cuore d’intendimento

Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.

Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.

scrivere frasi corte

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Scrivere frasi corte, pennellate, fotogrammi, associazioni di pensiero, ricordi e futuri mescolati. In un fotogramma ci sono talmente tante cose che non si notano, clandestini  beffardi rispetto al pensiero. Animaletti, oggetti utili all’interrogarsi sul perché c’erano. Nessuno li aveva chiamati eppure assistevano ed erano protagonisti rispetto al focus che doveva essere unico. Per questo i professionisti mettono uno sfondo neutro, ma anche loro non vedono tutto ciò che entra, un dente che sorride, una piega dell’orecchio immodificabile, la disposizione delle scarpe che si intrecciano, affiancano, sovrappongono. Per loro conto le cose operano, almeno in parte.

Scrivere frasi corte senza un significato immediato. Chi non segue, non si sforza, è in attesa d’altro: non capirà mai la complessità. Le parole sono complesse e semplici. Non rispondere subito di sì è quasi un negare che dev’essere dissipato. E se non lo è, il silenzio assente o nega? Usare il silenzio come frase corta.

Un tramonto è un tramonto eppure è colore, nubi, atteggiamento, attesa, nervosismo, stato d’animo, distrazione. Nel fotogramma c’è tutto quello che non si vede, c’è l’atteggiamento del non vedere. Parlare d’altro, del poco attinente, dei progetti tra un’ora, di chi non c’è.

Attenersi è linguaggio burocratico. Immagine di foglio A4 legal, un solo argomento per comunicazione. Paura di confondersi, di mischiare il messaggio. La realtà resta fuori delle pagina, è interpretazione. Per questo le cose non si ripetono uguali e c’è una direzione nei fotogrammi che permette ai particolari di entrare e uscire, di aggiungerne di nuovi, di avere nuove vite mentre nulla si sa delle precedenti. Dove esse siano finite, dove riposano o si dissolvono.

Scrivere frasi corte e rispettare la sezione aurea. Qual’è il posto del particolare nella sezione aurea. E dove il ricordo? Finire con una domanda che ha la risposta nell’incipit. Tu dove sei in tutto questo? Ridurre la frase a tu e non sapere di chi si parla.

Tu.

 

 

 

assenze/presenze

Quello che manca si mostra all’improvviso. Per segni e mai intero. È una sedia vuota, un appuntamento che sfuma, ciò che ci doveva essere e c’era, ma ora non c’è. È importante ciò che è assente, a volte non se ne ricorda l’intera presenza, ma basta un pezzo, una sensazione e si capisce che qualcosa è perduto, già mutato, evoluto.

Davvero tutto corre in avanti, anche ciò che manca. E anche all’indietro: questo è più difficile sentirlo.

Però si mescola tutto finché emerge che l’assenza è un pezzo della nostra solitudine, dell’amor nostro che deve mutare. Che dobbiamo mutare perché l’assenza diventi presenza. Per esserci ancora, mostrandosi nella verità che nulla nasconde.

Si passa la vita a non capire nulla di ciò che serve perché non ci serve in quel momento, ma solo quando ne sentiremo la mancanza. Poi uno spintone, con poca grazia, ci indica una lista: quello che doveva essere e non è stato, quello che ora siamo, vedendoci davvero. Resta uno spazio bianco da riempire: ciò che saremo. A noi la scelta di quanti vuoti lasciare in futuro e di cosa rivedere degli antichi vuoti che hanno ora un nuovo significato.

Basta una sedia che attende, un oggetto fuori posto, un colpo di tosse prima di mettere la chiave nella serratura e c’è un albero che ha perso le foglie. C’erano, ci sono a loro modo, chiedono attenzione.

Infiniti segni ho catalogati nel cuore,

attesi, sognati,

tornati per chiedere e mai ripartiti,

ma nessuno è una colpa,

nessuno ha voluto altro che attenzione.

Era ciò che poteva essere dato,

forse di più o diverso,

ma non c’era l’assenza a creare misura

e forse ciò che mi parve allora non fu sufficiente.

Ma ora, solo ora.

