone che nessuno conoscerà mai. Non resta nulla, meno di un simbolo, meno di un graffito, solo la pena e la solitudine che tutto questo esprime: Una voce che non vorrebbe essere flebile e comunque ascoltata. Mentre le scale che salivo per altre sere piene di attesa e di luce, non mi lasciavano mai solo quando tornavo, non avevo macerie dietro di me, ma parole e passioni su cui riflettere, conclusioni parziali da trarre, provare e poi ricominciare. E questa che ascolto non è la stessa musica perché apre a tutta la musica che ancora non ho sentito, le parole che hanno cambiato significato in un contesto che lo ha illuminato. Non è mai lo stesso, ma mi manca la scala o la saletta di un bar o la voglia di essere nello spirito dei tempi. Quelli larghi che accolgono lo sguardo di chi li vede e si offrono senza addurre complessità fittizie, amori impossibili, macerie spacciate per relazioni. Il nodo della musica ora diventa pensiero, desiderio, ricordo, voglia incontenibile di andare.

piccolo popolo

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Molti di noi vengono presi in giro per la propria malinconia. Altri per la sensibilità oppure per l’inerme accettare situazioni che li mettono in svantaggio. Spesso ci viene insegnato cosa dovremmo fare, mentre sono irrise le cose banali (così a loro sembrano) a cui siamo legati. Veniamo giudicati negli ideali, nei modi di vivere, nei rapporti con ciò che viene definito utile.

Non di rado veniamo usati o almeno si tenta di farlo. Tutti o quasi, credono di sapere ciò che è utile e salutare per noi e non mancano i consigli. Solo chi ci vuol bene cerca di capire oltre l’evidenza. Chi ci vuol molto bene ci accetta per ciò che siamo e non vorrebbe cambiarci.

Sognatori essenzialmente; donne e uomini che nel mondo hanno comunque sviluppato un loro modo di essere in accordo con se stessi. Vincere apparentemente perdendo, non è facile. Forse per questo i sorrisi sono a volte senza motivo e si riferiscono a soddisfazioni interiori poco comunicabili.  Fabbricatori di compromessi per cercare di darla a intendere e restare come si è per davvero. Una realtà più antica, parallela e superata, viene in noi attualizzata. Come se per davvero fosse possibile cambiare, essere diversi, avere più armonia e gesti gratuiti nei rapporti tra persone e con il mondo che ci avvolge. Ed essere autentici: ridere quando viene o piangere o guardare e pensare cose che non sono così usuali, sapendo che è meglio non parlarne.

Non folli, non come si pensa per chi è pericoloso a sé o ad altri, ma coltivatori di un piccolo giardino conchiuso dove si sta bene e che viene aperto con fiducia a chi è in grado di ascoltare con i cinque sensi e con il corpo. Ascoltare e conoscere il valore piacevole di alcune attese, il peso forte delle delusioni, il coraggio che occorre per rimettere assieme i cocci di noi stessi e ridere per il risultato. Con piacere, ridere e poi parlare d’altro. Di cose apparentemente strane, inusuali, come i sentimenti profondi, il sentire che s’assomiglia e con felice sorpresa si ritrova, la dolcezza della gentilezza, l’arte del difficile naufragare con ironia. E dell’inutile che non è mai tale, ma necessario al cuore e all’amare. D’altro, insomma.

 

le vie di mezzo lasciano ferite

Chi si ricorda di Bombacci?

In questi giorni di perenne crisi italiana, dopo una pandemia devastante e già pronta a essere rimossa, si sono attivati gli stati generali. Un affresco del futuro che ci dovrebbe attendere, ben calibrato sul termine ri costruzione dell’economia che di fatto riporta a un prima in crisi e che è favorevole per chi conta e ha gestito sinora destini e privilegi, ma non tocca i temi del diritto alla sanità, all’istruzione. all’abitare, alla mobilità non inquinante, al lavoro come diritto dovere equamente retribuito. Quindi continuerà una progressiva perdita di diritti e di possibilità di uscire dall’indigenza per quelli che già prima erano sull’orlo della crisi.

È una grande occasione questa crisi e in particolare per l’Europa, che però è immobilizzata dalla propria incapacità di essere di più che un aggregato e quindi silente, che cerca di tranquillizzare con molti denari che fanno gola ai soliti aggregati d’interesse la rabbia che cresce al proprio interno. Dobbiamo chiederci quanto c’è per un nuovo che sia davvero tale in economia come in rapporti sociali, che rimetta in moto l’ascensore sociale, riduca l’ineguaglianza, che faccia davvero emergere la volontà di affrontare la sfida ambientale? Nulla, perché non muta il modello neo liberista e la sinistra socialdemocratica si è adattata usando il si ma, ossia quella difficile manovra che di fronte all’impossibilità di dire che ci sarà più equità e speranza, calcia la palla in avanti. Tutto rinviato a nuovi equilibri politici mentre si addensa la paura per i molti che perderanno non solo il posto di lavoro ma la condizione sociale di autosufficienza. La rabbia dovrebbe essere la maggiore preoccupazione  per chi governa perché, alla fine l’opposizione che nulla fa, potrà dire che avrebbe fatto meglio. E verrà creduta portando verso una nuova accelerazione delle disparità e della perdita di diritti.