Mi resta il futuro e la memoria

e non è poco. 

la stessa musica

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Penso che dovrei cambiare musica. È sempre la stessa ma mai eguale e non mi stanco. O forse sono più pigro della stanchezza. Immagino gli amici di Cioran che salivano la sua scala e già erano felici di quello che stava per accadere. Del cibo e del buon bere, del parlare quieto, profondo e largo. Dell’uscire a tarda notte e ancora aver voglia di udire parole su cui mettere le proprie. Sento che ci stiamo stringendo in discorsi che hanno pudore della propria voce: l’intelligenza è una cosa allegra. Mette assieme le menti, fa compiere al tempo una capriola che neppure conosceva perché lo manda avanti e indietro e lo mescola, lo contorce e poi lo ripresenta unitario e fluido come quei dolciumi colorati che un tempo si trovavano nelle fiere e lasciavano la bocca buona. La grande dissipazione di intelligenza di questi anni ha fatto alzare la voce, ma non ha portato nessuna ragione. Si sono strangolate tra le dita le idee che infastidivano il potere e i gruppetti si sono sciolti. Era bello il contrasto su qualcosa che a priori non si conosceva e così i fili venivano annodati, i versi estratti dalla memoria, le citazioni, contrastate. Ieri ho letto una frase che mi sembrava bella, ma era priva di contesto. Non sapevo cosa c’era dopo e sembrava finire, mentre il pensiero non finisce. Così era un precetto, un comandamento. Ecco a che si riducono le aporie, non strade da percorrere gioiosamente in cerca d’una uscita ma norme di vita espunte da qualche citazione di vite antiche. Vite non banali scritture, magari contabili. Sono banali le scritture contabili? No, anzi rappresentano presente e passato ma hanno in sé il fallimento perché misurano l’uomo. Le dinastie degli affari sussistono, per un poco o un molto resistono, poi falliscono. Il pensiero e chi lo genera non fallisce mai, neppure quando viene superato, contraddetto, maledetto perché sempre qualcosa si occuperà di lui e quando scompare, riemerge altrove. Ma il miracolo si compie solo quando ci sono scale da salire, una cena da dividere, osservazioni nuove che spalancano la realtà, le danno ampiezza e infinito orizzonte. da questo nasce l’impressione duratura d’essere stati bene in qualcosa che si ripeterà. Diversamente, ma si ripeterà. Ecco ciò che manca. Il che vorrebbe anche dire che manca un significato alle parole e quindi alle loro conseguenze, cosicché tutto si sbriciola in notizie. Continue. E l’una elide l’altra, sempre, di seguito, ogni giorno e ogni notte. Non resta nulla. Di tutto questo dire, delle parole scolpite nella rete, non resta che un indistinto rumore di fondo che mischia foto di gatti e disastri, dolori e foto di persone che nessuno conoscerà mai. Non resta nulla, meno di un simbolo, meno di un graffito, solo la pena e la solitudine che tutto questo esprime: Una voce che non vorrebbe essere flebile e comunque ascoltata. Mentre le scale che salivo per altre sere piene di attesa e di luce, non mi lasciavano mai solo quando tornavo, non avevo macerie dietro di me, ma parole e passioni su cui riflettere, conclusioni parziali da trarre, provare e poi ricominciare. E questa che ascolto non è la stessa musica perché apre a tutta la musica che ancora non ho sentito, le parole che hanno cambiato significato in un contesto che lo ha illuminato. Non è mai lo stesso, ma mi manca la scala o la saletta di un bar o la voglia di essere nello spirito dei tempi. Quelli larghi che accolgono lo sguardo di chi li vede e si offrono senza addurre complessità fittizie, amori impossibili, macerie spacciate per relazioni. Il nodo della musica ora diventa pensiero, desiderio, ricordo, voglia incontenibile di andare.

piccolo popolo

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Molti di noi vengono presi in giro per la propria malinconia. Altri per la sensibilità oppure per l’inerme accettare situazioni che li mettono in svantaggio. Spesso ci viene insegnato cosa dovremmo fare, mentre sono irrise le cose banali (così a loro sembrano) a cui siamo legati. Veniamo giudicati negli ideali, nei modi di vivere, nei rapporti con ciò che viene definito utile.

Non di rado veniamo usati o almeno si tenta di farlo. Tutti o quasi, credono di sapere ciò che è utile e salutare per noi e non mancano i consigli. Solo chi ci vuol bene cerca di capire oltre l’evidenza. Chi ci vuol molto bene ci accetta per ciò che siamo e non vorrebbe cambiarci.

Sognatori essenzialmente; donne e uomini che nel mondo hanno comunque sviluppato un loro modo di essere in accordo con se stessi. Vincere apparentemente perdendo, non è facile. Forse per questo i sorrisi sono a volte senza motivo e si riferiscono a soddisfazioni interiori poco comunicabili.  Fabbricatori di compromessi per cercare di darla a intendere e restare come si è per davvero. Una realtà più antica, parallela e superata, viene in noi attualizzata. Come se per davvero fosse possibile cambiare, essere diversi, avere più armonia e gesti gratuiti nei rapporti tra persone e con il mondo che ci avvolge. Ed essere autentici: ridere quando viene o piangere o guardare e pensare cose che non sono così usuali, sapendo che è meglio non parlarne.

Non folli, non come si pensa per chi è pericoloso a sé o ad altri, ma coltivatori di un piccolo giardino conchiuso dove si sta bene e che viene aperto con fiducia a chi è in grado di ascoltare con i cinque sensi e con il corpo. Ascoltare e conoscere il valore piacevole di alcune attese, il peso forte delle delusioni, il coraggio che occorre per rimettere assieme i cocci di noi stessi e ridere per il risultato. Con piacere, ridere e poi parlare d’altro. Di cose apparentemente strane, inusuali, come i sentimenti profondi, il sentire che s’assomiglia e con felice sorpresa si ritrova, la dolcezza della gentilezza, l’arte del difficile naufragare con ironia. E dell’inutile che non è mai tale, ma necessario al cuore e all’amare. D’altro, insomma.

 

le vie di mezzo lasciano ferite

Chi si ricorda di Bombacci?

In questi giorni di perenne crisi italiana, dopo una pandemia devastante e già pronta a essere rimossa, si sono attivati gli stati generali. Un affresco del futuro che ci dovrebbe attendere, ben calibrato sul termine ri costruzione dell’economia che di fatto riporta a un prima in crisi e che è favorevole per chi conta e ha gestito sinora destini e privilegi, ma non tocca i temi del diritto alla sanità, all’istruzione. all’abitare, alla mobilità non inquinante, al lavoro come diritto dovere equamente retribuito. Quindi continuerà una progressiva perdita di diritti e di possibilità di uscire dall’indigenza per quelli che già prima erano sull’orlo della crisi.

È una grande occasione questa crisi e in particolare per l’Europa, che però è immobilizzata dalla propria incapacità di essere di più che un aggregato e quindi silente, che cerca di tranquillizzare con molti denari che fanno gola ai soliti aggregati d’interesse la rabbia che cresce al proprio interno. Dobbiamo chiederci quanto c’è per un nuovo che sia davvero tale in economia come in rapporti sociali, che rimetta in moto l’ascensore sociale, riduca l’ineguaglianza, che faccia davvero emergere la volontà di affrontare la sfida ambientale? Nulla, perché non muta il modello neo liberista e la sinistra socialdemocratica si è adattata usando il si ma, ossia quella difficile manovra che di fronte all’impossibilità di dire che ci sarà più equità e speranza, calcia la palla in avanti. Tutto rinviato a nuovi equilibri politici mentre si addensa la paura per i molti che perderanno non solo il posto di lavoro ma la condizione sociale di autosufficienza. La rabbia dovrebbe essere la maggiore preoccupazione  per chi governa perché, alla fine l’opposizione che nulla fa, potrà dire che avrebbe fatto meglio. E verrà creduta portando verso una nuova accelerazione delle disparità e della perdita di diritti.