Tutto questo pensare al dopo covid non arresta i problemi del mondo e dell’Italia. Con l’estate riprenderanno tragedie e sbarchi. Abbiamo ancora i porti chiusi e chi glielo spiega alle donne, violentate nei campi di raccolta libici, che c’è una malattia in Italia che è peggio della loro vita? E gli uomini invisibili, quelli che ora l’agricoltura contingenta, sarebbe interessante andarli a a contare nei campi, sono illegali per legge, creati così dallo Stato che poi si volta dall’altra parte, dov’erano in questi mesi di chiusure: spariti, numeri, pedine di scambio per lavori meno che precari. Quindi esiste ancora il problema dell’immigrazione ma chi lo può affrontare e risolvere non sono i paesi dell’accordo di Visegrad che hanno accolto zero (0) immigrati, e così torniamo all’Europa che vede la realtà e chiude gli occhi, l’Europa dei diritti e dei doveri umani che derubrica il problema. Per ora tutto o quasi tace, finché non esploderà nuovamente visto che nessuna delle guerre è stata risolta, che la fame uccide 5000 bambini ogni giorno, visto che un miliardo di persone sono nell’indigenza nel mondo. Quindi il problema si può derubricare ma è alle porte.

Bombacci era un socialista rivoluzionario, un fondatore del PCI a Livorno, inizialmente molto radicale, poi negli anni del fascismo si illuse che il regime contenesse un po’ di socialismo,che ci fossero spazi di riformismo e di critica, finì a Dongo con Mussolini. Perché lo dico? Non per infangare la sua memoria ma per far capire che tra due visioni dell’uomo, della società e del suo futuro non ci possono essere sospensioni di giudizio. Ciò che dice l’Europa in termini di principi e di prospettive non rende efficace e lecito ciò che poi avverrà nel cambiare un sistema che non regge più anche se si spartirà gli aiuti, e non risolverà i problemi. Questo consegna responsabilità al governo Italiano, al m5s prigionieri di assiomi contraddetti dalla realtà, ma soprattutto non libera la sinistra e gli uomini di buona volontà dal dire che se non si risolvono i problemi verremo travolti da essi e anche l’Europa e la democrazia verranno travolti. Non basta un po’ di orgoglio nazionale. Orgogliosi di cosa, di quale cambiamento, di quanta equità da spendere in progetti e nuova occupazione?

Bombacci dovette tacitare l’intelligenza e i principi che aveva, con la guerra di Etiopia,  con gli eccidi di preti e civili copti, persone assolutamente innocenti, mentre gli italiani si costruivano il mito di essere brava gente e bombardavano in Spagna le truppe repubblicane, usavano armi chimiche, costruivano un impero invadendo nazioni sovrane. Dovette misurare l’intelligenza e la capacità di analisi con quello che ne venne poi di guerre, compresa quella alla Francia. E perse il rigore, l’aveva già perduto perché non c’erano elementi di giustizia sociale nel fascismo. Il giusto e la diplomazia contro la realtà della forza e la volontà di affermazione personale, non potevano essere corretti in un’opposizione ideologica se poi non si scavava facendo emergere il nero, il pensiero maleodorante che discriminava gli uomini, che generava le leggi razziali, che in colonia le aveva già applicate assieme al madamato e alle spose bambine da comprare. Un regime dove gli uomini che non erano uomini uguali era redimibile? Era una domanda che circolava nei guf, nelle fronde dei giornali universitari, ma solo gli antifascisti al confino o nascosti avevano dato la risposta giusta: no, non lo era. Si poteva solo non vedere la realtà e questa è già una condanna.

Ciò che non trova le soluzioni ai problemi ma afferma la volontà di potenza affascina gli uomini, ma la sinistra non può accettare che non cambi nulla, fermarsi alla superficie del mutamento. Non è più possibile,deve analizzare e indicare alternative.
È questa la funzione di chi ha una visione della società e della storia, dire ciò che pensa ed è conforme a un obiettivo generale, che mette al centro dell’agire il bene comune dei molti e non dei pochi. l’Italia non può essere identica dopo la pandemia, deve scegliere cosa essere e non dire cos’è stata. Il neo liberalismo non è riformabile se non in una chiave di responsabilità sociale, di lavoro ed equità diffusi, di welfare reale e stabile.

Così l’immigrazione deve essere vista, affrontato lo jus culturae, deve vedere gli uomini che circolano nelle città e nelle campagne, che lavorano e sono sfruttati oltre ogni dire. E se abbiamo una civiltà da spendere questa visione deve essere imposta all’Europa, bloccando trattati e crescita dei privilegi finché il richiamo etico non diventerà soluzione.  

Bisogna ricordarsi dei cadaveri buttati in mare, dei pescatori che non vanno più a pescare per timore di incontrare persone da salvare che non sanno come sbarcare e c’è chi non mangia più tonno. Il Mediterraneo è il nostro futuro o la nostra maledizione per l’insensibilità collettiva dimostrata. E non possiamo far finta di niente perché nel futuro ci siamo noi e loro: ci sono quei due cadaveri abbracciati, un ragazzo e una ragazza, morti di fame sul fondo di un gommone o il ragazzino con la pagella cucita nella giacca, ci sono le madri affogate assieme ai figli, e insieme a loro ci sono i salvati che scivolano in una indigenza senza speranza. Ci sono i nostri lavoratori, la nostra società che si disgrega assieme ai diritti faticosamente conquistati. Pensiamoci perché i poveri sono tali per condizione e per ingiustizia e sono brave persone, uomini che il sistema di prima condanna.
Bisogna dire da che parte si è perché non c’è speranza di riformare la destra e per cambiare il mondo non si può tornare a prima. Le vie di mezzo non esistono se si vuole davvero mutare il modello in cui si vive, far vivere meglio le persone, dare un futuro in cui ci siano gli uomini e i bisogni, non solo il denaro.