Tutto questo pensare al dopo covid non arresta i problemi del mondo e dell’Italia. Con l’estate riprenderanno tragedie e sbarchi. Abbiamo ancora i porti chiusi e chi glielo spiega alle donne, violentate nei campi di raccolta libici, che c’è una malattia in Italia che è peggio della loro vita? E gli uomini invisibili, quelli che ora l’agricoltura contingenta, sarebbe interessante andarli a a contare nei campi, sono illegali per legge, creati così dallo Stato che poi si volta dall’altra parte, dov’erano in questi mesi di chiusure: spariti, numeri, pedine di scambio per lavori meno che precari. Quindi esiste ancora il problema dell’immigrazione ma chi lo può affrontare e risolvere non sono i paesi dell’accordo di Visegrad che hanno accolto zero (0) immigrati, e così torniamo all’Europa che vede la realtà e chiude gli occhi, l’Europa dei diritti e dei doveri umani che derubrica il problema. Per ora tutto o quasi tace, finché non esploderà nuovamente visto che nessuna delle guerre è stata risolta, che la fame uccide 5000 bambini ogni giorno, visto che un miliardo di persone sono nell’indigenza nel mondo. Quindi il problema si può derubricare ma è alle porte.

Bombacci era un socialista rivoluzionario, un fondatore del PCI a Livorno, inizialmente molto radicale, poi negli anni del fascismo si illuse che il regime contenesse un po’ di socialismo,che ci fossero spazi di riformismo e di critica, finì a Dongo con Mussolini. Perché lo dico? Non per infangare la sua memoria ma per far capire che tra due visioni dell’uomo, della società e del suo futuro non ci possono essere sospensioni di giudizio. Ciò che dice l’Europa in termini di principi e di prospettive non rende efficace e lecito ciò che poi avverrà nel cambiare un sistema che non regge più anche se si spartirà gli aiuti, e non risolverà i problemi. Questo consegna responsabilità al governo Italiano, al m5s prigionieri di assiomi contraddetti dalla realtà, ma soprattutto non libera la sinistra e gli uomini di buona volontà dal dire che se non si risolvono i problemi verremo travolti da essi e anche l’Europa e la democrazia verranno travolti. Non basta un po’ di orgoglio nazionale. Orgogliosi di cosa, di quale cambiamento, di quanta equità da spendere in progetti e nuova occupazione?

Bombacci dovette tacitare l’intelligenza e i principi che aveva, con la guerra di Etiopia,  con gli eccidi di preti e civili copti, persone assolutamente innocenti, mentre gli italiani si costruivano il mito di essere brava gente e bombardavano in Spagna le truppe repubblicane, usavano armi chimiche, costruivano un impero invadendo nazioni sovrane. Dovette misurare l’intelligenza e la capacità di analisi con quello che ne venne poi di guerre, compresa quella alla Francia. E perse il rigore, l’aveva già perduto perché non c’erano elementi di giustizia sociale nel fascismo. Il giusto e la diplomazia contro la realtà della forza e la volontà di affermazione personale, non potevano essere corretti in un’opposizione ideologica se poi non si scavava facendo emergere il nero, il pensiero maleodorante che discriminava gli uomini, che generava le leggi razziali, che in colonia le aveva già applicate assieme al madamato e alle spose bambine da comprare. Un regime dove gli uomini che non erano uomini uguali era redimibile? Era una domanda che circolava nei guf, nelle fronde dei giornali universitari, ma solo gli antifascisti al confino o nascosti avevano dato la risposta giusta: no, non lo era. Si poteva solo non vedere la realtà e questa è già una condanna.

Ciò che non trova le soluzioni ai problemi ma afferma la volontà di potenza affascina gli uomini, ma la sinistra non può accettare che non cambi nulla, fermarsi alla superficie del mutamento. Non è più possibile,deve analizzare e indicare alternative.
È questa la funzione di chi ha una visione della società e della storia, dire ciò che pensa ed è conforme a un obiettivo generale, che mette al centro dell’agire il bene comune dei molti e non dei pochi. l’Italia non può essere identica dopo la pandemia, deve scegliere cosa essere e non dire cos’è stata. Il neo liberalismo non è riformabile se non in una chiave di responsabilità sociale, di lavoro ed equità diffusi, di welfare reale e stabile.

Così l’immigrazione deve essere vista, affrontato lo jus culturae, deve vedere gli uomini che circolano nelle città e nelle campagne, che lavorano e sono sfruttati oltre ogni dire. E se abbiamo una civiltà da spendere questa visione deve essere imposta all’Europa, bloccando trattati e crescita dei privilegi finché il richiamo etico non diventerà soluzione.  

Bisogna ricordarsi dei cadaveri buttati in mare, dei pescatori che non vanno più a pescare per timore di incontrare persone da salvare che non sanno come sbarcare e c’è chi non mangia più tonno. Il Mediterraneo è il nostro futuro o la nostra maledizione per l’insensibilità collettiva dimostrata. E non possiamo far finta di niente perché nel futuro ci siamo noi e loro: ci sono quei due cadaveri abbracciati, un ragazzo e una ragazza, morti di fame sul fondo di un gommone o il ragazzino con la pagella cucita nella giacca, ci sono le madri affogate assieme ai figli, e insieme a loro ci sono i salvati che scivolano in una indigenza senza speranza. Ci sono i nostri lavoratori, la nostra società che si disgrega assieme ai diritti faticosamente conquistati. Pensiamoci perché i poveri sono tali per condizione e per ingiustizia e sono brave persone, uomini che il sistema di prima condanna.
Bisogna dire da che parte si è perché non c’è speranza di riformare la destra e per cambiare il mondo non si può tornare a prima. Le vie di mezzo non esistono se si vuole davvero mutare il modello in cui si vive, far vivere meglio le persone, dare un futuro in cui ci siano gli uomini e i bisogni, non solo il denaro.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

ad una qualsiasi ora

Ad una qualsiasi ora della luce o del buio, il pensiero di te mi prende. Pioggia rada o sole in raggio, entrambi scelgono nell’indeterminato mucchio e così io vedo.

Si cuce il pensiero, fila, trova col dito il segno d’una ferita antica. Solo i sorrisi sembrano non lasciar traccia, eppure nei racconti, d’essi si parla, ma non di ciò che dopo è stato. Così attendo che la compagnia ritorni, e ciò che a suo tempo non compresi, si renda chiaro. Nel caffè si mescola il tempo e lascia piccole tracce sulla tazza: ora una linea sembra un volto, la scia della bruna polvere, una foresta di parole e il venir tuo, d’improvviso, riannoda eventi e cose.

Le vecchie botteghe dei garzoni fannulloni non ci sono più, la polvere ch’ aggiungeva valore e sembrava far fare buoni affari, non è più parte degli oggetti d’acquistare : tutto è pulito e luccica ammiccando. Solo il pensiero di te, scava una ruga e poi la spiana, come se il mondo si srotolasse agli occhi e prendesse insieme, mistero e senso. 

 

steinway cd 318 e altro

Un gran concerto CD 318 non vola, lui invece, il pianoforte lo pensava, ma non era così. Lo scoprì cadendo, come succede per la banale imperizia di chi non è abituato a distinguere ciò che è prezioso e si fece molto male. Eppure lui aveva volato a lungo con Glenn Gould. Almeno dieci anni tra il 1960 e il 1970 incidendo gran parte dell’opera clavicembalistica di Bach.

Era stato uno strumento rifiutato il CD 318 Steinway, messo nell’angolo di un grande magazzino a Toronto, in attesa della rottamazione, dopo aver suonato a lungo con diversi concertisti. Cambiati i gusti per i pianoforti sembrava superato nella sua gentilezza, ora serviva potenza di suono e meccaniche più rigide su cui esercitare la forza delle dita. Avete mai visto Gould suonare? Dalla sua leggendaria sedia, fatta e montata dal padre, ormai ridotta a un rottame dall’uso, si metteva in una posizione squinternata rispetto alla compostezza dei concertisti, era in basso e la testa quasi si appoggiava alla tastiera. Il braccio non sovrastava il pianoforte, ma lo interpellava e lo abbracciava, quasi danzando assieme. Gould era in perenne ascolto della corrispondenza tra ciò che suonava e ciò che aveva dentro. Suonava nel pensiero e si aspettava che il pianoforte fosse un infedele tramite, ma che questa infedeltà non impedisse l’amore.

Ci sono punti dove il genio non può accettare altro che lo strumento che lo esprime e strumento e persona si cercano. Con pazienza e furia come accade in ogni amore che si trasforma in passione. Ci fu poi un tramite, un accordatore semicieco che vedeva i suoni come colori e capiva ciò che Gould chiedeva, era Verne Edquist, una persona eccezionale perché altri non poteva essere chi entra in sintonia con un genio. E fu lui che tentò di ripristinare il CD 318 dopo che praticamente era stato sfasciato dalla caduta. Fatica immane, quasi coronata da successo. Quasi perché il CD 318 non era più lo stesso. Cose che solo chi cerca le corrispondenze tra l’anima e le cose può avvertire, ma era così e anche Verne non vedeva più gli stessi colori, sfumature certo, ma per un semicieco erano linguaggio e differenze che non potevano passare inosservate. Così Gould incise poco e con difficoltà ancora sullo Steinway. L’ultima edizione delle variazioni Goldberg fu suonata dalla solita sedia ma su uno Yamaha.

Ci sono cose che restano proprio perché si assomigliano ma non sono ciò che erano all’inizio, così può essere il modo di sentire una passione tanto da identificarsi con essa. La passione non è sempre la stessa, può scemare, trasformarsi oppure diventare un tentativo di assoluto. Se Gould voleva suonare Bach come neppure Bach avrebbe esplorato se stesso, anche il pianoforte avrebbe dovuto essere altro da sé. La passione funziona così, nel coincidere con essa si diventa ciò che non si sarebbe mai stato, quindi altro da sé. Come nelle follie creative, nel racconto di ciò che dentro urge e non trova le parole che esprimano leggerezza e potenza nel giusto grado, ossia che coincidano con il pensiero. E non con un pensiero che sfugge ma con quello che sembra radicarsi e invece è il prodotto della ricerca nel profondo. Estratto da esso, portato alla luce tanto che inizialmente è un po’sorpreso di essere in un luogo che non ha mai visto, con una luce inusitata ed esso stesso finalmente consapevole di coincidere con chi lo conservava in sé. Parole e note si sovrappongono nei significati. Nessuna parola può sostituire un’emozione, può ricrearne la parvenza ma non andare oltre, le note possono farlo. Possono ripetere le emozioni e andare oltre ad esse, superare chi le aveva scritte nel significato profondo. Questo pare provasse a fare Gould, e nel suo cercare di seguirlo, anche il CD 318, cercava di essere uno strumento che non esisteva ovvero un pianoforte che suonava in modo nuovo. Non un clavicembalo in forma di pianoforte, come aveva voluto farsi costruire Wanda Landowska, perché mai avrebbe potuto esserlo, ma veloce e preciso, leggero nei tasti perché il tocco era l’accento della parola, ma anche ripieno nei bassi a fornire terreno compatto e fertile su cui dispiegare la melodia. Per questo il CD 318 con Gould volava e cantava con lui. La loro era una passione senza nome né limite, incontrata per caso, come accade a ciò che non finisce ma che si esalta ad ogni incontro e in questo amore aveva trovato chi era in grado di assicurare ad entrambi la corrispondenza, Verne Edquist, che non era solo un grande accordatore ma capiva lo stesso lessico che mette assieme pensiero e suono. Chi ha avuto modo di ascoltare Gould e i non pochi altri che si mossero poi sulla sua scia interpretativa sa che un genio resta unico e spinge innanzi l’umanità, senza volerlo né con un metodo che lo renda felice per questo: gli mancherà sempre qualcosa. Ma per tutti gli altri che non hanno a disposizione altro che udito e capacità di ascolto, ci sarà una nuova sfumatura di luce, un colore che prima non esisteva, un volo che sembrava impossibile eppure è andato avanti a lungo, guardando il mondo dall’alto, anche se lo sguardo di chi ha trovato in sé quel modo di volare, spesso, era parallelo alla tastiera, con la bocca che parlava ai tasti, le spalle a seguire il dispiegare del suo, ogni volta unico, volo. 

 

post scriptum: queste parole sono solo l’espressione, parziale e imperfetta, di una predilezione per Glenn Gould che mi ha regalato, e regala, molto. Mi infonde serenità e aiuta a capire quanto piccola sia la comprensione che posso esprimere, ma anche in questa piccolezza mi fa vedere la bellezza. E ciò credo sia importante in questo tempo di incertezza perché solo la passione ci aiuta a vedere quello che può cambiare questo mondo.

e così si è consumato il giorno

E così si è consumato il giorno. Color perlaceo come il cielo di questa giornata con una pioggia attesa ma rada. Spruzzo per i vetri, gocce che si rincorrono, il tremolare rapido delle immagini che poi tornano limpide. Neppure un acquazzone, solo acqua dispersa, complice un po’ di vento e così la terra è appena bagnata. Non piove da troppo tempo e sempre più mi rendo conto della situazione. Dovrei dire che il presente senza oggetto in cui viviamo, ora un oggetto ce l’ha ed è pure preciso: è già nella fase due ma non ha una soluzione visibile. Possiamo compiere notturni atti di trasgressione, infrangere regole senza pericolo per altri, ma è solo per il gusto di farlo perché ciò che comunque detta legge è la distanza sociale, che tradotta nell’umore significa malinconia.

E comunque l’avventura è diventata intorno a casa, la scoperta da esteriore si porta verso il trascurato per mancanza di tempo, verso il particolare. Basta una frase, un pensiero che ne rincorre un altro e come una nube, l’acchiappa, si mescola, allora ne nasce un’intuizione che apre una porta. Oltre c’è l’azzurro, i prati, il mare, la sabbia, i pini, ma tutto fuso, indistinto com’è nelle possibilità che hanno come unica realtà una strada malamente tracciata tra l’erba. Ed è facile perdersi, deviare, guardare per aria o nel posto sbagliato. Trovarsi con la sensazione che sia passato qualcosa d’importante, magari non così tanto da cambiare il mondo o solo noi stessi, ma originale, mai pensato prima e che quel sentiero sia finito in un nulla d’erba che ancora rasserena eppure non è la stessa cosa. Non si tengono le parole per la coda quando sono colme di significato, bisogna lasciarsi andare a loro, immergersi in esse, seguirle senza metterci nulla o quasi di pensato e loro ti conducono, ti portano in luoghi che avrebbero bisogno di sviluppo, di tempo senza tempo, di storie per nascere e poi crescere, nostre prima di diventare autonome e d’altri.

Eravamo alla fine di un cammino lungo, fatto di scarpe impolverate, sete e ombra alle spalle. Una grande radura, dei segnali imprecisi che indicavano la direzione e il sentiero che si sdoppiava: puntava in una direzione e poi nell’altra fino a farci trovare al punto di prima. Era la fine o quasi di una traversata e Fiesole il punto d’arrivo, ma non si vedeva. C’erano dei colli e molto verde, alberi, arbusti alti che mascheravano le direzioni. Parlammo dopo molti silenzi che testimoniavano di non sapere e ci sembrò fosse rimasto un sentiero nell’erba. Una direzione già percorsa, ma poi abbandonata. La seguimmo fino a capire che stavamo entrando nella tana di un cinghiale, ne seguì una corsa sconnessa all’indietro, una paura di zanne, di piccoli disturbati, di una madre inferocita, finché tornati nella radura, tornammo a ridere. Di noi, dell’incapacità di vedere l’evidenza e quindi l’errore e ancora di legare i tanti passi fatti con qualcosa che li completasse. Bisognava fermarsi, seguire il pensiero nuovo, lasciare che maturasse e divenisse direzione, così trovammo la strada.

E così sono le parole nuove che si formano e indicano qualcosa che è appena conosciuto, mai pensato prima in quel modo e già diviene fascino e possibilità, ma serve tempo. Non quello di prima ma quello della realtà di adesso, che non è solo minacciosa, ma riporta le cose e noi alla luce, a ciò che conta e contiene tutto il bello e il suo contrario, ciò che dev’essere scoperto e la banalità che ora non ci attira più nel suo lucore privo di contenuto. Ho la sensazione che la scelta e la sua possibilità emerga ora con più forza e torni a noi. Questo tempo che abbiamo a disposizione, regalato, se non ci indica nulla di nuovo, sarà tempo perso.